Sotto una buona stella — Paolo Paschetto ai Musei di Villa Torlonia
Alla Casina delle Civette, dentro il parco di Villa Torlonia, è in corso una mostra che si intitola "Sotto una buona stella" e che ha un sottotitolo molto più esplicito del titolo: "L'emblema della Repubblica Italiana nelle carte di Paolo Paschetto". Il punto è tutto lì. Non è una retrospettiva generica su un artista del primo Novecento, è il racconto documentato di come è nato il simbolo che vediamo ogni giorno sui documenti, sulle divise, sulle facciate degli uffici pubblici e in cima ai moduli che compiliamo senza guardarli. La stella bianca bordata di rosso, la ruota dentata, il ramo di ulivo e il ramo di quercia: quel disegno ha un autore, ha una data, ha una storia di concorsi vinti due volte e di polemiche giornalistiche, e i fogli su cui è stato pensato sono esposti in una villa liberty sulla Nomentana.
La mostra ha aperto il 27 marzo 2026 e la data di chiusura annunciata era il 27 settembre 2026. Oggi è il 12 settembre 2026, quindi la mostra è aperta e visitabile: mancano poco più di due settimane alla scadenza originaria. Il museo ha poi comunicato una proroga al 29 novembre 2026, che compare anche nel calendario delle mostre dei Musei di Villa Torlonia. Il consiglio, comunque, resta lo stesso di sempre per le mostre prorogate: se puoi andarci entro la fine di settembre, vacci entro la fine di settembre, perché le proroghe si accorciano molto più spesso di quanto si allunghino.
La sede è la Casina delle Civette, e questa non è una coincidenza organizzativa. Paschetto è uno degli artisti della Casina: le vetrate del Balcone delle rose sono sue, la vetrata "Ali e fiamme" è sua, nel Fumoir sono esposti i suoi bozzetti per le chiese valdesi e metodiste di Roma. Vedere i disegni per l'emblema della Repubblica dentro l'edificio che conserva le sue vetrate significa vedere lo stesso segno grafico applicato a due mondi lontanissimi: da una parte le rose e le farfalle di una casa privata di principi, dall'altra lo stemma di uno Stato appena nato.
Il biglietto della Casina delle Civette con la mostra costa 10,50 euro intero e 7,00 ridotto. Da febbraio 2026 l'ingresso ai musei civici è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana, esibendo la carta d'identità in cassa, ed è gratuito per chi ha la MIC card. Gli orari sono dal martedì alla domenica, 9.00-19.00, con ultimo ingresso alle 18.00. Il lunedì è chiuso. Il parco intorno, invece, è pubblico e gratuito, aperto dall'alba al tramonto: si può entrare, girare, sedersi sotto i pini e non pagare nulla, e i musei si pagano soltanto se si entra negli edifici.
Che cosa si vede davvero dentro la mostra
Il percorso espositivo si articola in quattro sezioni, e vale la pena conoscerle prima di entrare perché la mostra è compatta e chi non sa che cosa cercare rischia di attraversarla in dieci minuti scambiandola per una piccola esposizione di carte ingiallite. Non lo è.

Prima sezione: gli Italiani al voto
Si apre con una serie di bozzetti di cartoline per il voto. Siamo nel 1946, l'anno del referendum istituzionale e dell'elezione dell'Assemblea Costituente, e la mostra nasce proprio in occasione dell'ottantesimo anniversario di quell'elezione. Le cartoline per il voto sono oggetti di comunicazione politica di massa in un paese che usciva dalla guerra con un tasso di analfabetismo ancora alto: l'immagine doveva funzionare prima della parola. Chi ha fatto grafica sa che questo è il problema più difficile che esista, e che nel 1946 lo si affrontava senza test, senza focus group e senza la possibilità di correggere in corsa.
Seconda sezione: i due concorsi
È il cuore della mostra. Qui sono esposti i disegni presentati alla Commissione da Paschetto e dagli altri finalisti, fino al disegno vincitore commentato dalla rassegna stampa dell'epoca. I nomi degli altri finalisti compaiono nei documenti: Lalia, Luperini, Morbiducci, Retrosi. Vedere le proposte scartate accanto a quella accolta è l'esperienza più istruttiva dell'intera esposizione, perché rende evidente che l'emblema che consideriamo ovvio era soltanto una delle strade possibili, e nemmeno la più prevedibile.
Terza sezione: francobolli e strumenti di lavoro
La terza sezione presenta una serie di bozzetti per francobolli celebrativi dell'Italia Democratica e per la rivista Italia Filatelica. Accanto ai bozzetti sono esposti numerosi strumenti di lavoro dell'artista: colori, compasso, squadrette, i materiali per le incisioni. Questa è la parte che consiglio di non saltare, soprattutto a chi disegna o lavora con le immagini. Un compasso e due squadrette raccontano come si costruiva un simbolo prima del computer: per rotazioni, per assi, per costruzioni geometriche ripetute a mano decine di volte fino a trovare la proporzione giusta. La stella a cinque punte simmetriche dell'emblema è esattamente questo genere di oggetto.
Quarta sezione: la mappa romana di Paschetto
L'ultima sezione è una mappa della città che indica i luoghi dove ammirare le opere che Paschetto realizza a Roma. È, di fatto, un itinerario già pronto: il tempio valdese di piazza Cavour, le chiese metodiste, la Casina delle Civette stessa. Completa la mostra un video con l'intervista allo storico Daniele Jalla, fruibile anche online.
I materiali esposti arrivano in buona parte dall'Archivio Paschetto della Tavola valdese, con documenti in copia anastatica conservati presso l'Archivio di Stato di Torino, ritagli a stampa dell'epoca e materiale illustrativo più recente, oltre a una serie di approfondimenti multimediali. La mostra è stata ideata dall'Ufficio Archivio Storico e Beni culturali della Tavola valdese e realizzata in collaborazione con il Museo della Casina delle Civette, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con organizzazione e servizi museali di Zètema Progetto Cultura. La curatela è di Sara Rivoira, Federica Tammarazio e Gaia Dammacco.
Chi era Paolo Paschetto, al di là dell'emblema
Un valdese di Torre Pellice cresciuto a Roma
Paolo Antonio Paschetto nasce a Torre Pellice, nelle valli valdesi del Piemonte, il 12 febbraio 1885, ed è terzogenito di Enrico, pastore valdese, e di Luigia Oggioni, che apparteneva alla Chiesa evangelica libera italiana. Il padre, diplomato in teologia a Ginevra, si trasferisce a Roma nel 1889 per insegnare ebraico ed esegesi biblica, prima nella facoltà teologica metodista e poi in quella battista. Paolo cresce quindi a Roma, in una famiglia protestante, in una città in cui il protestantesimo era una minoranza piccola e visibilissima.
Questo dettaglio biografico non è un contorno. Spiega quasi tutto il resto: la formazione severa, il rapporto con i testi biblici, la scelta ricorrente di simboli invece che di racconti, la capacità di ridurre un concetto a un segno. Studia al liceo classico Terenzio Mamiani, che allora era in corso Vittorio, poi all'Istituto di Belle Arti di via di Ripetta. Frequenta i corsi di Giuseppe Cellini e collabora con Adolfo De Carolis, due nomi che allora contavano moltissimo nell'ambiente romano delle arti decorative.
