Museo Universitario di Scienze della Terra – MUST
Prima di mettersi in cammino conviene sapere due cose. La prima: il museo osserva una chiusura estiva dal 31 luglio al 10 settembre 2026, quindi in questi giorni di agosto il portone di Mineralogia resta serrato. La seconda: qui non si entra passando davanti a una biglietteria, si entra solo con prenotazione obbligatoria, perché il MUST è un museo universitario dentro un dipartimento che lavora, non un museo civico con il tornello.
L'indirizzo postale è Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma, Città Universitaria, edificio CU005: il palazzo di Mineralogia e Geologia, che si affaccia sul Piazzale della Minerva, il grande spazio interno del campus. L'ingresso avviene dall'entrata di Mineralogia del Dipartimento di Scienze della Terra. Per i visitatori singoli l'ingresso è gratuito, sempre con prenotazione; i gruppi fino a venticinque persone pagano 110 euro a gruppo, visita guidata compresa. Il servizio in Lingua dei Segni Italiana è gratuito su prenotazione. Si prenota al cellulare del museo, 324 8961999, attivo dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 15.30, oppure scrivendo a must@uniroma1.it; la segreteria prenotazioni risponde anche al numero 06 4991 4825. Il museo è diretto dal professor Marco Romano, con il professor Michele Macrì come curatore d'area.
Il MUST fa parte del Polo museale Sapienza, la rete che riunisce le collezioni scientifiche e archeologiche dell'ateneo: se il tema vi appassiona, la pagina delle attrazioni turistiche di Roma raccoglie il resto della città, ma il campus di via Aldo Moro da solo vale una giornata. Ci arrivate con la metropolitana B, fermate Policlinico o Castro Pretorio, e con le linee di superficie 3, 19, 71, 93, 163, 310, 443, 448, 492 e 512; da Termini le linee 310 e 492 vi lasciano davanti al cancello, e a piedi sono venti minuti scarsi.

Come arrivare al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
La Città Universitaria occupa un rettangolo compreso fra viale Regina Elena, viale dell'Università e il quartiere San Lorenzo. Il cancello monumentale su Piazzale Aldo Moro è quello che tutti usano, ed è anche il più comodo: si entra, si tira dritto lungo l'asse centrale, si supera la vasca e ci si trova davanti al Rettorato con la Minerva di Arturo Martini. Il palazzo che vi interessa chiude il lato lungo del piazzale sulla destra guardando il Rettorato. Il portone di Mineralogia è quello segnalato dalla dicitura sull'architrave: non fidatevi del numero civico, fidatevi delle scritte incise nel travertino, che il razionalismo romano usava come insegne.
La metropolitana B è il mezzo più prevedibile. Policlinico vi lascia a cinque minuti dal cancello di viale Regina Elena, Castro Pretorio a otto o nove minuti dall'ingresso principale passando davanti alla Biblioteca Nazionale. Le linee di superficie che servono la zona sono numerose, ma nelle ore di punta il traffico su viale del Policlinico e su viale dell'Università è quello che è: se avete un appuntamento a orario fisso, e qui l'appuntamento è sempre a orario fisso perché la visita è su prenotazione, calcolate largo. Un consiglio da chi accompagna gruppi: fate scendere le persone a Policlinico e non a Termini, perché il tratto a piedi da Termini è lungo, brutto e pieno di semafori.
In automobile è una pessima idea. La zona è tutta sosta a pagamento, i posti liberi sono un miraggio negli orari di lezione e il campus non ha parcheggio pubblico. Chi arriva in bicicletta, invece, ha vita facile: viale dell'Università ha una pendenza minima e dentro il campus si pedala tranquilli, con rastrelliere in più punti.
Prenotare la visita al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
La prenotazione non è un formalismo burocratico: è il modo in cui il museo garantisce l'accoglienza, dato che il personale è quello di un dipartimento universitario e non una squadra di custodi in turno. Il cellulare del museo, 324 8961999, risponde nelle due finestre indicate, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 15.30. Fuori da quegli orari squilla a vuoto, e non serve insistere: meglio una mail a must@uniroma1.it, che resta scritta e permette di allegare il numero dei partecipanti, la data desiderata e le eventuali esigenze di accessibilità.
Per i gruppi la tariffa è di 110 euro fino a venticinque persone, e comprende la visita guidata condotta dal personale del museo. È un prezzo onesto: fate il conto per persona e capirete che una guida specialista di scienze della Terra, dentro le sue collezioni, costa meno di un ingresso qualunque in centro. Le scolaresche e i gruppi organizzati devono muoversi con anticipo, perché il calendario dipende dalla disponibilità dei ricercatori. Il servizio in Lingua dei Segni Italiana è gratuito e va richiesto al momento della prenotazione, non il giorno stesso.
Un'avvertenza sul calendario: oltre alla chiusura estiva dal 31 luglio al 10 settembre 2026, il museo segue il ritmo dell'anno accademico e delle sessioni d'esame. Chiedete conferma della data quando prenotate e chiedete anche quali spazi saranno visitabili, perché il museo è in una fase di riallestimento e la superficie aperta al pubblico cambia nel tempo.
Che cosa è davvero il MUST: tre musei diventati uno
Il MUST nasce ufficialmente nel 2016 dalla fusione di tre musei storici della Sapienza: Geologia, Mineralogia e Paleontologia. Non è un'operazione di facciata, è una riunificazione. Quei tre musei erano nati fra il 1804 e il 1928, avevano ciascuno la propria cattedra, il proprio direttore, il proprio catalogo, e per un secolo e mezzo hanno raccolto materiale con criteri diversi. Metterli insieme ha significato costruire un inventario unico su oltre 35.000 campioni mineralogici, 7.000 geologici e 100.000 paleontologici, più libri antichi, carte tematiche e strumenti scientifici storici.
Il più antico dei tre è il museo mineralogico, la cui raccolta comincia nel 1804, in piena Roma pontificia, quando la mineralogia era una scienza nuova e collezionare cristalli era insieme un atto di erudizione e un investimento diplomatico. Il museo geologico arriva nell'Ottocento maturo, quando la geologia italiana si organizza attorno alla necessità pratica di conoscere il territorio: acquedotti, cave, bonifiche, terremoti. La paleontologia si stacca per ultima, con la propria cattedra, quando lo studio dei fossili smette di essere un capitolo della geologia e diventa una disciplina autonoma.
Opinione netta, e ve la do senza giri di parole: la fusione del 2016 è la cosa migliore capitata alle scienze della Terra a Roma negli ultimi cinquant'anni. Tre musei separati e semichiusi erano tre debolezze; un museo unico su quattro piani è un progetto europeo. Il piano dichiarato è arrivare ad aprire tutte le sale dei quattro livelli, per un totale di circa 4.100 metri quadrati quasi interamente espositivi, più 300 metri quadrati fra laboratori condivisi, uffici e depositi. Se il programma andrà in porto, Roma avrà il più grande museo europeo interamente dedicato alle scienze della Terra. Per ora ne vediamo un pezzo, e il pezzo è già serio.
