Chiesa russa ortodossa di Santa Caterina
La Chiesa russa ortodossa di Santa Caterina, dedicata a santa Caterina d’Alessandria martire, si trova in via del Lago Terrione 77, dentro il parco di Villa Abamelek, la residenza dell’ambasciatore della Federazione Russa, dietro via Gregorio VII, fra Porta Cavalleggeri e le Fornaci. È una parrocchia del Patriarcato di Mosca, non un museo: si entra senza biglietto e senza pagare nulla, nei giorni in cui si celebra, cioè mercoledì, giovedì, sabato e domenica.
L’edificio è recente. La prima pietra è del 14 gennaio 2001, la consacrazione solenne del 24 maggio 2009, e il progetto porta la firma dell’architetto moscovita Andrej Obolenskij. L’idea di una grande chiesa russa a Roma, però, ha più di un secolo: la raccolta dei fondi partì nel 1898, lo zar Nicola II ci mise del suo, e la guerra e la rivoluzione fecero saltare tutto. Questa lunga attesa è la chiave per leggere il posto.
Le informazioni pratiche riportate qui sono state controllate il 28 settembre 2026 sul sito della parrocchia, sul portale turistico di Roma Capitale e sulle altre fonti richiamate più avanti. Il calendario delle funzioni viene pubblicato in russo e si sposta con le feste del calendario ortodosso, che non coincidono con quelle cattoliche: prima di muoverti scrivi o telefona alla parrocchia e fatti confermare l’orario della giornata che hai scelto.

Dove si trova e che cosa si vede davvero
Via del Lago Terrione è una strada secondaria del quartiere Aurelio, alle spalle di via Gregorio VII, nella zona che i romani chiamano ancora le Fornaci per le vecchie fabbriche di mattoni. Sopra si alza il pendio del Gianicolo, che dentro Villa Abamelek arriva fino verso Porta San Pancrazio. Il verde di Villa Doria Pamphilj è poco più in là , oltre via Aurelia Antica, dove si apre il cancello principale della villa diplomatica.
Da fuori vedi un volume bianco e compatto, alto 29 metri, chiuso da tetti verde acqua e da cupole a bulbo dorate. La voce enciclopedica italiana riporta 698 metri quadrati di superficie e poco più di cinquemila metri cubi di volume: dimensioni da chiesa parrocchiale, non da cattedrale. Il rivestimento in pietra chiara, che le guide in lingua russa descrivono come travertino, è la concessione romana di un progetto dichiaratamente moscovita, pensato e costruito da maestranze russe.
Dentro gli ambienti sono due, uno sopra l’altro. Al piano alto c’è la chiesa di Santa Caterina, con l’iconostasi in marmo scolpito disegnata dall’iconografo Aleksandr Soldatov, affreschi nel registro inferiore, porte regali in legno intagliato e dorato. Sotto, al piano seminterrato, c’è la chiesa inferiore dedicata ai santi Costantino ed Elena, con un’iconostasi in maiolica che la voce enciclopedica russa indica come dono di artigiani degli Urali.
Che cosa non vedi: il resto di Villa Abamelek. Il parco di ventisette ettari, la palazzina, il teatrino chiamato Casino delle Muse e la residenza dell’ambasciatore restano oltre la recinzione e non fanno parte della visita. La chiesa ha l’accesso per i fedeli da via del Lago Terrione, e tutto quello che si vede della villa da lì sono alberi, muri e qualche tetto. Chi arriva sperando in una passeggiata nel parco torna indietro deluso.
Come si entra, quando si celebra e quanto costa
La chiesa è una parrocchia stauropegiale, cioè dipende direttamente dal Patriarca di Mosca e non da una diocesi locale. Il sito ufficiale indica le funzioni il mercoledì, il giovedì, il sabato e la domenica, oltre alle grandi feste, e pubblica il calendario settimanale in una pagina dedicata, in russo. L’ingresso non costa nulla. La chiesa si apre per le celebrazioni, e fuori da quei momenti il gestore non indica un orario di visita turistica.
Dove si compra davvero l’ingresso: da nessuna parte, perché non c’è niente da comprare. Nessun biglietto, nessuna prevendita, nessuna visita guidata venduta online dalla parrocchia. Il canale ufficiale è il sito della parrocchia di Santa Caterina, con il calendario delle funzioni e le notizie. Se qualcuno ti propone un accesso riservato alla chiesa russa a pagamento, ti sta vendendo un marciapiede e una porta che si apre gratis a chiunque nei giorni di liturgia.
Per i contatti il portale turistico di Roma Capitale, su turismoroma.it, indica il telefono 06 39375477 e l’indirizzo di posta s_caterina_roma@rambler.ru, e consiglia di rivolgersi direttamente alla chiesa per orari e condizioni di visita. Altri siti riportano un numero diverso e le fonti non concordano. Il consiglio pratico è scrivere in italiano o in inglese, con frasi brevi, e aspettare qualche giorno per la risposta.
