Museo di storia della medicina
Il Museo di storia della medicina della Sapienza si trova in viale dell'Università 34a, 00185 Roma, in un palazzetto razionalista addossato al margine settentrionale della Città Universitaria: si entra dal viale, non dal cancello monumentale di piazzale Aldo Moro. Apertura dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18. Ingresso gratuito. La prenotazione è obbligatoria e va fatta con almeno un giorno di anticipo attraverso il modulo online pubblicato sul sito ufficiale del museo: chi arriva senza prenotazione rischia di trovare la porta chiusa, perché il personale di accoglienza lavora sulle liste. Alla prenotazione segue una mail di conferma da conservare e da mostrare all'ingresso. Telefono 06 4991 4766, posta elettronica museo.stomed@uniroma1.it. Il sabato e la domenica il museo non apre, e nei periodi di chiusura dell'ateneo, fine dicembre e inizio gennaio, conviene verificare il calendario sul sito ufficiale prima di mettersi in viaggio. Metropolitana B, fermata Policlinico, poi dieci minuti a piedi; tram 3 e 19; autobus 71, 140, 141, 310, 492, 649; da Termini si arriva a piedi in un quarto d'ora abbondante. Per la visita completa dei tre livelli espositivi calcolate un'ora e mezza; con l'audioguida o con un accompagnatore che si fermi sulle vetrine, due ore piene.
Confronta le esperienze a Roma
Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Questa è una guida lunga, perché il museo la merita: è una delle raccolte italiane più importanti di oggetti legati all'arte sanitaria, e a Roma non ha rivali. Se state costruendo un itinerario fra i musei meno battuti della città, la pagina dei musei di Roma è il punto da cui partire, e vale la pena leggerla insieme a questa: il Museo di storia della medicina appartiene a un circuito universitario che quasi nessun visitatore attraversa e che vale, da solo, una giornata.

Il Museo di storia della medicina in due minuti: orari, biglietti, prenotazione
Comincio dalle informazioni che servono davvero, perché qui più che altrove il rischio è presentarsi davanti a una porta a vetri e trovarla serrata. Il museo dipende dal Polo museale Sapienza, che riunisce diciannove raccolte scientifiche e umanistiche fra la Città Universitaria e altre sedi dell'ateneo. Il regime di apertura non è quello di un museo civico: nessun bigliettaio, nessun tornello, nessuna coda. C'è un ufficio, c'è un curatore, c'è un calendario accademico. La conseguenza pratica è semplice: si entra quando il personale sa che state arrivando.
Gli orari del Museo di storia della medicina
Dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18. Nessuna apertura nel fine settimana, nessuna apertura serale ordinaria. La fascia migliore, per esperienza, è la mattina fra le 9.30 e le 11.30: la luce che entra dalle finestre alte del primo piano è ancora radente e le vetrine dei ferri chirurgici si leggono senza riflessi. Il pomeriggio tardo, dopo le 16, è la fascia in cui è più facile trovare le sale vuote, se preferite il silenzio alla luce. Nei periodi di sospensione delle attività didattiche, tipicamente la settimana fra Natale e l'Epifania, l'apertura si interrompe: il calendario aggiornato è sul sito ufficiale del museo e su quello del Polo museale Sapienza.
Quanto costa entrare al Museo di storia della medicina
Niente. L'ingresso è gratuito, come per quasi tutte le raccolte del Polo museale Sapienza. Non esistono biglietti interi, ridotti, cumulativi o famiglia, non c'è prevendita, non c'è nessun rivenditore online da cercare. Questo è uno dei pochissimi musei romani di livello internazionale in cui la sola valuta richiesta è il tempo, e in cui la prima domenica del mese non cambia nulla, perché la domenica il museo è chiuso comunque. La gratuità, va detto con franchezza, non è un vezzo: è il segno di una istituzione che si considera prima di tutto uno strumento didattico e di ricerca, e solo in seconda battuta un'attrazione.