Il talento riconosciuto presto
Nel 1907, insieme a Umberto Vico, vince il concorso per il biglietto da cinque lire. Ha ventidue anni. Nello stesso anno espone due fantasie intitolate "Orfeo" e "Castalia" alla mostra degli Amatori e Cultori di Belle Arti. Collabora con illustrazioni in xilografia e alla china a diverse riviste, insegna disegno alla Scuola metodista di Roma, esegue numerosi ex libris e pannelli decorativi con meduse, ghirlande fiorite, fanciulle che danzano o suonano il flauto in atteggiamenti classici.
La descrizione che ne danno gli studiosi è concorde su un punto: l'estetica di Paschetto resta lontana dalla monumentalità e dalla retorica che caratterizzano gran parte dei suoi contemporanei. In un periodo in cui l'arte pubblica italiana andava verso il gigantesco e il declamatorio, lui lavorava per sottrazione. Tenete a mente questa frase quando guarderete l'emblema: è un simbolo di Stato senza aquile, senza fasci littori, senza corone reali, senza nulla che alzi la voce.
La cattedra, la guerra, la famiglia
Nel 1911 sposa Italia Angelucci, sua compagna di studi, che su progetto del marito realizzò oggetti in cuoio e in ceramica, in rame sbalzato, in tela dipinta o ricamata. Nascono due figlie, Fiammetta nel 1915 e Grazia Mirella nel 1919. Dal 1914 al 1949 Paschetto tiene la cattedra di Ornato all'Istituto di Belle Arti di Roma: trentacinque anni di insegnamento, che fanno di lui una figura di riferimento per generazioni di decoratori e grafici romani. Arruolato allo scoppio della prima guerra mondiale, viene congedato nel 1916 per problemi alla vista.
Resta sempre legato a Torre Pellice, dove trascorre periodi lunghi sia d'estate sia d'inverno, e dove morirà il 9 marzo 1963. Le sue opere oggi sono conservate in più luoghi: il Museo della Casina delle Civette a Roma, le collezioni della Tavola valdese e il Museo valdese di Torre Pellice, il Museo nazionale della Montagna a Torino, l'Archivio storico della Tavola valdese, l'Archivio Centrale dello Stato a Roma.
Il grafico dello Stato prima dello Stato repubblicano
C'è una parte della sua biografia che raramente viene messa in fila per intero. Nel campo della filatelia progetta la "Prua di galea romana" per il concorso del 1921, poi "Italia turrita", "Lupa romana" e "Vittorio Emanuele III", emessi nel 1929, e in seguito la serie "Libertà e rinascita". Nel 1924 disegna i fregi del salone degli Stemmi e della sala dei Cimeli garibaldini in Campidoglio. Nel 1928 decora a encausto su tela le lunette e il fregio dell'anticamera e dell'ufficio del ministro al ministero dell'Istruzione.
Significa che quando nel 1946 si apre il concorso per l'emblema della Repubblica, Paschetto non è un esordiente fortunato: è un uomo che ha già disegnato francobolli, banconote e decorazioni per edifici pubblici italiani, che sa esattamente come si comporta un segno quando viene ridotto a pochi millimetri o ingrandito su una facciata, e che conosce il vincolo tecnico più duro della grafica di Stato, cioè la riproducibilità.
Il concorso per l'emblema: due gare, una vittoria e una tinozza
Come nasce l'idea di un simbolo nuovo
Il punto di partenza è un decreto legislativo del 19 giugno 1946 del Presidente del Consiglio dei Ministri, che invita l'Assemblea Costituente a scegliere l'emblema distintivo della Repubblica Italiana. Il 27 ottobre 1946 il secondo governo De Gasperi, primo esecutivo repubblicano del paese, istituisce una commissione presieduta da Ivanoe Bonomi per creare un simbolo che sostituisca lo stemma del Regno d'Italia, ormai fuori gioco.
La scelta politica è netta: invece di affidare l'incarico a un artista di fiducia, si bandisce un concorso nazionale aperto a tutti i cittadini, per rendere più corale possibile la nascita del simbolo. Le indicazioni sono poche e chiare. Si chiedono criteri di semplicità e intelligibilità. È vietato in modo assoluto qualunque simbolo di partito. È obbligatorio l'uso della stella d'Italia, motivata come ispirazione tratta dal senso della terra e dei comuni. Per le cinque opere migliori è previsto un premio di diecimila lire.
Trecentoquarantuno candidati e seicentotrentasette bozzetti
Al concorso rispondono 341 candidati, che inviano 637 bozzetti in bianco e nero. Sono numeri che raccontano qualcosa di quel momento del paese: centinaia di persone, artisti di professione e no, che nell'inverno fra il 1946 e il 1947 si mettono a disegnare lo stemma di uno Stato appena nato. Ai cinque autori selezionati la commissione chiede una seconda tornata di bozzetti, questa volta su un tema preciso e piuttosto vincolante: una cinta turrita a forma di corona, circondata da una ghirlanda di fronde della flora italiana, in basso la rappresentazione del mare, in alto la stella d'Italia d'oro, e infine le parole "unità" e "libertà".
La commissione premia la proposta di Paschetto, che riceve un ulteriore premio di cinquantamila lire e l'incarico di disegnare la versione definitiva. Il disegno viene inviato al governo per l'approvazione ed esposto insieme alle altre quattro proposte finaliste in una mostra allestita in via Margutta, a Roma, nel febbraio del 1947.
La bocciatura e la parola che è rimasta
E qui la storia prende la piega che rende la vicenda così interessante. L'emblema uscito vincitore non convince. La stampa lo attacca, e un giornale romano lo liquida con una parola sola che è entrata stabilmente in tutti i racconti successivi: una tinozza. Vari esponenti dei partiti lamentano che il disegno sia anonimo, che non dica nulla, che non si riconosca.
Immaginate la posizione dell'artista: ha vinto un concorso nazionale, ha ricevuto un premio consistente, e si ritrova il proprio lavoro ridicolizzato sui giornali della capitale prima ancora che diventi ufficiale. Non è un aneddoto di colore: è la ragione per cui esiste una seconda gara.
Il secondo concorso, bandito alla radio
Viene istituita una seconda commissione, questa volta presieduta da Giovanni Conti, che bandisce un nuovo concorso per via radiofonica. L'orientamento cambia: si privilegiano elementi legati all'idea del lavoro. Partecipano 96 persone, alcune delle quali artisti di professione, per un totale di 197 bozze. I 197 disegni originali del secondo concorso sono oggi custoditi nell'archivio storico della Camera dei deputati.
Vince ancora Paolo Paschetto, questa volta all'unanimità. La proposta viene comunque rivista dalla commissione per correggerne i connotati araldici, politici e pratici, e il risultato finale è quello che conosciamo: una stella bianca a cinque punte simmetriche, bordata di rosso, centrata su una ruota dentata d'acciaio, circondata da un ramo di ulivo e da uno di quercia legati da un nastro rosso con la scritta bianca in carattere lapidario.
Le date che chiudono la vicenda
L'Assemblea Costituente approva l'emblema il 31 gennaio 1948, dopo un dibattito acceso. Lo stemma finale viene ratificato definitivamente, previa modifica dei colori, il 5 maggio successivo dal presidente della Repubblica Enrico De Nicola con decreto legislativo numero 535, e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 122 del 28 maggio 1948. Da allora gli elementi costitutivi non sono più cambiati.
