Communia
In breve. Dal 2013 Communia è uno spazio sociale di autorganizzazione e mutuo soccorso, un laboratorio per l’autoproduzione fuori mercato e per la cultura indipendente, negli spazi occupati e riqualificati delle ex Officine Piaggio.
Communia
Viale dello Scalo di San Lorenzo 4
Roma
Dal 2013 Communia è uno spazio sociale di autorganizzazione e mutuo soccorso, un laboratorio per l’autoproduzione fuori mercato e per la cultura indipendente, negli spazi occupati e riqualificati delle ex Officine Piaggio. In una riga è tutto quello che serve sapere per capire dove si mette il piede: non è un locale, non è un teatro, non è un centro commerciale della cultura con il bar annesso. È un pezzo di città che un gruppo di persone ha preso in mano e rimesso in funzione con criteri propri, dichiarandolo apertamente, e che da allora funziona con le regole che quelle persone si sono date in assemblea.
Lo dico subito perché è la cosa che più spesso genera equivoci: Communia è un’occupazione, e non lo nasconde. Non è una gestione affidata da un bando, non è un progetto con un bilancio pubblico e un direttore artistico. Chi lo frequenta lo sa, chi ci arriva per caso lo capisce entro tre minuti, perché i muri parlano chiaro e nessuno fa finta di niente. Questa premessa non è un avvertimento e nemmeno una promozione: è semplicemente il quadro dentro cui va letto tutto il resto. Un luogo con un’identità politica dichiarata va raccontato per quello che è, senza nascondere la parte scomoda e senza trasformarla in una bandiera.
Il resto di queste righe serve a dare il contesto che di solito manca: dove ci si trova esattamente, che cosa c’era prima in quel capannone, perché quella strada si chiama Scalo di San Lorenzo, che rapporto ha il posto con il quartiere che lo circonda e che cosa aspettarsi concretamente quando si spinge la porta. Metto anche, in fondo, qualche coordinata su che cosa c’è nel raggio di un chilometro, perché San Lorenzo è uno dei quartieri di Roma dove la densità di cose interessanti per metro quadro è più alta e dove più facilmente si passa accanto a qualcosa di importante senza accorgersene.
Dove ci si trova, con precisione
Viale dello Scalo di San Lorenzo è la strada che corre lungo il bordo meridionale del quartiere San Lorenzo, parallela ai binari, tra la zona di Porta Maggiore e quella del Verano. Il nome non è decorativo: lo scalo merci di San Lorenzo è stato per decenni uno dei nodi ferroviari più importanti di Roma, il posto dove arrivavano e venivano smistate le merci che rifornivano la città. Una strada che si chiama così racconta già mezza storia del quartiere prima ancora che si sia arrivati al numero civico.
Il numero 4 è a poca distanza dall’imbocco del viale, in quel tratto in cui la città cambia pelle nel giro di cinquanta metri: da un lato la cortina di edifici residenziali del quartiere, dall’altro il fascio dei binari, i muri lunghi, i capannoni bassi, le recinzioni. Chi arriva in macchina rischia di passare oltre, perché l’ingresso non ha l’evidenza di un negozio. Chi arriva a piedi lo riconosce prima, perché in quella zona ogni portone vale la pena di essere guardato: sono quasi tutti pezzi di archeologia industriale riutilizzati, o in attesa di esserlo.
Come ci si arriva
Il modo più semplice è scendere alla stazione Termini e camminare verso est, oppure usare il tram che risale via dei Reti e piazzale del Verano: San Lorenzo è servito bene dalle linee tranviarie che collegano Termini, Porta Maggiore e la zona universitaria, e in venti minuti a piedi da Termini si arriva senza fatica. Da Porta Maggiore, che è il grande nodo di tram e binari poco più a sud, la camminata è ancora più corta. Chi viene dalla zona di San Giovanni o dal Pigneto può tagliare lungo la ferrovia e trovarsi nel quartiere quasi senza accorgersene.
Sulla macchina do un consiglio secco: lasciarla perdere. San Lorenzo ha strade strette, un sistema di sensi unici che sembra progettato per punire chi non conosce la zona, e una pressione di parcheggio che nelle sere di fine settimana diventa insostenibile. Il viale lungo i binari sembra promettente proprio perché è largo, ed è esattamente per questo che a una certa ora non c’è più un posto. Tram, bus, bicicletta o gambe: tutte e quattro le opzioni funzionano meglio delle quattro ruote.
Che aspetto ha l’edificio
Le ex Officine Piaggio sono un fabbricato industriale, non un palazzo. Vuol dire soffitti alti, campate larghe, strutture a vista, finestroni che prendono luce dall’alto, pavimenti che hanno visto passare mezzi pesanti. Vuol dire anche freddo d’inverno e caldo d’estate, perché un capannone non è un appartamento e nessuna riqualificazione fatta con le proprie mani e senza soldi pubblici può cambiarne la fisica. Chi ha frequentato spazi analoghi in altre città riconosce subito il tipo: volumi generosi, finiture essenziali, tutto quello che serve e niente di più.
La riqualificazione di cui parla la descrizione originale è esattamente questo: un capannone rimasto vuoto è stato ripulito, messo in sicurezza per quanto possibile, diviso in ambienti utilizzabili e riportato a una funzione. Il lavoro lo hanno fatto le persone che lo usano, con materiali di recupero, sabati interi passati a smontare e rimontare, e una quantità di ore che nessuno ha mai contato. Questo è il punto che merita rispetto a prescindere da come la si pensi sul resto: un edificio che era fuori uso è tornato in uso, e non è successo per caso.
Che cosa vuol dire, in pratica, spazio sociale di autorganizzazione
La formula ricorre sempre uguale nelle descrizioni e rischia di diventare un suono senza contenuto. Provo a smontarla pezzo per pezzo, perché ogni parola vuol dire qualcosa di preciso e chi arriva da fuori merita la traduzione.