Come si prenota la visita al Museo di storia della medicina
La prenotazione è obbligatoria, con almeno un giorno di anticipo rispetto alla data scelta, e si effettua compilando il modulo online raggiungibile dalla pagina dedicata del sito ufficiale. Il sistema risponde con una mail di conferma: quella mail è il vostro titolo di ingresso, va conservata e mostrata al personale di accoglienza. Per i gruppi organizzati e per le classi conviene muoversi con più margine, perché le visite guidate e le attività didattiche si concordano con la segreteria del museo e con il Polo museale. Chi vuole prenotare una visita accompagnata trova le modalità, museo per museo, sulla pagina delle prenotazioni del Polo museale, dove il Museo di storia della medicina compare fra quelli per cui la prenotazione è obbligatoria.
Quanto tempo serve per visitare il Museo di storia della medicina
Un'ora e mezza per un giro onesto dei tre livelli. Due ore se leggete le didascalie, e qui vale la pena leggerle. Tre ore, e ve lo dico senza ironia, se siete medici, studenti di medicina, farmacisti, storici della scienza o semplicemente persone che davanti a una valigetta di strumenti per amputazione del primo Ottocento si fermano a contare i denti della sega. Il museo è piccolo di superficie e densissimo di contenuto: il rapporto fra metri quadri e informazione è uno dei più alti che conosca a Roma. Chi ha poco tempo faccia il seminterrato e il primo piano e rinunci al secondo, che è il più discorsivo e il più affidato ai pannelli.
Dove si trova il Museo di storia della medicina e come ci si arriva
L'indirizzo è viale dell'Università 34a. Il numero civico conta: il viale corre lungo il fianco della Città Universitaria e il museo occupa un edificio autonomo, riconoscibile per il rivestimento chiaro e per le finestre allineate. Non è dentro il recinto monumentale del campus, ma sul suo bordo, e questo confonde parecchia gente che entra da piazzale Aldo Moro e poi vaga fra gli istituti cercando un cartello.
Con la metropolitana
La fermata di riferimento è Policlinico, sulla linea B. All'uscita si prende viale Regina Elena e in una decina di minuti di passo normale si è davanti al museo. La linea B serve anche Castro Pretorio, dall'altro lato della Città Universitaria, ed è un'alternativa comoda per chi arriva da Termini: da Castro Pretorio si costeggia il muro di cinta del campus e si sbuca su viale dell'Università. Chi viaggia sulla linea A scende a Termini e prosegue con l'autobus 310, oppure a piedi: un quarto d'ora abbondante di camminata, in gran parte rettilinea, lungo via Marsala e via dei Mille.
Con il tram 3 e 19 e con gli autobus
I tram 3 e 19 passano per viale Regina Elena e sono, di gran lunga, il mezzo più civile per raggiungere questo quadrante: si scende a due passi dal Policlinico Umberto I e si prosegue a piedi. Le linee di superficie utili sono 71, 140, 141, 310, 492 e 649. Il 492 collega Tiburtina e il quadrante vaticano passando di qui, e per chi arriva in treno alla stazione Tiburtina è la soluzione più diretta, con venti minuti di alternativa a piedi. Un avvertimento da chi accompagna gruppi: negli orari di punta il 492 è affollatissimo e a Roma i tram 3 e 19 hanno frequenze ballerine. Se avete un appuntamento con il museo, partite con venti minuti di margine.
In automobile, in bicicletta, a piedi
Sconsigliato arrivare in automobile: viale dell'Università è stretto, il parcheggio nella zona del Policlinico è una lotteria e la sosta selvaggia intorno agli istituti universitari è uno spettacolo deprimente. In bicicletta invece si arriva bene, perché la salita da Termini è minima e il quartiere ha strade larghe. A piedi, da Termini, il percorso è piacevole solo se lo si affronta con la testa giusta: si attraversa il quadrante di Castro Pretorio, si costeggia la caserma, si passa accanto alla Biblioteca Nazionale Centrale, e in venti minuti scarsi si è all'ingresso. Chi viene dal centro storico consideri che qui non c'è nulla di pittoresco: c'è una città di primo Novecento, ordinata e severa, che ha il suo carattere ma non fa sconti al turista in cerca di cartoline.
