Proponi un eventoAccediIl mio viaggio

Anfiteatro Castrense

L’Anfiteatro Castrense si trova in piazza di Santa Croce in Gerusalemme, attaccato alla basilica e murato dentro le Mura Aureliane: da fuori si guarda gratis e a qualunque ora dal marciapiede di viale Castrense, dentro si entra solo con visita guidata prenotata. Il Ministero della cultura lo elenca nel Comprensorio archeologico di Santa Croce in Gerusalemme, gestito dalla Soprintendenza Speciale di Roma, con ingresso in piazza Santa Croce in Gerusalemme 9/a, visite la seconda e la quarta domenica del mese, 5,50 euro, prenotazione tramite CoopCulture secondo la scheda del 2024.

Che cosa è, in due righe. Un anfiteatro di corte, costruito all’inizio del Terzo secolo per la residenza imperiale che i Severi avevano in questo angolo dell’Esquilino, attribuito dalla Sovrintendenza a Eliogabalo, imperatore dal 218 al 222. Misura 88 metri sull’asse maggiore e 75,80 su quello minore, aveva tre ordini di arcate in mattoni ed è stato ridotto al solo primo ordine a metà Cinquecento. Dentro l’ellisse, oggi, c’è l’orto del monastero di Santa Croce.

Le informazioni pratiche riportate qui corrispondono a quanto pubblicato dal Ministero della cultura e dalla Sovrintendenza, consultati il 29 settembre 2026. La pagina ministeriale del comprensorio indica come ultimo aggiornamento il 31 luglio 2024, e le visite dipendono dal calendario della Soprintendenza e dalla disponibilità dei posti. Al 29 settembre 2026, inoltre, la pagina di prenotazione della visita su CoopCulture non risulta più raggiungibile: prima di organizzare la domenica attorno a questa visita telefonate al numero ufficiale, 06 7070221.

Resti dell'Anfiteatro Castrense
L'Anfiteatro Castrense, inglobato nelle Mura Aureliane. Foto di СССР, licenza CC BY-SA 2.5 ca, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e che cosa si vede davvero

L’anfiteatro chiude l’angolo sud della piazza di Santa Croce, subito dietro l’abside della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, e sporge verso l’esterno della città come un grande bastione curvo. Dal lato interno quasi non lo vedete: è coperto dal monastero, dai muri di cinta dell’orto e dagli edifici che si sono accumulati in diciotto secoli. Il monumento si capisce solo uscendo dalle mura e girandogli intorno da viale Castrense.

Da fuori si legge la curva delle arcate del primo ordine, tamponate con muratura quando l’anello venne cucito dentro la cinta difensiva. Le arcate sono scandite da semicolonne in laterizio, e il laterizio è l’altra cosa che colpisce: niente travertino, niente rivestimenti di marmo, tutto mattone, lavorato con una cura che si vede anche a distanza. È un edificio di corte, fatto per essere elegante, non per impressionare la folla.

Sotto le arcate si vede una fascia di calcestruzzo grezzo che nessun romano del Terzo secolo avrebbe mai visto: sono le fondazioni, rimaste a vista perché il livello del terreno intorno è stato abbassato. La Sovrintendenza lo segnala esplicitamente nella sua descrizione. Il risultato è un monumento che sembra più alto di quanto fosse, piantato su un basamento che in origine era sepolto.

Dentro l’ellisse non ci sono gradinate, non ci sono sotterranei visitabili, non c’è l’arena di sabbia che molti immaginano. C’è un orto coltivato, con aiuole e percorsi disegnati dentro il perimetro antico, e il muro dell’anfiteatro fa da recinto. È una delle rare volte in cui a Roma un edificio per spettacoli è diventato un campo, e lo è rimasto per secoli senza essere smontato del tutto.

L’intorno conta quanto l’anfiteatro. Sulla stessa piazza si trovano il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali e il Museo Storico della Fanteria, costruiti sopra e accanto ai resti della stessa residenza imperiale. Poco più a nord le mura arrivano a Porta Maggiore, verso ovest scendono in direzione della Basilica di San Giovanni in Laterano. È un quadrante di Roma antica che si attraversa a piedi in mezz’ora.

Come si entra: orari, biglietti e prenotazione

Il Ministero della cultura pubblica per il Comprensorio archeologico di Santa Croce in Gerusalemme una visita guidata la seconda e la quarta domenica del mese, alle 10 per i visitatori singoli e alle 11.30 per i gruppi fino a venti persone, con chiusura ad agosto. Il biglietto indicato è di 5,50 euro intero, senza riduzioni. La prenotazione è obbligatoria e passa da CoopCulture. Presentarsi senza prenotazione significa restare fuori dal cancello.

Il canale di vendita indicato è CoopCulture, il concessionario citato dalla scheda del Ministero della cultura. Per il calendario delle aperture straordinarie conviene seguire anche il sito della Soprintendenza Speciale di Roma. Non esiste un biglietto salta fila, non esiste un combinato con il Colosseo, e le piattaforme di rivendita non hanno un prodotto dedicato a questo sito.

