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Museo di Anatomia Patologica

Il Museo di Anatomia Patologica della Sapienza si trova al piano seminterrato dell'Istituto di Anatomia Patologica, dentro il perimetro del Policlinico Umberto I, in viale Regina Elena 324, a Roma. Il museo afferisce al Dipartimento di Medicina Molecolare e fa parte del Polo museale Sapienza. Si arriva con la metropolitana linea B, fermata Policlinico, che è a pochi minuti a piedi dagli ingressi del complesso ospedaliero; la stessa fermata è nodo di scambio con i tram 3 e 19 e con diverse linee di superficie ATAC. Le visite guidate avvengono soltanto su prenotazione, inviando una richiesta all'indirizzo di posta elettronica del museo, museo.anatomiapatologica@uniroma1.it, e attendendo la conferma: senza quella conferma non si entra, perché il museo è un ambiente di lavoro universitario e non un'esposizione a ingresso libero. Il calendario indicato dall'ateneo prevede l'apertura il martedì e il giovedì, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 14:00 alle 17:00. La pagina istituzionale non pubblica una tariffa di ingresso: costi, eventuali contributi per le visite di gruppo e le sospensioni per le pause accademiche vanno concordati con il museo al momento della prenotazione. La direzione scientifica è della professoressa Cira Di Gioia; il curatore d'area del Polo museale è il dottor Alessandro Aruta. Chi ha bisogno di sapere in anticipo se il percorso è praticabile in carrozzina lo chieda nella stessa mail: il museo è in un seminterrato di un edificio storico, e la risposta va avuta prima di partire, non davanti alla porta.

Per inquadrare la visita dentro una giornata romana, e per capire dove collocarla rispetto al resto della città, conviene partire dalla pagina delle attrazioni turistiche di Roma e poi scendere nel dettaglio dei musei universitari.

Che cosa si vede davvero al Museo di Anatomia Patologica

Comincio dalla cosa che conta, perché è quella su cui la gente si fa l'idea sbagliata. Il Museo di Anatomia Patologica non è un museo di curiosità morbose e non è una galleria degli orrori travestita da istituto scientifico. È una collezione di campioni anatomopatologici umani, di provenienza autoptica e chirurgica, raccolti in oltre un secolo di attività diagnostica di una scuola medica, conservati per essere studiati e insegnati. Vuol dire organi e frammenti di organi veri, tenuti in liquido dentro contenitori di vetro, ordinati per apparato e per malattia, con cartellini che dicono che cosa si vede e che cosa quella lesione significava per la persona a cui apparteneva.

La descrizione ufficiale del museo è asciutta e non promette nulla di più: una raccolta di esemplari anatomici che documentano le più diverse malattie dell'uomo. Le domande che l'ateneo mette in vetrina come invito alla visita, invece, sono precise e dicono benissimo il taglio della collezione: avete idea di come le malattie e l'ambiente modificano i nostri organi? Avete mai visto gli effetti del fumo di sigaretta su un polmone, un cuore dopo un infarto, gemelli congiunti dalla nascita per una parte del corpo? Sono domande che vengono da un istituto di medicina, non da un ufficio marketing, e vanno prese alla lettera: quello che si vede qui è il corpo umano quando qualcosa smette di funzionare.

Gli apparati e il modo in cui la collezione è ordinata

L'ordinamento è quello classico dei musei anatomo-patologici universitari: per apparato. Cuore e vasi, apparato respiratorio, apparato digerente e fegato, rene e vie urinarie, sistema nervoso, apparato genitale, ossa. Dentro ciascun apparato i pezzi sono raggruppati per processo patologico: malformazioni congenite, infiammazioni, malattie degenerative, tumori benigni e maligni, esiti di traumi. È una tassonomia che nasce in aula, perché serviva allo studente per fissare la sequenza mentale che ancora oggi si insegna al secondo biennio di Medicina: quale organo, quale lesione, quale meccanismo, quale conseguenza clinica.

La conseguenza pratica per il visitatore non medico è che la collezione si legge come un atlante tridimensionale. Davanti a un vaso si vede la forma, non lo schema; si vede lo spessore reale di una parete cardiaca ipertrofica, il colore di un polmone di un fumatore accanito, la consistenza di un fegato cirrotico. Un'immagine su un libro, per quanto ben fatta, appiattisce tutto su due dimensioni e su un colore stampato. Qui il volume e il peso apparente delle cose fanno un lavoro che nessuna fotografia riesce a fare.

Museo di Anatomia Patologica
Museo di Anatomia Patologica

La sezione cardiovascolare, il vero patrimonio del Museo di Anatomia Patologica

La casistica più completa e più importante della raccolta è quella di patologia cardiovascolare. Il museo dichiara, tra gli altri materiali, circa novecento cardiopatie congenite in storia naturale. Quella formula, storia naturale, va spiegata perché è il centro di tutto: significa che si tratta di malformazioni cardiache osservate nella loro evoluzione spontanea, cioè in individui che non erano stati operati o che erano stati operati quando la cardiochirurgia pediatrica ancora non poteva fare quasi nulla. Oggi una collezione del genere non si può più costruire, e per fortuna: le cardiopatie congenite si correggono chirurgicamente nei primi mesi o nei primi anni di vita, e il decorso spontaneo che quei pezzi documentano è diventato, in Italia, un'eventualità rara.

Ne discende una cosa che dico sempre ai gruppi con cui lavoro, e che vale più di qualunque effetto scenico: quella sezione è un archivio di una medicina che non esiste più, e la ragione per cui non esiste più è che la medicina ha vinto. Un ventricolo unico, una trasposizione dei grossi vasi, una tetralogia di Fallot arrivata all'età adulta senza correzione: sono quadri che un cardiologo italiano sotto i cinquant'anni ha visto quasi soltanto sui libri o, appunto, in un museo come questo. La collezione, nata come strumento di studio, si è trasformata in documento storico senza cambiare una virgola.

Le malattie nuove e il perché la collezione non si è fermata

La raccolta non è un blocco congelato all'Ottocento. Dagli anni Cinquanta in poi il museo ha continuato ad acquisire materiale che documenta malattie che cambiavano forma o che comparivano per la prima volta: l'ateneo cita esplicitamente l'AIDS fra le patologie entrate in collezione in epoca recente. È un dettaglio che sembra tecnico e invece è il senso stesso di un museo anatomico universitario: la vetrina segue l'epidemiologia. Cambia il modo in cui la gente vive, cambiano gli agenti infettivi, cambiano le terapie, e cambiano di conseguenza le lesioni che il patologo trova sul tavolo autoptico.

Chi visita con questo in testa esce con una lettura del Novecento italiano che non si trova nei musei di storia. La tubercolosi che occupa un intero settore e poi si dirada dopo gli antibiotici; i tumori del polmone che crescono in parallelo al consumo di sigarette; le patologie da amianto; le complicanze del diabete che si moltiplicano con l'allungamento della vita media. È storia sociale scritta sugli organi, e ha il pregio brutale di non essere opinabile.

Come si arriva al Museo di Anatomia Patologica

L'indirizzo è viale Regina Elena 324. Il numero civico conta, perché il Policlinico Umberto I ha più ingressi su strade diverse e chi arriva dal lato sbagliato si fa venti minuti di camminata interna fra padiglioni. Il modo più semplice è la metropolitana: linea B, fermata Policlinico, inaugurata l'8 dicembre 1990 con il prolungamento da Termini a Rebibbia, chiusa nel novembre 2020 per la sostituzione trentennale degli impianti di traslazione e riaperta il 24 dicembre 2021. La stazione è dotata di ascensori ed è nodo di interscambio con i tram 3 e 19 e con numerose linee di superficie.

Da Termini sono due fermate di metropolitana in direzione Rebibbia o Jonio, a seconda del ramo: entrambi i rami servono Policlinico, perché la biforcazione della linea B è più avanti, a Bologna. Chi arriva in treno alla stazione Termini, quindi, ci mette meno di dieci minuti. Chi viene da Trastevere o dal Vaticano faccia il conto di quaranta minuti abbondanti con un cambio: il quadrante universitario è a nord-est del centro storico e non è servito da collegamenti diretti comodi.

A piedi, in tram e in auto verso il Museo di Anatomia Patologica

A piedi il quartiere si attraversa bene. Da piazzale Aldo Moro, cioè dalla Città universitaria, si arriva in una decina di minuti; dalla basilica di San Lorenzo fuori le mura in un quarto d'ora buono, tagliando per il cimitero del Verano e risalendo verso viale Regina Elena. Chi arriva in tram scenda alla fermata sul viale e cerchi l'ingresso pedonale corrispondente al civico: il personale di portineria indica il padiglione dell'Istituto di Anatomia Patologica senza problemi, ma è bene avere in mano la conferma della prenotazione, perché si entra in un ospedale in attività.

L'auto la sconsiglio senza mezzi termini. Il Policlinico è circondato da strade a traffico intenso e da un parcheggio interno riservato a chi ha titolo; nelle vie del quartiere Nomentano e di San Lorenzo il posto si trova a fatica e a pagamento, e la sosta selvaggia intorno agli ospedali romani viene sanzionata più di quanto la gente creda. Se avete un'esigenza di mobilità particolare, scrivetelo nella mail di prenotazione: il museo saprà indicarvi l'accesso carrabile più vicino.

Quando andare al Museo di Anatomia Patologica

Il museo apre il martedì e il giovedì, mattina e pomeriggio. Il mio consiglio è la fascia della mattina presto, perché il Policlinico nel primo pomeriggio è nel pieno dei movimenti di reparto e attraversare il complesso è meno agevole. In agosto e nelle pause accademiche le aperture dei musei universitari possono essere sospese: chiedete conferma delle date esatte quando prenotate, e chiedetela con qualche giorno di anticipo, perché la casella di posta di un museo universitario non è un call center e la risposta può richiedere tempo.

Una curiosità su Museo di Anatomia Patologica

La curiosità che quasi nessuno conosce riguarda l'origine della collezione, e non è dove ve la aspettate. Il primo nucleo di questi preparati non nacque al Policlinico: nacque dall'altra parte di Roma, sul Tevere, all'Ospedale di Santo Spirito in Sassia, che alla fine dell'Ottocento ospitava le attività della Facoltà medica della Sapienza. A raccogliere quei pezzi fu Ettore Marchiafava, cioè uno dei nomi più pesanti della medicina italiana fra Otto e Novecento. Il museo che si visita oggi in un seminterrato di viale Regina Elena è, per discendenza diretta, la continuazione di quella raccolta.