Spazio sociale significa che la funzione principale dell’edificio non è ospitare un’attività commerciale ma tenere insieme delle persone. Le attività ci sono, e sono tante, ma esistono in funzione del gruppo che le fa, non del contrario. Un locale apre per vendere, uno spazio sociale apre per stare insieme e poi trova il modo di coprire le spese.
Autorganizzazione significa che non esiste un proprietario che decide, un direttore che programma, un ufficio che approva. Le decisioni si prendono in assemblea, con tempi che a chi viene dal mondo del lavoro sembrano lunghissimi e con un livello di discussione che a volte sfianca. Il vantaggio è che nessuno può imporre un cartellone dall’alto. Lo svantaggio è che tutto richiede il triplo del tempo e che una cosa su cui non c’è accordo semplicemente non si fa.
Mutuo soccorso è probabilmente la parte che viene capita meno, e che invece è il cuore della faccenda. Non vuol dire beneficenza, vuol dire scambio fra pari: chi sa fare una cosa la mette a disposizione degli altri, sapendo che quando avrà bisogno di qualcosa troverà qualcun altro che sa fare quella. Sportelli di assistenza, doposcuola, corsi, gruppi di acquisto, supporto legale e abitativo: sono forme diverse dello stesso principio, che ha alle spalle una tradizione italiana lunghissima, quella delle società di mutuo soccorso ottocentesche, nate proprio nei quartieri operai come questo.
Autoproduzione fuori mercato vuol dire produrre cose senza passare dal circuito commerciale: birra, cibo, stampe, serigrafie, oggetti, musica, pubblicazioni. Non per hobby, ma come pratica: costruire una filiera corta, sapere chi ha fatto la cosa che stai consumando, tenere il prezzo basso perché in mezzo non c’è nessuno che deve guadagnarci. È la stessa logica che fa sì che in questi posti una birra costi la metà che in centro, e non perché sia peggiore.
Cultura indipendente chiude il cerchio: concerti, presentazioni, proiezioni, mostre, dibattiti costruiti senza sponsor e senza l’obbligo di riempire la sala a ogni costo. Vuol dire che ci si può permettere di ospitare un gruppo che ha trenta persone di pubblico e un autore che ne ha quindici, perché il criterio non è il botteghino. Vuol dire anche che la qualità è irregolare, e su questo torno più avanti, perché è una delle cose oneste da dire.
Le ex Officine Piaggio e lo Scalo di San Lorenzo
Il nome dell’edificio è la traccia di una Roma che quasi nessuno racconta più: quella industriale. Nell’immaginario corrente Roma è la città degli uffici, del cinema, della burocrazia e del turismo, e l’industria è una cosa che stava altrove, nel triangolo del nord. È una semplificazione che non regge. Lungo la ferrovia, tra Porta Maggiore, San Lorenzo, il Prenestino e il Casilino, per un secolo ci sono state officine, depositi, magazzini, stabilimenti, piccole e medie fabbriche, e intorno a quelle si sono formati i quartieri dove abitavano gli operai che ci lavoravano.
Lo scalo merci di San Lorenzo era il perno di quel sistema. Uno scalo ferroviario non è una stazione: è il posto dove i treni merci vengono composti e scomposti, dove i carri si smistano, dove le merci si scaricano e passano su gomma. Era rumoroso, sporco, enorme e vitale. Attorno gli si sono addensate tutte le attività che da uno scalo dipendono: magazzini, autotrasporti, depositi, officine di riparazione dei mezzi. Il viale che ancora oggi porta quel nome era una strada di servizio del lavoro, non una passeggiata.
Sulle officine dedicate ai mezzi Piaggio non voglio inventare date né dettagli che non posso reggere: quello che è certo, e che si legge nel nome con cui l’edificio è conosciuto nel quartiere, è che il fabbricato apparteneva a quel mondo, e che quando quel mondo si è ritirato il fabbricato è rimasto lì, vuoto. È una storia che si è ripetuta identica in decine di luoghi romani: la produzione si sposta o si ferma, l’immobile perde funzione, resta in attesa di una destinazione per anni o per decenni, e nel frattempo si deteriora. In alcuni casi arriva un progetto immobiliare, in altri arriva un museo, in altri ancora arriva un gruppo di persone che decide di non aspettare oltre.
La stessa storia, altrove in città
Chi vuole capire la logica di questi luoghi può guardare cosa è successo agli altri grandi contenitori industriali di Roma, ognuno finito in modo diverso. La Centrale Montemartini era la prima centrale termoelettrica pubblica della città ed è diventata uno dei musei più belli d’Europa, con le statue antiche fra le turbine. Il complesso della ex Snia Viscosa sulla Prenestina ha avuto un destino ancora diverso, con un lago nato per errore in un cantiere e diventato un bene naturale difeso dal quartiere. L’ex Mira Lanza a Trastevere è diventata teatro e murale gigante. Il MACRO in via Nizza occupa la ex birreria Peroni.
Communia appartiene a quella stessa famiglia di riusi, con la differenza sostanziale del titolo: gli altri hanno avuto una delibera, un finanziamento, una convenzione. Qui il riuso è partito dal basso e senza permesso. Si può considerarla una forzatura o una supplenza, a seconda di come la si pensa, ma la dinamica urbanistica è la stessa: un contenitore vuoto torna pieno.
Una curiosità su Communia
La curiosità che preferisco riguarda il nome. Communia è latino, plurale neutro, e significa semplicemente le cose comuni. Rimanda direttamente alla formula omnia sunt communia, tutte le cose sono in comune, che ha una storia lunga e precisa: è la frase associata a Thomas Müntzer e alle rivolte contadine tedesche del Cinquecento, ed è stata ripresa nel Novecento e nel nostro secolo come parola d’ordine dei movimenti che si occupano di beni comuni. È un nome che in due sillabe e mezzo contiene un programma, e che al tempo stesso non urla: chi non conosce il riferimento legge una parola latina dal suono neutro, chi lo conosce sa esattamente di che cosa si tratta.
