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Pedro Cano. Siete e Roma — la mostra ai Musei di Villa Torlonia

Evento concluso · si è chiuso il 13 Settembre 2026. Guarda gli eventi in programma a Roma →

In breve. Parto dalla cosa che conta di più oggi, 12 settembre 2026: la mostra chiude domani.

Parto dalla cosa che conta di più oggi, 12 settembre 2026: la mostra chiude domani. Domenica 13 settembre 2026 è l'ultimo giorno utile per vedere "Pedro Cano. Siete e Roma" al Casino dei Principi di Villa Torlonia. Non c'è una seconda proroga annunciata, non c'è un prolungamento in vista, e la data del 13 settembre è già di per sé una proroga: l'esposizione era prevista dal 18 aprile al 7 giugno 2026 ed è stata allungata di tre mesi perché funzionava. Se stai leggendo sabato pomeriggio e ti stai chiedendo se rimandare a un altro weekend, la risposta è no: un altro weekend non esiste.

Domani il museo è aperto dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.00. Il biglietto del Casino dei Principi con la mostra costa 8,00 euro intero e 5,00 ridotto, ed è gratuito per chi risiede a Roma e nella Città Metropolitana esibendo un documento valido in cassa, oltre che per chi ha la MIC card. Questo è il punto che vale la pena mettere in chiaro subito, perché è una novità recente e molta gente ancora non la sfrutta: da febbraio 2026 l'ingresso ai musei civici romani è gratuito per i residenti, e Villa Torlonia rientra pienamente nella misura. Vuol dire che se abiti a Roma, o anche solo in un comune della Città Metropolitana, domani puoi entrare a vedere cento opere di uno dei più bravi acquerellisti viventi senza tirare fuori un euro.

C'è un secondo punto che conviene chiarire subito, perché è la fonte di malintesi più comune fra chi arriva a Villa Torlonia per la prima volta: i musei della villa hanno biglietti separati, uno per edificio. Non esiste un unico biglietto che ti fa girare tutto il complesso a piacimento. Il Casino dei Principi con la mostra di Cano costa 8,00 euro, il Casino Nobile ne costa 11,00, la Casina delle Civette con la mostra su Paschetto ne costa 10,50, la Serra Moresca con la Torre ne costa 8,00, il bunker ne costa 12,00 ed è un discorso a parte con prenotazione obbligatoria. Esiste un biglietto cumulativo, ma ha le sue regole: fuori dai mesi di luglio e agosto mette insieme Casino Nobile, Casino dei Principi, Casina delle Civette e Serra Moresca a 17,00 euro interi e 13,00 ridotti, e si compra soltanto alla biglietteria, non online. Nei mesi di luglio e agosto la formula cambia e diventa un cumulativo a tre edifici, senza la Serra, a 14,00 euro interi e 11,00 ridotti. Siamo a settembre, quindi vale il cumulativo pieno da 17,00 euro, acquistabile solo in loco.

Detto questo, se sei residente a Roma o nella Città Metropolitana la questione del cumulativo non ti riguarda: entri gratis ovunque tranne che al bunker, che ha una tariffazione propria perché si visita solo con accompagnamento e con prenotazione obbligatoria. Vale la pena dirlo perché più di una persona si mette in fila e compra il cumulativo da diciassette euro senza sapere che poteva tirare fuori la carta d'identità e passare.

Che cosa si vede davvero dentro la mostra

"Siete e Roma" non è una mostra sola. Sono due mostre, tenute insieme da una firma e da un titolo, e distribuite sui due livelli del Casino dei Principi in modo che non si mescolino mai. Il titolo lo dice, se lo si legge con attenzione: "Siete" e "Roma" sono due parole separate da una congiunzione, non un nome unico. Siete è il nome di un ciclo pittorico; Roma è il resto.

Il pittore Pedro Cano
Il pittore spagnolo Pedro Cano, autore delle opere esposte ai Musei di Villa Torlonia. Foto di Pedro J Pacheco, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Il progetto espositivo porta la firma di Giorgio Pellegrini come curatore, con il coordinamento di Raquel Vázquez-Dodero Fontes, e nasce dentro un filone di lavoro che la Sovrintendenza Capitolina porta avanti da anni: studiare e far conoscere gli artisti di varia provenienza che hanno operato a Roma nel Novecento e che con la città hanno costruito un rapporto di appartenenza, non di passaggio. Cano rientra in questa categoria con una legittimità che pochi possono vantare: vive e lavora a Roma da oltre cinquant'anni.

Le opere in mostra sono più di cento, e non è una cifra buttata lì per fare numero: chi pensa di cavarsela in venti minuti resta sorpreso. Conviene calcolare un'ora e mezza abbondante, due se si è del tipo che legge i cartellini.

Il primo piano: il ciclo Siete, in bianco e nero

Al primo piano è esposto integralmente il ciclo Siete. È la parte che colpisce di più chi arriva pensando di trovare soltanto acquerelli gentili di scorci romani, e infatti è messa di proposito dove si sale, non dove si entra.

Siete nasce da appunti e riflessioni raccolti dall'artista nell'arco di molti anni e poi organizzati, al compimento dei suoi settantacinque anni, in un ciclo unitario. La struttura è precisa: sette trittici, che si intitolano Gioco, Lavoro, Biciclette, Interno, Salto, Attesa e Carico. Ogni trittico è composto da tre pannelli orizzontali di 120 per 180 centimetri, il che porta il conto complessivo a ventuno opere a olio su tela, accompagnate dai disegni e dagli schizzi preparatori. Tutto rigorosamente in bianco e nero.

I temi sono quelli grossi e scomodi: la migrazione, l'ingiustizia, il lavoro, la sofferenza. Ma il ciclo non si ferma alla denuncia, e questo è il motivo per cui funziona meglio di tanta arte impegnata: mette l'accento anche sulla solidarietà e sull'aiuto reciproco, cioè sulla parte della vicenda umana che di solito viene tagliata via perché meno fotogenica. Le figure sono uomini e donne resi quasi a grandezza naturale, colti in posture sospese, dentro un tempo che non si capisce quale sia. Non ci sono orologi, non ci sono insegne, non ci sono marchi. Potrebbe essere il 1930, potrebbe essere il mese scorso.

La scelta del bianco e nero, priva di elementi superflui, amplifica la tensione emotiva e ti costringe a guardare le tre cose che restano: i gesti, le posture e le relazioni silenziose fra le figure. È una scelta tecnica che ha conseguenze percettive immediate. Il colore, in un acquerellista di quel livello, sarebbe stato una scorciatoia verso la bellezza. Toglierlo significa togliere la possibilità di consolarsi.

L'allestimento è pensato come un attraversamento tematico progressivo: si comincia da Gioco e si finisce a Carico, e la sequenza dei trittici costruisce una narrazione per immagini che non ha bisogno di didascalie per arrivare. Dal gioco al carico: la traiettoria di una vita, se ci pensi cinque secondi.

Le opere sono state realizzate fra il 2018 e il 2019, e prima di arrivare a Roma hanno avuto tre tappe: nel 2019 la Chiesa delle Verónicas di Murcia, nel 2023 la Casa de Vacas di Madrid, nel novembre 2025 la Chiesa della Misericordia a Palma de Mallorca. Due chiese sconsacrate e un padiglione dentro un parco: sono spazi che raccontano quanto quel ciclo chieda silenzio e altezza per respirare, e il primo piano del Casino dei Principi gliela dà.

