Chiesa Evangelica Metodista
La Chiesa Evangelica Metodista di Roma occupa l'isolato fra via XX Settembre e via Firenze, nel rione Castro Pretorio: il portone del palazzo che ospita gli uffici, la sala di accoglienza e lo sportello sociale è in via Firenze 38, mentre l'ingresso del tempio, quello che porta direttamente in aula, si apre su via XX Settembre al civico 123 c. Sono due porte dello stesso complesso, e questa doppia numerazione è la prima cosa da chiarire, perché manda fuori strada un visitatore su due. Il culto domenicale si tiene la mattina alle 11; l'ingresso è libero e gratuito, come in ogni chiesa evangelica italiana, e non esiste biglietteria perché non esiste biglietto. La fermata utile della metropolitana è Repubblica sulla linea A, a poco più di quattrocento metri di cammino piano; da Termini si arriva a piedi in dieci minuti abbondanti risalendo via delle Terme di Diocleziano e piegando in via XX Settembre, oppure con le linee di superficie che percorrono via Nazionale, fra cui il 40 e il 64, scendendo all'altezza di via Firenze. Gli itinerari dei bus a Roma cambiano con i cantieri: un controllo sull'applicazione del trasporto pubblico prima di uscire di casa fa risparmiare un quarto d'ora di equivoci.
Faccio la guida a Roma da abbastanza anni per sapere che questo indirizzo non compare quasi mai negli itinerari, e lo trovo un peccato di distrazione collettiva. In una sola aula si tengono insieme la storia della breccia di Porta Pia, l'architettura umbertina di via XX Settembre, un ciclo di vetrate firmato dall'artista che ha disegnato l'emblema della Repubblica italiana, un organo piemontese di fine Ottocento e una comunità che oggi prega in italiano, coreano, inglese e twi. Non è un museo, e su questo tornerò più volte: è una chiesa attiva, con una congregazione che ci si riunisce ogni domenica. Si visita con lo stesso garbo con cui si entra in una parrocchia durante la messa, cioè chiedendo, aspettando, togliendo il cappello e abbassando la voce.
Dove si trova la Chiesa Evangelica Metodista e come ci si arriva
L'indirizzo postale che circola più spesso, e quello con cui la comunità è registrata in mezza Roma, è via Firenze 38. Chi arriva da via Nazionale imbocca via Firenze all'altezza del Teatro dell'Opera e in cinquanta metri si trova davanti a un portone monumentale sormontato da lesene bugnate: è il Palazzo Metodista, l'edificio che il metodismo americano si costruì a Roma alla fine dell'Ottocento. Chi invece arriva da piazza San Bernardo o da largo Santa Susanna percorre via XX Settembre e trova l'ingresso del tempio quasi all'angolo, riconoscibile per il portale con timpano e colonne.

Le coordinate pratiche della Chiesa Evangelica Metodista
Il complesso è nel rione Castro Pretorio, a metà strada fra il Quirinale e Porta Pia, sul tratto di via XX Settembre che i romani hanno imparato a chiamare la via dei ministeri: il Ministero della Difesa, il Ministero dell'Economia, la Banca d'Italia in via Nazionale a due passi. La quota è quella alta del colle Quirinale, quindi si cammina in piano rispetto a Repubblica ma in leggera salita se si sale da Termini. Il codice di avviamento postale è 00184 per il lato via Firenze. Il telefono e le caselle di posta della comunità sono pubblicati sul sito ufficiale della Chiesa Evangelica Metodista di Roma, ed è da lì che conviene partire per qualunque richiesta: gli orari di apertura del tempio fuori dal culto dipendono dalle attività della settimana e non sono un orario da museo.
Con i mezzi pubblici alla Chiesa Evangelica Metodista
La metropolitana A serve la zona con due fermate quasi equidistanti, Repubblica e Barberini; la prima è più comoda perché evita la risalita di via delle Quattro Fontane. Dalla stazione Termini, che è il nodo dove scendono i treni regionali e il collegamento con Fiumicino, il cammino è di circa un chilometro. Le linee di superficie che risalgono via Nazionale lasciano a duecento metri; quelle che percorrono via XX Settembre fermano fra largo Santa Susanna e via Firenze. Chi arriva in automobile deve mettere in conto che l'intera area è dentro la zona a traffico limitato del centro storico nelle fasce orarie diurne, che i parcheggi di superficie sono a pagamento e quasi sempre pieni, e che il parcheggio interrato più vicino è quello sotto piazza della Repubblica. Il consiglio è brutale e sincero: qui l'automobile è un errore.
Accessibilità della Chiesa Evangelica Metodista
L'aula di culto è a piano terra e l'accesso dal fronte strada richiede il superamento di pochi gradini; per chi si muove in carrozzina conviene contattare in anticipo la segreteria della comunità e concordare l'ingresso più agevole del complesso, perché il palazzo ha più corpi e più porte e la soluzione pratica esiste. Il matroneo superiore, cioè il ballatoio a ferro di cavallo che corre lungo tre lati dell'aula, si raggiunge invece per scala e non è accessibile a tutti. La comunità risponde con cortesia alle richieste poste per tempo: è gente abituata a ricevere stranieri, migranti, gruppi ecumenici e turisti smarriti, e l'accoglienza fa parte del loro vocabolario teologico prima ancora che del loro galateo.
Che cosa è davvero la Chiesa Evangelica Metodista di via Firenze
Chiariamo il vocabolario, perché in Italia protestante è una parola che molti usano e pochi maneggiano. La Chiesa Evangelica Metodista di Roma è una comunità cristiana protestante che discende dal risveglio inglese del Settecento guidato da John Wesley. Non dipende dal Vaticano, non ha vescovi in senso cattolico, non venera santi né immagini, celebra due sacramenti soltanto, il battesimo e la Santa Cena, e affida il governo della comunità a un consiglio di chiesa eletto dall'assemblea dei membri, che comprende laici e laiche insieme al pastore o alla pastora. Il ministero femminile è pienamente riconosciuto: nel metodismo italiano le donne predicano, presiedono, dirigono, e a Roma questo è un dato di fatto da decenni.
Dal 1975 le chiese metodiste italiane e le chiese valdesi vivono dentro un Patto d'integrazione che le tiene unite in un unico Sinodo pur lasciando a ciascuna la propria identità storica e i propri organismi. Per questo la comunità di via Firenze si presenta come metodista e insieme fa parte dell'Unione delle chiese metodiste e valdesi. Il braccio metodista di quell'unione porta un nome che sembra burocratico ed è invece storia: Opera per le Chiese Evangeliche Metodiste in Italia, in sigla OPCEMI. Chi entra da via Firenze 38 entra dunque, insieme, in una chiesa locale e in un pezzo dell'organizzazione nazionale del protestantesimo italiano.
Un'ultima precisazione lessicale. Nel mondo evangelico l'edificio si chiama tempio, non chiesa: la chiesa è la comunità delle persone, il tempio è il luogo dove si riunisce. Sentirete i membri dire il nostro tempio con la stessa naturalezza con cui un romano dice la mia parrocchia. Non è pedanteria, è teologia: l'edificio non è consacrato, non è sacro in sé, non contiene una presenza da adorare. È un'aula per ascoltare la Parola e cantare. Questo spiega la sobrietà di quello che vedrete dentro, e spiega anche perché nessuno si genufletterà entrando.
Quale chiesa metodista: la mappa delle sedi romane
A Roma le chiese metodiste sono due, e vengono confuse con regolarità imbarazzante anche da guide che dovrebbero saperlo. La prima è quella di cui parlo qui, la comunità italofona di via Firenze 38 e via XX Settembre, erede della missione metodista episcopale americana e sede degli uffici nazionali. La seconda è la Ponte Sant'Angelo Methodist Church, la congregazione anglofona che si riunisce nell'edificio all'imbocco del ponte, con ingresso da via del Banco di Santo Spirito 3 e affaccio sulla piazza di Ponte Sant'Angelo: là il culto è in lingua inglese la domenica mattina alle 10:30, con la Santa Cena la prima domenica del mese, e la comunità nacque come congregazione di lingua inglese a metà degli anni Cinquanta del Novecento.
Perché due chiese metodiste nella stessa cittÃ
La ragione è storica e vale la pena raccontarla, perché spiega mezzo protestantesimo italiano. Nell'Ottocento il metodismo arrivò in Italia da due direzioni diverse e in due momenti diversi: prima i wesleyani inglesi, mandati dalla Wesleyan Methodist Missionary Society di Londra, poi gli episcopali americani della Methodist Episcopal Church. Le due missioni si divisero il territorio con una correttezza che a rileggere i documenti sorprende, evitando di sovrapporsi città per città , ma a Roma finirono per esserci entrambe, perché Roma dopo il 1870 era il simbolo che nessuno voleva lasciare all'altro. Il complesso di via XX Settembre è figlio della missione americana; la presenza anglofona vicino a Castel Sant'Angelo discende invece dal ramo di lingua inglese. Oggi tutte e due fanno parte della stessa famiglia metodista italiana e dello stesso Sinodo con i valdesi, quindi la vecchia divisione è archeologia istituzionale: ma la doppia sede è rimasta, e la doppia sede genera equivoci.
La terza sigla che confonde tutti
C'è poi la Chiesa Evangelica Valdese di piazza Cavour, il tempio con il campanile alto che si vede dal lungotevere, e c'è la comunità valdese di via IV Novembre: sono chiese sorelle, integrate con i metodisti dal 1975, ma non sono la stessa cosa. Se avete un appuntamento e vi hanno detto soltanto chiesa evangelica, chiedete l'indirizzo per esteso. La differenza fra il tempio valdese di piazza Cavour e il tempio metodista di via Firenze è di due chilometri e mezzo e di un Tevere. Chi vuole vedere entrambi in una mattina può farlo, e il confronto architettonico fra i due edifici è uno degli esercizi più istruttivi che consiglio a chi studia l'architettura religiosa di Roma capitale: la pagina della Chiesa Evangelica Valdese serve a preparare la seconda tappa.