La liturgia si celebra secondo il rito bizantino slavo, con i canti in slavo ecclesiastico. Il sito della parrocchia indica che ogni domenica nella chiesa inferiore si celebra in lingua moldava, per la comunità che viene dalla Moldavia. La parrocchia serve fedeli russi, ucraini, moldavi, bulgari e rumeni, e la domenica mattina il sagrato è una piccola geografia dell’Europa orientale che vive a Roma. Il sito segnala anche una scuola parrocchiale e conferenze dopo la liturgia.
Sull’abbigliamento il gestore non indica un regolamento pubblicato. L’uso delle chiese russe vuole le donne con il capo coperto e la gonna, gli uomini a capo scoperto, spalle e gambe coperte per tutti. Un racconto di visita del 2023 riferisce che ai turisti il foulard non viene imposto, ma conviene comunque avere una sciarpa leggera nello zaino. Costa niente e evita l’imbarazzo di essere l’unica testa scoperta davanti all’iconostasi durante il canto.
Metti in conto i tempi. La liturgia domenicale russa dura di norma fra un’ora e mezza e due ore, e i fedeli entrano ed escono anche a funzione iniziata, per cui nessuno si scandalizza se arrivi o te ne vai in silenzio. Non esistono le pause per sedersi che scandiscono la messa cattolica. Se viaggi con bambini piccoli o con persone che non reggono a lungo in piedi, scegli una permanenza breve e usciti ne parlate sul sagrato.
Una curiosità sulla Chiesa russa ortodossa di Santa Caterina
La chiesa vive con un calendario diverso da quello della città che la ospita. La Chiesa ortodossa russa segue ancora il calendario giuliano per le feste fisse, e oggi fra i due sistemi ci sono tredici giorni di scarto. Così la festa di santa Caterina, che i cattolici celebrano il 25 novembre, qui cade il 7 dicembre del nostro calendario, e il Natale si celebra il 7 gennaio. Accanto al Vaticano, il tempo liturgico corre su un altro binario.
Le date della costruzione lo raccontano meglio di qualunque spiegazione. La chiesa inferiore dei santi Costantino ed Elena venne consacrata il 7 dicembre 2007, cioè proprio nel giorno di santa Caterina secondo il calendario giuliano. E la prima pietra, posata il 14 gennaio 2001, cade il primo gennaio giuliano, il Capodanno che in Russia molti festeggiano ancora come Capodanno vecchio. Coincidenze che non sono coincidenze, per chi conosce l’uso ortodosso.
C’è un’ironia romana in tutto questo. La riforma che ha tolto dieci giorni all’ottobre del 1582 è stata datata a Tuscolo da Gregorio XIII, e la villa che la tradizione lega alla firma è Villa Mondragone, sui Castelli. Quattro secoli e mezzo dopo, sotto il Gianicolo, una comunità che non ha mai accettato quella riforma per le proprie feste ha costruito la sua chiesa romana, con la cupola di San Pietro sullo sfondo.
Per il visitatore la conseguenza è concreta. La Pasqua ortodossa quasi mai coincide con quella cattolica, la Settimana Santa ha ritmi e orari suoi, e i giorni di digiuno sono altri. Se vuoi assistere a una grande festa, controlla la data sul calendario della parrocchia e non su quello appeso in cucina. Chi arriva il 25 dicembre aspettandosi la messa di Natale trova una chiesa in pieno Avvento ortodosso.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Chiesa russa ortodossa di Santa Caterina
Non è la chiesa russa storica di Roma. Quella esiste ancora ed è dedicata a San Nicola Taumaturgo. Secondo la ricostruzione pubblicata dal portale dei russi in Italia, lo zar Alessandro I firmò il decreto di istituzione il 6 ottobre 1803, la chiesa fu realizzata solo nel 1823 e poi traslocò più volte fra palazzi romani, fino al 1931, quando si trasferì nel palazzo di M. A. Černyševa in via Palestro, dove fu consacrata il 10 aprile 1932.
Quella di via Palestro è una chiesa ricavata dentro un palazzo, senza la presenza scenografica di un edificio isolato. Lì si è formata la comunità russa di Roma del Novecento, lì è passata l’emigrazione dopo la rivoluzione, e lì c’è la continuità storica. Santa Caterina è un edificio del 2009, costruito in un terreno diplomatico, con un ruolo di rappresentanza evidente. Sono due cose diverse, e confonderle fa perdere proprio la parte più interessante del racconto.
La posizione controcorrente è questa: definire Santa Caterina la più bella chiesa russa di Roma, come fanno parecchi blog, è un complimento sbagliato. Come architettura è un progetto corretto e senza sorprese, una chiesa di stile russo tradizionale rifatta con materiali moderni. Il motivo vero per andarci è la liturgia viva, con il coro, le candele e la gente in piedi per due ore. Senza la funzione resta un bell’edificio nuovo.
Aggiungo un avvertimento. Leggerai spesso che la chiesa copia un modello preciso della Russia antica, una scuola regionale o un edificio famoso. Le schede della parrocchia e le voci enciclopediche parlano soltanto di stile russo e non indicano un prototipo. Chi ti dà per certa una derivazione da una singola città o da una singola chiesa medievale sta facendo storia dell’architettura a occhio. Può avere ragione, ma nessuna fonte ufficiale lo dichiara.