L'edificio di Michelucci che ospita il Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Il palazzo merita una sosta prima ancora delle vetrine. L'Istituto di Mineralogia, Geologia e Paleontologia fu progettato da Giovanni Michelucci fra il 1933 e il 1935, dentro il grande cantiere della Città Universitaria coordinato da Marcello Piacentini. Michelucci, il fiorentino che pochi anni prima aveva firmato la stazione di Santa Maria Novella con il gruppo toscano, qui lavora in cemento armato e riveste interamente di travertino la facciata principale; gli altri prospetti sono intonacati, con zoccolature e cornici in travertino. L'impianto è a corte, anzi a due corti successive e non allineate, una soluzione che consente di illuminare da entrambi i lati le grandi sale espositive.
Il fabbricato ha tre piani fuori terra più un livello interrato. La distribuzione originaria era chiarissima: la Mineralogia occupava l'interrato e il piano terra, la Geologia e la Paleontologia i livelli superiori, con la collezione paleontologica all'ultimo piano del corpo sulla corte principale. Ogni istituto aveva il proprio portale monumentale, e questa è la ragione per cui la facciata mostra più ingressi solenni invece di uno solo. Di fronte, dall'altra parte del Piazzale della Minerva, l'Istituto di Matematica di Gio Ponti: due modi diversi di intendere il razionalismo, uno più asciutto e uno più lirico, che si guardano da settant'anni.
Poi arrivò la guerra. I bombardamenti del 1943, quelli che colpirono San Lorenzo e il quadrante orientale della città, segnarono anche la Città Universitaria, e l'allestimento museale pensato da Michelucci nel 1935 venne smembrato. È una perdita che pesa ancora: gli spazi espositivi progettati come parte integrante dell'architettura vennero riconvertiti, frazionati, occupati da altre funzioni. Il riallestimento in corso oggi è, in un certo senso, il tentativo di rimettere insieme un'idea interrotta da ottant'anni.

I numeri delle collezioni del Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
I numeri, in un museo di scienze naturali, non sono vanteria: dicono che tipo di strumento avete davanti. Oltre 35.000 campioni mineralogici, 7.000 geologici, 100.000 paleontologici. Significa che il MUST non è un museo di pezzi scelti, è un archivio di materia. La differenza è sostanziale. Un museo di pezzi scelti mostra il bello; un archivio di materia permette di ricostruire come si è formata una montagna, come è cambiato un mare, come si è evoluta una linea di molluschi lungo un milione di anni. Molti esemplari sono unici a livello nazionale e internazionale, e questo significa che studiosi da fuori vengono qui a misurare cose che non possono misurare altrove.
I minerali del Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
La raccolta mineralogica è la spina dorsale. Comprende minerali sistematici ordinati per classi chimiche, gemme, cristalli di grandi dimensioni e campioni di provenienza laziale che raccontano un territorio vulcanico ricchissimo. Chi conosce la mineralogia italiana sa che il Lazio è una miniera di specie legate al vulcanismo alcalino: leucite, analcime, minerali di potassio che nel resto d'Europa sono rarità e qui affiorano a mezz'ora da Roma. Una collezione universitaria come questa conserva i campioni tipo, quelli su cui si sono scritte le descrizioni originali delle specie.
Le rocce e i campioni geologici
Settemila campioni geologici sono, in pratica, la biblioteca litologica dell'Italia centrale. Calcari dell'Appennino, travertini della campagna romana, tufi dei distretti vulcanici, argille plioceniche, sabbie e ghiaie dei terrazzi del Tevere. Sono i materiali con cui Roma è stata costruita, letteralmente: il tufo delle mura serviane, il travertino del Colosseo, la pozzolana che rese possibile il calcestruzzo romano. Vedere in vetrina il campione di roccia e poi uscire e vedere lo stesso materiale in un muro antico è l'esperienza didattica più efficace che questa città possa offrire.
I fossili e la collezione paleontologica
Centomila reperti paleontologici sono un patrimonio da grande museo nazionale. Ci sono invertebrati marini a decine di migliaia, vertebrati del Quaternario, resti vegetali, e soprattutto ci sono le collezioni storiche legate a nomi precisi, il che moltiplica il valore scientifico: un fossile senza storia è un oggetto, un fossile con la sua etichetta ottocentesca e la sua pubblicazione è un documento.
La collezione di meteoriti del MUST
Qui si tocca il pezzo forte, e stranamente è quello di cui si parla meno. La collezione di meteoriti conservata nel museo mineralogico della Sapienza comprende 360 campioni provenienti da 211 meteoriti differenti: 112 cadute osservate e 99 ritrovamenti. Trentacinque esemplari provengono da meteoriti italiane. Per capirci: si tratta di una delle raccolte meteoritiche più significative del Paese, costruita con pazienza in un secolo e mezzo.
Le cadute italiane conservate al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Fra le italiane ci sono nomi che chiunque abbia studiato meteoritica conosce a memoria. La condrite di Renazzo, caduta il 15 gennaio 1824 nel Ferrarese, ha dato il nome a un intero gruppo di condriti carbonacee, le CR: è uno di quei casi in cui un paese della Bassa padana entra nella nomenclatura scientifica mondiale. C'è Vigarano, altro nome che i planetologi pronunciano con rispetto. C'è San Michele, l'ultima meteorite vista cadere e recuperata in Italia. E c'è Monte Milone, caduta l'8 maggio 1846 presso Tolentino, della quale il museo conserva la massa principale, 2.044 grammi.
I grandi nomi della meteoritica mondiale
Accanto alle italiane, la raccolta comprende porzioni di meteoriti che sono pietre miliari della disciplina: Allende, la carbonacea messicana caduta nel 1969 che arrivò giusto in tempo per far tarare i laboratori che aspettavano i campioni lunari; Orgueil e Mighei e Murchison, le carbonacee ricche di composti organici sulle quali si è discusso per decenni di chimica prebiotica; Chassigny e Novo-Urei, che danno il nome a due gruppi; Sikhote-Alin, la pioggia di ferro siberiana del 1947; ed Ensisheim, la meteorite alsaziana la cui caduta nel 1492 è il più antico evento meteoritico europeo documentato con continuità. Il museo conserva anche 52 grammi di L'Aigle, caduta il 26 aprile 1803: quella caduta, studiata da Jean-Baptiste Biot, convinse finalmente l'Accademia delle Scienze che dal cielo cadono davvero pietre.
Le masse principali custodite a Roma
Tre meteoriti hanno qui la loro massa principale, cioè il frammento più grande esistente al mondo: Bur-Gheluai, Monte Milone e Uegit, quest'ultima con 252 chilogrammi di ferro. Detenere la massa principale di una meteorite significa che ogni studio futuro su quel corpo passa da questo edificio. Se cercate un motivo per considerare il MUST un museo di rango internazionale e non una raccolta didattica di ateneo, il motivo è questo.
Chi ha costruito la collezione di meteoriti
La raccolta fu promossa con energia da Giovanni Strüver nella seconda metà dell'Ottocento, il mineralogista che diede alla scuola romana un metodo cristallografico moderno. La organizzò poi Federico Millosevich, che ne pubblicò il primo catalogo nel 1928. Un catalogo aggiornato, con pesi e tipologie, fu stampato nel 1975 da A. Maras. Negli ultimi quarant'anni la collezione è cresciuta per donazioni, acquisizioni e scambi, che è il modo normale con cui i musei meteoritici si accrescono: si baratta un frammento con un altro istituto, e così due collezioni diventano entrambe più complete.
