Museo di Chimica “Primo Levi”
Il Museo di Chimica "Primo Levi" è dentro la Città Universitaria della Sapienza, a Piazzale Aldo Moro 5, e occupa il piano terra dell'edificio di Chimica, quello che il campus indica con la sigla CU014 e con il nome di Stanislao Cannizzaro. Si visita solo su appuntamento: non ha una biglietteria, non ha un orario di apertura continuato, non si entra passando di lì per caso. L'appuntamento si chiede per posta elettronica a museodichimica@uniroma1.it, ed è il canale indicato dal museo stesso anche per le visite guidate; il direttore è il professor Donato Monti (donato.monti@uniroma1.it), la curatrice d'area è la dottoressa Darica Paradiso (darica.paradiso@uniroma1.it). Il portale turistico di Roma Capitale pubblica come recapito telefonico il numero 06 49694318. Nessuna tariffa d'ingresso risulta pubblicata sul sito del museo, quindi le condizioni della visita si definiscono quando si fissa la data. Si arriva con la metro B, fermata Policlinico; da Termini valgono le linee di superficie 310 e 492, e i tram 3 e 19 servono il quadrante universitario. Da Termini a piedi sono circa venti minuti. Il museo fa parte del Polo museale Sapienza, la rete che raccoglie una ventina di musei dell'ateneo. Se stai costruendo un giro di musei romani meno battuti, la pagina delle attrazioni turistiche aiuta a incastrare gli orari.

Dove si trova il Museo di Chimica "Primo Levi" e come ci si arriva
L'indirizzo amministrativo è quello di tutta la Sapienza, Piazzale Aldo Moro 5, e non basta a trovarlo. Il campus è una città dentro la città: viali ortogonali, edifici razionalisti chiari, un rettorato con la Minerva davanti. L'edificio di Chimica è sul lato destro del viale principale procedendo dall'ingresso monumentale, riconoscibile perché sulla facciata porta il nome di Cannizzaro. Il museo è al piano terra, all'interno del Dipartimento di Chimica: si entra dall'atrio del dipartimento, e senza un appuntamento fissato la portineria non ha motivo di farti passare.
In metropolitana e in autobus fino al Museo di Chimica "Primo Levi"
La fermata utile è Policlinico, sulla linea B: da lì si costeggia il muro del complesso universitario e in cinque o sei minuti si è al cancello. Castro Pretorio, sempre sulla B, è l'alternativa se arrivi da Termini e vuoi spezzare il percorso con una passeggiata. Le linee di superficie indicate dall'ateneo per raggiungere Piazzale Aldo Moro partendo da Termini sono la 310 e la 492: la 310 è una delle direttrici più frequentate della città verso nord est, la 492 collega Tiburtina al centro passando di qui. I tram 3 e 19 servono il quadrante di San Lorenzo e del Verano e lasciano a pochi minuti a piedi. In auto è una pessima idea: il campus ha parcheggi riservati al personale e la zona intorno è satura per via del Policlinico Umberto I.
A piedi da Termini al Museo di Chimica "Primo Levi"
Venti minuti di camminata piana, senza salite, lungo via Marsala e poi via dei Mille o via Palestro. È il modo che consiglio quando la visita è fissata al mattino: attraversi il quartiere Castro Pretorio, passi accanto al muro dell'accampamento pretoriano riutilizzato nelle Mura Aureliane e arrivi al campus dal lato giusto, quello dell'ingresso principale su Piazzale Aldo Moro. Chi arriva da Tiburtina impiega più o meno lo stesso tempo scendendo per via dei Reti e attraversando San Lorenzo.
Come si visita il Museo di Chimica "Primo Levi"
La formula è quella dei musei universitari italiani: apertura su appuntamento, accompagnamento di chi lavora alla collezione, gruppi contenuti. Si scrive una mail indicando quante persone siete, che tipo di visita cercate e quali date avete a disposizione; la risposta arriva dal museo con la proposta di un giorno e un orario. Non è un ripiego burocratico, è un vantaggio: la persona che apre le vetrine è quella che conosce gli strumenti uno per uno, e la differenza rispetto a un audioguida è abissale.
Le scuole sono il pubblico storico. Il museo lavora con i percorsi per le competenze trasversali e l'orientamento, partecipa al Piano Lauree Scientifiche con laboratori orientativi, ospita seminari di storia della chimica e mostre tematiche. Per un gruppo di adulti non specialisti l'esperienza funziona ugualmente, a patto di arrivare con qualche domanda in tasca: qui il valore è nella spiegazione, non nella scenografia.
Quanto dura la visita al Museo di Chimica "Primo Levi"
Un'ora abbondante se ti limiti a guardare, due se cominci a chiedere come funzionava un crioscopio e perché un ebullioscopio serviva a determinare un peso molecolare. La mia esperienza con i gruppi dice che il tempo si allunga sempre, mai il contrario: gli strumenti scientifici ottocenteschi hanno una qualità ipnotica, ottone, vetro soffiato, scale graduate incise a mano, e nessuno resiste alla tentazione di capire a che cosa servivano.