La seconda curiosità è di ordine geografico ed è quasi ironica. Il posto si trova su una strada che porta il nome di uno scalo merci, cioè di un’infrastruttura fatta per far circolare le merci. Uno spazio che si dichiara laboratorio di autoproduzione fuori mercato ha messo casa sul viale della logistica romana per eccellenza. Non credo che la coincidenza sia stata cercata: gli spazi vuoti sono dove sono, e chi occupa prende quello che c’è. Però resta una di quelle sovrapposizioni che la città produce da sola e che raccontano più di mille dichiarazioni.
La terza è meno nobile e più concreta: l’indirizzo è uno di quelli che i navigatori gestiscono male. Viale dello Scalo di San Lorenzo, via dello Scalo di San Lorenzo e circonvallazione vicine si somigliano, i numeri civici bassi nei viali lunghi sono sempre insidiosi, e più di una persona si è ritrovata dall’altra parte dei binari con la sensazione di avere sbagliato città. Nei pressi dei binari, del resto, la geografia romana diventa sempre un po’ capricciosa: si vede il punto di arrivo a cento metri e per raggiungerlo bisogna farne ottocento.
San Lorenzo, il quartiere intorno
Non si capisce Communia se non si capisce San Lorenzo, perché il posto è figlio del quartiere molto più di quanto sia figlio di una teoria. San Lorenzo nasce nell’ultimo quarto dell’Ottocento, dopo che Roma è diventata capitale, sui terreni appena fuori le mura verso est, nella zona compresa tra Porta Tiburtina e il cimitero. È uno dei primi quartieri costruiti per ospitare i lavoratori arrivati in città per i grandi cantieri della capitale nuova: muratori, scalpellini, ferrovieri, manovali. La speculazione edilizia dell’epoca lo tirò su in fretta, con isolati compatti, strade a scacchiera, case a ringhiera, cortili stretti.
Una particolarità che vale la pena di dire: il quartiere nacque sostanzialmente privo dei servizi che avrebbero dovuto accompagnarlo. Poche scuole, poco verde, servizi igienici insufficienti, densità altissima. Questo ha prodotto due conseguenze durature. La prima è un tessuto urbano che ancora oggi si riconosce a colpo d’occhio, fatto di isolati bassi e regolari che nel resto di Roma non si vedono quasi mai. La seconda è una tradizione di organizzazione dal basso che nasce da lì: quando i servizi non arrivano, gli abitanti se li costruiscono, e dalle società di mutuo soccorso ottocentesche alle case del popolo, dai comitati di quartiere agli spazi di oggi, quella linea non si è mai davvero interrotta. Communia, in questo senso, non è un corpo estraneo calato dall’alto: è l’ennesimo capitolo di una storia che in quelle strade dura da centocinquant’anni.
Il Verano, che è molto più di un cimitero
Il confine settentrionale del quartiere è il cimitero monumentale del Verano, uno dei luoghi più sottovalutati di Roma. Chi non ci è mai entrato immagina un cimitero e basta: in realtà è un museo di scultura funeraria all’aperto, con un secolo e mezzo di arte italiana, dal neoclassico al liberty al razionalismo, e con i nomi di mezza storia culturale del Paese sulle lapidi. Ci si cammina per ore. Ed è, insieme alla basilica, il pezzo di quartiere più antico in senso proprio, perché il cimitero c’era prima delle case.
Accanto c’è la basilica di San Lorenzo fuori le mura, una delle grandi basiliche romane, che dà il nome a tutto il quartiere. È un edificio stratificato in modo affascinante, nato dalla fusione di due chiese diverse, con un portico, un pavimento cosmatesco, un ambone e un chiostro che meritano da soli il viaggio. È anche l’edificio che porta più visibilmente la cicatrice del giorno peggiore della storia di questo pezzo di città.
La Sapienza a due passi
Dall’altra parte c’è la Città Universitaria della Sapienza, inaugurata a metà degli anni Trenta su progetto coordinato da Marcello Piacentini, uno dei complessi più coerenti dell’architettura razionalista italiana. La sua presenza ha cambiato per sempre la composizione sociale di San Lorenzo: a partire dal dopoguerra, e in modo massiccio dagli anni Settanta, il quartiere operaio è diventato anche quartiere di studenti fuori sede, con tutto quello che ne consegue in termini di affitti, locali notturni, vita di strada e tensioni fra chi ci abita da sempre e chi ci passa tre anni.
Dentro il campus, e quasi sempre ignorati, ci sono musei universitari veri: il MLAC, museo laboratorio di arte contemporanea, la gipsoteca con i suoi calchi, il museo di antropologia Giuseppe Sergi e il museo di scienze della terra. Sono aperti a tutti, costano poco o niente e sono quasi sempre vuoti. Chi viene a San Lorenzo di giorno e ha un’ora da riempire prima di una cosa serale ha lì la sua ora migliore.
Il quartiere della notte, con tutti i suoi problemi
Dagli anni Ottanta in poi San Lorenzo è diventato uno dei poli notturni di Roma, e oggi la cosa è al tempo stesso un’attrattiva e una ferita. Nel raggio di poche centinaia di metri si contano decine di bar, birrerie, pizzerie, circoli. Le sere di fine settimana le strade si riempiono, i marciapiedi diventano dehors spontanei, il rumore arriva ai piani alti e la mattina dopo il quartiere è da ripulire. Gli abitanti storici protestano da anni, le ordinanze si alternano, il problema resta. Lo dico perché fa parte del quadro reale: la stessa vivacità che rende San Lorenzo attraente lo rende faticoso per chi ci dorme.
