Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo occupa la Sala a Crescente del Palazzo del Rettorato della Sapienza, dentro la Città Universitaria, con indirizzo postale Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma. L'ingresso del pubblico non è quello monumentale che guarda il piazzale della Minerva: si passa sul retro dell'edificio CU001, il Rettorato, sotto il porticato. La visita è gratuita e si fa soltanto su prenotazione, il martedì e il giovedì dalle 10.00 alle 17.00, scrivendo a mvoem@uniroma1.it oppure telefonando allo 06 4991 0228. Le visite guidate condotte dal personale del museo costano 40 euro a gruppo, fino a un massimo di venticinque persone, e vanno anch'esse prenotate per posta elettronica; per i gruppi il museo indica una soglia minima di sei partecipanti. Il calendario delle chiusure, compresa quella estiva che copre la fine di luglio e tutto agosto, e quella natalizia, è pubblicato sul sito del museo. Metropolitana linea B, fermata Policlinico (la più vicina) o Castro Pretorio; tram 3 e 19 lungo viale Regina Elena; autobus 71, 310, 492, 649. Da Termini si arriva a piedi in una ventina di minuti.
Il museo fa parte del Polo museale Sapienza, la rete che coordina una ventina fra musei e collezioni universitarie: se il Vicino Oriente vi interessa davvero, mettete in conto di tornare in Città Universitaria anche per la Gipsoteca della Sapienza, che si visita con lo stesso spirito e con la stessa logistica.
Vi avverto subito su una cosa, perché è la ragione per cui molti rinunciano e molti altri restano delusi: questo non è un museo civico con la biglietteria, il bookshop e il custode in sala. È il museo di un dipartimento universitario, il Dipartimento di Scienze dell'Antichità, e vive dei ritmi dell'ateneo. Due giorni di apertura, prenotazione obbligatoria, personale che è quello della ricerca. In cambio si ottiene una cosa che nei musei grandi non capita quasi mai: chi vi accompagna fra le vetrine, molto spesso, ha scavato personalmente gli oggetti che state guardando.

Come arrivare al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
La Città Universitaria è un recinto: un quadrilatero chiuso fra viale dell'Università, viale Regina Elena, viale del Policlinico e la ferrovia, con cancelli che si aprono su piazzale Aldo Moro e su viale Regina Elena. Chi arriva per la prima volta sbaglia due volte: la prima entrando dal cancello sbagliato, la seconda cercando il museo davanti al Rettorato invece che dietro. Vale la pena di perdere due minuti sulla logistica prima di partire, perché il museo apre poche ore e non conviene bruciarne un quarto d'ora girando attorno a un edificio.
Con la metropolitana fino al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
La linea B è la strada maestra. La fermata Policlinico lascia sul lato di viale Regina Elena, a ridosso del cancello nord della Città Universitaria: da lì al porticato del Rettorato si cammina cinque o sei minuti, tagliando in diagonale il campus. La fermata Castro Pretorio serve il lato opposto, quello di piazzale Aldo Moro, ed è comoda a chi arriva da Termini con un solo cambio o a chi vuole passare davanti alla Biblioteca Nazionale prima o dopo. Da Termini, che è la stazione centrale e il nodo di tutto, la linea B corre in direzione Rebibbia o Jonio: due fermate e siete a Policlinico.
Il mio consiglio pratico: se scendete a Policlinico, tenete la destra e cercate il cancello pedonale su viale Regina Elena. Se scendete a Castro Pretorio, entrate dal cancello monumentale di piazzale Aldo Moro, attraversate il grande spiazzo con la statua della Minerva davanti a voi e poi aggirate il Rettorato sulla sinistra. Il museo è dall'altra parte del volume, sotto il portico.
Tram e autobus per il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
I tram 3 e 19 sono la scelta più elegante e la meno frequentata dai turisti. Il 19 collega Piazza Risorgimento, quindi la zona vaticana, con Piazza dei Gerani a Centocelle, e nel mezzo attraversa Valle Giulia, Villa Borghese, viale Regina Margherita e viale Regina Elena: significa che dal Vaticano si arriva al museo senza mai scendere sottoterra. Il 3 fa un percorso lungo e trasversale che tocca Trastevere, Piramide, San Giovanni e il Colosseo prima di risalire verso Porta Maggiore, il Verano e Regina Elena. Entrambi fermano a due passi dal cancello nord.
Fra gli autobus, il 492 e il 310 sono quelli che gli studenti usano di più: il 492 arriva da Piazza Risorgimento passando per Corso Rinascimento e Termini, il 310 scende da Talenti e dalla Nomentana. Ci sono anche il 71 e il 649. In tutti i casi vi conviene controllare il percorso il giorno stesso sull'applicazione dell'azienda di trasporto, perché su viale Regina Elena e viale dell'Università i cantieri e le deviazioni sono frequenti.
A piedi e in auto: raggiungere il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
A piedi da Termini si impiegano venti minuti abbondanti: si esce dal lato di via Marsala, si prende via Castro Pretorio, si costeggia la Biblioteca Nazionale e si sbuca su piazzale Aldo Moro. È una passeggiata urbana senza monumenti, ma con un vantaggio: si capisce fisicamente che la Città Universitaria fu costruita in un pezzo di Roma umbertina e novecentesca, non nel centro antico.
In auto è una pessima idea. La Città Universitaria ha parcheggi interni riservati al personale, la zona intorno è a sosta tariffata e satura per via del Policlinico Umberto I, e nelle ore di punta viale Regina Elena è una fila unica di ambulanze e taxi. Se proprio dovete, cercate posto oltre viale Regina Margherita e mettete in conto quindici minuti a piedi. Con la prenotazione a orario fisso, il rischio di arrivare tardi non vale il risparmio.
Trovare l'ingresso giusto del Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Questo è il punto in cui si perde più tempo. L'edificio del Rettorato ha la sigla CU001 e la facciata principale sul piazzale della Minerva: quella facciata, con la scalinata e l'Aula Magna alle spalle, non è la porta del museo. L'accesso alle collezioni è sul lato posteriore, sotto il porticato, nella stessa zona in cui si trovano il punto informativo per gli studenti e l'ingresso della Biblioteca Universitaria Alessandrina. Chiedete del museo alla portineria e vi indirizzano; ma se avete prenotato, il modo più semplice è mettersi d'accordo per posta elettronica su un punto di ritrovo preciso quando confermate l'appuntamento.
Che cos'è il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo è il deposito visibile di mezzo secolo di archeologia italiana fuori dai confini nazionali. Non nasce da una collezione privata comprata sul mercato antiquario, non nasce da un lascito nobiliare, non nasce da un sequestro: nasce dagli scavi. Più di trenta missioni archeologiche della Sapienza, in quindici paesi fra Vicino Oriente, Mediterraneo e Africa, per oltre cinquant'anni di campagne finanziate dal fondo dei Grandi Scavi dell'ateneo e dal Ministero degli Affari Esteri. Quello che vedete nelle vetrine è la parte che è stato legittimo portare a Roma: campioni, duplicati, materiali di studio, calchi, copie. Gli originali principali sono rimasti nei paesi in cui sono stati trovati, come vuole la legge di quei paesi e come vuole la deontologia della disciplina.
È una differenza che cambia il senso della visita. In un museo archeologico classico si va a vedere il capolavoro. Qui si va a vedere il metodo. Le vetrine raccontano come si passa da un tell anonimo a una cronologia, come un frammento di ceramica diventa una data, come un sigillo impresso su un grumo d'argilla diventa la prova che esisteva un'amministrazione. Chi cerca l'effetto scenografico rimarrà a bocca asciutta; chi vuole capire come funziona davvero l'archeologia orientale esce con la testa piena.
Le collezioni del Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo in due parole
Il patrimonio si divide in due grandi collezioni. La collezione vicino orientale e mediterranea riunisce materiali dalla Turchia (Arslantepe), dalla Palestina (Gerico), dalla Giordania (Khirbet al-Batrawy), da Israele (Ramat Rahel, Achziv), da Malta (Tas Silġ, San Pawl Milqi, Ras al-Wardiya), dalla Tunisia (Capo Bon, Kerkouane, Ras ed-Drek, Areg el-Rhazouani), da Pantelleria, dalla Sicilia (Mozia), dalla Sardegna (Monte Sirai), con nuclei minori da Cipro, Algeria e Marocco. La collezione egiziana e nubiana raccoglie gli esiti degli scavi a Sonqi Tino, Tamit, Arsinoe e Antinoe in Egitto, e delle missioni al Jebel Barkal, cioè l'antica Napata, e a Mussawwarat es-Sufra nel Sudan settentrionale.
L'allestimento attuale organizza tutto questo in una trentina di unità espositive indipendenti, raggruppate in dodici grandi temi, per un totale di ventinove vetrine tematiche e sei pedane. Il filo non è geografico e non è cronologico in senso stretto: è antropologico. Si parte dalle prime comunità che smettono di spostarsi e si arriva alla nascita della città, dell'amministrazione, della scrittura, del potere regale, della religione organizzata, della storiografia e della letteratura. In un'ora e mezza si attraversano diecimila anni.
Perché al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo ci sono copie e calchi
La domanda arriva sempre, e quasi sempre con un tono di sospetto: se è una copia, che ci vengo a fare. Rispondo con il mestiere. Primo: il calco ottocentesco e novecentesco è uno strumento scientifico, non un souvenir. Un calco preso da un rilievo prima che il rilievo si consumasse conserva dettagli che sull'originale oggi non si leggono più. Secondo: molte delle regioni da cui vengono questi materiali hanno attraversato guerre devastanti negli ultimi quindici anni. Copie e documentazione di studio, in certi casi, sono l'unico stato di conservazione noto di un contesto. Terzo: nelle vetrine gli originali ci sono, eccome, e sono i frammenti che nessun museo civico esporrebbe mai perché non fanno spettacolo, ma che sono la materia prima con cui si costruisce la storia.
Opinione netta: il pubblico italiano è stato educato male, a pretendere il pezzo unico e a snobbare la serie. Un museo come questo va nell'altra direzione e per me è la sua qualità migliore. Se accompagno un gruppo di adulti curiosi, davanti alla vetrina dei frammenti ceramici passo più tempo che davanti al ritratto di faraone, e nessuno se ne lamenta.
La storia del Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
La storia di questo museo è la storia di due uomini e di una scuola. I due uomini sono Sabatino Moscati e Sergio Donadoni; la scuola è l'Istituto del Vicino Oriente della Sapienza, che prende forma nei primi anni Sessanta e che per decenni ha formato la maggior parte degli archeologi orientalisti italiani. Il museo nasce dentro l'Istituto, come strumento di didattica e di ricerca, e cresce con le missioni: ogni campagna porta a Roma materiale di studio, ogni materiale di studio chiede una vetrina.