L'edificio di Chimica della Città Universitaria
Il contenitore merita quanto il contenuto. L'edificio di Chimica fu progettato da Pietro Aschieri per la Città Universitaria: il progetto iniziale prevedeva una composizione con corpi a quattro piani sormontati da una torre a C destinata ai laboratori, soluzione poi ridimensionata nel 1935 per uniformarsi al registro degli altri edifici del campus. Ospitava gli Istituti di Chimica Generale, di Chimica Inorganica, di Geochimica e di Chimica Fisica, copriva circa 5.300 metri quadrati e contava 271 ambienti. L'inaugurazione avvenne il 31 ottobre 1935, anche se le finiture interne furono completate solo nel 1938.
La guerra passò di qui in modo diretto: l'edificio subì i danni provocati dal bombardamento di San Lorenzo del luglio 1943, il quartiere che comincia a poche centinaia di metri dal recinto universitario. Seguirono interventi di sopraelevazione, e negli anni Settanta la costruzione di un Nuovo Edificio di Chimica per assorbire la crescita degli istituti. Chi entra oggi vede una stratificazione, non un manufatto puro: è la ragione per cui il museo, nato in spazi previsti al primo piano, finì poi collocato al piano terreno.
Perché l'edificio si chiama Cannizzaro
Perché la chimica romana moderna comincia con Stanislao Cannizzaro, e il campus lo ha registrato nella toponomastica interna. La sigla CU014 è quella che trovi sulle mappe del campus e sui cartelli; il nome per esteso è quello che leggi sulla facciata. Sapere entrambi ti risparmia dieci minuti di giri a vuoto il giorno dell'appuntamento.
Storia del Museo di Chimica "Primo Levi"
Il museo fu realizzato nel 1986 su iniziativa del professor G. Di Maio, e il lavoro proseguì con il professor E. Zeuli. L'apertura al pubblico arrivò nel 1992. È una data che dice molto sul clima di quegli anni: le università italiane stavano scoprendo che i loro magazzini contenevano un patrimonio scientifico di prim'ordine, spesso a un passo dalla rottamazione, e che catalogarlo era un dovere culturale prima che un'operazione nostalgica.
Le prime acquisizioni vennero dal Dipartimento stesso, compresi termometri della ditta Goulaz di Parigi datati fra il 1882 e il 1887. Dalla precedente sede di via Panisperna arrivò il grosso: densitometri, bilance, crioscopi, ebullioscopi. Furono recuperate anche quaranta tavole didattiche murali di G. Schroeder dedicate agli impianti industriali chimici dell'Ottocento, la cui prima edizione risale al periodo 1884-1887. Nel marzo 2013 il museo partecipò a un progetto ministeriale inserendo 225 oggetti nella piattaforma di catalogazione Sigec: strumenti didattici universitari, donazioni, apparecchiature di case produttrici rinomate e pezzi costruiti direttamente dai professori dell'ateneo.
L'intitolazione a Primo Levi
Il 25 marzo 2010, su iniziativa del professor L. Campanella, il museo fu dedicato a Primo Levi, il chimico scrittore testimone della Shoah, scelto come simbolo dell'interazione fra saperi scientifici e umanistici. È una intitolazione che regge, e non è scontato: molte dediche museali sono targhe senza conseguenze, questa invece definisce il programma culturale di tutto il posto.
Perché il Museo di Chimica "Primo Levi" porta questo nome
Primo Levi nacque a Torino il 31 luglio 1919 e si laureò in chimica all'Università di Torino nel luglio 1941, con le leggi razziali già in vigore. Arrestato il 13 dicembre 1943 mentre si univa alla resistenza partigiana, fu deportato ad Auschwitz il 22 febbraio 1944; fu liberato il 27 gennaio 1945 e rientrò a Torino il 19 ottobre dello stesso anno. Dal 1947 al 1975 lavorò come chimico nella fabbrica SIVA. Pubblicò Se questo è un uomo nel 1947, ristampato nel 1958, La tregua nel 1963, Il sistema periodico nel 1975 e I sommersi e i salvati nel 1986. Morì a Torino l'11 aprile 1987.
Il libro che spiega l'intitolazione è Il sistema periodico: ventuno capitoli intitolati ad altrettanti elementi, dove la chimica non è metafora ma mestiere, con l'odore dei reagenti e la fatica delle analisi. Un museo che conserva bilance analitiche e crioscopi trova in quel libro la propria giustificazione letteraria. La mia opinione: chi arriva qui avendo letto il capitolo dedicato al carbonio guarda le vetrine con occhi diversi, e vale la pena rileggerlo la sera prima.
Stanislao Cannizzaro e le origini della collezione
Il nucleo storico del Museo di Chimica "Primo Levi" viene dall'istituto fondato da Stanislao Cannizzaro, nato a Palermo il 13 luglio 1826 e morto a Roma il 10 maggio 1910. Nel 1858 pubblicò il Sunto di un corso di filosofia chimica, il testo in cui enunciò il criterio per determinare i pesi atomici; nel settembre 1860, al congresso internazionale di Karlsruhe, quel ragionamento fu distribuito ai congressisti e cambiò il modo in cui la comunità scientifica distingueva peso atomico e peso molecolare. Prima di Roma insegnò ad Alessandria, a Genova dal 1855 e a Palermo dal 1861. Nominato senatore il 15 novembre 1871, ottenne nel 1872 la cattedra di chimica dell'università romana, che tenne per quarant'anni, e organizzò l'istituto chimico nell'antico convento di San Lorenzo in Panisperna. A lui si deve anche la reazione che porta il suo nome e una lunga stagione di ricerche sulla santonina, fra il 1873 e il 1896.