Che cosa significano i tre elementi
La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata associata alla personificazione dell'Italia, sul cui capo splende raggiante: è il simbolo che gli italiani chiamano familiarmente Stellone e che ricorre nell'iconografia dell'Italia turrita. La ruota dentata traduce in figura il primo articolo della Costituzione, quello secondo cui l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. I rami di ulivo e di quercia valgono il primo come volontà di pace, nel senso della concordia interna e della fratellanza internazionale, il secondo come forza e dignità del popolo italiano; entrambi, inoltre, sono fra le specie più tipiche del patrimonio arboreo italiano.
Vale la pena notare la coerenza fra il vincolo iniziale e il risultato: la commissione aveva chiesto semplicità e intelligibilità, e il disegno finale si legge a colpo d'occhio anche stampato in un centimetro quadrato. Provate a fare la stessa prova con uno stemma araldico tradizionale e capirete quanto sia difficile.
Una curiosità su Sotto una buona stella — Paolo Paschetto ai Musei di Villa Torlonia
La curiosità è tutta nel titolo. "Sotto una buona stella" suona come un modo di dire, e in effetti lo è, ma nel caso di Paschetto è anche una descrizione letterale della sua carriera. La stella d'Italia era il solo elemento obbligatorio imposto dal primo bando: chiunque partecipasse doveva metterla nel disegno. Paschetto la mise, la mise di nuovo nel secondo concorso, e vinse due volte la stessa gara. Un artista che oggi conosciamo per la stella si è ritrovato costretto a disegnarla da un regolamento di concorso, non da una sua ispirazione.
C'è poi un secondo livello, quello che rende il titolo della mostra quasi ironico. Lo stemma che Paschetto disegnò per primo, quello premiato nel 1947, non piacque a nessuno. Fu deriso pubblicamente. La sua "buona stella" fu, semmai, il fatto che la commissione decise di rifare la gara invece di assegnare l'incarico a qualcun altro, e che al secondo giro il suo nome uscì di nuovo, stavolta senza opposizioni. È una carriera decisa da una seconda possibilità, e poche opere italiane del Novecento hanno avuto una genesi altrettanto pubblica, documentata e contestata.
Terza curiosità, quella che diverte sempre chi la sente per la prima volta: l'emblema della Repubblica non è mai piaciuto del tutto alla classe politica italiana, nemmeno decenni dopo. Nel 1987 il presidente del Consiglio Bettino Craxi lanciò un nuovo concorso nazionale per rinnovarlo o ridisegnarlo: la commissione incaricata ricevette 239 proposte e non ne ritenne soddisfacente nessuna. Nei primi anni novanta il presidente della Repubblica Francesco Cossiga sollecitò, di nuovo senza esito, una riflessione su un possibile cambio di simbolo. Il disegno di un professore di Ornato valdese, contestato alla nascita, ha resistito a due tentativi di sostituzione promossi dalle più alte cariche dello Stato.
Una cosa che non ti dice nessuno su Sotto una buona stella — Paolo Paschetto ai Musei di Villa Torlonia
La cosa che non viene quasi mai detta è questa: la mostra è ospitata dentro la casa di un principe che, pochi anni dopo la morte del padrone di casa, ospitò la famiglia di Mussolini nell'edificio accanto. L'emblema della Repubblica nata dal referendum del 1946 è esposto, oggi, a duecento metri dalla stanza da letto in cui dormiva il capo del regime che quella Repubblica ha sostituito. Nessuno lo scrive nei comunicati, e nessuno lo dice al banco dei biglietti, ma è la cosa più eloquente dell'intera operazione.
Il legame di Benito Mussolini con Villa Torlonia cominciò il 22 luglio 1925, quando la villa gli venne concessa come abitazione su invito del principe Giovanni Torlonia junior, ultimo erede del ramo discendente da Alessandro. All'inizio la usò soltanto per qualche incontro ufficiale; dal 1929 vi si trasferì con la moglie Rachele e i figli. L'edificio scelto per la residenza fu il Casino Nobile, che svolse anche funzione di sede di rappresentanza. Il canone era un affitto annuale simbolico di una lira. Il principe, nel frattempo, si era ritirato proprio nella Casina delle Civette, che oggi ospita la mostra.
La seconda cosa che quasi nessuno dice riguarda la natura dei documenti esposti. Non si tratta soltanto di disegni, ma di carte d'archivio conservate per decenni da una comunità religiosa minoritaria. L'Archivio Paschetto è custodito dalla Tavola valdese, e la mostra è stata ideata dall'Ufficio Archivio Storico e Beni culturali della Tavola valdese. Significa che il simbolo nazionale italiano è arrivato fino a noi, nelle sue fasi preparatorie, grazie a un archivio protestante, in un paese a maggioranza cattolica. È un dettaglio di storia della conservazione che vale, da solo, il prezzo del biglietto.
Terza cosa, e qui entriamo in un terreno che va maneggiato con le pinze. Paolo Paschetto viene indicato come appartenente alla massoneria in un'allocuzione pronunciata il 24 giugno 2017 dal Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, Stefano Bisi. È una fonte di parte e relativamente recente rispetto ai fatti, e non risulta confermata dalla documentazione museale, quindi la riporto per quello che è: un'affermazione pubblica attribuita a una precisa persona, non un dato accertato. La si cita perché circola molto nelle guide alternative alla Casina delle Civette, spesso senza alcuna attribuzione, ed è più corretto dire da dove arriva.
Il consiglio che ti do per visitare Sotto una buona stella — Paolo Paschetto ai Musei di Villa Torlonia
Il consiglio principale è uno solo e lo scrivo in chiaro: non trattare la mostra come la ragione della visita, trattala come il pretesto. Chi arriva alla Casina delle Civette pensando di vedere una mostra sull'emblema della Repubblica e basta esce deluso, perché le carte esposte sono poche decine e si guardano in mezz'ora. Chi invece entra sapendo che la mostra è l'ultimo piano di un edificio straordinario, e che le vetrate di Paschetto sono lì, nelle stanze accanto, esce con l'impressione di avere visto due cose che si spiegano a vicenda.
L'ordine giusto in cui girare
L'ordine che funziona meglio è il seguente. Prima la Casina, con calma, seguendo il percorso per sale. Poi la mostra. Poi, se hai tempo, si torna indietro di due stanze per rivedere il Balcone delle rose con gli occhi di chi ha appena capito che quelle rose e quella stella sono state disegnate dalla stessa mano.
Il motivo è tecnico. Le vetrate della Casina sono opere di arte applicata: colore, luce, materia, mestiere. I disegni per l'emblema sono l'opposto: bianco e nero, geometria, riduzione. Vedere prima la ricchezza e poi la sottrazione rende leggibile il percorso di un uomo che aveva passato trent'anni a decorare stanze private e che a sessant'anni si trovò a dover disegnare un simbolo destinato a essere stampato su un francobollo e su un passaporto.
Quanto tempo serve
Per la Casina delle Civette con la mostra metti in conto un'ora e mezza se guardi davvero, un'ora se hai fretta. Se aggiungi il Casino Nobile con il Museo della Scuola Romana arrivi tranquillamente a tre ore. Se aggiungi anche il bunker, che si visita soltanto con visita guidata e su prenotazione, la mattinata è finita e hai fatto bene.