Moscati, Donadoni e il primo nucleo del Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Il primo nucleo significativo si forma alla fine degli anni Cinquanta con le due missioni fondative: Donadoni in Egitto, a Tamit, e Moscati in Israele, a Ramat Rahel. Sono due uomini molto diversi. Sabatino Moscati, semitista e storico delle civiltà fenicio-puniche, è quello che ha spostato l'attenzione italiana dal Levante orientale al Mediterraneo occidentale, dimostrando che i Fenici non erano soltanto mercanti di passaggio ma fondatori di città in Sicilia, in Sardegna, a Malta, in Tunisia. Sergio Donadoni, egittologo, è quello che ha portato la scuola romana in Nubia negli anni della grande campagna di salvataggio.
Gli anni Sessanta sono la svolta: nuove campagne in Sicilia, in Sardegna, a Malta, in Siria, in Tunisia. Il museo si riempie in fretta e cambia natura. Da raccolta di supporto alla didattica diventa un archivio tridimensionale della ricerca italiana all'estero, e questa è la sua identità ancora oggi.
La sede di via Palestro e la sala di Ebla
Per circa trent'anni il museo ha avuto sede in via Palestro, fuori dalla Città Universitaria, in un edificio dell'ateneo nel quartiere Castro Pretorio. L'ordinamento era in tre parti: una sezione siro-palestinese, una sezione egiziana e una sala interamente dedicata a Ebla. Quella sala era il fiore all'occhiello: una cospicua collezione di frammenti ceramici dagli scavi di Tell Mardikh, copie di documenti cuneiformi e soprattutto un grande plastico della città, che serviva a far capire agli studenti la topografia di un centro urbano siriano del Bronzo Antico.
Chi ha frequentato la vecchia sede la ricorda con affetto e con un po' di malinconia: era un museo da corridoio, con le vetrine addossate ai muri e i cartellini scritti a macchina, e nessuno ci entrava per caso. Aveva però un merito raro: era il posto in cui uno studente del primo anno poteva prendere in mano, sotto sorveglianza, un frammento vero.
Il trasloco del 2014 e la Sala a Crescente
Nel luglio del 2014 il museo lascia via Palestro e si trasferisce dentro la Città Universitaria, nella Sala a Crescente del Palazzo del Rettorato progettato da Marcello Piacentini. Il nome della sala viene dalla forma: un ambiente a pianta curva, ricavato nell'articolazione del corpo di fabbrica, con una luce alta e uniforme che è una benedizione per le vetrine e un incubo per chi fotografa con il riflesso.
Il trasferimento non è stato un semplice cambio di indirizzo. Le collezioni sono state ripensate da capo e riarticolate in una trentina di unità espositive autonome, raggruppate in dodici temi maggiori. È in questa occasione che il museo prende il nome che porta oggi: da Museo del Vicino Oriente a Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo, tre parole che dichiarano l'ampiezza reale delle collezioni, perché l'Egitto e il Mediterraneo fenicio-punico erano già dentro il museo da mezzo secolo ma il vecchio nome non li nominava.
Opinione personale, e la dico da guida che accompagna gruppi da vent'anni: il nuovo allestimento ha guadagnato in leggibilità quello che ha perso in atmosfera. La sequenza tematica funziona, i pannelli sono scritti da chi sa scrivere, e la Sala a Crescente dà al museo una dignità architettonica che via Palestro non aveva. Chi rimpiange la vecchia sede rimpiange la propria giovinezza universitaria, non l'allestimento.
Chi dirige oggi il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
La direzione è affidata alla professoressa Marta D'Andrea, archeologa del Vicino Oriente antico, con la dottoressa Claudia Carlucci come curatrice d'area. La direzione scientifica di un museo universitario non è una carica onorifica: significa decidere che cosa entra in vetrina, come si racconta, quali progetti di ricerca si aprono sui materiali già conservati. Chi prenota una visita guidata con il personale del museo parla con persone che quei materiali li studiano per mestiere, e si sente.
La Città Universitaria che ospita il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Non si capisce questo museo se non si guarda il contenitore. La Città Universitaria fu inaugurata nel 1935 su progetto e coordinamento di Marcello Piacentini, che chiamò a lavorare intorno a sé una squadra di architetti fra i più interessanti del momento. Il risultato è uno dei complessi universitari razionalisti più coerenti d'Europa, costruito in tempi rapidissimi in un settore di Roma che il centro antico non lambisce nemmeno.
Il piazzale della Minerva e la statua di Arturo Martini
Chi entra da piazzale Aldo Moro si trova davanti al piazzale della Minerva, con la fontana e la statua della dea seduta, opera di Arturo Martini. È l'icona visiva dell'ateneo, riprodotta ovunque, e ha una storia critica movimentata: Martini, che era uno dei maggiori scultori italiani del Novecento, ne fu poco soddisfatto, e generazioni di studenti hanno costruito attorno alla statua un piccolo repertorio di leggende goliardiche sulle lauree e sugli esami. Guardatela con attenzione prima di entrare al museo: il rapporto fra la scultura e l'architettura di Piacentini dice molto sul modo in cui il regime immaginava la cultura classica.
Il Rettorato, l'Aula Magna e lo scalone monumentale
L'edificio CU001 è il perno del complesso. Ospita l'Aula Magna, dominata dal grande affresco di Mario Sironi, e uno scalone monumentale che nel 2025, in occasione dei novanta anni della Città Universitaria, è stato restaurato e riaperto alla comunità dell'ateneo. Il museo occupa una porzione di questo stesso corpo di fabbrica: significa che, nel giro di pochi metri, si passa dall'architettura di Stato degli anni Trenta ai mattoni crudi di Gerico. Il salto è brusco e vale da solo il biglietto, che poi biglietto non è, perché l'ingresso è gratuito.
Il Polo museale Sapienza intorno al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Il Polo museale Sapienza coordina una ventina fra musei e collezioni: dall'Orto Botanico al Museo di Zoologia, dal Museo di Anatomia Comparata al Museo delle Origini. Molti di essi sono dentro la Città Universitaria o a pochi passi, e quasi tutti seguono la stessa logica del Vicino Oriente: apertura limitata, prenotazione, ingresso gratuito o a contributo. Se vi organizzate bene, in una mattinata se ne visitano due.
Nel raggio di una passeggiata trovate il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche, il Museo di Antropologia Giuseppe Sergi, il Museo di Fisica, il Museo di Chimica Primo Levi, il Museo Universitario di Scienze della Terra, il Museo Erbario e il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea. Poco più in là, verso il Policlinico, c'è il Museo di Storia della Medicina. Un consiglio da professionista: non tentate l'abbuffata. Due musei universitari in una mattina sono il massimo che una testa regge, perché sono tutti densi e nessuno di essi è pensato per la visita distratta.

Il percorso di visita del Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Adesso entriamo. Descrivo le unità nell'ordine che ha più senso narrativo, che è poi quello in cui il museo le ha disposte: dal Neolitico alla città, dalla città alla scrittura, dalla scrittura all'impero, e poi la grande deriva mediterranea dei Fenici, e infine l'Egitto e la Nubia. Non aspettatevi sale nel senso tradizionale: si tratta di vetrine tematiche e di pedane, tutte nello stesso ambiente curvo, che si leggono come capitoli di un libro aperto sul tavolo.
Gerico e il cranio modellato al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Si comincia dal punto più antico e più vertiginoso: Gerico, cioè Tell es-Sultan, nella valle del Giordano, il tell che l'UNESCO ha iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale nel 2023 con i criteri terzo e quarto, sotto la denominazione Ancient Jericho/Tell es-Sultan. I depositi archeologici del sito coprono un arco che va da circa il 10.500 avanti Cristo fino all'età del Bronzo, con ventinove fasi di occupazione riconosciute: è uno dei luoghi in cui si osserva materialmente il passaggio dell'umanità alla vita sedentaria, con una cinta muraria dotata di fossato e di torre e, in età del Bronzo Medio, terrapieni difensivi di tecnica innovativa. La sorgente di Ain es-Sultan, che sgorga a ridosso del tell, spiega perché lì, e non altrove.
Il museo espone materiali dalla Gerico neolitica, datati nell'arco fra l'8500 e il 7000 avanti Cristo: fra questi, i primi mattoni, cioè i mattoni crudi modellati a mano, e un cranio modellato. Fermatevi su queste due cose, perché sono l'inizio di tutto. Il mattone crudo è la prima unità di misura standardizzata della storia dell'architettura: impastare argilla e paglia, dare a ogni pezzo la stessa forma e la stessa dimensione, lasciarlo essiccare al sole. Da quel gesto discende ogni muro portante costruito da allora in poi.
Il cranio modellato è un'altra faccenda. Nel Neolitico preceramico levantino i defunti venivano talvolta sepolti sotto il pavimento della casa; dopo la decomposizione il cranio veniva recuperato, ricoperto di intonaco di gesso modellato a formare i tratti del volto, e in alcuni esemplari con conchiglie inserite al posto degli occhi. Poi il cranio tornava nella casa, fra i vivi. Non è un rito funerario nel senso in cui lo intendiamo noi: è la fondazione dell'idea che i morti restino membri della comunità. Davanti a quella vetrina, con i gruppi, di solito taccio per qualche secondo. Non serve altro.
Arslantepe: le cretule e la tomba del principe
La seconda unità porta in Anatolia orientale, ad Arslantepe, nella piana di Malatya, in Turchia. È il sito che la missione della Sapienza scava da decenni e che nel 2021 l'UNESCO ha iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale con il criterio terzo. Il tell è alto una trentina di metri e documenta insediamenti dal sesto millennio avanti Cristo fino alla tarda età romana; la fase decisiva è il Tardo Calcolitico, quando viene costruito il complesso palaziale. Gli scavi hanno restituito oggetti e armi metalliche eccezionali, fra cui quelle che gli studiosi considerano le spade più antiche finora conosciute al mondo. Il palazzo fu distrutto improvvisamente, e la distruzione ha sigillato e conservato gli ambienti in condizioni straordinarie.
Il museo espone materiali da Arslantepe datati fra il 3300 e il 3000 avanti Cristo, e in particolare le cretule e il corredo della cosiddetta tomba del principe, con armi e gioielli. Le cretule meritano una spiegazione, perché sembrano grumi di fango e sono invece uno dei documenti più importanti dell'antichità. Si tratta di piccole masse d'argilla applicate alla chiusura di un contenitore, di un sacco o di una porta di magazzino, e impresse con un sigillo. Rompere la cretula significava violare la chiusura, e la rottura restava visibile. Ad Arslantepe ne sono state trovate migliaia, gettate dopo l'uso: la loro presenza in quantità dimostra che nel palazzo esisteva un sistema di controllo delle merci, cioè un'amministrazione centralizzata, prima che esistesse la scrittura.
Questo è il punto che voglio farvi portare a casa: ad Arslantepe l'amministrazione precede l'alfabeto e precede persino il cuneiforme. La burocrazia è più antica della letteratura. È un dato che divide sempre i gruppi in due, fra chi lo trova deprimente e chi lo trova esilarante.
Khirbet al-Batrawy e le asce di rame
Terza unità, Giordania. Khirbet al-Batrawy sorge nell'alta valle dello Zarqa e viene scavata dal 2005 dalla missione della Sapienza diretta da Lorenzo Nigro. È una città fortificata dell'età del Bronzo Antico, fondata agli inizi del terzo millennio e vissuta fra il 2900 e il 2300 avanti Cristo, in una posizione di cerniera fra il deserto basaltico e la valle del Giordano.