La Città Universitaria intorno al Museo di storia della medicina
Non si capisce questo museo se non si capisce dove è nato. La Città Universitaria è un cantiere di regime, progettato da Marcello Piacentini a partire dal 1932 e realizzato negli anni successivi su un impianto che lo stesso Piacentini descrisse in termini quasi liturgici: un asse principale che dall'ingresso monumentale conduce al palazzo del Rettorato, come una navata conduce all'abside. Il modulo geometrico è un quadrato di sessanta metri; la logica distributiva guarda ai campus americani; il linguaggio è quello del razionalismo italiano temperato dal monumentalismo di Stato.
Gli architetti del campus
Piacentini fu architetto capo e direttore generale dei lavori, ma non lavorò da solo: al cantiere parteciparono, con singoli edifici, Giuseppe Pagano, Gio Ponti, Giovanni Michelucci, Pietro Aschieri, Giuseppe Capponi, Gaetano Minnucci, Arnaldo Foschini e Gaetano Rapisardi. È una circostanza che vale la pena tenere a mente mentre si attraversa il campus: in poche centinaia di metri convivono alcune delle firme più importanti dell'architettura italiana fra le due guerre, chiamate a lavorare dentro un piano unitario e costrette a un compromesso che la critica discute ancora oggi. Foschini firmò l'ingresso monumentale sul viale delle Scienze. Il risultato complessivo, letto oggi, è una lezione di urbanistica autoritaria: rigoroso nell'impianto, rigido nella grammatica, progressivamente eroso da parcheggi, prefabbricati e aggiunte che hanno mangiato il verde previsto dal progetto.
Il palazzetto di viale dell'Università 34a
L'edificio che ospita il Museo di storia della medicina non appartiene alla prima stagione del campus. È posteriore alla guerra: i lavori cominciarono nel 1953 e la sede fu inaugurata il 13 settembre 1954. Il linguaggio, però, dialoga con quello degli anni Trenta, tanto che chi lo vede per la prima volta lo scambia per un istituto coevo agli altri. È un palazzetto sobrio, di proporzioni domestiche, pensato fin dall'inizio come contenitore di tre funzioni intrecciate: l'istituto universitario, la biblioteca specializzata, il museo. Questa è la chiave di lettura giusta. Qui non è stato adattato a museo un edificio esistente: è stato costruito un edificio perché un museo esistesse, ed è una circostanza rara nella storia museale romana.

Adalberto Pazzini, l'uomo che inventò il Museo di storia della medicina
Adalberto Pazzini nacque il 23 febbraio 1898 e morì il 10 maggio 1975. Si laureò in medicina a Roma nel 1922 con una tesi di fisiologia sperimentale condotta sotto la guida di Silvestro Baglioni, e da lì in avanti la sua carriera prese una direzione che nell'Italia del tempo era quasi eccentrica: invece di restare in laboratorio, si dedicò alla storia della propria disciplina. Dal 1931 tenne un corso elettivo di storia della medicina alla Sapienza, ottenne l'abilitazione all'insegnamento nel 1932, divenne professore incaricato nel 1936-37 e ordinario nel 1955. Presiedette la Società Italiana di Storia della Medicina dal 1956 al 1965 e la International Society for the History of Medicine dal 1964 al 1968. Firmò oltre cinquecento pubblicazioni, fra cui una Storia della medicina in due volumi del 1947 e un libro dal titolo che dice tutto del suo modo di intendere il mestiere, Demoni, streghe e guaritori, del 1951.
Tre vasi da farmacia e una stanza in prestito
Il museo cominciò nel modo più modesto immaginabile. Non aveva locali propri: i primi oggetti che Pazzini andava radunando furono sistemati in una stanza al piano terra dell'Istituto di Igiene che conteneva contemporaneamente la direzione, la biblioteca, gli schedari e gli studenti. Tre vasi da farmacia furono il primo nucleo. Lo spazio era stato concesso da Dante De Blasi, allora direttore dell'Istituto di Igiene, che coltivava l'idea di dotare l'ateneo di un istituto completo di biblioteca e museo. Nel 1938, anno che il museo assume come data di fondazione, arrivarono locali più ampi che occupavano anche una porzione del seminterrato dell'Istituto di Igiene, e l'Università contribuì economicamente alla costruzione degli scaffali necessari a esporre le raccolte.