Prima del tempio: la chiesa di San Caio e le demolizioni di Roma capitale
Il terreno su cui si alza la Chiesa Evangelica Metodista non era vuoto. Fino agli anni Ottanta dell'Ottocento vi sorgeva la chiesa di San Caio, edificata nel 1631 sotto Urbano VIII su istanza di una comunità di devoti dalmati che cercavano la memoria dell'antico titulus Gai, il titolo presbiterale legato a papa Caio, pontefice del III secolo. Il progetto secentesco è ricondotto a Francesco Peparelli e a Vincenzo della Greca; la chiesa aveva una facciata di buona ambizione e un campanile con cupolino a padiglione. Sotto le sue fondamenta gli studiosi hanno riconosciuto strutture tardoantiche, riferite alla domus dei Nummii, con un mitreo sotterraneo: uno di quei nodi romani in cui il culto di Mitra, il titolo cristiano antico, la chiesa barocca e il tempio protestante si succedono sulla stessa manciata di metri quadrati.
Il piano regolatore del 1881 e la scomparsa di San Caio
Roma capitale aveva fretta. Il piano regolatore del 1881 riscrisse l'altopiano quirinalizio per farne il quartiere dei ministeri, e la chiesa di San Caio finì sotto il piccone a metà del decennio per fare posto al grande palazzo del Ministero della Guerra, oggi Ministero della Difesa, che occupa il tratto basso di via XX Settembre. Non fu un caso isolato: nella stessa stagione sparirono monasteri, orti e conventi che nella Roma papale avevano scandito la Strada Pia, e il tessuto seicentesco venne sostituito da isolati compatti a quattro e cinque piani. La memoria del titolo cardinalizio di San Caio è sopravvissuta come titolo, ma l'edificio no.
Che cosa resta di San Caio sotto la Chiesa Evangelica Metodista
Su questo punto bisogna essere onesti e prudenti. Che il tempio metodista si trovi sull'area della chiesa demolita è documentato, e la memoria della comunità metodista romana lo ripete da sempre; che le fondazioni ottocentesche riutilizzino murature secentesche è affermazione che si legge nelle ricostruzioni storiche, ma non è materia che il visitatore possa verificare con i propri occhi, perché sotto l'aula non c'è oggi un percorso archeologico visitabile. Quello che potete fare è guardare la sequenza urbana: alla vostra sinistra il palazzo di un ministero del Regno d'Italia, davanti a voi un tempio protestante, alle spalle una strada che porta il nome della data in cui i bersaglieri entrarono a Roma. In pochi metri c'è tutta la questione romana.
William Burt, l'uomo che volle la Chiesa Evangelica Metodista in via XX Settembre
Il protagonista di questa storia è un pastore metodista episcopale nato a Padstow, in Cornovaglia, nel 1852 ed emigrato negli Stati Uniti: William Burt, morto nel 1936. Arrivò in Italia nella seconda metà degli anni Ottanta dell'Ottocento per affiancare Leroy Monroe Vernon, il pioniere della missione americana in Italia, e per rimettere ordine in una missione attraversata da tensioni. Dopo le dimissioni di Vernon, alla fine di quel decennio, Burt prese in mano l'intera opera metodista episcopale italiana e cominciò a comportarsi come un costruttore di istituzioni più che come un predicatore itinerante.
Il programma di Burt: non una cappella, una cittadella
L'idea che Burt aveva in testa era ambiziosa fino alla temerarietà : evangelizzare l'Italia formando una nuova classe dirigente colta, laica nei metodi e liberale nelle idee. Per questo non gli bastava una sala di culto. Gli serviva un edificio che contenesse la scuola teologica per formare pastori italiani, un convitto per studenti, gli appartamenti dei professori, gli uffici amministrativi della missione e perfino una casa editrice, La Speranza, con i periodici che diffondevano il messaggio evangelico. Burt fondò riviste, fra cui L'Evangelista, aprì nel 1899 l'Istituto Savonarola come casa per ex sacerdoti cattolici passati al protestantesimo, promosse collegi rivolti ai figli della borghesia, compreso un istituto femminile, e cercò alleanze con gli ambienti anticlericali e massonici della capitale, con i quali condivideva l'avversione al potere temporale.
La compravendita del 30 maggio 1891
Il passo decisivo fu l'acquisto del terreno, che Burt perfezionò il 30 maggio 1891: l'area lasciata libera dalle demolizioni, all'angolo fra la nuovissima via XX Settembre e via Firenze. Comprare lì, nel 1891, significava piantare una bandiera. Il metodismo americano si insediava a poche centinaia di metri dal Quirinale, sulla strada intitolata alla presa di Roma, con la facciata rivolta verso i palazzi del nuovo Stato. Nessuno, allora, considerò l'operazione neutrale, e la stampa cattolica non la prese affatto bene. Burt sarebbe stato eletto vescovo nel 1904 e avrebbe ricevuto dal re Vittorio Emanuele III la croce dei Santi Maurizio e Lazzaro, prima di rientrare negli Stati Uniti nel 1912 e ritirarsi nel 1924. All'ingresso del palazzo di via Firenze 38 una colonna commemorativa ricorda il suo nome: passateci accanto lentamente, perché è il monumento più discreto e più politico dell'isolato.
La costruzione della Chiesa Evangelica Metodista, 1893-1895
La cronologia del cantiere è documentata con una precisione che per un edificio ottocentesco non è scontata. La licenza edilizia venne richiesta il 13 maggio 1893. Nel settembre dello stesso anno fu posata la prima pietra, con una cerimonia presieduta dal vescovo Vincent, e il 9 maggio 1894 si collocò la pietra angolare. In poco più di due anni il complesso era finito: un tempo di costruzione che oggi farebbe impallidire qualunque direzione lavori romana e che allora era reso possibile dal ritmo febbrile dell'edilizia della capitale, con maestranze abbondanti e materiali a portata di ferrovia.
Chi ha progettato la Chiesa Evangelica Metodista
Sulla paternità del progetto le fonti non parlano con una voce sola, e chi vi racconta una versione unica sta semplificando. Il nome che ricorre negli studi è quello di Rodolfo Buti, affiancato da Carlo Busiri Vici, esponente di una dinastia di architetti romani attivissima fra Ottocento e Novecento; parte della letteratura attribuisce l'opera all'uno, parte all'altro, parte a entrambi con ruoli distinti fra progetto e direzione del cantiere. La forma prudente, e corretta, è dire che il palazzo nacque dalla collaborazione fra Buti e Busiri Vici sotto la committenza serrata di Burt, che sul disegno aveva idee proprie e non le teneva per sé.
Un palazzo che contiene un tempio
La scelta tipologica è la cosa più intelligente dell'intera operazione. Invece di costruire una chiesa isolata, riconoscibile come chiesa da lontano, i metodisti costruirono un palazzo da reddito di quattro piani, allineato alla cortina edilizia di via XX Settembre, e ci ricavarono dentro il tempio al piano terra. Il risultato è che l'edificio non grida. Un passante distratto vede un palazzo umbertino come tanti; solo chi alza gli occhi verso l'iscrizione o si ferma davanti al portale con timpano capisce che dietro quelle finestre c'è un'aula di culto. In una città dove le chiese si annunciano con cupole e campanili, la Chiesa Evangelica Metodista pratica un understatement che è insieme prudenza politica e teologia: nessun edificio è sacro, quindi nessun edificio deve sembrarlo.
Il 20 settembre 1895: la data dell'inaugurazione non fu casuale
Il tempio fu inaugurato solennemente dal vescovo Fitzgerald il 20 settembre 1895, venticinquesimo anniversario esatto della breccia di Porta Pia. Chi conosce la storia italiana capisce al volo la portata del gesto. Il 20 settembre 1870 i bersaglieri erano entrati a Roma ponendo fine al potere temporale dei papi; il 20 settembre era diventato festa nazionale del Regno d'Italia e bandiera del laicato anticlericale; scegliere quella data per inaugurare un tempio protestante a duecento metri dal Quirinale significava dichiarare che la libertà religiosa era una conquista del 1870 e che i protestanti italiani ne erano i beneficiari più visibili.
Il contesto: una via che cambia nome e padrone
Via XX Settembre non si è sempre chiamata così. In età romana l'asse era l'Alta Semita, la strada alta che percorreva la dorsale del Quirinale; nel Cinquecento Pio IV la fece riaprire e rettificare e per tre secoli si chiamò Strada Pia, completata intorno al 1565 e conclusa dalla Porta Pia michelangiolesca. Dopo il 1870 il nome cambiò e con esso la funzione: da passeggiata dei cardinali a spina dorsale dello Stato. Il tempio metodista si inserisce in quel racconto come una chiosa protestante a un capitolo risorgimentale.
Che cosa significava allora costruire qui
Bisogna ricordare che fino al 1870 il culto protestante a Roma era possibile soltanto fuori dalle mura o dentro le sedi diplomatiche: gli stranieri di fede riformata si riunivano fuori Porta del Popolo, sotto la protezione delle ambasciate, e ai sudditi pontifici era vietato partecipare. In venticinque anni si passò da quella clandestinità tollerata a un palazzo di quattro piani con la propria scuola teologica sulla via dei ministeri. Non conosco molte trasformazioni urbane che raccontino un mutamento costituzionale con altrettanta chiarezza. Conviene guardare l'edificio pensando alla data: senza quella data, questo edificio non esisterebbe.
L'architettura esterna della Chiesa Evangelica Metodista
Il fronte è in stile tardo rinascimentale, o cinquecentesco come si diceva allora, e usa il bugnato in modo sistematico. Il disegno è organizzato da lesene bugnate giganti che abbracciano il piano terra e il primo piano, imponendo un ritmo verticale che regge tutta la facciata; sopra, i piani si riducono progressivamente d'altezza fino al quarto, chiuso da un motivo ternario di archetti che alleggerisce il coronamento. Al piano terra si aprono dieci alte finestre a bifora con arco a tutto sesto, e il portale è sormontato da un timpano retto da colonne. La cortina non ha ornamenti superflui: nessuna statua, nessun rilievo devozionale, nessuna croce monumentale. Il linguaggio è quello dei palazzi romani del secondo Cinquecento riletto dall'eclettismo umbertino.