Nel 2010, durante la sesta campagna di scavo, l'équipe italiana ha individuato l'edificio principale della città del Bronzo Antico IIIB, fra il 2500 e il 2300 avanti Cristo: il palazzo reale, che ha preso il nome di Palazzo delle Asce di Rame per via delle quattro asce di rame trovate al suo interno. Il museo romano espone materiali da Batrawy, datati intorno al 2400 avanti Cristo, fra cui le asce.
Perché quattro asce di rame in un palazzo sono una notizia? Perché in quel contesto il rame non è utensile comune: è ricchezza concentrata, prestigio, riserva di valore. Trovarle insieme, dentro l'edificio di rappresentanza, significa avere in mano la prova materiale della gerarchia sociale in una città che fino a vent'anni fa non compariva su nessuna mappa storica. Vi dico la mia: fra tutti i pezzi del museo, le asce di Batrawy sono quelle che raccontano meglio che cosa fa oggi l'archeologia italiana all'estero. Non un tesoro comprato, un tesoro scavato.
Ramat Rahel e il capitello a volute dei re di Giuda
Si torna in Israele, sulla collina di Ramat Rahel, fra Gerusalemme e Betlemme, uno dei siti fondativi della scuola romana perché è lì che scavò Sabatino Moscati alla fine degli anni Cinquanta. Il museo espone un capitello a volute proveniente dal palazzo dei re di Giuda, datato all'ottavo secolo avanti Cristo.
Il capitello a volute, che nella letteratura archeologica si chiama capitello protoeolico, è uno degli elementi architettonici più riconoscibili del Levante dell'età del Ferro: due volute laterali che si arrotolano verso l'esterno da un triangolo centrale, scolpite in calcare, coronate da un abaco. Si trovano nei palazzi e nelle residenze delle élite dei regni di Israele e di Giuda, e la loro presenza a Ramat Rahel è uno degli argomenti principali per identificare quel complesso come una residenza regia o amministrativa di alto rango.
Il motivo ha una discendenza lunghissima: dalla voluta levantina si arriva, attraverso mediazioni fenicie e cipriote, al capitello ionico greco. Guardare quel capitello significa guardare l'antenato di quello che tutti riconoscono sul Partenone. Quando lo racconto ai gruppi, è il momento in cui l'espressione della gente cambia: capiscono che l'Oriente non è un'appendice esotica della storia europea, ne è il presupposto.
Achziv, la Fenicia e l'Ossuario di Simonide
Achziv, sulla costa settentrionale di Israele, è un altro dei siti storici della scuola di Moscati: una necropoli fenicia con tombe a camera, urne, ceramiche, e una documentazione preziosa dei riti funerari fenici sulla costa levantina. Da questo ambito culturale, e in generale dal Levante di età romana, proviene un pezzo che il museo segnala fra i suoi principali: l'Ossuario di Simonide, del primo secolo dopo Cristo.
Gli ossuari sono cassette di pietra, spesso in calcare tenero, decorate a incisione con rosette e motivi architettonici, usate nella Giudea fra il primo secolo avanti Cristo e il primo secolo dopo Cristo per raccogliere le ossa del defunto dopo la prima deposizione. Molti portano il nome del morto graffito o dipinto sul fianco, in ebraico, aramaico o greco. È una pratica che dura circa un secolo e mezzo e poi scompare, e che ci ha lasciato l'archivio onomastico più ricco che abbiamo per la popolazione della Giudea di quell'epoca. Un ossuario con un nome inciso è, in un certo senso, una lapide portatile: la persona esiste per noi soltanto perché qualcuno ha graffiato quattro lettere su una cassetta di pietra.
Ebla, la Siria e il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Ebla è la ragione per cui l'archeologia italiana in Siria è conosciuta in tutto il mondo. Il sito, l'odierno Tell Mardikh nella Siria settentrionale, è esplorato dal 1964 dalla missione dell'Università di Roma diretta da Paolo Matthiae. L'identificazione del tell con l'Ebla nominata nei testi mesopotamici maturò nel corso delle prime campagne, grazie a un'iscrizione dedicatoria emersa dallo scavo; la scoperta che ha cambiato la disciplina arriva fra il 1974 e il 1975, con gli archivi del Palazzo Reale G.
I numeri: le campagne hanno restituito 17.040 fra tavolette e frammenti di tavolette, che gli studiosi riconducono a un ammontare originario stimabile intorno alle quattro o cinquemila tavolette intere. I testi sono in scrittura cuneiforme e documentano una lingua semitica fino ad allora sconosciuta, l'eblaita. Il Palazzo Reale G si data fra il 2350 e il 2300 avanti Cristo. Le fonti mesopotamiche attribuiscono la distruzione della città all'espansione accadica di Sargon, e la questione è ancora discussa fra gli specialisti; la distruzione definitiva arriva verso il 1600 avanti Cristo per mano del re paleoittita Mursili I, e dopo quella data Ebla non viene più ricostruita.
Al museo romano, Ebla è presente come storia interna e come materiale di studio: la collezione di frammenti ceramici dagli scavi di Tell Mardikh, le copie dei documenti cuneiformi e il grande plastico della città che era il cuore della sala eblaita di via Palestro. Gli originali degli archivi e le sculture principali sono in Siria, nei musei di Idlib, Aleppo e Damasco, e questo va detto con chiarezza a chi arriva qui aspettandosi la tavoletta autentica sotto vetro. Quello che si vede a Roma è il modo in cui la scoperta è stata studiata, documentata e insegnata: che per uno studente, e per un adulto curioso, non è affatto poco.
Malta: Tas Silġ, San Pawl Milqi, Ras al-Wardiya
La missione italiana a Malta è una delle imprese più longeve della scuola romana e ha investigato tre siti che il museo rappresenta in vetrina: Tas Silġ, San Pawl Milqi e Ras al-Wardiya. Tas Silġ, sulla collina che domina la baia di Marsaxlokk, è un santuario stratificato in modo quasi didattico: nasce come tempio megalitico preistorico, viene rioccupato in età fenicia e punica come santuario di Astarte, prosegue in età romana come santuario di Giunone e viene infine cristianizzato con una basilica paleocristiana. Cinque millenni di continuità cultuale nello stesso punto del terreno.
San Pawl Milqi è una villa rustica romana con impianti per la produzione dell'olio, che la tradizione locale collega al naufragio di san Paolo a Malta narrato negli Atti degli Apostoli; l'identificazione è tradizione, non dato archeologico, e va tenuta distinta. Ras al-Wardiya, sull'isola di Gozo, è un santuario rupestre affacciato sul mare con ambienti scavati nella roccia.
Il valore di questi materiali, per chi visita, è comparativo: mettono Malta al centro delle rotte fenicie e romane invece che ai margini, e permettono di seguire la stessa cultura materiale da Tiro alla Sicilia alla Sardegna. Vi consiglio di soffermarvi sui frammenti ceramici maltesi con lo stesso occhio con cui guardereste una tavola di confronto: sono la prova che un mercante di Mozia e uno di Marsaxlokk usavano lo stesso vasellame.
La Tunisia punica: Capo Bon, Kerkouane, Ras ed-Drek
Dalla Tunisia il museo conserva materiali dal Capo Bon, da Kerkouane, da Ras ed-Drek e da Areg el-Rhazouani. Kerkouane merita una parola in più: è l'unica città punica giunta fino a noi senza essere stata ricostruita dai Romani, distrutta durante la prima guerra punica e mai più rioccupata. Chi la visita in Tunisia cammina su un impianto urbano punico intatto, con le case dotate di vasche da bagno rivestite in cocciopesto rosa. Nelle vetrine romane si vedono i frammenti e le classi ceramiche che permettono di datare quel mondo.
È qui che si misura l'eredità intellettuale di Moscati. Prima di lui la civiltà fenicio-punica in Occidente era studiata come coda della storia orientale; dopo di lui è diventata un campo autonomo, con una sua cronologia, una sua cultura materiale e una sua rete di siti dal Libano al Marocco. Il museo lo dichiara con la geografia stessa delle sue vetrine.
Pantelleria e l'ossidiana
Una piccola vetrina, un oggetto che sembra un sasso nero lucido, una delle storie più belle del museo. L'ossidiana è un vetro vulcanico: si scheggia con fratture conchoidi e produce lame più affilate del metallo. A Pantelleria ne esiste un giacimento importante, e l'ossidiana pantesca circolava nel Mediterraneo centrale già nel Neolitico.
La cosa straordinaria è che ogni giacimento di ossidiana ha una firma geochimica propria: analizzando un frammento trovato in Sicilia o in Nordafrica si stabilisce con precisione se viene da Pantelleria, da Lipari, da Palmarola o da Sardegna. Questo trasforma un sasso in un tracciante delle rotte marittime preistoriche. Prima delle monete, prima della scrittura, prima delle vele documentate, c'erano uomini che attraversavano il canale di Sicilia per andare a prendere pietra da taglio. Se dovessi scegliere un oggetto del museo per spiegare a un ragazzo che cosa fa l'archeologia, sceglierei questo.
Mozia e il tofet nel Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Mozia, l'isola di San Pantaleo nello Stagnone di Marsala, è la colonia fenicia di Sicilia per eccellenza, e la Sapienza vi conduce scavi da lungo tempo. Il museo espone stele e urne dal tofet di Mozia, datate fra il settimo e il sesto secolo avanti Cristo.
Il tofet è il santuario a cielo aperto dei centri fenici e punici d'Occidente: un'area con urne cinerarie contenenti resti combusti di neonati e di piccoli animali, ciascuna segnalata da una stele. Sulla natura di questo rito la discussione scientifica è aperta da decenni. Una linea interpretativa, quella classica, vi legge il sacrificio infantile descritto con orrore dalle fonti greche e latine e dalla Bibbia; un'altra linea, sostenuta da analisi antropologiche sui resti, vi legge un'area di sepoltura riservata ai bambini morti precocemente, con offerte animali sostitutive. La verità probabilmente contiene entrambe le pratiche in tempi e luoghi diversi.
Vi dico come la gestisco io con i gruppi, perché è il punto più delicato dell'intero museo. Non si liquida con la battuta sui Fenici crudeli, e non si liquida con il buonismo che nega ogni sacrificio. Si spiega che le stele portano dediche a Baal Hammon e a Tanit, che le urne contengono individui di pochissimi mesi, e che l'interpretazione resta oggetto di ricerca. Un pubblico adulto apprezza sempre che non gli si venda una certezza che non c'è.
Monte Sirai e la statuina del dio itifallico
Dalla Sardegna arriva il materiale di Monte Sirai, l'insediamento fenicio e poi punico che domina la piana del Sulcis, sopra Carbonia, scavato a partire dagli anni Sessanta proprio nel quadro delle ricerche promosse da Moscati. Il museo espone fra l'altro una statuina di divinità itifallica datata al terzo secolo avanti Cristo.