Il museo che diventava un magazzino
Il successore di De Blasi, Vittorio Puntoni, concesse altri spazi, ma il ritmo delle acquisizioni superava sempre il ritmo delle concessioni. Pazzini comprava, chiedeva, otteneva donazioni, raccoglieva ovunque; i magazzini si riempivano di materiale prezioso e il museo andava diventando un deposito di statue, quadri, oggetti, plastici e strumenti. Chi ha lavorato in un museo universitario riconosce il fenomeno immediatamente: la passione del fondatore genera una massa critica che l'istituzione non è attrezzata a reggere, e il collezionismo produce, paradossalmente, invisibilità.
1943: le bombe sulla Città Universitaria
Nel 1943 la guerra arrivò fin qui. I bombardamenti che colpirono il quadrante orientale di Roma investirono anche la Città Universitaria, e il museo, che occupava i sotterranei dell'Istituto di Igiene, si trovò esposto a una minaccia diretta. Nel 1945 quegli stessi locali interrati furono trasformati in rifugio antiaereo: le finestre vennero murate, all'interno si alzarono tre grossi muri antischegge. Le collezioni sopravvissero, ma pagarono il prezzo della sopravvivenza in umidità, disordine e inaccessibilità. Alla fine del conflitto i danni furono riparati e Pazzini riprese la ricerca di nuovo materiale con un'ostinazione che, a leggerla adesso, ha qualcosa di commovente.
La nuova sede: 1949, 1953, 1954
Già dalla fine degli anni Trenta Pazzini si adoperava per ottenere una sede degna. L'occasione arrivò nel 1949, quando il Ministero dei lavori pubblici stanziò un fondo per la costruzione di edifici universitari: Pazzini inondò di richieste chiunque potesse decidere, sostenendo che fra quegli edifici dovesse rientrare anche un museo documentario di storia della medicina. La spuntò. I lavori partirono nel 1953 e il 13 settembre 1954 la nuova sede dell'Istituto di Storia della Medicina, con la biblioteca e il museo, fu inaugurata in viale dell'Università 34/a. La cosa che colpisce, ripercorrendo la vicenda, è la coerenza del disegno: Pazzini non voleva una vetrina, voleva un luogo in cui l'oggetto, il libro e l'insegnamento fossero nello stesso edificio.
Il declino e il ritorno
Alla morte di Pazzini, nel 1975, il museo entrò in un declino lento e serio, di quelli che compromettono la conservazione prima ancora della fruizione. Il ribaltamento avvenne nella seconda metà degli anni Novanta, quando Luciana Rita Angeletti ne assunse la direzione e avviò un programma di restauri, di rivisitazione dell'allestimento, di aggiornamento didattico e scientifico e di inventariazione e catalogazione sistematica. È grazie a quella stagione che il museo riguadagnò peso nella rete internazionale della ricerca sulla storia della medicina e delle scienze biomediche. La direzione è passata poi ad altri studiosi, e il museo oggi appartiene stabilmente al Polo museale Sapienza, con un curatore d'area dedicato.
Il metodo espositivo di Pazzini, e perché si vede ancora
Pazzini aveva un'idea museologica precisa, e per l'epoca innovativa: la ricostruzione d'ambiente come strumento narrativo e didattico. Non credeva alla vetrina come catalogo, credeva alla scena. La convinzione che reggeva quel metodo, tipica della museologia della prima metà del Novecento, era che l'emozione fosse il grimaldello del processo cognitivo: chi entra in una spezieria ricostruita capisce che cosa fosse una spezieria meglio di chi legge una didascalia sotto un albarello isolato. Il seminterrato del museo è ancora oggi il luogo dove quell'idea si vede allo stato puro, ed è la ragione per cui, per me, il seminterrato è la parte più bella dell'intero percorso.