Il piano terra: Roma, ad acquerello

Al piano terra la mostra cambia registro completamente. Qui ci sono quarantotto opere dedicate a Roma, in prevalenza acquerelli su carta, alcuni dei quali inediti, cioè mai esposti prima. Accanto agli acquerelli è presentata una selezione di sette taccuini di viaggio con appunti e vedute della città.

L'atmosfera diventa intima e contemplativa. Ci sono le vedute che ci si aspetta e che sarebbe sciocco snobbare: il Pantheon, il Colosseo, altri luoghi emblematici della città. Ma la parte più interessante è un'altra, ed è quella che nessuna guida cita: gli scorci dipinti dalle finestre di casa sua, che affaccia sulle Terme di Diocleziano. Uno che ha passato mezzo secolo a Roma e che si è messo a dipingere quello che vede dalla propria finestra sta facendo una cosa diversa dal turista con il cavalletto: sta registrando una consuetudine. La stessa luce, la stessa rovina, per anni, in stagioni diverse.

Il risultato è uno sguardo che intreccia memoria, luce e architettura, e che dietro la levigatezza della tecnica nasconde mezzo secolo di frequentazione. Gli acquerelli romani di Cano hanno qualcosa che manca alle vedute di mestiere: non descrivono Roma, la ricordano.

I taccuini, che sono la vera sorpresa

Se devo indicare la sezione che la maggior parte dei visitatori attraversa troppo in fretta e che invece vale il biglietto da sola, indico i taccuini. Sono presentati come testimonianze dirette del processo creativo, e permettono di entrare dentro il laboratorio dell'artista: appunti, studi di luce, annotazioni a margine. Ma la definizione che il museo stesso dà è più forte, e la condivido: non sono semplici taccuini preparatori, sono opere autonome, veri e propri diari visivi.

L'abitudine risale agli anni Settanta. Durante i suoi continui spostamenti fra Europa, Medio Oriente e America, Cano ha preso a lavorare su piccoli quaderni portatili, fissandoci sopra le impressioni immediate: una luce particolare, un dettaglio architettonico, una figura incontrata per strada, un paesaggio intravisto dal finestrino di un treno. Molti dei cicli pittorici successivi sono nati proprio da intuizioni annotate lì dentro.

Il che rende i sette taccuini esposti la cerniera fra i due piani della mostra: il grande ciclo drammatico di sopra e le vedute liriche di sotto hanno la stessa origine, che è una pagina di quaderno riempita in piedi, magari appoggiandosi a un muro.

Come stanno insieme i due nuclei

La struttura su due livelli non è una comodità logistica, è la tesi della mostra. Al piano superiore la dimensione universale e drammatica di Siete, al piano terra la dimensione lirica e autobiografica di Roma. Da una parte la collettività e la condizione umana, dall'altra la memoria personale e l'esperienza vissuta. Il visitatore che fa il percorso completo si porta a casa una lettura larga di che cosa sia, davvero, la ricerca di questo pittore: non un acquerellista di scorci e nemmeno un artista politico, ma qualcuno che tiene insieme le due cose senza fondere le tinte.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da José Luis Montero. Se domani ti capita di essere lì e la mostra ti prende, il catalogo è l'unica cosa che ti resta in mano dopo la chiusura: dopodomani quelle sale saranno vuote e riallestite per altro.

Chi è Pedro Cano, raccontato per bene

Di solito lo si liquida in due righe: acquerellista spagnolo formato a Madrid, lavora fra Spagna e Italia. È vero, ed è talmente poco che quasi disinforma. La storia è molto più lunga e molto più interessante.

Pedro Cano nasce a Blanca, in provincia di Murcia, il 10 agosto 1944. Blanca è un paese della Valle di Ricote, sul fiume Segura, una zona della Spagna sudorientale che è stata per secoli terra di convivenza fra culture diverse. Comincia a dipingere a olio da autodidatta quando ha undici anni, il che vuol dire che si mette a lavorare con un mezzo difficile senza che nessuno glielo abbia insegnato.

La svolta arriva nel 1959, per caso: l'incontro con la pittrice valenciana Amparo Benaches gli indica una direzione e lo avvia all'osservazione diretta della natura. Sembra un dettaglio minore e invece spiega tutta la produzione successiva, taccuini compresi: chi a quindici anni impara a guardare prima di inventare non smette più.

Nel 1965 entra alla Scuola di Belle Arti di San Fernando a Madrid, con una borsa della Diputación Provincial de Murcia. Nel 1969 ottiene una borsa di pittura di paesaggio del Ministero degli Esteri spagnolo per l'Accademia Spagnola di Belle Arti a Roma, e al termine della borsa decide di restare nella città eterna. Il museo, nella sua presentazione, riassume il passaggio dicendo che Cano si trasferì a Roma nel 1969 dopo aver vinto il Prix de Rome presso l'Accademia di Spagna: la sostanza è la stessa, Roma è arrivata per concorso e poi è diventata una scelta. Prima di partire per l'Italia era passato dalla Fondazione Rodríguez Acosta di Granada, dove aveva ottenuto una borsa per dipingere all'Alhambra.

Nel 1971 e nel 1972 vince la medaglia d'oro rispettivamente alla Biennale di Pittura e Scultura di Firenze e alla Biennale di Arti Grafiche di Firenze. Nel 1972 tiene la sua prima personale, alla Galleria Zero di Murcia, e nello stesso anno sposa l'italiana Patrizia Guadagno: i due vanno a vivere ad Anguillara Sabazia, a una trentina di chilometri da Roma, sul lago di Bracciano.

Nel 1976 fa il primo viaggio in America Latina, un percorso che va dal Messico al Brasile, e da quel viaggio nasce un ciclo pittorico esposto poi a Milano, Bolzano e Salisburgo. Nel 1984 si trasferisce a New York, dove vive cinque anni nell'East Village, cioè nel quartiere e nel decennio in cui si stava decidendo mezza storia dell'arte contemporanea americana. Poi torna, e da allora alterna Roma, Anguillara e il paese natale con viaggi lunghi in Siria, Giordania, Turchia, Egitto, Libia.

I riconoscimenti si accumulano. Nel 1986 Blanca lo nomina figlio prediletto, e per l'occasione lui disegna un paesaggio con le rovine del castello del paese di cui vengono stampate tremila copie distribuite agli abitanti: un gesto che dice parecchio del tipo di rapporto che ha con la sua gente. Nello stesso anno riceve il Laurel de Bellas Artes dell'Associazione della Stampa. Nel 1997 diventa cittadino onorario di Anguillara, e nel 1998 viene celebrato il gemellaggio fra Blanca e Anguillara, nato proprio grazie a lui: due paesi in valle, uno bagnato dal fiume Segura e l'altro affacciato su un lago. Nel 2001 entra come accademico di numero nella Real Academia de Bellas Artes de Santa María de la Arrixaca di Murcia. Nel 2002 il Palacio del Almudí di Murcia gli dedica una grande personale intitolata Secuencias.