Il comprensorio comprende, secondo la scheda ministeriale, i resti del Sessorium, cioè la residenza imperiale, l’Anfiteatro Castrense, il Circo Variano, un’aula adattata a cappella per conservare la reliquia della Croce, una sala absidata chiamata Tempio di Venere e Cupido, domus con affreschi e mosaici e scarsi resti di terme severiane. Non tutti questi punti entrano in ogni visita: chiedete al momento della prenotazione se il percorso della data scelta comprende l’interno dell’anfiteatro.

Il numero pubblicato dal Ministero per il comprensorio è lo 06 7070221, e il sito di riferimento è quello della Soprintendenza Speciale di Roma. Per le prenotazioni la scheda rimanda a CoopCulture. Tenete presente che una visita domenicale alle 10 con posti limitati si esaurisce presto nei mesi di primavera e d’autunno, quando le scuole e le associazioni culturali prenotano in blocco. Muovetevi con almeno due settimane di margine.

L’orto monastico dentro l’arena appartiene al complesso della basilica, e le occasioni per vederlo da vicino sono le visite organizzate e le aperture straordinarie. Per ogni richiesta che riguarda l’orto, il monastero o le visite fuori dal calendario ministeriale, il canale è la basilica stessa, attraverso il suo sito ufficiale. Il gestore non indica in modo stabile giorni e orari di apertura dell’orto al pubblico, quindi ogni data va confermata.

Per i gruppi la scheda ministeriale prevede il turno delle 11.30, con un massimo di venti persone. Chi organizza per una scuola, un’associazione o una comitiva deve quindi prenotare un turno intero e, se il gruppo supera quella soglia, dividerlo su due domeniche diverse. La scheda non indica tariffe di gruppo distinte dal biglietto intero, e ogni condizione particolare va chiesta direttamente al momento della prenotazione.

Una curiosità sull’Anfiteatro Castrense

L’Anfiteatro Castrense è l’unico anfiteatro antico di Roma, oltre al Colosseo, di cui resti ancora in piedi una parte leggibile dell’alzato. La città ne ha avuti altri, e di alcuni sappiamo quasi solo il nome, ma nessuno si vede come questo. Il motivo non è la solidità della costruzione. È un caso di riuso: le mura lo hanno trasformato in un pezzo di fortificazione, e le fortificazioni a Roma sono state mantenute per secoli.

Mettetelo accanto al Colosseo e le proporzioni si capiscono subito. L’Anfiteatro Flavio supera i centottanta metri sull’asse lungo, questo si ferma a 88. Il Colosseo era fatto per decine di migliaia di spettatori e per la città intera, il Castrense per la corte e per gli ospiti dell’imperatore. È la differenza fra uno stadio e un teatro privato, e bisogna tenerla in testa per non uscire delusi.

La seconda curiosità riguarda il materiale. Tutto l’edificio, secondo la Sovrintendenza, era in laterizio, comprese le membrature architettoniche. Chi è abituato al travertino del Colosseo trova qui un’altra idea di monumentalità: più fine, più domestica, più vicina al gusto delle residenze imperiali del Terzo secolo. Guardate i dettagli delle semicolonne da vicino e capirete che quei muratori non lavoravano a risparmio.

Terza curiosità, la più pratica. L’anfiteatro è così ben mimetizzato che molti romani ci passano accanto per anni senza sapere che cosa sia. Chi arriva in macchina da viale Castrense vede un tratto di mura più curvo e più decorato del solito e tira dritto. È un monumento che bisogna andare a cercare, e che si rivela solo a chi si ferma sul marciapiede opposto e alza lo sguardo.

Perché si chiama Castrense

Castrense viene da castrum, e la prima tentazione è pensare a un accampamento militare, a soldati che si allenavano nell’arena. L’interpretazione più diffusa è un’altra: nel latino della tarda età imperiale castrum indicava anche la residenza dell’imperatore e la sua corte. Anfiteatro castrense significa quindi anfiteatro della residenza imperiale, riservato alla corte. Il nome descrive un’appartenenza, non una funzione militare.

La lettura militare circola ancora molto, soprattutto nelle spiegazioni rapide per turisti, e vale la pena smontarla con calma. In questa zona non c’era un castrum nel senso di caserma. C’era una grande residenza con giardini, un circo per le corse, un anfiteatro e poi, dopo il 312, il palazzo di Elena, madre di Costantino. Tutto parla di corte, di svago, di rappresentanza. Niente parla di legioni.

Il nome del monumento compare nei cataloghi regionari tardoantichi, gli elenchi degli edifici della città divisi per regioni, dentro la quinta regione, l’Esquilino. Il dato conta perché ci dice che nel Quarto secolo l’anfiteatro era ancora un edificio riconosciuto e registrato, non un rudere. Le mura lo avevano già inglobato, eppure mantenne il suo nome e la sua identità per chi redigeva quelle liste.

Una nota linguistica per chi si diverte con le parole. Il castrum della corte ha lasciato tracce nella lingua amministrativa del tardo impero, e in italiano la parola castrense è sopravvissuta quasi solo in ambito militare e giuridico. Per questo la confusione è comprensibile: il significato che è arrivato fino a noi è quello sbagliato per questo monumento. Chi guida visite in zona se lo sente chiedere di continuo.

