Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
Il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche occupa il piano terreno e il piano seminterrato dell'edificio di Lettere e Filosofia della Sapienza, dentro la Città Universitaria, Piazzale Aldo Moro 5, a Roma, nei locali del Dipartimento di Scienze dell'Antichità. La superficie espositiva è di circa 570 metri quadri distribuiti sui due livelli. L'ingresso alla collezione è libero; le visite guidate e i laboratori didattici si prenotano scrivendo a polomusealesapienza@uniroma1.it e possono essere a pagamento. L'ateneo indica l'apertura il lunedì e il venerdì dalle 9:00 alle 19:00 e il mercoledì dalle 16:00 alle 19:00, con chiusura il sabato e la domenica: le fasce seguono il calendario accademico e cambiano, quindi una telefonata al 06 49694317 il giorno prima vale più di qualunque orario copiato da un sito, compreso questo. La posta elettronica del museo è museo-etruscoitalico@uniroma1.it. Ci si arriva con la metropolitana linea B, fermata Policlinico, cinque minuti a piedi; in superficie con le linee di autobus 71, 310, 492 e 649 e con i tram 3 e 19; da Termini il 310 ferma a Università/Regina Elena. L'auto in questa zona è un problema e non una soluzione: la Città Universitaria ha accessi controllati e il quartiere intorno, San Lorenzo compreso, non offre parcheggio.
Confronta le esperienze a Roma
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✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Questa guida fa parte della raccolta dedicata ai musei di Roma, dove trovate le altre collezioni cittadine, statali, civiche e universitarie.
Che cosa è il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
È un museo universitario, e la parola universitario qui non è un aggettivo di contorno: è la chiave di tutto. Il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche non nasce per esporre capolavori, nasce per insegnare a leggere una civiltà. Chi lo ha progettato voleva che uno studente del primo anno di etruscologia potesse vedere con gli occhi, nello stesso pomeriggio, come si costruiva un tempio a Veio, come si scriveva una dedica in etrusco, che forma aveva un bucchero, come cambiava una necropoli fra l'orientalizzante e l'ellenismo. Per ottenere questo servivano tre cose: reperti originali, calchi e modelli in scala, apparati esplicativi. Ci sono tutte e tre, mescolate nelle stesse vetrine, e la mescolanza è voluta.
Ne consegue una visita diversa da quella di un museo civico. Qui l'oggetto non è messo su un piedistallo per essere ammirato: è messo accanto a un modello che ne spiega la funzione, o accanto a un calco che permette il confronto con un pezzo conservato altrove. Il visitatore che entra aspettandosi l'oro degli Etruschi resta spiazzato per dieci minuti. Poi, se ha pazienza, capisce che ha davanti qualcosa che a Roma non trova da nessun'altra parte: il laboratorio in cui una disciplina scientifica ha imparato a raccontarsi.
Le sezioni illustrano i principali aspetti delle culture dell'Italia preromana, con particolare riguardo a quella etrusca: la cultura figurativa, l'artigianato, la storia e le istituzioni, l'epigrafia, l'architettura civile e sacra, l'urbanistica, la religione. Il patrimonio si regge su due nuclei di collezione, quello Gorga e quello Rellini, ai quali si sono aggiunti nel tempo depositi e acquisizioni da altri istituti. Il museo afferisce al Dipartimento di Scienze dell'Antichità e fa parte del Polo museale della Sapienza, il sistema che riunisce i musei dell'ateneo.
La mia opinione, dopo averci portato dentro gruppi di ogni tipo: è il posto giusto per chi ha già visto Villa Giulia e ne è uscito con la sensazione di avere ammirato molto e capito poco. Qui succede il contrario, e per qualcuno è una rivelazione.
Come nasce il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche: Pallottino e il progetto del 1955
Nel 1955 Massimo Pallottino progettò all'interno dell'Università di Roma un museo universitario dedicato alle civiltà etrusca e italica, con criteri dichiaratamente didattici e documentari. Il museo nacque insieme all'Istituto di Etruscologia e Antichità Italiche e venne inaugurato nel 1962, in occasione del VI Congresso Internazionale di Scienze Preistoriche e Protostoriche, che quell'anno si teneva a Roma. La data non è un dettaglio burocratico: un museo inaugurato per un congresso internazionale è un museo pensato fin dal principio come biglietto da visita di una scuola scientifica davanti ai colleghi di mezzo mondo.
Chi era Massimo Pallottino
Massimo Pallottino nacque a Roma il 9 novembre 1909 e vi morì il 7 febbraio 1995. Si laureò in lettere nel 1931 con una tesi su Tarquinia, sotto la guida di Giulio Quirino Giglioli, e dal 1945 al 1980 tenne all'Università di Roma la cattedra di etruscologia, insegnamento che prima di lui era stato di Alessandro Della Seta. Dal 1972 alla morte diresse l'Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici. Scavò a Veio, a Cerveteri, a Capena, a Porto Torres in Sardegna fra il 1941 e il 1942, e dal 1957 nel santuario etrusco di Pyrgi, dove nel 1964 vennero alla luce le lamine d'oro con iscrizioni in etrusco e in punico. Scrisse gli Elementi di lingua etrusca nel 1936, l'Etruscologia nel 1942, che è rimasta per decenni il manuale di riferimento, L'origine degli Etruschi nel 1947 e La peinture étrusque nel 1952. Fu socio corrispondente dell'Accademia dei Lincei dal 1956 e socio nazionale dal 1967; ricevette il premio Balzan nel 1982 e il premio Erasmo nel 1984.
Un uomo così poteva permettersi di comprare pezzi importanti per il suo museo. Scelse un'altra strada: fece costruire modelli. Chi conosce la storia degli studi sa quanto sia raro che uno studioso di quel peso investa tempo e denaro in strumenti didattici invece che in acquisti da vetrina. È il motivo per cui il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche vale una visita anche solo come documento di storia della cultura italiana del Novecento.
I due musei che c'erano già nello stesso edificio
Il nuovo museo doveva affiancarne due che nell'edificio di Lettere erano già attivi. Il primo è il Museo dei Gessi, oggi denominato Museo dell'Arte Classica, fondato da Emanuel Löwy, nominato professore di Storia dell'arte antica nel 1889-1890, che si adoperò per creare una raccolta di calchi sul modello delle gipsoteche universitarie europee. Il primo nucleo, accresciuto da Löwy fino al 1915, venne allestito in locali di via Luca della Robbia a Testaccio; nel 1924 la collezione traslocò all'Istituto San Michele, che si rivelò insufficiente; con la costruzione della Città Universitaria trovò una collocazione definitiva negli ambienti del seminterrato dell'edificio destinato alla Facoltà di Lettere e Filosofia, su progetto di Gaetano Rapisardi, e l'esposizione nella nuova sede fu allestita nell'estate del 1935.
Il secondo è il Museo delle Origini, fondato nel 1942 da Ugo Rellini, ordinario di Paletnologia all'Università di Roma, a partire da un primo nucleo di collezioni donate dallo stesso Rellini e cresciuto poi con le ricerche dell'Istituto di Paletnologia, gli scambi con altri musei e i depositi delle Soprintendenze. Copre un arco che va dal Paleolitico alla prima età del Ferro, con materiali soprattutto dell'Italia centro meridionale e insulare. Tenete a mente questo nome, Rellini: torna fra poco, perché una delle due collezioni fondanti del museo etrusco porta il suo cognome.
Tre musei archeologici in un solo edificio, con tre funzioni diverse e complementari: i calchi per la storia dell'arte antica, la preistoria per le origini, gli Etruschi e gli Italici per il mondo preromano. Chi progettò questo sistema aveva in testa un percorso di studi, e chi visita oggi può ripercorrerlo in una mattinata senza uscire dal portone.
L'allagamento del 1975 e il decennio in cui il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche restò chiuso
Nel 1975 l'attività museale venne bruscamente interrotta dall'allagamento delle sale al piano seminterrato. La chiusura forzata durò più di un decennio. Un museo che perde dieci anni non perde soltanto visitatori: perde continuità di cura, perde il personale che sapeva dove era ogni cosa, perde il filo delle collaborazioni. E in questo caso perse anche i pezzi.
I materiali originali esposti provenivano infatti in buona parte da un deposito del Museo delle Origini. Chiuso il museo, i depositi vennero restituiti al proprietario. Fin qui è ordinaria amministrazione. Quello che accadde dopo è la parte che dovrebbe far riflettere chiunque discuta di sicurezza nei musei italiani.
Il furto del giugno 1985
Parte di quei reperti restituiti andò perduta a causa del furto perpetrato ai danni del Museo delle Origini nel giugno del 1985. Detta in modo più crudo: oggetti che erano al sicuro dentro un museo chiuso da un allagamento vennero riportati in una sede dalla quale, di lì a poco, sparirono. Non è un aneddoto pittoresco, è la storia ufficiale di questo museo, e viene raccontata dall'ateneo senza infiorettature.
Chi visita il seminterrato oggi cammina quindi dentro una collezione che porta una cicatrice. Non ci sono cartelli che lo dicano, non ci sono vetrine vuote in memoria di qualcosa. Semplicemente, una parte del materiale che avrebbe dovuto raccontare l'Italia preromana in queste sale non esiste più, o esiste in una casa privata di cui nessuno conosce l'indirizzo. Quando più avanti parlerò della mostra dedicata a Caere e ai recuperi, tenete presente che il museo che ha ospitato quella riflessione sul traffico illecito di antichità è un museo che il traffico illecito lo ha subito.
