Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Villa Giustiniani al Laterano, detta anche “Casino Massimo Lancellotti” o “Villa Massimo al Laterano”
Villa Giustiniani al Laterano, detta anche “Casino Massimo Lancellotti” o “Villa Massimo al Laterano”
Villa Giustiniani al Laterano, detta anche “Casino Massimo Lancellotti” o “Villa Massimo al Laterano”
Villa Giustiniani al Laterano, detta anche “Casino Massimo Lancellotti” o “Villa Massimo al Laterano”
Villa Giustiniani al Laterano, detta anche “Casino Massimo Lancellotti” o “Villa Massimo al Laterano”
Villa Giustiniani al Laterano, detta anche “Casino Massimo Lancellotti” o “Villa Massimo al Laterano”Villa Giustiniani Massimo al Laterano si visita a Roma in via Matteo Boiardo 16, nel rione Esquilino, a duecento metri da piazza San Giovanni in Laterano e a un passo da via Tasso: quello che ne resta è il casino nobile secentesco, oggi sede della Delegazione per l'Italia della Custodia di Terra Santa. L'ingresso è gratuito e non c'è biglietteria, perché non si tratta di un museo civico ma di una casa religiosa che apre le tre sale affrescate dai Nazareni in fasce orarie limitate: le fonti disponibili indicano martedì e giovedì dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 18, domenica dalle 10 alle 12, con il recapito telefonico 06 70495651. Prima di mettersi in cammino conviene telefonare: gli orari di una comunità religiosa seguono il calendario liturgico e le esigenze della casa, e una porta chiusa nel primo pomeriggio di un giovedì d'agosto non è un'eventualità remota. I gruppi si annunciano sempre in anticipo. Si arriva con la metropolitana linea A, fermata Manzoni, che è la più vicina e dista sette minuti a piedi; la stazione San Giovanni, sempre sulla linea A e nodo di scambio con la linea C dal 2018, è di poco più lontana. La visita alle tre stanze richiede all'incirca un'ora, un'ora e mezza se vi fermate a leggere gli affreschi episodio per episodio, come meritano. Fotografie: chiedete al frate che vi accompagna, la regola cambia a seconda di chi apre.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Per orientarsi nel quadrante che circonda la villa può servire la pagina delle attrazioni turistiche di Roma, dove il Laterano è raccontato insieme al resto del rione.

Che cosa è oggi Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Bisogna intendersi sul nome, perché ne circolano quattro e tutti e quattro sono legittimi. Villa Giustiniani Massimo al Laterano è la dicitura storica completa: ricorda il primo proprietario, il marchese Vincenzo Giustiniani, e la famiglia romana che gli subentrò due secoli dopo. Casino Massimo Lancellotti è il nome con cui l'edificio compare nella letteratura artistica dell'Ottocento e nelle guide di oggi, dal ramo Lancellotti che ereditò la proprietà a metà Ottocento. Villa Massimo al Laterano serve a distinguerla dall'altra Villa Massimo, quella di via Nomentana che ospita l'Accademia Tedesca e che con questa non ha nulla a che vedere. Casino Giustiniani Massimo, infine, è la forma che privilegia l'edificio rispetto al parco: ed è la più onesta, perché il parco non esiste più da un secolo e mezzo.
Quello che oggi si varca non è una villa nel senso pieno del termine. È un casino nobile isolato, cioè la palazzina di rappresentanza che una volta occupava il centro di una tenuta di quasi sedicimila metri quadrati, e che oggi si trova incastrata in un isolato di palazzi umbertini e primonovecenteschi. Chi arriva aspettandosi un giardino storico resta spiazzato. Chi arriva per gli affreschi esce con la sensazione di avere visto una delle cose meno prevedibili di Roma: tre stanze in cui la Divina Commedia, l'Orlando Furioso e la Gerusalemme Liberata sono dipinte per intero sulle pareti da una squadra di pittori tedeschi e austriaci convertiti al cattolicesimo, tra il 1817 e il 1829.
Vale la pena dirlo subito, senza mediazioni: questo è il luogo dove si vede la pittura dei Nazareni a Roma. Il ciclo di casa Bartholdy, l'altro grande cantiere del gruppo, è stato staccato nel 1887 e portato a Berlino. Qui gli affreschi sono rimasti dove sono nati, sulle stesse pareti per cui furono pensati, con la luce che entra dalle stesse finestre. È una condizione rara e la si sottovaluta.
Dove si trova e come si arriva a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
L'indirizzo e il portone di via Matteo Boiardo
Via Matteo Boiardo 16. Il civico è quello della Delegazione di Terra Santa e il portone non ha l'aria di un ingresso museale: nessuna insegna vistosa, nessun bookshop, nessuna coda. Chi cerca un cartello turistico passa oltre e torna indietro dopo cento metri. La toponomastica dell'isolato è una gentilezza del comune verso la storia dell'edificio: le strade intorno si chiamano via Matteo Boiardo, via Ludovico Ariosto, via Torquato Tasso. I poeti cavallereschi che i Nazareni dipinsero dentro il casino hanno finito per dare il nome alle vie costruite sopra il parco venduto. Non capita spesso che una lottizzazione edilizia renda omaggio proprio a ciò che ha cancellato.
Metro, bus e tram per Villa Giustiniani Massimo al Laterano
La fermata di riferimento è Manzoni della metropolitana linea A, sulla tratta fra Vittorio Emanuele e San Giovanni: si esce su viale Manzoni e in sette o otto minuti di passeggiata in leggera discesa si arriva in via Boiardo. La stazione San Giovanni, ancora sulla linea A, è il nodo di interscambio con la linea C aperto il 12 maggio 2018 ed è comoda per chi arriva da est. Chi viene da Termini può fare l'intero tragitto a piedi in venti minuti scarsi seguendo via Merulana, che è poi il percorso storico fra Santa Maria Maggiore e il Laterano. Piazza di Porta San Giovanni e piazza San Giovanni in Laterano sono servite da un numero considerevole di linee di superficie: per i numeri aggiornati conviene affidarsi al sito dell'azienda di trasporto, che le riorganizza con una certa frequenza. In automobile, mettetevi il cuore in pace: il quadrante è a parcheggio a pagamento quasi ovunque e la sosta libera intorno al Laterano è una leggenda metropolitana.
Orari, prenotazione e costo della visita a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
L'accesso alle tre sale affrescate è gratuito. Le fasce orarie indicate dalle fonti disponibili sono martedì e giovedì 9-12 e 16-18, domenica 10-12; il numero di telefono della Delegazione è 06 70495651. Il consiglio operativo è uno solo e non cambia da anni: telefonate. Una casa religiosa non è un museo comunale con turni di custodia garantiti, e le aperture possono saltare per una celebrazione, per un capitolo dell'ordine, per l'assenza del confratello che tiene le chiavi. I gruppi organizzati sono tenuti a concordare l'orario in anticipo, e chi arriva in venti senza avvisare rischia di restare sul marciapiede. Le visite guidate a pagamento che compaiono nei calendari culturali romani sono organizzate da associazioni esterne: in quel caso si paga il servizio dell'accompagnatore, non il biglietto d'ingresso, perché un biglietto d'ingresso qui non esiste.
Vincenzo Giustiniani, il marchese che nel 1605 comprò una vigna al Laterano
Da Chio a Roma, storia di una famiglia di banchieri
Vincenzo Giustiniani nacque nell'isola di Chio nel 1564. I Giustiniani erano una consorteria genovese che dal Trecento amministrava l'isola nell'Egeo per conto della Repubblica, e che dell'isola aveva fatto un affare di famiglia fondato sul mastice e sui traffici del Levante. Nel 1566 gli Ottomani presero Chio e il mondo dei Giustiniani finì in una settimana. La famiglia si trasferì a Roma, dove si stabilì nei pressi di San Luigi dei Francesi e dove ricominciò daccapo con l'unico mestiere che nessuno può portare via a un genovese: il denaro. Il padre Giuseppe costruì il banco, il figlio Vincenzo lo portò al livello dei grandi finanzieri della corte papale. Il fratello Benedetto prese il cappello cardinalizio nel 1586. Nel giro di una generazione i profughi di Chio erano una delle famiglie più ricche di Roma.
La collezione: oltre trecento quadri e milleduecento sculture
Vincenzo Giustiniani morì nel 1637 lasciando una raccolta che al momento dell'inventario contava più di trecento dipinti e circa milleduecento pezzi di scultura. Non era un collezionista qualunque: fu uno dei primi a capire Caravaggio, e alla sua morte possedeva una quindicina di tele del Merisi, un numero che nessun altro privato romano ha mai avvicinato. Fu lui a comprare la prima versione del San Matteo e l'angelo rifiutata dai committenti di San Luigi dei Francesi, tela poi finita a Berlino e distrutta nell'incendio del Flakturm Friedrichshain nel 1945. Il gusto di Giustiniani non era però soltanto caravaggesco: nelle sue case lavorarono anche i classicisti bolognesi, Domenichino e Francesco Albani fra tutti, che affrescarono la villa di Bassano Romano.