Le collezioni storiche del Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Questa è la parte che distingue un museo universitario da un museo divulgativo. Le collezioni storiche portano il nome di chi le ha messe insieme, e ciascun nome è un capitolo di storia della scienza.
La collezione Athanasius Kircher
Il nome più clamoroso è quello del gesuita tedesco Athanasius Kircher, il poligrafo secentesco che a Roma mise insieme il museo enciclopedico più celebre d'Europa. Kircher aveva idee sbagliatissime e intuizioni fulminanti: pensava che dentro la Terra ci fosse un sistema di canali di fuoco collegati fra loro, e per verificarlo si fece calare nel cratere del Vesuvio in eruzione. Le sue immagini del mondo sotterraneo sono la prima grande rappresentazione visiva della geologia interna. Nell'allestimento del museo la collezione Kircher è raccontata anche con diorami dedicati ai vulcani, che riprendono quella tradizione iconografica.
Le raccolte Spada, Watson, Belli e Dodwell
Sono raccolte formate fra Sette e Ottocento, quando collezionare minerali e fossili era pratica colta e cosmopolita. Il nome Dodwell rimanda a Edward Dodwell, il viaggiatore e antiquario che percorse la Grecia e visse a lungo a Roma nella prima metà dell'Ottocento, figura tipica di quel mondo in cui l'archeologia, la mineralogia e il Grand Tour erano lo stesso mestiere. Queste collezioni raccontano il gusto di un'epoca prima ancora che la scienza di un'epoca: la scelta dei campioni, il modo di montarli, le etichette scritte a mano.
La collezione Giuseppe Ponzi e la geologia della campagna romana
Giuseppe Ponzi è il padre della geologia romana ottocentesca. Studiò i depositi vulcanici e sedimentari attorno alla città in un'epoca in cui la stratigrafia era ancora una scienza giovane, e capì che la campagna romana era il risultato di una lotta fra vulcani e fiumi. La sua collezione, conservata qui, è la base materiale di quella ricostruzione: se oggi sappiamo perché i Sette Colli hanno quella forma, è anche merito di chi raccolse quei campioni con il martello in mano nella campagna fra Prima Porta e i Castelli.
Michelotti, Meli, De Angelis d'Ossat
Giovanni Michelotti fu paleontologo dei terreni terziari; Romolo Meli lavorò sulle collezioni romane a cavallo fra Otto e Novecento; Gioacchino De Angelis d'Ossat unì geologia applicata e studi sul territorio, in anni in cui Roma si espandeva e ogni cantiere apriva una finestra sul sottosuolo. Sono nomi che ai non specialisti dicono poco e agli specialisti dicono tutto, perché le loro etichette compaiono nelle bibliografie di lavori pubblicati ancora oggi.
La collezione Serafino Cerulli Irelli e i fossili di Monte Mario
Cerulli Irelli raccolse e studiò i molluschi fossili dei depositi marini pleistocenici di Monte Mario, la collina che chiude Roma a nord ovest e che conserva, sotto il verde della Riserva naturale di Monte Mario, una successione marina di importanza internazionale. La sua opera maggiore, la "Fauna malacologica mariana", uscì in otto volumi fra il 1907 e il 1916. Il punto è questo: quei gusci minuscoli, catalogati uno per uno, documentano il mare che copriva l'area di Roma e la sua progressiva scomparsa. Una collezione di conchiglie fossili che pare un esercizio da eruditi è invece l'archivio di un cambiamento climatico e tettonico avvenuto sotto i nostri piedi.
La Dactyliotheca e la collezione Rovis
La Dactyliotheca è una raccolta di impronte e riproduzioni di gemme incise, oggetto tipico della cultura antiquaria europea: serviva a studiare la glittica antica senza possedere le pietre originali. La collezione Rovis, acquisita nel 2009, è invece fatta di cristalli giganti, e ha un effetto scenico immediato: sono gli esemplari davanti ai quali anche il visitatore più distratto si ferma. Un museo intelligente usa proprio quei pezzi come porta d'ingresso, e poi porta il visitatore verso la vetrina sistematica che, a prima vista, sembrava meno attraente.
La visita oggi al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Bisogna essere chiari sulle proporzioni. Il museo completo occuperà quattro piani; la parte che il pubblico ha visto in questi anni è una sala di circa 480 metri quadrati, quella che ha ospitato l'esposizione tematica inaugurata l'8 ottobre 2018, "Terra: che sorpresa!", oggi conclusa. Gli altri spazi sono in riallestimento. Chi arriva aspettandosi il museo di storia naturale di Londra resterà spiazzato; chi arriva sapendo di entrare in un cantiere scientifico aperto, con una guida che conosce ogni campione per nome, esce contentissimo.
Il percorso costruito in quella sala è un ottimo esempio di divulgazione geologica seria. Copriva, nell'ordine, la formazione del pianeta, l'origine e la classificazione delle meteoriti, la genesi dei minerali e delle rocce, i processi tettonici, i sistemi vulcanici, l'evoluzione della superficie terrestre, la comparsa e l'evoluzione della vita, i processi di fossilizzazione, i rischi geologici, le fonti di energia, la sostenibilità ambientale, e infine la storia stessa dei musei scientifici dall'Ottocento in poi. Quell'ultimo capitolo è quello che preferisco: un museo che spiega che cosa è un museo, e perché per due secoli abbiamo raccolto sassi.
I laboratori interattivi del Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
La parte laboratoriale non è la solita postazione touch screen. Si usano strumenti veri: microscopi polarizzatori, con i quali una sezione sottile di roccia diventa un vetro colorato e i minerali si riconoscono dai colori di interferenza; stereoscopi binoculari, per osservare microfossili e piccoli cristalli; contatori Geiger, per misurare la radioattività naturale di certi campioni; e le dimostrazioni di luminescenza dei minerali. Il laboratorio sulla fluorescenza dura una quindicina di minuti e ha un effetto teatrale garantito: si spegne la luce, si accende la lampada ultravioletta e pietre grigie e anonime si mettono a brillare di verde, arancione, azzurro. Ho visto adolescenti annoiati cambiare espressione in tre secondi.
Fra i percorsi proposti dal museo c'è stata la visita guidata all'esposizione, della durata di un'ora, affiancata dal laboratorio breve sulla fluorescenza. Nelle aperture straordinarie il museo ha proposto anche laboratori dedicati alla geologia di Roma e ai minerali del Lazio, oltre a un'attività per i più piccoli in cui si scava e si riconosce come farebbe un paleontologo. Chiedete quali attività sono disponibili quando prenotate: cambiano con il calendario e con la disponibilità dei ricercatori.

Che cosa si impara al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Vale la pena arrivare preparati, perché la differenza fra guardare una vetrina di minerali e capirla è tutta nelle poche nozioni che seguono. Non servono studi specialistici, serve un ordine mentale.