Come leggere la facciata della Chiesa Evangelica Metodista
Se volete capire l'edificio in trenta secondi, mettetevi sul marciapiede opposto di via XX Settembre e contate i registri. Basamento bugnato con le bifore: qui c'è il tempio. Primo piano compreso nelle lesene giganti: qui c'erano le funzioni collettive, sale e uffici. Secondo e terzo piano con finestre più basse e sobrie: la residenza, il convitto, gli appartamenti dei professori. Ultimo piano con gli archetti: il servizio. La facciata è una sezione funzionale messa in verticale, e questo modo di far coincidere il disegno con la destinazione è tipico dell'edilizia romana post unitaria, che doveva costruire in fretta, bene e senza sprechi.
La materia: travertino, bugnato, granito
Gli elementi che vale la pena osservare da vicino sono i particolari lapidei: le colonnine di granito che dividono le bifore, con capitelli e basi di marmo bianco, e lo zoccolo di base in granito. Il contrasto fra il grigio del granito e il bianco dei marmi è misurato, quasi timido, e regge bene lo sporco della città . Notate anche la qualità della lavorazione del bugnato: non è un bugnato rustico da fortezza, è un bugnato disegnato, con linee di posa regolari, che serve a dare peso al basamento senza trasformare la facciata in un castello. È un edificio che vuole apparire solido e civile insieme, il che, considerando chi lo pagava e perché, è esattamente il messaggio giusto.
L'interno della Chiesa Evangelica Metodista: l'aula, il matroneo, il soffitto
Si entra e la prima sorpresa è lo spazio: molto più ampio di quanto la facciata lasci prevedere, e soprattutto molto più chiaro. L'aula ha pianta rettangolare, senza navate laterali, senza transetto, senza abside: una sala unica orientata verso il fronte della predicazione. Lungo tre lati corre un matroneo a ferro di cavallo, cioè un ballatoio superiore sorretto da colonne, che raddoppia la capienza e regala il punto di vista più bello dell'intero edificio. Le lesene corinzie sovrapposte, appoggiate su un alto basamento, scandiscono le pareti riprendendo il tema della facciata: fuori bugnato e ordine gigante, dentro ordine corinzio e ripetizione regolare. È l'unità di linguaggio che si insegnava nelle accademie dell'Ottocento, applicata con disciplina.
Il soffitto della Chiesa Evangelica Metodista
Alzate lo sguardo appena entrati, prima ancora di guardare le vetrate: il soffitto è decorato con motivi circolari uguali fra loro, distribuiti in quindici riquadri. Quindici scomparti, quindici cerchi, nessuna figura, nessun cielo dipinto, nessuna gloria di angeli. Chi arriva da una chiesa barocca romana avverte come un vuoto, e il vuoto è voluto: l'ornamento qui ha una funzione ritmica, non narrativa. Non c'è nulla da contemplare in alto perché il centro del culto è in basso e in mezzo, dove si legge e si predica. Conviene fermarsi trenta secondi sotto il centro della sala e contare i riquadri: è il modo più rapido per capire come funziona una chiesa della Riforma.
Le bifore, la luce, il colore
Le grandi bifore a tutto sesto con colonnine di granito, che in facciata leggevamo come elemento di ritmo, dentro diventano macchine di luce. Nelle ore centrali della giornata l'aula riceve una illuminazione diffusa che i vetri colorati filtrano in modo diseguale: chiaro dove il vetro è opalino, saturo dove il disegno impone rossi e blu. Non aspettatevi le grandi cattedrali gotiche del nord Europa: la scala è domestica, il colore è misurato, e proprio questa misura rende la lettura dei simboli più facile. Qui non c'è la vertigine, c'è la leggibilità .
Le vetrate di Paolo Paschetto nella Chiesa Evangelica Metodista
Il pezzo forte dell'aula, quello per cui varrebbe la pena venire anche se non ci fosse altro, sono le vetrate disegnate nel 1924 da Paolo Paschetto e realizzate dalla vetreria di Cesare Picchiarini, il maestro vetraio che a Roma ha formato mezza generazione di artisti e ha lavorato con Duilio Cambellotti e Umberto Bottazzi. Paschetto, nato a Torre Pellice nel 1885 e morto nel 1963, era figlio di un pastore valdese: pittore, incisore, decoratore, insegnante, autore di francobolli e di manifesti, uomo che ha attraversato il Novecento italiano lavorando per lo Stato e per le chiese protestanti insieme.
L'uomo che ha disegnato l'emblema della Repubblica
Il dato che sorprende di più è questo: l'emblema della Repubblica Italiana, la stella dentro la ruota dentata con il ramo di quercia e quello d'ulivo, adottato nel 1948 al termine di due concorsi pubblici, porta la firma di Paolo Paschetto, un valdese delle valli piemontesi. Sui documenti d'identità , sui passaporti, sulle facciate delle prefetture, sulle carte intestate di ogni ufficio pubblico italiano c'è il disegno di un artista protestante formato nella cultura visiva della Riforma. Sembra un'esagerazione: è documentato, e chi vuole approfondire trova materiale nella pagina della mostra Sotto una buona stella dedicata a Paolo Paschetto ai Musei di Villa Torlonia.
Come sono fatte le vetrate della Chiesa Evangelica Metodista
Rispetto alle vetrate che Paschetto realizzò per il tempio valdese di piazza Cavour, quelle metodiste hanno un carattere più geometrico, meno floreale, meno avvolgente: linee nette, campiture larghe, sobrietà quasi grafica. Il repertorio è tutto biblico e antichissimo, quello dei primi secoli cristiani: il cristogramma, la colomba, il giglio, l'agnello, l'ancora, la lampada, la palma, l'arca, la vite, il candelabro. Insieme alle vetrate Paschetto lavorò anche alla decorazione delle pareti, con due grandi immagini che restano i punti focali dell'aula: il roveto ardente e una croce fiorita di gigli.
Il roveto ardente e la croce di gigli: che cosa significano
Il roveto che brucia senza consumarsi viene dal terzo capitolo dell'Esodo, il racconto della chiamata di Mosè, ed è uno dei simboli identitari del protestantesimo europeo: lo si trova nello stemma di molte chiese riformate come immagine della comunità perseguitata che non si estingue. Metterlo in un tempio costruito da una minoranza religiosa nella capitale del cattolicesimo era una dichiarazione, non una decorazione. La croce fiorita di gigli, invece, unisce il segno della passione al segno della purezza e della resurrezione: la morte che germoglia. Sono immagini che si spiegano in un minuto e si ricordano per sempre, ed è esattamente il motivo per cui la cultura visiva protestante le predilige rispetto ai cicli narrativi complessi.
Un consiglio sulle vetrate
Se potete scegliere l'orario, venite quando il sole è alto: le vetrate rendono il massimo con luce diretta e diventano opache e spente nelle giornate di pioggia. E guardatele due volte: la prima dal piano dell'aula, la seconda, se vi consentono di salire, dal matroneo, dove il disegno si legge alla stessa altezza dell'occhio e la mano di Paschetto si capisce meglio. Il salto di qualità fra la visione dal basso e quella dal ballatoio è la cosa che i visitatori apprezzano di più.
L'organo della Chiesa Evangelica Metodista
Lo strumento è un organo a canne costruito nel 1895 da Carlo Vegezzi-Bossi, cioè dalla più importante dinastia organaria piemontese dell'Ottocento, con tredici registri distribuiti su due manuali e pedale. Nel 1980 la trasmissione è stata elettrificata, intervento che ha reso lo strumento più agevole da suonare e che gli organologi discutono da sempre, perché la trasmissione meccanica originaria dà un tocco che l'elettrificazione modifica. Tredici registri sono un organo di taglia media, adatto a sostenere il canto di assemblea e a reggere il repertorio corale: nel metodismo il canto non è un ornamento del culto, è il culto.
Perché un organo italiano in una chiesa fondata dagli americani
Il particolare è divertente. Il metodismo romano è nato da una missione americana, il denaro veniva da oltreoceano, il modello organizzativo pure; ma per l'organo si scelse un costruttore italiano di primissimo livello, torinese, nel pieno della stagione in cui l'organaria italiana si stava rinnovando sul modello sinfonico francese. È una scelta di radicamento: si costruisce in Italia, si suona all'italiana, si canta in italiano. Il metodismo italiano ha sempre insistito su questo punto e ha sempre respinto l'accusa di essere una religione straniera importata; la scelta dell'organo, minuscola in apparenza, va nella stessa direzione.
Musica e concerti nella Chiesa Evangelica Metodista
L'aula ha un'acustica generosa e una capienza raccolta, quindi da anni ospita anche concerti di musica classica e sacra aperti al pubblico, con programmi che vanno dal barocco alle stagioni corali. Sono iniziative che si annunciano di volta in volta: la comunità concede l'uso degli ambienti per attività compatibili con la vita della chiesa e ha un indirizzo dedicato alle richieste di utilizzo dei locali. Chi ama la musica dal vivo in luoghi non scontati farebbe bene a tenere d'occhio i cartelloni: sentire un ensemble sotto il matroneo di via XX Settembre è un'esperienza diversa dal sentirlo in una sala da concerto, e la differenza consiste tutta nel riverbero corto e nell'assenza di scenografia.