Su questo, tra l’altro, passa una delle differenze pratiche fra uno spazio sociale e un locale commerciale. Un locale vive del numero di consumazioni e quindi ha interesse a portare più gente possibile, più a lungo possibile. Uno spazio come questo non ha quel vincolo, e il rapporto con il vicinato è una questione che si discute in assemblea, non un costo da scaricare fuori. Non vuol dire che i problemi non esistano: vuol dire che esiste una sede dove vengono affrontati.
Una cosa che non ti dice nessuno su Communia
La cosa che non viene quasi mai detta è che un posto così è ciclico, e che il ciclo non coincide con quello della città commerciale. Uno spazio sociale vive di persone che lo tengono aperto gratis, nel loro tempo libero, dopo il lavoro o lo studio. Vuol dire che ci sono periodi pieni, con un calendario fitto che una settimana non basta a contenere, e periodi in cui il posto rallenta perché il gruppo che lo manda avanti è stanco, è cambiato, ha altre urgenze. Ad agosto molte di queste realtà chiudono del tutto. A gennaio ripartono piano. Non è disorganizzazione: è la fisiologia di un’attività che non paga nessuno per esserci.
La conseguenza pratica per chi vuole andarci è semplice e nessuno la scrive mai: il calendario va controllato sempre, ogni volta, sui canali dello spazio stesso, e mai su un aggregatore generico. Gli aggregatori copiano le informazioni una volta e le lasciano lì per anni. Un evento di tre stagioni fa continua a comparire come se fosse imminente, mentre l’assemblea di sabato prossimo, che magari è la cosa più interessante che succede quel mese, non compare da nessuna parte. Chi si presenta senza aver controllato rischia di trovare la saracinesca abbassata e di concludere che il posto non esiste più, quando invece semplicemente quella sera non c’era niente.
La seconda cosa poco detta riguarda la dimensione economica. Quasi tutti questi spazi funzionano con la formula del circolo: tessera annuale a cifra simbolica, prezzi interni bassissimi, contributo libero o quasi per gli eventi. Chi arriva aspettandosi di pagare un biglietto in cassa e di consumare come al bar si trova spiazzato per trenta secondi, poi capisce. Non è un trucco per aggirare qualcosa: è la forma giuridica che in Italia permette a un gruppo di persone di fare attività in comune senza essere un’impresa. Il corollario è che tesserarsi non è un obolo, è un atto di adesione, e il livello di partecipazione che ci si aspetta è diverso da quello di un cliente.
La terza è la più delicata, e la scrivo senza giri di parole perché il lettore la merita: uno spazio occupato è, per definizione, in una condizione giuridicamente precaria. Il futuro di luoghi come questo non dipende solo dalla loro attività ma da decisioni che vengono prese altrove, in tribunale o negli uffici di un ente. Alcune occupazioni romane hanno trovato negli anni una qualche forma di riconoscimento, altre sono state sgomberate dopo decenni, altre ancora vivono in equilibrio per tempi lunghissimi. Chi progetta di andarci dovrebbe tenerne conto e verificare prima, senza allarmismi ma senza dare nulla per scontato.
Il consiglio che ti do per visitare Communia
Il consiglio principale è di scegliere bene l’occasione, perché in un posto così la differenza fra una serata memorabile e mezz’ora imbarazzante non la fa il luogo ma il motivo per cui ci si va. Le occasioni migliori per una prima volta sono quelle con una struttura: una presentazione di un libro, una proiezione, un concerto annunciato, una cena sociale, una giornata di autofinanziamento. Sono momenti in cui c’è un programma, un inizio e una fine, e in cui anche chi non conosce nessuno ha qualcosa da fare con le mani e con la testa. Presentarsi a caso in una sera qualunque, senza un evento, è la strada più rapida per trovare quattro persone che sistemano sedie e chiedersi cosa ci si è venuti a fare.
Secondo consiglio: arrivare con l’orario giusto, che non è quello scritto. Nei circoli e negli spazi sociali gli eventi cominciano tardi rispetto all’annuncio, quasi sempre. Se una presentazione è data per le 19, alle 19 c’è chi monta il microfono. Il quarto d’ora accademico qui è mezz’ora abbondante. Non è sciatteria, è il ritmo di un posto dove chi organizza arriva dal lavoro. Arrivare venti minuti dopo l’orario dichiarato è di solito il momento perfetto: si trova la sala che si riempie e si fa in tempo a prendere da bere prima che inizi.
Terzo consiglio, il più importante: parlare con le persone. Non è un museo, è un posto fatto di gente, e l’esperienza cambia radicalmente a seconda che si resti appoggiati al muro con il telefono in mano o si chieda a qualcuno che cosa è quella cosa appesa là in fondo. In questi luoghi la domanda diretta funziona benissimo: chiedere chi ha dipinto il murale, come è nato lo spazio, che cosa c’era prima nel capannone, apre conversazioni lunghe. Chi lo manda avanti tiene molto a raccontarlo, e lo racconta meglio di qualunque pagina scritta.
Quarto: rispettare due regole non scritte che valgono in tutti gli spazi di questo tipo. La prima riguarda le fotografie delle persone, su cui torno più avanti, e si riassume in: si chiede prima. La seconda riguarda il contributo: se si consuma, si paga il prezzo pieno anche quando è ridicolmente basso, e se c’è una cassa per l’autofinanziamento ci si lascia qualcosa. Quei due euro non sono un margine di profitto, sono la bolletta della luce del mese.
Quinto, per chi viene da fuori Roma: si può costruire un pomeriggio intero intorno a questa zona, e viene meglio di molte giornate spese in centro. Un giro al Verano, un’ora nella basilica, un museo universitario, una passeggiata per le strade del quartiere con le targhe e i murales, una birra in uno dei circoli e poi la serata qui. È una Roma che non compare nelle guide e che a nostro giudizio racconta la città meglio di certe file sotto il sole.