Come nasce un minerale
Un minerale è una sostanza solida naturale con una composizione chimica definita e una struttura atomica ordinata. Quella struttura ordinata è la ragione delle facce piane dei cristalli: la forma esterna che ammiriamo in vetrina è il riflesso macroscopico di un reticolo atomico che si ripete. I cristalli crescono dove hanno tempo e spazio: in una cavità di una roccia magmatica, in una frattura attraversata da fluidi caldi, in un bacino che evapora lentamente. Quando il raffreddamento è rapido i cristalli restano microscopici o non si formano affatto, e si ottiene un vetro vulcanico come l'ossidiana. La regola pratica da portarsi a casa: cristallo grande vuol dire tempo lungo.
Le tre grandi famiglie di rocce
Le rocce ignee derivano dal raffreddamento di un magma, e si dividono fra intrusive, cristallizzate in profondità e a grana grossa come il granito, ed effusive, raffreddate in superficie e a grana fine come il basalto. Le sedimentarie si formano per accumulo e cementazione di detriti, gusci e precipitati chimici: arenarie, calcari, argille, travertini. Le metamorfiche derivano dalla trasformazione allo stato solido di rocce preesistenti sotto pressione e temperatura: il marmo di Carrara è un calcare ricristallizzato, l'ardesia un'argilla compressa. Questo schema a tre voci ordina il novanta per cento di quello che vedrete nelle vetrine.
La tettonica delle placche spiegata come si deve
La litosfera terrestre è divisa in placche rigide che scorrono sopra un mantello duttile. Dove le placche si allontanano nasce nuova crosta oceanica lungo le dorsali; dove convergono, una placca sprofonda sotto l'altra in una zona di subduzione, e nascono catene montuose, fosse oceaniche, archi vulcanici e terremoti profondi; dove scorrono l'una accanto all'altra si formano faglie trascorrenti. L'Italia è un caso da manuale: l'Appennino è una catena costruita dalla convergenza fra Africa ed Eurasia, i vulcani del Lazio e della Campania sono figli della subduzione, i terremoti dell'Appennino centrale nascono invece da un'estensione più recente che sta allargando la catena. Chi capisce questo capisce perché Roma sorge su un tavolato di tufo.
Come si trasforma un osso in fossile
La fossilizzazione è un incidente statistico. Su miliardi di organismi vissuti, una frazione infinitesima è arrivata fino a noi, e ci è arrivata quasi sempre grazie a due condizioni: seppellimento rapido e assenza di ossigeno. Poi entrano in gioco i processi: permineralizzazione, quando i fluidi depositano minerali nei pori dell'osso o del legno; sostituzione, quando la materia originale viene rimpiazzata molecola per molecola da silice o pirite; carbonizzazione, tipica delle foglie; e la semplice conservazione di impronte e calchi. La lezione che porto sempre ai gruppi: un museo paleontologico non mostra la vita del passato, mostra la piccolissima parte di vita che ha avuto la fortuna di finire sotto il fango al momento giusto.
Roma vista da un geologo: perché questo museo è a Roma
Roma è una città costruita sopra e dentro la propria geologia, e questo museo è il posto giusto per capirlo. Il substrato profondo è fatto di argille e sabbie marine plioceniche; sopra ci sono le ghiaie e le sabbie deposte dal Tevere e dai suoi affluenti; sopra ancora, i prodotti dei due grandi distretti vulcanici che nel Quaternario hanno sepolto la campagna sotto decine di metri di piroclastiti: i Colli Albani a sud est e i Monti Sabatini a nord ovest. Poi i fiumi hanno inciso quel tavolato, e le lingue di tufo rimaste fra le valli sono diventate i colli su cui è nata la città.
Da qui discende tutto il resto. Il tufo si taglia con attrezzi semplici e indurisce all'aria: ecco le mura, ecco le cave sotto la città, ecco le catacombe scavate nel banco di pozzolana. La pozzolana, mescolata alla calce, produce una malta che fa presa anche sott'acqua: ecco il calcestruzzo romano, ecco la cupola del Pantheon. Il travertino delle Acque Albule presso Tivoli, un calcare deposto da sorgenti termali, è la pietra da taglio di Roma: dal Colosseo alle facciate barocche fino, appunto, al rivestimento del palazzo di Michelucci che ospita il museo. E le argille dei colli, impermeabili, sono la ragione per cui certe frane e certi cedimenti si ripetono sempre negli stessi punti.
Chi visita il MUST e poi cammina per Roma vede una città diversa. Se volete un'escursione coerente, il Museo di Casal de' Pazzi conserva in situ un deposito fluviale del Pleistocene con resti di elefante antico e strumenti litici, cioè esattamente il capitolo quaternario che al museo universitario vedete in vetrina.
Una curiosità su Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
La curiosità più bella non riguarda un fossile ma un gesuita del Seicento. Fra le collezioni storiche del museo compare il nome di Athanasius Kircher, l'uomo che a Roma, al Collegio Romano, costruì il museo delle meraviglie più visitato d'Europa. Kircher scrisse il "Mundus Subterraneus", pubblicato ad Amsterdam in due volumi fra il 1664 e il 1665, un'opera in cui immaginava l'interno del pianeta come un intreccio di canali di fuoco e di acqua, con i vulcani come valvole di sfogo di un unico sistema. Aveva torto quasi su tutto, e aveva ragione su una cosa fondamentale: che l'interno della Terra è caldo, mobile e connesso, e che i fenomeni di superficie sono la manifestazione di qualcosa che accade sotto.
La parte che pochi sanno è come arrivò a quell'idea. Fra il 1637 e il 1638 Kircher compì un lungo viaggio nel Mezzogiorno, fra Malta, la Sicilia e la Calabria, e nel 1638 salì sul Vesuvio per osservarne il cratere di persona. Il metodo se lo dichiarò da solo, in latino, ed è il metodo di un geologo moderno: pretendeva l'autopsia, cioè la visione diretta di ogni singolo fenomeno, invece della citazione degli autori antichi. L'incisione del cratere che apre il primo volume dell'opera mostra proprio quello che aveva visto quell'anno. La tradizione vuole che si facesse calare con una fune dentro la bocca fumante: se sia andata davvero così è racconto, non documento, ma un uomo in tonaca appollaiato sull'orlo di un vulcano in attività a prendere appunti è già abbastanza.
Che un pezzo di quella tradizione sia finito dentro un dipartimento universitario del Novecento, accanto a microscopi polarizzatori e contatori Geiger, dice una cosa esatta sulla scienza: non nasce dai laboratori, nasce dalla curiosità di chi si fa calare dentro il vulcano. Nell'allestimento del museo i diorami sui vulcani legati alla collezione Kircher riprendono proprio questa linea, e sono il punto in cui il pubblico capisce che la geologia è stata, per secoli, una faccenda avventurosa.