Gli oggetti appartenuti a Cannizzaro e al suo gruppo, a partire dal 1872, sono la ragione per cui questo non è un museo didattico qualunque ma un archivio materiale della chimica italiana. Fra gli allievi e i collaboratori usciti da quell'istituto si contano Paolo Tassinari, Giovanni Carnelutti, Domenico Amato e Raffaello Nasini. Nel 1896, per i settant'anni di Cannizzaro, quarantanove chimici italiani si fecero fotografare insieme nel suo istituto romano: una fotografia di gruppo che vale come censimento di una disciplina.
Il percorso del Museo di Chimica "Primo Levi", vetrina per vetrina
Il museo conserva strumenti scientifici, attrezzature didattiche, collezioni di sostanze chimiche e documenti che vanno dalla fine dell'Ottocento al secolo scorso. Il percorso non è organizzato come una galleria d'arte, con un capolavoro per sala, ma come una successione di famiglie di strumenti. Ecco che cosa si vede, gruppo per gruppo.
Crioscopi ed ebullioscopi
Sono i pezzi che spiego per primi, perché raccontano un'epoca. Crioscopia ed ebullioscopia misurano di quanto si abbassa il punto di congelamento e di quanto si alza il punto di ebollizione di un solvente quando ci si scioglie dentro una sostanza: da quello scarto, minuscolo, si risale al peso molecolare della sostanza disciolta. Significa che per pesare una molecola, prima degli spettrometri di massa, si guardava un termometro. Gli esemplari conservati vengono in buona parte dalla vecchia sede di via Panisperna e sono oggetti di ottone e vetro, con camicie isolanti e agitatori manuali.
I termometri e le bilance
La collezione comprende termometri della ditta Goulaz di Parigi datati 1882-1887, fra le prime acquisizioni del museo, e le bilance provenienti dall'istituto ottocentesco. Una bilancia analitica dell'epoca è un mobile, non un accessorio: cassa di legno e vetro contro le correnti d'aria, piatti sospesi, coltelli di agata, una cassetta di pesi calibrati che si maneggiavano con la pinzetta. Il gesto di pesare era lento e rituale, e chi ha studiato chimica prima dell'elettronica lo ricorda con affetto misto a fastidio.
L'analisi elementare e i colorimetri
Le antiche strumentazioni per l'analisi elementare sono la spina dorsale della chimica organica dell'Ottocento: bruciare un campione, raccogliere anidride carbonica e acqua, pesarle, ricavare la formula minima. Ogni analisi era una giornata di lavoro, e un risultato pubblicato equivaleva a settimane di fatica. I colorimetri conservati appartengono invece alla stagione dell'analisi quantitativa per confronto visivo: si affiancavano due colonne di liquido colorato e si regolava l'altezza finché il colore appariva identico all'occhio dell'operatore. Il valore del dato dipendeva letteralmente dalla vista di chi misurava.
Gli spettroscopi del Museo di Chimica "Primo Levi"
Lo spettroscopio è lo strumento che ha trasformato la chimica in una scienza capace di riconoscere gli elementi a distanza. Ogni elemento, portato all'incandescenza, emette righe di colore in posizioni fisse: leggere quelle righe significa dire che cosa c'è dentro un campione senza toccarlo. Gli esemplari del museo, con il loro treppiede, il prisma e i cannocchialini orientabili, permettono di spiegare in tre minuti perché sappiamo di che cosa è fatto il Sole. È il pezzo che uso sempre con le scolaresche quando l'attenzione comincia a calare.
Le apparecchiature per la misura della radioattività
Il museo espone apparecchiature per la misura della radioattività costruite da Gian Alberto Blanc, che lavorò nello stesso istituto agli inizi del Novecento. Blanc, nato a New York il 24 giugno 1879 e morto a Roma il 31 dicembre 1966, si laureò in fisica nel 1904 con una tesi sulla radioattività applicata ai sedimenti di sorgenti idrotermali della Savoia, ottenne la libera docenza nel 1908 e in quello stesso anno frequentò a Parigi i laboratori dei coniugi Curie. Nel 1928 divenne il primo professore ordinario di geochimica in Italia. Vedere gli strumenti che costruiva significa avere davanti la fase artigianale della fisica nucleare italiana, quando un ricercatore si fabbricava da sé l'elettrometro che gli serviva. Fra le collezioni compaiono anche schermature d'epoca: oggi fanno impressione, allora erano l'ultima parola in fatto di sicurezza.
Le quaranta tavole murali di von Schroeder
Sono la parte più fotogenica del Museo di Chimica "Primo Levi" e la meno prevedibile. Quaranta grandi tavole didattiche murali firmate von Schroeder, prima edizione 1884-1887, raffigurano impianti industriali chimici della seconda metà dell'Ottocento e tecnologie ancora più antiche: forni, torri di assorbimento, colonne, camere di piombo per l'acido solforico, disegnate con la precisione delle tavole d'ingegneria e la didascalia di un manuale. Servivano a insegnare la chimica industriale a studenti che non avrebbero mai messo piede in una fabbrica. Oggi valgono come documento di archeologia industriale e come oggetto grafico: se ti interessa il disegno tecnico ottocentesco, questa è la ragione sufficiente per chiedere l'appuntamento.