La riapertura e i nuovi allestimenti
La riapertura dei locali arrivò nel 1988, con nuove acquisizioni che arricchirono la sezione dedicata al culto e ai santuari grazie al materiale proveniente dalla mostra Progetto Etruschi, Santuari d'Etruria, allestita dal comune di Arezzo nella primavera del 1985 nell'ambito di quello che allora venne chiamato l'Anno degli Etruschi. Al 1997 risale il nuovo allestimento ideato per valorizzare il progetto espositivo e dare all'insieme l'articolazione tematica che si vede ancora oggi: la riapertura dei locali e il ripensamento del percorso sono due momenti distinti di uno stesso lavoro decennale di ricostruzione.
Un ulteriore incremento delle collezioni di materiali originali venne dall'acquisizione, avvenuta nel 1993, del nucleo di ceramiche concesso in deposito dal Museo delle Origini: le stesse ceramiche che erano state esposte qui dal 1962 al 1975 e che erano tornate indietro dopo l'allagamento tornarono, a distanza di diciotto anni, al loro posto.
Gli anni di Gilda Bartoloni
Le innovazioni più profonde nelle strutture espositive e didattiche vennero apportate sotto la direzione di Gilda Bartoloni, coadiuvata dal 2002 da Gilda Benedettini. In quella stagione furono rifatti i pannelli, sostituite le vetrine, ricavata una saletta per la catalogazione computerizzata e un'aula per lezioni e convegni, e soprattutto le pareti vennero rivestite con materiale ignifugo e resistente all'umidità, dopo i danni causati dai ripetuti allagamenti e dalle infiltrazioni. In un museo interrato quel rivestimento non è arredamento: è la differenza fra conservare e perdere.
Nel dicembre del 2000 venne presentata la nuova sistemazione della Sezione delle Manifestazioni Artistiche, ripartita in due sale, una dedicata alla scultura e alla toreutica e una alla pittura, dove prima le sale erano tre e l'ordinamento era cronologico. Dal 2003 il museo collabora con l'Istituto Centrale del Restauro di Roma per la conservazione dei reperti metallici. Nel 2005 partecipò alla mostra per i settecento anni della Sapienza al Vittoriano, intitolata I luoghi della Sapienza. La Sapienza per Roma, con un'urnetta cineraria fittile di produzione chiusina.
Il giudizio che mi sono fatto è che questo museo abbia attraversato tre vite: quella eroica di Pallottino, quella sospesa dell'allagamento, quella tecnica e paziente degli ultimi trent'anni. La terza è la meno raccontabile e la più preziosa, perché è quella che ha reso il museo di nuovo visitabile.
Il percorso del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche, sala per sala
Il museo si legge su due livelli. Al piano terreno la cultura figurativa, cioè la scultura e la pittura; al piano seminterrato il settore storico e culturale, dove i reperti originali convivono con modelli, plastici e calchi. Chi entra per la prima volta commette quasi sempre lo stesso errore: attraversa in fretta le due sale di sopra pensando che il museo vero cominci sotto. È il contrario. Le sale di sopra contengono il materiale più raro, e sotto si capisce perché.
Piano terreno, sale LVI e LVII del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
Le due sale del piano terreno, numerate LVI e LVII, sono dedicate ai caratteri della cultura figurativa: nella prima la scultura, nella seconda la pittura. La numerazione romana alta tradisce l'origine dell'allestimento, perché prosegue quella delle sale del Museo dell'Arte Classica, con cui questi ambienti confinano. Non è una coincidenza di piante: la contiguità fisica con la gipsoteca serve a rendere immediato il confronto fra la scultura greca e quella etrusca, fra il modello mediterraneo e la sua rielaborazione tirrenica.
Nella sala della scultura il tema è la toreutica insieme alla plastica, cioè la lavorazione dei metalli sbalzati e cesellati accanto alla scultura in pietra e in terracotta. La riorganizzazione del dicembre 2000 ha unito in due ambienti quello che prima occupava tre sale in ordine cronologico. La differenza si sente: invece di seguire una linea del tempo si seguono due modi di produrre immagini, e le somiglianze fra oggetti lontani di due secoli diventano leggibili.
Consiglio pratico per questa sala: guardate i profili. La scultura etrusca arcaica ha una gestione del volto e del sorriso che deriva dai modelli ionici, e con i calchi greci a pochi metri di distanza il confronto si fa in trenta secondi. È un esercizio che nei musei grandi richiede due ali e mezz'ora di cammino.
La sala della pittura e la collezione di acquerelli
La seconda sala del piano terreno ospita la parte che rende questo museo unico in Italia: la raccolta di copie ad acquerello delle pitture delle tombe etrusche di Tarquinia, Orvieto e Chiusi. Le tavole sono sessantuno, acquisite da Massimo Pallottino agli inizi degli anni Cinquanta. Gli acquerelli delle tombe di Tarquinia vennero dipinti fra il 1911 e il 1912 da Elio d'Alessandris; per quelli di Orvieto e di Chiusi l'autore resta ignoto. Il committente della campagna fu Vincenzo Fioroni. La raccolta è stata pubblicata integralmente da Luciana Drago Troccoli in un volume curato da Laura Maria Michetti e Claudia Carlucci, uscito nel 2019 presso Edizioni Quasar come quarto tomo della serie dedicata al museo.
Perché una copia dovrebbe interessare a chi può vedere l'originale? Perché in molti casi l'originale non c'è più, o non è quello che era. La pittura funeraria etrusca è dipinta su intonaco sottile applicato alla roccia, in ambienti ipogei rimasti sigillati per venticinque secoli. L'apertura di una tomba dipinta rompe l'equilibrio: entra aria, entra umidità nuova, entrano i sali, entrano le muffe. Nei primi decenni del Novecento la fotografia a colori in quelle condizioni di luce era impraticabile, e la copia a mano, eseguita sul posto a lume di lampada, era l'unico modo di portare fuori quello che si vedeva. Molte di quelle superfici oggi sono impallidite, in parte staccate, in qualche caso perdute. Gli acquerelli del 1911 restituiscono i colori come li vide un uomo che li aveva davanti.

La Tomba della Scimmia di Chiusi negli acquerelli del museo
La tomba chiusina che dà il nome alle tavole riprodotte qui sopra fu scoperta nell'Ottocento nella zona di Poggio Renzo e deve il suo nome a una piccola scimmia legata a un albero, dipinta in un angolo della decorazione. È una delle pochissime tombe dipinte di Chiusi conservate, e appartiene a una fase in cui il repertorio figurativo etrusco è tutto centrato sui giochi funebri: atleti, lottatori, danzatrici, musici, un personaggio femminile seduto sotto il parasole che presiede alla cerimonia. La scena non racconta l'aldilà, racconta il rito che si celebrava per il morto sopra la tomba.
Osservate i pigmenti nelle copie: rossi, neri, bianchi e ocra, con pochissimo verde e nessun azzurro stabile. Non è una scelta di gusto, è la tavolozza disponibile a un pittore etrusco che lavorava con terre e con nero di carbone. La fedeltà cromatica delle copie del 1911 permette di studiare questa tavolozza anche dove l'originale l'ha persa.
Le tombe di Tarquinia riprodotte nel Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
L'elenco delle tombe tarquiniesi documentate dalla raccolta è lungo e comprende alcune fra le più celebri della pittura etrusca: la Tomba del Cardinale, la Tomba del Vecchio, le tre camere della Tomba dell'Orco, la Tomba degli Scudi, la Tomba del Tifone, la Tomba del Mare, la Tomba della Pulcella, la Tomba Francesca Giustiniani, la Tomba Querciola I, la Tomba del Letto Funebre, la Tomba delle Bighe, la Tomba dei Leopardi, la Tomba del Triclinio, la Tomba del Morente, la Tomba dei Vasi Dipinti, la Tomba del Morto, la Tomba degli Auguri, la Tomba delle Iscrizioni, la Tomba della Caccia e Pesca, la Tomba delle Baccanti, la Tomba dei Tori, la Tomba del Pulcinella, la Tomba del Barone, la Tomba delle Leonesse.
Chi conosce la necropoli dei Monterozzi sa che oggi solo una parte di queste tombe è visitabile a rotazione, e che alcune si guardano attraverso un vetro, in penombra, per pochi minuti. Vedere qui le tavole di quelle stesse camere, illuminate e a portata di occhio, cambia radicalmente la preparazione di una gita a Tarquinia. La Tomba della Caccia e Pesca, con i tuffatori e gli uccelli sul mare, e la Tomba dei Leopardi, con il banchetto e i suonatori, sono i due casi in cui il confronto fra copia e originale insegna di più.
La Tomba Golini I di Orvieto
Dalla necropoli orvietana la raccolta documenta la Tomba Golini I, scoperta nel 1863 nella zona di Settecamini e nota per il grande banchetto infernale con Aita e Phersipnai, le divinità etrusche dell'oltretomba, e per la celebre scena di cucina con i servitori al lavoro. Le pitture originali furono staccate e sono conservate al Museo Archeologico Nazionale di Orvieto: la loro copia ad acquerello, eseguita quando la tomba era ancora integra nel suo contesto, è un documento parallelo e non sostituibile. Se avete in programma Orvieto, guardate qui prima di partire.
Il seminterrato: la sala A, dell'Artigianato
Si scende, e il museo cambia registro. La sala A, detta dell'Artigianato, è dedicata allo sviluppo della cultura materiale: ceramica, metalli, tecniche, forme, officine. È la sala che i visitatori frettolosi giudicano noiosa e che gli archeologi considerano il cuore del mestiere, perché è dalla seriazione dei vasi che si datano gli strati, si riconoscono i commerci e si ricostruiscono le rotte.
