Museo di Anatomia comparata “Battista Grassi”

Il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi" ha sede in via Alfonso Borelli 50, 00161 Roma, dentro l'edificio storico dell'Istituto di Anatomia comparata che oggi appartiene al Dipartimento di Biologia e Biotecnologie "Charles Darwin" della Sapienza. Ci si arriva con la metropolitana linea B, fermata Policlinico, che dista poco più di cinque minuti a piedi, oppure con i tram 3 e 19 e con l'autobus 310, che percorrono viale Regina Elena e viale delle Province. L'ingresso è gratuito. Il calendario di apertura segue l'anno accademico: dal 15 settembre al 15 giugno il museo apre martedì e venerdì dalle 9.30 alle 12.30; dal 16 giugno al 17 luglio apre gli stessi due giorni ma solo la mattina e solo su prenotazione, da inoltrare entro le 12 del giorno precedente; dal 18 luglio al 14 settembre resta chiuso. Le visite guidate si prenotano scrivendo all'indirizzo del museo, museoanatomiacomparata.smfn@uniroma1.it, oppure telefonando allo 06 49918006. Prima di partire conviene sempre controllare il sito ufficiale del Polo museale Sapienza, perché in un museo universitario il calendario dipende anche dalle lezioni e dalle sessioni d'esame.

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

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Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Se cercate altre idee per una giornata romana fuori dai circuiti prevedibili, la pagina delle attrazioni turistiche raccoglie i luoghi che consiglio più spesso ai gruppi che accompagno.

Vi avviso subito su una cosa, perché è la ragione per cui vale la pena leggere il resto. Questo non è un museo di curiosità macabre e non è un gabinetto delle stranezze. È il luogo dove si insegna, da più di duecento anni, la disciplina che ha permesso a un uomo di capire come la malaria entra nel sangue umano. Quell'uomo si chiamava Giovanni Battista Grassi, teneva la cattedra proprio qui, e il museo porta il suo nome perché la sua scrivania, i suoi microscopi e i suoi manoscritti sono rimasti dove li aveva lasciati.

Dove si trova il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi" e come ci si arriva

L'indirizzo genera confusione con una certa regolarità, e la confusione ha una spiegazione. La Sapienza distribuisce il Dipartimento di Biologia e Biotecnologie "Charles Darwin" su sei edifici e sette sedi: la Zoologia è in viale dell'Università 32, dentro la Città Universitaria; la Fisiologia generale e l'Antropologia sono in viale Regina Elena 334; la sede di San Lorenzo è in via dei Sardi 70; l'Entomologia è in piazzale Valerio Massimo 6. L'Anatomia comparata, con il suo museo, occupa invece un edificio a sé, l'RM057, in via Alfonso Borelli 50. Chi digita "Sapienza" sul navigatore e punta a piazzale Aldo Moro finisce dalla parte opposta del campus e perde venti minuti buoni.

L'edificio di via Borelli che ospita il Museo di Anatomia comparata

Via Alfonso Borelli è una strada breve che collega viale Regina Elena a viale del Policlinico, nel quadrilatero costruito negli anni Venti e Trenta fra il Policlinico Umberto I e la nuova Città Universitaria. Il nome della via ricorda Giovanni Alfonso Borelli (1608-1679), il matematico e fisiologo napoletano che con il De motu animalium fondò la biomeccanica, applicando la geometria e la statica al movimento dei muscoli e delle ali. Non è una scelta casuale: siamo nella zona in cui Roma capitale ha concentrato le sue facoltà scientifiche e i suoi ospedali di insegnamento, e ogni strada porta il nome di un medico o di un naturalista.

L'edificio è un fabbricato razionalista in laterizio e travertino, con un atrio che al primo sguardo somiglia più a un dipartimento in attività che a un museo. Perché è esattamente questo: un dipartimento in attività. Passerete accanto a bacheche con gli avvisi degli esami, a studenti che escono dai laboratori, a porte con i cartelli dei gruppi di ricerca. Il museo occupa una parte del piano dell'istituto e non ha una biglietteria, non ha un bookshop, non ha un guardaroba. Ha un custode, un curatore e le chiavi delle vetrine.

Al Museo di Anatomia comparata con la metropolitana: Policlinico o Castro Pretorio

La fermata giusta è Policlinico, sulla linea B. Si esce su viale Regina Margherita, si prende viale Regina Elena verso ovest e si gira in via Borelli: sono meno di seicento metri, tutti in piano, su marciapiedi larghi. La fermata Castro Pretorio, sempre sulla linea B, è l'alternativa per chi arriva da Termini e preferisce risparmiare una fermata di metropolitana: da lì si cammina lungo viale Castro Pretorio e viale dell'Università, si costeggia la Città Universitaria e si sbuca su viale Regina Elena. Sono circa quindici minuti a passo normale, e per chi non conosce la zona è un'ottima passeggiata di avvicinamento, perché attraversa il campus monumentale progettato da Marcello Piacentini e inaugurato nel 1935.

Il mio consiglio pratico, se avete tempo: scendete a Castro Pretorio all'andata e a Policlinico al ritorno. Vedete il campus con la luce giusta della mattina e non vi trovate a camminare stanchi dopo la visita.

Tram, autobus e automobile

I tram 3 e 19 fermano lungo viale Regina Elena e viale delle Province e sono il mezzo più comodo per chi arriva da Trastevere, dall'Aventino, da San Giovanni o da piazza Risorgimento: il 19 in particolare collega Prati e il Vaticano a San Lorenzo passando da Villa Borghese, ed è una delle linee più utili della città per chi si muove fra i musei. L'autobus 310 arriva da Termini e prosegue verso Montesacro. In automobile, siete nel pieno del quartiere del Policlinico: la sosta è a pagamento e la disponibilità nelle mattine feriali è quello che è. Con un museo aperto martedì e venerdì mattina, cioè nelle ore di punta accademiche, l'automobile è la scelta peggiore possibile. Lo dico da romano che ci ha provato.

Quanto ci vuole ad arrivare al Museo di Anatomia comparata dal centro

Da Termini sono circa dieci minuti con la metro B più il tratto a piedi. Dal Colosseo, sempre linea B in direzione Rebibbia o Jonio, siamo intorno ai quindici. Da piazza Navona o dal Pantheon conviene un autobus fino a Termini e poi la metropolitana, oppure il 19 se venite dalla parte del Vaticano. In tutti i casi calcolate di arrivare entro le 11, perché l'apertura si chiude alle 12.30 e un museo di questa densità con quaranta minuti a disposizione si spreca.

Orari, prenotazione e ingresso al Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

Il primo dato da fissare è che il museo segue tre regimi diversi nel corso dell'anno, e non lo fa per capriccio: lo fa perché è una struttura didattica dentro un dipartimento universitario, il cui personale è lo stesso che tiene corsi e laboratori.

Il calendario dell'anno accademico del Museo di Anatomia comparata

Dal 15 settembre al 15 giugno, cioè per nove mesi, il museo apre martedì e venerdì dalle 9.30 alle 12.30. Sono sei ore alla settimana. Non è molto, e conviene metterselo in agenda con anticipo invece di sperare nella coincidenza fortunata. Dal 16 giugno al 17 luglio l'apertura resta nei due stessi giorni ma solo la mattina e solo per chi ha prenotato entro le 12 del giorno prima. Dal 18 luglio al 14 settembre il museo è chiuso: chi programma una visita romana ad agosto deve saperlo prima di mettersi in cammino verso via Borelli.

Aggiungo una raccomandazione che vale per tutti i musei universitari italiani: le festività e i periodi di sospensione della didattica possono modificare il calendario. Una telefonata al numero del museo la settimana prima risolve il novanta per cento dei problemi.

Come si prenota una visita guidata al Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

Le visite guidate si richiedono per posta elettronica all'indirizzo del museo. Il Polo museale Sapienza gestisce anche le prenotazioni delle scuole e dei gruppi attraverso il proprio recapito centrale, e per le classi in genere è richiesta una domanda scritta su carta intestata dell'istituto. Se venite in gruppo, scrivete con almeno due settimane di anticipo e indicate il numero esatto dei partecipanti: gli spazi sono quelli di un istituto universitario, e venticinque persone in una sala di vetrine ottocentesche sono già molte.

Il riferimento organizzativo del museo è la referente indicata dal Polo museale; la direzione scientifica è affidata al professor Mattia Toni, la curatela d'area al dottor Alessandro Aruta. Sono nomi che vale la pena conoscere, perché in questo tipo di museo la qualità della visita dipende quasi interamente da chi vi accompagna.

Quanto costa e quanto dura la visita al Museo di Anatomia comparata

L'ingresso è gratuito. Non c'è un biglietto intero e non c'è un ridotto, perché non c'è un biglietto. La visita libera, per una persona che guarda con attenzione e legge i cartellini, richiede quaranta minuti-un'ora. Con una guida che spieghi le collezioni si arriva tranquillamente a un'ora e mezza. Chi ha un interesse specifico per la storia della scienza e si ferma davanti alla sala Grassi e alla collezione di microscopi può restare anche di più, e non se ne pentirà.

Che cos'è l'anatomia comparata e perché conta davvero

Qui bisogna essere onesti: se entrate in questo museo senza sapere che cosa sia l'anatomia comparata, vedrete un corridoio di ossa. Se lo sapete, vedrete la più elegante dimostrazione visiva dell'evoluzione mai messa in fila su due file di vetrine. La differenza fra le due esperienze è tutta in una decina di minuti di lettura, e ve li offro qui.

Omologia e analogia: le due parole che spiegano tutto

L'anatomia comparata studia le somiglianze e le differenze fra le strutture corporee di specie diverse. La sua domanda fondamentale è semplice da enunciare e complicatissima da risolvere: quando due organi si assomigliano, si assomigliano perché derivano dalla stessa struttura in un antenato comune, oppure perché svolgono la stessa funzione e sono arrivati alla stessa forma per strade indipendenti?

Nel primo caso si parla di omologia. L'esempio classico è l'arto anteriore dei tetrapodi: il braccio umano, la zampa anteriore del cavallo, l'ala del pipistrello, la pinna della balena. Sotto la pelle sono la stessa cosa, con lo stesso numero di ossa disposte nello stesso ordine, omero, radio e ulna, carpo, metacarpo, falangi; cambiano le proporzioni, non l'architettura. Nel secondo caso si parla di analogia. L'ala dell'insetto e l'ala dell'uccello servono entrambe a volare, ma non hanno niente in comune nell'origine embriologica né nella struttura. L'occhio del polpo e l'occhio dei vertebrati sono un altro esempio da manuale: funzionano in modo simile, sono costruiti in modo diverso.

Il termine omologia nel senso moderno lo si deve a Richard Owen, che nel 1843 lo definì come "lo stesso organo in animali diversi sotto ogni varietà di forma e funzione". Owen, per inciso, era un antidarwiniano convinto: aveva costruito lo strumento concettuale che avrebbe dato a Darwin una delle sue prove più forti, e passò gli ultimi decenni della sua vita a combattere contro le conclusioni che quello strumento rendeva inevitabili. La storia della scienza è piena di ironie di questo tipo.