Gli arredi della Chiesa Evangelica Metodista: pulpito, tavolo, Bibbia aperta
Un cattolico che entra qui per la prima volta cerca istintivamente tre cose e non ne trova nessuna: l'altare, il tabernacolo, le immagini dei santi. Al posto dell'altare c'è un tavolo di legno, quello della Santa Cena, e sopra il tavolo una Bibbia aperta rivolta verso l'assemblea. Non è un dettaglio d'arredo, è la sintesi di una teologia: il libro aperto verso il popolo significa che la Parola appartiene a tutti e va letta da tutti, in lingua comprensibile, senza mediazioni. È lo stesso principio per cui la Riforma tradusse la Bibbia nelle lingue nazionali e per cui i metodisti inglesi del Settecento insegnavano a leggere ai minatori.
Il pulpito del 1930
Il pulpito ligneo, realizzato nel 1930, è il fuoco visivo dell'aula. Non è appeso a una colonna a metà navata come i pulpiti medievali, non serve a farsi sentire da lontano: è collocato frontalmente, di poco rialzato, perché il predicatore deve essere visto e udito da tutta l'assemblea compreso il matroneo. La predicazione nel culto metodista dura in genere fra i venti e i trenta minuti ed è il momento centrale della liturgia insieme al canto: chi assiste per la prima volta noti la quantità di tempo dedicata all'ascolto e alla musica rispetto a quella dedicata al rito.
La sobrietà come scelta e non come povertÃ
C'è chi esce da qui dicendo che è spoglia. Non è spoglia: è disciplinata. Una chiesa protestante non è povera per mancanza di mezzi, è essenziale per convinzione, perché ritiene che l'immagine devozionale rischi di sostituire l'ascolto. Il paradosso di via Firenze è che questa essenzialità convive con un palazzo costoso, con un organo di marca e con un ciclo decorativo di un artista importante: la sobrietà riguarda i contenuti del culto, non la qualità della costruzione. È una distinzione fine, e capirla trasforma la visita.
Chi erano John e Charles Wesley, i padri del metodismo
Per capire che cosa succede la domenica mattina in via XX Settembre bisogna tornare all'Inghilterra del Settecento. John Wesley, nato nel 1703 e morto nel 1791, era un sacerdote anglicano, figlio di un pastore e di Susanna Wesley, donna di ferro e di cultura che educò personalmente una dozzina di figli. A Oxford, verso la fine degli anni Venti del Settecento, John, il fratello Charles e un gruppetto di studenti fondarono un sodalizio per pregare, studiare la Bibbia, digiunare, visitare i carcerati e assistere i poveri secondo un programma rigidamente regolato. I compagni li chiamarono per scherno metodisti, cioè quelli che fanno tutto con metodo. Il soprannome sarcastico è diventato il nome di una delle famiglie cristiane più diffuse al mondo.
Il 24 maggio 1738 e il cuore stranamente riscaldato
La svolta biografica di John Wesley è datata: la sera del 24 maggio 1738, in una riunione ad Aldersgate Street a Londra, durante la lettura della prefazione di Lutero alla Lettera ai Romani, Wesley provò quella che descrisse come un cuore stranamente riscaldato, secondo la sua celebre espressione, e la certezza di essere accolto da Dio. Da quella esperienza nacque la sua predicazione itinerante. Wesley percorse a cavallo, nel corso della vita, decine di migliaia di chilometri, predicò all'aperto quando i pulpiti anglicani gli vennero chiusi, organizzò i convertiti in società , classi e circuiti, e inventò un sistema di formazione dei laici che permetteva alla predicazione di continuare senza di lui.
Charles Wesley e la teologia cantata
Se John organizzava, Charles cantava. Charles Wesley, nato nel 1707 e morto nel 1788, ha scritto una quantità di inni che si conta in migliaia, molti dei quali si cantano ancora oggi in tutto il mondo anglofono e non solo. Il metodismo ha imparato la propria dottrina cantandola, ed è una delle ragioni per cui in una chiesa metodista il canto d'assemblea ha un ruolo che in altre tradizioni ha soltanto il sermone. Quando in via Firenze si canta con l'organo del 1895, quello che si sente è la coda lunga di una intuizione pastorale del Settecento inglese: la gente ricorda quello che canta molto più di quello che ascolta.
Santificazione, metodo, impegno sociale
La teologia wesleyana insiste su alcuni nodi: la grazia offerta a tutti e non a pochi predestinati, la conversione personale come esperienza reale, la santificazione come cammino di crescita che dura tutta la vita, la fede che si verifica nelle opere. Da qui deriva la vocazione sociale che ha accompagnato il metodismo ovunque sia arrivato: scuole, orfanotrofi, dispensari, battaglie contro la schiavitù, sostegno al movimento operaio, temperanza, alfabetizzazione. In Inghilterra si è detto per un secolo che il laburismo doveva più al metodismo che a Marx: è una battuta, ma come tutte le buone battute contiene una statistica. Il legame fra fede e servizio spiega anche perché la comunità romana, oggi, sia riconosciuta in città più per la sua diaconia che per la sua architettura.
Il metodismo arriva in Italia: wesleyani ed episcopali
Il metodismo entra in Italia con l'Unità , e non è una coincidenza. Nel 1859 sbarca in penisola William Arthur, segretario della Wesleyan Methodist Missionary Society di Londra, con il compito di capire che cosa fosse possibile fare in un paese che si stava unificando e che, per la prima volta, stava scrivendo norme sulla libertà dei culti. Subito dopo arrivano i missionari destinati a restare: Richard Green, che si stabilisce a Firenze all'inizio degli anni Sessanta, e soprattutto Henry James Piggott, presente dal 1861, l'uomo che organizzerà il metodismo wesleyano italiano e ne resterà la figura di riferimento per decenni. Le prime comunità nascono nel centro e nel nord, si struttura una organizzazione con distretti, si cominciano a formare predicatori italiani.
Gli episcopali americani e Leroy Monroe Vernon
Il secondo ramo arriva da ovest. La Methodist Episcopal Church degli Stati Uniti invia in Italia Leroy Monroe Vernon, nato nel 1838 e morto nel 1896, che apre la missione americana all'inizio degli anni Settanta dell'Ottocento e nel 1874 dà forma alla Chiesa Metodista Episcopale d'Italia, con Bologna fra i primi centri e Roma subito nel mirino. La presenza episcopale nella capitale si consolida negli anni immediatamente successivi alla breccia, quando il diritto di aprire luoghi di culto non cattolici dentro le mura era una novità assoluta e ogni sala affittata era una notizia da giornale.
Due metodismi, due sociologie
Le due missioni non erano identiche e nemmeno interscambiabili. I wesleyani reclutarono soprattutto fra contadini, minatori, artigiani, nelle valli e nei borghi; gli episcopali si rivolsero alle città , ai professionisti, agli insegnanti, ai commercianti, e investirono massicciamente nell'istruzione. Nella pratica si divisero il campo per evitare la concorrenza, e la divisione tenne fino al Novecento. Entrambi i rami produssero opere sociali di dimensioni notevoli rispetto ai numeri della loro base: orfanotrofi, scuole professionali, istituti femminili, case editrici. Fra il 1903 e il 1905 confluirono nelle due chiese metodiste anche comunità della Chiesa Evangelica Italiana, un altro pezzo dell'evangelismo risorgimentale.
Il metodismo sotto il fascismo
Il ventennio fu duro. Le minoranze religiose vennero sospettate di essere agenzie straniere, il Concordato del 1929 consolidò il primato cattolico, molte opere metodiste chiusero o vennero ridimensionate, e i finanziamenti dall'estero, che avevano sostenuto il sistema costruito da Burt, si prosciugarono dopo la crisi del 1929. Il progetto ambizioso di formare una classe dirigente evangelica in Italia si spense, e il metodismo italiano si ridusse a una rete di comunità piccole e tenaci. Chi guarda oggi il palazzo di via Firenze deve immaginarlo anche in quegli anni: uffici semivuoti, scuole chiuse, un tempio che continuava a riempirsi la domenica mattina perché una congregazione, quella, era rimasta.
Dal 1946 al 1975: unificazione, autonomia e Patto d'integrazione
Nel 1946, appena finita la guerra, i due rami del metodismo italiano si unificarono nella Chiesa Evangelica Metodista d'Italia, chiudendo una separazione che durava da settant'anni. Nel 1961 arrivò il riconoscimento giuridico con decreto del Presidente della Repubblica, e nel 1962 il metodismo italiano ottenne piena autonomia dalla chiesa madre britannica: una data che nella memoria interna vale quanto una indipendenza nazionale, perché significò che le decisioni sulle comunità italiane si prendevano in Italia.
Il Patto d'integrazione del 1975
Il passaggio decisivo è del 1975, quando il Sinodo valdese e la Conferenza metodista approvarono il Patto d'integrazione. Non fu una fusione che cancella, fu una integrazione che conserva: le chiese metodiste mantennero il nome, la storia, la spiritualità wesleyana e un proprio ente, e insieme entrarono nel Sinodo unico che dal 1979 governa l'Unione delle chiese metodiste e valdesi. Il braccio metodista prese il nome di Opera per le Chiese Evangeliche Metodiste in Italia, OPCEMI, riconosciuta con decreto del Presidente della Repubblica nel 1979. Da allora un pastore può servire indifferentemente una comunità valdese o metodista, la formazione teologica è comune presso la Facoltà valdese di Roma, e le decisioni si prendono insieme.
Perché quel patto conta ancora oggi
Conta per una ragione pratica prima ancora che teologica: ha permesso a due minoranze piccole di smettere di duplicare strutture e di concentrare le forze su scuole, ospedali, case di riposo, progetti per i migranti e, dal 1993, sulla destinazione dell'otto per mille che l'Unione riceve e distribuisce integralmente in progetti sociali e culturali senza usarne una lira per il culto e per gli stipendi dei pastori. Se in Italia sentite parlare di corridoi umanitari, di programmi di accoglienza legale per rifugiati, sappiate che una parte consistente di quella macchina nasce nel mondo valdese e metodista, e che il palazzo di via Firenze 38 è uno dei suoi indirizzi.