Evan Gorga, il tenore che riempì il Museo di storia della medicina
Qui comincia la parte che rende questo museo diverso da qualunque altro. Il nucleo più prezioso delle sue collezioni non lo ha messo insieme un medico, né un professore, né una soprintendenza: lo ha messo insieme un tenore. Si chiamava Evangelista Gennaro Gorga, in arte Evan Gorga, nato il 6 febbraio 1865 a Brocco, oggi Broccostella, in provincia di Frosinone, morto a Roma il 5 dicembre 1957 e sepolto al Verano.
Rodolfo, la sera del primo febbraio 1896
Gorga entrò nella storia della musica per una sera sola. Il primo febbraio 1896, al Teatro Regio di Torino, andò in scena la prima assoluta della Bohème di Giacomo Puccini: sul podio c'era Arturo Toscanini, Mimì era Cesira Ferrani, e il primo Rodolfo della storia fu lui. Giulio Ricordi lo aveva scritturato per quel ruolo. La carriera di Gorga fu breve e intensa: debutto nel 1895, i grandi teatri italiani, il repertorio verdiano, mascagnano e pucciniano, e poi il ritiro nel gennaio del 1899 dopo una recita della Bohème a Verona. Aveva trentaquattro anni. Chi ha portato gruppi al Teatro Regio o ha raccontato la prima della Bohème sa quanto sia raro poter dire a un visitatore, davanti a una vetrina di ferri chirurgici del Cinquecento: questi li ha comprati il primo Rodolfo.
Dieci appartamenti a via Cola di Rienzo
Lasciato il palcoscenico, Gorga si dedicò al collezionismo con una furia che non ha molti precedenti. Comprava tutto: strumenti musicali, armi, ceramiche, materiale archeologico, vetri, oggetti sanitari, avori, monete, tessuti. Le sue raccolte arrivarono a occupare dieci appartamenti comunicanti in via Cola di Rienzo, nel quartiere Prati. Il fenomeno, letto oggi, ha due facce. Da una parte c'è il collezionista onnivoro di primo Novecento, che salva dal mercato antiquario e dalla dispersione interi settori di cultura materiale che nessuna istituzione stava raccogliendo. Dall'altra c'è l'uomo che si rovina: nel 1929 le collezioni finirono sotto sequestro amministrativo per i debiti accumulati, e nel 1950 lo Stato italiano ne divenne proprietario.
Che cosa arrivò alla Sapienza
Le raccolte Gorga furono smembrate fra più istituzioni. La parte musicale è finita nelle collezioni statali romane, altro materiale è confluito nel Museo Nazionale Romano, e il nucleo sanitario, il più coerente e il più ricco, arrivò qui nel 1947. Da allora costituisce il cuore del Museo di storia della medicina: circa ottomila reperti, secondo la stima corrente. È una cifra che, detta così, non dice nulla. Provate invece a scomporla, e capirete di che cosa parliamo.
Il mio giudizio su Gorga
Su Gorga si è scritto spesso con una specie di indulgenza commossa, come se fosse un eccentrico simpatico che si è mangiato un patrimonio. Non sono d'accordo. Gorga fu un collezionista di gusto sistematico, non un accumulatore: la coerenza interna del fondo sanitario, che copre farmacia, chirurgia, ostetricia, odontoiatria, ottica e alchimia, non è il prodotto di un capriccio, è il prodotto di un progetto. Che poi quel progetto abbia divorato il suo autore è un'altra faccenda, e non è la prima volta che accade nella storia del collezionismo italiano. Il museo gli deve tutto e, secondo me, dovrebbe dirlo più forte.
Le collezioni del Museo di storia della medicina, nucleo per nucleo
Le raccolte esposte nascono dalla somma di tre nuclei principali e di alcune donazioni successive. Il primo nucleo è quello di Pazzini, formato fra gli anni Trenta e il 1954; il secondo è il fondo Gorga; il terzo è il deposito egizio del 1951. A questi si aggiungono, con fisionomia più specialistica, la collezione Sarnelli e la collezione Neuschuller.