Centoundici anni fra l’idea e la consacrazione
Il sito della parrocchia fa partire la storia dall’archimandrita Kliment Vernikovskij, rettore della chiesa dell’ambasciata russa fra il 1897 e il 1902. Fu lui a convincere le autorità ecclesiastiche e civili che la Russia aveva bisogno a Roma di una chiesa degna del suo peso, non di una cappella in affitto. Nel 1898 cominciò la raccolta dei fondi, e nel 1900 lo zar Nicola II la autorizzò ufficialmente e donò diecimila rubli.
Contribuirono granduchi, famiglie aristocratiche e perfino mercanti siberiani. Nel 1913 Nicola II estese la raccolta a tutto l’impero, nel 1915 venne comprato un terreno sulla riva del Tevere, e nel 1916 la cassa arrivava a circa 265 mila lire. Poi la storia si fermò. Il portale dei russi in Italia lega l’abbandono alla morte del principe Abamelek-Lazarev, nel 1916, e agli eventi rivoluzionari del 1917. Il terreno sul fiume non vide mai un cantiere.
Per settant’anni l’idea restò sepolta. La riprese nel 1990, con la sua benedizione, il patriarca Alessio II, e nell’ottobre del 1999 l’ambasciata della Federazione Russa presentò la richiesta formale. Nel maggio del 2000 il progetto arrivò in Comune, e a quel punto la soluzione per il terreno era già chiara: costruire dentro Villa Abamelek, proprietà dello Stato russo, evitando di comprare un’area in città e di trattare con i vincoli urbanistici del centro storico.
Il percorso amministrativo non fu breve. La voce enciclopedica italiana ricorda che il 20 dicembre 2001 la Regione approvò una legge sugli edifici di culto delle rappresentanze diplomatiche, che la licenza edilizia arrivò nel giugno 2002 e che i lavori cominciarono nel 2003, a maggio secondo la stessa voce, in estate secondo il sito della parrocchia. Nel frattempo, dal 2004, un’associazione dedicata raccoglieva i soldi per il cantiere.
La consacrazione del 2009 chiuse un cerchio aperto nel 1898, e lo chiuse in un modo che il vecchio archimandrita non avrebbe immaginato: non sulla riva del Tevere, in piena città , ma dentro il parco di una villa diplomatica, a vista del Vaticano. Resta il fatto che fra la prima raccolta e la liturgia inaugurale sono passati centoundici anni. Pochi edifici religiosi a Roma hanno avuto una gestazione così lunga.
Il consiglio che ti do per visitare la Chiesa russa ortodossa di Santa Caterina
Vai la domenica mattina, durante la Divina Liturgia, e arriva mezz’ora prima dell’inizio indicato sul calendario della parrocchia. È il momento in cui la chiesa ha senso: coro, incenso, candele, fedeli che entrano, si segnano, baciano le icone e restano in piedi. Una visita a chiesa vuota ti mostra un bell’interno. Una visita durante la funzione ti mostra una comunità , ed è quello che a Roma non trovi da nessun’altra parte con questa intensità .
Mettiti in fondo, di lato, e lascia libero il centro della navata. Nelle chiese russe non ci sono le file di panche delle chiese cattoliche, e il movimento dei fedeli verso le icone e verso i candelieri è continuo. Non attraversare davanti alle porte regali, non dare le spalle all’altare mentre il sacerdote incensa, non parlare. Se vuoi accendere una candela, di solito al banco vicino all’ingresso si lascia un’offerta: nessuno ti chiederà di essere ortodosso.
Ascolta le campane. Le hanno fuse nel 2006 negli stabilimenti moscoviti della ZIL e le ha accordate il maestro campanaro I. V. Konovalov, secondo la voce enciclopedica russa. Suonano per le funzioni della domenica e delle feste, con la tecnica russa a percussione che non ha niente a che vedere con il concerto delle campane romane. Chi arriva dieci minuti prima della liturgia le sente dal piazzale, ed è un suono che a Roma sorprende davvero.
Controlla sempre il calendario della settimana, anche con un traduttore automatico. Le feste mobili, i giorni di digiuno e le celebrazioni del vescovo cambiano l’orario, e una liturgia festiva può durare molto più di una domenicale. Se una data ti interessa per un motivo preciso, per esempio la Pasqua ortodossa o la festa patronale del 7 dicembre, scrivi alla parrocchia con qualche settimana di anticipo e chiedi l’orario d’inizio esatto.
L’ultimo consiglio riguarda il dopo. Finita la liturgia, molti fedeli restano sul sagrato a parlare, e i più anziani spesso sono felici di spiegare un’icona a chi chiede con rispetto. È il modo migliore per capire che cosa hai visto. Poi sali a piedi verso il Gianicolo: la chiesa e la terrazza sopra Roma formano una mattinata coerente, e alle undici e mezza la luce sulla città è ancora buona.