Il palazzo della Chiesa Evangelica Metodista come cittadella evangelica
Dietro la facciata di via XX Settembre, per decenni, c'è stata molto più di una sala di culto. Il complesso ospitava la scuola teologica avviata da Burt insieme a E. S. Stackpole per formare pastori italiani, un convitto maschile per gli studenti, gli appartamenti dei professori, gli uffici amministrativi della missione e la casa editrice La Speranza, con le sue riviste. Nell'idea del fondatore l'edificio doveva essere una macchina culturale completa: si formava il pastore, lo si alloggiava, si stampava il periodico che avrebbe diffuso la sua predicazione, si amministravano le comunità della penisola, e a piano terra si celebrava il culto.
Le altre opere metodiste a Roma
Fuori dall'isolato, la stessa impresa produsse un campus sul Monte Mario e istituti scolastici destinati alle famiglie della borghesia, fra cui una scuola femminile intitolata a Crandon. Erano scommesse pedagogiche esplicite: portare in Italia il modello educativo anglosassone, con l'attenzione all'inglese, alle scienze, allo sport, alla responsabilità individuale. Il progetto non sopravvisse alle guerre e alla crisi, ma ha lasciato tracce nella storia dell'istruzione privata romana e nella memoria di generazioni di famiglie che ci passarono. Oggi in via Firenze 38 restano gli uffici dell'ente metodista nazionale, gli spazi comunitari e lo sportello sociale.
Il Centro di Documentazione Metodista
La memoria di questa vicenda è curata da un organismo nato nel 2009, il Centro di Documentazione Metodista, che raccoglie fonti e promuove ricerche sul metodismo italiano in collaborazione con l'università e con l'editoria specializzata, pubblicando gli atti dei propri convegni. Non è un museo aperto al pubblico con orari da visita: è uno strumento per studiosi, e chi ha interessi di ricerca lo contatta preventivamente. Lo cito perché è l'ente giusto a cui rivolgersi se cercate documenti sulla costruzione del tempio, sulle scuole metodiste o sulle biografie dei pastori dell'Ottocento.
La Chiesa Evangelica Metodista oggi: una comunità interculturale
Se venite qui aspettandovi una congregazione di anziani italiani rimarrete spiazzati. La comunità metodista di Roma è da anni una delle realtà più internazionali della città : accanto alla congregazione italofona convivono gruppi di lingua coreana, filippina e ghanese, ciascuno con i propri momenti di culto e le proprie tradizioni musicali, dentro lo stesso edificio. Il coro, gli studi biblici, la scuola domenicale per i bambini e le assemblee comuni mettono insieme provenienze che in un quartiere di ministeri non ci si aspetterebbe. Nelle domeniche in cui le comunità celebrano insieme, l'aula del 1895 sente cantare lo stesso inno in tre lingue diverse, e vi assicuro che il risultato non somiglia a nulla di quello che si sente altrove a Roma.
Il culto domenicale nella Chiesa Evangelica Metodista
Il culto italiano si tiene la domenica mattina alle 11 e dura all'incirca un'ora e un quarto. La struttura è semplice: invocazione, canto d'assemblea, preghiera, letture bibliche, predicazione, intercessioni, offerta, benedizione. La Santa Cena si celebra in date stabilite dal calendario della comunità ed è aperta a chiunque creda, senza controlli e senza appartenenza formale: nel mondo metodista si dice che la tavola non è della chiesa, è del Signore. Chi viene da fuori è accolto, spesso salutato per nome all'uscita, e talvolta invitato al caffè che segue. Non c'è obbligo di offerta e nessuno passerà a chiedervi nulla: il cestino circola, si lascia se si vuole.
Che cosa aspettarsi se non si è credenti
Molti visitatori si chiedono se sia lecito assistere da non credenti o da cattolici. La risposta è sì, senza infingimenti: basta comportarsi con rispetto, spegnere il telefono, evitare di fotografare durante il culto, alzarsi e sedersi quando lo fa l'assemblea o restare seduti se si preferisce. Nessuno vi chiederà di dichiarare la vostra fede, nessuno vi metterà in imbarazzo. Se volete capire il protestantesimo italiano dall'interno, un'ora in questa aula insegna più di tre libri, perché vedrete come si prega senza immagini, come si canta insieme, come si ascolta un sermone e come una comunità di minoranza tiene insieme persone di quattro continenti.
La diaconia della Chiesa Evangelica Metodista
Il volto quotidiano di questa comunità è il lavoro sociale, che nel vocabolario evangelico si chiama diaconia, dal greco servire. Nel palazzo di via Firenze 38 funziona uno sportello dedicato al lavoro e alle questioni migratorie, aperto al pubblico il mercoledì mattina dalle 9:30 alle 13:30, dove si aiutano le persone a orientarsi fra pratiche, documenti e ricerca di occupazione. Accanto allo sportello, la comunità porta avanti la distribuzione di pacchi alimentari a famiglie in difficoltà economica.
Breakfast Time e la scuola di italiano
Il progetto più conosciuto in quartiere si chiama Breakfast Time e consiste nella distribuzione di una colazione calda alle persone senza dimora della zona, con indumenti e coperte nei mesi freddi. Non è assistenza anonima: l'impostazione dichiarata è la reciprocità , cioè servire con le persone e non semplicemente per le persone, chiedendo che cosa serve invece di decidere a tavolino. La scuola di italiano per stranieri, che prepara anche alle prove richieste per i permessi di soggiorno, si tiene negli spazi della comunità metodista di Ponte Sant'Angelo con insegnanti provenienti da più associazioni: è l'esempio migliore di come le due sedi romane, quella italofona e quella anglofona, lavorino come un organismo solo.
Perché la diaconia spiega l'architettura
C'è un filo diretto fra il roveto ardente sulla parete e la colazione distribuita alle sette del mattino sul marciapiede. Il metodismo nasce fra i minatori inglesi e i carcerati di Oxford; arriva in Italia con scuole e orfanotrofi; costruisce a Roma un palazzo che contiene aule e uffici oltre al tempio. In tutte e tre le fasi la stessa idea: la fede si misura in servizio. Per capire questa chiesa non guardate soltanto le vetrate, guardate chi entra dal portone il mercoledì mattina.
Come si visita la Chiesa Evangelica Metodista
Ripeto la premessa perché è la cosa che più spesso viene fraintesa: la Chiesa Evangelica Metodista non è un museo, non ha biglietteria, non ha orari di visita turistica, non ha un percorso segnalato e non ha personale di custodia a disposizione dei visitatori. È un luogo di culto attivo e insieme la sede di uffici che lavorano. Da questo discende tutto il resto.
Le tre strade per entrare
La prima e più semplice: partecipare al culto domenicale delle 11. È aperto a chiunque, è gratuito, e nessuno vi guarderà storto se restate in fondo. La seconda: presentarsi in occasione di un concerto o di un incontro pubblico ospitato nell'aula, quando l'edificio è aperto e la visita è naturale. La terza, per gruppi e per chi ha un interesse specifico: scrivere in anticipo alla comunità , spiegare chi siete e che cosa vi interessa, e concordare un momento compatibile con le attività . La comunità gestisce le richieste di uso e visita degli spazi tramite i contatti pubblicati sul proprio sito, ed è quella la via corretta. Presentarsi senza preavviso sperando che qualcuno apra è il modo migliore per trovare il portone chiuso.
Il galateo del visitatore nella Chiesa Evangelica Metodista
Poche regole, tutte di buon senso. Abbigliamento normale e ordinato, nessun obbligo di velo o di spalle coperte come in certe basiliche, ma nemmeno costume da spiaggia. Telefono silenzioso. Niente fotografie durante il culto; fuori dal culto si chiede prima, e la risposta è quasi sempre affermativa. Nessun flash verso le vetrate, che oltre a essere maleducato non serve a niente dal punto di vista fotografico. Se entrate a culto iniziato, sedetevi nell'ultima fila senza attraversare l'aula. Se vi rivolgono la parola, rispondete: qui la stretta di mano all'ingresso è prassi, non invadenza.
Quanto tempo serve
Per una visita all'aula, con lettura delle vetrate e sguardo al matroneo, bastano venti minuti; se vi interessa la storia dell'edificio e volete far domande a qualcuno della comunità , mettete in conto un'ora. Il culto domenicale dura poco più di un'ora. Un gruppo che voglia inserire la Chiesa Evangelica Metodista in un itinerario su Roma capitale può calcolare quaranta minuti compresa la sosta in strada per leggere la facciata e la colonna dedicata a William Burt.
Con i bambini
La comunità ha una scuola domenicale, quindi i bambini non sono un problema, sono la normalità . Ai più piccoli in visita conviene dare un compito concreto: contare i quindici riquadri del soffitto, trovare la colomba, l'ancora, la lampada e l'agnello nelle vetrate, capire perché il libro sul tavolo è aperto verso di loro e non verso il pastore. Sono giochi di osservazione che funzionano bene tra i sei e i dodici anni e che, senza prediche, spiegano una differenza culturale che a molti adulti resta oscura.
Quando andare alla Chiesa Evangelica Metodista
La stagione migliore è quella con luce alta e cielo pulito, quindi la tarda primavera e il primo autunno; in pieno agosto molte attività comunitarie si fermano e la vita del palazzo rallenta, come rallenta tutta Roma. La fascia oraria che consiglio per la luce sulle vetrate è quella centrale, fra le 11 e le 15. Se il vostro interesse è la comunità e non soltanto l'edificio, l'unico momento giusto è la domenica mattina.
Le date che cambiano il tono della visita
Alcuni appuntamenti dell'anno rendono la visita più densa. Il 20 settembre, anniversario della breccia e dell'inaugurazione del tempio, è la giornata simbolica per eccellenza del protestantesimo romano, e nel quartiere si organizzano incontri e momenti commemorativi. Il 17 febbraio è la festa valdese per eccellenza, la memoria delle Lettere Patenti del 1848 che concessero i diritti civili ai valdesi del Piemonte, e nelle chiese dell'Unione si celebra con culti e riunioni. La Domenica della Riforma, l'ultima di ottobre, e il periodo dell'Avvento portano concerti e liturgie corali. Se capitate a Roma in uno di questi momenti, è il caso di verificare il calendario della comunità .