La Galleria Giustiniana e la dispersione
Della raccolta di marmi antichi il marchese fece incidere un catalogo illustrato, la Galleria Giustiniana, che resta uno dei documenti fondamentali per capire come si collezionava a Roma all'inizio del Seicento: quali pezzi si compravano, come si restauravano, quanto si integrava un torso mutilo per farne una statua presentabile. La collezione cominciò a disperdersi nell'Ottocento. Dal 1815 il re di Prussia Federico Guglielmo III ne acquistò oltre centosessanta dipinti; oggi una quarantina di quelle tele sono alla Gemäldegalerie di Berlino, altre alla National Gallery di Londra, al Kunsthistorisches di Vienna, all'Ermitage di San Pietroburgo. Di tutto questo, al Laterano, è rimasto quasi nulla. Quasi.
L'architettura del casino di Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Carlo Lambardi e la fabbrica secentesca
Nel 1605 Vincenzo Giustiniani acquistò al Laterano un terreno coltivato a vigna, in una zona che allora era campagna dentro le mura: orti, carciofaie, alberi da frutto, qualche casale, e in fondo la facciata della cattedrale. Su quel terreno fece costruire una dimora di rappresentanza. L'architetto a cui la critica riconduce l'impianto è Carlo Lambardi, professionista solido e oggi poco frequentato, autore anche del portale monumentale del muro di cinta. Le fonti oscillano fra il 1605 e il 1618 come data della fabbrica, il che è normale per un cantiere di villa suburbana che procede per campagne successive: si compra il terreno, si costruisce, si aggiunge, si decora.
L'edificio è di una sobrietà quasi severa: pianta rettangolare, due livelli, finestre riquadrate in travertino, nessun bugnato teatrale, nessuna scenografia di scale. Chi conosce le ville romane del Seicento riconosce subito il tipo, quello del casino da vigna pensato per la villeggiatura breve e per la conversazione. La sfarzosità, qui, non è nelle murature: è in quello che venne appeso, murato e collocato dentro e fuori.
I marmi antichi murati nelle facciate
Le facciate del casino sono un piccolo museo epigrafico e scultoreo a cielo aperto, e sono la parte che i visitatori frettolosi guardano meno. Vi si trovano busti imperiali, ritratti secenteschi in profilo, fronti di sarcofagi antichi con soggetti mitologici, rilievi ricomposti mettendo insieme frammenti di provenienza diversa. È la pratica del tempo: il collezionista non conservava, ordinava. Un frammento poteva essere integrato, restaurato, sposato con un altro pezzo, murato in facciata come ornamento. Il principe Andrea Giustiniani, nipote di Vincenzo, arricchì ulteriormente il fronte con fregi marmorei, stucchi e ornati dove compaiono l'aquila dei Giustiniani e le colombe dei Pamphilj: aveva sposato Maria Pamphilj, nipote di papa Innocenzo X, e la parentela pontificia si ostenta in pietra come oggi si ostenta in fotografia.
La statua di Giustiniano, un falso dichiarato alto quattro metri
Il pezzo che è rimasto sul posto è anche il più spudorato. Nel 1638 il principe Andrea Giustiniani commissionò allo scultore Arcangelo Gonnelli un'opera che dimostrasse per via visiva la pretesa discendenza della famiglia dall'imperatore bizantino Giustiniano. Il legame è etimologico e nulla più: Giustiniani, Giustiniano. Ma nella Roma barocca una genealogia si costruiva come si costruisce oggi una reputazione, cioè producendo prove.
Gonnelli lavorò per assemblaggio. Prese un torso colossale acefalo di marmo greco, lo integrò abbondantemente con parti moderne, e per la testa si rifece a un ritratto giovanile di Marco Aurelio, ribattezzandolo Giustiniano e raffigurandolo nel fiore dell'età. Il risultato è una statua alta all'incirca quattro metri che nessun archeologo prenderebbe per antica e che nessun frequentatore secentesco avrebbe preso per moderna. Nel 1742 Giovan Battista Giustiniani la fece collocare nella posizione che occupa tuttora, come ricorda l'epigrafe murata sul lato meridionale del casino. Guardatela con attenzione: è la prova materiale di che cosa significasse, nel Seicento, avere una collezione. Non conservare l'antico, ma usarlo.

Borromini, un nome che va maneggiato con prudenza
Alcune fonti locali attribuiscono il casino a Francesco Borromini. È un'attribuzione che circola da tempo e che va trattata per quello che è: una tradizione erudita, non un dato documentato. Le date la rendono poco plausibile, perché Borromini nacque nel 1599 e nel 1605 aveva sei anni. Che il maestro ticinese sia intervenuto in un momento successivo su una parte del complesso non è impossibile in assoluto, ma chi ve lo racconta come un fatto acquisito vi sta vendendo una suggestione. In pagina e in visita il nome che regge è quello di Lambardi.
Il parco scomparso di Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Tre viali, fontane, statue e quindicimila metri quadrati
La tenuta si estendeva su circa quindicimila seicento metri quadrati, articolati in tre viali paralleli posti a quote diverse, con fontane, architetture verdi e statue disposte lungo i percorsi. Era insieme un giardino di rappresentanza e un fondo produttivo: si coltivavano vigna, carciofi e alberi da frutto, e la rendita agricola non era un dettaglio folkloristico ma una voce di bilancio. Le ville romane di quel tipo funzionavano così, a metà fra il museo all'aperto e l'azienda agricola. Il perimetro toccava le attuali via Merulana, via Tasso, viale Manzoni e piazza San Giovanni in Laterano: provate a percorrerlo oggi a piedi e vi farete un'idea concreta di che cosa è andato perduto.
La lottizzazione dell'Esquilino e la vendita del 1871
Nel 1871, un anno dopo la breccia di Porta Pia e con Roma appena diventata capitale, i proprietari misero in vendita il vasto parco come area edificabile. È la vicenda che ha cambiato per sempre questo quadrante della città: il piano regolatore postunitario doveva alloggiare l'apparato amministrativo del nuovo Stato, e l'Esquilino, con le sue grandi proprietà nobiliari poco costruite, era il terreno di caccia perfetto. Nel giro di vent'anni le vigne diventarono isolati, i viali diventarono strade, i casini nobiliari o furono demoliti o rimasero come questo, isole in mezzo al costruito. La stessa sorte toccò a buona parte delle ville storiche dell'area; se volete un termine di paragone su che cosa succede quando una villa nobiliare sopravvive invece per intero, guardate il Casino Nobile di Villa Torlonia e il parco che ancora lo circonda.
Il portale finito a villa Celimontana
Del muro di cinta si è salvata la parte più bella. Il monumentale portale di Carlo Lambardi venne ceduto allo Stato nel 1885 e restò smontato per decenni, finché nel 1931 fu rimontato come ingresso a villa Celimontana, sul Celio, dove si trova tuttora. È uno di quei trasferimenti che a Roma nessuno racconta e che spiegano la città meglio di molte guide: un pezzo di architettura secentesca del Laterano che oggi fa da soglia a un parco pubblico a un chilometro e mezzo di distanza, e che quasi tutti attraversano senza sapere da dove viene. La prossima volta che passate di là, alzate lo sguardo.
I Nazareni, i pittori che affrescarono Villa Giustiniani Massimo al Laterano
La Lega di San Luca, Vienna 1809
Il 10 luglio 1809, all'Accademia di Vienna, sei studenti insofferenti fondarono una confraternita che chiamarono Lukasbund, Lega di San Luca, dal nome del santo patrono dei pittori. Erano Friedrich Overbeck, Franz Pforr, Ludwig Vogel, Johann Konrad Hottinger, Josef Wintergerst e Joseph Sutter. Si impegnarono a restare fedeli alla verità e a combattere la maniera accademica: parole che oggi suonano ingenue e che allora significavano rifiutare in blocco il neoclassicismo di scuola, la pittura levigata, il disegno da statua di gesso. Overbeck lo disse in modo brutale: ogni virtù annegava nel rigore accademico.
Il 20 giugno 1810 quattro di loro arrivarono a Roma. Trovarono alloggio nel convento di Sant'Isidoro al Pincio, allora semiabbandonato, e vi organizzarono una vita in comune di tipo quasi monastico: dipingevano di giorno nel refettorio dei frati, portavano i capelli lunghi divisi in mezzo e la tunica, tanto che i romani cominciarono a chiamarli per scherzo i Nazareni. Il soprannome è rimasto. Il loro modello non era Raffaello maturo ma il Perugino, il Beato Angelico, i maestri italiani del Quattrocento prima della grande maniera: linea netta, colore chiaro, composizioni frontali, e una religiosità dichiarata che per molti di loro passò dalla conversione al cattolicesimo.