Qui si vedono i buccheri, la ceramica nera lucida che è la firma dell'artigianato etrusco fra il VII e il VI secolo avanti Cristo, ottenuta con una cottura in ambiente povero di ossigeno che annerisce l'impasto in tutto il suo spessore. Si vedono le imitazioni etrusche del vasellame greco e le importazioni vere, corinzie e attiche, che raccontano quanto fosse fitto il traffico fra il Tirreno e l'Egeo. Si vedono i bronzi: candelabri, specchi incisi, vasellame da mensa, prodotti in cui gli Etruschi erano talmente bravi da esportare in tutto il Mediterraneo occidentale.
Il mio consiglio, contro l'ordine dei numeri: se avete poco tempo, saltate questa sala all'andata e visitatela al ritorno. Le forme dei vasi diventano molto più eloquenti quando avete già visto come era organizzata una città e come funzionava un santuario.
La sala B, l'aula didattica del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
La sala B è insieme spazio espositivo e aula didattica: qui si tengono lezioni, seminari, presentazioni e laboratori. Un'aula dentro un museo è una rarità in Italia, e in questo caso è coerente con la natura dell'istituzione, nata per insegnare. Se capitate in un giorno di lezione potreste trovarla occupata: non è un disservizio, è il museo che fa il suo mestiere. Chi organizza una visita per una scolaresca o per un gruppo di appassionati faccia leva proprio su questo, prenotando in anticipo: qui l'archeologo che spiega non è un supplemento a pagamento su un tour, è il personale di casa.
La sala C, Storia e Istituzioni
La sala C affronta la storia e le istituzioni dell'Etruria e dell'Italia preromana. È la sezione dove si prova a rispondere alle domande che il pubblico fa sempre per prime: chi comandava fra gli Etruschi, come erano organizzate le città, che rapporto avevano con Roma. Il quadro che ne esce non è quello scolastico di un popolo unitario, ma quello di una federazione di città sovrane, la cosiddetta dodecapoli, ognuna con la propria aristocrazia, i propri magistrati, la propria politica estera, spesso in concorrenza fra loro. È la ragione strutturale della loro sconfitta: Roma le assorbì una alla volta, nell'arco di due secoli, senza mai doverle affrontare tutte insieme.
Guardate con attenzione i materiali relativi ai magistrati e agli insegni del potere. Il fascio littorio, la sella curule, la toga picta, la tuba, il carro da parata: la Roma repubblicana e poi imperiale ha ereditato dagli Etruschi buona parte dell'apparato simbolico con cui si è raccontata al mondo. Chi passeggia fra i Fori il giorno dopo dovrebbe ricordarselo.
La sala D, dell'Epigrafia, e la lingua etrusca
La sala D è dedicata all'epigrafia, e per me è la più affascinante del museo. La domanda che tutti fanno, in tutte le lingue, è sempre la stessa: perché l'etrusco non si capisce? La risposta corretta è più sottile della leggenda. L'etrusco si legge benissimo, perché è scritto con un alfabeto di derivazione greca, importato in Etruria attraverso i Greci d'Occidente e adattato: chiunque impari i segni in un pomeriggio riesce a pronunciare ad alta voce un'iscrizione. Quello che manca è il vocabolario. L'etrusco non appartiene alla famiglia indoeuropea, non ha parenti stretti vivi, e non esiste un testo bilingue abbastanza lungo da funzionare come stele di Rosetta.
Le iscrizioni note sono decine di migliaia, ma nella stragrande maggioranza sono brevi formule funerarie e votive: nome, patronimico, matronimico, età, cariche. Un corpus enorme e ripetitivo, dal quale ricaviamo con sicurezza il sistema onomastico, i numerali, i termini di parentela, il lessico religioso, e molto poco della sintassi complessa. I testi lunghi si contano sulle dita: il Liber linteus conservato a Zagabria, scritto su bende di lino riutilizzate per fasciare una mummia, la Tegola di Capua, il Cippo di Perugia, la Tabula Cortonensis riemersa nel 1992. La sala vi mette davanti gli originali e i calchi che permettono di seguire questo ragionamento senza bisogno di essere filologi.

Le sale dell'architettura civile e sacra e dell'urbanistica
Tre ambienti del seminterrato sono dedicati all'architettura civile, all'architettura sacra e all'urbanistica. Sono le sale che giustificano da sole il viaggio fino a Piazzale Aldo Moro, perché contengono i modelli in scala che hanno reso questo museo noto agli specialisti di mezzo mondo.
Il problema dell'architettura etrusca è che non se ne vede quasi nulla. I templi erano costruiti con basamento in pietra, alzato in mattoni crudi, colonne e travi in legno, e rivestimento in terracotta dipinta. Legno e mattone crudo spariscono; restano il basamento e le terrecotte cadute a terra. Il visitatore che arriva a Veio o a Vulci trova un rettangolo di pietre e deve immaginare il resto. I modelli in scala servono esattamente a colmare quel salto: prendono i dati di scavo e le terrecotte superstiti e restituiscono l'edificio in tre dimensioni.
I modelli dei templi etruschi, il pezzo forte del museo
Il primo modello fu ideato da Massimo Pallottino in persona. Quelli dei templi A e B di Pyrgi furono realizzati da Giovanni Colonna, che a Pyrgi ha scavato per decenni. Dalla mostra aretina del 1985 arrivarono i modelli del tempio grande di Vulci, del tempio di Fiesole, dell'altare D dell'acropoli di Marzabotto, dell'ara di Pieve a Socana, del santuario di Portonaccio a Veio e dei templi di Pyrgi. È una collezione di ricostruzioni che copre l'intero arco dell'architettura sacra etrusca, dall'Etruria meridionale a quella interna fino agli insediamenti padani.
Questi modelli vengono richiesti in prestito per le grandi mostre internazionali sulla civiltà etrusca. Il che significa, in concreto, che quando arrivate potreste trovare una teca vuota o un cartellino di prestito: uno dei pezzi è in viaggio. Non è un difetto del museo, è la prova che quello che conserva serve alla ricerca fuori di qui.
Se dovessi indicare un solo oggetto da guardare a lungo, indicherei il modello di Portonaccio a Veio. È il santuario da cui proviene l'Apollo che oggi si ammira a Villa Giulia, e vedere dove quella statua fosse collocata, sul colmo del tetto, in fila con le altre, spiega in un attimo una cosa che nessuna didascalia riesce a dire: le grandi terrecotte etrusche non erano pensate per essere guardate negli occhi, erano pensate per essere viste da sotto, contro il cielo, a otto metri di altezza.
Il settore della religione
In fondo al percorso il settore dedicato alla religione, arricchito dopo il 1988 con i materiali provenienti dalla mostra sui santuari d'Etruria. È la sezione che tratta la disciplina etrusca, cioè quel complesso di dottrine sulla lettura dei segni divini che i Romani presero di peso dagli Etruschi e continuarono a praticare per secoli affidandolo a specialisti chiamati aruspici. Tre erano i rami: l'esame del fegato delle vittime sacrificali, l'interpretazione dei fulmini, la lettura dei prodigi.
Il pubblico sorride sempre quando si parla di fegati. Poi gli si spiega che quella tecnica presupponeva una mappa del cielo divisa in sedici settori, ciascuno assegnato a divinità precise, e che la stessa mappa veniva proiettata sul fegato dell'animale e sull'orientamento delle città e dei templi, e il sorriso passa. Non era superstizione popolare, era un sistema cosmologico coerente, insegnato, scritto, esportato. La sezione sulla religione lo rende visibile con votivi, terrecotte, modelli di altari e di aree sacre.
Opinione netta, e la ripeto ai gruppi ogni volta: questa è la parte del museo che vale il biglietto che non pagate. In nessun altro luogo di Roma la religione etrusca viene spiegata con questo grado di serietà a un pubblico non specialista.
Le collezioni del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche: Gorga e Rellini
Il patrimonio poggia su due nuclei principali, molto diversi per storia e per contenuto. La Collezione Gorga comprende ceramiche di area etrusca e italica databili fra l'età arcaica e quella tardo ellenistica e materiali bronzei etrusco italici e romani. La Collezione Rellini raccoglie materiali di area falisca, capenate e del versante adriatico. Attorno a questi due assi si sono depositate nel tempo acquisizioni successive, prestiti a lungo termine e materiali di scavo.
Chi era Evan Gorga, il tenore che comprava tutto
Gennaro Evangelista Gorga, che le pagine ufficiali chiamano quasi sempre Evan Gorga, nacque a Brocco, oggi Broccostella in provincia di Frosinone, il 7 febbraio 1865 e morì a Roma il 6 dicembre 1957. Cominciò a cantare in teatro nel 1895 e l'anno dopo, nel 1896, fu il primo Rodolfo della Bohème di Puccini, con Arturo Toscanini sul podio, al Teatro Regio di Torino. Una carriera lanciata nel modo più clamoroso possibile.
La abbandonò quasi subito per collezionare. Non con il metodo dell'amatore che sceglie: con la voracità di chi compra a lotti, per classi, per serie. Arrivò a mettere insieme oltre centocinquantamila reperti divisi in una trentina di classi, dagli strumenti musicali alle antichità archeologiche, comprati da antiquari romani e da scavi. Per conservarli affittò dieci appartamenti in via Cola di Rienzo. Si rovinò. Nel 1929 lo Stato pose le collezioni sotto sequestro cautelativo; il 27 settembre 1949 Gorga firmò una convenzione con la quale cedeva tutto al Ministero, e l'acquisto si perfezionò il 30 luglio 1950.