Nel dicembre 2008 nasce a Blanca la Fondazione Pedro Cano, che espone e divulga la sua opera e ospita conferenze, pubblicazioni e mostre. Fra le persone che la mandano avanti compare Raquel Vázquez-Dodero Fontes, che è la stessa persona che firma il coordinamento della mostra romana: un dettaglio che spiega la cura con cui il materiale è stato selezionato e portato fin qui.

Sempre nel 2008 presenta alle Terme di Diocleziano il ciclo Identità in transito, poi esposto a Firenze, Murcia e Madrid, e dal 2008 un suo autoritratto è conservato nel Corridoio Vasariano degli Uffizi, che è una delle collezioni di autoritratti più celebri al mondo e non ci si entra per amicizia. Dal 2013 fa parte dell'Accademia dei Virtuosi al Pantheon. Nel 2022 il Ministero della Cultura spagnolo gli assegna la Medaglia d'Oro al Merito nelle Belle Arti.

Le sue opere si trovano in collezioni pubbliche e museali di peso, fra cui i Musei Vaticani, il Meadows Museum di Dallas e il Pantheon di Roma. Tenerlo a mente cambia il modo in cui si guarda la mostra: chi entra domani al Casino dei Principi non sta guardando il lavoro di un pittore locale gentile, ma quello di un artista che da oltre cinquant'anni fa parte a pieno titolo del tessuto artistico di questa città.

Orari, biglietti e come arrivare al Casino dei Principi

La sede è ai Musei di Villa Torlonia, via Nomentana 70, Roma. L'ingresso monumentale sulla Nomentana, quello con i due propilei e le aquile di bronzo sui globi di vetro, è il riferimento più semplice: si entra da lì, si tiene la destra e il Casino dei Principi è il secondo edificio importante che si incontra risalendo verso il Casino Nobile, al quale è collegato da una galleria che esiste ancora oggi.

Gli orari della mostra sono dal martedì alla domenica, dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso alle 18.00. Il lunedì è giorno di chiusura. Domani, domenica 13 settembre 2026, il museo osserva l'orario pieno, quindi hai una finestra che va dalle nove del mattino alle sei del pomeriggio per entrare.

Le tariffe del Casino dei Principi con la mostra sono 8,00 euro intero e 5,00 ridotto. È gratuito per i residenti a Roma e nell'area metropolitana, esibendo un documento valido che attesti la residenza, ed è gratuito con la MIC card oltre che per le categorie previste dalla tariffazione vigente. La MIC card, per chi non la conoscesse, costa cinque euro e vale dodici mesi di ingressi gratuiti nel Sistema Musei di Roma Capitale, con riduzione sulle mostre ospitate: è, in assoluto, il miglior rapporto fra spesa e resa che offra questa città.

Il preacquisto si fa online oppure al call center 060608, con un euro di diritto di prevendita. I biglietti preacquistati non sono rimborsabili né modificabili, e oggi il dettaglio conta: se compri per domani, compri per domani e basta. In biglietteria si acquista per il giorno stesso, in contanti o con carta, senza diritto di prevendita. Per un ultimo giorno di mostra in una domenica di settembre, il consiglio è di non comprare online: vai in cassa, che tanto la fila al Casino dei Principi non è quella dei Musei Capitolini.

Per i gruppi il numero è sempre lo 060608: da cinque a venticinque persone più la guida, prenotazione gratuita obbligatoria e almeno cinque biglietti preacquistati, il resto si salda sul posto. Esistono anche visite guidate a pagamento in diverse lingue, su prenotazione, a scelta fra percorso museo e percorso mostra, e l'audioguida dell'esposizione permanente in italiano, inglese e francese a quattro euro, in biglietteria.

Per arrivare: la fermata di metropolitana più comoda è Policlinico sulla linea B, da cui si risale a piedi in una decina di minuti abbondanti; in alternativa Bologna, sempre linea B, con una camminata simile dall'altro lato. Sulla Nomentana passano diverse linee di superficie e c'è anche il tram in zona Policlinico. In auto è un'idea mediocre: la Nomentana in quel tratto è una delle arterie più congestionate della città e i posti liberi intorno alla villa sono una leggenda metropolitana. In bici invece è ottimo, perché il parco è attraversabile e le rastrelliere ci sono.

Raccomandazione che vale sempre per i musei civici romani: prima di muoverti dai un'occhiata alla pagina degli avvisi del museo, perché orari e aperture cambiano più spesso di quanto si creda.

Una curiosità su Pedro Cano. Siete e Roma — la mostra ai Musei di Villa Torlonia

La curiosità riguarda il numero sette, e il fatto che nessuno lo spieghi mai bene. Il ciclo si chiama Siete, che in spagnolo vuol dire semplicemente sette, ed è composto da sette trittici. Ma la ragione per cui sono sette non è simbolica, non ha a che fare con i sette giorni della creazione o con i sette peccati capitali o con nessuna delle letture che a un certo punto qualcuno inevitabilmente propone davanti ai quadri. La ragione è biografica: Cano ha organizzato in ciclo unitario decenni di appunti sparsi al compimento dei suoi settantacinque anni, e il numero è il risultato di come quegli appunti si sono raggruppati per tema quando li ha finalmente messi in fila.

Gioco, Lavoro, Biciclette, Interno, Salto, Attesa, Carico. Prova a leggerli come una lista, senza guardare i quadri. Tre sono azioni, uno è un oggetto, uno è un luogo, uno è uno stato d'animo, uno è un peso. Non è una tassonomia, è il modo in cui una persona ricorda la propria vita quando smette di raccontarsela in ordine cronologico. Ed è per questo che il ciclo arriva anche a chi non ha idea di chi sia Pedro Cano: non stai guardando sette capitoli, stai guardando sette modi in cui il corpo di qualcuno occupa lo spazio.

La seconda curiosità, minore ma deliziosa, riguarda il formato. Tutti i pannelli misurano 120 per 180 centimetri, orizzontali. È un formato che non è quello del ritratto e non è quello del paesaggio: è quello di una finestra larga, o di uno schermo. Mettendo figure quasi a grandezza naturale dentro un rettangolo orizzontale, Cano ti obbliga a vedere sempre più di una figura per volta, e quindi a vedere le relazioni fra loro. Se avesse dipinto verticale, avresti visto ritratti. Dipingendo orizzontale, vedi scene. È una decisione presa una volta sola, a monte, e regge ventuno quadri.

Una cosa che non ti dice nessuno su Pedro Cano. Siete e Roma — la mostra ai Musei di Villa Torlonia

Questa la metto in chiaro perché è il malinteso più costoso in termini di tempo e di soldi, ed è esattamente l'informazione che gli uffici comunicano male e che i siti di terze parti ripetono sbagliata: i biglietti dei musei di Villa Torlonia sono separati, uno per ciascun edificio, e comprare il biglietto della mostra di Cano non ti apre la Casina delle Civette, né il Casino Nobile, né la Serra Moresca, né il bunker.

Capita a molti di presentarsi alla Casina delle Civette con in mano il tagliando del Casino dei Principi convinti di aver pagato per tutto il complesso. Non funziona così. Il Casino dei Principi con la mostra Pedro Cano costa 8,00 euro interi e 5,00 ridotti. Il Casino Nobile, che è la residenza padronale e ospita anche il Museo della Scuola Romana, costa 11,00 interi e 6,50 ridotti. La Casina delle Civette con la mostra su Paschetto costa 10,50 interi e 7,00 ridotti. La Serra Moresca con la Torre Moresca costa 8,00 interi e 5,00 ridotti, con preacquisto fortemente consigliato e accesso alla Torre solo accompagnati dal personale, in gruppi di massimo venti persone per una decina di minuti. Il bunker e i rifugi antiaerei costano 12,00 euro interi e 6,00 ridotti, si visitano esclusivamente con visita guidata e la prevendita è obbligatoria.