Le sostanze chimiche e i coloranti
Le collezioni di sostanze chimiche conservate in flaconi e ampolle etichettate a mano sono l'aspetto meno appariscente e più commovente della raccolta. Contengono coloranti di sintesi, i prodotti che fra Ottocento e Novecento hanno costruito la fortuna dell'industria chimica europea, e reagenti oggi fuori commercio. Le etichette, con la calligrafia dei preparatori, valgono quanto il contenuto: sono la firma di un lavoro quotidiano che nessuna pubblicazione scientifica registra.
I reperti antichi per la distillazione
Qui il museo esce dal recinto ottocentesco. Fra i materiali conservati compaiono reperti per la distillazione riferiti al periodo cinese della dinastia Ming, all'antica civiltà mongola e all'antica Mesopotamia, con una forbice cronologica indicata fra il 4000 e il 3000 avanti Cristo. La distillazione è una delle poche tecnologie che attraversano interi millenni cambiando pochissimo nel principio: separare per differenza di volatilità. Vedere accostati un apparato mesopotamico e un ebullioscopio di fine Ottocento è la lezione di storia della scienza più efficace che il museo possa offrire.
La biblioteca storica
Il patrimonio librario comprende l'Enciclopedia Chimica Selmi del 1868 e l'Enciclopedia di Chimica Guareschi del 1922. Sono i due grandi repertori italiani della disciplina, a mezzo secolo di distanza l'uno dall'altro, e messi in fila raccontano quanto cambiò la chimica in cinquant'anni: nel Selmi il vocabolario è ancora incerto, nel Guareschi la disciplina ha già la struttura che riconosciamo oggi.
Le esperienze chimiche interattive
Il museo ha sviluppato un percorso di esperienze chimiche fruibili direttamente dai visitatori. È la parte pensata per le scuole e per chi arriva senza formazione scientifica: si tocca, si osserva una reazione, si capisce un principio senza passare da una formula. Non aspettarti l'apparato scenografico di un science centre. Aspettati qualcosa di più raro: qualcuno che ti spiega perché una reazione fa quello che fa, mentre la fa.
L'archivio del Regio Istituto di Chimica
Accanto alle vetrine il museo custodisce l'archivio del Regio Istituto di Chimica: documenti, registri e carte che coprono l'attività dell'istituto dal 1872 al 1940, anno del trasferimento nella nuova Città Universitaria. La sezione più consistente riguarda gli aspetti economici, con la corrispondenza con le ditte fornitrici per l'acquisto di materiali scientifici; due registri di protocollo coprono il periodo 1910-1936; ci sono report annuali sullo stato delle ricerche in corso, i registri delle pubblicazioni acquisite dalla biblioteca, i carteggi per i volumi, e poi cartoline, fotografie, opuscoli e volumetti.
L'archivio è liberamente consultabile presso il museo previo contatto con il direttore, l'inventario è scaricabile dal sito del museo e il fondo è censito nel portale Archivi della scienza. Per chi fa ricerca di storia della scienza è materiale di prima mano: le fatture dei fornitori raccontano quali strumenti si compravano e a che prezzo, cioè la storia economica di un laboratorio, che di solito nessuno scrive.
Le mostre temporanee del Museo di Chimica "Primo Levi"
Il museo produce mostre tematiche. Dal 5 aprile al 20 maggio 2024 ha ospitato CHEM-ART. La Chimica e l'Arte si incontrano, un progetto costruito sul confine fra reazioni chimiche e processi artistici, con sei sculture e due videoinstallazioni dell'artista Alessio Manfredi, nato a La Spezia nel 1977, a cura di Leonardo Giaccari e Matteo Giaccari con la collaborazione curatoriale di Serena Francone. Fra le opere esposte figuravano Cura (2024), installazione con marmo, acciaio e acido cloridrico, Hidden. Nascosto (2021-2022) con il lantanio, la videoinstallazione In memoriam Primo Levi (2020), Genius Loci (2022) sulla fusione metallurgica, The Rare-Earth Element Age (2020) con bagni elettrolitici e GEM (2019), realizzata con suolo contaminato.
Il calendario delle iniziative cambia di anno in anno e conviene chiederlo insieme all'appuntamento: capita che una mostra in corso trasformi completamente la visita.
Il Museo di Chimica "Primo Levi" per le scuole e gli studenti
Il museo mette a disposizione materiale di approfondimento scaricabile gratuitamente, pensato per gli studenti di chimica: schede sul bilanciamento delle reazioni di ossidoriduzione in soluzione acquosa, note sul nuovo Sistema Internazionale di unità di misura, un testo sul contributo di Cannizzaro alla determinazione dei pesi atomici e la tavola periodica degli elementi nella versione IUPAC. Partecipa inoltre ai percorsi per le competenze trasversali e l'orientamento e al Piano Lauree Scientifiche con laboratori orientativi, e ospita seminari di storia della chimica.
Per un insegnante di scuola superiore è una risorsa concreta: la visita si può agganciare al programma di quinta, e il museo ha già i materiali pronti. La mia opinione da chi accompagna gruppi: portare una classe qui dopo aver fatto le ossidoriduzioni in aula funziona molto meglio del contrario.