Quando evitare
Evitate di presentarvi durante le assemblee di chiesa, i funerali, i matrimoni e le riunioni degli organi nazionali che si tengono nel palazzo: sono momenti in cui la presenza di estranei con la macchina fotografica è fuori luogo. Evitate anche il mercoledì mattina se cercate una visita tranquilla, perché è il giorno dello sportello e il portone lavora. Il sabato pomeriggio, al contrario, è spesso il momento in cui l'edificio è più silenzioso, ma anche quello in cui è più facile trovarlo chiuso: senza un contatto preso in anticipo si rischia il viaggio a vuoto.
Cosa vedere intorno alla Chiesa Evangelica Metodista
Uno dei punti di forza di questo indirizzo è che si trova al centro di un raggio di dieci minuti a piedi che contiene una quantità impressionante di Roma diversa: acqua, terme, teatri, ministeri, palazzi papali, arte antica e arte del Novecento.
A due minuti a piedi
Uscendo in via Firenze e piegando a destra si arriva subito al Teatro dell'Opera di Roma, la sala che nacque come Teatro Costanzi nel 1880 e che oggi conserva il nome della piazza dedicata a Beniamino Gigli: il retro del teatro guarda proprio verso via Firenze. Scendendo per via Nazionale si incontra il Palazzo delle Esposizioni di Pio Piacentini, inaugurato nel 1883, che è la macchina espositiva più grande del centro storico. Sul lato opposto, verso piazza San Bernardo, ci sono la fontana dell'Acqua Felice con il Mosè di Prospero Antichi e la chiesa di Santa Maria della Vittoria con la Cappella Cornaro di Gian Lorenzo Bernini, dove si trova l'Estasi di santa Teresa: quattrocento metri, non di più.
A dieci minuti a piedi
Verso Termini si raggiungono le Terme di Diocleziano con la basilica di Santa Maria degli Angeli ricavata da Michelangelo nel tepidarium, e a pochi passi la Aula Ottagona, uno degli ambienti termali meglio conservati della città . Sull'altro lato di piazza dei Cinquecento c'è Palazzo Massimo alle Terme con gli affreschi della Villa di Livia, che considero la sala più bella di tutta la Roma archeologica al coperto. Salendo verso il colle si arriva al Palazzo del Quirinale e alle Scuderie del Quirinale; scendendo verso via delle Quattro Fontane si incontra Palazzo Barberini con la Galleria Nazionale d'Arte Antica. In quindici minuti si è alla Fontana di Trevi o alla basilica di Santa Maria Maggiore.
Una deviazione consigliata
A cento metri da via Nazionale, in via Marco Minghetti, si apre la Galleria Sciarra, cortile liberty affrescato con il ciclo della virtù femminile, gratuito e quasi sempre deserto. Il contrasto fra la sobrietà protestante di via Firenze e l'esuberanza decorativa della Sciarra è un modo eccellente per capire due idee opposte di immagine, a dieci minuti l'una dall'altra, nella stessa città e nello stesso decennio di costruzione.
Roma protestante: un itinerario che parte dalla Chiesa Evangelica Metodista
La città delle minoranze religiose è una Roma parallela, poco raccontata e ricchissima. Un itinerario di mezza giornata, tutto a piedi o con una tratta di metropolitana, può cominciare qui e mettere insieme quattro secoli di storia della libertà di culto.
Le tappe dell'itinerario
Prima tappa la Chiesa Evangelica Metodista fra via Firenze e via XX Settembre, con la lettura della facciata e delle vetrate di Paschetto. Seconda tappa il tempio della Chiesa Evangelica Valdese di piazza Cavour, costruito nei primi anni del Novecento, dove Paschetto lavorò con un registro decorativo più ricco e floreale. Terza tappa la comunità metodista anglofona all'imbocco di ponte Sant'Angelo, a due passi da Castel Sant'Angelo. Quarta tappa, per chi vuole allargare lo sguardo alle minoranze non cristiane, la Sinagoga di Roma con il Museo Ebraico, dove si racconta la storia della più antica comunità ebraica d'Europa e la fine del ghetto, che è del 1870 anche quella.
Il filo rosso da tenere in mano
Il filo è la data. Prima del 20 settembre 1870 a Roma non si poteva costruire un tempio protestante dentro le mura, la comunità ebraica viveva sotto vincoli secolari e la libertà religiosa era un principio di altri Stati. Dopo, in trent'anni, la città si riempie di edifici di culto delle minoranze: metodisti, valdesi, anglicani, battisti, luterani, la nuova sinagoga sul lungotevere. Guardarli in sequenza significa vedere una costituzione che si traduce in architettura. E significa anche capire perché il tempio di via Firenze sia stato inaugurato proprio in un anniversario: in quegli anni, per le minoranze, le date erano argomenti.
Una curiosità sulla Chiesa Evangelica Metodista
La curiosità che preferisco riguarda un oggetto che avete in tasca. L'emblema della Repubblica Italiana, la stella a cinque punte sulla ruota dentata fra il ramo di quercia e quello d'ulivo, che compare sulla carta d'identità , sul passaporto, sulle insegne delle prefetture e sulle carte intestate di ogni ministero, fu disegnato da Paolo Paschetto, artista valdese nato a Torre Pellice nel 1885, lo stesso uomo che nel 1924 realizzò le vetrate e le decorazioni murali della Chiesa Evangelica Metodista di Roma. Significa che la mano che ha dato un volto grafico allo Stato italiano nato dalla Costituzione aveva già lavorato, vent'anni prima, dentro un tempio protestante a duecento metri dal Quirinale. Nel paese con la più alta concentrazione di simboli cattolici al mondo, il simbolo dello Stato porta la firma di un membro di una minoranza che al momento dell'unità era appena uscita da secoli di discriminazione.
La seconda curiosità è nella data. Il tempio venne inaugurato il 20 settembre 1895, esattamente venticinque anni dopo la breccia di Porta Pia, e sorge sulla strada che di quella breccia porta il nome. Non fu un caso, fu un manifesto: i metodisti stavano dicendo alla città che la loro esistenza legale dentro le mura di Roma era figlia del 1870. Ancora oggi, quando il calendario porta al 20 settembre, in quell'aula si celebra un doppio anniversario, civile e religioso insieme, cosa che a Roma sanno fare in pochissimi.
Terza curiosità , per chi ama le stratificazioni: sotto e attorno a questo isolato si sono succeduti un mitreo tardoantico riferito alla domus dei Nummii, un titolo cristiano antico legato a papa Caio, una chiesa secentesca costruita per una comunità di devoti dalmati, un cantiere di demolizione voluto dal piano regolatore del 1881 e infine un tempio protestante costruito con denaro americano. Cinque religioni o confessioni diverse, o quasi, sulla stessa manciata di metri quadrati, in diciotto secoli. Roma fa così: cambia il culto e tiene il posto.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Chiesa Evangelica Metodista
Nessuno vi dice che questo indirizzo ha due porte e due numeri civici, e che scegliere quella sbagliata significa suonare a un citofono che non risponde. Via Firenze 38 è il portone del palazzo, dove funzionano gli uffici, lo sportello sociale e gli spazi comunitari; via XX Settembre 123 c è l'ingresso del tempio, quello che porta direttamente in aula ed è quello aperto per il culto della domenica. Nelle guide, negli elenchi cittadini e nelle mappe l'indirizzo che compare è quasi sempre il primo, perché è l'indirizzo postale storico dell'ente; ma se domenica alle 11 vi presentate davanti al portone di via Firenze e trovate chiuso, non è che la chiesa non esista: siete semplicemente sul lato sbagliato dell'isolato. Girate l'angolo.
La seconda cosa che raramente viene detta è che qui non esiste il turismo di massa e non esiste nemmeno il turismo organizzato. Non troverete custodi, biglietti, audioguide, cartelli esplicativi, negozio di souvenir. Se volete entrare fuori dagli orari del culto dovete scrivere prima e concordare, e la comunità ha un indirizzo di posta elettronica dedicato alle richieste di utilizzo degli spazi. Molti visitatori interpretano questa assenza di servizi come chiusura: è l'opposto, è una comunità piccola che non ha un ufficio turistico e che, se avvisata, si organizza per accogliervi con una cortesia che nessun museo può permettersi.
Terza cosa, la più sorprendente per un romano: il mercoledì mattina, dalle 9:30 alle 13:30, in questo palazzo funziona uno sportello per il lavoro e le questioni migratorie, e nelle stagioni fredde la comunità distribuisce colazioni calde, coperte e vestiario alle persone senza dimora del quartiere. Chi immagina il protestantesimo romano come una faccenda di libri e di sermoni farebbe bene a passare da via Firenze in quelle ore. La differenza fra un edificio e una chiesa consiste esattamente in questo: l'edificio ha una facciata, la chiesa ha un orario di apertura per chi non ha nulla.
Il consiglio che ti do per visitare la Chiesa Evangelica Metodista
Il consiglio è secco: venite la domenica alle 11 e partecipate al culto. Non esiste un altro modo di vedere questo luogo per quello che è. Presentatevi dieci minuti prima dall'ingresso di via XX Settembre, salutate chi è alla porta, dite che è la prima volta e chiedete dove potete sedervi: vi indicheranno un posto e vi daranno il libro degli inni. Non serve sapere le risposte liturgiche, non serve essere protestanti, non serve fare nulla se non ascoltare. Alla fine, se restate per il caffè, avrete la possibilità di fare le domande che vi interessano davvero a persone che rispondono volentieri, e che di visitatori curiosi ne vedono abbastanza da non stupirsi.