Il biglietto cumulativo esiste ma non è quello che la gente immagina. Fuori dai mesi di luglio e agosto mette insieme quattro sedi, cioè Casino Nobile, Casino dei Principi, Casina delle Civette e Serra Moresca, a 17,00 euro interi e 13,00 ridotti, e si compra soltanto alla biglietteria del museo, non online e non al telefono. Nei mesi di luglio e agosto, quando la Serra Moresca resta chiusa, il cumulativo scende a tre sedi e costa 14,00 interi e 11,00 ridotti. In nessuna delle due versioni il cumulativo comprende il bunker, che resta sempre e comunque un biglietto a parte.

La seconda parte della cosa che non ti dice nessuno è il rovescio positivo della medaglia, e vale la pena ripeterla perché è recente: da febbraio 2026 l'ingresso ai musei civici è diventato gratuito per chi risiede a Roma e nella Città Metropolitana, esibendo in cassa la carta d'identità o un documento valido che attesti la residenza. Chi non ha il requisito paga il biglietto intero o ridotto da non residente. Questo significa che l'intera architettura tariffaria appena descritta, per un romano, evapora. La domanda giusta da fare in cassa non è quanto costa, è se il proprio documento basta.

Terzo dettaglio, che nei riassunti non finisce mai: per alcune mostre anche le categorie che avrebbero diritto alla gratuità per delibera comunale devono munirsi di un biglietto ridottissimo da 2,00 euro, e la clausola vale solo dove è indicata nelle tariffe in corso. Non è il caso di questa mostra, gratuita con MIC card e per i residenti senza supplementi. Ma se in cassa ti chiedono due euro pur avendo diritto alla gratuità, non è un tentativo di fregarti.

Quarto e ultimo: il parco di Villa Torlonia è pubblico e gratuito, sempre. Si paga soltanto per entrare dentro gli edifici. Puoi attraversare la villa, sederti sotto i pini, fare il giro degli obelischi e del Teatro senza pagare nulla. Molti non lo sanno e restano fuori perché confondono il parco con un'area museale a pagamento.

Il consiglio che ti do per visitare Pedro Cano. Siete e Roma — la mostra ai Musei di Villa Torlonia

Il consiglio principale, oggi, è uno solo e ha a che fare con l'orario: vai domani mattina presto, fra le nove e le dieci e mezza. Ultimo giorno di mostra, domenica di settembre, oltre diciottomila persone già passate nei mesi scorsi e una comunicazione dell'ultimo momento che invita a non perdersela: il pomeriggio sarà pieno. Il Casino dei Principi non è un edificio grande, le sale del primo piano hanno una capienza limitata e il ciclo Siete chiede di poter stare fermi davanti a un trittico per un minuto buono senza avere qualcuno che ti passa davanti. Alle nove e un quarto quel minuto ce l'hai. Alle quattro del pomeriggio dell'ultimo giorno, no.

Il secondo consiglio riguarda l'ordine di visita, e va controcorrente rispetto a come la gente si muove per abitudine. Quasi tutti entrano, trovano il piano terra con gli acquerelli romani, si innamorano delle vedute del Pantheon e del Colosseo, passano venti minuti lì e salgono al primo piano già stanchi, trovando il bianco e nero pesante e un po' cupo. Fai il contrario: sali subito, guardati Siete quando hai gli occhi freschi e la testa sgombra, e scendi dopo. Gli acquerelli romani reggono benissimo anche a fine visita, perché sono opere che si consumano rapidamente e piacevolmente; il ciclo in bianco e nero no, quello ha bisogno di te al pieno delle forze.

Terzo: dedica ai taccuini almeno un quarto d'ora vero. Sono sette, piccoli, in vetrina, e sono la cosa che più di tutte ti fa capire come lavora quest'uomo. Sono anche la sezione che tutti attraversano in novanta secondi perché non sembra importante. Lo è.

Quarto consiglio, sulla giornata: se domani sei a Villa Torlonia per la chiusura di Cano, la cosa sensata è restare. La mostra su Paolo Paschetto alla Casina delle Civette è in corso e non chiude domani, quindi non c'è la stessa urgenza, ma sei lì e la Casina è a duecento metri. Il Casino Nobile con il Museo della Scuola Romana è l'edificio principale della villa. Se sei residente entri gratis in tutti e tre e la giornata si costruisce da sola; se non lo sei, il cumulativo da 17,00 euro in biglietteria copre quattro sedi e conviene a chiunque ne visiti più di due.

Quinto, e vale per chiunque arrivi con bambini o con persone che si stancano: il parco è la valvola di sfogo. Venti minuti di mostra, venti minuti sotto i pini, venti minuti di mostra. Villa Torlonia è uno dei rari complessi museali romani dove questo schema funziona davvero, perché museo e verde sono a trenta secondi di distanza l'uno dall'altro.

Sesto: il catalogo. Edito da José Luis Montero, è in vendita al museo. Quando una mostra chiude, il catalogo smette di essere un souvenir e diventa l'unico modo per rivedere quelle opere nella sequenza in cui erano allestite. Se la visita ti convince, non rimandare l'acquisto a dopo, perché un dopo non c'è.

Il Casino dei Principi: che edificio è, e perché conta

Vale la pena sapere dentro che cosa ci si muove: il contenitore ha una storia lunga e poco raccontata.

All'origine il Casino dei Principi era un modesto casolare agreste, già presente nella proprietà di Benedetto Pamphilj: compare nella Pianta di Roma di Giovan Battista Nolli del 1748 e nel catasto gregoriano del 1818. Un casolare, cioè, niente di più.

La prima trasformazione la firma Giuseppe Valadier, fra il 1802 e il 1818, quando Giovanni Torlonia, marchese dal 1797 e nello stesso anno acquirente della villa Colonna sulla Nomentana, gli affida il compito di portare la tenuta all'altezza delle altre ville principesche di Roma. Valadier converte l'edificio padronale in un palazzo elegante e trasforma il piccolo casino Abbati in una palazzina assai più graziosa, che è appunto l'attuale Casino dei Principi. Nello stesso giro di lavori costruisce le Scuderie e un ingresso monumentale, poi demolito quando la Nomentana venne allargata, e sistema il parco con viali simmetrici e perpendicolari che si incrociano dove si trova il palazzo.

La seconda trasformazione, quella che ha dato all'edificio la faccia che vediamo oggi, è opera di Giovan Battista Caretti fra il 1835 e il 1840, per volontà di Alessandro Torlonia. Caretti arriva con la sua squadra di pittori e decoratori e ribalta completamente il fabbricato preesistente, dentro e fuori. Il risultato è un edificio in stile neo-cinquecentesco, con riferimenti allo stile di Polidoro da Caravaggio; un cronista dell'epoca, Giuseppe Checchetelli, lo definì un palazzo quattrocentesco e un tributo a Bramante, ma la lettura corrente corregge il tiro.