Una cosa che non ti dice nessuno sull’Anfiteatro Castrense

Quello che vedete da viale Castrense non è il livello da cui lo guardavano i Romani. Le fondazioni in calcestruzzo a vista, segnalate dalla Sovrintendenza come conseguenza dell’abbassamento del terreno, falsano la lettura dell’edificio. In origine il piano di calpestio arrivava molto più in alto, e le arcate del primo ordine partivano quasi da terra. Oggi le vedete sollevate, come se l’anfiteatro fosse montato su un piedistallo che non gli appartiene.

Questo ha una conseguenza pratica per chi osserva. Se volete immaginare l’edificio com’era, coprite mentalmente la fascia grezza in basso e fate partire tutto dalla prima fila di mattoni regolari. L’anfiteatro diventa subito più basso, più largo, più proporzionato. Poi aggiungete altri due ordini di arcate sopra quello che resta, e avrete un’idea della massa che gli uomini di Paolo IV hanno demolito a metà Cinquecento.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda il rapporto con le mura. Si ripete che le Mura Aureliane hanno salvato l’anfiteatro, ed è vero. Ma lo hanno anche trasformato in qualcosa di diverso: le arcate chiuse, l’anello spezzato fra dentro e fuori città, la funzione cambiata da luogo di spettacolo a opera di difesa. Quello che vediamo è un anfiteatro nella forma e un bastione nella storia. Tutte e due le letture sono legittime.

Terzo punto, poco raccontato: l’interno è stato coltivato così a lungo che l’arena, come spazio, è diventata un giardino recintato più che una rovina. Se entrate con una visita, non cercate i segni della caccia o dei combattimenti. Cercate la geometria. L’ellisse si sente nei percorsi, nei muri, nel modo in cui lo spazio si chiude su sé stesso, e da una mappa satellitare si legge perfettamente.

Il consiglio che ti do per visitare l’Anfiteatro Castrense

Fate il giro esterno prima della visita guidata, non dopo. Uscite dalle mura, camminate lungo viale Castrense tenendovi sul marciapiede, e guardate l’anfiteatro con calma per un quarto d’ora. Quando poi entrerete nel comprensorio con la guida, saprete già da che parte vi trovate, dove passava la cinta muraria, quale lato dell’ellisse state guardando. Senza il giro esterno, dentro si perde l’orientamento in cinque minuti.

Il secondo consiglio è di prenotare la visita del comprensorio sapendo che cosa comprende, e di non dare per scontato di finire dentro l’orto. Chiedete a CoopCulture o alla Soprintendenza se il percorso della data scelta tocca l’anfiteatro dall’interno. Se la risposta è no, la visita vale lo stesso per il Sessorium e per il Circo Variano, ma il giro esterno diventa l’unico modo di vedere l’anfiteatro, e va fatto bene.

Vestitevi per stare in piedi e all’aperto. Le visite archeologiche su prenotazione hanno ritmi lenti, soste lunghe davanti a murature che richiedono spiegazione, poche sedute. D’estate l’area è esposta, d’inverno ci si ferma a lungo al freddo. Scarpe comode e una bottiglia d’acqua sono il minimo. Per chi ha difficoltà motorie, chiedete alla prenotazione quali parti del percorso siano accessibili: il dato non è pubblicato.

Mettete insieme la visita con la basilica. La domenica mattina a Santa Croce si celebrano le messe, e la cappella delle reliquie è uno dei luoghi di pellegrinaggio più frequentati di Roma. Organizzate il tempo in modo da entrare in chiesa prima o dopo la visita archeologica, rispettando le funzioni in corso. Anfiteatro, palazzo e basilica sono lo stesso complesso, e vederli separati toglie senso a tutti e tre.

Ultimo consiglio, per chi non riesce a trovare posto nelle domeniche calendarizzate. Il giro esterno, fatto con una buona mappa e con le informazioni di queste righe, restituisce già l’essenziale: forma, materiale, rapporto con le mura, scala rispetto al Colosseo. Non è un ripiego vergognoso. È la vista che il monumento offre a chiunque, gratis, ogni giorno dell’anno, e per molti è sufficiente.

L’anfiteatro e le Mura Aureliane

Le Mura Aureliane furono costruite a partire dal 271, sotto l’imperatore Aureliano, per difendere una Roma che per secoli non aveva avuto bisogno di una cinta. Il tracciato fu deciso in fretta e con criteri economici: dove c’era già un edificio solido, lo si usava come tratto di muro. L’Anfiteatro Castrense fu uno di questi edifici, insieme ad acquedotti, sepolcri e caseggiati che ancora oggi si riconoscono lungo la cinta.

Per inserirlo nella linea difensiva le arcate esterne vennero chiuse, e l’anello divenne una specie di torre enorme, sporgente rispetto al filo delle mura. La parte dell’edificio che restava fuori città diventò la faccia esposta, quella che un eventuale assediante avrebbe visto per prima. È per questo che oggi la parte meglio leggibile si trova proprio all’esterno, su viale Castrense, e non verso la piazza.