Il Polo museale Sapienza intorno al Museo di Chimica "Primo Levi"
Il museo appartiene al Polo museale Sapienza, che riunisce una ventina di musei universitari: fra questi il Museo di Anatomia Comparata "Battista Grassi", il Museo di Anatomia Patologica, il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche, il Museo di Antropologia "G. Sergi", il Museo dell'Arte Classica con la sua gipsoteca, il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, il Museo di Arte e Giacimenti Minerari, il Museo Erbario, il Museo di Fisica, il Museo della Geografia, il Museo di Idraulica, il Museo di Merceologia, l'Orto Botanico, il Museo delle Origini, il Museo Universitario di Scienze della Terra, il Museo di Storia della Medicina, il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo e il Museo di Zoologia.
Come costruire una giornata nel campus partendo dal Museo di Chimica "Primo Levi"
Quasi tutti questi musei condividono la stessa regola dell'appuntamento, quindi la giornata si programma per posta elettronica con qualche settimana di anticipo. L'accoppiata che consiglio è chimica più fisica: due collezioni di strumenti scientifici a duecento metri l'una dall'altra, e una mattinata che racconta come si misurava il mondo prima dei sensori digitali. Chi viaggia con ragazzi delle medie preferirà accostare il Museo di Anatomia Comparata, che ha l'impatto visivo degli scheletri montati. Fuori dal campus, per restare in tema di scienza raccontata bene, c'è il Museo della Matematica.
Una curiosità su Museo di Chimica "Primo Levi"
La curiosità è nelle date, e nessuna guida la racconta. Il museo fu realizzato nel 1986, ma aprì al pubblico soltanto nel 1992: sei anni di scarto fra la decisione e la porta aperta. In mezzo c'è una storia molto italiana di spazi che cambiano destinazione. Gli ambienti destinati al museo erano previsti al primo piano dell'edificio di Chimica, dove Aschieri aveva immaginato i laboratori; alla fine la raccolta trovò posto al piano terreno, dove è oggi. Un museo scientifico che trasloca prima ancora di esistere dice tutto della pressione che un dipartimento universitario esercita sui propri metri quadrati.
C'è un secondo strato di curiosità, altrettanto poco noto. Il nucleo della collezione non nasce da un acquisto né da un lascito privato, ma da un recupero: strumenti che il Dipartimento aveva dismesso, materiale arrivato dalla vecchia sede di via Panisperna, tavole didattiche salvate da un magazzino. Il primo termometro entrato in inventario porta il marchio della ditta Goulaz di Parigi ed è datato fra il 1882 e il 1887, cioè è più vecchio dell'edificio che lo ospita di circa mezzo secolo. Nel marzo 2013 la catalogazione ministeriale ha fissato 225 oggetti sulla piattaforma Sigec, fra strumenti didattici, donazioni, apparecchi di case produttrici note e pezzi costruiti a mano dai professori dell'ateneo. Quest'ultima categoria è la più affascinante: oggetti unici al mondo, nati perché serviva una misura che nessun catalogo commerciale offriva.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo di Chimica "Primo Levi"
Che il pezzo più antico della collezione non ha niente a che vedere con l'Ottocento europeo. Fra i materiali conservati ci sono reperti per la distillazione riferiti al periodo cinese della dinastia Ming, all'antica civiltà mongola e all'antica Mesopotamia, con datazioni indicate fra il 4000 e il 3000 avanti Cristo. In un museo che tutti immaginano dedicato alle provette dei professori con la barba bianca, la vetrina più antica arriva dalla preistoria della tecnica.
La seconda cosa che di solito nessuno dice riguarda l'archivio. Sotto la superficie degli strumenti c'è un fondo documentario del Regio Istituto di Chimica che copre gli anni dal 1872 al 1940, ed è liberamente consultabile previo contatto con il direttore. La parte più consistente non sono le carte scientifiche: è la contabilità, la corrispondenza con le ditte fornitrici per l'acquisto dei materiali. Chi studia storia della scienza sa quanto valga: un ordine d'acquisto dice quali strumenti un laboratorio si poteva permettere, quindi quali esperimenti poteva davvero fare. Due registri di protocollo coprono il periodo 1910-1936, e c'è anche materiale minore, cartoline, fotografie, opuscoli, che di solito nessuno cataloga e che invece qui è stato tenuto. Il fondo è censito nel portale Archivi della scienza e l'inventario si scarica dal sito del museo. Il che significa che si può arrivare all'appuntamento sapendo già che cosa chiedere, e non capita spesso in un museo universitario.
Il consiglio che ti do per visitare Museo di Chimica "Primo Levi"
Scrivi la mail con almeno due settimane di anticipo e proponi tu due o tre date alternative, indicando quante persone siete e che cosa vi interessa: le tavole industriali, gli strumenti di Cannizzaro, la radioattività di Blanc, le esperienze pratiche. Un museo che apre su appuntamento organizza la visita intorno alla tua richiesta, e una mail generica produce una visita generica. È il singolo accorgimento che cambia di più la qualità della mattinata.
Secondo consiglio, pratico: arriva con dieci minuti di margine e cerca l'edificio con la sigla, non con il nome. Nel campus della Sapienza i codici CU sono ovunque, sulle mappe e sui cartelli, e CU014 ti porta esattamente davanti alla porta giusta; chiedere dell'edificio di Chimica a uno studente di lettere spesso non funziona. Terzo: non programmare altro nell'ora successiva. Le visite guidate condotte da chi cura la collezione si allungano sempre, e interromperle per correre altrove è un peccato.