Da Cuvier a Darwin

Il padre riconosciuto della disciplina è Georges Cuvier (1769-1832), che al Muséum national d'Histoire naturelle di Parigi formulò due principi destinati a durare: la correlazione delle parti, secondo cui gli organi di un animale formano un sistema coerente per cui dalla forma di un dente si può dedurre la forma dell'apparato digerente e delle zampe, e la subordinazione dei caratteri, secondo cui alcuni tratti anatomici hanno più valore classificatorio di altri. Cuvier ricostruiva animali fossili completi partendo da un frammento, e ci prendeva. Era anche un fissista: non credeva all'evoluzione, credeva alle catastrofi che estinguevano faune intere sostituite da altre.

Fu Charles Darwin, con L'origine delle specie del 1859, a rovesciare il quadro senza cambiare i dati. Le omologie di Owen e le correlazioni di Cuvier restavano vere; cambiava la spiegazione. Gli animali si assomigliano perché discendono da antenati comuni, e differiscono perché la selezione naturale ha modificato quel patrimonio comune in direzioni diverse. Da quel momento l'anatomia comparata smette di essere una tassonomia di forme e diventa una macchina per ricostruire alberi genealogici.

Perché una disciplina dell'Ottocento serve ancora

Qualcuno obietterà che oggi la filogenesi si fa con le sequenze genetiche, e che confrontare femori sia un esercizio d'archivio. È un'obiezione che sento spesso e che merita una risposta seria. Primo: dei fossili non si estrae il DNA, salvo casi eccezionali e recentissimi; l'unica informazione disponibile su un animale di cinquanta milioni di anni fa è la sua anatomia, e per interpretarla serve un quadro comparativo. Secondo: la genomica dice quali specie sono imparentate, non dice come le strutture si sono trasformate; il passaggio dalle pinne alle zampe, dalla mandibola dei rettili agli ossicini dell'orecchio medio dei mammiferi, si racconta solo con l'anatomia. Terzo: la biologia dello sviluppo contemporanea, la cosiddetta evo-devo, ha rimesso al centro proprio il concetto di omologia, verificando che geni identici governano la costruzione di organi omologhi in specie lontanissime.

L'opinione netta ve la do: chi liquida l'anatomia comparata come disciplina superata non ha capito che cosa fa. Un museo come questo continua a essere un laboratorio, non un deposito.

Perché a Roma questa disciplina ha una tradizione così forte

La cattedra romana di anatomia comparata nasce nel primo Ottocento, in ambiente pontificio, ed è una delle più antiche d'Italia. Ha avuto titolari di statura internazionale, dal fisiologo tedesco Franz Boll allo stesso Grassi, e ha attraversato tre regimi politici e quattro sedi diverse senza perdere le sue collezioni. Il museo che visitate è la memoria materiale di quella continuità: alcune ossa che vedete nelle vetrine sono state catalogate nel 1815, quando Roma era ancora capitale dello Stato della Chiesa.

La storia del Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi", dall'Archiginnasio a via Borelli

Le collezioni di questo museo hanno più di due secoli e hanno cambiato quattro indirizzi. Ricostruirne il percorso non è un esercizio d'archivio: serve a capire perché in una vetrina romana si trovi un dente di narvalo comprato nel Seicento da un gesuita tedesco.

1805: alle origini del Museo di Anatomia comparata, la Mineralogia et Historia Naturalis

L'origine documentata risale al 1805, durante il pontificato di Pio VII, quando presso l'Archiginnasio della Sapienza, cioè il palazzo di Sant'Ivo, viene allestito un museo di Mineralogia et Historia Naturalis. Era l'epoca in cui ogni università europea si dotava di un gabinetto di storia naturale, e lo Stato pontificio non voleva restare indietro sul terreno delle scienze applicate. Fra il 1806 e il 1807 vengono istituite le prime cattedre di Anatomia comparativa veterinaria e di Zoologia.

Se volete vedere il luogo di nascita di queste raccolte, è a due passi da Corso Rinascimento: la chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza con la sua lanterna a spirale borrominiana è la cappella dell'antica università, e il cortile che la precede è il cortile dell'Archiginnasio dove queste collezioni furono ordinate per la prima volta.

Lo Stabilimento di Veterinaria e la famiglia Metaxà

Nel 1810 nasce lo Stabilimento di Veterinaria dell'Archiginnasio, diretto da Giuseppe Oddi, professore di veterinaria. Accanto a lui lavora Luigi Metaxà (1778-1842), naturalista di origine greca stabilito a Roma, che nel 1815 compila il catalogo di un "Museo Zootomico" di circa trecento oggetti. È il primo inventario noto del nucleo da cui deriva il museo attuale.

La vicenda dei Metaxà è una piccola saga familiare della scienza romana: al padre Luigi succedono i figli Telemaco (1803-1851), collaboratore e preparatore anatomico, e Temistocle, che nel 1853 firma un altro catalogo delle raccolte. Tre generazioni di preparatori in una città che allora contava pochissimi naturalisti professionisti.

Nel 1829 le collezioni vengono trasferite all'Archiginnasio romano e ordinate in due gabinetti distinti, uno di Anatomia comparata e uno di Zoologia. Nello stesso anno viene redatto un catalogo in latino, secondo l'ordine linneano: un dettaglio che dice molto sul clima intellettuale, perché la nomenclatura binomia di Linneo era ancora, in ambiente pontificio, una scelta di campo modernista. Del 1839 è il catalogo del Gabinetto di Zoologia e Anatomia comparata, che registra fra l'altro i primi reperti di cetacei.

Il pubblico ammesso fra il 1857 e il 1870

Una notizia che sorprende sempre chi la sente per la prima volta: fra il 1857 e il 1870 le raccolte erano regolarmente accessibili al pubblico, con un regolamento di visita. Il museo universitario romano, nella Roma dei papi, era già un museo aperto alla città. Non era un'idea originale di Roma, era il clima europeo dell'epoca, quello in cui si affermava la convinzione che, come si scriveva allora, si impara più con i fatti, con le operazioni e con gli esperimenti che con le speculazioni. Quella frase, letta oggi in un istituto universitario italiano, ha ancora il suo peso.

Il 1873, la separazione da Zoologia e l'eredità kircheriana

Dopo la presa di Roma e il trasferimento della capitale, l'università pontificia diventa Regia Università di Roma. La riorganizzazione del 1873 separa definitivamente l'Istituto di Anatomia comparata da quello di Zoologia. Primo direttore dell'istituto autonomo è Leone De Sanctis (1840-1901); nello stesso anno arriva a Roma il fisiologo e istologo tedesco Franz Boll (1849-1879), professore straordinario alla cattedra di anatomia e fisiologia comparata, di cui diventerà titolare nel 1877.

Nel febbraio del 1875 avviene l'evento che dà al museo la sua profondità storica: una parte delle collezioni del Museo Kircheriano del Collegio Romano, incamerate dallo Stato italiano dopo la soppressione delle corporazioni religiose, viene trasferita all'Istituto di Anatomia comparata. Fra i pezzi arrivano sedici elementi ossei di cetaceo e lo scheletro di un ippopotamo che era stato donato da papa Gregorio XVI.

Chi era Athanasius Kircher e perché conta

Athanasius Kircher (1602-1680), gesuita tedesco di Geisa, arriva a Roma nel 1633 e vi resta fino alla morte. Insegna matematica e lingue orientali al Collegio Romano, pubblica una quarantina di opere su tutto lo scibile, dalla magnetismo alla vulcanologia, dalla musica ai geroglifici egizi, e mette insieme il museo più famoso dell'Europa barocca: una raccolta enciclopedica di antichità, macchine, fossili, animali imbalsamati, minerali e stranezze naturali che i viaggiatori del Grand Tour consideravano obbligatoria quanto il Colosseo. Il gesuita Filippo Buonanni ne compilò i cataloghi a stampa nel 1709, ed è grazie a quelle pagine che oggi si può dimostrare la provenienza kircheriana di alcuni pezzi conservati in via Borelli.

Quando il Museo Kircheriano venne smembrato, le sue collezioni finirono divise fra istituzioni diverse: la parte etnografica e preistorica confluì nel museo che oggi conosciamo come Preistorico Etnografico "Luigi Pigorini", oggi al Museo delle Civiltà all'EUR; la parte naturalistica e anatomica arrivò qui. Un pezzo di quel museo barocco che tutta l'Europa veniva a vedere è dunque a duecento metri dalla metro Policlinico, in un istituto dove nessun turista pensa di entrare.

Da via Depretis alla Città Universitaria: le sedi del Museo di Anatomia comparata

Fra il 1874 e il 1929 l'istituto e le sue raccolte hanno sede nell'ex convento di Sant'Antonio, in via Depretis, alle spalle di Santa Maria Maggiore. È una sistemazione di ripiego, come lo furono per decenni quasi tutte le sedi universitarie della nuova capitale, sistemate dentro conventi requisiti. Il trasferimento nell'attuale edificio di via Borelli si compie fra il 1930 e il 1935, in coincidenza con l'inaugurazione della Città Universitaria di Piacentini.

Il 1935 è quindi la data dell'allestimento moderno: vetrine, corridoi e sale che vedete ancora oggi, con i loro armadi in legno e i loro vetri, nascono in quel momento. Ecco perché la visita ha un sapore preciso, quello di un museo scientifico degli anni Trenta: non è un difetto di manutenzione, è un documento.

Le bombe del 1943 e la ricostruzione del Museo di Anatomia comparata

Il 19 luglio 1943 l'aviazione alleata bombarda lo scalo ferroviario di San Lorenzo. È il bombardamento più noto della storia di Roma, quello che distrugge il quartiere e colpisce la basilica di San Lorenzo fuori le mura e il vicino cimitero del Verano. L'edificio dell'Anatomia comparata, che si trova a poche centinaia di metri, riporta danni. Le collezioni sopravvivono, ma la struttura resta ferita a lungo: i lavori di ristrutturazione si concentrano fra il 1955 e il 1959.

Nel 1979 il museo si costituisce come struttura autonoma. Nel 1986 viene inaugurato l'allestimento attuale della sala dei cetacei. Nel 1981 pezzi del museo erano stati prestati alla grande mostra "Cinque miliardi di anni", una delle prime operazioni italiane di divulgazione scientifica su scala nazionale.

Giovanni Battista Grassi, l'uomo che chiuse il cerchio della malaria

Se dovessi indicare la pagina più alta della scienza italiana fra Otto e Novecento, indicherei questa. E la indicherei sapendo che la maggior parte degli italiani non ne ha mai sentito parlare, il che è precisamente il motivo per cui vale la pena raccontarla per esteso.

Da Rovellasca a Pavia: la scuola di Golgi

Giovanni Battista Grassi nasce a Rovellasca, nel Comasco, il 27 marzo 1854, da Luigi e Costanza Mazzucchelli. Studia nel collegio Bolchi-Stucchi di Saronno e al liceo Volta di Como, poi nel 1872 si iscrive a medicina a Pavia, dove entra nella scuola di microscopia di Camillo Golgi, il futuro premio Nobel del 1906. Si laurea in medicina nel 1878.

Che si formi da Golgi non è un dettaglio biografico: significa che Grassi impara a vedere. Il metodo della scuola pavese era l'osservazione microscopica rigorosa, la preparazione dei tessuti, la colorazione, la verifica ripetuta. Quando anni dopo si troverà a distinguere una specie di zanzara da un'altra sulla base della disposizione delle macchie sulle ali, userà esattamente quella disciplina dell'occhio.

Catania: le anguille, le termiti, i parassiti

Nel 1883, a ventinove anni, vince il concorso per la cattedra di zoologia, anatomia e fisiologia comparata all'Università di Catania, dove resta fino al 1895. Sono dodici anni di produzione impressionante e su fronti lontanissimi fra loro.