Le figurine itifalliche nel mondo punico appartengono alla sfera della fertilità e della protezione apotropaica: l'esibizione dell'organo sessuale maschile serve a scacciare il male, non a scandalizzare. È lo stesso principio che in età romana produce gli innumerevoli falli scolpiti sugli angoli delle case e sui forni di Pompei. Nel museo l'oggetto è piccolo e discreto e passa inosservato a chi cammina veloce; a chi si ferma racconta come si difendeva una comunità sarda del terzo secolo avanti Cristo dalla sfortuna.
Cipro, Algeria, Marocco: i margini della collezione
Ci sono infine nuclei minori, da Cipro, dall'Algeria e dal Marocco, che non fanno percorso a sé ma completano il quadro. Servono a mostrare che la rete fenicia arriva davvero fino all'Atlantico, e che Cipro funziona da cerniera fra il Levante e l'Egeo per il rame, per la ceramica e per la scrittura. Sono le vetrine che il visitatore frettoloso salta e che l'appassionato guarda per ultime, con più calma delle altre.
La sezione egiziana e nubiana del Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
La seconda metà del percorso cambia geografia e cambia respiro. La collezione egiziana e nubiana nasce quasi interamente dal lavoro di Sergio Donadoni e copre un arco che va dal Protodinastico all'età islamica. È la parte che sorprende di più i visitatori, perché nessuno si aspetta di trovare Egitto e Sudan dentro un edificio del Rettorato.
Gli scavi di salvataggio della Nubia e la Sapienza
Negli anni Sessanta la costruzione della Grande Diga di Assuan condannava alla sommersione centinaia di chilometri di valle del Nilo fra Egitto e Sudan. Ne seguì una mobilitazione internazionale senza precedenti, con missioni di decine di paesi impegnate a scavare, documentare e in alcuni casi smontare e trasportare altrove interi monumenti. La missione della Sapienza guidata da Sergio Donadoni lavorò in quel quadro, e i siti principali indagati furono Tamit, Sonqi Tino e il Jebel Barkal, con campagne che nella fase più intensa si concentrano fra il 1965 e il 1970.
Da quelle campagne viene la parte più cospicua della collezione egiziana romana, insieme al recupero della chiesa di Sonqi Tino e al lavoro sulla tomba di Sheshonq a Tebe. Vale la pena di ricordarlo perché spiega la natura dei materiali: non pezzi scelti per bellezza, ma il prodotto di un intervento di emergenza, dove si salvava quello che si poteva nei tempi che c'erano.
Sonqi Tino, Tamit e la Nubia cristiana
Sonqi Tino e Tamit sono due chiese nubiane di età cristiana, decorate con cicli di pitture murali. La Nubia cristiana è uno di quei capitoli di storia che quasi nessuno conosce e che, una volta raccontati, non si dimenticano: fra il sesto e il quattordicesimo secolo, lungo il Nilo a sud della prima cateratta, esistettero regni cristiani, Nobadia, Makuria e Alodia, con vescovi, cattedrali, monasteri, una liturgia in greco, copto e nubiano antico, e una pittura murale di qualità altissima, con santi dagli occhi enormi, arcangeli in vesti gemmate, sovrani protetti da Cristo.
Il museo espone le testimonianze dell'Egitto cristiano e copto provenienti da Tamit e soprattutto da Sonqi Tino. È, a mio parere, la sezione più sottovalutata dell'intero museo. Gli affreschi principali staccati durante le campagne di salvataggio sono in Sudan, ma il materiale conservato a Roma e la documentazione di scavo bastano a far capire che cosa fu quel mondo. Se venite qui con un'ora sola e volete vedere qualcosa che a Roma non trovate altrove, guardate la Nubia cristiana. Al massimo, per un confronto sull'arte orientale in città, si può ragionare sul Museo Nazionale d'Arte Orientale Giuseppe Tucci, che però racconta tutt'altra area culturale.
Il piatto di Hotepsekhemui e l'Egitto delle origini
Fra i pezzi egiziani segnalati dal museo c'è il piatto del faraone Hotepsekhemui, primo sovrano della Seconda Dinastia. Siamo nel Protodinastico avanzato, intorno alla fine del quarto millennio e agli inizi del terzo, in un'epoca in cui l'Egitto unificato ha pochi secoli di vita e la scrittura geroglifica è ancora ai suoi primi passi.
Il nome Hotepsekhemui si traduce all'incirca come le due Potenze sono in pace, e allude alla riconciliazione fra Horus e Seth, cioè fra le due componenti del regno. Un piatto di pietra con il nome regale non è un oggetto d'arte: è un documento amministrativo e cerimoniale, la prova che la corte controllava la produzione di vasellame di prestigio e la marcava con il nome del re. Guardatelo pensando che il Vicino Oriente, nelle vetrine precedenti, aveva appena inventato la cretula per lo stesso scopo. Due sistemi diversi per risolvere lo stesso problema: chi garantisce che questa cosa sia del re.
I calchi di Tuya, madre di Ramses II
Il museo conserva i calchi di Tuya, madre di Ramses II. Tuya, moglie di Sethi I, sopravvisse al marito e visse a lungo durante il regno del figlio, che le riservò onori notevoli: una sepoltura nella Valle delle Regine e la presenza della sua immagine nei grandi complessi templari ramessidi.
Qui torna il discorso sul calco. Un calco in gesso preso da una statua o da un rilievo restituisce la superficie con una fedeltà che nessuna fotografia dell'epoca poteva dare, e permette di lavorare sul volume, sulle profondità di incisione, sulle tracce di lavorazione. Nelle scuole di egittologia europee, per un secolo, si è imparato a leggere lo stile su calchi come questi. Trovarli in vetrina, invece che in un magazzino, è una scelta di trasparenza: il museo mostra gli strumenti del mestiere insieme ai suoi risultati.
I ritratti di faraone e il rilievo di Sheshonq
Il museo segnala due ritratti di faraoni, uno dei quali ligneo, e una copia del rilievo di Sheshonq. Sheshonq era un altissimo dignitario della Ventiseiesima Dinastia, titolare di una delle più grandi tombe della necropoli tebana: la sua sepoltura, nell'Assasif, appartiene a quella straordinaria stagione di tombe monumentali scavate nella roccia che i grandi funzionari saitici si fecero costruire accanto ai templi di Deir el-Bahari.
La Ventiseiesima Dinastia, quella dei sovrani di Sais fra il settimo e il sesto secolo avanti Cristo, è il momento in cui l'Egitto guarda deliberatamente al proprio passato e lo cita: i rilievi saitici riprendono modelli dell'Antico Regno con un'esattezza quasi filologica. È un arcaismo colto, non una mancanza di idee. Un ritratto ligneo di faraone, poi, è una rarità di per sé, perché il legno in Egitto sopravvive solo in condizioni ambientali particolari e nelle tombe asciutte.
Antinoe e Arsinoe: l'Egitto greco, romano e tardoantico
Antinoe, l'Antinoupolis fondata dall'imperatore Adriano sulla riva orientale del Nilo nel 130 dopo Cristo in memoria del giovane Antinoo annegato nel fiume, è una delle grandi città dell'Egitto romano e tardoantico. Il museo conserva ricchissimi materiali da Antinoe: corredi funerari, frammenti ceramici, affreschi, elementi di opere architettoniche, lucerne, oinochoai e monete del primo secolo dopo Cristo.
Il fascino di Antinoe è che vi convivono tre mondi: l'impianto urbanistico greco-romano con le colonnate, la popolazione egiziana con i suoi riti funerari, e poi il cristianesimo copto con i suoi monasteri e i suoi tessuti. Proprio i tessuti di Antinoe sono famosi in tutto il mondo: la secchezza del terreno ha conservato tuniche, ricami, decorazioni policrome che si trovano oggi nei maggiori musei europei. Arsinoe, nel Fayyum, appartiene allo stesso orizzonte culturale ed è il centro da cui provengono migliaia di papiri documentari.
Un'osservazione da guida: gli oggetti dell'Egitto romano sono quelli che il pubblico italiano guarda con più distrazione, perché non corrispondono all'immagine dell'Egitto dei faraoni che ci portiamo dietro dall'infanzia. Sono invece i più utili per capire come funzionava davvero una provincia dell'impero, e quanto poco l'antichità assomigli ai cartelli tematici che le mettiamo addosso.
Il Jebel Barkal e il palazzo di Natakamani
Il Jebel Barkal, in Sudan, è la montagna sacra che sorge accanto all'antica Napata, alla quarta cateratta del Nilo. Per gli Egizi del Nuovo Regno era la residenza meridionale di Amon; per i sovrani kushiti divenne il centro religioso del regno. La missione italiana vi ha lavorato ininterrottamente per oltre trent'anni: iniziata nel 1973 sotto la direzione di Sergio Donadoni, proseguita da Alessandro Roccati dal 1989 al 2004, e successivamente passata ad altri atenei italiani.
L'edificio principale portato alla luce dalla missione è il palazzo siglato B1500, attribuito al re Natakamani: una costruzione monumentale a pianta quadrata di sessantuno metri di lato, impostata su una piattaforma di mattoni crudi, conservata per circa due metri di altezza, con quattro ingressi monumentali e una complessa articolazione di ambienti intorno a una sala centrale. La datazione al primo secolo dopo Cristo è stata precisata nel 1984 dalla scoperta di una stele iscritta in meroitico che nomina Amanitore e Arikhankharer, moglie e figlio di Natakamani.
Dagli scavi provengono architravi, cornici e capitelli in pietra, piastrelle smaltate e statue leonine in arenaria che sorvegliavano gli ingressi. Il museo espone la statua di leone e altri materiali dal palazzo. Il leone, in ambito meroitico, rimanda ad Apedemak, la divinità leontocefala della guerra e della fertilità che è una delle poche grandi divinità propriamente nubiane, senza corrispettivo egiziano. Se cercate un motivo per capire perché Meroe non è una copia provinciale dell'Egitto, quel leone lo spiega meglio di dieci pagine.
Mussawwarat es-Sufra
Fra i siti sudanesi rappresentati in collezione c'è anche Mussawwarat es-Sufra, il grande complesso meroitico nella steppa della Butana, con il suo labirinto di corridoi, recinti e rampe che gli archeologi chiamano Grande Recinto, e con il tempio di Apedemak decorato a rilievo. È un luogo che continua a resistere alle interpretazioni: santuario di pellegrinaggio, centro di addestramento degli elefanti, residenza reale stagionale, e nessuna delle ipotesi ha finora prevalso in modo definitivo. Ai gruppi lo racconto sempre, perché è la prova che nell'archeologia esistono ancora domande aperte grandi come un isolato.

La scrittura cuneiforme spiegata al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Se c'è una cosa che questo museo permette di capire meglio di qualsiasi altro luogo a Roma, è che cosa sia davvero la scrittura cuneiforme. Non un alfabeto misterioso, non un codice segreto: un sistema tecnologico, nato da un problema pratico e perfezionato per tre millenni.