Mangiare, bere e la questione dei prezzi
Uno dei motivi per cui gli spazi sociali romani hanno un pubblico largo, che va ben oltre chi ne condivide le posizioni politiche, è banalmente il prezzo. In una città in cui un aperitivo in centro è arrivato a costare quanto un pranzo, un posto dove si beve e si mangia a cifre di vent’anni fa fa una differenza enorme per studenti, precari, pensionati e per chiunque abbia un tetto di spesa. Non è un dettaglio folkloristico: è la ragione materiale per cui questi luoghi restano frequentati anche quando la stagione politica cambia.
Il meccanismo che rende possibile il prezzo basso è quello dell’autoproduzione e del lavoro volontario. Se dietro al banco c’è una persona che non viene pagata, se la cucina è gestita a turni, se la birra arriva da un piccolo produttore con cui esiste un rapporto diretto o viene prodotta in proprio, se non c’è un affitto commerciale da coprire e non c’è nessun margine da distribuire, il conto scende automaticamente. Il rovescio della medaglia è che il servizio non è quello di un locale: si ordina al banco, si aspetta, si sparecchia da sé, e nessuno arriva a chiedere se è tutto di vostro gradimento.
Le cene sociali sono la forma migliore in cui incontrare questa cucina. Sono cene a menu fisso, spesso legate a una data precisa o a una raccolta di fondi per una causa specifica, con piatti semplici fatti in quantità industriali: pasta al forno, polpette, verdure, dolci portati da qualcuno. Si mangia insieme a tavolate lunghe, si finisce con un concerto o un dibattito, e il prezzo copre le spese e lascia qualcosa per la cassa comune. Chi ha esperienza di sagre di paese o di feste dell’unità riconosce immediatamente il formato, che in fondo è lo stesso.
Attenzione a un punto pratico
Nella maggior parte di questi spazi non è detto che si paghi con carta. Molti hanno adottato i pagamenti elettronici, altri restano a contante per scelta o per praticità. Venire con dei contanti in tasca evita imbarazzi, soprattutto in occasioni come le cene sociali e le giornate di autofinanziamento, dove la cassa è letteralmente una cassetta di metallo su un tavolo. Piccola accortezza da persona che ci è passata: le banconote grosse a un banco autogestito sono un problema, perché il resto finisce presto.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che San Lorenzo fu bombardato il 19 luglio 1943, e che quello fu il primo bombardamento aereo su Roma. Lo sanno tutti, è scritto sulle lapidi del quartiere, il papa Pio XII arrivò sul posto e la fotografia con la veste bianca in mezzo alle macerie è diventata un’immagine di repertorio conosciutissima. Quello che si cita molto meno spesso è il perché quel quartiere e non un altro: l’obiettivo dichiarato dell’attacco erano proprio gli impianti ferroviari, lo scalo merci e i fasci di binari, cioè la rete logistica che riforniva il fronte. San Lorenzo fu colpito perché ci abitavano delle persone esattamente sopra e intorno a un nodo strategico, e perché le case dei ferrovieri erano state costruite accanto al posto dove i ferrovieri lavoravano.
Vuol dire che il viale su cui affaccia questo edificio è, in senso letterale, il bersaglio di quel giorno. La strada dello scalo, i magazzini, le officine lungo i binari: era quello il punto. Il numero delle vittime non è mai stato fissato in modo definitivo e le stime che circolano sono molto diverse fra loro, quindi non ne scrivo una come se fosse certa; certo è che furono molte migliaia le persone coinvolte fra morti, feriti e senzatetto, e che intere strade del quartiere furono rase al suolo. La basilica di San Lorenzo fuori le mura fu gravemente danneggiata, con la facciata e il portico ricostruiti nel dopoguerra, ed è per questo che oggi si vede quello che si vede: un edificio antico con parti visibilmente rifatte.
Il secondo elemento poco citato è la conseguenza politica. Il bombardamento del 19 luglio contribuì in modo diretto alla caduta del fascismo, che avvenne sei giorni dopo, il 25 luglio. Il colpo alla credibilità del regime, che aveva promesso che Roma non sarebbe stata toccata, fu enorme. E, cosa che si racconta ancora meno, la memoria di quel giorno è uno dei fondamenti dell’identità antifascista del quartiere, insieme agli episodi di resistenza del 1943 e del 1944 e alla presenza operaia. Quando oggi si guarda un murale o una scritta sui muri di San Lorenzo, quella storia è il terreno da cui nasce. Si può condividerla o meno, ma ignorarla rende incomprensibile tutto quello che si vede.
C’è anche un terzo fatto, di ordine urbanistico, che passa sempre sotto silenzio. Le ricostruzioni del dopoguerra hanno lasciato nel tessuto ottocentesco del quartiere dei tasselli di edilizia anni Cinquanta che si riconoscono facilmente a occhio: palazzine più alte, intonaci diversi, allineamenti che rompono la scacchiera originale. Camminare per San Lorenzo guardando la differenza fra un isolato ottocentesco intatto e uno ricucito è un esercizio che dice molto, e che si può fare in mezz’ora senza guida. Quello che sembra un quartiere omogeneo è in realtà un quartiere rammendato.
La foto giusta da fare a Communia
La foto giusta è quella dell’architettura industriale, non quella delle persone. Lo dico in quest’ordine per un motivo preciso: in uno spazio sociale la fotografia delle persone è una questione seria, non una scortesia da galateo. In questi luoghi passa gente che per mille ragioni diverse preferisce non finire in una fotografia pubblicata, e la regola non scritta, che vale in tutti gli spazi di questo tipo in Italia, è che si chiede prima e si accetta il no senza discutere. Chi arriva con la macchina fotografica al collo e comincia a scattare a raffica viene fermato, ed è giusto così.
Detto questo, il materiale per una fotografia bellissima c’è in abbondanza. La struttura del capannone è una cornice naturale: campate, capriate, pilastri, finestroni alti da cui la luce cade in diagonale. La fotografia migliore è di tardo pomeriggio, quando la luce entra bassa dalle aperture e taglia il volume interno lasciando il fondo in ombra. Un interno industriale fotografato con quella luce funziona sempre, perché il contrasto fra la geometria dura della struttura e il calore della luce fa il lavoro da solo.