Sulle anguille: fra il 1891 e il 1898 Grassi lavora al ciclo riproduttivo di un animale che aveva tenuto in scacco i naturalisti da Aristotele in poi. Nel 1896, a Catania, osserva la trasformazione del Leptocephalus brevirostris, che si riteneva una specie a sé, nella giovane Anguilla vulgaris. In altre parole: quel pesciolino trasparente a forma di foglia di salice che si pescava nello Stretto di Messina non era una specie, era la larva dell'anguilla. Fu una delle grandi soluzioni zoologiche dell'Ottocento.

Sulle termiti: Grassi studia per decenni il polimorfismo delle caste, cioè il fatto che dalle stesse uova nascano operaie, soldati e riproduttori con corpi profondamente diversi. Dimostra che tutte le uova deposte sono equivalenti e che la casta non è predeterminata alla nascita: sono le sostanze contenute nel cibo somministrato alle larve a indirizzare lo sviluppo. È un'intuizione che anticipa di molto la comprensione moderna dei meccanismi epigenetici e ormonali nelle società di insetti, e gli vale nel 1896 la Medaglia Darwin della Royal Society di Londra.

Sui parassiti dell'uomo: da studente descrive l'Ancylostoma, mette a punto un metodo diagnostico per l'anchilostomiasi, dimostra che l'infezione da Ascaris lumbricoides avviene per ingestione delle uova, chiarisce il ciclo della Hymenolepis nana, identifica la pulce del cane come ospite intermedio del Dipylidium caninum e riconosce che l'Entamoeba coli è un commensale innocuo dell'intestino. Con Raimondo Feletti, nel 1890, descrive i plasmodi della malaria degli uccelli e contribuisce a fissare la nomenclatura dei parassiti malarici umani, fra cui il Plasmodium vivax.

Roma, 1895: Grassi sulla cattedra di anatomia comparata

Nel 1895 Grassi passa a Roma, sulla cattedra di anatomia comparata; dal 1903 insegnerà anche entomologia agraria. È la cattedra di questo istituto, e da qui parte tutto. Il museo dove entrate è, letteralmente, il suo museo: dirige l'istituto fino alla morte.

L'estate del 1898 e il principio di specificità di Grassi

Nel luglio del 1898 Grassi riprende sistematicamente le ricerche sulla malaria con un'idea metodologica che è il vero colpo di genio della vicenda: la specificità del parassitismo. Il ragionamento è questo. Se le zanzare trasmettono la malaria, non lo faranno tutte, perché i parassiti sono notoriamente specifici e completano il proprio ciclo solo in ospiti determinati. Dunque, invece di catturare zanzare a caso e cercare parassiti dentro, si fa il contrario: si mappa il territorio italiano, si segna dove la malaria c'è e dove non c'è, si raccolgono le zanzare nelle due situazioni e si guarda quale genere è presente solo dove c'è la malattia.

È zoologia applicata alla medicina, ed è qui che pesa la formazione da naturalista. Il risultato della mappatura punta su un genere solo: Anopheles. In settembre Grassi comunica all'Accademia dei Lincei i suoi sospetti su tre specie, Anopheles claviger e due Culex; la nota si intitola La malaria propagata per mezzo di peculiari insetti.

Il 1 novembre 1898: il primo contagio sperimentale

La dimostrazione arriva con l'esperimento sull'uomo, condotto insieme ai clinici Amico Bignami e Giuseppe Bastianelli. Un volontario sano, residente in zona non malarica, viene punto da zanzare Anopheles claviger infette in condizioni controllate. Il 1 novembre 1898 si registra il primo caso di malaria contratta per puntura sperimentale; il 28 novembre il successo viene comunicato ufficialmente. Nel dicembre Grassi descrive il ciclo completo di sviluppo del plasmodio nel corpo della zanzara, comunicato ai Lincei il 22 dicembre 1898.

Nel giugno del 1899 il percorso è concluso: sono identificate tutte le specie di Anopheles responsabili della malaria umana in Italia. Nel 1900 esce il volume Studi di uno zoologo sulla malaria, pubblicato dall'Accademia dei Lincei, che riassume l'intera ricerca.

La legge di Grassi

Il risultato si condensa in una formula che i manuali di malariologia ripetono ancora: malaria uguale Anopheles più uomini infetti. Sembra ovvia. Non lo era affatto. Significa che senza uomini già infetti le zanzare non trasmettono nulla, perché il parassita entra nella zanzara solo con il pasto di sangue su un malato; e significa che dove non c'è quel genere di zanzara la malaria non può circolare, per quanti malati arrivino. Da quella formula discende tutta la politica sanitaria antimalarica del Novecento: bonifiche, larvicidi, zanzariere, chinino di Stato.

Le zanzariere di Grassi: la prova sul campo

La prova definitiva non si fa in laboratorio, si fa in mezzo alla malaria. Fra il 1899 e il 1900 Grassi organizza esperimenti di protezione meccanica: in aree endemiche, gruppi di persone protette da reti metalliche alle finestre e alle porte restano sane, mentre i vicini non protetti si ammalano. Le case cantoniere delle ferrovie, isolate in mezzo alle terre paludose e abitate da famiglie che non potevano andarsene, furono il laboratorio naturale perfetto.

In parallelo, nella primavera-estate del 1900, su iniziativa di Patrick Manson, viene costruita nel bosco di Castelfusano, presso Ostia, una capanna a prova di zanzara di modello inglese, dentro la tenuta reale. Due ricercatori della London School of Tropical Medicine, l'italiano Luigi Sambon e l'inglese George Carmichael Low, vi soggiornano per tre mesi durante la stagione epidemica insieme ai loro inservienti, e nessuno di loro contrae l'infezione mentre attorno la popolazione si ammala. Il 13 settembre 1900 Grassi telegrafa a Manson per confermare la perfetta salute degli sperimentatori.

Riflettete un istante su che cosa significa questo esperimento. Significa che la malaria, la malattia che aveva reso invivibile l'Agro romano dall'antichità, si ferma con una rete metallica. Duemila anni di paludi maledette, di ville abbandonate, di quartieri fuori le mura disertati d'estate, e la soluzione era una zanzariera più la conoscenza esatta di quale insetto tenere fuori.

L'ultima stagione di Grassi: Fiumicino

Dal 1917 Grassi si dedica al controllo della malaria nella zona di Fiumicino, dove istituisce una stazione antimalarica e studia il comportamento di volo degli anofeli, la vegetazione palustre e gli organi di senso dell'insetto. Formula l'ipotesi, poi confermata, che esistano razze di anofele che non pungono l'uomo ma altri mammiferi: è la spiegazione del cosiddetto anofelismo senza malaria, cioè della presenza di zanzare del genere giusto in zone dove la malattia non circolava. Quell'ipotesi, verificata dopo la sua morte con l'individuazione di specie gemelle dentro il complesso Anopheles maculipennis, è oggi un capitolo classico dell'entomologia medica.

Nel 1922 introduce in Italia la Gambusia, il pesciolino americano che si nutre di larve di zanzara, come strumento di lotta biologica. Nel 1908 era stato nominato senatore del Regno per meriti scientifici. Muore a Roma il 4 maggio 1925 ed è sepolto a Fiumicino, nella terra che aveva bonificato dalla malattia. Una scelta di sepoltura che dice tutto di un uomo.

Il Nobel mancato: Grassi contro Ronald Ross

Arriviamo alla parte spiacevole, e la racconto per intero perché è una delle vicende più istruttive della storia della scienza moderna.

Che cosa aveva dimostrato Ronald Ross

Ronald Ross, medico dell'esercito britannico in India, lavorava su indicazione di Patrick Manson, il fondatore della medicina tropicale, che aveva ipotizzato il ruolo delle zanzare. Nel 1897 Ross osservò in una zanzara, dopo un pasto su un malato, cisti contenenti pigmento malarico. Non seppe però identificare la specie dell'insetto: nei suoi appunti compaiono descrizioni generiche di zanzare "grigie" e "dalle ali punteggiate", senza classificazione tassonomica valida. Nel 1898 passò a studiare la malaria degli uccelli, e su quel modello dimostrò il ciclo completo del plasmodio aviario nel Culex.

Il punto è tutto qui: Ross dimostrò la trasmissione della malaria degli uccelli e ne inferì per analogia il meccanismo di quella umana. Grassi, Bignami e Bastianelli dimostrarono sperimentalmente la trasmissione della malaria umana e identificarono con precisione tassonomica il genere vettore. Sono due risultati diversi, e Grassi lo disse con una durezza che gli costò cara: le inferenze per analogia fra malattie diverse, con parassiti diversi e ospiti diversi, non hanno valore scientifico.

La polemica contro Grassi

Dal 1900 Ross avvia una campagna pubblica contro i tre ricercatori italiani. Sostiene che la sua descrizione della zanzara grigia dalle ali punteggiate avesse guidato Grassi nell'identificazione del vettore; arriva ad accusarlo di malafede sulla datazione delle comunicazioni all'Accademia dei Lincei. Grassi, che era uomo di carattere e non incline alla diplomazia, reagisce con altrettanta durezza, e il dibattito scientifico si trasforma in una rissa che occupa le riviste per anni.

L'arbitrato di Robert Koch

Qui entra il terzo protagonista. L'Accademia Reale Svedese delle Scienze, imbarazzata dalla contesa, valuta l'ipotesi di un premio condiviso e chiede un parere ad arbitro: sceglie Robert Koch, la massima autorità mondiale della microbiologia. La scelta è disastrosa. Koch aveva soggiornato in Italia nel 1898 per studiare la malaria in Maremma, nel Grossetano, e aveva avuto uno scontro metodologico frontale con Grassi; aveva inoltre respinto l'ipotesi del genere Anopheles come vettore, obiettando che quelle zanzare erano presenti anche a Berlino, dove la malaria non c'era. Era l'obiezione che Grassi avrebbe smontato con l'anofelismo senza malaria, dimostrando che Koch aveva torto.

Chiedere un arbitrato a chi era stato smentito dal candidato non è esattamente una garanzia di imparzialità.

1902: il premio va a Ross

Nel 1902 il Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina viene assegnato al solo Ronald Ross, per i lavori sulla malaria con i quali aveva mostrato come essa entra nell'organismo. Nel discorso di accettazione Ross non nomina gli studi di Grassi. Grassi non digerisce mai la decisione e per un periodo abbandona gli studi malariologici, riprendendoli solo nel 1917 con la stazione di Fiumicino. Negli anni successivi il Nobel andrà a Koch (1905) e ad Alphonse Laveran (1907), lo scopritore del plasmodio. A Grassi mai.

Come la storia della scienza giudica oggi Grassi e Ross

Gli storici della medicina considerano oggi la vicenda uno degli episodi meno nobili dell'intera storia della malariologia, e attribuiscono ai due scienziati meriti distinti e complementari: Ross ha dimostrato il ciclo del plasmodio aviario nella zanzara; Grassi, con Bignami e Bastianelli, ha identificato e provato in modo conclusivo il vettore della malaria umana. La divergenza rispecchia due filosofie scientifiche: quella empirica e intuitiva dell'inglese, quella sistematica, comparativa e sperimentale dell'italiano.