Chi vuole capire la logica di questo riuso trova il confronto migliore a Porta Maggiore, dove le mura si appoggiano alle arcate degli acquedotti, e più a sud a Porta San Paolo, dove la Piramide Cestia fu inglobata nello stesso modo. Il Museo delle Mura dentro Porta San Sebastiano racconta il sistema difensivo nel suo insieme.

Il tratto di mura fra Porta Maggiore e l’anfiteatro è uno dei più belli da percorrere a piedi dall’esterno, anche se il traffico di viale Castrense non aiuta. Lungo il muro si leggono restauri di epoche diverse, tamponature, rifacimenti, e il cambio di materiale quando si passa dal muro vero e proprio al corpo dell’anfiteatro. Per chi ama le murature è una lezione all’aperto, gratuita e senza orari.

C’è poi un aspetto che si nota solo camminando. Il tracciato delle mura, in questo punto, non segue una linea regolare: piega, rientra, si adatta agli edifici che già c’erano. L’anfiteatro è uno dei motivi di quelle deviazioni. Guardando la cinta da viale Castrense si capisce che i costruttori del Terzo secolo hanno disegnato la difesa intorno al costruito, e non il contrario, e che la fretta ha guidato ogni scelta.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

L’anfiteatro non è crollato. È stato abbassato. La Sovrintendenza scrive che nel Cinquecento, sotto il pontificato di Paolo IV, fu ridotto al primo ordine per esigenze difensive. Gli altri due ordini di arcate, che avrebbero dato all’edificio un’altezza ben diversa, sono stati smontati per decisione precisa, non dal tempo o dai terremoti. Il monumento che vediamo è il risultato di un intervento militare del papato.

Il contesto aiuta a capire. Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa, regnò dal 1555 al 1559, e in quegli anni il papato entrò in guerra con la Spagna. Roma temeva un assedio e le difese furono riviste in fretta. Un anfiteatro alto tre ordini, incastrato nella cinta, poteva diventare una piattaforma comoda per chi attaccava o un punto debole da colpire. Abbassarlo aveva una sua logica, spietata ma coerente.

Il fatto è noto agli specialisti e compare nelle descrizioni ufficiali, eppure nelle spiegazioni divulgative si perde quasi sempre, sostituito da un generico il tempo ha fatto il resto. Non è così. A Roma molti monumenti sono stati ridotti da cave, spoliazioni, riusi edilizi. Qui c’è una decisione difensiva documentata, ed è uno dei casi più chiari in cui la città ha sacrificato un edificio antico alla propria sicurezza.

Un secondo fatto risaputo e poco citato riguarda le dimensioni. Tutti ripetono che è piccolo, ma 88 metri per 75,80 sono misure rispettabili, paragonabili a quelle di molti anfiteatri di città di provincia dell’impero. Piccolo lo è solo rispetto al Colosseo, che è un’eccezione assoluta. Presentato da solo, senza il confronto schiacciante, l’Anfiteatro Castrense è un edificio di tutto rispetto.

La foto giusta da fare all’Anfiteatro Castrense

La foto si fa da fuori, da viale Castrense, e si fa in diagonale. Mettetevi sul marciapiede opposto, senza scendere in carreggiata, e riprendete la curva delle arcate che si allontana, in modo che l’occhio segua l’ellisse. La foto frontale, con il muro parallelo all’obiettivo, appiattisce tutto e fa sembrare l’anfiteatro un pezzo qualsiasi di mura. È la curva che racconta l’edificio.

La luce conta più dell’obiettivo. Il laterizio rende al meglio con il sole basso e di lato, quando ogni mattone prende un’ombra e le semicolonne si staccano dal fondo. Con il sole a picco d’estate la superficie diventa uniforme e piatta. Provate la mattina presto o il tardo pomeriggio, e guardate sul posto da che parte arriva la luce prima di decidere dove mettervi.

Se volete la foto che spiega il monumento, includete nell’inquadratura la fascia di fondazioni a vista e il livello della strada. Chi guarda capirà subito che il terreno è stato abbassato e che l’edificio è sollevato rispetto alla quota antica. Per un’immagine documentaria è la scelta migliore. Per un’immagine più pulita, invece, tagliate la parte bassa e lavorate solo sulle arcate.

Dentro il comprensorio, se la visita vi porta nell’orto, la foto giusta è quella che usa il muro dell’anfiteatro come quinta, con le aiuole in primo piano e la curva dell’anello dietro. Chiedete alla guida se si possono fare fotografie, perché in alcune parti dei complessi religiosi e nelle aree archeologiche le regole cambiano. Non entrate mai in aiuole o zone recintate per trovare l’angolo migliore.

L’orto dentro l’arena

Lo spazio interno dell’anfiteatro è coltivato da secoli dai monaci di Santa Croce, e questa continuità d’uso è la ragione per cui è arrivato fino a noi senza essere edificato. Un’arena chiusa da un muro alto, esposta al sole, protetta dal vento, con terra riportata e accumulata nel tempo: per un orto monastico era la condizione ideale. La città costruiva tutto intorno, l’ellisse restava campo.