Il secondo soggetto sono i muri dipinti. Negli spazi sociali i murales, le serigrafie, i manifesti e le scritte si stratificano nel tempo e formano un archivio visivo che racconta anni di attività: campagne, concerti, lutti, vittorie e sconfitte, tutto sovrapposto. Una fotografia ravvicinata di un pezzo di muro con tre strati di manifesti strappati dice più di un ritratto di gruppo, e non mette nessuno in difficoltà. È anche, in prospettiva, un documento: quei muri cambiano di continuo e quello che c’è oggi tra due anni non ci sarà più.
La fotografia che consiglio davvero, però, è fuori
Se dovessi indicare un solo scatto, direi quello da fuori, sul viale, con il fabbricato industriale da un lato e il fascio dei binari dall’altro. È l’inquadratura che racconta l’intera faccenda: la ferrovia che ha fatto nascere il quartiere, il capannone che ha smesso di produrre, il riuso che è arrivato dopo. In controluce, con un treno regionale che passa lento sullo sfondo, viene una fotografia che dice più di qualsiasi didascalia. Il momento migliore è il crepuscolo, quando i lampioni si accendono e il cielo sopra i binari resta ancora chiaro.
Quarta idea, per chi ha pazienza: il Verano visto dal ponte e dalle strade del quartiere, con i cipressi e le edicole funerarie che spuntano oltre il muro. È un’immagine che nessuno fa e che restituisce il carattere doppio di San Lorenzo, quartiere di vivi costruito addosso a una città di morti. Da lì a qui sono pochi minuti a piedi e la luce del mattino presto, sul muro del cimitero, è di quelle che valgono la sveglia.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Ecco quello che è accaduto in questo pezzo di città, distinguendo con chiarezza fra la storia del luogo in senso largo, che è documentata e verificabile, e la cronaca interna dello spazio, che è fatta di centinaia di serate di cui non esiste un archivio consultabile. Cominciare dalla prima serve a capire perché la seconda accade proprio qui.
La nascita dello scalo e del quartiere, fine Ottocento
Dopo il 1870, con Roma capitale, la città si espande verso est lungo la direttrice ferroviaria. Nascono quasi insieme il cimitero monumentale, il quartiere popolare e il sistema di impianti ferroviari che comprende lo scalo merci. È l’evento fondativo di tutto: senza la ferrovia non ci sarebbe stato il quartiere, senza il quartiere non ci sarebbe stata la storia sociale che ne è seguita, senza gli impianti non ci sarebbero stati i capannoni che oggi vengono riusati.
Le lotte operaie e l’opposizione al fascismo, anni Venti
San Lorenzo entra presto nella cronaca politica nazionale. Negli anni immediatamente precedenti e successivi alla marcia su Roma il quartiere è uno dei punti della città in cui le squadre fasciste incontrano una resistenza organizzata, con episodi di scontro rimasti nella memoria collettiva e ricordati ancora oggi da lapidi e commemorazioni. Da lì nasce la reputazione del quartiere come zona antifascista, che attraversa tutto il Novecento e arriva intatta al presente.
Il 19 luglio 1943
La data che spacca in due la storia del quartiere. Il bombardamento colpisce gli impianti ferroviari e le case costruite attorno, distrugge interi isolati, danneggia gravemente la basilica e lascia un numero altissimo di vittime e di sfollati. Sei giorni dopo cade il fascismo. La memoria di quel giorno è tuttora una presenza fisica nelle strade, fra lapidi, targhe, pezzi di muro lasciati a vista e commemorazioni annuali.
Il dopoguerra, la ricostruzione e il lento ritiro dell’industria
Negli anni Cinquanta e Sessanta il quartiere si ricuce e continua a essere popolare e operaio. Poi comincia il processo che riguarda tutta la città: le attività produttive lasciano le aree centrali, lo scalo perde progressivamente importanza con il cambiamento del trasporto merci, i capannoni si svuotano. È un movimento lungo decenni, non un evento singolo, ed è la premessa materiale di tutto quello che verrà dopo.
L’arrivo degli studenti e la trasformazione, anni Settanta e Ottanta
Con la crescita della Sapienza e l’esplosione delle iscrizioni universitarie, San Lorenzo diventa il quartiere degli studenti fuori sede. Cambiano gli affitti, cambiano i negozi, nascono i primi locali notturni, il quartiere assume la doppia natura che ha ancora oggi: popolare e universitario, residenziale e notturno. È in questa fase che si consolida anche la rete di spazi autogestiti, circoli e centri sociali che negli anni Novanta diventa una delle più fitte d’Italia.
Il 2013 e la nascita di Communia
Nel pieno degli anni della crisi economica, quando in tutta Italia la disoccupazione giovanile tocca cifre che non si vedevano da generazioni, in un capannone vuoto delle ex Officine Piaggio nasce Communia. La data non è casuale: quella stagione produce in tutta Europa una nuova ondata di spazi sociali orientati al mutuo soccorso concreto, allo sportello, al servizio, alla risposta pratica al bisogno, molto più che alla sola dimensione della controcultura giovanile. Communia appartiene a quella generazione di spazi, e si vede nel lessico che usa per definirsi: autorganizzazione, mutuo soccorso, autoproduzione, laboratorio. Sono parole che parlano di lavoro e di reddito, prima che di musica.
La cronaca interna
Da allora la storia dello spazio è fatta di quello di cui è fatta la storia di tutti i luoghi del genere: assemblee lunghissime, concerti con il pubblico attaccato al palco, presentazioni di libri, proiezioni, corsi di lingua per stranieri, doposcuola, sportelli, feste, cene di autofinanziamento, mercatini, tornei, campagne di quartiere, partecipazione a manifestazioni cittadine, momenti di difficoltà e momenti di rilancio. Nessun archivio raccoglie tutto questo in modo ordinato, e chi volesse ricostruirlo dovrebbe fare come si fa in questi casi: parlare con le persone, guardare i muri, sfogliare le pagine dei social dello spazio dal basso verso l’alto. Aggiungo, per onestà, che sullo stato attuale dello spazio nel 2026 non riporto affermazioni che non posso sostenere con una fonte: il modo corretto di procedere è controllare i canali dello spazio poco prima di andarci.