Santo Spirito non era un ospedale qualunque. Fondato secondo la tradizione da Innocenzo III nel 1198 su strutture assistenziali più antiche, ricostruito da Sisto IV nella forma monumentale delle Corsie Sistine su disegno attribuito a Baccio Pontelli, era stato per secoli il grande ospedale di Roma e il luogo dove si formavano i medici della città. Dentro quel complesso funzionavano la Biblioteca Lancisiana, voluta da Giovanni Maria Lancisi sotto Clemente XI, e più tardi l'Accademia di storia dell'arte sanitaria. Marchiafava lavorava lì, e lì cominciò a mettere da parte i pezzi che gli servivano per insegnare.

Il salto di sede avvenne con l'apertura del Policlinico, e fu un trasloco di enorme portata simbolica: la medicina universitaria romana lasciava l'ospedale pontificio del Rinascimento e si trasferiva nella grande macchina sanitaria dell'Italia liberale, costruita apposta per unire corsie e aule. La collezione anatomo-patologica seguì i suoi professori. È questa la ragione per cui il museo si trova dentro un ospedale e non dentro un'università: è nato come strumento di lavoro dei clinici, e ha continuato a comportarsi da tale anche quando è diventato un bene culturale.

Aggiungo l'osservazione che faccio sempre fare ai gruppi. Se ricostruite mentalmente la traiettoria, avete in mano ottocento anni di storia dell'assistenza romana in tre indirizzi: Santo Spirito in Sassia per la carità papale, il Policlinico Umberto I per lo Stato unitario e la medicina di laboratorio, i grandi ospedali periferici del secondo Novecento per la sanità di massa. Il Museo di Anatomia Patologica è il punto in cui la seconda tappa ha conservato la memoria materiale della prima.

Giovanni Battista Morgagni e la nascita dell'anatomia patologica

Non si capisce che cosa sia il Museo di Anatomia Patologica se non si sa da dove viene la disciplina che gli dà il nome. E la disciplina ha una data di nascita insolitamente precisa: il 1761, l'anno in cui a Venezia uscì il De sedibus et causis morborum per anatomen indagatis di Giovanni Battista Morgagni. Il titolo, tradotto alla lettera, dice tutto: delle sedi e delle cause delle malattie indagate mediante l'anatomia. Prima di quel libro la malattia era squilibrio di umori, discrasia, alterazione di qualità diffuse in tutto il corpo. Dopo quel libro la malattia ha un indirizzo: un organo, una parte di organo, una lesione che si può vedere e toccare.

Morgagni era nato a Forlì il 25 febbraio 1682 ed era arrivato allo Studio di Padova nel 1711, prima sulla cattedra di medicina teorica e dal 1715 su quella di anatomia, che tenne fino alla morte, avvenuta a Padova il 5 dicembre 1771, in piena lucidità mentale. Aveva quasi ottant'anni quando pubblicò il capolavoro. Non è un dettaglio biografico da collezionisti: il De sedibus è il frutto di sessant'anni di autopsie annotate, ed è scritto nella forma insolita di settanta lettere anatomico-mediche, distribuite in cinque libri, ordinate topograficamente dalla testa in giù, per un totale di circa settecento casi. Due volumi in folio, circa settecentocinquanta pagine fittissime.

Il metodo anatomo-clinico che governa ancora le vetrine

Il gesto intellettuale di Morgagni è semplice da enunciare e vertiginoso nelle conseguenze: mettere in relazione i sintomi osservati durante la vita del paziente con le lesioni ritrovate dopo la morte. Il malato tossiva, aveva febbre, dimagriva; all'apertura il polmone mostra caverne. Il malato aveva perso la parola e il movimento di un lato; all'apertura l'encefalo mostra un focolaio emorragico dalla parte opposta. Il collegamento fra i due piani, quello clinico e quello anatomico, è il metodo anatomo-clinico, e ha retto la medicina occidentale per due secoli buoni.

Morgagni non arrivò lì da solo. Il maestro fu Antonio Maria Valsalva, di cui Morgagni curò più tardi le opere e le carte biografiche, e da cui aveva ereditato l'ossessione per la precisione descrittiva. Nel De sedibus confluiscono infatti tre serbatoi diversi: i casi personali dell'autore, i casi lasciati da Valsalva e la letteratura medica precedente, sistematicamente ripresa e verificata. Il metodo di lavoro anticipa quello che oggi chiameremmo revisione critica della casistica.

La fortuna europea dell'opera fu immediata e dice quanto il libro rispondesse a un bisogno reale: la traduzione inglese uscì nel 1769, quella tedesca fra il 1771 e il 1776, cioè entro i primi quindici anni. Francese e italiana arrivarono con circa sessant'anni di ritardo, il che è un'ottima lezione sulla geografia intellettuale del tempo: il libro parlava soprattutto a chi stava costruendo la medicina ospedaliera moderna a nord delle Alpi.

Perché il Museo di Anatomia Patologica è figlio di quel libro

Un museo di anatomia patologica esiste soltanto se si crede che la lesione sia informativa. È una premessa che oggi diamo per scontata e che nel 1760 non lo era affatto. Nel momento in cui la lesione diventa il documento della malattia, conservarla diventa un dovere professionale: quel pezzo è la prova, e la prova va tenuta. Da qui nascono, fra Sette e Ottocento, i gabinetti anatomici delle università europee, e da qui nasce, alla fine dell'Ottocento, la raccolta romana di Marchiafava.

La mia opinione, dopo vent'anni di gruppi accompagnati in giro per musei scientifici italiani, è che il pubblico venga qui aspettandosi il macabro e ci trovi invece la nascita di un'idea. E che l'idea sia molto più interessante del macabro. Chi entra pensando al brivido esce dopo dieci minuti; chi entra sapendo che quelle vetrine sono l'applicazione materiale di una frase latina del 1761 ci resta un'ora e mezza e continua a farsi domande sul treno di ritorno.

Da Morgagni a Virchow, la strada che porta alle vetrine del Museo di Anatomia Patologica

Fra il libro di Morgagni e i barattoli di viale Regina Elena ci sono cent'anni di lavoro europeo che vale la pena di ricordare, perché spiegano perché i pezzi conservati siano quelli e non altri.

Bichat e i tessuti

Il primo passo lo fa a Parigi Marie François Xavier Bichat, morto giovanissimo nel 1802, che sposta l'attenzione dall'organo al tessuto. L'organo, dice Bichat, è un composto; la malattia colpisce le sue componenti elementari, le membrane, i tessuti. È un livello di analisi più fine, e prepara la strada a tutto il resto. Nei musei anatomici questa svolta si vede benissimo: accanto ai pezzi che mostrano l'organo intero cominciano a comparire preparati che isolano una membrana, una sierosa, un rivestimento.

Rokitansky, Vienna e l'autopsia di massa

Il secondo passo è viennese. Carl von Rokitansky, alla guida dell'istituto di anatomia patologica del grande ospedale generale di Vienna, porta il numero delle autopsie a cifre industriali e trasforma l'anatomia patologica in una scienza statistica, capace di dire che cosa sia frequente e che cosa sia raro. La Vienna medica dell'Ottocento è il modello a cui guardano tutte le scuole europee, Roma compresa, quando organizzano i propri istituti: sala settoria, laboratorio, aula, museo. Le quattro stanze sono sempre le stesse, e il museo è la quarta.

Virchow e la cellula

Il terzo passo è berlinese e definitivo. Rudolf Virchow, con la patologia cellulare, sposta la sede della malattia dal tessuto alla cellula e formula il principio secondo cui ogni cellula deriva da un'altra cellula. Da quel momento il microscopio entra stabilmente nell'istituto e il preparato macroscopico, cioè il pezzo in barattolo, smette di essere l'unico documento. Si affianca al vetrino, che nel Novecento diventerà lo strumento diagnostico principale.

Ecco perché una collezione come quella romana ha la fisionomia che ha: raccoglie soprattutto pezzi macroscopici, cioè il livello di osservazione che l'occhio nudo può controllare, mentre la parte microscopica del patrimonio di un istituto vive negli archivi di vetrini e di blocchetti in paraffina, che non si espongono perché non si vedono. Quando entrate, tenete a mente che state guardando solo uno dei due archivi che ogni istituto di anatomia patologica possiede, e precisamente quello più antico e più fotogenico.

La scuola romana e il Museo di Anatomia Patologica

La raccolta è il prodotto di una scuola precisa, e quella scuola ha nomi che meritano di essere raccontati per esteso, perché la Roma medica di fine Ottocento fu, per una ventina d'anni, uno dei posti più interessanti del mondo.

Ettore Marchiafava, il fondatore della collezione

Ettore Marchiafava, romano, visse dal 1847 al 1935 e si laureò alla Sapienza nel 1871. Lavorò all'Ospedale di Santo Spirito e all'istituto universitario, costruendo la sua carriera sull'anatomia patologica. Il contributo per cui è conosciuto nel mondo riguarda però la malaria: insieme ad Angelo Celli dimostrò che la malattia era causata da un protozoo e ne documentò il ciclo dentro i globuli rossi, arrivando a distinguere le forme diverse dell'infezione e a identificare il parassita responsabile delle febbri estivo-autunnali gravi, quello che oggi chiamiamo Plasmodium falciparum.

Il resto della sua produzione è entrato nel vocabolario clinico internazionale con il suo cognome. La malattia di Marchiafava e Bignami, descritta con Amico Bignami, riguarda una degenerazione del corpo calloso associata all'alcolismo cronico. La triade di Marchiafava riguarda l'associazione fra polmonite grave, endocardite e meningite pneumococciche. La malattia di Marchiafava e Micheli è una forma di anemia emolitica cronica con emosiderinuria. Marchiafava fu senatore dal 1913, si batté per la sanità pubblica e per la protezione della maternità, presiedette il Consiglio superiore di sanità e ricevette nel 1926 la medaglia Patrick Manson della Royal Society of Tropical Medicine and Hygiene.