Sulle facciate si trovano ancora resti del fregio monocromo che raffigura il Trionfo di Alessandro a Babilonia, collocato nella fascia fra il piano nobile e il secondo piano. Non serve una laurea per cogliere l'allusione: il principe si chiamava Alessandro e si faceva dipingere sulla casa il trionfo di un altro Alessandro. Il programma autocelebrativo dei Torlonia non aveva molte sfumature.

Gli esterni hanno due pronai sulle facciate minori, in marmo di Carrara, con intarsi fitomorfi e lo stemma di famiglia al centro; le ante dei portali sono decorate con ornamenti in bronzo, racemi e rosoni intorno alla scritta Alexander Torlonia. Le colonne laterali vengono dalla tenuta Torlonia di Roma Vecchia, con basi antiche, capitelli corinzi e fusti in grana di corallo: materiale di recupero nobilitato, una pratica romana vecchia quanto Roma.

Poi ci sono le sfingi alate, che meritano da sole una sosta. Erano sei, in travertino, su progetto di Valadier, realizzate tre a testa da Clemente Massimi e Girolamo Sartorio. Due erano all'ingresso della villa; quando quell'ingresso venne demolito per allargare la Nomentana, agli inizi del Novecento vennero spostate davanti al casino. Quattro sono ancora qui, con le ali in parte perdute. Le altre due finirono nella villa di Federico Zeri a Mentana.

Dell'apparato decorativo interno originale resta poco: soltanto la sala da pranzo e parte della galleria ci sono arrivate decorate. La prima sala aveva affreschi sull'antica Grecia con medaglioni di greci illustri, e nei restauri se ne è persa ogni traccia; la Galleria è dominata da allegorie, grottesche e candelabri di vari artisti fra cui Caretti stesso e Filippo Bigioli.

Oggi il piano terra ospita l'Archivio e la Biblioteca della Scuola Romana, mentre i due piani superiori sono spazi espositivi. È questa la ragione tecnica per cui "Siete e Roma" si articola su due livelli: non è una scelta poetica, è la conformazione dell'edificio. E il Casino dei Principi è collegato al Casino Nobile da una galleria che esiste ancora, il che spiega perché i due edifici sembrino così vicini quando li si guarda dal viale.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: Villa Torlonia è stata la residenza romana di Benito Mussolini per diciotto anni, dal 1925 al 1943, e quasi tutti lo sanno. Quello che quasi nessuno dice è che il Casino dei Principi, cioè l'edificio dove si tiene questa mostra, fu adibito ad abitazione della vedova del figlio Bruno e della sua famiglia.

La cronologia precisa è meno nota di quanto si creda. Il legame di Mussolini con la villa comincia il 22 luglio 1925, quando il complesso gli viene concesso come abitazione su invito del principe Giovanni Torlonia junior, ultimo erede del ramo discendente da Alessandro. All'inizio però il Duce usa la villa soltanto per qualche incontro ufficiale: è solo nel 1929 che ci si trasferisce davvero, con la moglie Rachele e i figli.

L'edificio scelto come residenza era il Casino Nobile, che faceva anche da sede di rappresentanza: ospiti al piano terra, appartamenti privati di Benito e Rachele al primo piano, e nel piazzale circostante incontri ufficiali, allenamenti di scherma, parate e ricevimenti. La sala da ballo veniva spesso usata come sala per proiezioni cinematografiche private. La Sala di Bacco era chiamata Sala della musica per via del grande pianoforte che il giovane Romano Mussolini suonava spesso, e Romano Mussolini sarebbe poi diventato uno dei pianisti jazz italiani più stimati del dopoguerra: uno dei cortocircuiti più strani della storia culturale italiana è nato dentro queste stanze.

Gli altri edifici vennero distribuiti in famiglia: il Villino Medievale al figlio Vittorio, il Casino dei Principi alla vedova di Bruno e ai suoi. Bruno Mussolini era pilota ed era morto in un incidente di volo nel 1941. Quando domani salirai al primo piano a guardare un ciclo pittorico sulla migrazione, sull'ingiustizia e sulla sofferenza, ti troverai dentro le stanze che furono l'appartamento della nuora del capo del fascismo. Nessuno lo scrive nei comunicati, ed è una coincidenza che non aggiunge nulla al valore delle opere, ma è il genere di stratificazione che rende Roma quello che è.

Va aggiunto, per correttezza storica, che la presenza di Mussolini non comportò modifiche sostanziali alla villa. Il parco non subì interventi particolari, salvo gli orti di guerra voluti dalla moglie. Nel giugno del 1944 tutto il complesso fu occupato dalle truppe del comando anglo-americano, che vi rimasero fino al 1947. Poi cominciò un lungo abbandono, che si chiuse solo nel 1977 con l'acquisto da parte del Comune di Roma e con l'apertura al pubblico del 1978.

Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda il sottosuolo. Nel 1919, nell'area nord-occidentale della villa, venne scoperto un grande cimitero ebraico sotterraneo. Le catacombe di Villa Torlonia si estendono per oltre tredicimila metri quadrati e non sono aperte al pubblico, per l'instabilità della struttura e per la presenza di gas come radon, elio e anidride carbonica. Conservano quasi un centinaio di epigrafi e alcuni rari affreschi con i simboli classici della religione ebraica. La datazione tradizionale le collocava fra il secondo e il terzo secolo, con un uso ipotizzabile fino al quinto; uno studio dell'Università di Utrecht, basato sulla datazione al radiocarbonio di campioni di legno prelevati dallo stucco che chiude molte tombe, le ha retrodatate fra il primo secolo avanti Cristo e il primo secolo dopo Cristo. Il che significa che sarebbero anteriori alle catacombe cristiane, in uso solo dal terzo secolo, e che il sistema del cimitero sotterraneo a gallerie sarebbe stato messo a punto dagli ebrei di Roma e adottato poi dai cristiani.

Mettiamola così: sotto il prato dove domani vedrai gente che fa jogging e bambini con il pallone, c'è uno dei documenti più antichi della presenza ebraica a Roma. E sopra, nel 1929, si trasferì Mussolini. Villa Torlonia è un posto che non ha alcuna intenzione di risultare rassicurante.

La foto giusta da fare a Pedro Cano. Siete e Roma — la mostra ai Musei di Villa Torlonia

Prima regola, e va detta chiaramente: dentro la mostra le riprese non sono libere per definizione, e i musei civici hanno una pagina apposita dedicata all'autorizzazione per le riprese fotografiche. Per uso personale, senza flash e senza cavalletto, di norma non ci sono problemi, ma la decisione la prende il personale di sala e conviene chiedere invece di rischiare una discussione davanti a un trittico. Per usi diversi da quello personale l'autorizzazione va richiesta e basta.

Detto questo, la foto giusta dentro la mostra non è il quadro. Fotografare un olio in bianco e nero di 120 per 180 centimetri con un telefono produce un rettangolo grigio che non somiglia a niente e che non riguarderai mai. La foto giusta è un'altra, ed è quella che tutti sbagliano: metti una persona nell'inquadratura. Il ciclo Siete è fatto di figure quasi a grandezza naturale, e l'unico modo per rendere in una fotografia quello che si prova stando in quelle sale è includere un visitatore vero che guarda i quadri. La scala si legge solo per confronto. Un tuo amico in piedi davanti a Carico, in controluce rispetto alla finestra, fatto piccolo nell'angolo del fotogramma, ti restituisce la sensazione fisica della sala. Il quadro da solo, no.