Come nasce il cuneiforme
Il punto di partenza è la contabilità. Nella Mesopotamia del quarto millennio, nei grandi templi e nei palazzi, occorreva registrare quantità: capi di bestiame, misure d'orzo, giare d'olio, giornate di lavoro. I primi sistemi usavano gettoni d'argilla di forme diverse, chiusi dentro involucri sferici sigillati; poi qualcuno ebbe l'idea di imprimere sull'involucro il segno del contenuto, e a quel punto l'involucro divenne superfluo. Restò la tavoletta.
Il segno si traccia premendo nell'argilla fresca uno stilo di canna a sezione triangolare. La pressione produce un'impronta a cuneo, larga da un lato e affilata dall'altro: da qui il nome, dal latino cuneus. Combinando cunei in posizione verticale, orizzontale e obliqua si costruiscono centinaia di segni. Poi la tavoletta si lascia essiccare, e se serve conservarla a lungo si cuoce. È il paradosso più bello della disciplina: gli archivi antichi sono sopravvissuti proprio grazie agli incendi che distrussero i palazzi, perché il fuoco ha cotto le tavolette e le ha rese indistruttibili.
Dal pittogramma alla sillaba
All'inizio i segni sono disegni: una testa di bue significa bue. Poi interviene il principio del rebus, quando un segno comincia a valere non per il suo significato ma per il suono del suo nome. Da lì il sistema diventa misto, con segni logografici che valgono per una parola intera, segni sillabici che valgono per un suono, e determinativi non pronunciati che segnalano al lettore la categoria della parola che segue: divinità, uomo, città, legno, oggetto di metallo.
Questo spiega perché il cuneiforme, inventato per il sumerico, ha potuto essere adattato a lingue completamente diverse: l'accadico, semitico; l'eblaita, semitico anch'esso; l'ittita, indoeuropeo; l'elamico; l'urartico. Come un alfabeto latino usato per scrivere il turco, il vietnamita e il polacco. La cosa che sorprende sempre i visitatori è la durata: la scrittura cuneiforme resta in uso per più di tremila anni, e l'ultima tavoletta datata che conosciamo è un testo astronomico del primo secolo dopo Cristo.
Le tavolette di Ebla e che cosa dicono
Gli archivi di Ebla sono importanti per tre ragioni, e vale la pena elencarle con ordine. La prima è linguistica: hanno restituito l'eblaita, una lingua semitica prima ignota, e questo ha costretto a riscrivere la mappa delle lingue semitiche del terzo millennio. La seconda è storica: i testi documentano una potenza siriana autonoma, con una propria rete di rapporti diplomatici ed economici, in un'epoca in cui si riteneva che la Siria interna fosse una periferia della Mesopotamia. La terza è amministrativa: la maggior parte dei documenti riguarda tessuti, metalli, razioni, forniture, spedizioni. Non poesia epica, contabilità. Le grandi civiltà si raccontano con le liste della spesa, e a me questo è sempre sembrato commovente più di qualunque poema.
Al museo si vedono le copie dei documenti cuneiformi eblaiti insieme al materiale ceramico. Chi si aspettava la tavoletta originale resta contrariato per dieci secondi; poi, se ha un buon accompagnatore, capisce che una copia di studio ben fatta serve a leggere il segno, e che il segno è tutto quello che conta.
I sigilli cilindrici e le cretule
L'altra invenzione mesopotamica che il museo permette di capire è il sigillo cilindrico: un cilindretto di pietra dura, spesso di due o tre centimetri, inciso in negativo, forato longitudinalmente per essere portato al collo o al polso. Si fa rotolare sull'argilla fresca e lascia un'impronta continua, teoricamente infinita, con una scena in rilievo.
Il sigillo è insieme firma, documento d'identità e opera d'arte in miniatura. Le scene incise sono un repertorio iconografico straordinario: banchetti, combattimenti fra eroi e animali, processioni davanti a una divinità, presentazioni del fedele da parte di un dio intercessore. Molti sigilli portano anche un'iscrizione con il nome del proprietario e la sua funzione. Per l'archeologo un sigillo, o meglio la sua impronta su una cretula, è una firma su un documento: dice chi ha autorizzato quel movimento di merci e in che momento.
Consiglio pratico per la visita: chiedete di poter osservare le cretule con una lente, se il personale ve lo consente. A occhio nudo sembrano frammenti insignificanti; ingrandite, restituiscono la scena impressa. È il momento in cui il museo si trasforma per chi lo guarda.
Un museo che è anche un laboratorio: la ricerca al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Una cosa che distingue un museo universitario da un museo civico: qui le collezioni non sono ferme. Sono materiale attivo di ricerca, e ogni anno qualcuno le rimette in discussione. Il museo dichiara alcune linee di lavoro in corso, e sono quelle che spiegano meglio a che cosa serve conservare migliaia di frammenti apparentemente muti.
Il progetto sulle ceramiche
Dal 2015 è attivo uno studio sulle prime ceramiche, condotto con indagine minero-petrografica e caratterizzazione geochimica del vasellame, su materiali da Tell es-Sultan e Betlemme in Palestina, da Khirbet al-Batrawy in Giordania e da Mozia in Sicilia. In parole povere: si prende un frammento, se ne ricava una sezione sottile, la si osserva al microscopio polarizzatore e si identificano gli inclusi minerali dell'impasto. Da lì si risale all'argilla di partenza, quindi al bacino geologico, quindi al luogo di produzione. Un frammento di vaso diventa una prova di commercio o di autoproduzione.
Tracking Red Slip
Una seconda linea di ricerca indaga la composizione degli ingobbi della ceramica rossa lustrata diffusa nel Mediterraneo nel primo millennio avanti Cristo, in collaborazione con università italiane e straniere. Il red slip è la superficie rossa lucida che caratterizza intere classi di vasellame fenicio: capire come veniva ottenuta, con quali ossidi e a quali temperature di cottura, significa distinguere le officine e seguire la diffusione di una tecnica lungo le rotte. È un lavoro invisibile al pubblico e decisivo per la disciplina.
L'archeometria dei metalli
Dal 2017 la collezione del museo è oggetto di analisi archeometriche sui reperti metallici, per determinare la composizione delle leghe e le tecnologie di produzione. Nel caso delle asce di Batrawy, per esempio, sapere la percentuale di rame e le eventuali impurità permette di ipotizzare la provenienza del minerale e la catena operativa. Le vetrine, insomma, sono anche un magazzino di dati che nessuno aveva ancora estratto quando quegli oggetti furono scavati.
Laboratori, conferenze e attività didattiche
Il museo affianca alle visite guidate laboratori ludico-didattici, conferenze e seminari. È il volto pubblico di un'istituzione che nasce per la didattica universitaria e che negli ultimi anni si è aperta alle scuole e alle famiglie. Le attività non hanno un calendario fisso da museo civico: si programmano e si annunciano sul sito ufficiale del museo. Chi ha figli in età scolare farebbe bene a tenerlo d'occhio, perché un laboratorio sulla scrittura cuneiforme, con l'argilla e lo stilo in mano, vale dieci lezioni frontali.
Una curiosità su Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
La curiosità che tengo per ultima quando accompagno un gruppo riguarda il nome della sala. Il museo occupa la Sala a Crescente del Palazzo del Rettorato, e quel nome non è un vezzo poetico: descrive la geometria dell'ambiente, ricavato nell'articolazione curva del corpo di fabbrica progettato da Marcello Piacentini negli anni Trenta. Un museo di archeologia orientale ospitato dentro una delle architetture di regime più studiate d'Italia è già di per sé una contraddizione affascinante. Ma la vera curiosità viene dopo.
Fino al luglio del 2014 il museo non era qui. Per circa trent'anni ha avuto sede in via Palestro, con un ordinamento in tre parti: sezione siro-palestinese, sezione egiziana e una sala interamente dedicata a Ebla, con un grande plastico della città siriana e le copie delle tavolette cuneiformi. Quando l'ateneo dovette lasciare quella sede, le collezioni furono imballate e trasferite dentro la Città Universitaria, e l'occasione fu usata per rifare tutto da capo. Fu allora che il museo cambiò nome: da Museo del Vicino Oriente a Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo.
Ecco la curiosità vera, quella che quasi nessuno conosce: il cambio di nome non aggiunse un solo oggetto alla collezione. L'Egitto era già dentro il museo dagli anni Cinquanta, grazie a Sergio Donadoni e alla missione di Tamit; il Mediterraneo fenicio-punico era già dentro dagli anni Sessanta, grazie a Sabatino Moscati e alle campagne fra Sicilia, Sardegna, Malta e Tunisia. Semplicemente, per mezzo secolo il nome dell'istituzione ne aveva raccontato solo un terzo. Il museo dovette traslocare per accorgersi di che cosa fosse davvero.
C'è una seconda curiosità dentro la prima, e riguarda il modo in cui l'allestimento fu ripensato. Non si scelse un ordine cronologico e nemmeno un ordine geografico: si scelsero dodici temi maggiori, articolati in una trentina di unità espositive indipendenti, ventinove vetrine e sei pedane. Il risultato è che nella stessa unità possono trovarsi materiali distanti fra loro cinquemila chilometri e tremila anni, accostati perché rispondono alla stessa domanda: come nasce una città, come si controlla una merce, come si seppellisce un morto, come si scrive un numero. Per un pubblico abituato alle sale per dinastia, è uno spiazzamento salutare.
Aggiungo l'ultima, che è la mia preferita. La collezione egiziana del museo si è formata in larghissima parte grazie agli scavi di salvataggio condotti negli anni Sessanta a causa della costruzione della Diga di Assuan. Significa che una parte consistente di quello che vedete a Roma esiste in vetrina perché stava per finire sott'acqua. La Nubia sommersa dal lago Nasser è il grande cimitero archeologico del Novecento, e in questo museo se ne conserva un pezzo di memoria.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Quella che non vi dice nessuno è di natura pratica e cambia radicalmente la riuscita della visita: qui non si entra, si viene ricevuti. La prenotazione non è una formalità burocratica come nei musei statali, dove prenoti una fascia oraria e poi entri in mezzo a duecento persone. Qui la prenotazione apre materialmente una porta che altrimenti resta chiusa, e chi vi accoglie sa in anticipo chi siete, quanti siete e perché venite. Se nel messaggio di prenotazione scrivete che vi interessa la Nubia cristiana, o che siete un gruppo di insegnanti di storia, o che state preparando un esame di archeologia fenicio-punica, la visita che vi verrà proposta sarà diversa. Non è un favore: è il funzionamento normale di un museo universitario, e quasi nessuno lo sfrutta.
La seconda cosa che non vi dice nessuno riguarda i numeri. Il museo indica per i gruppi una soglia minima di sei persone e un massimo di venticinque per la visita guidata, che costa 40 euro a gruppo. Fate il conto: venticinque persone significano un euro e sessanta a testa per una visita condotta da chi conosce quei materiali per mestiere. In una città dove una visita guidata standard costa dieci volte tanto e la conduce qualcuno che ha imparato il copione la settimana prima, questa è l'occasione culturale meno pubblicizzata di Roma. Se siete in due o in tre e volete la visita guidata, la soluzione è mettersi d'accordo con altri: un'associazione culturale, una classe, un gruppo di amici.