Da quel momento le sue raccolte sono state distribuite fra istituzioni diverse, e ancora oggi ci si imbatte in un pezzo Gorga nei posti più lontani fra loro. Una parte è qui, nel museo della Sapienza. Gli strumenti musicali sono il nucleo fondante del Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, a Santa Croce in Gerusalemme. Altro materiale archeologico passò per il Museo Preistorico Etnografico Pigorini, oggi confluito nel Museo delle Civiltà all'EUR. Ottantacinque reperti archeologici entrarono fra il 1952 e il 1953 nel patrimonio dell'Università di Padova.
Trovo che la figura di Gorga meriti più attenzione di quanta gliene si dia. Un tenore che rinuncia al successo per accumulare centocinquantamila oggetti fino a rovinarsi è un personaggio da romanzo, e la sua ossessione ha finito per salvare materiali che altrimenti sarebbero finiti sul mercato clandestino senza lasciare traccia. La visita a questo museo e quella al museo degli strumenti musicali si tengono benissimo nella stessa giornata, e raccontano lo stesso uomo da due lati opposti.
La Collezione Rellini e l'agro falisco
Il secondo nucleo porta il nome di Ugo Rellini, il paletnologo che nel 1942 aveva fondato il Museo delle Origini. Raccoglie materiali di area falisca, capenate e del versante adriatico. I Falisci abitavano il territorio a nord di Roma intorno a Civita Castellana, l'antica Falerii, in un lembo di Lazio compreso fra il Tevere, il lago di Bracciano e i Monti Cimini. Non erano Etruschi: parlavano una lingua italica imparentata con il latino, che scrivevano però con un alfabeto derivato da quello etrusco, e culturalmente gravitavano su Veio e sull'Etruria meridionale. Un caso di frontiera che gli archeologi studiano da un secolo e mezzo proprio perché mostra come funzionava il contatto fra mondi diversi.
I Capenati occupavano l'area di Capena, ancora più vicina a Roma, sulla riva destra del Tevere. Il versante adriatico rimanda invece alle culture picene e medio adriatiche, che con l'Etruria intrattenevano scambi documentati da secoli. Chi visita questa sezione dovrebbe poi programmare una giornata nell'agro falisco vero: le forre boscose intorno a Corchiano, le vie cave, la necropoli, e poi Sutri con il suo anfiteatro scavato nel tufo e Nepi. È un pezzo di Lazio che i romani stessi conoscono pochissimo.
Le cavernette falische e le acquisizioni recenti
Nell'aprile del 2004 giunse al museo, dal Museo delle Origini, l'intero complesso dei materiali di età storica rinvenuti negli scavi delle cosiddette cavernette falische, condotti fra la fine dell'Ottocento e il primo trentennio del Novecento da Angelo Pasqui, Raniero Mengarelli e Ugo Rellini nei territori di Corchiano e di Falerii. Sono contesti di grotta e di riparo sotto roccia, riutilizzati in età storica, che documentano la lunga durata dell'occupazione umana in quel paesaggio di tufo e di forre.
Nell'ottobre del 2005 entrarono nelle collezioni sessantatré reperti fra terrecotte architettoniche e votive, ceramiche e vasellame metallico, estratti ancora una volta dalla sterminata collezione Gorga e fino ad allora custoditi in deposito presso il Museo Pigorini. Terrecotte architettoniche e votive: cioè esattamente il materiale che serviva a completare le sezioni sull'architettura sacra e sulla religione. Un'acquisizione mirata, non un lascito casuale.
Pyrgi, il porto di Caere, e perché è di casa in questo museo
Nessun luogo pesa su questo museo quanto Pyrgi. Era il santuario portuale di Caere, l'odierna Cerveteri, e le sue rovine si trovano sotto e accanto al castello di Santa Severa, sul litorale a nord di Roma. Pallottino vi cominciò a scavare nel 1957, e da allora lo scavo è rimasto un cantiere della Sapienza: significa che generazioni di studenti hanno imparato il mestiere lì e che i materiali passano di qui.
Nel 1964 emersero le tre lamine d'oro che hanno cambiato la storia degli studi. Erano affisse allo stipite della porta del tempio B, databile intorno al 510 avanti Cristo, misurano circa diciannove centimetri per nove e recano tre iscrizioni: due in etrusco e una in fenicio, che delle prime costituisce la sintesi. Il testo commemora la dedica del tempio alla divinità che gli Etruschi chiamavano Uni e i Fenici Astarte, per volontà di Thefarie Velianas, designato come signore su Caere. Le lamine sono conservate al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
Il valore di quel ritrovamento è doppio. Sul piano linguistico è il testo bilingue più lungo di cui disponiamo, e ha permesso di confermare il significato di una serie di termini etruschi. Sul piano storico documenta un rapporto politico e religioso diretto fra una città etrusca e il mondo punico alla fine del VI secolo avanti Cristo, cioè negli anni in cui a Roma cadevano i Tarquini. Non è archeologia di provincia: è geopolitica del Mediterraneo arcaico.
Ecco perché i modelli dei templi A e B di Pyrgi realizzati da Giovanni Colonna sono il cuore di questo museo. Chi li guarda qui e poi va a vedere le lamine a Villa Giulia, o le fondazioni a Santa Severa, compone un discorso completo. Nell'ordine inverso, invece, si guardano tre cose scollegate. Il museo ospita anche esposizioni di materiali inediti provenienti dallo scavo di Pyrgi, in accordo con la Soprintendenza: uno dei pochi luoghi dove si vede materiale prima che finisca in una pubblicazione scientifica.
La mostra su Caere e la questione del traffico illecito
Il 14 novembre 2023, in occasione della Giornata internazionale contro il traffico illecito di beni culturali, nel museo venne presentata la mostra Caere. Storie di dispersione e di recuperi, curata da Laura Michetti, allora direttrice del museo, con Claudia Carlucci del Polo museale, Alessandro Conti del Dipartimento di Scienze dell'Antichità e Rossella Zaccagnini della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la provincia di Viterbo.
In mostra c'erano pezzi che raccontano da soli la storia degli ultimi cinquant'anni di tutela: un grande cratere a calice a figure rosse firmato da Euphronios, del VI secolo avanti Cristo, gemello del più celebre cratere di Sarpedonte, con una scena di lotta fra Eracle e Kynos; e quattro lastre di terracotta dipinte di produzione etrusca, sequestrate nel 2019. Le indagini del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale accertarono che il cratere proveniva da scavi clandestini condotti a Cerveteri negli anni Settanta, e ne ottennero il rientro in Italia nel 2010.
C'è una coerenza dura in tutto questo. Un museo che nel 1985 si vide sparire per furto una parte del materiale che aveva esposto ospita, quarant'anni dopo, la mostra che spiega come funziona la filiera degli scavi clandestini e come si smonta. Chi visita oggi il seminterrato farebbe bene a tenerlo presente: ogni cartellino che indica una provenienza certa da scavo è il risultato di un lavoro che non si vede.
Il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche oggi
Dal 30 settembre 2025 il sistema museale dell'ateneo è confluito nel Polo Museale Sapienza Cultura, che riunisce i musei universitari insieme all'Orto Botanico e al Nuovo Teatro Ateneo, con la direzione generale affidata a Marco Benvenuti. La direzione della Sezione Musei per il triennio 2025-2028 è di Laura Maria Michetti, ordinaria di Etruscologia e Antichità Italiche, che del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche era stata direttrice. La direzione del museo è passata il 27 gennaio 2026 ad Alessandro Conti; la curatrice d'area è Claudia Carlucci.
Sotto la direzione precedente il museo ha aderito al progetto internazionale Google Arts and Culture per la digitalizzazione delle collezioni e ha continuato a coordinare gli scavi a Pyrgi e a Veio. Per chi prepara una visita, la digitalizzazione ha un risvolto pratico: parte del materiale si guarda in anticipo da casa, e si arriva sapendo che cosa cercare.
Il museo è inoltre sede di mostre temporanee. Il 23 maggio 2026, nell'ambito del Maggio Museale del Polo e della Notte Europea dei Musei, vi è stata inaugurata l'esposizione Etruscan Blue, Etruscan Gold, dedicata ai materiali preziosi dai santuari etruschi, accompagnata da laboratori per bambini, visite guidate e un concerto. Quella serata, con la Città Universitaria aperta dalle 15 a mezzanotte, ingresso e parcheggio liberi e diciassette musei visitabili, è probabilmente la migliore occasione dell'anno per scoprire il sistema museale della Sapienza: se capitate a Roma a maggio, informatevi sulla data.
Quanto costa il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche e come si prenota
L'ingresso alla collezione è libero. Le visite guidate e i laboratori didattici si prenotano e possono essere a pagamento: l'indirizzo giusto per chiederli è polomusealesapienza@uniroma1.it, che è il recapito del Polo per le prenotazioni. Per le informazioni sul museo, incluso l'orario del giorno in cui volete andare, il numero è 06 49694317 e la posta è museo-etruscoitalico@uniroma1.it.