Il virtual tour del Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Il dipartimento mette a disposizione un tour virtuale delle sale, raggiungibile dalla pagina del museo sul sito del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza, insieme a un trailer dell'esposizione. Non sostituisce la visita, e chi vi dice il contrario non ha mai guardato un cristallo con la luce giusta. Serve però a due cose concrete: preparare una classe prima di portarla in visita, e permettere a chi non può salire le scale di vedere comunque gli ambienti. Per un insegnante che deve organizzare un'uscita è uno strumento di lavoro serio, e io lo userei sempre prima di prenotare, per decidere su quali argomenti puntare durante l'ora di visita guidata.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Nessuno vi dice che l'esperienza dipende da chi vi accompagna, e che qui il fattore umano pesa più che in qualunque museo civico. In un museo comunale la visita si può fare da soli, con il pannello e l'audioguida, e il risultato è prevedibile. Qui no. Le sale aperte sono poche, molte collezioni sono ancora nei depositi, e quello che trasforma la visita è la persona che vi apre la porta: un ricercatore che lavora su quei materiali, che vi racconta perché un campione è entrato in collezione e chi lo ha raccolto. Prenotare come gruppo e pagare i 110 euro della visita guidata, dividendoli in venticinque, è la scelta più intelligente che possiate fare.
La seconda cosa che nessuno dice riguarda i tempi. Questo non è un museo da mezz'ora e nemmeno un museo da tre ore di scorribanda: le indicazioni del dipartimento parlano di una visita che, nella sua versione completa con laboratori, si avvicina alle due ore e mezza. Se arrivate con l'idea di dare un'occhiata veloce prima di pranzo avete sbagliato posto e sbagliato museo.
La terza, la meno ovvia: siete dentro un dipartimento in funzione. Nei corridoi passano studenti con le dispense, dalle porte socchiuse si intravedono microscopi e sezioni sottili, in bacheca ci sono gli avvisi degli esami e i seminari del mese. Per un ragazzo che pensa di iscriversi a Scienze geologiche questa è una giornata di orientamento migliore di qualsiasi open day, e nessuno la pubblicizza come tale.
Il consiglio che ti do per visitare Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Prenotate di mattina presto, all'inizio della finestra telefonica, e chiedete esplicitamente due cose: quali sale saranno accessibili quel giorno e se è disponibile il laboratorio sulla fluorescenza. Sono le due variabili che cambiano la qualità della visita. Se avete un gruppo, componetelo davvero fino a venticinque persone: la tariffa è a gruppo, e a venticinque diventa una cifra irrisoria a testa per avere uno specialista tutto per voi.
Secondo consiglio, sull'ordine della giornata. Fate il museo per primo, la mattina, e tenete il pomeriggio per camminare. Il campus della Città Universitaria è un capitolo di architettura italiana del Novecento che merita un'ora abbondante: il Rettorato di Piacentini con la Minerva di Arturo Martini, la Matematica di Gio Ponti, la Fisica, la Chimica, e l'edificio che avete appena visitato. Poi si esce dal cancello e in dieci minuti a piedi si arriva alla basilica di San Lorenzo fuori le Mura, che è una lezione di stratigrafia architettonica: due chiese unite, un pavimento cosmatesco, l'abside longobarda e le ferite della guerra.
Terzo consiglio, quello che nessuno segue e tutti dovrebbero: portate una lente di ingrandimento da dieci ingrandimenti, di quelle da geologo, che costano poco ed entrano in tasca. Davanti a una vetrina di minerali una lente cambia completamente l'esperienza. Vedrete facce cristalline, geminati, inclusioni, e capirete perché la mineralogia sia una scienza che si fa con gli occhi prima che con gli strumenti. E lasciate perdere la fretta: qui la ricompensa è proporzionale al tempo che dedicate al singolo campione, non al numero di vetrine che attraversate.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il MUST sia nato dalla fusione di tre musei nel 2016 lo si legge ovunque. Quello che quasi nessuno racconta è che quella fusione ha rimediato a una ferita di guerra. L'edificio di Michelucci era stato progettato nel 1933 con le sale espositive come parte integrante dell'architettura: portali separati per i tre istituti, doppia corte per portare luce naturale nelle gallerie, la paleontologia all'ultimo piano perché i grandi esemplari avevano bisogno di altezza. Era un museo pensato dall'architetto insieme all'edificio, non collocato dentro l'edificio.
Poi i bombardamenti del 1943 colpirono questo quadrante della città, e l'allestimento venne smembrato. Le sale furono frazionate, riconvertite in aule, laboratori, uffici; le collezioni finirono nei depositi e in armadi sparsi; i tre musei sopravvissero come entità separate e semichiuse, aperte a intermittenza, note quasi solo agli specialisti. Per settant'anni il più grande patrimonio geologico e paleontologico di Roma è rimasto in una condizione da magazzino.
Il riallestimento in corso, con l'obiettivo dichiarato di aprire tutte le sale sui quattro piani, non è quindi soltanto un progetto museografico moderno: è la ricostruzione di un'idea del 1935 interrotta da una guerra. Detta così, la lentezza dei lavori diventa meno irritante. Rimettere in mostra 142.000 campioni con criteri scientifici attuali, catalogandoli in un inventario unico, è un lavoro da decenni, non da stagioni. E vale la pena aspettarlo.
La foto giusta da fare a Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Dimenticate la panoramica della sala: le sale espositive con luce mista e vetri riflettenti sono nemiche della fotografia amatoriale. La foto giusta qui è una sola, ed è il primo piano ravvicinato di un cristallo. Avvicinate l'obiettivo al vetro fino quasi a toccarlo, in modo da eliminare i riflessi, spegnete il flash, che sul vetro produce solo un lampo bianco, e appoggiate il telefono o la fotocamera contro la vetrina per avere stabilità. Cercate un cristallo con facce ben sviluppate, mettete a fuoco su uno spigolo e lasciate che il fondo sfumi.
Se durante la visita è previsto il laboratorio sulla fluorescenza, è lì che si porta a casa l'immagine memorabile: minerali che sotto lampada ultravioletta si accendono di colori improbabili. Serve però un accorgimento tecnico, altrimenti viene una macchia verde informe. Bloccate l'esposizione e riducetela di uno o due stop, perché la macchina tenta di schiarire il nero circostante e brucia i colori; se il telefono ha la modalità professionale, alzate la sensibilità e tenete il tempo attorno a un ottavo di secondo, con il gomito appoggiato.
La terza foto, quella che nessuno fa e che invece racconta il posto meglio di tutte, si scatta fuori. Uscite sul Piazzale della Minerva e inquadrate la facciata in travertino del palazzo di Michelucci di taglio, con le finestre in orizzontale che scandiscono i quattro registri e il portale monumentale in primo piano. Con la luce radente del tardo pomeriggio il travertino diventa dorato e le ombre disegnano le cornici. È la fotografia che spiega, senza didascalie, che tipo di museo avete appena visitato: un museo scientifico dentro un pezzo di architettura razionalista italiana.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è la nascita stessa della raccolta mineralogica, nel 1804, in una Roma ancora pontificia che stava per essere travolta dall'occupazione napoleonica. Fondare un museo di minerali in quel momento significava dichiarare che anche lo Stato della Chiesa voleva sedere al tavolo delle scienze naturali europee, accanto a Parigi, Vienna e Freiberg. La collezione comincia lì, e da lì non ha più smesso di crescere.