Chi è passato da Communia
Qui non ci sono elenchi di nomi celebri. Sarebbe facilissimo costruire un elenco verosimile di gruppi musicali romani, autori e attivisti, e sarebbe la cosa meno utile e meno seria che potrei fare. In spazi di questo tipo la circolazione di persone è enorme e in gran parte non tracciata, e gli elenchi che si leggono in giro sono spesso compilati per approssimazione. Quindi racconto chi passa davvero, per categorie, che è un’informazione più vera e più utile di tre nomi messi lì.
Il quartiere
La prima categoria è quella meno visibile dall’esterno: gli abitanti di San Lorenzo. Famiglie che portano i figli al doposcuola, persone anziane che vengono a una cena, inquilini che hanno una questione di sfratto o di contratto e cercano qualcuno che li aiuti a capirci qualcosa, lavoratori che cercano assistenza su una busta paga. In uno spazio di mutuo soccorso questa è la parte principale dell’attività, ed è quella che non finisce mai nei racconti, perché non produce fotografie né manifesti.
Studenti e ricercatori
La Sapienza è a pochi minuti, e la popolazione universitaria attraversa costantemente il quartiere. Fuori sede che cercano un posto dove passare una serata a costi umani, collettivi universitari, dottorandi, gruppi di studio autorganizzati. In molti casi il rapporto è biunivoco: lo spazio ospita seminari e presentazioni, l’università fornisce il pubblico e una parte di chi lo anima.
Musicisti e gruppi della scena indipendente
I circuiti degli spazi sociali sono, da trent’anni, una delle infrastrutture reali della musica indipendente italiana. Un gruppo agli inizi difficilmente trova un palco in un locale commerciale, mentre qui trova una serata, un impianto, un pubblico curioso e un rimborso onesto. Molti gruppi che oggi riempiono i teatri hanno cominciato esattamente in posti così, in tutta Italia. È una filiera che raramente viene riconosciuta come tale ma senza la quale metà della musica italiana degli ultimi decenni non sarebbe esistita.
Autori, traduttori, piccola editoria
Le presentazioni di libri negli spazi sociali sono un circuito parallelo a quello delle librerie, e per la piccola editoria politica, saggistica e militante sono spesso il canale principale. Qui un editore che stampa mille copie trova trenta persone che hanno letto il libro e fanno domande, e vale più di una vetrina in centro.
Attivisti, sindacalisti, reti di quartiere
Poi c’è la rete: comitati per il diritto all’abitare, gruppi ambientalisti urbani, sindacati di base, reti di solidarietà con i migranti, collettivi femministi e transfemministi, associazioni sportive popolari come la palestra popolare di San Lorenzo e realtà vicine come il Container, che nel quartiere costituiscono un tessuto continuo. Molte iniziative nascono dall’incrocio fra due o tre di queste realtà, e il luogo fisico dove l’incrocio avviene è quasi sempre uno spazio come questo.
I curiosi
Infine ci sono quelli come chi legge adesso: persone che passano davanti, leggono una locandina, entrano per un concerto e poi tornano. Non è una categoria minore. La maggior parte delle persone che oggi tengono aperti questi luoghi ci è arrivata così, per caso, una sera, senza nessuna intenzione particolare.
Cosa c’è intorno, nel raggio di un chilometro
Uno dei motivi per cui consiglio di costruire un pomeriggio intero da queste parti è che la densità di cose da vedere è alta e la distanza fra loro è ridicola. Ecco come organizzarla.
A nord, il Verano e la basilica di San Lorenzo fuori le mura: due o tre ore se si ha voglia di guardare davvero, quaranta minuti se si vuole solo capire di che si tratta. Consiglio di entrare in basilica prima e nel cimitero dopo, perché il cimitero chiude presto.
A est, la Città Universitaria con i suoi musei: MLAC, gipsoteca, antropologia, scienze della terra. Aperture limitate e spesso solo in orario di ufficio, quindi vanno verificate prima, ma il rapporto fra quello che si vede e quello che si paga è imbattibile in tutta Roma.
A sud, il nodo di Porta Maggiore con la basilica sotterranea, che è uno degli ambienti antichi più sorprendenti della città e che quasi nessuno visita, e il tratto delle mura Aureliane che chiude il quartiere verso il centro. Da lì si arriva a piedi all’Esquilino e al suo mercato in un quarto d’ora scarso.
A ovest, camminando lungo i binari, si arriva rapidamente alla zona di Termini e poi al centro. Nell’altra direzione, verso il Prenestino, ci sono l’ex Snia e il suo lago, che completano perfettamente il discorso sul riuso dei vuoti industriali cominciato qui.
Dentro il quartiere, poi, si cammina e basta. San Lorenzo è piccolo, si gira tutto in un’ora, e la ricompensa sono i dettagli: targhe, murales, botteghe artigiane sopravvissute, laboratori di restauro e di marmo legati storicamente al cimitero, cortili aperti, palazzine anni Venti, una quantità di storia visibile a chi guarda in alto. In estate il quartiere partecipa anche alla programmazione cittadina con iniziative all’aperto, per esempio il festival del cinema di San Lorenzo, che lega esplicitamente il proprio titolo alla memoria del bombardamento.
Quando andarci e cosa aspettarsi, stagione per stagione
Autunno è il periodo migliore in assoluto. Da ottobre a dicembre i calendari degli spazi sociali sono pieni: la stagione riparte, i corsi cominciano, gli studenti sono tornati, il clima romano è ancora buono la sera. Se dovessi scegliere una settimana, sceglierei una qualunque di novembre.