Chi arriva con una scuola faccia le cose in anticipo, con qualche settimana di margine: il personale dei musei universitari è ridotto e la disponibilità dipende dal calendario delle lezioni. Chi arriva da solo, in orario di apertura, entra e basta. Non c'è biglietteria, non c'è bookshop, non c'è guardaroba, non c'è caffetteria di museo: c'è il bar della facoltà, che costa quanto un bar di quartiere e non quanto un bar di museo, ed è uno dei piccoli piaceri collaterali di questa visita.
Un avvertimento che vale più di una tariffa: gratuito non significa sempre aperto. Un museo che dipende da un dipartimento universitario chiude per le sessioni, per i convegni, per i ponti accademici e per le manutenzioni, e non sempre lo annuncia con anticipo sul sito. La telefonata prima di partire, ripetuta qui per la terza volta con cognizione di causa, è il vero biglietto d'ingresso.
Come arrivare al Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
L'indirizzo è Piazzale Aldo Moro 5, dentro la Città Universitaria, edificio di Lettere e Filosofia. Il modo più semplice è la metropolitana linea B, fermata Policlinico: si esce, si costeggia il muro del campus e in cinque minuti si è al cancello. Da Termini si può camminare in un quarto d'ora abbondante oppure prendere l'autobus 310, che ferma a Università/Regina Elena. In superficie servono la zona anche le linee 71, 492 e 649 e i tram 3 e 19, che percorrono viale Regina Elena e viale delle Province collegando San Giovanni, San Lorenzo e il Verano con Villa Borghese e Piazza Risorgimento.
Una volta dentro il campus, il riferimento è l'edificio di Lettere e Filosofia, sede del Dipartimento di Scienze dell'Antichità: le sale del museo occupano il piano terreno e il seminterrato. Alla portineria si chiede del museo e si viene indirizzati. Non aspettatevi la segnaletica marrone dei musei cittadini né un'insegna sulla strada: la prima volta un minuto di orientamento ci vuole, e chiedere è più rapido che girare.
In automobile la faccenda si complica. Gli accessi carrabili della Città Universitaria sono controllati e il parcheggio intorno, fra Policlinico, San Lorenzo e Castro Pretorio, è una lotteria che si perde quasi sempre. Se venite da fuori Roma, il consiglio è lasciare l'auto a un parcheggio di scambio sulla linea B e fare le ultime fermate in metropolitana: si risparmiano quaranta minuti e un'ora di nervi.
Quando andare al Museo delle Antichità Etrusche e Italiche e quanto dura la visita
Un'ora basta per una visita attenta, un'ora e mezza per una visita comoda con lettura dei pannelli. Chi ha un interesse specifico, per esempio l'epigrafia o l'architettura sacra, in quelle due sale può restare quanto vuole senza che nessuno lo sposti: uno dei privilegi di un museo che non ha folla.
Il momento migliore è la mattina di un giorno feriale in periodo di lezioni, quando l'edificio è vivo e il personale è presente. Il periodo peggiore è la pausa fra le sessioni d'esame e il ferragosto: l'ateneo rallenta, alcune aperture si diradano e il rischio di trovare chiuso cresce. Fra dicembre e i primi giorni di gennaio l'università osserva la sospensione delle attività, e il museo la segue.
Il consiglio di stagione, per chi visita Roma d'estate: questo è uno dei rari musei della città in cui d'agosto si entra senza incontrare nessuno, e le sale del seminterrato hanno una temperatura decisamente più clemente di quella dei Fori alle due del pomeriggio. Chi cerca riparo dal caldo di solito ripiega su luoghi affollati; qui trova un ambiente fresco e silenzioso, a patto di avere verificato l'apertura.
Il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche con i ragazzi e con i bambini
Va detto con franchezza: sotto i dieci anni questo museo non funziona da solo. Non ci sono schermi, non c'è nulla da toccare, non ci sono giochi. Vetrine, pannelli, modelli in scala, calchi. Un bambino piccolo si annoia in venti minuti, e insistere non serve a nessuno. Per i più piccoli il Museo Civico di Zoologia a Villa Borghese resta la scelta più sensata a Roma.
Dai dodici anni in su, invece, la faccenda cambia completamente, e in meglio. Un ragazzo che a scuola affronta gli Etruschi trova qui, in un pomeriggio, tutto quello che il libro di testo gli lascia intuire senza mostrarglielo: come si scriveva, come si costruiva, come si seppelliva. Per chi studia al liceo classico o frequenta un corso di lettere, la sala dell'epigrafia è un'ora di lezione che vale un semestre.
Il modo giusto di portarci una classe è prenotare una visita guidata scrivendo a polomusealesapienza@uniroma1.it. L'aula didattica esiste dentro il percorso, il museo è nato per essere spiegato e il personale che spiega fa ricerca su quei materiali. Durante gli eventi del Polo museale, in maggio, vengono proposti anche laboratori pensati per i più giovani, dal puzzle della tomba dipinta alla scrittura in etrusco.
Accessibilità del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
Il museo si articola su due livelli, piano terreno e seminterrato, e il percorso completo richiede quindi un dislivello. Per chi si muove in carrozzina o ha difficoltà motorie, la cosa sensata è concordare la visita in anticipo scrivendo a polomusealesapienza@uniroma1.it o telefonando al 06 49694317, indicando l'esigenza specifica: gli edifici della Città Universitaria hanno ascensori e accessi di servizio, e il personale conosce il percorso praticabile meglio di qualunque indicazione scritta.
Un'osservazione utile a chi ha problemi di deambulazione: la Città Universitaria è ampia e i tragitti interni, dal cancello di Piazzale Aldo Moro all'edificio di Lettere, si misurano in centinaia di metri su percorsi pianeggianti e pavimentati. Chi arriva in taxi può chiedere di essere lasciato il più vicino possibile all'ingresso pedonale del campus.
Gli altri musei della Sapienza, a due passi dal Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
Questo è il motivo per cui vale la pena di trattare la Città Universitaria come una destinazione e non come una tappa singola. Il Polo museale della Sapienza riunisce i musei dell'ateneo insieme all'Orto Botanico e al Nuovo Teatro Ateneo: è il più grande sistema museale universitario italiano, e i romani stessi in larga parte ignorano che esista.
Nello stesso edificio di Lettere e Filosofia
Il Museo dell'Arte Classica, il museo dei calchi in gesso delle sculture greche dal periodo arcaico all'ellenismo, occupa ambienti sul retro dell'edificio ed è quello con la finestra di apertura più larga, dal lunedì al venerdì. Il Museo delle Origini, dedicato alla preistoria e alla protostoria, dai primi strumenti in pietra alle spade in bronzo, dalla ceramica neolitica ai vasi micenei, si visita in mattinata e su appuntamento. Tre musei archeologici in un edificio solo: con una telefonata preventiva li fate in una mattina, e il percorso mentale che ne esce, dalla preistoria agli Etruschi al mondo greco, non lo offre nessun altro luogo di Roma.
Nel resto del campus e nei dintorni
Sparsi nella Città Universitaria e appena fuori ci sono poi il Museo di Antropologia Giuseppe Sergi, il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo al piano terra del Rettorato, il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea al primo piano dello stesso Rettorato, il Museo Erbario nell'edificio di Botanica, con ingresso gratuito dichiarato e visite guidate su prenotazione, il Museo di Fisica nell'edificio Fermi, il Museo di Chimica Primo Levi, il Museo di Arte e Giacimenti Minerari, il Museo della Geografia nell'edificio di Lettere, il Museo di Merceologia e il Museo Universitario di Scienze della Terra, che richiede prenotazione obbligatoria.
Fuori dal campus, ma dello stesso sistema: il Museo di Anatomia Comparata Battista Grassi in via Antonio Borelli 50, aperto il martedì mattina; il Museo di Anatomia Patologica nell'edificio di Patologia Generale del Policlinico Umberto I, in viale Regina Elena 324, visitabile solo su appuntamento; il Museo di Storia della Medicina in viale dell'Università 34a, con prenotazione obbligatoria; il Museo di Idraulica in via Eudossiana 20, a San Pietro in Vincoli, con ingresso gratuito e prenotazione necessaria; e l'Orto Botanico, che appartiene alla Sapienza ma si trova dall'altra parte del Tevere, a Largo Cristina di Svezia, sotto il Gianicolo.
Gli orari di tutte queste sedi cambiano con il calendario accademico e vanno confermati prima di mettersi in cammino. Il criterio che uso io quando organizzo una mattinata in Città Universitaria è semplice: si telefona al museo principale, si chiede conferma dell'apertura, e si aggiunge una seconda visita solo se il secondo museo si trova nello stesso edificio. Le combinazioni fra edifici diversi funzionano soltanto se avete verificato entrambi.
Che cosa vedere intorno al Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
Fuori dal cancello di Piazzale Aldo Moro comincia un quadrante di Roma che i visitatori attraversano quasi sempre di corsa, per andare a dormire in qualche appartamento affittato. È un errore, perché a piedi ci sono cose importanti.
La basilica di San Lorenzo fuori le Mura è una delle sette chiese del pellegrinaggio romano, un edificio composto da due basiliche saldate insieme, con il portico duecentesco e i sarcofagi antichi riusati; porta addosso la ferita del bombardamento del 19 luglio 1943, il primo che colpì Roma, e la ricostruzione è ancora leggibile a chi la sa guardare. Accanto, il Cimitero del Verano è un museo di scultura funeraria dell'Otto e Novecento a cielo aperto, gratuito, dove riposano una parte considerevole dei nomi che si leggono sulle targhe delle strade di Roma.