Il secondo è l'Ottocento della geologia romana. Mentre la città si preparava a diventare capitale, i geologi mappavano la campagna, e Giuseppe Ponzi capiva che i colli di Roma erano il risultato dell'incisione fluviale di un tavolato vulcanico. Nella stessa stagione Giovanni Strüver costruiva la collezione di meteoriti e portava a Roma il metodo cristallografico tedesco. Il museo che visitate è il sedimento di quella generazione.
Il terzo è il 1935: l'inaugurazione della Città Universitaria e del palazzo di Michelucci, con i tre istituti riuniti sotto lo stesso tetto e le collezioni finalmente esposte in sale progettate su misura. È il momento di massima ambizione, e dura pochissimo.
Il quarto è la guerra. I bombardamenti del 1943 sul quadrante di San Lorenzo e sulla Città Universitaria portano allo smembramento dell'allestimento museale. Da lì comincia il lungo periodo in cui le collezioni sopravvivono nei depositi.
Il quinto è il 1928, che va citato per due ragioni: la paleontologia ottiene una struttura autonoma e Federico Millosevich pubblica il primo catalogo delle meteoriti. Il sesto è il 2009, con l'acquisizione della collezione Rovis di cristalli giganti, il segnale che l'istituzione tornava a comprare e non solo a conservare. Il settimo è il 2016, con la fusione nel MUST. L'ottavo è l'8 ottobre 2018, quando apre l'esposizione "Terra: che sorpresa!" e il pubblico romano rivede finalmente una sala di scienze della Terra allestita con criteri contemporanei, nella Città Universitaria, dopo decenni di porte socchiuse.
Chi è passato da Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Il primo nome è quello di Giovanni Strüver, il mineralogista che nella seconda metà dell'Ottocento diede alla scuola romana un metodo cristallografico rigoroso e promosse con determinazione la raccolta delle meteoriti. Senza di lui, oggi Roma non conserverebbe 360 campioni provenienti da 211 meteoriti diverse.
Poi Federico Millosevich, che di quella collezione fece l'ordine e la scienza, pubblicandone il primo catalogo nel 1928: un catalogo di meteoriti è un lavoro ingrato e fondamentale, perché senza catalogo una collezione è solo un mucchio di pietre. E A. Maras, che nel 1975 ne stampò la versione aggiornata con pesi e tipologie.
Giuseppe Ponzi appartiene alla generazione precedente: geologo della campagna romana, uomo dell'Ottocento risorgimentale, lasciò qui la collezione che porta il suo nome. Serafino Cerulli Irelli, nato a Teramo nel 1873, si formò alla Sapienza, studiò i molluschi fossili di Monte Mario e pubblicò fra il 1907 e il 1916 gli otto volumi della "Fauna malacologica mariana", diventando poi presidente della Società Geologica Italiana. Accanto a loro Giovanni Michelotti, Romolo Meli e Gioacchino De Angelis d'Ossat, i cui materiali costituiscono ancora oggi le collezioni di riferimento.
Attraverso le collezioni storiche passano anche figure che qui non misero piede: Athanasius Kircher, il gesuita del "Mundus Subterraneus", ed Edward Dodwell, il viaggiatore e antiquario che tra Grecia e Roma incarnò lo spirito del Grand Tour. E poi c'è chi ha costruito le mura di questo posto: Giovanni Michelucci, l'architetto della stazione di Firenze, che qui fra il 1933 e il 1935 firmò uno degli edifici più riusciti della Città Universitaria, di fronte alla Matematica di Gio Ponti. Oggi il museo è diretto dal professor Marco Romano, paleontologo, con il professor Michele Macrì come curatore d'area.
Il Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST con i bambini
Funziona, e funziona meglio di quanto vi aspettiate, a due condizioni. La prima è l'età: sotto i sei anni una vetrina di minerali sistematici è arredamento, sopra i sette diventa una caccia al tesoro. La seconda è la guida: con un ricercatore che sa raccontare, un bambino di otto anni resta agganciato per un'ora buona, perché le scienze della Terra hanno tre argomenti che vincono sempre, e sono i vulcani, i dinosauri e le pietre che vengono dallo spazio.
Le meteoriti, in particolare, sono un colpo sicuro. Spiegare a un bambino che quel pezzo di ferro arrugginito ha attraversato il sistema solare per milioni di anni ed è caduto in un campo del Ferrarese nel gennaio del 1824 produce un silenzio attento che non si ottiene con nessun cartone animato. Il laboratorio sulla fluorescenza, quando è disponibile, chiude la visita nel modo giusto: buio, lampada ultravioletta, pietre che si accendono. Nelle aperture straordinarie il museo ha proposto anche un'attività in cui i più piccoli scavano e riconoscono reperti come farebbe un paleontologo.
Consiglio pratico da chi ha portato molte classi in giro per Roma: preparate i bambini con due domande, non con una lezione. Da dove viene la pietra di cui è fatta Roma, e come fa un animale morto a diventare pietra. Se arrivano con quelle due domande in testa, la visita si incastra da sola. E se cercate un'altra uscita scientifica per la stessa fascia di età, il Museo Civico di Zoologia di via Ulisse Aldrovandi è la scelta complementare più ovvia, mentre il Museo di Fisica della Sapienza gioca sullo stesso campo dell'ateneo.
Accessibilità del Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Il museo offre gratuitamente, su prenotazione, il servizio di visita in Lingua dei Segni Italiana: è un dato che va sottolineato, perché pochi musei romani lo garantiscono in modo strutturato e senza costi aggiuntivi. Va richiesto quando si prenota, non il giorno stesso, perché richiede la presenza di un interprete.
Sulle barriere architettoniche il discorso è più delicato e va affrontato al telefono. L'edificio è un palazzo degli anni Trenta articolato su più livelli, con l'esposizione distribuita fra piano interrato, piano terra e piani superiori, e il museo è in fase di riallestimento: le condizioni di accesso possono variare a seconda delle sale aperte. Chi si muove in sedia a rotelle, o accompagna una persona con difficoltà motorie, deve dichiararlo in fase di prenotazione e farsi indicare l'ingresso e il percorso praticabile. È l'unico modo per non fare un viaggio a vuoto.
Per chi ha difficoltà a stare in piedi a lungo, invece, una considerazione onesta: la visita guidata dura circa un'ora, e il percorso completo con i laboratori arriva a due ore e mezza. Chiedete se è possibile una versione ridotta, e mettete in conto che una sala espositiva non ha molte sedute. Il campus, però, è pieno di panchine e di prato all'ombra dei pini, e per una pausa prima o dopo è uno dei posti più tranquilli di Roma.
Quanto dura la visita al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Le indicazioni del dipartimento parlano di un percorso completo di circa due ore e mezza, mentre la visita guidata all'esposizione è di un'ora e il laboratorio sulla fluorescenza dura una quindicina di minuti. Nella pratica, per un adulto interessato, il tempo giusto è novanta minuti; per una scolaresca, un'ora e mezza compreso il laboratorio; per uno specialista che vuole guardare bene le vetrine dei minerali sistematici, mezza giornata non basta.
Il gruppo massimo è di venticinque persone. È un limite ragionevole e non va forzato: in una sala di 480 metri quadrati, con vetrine e strumenti, oltre i venticinque non si sente più la guida e non si vede più niente. Se avete una comitiva più grande, spezzatela in due turni. Meglio due gruppi contenti che uno scontento.