L'ultima cosa è un'opinione netta. Questo non è un museo per un pomeriggio qualunque: è un museo per chi ha una domanda. Se la chimica ti ha lasciato un cattivo ricordo scolastico, prendi il posto senza pregiudizi e chiedi di vedere lo spettroscopio e le tavole di von Schroeder. Se invece la chimica l'hai studiata, porta con te la curiosità del mestiere e chiedi degli strumenti autocostruiti dai docenti: è lì che il museo dà il meglio.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che l'edificio che ospita il museo ha una data di nascita precisa e una ferita precisa. Inaugurato il 31 ottobre 1935 su progetto di Pietro Aschieri, con circa 5.300 metri quadrati e 271 ambienti destinati agli Istituti di Chimica Generale, Chimica Inorganica, Geochimica e Chimica Fisica, fu completato negli interni soltanto nel 1938. Cinque anni dopo subì i danni del bombardamento di San Lorenzo del luglio 1943. Il quartiere colpito comincia dall'altra parte della ferrovia, a pochi minuti a piedi, e il campus universitario non fu risparmiato dagli effetti dell'attacco.
È un dato che circola nei testi di storia dell'architettura romana, eppure quasi nessuno lo collega alla visita: si entra in un museo di chimica pensando che la storia riguardi solo gli strumenti in vetrina, e invece riguarda anche i muri. Il progetto originario di Aschieri, poi, era più ambizioso di quello realizzato: prevedeva corpi a quattro piani sormontati da una torre a C destinata ai laboratori, ridimensionata nel 1935 per allinearsi al linguaggio uniforme voluto per la Città Universitaria. Le sopraelevazioni successive e il Nuovo Edificio di Chimica costruito negli anni Settanta hanno aggiunto altri strati. Chi guarda la facciata con questi dati in testa legge un edificio a più tempi, non un blocco compatto degli anni Trenta.
La foto giusta da fare a Museo di Chimica "Primo Levi"
La foto giusta non è la panoramica della sala. È il dettaglio ravvicinato di uno strumento in ottone e vetro contro il fondo scuro della vetrina: un crioscopio con il suo termometro a scala lunga, oppure lo spettroscopio con i cannocchialini che convergono sul prisma. Sono oggetti costruiti quando la bellezza di uno strumento era parte del suo prestigio, e la luce radente delle vetrine li premia. Tieni il telefono appoggiato al vetro per eliminare i riflessi, spegni il flash che sul vetro non perdona, e alza leggermente l'esposizione perché il fondo scuro inganna la misurazione automatica.
La seconda foto, quella che nessuno fa, sono le tavole murali di von Schroeder: quaranta grandi fogli didattici con impianti industriali dell'Ottocento disegnati come tavole d'ingegneria. Inquadrane una intera, frontale, senza tagliare la cornice, e poi un particolare della macchina disegnata. Funzionano benissimo anche in bianco e nero. Fuori, prima di rientrare, vale la facciata dell'edificio Cannizzaro con il nome inciso: verticali nette, intonaco chiaro, il razionalismo romano del 1935 che a metà mattina prende una luce piatta ideale per l'architettura. Chiedi comunque il permesso di fotografare quando fissi l'appuntamento: nei musei universitari le regole cambiano da collezione a collezione.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è la nascita stessa dell'istituto da cui proviene la collezione: nel 1872 Stanislao Cannizzaro, appena chiamato alla cattedra romana, organizzò il Regio Istituto Chimico nell'antico convento di San Lorenzo in Panisperna. Da quell'istituto uscirono generazioni di chimici italiani, e nel 1896, per i settant'anni del fondatore, quarantanove chimici si riunirono lì per una fotografia collettiva che vale come atto di nascita di una comunità scientifica nazionale.
Il secondo avvenimento è il trasferimento. Nel 1935 l'istituto lascia via Panisperna per la Città Universitaria appena costruita: l'edificio di Chimica viene inaugurato il 31 ottobre di quell'anno, l'archivio dell'istituto documenta l'attività fino al 1940, e gli strumenti della vecchia sede, densitometri, bilance, crioscopi ed ebullioscopi, viaggiano insieme ai professori. Molti di quegli oggetti oggi sono in vetrina qui.
Il terzo è la guerra: nel luglio 1943 il bombardamento di San Lorenzo danneggia l'edificio. Il quarto è la fondazione del museo nel 1986 per iniziativa del professor G. Di Maio, proseguita dal professor E. Zeuli, con l'apertura al pubblico nel 1992. Il quinto è il 25 marzo 2010, quando su iniziativa del professor L. Campanella la raccolta viene intitolata a Primo Levi. Il sesto, meno solenne ma decisivo, è il marzo 2013: la catalogazione di 225 oggetti nella piattaforma ministeriale Sigec, cioè il momento in cui la collezione smette di essere un deposito ordinato e diventa patrimonio censito.
Chi è passato da Museo di Chimica "Primo Levi"
Il modo onesto di rispondere è distinguere fra chi ha calpestato queste stanze e chi ci abita attraverso i propri oggetti. Stanislao Cannizzaro appartiene alla seconda categoria: morì a Roma il 10 maggio 1910, venticinque anni prima che l'edificio della Città Universitaria esistesse, eppure le apparecchiature, gli strumenti didattici e i documenti suoi e del suo gruppo, a partire dal 1872, sono il cuore della collezione. Il senatore che nel 1860 a Karlsruhe convinse l'Europa chimica a distinguere pesi atomici e pesi molecolari è presente qui in forma di ottone e carta.