Il quartiere San Lorenzo, subito dietro, è il posto dove mangiare: trattorie, pizzerie al taglio e osterie che alle otto di sera fanno un altro mestiere rispetto al centro storico e a metà del prezzo. Un pranzo qui dopo la visita è la conclusione naturale della mattinata.
Chi vuole restare in tema di storia dell'università deve invece attraversare la città e arrivare a Corso del Rinascimento, dove la chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza è la cappella dell'antico Studium Urbis, la sede storica dell'ateneo prima del trasferimento alla Città Universitaria negli anni Trenta. La cupola a spirale del Borromini è una delle invenzioni più ardite dell'architettura europea, e la visita è gratuita in orari limitati. Le due tappe insieme, il museo dentro l'università nuova e la chiesa dell'università vecchia, raccontano sette secoli di storia della Sapienza.
Dopo il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche: l'itinerario etrusco completo
Questo museo è una porta d'ingresso, e come tutte le porte va attraversata. L'ordine che consiglio ai clienti da anni è questo, e funziona.
Primo passo, restando a Roma
Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, dentro la villa di papa Giulio III. Lì si trovano il Sarcofago degli Sposi, l'Apollo di Veio, la Cista Ficoroni e le lamine d'oro di Pyrgi. Chi ha visto qui il modello del santuario di Portonaccio e quello dei templi di Pyrgi arriva davanti a quelle vetrine con gli strumenti per capirle, e la differenza è enorme. Mattina qui, pomeriggio a Villa Giulia: mezz'ora di mezzi separa i due musei, e la giornata è una delle più intelligenti che si possano costruire a Roma.
Secondo passo, le necropoli
La necropoli della Banditaccia a Cerveteri, che è una città di morti con strade, piazze e isolati, riproduce in pietra l'urbanistica dei vivi, ed è il complemento naturale delle sale sull'architettura e sull'urbanistica. Poi le tombe dipinte di Tarquinia, cioè gli originali delle copie ad acquerello viste qui. Fatele in quest'ordine e capirete perché quelle copie sono un patrimonio. Chi allunga la giornata sulla costa ha vicino le saline di Tarquinia e i Bagni di Sant'Agostino.

Terzo passo, i santuari e le città
Il Parco di Veio con il santuario di Portonaccio, che dista dal centro di Roma meno di un'ora e che quasi nessuno visita; Vulci con il tempio grande, il castello dell'Abbadia e il ponte sul Fiora; Montalto di Castro come base per la zona. E Orvieto, per la necropoli del Crocifisso del Tufo con le sue tombe a dado allineate come case e per il museo archeologico, dove finirono le pitture staccate della Tomba Golini.
Per gli Italici, non soltanto per gli Etruschi
Il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, dentro il palazzo Colonna Barberini che occupa la sommità del santuario della Fortuna Primigenia, con il mosaico nilotico e il modello del santuario: per capire il Lazio preromano vale una biblioteca. E, per il quadro cittadino, il Museo di Archeologia per Roma.
Una curiosità su Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
La curiosità più bella riguarda la numerazione delle sale. Le due del piano terreno si chiamano LVI e LVII, cinquantasei e cinquantasette, in un museo che di sale ne ha nove o dieci in tutto. Un numero così alto in un museo così piccolo sorprende chiunque ci faccia caso, e quasi nessuno ci fa caso. La spiegazione è che quella numerazione non appartiene a questo museo: appartiene al percorso del Museo dell'Arte Classica, la vecchia gipsoteca fondata da Emanuel Löwy, che occupa gli ambienti confinanti e che di sale ne conta molte di più. Quando nel 1962 il museo etrusco venne inaugurato, le sue due sale del piano terreno furono inserite nella sequenza già esistente, come se il discorso sull'arte antica proseguisse senza soluzione di continuità dal mondo greco a quello etrusco.
È una curiosità apparentemente burocratica che dice invece una cosa profonda sull'impostazione di Massimo Pallottino. Negli anni Cinquanta l'etruscologia lottava per essere riconosciuta come disciplina autonoma, dopo un secolo in cui gli Etruschi erano stati trattati o come misteriosi orientali o come provinciali dei Greci. Numerare le proprie sale in continuità con quelle della gipsoteca era una dichiarazione di appartenenza: la civiltà etrusca è parte del mondo antico mediterraneo, si studia con gli stessi strumenti e si espone nella stessa sequenza.
C'è un secondo strato di curiosità, per chi ama gli edifici. Quelle sale si trovano in un palazzo progettato da Gaetano Rapisardi e inaugurato nel 1935, quando la Città Universitaria venne costruita per trasferire fuori dal centro l'ateneo che dal Cinquecento occupava il palazzo della Sapienza a Corso del Rinascimento. La gipsoteca traslocò lì nell'estate del 1935; il museo etrusco arrivò ventisette anni dopo, nei locali accanto. Il risultato è che due musei nati a settant'anni di distanza condividono oggi una sola sequenza di numeri romani sulle porte, e nessun cartello lo spiega. Andate a vedere le targhe: sono lì, in bella vista, e sono il piccolo enigma che vi porterete a casa.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
Che i pezzi più famosi di questo museo non sono reperti antichi, e che possono non esserci. I modelli in scala dei templi etruschi, in particolare quelli dei templi A e B di Pyrgi realizzati da Giovanni Colonna e il capostipite ideato da Massimo Pallottino, sono richiesti in prestito dalle grandi mostre internazionali sulla civiltà etrusca. Vanno a Parigi, vanno in Germania, vanno negli Stati Uniti, tornano. Nessun sito di turismo lo scrive, perché nessun sito di turismo entra in questo dettaglio, e il visitatore che arriva apposta per vederli può trovare una teca vuota senza capire perché.
Il modo di evitarlo è banale e nessuno lo suggerisce: quando telefonate per l'orario, chiedete anche se i modelli dei templi sono in sede. Trenta secondi di conversazione. Chi lavora al museo risponde volentieri, perché è una domanda che rivela un visitatore informato, e in un museo universitario un visitatore informato viene trattato di conseguenza.
C'è un secondo aspetto che quasi nessuno dice, e riguarda il valore scientifico di quei modelli. Non sono plastici turistici: sono ricostruzioni d'autore, firmate da chi ha diretto gli scavi, e rappresentano ipotesi archeologiche precise, discutibili e discusse nella letteratura. Il modello di un tempio etrusco è una tesi in tre dimensioni: dice quanto era alto il tetto, quante colonne c'erano sul fronte, come si distribuivano le terrecotte del frontone e del colmo. Quando un modello parte per una mostra internazionale non parte un oggetto decorativo, parte la posizione scientifica di una scuola.
Terzo elemento poco noto: il museo espone anche materiali inediti provenienti dallo scavo di Pyrgi, in accordo con la Soprintendenza. Significa che in certe stagioni si vedono qui oggetti che non sono ancora entrati in nessuna pubblicazione. Per un appassionato è una condizione rarissima, e vale da sola l'ora di visita.
Il consiglio che ti do per visitare Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
Percorretelo al contrario. L'ordine naturale porta a cominciare dal piano terreno, con la scultura e la pittura, e a scendere poi nel seminterrato dove il percorso parte dall'artigianato. Io consiglio l'inverso: scendete subito, andate in fondo, cominciate dal settore della religione e dalle sale dell'architettura e dell'urbanistica, dove ci sono i modelli, poi risalite il corridoio verso l'epigrafia, la storia e le istituzioni, e lasciate per ultima la sala dell'artigianato. Chiudete al piano terreno con la scultura e con gli acquerelli.
La ragione è didattica e la verifico ogni volta con i gruppi. Le vetrine di ceramica dicono poco a chi non sa ancora come era fatta una città etrusca, dove si metteva il santuario, che cosa si faceva a un funerale. Dicono moltissimo a chi lo ha appena visto in un modello in scala. Invertendo l'ordine, la sala dell'artigianato smette di essere un elenco di forme e diventa la conferma materiale di quello che avete capito nelle sale precedenti. E la pittura funeraria, tenuta per ultima, arriva quando siete pronti a leggerla.
Secondo consiglio, meno ovvio: andate con un quaderno, non con il telefono. In questo museo la fotografia rende poco, perché i vetri riflettono e le luci sono da studio, mentre prendere appunti e schizzi funziona benissimo. È un museo pensato per lo studio, e chi lo tratta come tale ne ricava il triplo. Se poi avete davvero poco tempo, la sequenza minima è questa: modelli dei templi, sala dell'epigrafia, acquerelli. Venti minuti, tre soste, e uscite avendo capito qualcosa di serio.
Terzo consiglio, per chi viene da fuori Roma: non venite qui il primo giorno. Se avete tre giorni in città e non l'avete mai vista, andate al Colosseo, ai Fori, in Vaticano, a Piazza Navona. Questo museo dà il meglio al secondo o al terzo viaggio, quando avete già visto le cose obbligatorie e cominciate a chiedervi come funzionava davvero l'Italia prima di Roma.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che Roma abbia preso dagli Etruschi una parte consistente di se stessa lo sanno tutti, e si ripete in ogni manuale scolastico. Quello che si cita di rado è la portata concreta di quel prestito, e questo museo è il luogo dove diventa visibile pezzo per pezzo.
Gli insegni del potere romano sono etruschi: i fasci littori con la scure, la sella curule, la toga listata di porpora, la tromba di guerra, il carro trionfale. Il trionfo stesso, la cerimonia che ogni visitatore associa alla Roma imperiale, ha radici nel cerimoniale etrusco. La tecnica dell'arco e della volta, che i Romani hanno portato a un livello ineguagliato, arriva dall'Etruria, come vi arriva la pratica del drenaggio urbano: la Cloaca Maxima, cioè l'opera che ha reso abitabile la valle del Foro, viene attribuita dalla tradizione a Tarquinio Prisco, un re di origine etrusca. Persino la parola con cui indichiamo lo spazio consacrato, templum, rimanda a una tecnica di divisione del cielo che gli aruspici etruschi insegnarono ai Romani.