Casa Bartholdy, la prova generale
Nel 1815 il console generale di Prussia a Roma, Jakob Salomon Bartholdy, affidò al gruppo la decorazione di una sala del suo appartamento a palazzo Zuccari con le Storie di Giuseppe. Fu il primo cantiere collettivo dei Nazareni e il loro biglietto da visita presso la committenza internazionale. Quel ciclo non è più a Roma: staccato alla fine dell'Ottocento, si trova a Berlino. Ed è esattamente per questo che il Casino Massimo conta tanto.
Carlo Massimo, il committente che scelse i poeti italiani
La famiglia Massimo, una delle più antiche dell'aristocrazia romana, subentrò nella proprietà della villa al Laterano all'inizio dell'Ottocento: le fonti indicano il 1802 o il 1803. Fu il marchese Carlo Massimo, colpito dal risultato di casa Bartholdy, a commissionare ai Nazareni la decorazione di tre sale al piano terreno, sul lato del giardino. Il programma iconografico è la parte più interessante della committenza e va capito bene: Carlo Massimo non chiese storie sacre, non chiese la mitologia classica che era il repertorio d'obbligo di ogni villa romana, non chiese le glorie di famiglia. Chiese Dante, Ariosto e Tasso.
Era una scelta politica e culturale precisa. Nel 1817 il revival medievale e il poema cavalleresco erano il cuore della sensibilità romantica europea, e affidare i tre grandi poeti italiani a una squadra di pittori tedeschi significava mettere in scena un'idea: che l'arte cristiana del Nord e la letteratura italiana appartenessero alla stessa tradizione. Le fonti indicano che nel progetto originario doveva esserci anche una quarta stanza dedicata a Petrarca, mai realizzata. Il cantiere si aprì nel 1817 e si chiuse verso il 1827 per il grosso dei lavori, con code fino al 1829.
La Stanza di Dante a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
È la sala che giustifica il viaggio. La decorazione era stata inizialmente affidata a Peter von Cornelius, che però lasciò Roma per la Baviera, chiamato dal principe ereditario Ludovico: al suo posto subentrò Joseph Anton Koch, che dal 1819 lavorò alle pareti, mentre la volta fu dipinta da Philipp Veit. La divisione del lavoro è anche una divisione di temperamento, e si vede a occhio nudo. Koch ha l'Inferno e il Purgatorio, cioè la terra, il corpo, la folla e il grido. Veit ha il Paradiso, cioè la geometria, la luce e il silenzio. Chi entra percepisce lo scarto prima ancora di leggere una didascalia.
La precisione filologica di questa sala è il suo tratto distintivo. Gli episodi sono riconoscibili uno per uno e in molti casi si possono ricondurre al verso esatto che li ha generati. Non è illustrazione generica di un poema: è lettura ravvicinata, canto per canto, fatta da qualcuno che il testo lo sapeva a memoria. Le cronache raccontano che Koch recitasse interi canti della Commedia. Guardando le sue pareti si è portati a crederci.
Dante nella selva con le fiere e Virgilio
Il primo episodio è l'incipit assoluto del poema. Sulla parete si leggono due scene. A sinistra Dante dorme, ed è il sonno da cui il primo canto fa cominciare tutto, quel pieno di sonno che gli fa smarrire la diritta via. Al centro il poeta è circondato dalle tre fiere, la lonza, il leone e la lupa, e cerca di scappare all'indietro verso il basso; gli va incontro l'ombra di Virgilio, che lo saluta e lo invita al viaggio nell'oltretomba. Koch dispone la scena come un paesaggio eroico, che era la sua specialità: rocce, alberi, profondità aperta. Non è un fondale, è un mondo.

L'Inferno di Joseph Anton Koch, parete per parete
La parete dell'Inferno condensa l'intera cantica in un'unica superficie, con una gestione dello spazio che ricorda le grandi macchine cinquecentesche più della pittura di primo Ottocento. A sinistra corrono gli ignavi dietro una bandiera senza insegna, e accanto Caronte traghetta gli spiriti dannati. Al centro della parete campeggia Minosse, il giudice infernale, con la coda di serpente avvolta intorno al corpo tante volte quanti sono i gironi di destinazione: intorno a lui una calca di dannati terrorizzati.
In basso a destra i diavoli trascinano le anime verso i gironi, di cui si vedono le fiamme. Poi, di nuovo a sinistra, compare Cerbero, il cane a tre teste che governa il terzo cerchio, quello dei golosi. In alto a destra il racconto riprende con Dante e Virgilio a cavalcioni di Gerione, il mostro con volto d'uomo e corpo di serpente che li trasporta dal settimo all'ottavo cerchio: è uno dei brani in cui Koch dà il meglio, perché la discesa in volo gli permette di aprire il paesaggio sotto le figure. In basso a sinistra i ladri dell'ottava bolgia vengono morsi senza tregua dai serpenti, in quella metamorfosi continua fra uomo e rettile che Dante descrive con un compiacimento tecnico quasi da naturalista. Accanto ai ladri, il conte Ugolino della Gherardesca addenta il cranio dell'arcivescovo Ruggieri: siamo nel nono cerchio, il ghiaccio, la fine.
Una nota di metodo per chi guarda. Koch non segue l'ordine di lettura da sinistra a destra: dispone gli episodi secondo un'economia visiva, alternando gruppi densi e vuoti. Se cercate la sequenza cronologica vi perdete. Se accettate la costruzione a blocchi, la parete si apre.

La nave del Purgatorio
Il Purgatorio occupa due pareti. La prima, accanto all'Inferno, ospita l'affresco noto come la nave del Purgatorio, e riguarda in realtà l'Antipurgatorio, cioè la fascia che precede la montagna vera e propria. Nella parte bassa un angelo nocchiero traghetta le anime penitenti: fra loro, con la cetra in mano, si riconosce Casella, il musicista amico di Dante che intona una canzone e ferma tutti ad ascoltarla, provocando il rimprovero di Catone. È uno dei momenti più umani del poema e Koch lo dipinge senza retorica.
A destra il pittore mette in scena il racconto di Buonconte da Montefeltro, il soldato morto a Campaldino: alla sua morte un angelo e un diavolo si contendono l'anima, vince l'angelo, e il diavolo per rappresaglia scatena la tempesta e getta il corpo nel fiume. A sinistra compare la valletta dei principi, dove due angeli con le spade scacciano il serpente della tentazione. Al centro Dante e Virgilio sono inginocchiati davanti all'angelo portinaio che custodisce le chiavi della porta del Purgatorio, quella d'oro e quella d'argento.
I sette gradoni del Purgatorio
La parete successiva contiene il Purgatorio propriamente detto, con tutte e sette le cornici del secondo regno disposte in verticale come su una montagna. In basso i superbi: uno spirito porta un macigno sulle spalle, e sul masso si legge l'iscrizione TE DEUM LAUDAMUS. Sempre in basso, a destra, la seconda e la terza cornice, con gli invidiosi dagli occhi cuciti con fil di ferro e gli iracondi immersi in un fumo talmente fitto da rendere quasi invisibili le figure di Dante e Virgilio che vi camminano dentro.
Al centro la quarta cornice, con gli accidiosi che corrono a destra, e la quinta, con avari e prodighi distesi a faccia in giù a sinistra. In questa cornice si riconoscono un papa e un re: il papa è Adriano V, il re è Ugo Capeto, capostipite della dinastia francese. Più in alto la sesta cornice, con i golosi ridotti a magrezza spettrale che tendono le mani verso i frutti di un albero irraggiungibile, e la settima, con i lussuriosi avvolti dalle fiamme. Il gioco delle scale è calcolato: più si sale, più le figure si alleggeriscono e il colore si schiarisce. Koch costruisce l'ascesa con la pittura, non con la didascalia.
Il Paradiso di Philipp Veit sulla volta
Sulla volta Philipp Veit affrescò il Paradiso, in un insieme intitolato I Cieli dei Beati e l'Empireo. I cieli si leggono in senso antiorario e l'Empireo occupa il centro. Il primo cielo è quello della Luna, e qui la guida cambia: al posto di Virgilio compare Beatrice, la donna amata da Dante e morta giovanissima. Nel cielo della Luna abitano gli spiriti mancanti ai voti, e Veit vi raffigura Piccarda Donati, la monaca fiorentina strappata al convento dal fratello, e l'imperatrice Costanza d'Altavilla, madre di Federico II.