La cosa che voglio far notare è il legame fra questa biografia e le vetrine. Un uomo che passa la vita a dimostrare che una febbre ha una causa visibile dentro un globulo rosso è esattamente il tipo di scienziato che mette da parte i pezzi anatomici: per lui la conservazione del reperto non è un vezzo, è la condizione della prova. La collezione romana nasce da questa mentalità.

Roma capitale della malariologia

Vale la pena di ricordare, per chi visita, che intorno al 1890 Roma era il centro mondiale degli studi sulla malaria. La ragione è tristemente semplice: l'Agro romano era una delle aree malariche più gravi d'Europa, e la malaria era il problema sanitario numero uno del giovane Regno. In quel contesto lavorarono, oltre a Marchiafava e Celli, Amico Bignami, Giuseppe Bastianelli e Giovanni Battista Grassi, a cui si deve la dimostrazione del ruolo delle zanzare del genere Anopheles nella trasmissione della malaria umana.

A Grassi, tra l'altro, è dedicato un altro museo dello stesso ateneo, il Museo di Anatomia comparata Battista Grassi, che si visita nella Città universitaria: chi vuole capire il clima scientifico romano di quegli anni farebbe bene a mettere in fila le due visite, perché sono due facce dello stesso momento storico.

Guido Baccelli, il medico che costruì l'ospedale

C'è poi la figura che tiene insieme la medicina e i mattoni: Guido Baccelli, clinico medico e docente della Sapienza, principale promotore del nuovo policlinico romano. Nominato ministro della pubblica istruzione nel 1881, Baccelli poté sostenere politicamente la realizzazione del nosocomio e istituì una commissione di clinici incaricata di esaminare tutti gli aspetti della costruzione. Il progetto nacque dunque da un'idea medica prima ancora che architettonica: l'ospedale doveva essere una macchina didattica, con le cliniche accanto alle aule.

Il Museo di Anatomia Patologica è, in questo disegno, un ingranaggio: senza la collezione, l'istituto non avrebbe potuto insegnare. È la ragione per cui si trova al piano seminterrato dell'istituto e non in un palazzo di rappresentanza. Non è un museo che l'università ha costruito per il pubblico; è un museo che la didattica ha prodotto per sé e che poi ha aperto le porte.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo di Anatomia Patologica

La cosa che non vi dice nessuno è che la collezione che vedete oggi non è quella di Marchiafava. È la sua ricostruzione, e la ricostruzione ha una data: 1950.

La raccolta originale, trasferita da Santo Spirito nella nuova sede del Policlinico, andò quasi completamente distrutta durante il bombardamento di San Lorenzo del marzo 1944. Le fonti dell'ateneo sono esplicite su questo punto e non addolciscono il verbo: quasi completamente distrutta. Un secolo di preparati, di casi, di cartellini manoscritti, di materiale che documentava la Roma malarica e tubercolotica dell'Ottocento, spazzato via in poche ore da un evento bellico. Nel 1950, sotto l'impulso di Antonio Ascenzi, la ricostruzione fu riavviata da capo.

Questo cambia completamente il modo in cui si guardano le vetrine, e vi spiego perché. Un museo anatomico ottocentesco intatto, come quelli di Bologna, Firenze o Padova, è un documento della medicina di quel secolo. Un museo ricostruito dal 1950 in poi è un documento di un'altra cosa: della patologia del secondo Novecento italiano, cioè del periodo in cui il paese esce dalla miseria, cambia dieta, comincia a fumare in massa, si urbanizza, si industrializza e allunga la vita media di quasi trent'anni. La collezione romana, senza volerlo, è il ritratto anatomico del boom economico e di quello che il boom ha fatto ai corpi degli italiani.

C'è poi una seconda implicazione, meno ovvia. La ricostruzione avvenne nel momento in cui l'anatomia patologica stava perdendo la centralità diagnostica a favore delle tecniche di laboratorio e dell'imaging. Chi ricostruì la raccolta lo fece sapendo che il museo aveva ormai due funzioni distinte: una didattica, sempre più marginale, e una documentaria, sempre più importante. La collezione fu quindi pensata fin dall'inizio come archivio, e questo si nota nel modo in cui è tenuta.

Il consiglio pratico che deriva da tutto questo è uno solo. Quando vi trovate davanti a un pezzo, chiedete al personale se è di prima o di seconda raccolta. È la domanda più interessante che potete fare in questo museo, e quasi nessuno la fa.

Antonio Ascenzi e la ricostruzione del Museo di Anatomia Patologica

Il nome che i visitatori dimenticano sempre, e che invece meriterebbe una targa più grande, è quello di Antonio Ascenzi. Senza di lui, dopo il 1944, di questa collezione non sarebbe rimasto nulla.

Ascenzi nacque il 4 maggio 1915 a Boulogne-sur-Mer, in Francia, e si laureò in medicina alla Sapienza nel 1940. Ottenne la libera docenza in anatomia patologica nel 1951 e in antropologia nel 1960, insegnò a Roma e a Pisa, fu professore ordinario a Pisa dal 1966 e tornò alla Sapienza nel 1968, insegnando anche paleontologia umana alla Facoltà di Scienze. Vinse il premio Marchiafava per l'anatomia patologica nel 1949, il premio Feltrinelli dell'Accademia dei Lincei nel 1964, e dei Lincei divenne socio nazionale nel 1987. Dal 1973 presiedette l'Istituto italiano di paleontologia umana. Morì nel 2000.

Un patologo prestato alla preistoria

La particolarità di Ascenzi è che fu contemporaneamente un ricercatore di base sull'ultrastruttura e sulla micromeccanica del tessuto osseo e un paleoantropologo di prima linea. A lui si deve, fra l'altro, il ritrovamento della mandibola neandertaliana Circeo III. In anatomia patologica si occupò di cardiopatie, miopatie, talassemia, meningite tubercolare. È una biografia che sembra dispersiva e invece ha una logica ferrea: chi studia la microstruttura dell'osso possiede lo strumento per leggere uno scheletro fossile, e chi legge uno scheletro fossile fa paleopatologia, cioè diagnosi su corpi antichi.

Questa doppia natura ha lasciato un'impronta sulla cultura museale romana. La paleopatologia italiana, disciplina che studia le malattie nelle popolazioni del passato attraverso i resti scheletrici e mummificati, ha in Ascenzi uno dei suoi padri riconosciuti. Chi visita il Museo di Anatomia Patologica e poi il Museo di Antropologia G. Sergi dello stesso ateneo capisce che le due collezioni si parlano: la prima documenta la malattia nel corpo recente, la seconda la cerca nel corpo antico, e il metodo è lo stesso.

Che cosa significa ricostruire una collezione anatomica

Vale la pena di soffermarsi su che cosa comportò materialmente la ripresa del 1950, perché è un lavoro che nessuno immagina. Non si trattò di comprare pezzi: i preparati anatomici non si acquistano sul mercato. Si trattò di ricominciare a selezionare, caso per caso, il materiale che passava dalla sala settoria e dalle sale operatorie, sceglierlo per valore didattico, sezionarlo nel modo che rende leggibile la lesione, fissarlo, montarlo, schedarlo. Ogni pezzo in vetrina è il risultato di ore di lavoro tecnico e di una decisione scientifica: questo merita di restare, quest'altro no.

Da qui una considerazione che mi porto dietro da anni. Nei musei d'arte l'autore è il pittore; nei musei anatomici l'autore è il preparatore, e il suo nome quasi non compare mai. È una scortesia storiografica di cui la museologia scientifica italiana si sta accorgendo solo adesso. Se avete la fortuna di incontrare un tecnico durante la visita, fatevi raccontare come si monta un pezzo: è la parte più affascinante e la meno documentata di tutta la faccenda.

I preparati del Museo di Anatomia Patologica: come si fanno e come si conservano

Qui entriamo nel merito tecnico, ed è la parte che il pubblico apprezza di più quando gliela si spiega senza pudori.

La fissazione e il barattolo

Il preparato umido, cioè quello in liquido dentro un contenitore di vetro, è la forma classica del museo anatomo-patologico. Il pezzo prelevato viene fissato, cioè immerso in una soluzione che blocca l'autolisi e i processi putrefattivi denaturando le proteine. Dalla fine dell'Ottocento il fissativo dominante è la formaldeide in soluzione acquosa, la formalina, che ha soppiantato l'alcol per costo, efficacia e disponibilità. La formalina però ha un difetto vistoso: spegne i colori. Un fegato fissato in formalina diventa grigio-bruno, e la differenza cromatica fra tessuto sano e tessuto malato, che nel corpo è evidentissima, si perde.

Da qui la ricerca, fra fine Ottocento e primo Novecento, di procedimenti capaci di restituire il colore naturale al preparato, in genere articolati in più bagni successivi: uno di fissazione, uno di ripristino cromatico a base alcolica e uno di conservazione definitiva in soluzione zuccherina. Sono i metodi che hanno reso possibili le vetrine dei musei anatomici moderni, quelle in cui un infarto recente si distingue a occhio nudo dal miocardio sano. Quando in un museo vedete un pezzo con i colori vivi, state guardando anche il lavoro chimico che c'è dietro.

I preparati a secco, le corrosioni, i calchi

Accanto ai preparati umidi esistono altre famiglie. I preparati a secco, essiccati e talvolta verniciati, buoni soprattutto per l'osso e per le strutture fibrose. I preparati per corrosione, ottenuti iniettando nei vasi o nei bronchi una resina che poi indurisce, e sciogliendo con acidi il tessuto circostante: resta l'albero vascolare o bronchiale isolato, un reticolo tridimensionale di una bellezza che non ha nulla da invidiare a una scultura. Nel Novecento si aggiungono i calchi e, dagli anni Settanta, la plastinazione, che sostituisce l'acqua e i lipidi dei tessuti con polimeri e produce pezzi asciutti, inodori e maneggiabili.

Non tutte le tecniche sono presenti in tutti i musei, e per sapere che cosa esattamente si trovi in una collezione la fonte è il museo stesso. Quello che si può dire con certezza del patrimonio romano è che si tratta di campioni di provenienza autoptica e chirurgica, cioè di materiale prelevato nel corso dell'attività clinica dell'istituto.