Terza cosa, e riguarda il rapporto fra il museo e il resto della città. Molti pensano che i musei universitari siano riservati agli studenti. Non è così: l'accesso è aperto al pubblico, gratuito, e le uniche condizioni sono la prenotazione e il rispetto dei giorni di apertura. Il malinteso nasce dal fatto che questi musei non hanno budget di comunicazione, non fanno campagne, non compaiono nelle liste dei musei di Roma che circolano online. Vivono di passaparola e di ricerca attiva da parte del visitatore.
Quarta, e la dico con una certa durezza perché me lo chiedono in continuazione: qui non si trova la mummia. Non c'è la sala egizia scenografica con i sarcofagi allineati e la luce radente. Chi cerca quell'esperienza deve mettersi in viaggio per Torino o attraversare il Tevere per i musei vaticani. Chi invece vuole capire come si costruisce la conoscenza sull'Oriente antico, e vuole farlo in un'ora e mezza dentro un edificio degli anni Trenta a due passi da Termini, ha trovato l'indirizzo giusto. Le due cose sono legittime; confonderle produce solo delusione.
Quinta e ultima: il calendario. Le aperture sono martedì e giovedì, con orario 10.00-17.00, e ci sono chiusure lunghe che nei musei civici non esistono, perché il museo segue il calendario accademico. La chiusura estiva copre la fine di luglio e tutto agosto; quella natalizia va da metà dicembre ai primi di gennaio. Se programmate una visita a Roma per agosto, il museo non rientra nei vostri piani, e non c'è modo di aggirare la cosa: conviene saperlo prima di comprare il biglietto del treno.
Il consiglio che ti do per visitare Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Il consiglio principale è uno solo e lo metto in cima: scrivete la mail di prenotazione come se steste chiedendo un appuntamento a un collega, non come se steste compilando un modulo. Indicate quante persone siete, in che data e in quale fascia oraria vorreste venire fra le 10.00 e le 17.00 di martedì o giovedì, e soprattutto che cosa vi interessa. Chiedete se è possibile una visita guidata e specificate se preferite un taglio generale o tematico. Questo museo risponde alle persone, e la qualità della risposta dipende dalla qualità della domanda.
Secondo consiglio: date al museo il tempo che merita, che non è quello che gli si dà di solito. Un giro veloce fra le vetrine si esaurisce in quaranta minuti e lascia in bocca la sensazione di aver visto tanti frammenti. Una visita fatta bene richiede un'ora e mezza, e con una guida del museo si arriva tranquillamente a due ore. Se avete tempo per una cosa sola, sacrificate la parte finale e non l'inizio: le prime vetrine, quelle su Gerico e Arslantepe, contengono i concetti che rendono comprensibile tutto il resto.
Terzo: preparatevi un minimo. Non serve un corso di assiriologia, servono tre nozioni. Che cos'è un tell, cioè una collina artificiale formata dall'accumulo di strati di villaggi costruiti uno sopra l'altro per millenni. Che cosa significa Bronzo Antico, Bronzo Medio, età del Ferro nella cronologia levantina. E che il cuneiforme è una tecnica di scrittura, non una lingua. Con queste tre chiavi in tasca il museo si apre; senza, resta una sequenza di oggetti bruni dentro teche.
Quarto, e riguarda l'ordine della giornata. Poiché il museo apre solo martedì e giovedì e solo di mattina e primo pomeriggio, conviene incastrarlo con qualcosa di vicino. La mia combinazione preferita: museo alle 10.00, uscita verso mezzogiorno, pranzo veloce in zona San Lorenzo, e nel pomeriggio la sezione orientale o quella epigrafica di un grande museo statale per confronto, per esempio a Palazzo Massimo alle Terme o alle Terme di Diocleziano, che sono a dieci minuti di metropolitana. È una giornata che collega due modi opposti di fare museo e li fa capire entrambi.
Quinto e ultimo, un consiglio che vale come opinione netta: non portateci un bambino sotto i dieci anni senza un laboratorio didattico prenotato. Le vetrine da sole non lo terranno, e passerete l'ora a inseguirlo invece che a leggere i pannelli. Con un laboratorio, invece, un bambino di otto anni esce da qui che sa scrivere il proprio nome in cuneiforme e non se lo dimentica più. È il museo giusto per un ragazzo, purché ci si arrivi con l'attività giusta.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il fatto risaputo è che gli archeologi italiani hanno scavato mezzo Vicino Oriente. Lo sanno tutti, in modo vago, e ci si compiace del primato senza andare a vedere che cosa significhi in concreto. Il fatto poco citato è quello che segue: la ragione per cui questo museo espone copie e calchi accanto agli originali non è una carenza, è una conquista giuridica ed etica del Novecento.
Per tutto l'Ottocento e per buona parte del primo Novecento, la regola nel Mediterraneo e in Oriente fu la divisione dei reperti: chi finanziava lo scavo si portava a casa una quota dei ritrovamenti. È così che si sono formate le grandi collezioni orientali europee. Poi, nel corso del ventesimo secolo, gli stati del Vicino Oriente e dell'Africa hanno approvato leggi che vietano l'esportazione del patrimonio archeologico, e la comunità scientifica internazionale ha fatto propria la regola. Oggi una missione straniera scava, studia, pubblica, restaura, forma personale locale, e lascia tutto sul posto.
Il museo romano dichiara esplicitamente questo principio: i reperti esposti sono in parte originali e in parte copie, e le copie ci sono perché gli originali devono restare nei paesi in cui sono stati ritrovati. È una frase asciutta che contiene una rivoluzione. Se venti anni fa un museo avesse scritto una cosa simile in sala, avrebbe fatto discutere; oggi è la norma della disciplina, e chi la contesta si trova dalla parte sbagliata della storia.
C'è però un risvolto meno consolante, e va detto. Le guerre in Siria e in Iraq, il conflitto in Sudan, l'instabilità in Libia e in altre aree hanno colpito duramente il patrimonio archeologico proprio negli anni in cui il principio della restituzione al contesto d'origine si affermava. Musei saccheggiati, siti bombardati, magazzini svuotati. In alcuni casi la documentazione conservata nelle università europee, i calchi, le fotografie di scavo, i disegni, i plastici, i frammenti di studio, rappresentano oggi l'unico stato conosciuto di un contesto che sul terreno non esiste più. Questo museo, con la sua collezione di frammenti e di riproduzioni, è anche un archivio di sicurezza. Non è un ruolo che qualcuno abbia desiderato; è un ruolo che la storia recente gli ha assegnato.
Il secondo fatto risaputo e poco citato riguarda i numeri della ricerca italiana. Più di trenta missioni archeologiche in quindici paesi, per oltre cinquant'anni, finanziate dal fondo dei Grandi Scavi dell'ateneo e dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Sono cifre che nessun ministero della cultura sbandiera e che nessuna campagna di comunicazione racconta. Eppure l'archeologia è, insieme al restauro, il settore in cui l'Italia esercita all'estero l'influenza culturale più solida e meno chiacchierata. Un museo di quattro sale dentro un rettorato ne è il rendiconto.
La foto giusta da fare a Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Comincio da un avvertimento tecnico, perché qui la fotografia è una sfida vera. La Sala a Crescente ha una luce alta e diffusa e le vetrine hanno vetri grandi: il risultato è che ogni scatto frontale porta a casa il riflesso della finestra, del soffitto e spesso anche del fotografo. Il flash è inutile oltre che sconsigliato, perché rimbalza sul vetro e cancella l'oggetto. Prima di scattare, chiedete al personale se e come si può fotografare: in un museo su prenotazione la cortesia di domandare è la regola minima.
La foto giusta, quella che vale il viaggio, non è il pezzo isolato. È l'inquadratura obliqua che tiene insieme la vetrina e la curva della sala: si mette la fotocamera a quarantacinque gradi rispetto al vetro, si abbassa di un palmo l'altezza degli occhi e si lascia entrare nell'inquadratura la parete curva sullo sfondo. In un colpo solo si ottengono l'oggetto antico e l'architettura degli anni Trenta che lo contiene. È la fotografia che racconta questo museo meglio di qualsiasi primo piano, perché il soggetto vero è proprio l'incontro fra due mondi lontanissimi.
Se invece volete il dettaglio, ho tre soggetti da suggerirvi. Il primo è il cranio modellato di Gerico: fotografatelo di tre quarti e non di fronte, perché il volto ricostruito in gesso acquista volume solo con la luce di lato. Il secondo sono le cretule di Arslantepe: qui serve il macro, e serve pazienza, perché l'impronta del sigillo emerge soltanto se la luce arriva radente. Il terzo è il capitello a volute di Ramat Rahel, che chiede un'inquadratura frontale e simmetrica, il contrario di tutto il resto.
Fuori dal museo, la foto migliore la si fa senza entrare. Uscite sul piazzale della Minerva e inquadrate la statua di Arturo Martini con la facciata del Rettorato alle spalle: è l'immagine più riconoscibile della Città Universitaria e funziona benissimo nella luce del tardo pomeriggio, quando il travertino prende un tono caldo. Chi vuole una composizione meno scontata si metta sotto il porticato e usi le colonne come cornice, lasciando la statua piccola in fondo alla prospettiva.
Un'ultima raccomandazione che faccio sempre e che quasi nessuno segue: mettete via il telefono per i primi venti minuti. In un museo di frammenti la fotografia diventa una scusa per non guardare. Il cranio di Gerico ha novemila anni; potete concedergli trenta secondi di attenzione senza schermo.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Un museo giovane non ha secoli di cronaca alle spalle, ma la sua storia coincide con quella di alcune delle imprese archeologiche più importanti del Novecento italiano, e il luogo che lo ospita ha una vicenda propria. Racconto i fatti in ordine.
1935: l'inaugurazione della Città Universitaria
L'edificio che ospita il museo nasce con la Città Universitaria, inaugurata nel 1935 su progetto e coordinamento di Marcello Piacentini. Fu un cantiere rapidissimo e politicamente carico: il regime volle un campus moderno, monumentale e razionale, e lo ottenne. Il Palazzo del Rettorato, con l'Aula Magna dominata dal grande affresco di Mario Sironi, ne è il fulcro. Novant'anni dopo, nel settembre del 2025, l'ateneo ha celebrato l'anniversario del complesso restituendo alla comunità lo scalone monumentale restaurato.
Fine anni Cinquanta: le prime missioni di Donadoni e Moscati
Il primo nucleo del museo si forma con due campagne quasi contemporanee: Sergio Donadoni scava a Tamit, in Egitto; Sabatino Moscati a Ramat Rahel, in Israele. Sono le due missioni che fondano la scuola e che, senza saperlo, fondano anche la collezione. All'inizio degli anni Sessanta nasce l'Istituto del Vicino Oriente della Sapienza, e il museo nasce dentro di esso.