La mia opinione, e la dico chiara: la scienza non premia solo chi ha ragione, premia chi scrive in inglese, chi ha una società imperiale alle spalle e chi sa gestire la propria reputazione. Grassi aveva ragione, scriveva in italiano, non aveva un impero dietro e trattava i colleghi con una franchezza che oggi chiameremmo un problema di comunicazione. Il museo di via Borelli è, fra le altre cose, il monumento a questa ingiustizia.

La visita al Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi", sala per sala

Il percorso è compatto e si sviluppa lungo un corridoio principale e alcune sale. Non c'è un senso di visita obbligato con le frecce per terra, e questa è già una prima indicazione sul tipo di luogo: qui si entra come si entrava in un istituto universitario di ottant'anni fa.

Museo di Anatomia comparata Battista Grassi
Museo di Anatomia comparata “Battista Grassi”

Il corridoio d'ingresso del Museo di Anatomia comparata: l'ippopotamo e il capodoglio sospeso

Si comincia da un corridoio in cui sono allineati scheletri di grandi mammiferi. C'è un ippopotamo, ed è quello donato da Gregorio XVI, arrivato qui nel 1875 con il materiale kircheriano: guardatelo pensando che è passato per il Collegio Romano prima che Roma fosse italiana. E soprattutto, sopra la testa, sospeso alla volta, c'è un capodoglio.

L'effetto è quello che immaginate. In un corridoio universitario dal soffitto non altissimo, uno scheletro di Physeter macrocephalus appeso a mezz'aria è una presenza che riorganizza lo spazio. La mandibola inferiore del capodoglio, lunga e sottile, armata di denti conici che entrano in alveoli della mascella superiore, è uno degli oggetti anatomici più impressionanti che si possano vedere a Roma. Lo scheletro montato proviene da un esemplare spiaggiato a Torre di Palidoro, sul litorale a nord di Fiumicino, nel giugno del 1832.

Il consiglio che vi do davanti a questo pezzo è di guardarlo dal basso e poi di spostarvi di lato. Da sotto si legge la struttura della mandibola; di profilo si capisce la sproporzione fra il cranio enorme, che in vita ospita l'organo dello spermaceti, e la gabbia toracica relativamente modesta. È la prima lezione di anatomia comparata che il museo vi somministra senza dirvelo: il cranio del capodoglio non è grande perché contiene un cervello grande, è grande perché contiene un apparato per produrre e focalizzare il suono.

La sala dei cetacei del Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

È la sala che tutti ricordano, ed è quella che giustifica da sola il viaggio. L'allestimento attuale risale al 1986. Al centro della vicenda c'è lo scheletro di una balenottera comune (Balaenoptera physalus), una femmina arenatasi sulla costa tirrenica presso Santa Marinella nel marzo del 1866. Le misure riportate dalle fonti oscillano: la scheda scientifica della collezione indica uno scheletro di poco meno di diciannove metri, la presentazione del museo parla di un animale di circa ventidue metri. In ogni caso siamo davanti al più grande mammifero mai esposto in un museo romano, e per problemi di spazio l'allestimento del 1986 lo ha dovuto dividere in due tronconi.

Fermatevi sulle vertebre. Prese una a una, le vertebre caudali di una balenottera hanno le dimensioni di uno sgabello, e i processi trasversi che ne escono lateralmente sembrano ali. Poi guardate le pinne pettorali: dentro c'è una mano. Omero, radio, ulna, ossa del carpo, cinque dita con le falangi. La stessa mano che avete voi, moltiplicata per venti e chiusa dentro una pinna. È il caso di omologia più spettacolare che l'anatomia comparata possa mettere sotto gli occhi di un profano, e in questa sala lo si vede senza bisogno di spiegazioni.

La sala espone anche la scatola cranica di una seconda balenottera, di dimensioni ancora maggiori, uno scheletro incompleto che supera i diciannove metri, e alcuni fanoni isolati, entrati in collezione prima del 1896. I fanoni sono le lamine cornee che pendono dalla mascella superiore dei misticeti e che funzionano da filtro: la balenottera inghiotte decine di metri cubi d'acqua, li espelle spingendo con la lingua e trattiene il krill. Toccateli con lo sguardo e notate la frangia interna, sfilacciata come una spazzola: è quella che fa il lavoro.

Museo di Anatomia comparata Battista Grassi
Museo di Anatomia comparata “Battista Grassi”

Il narvalo, il tursiope e la giraffa

Nelle vetrine tematiche della sala trovate il dente di narvalo (Monodon monoceros). Non chiamatelo corno: è un canino sinistro che nel maschio cresce fuori dal labbro superiore avvitandosi in senso antiorario, e può superare i due metri. Nel Medioevo e nel Rinascimento questi denti venivano venduti in Europa come corni di unicorno a prezzi da capogiro, e si riteneva che rivelassero i veleni. I registri del museo segnalano due denti di narvalo già nel 1829: erano nelle collezioni pontificie quando ancora l'unicorno figurava nelle farmacopee.

C'è poi lo scheletro montato di un tursiope (Tursiops truncatus), il delfino comune dei nostri mari, e accanto, con una scelta espositiva che è pura anatomia comparata applicata, lo scheletro di una giraffa messo a confronto con quello del tursiope. Il motivo del confronto è una delle cose più belle che si imparino in questo museo: la giraffa e il delfino hanno lo stesso numero di vertebre cervicali. Sette. Come voi, come il topo, come il pipistrello. Nella giraffa ciascuna è lunga quanto un avambraccio; nel tursiope sono schiacciate e in parte fuse in un disco. Stessa architettura, esiti opposti. Chi ha allestito quella vetrina sapeva perfettamente quello che faceva.

La collezione cetologica del museo conta complessivamente ventotto reperti appartenenti a otto specie. Fra questi c'è un cranio di Sousa chinensis, il delfino a gobba dell'Indo-Pacifico: è uno dei due soli conservati in Italia. Ci sono tre crani di Delphinus delphis, il delfino comune. E ci sono pezzi di capodoglio con una storia sorprendente: una mandibola giovanile raccolta alla foce del Tevere fra il 1678 e il 1709, una vertebra caudale dal litorale di Maccarese databile ai primi del Settecento, organi interni essiccati provenienti da Porto San Giorgio nel 1874.

Perché tanti cetacei proprio a Roma

La domanda se la fanno tutti, ed è legittima: che ci fa una collezione cetologica di questo livello in una città che il mare ce l'ha a venticinque chilometri? La risposta è nelle correnti. Gli spiaggiamenti storici documentati si concentrano su un tratto di costa laziale di circa sessanta chilometri, fra la foce del Tevere e Civitavecchia, dove le correnti dominanti tendono a spingere a riva gli animali morti o disorientati. Maccarese, Palidoro, Santa Marinella: sono sempre gli stessi nomi, per tre secoli. L'istituto romano era il più vicino, aveva i mezzi per recuperare e preparare carcasse enormi, e nel corso dell'Ottocento ha costruito una raccolta che oggi ha un valore documentario notevole, perché registra la presenza di specie e la frequenza degli spiaggiamenti prima che il Mediterraneo cambiasse.

La sala della collezione didattica del Museo di Anatomia comparata

Questa è la sala che i visitatori distratti attraversano in trenta secondi e che invece contiene la sostanza della disciplina. I preparati sono ordinati per sistemi e apparati organici, non per specie: una vetrina degli apparati digerenti, una degli apparati respiratori, una degli scheletri assiali, una dei crani, e così via. È la logica dell'insegnamento universitario di anatomia comparata, ed è esattamente il contrario della logica di un museo di storia naturale, dove gli animali sono ordinati per gruppi zoologici.

Il vantaggio di questo ordinamento lo capite appena vi fermate. Davanti a una vetrina di crani allineati per gradi di complessità, dalla scatola cranica di un pesce a quella di un rettile, di un uccello, di un mammifero e di un primate, la trasformazione delle ossa si legge come una sequenza. Vedete le ossa mascellari che si riducono, la scatola encefalica che si gonfia, le orbite che migrano, le arcate zigomatiche che compaiono. Chi ha fatto un esame di anatomia comparata riconosce la mappa; chi non l'ha fatto capisce comunque la direzione.

Trovate qui i preparati che coprono l'intero arco dei vertebrati: pesci, con le loro strutture branchiali e le pinne; anfibi, la cerniera fra acqua e terra; rettili, con i crani che raccontano l'invenzione delle fenestre temporali; uccelli, con lo sterno carenato e le ossa pneumatizzate; mammiferi, dai roditori ai carnivori ai primati. Il vecchio inventario del museo comprende reperti di grandi mammiferi come leoni e lo stesso ippopotamo, oltre a rettili e uccelli.

Museo di Anatomia comparata Battista Grassi
Museo di Anatomia comparata “Battista Grassi”

I preparati in liquido del Museo di Anatomia comparata

Le vetrine dei preparati in liquido sono la parte del museo che divide il pubblico in due. Pesci in formalina, organi interni, embrioni, apparati completi conservati dentro barattoli di vetro con il tappo sigillato e l'etichetta scritta a mano: c'è chi le trova affascinanti e chi le trova disturbanti, e non c'è una risposta giusta.

Vale la pena però capire che cosa si guarda. La conservazione in liquido è una tecnica che nasce nel Seicento con i primi tentativi di iniezione e di conservazione alcolica, e che raggiunge la perfezione nell'Ottocento con la formaldeide. Un preparato in liquido conserva quello che uno scheletro perde: i tessuti molli, i vasi, i nervi, la disposizione reciproca degli organi. Per l'anatomia comparata è indispensabile, perché gran parte delle omologie interessanti riguarda organi che non lasciano traccia nell'osso, come il cuore, il rene o l'apparato riproduttore.

Alcuni di questi barattoli sono antichi, e il liquido al loro interno è stato rabboccato per generazioni. Se guardate le etichette vedete calligrafie diverse sovrapposte nel tempo: è la firma di un museo che non è mai stato abbandonato.

Le vetrine storiche in legno

Una parola sull'arredo, perché merita attenzione quanto il contenuto. Gli armadi espositivi sono in legno con vetri grandi, montanti sottili, serrature a chiave, ripiani regolabili: il tipo di vetrina che l'Europa scientifica ha usato dalla metà dell'Ottocento agli anni Cinquanta del Novecento. Alcuni pezzi risalgono all'allestimento del 1935, altri sono più antichi e hanno seguito le collezioni nei traslochi.

Il valore di queste vetrine è duplice. Da un lato sono documenti di museografia: raccontano come si esponeva la scienza in un'epoca in cui l'esposizione era un atto di classificazione, non di narrazione. Dall'altro sono la ragione per cui la visita ha il carattere che ha. In un museo riallestito con pannelli retroilluminati e schermi, questi stessi reperti sarebbero più leggibili e infinitamente meno emozionanti. La mia opinione è che qui il vecchio allestimento sia un patrimonio, non un ritardo: guai a chi lo tocca.

La sala Grassi

È il cuore documentario del museo e la sala che consiglio di lasciare per ultima, quando avete già in testa il resto. La sala ricostruisce il tavolo di lavoro di fine Ottocento con gli strumenti e gli arredi appartenuti a Battista Grassi, direttore dell'istituto dal 1896 fino alla morte. Non è una scenografia inventata: sono i suoi oggetti.