La conservazione oggi, fra restauro e norme

Un preparato in liquido è un oggetto fragile. Il vetro si incrina, le chiusure invecchiano, il liquido evapora e si acidifica, le etichette sbiadiscono, i sostegni interni cedono e il pezzo si deforma. Il restauro conservativo dei preparati anatomici è una specialità recentissima, che mette insieme competenze da conservatore museale e da tecnico di laboratorio: rabbocchi, sostituzioni di liquido, nuovi contenitori, ricollocazione dei pezzi sui sostegni, riproduzione delle etichette storiche.

C'è anche una questione normativa non banale, e la dico perché la trovo interessante quanto il resto: sulla natura giuridica di questi oggetti la legislazione italiana non offre una definizione univoca di resto umano e di preparato anatomico, e in dottrina si discute se il preparato conservi la qualità di cadavere oppure costituisca, per effetto del tempo e dell'intervento tecnico, qualcosa di nuovo. Nella pratica corrente, questi materiali rientrano nella tutela dei beni culturali secondo il codice del 2004. Non è pedanteria da giuristi: da quella qualificazione discendono i doveri di conservazione, i vincoli sugli spostamenti e le condizioni di esposizione.

Le cere anatomiche, la ceroplastica e il posto del Museo di Anatomia Patologica

Domanda che ricevo praticamente a ogni visita: ci sono le cere? La risposta onesta è che le cere anatomiche a Roma si vedono soprattutto altrove, e la distinzione merita di essere spiegata, perché tocca due modi opposti di intendere il museo del corpo.

Che cosa sono le cere anatomiche

La ceroplastica anatomica nasce in Italia fra Sei e Settecento e ha una funzione precisissima: sostituire il cadavere. Prima della formalina, un pezzo anatomico durava pochi giorni; le lezioni di anatomia erano legate alla stagione fredda e alla disponibilità di corpi. Una riproduzione in cera, modellata sul preparato fresco da un artista che lavorava fianco a fianco con l'anatomista, permetteva di insegnare tutto l'anno, senza odore e senza rischio infettivo, e di mostrare strutture che nel cadavere reale sarebbero collassate.

I nomi da conoscere sono pochi e grandissimi. Gaetano Giulio Zumbo, siracusano, fra Sei e Settecento inventa il teatrino in cera e la resa dei corpi in decomposizione. A Bologna, nel Settecento, Ercole Lelli realizza le figure dell'Istituto delle Scienze e Anna Morandi Manzolini, con il marito Giovanni, porta la modellazione a un livello di analisi che le vale una fama europea. A Firenze, nell'officina della Specola voluta dal granduca Pietro Leopoldo, Clemente Susini firma centinaia di pezzi che sono, insieme, atlanti e sculture. È un patrimonio italiano riconosciuto in tutto il mondo.

Cera contro preparato reale, due filosofie museali

La differenza fra un museo di cere anatomiche e un museo anatomo-patologico non è tecnica, è epistemologica. La cera mostra il caso ideale: l'anatomia normale, o la lesione tipica, ripulita da tutto ciò che nel corpo reale confonde. Il preparato mostra il caso singolo: quel fegato, quel cuore, con le sue anomalie, le sue variazioni, i suoi artefatti. La cera insegna la regola, il preparato insegna l'eccezione. Un curriculum medico serio ha sempre avuto bisogno di entrambi.

A Roma la componente ceroplastica e la storia degli strumenti si trovano principalmente al Museo di Storia della Medicina della Sapienza, in viale dell'Università 34a, fondato nel 1938 da Adalberto Pazzini e distribuito su tre piani, con le ricostruzioni d'ambiente della spezieria e della bottega dell'alchimista nel piano interrato, il percorso dalla preistoria al Seicento al primo piano e la medicina sperimentale e biomedica moderna al secondo. Se il tema vi appassiona, quello è il complemento naturale della visita in viale Regina Elena, e vale la pena di mettere in conto le due cose nella stessa settimana. Chi cerca invece le cere in senso spettacolare e non scientifico troverà tutt'altro registro al Museo delle Cere di piazza Santi Apostoli, che con la ceroplastica anatomica non ha nulla a che spartire.

Il consiglio che ti do per visitare Museo di Anatomia Patologica

Il consiglio principale è uno e lo dico prima di tutti gli altri: prenotate con anticipo vero e scrivete una mail che dica chi siete e perché volete venire. Questo non è un museo con la biglietteria e il tornello. È un ambiente universitario che apre le porte su richiesta, e la qualità della vostra visita dipende in misura sproporzionata dalla qualità della vostra richiesta. Una mail che spiega che siete un gruppo di quattro adulti interessati alla storia della medicina, o una classe di liceo scientifico al quarto anno, o due studenti di infermieristica, ottiene una visita calibrata su di voi. Una mail di due righe ottiene una visita generica.

Secondo consiglio: andate a stomaco pieno ma non pieno pieno, e dormite la notte prima. Lo dico senza ironia. Il malessere nei musei anatomici non dipende quasi mai dalla sensibilità: dipende dalla combinazione fra ambiente chiuso, luce artificiale, stazione eretta prolungata e ipoglicemia. Chi arriva digiuno dopo un viaggio in piedi in metropolitana ha molte più probabilità di sentirsi mancare di chi ha fatto colazione. Se vi girasse la testa, sedetevi subito e abbassate il capo: passa in due minuti e non c'è nulla di cui vergognarsi, capita anche agli studenti di medicina al primo semestre.

Terzo consiglio, e per me è il più importante: decidete prima con che disposizione entrate. Questi non sono modelli. Sono parti di persone che sono vissute, in molti casi a Roma, e che sono morte di quello che vedete. La visita funziona se tenete insieme due atteggiamenti che sembrano incompatibili: la curiosità intellettuale piena, senza pudori falsi, e il rispetto. Guardare bene, chiedere, capire il meccanismo della malattia è un modo di onorare quel materiale, non di profanarlo. Fare battute davanti a una vetrina, no.

Quarto: portate un taccuino e scrivete i nomi delle patologie che vi colpiscono, poi andate a leggerle a casa. Una visita di un'ora qui dentro genera una lista di dieci parole che vi terranno occupati una settimana. È il museo romano con il più alto rapporto fra tempo speso dentro e tempo speso dopo a cercare di capire.

Quinto, per i gruppi: non venite in più di quindici. Gli spazi sono quelli di un istituto universitario, i corridoi sono stretti, le vetrine si guardano da vicino e da soli. Un gruppo grande, qui, significa che metà delle persone guarda la schiena dell'altra metà.

Le collezioni ottocentesche e la loro funzione didattica

Per capire la logica di questa raccolta bisogna tornare indietro all'aula di anatomia patologica dell'Ottocento, e immaginarla per quello che era: uno strumento didattico prima che un luogo di conservazione.

Il museo come sussidio all'insegnamento

Nell'Ottocento un professore di anatomia patologica aveva a disposizione tre strumenti per insegnare. La sala settoria, dove si eseguiva l'autopsia davanti agli allievi. Il disegno e più tardi la fotografia, che fissavano il caso ma lo appiattivano. E il museo, che consentiva di rivedere il pezzo un anno dopo, dieci anni dopo, in qualunque momento dell'anno accademico, e di confrontare fra loro casi che erano capitati a distanza di decenni. Il museo era, in sostanza, la memoria dell'istituto.

Il confronto è la parola chiave. Un preparato isolato è un aneddoto; venti preparati dello stesso organo con venti lesioni diverse sono una lezione. È per questo che le collezioni si organizzano in serie, e che il valore scientifico di una raccolta anatomica dipende dalla completezza della serie molto più che dalla spettacolarità del singolo pezzo. Un museo che possiede la sequenza completa dell'evoluzione di una malattia vale, per un docente, cento volte un museo che possiede tre pezzi straordinari e nient'altro.

Il cartellino, il documento più prezioso della vetrina

Vi invito a guardare le etichette con la stessa attenzione con cui guardate i pezzi. Il cartellino di un preparato anatomico storico contiene, nella forma più stringata possibile, l'età e talvolta il sesso del soggetto, la diagnosi, l'anno, a volte il nome del preparatore o del clinico. È un documento storico a tutti gli effetti, ed è la parte più deperibile dell'insieme: l'inchiostro sbiadisce, la carta si stacca, e quando l'etichetta si perde il preparato diventa muto. Un pezzo senza cartellino conserva un valore estetico e quasi nessun valore scientifico.

Questa è, a mio parere, la cosa più utile che un visitatore non medico possa portarsi via da qui: l'idea che il dato accompagna l'oggetto e che senza dato l'oggetto non parla. Vale per l'anatomia, vale per l'archeologia, vale per qualunque collezione. Un reperto strappato al suo contesto è una bella cosa e nient'altro.

Il museo anatomico e la formazione dell'occhio clinico

Aggiungo una notazione che riguarda la formazione dei medici e che spiega perché queste raccolte non siano un residuo del passato. La diagnostica per immagini ha reso visibile in vivo quello che un tempo si vedeva solo in autopsia: una tomografia mostra un tumore renale senza aprire nessuno. Ma la tomografia mostra densità, non tessuto. Il medico che ha visto e toccato un rene tumorale reale legge quell'immagine in un altro modo, perché sa che cosa c'è dietro il grigio dello schermo.

Il museo anatomico serve a costruire quello che i clinici della vecchia scuola chiamavano occhio, e che è semplicemente un archivio mentale di forme. Nelle facoltà di medicina italiane il numero di autopsie è crollato negli ultimi decenni, e con esso l'esposizione degli studenti alla patologia macroscopica. Le collezioni universitarie hanno quindi ripreso un ruolo che sembrava perduto. È un paradosso simpatico: più la medicina diventa digitale, più questi barattoli tornano utili.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che il Policlinico Umberto I è un ospedale enorme. Quello che quasi nessuno collega a questa evidenza è che il Museo di Anatomia Patologica esiste proprio perché quell'ospedale fu progettato, fin dal primo schizzo, come un ospedale universitario, cioè come un luogo in cui la cura e l'insegnamento dovevano stare nello stesso recinto.