Il giorno migliore della settimana
Il lunedì i musei sono chiusi, quindi quella è l'unica data da escludere a priori. Nelle ultime settimane di apertura di una mostra il fine settimana si riempie, e la Casina delle Civette è un edificio piccolo con scale strette e stanze da poche persone alla volta: un sabato pomeriggio di fine settembre può voler dire attese dentro il percorso, non solo in cassa. Un martedì o un mercoledì mattina alle nove, quando aprono, è tutta un'altra visita. L'ultimo ingresso è alle 18.00 e non fanno eccezioni.
Un consiglio per chi ci porta i bambini
La mostra in sé, per un bambino, è una parete di fogli. La Casina intorno, invece, è una caccia al tesoro naturale: le civette sono nascoste ovunque, nei vetri, negli stucchi, nelle maioliche, perfino nelle volute dei capitelli del terrazzino. Trasformare la visita in una conta delle civette funziona benissimo e permette agli adulti di leggere con calma i pannelli della mostra. Sulla ruota dentata dell'emblema, poi, c'è una domanda che ai ragazzini piace sempre: perché lo stemma di un paese dovrebbe avere dentro un ingranaggio. La risposta è l'articolo 1 della Costituzione, e detta davanti al disegno originale funziona meglio di qualunque lezione.
Il pretesto che conviene sfruttare
Il biglietto della Casina delle Civette vale per quell'edificio e per la mostra. Se hai intenzione di vedere anche il Casino Nobile e il Casino dei Principi, chiedi in biglietteria il biglietto cumulativo: fuori dai mesi di luglio e agosto include anche la Serra Moresca e si acquista soltanto in cassa, non online. È una di quelle informazioni che non trovi finché non la chiedi, e che cambia il conto della giornata.
Orari, biglietti e come arrivare a Villa Torlonia
Gli orari aggiornati
La Casina delle Civette, il Casino Nobile e il Casino dei Principi osservano lo stesso orario: dal martedì alla domenica, dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.00. I giorni di chiusura sono il lunedì, il 1 maggio e il 25 dicembre. Il 24 e il 31 dicembre l'orario è ridotto, 9.00-14.00, con ultimo ingresso alle 13.00.
La Serra Moresca con la Torre Moresca segue un calendario tutto suo: dal 1 aprile al 30 settembre apre dal martedì alla domenica, 10.00-19.00, con ultimo ingresso alle 18.20, ma resta chiusa a luglio e agosto; dal 1 ottobre al 31 marzo l'orario scende a 10.00-16.00 con ultimo ingresso alle 15.20. La Torre non è visitabile la prima domenica del mese e ci si accede soltanto accompagnati dal personale di custodia, in gruppi di massimo venti persone, per una visita di circa dieci o quindici minuti. A settembre, quindi, la Serra è aperta: chi va adesso può abbinarla alla mostra.
Le tariffe, una per una
Il biglietto della Casina delle Civette con la mostra "Sotto una buona stella" costa 10,50 euro intero e 7,00 ridotto. Il biglietto del Casino Nobile costa 11,00 euro intero e 6,50 ridotto. Il biglietto del Casino dei Principi con la mostra di Pedro Cano costa 8,00 euro intero e 5,00 ridotto. Il biglietto della Serra Moresca con la Torre costa 8,00 euro intero e 5,00 ridotto. Il cumulativo valido fuori dai mesi di luglio e agosto, che comprende Casino Nobile, Casino dei Principi, Casina delle Civette e Serra Moresca, costa 17,00 euro intero e 13,00 ridotto, e si acquista soltanto in biglietteria.
Da febbraio 2026 l'ingresso al museo è gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana, esibendo in cassa la carta d'identità: in assenza del requisito si paga il biglietto intero o ridotto da non residente. L'ingresso è gratuito anche per chi ha la MIC card e per le categorie previste dalla tariffazione vigente. Il preacquisto online, tramite il call center 060608 o presso la biglietteria del museo per i giorni successivi comporta un diritto di prevendita di 1,00 euro; i biglietti preacquistati online o tramite call center non sono rimborsabili né modificabili. L'acquisto in biglietteria per il giorno stesso, in contanti o con carta, non ha diritto di prevendita. L'audioguida sull'esposizione permanente, in italiano, inglese e francese, costa 4,00 euro e si acquista in biglietteria.
Il bunker, che si prenota a parte
Il Bunker e i rifugi antiaerei di Villa Torlonia hanno un biglietto separato: 12,00 euro intero, 6,00 ridotto per i ragazzi dai 6 ai 18 anni non compiuti, per i possessori di MIC card e Roma Pass e per i disabili con accompagnatore, gratuito per i bambini da 0 a 5 anni. Le scuole pagano 70,00 euro a gruppo, i gruppi non scolastici 90,00 euro a gruppo per un massimo di venti persone. La prevendita è obbligatoria, con un euro aggiuntivo, online oppure sul posto presso le biglietterie di Villa Torlonia. Si accede esclusivamente con visita guidata: tutte le visite, anche quelle dei gruppi che arrivano con la propria guida, sono condotte da operatori didattici interni. L'ingresso è dal Casino Nobile e l'uscita nel parco.
Dove si entra e come ci si arriva
L'indirizzo è via Nomentana 70, nel quartiere Nomentano, secondo Municipio, e la biglietteria unica è al Casino Nobile. Il parco ha altri ingressi su via Lazzaro Spallanzani e su via Siracusa, ed è delimitato anche da via di Villa Massimo e via Alessandro Torlonia. Attenzione a un dettaglio pratico che coglie molti di sorpresa: l'ingresso a Villa Torlonia non è consentito alle biciclette.
L'ingresso monumentale su via Nomentana, con i due propilei in ordine ionico e composito, il basamento bugnato, le lastre di travertino e la cancellata a sei ante in ferro battuto con i globi di vetro sormontati da aquile bronzee, venne costruito tra il 1905 e il 1911 su progetto di Enrico Gennari, dopo che l'ampliamento della carreggiata aveva imposto la demolizione del vecchio muro di cinta. Nel basamento dei due fabbricati si trovano il corpo di vigilanza e la biglietteria.
Con i mezzi, la villa è servita dalle linee di superficie che percorrono via Nomentana e che fermano nelle vicinanze dell'ingresso monumentale. Chi arriva in metropolitana ha due opzioni comode, entrambe sulla linea B: la fermata Policlinico e la fermata Bologna, da cui si raggiunge l'ingresso a piedi in circa dieci minuti di cammino piano. Il call center 060608 risponde tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00 e gestisce anche le prenotazioni gratuite per i gruppi, che devono essere composti da 5 a 25 persone più la guida.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che la Casina delle Civette si chiamava Capanna Svizzera. Lo dicono tutte le guide, lo ripete il pannello all'ingresso, e ormai lo sa chiunque abbia messo piede nel parco. Quello che si cita molto meno spesso è che il nome attuale non nasce da un progetto, ma da un'abitudine.
L'edificio fu ideato nel 1840 da Giuseppe Jappelli su incarico di Alessandro Torlonia, e si presentava come una costruzione rustica con rivestimento esterno in bugnato di tufo e interni dipinti a tempera a imitazione di rocce e tavolati di legno: una finta baita alpina dentro una villa neoclassica romana. Nel 1908 Giovanni Torlonia junior, nipote di Alessandro, affidò a Enrico Gennari la trasformazione in un "Villaggio medievale", con finestre, loggette, porticati, torrette, decorazioni a maioliche e vetrate colorate.