Nel secondo cielo, quello di Mercurio, ci sono gli spiriti attivi per la gloria terrena, e fra loro Giustiniano, l'imperatore bizantino che volle riordinare il diritto e ricostruire l'impero romano. La coincidenza è troppo bella per non essere stata notata dal committente: l'imperatore che nel giardino, quattro metri di marmo, giustificava il cognome dei primi proprietari, ricompare in cielo per volontà di Dante. Nel terzo cielo, quello di Venere, gli spiriti amanti, fra cui Raab, la donna di Gerico che nascose gli esploratori di Giosuè.
Nel quarto cielo, il Sole, Dante e Beatrice sono in mezzo agli spiriti sapienti, e all'estrema sinistra si riconosce san Tommaso d'Aquino. Il quinto è il cielo di Marte, con la croce latina formata dagli spiriti combattenti e con Dante che dialoga col trisavolo Cacciaguida, il canto dell'esilio e della profezia. Il sesto è il cielo di Giove, con gli spiriti giudicanti: a sinistra l'imperatore Traiano, a destra David re d'Israele. Il settimo è Saturno, con gli spiriti contemplativi, fra cui san Benedetto da Norcia. Nel cielo delle stelle fisse Dante è inginocchiato davanti a san Pietro, a san Giovanni Evangelista e ad Adamo, che lo esaminano su fede, speranza e carità. Manca il nono cielo, il Primo Mobile. Al centro della volta l'Empireo: Dante e san Bernardo di Chiaravalle davanti a Maria e alla Santissima Trinità.
Un giudizio, e non è tenero. La volta di Veit è colta, ordinata, di colore freddo e di impianto quasi miniaturistico, e resta molto più didascalica delle pareti. È il Paradiso di chi ha studiato il Perugino e la pittura umbra del Quattrocento con applicazione esemplare. Ma è l'Inferno di Koch a farvi tornare indietro dalla porta per guardarlo un'altra volta.
Chi era Joseph Anton Koch, l'autore dell'Inferno di Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Joseph Anton Koch nacque nel 1768 a Obergiblen, un villaggio del Tirolo austriaco vicino a Elbigenalp, da famiglia contadina. Studiò alla Karlsschule di Stoccarda, la scuola militare del duca del Württemberg, e ne fuggì nel clima delle idee giacobine, attraversando le Alpi svizzere a piedi. Nel 1795 arrivò a Roma e a Roma restò quasi sempre, fino alla morte nel 1839. Fu il grande interprete del paesaggio eroico, erede di Asmus Jacob Carstens e lettore attento di Annibale Carracci e di Michelangelo. I giovani Nazareni lo consideravano un maestro, benché lui fosse di un'altra generazione e di un altro temperamento. Considerava le pitture dantesche del Casino Massimo il suo capolavoro. È sepolto nel Campo Santo Teutonico, dietro San Pietro.
Chi era Philipp Veit, l'autore del Paradiso di Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Philipp Veit nacque a Berlino nel 1793, figlio del banchiere Simon Veit e di Dorothea, che era figlia del filosofo Moses Mendelssohn e che poi sposò Friedrich Schlegel. La sua biografia riassume una traiettoria tipica del romanticismo tedesco: nascita in una famiglia ebraica dell'illuminismo berlinese, conversione al cattolicesimo, adesione al gruppo dei Nazareni. Visse in Italia dal 1815 al 1830, lavorò a casa Bartholdy e al Museo Chiaramonti in Vaticano, e la sua Immacolata alla Trinità dei Monti del 1829-1830 è considerata una delle prove migliori di colorista del gruppo. Tornato in Germania diresse lo Städel di Francoforte, poi affrescò la navata del duomo di Magonza fra il 1859 e il 1864. Morì a Magonza nel 1877.
La Stanza dell'Ariosto a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
La sala centrale è dedicata all'Orlando Furioso ed è l'unica delle tre a essere stata dipinta interamente da una sola mano: quella di Julius Schnorr von Carolsfeld, che vi lavorò fra il 1822 e il 1827. La differenza si sente. Dove la stanza di Dante è un dialogo, e a tratti un attrito, fra due artisti, quella dell'Ariosto ha un timbro unico dall'inizio alla fine, un colore più caldo e una scioltezza narrativa che rende la lettura più facile.
Julius Schnorr von Carolsfeld, il pittore dell'Orlando Furioso
Schnorr era nato a Lipsia il 26 marzo 1794, figlio del pittore Johann Veit Schnorr e fratello di un altro pittore, Ludwig Ferdinand. Si formò a Vienna e arrivò a Roma nel clima del gruppo nazareno. Affrontò l'incarico del Casino Massimo dopo un lungo studio preparatorio, con una quantità considerevole di disegni, bozzetti e cartoni: chi ha visto quei fogli nei musei tedeschi sa che la sala di Roma è la punta di un lavoro sotterraneo enorme. Dopo l'esperienza romana tornò in Germania, lavorò per la corte di Baviera e chiuse la carriera come direttore della galleria di Dresda, dove morì il 24 maggio 1872.
Bradamante, Ruggiero e la dinastia degli Este
Il poema dell'Ariosto è, fra le altre cose, un colossale omaggio ai signori di Ferrara, e Schnorr non lo dimentica. Nella sala trovano posto i due grandi momenti encomiastici del Furioso, quelli in cui a Bradamante e Ruggiero viene predetto che si sposeranno e che dalla loro unione nascerà la più splendente dinastia mai apparsa sulla terra, gli Este. È il meccanismo con cui la poesia cavalleresca paga il committente: la favola si aggancia alla genealogia reale e la nobilita. Che questo tema finisca dipinto nella villa romana di un aristocratico dell'Ottocento, in una casa che aveva già inventato una discendenza imperiale con quattro metri di marmo in giardino, è una coincidenza deliziosa.
Le battaglie: Lipadusa, Biserta, l'assedio di Parigi
Il ciclo prosegue con i grandi episodi bellici: la battaglia fra cristiani e saraceni, il duello dei sei a Lipadusa, la presa di Biserta e l'assedio di Parigi. Qui Schnorr mostra apertamente da dove viene la sua idea di composizione storica: i riferimenti all'Incendio di Borgo di Raffaello sono espliciti nella gestione dei gruppi e nel modo di far esplodere il movimento verso il fondo, e alcune figure guardano dichiaratamente alla volta della Cappella Sistina di Michelangelo. Non è plagio, è dichiarazione di appartenenza: i Nazareni volevano riannodare il filo con la grande tradizione italiana e lo facevano citandola in faccia a chi guardava.
La pazzia di Orlando e il senno ritrovato sulla Luna
La lettura per immagini arriva poi al nucleo del poema: la follia di Orlando, che scopre l'amore di Angelica e Medoro e perde la ragione, e il viaggio di Astolfo che recupera il senno del paladino sulla Luna, chiuso in un'ampolla. Il ciclo si conclude con Carlo Magno che sancisce le nozze di Bradamante e Ruggiero. Chi ha letto il Furioso riconosce l'intera struttura del poema in una stanza sola: è un esercizio di sintesi narrativa che nella pittura di primo Ottocento ha pochi termini di paragone.
La Stanza del Tasso a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
La terza sala racconta la Gerusalemme Liberata, ed è la più tormentata delle tre. Non per il soggetto, ma per la vicenda del suo cantiere.

Friedrich Overbeck, il capo dei Nazareni
Johann Friedrich Overbeck nacque a Lubecca il 3 luglio 1789, in una famiglia di pastori protestanti: il padre era avvocato, poeta e borgomastro della città. Entrò all'Accademia di Vienna nel marzo del 1806, sotto Heinrich Füger, allievo della linea neoclassica di David, e ne uscì male. Fondò la Lukasbund, si trasferì a Roma nel 1810 e vi restò fino alla morte, il 12 novembre 1869: fu l'ultimo dei Nazareni a rimanere in città, quando tutti gli altri erano tornati in Germania a fare carriera accademica. Si convertì al cattolicesimo nel 1813, e la conversione non fu un episodio biografico ma il centro della sua idea di pittura.
Il poema del Tasso sulle pareti di Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Overbeck lavorò alla sala del Tasso fra il 1819 e il 1827. Sul soffitto campeggia l'allegoria della Gerusalemme Liberata, mentre sulle pareti si dispiega il poema: la città santa occupata dagli infedeli e poi liberata, e intorno le storie d'amore e di dolore che ne intrecciano la trama. Tancredi e Clorinda, il cavaliere cristiano che uccide in duello senza riconoscerla la donna che ama e la battezza morente. Armida e Rinaldo, la maga e il paladino, l'incantesimo e l'abbandono. Olindo e Sofronia, i due che si accusano a vicenda di un furto sacro per salvarsi l'un l'altra dal rogo. Il messaggio finale, dichiarato senza mezzi termini, è che la salvezza viene solo dalla fede in Cristo: Overbeck filtra il poema attraverso la propria conversione e lo trasforma in un discorso religioso.