Al piano terra il discorso cambia. Gli acquerelli sono piccoli, luminosi, su carta, e in vetrina o a parete riflettono parecchio. Se proprio vuoi provarci, mettiti di tre quarti e a distanza ravvicinata per uccidere il riflesso, e non provare a prendere l'opera intera. Ma anche qui, la foto migliore sono i taccuini aperti nelle loro teche: un quaderno spalancato con una veduta ad acquerello su una pagina e appunti scritti a mano sull'altra è un'immagine che racconta da sola che cosa significa lavorare così. È anche l'unica foto della mostra che chi la guarda dopo capirà senza spiegazioni.

Fuori, poi, il Casino dei Principi regala tre inquadrature che valgono più di qualunque scatto in sala. La prima sono le sfingi alate in travertino: falle da vicino e dal basso, contro il cielo, con il pronao sfocato dietro. Le ali sono parzialmente perdute e questo, fotograficamente, è un vantaggio: una sfinge integra è decorazione, una sfinge mutilata è un soggetto.

La seconda è il fregio monocromo del Trionfo di Alessandro a Babilonia, nella fascia fra il piano nobile e il secondo piano. Serve uno zoom o un obiettivo lungo, e serve la luce radente del mattino presto o del tardo pomeriggio, perché è un monocromo e senza ombre laterali sparisce. Se vai domani mattina alle nove, hai esattamente la luce che serve.

La terza è il portale con lo stemma dei Torlonia e la scritta Alexander Torlonia in bronzo sulle ante. Frontale, simmetrica, senza gente: è la fotografia che dice che cosa erano i Torlonia meglio di qualunque didascalia.

Se hai tempo e vuoi la fotografia che poi tieni, però, esci e vai verso gli obelischi di Villa Torlonia. Sono due, in granito rosa, eretti nel 1842 da Alessandro alla memoria dei genitori Giovanni e Anna Maria. Al tramonto, con il granito che si accende e i pini dietro, è la migliore inquadratura di tutto il complesso e non ci passa quasi nessuno. Quando la mostra sarà chiusa e le sale svuotate, quegli obelischi saranno ancora lì.

Villa Torlonia intorno alla mostra: il parco e gli altri edifici

Una mostra che chiude domani è un motivo eccellente per andare a Villa Torlonia, ma sarebbe uno spreco andarci solo per quella. Il complesso è, dopo Villa Borghese, il parco storico romano con la maggiore densità di cose strane per metro quadrato, e la cosa curiosa è che è anche la più recente delle ville nobiliari romane.

Il fascino della villa dipende da due cose. Il giardino paesistico all'inglese, uno dei pochissimi esempi a Roma. E la quantità inaspettata di edifici e arredi sparsi nel parco, che non seguono un unico stile perché non sono stati pensati insieme, ma per accumulazione.

I Torlonia, in tre generazioni

Giovanni Torlonia ottiene il titolo di marchese nel 1797 e nello stesso anno compra la villa Colonna, già Pamphilj, sulla Nomentana: comprare una villa per sancire un titolo appena ottenuto è una mossa che spiega tutto della famiglia. I Torlonia erano banchieri, e la nobiltà se l'erano comprata. Valadier lavora per lui fra il 1802 e il 1806 e mette in piedi la struttura di base.

Alla morte di Giovanni, il figlio Alessandro incarica nel 1832 Giovan Battista Caretti di arricchire e ampliare la tenuta. Caretti ingrandisce i vecchi edifici e asseconda il gusto eclettico del principe, costruendo anche strutture puramente decorative sparse nel parco: i Falsi Ruderi, il Tempio di Saturno, la Tribuna con Fontana, un Anfiteatro, il Caffe-house e la Cappella di Sant'Alessandro. Gli ultimi tre non esistono più.

Per i lavori successivi Alessandro chiama altri due architetti: Quintiliano Raimondi per il Teatro e l'Aranciera, oggi più nota come Limonaia, e Giuseppe Jappelli per tutta la parte sud della villa. Jappelli trasforma quell'area con viali serpentinati, laghetti e piante esotiche, e la riempie di edifici di gusto fantastico: la Capanna Svizzera, poi diventata Casina delle Civette, la Serra, la Torre e la Grotta Moresca, il Campo da Tornei.

Il programma autocelebrativo culmina nel 1842 con l'erezione dei due obelischi in granito rosa dedicati alla memoria dei genitori. Nonostante tutta questa spesa, Villa Torlonia fu solo in pochissimi casi il ritrovo mondano e fastoso per l'alta nobiltà romana e straniera che Alessandro aveva in mente. Costruire il palcoscenico non garantisce il pubblico, allora come adesso.

L'erede successivo, un altro Giovanni, interessato a rilanciare il nome di famiglia, fa realizzare il Villino Medievale, un nuovo muro di cinta, il Villino Rosso, il Villino di guardiania all'ingresso di via Spallanzani, e trasforma radicalmente la Capanna Svizzera nella forma che oggi conosciamo come Casina delle Civette.

Che cosa si visita oggi

La Casina delle Civette è probabilmente l'edificio più amato della villa, con le sue vetrate liberty, ed è la sede della mostra su Paolo Paschetto attualmente in corso. Il Casino Nobile è la residenza padronale, quella dei Torlonia prima e di Mussolini poi, e al secondo piano ospita il Museo della Scuola Romana. Il Casino dei Principi ospita le mostre temporanee e l'Archivio della Scuola Romana. Il complesso della Serra Moresca è stato aperto al pubblico l'8 dicembre 2021 e comprende la Torre, visitabile solo accompagnati e non la prima domenica del mese, chiusa a luglio e agosto. Il Teatro è stato aperto al pubblico nel 2013. Il bunker di Mussolini è stato aperto nell'aprile del 2024.

Vale la pena sapere che dagli anni Novanta il Comune ha avviato una serie di restauri consistenti, sia del parco sia degli edifici, seguendo un ordine preciso: prima la Casina delle Civette, poi il Casino dei Principi, il Villino Rosso, la Limonaia, il Villino Medievale, il Casino Nobile, una parte delle Scuderie Vecchie e infine il parco. Il fatto che il Casino dei Principi sia stato il secondo edificio restaurato spiega perché sia da così tanti anni la sede naturale delle mostre temporanee della villa.

Il bunker, che è un capitolo a sé

Al bunker e ai rifugi antiaerei si accede esclusivamente con visita guidata e prenotazione, e la storia che racconta è una delle più impressionanti della Roma del Novecento. Con lo scoppio della guerra e i primi bombardamenti si rese necessario proteggere Mussolini anche dentro la villa. Il primo ambiente individuato come rifugio fu una cantina sotterranea sotto il laghetto detto del Fucino, realizzata dai Torlonia nell'Ottocento sfruttando con ogni probabilità un'antica area cimiteriale preesistente, alla quale si accedeva da una porta di fronte all'ingresso est del Teatro. Alla fine del 1940 quella cantina, lunga sessanta metri e larga cinque, venne munita di porte antigas, di un sistema di filtraggio e rigenerazione dell'aria, di luce elettrica e di altre dotazioni per renderla adatta a soste prolungate.