Accanto agli strumenti sono esposti manoscritti e cimeli dello scienziato. Il fondo archivistico Grassi conservato alla Sapienza è enorme: l'inventario, compilato nel 1998, registra 1.341 documenti di corrispondenza per 2.142 carte, dal 1883 al 1932, distribuiti in ventisei buste, oltre ai pezzi museali. Contiene le carte della campagna antimalarica, con i registri dei pazienti e delle somministrazioni di chinino dell'esperimento del 1901 a Ostia; i diari di osservazione sulla filossera raccolti all'osservatorio di Fauglia fra il 1906 e il 1910; le note oceanografiche sui pesci abissali e i decenni di ricerca sui murenoidi.

Nella stessa sala sono esposti modelli anatomici antichi: le cartapeste scomponibili di Jérome Auzoux e i modelli in cera di Adolf e Friedrich Ziegler, insieme a cere anatomiche tedesche della seconda metà dell'Ottocento. Ci torno fra poco, perché meritano un capitolo a parte.

Le sale dei microscopi del Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

La collezione di strumenti per la microscopia è una delle più interessanti d'Italia e copre un arco che va dalla fine del Settecento ai microscopi elettronici a trasmissione e a scansione. Nel mezzo ci sono microscopi ottici composti di fattura inglese, francese e tedesca, microtomi per il taglio dei preparati istologici, apparati microfotografici, lenti, oculari, casse di legno con gli accessori nei loro alloggiamenti sagomati.

Il punto di partenza ideale della collezione è il tipo di strumento associato ad Antoni van Leeuwenhoek (1632-1723), il mercante di tessuti di Delft che con lenti sferiche molate a mano raggiunse ingrandimenti di centinaia di diametri e fu il primo a vedere batteri, spermatozoi e protozoi. Il microscopio di Leeuwenhoek non somiglia affatto all'idea che abbiamo di un microscopio: è una placchetta metallica poco più grande di un pollice, con una lente minuscola incastonata e una vite per avvicinare il campione. Sembra un giocattolo. Con quel giocattolo si è aperta la microbiologia.

Attraversare queste vetrine in ordine cronologico significa vedere l'evoluzione di uno strumento e, insieme, l'evoluzione di quello che gli scienziati potevano permettersi di sapere. Il salto dal microscopio ottico al microscopio elettronico, negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, è il momento in cui la biologia smette di guardare le cellule e comincia a guardare dentro le cellule. Per un istituto che aveva formato Grassi alla scuola di Golgi, quel salto ha un significato particolare.

La postazione multimediale

Il museo dispone anche di apparati audiovisivi in una sala multimediale. È un complemento utile soprattutto per le scolaresche, e non toglie nulla al carattere del percorso.

I modelli di Auzoux e le cere Ziegler del Museo di Anatomia comparata

Nella sala Grassi e in altre vetrine trovate oggetti che meritano di essere riconosciuti per quello che sono, e che il visitatore medio scambia per riproduzioni didattiche moderne. Non lo sono affatto.

L'anatomia clastica di Auzoux

Louis Thomas Jérôme Auzoux (1797-1880) era un medico francese laureato nel 1818, che aveva lavorato all'Hôtel-Dieu di Parigi e che risolse un problema pratico enorme: i cadaveri per l'insegnamento anatomico erano pochi, costosi, deperibili e, in molte città, oggetto di divieti religiosi e di polemiche pubbliche. Auzoux inventò i modelli di anatomia clastica, dal greco klastós, spezzato: riproduzioni interamente smontabili, pezzo per pezzo, fino agli strati profondi.

La tecnica era un segreto industriale. La pasta di base univa carta, colla e polvere di sughero, pressata dentro stampi; per gli organi più semplici Auzoux sovrapponeva strati di carta colorata imbevuta di colla. Il sughero era l'ingrediente decisivo, perché dava leggerezza e permetteva al modello di reggere migliaia di smontaggi senza sbriciolarsi. Vene, arterie e nervi erano fili metallici rivestiti di tessuto e dipinti. Ogni parte portava la propria denominazione anatomica scritta sopra, in modo che il modello fosse anche il proprio manuale.

Auzoux aprì la sua bottega a Saint-Aubin-d'Écrosville nel 1827 e una sede parigina nel 1833; nel 1868 impiegava più di ottanta persone e spediva centinaia di pezzi all'anno in tutto il mondo. L'azienda ha chiuso nei primi anni Duemila. Il museo romano acquisì preparazioni Auzoux di zootomia clastica, cioè modelli di animali e non di uomo, fra il 1855 e il 1867: riproducevano gli apparati interni con elementi mobili e componibili.

Quando ne vedete uno, provate a immaginare la scena didattica per cui era stato costruito: un professore che apre il modello davanti a cinquanta studenti, estrae il fegato, mostra il decorso di un vaso, rimonta tutto. Nel 1860 era tecnologia d'avanguardia.

Le cere degli Ziegler

Adolf Ziegler (1820-1889) e il figlio Friedrich lavorarono a Friburgo in Brisgovia e portarono la ceroplastica scientifica al suo punto più alto. La loro specialità erano le serie embriologiche: sequenze di modelli in cera che mostrano lo sviluppo di un embrione stadio per stadio, ricostruite a partire dalle sezioni istologiche e ingrandite di decine di volte.

Il valore scientifico di quelle serie è enorme, perché rendono tridimensionale un'informazione che sui vetrini è bidimensionale, e perché fissano una interpretazione: nel modello lo studioso decide che cosa è un abbozzo di organo e che cosa è un artefatto di taglio. Le cere Ziegler furono lo strumento con cui l'embriologia comparata si insegnò in mezza Europa fra Otto e Novecento, ed erano il supporto materiale delle teorie sulla ricapitolazione dello sviluppo, quelle che sostenevano che l'ontogenesi ripetesse la filogenesi. La teoria nella sua forma rigida è caduta; i modelli restano oggetti di straordinaria bellezza.

Le cere anatomiche tedesche della seconda metà dell'Ottocento conservate nella sala Grassi appartengono a questa tradizione. Sono fragili, sensibili al calore e alla luce, e per questo raramente vengono spostate. Un motivo in più per vederle dove sono.

Una curiosità su Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

In questo istituto è stata scoperta la molecola che vi permette di vedere al buio. Non è un modo di dire.

Franz Christian Boll, nato a Neubrandenburg il 26 febbraio 1849, arrivò a Roma nel 1873 come professore straordinario alla cattedra di anatomia e fisiologia comparata, la cattedra di questo istituto, e ne divenne titolare nel 1877. Aveva ventiquattro anni quando prese servizio. Nel 1876 pubblicò sugli atti dell'Accademia dei Lincei uno studio intitolato Sull'anatomia e la fisiologia della retina in cui annunciava una scoperta che avrebbe cambiato la fisiologia della visione: la retina degli animali contiene una sostanza colorata, la porpora retinica, che scompare per azione della luce bianca e si rigenera al buio.

Quella sostanza è la rodopsina, il pigmento dei bastoncelli, la proteina che rende possibile la visione in condizioni di scarsa illuminazione. Boll aveva individuato il meccanismo di base della fotorecezione: la luce colpisce una molecola, la molecola cambia forma, il cambiamento genera un segnale nervoso. Su quella scoperta si costruirà l'intera biochimica della visione, fino ai Nobel del Novecento a Wald, Hartline e Granit.

Boll morì a Roma il 19 dicembre 1879, a trent'anni, di tubercolosi. Aveva avuto sei anni di cattedra romana e in quei sei anni aveva firmato una delle scoperte fondamentali della fisiologia moderna. La cattedra che occupava sarebbe passata, sedici anni più tardi, a Giovanni Battista Grassi.

Fermatevi un attimo su questo. Una singola cattedra universitaria romana, in un istituto che oggi nessuna guida turistica segnala, ha prodotto in vent'anni la scoperta del pigmento visivo e la dimostrazione del ciclo della malaria umana. Se questo museo fosse a Londra o a Vienna ci sarebbe la fila.

Il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi" e il Polo museale Sapienza

Il museo appartiene al Polo museale Sapienza, la struttura che coordina le collezioni universitarie dell'ateneo romano: sul sito ufficiale ne sono elencate diciannove, distribuite fra la Città Universitaria di piazzale Aldo Moro, gli edifici delle vicinanze e alcune sedi esterne, fino a Latina. Gli uffici del Polo sono in piazzale Aldo Moro 5, nell'edificio CU011.

Il senso di questo coordinamento è pratico prima che amministrativo. I musei universitari italiani soffrono da decenni di un problema strutturale: nascono come strumenti didattici dentro istituti, dipendono dal personale scientifico di quegli istituti, non hanno un bilancio autonomo e quasi mai un organico dedicato all'accoglienza. Il risultato è che collezioni di valore internazionale restano aperte poche ore alla settimana. Un polo museale serve a mettere in comune prenotazioni, comunicazione, iniziative e visibilità, e a far sì che una scolaresca possa organizzare una mattinata su tre musei invece che su uno.

Il Maggio Museale e la Notte Europea dei Musei

Una volta l'anno, in occasione della Notte Europea dei Musei, il Polo museale Sapienza apre le sue collezioni con un programma serale e straordinario che va sotto il nome di Maggio Museale. È l'occasione migliore dell'anno per vedere in una sola giornata musei che nel resto dell'anno aprono in mattinate diverse e in giorni diversi. Se la vostra visita a Roma cade a maggio, controllate il programma: è una di quelle occasioni che i romani stessi si lasciano sfuggire.

Gli altri musei scientifici intorno al Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

Il vantaggio maggiore di una visita in via Borelli è che siete dentro la più grande concentrazione di musei scientifici universitari d'Italia, e nel raggio di dieci minuti a piedi avete altre collezioni notevoli. Vi elenco quelle che consiglio, con l'avvertenza di controllare sempre gli orari, perché ciascuna ha il suo calendario.

Il Museo di Anatomia patologica

Il Museo di Anatomia patologica ha sede in viale Regina Elena 324, dentro il complesso del Policlinico, e conserva una delle raccolte di preparati patologici più importanti d'Europa. È il complemento naturale dell'Anatomia comparata: qui si guarda come sono fatti i corpi normali di specie diverse, là come si deforma un corpo malato. Vi avviso che è una visita di tutt'altro impatto emotivo, e non è per tutti.

Il Museo di Antropologia "Giuseppe Sergi"

Il Museo di Antropologia "Giuseppe Sergi" conserva collezioni osteologiche e paleoantropologiche di rilievo internazionale e si trova nella Città Universitaria. Sergi fu una figura centrale e controversa dell'antropologia italiana fra Otto e Novecento, e le sue raccolte raccontano anche la storia delle idee sulla varietà umana, con tutte le sue derive.

Il Museo di Storia della Medicina

Il Museo di Storia della Medicina è in viale dell'Università 34/A e racconta l'evoluzione delle pratiche mediche dall'antichità al Novecento, con farmacie ricostruite, strumentari chirurgici e materiale iconografico. Per chi si interessa alla vicenda di Grassi è la tappa più coerente da abbinare, perché contestualizza la medicina italiana dell'epoca.

Erbario, Chimica, Fisica, Scienze della Terra

Nella Città Universitaria trovate anche il Museo Erbario, con centinaia di migliaia di campioni vegetali essiccati; il Museo di Chimica "Primo Levi", con strumentazione e reagentari storici; il Museo di Fisica, che conserva gli apparati della scuola romana di via Panisperna; il Museo Universitario di Scienze della Terra, con minerali, rocce e fossili. Ci sono poi il Museo di Antichità Etrusche e Italiche, il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo, il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea e la Gipsoteca del Museo dell'Arte Classica, che conserva una delle maggiori raccolte di calchi al mondo. Fuori dal campus, il Polo comprende anche l'Orto Botanico alle pendici del Gianicolo e il Museo di Arte e Giacimenti Minerari a Latina.