Il punto poco citato è un altro, però, e riguarda la durata. Non si trattò di un'eredità arcaica poi dimenticata: la disciplina etrusca restò operativa nella Roma ufficiale per secoli. Gli aruspici vennero consultati in età repubblicana, in età imperiale, e ancora nel V secolo dopo Cristo qualcuno propose di ricorrere a loro per difendere la città. Una tecnica religiosa di un popolo politicamente scomparso da mezzo millennio continuava a essere considerata competenza professionale. Nella sezione dedicata alla religione questo museo lo spiega meglio di qualunque libro divulgativo, perché mostra gli oggetti su cui quella tecnica si esercitava.
La mia opinione, netta: chi visita i Fori senza avere idea di che cosa fosse la disciplina etrusca guarda un cantiere e non un sistema. Un'ora in questo seminterrato prima o dopo la passeggiata archeologica cambia il modo di leggere il centro di Roma, e costa soltanto il tempo di arrivarci.
La foto giusta da fare a Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
La fotografia da portarsi a casa non è una vetrina: è un modello di tempio ripreso dal basso, all'altezza dello sguardo di chi lo avrebbe visto dalla piazza del santuario. Abbassatevi finché l'occhio arriva quasi al livello del basamento e inquadrate il frontone di sbieco, lasciando che il colmo del tetto tagli l'immagine in alto. Nel giro di un secondo il modello smette di sembrare un plastico e diventa un edificio: le proporzioni tozze del tempio etrusco, il tetto enorme, la profondità del portico, le statue in linea sul culmine acquistano il senso che avevano per chi arrivava a piedi con l'offerta in mano. È la stessa fotografia che permette di capire, tornando a casa, perché l'Apollo di Veio ha quel passo e quel sorriso: doveva essere leggibile da otto metri più in basso.
La seconda immagine che consiglio è un dettaglio degli acquerelli. Non l'intera tavola, che con i riflessi del vetro riesce quasi sempre male, ma un particolare: un suonatore di doppio flauto, un tuffatore, il parasole della donna seduta, la scimmietta legata all'albero. Avvicinatevi in obliquo per evitare il riverbero, appoggiate le mani per non muovere, e lasciate perdere lo zoom digitale, che qui distrugge il colore. Il risultato migliore lo dà la luce ambientale della sala.
La terza fotografia è la più raffinata e la fanno in pochissimi: la targa con il numero romano della sala. LVI, LVII, cifre da museo ottocentesco su una porta di un edificio degli anni Trenta, dentro un museo del 1962. Una sola immagine che contiene tre epoche e la storia di una disciplina.
Regola di comportamento, e non è formalità: prima di scattare chiedete al personale. In un museo universitario alcuni materiali sono in studio o in corso di pubblicazione, e le condizioni per fotografarli possono cambiare da una vetrina all'altra. Chiedere costa dieci secondi ed evita figure sgradevoli. Lasciate perdere il flash in ogni caso, davanti a pigmenti antichi e a tavole ad acquerello di oltre un secolo.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è l'inaugurazione del 1962, in occasione del VI Congresso Internazionale di Scienze Preistoriche e Protostoriche. Un museo che apre davanti alla comunità scientifica mondiale nasce con un obbligo di qualità che si è visto negli anni successivi, quando le collezioni crebbero grazie ai depositi di materiali del Museo delle Origini, del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e del Museo Nazionale Romano, l'istituto che oggi comprende Palazzo Massimo, le Terme di Diocleziano, Palazzo Altemps e la Crypta Balbi.
Il secondo avvenimento è un disastro: l'allagamento del 1975, che colpì le sale del seminterrato e interruppe bruscamente l'attività museale. Ne seguirono oltre dieci anni di chiusura forzata e la restituzione dei materiali che il Museo delle Origini aveva concesso in deposito. Fu il momento più basso della storia di questo museo, e il museo non lo nasconde.
Il terzo è il furto del giugno 1985 ai danni del Museo delle Origini, nel quale andò perduta una parte proprio di quei reperti restituiti. Una beffa che qualunque archeologo racconta a denti stretti: materiali sopravvissuti a un allagamento, spariti in una sede considerata più sicura.
Il quarto è la riapertura del 1988, resa possibile insieme a nuove acquisizioni per la sezione dedicata al culto e ai santuari, con i materiali della mostra Progetto Etruschi, Santuari d'Etruria, che il comune di Arezzo aveva allestito nella primavera del 1985. Da lì arrivarono i modelli del tempio grande di Vulci, del tempio di Fiesole, dell'altare D dell'acropoli di Marzabotto, dell'ara di Pieve a Socana, del santuario di Portonaccio a Veio e dei templi di Pyrgi.
Il quinto è la stagione dei riallestimenti: l'acquisizione del 1993 del nucleo di ceramiche concesso in deposito dal Museo delle Origini, il nuovo allestimento del 1997, la presentazione nel dicembre 2000 della Sezione delle Manifestazioni Artistiche divisa in due sale, l'avvio nel 2003 della collaborazione con l'Istituto Centrale del Restauro per i reperti metallici, la partecipazione nel 2005 alla mostra per i settecento anni della Sapienza al Vittoriano con un'urnetta cineraria fittile chiusina. Nell'aprile 2004 arrivò il complesso dei materiali delle cavernette falische; nell'ottobre 2005 i sessantatré reperti Gorga dal Pigorini.
Il sesto avvenimento è del 14 novembre 2023: la presentazione della mostra Caere. Storie di dispersione e di recuperi, nella Giornata internazionale contro il traffico illecito di beni culturali, con il cratere di Euphronios rientrato in Italia nel 2010 dopo le indagini dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e le quattro lastre dipinte sequestrate nel 2019.
Il settimo è recentissimo e riguarda l'assetto: il 30 settembre 2025 nasce il Polo Museale Sapienza Cultura, che riunisce i musei dell'ateneo con l'Orto Botanico e il Nuovo Teatro Ateneo; il 27 gennaio 2026 Alessandro Conti assume la direzione del museo; il 23 maggio 2026, nella Notte Europea dei Musei, viene inaugurata qui la mostra Etruscan Blue, Etruscan Gold sui materiali preziosi dai santuari etruschi. Un museo che molti considerano dormiente ha avuto, negli ultimi tre anni, più vita di parecchie istituzioni con la coda all'ingresso.
Chi è passato da Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
Il primo nome è quello di Massimo Pallottino, il fondatore della moderna etruscologia, che questo museo lo pensò nel 1955, lo vide aprire nel 1962 e ne ideò il primo modello di tempio. Titolare della cattedra di etruscologia a Roma dal 1945 al 1980, direttore dell'Istituto Nazionale di Studi Etruschi ed Italici dal 1972 alla morte, scopritore delle lamine di Pyrgi nel 1964, premio Balzan nel 1982 e premio Erasmo nel 1984: chi cammina in queste sale cammina dentro il suo progetto didattico.
Il secondo è Giovanni Colonna, l'archeologo che a Pyrgi ha scavato per decenni e che ha realizzato i modelli dei templi A e B del santuario, i pezzi più richiesti dalle mostre internazionali. Un modello firmato da chi ha diretto lo scavo è un documento scientifico, e in questo museo ce ne sono diversi.
Il terzo nome, anzi i terzi, sono Gilda Bartoloni e Gilda Benedettini, che dal 2002 hanno lavorato insieme al rinnovamento delle strutture espositive e didattiche: pannelli, vetrine, saletta di catalogazione computerizzata, aula per le lezioni, rivestimenti ignifughi e antiumidità delle pareti. Curare la conservazione di un museo interrato dopo due allagamenti è un lavoro che nessun visitatore vede e senza il quale nessun visitatore vedrebbe niente.
Poi Laura Maria Michetti, ordinaria di Etruscologia e Antichità Italiche, direttrice del museo fino al passaggio di consegne e oggi alla guida della Sezione Musei del Polo Museale Sapienza Cultura per il triennio 2025-2028, sotto la cui direzione il museo ha promosso la mostra su Caere e ha aderito al progetto internazionale Google Arts and Culture. Con lei Claudia Carlucci, curatrice d'area, e Alessandro Conti, direttore dal 27 gennaio 2026 e prima fra i curatori della mostra su Caere.
Alla mostra del 2023 ha lavorato anche Rossella Zaccagnini della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la provincia di Viterbo, e in quella occasione sono entrati in queste sale gli ufficiali del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, i cui uomini avevano ricostruito il percorso clandestino del cratere di Euphronios. Fra gli studiosi che hanno lavorato sulle collezioni va ricordata Luciana Drago Troccoli, autrice della pubblicazione integrale delle sessantuno tavole ad acquerello uscita nel 2019 per Edizioni Quasar.
Due presenze indirette, infine, ma decisive. Ugo Rellini, ordinario di Paletnologia e fondatore nel 1942 del Museo delle Origini, il cui nome è legato a una delle due collezioni di questo museo e ai vecchi scavi nelle cavernette falische. Ed Evan Gorga, il tenore che nel 1896 fu il primo Rodolfo della Bohème e che poi mise insieme oltre centocinquantamila oggetti: lui in queste sale non entrò mai, ma una parte considerevole di quello che si vede nelle vetrine è passata dalle sue mani prima che lo Stato acquistasse tutto nel 1950.