I numeri aiutano a capire la scala dell'operazione. La legge di finanziamento è del 14 maggio 1881; la prima pietra fu posata il 19 gennaio 1888 alla presenza dei sovrani d'Italia, Umberto I e Margherita; i lavori cominciarono nel settembre del 1889 e durarono circa dodici anni; l'opera fu completata entro il 1902 e il Policlinico, intitolato al re Umberto I, cominciò a funzionare nei primi mesi del 1903, con una cerimonia solenne in Campidoglio. L'area totale è di 160.000 metri quadrati, di cui 40.000 coperti, per circa 1.200 posti letto a pieno regime. Il nucleo originario contava sei padiglioni delle cliniche più il palazzo dell'amministrazione, in uno stile monumentale di ascendenza neorinascimentale; oggi gli edifici entro il perimetro quadrato originario sono decine.

Ora unite i puntini. Sei cliniche universitarie significano sei cattedre, sei scuole, sei gruppi di studenti. Ognuna di quelle cattedre produceva casistica, e la casistica finiva sul tavolo dell'anatomia patologica, che era l'istituto di riferimento per tutte. Il museo anatomo-patologico è, in un ospedale così concepito, il punto in cui converge il sapere di tutti gli altri reparti: è l'archivio comune. Ecco perché è così ricco e perché la sua sezione cardiovascolare è cresciuta fino a quei numeri: dietro c'erano decenni di clinica medica, chirurgia, pediatria e cardiologia dello stesso complesso.

La seconda cosa poco citata è che tutta questa macchina fu costruita in aperta campagna. Alla fine dell'Ottocento la zona fra Porta Pia e il Verano era il margine estremo della città, e l'isolamento era un requisito progettuale, non un incidente: l'ospedale a padiglioni nasce dalla teoria igienista secondo cui separare gli edifici riduce il contagio, e serve spazio, aria, sole. Il quartiere è cresciuto intorno dopo. Chi oggi esce dalla metropolitana in mezzo al traffico di viale Regina Elena difficilmente immagina che quel complesso fu pensato come un'isola sanitaria fuori dall'abitato.

Che cosa insegna il Museo di Anatomia Patologica a chi non fa medicina

Accompagno gruppi da vent'anni e ho imparato a riconoscere la faccia di chi entra qui per la prima volta senza avere alcuna competenza medica. C'è una fase di allarme che dura tre minuti, poi qualcosa scatta e comincia la parte interessante. Provo a dire che cosa si porta via una persona che di mestiere fa tutt'altro.

Il corpo smette di essere un'astrazione

Viviamo dentro un corpo di cui sappiamo pochissimo. Sappiamo dove ci fa male e conosciamo qualche parola tecnica raccolta dai referti, ma non abbiamo idea di come siano fatte le cose. Un fegato pesa più di un chilo ed è grande come una piastrella. Un cuore adulto è poco più grande di un pugno chiuso e la parete del ventricolo sinistro è spessa più di un centimetro. Un polmone ha una consistenza che ricorda una spugna e diventa duro quando è malato. Sono informazioni banali che nessuno ci dà mai, e vederle risolve in mezz'ora un analfabetismo che ci portiamo dietro dalla scuola.

La malattia ha una logica meccanica

Il secondo apprendimento è più profondo. Davanti a una serie di preparati si capisce che le malattie non sono maledizioni: sono processi. Un'arteria che si restringe progressivamente per accumulo di placche, un cuore che si ingrossa perché deve pompare contro una resistenza aumentata, un rene che si raggrinzisce perché il tessuto funzionante viene sostituito da tessuto fibroso. Ogni lesione è la conseguenza meccanica e biologica di qualcosa che è successo prima.

Questa consapevolezza ha una ricaduta pratica notevole sulla percezione del rischio. Un discorso sul fumo fatto a parole scivola addosso a chiunque; un polmone di fumatore visto in vetrina lavora nella testa per anni. Non ho dati sull'efficacia di questi musei nella prevenzione e non ne invento; posso dire che nella mia esperienza di accompagnatore la reazione più frequente all'uscita è una domanda sulle proprie abitudini, e mi pare già molto.

La medicina è una costruzione storica

Il terzo apprendimento riguarda il sapere, non il corpo. Una collezione anatomo-patologica mostra che quello che il medico vede dipende da quello che il medico sa cercare. Marchiafava vedeva plasmodi nei globuli rossi perché aveva un microscopio e un'ipotesi; un medico di cinquant'anni prima, davanti allo stesso vetrino, non avrebbe visto niente. Le vetrine di un museo scientifico raccontano sempre due storie parallele: quella delle malattie e quella degli occhiali con cui sono state guardate.

Per un pubblico non medico è forse la lezione più utile di tutte, e la trovo attualissima. In un'epoca in cui la discussione pubblica sulla salute è satura di opinioni, un luogo che mostra materialmente come si è costruita la conoscenza medica vale più di dieci articoli divulgativi.

Resti umani in vetrina, l'etica del Museo di Anatomia Patologica

Questo capitolo lo considero il più importante di tutta la pagina, e vi chiedo di leggerlo prima di prenotare, non dopo.

Che cosa dicono le regole professionali

Il riferimento internazionale per la gestione museale dei resti umani è il codice etico dell'ICOM, il Consiglio internazionale dei musei. L'articolo 2.5 stabilisce che le collezioni di resti umani o di oggetti che hanno significato sacro devono essere acquisite solo se possono essere collocate in luogo sicuro e trattate con rispetto. L'articolo 3.7 impone che le ricerche su resti umani o materiali di valore sacro siano compiute nel rigoroso rispetto degli standard professionali e degli interessi e delle credenze delle comunità, dei gruppi etnici o religiosi da cui l'oggetto proviene, se questi sono noti. L'articolo 4.3 estende lo stesso principio all'esposizione. L'articolo 4.4 prevede che il museo risponda con prontezza, rispetto e sensibilità alle eventuali richieste di ritiro dall'esposizione al pubblico avanzate dalle comunità di origine.

Sono formule burocratiche che nascondono un dibattito reale e acceso. Un museo anatomico contiene resti di persone che non hanno acconsentito, secondo i criteri attuali, a essere esposte: nell'Ottocento e per buona parte del Novecento il materiale autoptico degli ospedali veniva utilizzato per l'insegnamento senza che si ponesse la questione del consenso, e i corpi che finivano sui tavoli anatomici erano, statisticamente, quelli dei poveri. Questa è la verità storica, e un museo serio non la nasconde.

La cornice giuridica italiana

In Italia la situazione normativa ha due assi. Da un lato, come si è detto, la legislazione non fornisce una definizione univoca di resto umano e di preparato anatomico, e questi materiali sono tutelati in quanto beni culturali secondo il codice del 2004. Dall'altro, per il futuro, la legge del febbraio 2020 sulla disposizione del proprio corpo e dei tessuti post mortem a fini di studio, di formazione e di ricerca ha finalmente dato una cornice esplicita alla donazione del corpo, con centri di riferimento individuati e con un procedimento di consenso formale.

La conseguenza è netta e vale la pena di enunciarla: le collezioni storiche appartengono a un mondo che non c'è più, mentre qualunque nuova acquisizione oggi si muove dentro un quadro di consenso esplicito. Chi visita non deve giudicare l'Ottocento con il metro del 2026, e nemmeno assolverlo: deve capire che è cambiata l'idea stessa di che cosa si può fare con un corpo.

Come si visita con la giusta disposizione d'animo

Vengo alla parte pratica, quella che serve davvero a chi entra. La mia regola, che uso con tutti i gruppi, è una sola frase: davanti a ogni vetrina c'è stata una persona. Non serve solennità e non servono facce compunte. Serve trattare quel materiale con la stessa attenzione con cui trattereste il corpo di un vostro parente sul tavolo di un obitorio, cioè con serietà e senza spettacolo.

In concreto: si parla a voce bassa, non si scherza, non si fanno paragoni gastronomici, non si sfida nessuno a guardare. Le domande si fanno tutte, anche quelle che sembrano crude, perché una domanda tecnica è sempre rispettosa. Se qualcuno del gruppo preferisce uscire, esce senza commenti. Se portate ragazzi, spiegate prima che cosa vedranno: la sorpresa è la principale causa di reazioni sgradevoli, la preparazione le annulla quasi del tutto.

Un'ultima considerazione personale, e la faccio da divulgatore prima che da guida. Trovo che il fastidio che molti provano davanti a un museo anatomico dipenda meno dai preparati e più dalla rimozione della morte nella nostra cultura. Fino a un secolo fa si moriva in casa, si vegliavano i morti in famiglia, il corpo morto era un'esperienza comune. Oggi la maggior parte degli adulti italiani non ne ha mai visto uno da vicino. Un museo come questo restituisce, in forma mediata e protetta dal vetro, una familiarità che abbiamo perso. Non è un male: è una forma di educazione.

La foto giusta da fare a Museo di Anatomia Patologica

Comincio da quello che conta più dell'inquadratura: dentro un museo anatomico la fotografia non è mai un diritto acquisito. Le regole variano da istituzione a istituzione e vanno chieste esplicitamente al momento della prenotazione o all'ingresso, e vanno rispettate alla lettera anche quando sembrano severe. Il motivo è quello del capitolo precedente: quei preparati sono resti di persone, e una foto pubblicata fuori contesto trasforma un documento scientifico in materiale da collezione morbosa. Se il museo dice di no, la risposta è no, e la visita non ci perde nulla.

Detto questo, la foto giusta esiste e a mio parere non è dentro le vetrine. È la discesa. L'ingresso al piano seminterrato dell'Istituto di Anatomia Patologica, la rampa o la scala che porta sotto il livello stradale, il corridoio con le porte tecniche e la luce al neon: quella sequenza racconta esattamente che cosa è questo posto, cioè un museo che vive nelle viscere di un ospedale in attività. Inquadrate in verticale, tenete la fuga prospettica del corridoio al centro, non usate il flash. Verrà una fotografia che nessuna cartolina di Roma vi darà mai.

Le inquadrature che funzionano intorno al Museo di Anatomia Patologica

Fuori, il soggetto è il Policlinico stesso, e qui non ci sono divieti particolari salvo il buon senso di non riprendere pazienti e personale. Il fronte monumentale su viale del Policlinico, con il corpo dell'amministrazione al centro e la sequenza dei padiglioni, è di una simmetria tardo ottocentesca che regge benissimo la fotografia frontale. La luce migliore è quella del mattino presto, quando il sole radente stacca le cornici e i bugnati.