La comunità che ha vissuto più a lungo accanto all’anfiteatro è quella cistercense, a cui la basilica fu affidata nel Cinquecento, secondo la cronologia più diffusa nel 1561, sotto Pio IV. I monaci hanno tenuto l’orto come si teneva un orto conventuale, con ortaggi, alberi da frutto e piante officinali. Il sito della basilica presenta ancora oggi l’orto monastico come parte integrante del complesso.

Nel 2011, secondo la stampa dell’epoca, la Santa Sede ha soppresso l’abbazia cistercense di Santa Croce e disposto il trasferimento dei monaci, e la basilica ha continuato la sua vita come chiesa e parrocchia. Per chi visita, la conseguenza è semplice: l’orto non è un giardino pubblico, appartiene al complesso religioso, e ogni accesso passa dalla basilica o dalle visite autorizzate. Non esistono ingressi liberi.

L’orto oggi ha un disegno che dialoga con la forma dell’arena, con percorsi e aiuole che seguono l’andamento dell’ellisse. Chi riesce a vederlo trova una combinazione rara: una rovina antica che non è stata museificata e un giardino che non è stato progettato su uno spazio neutro. È uno di quei luoghi dove la stratificazione di Roma si vede senza bisogno di pannelli.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Fra la fine del Secondo secolo e l’inizio del Terzo i Severi sistemano in questa zona una grande residenza suburbana con giardini, padiglioni e impianti per gli spettacoli. La scheda del Ministero la definisce una residenza appartenuta agli imperatori Severi, poi trasformata e ampliata un secolo dopo. È il contesto in cui nasce l’anfiteatro, pensato come parte di un complesso di corte e non come edificio pubblico.

Fra il 218 e il 222 Eliogabalo, secondo la Sovrintendenza, costruisce l’anfiteatro annesso alla dimora imperiale sessoriana, e secondo il Ministero anche il vicino Circo Variano. Le fonti non concordano del tutto sull’attribuzione precisa all’interno della dinastia, e alcuni preferiscono parlare genericamente di età severiana. Il dato solido è la cronologia: primi decenni del Terzo secolo, cantiere imperiale, materiali e tecnica di qualità alta.

Dal 271 le Mura Aureliane inglobano l’anfiteatro. Le arcate vengono chiuse, l’edificio diventa parte della cinta, il Circo Variano viene tagliato dal tracciato e la parte rimasta fuori città è abbandonata. È il primo grande cambio di funzione del monumento, e segna l’inizio della sua lunga vita come opera di difesa. Da qui in avanti l’anfiteatro sopravvive perché serve.

Dopo il 312 Elena, madre di Costantino, trasforma e amplia la residenza severiana, che diventa il Sessorium. Una delle aule del palazzo viene adattata a cappella per la conservazione della reliquia della Croce, e da questa trasformazione nasce la basilica di Santa Croce in Gerusalemme. L’anfiteatro si trova così accanto a uno dei santuari più importanti della cristianità romana, destino che ne orienterà la storia per sedici secoli.

Nel Cinquecento, sotto Paolo IV, l’anfiteatro viene ridotto al primo ordine per esigenze difensive. Nello stesso secolo la basilica passa ai cistercensi, che fanno dell’arena il loro orto. A metà Settecento la basilica riceve la facciata e l’assetto barocco che vediamo oggi, voluti da Benedetto XIV. L’anfiteatro, nel frattempo, resta quello che era diventato: muro di città all’esterno, orto conventuale all’interno.

Fra Ottocento e Novecento la città si allarga fuori dalle mura, nascono i quartieri oltre Porta Maggiore e viale Castrense diventa una strada di traffico. Il terreno intorno all’anfiteatro viene abbassato e le fondazioni restano a vista. Nel corso del Novecento e nei decenni più recenti le aree archeologiche della residenza imperiale vengono indagate e rese visitabili, oggi sotto la tutela della Soprintendenza Speciale di Roma.

Chi è passato dall’Anfiteatro Castrense

Eliogabalo, il giovanissimo imperatore della dinastia severiana, salito al trono nel 218 e ucciso nel 222. La tradizione antica lo descrive come un sovrano eccentrico, appassionato di spettacoli e di culti orientali, e la sua reputazione è stata costruita in gran parte da autori ostili. Separare il documento dalla leggenda nera è difficile. Il fatto concreto è che a lui la Sovrintendenza attribuisce questo edificio e il Ministero il circo vicino.

Aureliano, l’imperatore soldato che dal 271 fece costruire le mura, è passato da qui nel senso più concreto: la sua decisione ha stabilito il destino dell’anfiteatro. Non sappiamo se abbia mai messo piede nell’arena, ma il tracciato della cinta porta la sua firma. Accanto a lui vanno messi i costruttori anonimi che hanno chiuso le arcate e trasformato un luogo di spettacolo in un bastione.

Elena, madre di Costantino, è la figura che ha cambiato il significato di tutta l’area. La residenza diventata Sessorium, la cappella della Croce, la basilica: tutto parte dal suo palazzo. Il legame con il Mausoleo di Sant’Elena sulla via Casilina, dove secondo la tradizione fu sepolta, completa il quadro. Chi segue le sue tracce a Roma ha qui il punto di partenza.