La morte del committente e l'abbandono del 1827
Nel corso dei lavori il marchese Carlo Massimo morì. Overbeck perse la sintonia fra opera, esecutore e committente che lo aveva sostenuto fino a quel punto e lasciò il cantiere. Prima di andarsene, però, fece una cosa che vale da sola la visita: introdusse in una delle scene principali tre ritratti, quello del committente, il proprio e quello di Torquato Tasso. I tre uomini senza i quali quella stanza non sarebbe esistita. È una firma collettiva, e chi la cerca la trova.
Overbeck partì per Assisi, dove lavorò alla facciata della Porziuncola nella basilica di Santa Maria degli Angeli. Non tornò più su queste pareti.
Joseph von Führich e la scena finale con la famiglia Massimo
A completare la sala fu chiamato il boemo Joseph von Führich, nato nel 1800 e morto nel 1876, pittore di formazione più tardo e di gusto più marcatamente barocco, che si sforzò di rispettare il programma stabilito dal predecessore. Dipinse le scene minori e la scena conclusiva, e in quella conclusiva inserì i nuovi proprietari della villa: Massimiliano Massimo con la moglie Cristina di Sassonia, i figli Barbara e Vittorio, e Giuseppina Massimo Giustiniani, tutti raffigurati mentre assistono alla vittoria di Goffredo di Buglione e al suo rendimento di grazie a Dio. Il ritratto di famiglia inserito dentro il poema è una convenzione antica, ma qui funziona come una cerniera: chiude il cantiere e certifica il passaggio di consegne fra due generazioni di committenti.

Le altre stanze di Villa Giustiniani Massimo al Laterano e le decorazioni ornamentali
Al piano terreno del casino esistono altri ambienti, oggi non compresi nel percorso aperto al pubblico. Uno di questi è decorato interamente secondo lo stile pompeiano, il repertorio a candelabre, riquadri e finte architetture che dopo gli scavi vesuviani del Settecento diventa la moda europea per le sale di villa. La compresenza, nello stesso edificio, di una sala pompeiana e di tre sale nazarene è un piccolo trattato di storia del gusto: da un lato l'antichità riscoperta e trasformata in ornato, dall'altro il Medioevo riscoperto e trasformato in fede.
Alle decorazioni ornamentali delle sale affrescate lavorò anche Franz Horny, giovane pittore tedesco specializzato nelle cornici vegetali e nelle ghirlande che incorniciano le scene. Sono la parte che nessuno guarda e che invece tiene insieme tutto: senza quelle fasce ornamentali gli episodi resterebbero appesi nel vuoto. Horny morì giovanissimo di tubercolosi a Olevano Romano, e la sua storia è uno dei capitoli malinconici della colonia tedesca a Roma.
Nel 1951 i frati costruirono due ali basse laterali su portico colonnato, trasformando l'antico giardino in una corte di forma claustrale. È un intervento moderno e si vede, ma ha il pregio di avere restituito al casino un contesto: senza quelle ali l'edificio sarebbe oggi un fabbricato isolato in mezzo a un cortile condominiale.
Una curiosità su Villa Giustiniani Massimo al Laterano
La curiosità più bella riguarda una vendetta involontaria della toponomastica. Nel 1871 i proprietari vendettero il parco della villa come area edificabile e nel giro di pochi anni il verde sparì sotto i palazzi della Roma capitale. Chi disegnò le strade nuove avrebbe potuto intitolarle a generali, a date risorgimentali, a ministri: era la prassi in tutti i quartieri postunitari. Invece scelse i poeti. Via Matteo Boiardo, via Ludovico Ariosto, via Torquato Tasso corrono esattamente sopra il terreno della vigna Giustiniani, e portano i nomi degli autori i cui poemi erano stati dipinti sulle pareti del casino cinquant'anni prima. L'edificio ha finito per battezzare il quartiere che lo ha soffocato.
C'è una seconda curiosità, di ordine diverso, che riguarda la statua di Giustiniano. Quel colosso di quattro metri è un falso storico costruito nel 1638 per dimostrare una discendenza inesistente: un torso greco antico, integrazioni moderne, e una testa ricavata da un ritratto giovanile di Marco Aurelio ribattezzato Giustiniano. Ebbene, l'imperatore bizantino torna nella stessa proprietà due secoli dopo, e questa volta per merito di Dante: Philipp Veit lo dipinge nel cielo di Mercurio, fra gli spiriti attivi per la gloria terrena, sulla volta della stanza al piano terreno. Nessuno dei due Giustiniano ha a che fare con i marchesi genovesi. Entrambi, in questa casa, hanno lavorato per la stessa famiglia.
La terza curiosità è più tecnica e piace a chi ama i cantieri. Il programma originario del marchese Carlo Massimo prevedeva quattro sale, una per ciascuno dei grandi poeti: Dante, Ariosto, Tasso e Petrarca. La stanza di Petrarca non fu mai realizzata. Il Canzoniere, che pure era il testo più letto d'Europa, non si prestava alla narrazione per episodi come i tre poemi narrativi, e forse fu questa la ragione tecnica dell'abbandono. Il risultato è che a Villa Giustiniani Massimo al Laterano manca esattamente il poeta che tutti si aspetterebbero di trovare in un ciclo dedicato alla letteratura italiana.
Una cosa che non ti dice nessuno su Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Non ve lo dice quasi nessuno, ma questo è oggi l'unico luogo di Roma dove si può vedere in situ un ciclo monumentale dei Nazareni. Il gruppo ha lavorato in città per due decenni ed è stato uno dei fenomeni artistici internazionali più discussi del primo Ottocento romano, con una colonia di pittori tedeschi che frequentava i caffè di via Condotti e riempiva di disegni le campagne dei Castelli. Eppure di quel lavoro, a Roma, resta pochissimo. L'altro grande ciclo collettivo, le Storie di Giuseppe di casa Bartholdy a palazzo Zuccari, fu staccato dalle pareti alla fine dell'Ottocento e trasferito a Berlino, dove si trova ancora. Qui invece gli affreschi sono rimasti dove furono dipinti, e la differenza è enorme: si guarda una scena stando nel punto in cui l'artista immaginava che si sarebbe stati, con la stessa altezza di soffitto e la stessa luce laterale.
La seconda cosa che non vi dicono riguarda l'accesso. Molte guide presentano il Casino Massimo come un luogo inaccessibile, aperto solo in occasioni speciali. Non è esatto. Il complesso è una casa religiosa e come tale ha orari propri e limitati, ma non è chiuso al pubblico: le fonti disponibili indicano aperture in due giorni feriali e la domenica mattina, con ingresso gratuito. La differenza fra un luogo inaccessibile e un luogo poco pubblicizzato è tutta qui, e in mezzo ci passa una telefonata. La mia esperienza con le case religiose romane è che una richiesta gentile fatta con qualche giorno di anticipo apre molte più porte di quante ne apra la coda in biglietteria.
La terza cosa riguarda la lettura degli affreschi. Nella stanza di Dante gli episodi sono talmente aderenti al testo che si possono ricondurre ai versi che li hanno generati. Portatevi la Commedia, anche in versione digitale sul telefono, e verificate. La scena degli invidiosi con gli occhi cuciti con fil di ferro, quella dei golosi che tendono le mani verso l'albero, quella del macigno con l'iscrizione TE DEUM LAUDAMUS: sono tutte traduzioni letterali di terzine precise. Nessun pannello in sala ve lo spiegherà, perché pannelli in sala non ce ne sono.
Il consiglio che ti do per visitare Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Telefonate. È il consiglio numero uno e vale più di tutti gli altri messi insieme: il numero della Delegazione è 06 70495651 e una chiamata di due minuti vi risparmia un viaggio a vuoto. Le fasce orarie indicate sono martedì e giovedì mattina e pomeriggio e la domenica mattina, ma una comunità religiosa vive di un calendario proprio e le eccezioni non vengono pubblicate da nessuna parte.
Scegliete la mattina, e scegliete una giornata luminosa. Le tre sale sono al piano terreno e prendono luce naturale laterale dalle finestre sul lato giardino: con il sole alto i colori dell'Inferno di Koch guadagnano una profondità che con il cielo coperto si perde del tutto. Nelle giornate grigie la parete del Purgatorio, che è la più fredda di tono, diventa francamente illeggibile nella parte alta.