Se la domenica mattina non puoi, c’è un’alternativa meno affollata. Nella tradizione russa il sabato sera si celebra la veglia che prepara la domenica, con i vespri cantati, e il sito della parrocchia elenca il sabato fra i giorni di funzione. Controlla sul calendario se e a che ora è prevista. La luce delle candele nella chiesa quasi buia, con il coro che canta i salmi della sera, vale da sola il viaggio fino a qui.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
La villa che ospita la chiesa ha una storia romana lunga e poco raccontata. Alla fine del Cinquecento l’area era la vigna dei Ginetti, nel 1695 risulta proprietà del banchiere genovese Paolo Girolamo Torre, e nel 1722 la famiglia la cedette per debiti all’Ospedale di Santo Spirito, quello legato alla chiesa di Santo Spirito in Sassia. Nel 1734 la comprò monsignor Giuseppe Maria Feroni, che fece intervenire l’architetto Alessandro Galilei.
Poi una serie di passaggi di mano che sembra un elenco della nobiltà romana: i Torlonia, i Valentini, i Giraud, e nel 1854 i Doria Pamphilj, la stessa famiglia di Palazzo Doria Pamphilj al Corso, seguiti nel 1863 dai Ricasoli. Nel 1907 la acquistò il principe Semën Abamelek-Lazarev, che con l’architetto Vincenzo Moraldi trasformò parco ed edifici e allargò la proprietà comprando vigne e casali vicini. Da lui viene il nome.
Abamelek-Lazarev, nato a Mosca nel 1857 da una famiglia di origine armena, era un mecenate e un archeologo dilettante di livello serio: nel 1881 scoprì a Palmira la grande lastra con la tariffa doganale in greco e aramaico. Nel 1897 sposò Marija Demidova. Morì nel 1916 a Kislovodsk e lasciò la villa all’Accademia Imperiale di Belle Arti di San Pietroburgo, ma la rivoluzione rese impossibile il passaggio.
La vedova visse fino al 1955. La proprietà passò allo Stato sovietico con un decreto legislativo italiano del dopoguerra, che la voce enciclopedica inglese data al 1947 con il numero 385, mentre la biografia del principe parla del 1948: le fonti non concordano sull’anno. Da allora la villa è la residenza degli ambasciatori, prima sovietici e poi russi. Nel parco sono stati trovati resti antichi che la stessa voce attribuisce a caserme della guardia di Nerone.
Villa Abamelek non ha aperture ordinarie al pubblico. Una scheda di quartiere segnala che in passato è stata visitabile solo su prenotazione presso l’ambasciata o in occasione di eventi culturali su invito, e oggi il gestore non indica nessun calendario di visite. Fa parte delle ville romane invisibili, come le residenze diplomatiche del Gianicolo e dell’Esquilino: sai che ci sono, ne vedi i muri, e il giardino resta un’ipotesi dietro il cancello.
La collina abbassata: documenti, tradizione, leggenda
La storia più raccontata sulla chiesa riguarda la sua altezza. Quello che dicono le fonti scritte: la voce enciclopedica russa riferisce che il terreno sotto l’edificio fu abbassato, e un articolo del 2022 sulla Roma ortodossa parla di uno scavo di circa dieci metri nel fianco della collina. I primi progetti, secondo la stessa voce russa, prevedevano cupole che avrebbero superato in quota quella della basilica vaticana. Questi sono i dati pubblicati, senza una carta del Comune che li documenti.
Quello che dice la tradizione: che a Roma nessun edificio possa essere più alto della cupola di San Pietro. È una convinzione diffusissima, che i romani ripetono da generazioni e che le guide amano citare davanti ai palazzi dell’Eur o ai grattacieli di periferia. Più che una norma scritta è un’abitudine di prudenza urbanistica, e la chiesa russa si trova sul fianco di un colle che guarda proprio verso la Basilica di San Pietro.
Quello che è leggenda: che il Vaticano abbia imposto ai russi di scavare, o che la trattativa sull’altezza sia stata un braccio di ferro diplomatico fra Chiesa cattolica e Patriarcato. Le fonti disponibili non lo documentano. La spiegazione più semplice è anche la più probabile: un progetto collocato su un pendio visibile da mezza città , dentro un contesto paesaggistico tutelato, doveva stare sotto certe quote per ottenere il via libera.
Il risultato si vede andando sul posto. La chiesa non domina il paesaggio, si appoggia al colle, e le cupole d’oro spuntano fra gli alberi del parco più che svettare. Da lontano, dalle strade intorno a Monte del Gallo, le vedi comparire e sparire fra i tetti. È una presenza discreta, e a nostro giudizio è il pregio maggiore del progetto: una chiesa straniera che non fa la voce grossa.
La foto giusta da fare alla Chiesa russa ortodossa di Santa Caterina
La foto giusta si fa da fuori e da lontano. Un fotografo romano che ha raccontato la scoperta della chiesa segnala che le cupole dorate si vedono dalla via di Monte del Gallo e dalle traverse intorno a via Gregorio VII. Da lì, con un medio teleobiettivo, prendi le cupole contro il cielo con il verde del parco sotto: è l’immagine che fa capire che sei a Roma e non a Mosca, perché intorno ci sono pini e tetti in coppo.
Da vicino, sul piazzale, cerca il mosaico di santa Caterina sopra l’ingresso, realizzato nel 2010 da Evgenij Kljucharev secondo il censimento delle chiese russe. Inquadralo in verticale con il portale sotto, lasciando fuori la recinzione e i cartelli. Il contrasto fra il bianco della pietra, il verde acqua dei tetti e l’oro delle cupole funziona meglio con un cielo velato, perché il sole pieno brucia il bianco e appiattisce il verde.