Paolo IV, Gian Pietro Carafa, papa dal 1555 al 1559, che ha fatto abbassare l’anfiteatro al primo ordine. Un pontefice duro, ricordato per l’inasprimento dell’Inquisizione e per la guerra con la Spagna, e la riduzione dell’anfiteatro va letta dentro quella stagione di paura e di fortificazioni. Nella storia del monumento è il personaggio che ha tolto di più, e anche quello che ne ha fissato l’aspetto attuale.

I monaci cistercensi, per quattro secoli e mezzo, secondo la cronologia più diffusa dal 1561 al 2011. Sono loro ad aver coltivato l’arena, ad averla difesa dall’edificazione, ad averla fatta diventare un orto. Accanto a loro vanno ricordati i pellegrini di ogni epoca che sono arrivati a Santa Croce per le reliquie della Passione e che hanno visto l’anfiteatro senza probabilmente sapere che cosa fosse.

Benedetto XIV, papa dal 1740 al 1758, che a metà Settecento fece rinnovare la basilica dandole la facciata e l’assetto che si vedono oggi dalla piazza. Non ha toccato l’anfiteatro, ma ha cambiato il modo in cui chi arriva a Santa Croce percepisce l’intero complesso: la facciata barocca è la prima cosa che si nota, e l’anello antico resta nascosto dietro, visibile solo a chi esce dalle mura.

Il Sessorium e il Circo Variano

L’anfiteatro non si capisce da solo. Faceva parte di un complesso che comprendeva la residenza, i giardini, le terme e un circo lungo per le corse dei carri, il Circo Variano. Il Ministero attribuisce anche il circo a Eliogabalo. Il tracciato delle Mura Aureliane lo tagliò, e la parte rimasta fuori città finì abbandonata. Oggi il circo si legge solo per tratti, e serve una guida per riconoscerlo.

Per approfondire questa parte trovate su questo sito la scheda del Circo Variano e Sessorium, che racconta il complesso nel suo insieme. Il legame con l’anfiteatro è diretto: stessi committenti, stessa epoca, stessa funzione di svago di corte. Chi visita il comprensorio vede resti delle due strutture a pochi metri di distanza, e il confronto aiuta a capire le proporzioni di tutta la residenza.

Dal circo proviene, secondo la ricostruzione più diffusa, l’obelisco dedicato ad Antinoo che oggi si trova sul Pincio, dopo un percorso di spostamenti durato secoli. La sua scheda, Obelisco del Pincio, racconta la storia di quel monumento. È uno dei tanti casi in cui un pezzo di questa zona ha finito per decorare un’altra parte della città, lontano dal suo contesto originale.

Il Sessorium, il palazzo di Elena, è il pezzo più importante di tutto il comprensorio dal punto di vista storico. La scheda ministeriale ricorda un’aula per le udienze, la cappella per la reliquia della Croce, la sala absidata detta Tempio di Venere e Cupido, domus con affreschi e mosaici. Chi entra nel comprensorio passa dall’anfiteatro al palazzo in pochi passi, e attraversa due secoli di storia imperiale.

Come si arriva

La stazione della metropolitana più comoda è San Giovanni, servita dalle linee A e C. Da lì si percorre viale Carlo Felice verso est, con le mura sulla destra, e in circa un chilometro si arriva alla piazza di Santa Croce. Il percorso è piano, alberato e con marciapiedi larghi, e permette di vedere lungo la strada un tratto delle mura prima di arrivare all’anfiteatro.

Da Stazione Termini si arriva a piedi in una mezz’ora abbondante attraverso l’Esquilino, passando accanto a piazza Vittorio e alla Porta Alchemica. In alternativa ci sono tram e autobus che collegano la zona di Porta Maggiore e Santa Croce con il centro: per linee e orari aggiornati usate il sito di ATAC, che pubblica percorsi e deviazioni.

In auto la zona è a traffico intenso e i parcheggi sono pochi, soprattutto la domenica mattina quando la basilica è frequentata dai fedeli. Viale Castrense e le strade intorno a Porta Maggiore sono assi di scorrimento, e fermarsi in doppia fila per guardare l’anfiteatro è pericoloso oltre che vietato. Se avete una macchina, lasciatela lontano e fate l’ultimo tratto a piedi.

Per il giro esterno, da viale Castrense, attraversate le mura da uno dei varchi vicini alla piazza e restate sempre sui marciapiedi. Il tratto non ha attraversamenti comodissimi e le auto viaggiano veloci. Con bambini o persone anziane scegliete i passaggi pedonali segnalati anche a costo di allungare il percorso di qualche minuto. La vista migliore non vale un rischio.

Che cosa non aspettarsi

La posizione controcorrente è questa: chiamare l’Anfiteatro Castrense il secondo Colosseo di Roma, come fanno molte presentazioni rapide, è un errore che rovina la visita. Chi arriva con quell’immagine in testa cerca gradinate, corridoi sotterranei, un’arena sgombra, e trova un muro curvo e un orto. Il valore di questo monumento è un altro: una residenza di corte leggibile, un riuso difensivo esemplare, una continuità agricola rarissima.