Domande veloci su Museo delle Antichità Etrusche e Italiche
Quanto costa il biglietto del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche?
L'ingresso alla collezione è libero. Le visite guidate e i laboratori didattici si prenotano a parte e possono essere a pagamento: si scrive a polomusealesapienza@uniroma1.it.
Quali sono gli orari del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche?
L'ateneo indica l'apertura il lunedì e il venerdì dalle 9:00 alle 19:00 e il mercoledì dalle 16:00 alle 19:00. Le fasce seguono il calendario accademico e cambiano nel corso dell'anno: prima di andare conviene sempre confermare al 06 49694317 o scrivere a museo-etruscoitalico@uniroma1.it.
Dove si trova esattamente il museo?
Piazzale Aldo Moro 5, dentro la Città Universitaria della Sapienza, nell'edificio di Lettere e Filosofia, sede del Dipartimento di Scienze dell'Antichità. Le sale occupano il piano terreno e il piano seminterrato.
Serve prenotare per visitare il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche?
Per la visita libera negli orari di apertura non risulta necessaria una prenotazione. Servono invece la prenotazione e un accordo preventivo per le visite guidate, per i laboratori e per i gruppi scolastici.
Quanto tempo ci vuole per la visita?
Un'ora per una visita attenta, un'ora e mezza con calma. Aggiungendo il Museo dell'Arte Classica nello stesso edificio si arriva comodamente a una mattinata.
Che differenza c'è fra questo museo e il Museo Etrusco di Villa Giulia?
Villa Giulia è il grande museo nazionale dei capolavori: Sarcofago degli Sposi, Apollo di Veio, lamine d'oro di Pyrgi. Questo è un museo universitario didattico, dove modelli, calchi e reperti servono a spiegare come si studia una civiltà. Sono complementari e la sequenza giusta è prima qui, poi Villa Giulia.
Il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche è adatto ai bambini?
Sotto i dieci anni funziona poco: niente di interattivo, niente da toccare, vetrine e pannelli. Dai dodici anni in su, e in particolare per chi studia al liceo classico, è una delle visite più utili di Roma. Durante le manifestazioni del Polo museale vengono organizzati laboratori per i più piccoli.
Si possono fare fotografie?
Chiedete al personale all'ingresso: in un museo universitario alcuni materiali possono essere in corso di studio e le condizioni variano. Il flash è comunque da evitare davanti agli acquerelli e ai pigmenti antichi.
Il museo è accessibile a chi ha difficoltà motorie?
Il percorso si svolge su due livelli, piano terreno e seminterrato. Chi ha esigenze specifiche faccia una telefonata al 06 49694317 o scriva a polomusealesapienza@uniroma1.it prima della visita, in modo da concordare il percorso praticabile.
Come arrivo al museo con i mezzi pubblici?
Metropolitana linea B, fermata Policlinico, cinque minuti a piedi. In superficie autobus 71, 310, 492 e 649 e tram 3 e 19. Da Termini il 310 ferma a Università/Regina Elena, oppure si cammina un quarto d'ora.
Si può parcheggiare vicino al Museo delle Antichità Etrusche e Italiche?
Male e con difficoltà. Gli accessi carrabili della Città Universitaria sono controllati e le strade intorno sono sature. Conviene lasciare l'auto lontano e usare la linea B.
Che cosa sono gli acquerelli del 1911?
Sono sessantuno tavole ad acquerello che riproducono le pitture delle tombe etrusche di Tarquinia, Orvieto e Chiusi, acquisite da Massimo Pallottino agli inizi degli anni Cinquanta. Quelle tarquiniesi furono dipinte fra il 1911 e il 1912 da Elio d'Alessandris; per le tavole di Orvieto e Chiusi l'autore è ignoto. Poiché molte pitture originali si sono nel frattempo degradate, le copie sono un documento di prima grandezza.
Quali tombe sono riprodotte negli acquerelli?
Da Tarquinia, fra le altre, la Tomba dei Leopardi, la Tomba della Caccia e Pesca, la Tomba degli Auguri, la Tomba dei Tori, la Tomba delle Leonesse, la Tomba del Triclinio, la Tomba dell'Orco nelle sue tre camere, la Tomba del Barone, la Tomba delle Bighe. Da Chiusi la Tomba della Scimmia, da Orvieto la Tomba Golini I.
Ci sono davvero i modelli dei templi di Pyrgi?
Sì. I modelli dei templi A e B furono realizzati da Giovanni Colonna, mentre il primo modello del museo fu ideato da Massimo Pallottino. Poiché vengono prestati alle mostre internazionali, conviene chiedere al telefono se sono in sede il giorno della vostra visita.
Che cosa sono le lamine di Pyrgi?
Tre lamine d'oro rinvenute nel 1964 nel santuario di Pyrgi, affisse allo stipite della porta del tempio B, con due iscrizioni in etrusco e una in fenicio che ne costituisce la sintesi. Commemorano la dedica del tempio a Uni Astarte da parte di Thefarie Velianas, signore su Caere. Sono conservate a Villa Giulia; qui si vedono i modelli dei due templi da cui provengono.
Che lingua parlavano gli Etruschi e perché non la capiamo?
L'etrusco si legge senza difficoltà, perché usa un alfabeto derivato da quello greco, ma non appartiene alla famiglia indoeuropea e non ha parenti stretti: manca il vocabolario. Le decine di migliaia di iscrizioni note sono in maggioranza brevi formule funerarie, e i testi lunghi sono pochissimi. La sala D del museo è dedicata proprio a questo.
Che cosa sono le collezioni Gorga e Rellini?
La Collezione Gorga comprende ceramiche etrusche e italiche fra l'età arcaica e quella tardo ellenistica e materiali bronzei; prende il nome da Evan Gorga, tenore e collezionista. La Collezione Rellini raccoglie materiali di area falisca, capenate e del versante adriatico e porta il nome del paletnologo Ugo Rellini.
Il museo ha un bookshop o una caffetteria?
No. Non ci sono biglietteria, bookshop, guardaroba o caffetteria di museo. C'è il bar della facoltà, che pratica prezzi da bar universitario.
Quanti musei ha la Sapienza e dove sono?
Il Polo Museale Sapienza Cultura riunisce i musei dell'ateneo insieme all'Orto Botanico e al Nuovo Teatro Ateneo. La maggior parte si trova nella Città Universitaria di Piazzale Aldo Moro; alcuni sono altrove, come il Museo di Idraulica a San Pietro in Vincoli e l'Orto Botanico sotto il Gianicolo.
Quali altri musei posso visitare nello stesso edificio?
Il Museo dell'Arte Classica, con i calchi in gesso della scultura greca, e il Museo delle Origini, dedicato alla preistoria e alla protostoria. Entrambi nell'edificio di Lettere e Filosofia, entrambi con orari da verificare.
Si entra gratis la prima domenica del mese?
La misura della prima domenica gratuita riguarda i musei statali e alcuni musei civici, non i musei universitari. Qui l'ingresso alla collezione è libero negli orari di apertura, ma il museo di norma non apre la domenica.
C'è coda per entrare al Museo delle Antichità Etrusche e Italiche?
No, e questa è una delle ragioni migliori per venirci. Capita spesso di essere gli unici visitatori nelle sale.
Quanto è grande il museo?
Circa 570 metri quadri di superficie espositiva distribuiti sui due piani, con una decina di ambienti fra piano terreno e seminterrato.
Il museo organizza mostre temporanee?
Sì, ed è anche sede di esposizioni di materiali inediti provenienti dallo scavo di Pyrgi, in accordo con la Soprintendenza. Fra le mostre recenti, Caere. Storie di dispersione e di recuperi nel 2023 ed Etruscan Blue, Etruscan Gold inaugurata nel maggio 2026.
Vale la pena di venirci al primo viaggio a Roma?
No, e lo dico senza giri di parole. Al primo viaggio ci sono il Colosseo, i Fori, il Vaticano, il centro storico. Questo museo dà il meglio al secondo o al terzo viaggio, o a chi a Roma ci vive e vuole capire davvero che cosa c'era prima.
Che cosa vedo nelle vicinanze dopo la visita?
La basilica di San Lorenzo fuori le Mura, il Cimitero del Verano e il quartiere San Lorenzo per il pranzo. Con qualche fermata di mezzi, il Policlinico, Castro Pretorio e la Biblioteca Nazionale.
Vi dico come la penso, con la franchezza che si deve a chi ha letto fin qui. Questo non è un museo per tutti, e chi ve lo presenta come una meraviglia da fila all'ingresso vi sta prendendo in giro. È un museo di studio, costruito da studiosi per formare altri studiosi, che ha attraversato un allagamento, un furto, dieci anni di chiusura e trent'anni di ricostruzione paziente. Quello che offre a chi entra con la disposizione giusta è raro quanto un capolavoro: la possibilità di capire come si mette insieme la conoscenza di una civiltà scomparsa, partendo da cocci, calchi, copie e modelli in legno e gesso. Ci accompagno gruppi da anni e la reazione che aspetto è sempre la stessa, quel momento in cui qualcuno si ferma davanti al modello di Portonaccio e dice che adesso ha capito che cosa stava guardando a Villa Giulia. Andateci di mattina, telefonate prima, scendete subito al seminterrato e prendetevi un'ora piena. Poi uscite, attraversate il campus, e andate a mangiare a San Lorenzo.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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