Dentro, il gestore non indica regole sulle fotografie. La regola è semplice: durante la liturgia niente, né foto né telefoni alzati, e prima di scattare a chiesa vuota si chiede a chi è di servizio. L’inquadratura che vale la pena chiedere è l’iconostasi intera dal fondo della navata, con le porte regali al centro. Niente flash sulle icone e sugli affreschi, per rispetto e per resa.
Evita di fotografare cancelli, recinzioni e telecamere del perimetro diplomatico. Oltre a essere brutta, in un perimetro che confina con una residenza di ambasciata può attirare l’attenzione del personale di sicurezza, e non ne vale la pena. Se vuoi un’immagine d’insieme, allontanati e usa gli alberi come cornice: la chiesa si racconta meglio mezzo nascosta che fotografata di fronte come un edificio qualsiasi.
Che cosa guardare dentro
L’iconostasi è la parete che separa la navata dal santuario, e nella tradizione russa è un libro di immagini da leggere in ordine. Qui è in marmo scolpito, con affreschi nel registro basso e icone nei registri superiori, secondo il progetto di Aleksandr Soldatov. Al centro ci sono le porte regali, da cui passa solo il clero. A destra delle porte trovi di norma l’icona di Cristo, a sinistra quella della Madre di Dio.
Alza lo sguardo verso l’abside, sopra l’iconostasi. Nella semicupola il censimento delle chiese russe segnala l’immagine della Madre di Dio del Segno, la Vergine con le braccia alzate e il Bambino in un medaglione sul petto, uno dei tipi iconografici più antichi della Russia. La decorazione interna, secondo il sito della parrocchia, è cominciata nel 2012 ed è opera di artisti russi. È un lavoro recente, eseguito secondo i canoni tradizionali.
La chiesa conserva reliquie che per i fedeli ortodossi sono il motivo principale della visita. Il portale russo dei pellegrinaggi elenca un frammento della Croce, reliquie di santa Caterina e di sant’Elena imperatrice, e un’icona con reliquie della beata Matrona di Mosca, santa molto amata in Russia. Vedrai le persone fermarsi davanti alle teche, segnarsi, baciare il vetro. Guarda senza intralciare: per loro quello è il centro della mattinata.
Non dimenticare la chiesa inferiore dei santi Costantino ed Elena, consacrata nel 2007 e dedicata alla coppia imperiale che per gli ortodossi è il modello del rapporto fra fede e potere. È più raccolta, con l’iconostasi in maiolica, e la domenica ospita la liturgia in lingua moldava. Chiedi se è aperta: a volte vale la pena più della chiesa alta, proprio perché è più intima e meno fotografata.
Qualche nota per chi entra in una chiesa ortodossa per la prima volta. Il coro canta di solito da un lato, vicino all’iconostasi, e non c’è organo: nella tradizione russa la musica liturgica è solo voce. Le icone non sono decorazione ma oggetto di venerazione, e per questo i fedeli le baciano e accendono candele davanti a quelle a cui sono più legati. Il diacono e il sacerdote entrano ed escono dalle porte laterali e da quelle centrali secondo il momento del rito.
Come si arriva
Con il treno la soluzione più comoda è scendere alla stazione Roma San Pietro, servita dai regionali, e da lì raggiungere via del Lago Terrione a piedi passando per la zona di via Gregorio VII. Il portale russo dei pellegrinaggi indica anche l’autobus 64 da Termini fino a San Pietro e la metro A fino a Ottaviano, soluzioni che però ti lasciano sul lato opposto del Vaticano e ti chiedono una camminata più lunga.
In auto lo stesso portale suggerisce di arrivare dal Clivio di Monte del Gallo. Il parcheggio è il vero problema: le traverse di via Gregorio VII sono strade residenziali piene, e la domenica mattina, con la liturgia, si aggiungono le auto dei fedeli. Chi ha raccontato la sua visita ha scoperto la chiesa proprio girando in cerca di un posto. Se puoi, lascia la macchina e usa il treno o i mezzi pubblici.
A piedi dal colonnato di Piazza San Pietro si esce da Porta Cavalleggeri e si prende la direzione delle Fornaci: è una passeggiata urbana senza nessun fascino particolare, fra traffico e marciapiedi stretti, ma breve. Chi ha un pomeriggio libero può fare il percorso al contrario, scendendo dal Gianicolo attraverso le strade in pendenza del quartiere, e arrivare alla chiesa per i vespri.
Per orientarti nella zona prima di partire, la nostra guida a Prati e Borgo copre il lato settentrionale del Vaticano, mentre quella su Trastevere ti porta verso sud, dall’altra parte del Gianicolo. La chiesa si trova esattamente fra i due mondi, in un quartiere residenziale che i turisti attraversano quasi sempre senza guardare, diretti altrove.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il 14 gennaio 2001, dentro Villa Abamelek, l’arcivescovo Innokentij benedisse la prima pietra alla presenza dei ministri degli Esteri Igor Ivanov e Lamberto Dini. Era la prima volta che un edificio di culto ortodosso russo di queste dimensioni veniva autorizzato a Roma, e la cerimonia ebbe un peso diplomatico evidente. Il terreno era russo, il permesso italiano, la benedizione del patriarca Alessio II: tre livelli di autorità per una sola pietra.