Inverno è la stagione delle cose al chiuso e delle attività continuative: corsi, doposcuola, sportelli, presentazioni. Un capannone industriale a gennaio è freddo e nessuno lo nega: si va vestiti da fuori, anche dentro.
Primavera è la stagione delle iniziative di piazza e delle giornate all’aperto, con la programmazione che si sposta fuori appena il tempo lo consente. È anche il periodo in cui il quartiere è più bello da camminare, con i platani che rifanno le foglie e le sere che si allungano.
Estate è la stagione più incerta. Molti spazi riducono l’attività o chiudono ad agosto, altri costruiscono programmazioni estive nel cortile o negli spazi esterni. Luglio può essere ottimo, agosto è quasi sempre vuoto, la seconda metà di settembre riparte. Chi progetta una visita in piena estate deve verificare, senza eccezioni.
Accessibilità e aspetti pratici
Sugli accessi per persone con disabilità non do garanzie che non posso dare: un capannone industriale riadattato da volontari può avere ingressi a raso e ambienti ampi, come può avere gradini, dislivelli e servizi non attrezzati. La cosa sensata è scrivere prima allo spazio e chiedere: in posti come questo si risponde, e si risponde con precisione, perché la domanda viene presa sul serio.
Per il resto: cani in genere benvenuti, bambini idem, musica alta nelle serate di concerto, fumo relegato fuori come ovunque, illuminazione essenziale. Chi ha problemi di udito farà bene a scegliere serate di presentazione anziché di concerto. Chi viene con bambini piccoli farà bene a scegliere il pomeriggio.
Domande frequenti
Si può entrare se non si condividono le posizioni politiche dello spazio? Sì. Uno spazio sociale non fa esami all’ingresso. Si chiede però rispetto per il luogo e per chi lo manda avanti, che è esattamente quello che si chiede ovunque. Discutere è normale, provocare è maleducazione.
Bisogna pagare per entrare? Di norma si paga una tessera annuale di importo simbolico, perché l’attività è quella di un circolo. Gli eventi hanno spesso un contributo libero o una cifra bassa. Le cene hanno un prezzo fisso.
È un posto sicuro? Quanto qualunque altro luogo affollato di Roma, e con in più il fatto che c’è sempre qualcuno che risponde di quello che accade. Le regole interne su molestie e comportamenti aggressivi in questi spazi sono più severe che nei locali commerciali, non meno.
Si mangia bene? Si mangia semplice, in quantità, a prezzi bassi e con ingredienti scelti spesso da filiere piccole. Chi cerca una cucina d’autore è nel posto sbagliato e lo sa già.
Come faccio a sapere che cosa succede? Canali social dello spazio, locandine appese nel quartiere, passaparola. In questo ordine di affidabilità.
Perché vale la pena, alla fine
Perché è una delle poche occasioni, a Roma, di vedere da vicino come funziona una città quando qualcuno decide di occuparsene direttamente. Si può essere d’accordo o in totale disaccordo sul metodo, e la questione della legalità dell’occupazione è reale e non va nascosta sotto il tappeto. Ma resta il fatto materiale: un capannone dismesso su una strada di binari è tornato a essere un posto dove succedono cose, dove qualcuno impara l’italiano, dove un ragazzino fa i compiti, dove una band suona il suo primo concerto e dove trecento persone mangiano insieme a dieci euro. In una città che di spazi vuoti ne ha a centinaia, è un fatto che merita di essere guardato in faccia.
E poi, semplicemente, perché è San Lorenzo: un quartiere che in un chilometro quadrato tiene insieme un cimitero monumentale, una basilica del quarto secolo, un campus razionalista, una ferita di guerra ancora leggibile sui muri, una tradizione operaia, una popolazione studentesca e una notte lunghissima. Pochi posti a Roma raccontano tanto in così poco spazio.
Domande frequenti su Communia
Dove si trova Communia?
Communia si trova su Viale dello Scalo di San Lorenzo, la strada che corre lungo il bordo meridionale del quartiere San Lorenzo, parallela ai binari, tra la zona di Porta Maggiore e quella del Verano, a Roma.
Cosa significa il nome Communia?
Communia è una parola latina, plurale neutro, che significa semplicemente le cose comuni. Rimanda alla formula omnia sunt communia, tutte le cose sono in comune, storicamente associata a Thomas Müntzer e alle rivolte contadine tedesche del Cinquecento.
Serve la tessera per entrare a Communia?
Sì, a Communia di norma si paga una tessera annuale di importo simbolico, perché l'attività dello spazio è quella di un circolo di autorganizzazione, non di un'attività commerciale ordinaria.
Si può entrare a Communia senza condividere le sue posizioni politiche?
Sì, si può entrare a Communia anche senza condividere le sue posizioni politiche: uno spazio sociale non fa esami all'ingresso, ma chiede rispetto per il luogo e per chi lo manda avanti, esattamente come si chiede ovunque.
Cos'era l'edificio che oggi ospita Communia?
L'edificio che oggi ospita Communia era legato alle ex Officine Piaggio e allo Scalo di San Lorenzo, un pezzo della Roma industriale che per un secolo, lungo la ferrovia tra Porta Maggiore, San Lorenzo, il Prenestino e il Casilino, ha ospitato attività produttive oggi in gran parte scomparse.
Perché conviene mangiare e bere a Communia?
A Communia si beve e si mangia a cifre molto più basse rispetto alla media cittadina, un fattore che in una città in cui un aperitivo in centro costa quanto un pranzo fa una differenza enorme per studenti, precari e pensionati.
Prima di partire
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Un ultimo promemoria, il più importante di tutti: prima di mettersi in strada, un controllo sui canali dello spazio. È un luogo autogestito, il calendario cambia, le stagioni contano, e cinque minuti di verifica evitano un viaggio a vuoto.
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