Ci si accorse presto del difetto: fra il Casino Nobile e il rifugio c'erano centocinquanta metri da percorrere allo scoperto, e il laghetto sopra il rifugio era ben visibile dall'alto, quindi un bersaglio facile. Nel 1941 si decise allora di sfruttare un locale seminterrato del Casino Nobile, originariamente una cucina, situato subito sotto la sala da ballo: venne rinforzato con uno strato di cemento armato di circa centoventi centimetri, dotato di porte blindate antigas e di un sistema di depurazione e ricambio dell'aria.

Nemmeno questo bastava. Mussolini affidò allora al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco la costruzione di un vero bunker antiaereo sotto il piazzale laterale al Casino Nobile. I lavori cominciarono nel dicembre 1942, per un importo previsto di 240.000 lire che finì per raddoppiare, perché si dovette approfondire lo scavo delle fondazioni e smantellare un corridoio sotterraneo preesistente che collegava la Tribuna con Fontana a una stanza segreta voluta da Alessandro Torlonia. Una stanza segreta ottocentesca demolita per fare posto a un bunker: è il riassunto perfetto di che cosa sia questa villa.

Il bunker fu scavato a circa sei metri e mezzo di profondità, fuori dalle fondamenta del Casino Nobile ma accessibile direttamente dal seminterrato attraverso una lunga scalinata. Ha forma cilindrica, è protetto da quattro metri di cemento armato ed è composto da diversi vani con sviluppo a croce e due uscite di sicurezza, una sul piazzale laterale e una dentro la Tribuna con Fontana, raggiungibile percorrendo un corridoio sotterraneo.

La parte che quasi nessuno si aspetta è il finale: Mussolini non usò mai il bunker. Quando il 25 luglio 1943 venne destituito, i lavori non erano ancora terminati. La struttura servì comunque da rifugio agli abitanti della villa e del quartiere durante l'occupazione tedesca. Cioè l'unico uso che quel cilindro di cemento ha avuto è stato salvare la vita ai vicini di casa.

Oggi il percorso di visita alterna una parte storica e documentaria, sulla vita di Mussolini e della famiglia nella villa e sui bombardamenti alleati che dal 1943 colpirono Roma, e tre sale con ambientazione multimediale, proiezioni sincronizzate e spazializzazione sonora che ricostruiscono la vita in un rifugio antiaereo. Dall'ultima sala si scende per una scala ripida nel bunker vero e proprio, dove la simulazione aggiunge alle sirene, agli aerei in avvicinamento e alle detonazioni anche le vibrazioni del terreno, prodotte da dieci trasduttori posti sotto le assi del pavimento. L'uscita riporta direttamente nei giardini. Se hai già visto la mostra e vuoi capire in che posto sei stato, la visita al bunker e ai rifugi antiaerei è l'altra metà della giornata.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

A mettere in fila quello che è successo dentro questo recinto sulla Nomentana, viene fuori una cronologia che non somiglia a quella di nessun altro parco romano.

1797: Giovanni Torlonia, appena fatto marchese, compra la villa Colonna, già Pamphilj, e comincia a farne il monumento alla propria ascesa sociale.

1802-1806: Valadier trasforma il casolare Abbati nel Casino dei Principi e l'edificio padronale in palazzo, costruisce le Scuderie e l'ingresso monumentale poi demolito, e ridisegna il parco per assi.

1832-1842: sotto Alessandro Torlonia la villa diventa un catalogo di capricci architettonici. Caretti costruisce i Falsi Ruderi, il Tempio di Saturno, la Tribuna con Fontana, l'Anfiteatro. Raimondi firma il Teatro e l'Aranciera. Jappelli inventa la parte sud con laghetti, viali serpentinati, la Capanna Svizzera, la Serra e la Torre Moresca, il Campo da Tornei. Nel 1842 vengono eretti i due obelischi in granito rosa.

Fine Ottocento e primi Novecento: il nuovo erede Giovanni fa costruire il Villino Medievale, il Villino Rosso, il Villino di guardiania, un nuovo muro di cinta, e trasforma la Capanna Svizzera nella Casina delle Civette. Fra il 1905 e il 1911 viene edificato l'attuale ingresso monumentale su progetto di Enrico Gennari, con i due propilei, la cancellata in ferro battuto e le aquile bronzee sui globi di vetro.

1919: nell'area nord-occidentale viene scoperto un grande cimitero ebraico sotterraneo. Le indagini archeologiche proseguiranno per dodici anni.

22 luglio 1925: la villa viene concessa a Mussolini come abitazione, su invito del principe Giovanni Torlonia junior. Per i primi anni la usa solo per incontri ufficiali.

1929: Mussolini ci si trasferisce davvero, con Rachele e i figli. Il Casino Nobile diventa residenza e sede di rappresentanza, il Campo da Tornei diventa un campo da tennis, la Limonaia e il Villino Medievale ospitano proiezioni, feste e incontri culturali.

1940-1943: la corsa ai rifugi. Cantina sotto il laghetto del Fucino attrezzata alla fine del 1940; rifugio sotto la sala da ballo nel 1941; cantiere del bunker dal dicembre 1942, mai concluso. Il 25 luglio 1943 Mussolini viene destituito e non lo userà mai.

Giugno 1944: il complesso viene occupato dalle truppe del comando anglo-americano, che vi resteranno fino al 1947. Poi trent'anni di degrado.

1977: la villa viene acquistata dal Comune di Roma. Dal 1978 è aperta al pubblico.

Dagli anni Novanta: la grande stagione dei restauri, nell'ordine Casina delle Civette, Casino dei Principi, Villino Rosso, Limonaia, Villino Medievale, Casino Nobile, parte delle Scuderie Vecchie e infine il parco.

2013: apertura al pubblico del Teatro. 8 dicembre 2021: apertura del complesso della Serra Moresca. Aprile 2024: apertura del bunker.

Febbraio 2026: l'ingresso ai musei civici diventa gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana.

18 aprile 2026: apre "Pedro Cano. Siete e Roma" al Casino dei Principi, con chiusura prevista il 7 giugno. Viene prorogata fino al 13 settembre. Alla vigilia della chiusura i visitatori registrati sono oltre diciottomila. Domani finisce.

Chi è passato da Pedro Cano. Siete e Roma — la mostra ai Musei di Villa Torlonia

Il dato ufficiale comunicato dal museo alla vigilia della chiusura: oltre diciottomila visitatori. Per una personale di pittura contemporanea in una sede fuori dal centro storico, senza un nome da richiamo turistico di massa e senza campagna nazionale, è un numero considerevole, ed è la ragione per cui la mostra è stata prorogata di tre mesi rispetto al 7 giugno.

Chi sono quei diciottomila, se si guarda la composizione tipica del pubblico di Villa Torlonia, è presto detto. C'è il pubblico di quartiere, cioè Nomentano, Trieste, Salario, gente che il parco lo attraversa per andare a lavorare e che entra al museo perché è lì. C'è il pubblico spagnolo di Roma, che è numeroso e molto legato all'Accademia di Spagna e alle istituzioni culturali iberiche in città, e per il quale Cano è un nome di casa. Ci sono gli acquerellisti, che sono una tribù piccola, ostinata e mondiale: quando espone uno come Cano si muovono, prendono appunti, tornano due volte. E c'è il pubblico delle scuole, perché il ciclo Siete parla di migrazione, lavoro e solidarietà ed è finito in parecchie uscite didattiche.