Oltre settecento vasi da farmacia
La ceramica farmaceutica è la sezione numericamente più imponente: oltre settecento pezzi. Albarelli, idrie, versatoi, pillolari, brocche, contenitori con il collo stretto per gli sciroppi e con il collo largo per gli elettuari. Sono manifatture italiane databili fra il Seicento e l'Ottocento, con provenienze che comprendono Faenza, Deruta, Caltagirone, Cafaggiolo e Grottaglie. Chi non frequenta la ceramica passa davanti a queste vetrine con il rispetto distratto che si riserva alle cose ordinate; chi si ferma, invece, scopre che questi vasi sono documenti. La scritta sul cartiglio dice che cosa conteneva il vaso, e i nomi delle sostanze raccontano una farmacopea intera: teriaca, mitridato, diascordio, unguento populeo, elettuario di rose.
L'albarello ha una forma che oggi consideriamo decorativa e che invece era funzionale: la strozzatura centrale serviva a impugnarlo con una mano sola quando lo si sfilava da uno scaffale alto e stretto, e il bordo superiore poteva reggere una pergamena legata con lo spago al posto del coperchio. Guardateli in fila, nella ricostruzione della spezieria: capirete che l'ordine alfabetico dei cartigli era il vero sistema operativo di una farmacia d'antico regime.
Le farmacie portatili
Fra i pezzi più curiosi del fondo Gorga ci sono le farmacie portatili, casse e cofanetti attrezzati costruiti fra il XVII e il XIX secolo con una perizia artigiana che vale, da sola, il tempo della visita. Sono i predecessori diretti della valigetta del medico condotto: contenitori sagomati, con alloggiamenti per bottiglie, bilancini, mortai in miniatura, spatole. Servivano a chi viaggiava, a chi aveva una tenuta lontana dal centro abitato, ai comandanti di nave, agli eserciti. Guardando le loro dimensioni si capisce una cosa che i libri raccontano male: fino all'Ottocento la medicina si portava addosso, perché il malato non andava dal medico, il medico andava dal malato.
I ferri chirurgici
La raccolta di ferri chirurgici copre la chirurgia generale, l'odontoiatria e l'ostetricia, ed è quella che colpisce di più i visitatori digiuni di storia della medicina. Ci sono coltelli e tronchesi per le dissezioni anatomiche, strumenti amputanti, seghe, trapani, forbici, pinze, uncini, specilli. La lezione che se ne ricava è brutale e istruttiva: prima dell'anestesia e dell'antisepsi, il pregio di un chirurgo era la velocità. Gli strumenti sono progettati per fare in fretta, non per fare piano. Le impugnature in ebano o in avorio, che a noi sembrano un lusso, avevano una funzione precisa: garantire presa anche con le mani bagnate, in un'epoca in cui nessuno si lavava le mani prima di operare.
Gli alfonsini
Fra i pezzi che meritano una sosta ci sono gli alfonsini del XVI secolo, strumenti per l'estrazione dei proiettili delle armi da fuoco. Il nome viene da Alfonso Ferri, chirurgo attivo a Roma nel Cinquecento, che ne descrisse l'uso e a cui la tradizione attribuisce l'invenzione: uno stelo cavo con tre branche che si aprono a tenaglia dentro la ferita, si serrano intorno al proiettile e lo estraggono. È l'oggetto che documenta l'ingresso della polvere da sparo nella storia della chirurgia. Fino alla fine del Quattrocento un chirurgo europeo trattava ferite da taglio e da punta; dal Cinquecento in avanti deve affrontare un corpo estraneo profondo, sporco, che trascina dentro brandelli di stoffa. La chirurgia da guerra nasce lì, e nasce con strumenti come questi.
I microscopi dei secoli XVII, XVIII e XIX
La collezione di microscopi, alcuni dei quali lavorati a mano, copre tre secoli e racconta il passaggio dall'oggetto di meraviglia allo strumento di lavoro. I primi microscopi composti erano giocattoli filosofici per gentiluomini curiosi, con tubi di cartone rivestito in pelle e ottiche modeste; quelli ottocenteschi, in ottone e con la vite micrometrica, sono macchine di precisione destinate al laboratorio. Fra i due estremi ci sono duecento anni di storia della vista, e l'invenzione di due discipline intere, l'istologia e la microbiologia.