Biglietti e carte museali: come funziona un museo universitario
Qui bisogna essere precisi, perché è la fonte di equivoci più frequente. Il MUST non è un museo civico e non è un museo statale: è un museo universitario, di proprietà della Sapienza, incardinato nel Polo museale dell'ateneo. Da questo discendono tre conseguenze pratiche.
Prima: le carte e gli abbonamenti pensati per i musei del Comune di Roma non hanno alcuna validità qui, e nemmeno le carte del circuito statale. Non esiste tornello, non esiste circuito.
Seconda: la domenica gratuita del circuito statale, che riguarda i musei del Ministero della cultura, non riguarda questo museo, che tra l'altro è già gratuito per i visitatori singoli.
Terza: la gratuità per i singoli è reale, ma è subordinata alla prenotazione. Chi si presenta al portone senza appuntamento non entra, e non perché qualcuno sia scortese: semplicemente non c'è nessuno incaricato di accoglierlo. I gruppi fino a venticinque persone pagano 110 euro complessivi con visita guidata inclusa. Se avete letto altrove tariffe individuali diverse, in fase di prenotazione fatevi confermare l'importo insieme alla data: è il momento in cui si chiariscono tutti i dubbi con una telefonata sola.
Che cosa vedere intorno al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
La Città Universitaria è un museo a cielo aperto di architettura italiana degli anni Trenta, e attraversarla è già metà giornata. Il Rettorato di Marcello Piacentini chiude il piazzale con la Minerva bronzea di Arturo Martini; a destra e a sinistra si allineano gli istituti firmati da alcuni dei migliori architetti italiani del tempo, ciascuno con la propria interpretazione del linguaggio razionalista. La Gipsoteca della Sapienza e il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea sono a pochi passi, dentro lo stesso recinto.
Uscendo dal cancello di viale dell'Università, dieci minuti a piedi verso est portano a San Lorenzo, il quartiere operaio e universitario più vitale della zona, con la basilica di San Lorenzo fuori le Mura e il monumentale contesto museale della Sapienza alle spalle. Verso ovest, a un quarto d'ora scarso, ci sono la Biblioteca Nazionale Centrale e il quartiere Castro Pretorio, con i resti dell'accampamento dei pretoriani inglobati nelle Mura Aureliane. Verso nord, viale Regina Elena porta al complesso del Policlinico Umberto I e, poco oltre, al quartiere Nomentano.
Se avete energie e volete tenere il tema, l'Orto Botanico alla Lungara chiude il cerchio delle collezioni scientifiche della Sapienza dall'altra parte della città, mentre chi ha preso gusto ai minerali dovrebbe sapere che a Latina esiste il Museo di Arte e Giacimenti Minerari, anch'esso dell'ateneo romano.
Gli altri musei del Polo museale Sapienza
Il Polo museale Sapienza riunisce una ventina di musei, ed è, presi tutti insieme, uno dei patrimoni scientifici e archeologici più consistenti d'Italia. Dentro la Città Universitaria ci sono, oltre al MUST, il Museo di Chimica Primo Levi, il Museo di Fisica, il Museo Erbario, il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche, il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo, il Museo di Arte Classica con la sua gipsoteca, il Museo delle Origini e il Museo di Antropologia Giuseppe Sergi.
Fuori dal campus, in zona Policlinico e San Lorenzo, ci sono il Museo di Anatomia Comparata Battista Grassi di via Borelli, il Museo di Anatomia Patologica di viale Regina Elena e il Museo di Storia della Medicina di viale dell'Università. Sono musei con orari particolari e spesso su appuntamento, esattamente come questo. Il mio parere: la Sapienza possiede una ricchezza museale che nemmeno i romani conoscono, e il limite non è la qualità delle collezioni ma la difficoltà di accedervi. Chi ha la pazienza di prenotare vede cose che nei circuiti turistici non esistono.
Quando andare al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST e quando evitarlo
Il periodo migliore è l'autunno, fra ottobre e dicembre, e la primavera fra marzo e maggio: l'ateneo è in piena attività, i ricercatori ci sono, il campus è vivo e le visite si organizzano senza difficoltà. Da evitare, salvo verifica: la chiusura estiva, che nel 2026 va dal 31 luglio al 10 settembre, le settimane centrali delle sessioni d'esame di gennaio e giugno, quando il personale è impegnato, e il periodo delle feste natalizie.
All'interno della giornata, la mattina è la fascia naturale: il museo lavora sull'orario di un dipartimento universitario, non su quello di un museo turistico. Un vantaggio che nessuno considera: la Città Universitaria di primo mattino, con la luce che taglia il travertino e gli studenti che salgono dal cancello, è uno degli spettacoli urbani più belli e meno fotografati di Roma.
Occhio infine alle aperture straordinarie: il museo partecipa alle iniziative del Polo museale, come le notti dei musei e le rassegne di ateneo, e in quelle occasioni le visite si svolgono senza prenotazione, a ciclo continuo, con laboratori e seminari serali. Sono le serate migliori per una prima volta, perché si respira l'atmosfera del dipartimento in festa. Sono anche le più affollate, e se cercate silenzio e vetrine libere non fanno per voi.
Domande veloci su Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Quanto costa entrare al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Per i visitatori singoli l'ingresso è gratuito, con prenotazione obbligatoria. I gruppi fino a venticinque persone pagano 110 euro complessivi, e in quella cifra è compresa la visita guidata condotta dal personale del museo. Non esiste una biglietteria con vendita al banco: tutto passa dalla prenotazione.
Serve prenotare per visitare il MUST
Sì, sempre, e non è una formalità. La prenotazione è obbligatoria perché il museo è dentro un dipartimento universitario in attività e l'accoglienza va organizzata. Chi si presenta al portone senza appuntamento non entra. Fanno eccezione le aperture straordinarie legate a eventi di ateneo, durante le quali le visite si svolgono a ciclo continuo senza prenotazione.
Come si prenota la visita al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Al cellulare del museo, 324 8961999, attivo dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 15.30, oppure scrivendo all'indirizzo must@uniroma1.it. La segreteria prenotazioni risponde anche al numero 06 4991 4825. Per i gruppi conviene scrivere, indicando data, orario desiderato, numero di partecipanti ed eventuali esigenze di accessibilità.
Dove si trova il Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Nella Città Universitaria della Sapienza, Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma, edificio CU005, sede del Dipartimento di Scienze della Terra. Il palazzo si affaccia sul Piazzale della Minerva, lo spazio interno del campus davanti al Rettorato, e l'ingresso avviene dall'entrata di Mineralogia.
Come si arriva al MUST con i mezzi pubblici
Con la metropolitana linea B, fermate Policlinico o Castro Pretorio, entrambe a pochi minuti a piedi. In superficie servono la zona le linee 3, 19, 71, 93, 163, 310, 443, 448, 492 e 512. Da Termini le linee 310 e 492 arrivano al cancello principale, e chi preferisce camminare impiega circa venti minuti.