Il nome "Casina delle Civette" compare per la prima volta nel 1916, dopo l'inserimento di due vetrate con civette stilizzate fra tralci d'edera realizzate su disegno di Duilio Cambellotti. Da lì in poi la civetta diventa un'ossessione decorativa che si ripete ovunque, dentro e fuori, nei vetri, negli stucchi, nelle maioliche, nei ferri battuti. Il nome, insomma, glielo hanno dato le persone guardando l'edificio, non l'architetto scrivendolo su un progetto. E il gusto per l'esoterismo del principe Giovanni ha fatto il resto: sull'architrave d'ingresso si legge ancora "Sapienza e Solitudine", che è più o meno la biografia in due parole del padrone di casa.
C'è un secondo fatto risaputo e sottovalutato, che riguarda direttamente Paschetto. Tutti sanno che nella Casina ci sono vetrate liberty famose, e quasi tutti le attribuiscono in blocco a Cambellotti. In realtà gli artisti che lavorarono qui furono almeno cinque: Umberto Bottazzi, Duilio Cambellotti, Giulio Cesare Giuliani, Paolo Paschetto e il maestro vetraio Cesare Picchiarini, che eseguiva materialmente i cartoni degli altri. La grande vetrata "I pavoni" della Stanza dei ciclamini è di Bottazzi, del 1912. Le vetrate del Balcone delle rose sono di Paschetto, del 1920. La vetrata "Ali e fiamme" nella Stanza dei trifogli è di Paschetto, databile intorno al 1927. Attribuire tutto a un solo nome è l'errore più comune che si sente pronunciare dentro quelle stanze.
Il ruolo di Picchiarini, che quasi nessuno nomina
L'arte della vetrata policroma legata a piombo, diffusa dal Medioevo fino all'Ottocento, conobbe una grande ripresa nei primi anni del Novecento, e il momento di svolta fu la Prima Mostra della Vetrata Artistica organizzata nel 1912 da Cesare Picchiarini. Intorno al suo laboratorio si raccolsero Cambellotti, Paschetto, Vittorio Grassi e Bottazzi: gli artisti disegnavano i cartoni, il maestro li realizzava con una perizia tecnica che è la vera ragione per cui quelle vetrate esistono ancora. Paschetto iniziò a lavorare con Picchiarini nel 1911, e la collaborazione durò decenni.
Dalle vetrate a disegni geometrici semplicissimi e lineari la tecnica del laboratorio Picchiarini si evolve fino a livelli sofisticati, e il museo indica proprio le vetrate del Balcone delle rose, ideate da Paschetto nel 1920, come esempio di quel salto: motivo decorativo svolto con elegante grafismo e notevole libertà compositiva. Sapere questo prima di entrare cambia il modo in cui si guarda quel corridoio.
La foto giusta da fare a Sotto una buona stella — Paolo Paschetto ai Musei di Villa Torlonia
La foto giusta non è quella dei disegni in teca. I documenti sotto vetro, con il riflesso della finestra sopra, non vengono mai bene e non raccontano nulla. La foto giusta è il Balcone delle rose, cioè le vetrate di Paschetto, e va fatta con un criterio preciso.
Dove e quando
Il Balcone delle rose è lo stretto passaggio attiguo alla stanza da letto del principe, scandito dalla sequenza di vetrate ideate da Paschetto ed eseguite da Picchiarini nel 1920 sulla base dei bozzetti esposti nel Fumoir. Il tema è quello delle rose e delle farfalle con nastri intrecciati: i gialli, i rossi e gli aranci caldi delle rose contrastano con i verdi, i blu e i viola più freddi delle farfalle. Il soggetto solare e vivace era stato pensato apposta per creare uno stacco netto rispetto all'atmosfera cupa della camera da letto, e quello stacco si sente ancora entrando.
Il momento migliore è la mattina presto, appena aperto, quando la luce esterna è ancora obliqua e attraversa i vetri colorati proiettando il disegno sul pavimento. Non inquadrare soltanto la vetrata: inquadra il pavimento con le macchie di colore proiettate sopra. Quella è la fotografia che nessuno fa e che restituisce la ragione per cui una vetrata esiste, cioè trasformare la luce.
Il dettaglio da non perdere
Il lungo balcone si apre su un minuscolo terrazzino coperto da una loggetta sostenuta da colonnine in marmo cipollino, con capitelli dalle volute elaborate che ricordano occhi di civetta stilizzati. Quella è la seconda inquadratura da portare a casa: un dettaglio di capitello, ravvicinato, che spiega meglio di mille didascalie perché questo edificio si chiama come si chiama.
La terza, per chi guarda in basso, è il pavimento in graniglia alla veneziana del balcone, sul quale sono disegnate comete e rose: sono l'emblema araldico dei Torlonia, le stesse comete che ritornano nel Salottino delle 24 ore e nelle vetrate della Stanza dei trifogli. C'è un cortocircuito visivo che vale un piccolo scatto: le comete araldiche di una famiglia di banchieri sul pavimento, e a pochi metri di distanza la stella della Repubblica sui fogli in mostra. Due stelle, due Italie.
Le regole da rispettare
Per le fotografie personali il buonsenso basta: niente flash, perché le vetrate e le carte esposte non lo gradiscono, niente treppiede nei passaggi stretti, dove si crea coda in due secondi, e attenzione a non appoggiarsi ai davanzali. Per le riprese professionali e per qualunque uso che non sia strettamente personale il museo ha una procedura di autorizzazione dedicata, e conviene chiedere prima in biglietteria invece di scoprirlo con la macchina già montata.
La foto all'aperto, se il tempo aiuta
Se la giornata è limpida, prima o dopo la visita esci nel giardino della Casina e fotografa l'edificio dall'esterno da tre quarti, tenendo dentro i tetti: le tegole sono in cotto smaltato dai colori vivaci, alternate da coppi di giunzione a foglie di acanto, e i tetti del bovindo e delle loggette sono rivestiti di maioliche. Nel triennio 1915-1917 Vincenzo Fasolo aveva usato l'eternit per le coperture, materiale sostituito con l'ardesia dopo l'incendio del 1991. È uno dei pochi edifici romani in cui il tetto è parte integrante della decorazione, e sfuggirà a chiunque guardi solo le finestre.
Villa Torlonia intorno alla mostra: il parco e gli altri edifici
Da vigna dei Pamphilj a villa dei banchieri
Dal Seicento a metà Settecento la proprietà apparteneva ai Pamphilj, che la utilizzavano come tenuta agricola, come altre situate nella stessa zona. Passò poi per eredità al cardinale Girolamo Colonna, che ne mantenne la natura agricola e iniziò la costruzione del primo nucleo. Nel 1797 la famiglia la cedette al banchiere Giovanni Raimondo Torlonia, che nel 1806 diede incarico di realizzare la villa su progetto di Giuseppe Valadier.
Valadier trasformò due edifici preesistenti in un palazzo e nell'odierno Casino dei Principi, costruì le Scuderie e un ingresso oggi demolito, e risistemò il parco creando viali simmetrici e perpendicolari alla cui intersezione è posto il palazzo. Nella sala da pranzo, che oggi chiamiamo Sala da ballo, inserì specchi per moltiplicare l'effetto della luce esterna; Domenico Del Frate eseguì dei dipinti e Antonio Canova dei bassorilievi in gesso, alcuni dei quali sono ancora esposti.