Il secondo consiglio riguarda la luce e vale per chi entra da fotografo o da appassionato di arti decorative. Le vetrate di Paschetto vivono di sole diretto: in una mattina limpida di aprile o di settembre la geometria dei simboli si stacca dal vetro e il rosso dell'agnello e il blu della colomba diventano leggibili anche dal fondo dell'aula. In una giornata di pioggia lo stesso ciclo appare grigio e piatto e vi porterete a casa una delusione. Guardate il cielo prima di scegliere il giorno.
Il terzo consiglio è di metodo, e lo do a chi organizza itinerari. Non mettete la Chiesa Evangelica Metodista come tappa isolata, perché da sola dura venti minuti e rischia di sembrare poca cosa. Costruitele attorno un percorso tematico: Roma capitale e la questione romana, con via XX Settembre, i ministeri, Porta Pia e il 1870; oppure Roma delle minoranze religiose, con il tempio valdese di piazza Cavour e la sinagoga sul lungotevere; oppure ancora Paschetto e le arti decorative del primo Novecento, mettendo insieme le vetrate metodiste e quelle valdesi. Dentro un racconto, questo luogo diventa memorabile. Fuori da un racconto, resta un bel portone in un quartiere di uffici.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto è questo: dal 1975 metodisti e valdesi in Italia vivono dentro un Patto d'integrazione, e questo significa che la comunità di via Firenze fa parte di una chiesa che, fra quelle che ricevono l'otto per mille, ha scelto per statuto di non destinare un solo euro di quei fondi al culto, agli stipendi dei pastori o all'edilizia ecclesiastica, e li impiega integralmente in progetti sociali, assistenziali, culturali e di cooperazione internazionale, rendicontati pubblicamente. È un dato che quasi tutti hanno sentito almeno una volta e che quasi nessuno collega agli edifici concreti in cui quella scelta è stata deliberata. Uno di questi edifici è il palazzo fra via Firenze e via XX Settembre.
Il secondo fatto poco citato riguarda le donne. Nelle chiese metodiste e valdesi il ministero pastorale femminile è pienamente riconosciuto da decenni, e a Roma la comunità metodista è stata guidata da pastore donne senza che questo costituisse una notizia. In un panorama religioso italiano dove la questione resta aperta o chiusa a seconda delle confessioni, questa normalità è un fatto storico rilevante, e ha radici antiche: già nell'Inghilterra di Wesley le donne predicavano nelle società metodiste, e la formazione dei laici e delle laiche era parte integrante del sistema.
Terzo fatto, il più spiazzante: il metodismo italiano è numericamente piccolo, poche migliaia di membri in tutto il paese, e nonostante questo ha una visibilità pubblica e una capacità di iniziativa sociale sproporzionata rispetto ai numeri. La spiegazione è nella struttura: comunità organizzate, forte partecipazione laica, alleanza stabile con i valdesi, formazione teologica comune presso la Facoltà valdese di Roma, e una tradizione di quasi due secoli di lavoro nelle scuole e nell'assistenza. Non è una potenza, è una minoranza organizzata. La differenza è enorme e si vede benissimo entrando in questo palazzo.
La foto giusta da fare alla Chiesa Evangelica Metodista
La fotografia migliore dell'esterno si fa dal marciapiede opposto di via XX Settembre, arretrando fino a includere l'angolo con via Firenze: da lì si legge l'intero prospetto, il basamento bugnato con le bifore, le lesene giganti, la riduzione progressiva dei piani e il coronamento ad archetti. Il momento buono è la mattina presto, quando il sole radente scolpisce il bugnato e la strada è ancora sgombra; verso mezzogiorno la facciata riceve luce piatta e il rilievo scompare. Un obiettivo da 24 o 28 millimetri basta e avanza; con il grandangolo spinto le linee verticali cadono e il palazzo sembra rovesciarsi.
Dentro, la fotografia che vale il viaggio è quella dal matroneo verso l'aula: il ballatoio a ferro di cavallo permette di inquadrare in una sola immagine il soffitto a quindici riquadri, le lesene corinzie, il pulpito ligneo del 1930 e il tavolo con la Bibbia aperta. Serve un tempo lungo e un appoggio stabile, perché l'illuminazione naturale è dolce e le luci artificiali sono calde: senza appoggio si portano a casa mossi. Il permesso va chiesto prima e non è mai scontato, perché il matroneo non è sempre accessibile; se ve lo concedono, siate rapidi e discreti.
La terza immagine, quella che nessuno fa e che conviene fare, è un dettaglio: la colonna commemorativa dedicata a William Burt all'ingresso di via Firenze 38. Una fotografia ravvicinata, con la superficie della pietra e il portone sfocato dietro, racconta l'intera vicenda meglio di un panorama. E se volete la sintesi più efficace di questo pezzo di città , mettetevi in modo da avere nello stesso fotogramma il fronte del tempio protestante e, in fondo alla strada, la mole del ministero: due poteri nuovi di zecca che nel 1895 si guardavano in faccia sulla stessa via. Regola d'oro sempre valida: niente flash, mai durante il culto, e se qualcuno vi chiede di smettere, si smette senza discutere.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La prima data è una demolizione. Negli anni Ottanta dell'Ottocento, in applicazione del piano regolatore del 1881, scompare la chiesa di San Caio, costruita nel 1631 sotto Urbano VIII, e con essa un pezzo della memoria devozionale della Strada Pia; l'area viene riorganizzata per fare posto ai palazzi del nuovo Stato, a cominciare dal Ministero della Guerra. Il 30 maggio 1891 il pastore metodista episcopale William Burt acquista il terreno rimasto libero all'angolo con via Firenze. Il 13 maggio 1893 viene chiesta la licenza edilizia; nel settembre dello stesso anno il vescovo Vincent posa la prima pietra; il 9 maggio 1894 si colloca la pietra angolare.
Il 20 settembre 1895 il vescovo Fitzgerald inaugura solennemente il tempio nel venticinquesimo anniversario della breccia di Porta Pia. Nel 1924 Paolo Paschetto disegna le vetrate, realizzate dalla vetreria di Cesare Picchiarini, e dipinge le decorazioni murali con il roveto ardente e la croce fiorita di gigli. Nel 1930 viene completato il pulpito ligneo. L'organo, costruito da Carlo Vegezzi-Bossi nel 1895 con tredici registri su due manuali e pedale, viene elettrificato nel 1980. In mezzo passano il fascismo, la guerra, l'unificazione dei due rami metodisti nel 1946, l'autonomia dalla chiesa madre britannica nel 1962 e il Patto d'integrazione con i valdesi del 1975: tutti fatti che questa aula ha registrato nei propri verbali di assemblea, perché una chiesa protestante verbalizza tutto e conserva.
L'avvenimento più recente e più clamoroso è del 20 settembre 2025, quando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto nel tempio alla cerimonia per i centotrenta anni dall'inaugurazione: la prima volta che un capo dello Stato italiano varcava ufficialmente la soglia della chiesa metodista di Roma. La coincidenza delle date, il 20 settembre della breccia, il 20 settembre del 1895 e il 20 settembre del 2025, ha dato all'appuntamento un peso simbolico che nessuna cerimonia costruita a tavolino avrebbe potuto ottenere. Per una minoranza che nel 1870 aveva appena conquistato il diritto di esistere legalmente dentro le mura di Roma, quel tappeto rosso davanti al portone di via XX Settembre è stato il riconoscimento di un percorso lungo un secolo e mezzo.
Chi è passato dalla Chiesa Evangelica Metodista
Il primo nome è quello del costruttore, William Burt, nato a Padstow in Cornovaglia nel 1852 e morto nel 1936: pastore, organizzatore, editore, fondatore di scuole, eletto vescovo nel 1904 e insignito da Vittorio Emanuele III della croce dei Santi Maurizio e Lazzaro, rientrato negli Stati Uniti nel 1912. Insieme a lui vanno ricordati Leroy Monroe Vernon, il primo sovrintendente della missione metodista episcopale in Italia, e i vescovi americani che presiedettero le due cerimonie del cantiere, Vincent per la prima pietra nel 1893 e Fitzgerald per l'inaugurazione del 1895. Sono figure che nella storia italiana non hanno lasciato monumenti, ma hanno lasciato edifici, riviste e generazioni di pastori formati nella scuola teologica che occupava i piani superiori di questo palazzo.
Il secondo nome è quello dell'artista, Paolo Paschetto, che qui lavorò nel 1924 lasciando le vetrate e le decorazioni murali, e che sarebbe diventato l'autore dell'emblema della Repubblica adottato nel 1948; con lui il maestro vetraio Cesare Picchiarini, il romano che ha insegnato il mestiere del vetro artistico a una intera generazione di artisti fra Liberty e Novecento. C'è poi la firma dell'organaro Carlo Vegezzi-Bossi, erede della più celebre dinastia organaria piemontese, che nel 1895 costruì lo strumento ancora oggi in uso. Tre professionisti italiani di primo livello chiamati a lavorare per una comunità di poche centinaia di persone: la prova che questa chiesa, sui propri strumenti di culto, non ha mai risparmiato.
Il terzo nome è recentissimo e istituzionale: Sergio Mattarella, che il 20 settembre 2025 è entrato in questa aula per i centotrenta anni del tempio. Ma i passaggi che raccontano meglio il luogo sono quelli senza nome sui libri: le famiglie di operai e impiegati che qui hanno battezzato figli e celebrato funerali per centotrenta anni, gli studenti di teologia venuti da tutta Italia a dormire nel convitto ai piani alti, i profughi e i migranti che hanno trovato un ufficio aperto il mercoledì mattina, le comunità coreana, filippina e ghanese che oggi cantano in questa aula nelle proprie lingue. In una città che misura la propria importanza in papi e imperatori, questa è una chiesa che si misura in persone comuni, ed è precisamente ciò che la rende interessante.