Il secondo soggetto sono le pensiline e i percorsi coperti fra i padiglioni. Sono la traduzione architettonica di una teoria igienica: edifici separati per non trasmettere il contagio, collegamenti leggeri per spostare i malati al riparo. Fotografati in controluce, con la prospettiva schiacciata da un obiettivo lungo, restituiscono la sensazione di macchina sanitaria che il complesso aveva quando fu costruito.

Il terzo, se avete tempo e gambe, sono i viali alberati fra il Policlinico e la Città universitaria, e il fronte del cimitero del Verano poco più in là. In un quarto d'ora di cammino si attraversa un tratto di Roma in cui la cura, lo studio e la sepoltura si toccano fisicamente, ed è una cosa che nessun'altra città europea offre in modo così compatto.

Un consiglio tecnico

Se vi autorizzano a fotografare all'interno, lavorate con la sensibilità alta e la macchina appoggiata al vetro, mai con il flash: il riflesso sul contenitore rovina tutto e la luce diretta è la cosa più aggressiva che possiate fare in un ambiente del genere. Meglio ancora, mettete via il telefono per la prima mezz'ora e guardate. Le fotografie di questi luoghi vengono bene soltanto a chi ha prima capito che cosa ha davanti.

Il Policlinico Umberto I, l'architettura che ospita il Museo di Anatomia Patologica

Vale la pena di dedicare qualche riga seria all'edificio, perché è uno dei grandi complessi dell'Italia post unitaria e a Roma viene sistematicamente ignorato dalla letteratura turistica.

Il concorso, il progettista, le fasi

Il progetto nacque da un concorso bandito nel 1883 dal ministro Guido Baccelli. Vincitore a pari merito con il milanese Giovanni Giachi risultò l'architetto romano Giulio Podesti, nato a Roma il 10 luglio 1842 e morto nella sua casa romana il 12 gennaio 1909. Nel 1887 Podesti ottenne l'affidamento del progetto definitivo, datato 23 dicembre 1888. Diresse la prima fase dei lavori, dal 1889 al 1896, e fu rimosso dalla direzione il 20 dicembre 1896; la seconda fase, dal 1897 al 1903, fu portata a termine sotto il genio civile. Nella letteratura corrente sul complesso compaiono anche i nomi di Filippo Laccetti e di Luigi Podesti, figlio di Giulio, associati al proseguimento dell'opera.

L'impianto progettato da Podesti prevedeva un asse principale con gli edifici in sequenza sul fronte di viale del Policlinico, articolato nei reparti medico e chirurgico, simmetrici rispetto al palazzo dell'amministrazione; sul retro un impianto semicircolare di padiglioni disposti a raggiera, collegati da leggeri percorsi a ballatoio in ghisa. Il linguaggio architettonico è quello monumentale di ascendenza neorinascimentale che a Roma, in quegli anni, era il codice ufficiale dello Stato. Podesti, del resto, aveva firmato in città il palazzo Marignoli, il Grand Hotel, i villini Rattazzi e Montefiore e molte residenze del quartiere Ludovisi.

La teoria che c'è dietro i padiglioni

La scelta della tipologia a padiglioni, con edifici bassi a due o tre piani separati o collegati da pensiline, non fu estetica. Rispondeva ai dettami dell'ingegneria sanitaria del tempo, cioè a una dottrina igienista che attribuiva la diffusione delle infezioni ospedaliere all'aria viziata e alla promiscuità. Separare i reparti, aumentare i volumi d'aria, orientare gli edifici per prendere sole e ventilazione erano misure terapeutiche a tutti gli effetti. Il Policlinico romano è uno dei manifesti italiani di quella teoria, costruito nel decennio in cui la batteriologia stava già cambiando le premesse.

Il paradosso è gustoso e lo racconto sempre. Mentre a Roma si edificava il grande ospedale igienista contro l'aria cattiva, negli stessi anni Marchiafava e Celli, dentro quello stesso ambiente scientifico, dimostravano che la malaria, cioè letteralmente la mala aria, non dipendeva affatto dall'aria ma da un parassita trasmesso da un insetto. L'edificio e la scienza che vi si praticava appartenevano già a due epoche diverse.

Il complesso oggi

Oggi il Policlinico Umberto I occupa 160.000 metri quadrati con 40.000 metri quadrati coperti e conta decine di edifici dentro il perimetro quadrato originario, oltre a strutture esterne. È l'azienda ospedaliero-universitaria della Sapienza e uno dei complessi ospedalieri più estesi d'Europa. Chi lo attraversa vede stratificarsi un secolo e mezzo di edilizia sanitaria: i padiglioni umbertini con le cornici in travertino, gli innesti razionalisti degli anni Trenta, le addizioni degli anni Sessanta e Settanta, i prefabbricati recenti. Non è un bel colpo d'occhio unitario ed è, proprio per questo, un documento onesto di come funzionano gli ospedali.

L'Istituto di Anatomia Patologica è uno di quei corpi di fabbrica, e il museo è nel suo seminterrato. Il che, se ci pensate, ha una sua coerenza quasi letteraria: la memoria delle malattie conservata al livello più basso dell'edificio in cui le malattie si studiano.

Museo di Anatomia Patologica
Museo di Anatomia Patologica

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia di questo luogo ha una manciata di date che vale la pena di conoscere prima di scendere quelle scale, perché ciascuna ha lasciato un segno materiale sulla collezione.

19 gennaio 1888, la prima pietra

La posa della prima pietra del Policlinico avvenne alla presenza dei sovrani d'Italia, Umberto I e Margherita di Savoia. Era il gesto inaugurale di un'operazione politica oltre che sanitaria: Roma capitale doveva dotarsi di un ospedale moderno che sottraesse la formazione medica agli antichi nosocomi di fondazione ecclesiastica. La legge di finanziamento risaliva al 14 maggio 1881, i lavori partirono nel settembre del 1889 e durarono circa dodici anni.

1902 e 1903, l'apertura

L'opera fu completata entro il 1902, nel rispetto dei termini fissati dalla legge del 25 febbraio 1900, e il complesso cominciò a funzionare nei primi mesi del 1903, con una cerimonia solenne in Campidoglio. La documentazione dell'ateneo ricorda la presenza del rettore Luigi Galassi e del re Vittorio Emanuele III. Da quel momento la Facoltà medica romana lasciò progressivamente Santo Spirito in Sassia e portò qui le sue cattedre, i suoi laboratori e le sue collezioni. Fra queste, la raccolta anatomo-patologica messa insieme da Ettore Marchiafava.

Fine Ottocento, la stagione della malariologia romana

Negli stessi anni, negli istituti della Facoltà medica, si consumava una delle imprese scientifiche più importanti della storia italiana. Marchiafava e Angelo Celli dimostrarono la natura protozoaria della malaria e ne descrissero il ciclo nei globuli rossi, distinguendo le forme cliniche e identificando il parassita delle febbri estivo-autunnali gravi. Con loro lavorarono Amico Bignami e Giuseppe Bastianelli; Giovanni Battista Grassi arrivò alla dimostrazione del ruolo delle zanzare del genere Anopheles nella trasmissione. Roma, città che per secoli aveva convissuto con la malaria dell'Agro, divenne per un ventennio il centro mondiale degli studi sulla malattia.

Marzo 1944, la distruzione

È l'avvenimento che ha cambiato per sempre il volto della collezione. Il bombardamento di San Lorenzo del marzo 1944 distrusse quasi completamente la raccolta originale. Il quartiere di San Lorenzo e la fascia fra il Verano e il Tiburtino furono, nel corso della guerra, l'area di Roma più duramente colpita dai bombardamenti: il primo e più celebre, quello del 19 luglio 1943, devastò la basilica di San Lorenzo fuori le mura e il cimitero monumentale del Verano, distanti poche centinaia di metri dal Policlinico. La collezione anatomica si trovava nel raggio di quelle incursioni e ne pagò il prezzo pieno.

Provate a immaginare che cosa significhi per un istituto scientifico. Non si perdono soltanto oggetti: si perde la casistica di sessant'anni, cioè la possibilità di confrontare i casi nuovi con quelli vecchi. Un museo anatomico distrutto è un archivio di dati distrutto, e nessuna assicurazione lo ricostituisce.

1950, la ripartenza

La ricostruzione fu riavviata nel 1950 sotto l'impulso di Antonio Ascenzi. Da quella data la raccolta è tornata a crescere, con criteri nuovi e con una consapevolezza diversa: non più soltanto sussidio didattico, ma archivio della patologia di un territorio e di un'epoca. È la collezione che si visita oggi.

Dagli anni Ottanta, le malattie nuove

La documentazione dell'ateneo indica esplicitamente l'AIDS fra le patologie di comparsa recente entrate in collezione. È un dato che segna una soglia storica: per la prima volta dopo decenni, la medicina italiana si trovava davanti a una malattia infettiva nuova, letale e priva di terapia, e gli istituti di anatomia patologica furono in prima linea nel descriverne le lesioni. I preparati di quegli anni sono, a loro modo, documenti di storia sociale del Novecento tanto quanto quelli ottocenteschi sulla tubercolosi.

28 aprile 2026, la riapertura

L'ultima data è recentissima e riguarda direttamente chi legge: dal 28 aprile 2026 il museo ha ripreso le aperture al pubblico con il calendario del martedì e del giovedì, mattina e pomeriggio, sempre su prenotazione. Per un museo universitario, riaprire regolarmente è tutt'altro che scontato: dipende da personale, sicurezza e risorse. Approfittatene.

Chi è passato da Museo di Anatomia Patologica

Le grandi collezioni scientifiche non hanno la storia di visitatori illustri che hanno i musei d'arte. Hanno però qualcosa di più interessante: le persone che le hanno fatte, e che di qui sono passate ogni giorno per decenni.

Ettore Marchiafava

Il primo nome è il suo, perché la collezione comincia con lui alla fine dell'Ottocento a Santo Spirito. Romano, 1847-1935, laureato alla Sapienza nel 1871, anatomo-patologo, malariologo di fama mondiale, senatore dal 1913, presidente del Consiglio superiore di sanità, medaglia Patrick Manson della Royal Society of Tropical Medicine and Hygiene nel 1926. Tre entità cliniche portano ancora il suo nome. Quando guardate una vetrina, guardate il metodo di quest'uomo.