Il 2006 fu l’anno in cui l’edificio prese forma visibile. Il 31 marzo vennero benedette cupole e croci, a maggio salirono le campane, e il 19 maggio il metropolita Kirill, allora responsabile delle relazioni esterne del Patriarcato e in seguito patriarca, celebrò la consacrazione minore, con il sindaco di Mosca fra gli ospiti. Dall’8 ottobre 2006, secondo il sito della parrocchia, la liturgia domenicale si celebra regolarmente.
Il 7 dicembre 2007 lo stesso metropolita Kirill consacrò la chiesa inferiore dei santi Costantino ed Elena. Il 24 maggio 2009 arrivò la grande consacrazione, celebrata secondo il sito della parrocchia e la voce enciclopedica russa dal metropolita Valentin di Orenburg, con la presenza di Svetlana Medvedeva, moglie dell’allora presidente russo. La voce italiana e il portale turistico di Roma indicano invece il 23 maggio 2009 come data dell’inaugurazione.
Dopo la consacrazione il lavoro è proseguito all’interno. Nel 2010 venne posto il mosaico di santa Caterina all’ingresso, e dal 2012 cominciò la decorazione pittorica delle pareti. Sono tappe meno visibili ma decisive: una chiesa ortodossa si considera compiuta quando le immagini coprono lo spazio, non quando è finito il tetto. Chi è entrato nei primi anni ha visto una chiesa molto più spoglia di quella di oggi.
Il 16 dicembre 2024, secondo il resoconto di un’associazione italo araba che vi ha partecipato, i quindici anni della consacrazione sono stati ricordati con una serata alla residenza dell’ambasciatore, alla presenza del metropolita Nestor di Korsun’ e del cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del dicastero vaticano per le Chiese orientali. Un dettaglio che dice molto: i rapporti fra questa chiesa e la Santa Sede, a pochi passi, sono stati costruiti anche in pubblico.
Chi è passato dalla Chiesa russa ortodossa di Santa Caterina
L’archimandrita Kliment Vernikovskij non ha mai visto questa chiesa, ma senza di lui non ci sarebbe. Rettore della cappella dell’ambasciata alla fine dell’Ottocento, capì che una grande potenza ortodossa non poteva restare in affitto nella capitale del cattolicesimo. Aprì la raccolta, coinvolse la corte, preparò il terreno politico. Il suo progetto è naufragato nella guerra, ma l’idea è rimasta scritta, ed è quella che è stata ripresa un secolo dopo.
Semën Abamelek-Lazarev, il principe che ha dato il nome alla villa, è l’altro assente illustre. Archeologo a Palmira, collezionista, mecenate, è morto nel 1916 senza vedere né la chiesa né la fine dell’impero. Per una beffa della storia, la villa che voleva lasciare all’Accademia di Belle Arti della sua città è finita allo Stato che aveva abolito quell’Accademia imperiale.
Il patriarca Alessio II ha benedetto la ripresa del progetto a partire dal 1990 e ha donato alla chiesa un’icona che i racconti di visita citano fra gli oggetti più venerati. Il metropolita Kirill, oggi patriarca, ha celebrato qui due consacrazioni fra il 2006 e il 2007. Il metropolita Valentin ha presieduto il rito solenne del 2009. Sono nomi che per un fedele ortodosso contano quanto per un cattolico contano i cardinali titolari di una basilica.
Andrej Obolenskij è l’architetto, direttore del centro del Patriarcato di Mosca per l’edilizia religiosa. Aleksandr Soldatov ha disegnato l’iconostasi, Evgenij Kljucharev ha firmato il mosaico dell’ingresso, il maestro campanaro I. V. Konovalov ha accordato le campane. È una squadra interamente russa, e si vede: la chiesa non ha niente di italiano nel linguaggio, nemmeno un compromesso stilistico, salvo la pietra del rivestimento e il paesaggio intorno.
Igor Ivanov e Lamberto Dini, i ministri degli Esteri di Russia e Italia presenti alla prima pietra del 2001, rappresentano la parte diplomatica della storia. Senza un accordo fra i due governi, un edificio di culto dentro una proprietà statale straniera non avrebbe mai avuto la licenza, e la legge regionale approvata alla fine di quello stesso anno va letta anche in questa chiave. Una prima pietra, in questo caso, era insieme un atto religioso e un atto di politica estera.
E poi la parrocchia. Il Centro Astalli, che si occupa di rifugiati e la segnala fra i luoghi di culto della città , indica come referente padre Ambrogio Matsegora e descrive una comunità fatta soprattutto di fedeli russi, ucraini, moldavi e bulgari, a cui altre fonti aggiungono i rumeni. Famiglie arrivate da poco e anziani emigrati da decenni si ritrovano qui. La domenica mattina sono loro i veri protagonisti di questo posto.
Quando è chiusa e che cosa non aspettarsi
Lunedì, martedì e venerdì il sito della parrocchia non indica funzioni ordinarie, salvo feste e ricorrenze particolari, e in quei giorni il gestore non indica aperture per i visitatori. Anche negli altri giorni la chiesa si apre intorno alle celebrazioni, non con un orario continuato da museo. Presentarsi alle tre del pomeriggio di un martedì significa quasi sempre trovare il cancello chiuso e nessuno a cui chiedere.