Ma il passaggio più interessante è quello della lunga durata, e riguarda la villa più della mostra. Da questo recinto sono passati, in duecento anni, i banchieri più potenti dello Stato Pontificio, tre architetti che hanno fatto la storia del neoclassicismo e dell'eclettismo italiano, la famiglia del capo del fascismo, il comando anglo-americano, una generazione di romani che ci veniva a giocare quando era un parco semiabbandonato, e adesso un pittore spagnolo di Murcia che vive a Roma dal 1969 e che a ottantadue anni porta qui ventuno tele in bianco e nero sulla dignità delle persone.

Una continuità fra tutte queste presenze non c'è. Ed è la cosa migliore di Villa Torlonia: non è un luogo con un tema, è un luogo dove le cose si sono depositate.

Se domani non ce la fai

Quando si scrive di una mostra il giorno prima della chiusura, l'unico consiglio onesto è andarci. Ma se domani hai un impegno, non disperare.

Le opere di Pedro Cano si vedono anche altrove, in permanenza: nei Musei Vaticani, al Meadows Museum di Dallas, al Pantheon di Roma, e il suo autoritratto è nel Corridoio Vasariano degli Uffizi dal 2008. La Fondazione Pedro Cano, a Blanca, nella Valle di Ricote, espone e divulga il suo lavoro tutto l'anno, e per chi passa da Murcia è una deviazione che vale.

A Villa Torlonia, intanto, resta parecchio. La mostra dedicata a Paolo Paschetto alla Casina delle Civette prosegue, e vale il viaggio da sola. Il Casino Nobile, il Museo della Scuola Romana, la Serra Moresca, il Teatro e il bunker non chiudono. E il parco, che è gratuito e aperto tutti i giorni, non chiude mai.

Il Casino dei Principi, dal 30 settembre 2026, non resterà vuoto a lungo: nel calendario dei Musei di Villa Torlonia è già annunciata una nuova mostra documentaria dedicata a Elisa Montessori, "Nel corso del tempo", programmata fino al 28 febbraio 2027. Le sale in cui domani si chiude Cano tornano subito al lavoro.

Riepilogo in dieci righe

Che cosa: "Pedro Cano. Siete e Roma", a cura di Giorgio Pellegrini, coordinamento di Raquel Vázquez-Dodero Fontes. Oltre cento opere su due livelli: il ciclo Siete al primo piano, ventuno oli in bianco e nero da 120 per 180 centimetri in sette trittici; quarantotto opere su Roma al piano terra, in prevalenza acquerelli, più sette taccuini di viaggio.

Dove: Musei di Villa Torlonia, Casino dei Principi, via Nomentana 70, Roma. Quando: dal 18 aprile 2026, prorogata al 13 settembre 2026. Oggi è il 12 settembre: domani è l'ultimo giorno.

Orari: martedì-domenica 9.00-19.00, ultimo ingresso alle 18.00, lunedì chiuso. Biglietto Casino dei Principi con mostra: 8,00 euro intero, 5,00 ridotto; gratuito per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana con documento valido e per i possessori di MIC card. Biglietti separati per ciascun edificio della villa. Cumulativo a quattro sedi 17,00 euro intero e 13,00 ridotto, solo in biglietteria. Prevendita online o al 060608 con un euro di diritto. Catalogo edito da José Luis Montero.

Domande frequenti su Pedro Cano. Siete e Roma, la mostra ai Musei di Villa Torlonia

Quando chiude la mostra Pedro Cano, Siete e Roma?

La mostra "Pedro Cano. Siete e Roma" è stata prorogata di tre mesi rispetto alla data originaria del 7 giugno e ha chiuso una domenica di settembre. È stato un successo insolito per una personale di pittura contemporanea in una sede fuori dal centro storico, senza un nome da richiamo turistico di massa.

Dove si trova la mostra?

La mostra si trova al Casino dei Principi, dentro i Musei di Villa Torlonia, in via Nomentana 70 a Roma. Si entra dall'ingresso monumentale sulla Nomentana, con i due propilei e le aquile di bronzo sui globi di vetro, tenendo la destra fino al secondo edificio importante che si incontra risalendo verso il Casino Nobile.

Chi è Pedro Cano?

Pedro Cano è un pittore e acquerellista spagnolo, nato a Blanca, in provincia di Murcia, il 10 agosto 1944. Lavora fra Spagna e Italia, e le sue opere sono esposte anche in permanenza nei Musei Vaticani, al Meadows Museum di Dallas, al Pantheon di Roma, e nel Corridoio Vasariano degli Uffizi dal 2008.

Che cosa si vede in mostra?

La mostra è divisa in due parti sui due livelli del Casino dei Principi: al primo piano il ciclo Siete, ventuno oli in bianco e nero da 120 per 180 centimetri riuniti in sette trittici; al piano terra quarantotto opere su Roma, in prevalenza acquerelli, più sette taccuini di viaggio, a cura di Giorgio Pellegrini.

Il biglietto della mostra apre anche gli altri edifici di Villa Torlonia?

No: i biglietti dei musei di Villa Torlonia sono separati, uno per ciascun edificio. Il biglietto della mostra di Pedro Cano non apre la Casina delle Civette, né il Casino Nobile, né la Serra Moresca, né il bunker, che vanno acquistati a parte.

Quanti visitatori ha avuto la mostra?

Secondo il dato ufficiale comunicato dal museo alla vigilia della chiusura, la mostra ha superato i diciottomila visitatori. È un numero considerevole per una sede fuori dal centro storico e senza campagna nazionale, ed è stato uno dei motivi della proroga di tre mesi.

Si possono fotografare le opere?

Per uso personale, senza flash e senza cavalletto, di norma non ci sono problemi, ma la decisione finale spetta al personale di sala: conviene chiedere piuttosto che rischiare una discussione davanti a un trittico. Per usi diversi dal personale, i musei civici hanno una procedura di autorizzazione dedicata.

Prima di partire

Se questa visita è un tassello dentro un viaggio più lungo, o se organizzi gruppi per mestiere, ci sono due strumenti utili. Per chi lavora nel settore, cioè guide, accompagnatori e organizzatori che devono incastrare prenotazioni, turni del bunker e orari differenziati fra i vari edifici della villa, il riferimento è TourLeaderPro, che mette in rete professionisti abilitati e conosce i tempi reali delle prenotazioni nei musei civici romani. Per chi invece sta costruendo da zero un itinerario italiano, con giorni, spostamenti e priorità da decidere, ItalyPlanner è il posto dove capire quanto tempo serve davvero a Roma e che cosa conviene lasciare fuori.

Ultima cosa. Domani mattina, quando sali al primo piano del Casino dei Principi e ti trovi davanti al primo trittico, non leggere subito il cartellino. Guarda le figure, conta quante sono, guarda dove hanno le mani. Poi leggi il titolo. Funziona meglio in quest'ordine, e domani è l'ultima volta che puoi provarci.

Prepara la visita

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Data Evento18 Aprile 2026 — 13 Settembre 2026
IndirizzoMusei di Villa Torlonia, Via Nomentana 70, 00161 Roma Roma Città
CategorieEventiMostre