La differenza con il Museo Civico di Zoologia

Una precisazione che evita equivoci frequenti: il Museo Civico di Zoologia di via Aldrovandi, accanto a Villa Borghese, è un museo comunale ed è un'altra cosa. Lì trovate la zoologia sistematica, i grandi diorami, le collezioni ornitologiche e un allestimento pensato per il pubblico generalista e per i bambini. Qui trovate l'anatomia, cioè la struttura interna, in un allestimento pensato per gli studenti universitari. Se avete una giornata sola e viaggiate con bambini piccoli, andate a via Aldrovandi; se vi interessa l'evoluzione delle forme e la storia della scienza, venite in via Borelli.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

Quello che nessuno vi dice è che qui la differenza fra una visita mediocre e una visita memorabile non dipende dal museo: dipende da voi, e si decide una settimana prima con una mail.

I cartellini di questo museo sono, per la maggior parte, cartellini scientifici: nome della specie, provenienza, numero di inventario. Non sono pannelli narrativi. Un visitatore che entra senza preparazione e senza accompagnamento vede una serie di ossa correttamente etichettate e se ne va dopo venti minuti convinto di avere visto un magazzino. Un visitatore che ha prenotato la visita guidata scrivendo all'indirizzo del museo, o che è arrivato avendo letto la storia di Grassi e sapendo che cosa siano un'omologia e un fanone, esce con la sensazione di avere capito qualcosa di grosso. È lo stesso museo. Cambia la chiave.

La seconda cosa che nessuno vi dice riguarda il calendario, ed è la ragione per cui molte persone arrivano in via Borelli e trovano il portone chiuso. Il museo chiude dal 18 luglio al 14 settembre: due mesi pieni, cioè esattamente il periodo in cui la maggior parte dei visitatori stranieri passa per Roma. Fra il 16 giugno e il 17 luglio si entra solo prenotando entro le 12 del giorno prima. Nei nove mesi restanti si apre due mattine alla settimana. Sono, in tutto l'anno, poco più di duecento ore di apertura. Trattatele con il rispetto che meritano: segnatevi il giorno, arrivate presto, e se potete portatevi qualcuno che vi spieghi.

La terza cosa riguarda l'edificio. Non cercate un ingresso monumentale, un'insegna luminosa o una biglietteria: siete in un dipartimento universitario in attività, e l'accesso passa dal portone dell'istituto. Non aspettatevi bookshop, guardaroba o caffetteria. Prendete un caffè prima, in uno dei bar di viale Regina Elena, e presentatevi con le mani libere.

Il consiglio che ti do per visitare Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

Il consiglio è uno solo e ve lo do in forma di programma, perché così funziona meglio.

Scegliete un venerdì mattina di ottobre, novembre, marzo o aprile. Sono i mesi in cui l'università è pienamente in attività, il museo apre regolarmente e la luce naturale che entra dalle finestre alte è al suo meglio, la mattina, sul corridoio degli scheletri. Prenotate con almeno una settimana di anticipo scrivendo all'indirizzo del museo e chiedete esplicitamente un accompagnamento: la struttura è piccola, e una richiesta cortese e motivata viene quasi sempre accolta.

Arrivate alle 9.30 spaccate. Con la chiusura alle 12.30 e un percorso che merita almeno un'ora e mezza fatta bene, presentarsi alle 11.30 significa correre. Scendete a Policlinico sulla linea B e non prendete l'automobile.

Preparatevi mezz'ora prima. Leggete due cose: che cosa distingue un'omologia da un'analogia, e la sequenza degli esperimenti di Grassi del 1898. Con questi due strumenti in testa, la sala didattica e la sala Grassi si aprono come un libro. Senza, restano due stanze di vetrine.

Fate il percorso in questo ordine: corridoio d'ingresso con l'ippopotamo e il capodoglio, sala didattica per capire il metodo, sala dei cetacei per lo spettacolo, sale dei microscopi, e per ultima la sala Grassi. Chiudere con la scrivania dello scienziato dopo avere visto tutto il resto dà alla visita un finale che nessun museo riallestito riesce a costruire.

Abbinate una seconda tappa. Nella stessa mattina non ci riuscite, perché gli orari degli altri musei della Sapienza sono diversi, ma nel pomeriggio potete puntare al Museo di Storia della Medicina o al Museo Civico di Zoologia, oppure fare una passeggiata a San Lorenzo, che è a dieci minuti e vale il tempo che le date.

Aggiungo l'opinione impopolare: se avete solo tre giorni a Roma e non siete mai stati ai Musei Vaticani, questo museo non è la vostra priorità e chi vi dice il contrario vi sta vendendo dell'originalità. Ma se Roma la conoscete, se ci tornate, se avete già fatto il giro dei capolavori e cercate una mattina che vi resti in testa, allora via Borelli 50 è uno dei tre o quattro indirizzi che vi consiglierei senza esitazione.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che Roma era una città malarica. Pochissimi collegano quel fatto a quello che vedono in giro per la città, e quasi nessuno lo collega a questo museo.

La parola stessa lo dice: malaria, cioè mala aria, l'aria cattiva che si riteneva salisse dalle paludi. Per secoli si è creduto che la febbre venisse dalle esalazioni del terreno umido, e la teoria dei miasmi ha retto fino alla fine dell'Ottocento. Era una teoria sbagliata che dava consigli giusti: evitare le zone paludose, dormire ai piani alti, chiudere le finestre di notte. Funzionava perché per caso teneva lontane le zanzare.

Le conseguenze urbanistiche sono sotto i vostri occhi ogni volta che camminate per Roma. Il disabitato, cioè l'enorme area dentro le Mura Aureliane rimasta vuota per un millennio, era vuoto anche per questo. Le famiglie che potevano permetterselo lasciavano la città in estate. L'Agro romano restava spopolato e coltivato a pascolo estensivo, con i butteri e i casali fortificati, invece che a orti e giardini come le campagne di altre capitali europee. I viaggiatori del Grand Tour venivano avvertiti di non pernottare fuori le mura fra giugno e settembre, e alcuni di loro ci lasciarono la vita: la febbre romana è un topos della letteratura di viaggio ottocentesca e arriva fino a Daisy Miller di Henry James, dove la protagonista si ammala dopo una notte al Colosseo.

Le bonifiche dell'Agro romano e poi dell'Agro pontino, l'uso del chinino di Stato distribuito nelle campagne, le case cantoniere con le reti alle finestre, e infine i programmi di disinfestazione del secondo dopoguerra hanno chiuso la partita: l'Italia è stata dichiarata libera dalla malaria nel 1970. Fra la teoria dei miasmi e quel traguardo c'è la catena di scoperte che parte da Laveran, che nel 1880 vede il parassita nel sangue, passa per Ross, che nel 1897-98 dimostra il ciclo nella zanzara sul modello aviario, e si chiude in questo istituto con Grassi, Bignami e Bastianelli, che identificano il vettore umano e ne dimostrano sperimentalmente la trasmissione.

Poi ci si ricorda che la malaria non è un capitolo chiuso per il pianeta: continua a uccidere centinaia di migliaia di persone all'anno, quasi tutte bambini, quasi tutte in Africa subsahariana. Il che rende la vetrina della sala Grassi qualcosa di più di un cimelio.

La foto giusta da fare a Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

La foto è una sola e la sbagliano quasi tutti: il capodoglio sospeso alla volta del corridoio d'ingresso, ripreso dal basso, tenendo dentro l'inquadratura una porzione del soffitto e la prospettiva del corridoio che fugge.

La ragione tecnica è che quello scheletro, fotografato di lato come si fa d'istinto, diventa un oggetto piatto e illeggibile, un intreccio di ossa chiare su fondo chiaro. Fotografato dal basso con un grandangolo, invece, la mandibola punta verso l'obiettivo, le vertebre si dispongono in profondità e il soffitto dà la scala. Mettetevi quasi sotto l'animale, tenete la fotocamera a livello del petto puntata verso l'alto, e cercate di far entrare in un angolo dell'inquadratura una porta, una vetrina o un termosifone: serve un elemento umano riconoscibile, altrimenti chi guarda non capisce quanto è grande.

La seconda foto che consiglio è dettagliata e va fatta in sala cetacei: la pinna pettorale della balenottera, inquadrata da vicino in modo che si vedano le falangi. È l'immagine che spiega l'evoluzione senza una parola di didascalia, e vale più di dieci scatti panoramici.

La terza, se avete pazienza, è nella sala Grassi: il piano del tavolo di lavoro con il microscopio e le carte, fotografato di taglio con la luce radente della finestra. Composizione da natura morta e contenuto storico notevole.

Le regole di comportamento sono quelle di ogni museo scientifico: niente flash, perché le cere e i preparati in liquido sono sensibili alla luce e al calore, niente treppiede fra le vetrine di un istituto in attività, e prima di scattare chiedete al personale se ci sono limitazioni. Nei musei universitari la risposta di solito è cortese e affermativa, ma la domanda va fatta.

Ultima annotazione: la luce naturale in questo museo è buona la mattina, che è l'unico momento in cui si può entrare. Alzate la sensibilità, aprite il diaframma e lasciate perdere l'idea di illuminare uno scheletro di diciotto metri con il flash del telefono.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Questo museo non ha ospitato battaglie né conclavi, ma nelle sue stanze e nelle sue collezioni sono passati alcuni momenti che valgono più di un fatto d'arme.

1875: le collezioni kircheriane arrivano al Museo di Anatomia comparata

Nel febbraio 1875, cinque anni dopo la presa di Roma, i pezzi naturalistici del Museo Kircheriano del Collegio Romano entrano nell'Istituto di Anatomia comparata: sedici elementi ossei di cetaceo, lo scheletro dell'ippopotamo donato da Gregorio XVI, altro materiale. È il momento in cui la scienza laica dello Stato italiano eredita materialmente il museo simbolo della cultura gesuitica barocca. Un passaggio di consegne che non fu solo amministrativo.

1876: la scoperta della porpora retinica

Franz Boll annuncia ai Lincei la scoperta del pigmento visivo, condotta su questa cattedra. È il fondamento della biochimica della visione.

1898-1899: la dimostrazione del ciclo della malaria

Dalla cattedra di anatomia comparata di questo istituto Grassi conduce, insieme a Bignami e Bastianelli, la serie di esperimenti che porta al primo contagio sperimentale del 1 novembre 1898, alla comunicazione ai Lincei del 22 dicembre 1898 sul ciclo completo del plasmodio nell'Anopheles, e alla identificazione, nel giugno 1899, di tutte le specie vettrici italiane. È il fatto storico più rilevante mai avvenuto in questo indirizzo, e uno dei più rilevanti della storia della medicina italiana.

1900-1901: le prove sul campo e la campagna antimalarica

Le carte del fondo Grassi conservate alla Sapienza documentano la campagna antimalarica e l'esperimento condotto a Ostia nel 1901, con i registri dei pazienti e delle somministrazioni. Nello stesso periodo, nel bosco di Castelfusano, la capanna schermata di Sambon e Low dimostra che la protezione meccanica basta a evitare il contagio.