Angelo Celli, Amico Bignami, Giuseppe Bastianelli

La squadra della malariologia romana ha frequentato gli stessi laboratori e le stesse corsie. Celli fu il compagno di ricerca di Marchiafava nella dimostrazione della natura parassitaria della malaria; Bignami dà il nome, insieme a Marchiafava, alla degenerazione callosa dell'alcolista cronico; Bastianelli completò con loro il quadro sulla trasmissione. Sono figure che nel resto d'Europa hanno strade e istituti intitolati e che a Roma quasi nessuno ricorda, il che è una piccola ingiustizia.

Guido Baccelli

Clinico medico, docente della Sapienza, ministro della pubblica istruzione dal 1881, promotore e vero ideatore politico del Policlinico. Baccelli non è passato da questo museo: ha reso possibile l'edificio che lo contiene, e ha imposto l'idea che cliniche e aule dovessero stare sotto lo stesso tetto. Senza quella scelta la collezione romana non avrebbe avuto una casa.

Antonio Ascenzi

Il ricostruttore. Dal 1950 in poi rimise in piedi la raccolta distrutta, e nel frattempo costruì una carriera doppia fra anatomia patologica e paleoantropologia: libera docenza nel 1951 e nel 1960, cattedra a Pisa dal 1966, ritorno alla Sapienza nel 1968, premio Feltrinelli dei Lincei nel 1964, socio nazionale dei Lincei nel 1987, presidenza dell'Istituto italiano di paleontologia umana dal 1973, il ritrovamento della mandibola neandertaliana Circeo III. In questo museo la sua presenza è ovunque, perché quasi tutto quello che vedete esiste per una sua decisione.

I sovrani, i rettori e gli studenti

Sul complesso che ospita il museo sono passati Umberto I e Margherita di Savoia per la prima pietra del 1888 e Vittorio Emanuele III per l'apertura del 1902, insieme al rettore Luigi Galassi. Ma i veri frequentatori di queste vetrine sono decine di migliaia di studenti di medicina romani che dal 1903 a oggi hanno preparato l'esame di anatomia patologica scendendo in questo seminterrato. Se vi interessa la storia sociale di Roma, tenete presente che una parte cospicua della classe medica della capitale, e con essa la salute di intere generazioni di romani, si è formata guardando questi pezzi.

La direzione di oggi

La responsabilità scientifica attuale è della professoressa Cira Di Gioia, con il dottor Alessandro Aruta come curatore d'area del Polo museale. Sono i nomi che trovate sulla pagina istituzionale e a cui vi rivolgete quando prenotate.

Il Museo di Anatomia Patologica e il Polo museale Sapienza

Il museo non è un satellite isolato: appartiene al Polo museale Sapienza, il sistema integrato dei musei dell'ateneo, che raccoglie una ventina di collezioni capaci di illustrare campi della conoscenza molto diversi fra loro. La sede amministrativa del Polo è nella Città universitaria, a piazzale Aldo Moro 5.

Una ventina di musei in mezz'ora di cammino

La cosa che dico sempre ai visitatori stranieri e che i romani ignorano quasi tutti: fra la Città universitaria e i suoi dintorni immediati esiste una concentrazione di musei scientifici che in Italia ha pochi eguali. Anatomia comparata, antropologia, arte classica, antichità etrusche e italiche, chimica, fisica, merceologia, mineralogia, paleontologia, erbario, origini, vicino Oriente, zoologia, storia della medicina, arte contemporanea. La maggior parte apre su prenotazione, molti sono gratuiti o quasi, e quasi nessuno è affollato.

Chi vuole costruire un itinerario coerente ha diverse possibilità già presenti nella nostra guida di Roma: il Museo di Anatomia comparata Battista Grassi per il confronto fra le strutture animali, il Museo di Antropologia G. Sergi per la variabilità umana e la paleopatologia, il Museo di Storia della Medicina per gli strumenti e le cere, il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche e la Gipsoteca della Sapienza per il versante umanistico, il Museo di Chimica Primo Levi e il Museo di Fisica per le scienze esatte, il Museo universitario di Scienze della Terra e il Museo Erbario per la storia naturale, il Museo laboratorio di Arte Contemporanea per il presente.

Se poi volete chiudere la giornata con il verde, l'Orto Botanico, che pure appartiene alla Sapienza, è dall'altra parte della città ai piedi del Gianicolo e merita mezza giornata a sé.

Come si incastra con gli altri musei scientifici romani

Fuori dall'orbita universitaria, il completamento naturale è il Museo Civico di Zoologia di via Ulisse Aldrovandi, che offre lo stesso genere di sguardo comparativo con un allestimento pensato per il grande pubblico e per le famiglie. Chi si interessa alla storia delle istituzioni della cura e della mente trova invece un percorso complementare e potente al Museo Laboratorio della Mente, nell'ex manicomio di Santa Maria della Pietà. E chi vuole risalire ancora più indietro, alla patologia delle popolazioni preistoriche del territorio romano, può mettere in programma il Museo di Casal de' Pazzi.

Il quartiere intorno al Museo di Anatomia Patologica

Una visita di un'ora merita di essere incastonata in una passeggiata, e questa parte di Roma la regge benissimo.

San Lorenzo

Oltre i binari, a est del Policlinico, comincia San Lorenzo: quartiere operaio di fine Ottocento, nato per gli scalpellini e i ferrovieri, diventato nel secondo Novecento il quartiere universitario per eccellenza. Strade a scacchiera, palazzine basse, botteghe artigiane sopravvissute, osterie, murales, una vita notturna che è la più giovane della città. È anche il quartiere che pagò il prezzo più alto della guerra aerea su Roma. La basilica di San Lorenzo fuori le mura, una delle sette chiese della tradizione dei pellegrinaggi romani, fu gravemente danneggiata il 19 luglio 1943 e ricostruita nel dopoguerra: la facciata con il portico duecentesco che vedete oggi è il risultato di quel restauro.

Il Verano

Accanto alla basilica si apre il cimitero monumentale del Verano, che è a tutti gli effetti un museo di scultura funeraria dell'Otto e Novecento all'aperto, e che nessuna guida turistica straniera segnala mai. Per chi arriva dal Museo di Anatomia Patologica la sequenza ha una sua logica quasi didascalica, e chi ha stomaco per il tema la troverà una delle passeggiate più intense che Roma sappia offrire.

La Città universitaria

Dalla parte opposta, verso piazzale Aldo Moro, comincia la Città universitaria realizzata negli anni Trenta su piano di Marcello Piacentini: un campus razionalista compatto, con il Rettorato in fondo all'asse e i corpi di fabbrica delle facoltà disposti a scacchiera. È uno dei complessi più coerenti dell'architettura italiana di quel decennio e si attraversa liberamente. Molti dei musei del Polo si trovano dentro quel recinto.

Dove mangiare, in due parole

Il consiglio di chi lavora in zona: evitate i bar dentro il perimetro ospedaliero, che servono chi ha fretta e non chi ha appetito, e spostatevi verso San Lorenzo, dove il rapporto qualità prezzo resta uno dei migliori della città perché il pubblico di riferimento sono gli studenti. Pizza al taglio a mezzogiorno, trattoria la sera. Nel raggio di dieci minuti a piedi da viale Regina Elena si mangia meglio e si spende la metà che nel centro storico.

Per chi è adatto il Museo di Anatomia Patologica e per chi no

Questa è la parte in cui una guida deve avere il coraggio di sconsigliare, e io lo faccio volentieri, perché mandare la persona sbagliata in un posto giusto rovina entrambi.

Per chi è perfetto

È perfetto per chi studia o lavora in ambito sanitario, ovviamente, ma anche per una platea molto più larga: appassionati di storia della scienza, insegnanti di scienze, studenti di liceo scientifico e classico negli ultimi due anni, disegnatori e illustratori scientifici, chiunque abbia una curiosità reale per il funzionamento del corpo. È adatto a chi ha già visitato Roma più volte e cerca la città che non appare negli itinerari, e a chi ama i musei in cui si entra in dieci persone e si può fare una domanda al responsabile senza alzare la mano in mezzo a una folla.

È eccellente per una visita in coppia o in tre, con calma. Con un gruppo piccolo il personale ha il tempo di raccontare i pezzi, e il valore aggiunto rispetto a qualunque lettura casalinga diventa enorme.

Per chi è sconsigliato

Lo sconsiglio ai bambini piccoli senza esitazione. Non per la ragione che tutti immaginano, ossia lo spavento: per la ragione che un bambino sotto i dodici anni non ha gli strumenti concettuali per collocare quello che vede, e la visita si riduce a una sequenza di immagini forti senza contesto. Per i più piccoli esistono in città musei scientifici pensati apposta, a cominciare dal Museo Civico di Zoologia.

Lo sconsiglio a chi ha una fobia del sangue o una storia di svenimenti in ambito medico. Lo sconsiglio a chi ha subito da poco un lutto o sta attraversando una malattia grave, propria o di un familiare: non è un problema di sensibilità, è che le vetrine parlano molto direttamente e il momento potrebbe essere quello sbagliato. Lo sconsiglio, infine, a chi cerca il brivido. Chi viene per il macabro trova un istituto universitario ordinato e sobrio, si annoia in un quarto d'ora e disturba gli altri.

E gli adolescenti?

Con i ragazzi dai quindici anni in su l'esperienza è quasi sempre eccellente, a due condizioni. La prima: si spiega prima che cosa vedranno, senza edulcorare e senza caricare. La seconda: si dà loro un compito, anche minimo, del tipo scegliete un pezzo e provate a spiegare al gruppo che cosa è successo a quell'organo. Un compito trasforma la reazione emotiva in curiosità, e la curiosità è quello che questo museo restituisce meglio di qualunque altro luogo di Roma.

Come organizzare la visita al Museo di Anatomia Patologica

La prenotazione, passo per passo

Si scrive a museo.anatomiapatologica@uniroma1.it indicando il numero delle persone, l'età media se ci sono minori, due o tre date alternative fra quelle di apertura, e una riga sul motivo dell'interesse. Si attende la conferma. Non ci si presenta senza conferma, perché senza conferma non c'è visita. Per gruppi scolastici il Polo museale gestisce percorsi dedicati alle scuole, e in quel caso la richiesta va inoltrata con largo anticipo rispetto alla data desiderata.