Non aspettarti servizi turistici. Il gestore non pubblica materiali di visita in italiano, non ci sono audioguide né percorsi, e il sito è solo in russo. Tutto quello che capisci lo capisci guardando, leggendo prima o chiedendo a un fedele. Sull’accessibilità per chi usa la carrozzina il gestore non indica informazioni: con un edificio su due livelli e un piazzale in pendenza, conviene scrivere prima e chiedere quale ingresso usare.
Ricorda che la chiesa si trova in un’area diplomatica. Porta un documento, non entrare con zaini voluminosi se puoi evitarlo, e accetta con calma eventuali richieste del personale. Il gestore non indica restrizioni di accesso particolari per i visitatori, ma la sicurezza di una residenza di ambasciata può cambiare da un giorno all’altro, e la parrocchia è l’unico interlocutore che sa dirti come funziona quella settimana.
Non aspettarti nemmeno un luogo neutro. È una chiesa viva, con fedeli che pregano, bambini che corrono, anziane che accendono candele e un coro che canta. Chi entra con l’atteggiamento del turista in un museo si sente fuori posto in trenta secondi. Chi entra come si entra in una chiesa di paese durante la messa, in silenzio e in fondo, viene accolto senza problemi e spesso con curiosità .
Due momenti dell’anno cambiano completamente il quadro. Il Natale ortodosso, la notte fra il 6 e il 7 gennaio del nostro calendario, e soprattutto la Pasqua, che nell’uso russo si celebra di notte con la processione intorno alla chiesa e il saluto Cristo è risorto ripetuto dal sacerdote. In quelle occasioni la comunità arriva in massa, e chi non è fedele deve mettere in conto folla, attese e controlli più lunghi. Chiedi alla parrocchia se è opportuno partecipare.
Mangiare in zona
La chiesa si trova in una zona di confine fra il quartiere residenziale dell’Aurelio e il circuito turistico del Vaticano, e la differenza a tavola è enorme. Verso via Gregorio VII e le Fornaci mangi come mangiano gli impiegati e le famiglie del quartiere. Verso il colonnato e Borgo entri nella zona più battuta di Roma, dove una parte della ristorazione vive di clienti che non torneranno mai.
Il primo segnale da riconoscere sono i menu con le fotografie dei piatti, plastificati e tradotti in sei lingue. Un locale che ha bisogno di mostrarti l’immagine della carbonara parla a chi non sa che cosa sia. Il secondo è la persona sulla porta che ti ferma e ti invita a sederti: un posto che deve procurarsi i clienti sul marciapiede non ha clienti abituali, e i clienti abituali sono l’unica garanzia che esista.
Il terzo segnale è la signora che tira la sfoglia in vetrina, sotto gli occhi dei passanti. È scenografia, non indizio di qualità : la pasta fresca buona si fa in cucina, al mattino, lontano dalla polvere della strada. Il quarto sono i locali aperti a tutte le ore senza pausa, dalla colazione alla mezzanotte. Una cucina vera ha una brigata che si riposa e prepara, e quindi un orario con una pausa.
Intorno ai grandi monumenti c’è poi la trappola del prezzo adattato al cliente. Voci del menu senza prezzo, pesce del giorno senza cifra al chilo, listini diversi fra i tavoli fuori e la sala dentro, coperto e servizio sommati senza dirlo. Chiedi sempre il prezzo prima di ordinare e controlla il conto. Non è sfiducia, è la normale prudenza che usano anche i romani quando si siedono in un posto nuovo.
Perché i romani non mangiano nei locali davanti ai monumenti non è snobismo. È che quei posti non sono pensati per loro: prezzi alti, cucina standard, fretta di liberare il tavolo. Il criterio è guardare chi c’è seduto. Se alle due del pomeriggio vedi impiegati, operai e famiglie che parlano romano, hai trovato. Per non andare a tentativi, qui c’è la nostra lista dei posti dove mangiamo noi.
Che cosa abbinare in giornata
L’abbinamento naturale è il Gianicolo. Dalla chiesa sali verso San Pietro in Montorio e il Tempietto del Bramante, passi davanti alla Fontana dell’Acqua Paola e arrivi alla zona di Porta San Pancrazio con il Museo della Repubblica Romana. Poco più in là trovi la Basilica di San Pancrazio e il Mausoleo Ossario Gianicolense.
Chi preferisce il verde ha due scelte vicine. Villa Pamphilj, il parco pubblico più grande della città , confina con il mondo delle ville diplomatiche e si gira per ore. Villa Sciarra è più piccola e raccolta. Scendendo verso Trastevere ci sono l’Orto Botanico, Palazzo Corsini e, dall’altro lato del colle, Sant’Onofrio al Gianicolo.
Se sei venuto per San Pietro, la chiesa russa è una deviazione di un’ora che cambia il tono della giornata. Dopo i Musei Vaticani e la Cappella Sistina, o dopo la Necropoli Vaticana, vedere una liturgia ortodossa a poche centinaia di metri aiuta a capire che cosa si sono divise le due Chiese nel 1054. Chiudi in Borgo, con il Passetto e Castel Sant’Angelo.