Le vetrerie alchemiche e farmaceutiche
Sono circa seicento pezzi: alambicchi, storte, pellicani, matracci, cucurbite, recipienti dal collo lunghissimo che servivano a condensare i vapori. Sono la parte del museo che comunica più immediatamente con l'immaginario, e la parte che rischia di essere fraintesa. L'alchimista non era un mago: era un tecnico che lavorava per distillazione, sublimazione e calcinazione, con una teoria della materia sbagliata e con procedure sperimentali dalle quali la chimica moderna è realmente derivata. Chi vuole vedere che cosa sia diventata quella storia due secoli dopo può proseguire, dentro la stessa Città Universitaria, al Museo di Chimica Primo Levi.
La collezione Sarnelli e la collezione Neuschuller
Alle raccolte maggiori si affiancano due fondi minori e specialistici. La collezione Sarnelli è composta in gran parte di piante medicinali, e va guardata come il corrispettivo vegetale della farmacia in ceramica: le sostanze che riempivano gli albarelli venivano da lì. La collezione Neuschuller comprende soprattutto vasi da farmacia e strumenti oculistici, e apre uno spiraglio su una specialità, l'oftalmologia, che nell'Ottocento ha vissuto una rivoluzione rapidissima. Chi ha interesse per la botanica applicata alla medicina troverà un naturale complemento nell'Erbario della Sapienza e nell'Orto Botanico di Roma, che conserva ancora l'impianto di giardino dei semplici da cui la farmacia europea è nata.
Il deposito egizio del 1951
Nel 1951 il museo ricevette in deposito, dalla Soprintendenza alle Antichità di Torino, un gruppo di reperti egizi relativi all'arte dell'imbalsamazione e al corredo funerario. È un nucleo piccolo ma fondamentale nell'economia del percorso, perché consente alla sezione egizia di poggiare su oggetti reali e non su riproduzioni. Chi vuole approfondire il contesto archeologico dell'Egitto e del Vicino Oriente trova, sempre alla Sapienza, il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo.
Gli ex voto anatomici
Il museo conserva un'importante collezione di ex voto di età romana, ed è una delle sezioni che spiego più volentieri. Sono riproduzioni fittili di parti del corpo: teste, occhi, orecchie, mani, piedi, uteri, arti interi, visceri. Venivano deposte nei santuari come richiesta di guarigione o come ringraziamento per una guarigione ottenuta. Il valore documentario è doppio. Da un lato dicono di quali mali si soffriva, perché la frequenza dei tipi anatomici riflette la frequenza delle patologie; dall'altro dicono che cosa la gente conoscesse del proprio corpo, perché alcuni modelli di visceri mostrano una conoscenza anatomica sorprendentemente precisa in un mondo che non praticava la dissezione umana su larga scala. Guardare un utero votivo del III secolo avanti Cristo e riconoscerne la forma è un'esperienza che ridimensiona molte certezze sul progresso lineare del sapere.
Dipinti, mobili, arredi
Il fondo comprende anche oggetti di storia materiale che non sono strumenti: dipinti, mobili, arredi da farmacia, scaffalature. Sono il tessuto connettivo delle ricostruzioni d'ambiente e, sotto il profilo museologico, il lascito più caratteristico dell'impostazione di Pazzini. Un armadio da spezieria non è un contenitore neutro: è un mobile progettato intorno a un sistema di classificazione, e leggerlo significa leggere il modo in cui una farmacia d'antico regime organizzava il sapere.