Quanto dura e come vestirsi

Una visita guidata standard si svolge in circa un'ora, che diventano un'ora e mezza se il gruppo fa molte domande, e le domande qui si fanno sempre. Il seminterrato è fresco tutto l'anno, quindi anche in piena estate romana conviene avere qualcosa da mettersi sulle spalle. Scarpe comode, perché fra la fermata della metropolitana e il padiglione si cammina e dentro si sta in piedi.

Che cosa portare e che cosa lasciare a casa

Portate un documento, la conferma della prenotazione, un taccuino e una bottiglietta d'acqua. Lasciate a casa zaini ingombranti: gli spazi sono stretti e non esiste un guardaroba museale come quello dei grandi musei del centro. Se avete esigenze particolari, dai passeggini alle carrozzine, chiedetelo per scritto in fase di prenotazione, perché la conformazione di un piano seminterrato in un edificio dei primi del Novecento va verificata caso per caso.

Abbinamenti che funzionano nella stessa giornata

La combinazione che consiglio più spesso è mattina al Museo di Anatomia Patologica, pranzo a San Lorenzo, pomeriggio al Museo di Storia della Medicina in viale dell'Università: si passa dal corpo malato alla storia lunga delle idee mediche, e i due percorsi si commentano a vicenda. La seconda combinazione, per chi ha interessi naturalistici, è Anatomia Patologica al mattino e Anatomia comparata nel pomeriggio, con la Città universitaria da attraversare nel mezzo.

Domande veloci su Museo di Anatomia Patologica

Dove si trova il Museo di Anatomia Patologica?

Al piano seminterrato dell'Istituto di Anatomia Patologica, all'interno del Policlinico Umberto I, in viale Regina Elena 324, a Roma. Afferisce al Dipartimento di Medicina Molecolare della Sapienza e fa parte del Polo museale Sapienza.

Serve prenotare per visitare il Museo di Anatomia Patologica?

Sì, sempre. Le visite guidate avvengono soltanto previa prenotazione, inviando una mail a museo.anatomiapatologica@uniroma1.it e ricevendo conferma dal museo. Non è previsto l'ingresso libero senza appuntamento.

Quali sono gli orari del Museo di Anatomia Patologica?

Il calendario indicato dall'ateneo prevede l'apertura il martedì e il giovedì, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 14:00 alle 17:00. Le date effettive vanno comunque concordate in fase di prenotazione, perché le pause accademiche e le esigenze dell'istituto possono modificare il quadro.

Quanto costa il biglietto del Museo di Anatomia Patologica?

La pagina istituzionale del museo non pubblica una tariffa d'ingresso. Il costo, e l'eventuale contributo per le visite di gruppo, vanno chiesti direttamente al museo insieme alla richiesta di prenotazione.

Come si arriva al Museo di Anatomia Patologica con i mezzi pubblici?

Con la metropolitana linea B, fermata Policlinico, dotata di ascensori e nodo di interscambio con i tram 3 e 19 e con numerose linee di superficie. Da Termini sono poche fermate; entrambi i rami della linea B servono Policlinico, perché la biforcazione è più avanti.

Quanto dura la visita al Museo di Anatomia Patologica?

Circa un'ora, che diventa un'ora e mezza se il gruppo fa molte domande. È un museo di dimensioni contenute e ad altissima densità di informazione: la stanchezza che si accumula è mentale, non fisica.

Si possono fare fotografie al Museo di Anatomia Patologica?

Le regole sulla fotografia in un museo di resti umani vanno chieste esplicitamente al museo e rispettate alla lettera. Non date per scontato di poter fotografare le vetrine, e in nessun caso usate il flash.

Il Museo di Anatomia Patologica è accessibile in sedia a rotelle?

Il museo occupa un piano seminterrato all'interno di un edificio ospedaliero storico. Le condizioni di accesso vanno verificate direttamente con il museo in fase di prenotazione, indicando l'esigenza specifica: è l'unico modo per avere una risposta affidabile prima di mettersi in viaggio.

Il Museo di Anatomia Patologica è adatto ai bambini?

Per i bambini sotto i dodici anni lo sconsiglio, perché mancano gli strumenti per contestualizzare quello che si vede. Dai quindici anni in su, con una preparazione preventiva, l'esperienza è quasi sempre molto positiva.

Che cosa si vede esattamente al Museo di Anatomia Patologica?

Campioni anatomopatologici umani di provenienza autoptica e chirurgica, conservati e ordinati per apparato e per malattia: organi e frammenti di organi che documentano malformazioni, infiammazioni, malattie degenerative e tumori.

Quanti pezzi conserva il Museo di Anatomia Patologica?

L'ateneo parla di un'ampia raccolta senza fornire un totale, e specifica che la casistica più completa è quella di patologia cardiovascolare, con circa novecento cardiopatie congenite in storia naturale.

Che cosa significa cardiopatie congenite in storia naturale?

Significa malformazioni cardiache osservate nella loro evoluzione spontanea, senza correzione chirurgica. Oggi una casistica del genere non è più producibile in Italia, perché quelle malformazioni si operano nei primi mesi o anni di vita.

Chi ha fondato il Museo di Anatomia Patologica?

La raccolta fu iniziata alla fine dell'Ottocento da Ettore Marchiafava, all'Ospedale di Santo Spirito, allora sede delle attività della Facoltà medica della Sapienza, e fu poi trasferita nella sede del Policlinico.

Perché la collezione originale del Museo di Anatomia Patologica è andata perduta?

Perché andò quasi completamente distrutta durante il bombardamento di San Lorenzo del marzo 1944. La ricostruzione fu riavviata nel 1950 sotto l'impulso di Antonio Ascenzi.

Ci sono cere anatomiche al Museo di Anatomia Patologica?

La collezione è costituita da campioni anatomopatologici reali. A Roma la ceroplastica e la storia degli strumenti medici si incontrano soprattutto al Museo di Storia della Medicina della Sapienza, in viale dell'Università 34a.

Che differenza c'è fra il Museo di Anatomia Patologica e il Museo di Storia della Medicina?

Il primo espone preparati anatomici che documentano le malattie; il secondo, fondato nel 1938 da Adalberto Pazzini e distribuito su tre piani, racconta la storia delle idee, delle pratiche e degli strumenti della medicina, dalla preistoria alla biomedicina contemporanea, con ricostruzioni d'ambiente come la spezieria e la bottega dell'alchimista.

Che differenza c'è fra il Museo di Anatomia Patologica e il Museo di Anatomia comparata?

L'anatomia patologica studia le alterazioni prodotte dalle malattie nel corpo umano; l'anatomia comparata confronta le strutture corporee delle diverse specie animali per capire come si sono evolute. Sono due musei dello stesso ateneo con due domande diverse.

Il Museo di Anatomia Patologica fa parte del Polo museale Sapienza?

Sì. Il Polo museale Sapienza è il sistema integrato dei musei dell'ateneo e raccoglie una ventina di collezioni scientifiche e umanistiche, con sede amministrativa a piazzale Aldo Moro 5.

Chi dirige oggi il Museo di Anatomia Patologica?

La direzione scientifica è della professoressa Cira Di Gioia; il curatore d'area del Polo museale è il dottor Alessandro Aruta.

Si può visitare il Museo di Anatomia Patologica in agosto?

Le aperture dei musei universitari possono essere sospese durante le pause accademiche e nel periodo estivo. Chiedete conferma delle date al museo prima di organizzare il viaggio.

Si può visitare il Museo di Anatomia Patologica senza essere studenti di medicina?

Certamente. Le visite guidate sono aperte al pubblico su prenotazione, e la spiegazione viene calibrata sul livello del gruppo. Anzi, per un pubblico non medico il valore aggiunto di una guida interna è ancora maggiore.

Ci sono visite per le scuole al Museo di Anatomia Patologica?

Il Polo museale Sapienza gestisce percorsi dedicati alle scuole. Le richieste vanno inoltrate con largo anticipo, indicando ordine di scuola, classe e obiettivi didattici.

Quanto si aspetta in coda al Museo di Anatomia Patologica?

Non esistono code, perché non esiste ingresso libero: si entra all'orario concordato. Il tempo che serve è semmai quello di attraversare il Policlinico e trovare il padiglione giusto, che a piedi può richiedere dieci minuti dall'ingresso principale.

C'è un bookshop o un guardaroba al Museo di Anatomia Patologica?

Le dotazioni sono quelle di un museo universitario di piccole dimensioni all'interno di un istituto in attività, non quelle di un grande museo civico. Conviene arrivare leggeri.

Il Museo di Anatomia Patologica è impressionante?

Dipende da voi, ma la risposta onesta è che impressiona meno di quanto la gente si aspetti e colpisce molto più a lungo. L'allestimento è sobrio e didattico. È dopo, ripensandoci la sera, che il museo lavora.

Che cosa vedere vicino al Museo di Anatomia Patologica?

La Città universitaria di Marcello Piacentini, la basilica di San Lorenzo fuori le mura, il cimitero monumentale del Verano e il quartiere di San Lorenzo, tutti raggiungibili a piedi in un quarto d'ora scarso.

Il Museo di Anatomia Patologica è aperto la prima domenica del mese?

L'iniziativa dell'ingresso gratuito la prima domenica riguarda i musei statali e alcuni musei civici, non i musei universitari, che seguono calendari propri. Qui vale il calendario del martedì e del giovedì con prenotazione.

Chiudo con quello che penso davvero, dopo averci portato gruppi di ogni tipo. Il Museo di Anatomia Patologica è uno dei tre o quattro luoghi di Roma che cambiano il modo in cui si guarda il proprio corpo, e l'unico che lo fa con questa precisione. Non è un posto per riempire un'ora vuota fra il Colosseo e la Fontana di Trevi: è un posto per cui si prende un appuntamento e si arriva preparati, come si fa con le cose serie. Prenotate con dieci giorni di anticipo, scrivete una mail decente, entrate senza fretta e uscite in silenzio. Roma ha centinaia di posti che vi diranno quanto erano grandi gli antichi. Questo, sotto un ospedale che lavora, vi dirà qualcosa di più scomodo e più utile: come siamo fatti, e che cosa succede quando ci rompiamo.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo di Anatomia Patologica - Viale Regina Elena, 324, 00185 Roma RM, Italia
TagsMuseo

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IndirizzoViale Regina Elena, 324, 00185 Roma RM, Italia 185
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