Anni Sessanta: la campagna di salvataggio della Nubia
La costruzione della Grande Diga di Assuan mette in pericolo il patrimonio della valle del Nilo fra Egitto e Sudan e produce la più grande operazione di archeologia d'emergenza mai tentata. La missione della Sapienza guidata da Donadoni lavora in quel quadro, e nella seconda metà del decennio i suoi siti principali sono Tamit, Sonqi Tino e il Jebel Barkal. Da lì viene la parte più consistente della collezione egiziana e nubiana del museo, compreso il recupero della chiesa di Sonqi Tino.
1964: comincia Ebla
La missione dell'Università di Roma diretta da Paolo Matthiae inizia a esplorare Tell Mardikh nella Siria settentrionale. È l'avvio dell'impresa che darà alla Sapienza una reputazione mondiale e che porterà al museo la sua sala più celebre.
1973: la Sapienza al Jebel Barkal
Prende avvio in Sudan, sotto la direzione di Sergio Donadoni, la missione al Jebel Barkal, concepita come progetto di ricerca di lungo periodo. Donadoni la guida fino al 1989, poi la direzione passa ad Alessandro Roccati fino al 2004. È una delle imprese italiane più durature all'estero, e restituisce il palazzo B1500 del re Natakamani.
1974-1975: gli archivi reali di Ebla
Nel Palazzo Reale G di Ebla emergono gli archivi di tavolette cuneiformi: 17.040 fra tavolette e frammenti, in una lingua semitica fino ad allora sconosciuta, l'eblaita. È la scoperta che riscrive la storia della Siria del terzo millennio e che entra nei manuali di tutto il mondo. La sala eblaita del museo, nella sede di via Palestro, nasce come conseguenza diretta di quel ritrovamento.
1984: la stele meroitica del Jebel Barkal
Al Jebel Barkal viene rinvenuta una stele iscritta in meroitico che nomina Amanitore e Arikhankharer, moglie e figlio di Natakamani. È il documento che consente di datare al primo secolo dopo Cristo il grande palazzo scavato dalla missione italiana, e di attribuirlo con sicurezza a quel sovrano.
2010: le asce di rame di Batrawy
Durante la sesta campagna di scavo a Khirbet al-Batrawy, in Giordania, la missione della Sapienza diretta da Lorenzo Nigro individua il palazzo reale della città del Bronzo Antico IIIB e vi trova quattro asce di rame. L'edificio prende il nome di Palazzo delle Asce di Rame, e le asce entrano fra i pezzi principali del museo romano.
Luglio 2014: il trasloco e il nuovo nome
Il museo lascia via Palestro dopo circa trent'anni e si trasferisce nella Sala a Crescente del Palazzo del Rettorato. L'allestimento viene rifatto integralmente in una trentina di unità espositive raggruppate in dodici temi, e l'istituzione assume il nome attuale di Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo.
2021 e 2023: due riconoscimenti UNESCO
Nel 2021 Arslantepe entra nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO con il criterio terzo; nel 2023 tocca ad Ancient Jericho/Tell es-Sultan, iscritta con i criteri terzo e quarto per conto dello Stato di Palestina. Sono due dei siti su cui la Sapienza lavora e da cui provengono materiali esposti a Roma. Per un museo universitario è la forma più alta di riconoscimento indiretto: non premia il museo, premia gli scavi che lo hanno riempito.
Chi è passato da Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
In un museo universitario la domanda su chi sia passato di qui non riguarda imperatori e papi. Riguarda gli studiosi che hanno costruito una disciplina, e riguarda gli artisti che hanno costruito l'edificio. Le due liste sono entrambe di prim'ordine, e nessuna delle due è nota al grande pubblico.
Sabatino Moscati
Semitista, storico delle civiltà del Vicino Oriente e del Mediterraneo antico, Moscati è uno dei due fondatori del museo. Il suo contributo intellettuale è misurabile in una frase: prima di lui i Fenici d'Occidente erano un capitolo minore della storia orientale, dopo di lui sono un campo di studi autonomo con una propria cronologia e una propria cultura materiale. Le sue campagne a Ramat Rahel alla fine degli anni Cinquanta e poi le ricerche in Sicilia, in Sardegna, a Malta e in Tunisia negli anni Sessanta hanno riempito metà delle vetrine che si vedono oggi. Chi guarda le stele del tofet di Mozia o la statuina di Monte Sirai guarda il frutto del suo programma di ricerca.
Sergio Donadoni
L'altro fondatore. Egittologo, ha portato la scuola romana in Egitto e in Sudan e ha creato la collezione egiziana e nubiana quasi da solo. Alla fine degli anni Cinquanta scava a Tamit; negli anni Sessanta lavora nel quadro degli scavi di salvataggio resi necessari dalla Diga di Assuan, con il recupero della chiesa di Sonqi Tino e il lavoro sulla tomba di Sheshonq a Tebe; dal 1973 al 1989 dirige la missione italiana al Jebel Barkal in Sudan. Cinquant'anni di lavoro sul campo, e una scuola di allievi che ha occupato le cattedre di egittologia italiane per due generazioni.
Paolo Matthiae
Dal 1964 dirige la missione della Sapienza a Tell Mardikh, cioè a Ebla, e fra il 1974 e il 1975 porta alla luce gli archivi reali del Palazzo G: 17.040 fra tavolette e frammenti, e una lingua semitica ignota. È probabilmente la scoperta archeologica italiana più importante del secondo Novecento. Grazie a lui il museo ebbe, nella sede di via Palestro, una sala interamente dedicata a Ebla, con la collezione di frammenti ceramici, le copie dei documenti cuneiformi e il grande plastico della città.
Alessandro Roccati
Egittologo, ha diretto la missione italiana al Jebel Barkal dal 1989 al 2004, dando continuità al lavoro di Donadoni sul palazzo di Natakamani e sui santuari della montagna sacra. La statua di leone e i materiali del palazzo B1500 che si vedono a Roma vengono da quelle campagne.
Lorenzo Nigro
Archeologo del Vicino Oriente, dirige dal 2005 gli scavi di Khirbet al-Batrawy in Giordania, dove nel 2010 ha individuato il palazzo reale della città del Bronzo Antico IIIB con le quattro asce di rame, ed è impegnato anche sui cantieri di Tell es-Sultan a Gerico e di Mozia. Fra i pezzi del museo che portano la sua firma di scavo ci sono le asce di Batrawy, fra i più recenti e fra i più eloquenti.
Marta D'Andrea e la direzione attuale
La direzione scientifica del museo è oggi affidata alla professoressa Marta D'Andrea, con la dottoressa Claudia Carlucci come curatrice d'area. È la generazione che ha ereditato la collezione dai fondatori e che ha il compito più difficile: tenere insieme la conservazione, la ricerca sui materiali e l'apertura al pubblico con le risorse di un dipartimento universitario. Chi prenota una visita guidata lo dovrebbe sapere: le persone che lo accompagnano non sono personale di custodia, sono ricercatori.
Marcello Piacentini, Arturo Martini, Mario Sironi
Poi c'è chi è passato di qui prima che il museo esistesse, e ha lasciato il contenitore. Marcello Piacentini progettò e coordinò la Città Universitaria inaugurata nel 1935, e la Sala a Crescente che ospita le collezioni è opera sua. Arturo Martini scolpì la Minerva del piazzale, l'immagine con cui l'ateneo si identifica da novant'anni. Mario Sironi dipinse il grande affresco dell'Aula Magna del Rettorato, a pochi metri dalle vetrine con le cretule di Arslantepe. Tre dei nomi maggiori dell'arte e dell'architettura italiana fra le due guerre, tutti nello stesso edificio, e quasi tutti i visitatori del museo escono senza saperlo.
Gli studenti
L'ultima categoria è la più numerosa e la meno celebrata. Da oltre sessant'anni da queste collezioni passano gli studenti di archeologia orientale, di egittologia, di archeologia fenicio-punica della Sapienza. È qui che imparano a riconoscere un impasto, a distinguere una forma vascolare, a leggere l'impronta di un sigillo. Molti degli archeologi che oggi dirigono missioni italiane nel Mediterraneo e in Oriente hanno cominciato davanti a queste vetrine, con un frammento in mano e un professore che chiedeva loro di datarlo. Un museo che ha formato chi poi lo ha riempito: non capita spesso.
Come si visita davvero il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Quanto tempo serve al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Un'ora e mezza è la misura giusta per una visita libera fatta con attenzione. Con la visita guidata condotta dal personale si arriva comodamente a due ore, e il tempo passa senza che ve ne accorgiate. Chi ha soltanto un'ora deve rinunciare a qualcosa e conviene che rinunci alla parte finale, non a quella iniziale. Chi è appassionato e ha studiato l'argomento può restare tre ore, e in quel caso conviene dirlo in fase di prenotazione.
Il percorso consigliato dentro il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
L'ordine più efficace è quello cronologico e concettuale insieme: Gerico e i mattoni crudi, Arslantepe e le cretule, Batrawy e le asce, Ramat Rahel e il capitello, poi la grande deriva mediterranea con Malta, la Tunisia, Pantelleria, Mozia e Monte Sirai, e infine l'Egitto e la Nubia. Le vetrine sono disposte lungo la curva della sala e permettono un percorso continuo. Se venite con una guida del museo l'ordine ve lo sceglie chi vi accompagna, e di solito lo sceglie bene.
Serve una guida al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Dico di sì senza esitazione, e non è un consiglio scontato: in molti musei la visita libera basta e avanza. Qui no. La densità di informazione per centimetro quadrato di vetrina è altissima e la maggior parte degli oggetti non parla da sola. Quaranta euro a gruppo sono una cifra che rende ridicola qualsiasi obiezione economica. Se non riuscite a formare un gruppo, portatevi da casa le tre nozioni che ho elencato più sopra e leggete i pannelli fino in fondo: sono scritti bene.
Accessibilità del Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Il museo si trova all'interno del Palazzo del Rettorato, un edificio pubblico e universitario dotato di ascensori e di percorsi accessibili, e l'ingresso avviene dal porticato sul retro. Poiché la visita è su prenotazione, l'unica cosa sensata da fare è segnalare nel messaggio l'esigenza specifica, che si tratti di sedia a rotelle, di difficoltà motorie o di accompagnamento per persone con disabilità sensoriale: il personale organizza l'accesso e vi indica il punto di ingresso più comodo. Il vantaggio del museo su prenotazione è esattamente questo: nessuna coda, nessuna calca, e la possibilità di concordare tutto in anticipo.
Il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo con i bambini
Il museo organizza laboratori ludico-didattici e visite guidate per scuole di ogni ordine e grado. Con un laboratorio prenotato è un'esperienza eccellente dagli otto anni in su: l'argilla, lo stilo, il sigillo che rotola e lascia l'impronta sono strumenti che qualsiasi bambino capisce al volo. Senza laboratorio, invece, resta un museo di vetrine, e sotto i dieci anni funziona poco. Per le scuole vale la pena di scrivere con largo anticipo, perché i giorni di apertura sono due e il calendario si riempie.