Gian Alberto Blanc, invece, l'istituto lo frequentò per davvero: lavorò nella struttura agli inizi del Novecento, costruì con le proprie mani le apparecchiature per la misura della radioattività che il museo espone, e portò a Roma un metodo appreso nel 1908 nei laboratori dei coniugi Curie a Parigi. Dal 1928 fu il primo ordinario di geochimica in Italia. Attraverso l'istituto romano passarono anche gli allievi e i collaboratori di Cannizzaro, da Raffaello Nasini a Paolo Tassinari, da Giovanni Carnelutti a Domenico Amato.
Sull'ultimo nome, quello dell'intitolazione, la verità è più sottile: Primo Levi è passato di qui come figura simbolica, scelta il 25 marzo 2010 per rappresentare l'incontro fra il sapere scientifico e quello umanistico. E poi passano ogni anno le scolaresche, gli studenti dei laboratori di orientamento e i dottorandi che nel 2024 hanno curato la mostra dedicata al rapporto fra chimica e arte. Un museo universitario vive di questo passaggio continuo, non di targhe.
Il Museo di Chimica "Primo Levi" con i bambini
Funziona dai dieci anni in su, e funziona molto meglio se chi accompagna dichiara in anticipo l'età del gruppo: il percorso di esperienze chimiche interattive nasce proprio per questo pubblico. Sotto i dieci anni la collezione rischia di essere una fila di vetrine incomprensibili, salvo la parte pratica. La cosa che conquista i ragazzini, per esperienza, non sono le reazioni spettacolari ma gli strumenti autocostruiti: scoprire che un professore si fabbricava da solo l'apparecchio che gli serviva ribalta l'idea che la scienza sia solo comprare macchine costose.
Accessibilità e servizi al Museo di Chimica "Primo Levi"
Il museo occupa il piano terra dell'edificio di Chimica, condizione favorevole per chi ha difficoltà motorie, e il campus della Sapienza è pianeggiante e percorribile. Le specifiche condizioni di accesso, la presenza di ascensori nel percorso interno e la disponibilità di servizi si concordano al momento della prenotazione: essendo una struttura che apre su appuntamento, ogni esigenza particolare va comunicata nella mail iniziale, quando c'è ancora margine per organizzare. Non ci sono guardaroba, caffetteria o bookshop museali: i bar del campus, però, sono a pochi passi e a prezzi da mensa universitaria.
Quando andare al Museo di Chimica "Primo Levi"
Nei periodi di lezione il campus è affollato di studenti e vivissimo, ed è il momento in cui il posto rende meglio: si respira l'università al lavoro, non un contenitore di reperti. Nelle pause accademiche di agosto e fra Natale e l'Epifania le disponibilità si riducono, come in tutte le strutture universitarie. Il mattino è preferibile al pomeriggio, sia per la luce sulle vetrine sia perché chi accompagna la visita ha meno impegni didattici alle spalle. Verifica sempre il periodo di apertura quando scrivi per l'appuntamento: il calendario segue quello dell'ateneo.
Cosa vedere vicino al Museo di Chimica "Primo Levi"
A dieci minuti a piedi comincia San Lorenzo, il quartiere che il bombardamento del luglio 1943 ha segnato più di ogni altro a Roma e che oggi vive di studenti, birrerie e spazi indipendenti; sul suo margine si apre il Cimitero del Verano, il grande camposanto monumentale della città, che è anche un museo di scultura ottocentesca all'aperto e merita un'ora. Dalla parte opposta del campus si arriva a Castro Pretorio e ai resti dell'accampamento pretoriano inglobati nelle Mura Aureliane. Restando nel campus, il Museo di Fisica e il Museo Universitario di Scienze della Terra completano il tema scientifico. Se poi ti interessa l'altra Sapienza, quella storica del centro, l'aula magna del vecchio Studium è dentro la chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, con la cupola a spirale di Borromini in Corso del Rinascimento.
Domande veloci su Museo di Chimica "Primo Levi"
Dove si trova il Museo di Chimica "Primo Levi"?
Nella Città Universitaria della Sapienza, Piazzale Aldo Moro 5, al piano terra dell'edificio di Chimica indicato come CU014 e intitolato a Stanislao Cannizzaro.
Come si prenota la visita al Museo di Chimica "Primo Levi"?
Per posta elettronica all'indirizzo museodichimica@uniroma1.it, che il museo indica anche per le visite guidate.
Il Museo di Chimica "Primo Levi" è aperto tutti i giorni?
No. Si visita esclusivamente su appuntamento, quindi non esiste un orario di apertura libero al pubblico.
Quanto costa il biglietto del Museo di Chimica "Primo Levi"?
Il museo non pubblica una tariffa d'ingresso sul proprio sito: le condizioni si definiscono al momento di fissare l'appuntamento.
Serve prenotare per il Museo di Chimica "Primo Levi"?
Sì, sempre. È l'unica modalità di accesso prevista.
Qual è il numero di telefono del Museo di Chimica "Primo Levi"?
Il portale turistico di Roma Capitale indica il numero 06 49694318. Il canale che il museo indica per le prenotazioni resta comunque la posta elettronica.
Chi dirige il Museo di Chimica "Primo Levi"?