Quanto dura la visita al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
La visita guidata all'esposizione dura circa un'ora; il percorso completo con le attività di laboratorio si avvicina alle due ore e mezza; il laboratorio sulla fluorescenza dei minerali dura una quindicina di minuti. Per un adulto interessato, novanta minuti sono la misura giusta.
Il MUST è aperto ad agosto
No. Il museo osserva una chiusura estiva che nel 2026 va dal 31 luglio al 10 settembre. Chi vuole visitarlo in estate deve organizzarsi prima della fine di luglio oppure attendere la riapertura di settembre.
Che cosa significa la sigla MUST
MUST è l'acronimo di Museo Universitario di Scienze della Terra. È il museo nato nel 2016 dalla fusione dei tre musei storici della Sapienza dedicati a Geologia, Mineralogia e Paleontologia.
Quanti pezzi conserva il Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Oltre 35.000 campioni mineralogici, 7.000 geologici e 100.000 paleontologici, ai quali si aggiungono libri antichi, carte tematiche e strumenti scientifici storici. Molti esemplari sono unici a livello nazionale e internazionale.
Il MUST ha davvero delle meteoriti
Sì, e sono uno dei suoi punti di forza. La collezione comprende 360 campioni provenienti da 211 meteoriti differenti, di cui 112 cadute osservate e 99 ritrovamenti; trentacinque esemplari provengono da meteoriti italiane. Il museo conserva inoltre le masse principali di Bur-Gheluai, Monte Milone e Uegit, quest'ultima di 252 chilogrammi.
Si possono fare fotografie al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Le riprese per uso personale sono normalmente consentite nei musei universitari, ma le condizioni le stabilisce il personale che vi accoglie: chiedete al momento dell'ingresso, e in ogni caso rinunciate al flash, che sui vetri delle vetrine produce solo riflessi. Per le riprese professionali o per pubblicazioni serve un'autorizzazione preventiva.
Il Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST è adatto ai bambini
Sì, indicativamente dai sette anni in su, e molto di più se la visita è guidata. Meteoriti, vulcani e fossili sono argomenti che catturano l'attenzione dei ragazzi, e il laboratorio sulla fluorescenza dei minerali, quando disponibile, è il momento che ricordano più a lungo.
Il MUST è accessibile in sedia a rotelle
L'edificio risale agli anni Trenta e il museo è in fase di riallestimento, con spazi distribuiti su più livelli: le condizioni di accesso vanno verificate al momento della prenotazione, indicando le esigenze specifiche, in modo che il personale possa segnalare l'ingresso e il percorso praticabili.
Esiste un servizio in Lingua dei Segni al Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Sì. Il museo offre gratuitamente la visita in Lingua dei Segni Italiana su prenotazione. Va richiesta con anticipo, insieme alla prenotazione della data, perché richiede la presenza di un interprete.
Le carte museali di Roma valgono al MUST
No. Il MUST è un museo universitario della Sapienza, non un museo civico né statale, quindi le carte e gli abbonamenti dei circuiti comunali e ministeriali non hanno validità. La questione è comunque poco rilevante, dato che per i singoli l'ingresso è gratuito su prenotazione.
Il MUST è gratis la prima domenica del mese
La domenica gratuita riguarda i musei del circuito statale e non questo museo, che segue le regole del Polo museale Sapienza e apre su prenotazione negli orari di attività del dipartimento.
Che cosa era la mostra Terra: che sorpresa!
Era l'esposizione tematica inaugurata l'8 ottobre 2018 nella sala di circa 480 metri quadrati aperta al pubblico, oggi conclusa. Trattava la formazione del pianeta, le meteoriti, la genesi di minerali e rocce, la tettonica, il vulcanismo, l'evoluzione della vita, la fossilizzazione, i rischi geologici, l'energia e la sostenibilità ambientale.
Esiste un tour virtuale del Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Sì. Il Dipartimento di Scienze della Terra mette a disposizione online un tour virtuale delle sale e un trailer dell'esposizione, raggiungibili dalla pagina del museo sul sito del dipartimento. È utile soprattutto agli insegnanti che vogliono preparare una classe prima dell'uscita.
Chi dirige il Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
La direzione è affidata al professor Marco Romano; il curatore d'area è il professor Michele Macrì, e la segreteria con le prenotazioni fa capo a Catia Pietracatella.
Il MUST fa parte del Polo museale Sapienza
Sì, è uno dei musei del Polo museale dell'ateneo, la rete che riunisce le collezioni scientifiche, mediche e archeologiche della Sapienza, dalla Chimica alla Fisica, dall'Erbario alle Antichità Etrusche e Italiche, fino all'Orto Botanico alla Lungara.
Quanto è grande il Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Il museo si sviluppa su quattro piani per circa 4.100 metri quadrati destinati in massima parte alle esposizioni, ai quali si aggiungono circa 300 metri quadrati fra laboratori di ricerca condivisi, uffici e depositi. La porzione aperta al pubblico in questi anni è stata una sala di circa 480 metri quadrati, mentre gli altri spazi sono in riallestimento.
Che differenza c'è fra il MUST e un museo di storia naturale
Un museo di storia naturale racconta l'intero mondo vivente e minerale con un allestimento pensato per il grande pubblico; il MUST è un museo universitario di scienze della Terra, cioè un archivio di ricerca aperto alle visite, dove il valore principale sta nella completezza delle collezioni e nella loro documentazione scientifica. Il pubblico ci guadagna in profondità quello che perde in spettacolarità.
Vale la pena visitare il Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Sì, a patto di sapere che cosa si va a vedere: non un grande museo allestito e finito, ma un patrimonio scientifico di primo piano che sta tornando visibile un pezzo alla volta, raccontato da chi lo studia. Per chi ama i minerali, i fossili e la geologia, è una delle mattine più interessanti che Roma possa offrire.
Ci sono altri musei della Sapienza da vedere nello stesso giorno
Sì, e conviene approfittarne. Dentro la Città Universitaria si trovano il Museo di Chimica Primo Levi, il Museo di Fisica, il Museo Erbario, il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche, il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo, il Museo delle Origini, il Museo di Arte Classica e il Museo di Antropologia Giuseppe Sergi. Quasi tutti richiedono prenotazione: organizzate due visite nella stessa mattina e avrete una giornata memorabile.
Il mio consiglio finale sul Museo Universitario di Scienze della Terra - MUST
Se dovessi scegliere un solo museo romano da consigliare a chi sostiene che la scienza sia noiosa, sceglierei questo, e non per le dimensioni delle sale aperte, che sono modeste, ma per la qualità della materia. Un pezzo di ferro caduto dal cielo nel 1846 vicino a Tolentino, un guscio di mollusco raccolto a Monte Mario da un uomo morto nel 1946, un cristallo cresciuto in una cavità vulcanica dei Colli Albani mentre Roma non esisteva ancora: sono oggetti che parlano di scale temporali davanti alle quali le nostre faccende si ridimensionano parecchio. Prenotate, portate una lente, e chiedete alla guida di raccontarvi da dove viene la pietra di cui è fatta la città in cui vi trovate. Uscirete guardando i muri in modo diverso, che è poi l'unico risultato che vale la pena chiedere a una visita.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. A temperatura costante tutto l’anno, e sorprendentemente poco affollate.
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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
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