Quanto costa il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
L'ingresso è gratuito, su prenotazione. La visita guidata condotta dal personale del museo costa 40 euro a gruppo, con un massimo di venticinque persone; per i gruppi il museo indica un minimo di sei partecipanti. Non ci sono biglietterie, non ci sono prevendite, non esistono rivenditori: si scrive a mvoem@uniroma1.it e si concorda. Chiunque vi proponga un biglietto a pagamento per questo museo vi sta vendendo aria.
Quando andare al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
I giorni sono martedì e giovedì, dalle 10.00 alle 17.00. Il momento migliore è la mattina presto, appena aperto, per due ragioni: la luce nella Sala a Crescente è più uniforme e il personale ha più tempo. Da evitare i periodi di chiusura, che seguono il calendario accademico: la chiusura estiva copre la fine di luglio e tutto agosto, quella natalizia va da metà dicembre ai primi di gennaio. Le date esatte sono pubblicate sul sito del museo, e vanno controllate prima di fissare la visita perché possono cambiare da un anno all'altro.
Per chi è davvero interessante il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Lo dico senza diplomazia, perché è un servizio che rendo a chi legge. Questo museo è perfetto per: studenti e appassionati di archeologia, storia antica, storia delle religioni e storia della scrittura; insegnanti che cercano un'uscita didattica di sostanza; viaggiatori colti che hanno già visto i grandi musei romani e vogliono qualcosa che non trovano nelle guide; chiunque abbia una curiosità vera per la Mesopotamia, il Levante, la Fenicia, l'Egitto e la Nubia. È inadatto a: chi ha due giorni a Roma e vuole vedere il Colosseo e i Musei Vaticani; chi cerca l'effetto scenografico; chi non sopporta di leggere i pannelli; chi viaggia con bambini piccoli senza attività dedicata. Non è snobismo: è aiutarvi a non sprecare una mattina.
Cosa c'è intorno al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Uscendo dal museo si è in uno dei quadranti meno turistici e più vivi di Roma, fra il quartiere Nomentano, San Lorenzo e Castro Pretorio. Nel raggio di dieci minuti a piedi si trovano cose che nessun itinerario standard include.
La Città Universitaria e gli altri musei della Sapienza
Senza uscire dal recinto si arriva alla Gipsoteca, al Museo delle Antichità Etrusche e Italiche e agli altri musei del Polo. Se avete un secondo appuntamento nello stesso giorno, questa è la scelta più razionale, perché elimina gli spostamenti.
San Lorenzo e il Verano
A est della Città Universitaria comincia San Lorenzo, il quartiere operaio e universitario di Roma, con le sue osterie, le sue librerie e le sue cicatrici: il bombardamento del 19 luglio 1943 colpì proprio qui, e la basilica di San Lorenzo fuori le Mura ne porta il segno nella facciata ricostruita. È una delle basiliche patriarcali di Roma e uno dei complessi paleocristiani più interessanti della città, con il portico duecentesco e i due edifici di culto fusi in uno. Accanto si apre il cimitero monumentale del Verano.
Verso Termini: le Terme di Diocleziano e Palazzo Massimo
In direzione opposta, verso Termini, ci sono le Terme di Diocleziano e Palazzo Massimo alle Terme, due sedi del Museo Nazionale Romano. Il confronto con il museo della Sapienza è istruttivo: due modi opposti di esporre l'antichità, uno monumentale e uno analitico. Un pomeriggio a Palazzo Massimo dopo una mattina al Vicino Oriente è una giornata che vale un corso universitario.
Un poco più lontano, per proseguire il discorso
Chi vuole continuare sul filo delle civiltà antiche ha in città il Museo Etrusco di Villa Giulia, dove la componente orientalizzante e fenicia della cultura etrusca si vede benissimo, e il grande complesso del Museo delle Civiltà all'EUR, che riunisce preistoria, etnografia e Oriente. Chi cerca invece un contrappunto più raro può andare al Museo Barracco, in corso Vittorio, che è il posto migliore di Roma per vedere in poche sale scultura egizia, assira e cipriota accanto a quella greca e romana.
Domande veloci su Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Dove si trova il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Dentro la Città Universitaria della Sapienza, in Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma, nella Sala a Crescente del Palazzo del Rettorato. L'ingresso del pubblico è sul retro dell'edificio CU001, sotto il porticato, non sulla facciata monumentale che guarda il piazzale della Minerva.
Quanto costa il biglietto del Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Nulla: l'accesso è gratuito. L'unica spesa possibile è la visita guidata condotta dal personale, 40 euro a gruppo fino a venticinque persone.
Serve prenotare per visitare il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Sì, sempre. La visita è possibile soltanto su prenotazione, scrivendo a mvoem@uniroma1.it o telefonando allo 06 4991 0228. Senza prenotazione non si entra.
Quali sono gli orari del Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Martedì e giovedì, dalle 10.00 alle 17.00, su prenotazione. Gli altri giorni il museo non riceve pubblico.
Il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo è aperto ad agosto
No. Il museo osserva una chiusura estiva che copre la fine di luglio e tutto il mese di agosto, e una chiusura natalizia fra metà dicembre e i primi di gennaio. Le date precise sono pubblicate sul sito ufficiale del museo e conviene controllarle prima di programmare il viaggio.
Quanto dura la visita al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Un'ora e mezza per una visita libera fatta con calma, due ore con la visita guidata. Chi ha fretta se la cava in quaranta minuti, ma perde la parte migliore.
Si può visitare il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo da soli
Sì, purché si prenoti. La soglia minima di sei persone che il museo indica riguarda i gruppi organizzati e le visite guidate; per la visita individuale è sufficiente concordare data e orario per posta elettronica.
Come si prenota una visita guidata
Si scrive a mvoem@uniroma1.it indicando il numero di partecipanti, la data e la fascia oraria desiderata e, se serve, il tema su cui si vuole insistere. Il museo organizza visite generiche o tematiche per scuole di ogni ordine e grado, gruppi auto-organizzati e associazioni.
Quante persone possono partecipare a una visita guidata
Il massimo indicato è di venticinque persone per gruppo. Se siete di più, occorre dividersi in due turni.
Il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo è adatto ai bambini
Con un laboratorio ludico-didattico prenotato, sì, ed è ottimo dagli otto anni in su. Senza laboratorio, sotto i dieci anni funziona poco, perché è un museo di vetrine e di frammenti.
Si possono fare fotografie al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
La cosa corretta è chiederlo al personale al momento dell'accoglienza. In ogni caso il flash non serve, perché rimbalza sui vetri delle vetrine e rovina lo scatto.
Il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo è accessibile in sedia a rotelle
L'edificio del Rettorato dispone di ascensori e percorsi accessibili e l'ingresso avviene dal porticato. Trattandosi di un museo su prenotazione, la soluzione migliore è segnalare l'esigenza nel messaggio di prenotazione, così che il personale organizzi l'accesso più comodo.
C'è un guardaroba al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Non è un museo dotato di servizi al pubblico come biglietteria, guardaroba e bookshop: è un museo dipartimentale ospitato in un edificio universitario. Conviene presentarsi senza bagagli ingombranti.
Si fa la coda al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Mai. La prenotazione obbligatoria elimina il problema alla radice, ed è uno dei vantaggi meno considerati di questo tipo di museo.
Come si arriva al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo con i mezzi pubblici
Metropolitana linea B, fermata Policlinico (la più vicina) oppure Castro Pretorio; tram 3 e 19; autobus 71, 310, 492, 649. Da Termini si arriva anche a piedi in una ventina di minuti.
C'è un parcheggio vicino al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Niente di comodo. I parcheggi interni della Città Universitaria sono riservati, la zona intorno al Policlinico è a sosta tariffata e quasi sempre satura. Con la prenotazione a orario fisso, l'automobile è la scelta peggiore.
Che cosa si vede al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Materiali dalle missioni archeologiche della Sapienza in Vicino Oriente, Mediterraneo e Africa: Gerico, Arslantepe, Khirbet al-Batrawy, Ramat Rahel, Achziv, Malta, Tunisia, Pantelleria, Mozia, Monte Sirai, e poi la sezione egiziana e nubiana con Antinoe, Arsinoe, Tamit, Sonqi Tino, il Jebel Barkal e Mussawwarat es-Sufra.
Al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo ci sono le mummie
No. Non è un museo egizio nel senso corrente del termine: la sezione egiziana e nubiana nasce dagli scavi di salvataggio in Nubia e documenta soprattutto architettura, ceramica, rilievi, calchi e pittura murale cristiana.
Perché al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo ci sono delle copie
Perché gli originali principali restano nei paesi in cui sono stati ritrovati, come impongono le leggi di quegli stati e la deontologia della ricerca. Copie e calchi sono strumenti scientifici e, in alcuni casi, l'unica documentazione superstite di contesti danneggiati dalle guerre recenti.
Si vedono le tavolette di Ebla al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Si vedono copie di documenti cuneiformi e materiale ceramico dagli scavi di Tell Mardikh. Gli originali degli archivi reali sono in Siria.
Che differenza c'è fra il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo e un museo archeologico statale
La differenza è la funzione. Un museo statale espone opere selezionate per il pubblico; un museo universitario espone il materiale con cui si fa e si insegna la ricerca. Qui il valore è nella serie, nel frammento, nel confronto, non nel capolavoro isolato.
Il museo fa parte del Polo museale Sapienza
Sì, insieme agli altri musei e collezioni dell'ateneo, dall'Orto Botanico al Museo delle Origini, dal Museo di Fisica al Museo di Anatomia Comparata.
Il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo ospita mostre temporanee
Sì, il museo affianca al percorso permanente esposizioni temporanee, conferenze e seminari legati alle proprie linee di ricerca. Il programma aggiornato è sul sito ufficiale.
Quanti oggetti sono esposti al Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
L'allestimento conta una trentina di unità espositive raggruppate in dodici temi, per un totale di ventinove vetrine tematiche e sei pedane. Il numero dei singoli reperti è molto più alto, perché molte vetrine espongono serie di frammenti.
Chi dirige il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
La direzione è della professoressa Marta D'Andrea, con la dottoressa Claudia Carlucci come curatrice d'area.
Vale la pena visitare il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo
Se vi interessa capire come nascono le città, la scrittura e l'amministrazione, e come lavora davvero l'archeologia italiana all'estero, sì, e senza esitazione. Se cercate un museo spettacolare per un pomeriggio in famiglia, no.
Chiudo con quello che dico sempre ai gruppi mentre usciamo dal porticato del Rettorato. In questa città ci sono musei che si visitano per confermare quello che già si sapeva, e musei che si visitano per cambiare idea. Il Vicino Oriente della Sapienza appartiene alla seconda categoria, e ci appartiene in modo perfino scomodo: obbliga a prenotare, apre due giorni la settimana, non offre nulla di scenografico e chiede di leggere. In cambio restituisce una cosa che a Roma si trova di rado, cioè l'esperienza fisica di trovarsi davanti agli oggetti con cui si è costruito il sapere, e non davanti alle vetrine di un negozio di antichità. Scrivete quella mail, prendete la metropolitana B, entrate dal retro e chiedete di vedere le cretule con la luce di lato. Poi ditemi se non avete guardato Roma in modo diverso, per il resto della giornata.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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