Non aspettatevi un sito aperto tutti i giorni. Non c’è una biglietteria sul posto con orari continuati, non si entra per conto proprio, e fuori dalle domeniche calendarizzate l’interno resta chiuso. Il comprensorio è chiuso ad agosto, secondo la scheda del Ministero. Chi passa per caso un martedì trova il muro esterno, che è gratis e sempre visibile, e nient’altro.

Non aspettatevi pannelli, audioguide, percorsi autonomi. L’informazione passa dalla guida della visita, e la qualità del racconto dipende da chi vi accompagna. Portate qualche domanda preparata, magari sul rapporto fra anfiteatro, circo e palazzo, e la visita cambia completamente. Chi arriva senza sapere nulla rischia di uscire con l’idea di aver visto solo qualche muro in mattoni.

Non aspettatevi, infine, di poter entrare nell’orto quando volete. Il giardino interno all’anfiteatro fa parte del complesso religioso e non è un parco pubblico. Non cercate ingressi alternativi, non scavalcate muri o cancelli, non entrate in aree recintate per avere una vista migliore. Le occasioni legali esistono, sono poche e vanno prenotate, e il muro esterno resta comunque visibile da tutti.

Non aspettatevi neppure una lettura facile del monumento dal lato della piazza. Chi arriva davanti alla basilica e cerca l’anfiteatro con lo sguardo vede soprattutto edifici conventuali, muri di cinta e la facciata settecentesca. Per trovare le arcate bisogna uscire dalle mura e girare intorno al complesso. Molti visitatori rinunciano prima, convinti che dell’anfiteatro non resti niente, e perdono la parte più bella.

Mangiare in zona

La zona fra Santa Croce, San Giovanni e l’Esquilino è abitata, e questo la protegge in parte dalle trappole per turisti del centro. Intorno alle grandi basiliche, però, qualche locale pensato per chi passa una volta sola si trova sempre. Conviene conoscere i segnali, perché i romani li riconoscono al primo sguardo e voi, con un minimo di attenzione, potete fare lo stesso.

Primo segnale, il menù con le fotografie dei piatti, tradotto in molte lingue e appeso fuori. Un posto che deve mostrare l’immagine della carbonara si rivolge a chi non sa che cosa sia, e cucina di conseguenza. Secondo segnale, la persona sulla porta che ferma chi passa e lo invita a sedersi. Un locale che ha clienti abituali non ha bisogno di andare a prenderli sul marciapiede.

Terzo segnale, la signora che tira la pasta fresca in vetrina o davanti all’ingresso. È una scena studiata per fermare i passanti, non una garanzia di qualità: la pasta seria si prepara in cucina, al mattino, lontano dalla strada. Quarto segnale, la cucina aperta senza interruzioni dalla mattina a notte fonda. Una cucina vera ha una pausa, perché chi ci lavora deve riposare e preparare il servizio successivo.

Quinto segnale, i locali piazzati davanti a un monumento con voci senza prezzo sul menù, sigle vaghe come pesce del giorno o piatti a peso senza indicazione, e a volte listini diversi fra dentro e fuori. Chiedete sempre il prezzo prima di ordinare. I romani non ci vanno non per snobismo, ma perché sanno che il prezzo si adatta al cliente e che il cliente, lì, non torna.

Il criterio che funziona è guardare chi è seduto. Se all’ora di pranzo di un giorno feriale ci sono impiegati, famiglie del quartiere, persone che parlano romanesco fra loro, siete nel posto giusto. Se ci sono solo visitatori con lo zaino e il cameriere passa all’inglese al primo sguardo, è un’informazione utile. Per orientarvi senza tentativi c’è la nostra lista dei posti dove mangiamo noi.

Che cosa abbinare in giornata

L’abbinamento naturale è con la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme e con i due musei della piazza, il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali e il Museo Storico della Fanteria. In una mattina si vede tutto il complesso, dalla residenza imperiale alle reliquie, fino alle collezioni ospitate negli edifici costruiti sopra i resti antichi.

Verso nord, Porta Maggiore e la Basilica sotterranea di Porta Maggiore completano il racconto delle mura e degli acquedotti. La basilica sotterranea apre solo su prenotazione, e va programmata con anticipo. Più in là si entra nel Pigneto, che offre un’altra Roma, novecentesca e popolare, da vedere nel pomeriggio.

Verso ovest il percorso porta alla Basilica di San Giovanni in Laterano, alla Scala Santa e all’Obelisco Lateranense, in un quarto d’ora a piedi lungo viale Carlo Felice. Poco lontano si trova il Casino Giustiniani Massimo al Laterano, aperto in giorni limitati. È la giornata classica delle grandi basiliche, e l’anfiteatro ne diventa il prologo antico.

Chi vuole restare sul tema degli spettacoli romani può andare al Colosseo e al Ludus Magnus, la palestra dei gladiatori accanto all’anfiteatro Flavio, che si osserva dalla strada, e poi al Circo Massimo per le corse dei carri. Il confronto fra la scala pubblica di quei monumenti e la dimensione di corte del Castrense è la chiave per capire tutti e tre.

Per la Roma dei Severi, gli stessi committenti della residenza, vale la pena vedere le Terme di Caracalla e l’Arco di Settimio Severo al Foro. Per la Roma di Elena e di Costantino, il Mausoleo di Santa Costanza e l’Arco di Costantino. Chi preferisce le chiese vicine ha Santa Bibiana e Sant’Eusebio all’Esquilino, lungo la strada verso Termini.