Alessandro Torlonia e il gusto per la scenografia
Nel 1832 Alessandro Torlonia, succeduto al padre, incaricò Giovan Battista Caretti di continuare i lavori, e i suoi gusti determinarono la costruzione di un Tempio di Saturno, dei Falsi Ruderi, della Tribuna con Fontana, della Coffee-house, della Cappella di Sant'Alessandro e di un Anfiteatro, questi ultimi non più esistenti. Collaborarono alla progettazione Giuseppe Jappelli, che si occupò della parte meridionale realizzandovi la Capanna Svizzera e la Serra Moresca, e Quintiliano Raimondi, che operò sul Teatro e sull'Aranciera, oggi Limonaia.
La zona sud, a differenza di quella settentrionale di gusto neoclassico, si riempì di laghetti, viali a serpentina, della Torre, della Grotta Moresca e del Campo da Tornei. Nel 1842 Alessandro fece erigere due obelischi in memoria dei genitori: sono gli obelischi di Villa Torlonia, e sono il pezzo del parco che i romani vedono più spesso senza mai fermarsi a guardarlo.
Il Casino Nobile e il Museo della Scuola Romana
Il Casino Nobile è un esempio di architettura neoclassica, con colonne e paraste marmoree di ordine gigante; i portici laterali e il pronao palladiano sono opera di Caretti, che curò anche i partiti decorativi in stile gotico e pompeiano di numerosi ambienti interni. Il frontone in terracotta con il trionfo di Bacco è di Rinaldo Rinaldi, allievo di Canova. Alessandro affidò a Francesco Podesti la decorazione ad affresco della Sala di Bacco, dove il pittore dipinse il Mito di Bacco, le Quattro stagioni e i Tre continenti.
Il piano terra e il piano nobile servivano per i ricevimenti, da cui il nome, mentre il seminterrato e il secondo piano erano lasciati alla servitù. Oggi l'edificio ospita anche il Museo della Scuola Romana, ed è da qui che si accede al bunker antiaereo e a una sala ipogea costruita a imitazione di una tomba etrusca.
Le catacombe sotto il prato
Nel 1919, all'interno del parco, fu scoperto un cimitero sotterraneo ebraico di epoca romana. Le catacombe di Villa Torlonia non rientrano nel percorso museale ordinario, ma la loro esistenza cambia il modo in cui si guarda il prato: sotto i pini di un parco pubblico del secondo Municipio si estende una necropoli della Roma imperiale.
Serra Moresca, Teatro, Limonaia
Il complesso della Serra moresca, in stile neomoresco, risale agli anni quaranta dell'Ottocento ed è progettato da Jappelli: comprende la Serra vera e propria, la torre e la grotta. È stato riaperto nel 2021 dopo lunghi lavori di restauro, e dal 2023 è possibile visitare anche la torre, con prenotazione e in date fisse. Il Teatro Torlonia, costruito fra il 1841 e il 1873, ha riaperto nel 2013 dopo il restauro.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
1840: nasce la finta baita
Giuseppe Jappelli costruisce per Alessandro Torlonia la Capanna Svizzera, riparata rispetto al palazzo principale da una piccola collina artificiale. Dell'edificio originario la Casina odierna conserva soltanto l'impianto murario a forma di elle, la copertura e il gusto rustico dell'insieme.
1908-1917: la trasformazione
Giovanni Torlonia junior incarica Enrico Gennari di trasformare la Capanna in Villaggio medievale. Nel 1909 la volta a cupola del Salottino delle 24 ore viene dipinta a tempera da Giovanni Capranesi, con la danza delle Ore raffigurate come fanciulle velate che volteggiano a gruppi di tre su fondo celeste, fra comete e rose araldiche e otto rilievi a stucco con la Fenice che risorge dalle ceneri. Nel 1910, per ordine del principe, viene trasportato qui dal Casino dei Principi il mosaico ottocentesco policromo con Marte e Venere che oggi si calpesta nel salottino. Nel 1914 arriva la vetrata di Cambellotti con le civette. Nel 1917 Vincenzo Fasolo aggiunge le strutture liberty sul lato meridionale e le tegole in cotto smaltato.
1920 e 1927: Paschetto entra nella Casina
Nel 1920 vengono messe in opera le vetrate del Balcone delle rose, ideate da Paschetto ed eseguite da Picchiarini. Intorno al 1927 arriva "Ali e fiamme", interpretazione stilizzata di temi biblici, oggi esposta nella Stanza dei trifogli. Nello stesso 1927 Picchiarini realizza per la sala da pranzo dell'abitazione romana di Paschetto, in via Pimentel, una serie di vetrate a due ante con lunetta, con vetri opalescenti per i soggetti e fondi trasparenti: anche quelle sono finite qui.
1925-1943: gli anni di Mussolini
Il 22 luglio 1925 la villa viene concessa a Mussolini come abitazione; dal 1929 vi si trasferisce la famiglia. Gli appartamenti privati di Benito e Rachele erano al primo piano del Casino Nobile, la sala da ballo veniva spesso usata per proiezioni cinematografiche private, e la Sala di Bacco era chiamata Sala della musica per via del grande pianoforte suonato dal giovane Romano Mussolini. Il Villino Medievale fu destinato al figlio Vittorio, il Casino dei Principi alla vedova del figlio Bruno e alla sua famiglia. La famiglia lasciò la villa dopo il 25 luglio 1943.
1940-1943: i tre rifugi
La storia dei rifugi antiaerei di Villa Torlonia è una sequenza di tentativi falliti, ed è documentata con precisione. Il primo ambiente individuato fu una cantina sotterranea sotto il laghetto detto "del Fucino", lunga sessanta metri e larga cinque, realizzata dai Torlonia nell'Ottocento sfruttando con ogni probabilità un'antica area cimiteriale preesistente. Alla fine del 1940 la cantina venne munita di porte antigas, di un sistema di filtraggio e rigenerazione dell'aria, di luce elettrica.
Il problema era la strada: fra il Casino Nobile e quel rifugio c'erano circa centocinquanta metri da percorrere allo scoperto, e il laghetto sopra, ben visibile dall'alto, era un bersaglio comodo. Così nel 1941 si decise di sfruttare un locale seminterrato del Casino Nobile, un'ex cucina situata subito sotto la Sala da ballo, rinforzata con uno strato di cemento armato di circa centoventi centimetri, porte blindate antigas e depurazione dell'aria.
Anche questa soluzione fu giudicata inadeguata, e nel dicembre del 1942 il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco iniziò la costruzione di un vero bunker sotto il piazzale laterale al Casino Nobile. L'importo previsto era di 240.000 lire e finì col raddoppiare, perché fu necessario approfondire lo scavo delle fondazioni e smantellare un corridoio sotterraneo preesistente che collegava la Tribuna con Fontana a una stanza segreta voluta da Alessandro Torlonia. Il bunker venne scavato a circa sei metri e mezzo di profondità, con forma cilindrica, protetto da quattro metri di cemento armato, composto da più vani secondo uno sviluppo a croce e dotato di due uscite di sicurezza, una sul piazzale e una all'interno della Tribuna con Fontana.