1935: il Museo di Anatomia comparata inaugura la sede di via Borelli

Fra il 1930 e il 1935 istituto e museo si trasferiscono nella sede attuale, in coincidenza con l'apertura della Città Universitaria. L'allestimento nato allora è, in larga parte, quello che vedete.

19 luglio 1943: le bombe su San Lorenzo

Il bombardamento dello scalo di San Lorenzo colpisce il quartiere e danneggia anche l'edificio dell'istituto. Le collezioni si salvano; la struttura verrà ristrutturata fra il 1955 e il 1959. Vale la pena ricordarlo mentre si guarda una vetrina intatta del 1935.

1979 e 1986: autonomia e nuova sala dei cetacei

Nel 1979 il museo si costituisce come struttura autonoma; nel 1986 viene inaugurato l'allestimento della sala dei cetacei, quello che consente oggi di vedere la balenottera di Santa Marinella. Nel 1981 alcuni pezzi erano stati prestati alla mostra nazionale "Cinque miliardi di anni".

2022: la riapertura al pubblico del Museo di Anatomia comparata

Dopo la lunga interruzione delle aperture pubbliche legata all'emergenza sanitaria, il museo torna accessibile al pubblico dal 29 marzo 2022, inizialmente il martedì mattina e con ingresso gratuito. Da lì si è arrivati al calendario attuale su due mattine settimanali.

Chi è passato da Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

Le persone che hanno lavorato in questo istituto formano un elenco che in qualunque altro paese europeo sarebbe materia di targhe commemorative.

Giovanni Battista Grassi

Titolare della cattedra dal 1895 e direttore dell'istituto dal 1896 alla morte, nel 1925. Senatore del Regno dal 1908, medaglia Darwin della Royal Society nel 1896, autore delle ricerche sulla malaria, sulle anguille, sulle termiti e sulla filossera. La sala che porta il suo nome conserva la sua scrivania e i suoi strumenti.

Franz Christian Boll

Sulla stessa cattedra dal 1873 al 1879, scopritore della porpora retinica. Un fisiologo tedesco di formazione berlinese, allievo di quella scuola, che scelse Roma e vi morì a trent'anni.

Amico Bignami e Giuseppe Bastianelli

I due clinici che con Grassi condussero gli esperimenti decisivi del 1898. Bignami era anatomopatologo e docente romano; Bastianelli, medico e malariologo, avrebbe avuto una lunga carriera e sarebbe diventato una delle figure di riferimento della medicina italiana del Novecento. Il loro nome, nella vicenda del Nobel, è stato dimenticato ancora più di quello di Grassi.

Leone De Sanctis, i Metaxà, Giuseppe Ponzi, Vincenzo Diorio

Leone De Sanctis (1840-1901) fu il primo direttore dell'istituto autonomo, dal 1873. Prima di lui, nel lungo periodo pontificio, avevano costruito le collezioni Giuseppe Oddi, professore di veterinaria, e la famiglia Metaxà, con Luigi, Telemaco e Temistocle, autori dei cataloghi del 1815, del 1839 e del 1853. Giuseppe Ponzi (1806-1885), professore di zoologia, paleontologia e geologia, fu una figura centrale della scienza romana del secondo Ottocento; Vincenzo Diorio (1828-1875) ampliò notevolmente le raccolte zoologiche.

Robert Koch, in Italia

Il microbiologo tedesco, premio Nobel nel 1905, soggiornò in Italia nel 1898 per studiare la malaria in Maremma e ebbe con Grassi uno scontro metodologico che avrebbe pesato quattro anni dopo sull'assegnazione del Nobel. Non è documentato che entrasse in queste sale, ma la sua ombra su questa storia è lunga.

Luigi Sambon, George Carmichael Low, Patrick Manson

Il trio britannico della London School of Tropical Medicine entra nella vicenda romana dall'esterno: Manson concepì la capanna schermata di Castelfusano, Sambon e Low la abitarono per tre mesi nell'estate del 1900. Sambon era italiano di nascita e figlio di un medico romano, e fece da ponte fra le due scuole in un momento in cui il ponte era tutto quello che restava.

Gli studenti

Vale la pena chiudere questo elenco con i senza nome. Da questo museo sono passate, in duecento anni, decine di migliaia di matricole di medicina, veterinaria, scienze naturali e scienze biologiche. Le vetrine che state guardando sono state costruite per loro, e il fatto che siano ancora usate a questo scopo è la ragione per cui il museo è vivo e non imbalsamato.

La funzione didattica del Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

Bisogna dirlo con chiarezza, perché cambia il modo in cui si guarda ogni vetrina: questo è, prima di tutto, uno strumento di insegnamento. La sala della collezione didattica non è una ricostruzione storica di come si insegnava, è il materiale con cui si insegna adesso, agli studenti dei corsi di Scienze biologiche e delle lauree affini.

Che cosa significa studiare su un preparato del Museo di Anatomia comparata

Un modello tridimensionale digitale ruota, si sfoglia, si annota. Un preparato reale no: ha una sola scala, una sola posizione, la sua consistenza e i suoi difetti. Ed è precisamente per questo che serve. Uno studente che ha visto una sola volta il cranio vero di un coccodrillo capisce il rapporto fra le fenestre temporali e i muscoli della mandibola in un modo che nessuna animazione riproduce, perché ha percepito il peso, lo spessore dell'osso, la profondità reale delle cavità.

Nella didattica dell'anatomia comparata questa concretezza vale doppio, perché la disciplina si fonda sul confronto: bisogna avere davanti, contemporaneamente, il cranio del pesce, quello dell'anfibio, quello del rettile e quello del mammifero, e passare l'occhio dall'uno all'altro. È esattamente quello che una vetrina di museo permette e uno schermo non permette.

Il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi" come archivio di ricerca

C'è poi una funzione che i visitatori ignorano quasi sempre: le collezioni museali sono materiale di ricerca. Un cranio di Sousa chinensis raccolto nell'Ottocento oggi è un dato sulla distribuzione storica della specie; una serie di spiaggiamenti documentati dal Seicento in poi è una serie temporale utilizzabile per studi ecologici; i fanoni conservati prima del 1896 possono fornire informazioni sulla dieta e sull'ambiente marino di quel periodo. Le collezioni storiche di storia naturale sono diventate, negli ultimi vent'anni, una delle fonti più preziose per la biologia della conservazione, perché contengono informazioni su un mondo che non esiste più e che nessuno può più andare a campionare.

Il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi" con i bambini e con i ragazzi

Domanda legittima e risposta articolata, perché dipende molto dall'età.

Sotto i sei anni: sconsigliato. Non ci sono percorsi tattili, non ci sono attività, il registro dei cartellini è tecnico e gli spazi sono quelli di un istituto. Un bambino piccolo si annoia in dieci minuti, e i pochi che invece si entusiasmano davanti al capodoglio poi vogliono toccare le vetrine, cosa che comprensibilmente non si può fare.

Fra i sette e i dieci anni: può funzionare benissimo, ma solo con un adulto che racconti. Il capodoglio appeso e la balenottera hanno un effetto immediato su qualunque bambino, e la storia delle zanzare che trasmettono una malattia è narrativamente perfetta a quell'età. Il segreto è trasformare la visita in una caccia: trovare la mano dentro la pinna, contare le vertebre del collo della giraffa, cercare il dente di narvalo e raccontare l'unicorno.

Dagli undici anni in su: ottimo, e per i ragazzi delle medie e del biennio delle superiori è una delle visite più efficaci che si possano fare a Roma, perché tocca insieme evoluzione, storia della scienza e educazione alla salute. Per le classi, la prenotazione va richiesta per iscritto e in genere occorre la domanda su carta intestata della scuola firmata dal dirigente.

Un avvertimento sui preparati in liquido: alcuni bambini li trovano affascinanti, altri li trovano spiacevoli. Se sapete che vostro figlio è impressionabile, entrate voi per primi in quella sala e valutate.

Accessibilità, servizi e regole del Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

Il museo occupa spazi di un edificio universitario degli anni Trenta. Per le informazioni puntuali sull'accessibilità con sedia a rotelle, sulla presenza di ascensori e sui servizi disponibili, il canale corretto è la telefonata o la mail al museo prima della visita: chi risponde conosce l'edificio e vi dice esattamente che cosa aspettarvi, cosa che nessuna pagina web può fare con precisione. Il portale del Comune di Roma dedicato all'accessibilità dei luoghi culturali fornisce inoltre schede informative sui musei cittadini.

Le regole di comportamento sono quelle di ogni collezione scientifica: non si toccano le vetrine, non si usa il flash, non si portano zaini voluminosi fra gli espositori, non si consumano cibi e bevande. Aggiungo una regola non scritta che vale in tutti i musei universitari: siete ospiti di un luogo di lavoro. Se sentite parlare a voce alta dietro una porta, è una lezione; se qualcuno attraversa il corridoio con un carrello, ha da fare. Comportatevi di conseguenza e sarete accolti con una gentilezza che nei musei affollati del centro non trovate più.

Per chi è interessante il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

Vi dico con franchezza a chi lo consiglio e a chi no, perché il tempo di chi viaggia è la risorsa più scarsa che esista.

Lo consiglio senza riserve a chi ha una formazione o una curiosità scientifica, a chi si occupa di storia della medicina, agli appassionati di evoluzione, ai fotografi interessati agli interni e alle collezioni, agli insegnanti di scienze, agli studenti universitari di qualunque facoltà, ai romani che credono di avere già visto tutto e a chi ama i musei che non sono stati riallestiti.

Lo consiglio con qualche cautela alle famiglie con bambini piccoli, a chi ha poco tempo a Roma, a chi cerca esperienze immersive e interattive e a chi ha difficoltà con i preparati anatomici.

Non lo consiglio a chi vuole un museo comodo, con caffetteria, audioguide in cinque lingue e orario continuato: non è questo, non vuole esserlo e non lo diventerà.

Cosa vedere intorno al Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

Uscendo alle 12.30 avete davanti un pomeriggio e siete in una parte di Roma che i turisti attraversano solo in metropolitana.

La Città Universitaria

A cinque minuti a piedi c'è il campus inaugurato nel 1935 su progetto coordinato da Marcello Piacentini, con edifici firmati da alcuni dei nomi maggiori dell'architettura italiana del Novecento. Il piazzale della Minerva, con la statua di Arturo Martini davanti al Rettorato, è uno degli spazi razionalisti più coerenti d'Europa. Si entra liberamente dagli ingressi di piazzale Aldo Moro e di viale dell'Università, e la passeggiata è gratuita e istruttiva.

San Lorenzo

A dieci minuti verso est comincia il quartiere di San Lorenzo, costruito a fine Ottocento per gli operai e gli scalpellini del Verano, bombardato nel 1943, oggi quartiere di studenti, osterie e locali. La basilica di San Lorenzo fuori le mura è una delle sette chiese giubilari, il risultato della fusione di due basiliche di epoche diverse e il luogo dove riposa Alcide De Gasperi. Accanto, il cimitero del Verano è un museo di scultura funeraria a cielo aperto e uno dei luoghi più impressionanti della città, con il portico monumentale e le tombe dei grandi del Novecento italiano.

Nomentano e Villa Torlonia

Verso nord, oltre viale Regina Margherita, si arriva a Villa Torlonia e al quartiere Nomentano, con la Casina delle Civette e il Casino Nobile. Verso ovest, in venti minuti a piedi o due fermate di metropolitana, siete a Termini e a Santa Maria Maggiore.