Prendetevi almeno un'ora piena. Il percorso è breve, tre stanze in fila, e la tentazione di liquidarlo in venti minuti è forte. Sarebbe uno spreco. Fate così: entrate nella stanza di Dante, fermatevi in piedi al centro e girate su voi stessi una volta senza guardare i dettagli, per prendere le misure dell'insieme. Poi ricominciate dalla parete dell'Inferno e leggetela per blocchi, partendo da Minosse al centro e allargandovi verso i lati. Solo alla fine alzate gli occhi alla volta di Veit: se lo fate all'inizio, il Paradiso vi sembrerà semplicemente pallido, mentre visto dopo l'Inferno diventa una scelta di poetica, e si capisce.
Un'ultima raccomandazione, di quelle che si imparano accompagnando gruppi. Non venite in venti senza avvisare. Non è un museo con capienza calcolata e turni di ingresso, e un gruppo numeroso non annunciato mette in difficoltà chi vi apre la porta. Se avete un gruppo, chiamate una settimana prima, concordate l'orario, e portate il numero esatto di persone che avete annunciato.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il portale monumentale di villa Celimontana venga da un'altra villa lo trovate scritto in molte guide. Che venga proprio da qui, e che la sua storia sia lunga quasi cinquant'anni, lo racconta quasi nessuno. Il portale era l'ingresso del muro di cinta della villa Giustiniani al Laterano, opera di Carlo Lambardi, cioè lo stesso architetto a cui si riconduce il casino. Nel 1885 fu ceduto allo Stato italiano, quando la lottizzazione dell'Esquilino aveva già smembrato il parco. Rimase smontato per decenni. Solo nel 1931 venne rimontato sul Celio come ingresso a villa Celimontana, dove tuttora si trova e dove ogni estate ci passano sotto migliaia di persone dirette ai concerti nel parco.
Il fatto merita di essere raccontato per intero perché dice qualcosa di preciso su come Roma ha gestito la propria trasformazione fra Otto e Novecento. Non fu una demolizione barbarica e non fu una tutela esemplare: fu una gestione per pezzi. Il parco venduto e costruito, il casino conservato e poi ceduto a un ordine religioso, il portale smontato, immagazzinato e infine reimpiegato altrove come elemento decorativo di un giardino pubblico. Tre destini diversi per tre parti dello stesso complesso, decisi in cinquant'anni da amministrazioni diverse con criteri diversi. Se cercate una spiegazione di perché la città storica romana sembra spesso un collage, questa vicenda ve ne offre una in scala ridotta e perfettamente documentabile.
Aggiungo un dettaglio che rende la vicenda ancora più significativa. Il portale rimontato a villa Celimontana è oggi il fondale di innumerevoli fotografie e di una manifestazione musicale estiva molto frequentata. La sua origine lateranense non compare quasi mai nelle didascalie. Un pezzo di architettura secentesca può cambiare quartiere, funzione e pubblico, e continuare a lavorare benissimo senza che nessuno sappia da dove viene.
La foto giusta da fare a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Prima domanda, sempre: chiedete se si può fotografare. In una casa religiosa la risposta dipende da chi vi apre e dalla sala, e una domanda fatta prima evita un imbarazzo dopo. Se il permesso arriva, ecco dove punterei l'obiettivo.
La fotografia migliore, quella che nessuno fa, è il dettaglio del macigno dei superbi nella stanza di Dante, con l'iscrizione TE DEUM LAUDAMUS leggibile sulla pietra. È un primo piano stretto, chiede una messa a fuoco precisa e restituisce esattamente la cifra di questo ciclo: un pittore tedesco del primo Ottocento che traduce un verso italiano del Trecento in una scritta dipinta su una roccia finta. In una singola inquadratura c'è tutto il senso della sala.
La seconda inquadratura è la parete dell'Inferno vista di sbieco, da un angolo della stanza, con Minosse al centro e la luce di finestra che entra radente. Frontale la parete restituisce poco, perché la superficie è ampia e piatta; di taglio, invece, la pittura acquista rilievo e la calca dei dannati assume profondità. Grandangolo moderato, niente flash: il flash su un affresco non serve a nulla e appiattisce tutto.
La terza è la volta di Veit fotografata dal centro esatto della stanza, con la macchina rivolta in alto e i cieli in senso antiorario intorno all'Empireo. Serve una mano ferma o un appoggio, perché in interni con luce naturale i tempi si allungano; i treppiedi in una casa religiosa di solito non sono graditi, quindi appoggiate i gomiti al corpo e respirate piano.
Fuori, l'immagine da portare a casa è la facciata del casino con i marmi antichi murati: busti, fronti di sarcofago, rilievi ricomposti. Una fotografia frontale della facciata dice poco; una serie di quattro o cinque dettagli ravvicinati dei pezzi antichi racconta invece che cosa fosse una collezione romana del Seicento. E se avete il permesso di arrivare fino alla statua di Giustiniano, fotografatela dal basso: quattro metri di marmo assemblato reggono benissimo la prospettiva eroica, che è poi esattamente l'effetto per cui furono montati.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
1605: l'acquisto della vigna e la nascita della villa
Il primo avvenimento è l'atto di acquisto del 1605. Vincenzo Giustiniani, marchese di Bassano, principe di Bassano e uno degli uomini più ricchi di Roma, compra al Laterano un terreno a vigna e decide di farne una villa di rappresentanza. Non è un episodio isolato: fa parte della strategia con cui una famiglia di profughi genovesi da Chio si radica nella capitale della cristianità comprando terra, palazzi e antichità. Nel giro di trent'anni la villa diventa una delle mete della Roma colta, perché vi si vedono i marmi della collezione Giustiniani.
1638 e 1742: la fabbrica della statua e la sua collocazione
Il secondo avvenimento è del 1638, quando il principe Andrea Giustiniani commissiona ad Arcangelo Gonnelli la statua di Giustiniano. È un episodio di storia della cultura più che di storia dell'arte: una famiglia produce materialmente la prova della propria genealogia immaginaria. Nel 1742 Giovan Battista Giustiniani la fa collocare dove si trova ancora, e murare l'epigrafe che lo ricorda sul lato meridionale del casino.
1817-1829: il cantiere dei Nazareni
Il terzo avvenimento, e il più importante di tutti, è l'apertura del cantiere pittorico. Fra il 1817 e il 1829 il marchese Carlo Massimo trasforma tre stanze di una villa suburbana in uno dei laboratori decisivi del romanticismo europeo. Ci lavorano un tedesco di Lubecca convertito al cattolicesimo, un berlinese nipote di Moses Mendelssohn, un sassone di Lipsia, un tirolese cresciuto in una scuola militare e un boemo. Il tema è la letteratura italiana. Il risultato è che studiosi tedeschi, austriaci e italiani continuano a scriverne duecento anni dopo.
1871: la vendita del parco
Il quarto avvenimento è la vendita del parco come area edificabile nel 1871. Un anno dopo la presa di Roma, con la città promossa a capitale e obbligata ad alloggiare in fretta decine di migliaia di funzionari, i grandi proprietari terrieri dell'Esquilino monetizzano. La villa perde il suo corpo e resta la sua testa. È il momento in cui il complesso smette di essere una villa e diventa un edificio.
1885 e 1931: il portale ceduto e rimontato
Il quinto avvenimento è la cessione del portale allo Stato nel 1885 e il suo rimontaggio a villa Celimontana nel 1931. Quarantasei anni fra lo smontaggio e la ricollocazione: un tempo lunghissimo, che dice molto sulla lentezza con cui si è costruita la tutela del patrimonio in Italia.
1943-1944: l'occupazione tedesca
Il sesto avvenimento è il più duro e il meno raccontato. Durante l'occupazione tedesca di Roma, fra il settembre 1943 e il giugno 1944, l'edificio ospitò la mensa ufficiali delle forze di occupazione. A poche centinaia di metri, in via Tasso, funzionava il carcere della polizia di sicurezza tedesca, oggi Museo Storico della Liberazione. Chi visita le due sedi nella stessa mattinata compie un percorso di una durezza che non si dimentica: nella stessa manciata di isolati, le stanze dove i pittori tedeschi del primo Ottocento avevano dipinto il Paradiso di Dante e le celle dove la polizia tedesca del Novecento interrogava i prigionieri della Resistenza romana. La stessa lingua, lo stesso quartiere, un secolo e un abisso di distanza.
1947-1948: l'arrivo della Custodia di Terra Santa
Il settimo avvenimento chiude la vicenda proprietaria. Nel secondo dopoguerra il complesso residuo passa ai Francescani della Custodia di Terra Santa, che vi insediano la Delegazione per l'Italia: le fonti indicano il 1947 o il 1948. Nel 1951 i frati costruiscono le due ali basse su portico che trasformano il giardino in un chiostro. Da allora la casa è insieme una sede religiosa e un luogo d'arte, con tutte le conseguenze pratiche del caso, orari compresi.