Domande frequenti

L’Anfiteatro Castrense si può visitare?

L’esterno si vede liberamente e gratis da viale Castrense, fuori dalle mura, a qualsiasi ora. L’interno si visita solo con visita guidata prenotata nell’ambito del Comprensorio archeologico di Santa Croce in Gerusalemme, gestito dalla Soprintendenza Speciale di Roma, oppure nelle aperture straordinarie. Il Ministero indica visite la seconda e la quarta domenica del mese, con prenotazione obbligatoria tramite CoopCulture.

Quanto costa la visita?

La scheda del Ministero della cultura indica un biglietto di 5,50 euro intero, senza riduzioni, per la visita guidata al comprensorio archeologico. La prenotazione è obbligatoria e si fa tramite CoopCulture, il concessionario indicato dal Ministero. Il giro esterno dell’anfiteatro, da viale Castrense, è gratuito. Per le aperture straordinarie il prezzo dipende dall’organizzazione della singola iniziativa e va verificato caso per caso.

Chi gestisce l’Anfiteatro Castrense?

Il Ministero della cultura inserisce l’anfiteatro nel Comprensorio archeologico di Santa Croce in Gerusalemme, affidato alla Soprintendenza Speciale di Roma. L’interno dell’arena è occupato dall’orto del monastero annesso alla basilica di Santa Croce, che fa parte del complesso religioso. Per le visite archeologiche il riferimento è la Soprintendenza, per l’orto e le iniziative della comunità religiosa è la basilica.

Quando si svolgono le visite?

Secondo la scheda del Ministero della cultura le visite si svolgono la seconda e la quarta domenica del mese, alle 10 per i visitatori singoli e alle 11.30 per i gruppi fino a venti persone. Il comprensorio è chiuso ad agosto. La scheda ministeriale indica come ultimo aggiornamento il 31 luglio 2024, quindi conviene confermare le date telefonando allo 06 7070221 o sul sito della Soprintendenza.

Perché si chiama Castrense?

Il nome deriva da castrum, che nel latino della tarda età imperiale indicava anche la residenza dell’imperatore e la sua corte. Anfiteatro castrense significa quindi anfiteatro della residenza imperiale, riservato alla corte. Non era legato a un accampamento militare. L’interpretazione che lo collega ai soldati è diffusa ma non trova appoggio nel contesto, che è quello di una grande residenza con giardini, circo e palazzo.

Quanto è grande rispetto al Colosseo?

L’Anfiteatro Castrense misura 88 metri sull’asse maggiore e 75,80 su quello minore, secondo la Sovrintendenza. Il Colosseo supera i centottanta metri sull’asse lungo. Il Castrense era un anfiteatro di corte, pensato per un pubblico ristretto, mentre il Colosseo era destinato alla città intera. Oggi del Castrense resta solo il primo ordine di arcate, dopo la riduzione voluta da Paolo IV nel Cinquecento.

Si può entrare nell’orto dei monaci?

L’orto dentro l’anfiteatro appartiene al complesso della basilica di Santa Croce in Gerusalemme e non è un giardino pubblico. Si vede solo in occasione di visite organizzate o aperture straordinarie autorizzate. Per richieste specifiche il canale è la basilica, attraverso i contatti del suo sito ufficiale. Non esistono ingressi liberi e non bisogna mai entrare in aree recintate senza autorizzazione.

Come si arriva con i mezzi pubblici?

La soluzione più semplice è la metropolitana fino a San Giovanni, linee A e C, e poi un chilometro circa a piedi lungo viale Carlo Felice fino alla piazza di Santa Croce in Gerusalemme. Da Termini si arriva a piedi in una mezz’ora abbondante attraversando l’Esquilino. Per tram e autobus diretti nella zona di Porta Maggiore e Santa Croce, consultate il calcolatore di percorso sul sito di ATAC.

Chi ha scritto la pagina

La pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Orari, tariffe e modalità di prenotazione riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura: le visite del comprensorio dipendono dal calendario della Soprintendenza, quindi ricontrollatele prima di uscire di casa. Segnalateci quello che trovate cambiato.

Costruire una giornata nel quadrante di Santa Croce e San Giovanni significa incastrare visite a date fisse, aperture su prenotazione, messe domenicali nelle basiliche, musei con orari diversi e un traffico che rende complicato muoversi in macchina, per sé o per un gruppo organizzato. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.

Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, noleggi, aeroporti, spostamenti fra una provincia e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Castelli ai laghi vulcanici del nord fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile quando si deve montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.

Prepara la visita

Link affiliati: se prenoti da qui Estate Romana riceve una piccola commissione, a te non costa nulla in più.

Contact Information

IndirizzoPiazza di Santa Croce in Gerusalemme 9/a San Giovanni, Roma, Roma Città 00185

Le proposte giuste, una volta a settimana

Scegli cosa ti interessa: ti scriviamo solo di quello, con date, orari e prezzi verificati. Niente spam, ti cancelli con un clic.

I tuoi temi