Dove mangiare

Non vi darò nomi di locali, perché in questa zona aprono e chiudono con una velocità che rende inutile qualunque elenco scritto. Vi do il criterio: allontanatevi da viale Regina Elena e da viale dell'Università, dove i prezzi sono da zona ospedaliera, ed entrate in San Lorenzo, dove il rapporto qualità-prezzo è tenuto onesto dagli studenti. Le pizzerie al taglio delle traverse di via Tiburtina fanno un pranzo migliore di molte trattorie del centro storico.

Quando andare e quando evitare il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

Il periodo migliore va da metà ottobre a fine novembre e da marzo a fine maggio. L'università è in attività, il museo apre nei due giorni previsti, la luce è buona e la città è vivibile.

Il periodo peggiore è l'estate. Dal 18 luglio al 14 settembre è chiuso; nelle quattro settimane precedenti apre solo su prenotazione anticipata. Se venite a Roma in agosto, mettete in conto che questa visita non è disponibile e dirottate su altro.

Attenzione ai periodi di sospensione della didattica: fra Natale e l'Epifania, nella settimana di Pasqua e durante le sessioni d'esame più intense il calendario può subire variazioni. Una telefonata risolve.

La finestra ideale della giornata è dalle 9.30 alle 11. Il museo è appena aperto, l'edificio è tranquillo, e la luce che entra dalle finestre alte del corridoio è quella giusta per capire, e per fotografare, gli scheletri sospesi.

Domande veloci su Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

Dove si trova esattamente il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"?

In via Alfonso Borelli 50, 00161 Roma, nell'edificio dell'Anatomia comparata del Dipartimento di Biologia e Biotecnologie "Charles Darwin" della Sapienza, fra viale Regina Elena e viale del Policlinico. Non è dentro il campus di piazzale Aldo Moro, ma appena fuori, a nord.

Quanto costa il biglietto del Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"?

L'ingresso è gratuito. Non esistono biglietto intero, ridotto o abbonamenti, perché non si paga.

Quali sono gli orari del Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"?

Dal 15 settembre al 15 giugno, martedì e venerdì dalle 9.30 alle 12.30. Dal 16 giugno al 17 luglio, martedì e venerdì mattina solo su prenotazione da inoltrare entro le 12 del giorno precedente. Dal 18 luglio al 14 settembre il museo è chiuso. Controllate comunque il sito ufficiale del Polo museale Sapienza prima di partire.

Serve prenotare per visitare il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"?

Nel periodo 15 settembre-15 giugno si può entrare negli orari di apertura; per le visite guidate la prenotazione va richiesta via mail all'indirizzo del museo. Fra il 16 giugno e il 17 luglio la prenotazione è obbligatoria, entro le 12 del giorno prima. Per i gruppi e le scolaresche la prenotazione è sempre necessaria.

Come si prenota una visita guidata?

Scrivendo all'indirizzo di posta elettronica del museo, museoanatomiacomparata.smfn@uniroma1.it, oppure telefonando allo 06 49918006. Per le classi in genere serve una richiesta su carta intestata della scuola firmata dal dirigente scolastico.

Quanto dura la visita al Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"?

Da quaranta minuti a un'ora per una visita libera attenta, un'ora e mezza con un accompagnamento. Chi si appassiona alla collezione di microscopi può restare di più.

Il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi" è aperto in agosto?

No. È chiuso dal 18 luglio al 14 settembre.

Come si arriva al Museo di Anatomia comparata con i mezzi pubblici?

Metropolitana linea B, fermata Policlinico, cinque minuti a piedi; oppure fermata Castro Pretorio e quindici minuti di cammino attraverso la Città Universitaria. In superficie, tram 3 e 19 e autobus 310 lungo viale Regina Elena e viale delle Province.

Si può arrivare in automobile?

Tecnicamente sì, praticamente no. Siete nel quartiere del Policlinico, in mattinata feriale, con sosta a pagamento e scarsissima disponibilità. Usate la metropolitana.

Si possono fare fotografie al Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"?

In genere sì, senza flash e senza treppiede, ma la cosa corretta è chiedere al personale all'ingresso. Il flash è vietato in particolare vicino alle cere e ai preparati in liquido.

Il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi" è adatto ai bambini?

Dai sette anni in su funziona bene se un adulto racconta; dagli undici in su è ottimo. Sotto i sei anni lo sconsiglio: non ci sono percorsi tattili né attività dedicate.

Il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi" è accessibile in sedia a rotelle?

L'edificio è un istituto universitario degli anni Trenta. Per una risposta puntuale su ingressi, ascensori e percorsi, telefonate al museo prima della visita: è l'unico modo per avere un'indicazione affidabile.

Che cosa si vede esattamente?

Scheletri di grandi vertebrati, fra cui un capodoglio sospeso alla volta del corridoio d'ingresso, un ippopotamo, una balenottera comune di circa venti metri esposta in due tronconi, uno scheletro di giraffa a confronto con uno di tursiope, un dente di narvalo; una collezione didattica di preparati ordinata per apparati; preparati in liquido; modelli anatomici in cartapesta di Auzoux e cere Ziegler; una collezione di microscopi, microtomi e apparati microfotografici; la sala dedicata a Battista Grassi con la sua scrivania, i suoi strumenti e i suoi manoscritti.

Perché il museo è dedicato a Battista Grassi?

Perché Giovanni Battista Grassi tenne la cattedra di anatomia comparata di questo istituto dal 1895 e ne fu direttore dal 1896 alla morte, nel 1925, e perché proprio qui, fra il 1898 e il 1899, dimostrò con Amico Bignami e Giuseppe Bastianelli che la malaria umana è trasmessa dalle zanzare del genere Anopheles.

Grassi ha vinto il premio Nobel?

No. Il Nobel per la Fisiologia o la Medicina del 1902 andò al solo Ronald Ross. L'Accademia svedese aveva considerato un premio condiviso e aveva chiesto un arbitrato a Robert Koch, che aveva avuto uno scontro con Grassi in Maremma nel 1898 e non era imparziale. Gli storici della medicina attribuiscono oggi a Ross la dimostrazione del ciclo del plasmodio aviario nella zanzara e a Grassi, Bignami e Bastianelli l'identificazione e la prova sperimentale del vettore della malaria umana.

Da dove viene la balenottera del Museo di Anatomia comparata?

Da uno spiaggiamento avvenuto a Santa Marinella, sul litorale a nord di Roma, nel marzo del 1866. Si tratta di una femmina di Balaenoptera physalus. Per ragioni di spazio lo scheletro è esposto diviso in due tronconi dall'allestimento del 1986.

Che cos'è l'anatomia comparata?

È la disciplina che confronta le strutture corporee di specie diverse per stabilire quali somiglianze derivano da un antenato comune, le omologie, e quali invece dalla convergenza funzionale, le analogie. Fondata da Georges Cuvier e ridefinita concettualmente da Richard Owen, dopo il 1859 è diventata uno degli strumenti principali per ricostruire la storia evolutiva dei viventi.

Il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi" appartiene alla Sapienza?

Sì. Fa parte del Polo museale Sapienza, che sul sito ufficiale elenca diciannove collezioni universitarie, e ha sede dentro il Dipartimento di Biologia e Biotecnologie "Charles Darwin".

Quali altri musei si possono abbinare al Museo di Anatomia comparata?

Nella stessa area il Museo di Anatomia patologica in viale Regina Elena 324, il Museo di Storia della Medicina in viale dell'Università 34/A, il Museo di Antropologia "Giuseppe Sergi", l'Erbario, il Museo di Chimica, il Museo di Fisica, il Museo di Scienze della Terra e il Museo dell'Arte Classica con la sua gipsoteca. Ognuno ha orari propri: verificateli separatamente.

Che differenza c'è con il Museo Civico di Zoologia?

Il Museo Civico di Zoologia di via Aldrovandi è comunale, molto più grande, con allestimenti moderni, diorami e attività per famiglie, e organizza il materiale per gruppi zoologici. Quello di via Borelli è universitario, piccolo, storico, e organizza il materiale per apparati e per confronto anatomico. Sono complementari, non alternativi.

C'è un bookshop o una caffetteria?

No. Non aspettatevi servizi di accoglienza: siete in un dipartimento universitario. I bar più vicini sono su viale Regina Elena e in San Lorenzo.

Si entra gratis la prima domenica del mese?

La domanda non si applica: l'iniziativa della prima domenica riguarda i musei statali, e qui l'ingresso è comunque gratuito sempre. Il museo però la domenica non apre.

Quanto si aspetta in coda al Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi"?

Non si aspetta. È uno dei pochissimi musei di Roma in cui la parola coda non ha significato, e questo è parte del suo fascino.

Ci sono aperture straordinarie?

Sì, in occasione della Notte Europea dei Musei, quando il Polo museale Sapienza organizza il programma del Maggio Museale con aperture serali di più collezioni nella stessa giornata. Controllate il programma annuale.

Il Museo di Anatomia comparata "Battista Grassi" è ancora usato per la didattica?

Sì. La collezione didattica serve i corsi di Scienze biologiche e affini, e le collezioni storiche sono materiale di studio per ricerche di sistematica, biologia della conservazione e storia della scienza.

Quanti reperti di cetacei conserva?

La collezione cetologica comprende ventotto reperti appartenenti a otto specie, con provenienze documentate dal Seicento fino all'Ottocento inoltrato, quasi tutte dal tratto di costa laziale fra la foce del Tevere e Civitavecchia.

Perché ci sono pezzi provenienti dal Museo Kircheriano?

Perché nel febbraio 1875, dopo la soppressione delle corporazioni religiose e l'incameramento dei beni ecclesiastici seguito alla presa di Roma, parte delle collezioni naturalistiche del Museo Kircheriano del Collegio Romano fu trasferita all'Istituto di Anatomia comparata. La loro provenienza è documentabile grazie ai cataloghi che il gesuita Filippo Buonanni compilò nel 1709.

Un ultimo pensiero

Accompagno gruppi a Roma da vent'anni e ho imparato a diffidare dei luoghi che si vendono come segreti. Questo però lo è davvero, e lo è per la ragione più banale: apre sei ore alla settimana, non ha una campagna di comunicazione, non compare negli itinerari e nessuno ci guadagna niente a mandarci qualcuno. Ci si va per un motivo solo, che è volerci andare.

Quando entro in quel corridoio con un gruppo, la prima reazione è sempre la stessa: silenzio, poi tutti alzano la testa verso il capodoglio. Poi comincio a raccontare l'estate del 1898, le mappe delle zanzare, il volontario punto il primo di novembre, il telegramma da Castelfusano, e il gruppo capisce che quelle vetrine non sono un deposito di ossa ma il luogo dove un uomo ha vinto una partita che l'umanità giocava da tremila anni, senza ricevere il premio che gli spettava. A quel punto la visita è fatta.

Se dovete scegliere una sola cosa da portarvi via, portatevi via la pinna della balenottera con dentro le dita di una mano. È la prova più semplice e più definitiva che siamo tutti parenti, ed è in una stanza di via Alfonso Borelli, a cinque minuti dalla metro Policlinico, dove non c'è mai nessuno.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo di Anatomia comparata Battista Grassi - Via Alfonso Borelli, 50, 00161 Roma RM, Italia
TagsBattista GrassiMuseoMuseo di AnatomiaMuseo di Anatomia comparataMuseo di Anatomia comparata "Battista Grassi"

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IndirizzoVia Alfonso Borelli, 50, 00161 Roma RM, Italia 161
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