Chi è passato da Villa Giustiniani Massimo al Laterano
I Giustiniani e i Massimo
Il primo nome è quello di Vincenzo Giustiniani, il marchese di Chio che fu fra i primi estimatori di Caravaggio e che qui volle la sua villa: un uomo che possedeva quindici tele del Merisi e milleduecento marmi antichi, e che a Roma contava quanto un cardinale. Dopo di lui il nipote Andrea Giustiniani, marito di Maria Pamphilj e quindi imparentato con Innocenzo X, che riempì le facciate di stemmi, aquile e colombe. Poi Giovan Battista Giustiniani, che nel 1742 sistemò definitivamente il colosso in giardino. Dall'inizio dell'Ottocento subentrano i Massimo, e in particolare il marchese Carlo Massimo, il committente del ciclo nazareno, e dopo di lui Massimiliano Massimo con la moglie Cristina di Sassonia e i figli Barbara e Vittorio, che Führich ritrasse nella scena finale della stanza del Tasso. A metà Ottocento la proprietà passa al ramo Lancellotti, da cui il nome con cui l'edificio è tuttora più conosciuto.
I pittori tedeschi e austriaci
Da queste stanze sono passati, e per anni, i protagonisti del romanticismo nordico a Roma. Joseph Anton Koch, tirolese, dal 1819 sulle pareti della sala di Dante. Philipp Veit, berlinese, sulla volta. Julius Schnorr von Carolsfeld, sassone, unico artefice della sala dell'Ariosto fra il 1822 e il 1827. Friedrich Overbeck, il capo riconosciuto dei Nazareni, nella sala del Tasso dal 1819 al 1827. Joseph von Führich, boemo, a completarla. E Franz Horny, che dipinse le ghirlande e gli ornati e che morì giovanissimo a Olevano Romano. Peter von Cornelius ricevette il primo incarico per la sala di Dante e non lo portò a termine, perché la Baviera lo chiamò a fare il pittore di corte: una defezione che ha finito per regalarci l'Inferno di Koch, e non si può dire che ci abbiamo perso.
I poeti, che qui ci sono passati in effigie
C'è poi una categoria di ospiti particolare. Dante Alighieri, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso non hanno mai messo piede in questa casa, per l'ottima ragione che erano morti da secoli quando fu costruita. Eppure di loro tre questa è, a Roma, la casa. Tasso in particolare vi compare in ritratto, inserito da Overbeck accanto a se stesso e al committente in una delle scene principali della sua sala. Ed è una presenza che ha senso anche geograficamente: Torquato Tasso morì a Roma il 25 aprile 1595, nel monastero di Sant'Onofrio al Gianicolo, dove è sepolto. La via che porta il suo nome, a duecento metri da qui, corre sul terreno della vigna Giustiniani.
Chi ci passa oggi
Oggi da qui passano i frati della Custodia di Terra Santa che vi hanno la Delegazione per l'Italia, gli storici dell'arte tedeschi e austriaci che studiano i Nazareni e che considerano queste tre stanze un passaggio di lavoro obbligato, e un pubblico romano piccolo e affezionato che ci torna in occasione degli anniversari danteschi. Non ci sono comitive in fila e non c'è un bookshop. Il rapporto fra la qualità di quello che si vede e il numero di persone che lo vedono è, a Roma, fra i più squilibrati che io conosca.
Cosa vedere intorno a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Il Laterano a cinque minuti da Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Uscendo da via Boiardo e prendendo verso sud si arriva in pochi minuti a piazza San Giovanni in Laterano. La Basilica di San Giovanni in Laterano è la cattedrale di Roma e la chiesa madre di tutte le chiese, con la facciata settecentesca di Alessandro Galilei e il chiostro cosmatesco. Di fronte, il complesso della Scala Santa con il Sancta Sanctorum, l'antica cappella privata dei papi. Sulla piazza si alza l'obelisco lateranense, il più alto obelisco antico del mondo, portato a Roma da Costanzo II nel IV secolo.
Santa Croce e il quadrante di Porta Maggiore
Verso est, seguendo viale Carlo Felice sotto i platani, si raggiunge Santa Croce in Gerusalemme, la basilica delle reliquie della Passione fondata da sant'Elena. Il tratto di mura aureliane che accompagna il percorso è uno dei meglio conservati della città. Chi prosegue arriva a Porta Maggiore e al nodo tranviario.
Via Merulana, Palazzo Merulana e Santa Maria Maggiore
Verso nord, via Merulana collega il Laterano all'Esquilino alto. A metà strada, Palazzo Merulana ospita la collezione Cerasi con il Novecento romano, da Scipione a Mafai a Donghi. In fondo alla via, Santa Maria Maggiore con i mosaici paleocristiani della navata, che sono del V secolo e restano fra le cose più antiche e meno guardate di Roma.
Il Celio, San Clemente e il Colosseo
Verso ovest si scende al Celio. La Basilica di San Clemente con i suoi tre livelli sovrapposti, fino al mitreo del II secolo, è una delle visite più efficaci della città per capire come Roma si è costruita sopra se stessa. Poco oltre, il Colosseo e, sul colle Oppio, la Domus Aurea. E sul Celio, come detto, il portale che una volta apriva la villa al Laterano, oggi ingresso di villa Celimontana.
Come organizzare la visita: durata, bambini, accessibilità
Quanto dura la visita a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Un'ora è il minimo sindacale, un'ora e mezza il tempo giusto. Le sale sono tre, il percorso è breve, ma la densità di quello che c'è da leggere sulle pareti è altissima. Chi visita con una guida preparata arriva tranquillamente a novanta minuti senza annoiarsi. Chi entra da solo e si limita a girare lo sguardo esce in venti minuti e non ha visto niente.
Villa Giustiniani Massimo al Laterano con i bambini
Funziona meglio di quanto si creda, a due condizioni. La prima è che i bambini abbiano almeno otto o nove anni. La seconda è che qualcuno racconti le storie mentre si guarda. Un ciclo dedicato a mostri, diavoli, cani a tre teste, paladini impazziti, maghe e duelli notturni è una miniera per un pubblico giovane: Cerbero, Gerione, Minosse con la coda di serpente e la lupa della selva oscura fanno un effetto immediato. Il gioco che funziona sempre è la caccia al dettaglio: trova il cane con tre teste, trova l'uomo che porta un masso sulle spalle, trova gli occhi cuciti. Evitate invece di raccontare per primo il Paradiso, che a otto anni non compete con l'Inferno.
Accessibilità di Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Le tre sale affrescate sono al piano terreno, il che è una condizione di partenza favorevole. L'edificio è però una fabbrica secentesca in una casa religiosa, senza le dotazioni di un museo pubblico, e la presenza di gradini o soglie all'ingresso va verificata direttamente con la Delegazione al momento della telefonata. Chi si muove in sedia a rotelle o accompagna una persona con difficoltà motorie faccia la domanda esplicita in fase di prenotazione, indicando anche l'orario di arrivo.
Quando andare e quando evitare
Il periodo migliore è la primavera, fra marzo e giugno, e l'inizio dell'autunno: giornate lunghe, luce buona, e le sale che non sono né gelide né soffocanti. Agosto è il mese meno consigliabile, per il caldo del quadrante lateranense e perché le comunità religiose in quel periodo riducono le attività. Gli anniversari danteschi, e in generale le settimane intorno al 25 marzo, portano qui più visitatori del solito e a volte aperture straordinarie: è il momento in cui la sala di Dante si vede in compagnia, il che ha vantaggi e svantaggi. Se dovete scegliere, la domenica mattina presto è la fascia con la luce migliore e il minor numero di persone.
Guide, gruppi e organizzazione della giornata
Le tre sale reggono benissimo una visita in autonomia, purché si arrivi preparati. Se invece volete che qualcuno vi racconti la Commedia mentre la guardate sulla parete, o se dovete organizzare un gruppo, l'accompagnamento professionale cambia la giornata: la rete di guide e accompagnatori di TourLeaderPro lavora su Roma tutto l'anno e gestisce anche i gruppi che chiedono l'apertura di luoghi a orario limitato come questo. Chi organizza itinerari per conto terzi trova su TourLeaderPro Roma il quadro dei servizi disponibili in città, mentre chi ha bisogno di un accompagnatore per un gruppo in movimento può partire dalla pagina dedicata all'accompagnamento turistico.
Chi arriva dall'estero e programma un soggiorno romano di pochi giorni farà bene a inserire il Laterano in una giornata sola, insieme a San Giovanni, alla Scala Santa e a Santa Croce: la guida in inglese Best things to do in Rome e l'itinerario Rome in 3 days danno l'ossatura su cui incastrare una mattinata come questa senza sacrificare il resto.