Mussolini non lo usò mai. Quando il 25 luglio 1943 venne destituito, i lavori non erano ancora terminati. La struttura servì comunque da rifugio per gli abitanti della villa e del quartiere limitrofo durante l'occupazione tedesca, il che è una delle poche ironie storiche davvero pulite che Roma offre: il bunker costruito per proteggere un uomo finì per proteggere i suoi vicini di casa.
1944-1947: l'occupazione e il degrado
Dal 1944 al 1947 la villa fu occupata dal comando anglo-americano. La Casina delle Civette venne semidistrutta. Nel dopoguerra, tornata ai Torlonia, la proprietà attraversò un lungo periodo di abbandono.
1978, 1991, 1997: la rinascita
Alla fine degli anni settanta la villa fu acquistata dal Comune di Roma e trasformata in parco pubblico, con l'apertura al pubblico nel 1978. Nel 1991 un incendio disastroso colpì la Casina delle Civette, già provata da furti e vandalismi. Il restauro, condotto fra il 1992 e il 1997, le ha restituito l'aspetto attuale e ne ha fatto il primo edificio della villa riaperto al pubblico. Alcune vetrate perdute sono state rifatte nel 1997 dalle Vetrerie Giuliani sulla base dei bozzetti e dei cartoni superstiti: la Primavera della scala delle Quattro stagioni è una di queste, mentre l'Inverno risulta irrimediabilmente disperso.
2024: la riapertura del bunker
Ad aprile 2024, al termine di un intervento di manutenzione, il bunker ha riaperto con un nuovo percorso espositivo che documenta la vita di Mussolini e della famiglia a Villa Torlonia e propone un'esperienza multimediale immersiva con proiezioni sincronizzate e spazializzazione sonora, pensata per far percepire cosa significasse trovarsi in un rifugio sotterraneo durante un attacco aereo.
Chi è passato da Sotto una buona stella — Paolo Paschetto ai Musei di Villa Torlonia
Gli artisti della Casina
Il primo elenco è quello degli artisti che hanno lavorato dentro l'edificio che ospita la mostra, e che il museo riconosce formalmente come gli artisti della Casina: Umberto Bottazzi, Duilio Cambellotti, Giulio Cesare Giuliani, Paolo Paschetto, Cesare Picchiarini. A loro si aggiungono Vittorio Grassi, presente nelle collezioni con "L'idolo", e Vincenzo Fasolo, architetto e autore dei bozzetti attribuiti per le vetrate delle Quattro stagioni. Il pittore Giovanni Capranesi firmò la volta del Salottino delle 24 ore nel 1909, e Giuseppe Capranesi le decorazioni vegetali della hall. Le maioliche vennero fornite da Richard Ginori, Cantagalli e Villeroy e Boch: quest'ultima aveva realizzato le piastrelle con ninfee del bagno del principe, quasi tutte asportate da ignoti prima della trasformazione in museo.
I proprietari e gli inquilini
Prima dei Torlonia, i Pamphilj e il cardinale Girolamo Colonna. Poi Giovanni Raimondo Torlonia, il banchiere che comprò la vigna nel 1797, suo figlio Alessandro, che fece della villa la macchina scenografica che vediamo, e Giovanni Torlonia junior, il principe delle civette, che si ritirò nella Casina e vi abitò fino alla propria morte, alla fine degli anni trenta.
Poi la famiglia Mussolini, dal 1925 al 1943, con Rachele e i figli, fra cui Vittorio nel Villino Medievale e Romano al pianoforte nella Sala della musica. Poi il comando anglo-americano, dal 1944 al 1947. Poi, dopo trent'anni di abbandono, il Comune di Roma, i restauratori, e finalmente il pubblico.
I protagonisti della vicenda dell'emblema
Nella mostra, invece, passano nomi di tutt'altro genere. Ivanoe Bonomi, presidente della prima commissione. Giovanni Conti, presidente della seconda. Enrico De Nicola, che il 5 maggio 1948 firmò il decreto legislativo numero 535. I quattro finalisti che persero due volte contro Paschetto e i cui disegni sono esposti accanto ai suoi: Lalia, Luperini, Morbiducci, Retrosi. E i 341 candidati del primo concorso e i 96 del secondo, che non hanno nome nella narrazione corrente ma che hanno lasciato 637 e 197 fogli, molti dei quali ancora conservati negli archivi pubblici italiani.
C'è infine una presenza contemporanea: lo storico Daniele Jalla, intervistato nel video che chiude il percorso espositivo. Per chi conosce la storia valdese quel nome non è casuale, perché la famiglia Jalla è legata da generazioni agli studi e alle istituzioni culturali di Torre Pellice, e lo stesso Paschetto aveva collaborato con lo storico Attilio Jalla al nuovo allestimento del Museo valdese di Torre Pellice nel 1939.
E chi passa oggi
Nelle ultime settimane la villa ha avuto un traffico insolito, perché al Casino dei Principi si è appena chiusa la stagione della mostra dedicata a Pedro Cano, che ha superato i diciottomila visitatori. Dal 30 settembre 2026 nello stesso spazio apre una mostra dedicata a Elisa Montessori. Chi passa da qui adesso, quindi, trova un complesso museale in piena attività, con tre edifici aperti, un bunker visitabile su prenotazione e un parco che a settembre è uno dei posti più piacevoli di Roma per sedersi.
Perché questa mostra vale un pomeriggio, anche se sei romano
Roma ha un problema con le mostre piccole: le ignora. Lo spazio mentale è occupato dalle grandi esposizioni nei palazzi del centro, e una mostra di carte d'archivio in una villa liberty sulla Nomentana non entra nel radar. È un errore, per almeno tre ragioni.
La prima è che si tratta di una mostra su un oggetto che usiamo tutti i giorni. Non capita spesso di vedere le fasi preparatorie di un simbolo stampato sul nostro documento d'identità. La seconda è che l'occasione è irripetibile nel senso più letterale: i documenti arrivano da un archivio privato di una chiesa minoritaria, torneranno a Torre Pellice, e non è detto che tornino a Roma. La terza è che l'edificio che le ospita è, di suo, uno dei cinque o sei interni più belli del primo Novecento romano, e che moltissimi romani non ci sono mai entrati pur avendo attraversato quel parco cento volte per portare il cane.
Aggiungo una considerazione che riguarda il modo in cui si racconta l'Italia repubblicana. Di solito la si racconta con le grandi date e i grandi discorsi. Questa mostra la racconta con un compasso, due squadrette, una scatola di colori e una pila di ritagli di giornale in cui si legge che il simbolo scelto dalla commissione somigliava a una tinozza. È un racconto più modesto e infinitamente più credibile, perché fa vedere che anche i simboli di uno Stato nascono per tentativi, correzioni e liti.
Come incastrare la visita dentro una giornata romana
La mezza giornata minima
Arrivo alle 9.00 all'apertura, Casina delle Civette con la mostra, un'ora e mezza. Poi mezz'ora di parco a piedi, passando davanti agli obelischi e ai Falsi Ruderi, fino alla Serra Moresca. Pranzo fuori, nel quartiere Nomentano, che ha una densità di posti dignitosi molto superiore alla sua fama. Totale: mezza giornata, senza corse.