Il direttore è il professor Donato Monti; la curatrice d'area per i musei della scienza e della tecnica è la dottoressa Darica Paradiso.
Il Museo di Chimica "Primo Levi" fa parte del Polo museale Sapienza?
Sì, è uno dei musei del Polo museale Sapienza, la rete che riunisce una ventina di collezioni universitarie dell'ateneo.
Quando è nato il Museo di Chimica "Primo Levi"?
Fu realizzato nel 1986 per iniziativa del professor G. Di Maio, con la prosecuzione del professor E. Zeuli, e aprì al pubblico nel 1992.
Perché il museo è intitolato a Primo Levi?
L'intitolazione risale al 25 marzo 2010, su iniziativa del professor L. Campanella: Levi, chimico e scrittore, testimone della Shoah, fu scelto come simbolo dell'interazione fra saperi scientifici e umanistici.
Che cosa si vede al Museo di Chimica "Primo Levi"?
Strumenti scientifici, attrezzature didattiche, collezioni di sostanze chimiche e documenti dalla fine dell'Ottocento al Novecento: crioscopi, ebullioscopi, termometri, strumentazioni per l'analisi elementare, colorimetri, spettroscopi, apparecchi per la misura della radioattività e quaranta tavole murali di von Schroeder.
Quanto dura la visita al Museo di Chimica "Primo Levi"?
Fra un'ora e due ore, a seconda di quanto si entra nel dettaglio degli strumenti.
Si possono fare fotografie al Museo di Chimica "Primo Levi"?
Conviene chiederlo quando si fissa l'appuntamento: nelle collezioni universitarie le regole variano da museo a museo.
Il Museo di Chimica "Primo Levi" è adatto ai bambini?
Dai dieci anni in su funziona bene, soprattutto grazie al percorso di esperienze chimiche interattive sviluppato dal museo.
Il Museo di Chimica "Primo Levi" è accessibile alle persone con disabilità motoria?
Il museo è al piano terra dell'edificio di Chimica e il campus è pianeggiante; le condizioni specifiche vanno comunicate nella richiesta di appuntamento.
Come si arriva al Museo di Chimica "Primo Levi" con i mezzi pubblici?
Metro B fino a Policlinico; da Termini le linee di superficie 310 e 492; i tram 3 e 19 servono il quadrante universitario. Da Termini a piedi sono circa venti minuti.
Si può arrivare in auto al Museo di Chimica "Primo Levi"?
Sconsigliato: i parcheggi del campus sono riservati e la zona intorno al Policlinico è satura.
Il museo organizza visite per le scuole?
Sì. Lavora con i percorsi per le competenze trasversali e l'orientamento, partecipa al Piano Lauree Scientifiche con laboratori orientativi e ospita seminari di storia della chimica.
Si può consultare l'archivio del Regio Istituto di Chimica?
Sì: è liberamente consultabile presso il museo previo contatto con il direttore, e l'inventario è scaricabile dal sito del museo.
Che periodo copre l'archivio conservato al Museo di Chimica "Primo Levi"?
Gli anni dal 1872 al 1940, con due registri di protocollo relativi al periodo 1910-1936.
Quali strumenti di Cannizzaro sono conservati al Museo di Chimica "Primo Levi"?
Apparecchiature scientifiche, strumenti didattici, collezioni di sostanze e documenti appartenuti a Cannizzaro e al suo gruppo, a partire dal 1872.
Chi era Gian Alberto Blanc?
Uno studioso nato a New York il 24 giugno 1879 e morto a Roma il 31 dicembre 1966, laureato in fisica nel 1904 con una tesi sulla radioattività, frequentatore nel 1908 dei laboratori dei coniugi Curie e dal 1928 primo professore ordinario di geochimica in Italia. Il museo espone apparecchiature per la misura della radioattività da lui costruite.
Che cosa sono le tavole di von Schroeder?
Quaranta tavole didattiche murali, con prima edizione fra il 1884 e il 1887, che raffigurano impianti industriali chimici della seconda metà dell'Ottocento e tecnologie più antiche.
Il Museo di Chimica "Primo Levi" ospita mostre temporanee?
Sì. Dal 5 aprile al 20 maggio 2024 ha ospitato la mostra CHEM-ART, dedicata all'incontro fra chimica e arte, con opere di Alessio Manfredi.
Ci sono materiali didattici scaricabili?
Sì: schede sul bilanciamento delle reazioni di ossidoriduzione, note sul nuovo Sistema Internazionale, un testo sul contributo di Cannizzaro alla determinazione dei pesi atomici e la tavola periodica IUPAC.
Quali altri musei si possono unire alla visita?
Nel campus il Museo di Fisica, il Museo Universitario di Scienze della Terra, il Museo di Antropologia e la gipsoteca del Museo dell'Arte Classica; fuori, il Cimitero del Verano e il quartiere San Lorenzo.
Ho accompagnato abbastanza gruppi da sapere che un museo su appuntamento spaventa: sembra riservato a qualcun altro. Non è così. Scrivi la mail, indica due date, spiega chi siete: nel giro di qualche giorno ti risponde una persona che conosce ogni oggetto della collezione e che sarà contenta di aprirti le vetrine. In cambio arriva puntuale e lascia il pomeriggio libero, perché un'ora davanti a uno spettroscopio del 1890 vale più di tre musei attraversati di corsa.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
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✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. A temperatura costante tutto l’anno, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
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