Domande veloci su Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Dove si trova esattamente Villa Giustiniani Massimo al Laterano
In via Matteo Boiardo 16, a Roma, nel quadrante fra via Merulana, via Tasso, viale Manzoni e piazza San Giovanni in Laterano. L'edificio superstite è il casino nobile della villa secentesca.
Quanto costa entrare a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
L'ingresso alle sale affrescate è gratuito: non esiste una biglietteria, perché il complesso è sede della Delegazione per l'Italia della Custodia di Terra Santa e non un museo. Le visite guidate organizzate da associazioni culturali esterne hanno invece un costo, che riguarda il servizio di accompagnamento.
Quali sono gli orari di apertura di Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Le fonti disponibili indicano martedì e giovedì dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 18, e domenica dalle 10 alle 12. Trattandosi di una casa religiosa, gli orari possono variare: conviene sempre confermarli per telefono al numero 06 70495651 prima di presentarsi.
Serve prenotare la visita a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Per il singolo visitatore la prenotazione non è indicata come obbligatoria, ma una telefonata di conferma è caldamente consigliata. Per i gruppi la richiesta preventiva è di fatto necessaria.
Perché si chiama anche Casino Massimo Lancellotti
Perché dopo i Giustiniani la proprietà passò ai Massimo all'inizio dell'Ottocento e poi, a metà secolo, al ramo Lancellotti. Il nome composto registra la successione delle famiglie proprietarie.
Che differenza c'è con Villa Massimo sulla Nomentana
Nessun rapporto. Villa Massimo di via Nomentana ospita l'Accademia Tedesca ed è un'istituzione culturale novecentesca. Villa Giustiniani Massimo al Laterano è la villa secentesca dei Giustiniani, passata poi ai Massimo, di cui resta il casino di via Boiardo.
Chi ha dipinto gli affreschi di Villa Giustiniani Massimo al Laterano
I pittori Nazareni, fra il 1817 e il 1829: Joseph Anton Koch e Philipp Veit nella stanza di Dante, Julius Schnorr von Carolsfeld nella stanza dell'Ariosto, Friedrich Overbeck e Joseph von Führich nella stanza del Tasso, con gli ornati di Franz Horny.
Chi erano i Nazareni
Un gruppo di pittori tedeschi e austriaci che nel 1809 fondarono a Vienna la Lega di San Luca e nel 1810 si trasferirono a Roma, insediandosi nel convento di Sant'Isidoro al Pincio. Rifiutavano l'accademia neoclassica e si ispiravano ai maestri italiani del Quattrocento, in una prospettiva dichiaratamente religiosa.
Quante sale affrescate si visitano a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Tre: la stanza di Dante, la stanza dell'Ariosto e la stanza del Tasso. Una quarta sala, dedicata a Petrarca, era prevista nel programma originario ma non fu mai realizzata.
Quanto dura la visita a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Circa un'ora, un'ora e mezza se si leggono gli episodi uno per uno. È il tempo che consiglio: le tre stanze sono piccole, ma la quantità di racconto dipinto è enorme.
Si possono fare fotografie a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Va chiesto sul posto a chi apre le sale. In una casa religiosa la regola può variare da un giorno all'altro; il flash, in ogni caso, è da evitare per rispetto dell'affresco e perché non migliora la fotografia.
Villa Giustiniani Massimo al Laterano è adatta ai bambini
Dagli otto anni in su funziona molto bene, a patto che qualcuno racconti le storie. Diavoli, mostri, cavalieri e maghe tengono l'attenzione più di quanto ci si aspetti. Sotto i sei anni la visita ha poco senso.
Villa Giustiniani Massimo al Laterano è accessibile in sedia a rotelle
Le sale affrescate sono al piano terreno, ma l'edificio è secentesco e non dispone delle dotazioni di un museo pubblico. La presenza di gradini o soglie va verificata direttamente al momento della telefonata di conferma.
Si può visitare il giardino di Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Il parco storico non esiste più: fu venduto come area edificabile nel 1871. Quello che resta è la corte trasformata in chiostro dai frati nel 1951, con le due ali basse su portico.
Dov'è finito il portale di Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Ceduto allo Stato nel 1885 e rimontato nel 1931 come ingresso di villa Celimontana, sul Celio, dove si trova ancora oggi.
Che cos'è la statua di Giustiniano di Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Una scultura alta circa quattro metri commissionata nel 1638 dal principe Andrea Giustiniani ad Arcangelo Gonnelli: un torso greco antico integrato con parti moderne e una testa derivata da un ritratto giovanile di Marco Aurelio, ribattezzata come l'imperatore Giustiniano per accreditare la discendenza della famiglia. Collocata nella posizione attuale nel 1742.
Il casino di Villa Giustiniani Massimo al Laterano è opera di Borromini
L'attribuzione a Francesco Borromini circola nella tradizione erudita, ma il nome che le fonti riconducono alla fabbrica e al portale è quello di Carlo Lambardi. Borromini nel 1605 aveva sei anni.
Ci sono altri affreschi dei Nazareni a Roma oltre a quelli di Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Questo è il ciclo monumentale rimasto in situ. L'altro grande lavoro collettivo del gruppo, le Storie di Giuseppe di casa Bartholdy, fu staccato e trasferito a Berlino alla fine dell'Ottocento.
Come si arriva a Villa Giustiniani Massimo al Laterano con i mezzi pubblici
Metropolitana linea A, fermata Manzoni, a sette o otto minuti a piedi. La stazione San Giovanni, sempre sulla linea A e nodo di scambio con la linea C dal maggio 2018, è di poco più lontana. Da Termini si può arrivare anche a piedi in una ventina di minuti lungo via Merulana.
A Villa Giustiniani Massimo al Laterano c'è un bookshop o un guardaroba
No. Non è un museo: non ci sono biglietteria, negozio, guardaroba né caffetteria. Portate poco con voi.
Quanto si aspetta in coda
Non si fa coda. Il rischio, semmai, è opposto: trovare chiuso perché la fascia oraria è saltata. Da qui l'insistenza sulla telefonata preventiva.
Che cosa vedere subito dopo la visita a Villa Giustiniani Massimo al Laterano
San Giovanni in Laterano e la Scala Santa sono a cinque minuti; Santa Croce in Gerusalemme a dieci; Palazzo Merulana e Santa Maria Maggiore risalendo via Merulana. Il Museo Storico della Liberazione di via Tasso è a due passi, ed è il complemento più duro e più necessario a una mattinata come questa.
Perché le vie intorno si chiamano Boiardo, Ariosto e Tasso
Perché la lottizzazione ottocentesca costruita sopra il parco della villa scelse di intitolare le strade ai poeti cavallereschi affrescati dentro il casino. Il quartiere ha preso il nome da ciò che ha sostituito.
Villa Giustiniani Massimo al Laterano vale il viaggio per chi ha pochi giorni a Roma
Se siete a Roma per tre giorni e non avete mai visto il Colosseo, no. Se ci siete già stati, o se vi interessano Dante, la pittura romantica o la storia del collezionismo, allora vale eccome: è una delle poche cose in città che si vedono quasi in solitudine e che non assomigliano a nient'altro.
Il mio giudizio su Villa Giustiniani Massimo al Laterano
Accompagno gruppi a Roma da molti anni e ho imparato a diffidare dei luoghi che si presentano come segreti: nove volte su dieci sono luoghi minori con un buon ufficio stampa. Questa è la decima. Tre stanze al piano terreno di una casa di frati, senza biglietteria, senza pannelli e senza fila, in cui la Divina Commedia, l'Orlando Furioso e la Gerusalemme Liberata sono stati dipinti per intero da una squadra di pittori venuti dal Nord che avevano deciso di rifare la pittura ricominciando dal Quattrocento italiano. Non c'è nulla di simile altrove in città.
Se posso dare un solo consiglio a chi ci va per la prima volta, è questo: dedicate metà del vostro tempo alla sola parete dell'Inferno di Koch. Il resto lo vedrete comunque, e comunque bene. Ma è davanti a quella parete che si capisce perché un pittore tirolese di famiglia contadina, arrivato a Roma nel 1795 con poco più di niente, la considerasse l'opera della sua vita.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.
Contact Information
Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto
Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.
Bus hop-on hop-off: giro di Roma
Sali e scendi dove vuoi. Con questo caldo, spostarsi seduti tra una tappa e l'altra cambia la giornata.
Dove dormire a Roma: confronta gli hotel
Scegli la zona giusta e confronta i prezzi: su molte strutture la cancellazione è flessibile.
Transfer dall aeroporto al centro
Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.
Noleggio auto a Roma e dintorni
Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.
Voli per Roma: cerca le tariffe
Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.
Confronta tutte le compagnie per Roma
Comparatore su piu compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.