C’è anche un itinerario delle fedi a Roma che parte da qui. La Sinagoga del Tempio Maggiore, la Grande Moschea, la chiesa anglicana di All Saints, la Chiesa Valdese e il Cimitero acattolico raccontano la Roma delle minoranze. Fuori città , la Sinagoga di Ostia Antica e l’Abbazia greca di San Nilo, di rito bizantino, completano il quadro.
Per la sera, se hai ancora energie, la chiesa russa si abbina bene a una serata a teatro in centro. Il Teatro Argentina si raggiunge in meno di mezz’ora, e dopo una mattina di canto liturgico slavo passare alla prosa italiana in un teatro del Settecento è un contrasto che funziona. In alternativa torna sul Gianicolo al tramonto: la terrazza sopra la città resta il modo migliore per chiudere una giornata da questa parte del Tevere.
Domande frequenti
Si può entrare liberamente nella chiesa russa di Santa Caterina?
Sì, nei giorni e negli orari delle funzioni, che il sito della parrocchia indica il mercoledì, il giovedì, il sabato e la domenica oltre alle grandi feste. L’ingresso non costa nulla e non si prenota. Fuori dalle celebrazioni il gestore non indica un orario di visita, quindi conviene scrivere o telefonare alla parrocchia per sapere quando la chiesa è aperta nella settimana che ti interessa.
Quanto costa visitare la chiesa?
Niente. La chiesa è una parrocchia del Patriarcato di Mosca e non vende biglietti, non organizza visite guidate a pagamento pubblicate online e non ha un bookshop. Al banco delle candele all’ingresso si lascia un’offerta libera se si vuole accendere un cero. Diffida di chiunque proponga un ingresso a pagamento: non esiste un canale di questo tipo gestito dalla parrocchia.
Come ci si deve vestire?
Il gestore non indica un regolamento scritto. L’uso delle chiese ortodosse russe prevede per le donne il capo coperto e una gonna, per gli uomini il capo scoperto, per tutti spalle e ginocchia coperte. Un resoconto di visita del 2023 riferisce che ai turisti il foulard non viene imposto. Portare una sciarpa leggera resta la scelta più semplice e più rispettosa verso chi prega.
Si può visitare Villa Abamelek?
No, non con aperture ordinarie. Villa Abamelek è la residenza dell’ambasciatore della Federazione Russa e il parco di ventisette ettari non è aperto al pubblico. In passato sono state segnalate visite su prenotazione presso l’ambasciata o legate a eventi culturali su invito, ma oggi il gestore non indica nessun calendario. La chiesa ha un accesso autonomo da via del Lago Terrione.
In che lingua si celebra?
La liturgia segue il rito bizantino slavo, con i canti in slavo ecclesiastico, la lingua liturgica della Chiesa russa. Il sito della parrocchia indica che ogni domenica nella chiesa inferiore dei santi Costantino ed Elena si celebra in lingua moldava. Le omelie e gli avvisi sono generalmente in russo. Non si tratta di una funzione pensata per i turisti, ma chi assiste in silenzio è benvenuto.
Si possono fare fotografie?
Il gestore non indica regole scritte sulle fotografie. Durante la liturgia è buona norma non fotografare e non tenere il telefono alzato. A chiesa vuota chiedi a chi è di servizio prima di scattare e non usare il flash sulle icone. Da fuori, la vista migliore delle cupole dorate si ha dalla via di Monte del Gallo e dalle strade intorno a via Gregorio VII.
Quando è stata costruita la chiesa?
La prima pietra è stata benedetta il 14 gennaio 2001, i lavori sono cominciati nel 2003 e la consacrazione solenne è del 24 maggio 2009 secondo il sito della parrocchia, mentre altre fonti indicano il 23 maggio come giorno dell’inaugurazione. L’idea però risale al 1898, quando cominciò una raccolta di fondi autorizzata dallo zar Nicola II e interrotta dalla guerra e dalla rivoluzione.
Come si arriva con i mezzi pubblici?
La stazione più vicina è Roma San Pietro, servita dai treni regionali, da cui si raggiunge via del Lago Terrione a piedi attraverso la zona di via Gregorio VII. Il portale russo dei pellegrinaggi indica anche l’autobus 64 da Termini fino a San Pietro e la metro A fino a Ottaviano, che però richiedono una camminata più lunga. Verifica percorsi e orari sul sito dell’azienda dei trasporti.
Chi ha scritto questa pagina
Questa pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Giorni delle funzioni, contatti e modalità di accesso riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura: trattandosi di una parrocchia con un calendario liturgico proprio, ricontrollali prima di partire e segnalaci quello che trovi cambiato.
Mettere insieme una giornata fra il Vaticano, il Gianicolo e una liturgia ortodossa significa incastrare orari che non dipendono da un museo, feste che seguono un altro calendario, controlli di sicurezza e trasporti che la domenica rallentano, per sé o per un gruppo di quaranta persone. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.
Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, noleggi, aeroporti, spostamenti fra una provincia e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi vulcanici del nord fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.
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