La giornata piena
Stessa apertura, ma con il biglietto cumulativo. Casina delle Civette con la mostra, Casino Nobile con il Museo della Scuola Romana, Casino dei Principi, Serra Moresca con la Torre. Se hai prenotato il bunker, inseriscilo nel primo pomeriggio: la visita guidata ha orari fissi e non si improvvisa. In quel caso conviene prenotare con qualche giorno di anticipo, perché i turni sono a numero chiuso.
Se vuoi allargare il giro
Da Villa Torlonia si arriva a piedi al quartiere Coppedè in una ventina di minuti abbondanti, e l'abbinamento funziona benissimo, perché Coppedè è l'altra grande scenografia eclettica romana degli stessi anni, costruita con la stessa libertà stilistica e lo stesso gusto per la citazione medievale. Chi vuole restare sul verde può invece proseguire verso Villa Ada, che è enorme e a pochi minuti di autobus. Chi preferisce l'arte contemporanea trova il MACRO in via Nizza, sempre nella stessa direzione.
Se invece vuoi chiudere il cerchio sul tema della mostra, l'itinerario più coerente è quello suggerito dalla quarta sezione: i luoghi romani di Paschetto, a partire dal tempio valdese di piazza Cavour, la sua opera maggiore, per la cui decorazione lavorò oltre due anni chiedendo soltanto il rimborso delle spese vive, ventimila lire. Mosaici della lunetta d'ingresso e del tondo sulla facciata, decorazione delle pareti interne ispirata all'arte romanica, i cartoni delle vetrate eseguite da Picchiarini: otto bifore con simboli biblici lungo le navate laterali, dieci trifore nelle finestre del matroneo, sette monofore sulla facciata e dodici trifore nella navata centrale. È a un quarto d'ora di autobus da Villa Torlonia ed è la dimostrazione, su scala architettonica, di che cosa sapesse fare l'uomo che poi avrebbe disegnato lo stemma della Repubblica.
Riepilogo pratico in dieci righe
Che cosa: "Sotto una buona stella", sottotitolo "L'emblema della Repubblica Italiana nelle carte di Paolo Paschetto". Dove: Musei di Villa Torlonia, Casina delle Civette, via Nomentana 70. Quando: aperta dal 27 marzo 2026, chiusura annunciata il 27 settembre 2026 e poi prorogata al 29 novembre 2026. Oggi, 12 settembre 2026, la mostra è in corso.
Orari: dal martedì alla domenica, 9.00-19.00, ultimo ingresso alle 18.00, chiuso il lunedì. Biglietto: 10,50 euro intero, 7,00 ridotto, gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana con carta d'identità e per i possessori di MIC card. Prevendita online o al call center 060608 con un euro di diritto di prevendita. Curatela di Sara Rivoira, Federica Tammarazio e Gaia Dammacco. Quattro sezioni, un video, e la parte migliore che sono le vetrate di Paschetto nelle stanze accanto.
Domande frequenti su Sotto una buona stella, Paolo Paschetto ai Musei di Villa Torlonia
Che cos'è la mostra Sotto una buona stella?
Sotto una buona stella è la mostra, con sottotitolo L'emblema della Repubblica Italiana nelle carte di Paolo Paschetto, dedicata ai bozzetti e ai documenti con cui Paolo Paschetto partecipò e vinse i concorsi per la creazione dell'emblema della Repubblica Italiana. Il percorso espositivo si articola in quattro sezioni, a cominciare dai bozzetti di cartoline per il voto del referendum istituzionale del 1946.
Dove si trova la mostra Sotto una buona stella?
La mostra si trova ai Musei di Villa Torlonia, nella Casina delle Civette, in via Nomentana 70 a Roma. È ospitata all'interno di un edificio storico che fu residenza dei principi Torlonia.
Quando è aperta la mostra Sotto una buona stella?
La mostra è aperta dal 27 marzo 2026. La chiusura era stata annunciata per il 27 settembre 2026, poi prorogata al 29 novembre 2026, e al 12 settembre 2026 risultava ancora in corso.
Quali sono gli orari della mostra?
La Casina delle Civette, il Casino Nobile e il Casino dei Principi seguono lo stesso orario: dal martedì alla domenica, dalle 9:00 alle 19:00, con ultimo ingresso alle 18:00. I giorni di chiusura sono il lunedì, il 1 maggio e il 25 dicembre, mentre il 24 e il 31 dicembre l'orario è ridotto, dalle 9:00 alle 14:00 con ultimo ingresso alle 13:00.
Chi era Paolo Paschetto, l'autore delle carte in mostra?
Paolo Paschetto era un artista valdese, nato a Torre Pellice il 12 febbraio 1885, terzogenito di un pastore valdese trasferitosi a Roma nel 1889. Fu lui a disegnare l'emblema della Repubblica Italiana, vincendo entrambi i concorsi previsti dal decreto legislativo del 19 giugno 1946 sull'adozione di un nuovo simbolo nazionale.
La mostra Sotto una buona stella richiede un biglietto a parte?
Per chi vuole visitare più edifici di Villa Torlonia nella stessa giornata, oltre alla Casina delle Civette che ospita la mostra, esiste un biglietto cumulativo valido per l'insieme del complesso museale, utile a chi organizza una giornata piena piuttosto che la sola mezza giornata dedicata alla mostra.
Quanto tempo serve per visitare Sotto una buona stella?
La mostra da sola si visita in circa un'ora e mezza, perché le carte esposte sono poche decine e chi non sa cosa cercare rischia di attraversarla in dieci minuti scambiandola per una piccola esposizione di documenti ingialliti. Il consiglio è di trattarla come pretesto per visitare tutta la Casina delle Civette, non come unica ragione della visita.
Qual è la foto giusta da fare a Sotto una buona stella?
La foto giusta non è quella dei disegni in teca, che con il riflesso della finestra sopra non vengono mai bene e non raccontano nulla. La foto giusta è il Balcone delle rose, lo stretto passaggio scandito dalle vetrate ideate da Paolo Paschetto, accanto alla stanza da letto del principe.
Prima di partire
Se stai organizzando una visita che va oltre le due ore scarse della Casina, o se devi far quadrare Villa Torlonia dentro un viaggio più lungo in Italia, ci sono due strumenti utili. Per chi lavora nel settore, cioè accompagnatori, guide e organizzatori di gruppi che devono incastrare prenotazioni, turni del bunker e orari differenziati fra i vari edifici della villa, il riferimento è TourLeaderPro, che mette in rete professionisti abilitati e conosce i tempi reali delle prenotazioni nei musei civici romani. Per chi invece sta costruendo un itinerario italiano da zero, con giorni, spostamenti e priorità da decidere, ItalyPlanner è il posto giusto per capire quanto tempo serve davvero a Roma e che cosa conviene sacrificare.
Ultima raccomandazione: prima di salire in macchina o in metropolitana, dai un'occhiata alla pagina degli avvisi del museo. I musei civici romani cambiano orari e aperture con più frequenza di quanto si creda, soprattutto nei giorni di festa e durante gli allestimenti, e una mostra prorogata è sempre una mostra che merita una verifica in più. Poi entra, sali al piano superiore, e prenditi cinque minuti in più al Balcone delle rose. È lì che si capisce tutto.
Prepara la visita
Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.
Biglietti per concerti e spettacoli
Concerti, teatro e sport a Roma, con posto scelto in anticipo.
Dormire a Roma
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Transfer da e per l’aeroporto
Fiumicino e Ciampino con auto prenotata e prezzo fisso.