Domande veloci sulla Chiesa Evangelica Metodista
Quanto costa entrare nella Chiesa Evangelica Metodista
Nulla. Non esiste biglietto, non esiste biglietteria, non esiste offerta obbligatoria. Durante il culto circola un cestino per le offerte libere e nessuno controlla chi lascia qualcosa e chi no. Se partecipate a un concerto ospitato nell'aula, il biglietto è quello dell'organizzatore del concerto e non della chiesa.
Qual è l'indirizzo esatto della Chiesa Evangelica Metodista
Il palazzo ha ingresso in via Firenze 38, mentre il tempio si apre su via XX Settembre 123 c, rione Castro Pretorio. Sono lo stesso complesso, a cavallo dell'angolo. Per il culto domenicale si usa l'ingresso di via XX Settembre; per gli uffici e lo sportello sociale quello di via Firenze.
A che ora è il culto nella Chiesa Evangelica Metodista
Il culto in lingua italiana si tiene la domenica mattina alle 11 e dura poco più di un'ora. Le comunità di altra lingua presenti nell'edificio hanno propri orari, che vengono pubblicati sul sito della chiesa. Prima di programmare una visita in un periodo festivo, conviene verificare il calendario, perché nelle settimane di Natale, Pasqua e Pentecoste le liturgie possono cambiare orario.
Si può visitare la Chiesa Evangelica Metodista fuori dagli orari di culto
Sì, ma su richiesta. Non ci sono orari di apertura turistica né personale dedicato alle visite: bisogna scrivere in anticipo alla comunità , spiegare l'interesse e concordare un momento compatibile con le attività dell'edificio. Per i gruppi è l'unica strada praticabile.
Serve prenotare per la Chiesa Evangelica Metodista
Per il culto domenicale no, si entra e basta. Per una visita in altri giorni sì, la prenotazione o quantomeno un contatto preventivo è indispensabile. Per i concerti valgono le regole dell'organizzatore.
Si possono fare fotografie nella Chiesa Evangelica Metodista
Fuori dal culto e con il permesso di chi vi accoglie, sì. Durante il culto no, per rispetto verso chi prega. In ogni caso niente flash, in particolare verso le vetrate: oltre a essere invasivo, restituisce riflessi che rovinano lo scatto.
La Chiesa Evangelica Metodista è cattolica
No. È una chiesa protestante di tradizione wesleyana, senza dipendenza dalla Santa Sede, con due soli sacramenti riconosciuti, battesimo e Santa Cena, senza culto dei santi e senza confessione auricolare. Dal 1975 fa parte dell'Unione delle chiese metodiste e valdesi.
Un cattolico può partecipare al culto della Chiesa Evangelica Metodista
Certamente, e capita spesso, in particolare durante la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani in gennaio. Nessuno vi chiederà la confessione di appartenenza. La Santa Cena nella prassi metodista è aperta a chiunque creda, senza verifica di appartenenza formale.
Che differenza c'è fra la Chiesa Evangelica Metodista e la chiesa valdese
Origini diverse: i valdesi nascono nel medioevo dal movimento di Valdo di Lione e aderiscono alla Riforma nel Cinquecento; i metodisti nascono nel Settecento inglese dal risveglio guidato da John Wesley. Dal 1975 le due realtà sono integrate in un unico Sinodo pur conservando nome, storia e organismi propri. In pratica, oggi, un pastore può servire indifferentemente le due comunità .
Quante chiese metodiste ci sono a Roma
Due: la comunità italofona fra via Firenze e via XX Settembre e la congregazione anglofona di Ponte Sant'Angelo, con ingresso da via del Banco di Santo Spirito 3. La seconda celebra in inglese la domenica alle 10:30, con Santa Cena la prima domenica del mese.
La Chiesa Evangelica Metodista è accessibile in sedia a rotelle
L'aula è a piano terra e l'ingresso presenta alcuni gradini; il complesso ha più accessi e la comunità aiuta a individuare la soluzione migliore, purché la si contatti in anticipo. Il matroneo superiore si raggiunge soltanto per scala.
Quanto dura la visita alla Chiesa Evangelica Metodista
Venti minuti per vedere l'aula e leggere le vetrate; un'ora se si vuole capire la storia dell'edificio e parlare con qualcuno della comunità ; poco più di un'ora se si partecipa al culto. Quaranta minuti è la durata giusta per una tappa dentro un itinerario guidato su Roma capitale.
La Chiesa Evangelica Metodista è adatta ai bambini
Sì. Esiste una scuola domenicale e i bambini fanno parte della vita ordinaria della comunità . Per una visita, funziona bene trasformare le vetrate in una caccia ai simboli: colomba, agnello, ancora, lampada, palma, vite, candelabro.
Ci sono concerti nella Chiesa Evangelica Metodista
Sì, l'aula ospita periodicamente concerti di musica classica e sacra, oltre alle iniziative musicali della comunità . Non esiste una stagione fissa pubblicata anni in anticipo: gli appuntamenti si annunciano di volta in volta.
Chi ha costruito la Chiesa Evangelica Metodista
La committenza è del pastore metodista episcopale William Burt, che acquistò il terreno nel 1891. Il progetto è ricondotto a Rodolfo Buti con la collaborazione di Carlo Busiri Vici. Cantiere fra il 1893 e il 1895, inaugurazione il 20 settembre 1895.
Chi ha fatto le vetrate della Chiesa Evangelica Metodista
Paolo Paschetto le disegnò nel 1924 e la vetreria di Cesare Picchiarini le realizzò. Paschetto è l'autore dell'emblema della Repubblica Italiana adottato nel 1948 ed è anche l'autore delle decorazioni murali dell'aula, con il roveto ardente e la croce fiorita di gigli.
Che organo c'è nella Chiesa Evangelica Metodista
Un organo a canne di Carlo Vegezzi-Bossi del 1895, con tredici registri su due manuali e pedale, con trasmissione elettrificata nel 1980. È dimensionato per sostenere il canto dell'assemblea, che nel culto metodista ha un ruolo centrale.
Che cosa c'era prima della Chiesa Evangelica Metodista
L'area era occupata dalla chiesa di San Caio, del 1631, demolita negli anni Ottanta dell'Ottocento in applicazione del piano regolatore del 1881. Sotto quella chiesa erano state riconosciute strutture tardoantiche riferite alla domus dei Nummii, con un mitreo.
Perché la Chiesa Evangelica Metodista fu inaugurata il 20 settembre
Perché il 20 settembre 1895 cadeva il venticinquesimo anniversario della breccia di Porta Pia, cioè della fine del potere temporale dei papi e dell'inizio della libertà di culto dentro le mura di Roma. La scelta della data fu una dichiarazione pubblica.
La Chiesa Evangelica Metodista ha ricevuto visite ufficiali
Sì. Il 20 settembre 2025 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto alla cerimonia per i centotrenta anni dall'inaugurazione del tempio, prima visita ufficiale di un capo dello Stato italiano in questa chiesa.
Come si arriva alla Chiesa Evangelica Metodista dalla stazione Termini
A piedi in circa dieci o dodici minuti, risalendo verso le Terme di Diocleziano e imboccando via XX Settembre; in alternativa una fermata di metropolitana A fino a Repubblica e poi cinque minuti di cammino. Dall'aeroporto di Fiumicino conviene il treno diretto fino a Termini.
C'è un parcheggio vicino alla Chiesa Evangelica Metodista
Non ce n'è uno dedicato. L'area è dentro la zona a traffico limitato del centro storico negli orari diurni, i posti di superficie sono a pagamento e scarsi; il parcheggio in struttura più vicino è quello sotto piazza della Repubblica. Il consiglio pratico è arrivare con la metropolitana.
La Chiesa Evangelica Metodista si può usare per matrimoni o eventi
Le celebrazioni sono materia della comunità e vanno concordate con il consiglio di chiesa e con il pastore. Per l'uso degli spazi, comprese le richieste di concerti e incontri, esiste un contatto dedicato pubblicato sul sito ufficiale. Non è una sala che si affitta come una qualunque.
Che cosa vedere vicino alla Chiesa Evangelica Metodista
In pochi minuti a piedi: il Teatro dell'Opera, il Palazzo delle Esposizioni, la fontana dell'Acqua Felice con il Mosè, Santa Maria della Vittoria con l'Estasi di santa Teresa di Bernini, le Terme di Diocleziano con Santa Maria degli Angeli, Palazzo Massimo alle Terme, il Quirinale con le Scuderie, Palazzo Barberini.
Vale la pena visitare la Chiesa Evangelica Metodista
A una condizione: che vi interessi capire qualcosa e non solo spuntare una casella. Chi cerca marmi, cupole e capolavori barocchi troverà pane migliore duecento metri più in là . Chi vuole vedere come Roma abbia cambiato costituzione fra il 1870 e il 1895, e come una minoranza religiosa abbia messo la propria storia dentro un palazzo, qui trova una lezione che nessun museo racconta.
Il giudizio sulla Chiesa Evangelica Metodista
Senza snobismo: questo luogo ripaga chi arriva preparato e delude chi passa per caso. Non ha il colpo d'occhio, non ha la meraviglia immediata, non ha nulla da mettere in un carosello di fotografie. Ha invece una qualità che a Roma diventa rara mano a mano che il centro si turistifica: è vero. La comunità che ci si riunisce la domenica è la stessa che apre lo sportello il mercoledì, il palazzo che ospita il tempio ospita anche gli uffici che gestiscono progetti sociali in mezza Italia, e le vetrate del 1924 le guardano ogni settimana persone che le hanno viste mille volte e continuano a cantarci sotto.
Se dovessi dare un solo consiglio a chi legge, sarebbe questo: andateci una domenica mattina d'aprile, sedetevi in fondo, ascoltate un'ora, guardate la luce che entra dalle bifore mentre l'assemblea canta, e poi uscite in via XX Settembre e camminate verso Porta Pia. In quindici minuti di cammino avrete attraversato la storia della libertà religiosa in Italia, dalla breccia dei bersaglieri alla colazione calda distribuita al portone. Non conosco molti indirizzi romani capaci di tenere insieme così tante cose con così poco rumore.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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