La visita al Museo di storia della medicina: come è organizzato il percorso
Il museo si articola su tre livelli espositivi più il piano terra di servizio. Al piano terra ci sono la direzione, la biblioteca, la sala di lettura, una grande aula per convegni e l'archivio: non fanno parte del percorso ordinario, ma la loro presenza spiega la natura dell'istituzione. Il seminterrato ospita le ricostruzioni d'ambiente. Il primo piano copre l'arco che va dalla medicina arcaica alla rivoluzione scientifica del Seicento. Il secondo piano racconta gli ultimi due secoli, dalla dissezione anatomica alla genomica. L'ordine cronologico corretto, quindi, sarebbe primo piano, secondo piano, seminterrato; l'ordine emotivo giusto è l'opposto, e quasi tutti cominciano dal basso. Fate come preferite, ma decidete prima: passare due volte per le stesse scale stanca più di quanto sembri.
Il seminterrato del Museo di storia della medicina: le ricostruzioni d'ambiente
Il livello interrato è la parte meno toccata dai riallestimenti recenti, e proprio per questo la più interessante dal punto di vista della storia della museologia. Qui si vede il museo come lo pensava Pazzini: ambienti ricostruiti in cui il visitatore entra fisicamente, con oggetti autentici disposti secondo una logica scenica.
La piazzetta medievale e l'angolo dello speziale
Si comincia da una piazza medievale ricostruita, con l'angolo dello speziale. È un allestimento datato nella tecnica e potentissimo nell'effetto: pietra finta, arcate, l'insegna, il bancone. La ragione per cui funziona è che restituisce il contesto urbano della cura prima dell'ospedale moderno. Nella città medievale il malato incontrava una filiera composta da speziali, barbieri, cerusici, ciarlatani e medici addottorati, e la piazza era il luogo fisico in cui quella filiera si mostrava. Chi legge questa ricostruzione come una scenografia perde il punto: è un modello interpretativo costruito con oggetti veri.
Il laboratorio dell'alchimista
La sala successiva è quella che i visitatori ricordano per anni. Il laboratorio dell'alchimista è ambientato fra il XVI e il XVII secolo, e Pazzini vi dispose in persona vetrerie alchemiche, distillatori di metallo, coccodrilli impagliati appesi alla volta, rostri di pesce sega della famiglia dei Pristidi e un corno di unicorno. Bisogna spiegarli, quegli oggetti, altrimenti restano un baraccone. Il coccodrillo appeso al soffitto era l'insegna canonica delle botteghe di speziali e naturalisti in tutta Europa: segnalava che lì dentro si trattavano materie esotiche e si aveva accesso a un sapere sulle cose lontane. Il rostro di pesce sega e il cosiddetto corno di unicorno appartengono alla stessa famiglia di equivoci produttivi: il corno di unicorno delle collezioni europee è quasi sempre una zanna di narvalo, e le veniva attribuito il potere di rivelare i veleni. La materia medica di antico regime era piena di sostanze di questo genere, vendute a peso d'oro e completamente inefficaci.
La verità storica interessante è un'altra, però. Il laboratorio alchemico è anche il luogo in cui si mettono a punto le tecniche che la chimica erediterà: distillazione frazionata, bagnomaria, precipitazione, calcinazione. Paracelso, nella prima metà del Cinquecento, sposta l'obiettivo dell'alchimia dalla trasmutazione dei metalli alla preparazione dei farmaci, e da lì nasce la iatrochimica. La stanza che state guardando è il punto di frizione fra due mondi: la magia naturale e la farmacologia sperimentale abitavano lo stesso bancone.
La spezieria del Settecento e le scatole dei semplici
La sala dedicata alla ricostruzione di una spezieria del XVIII secolo è, per me, il capolavoro del museo. Gli scaffali sono protetti da grate, i ripiani ospitano albarelli, versatoi, pillolari e contenitori in maiolica di manifattura italiana, e in mezzo a tutto questo si conserva una collezione di scatole di legno che serviva a contenere i semplici. Il termine merita una spiegazione, perché è il cardine di tutta la farmacia premoderna: si chiamavano semplici le sostanze di origine animale, vegetale o minerale usate allo stato puro, non composto. Dai semplici, mescolandoli, si ricavavano i composti: sciroppi, elettuari, unguenti, pillole, teriache. Il giardino dei semplici, cioè l'orto botanico, nasce esattamente per coltivare la materia prima di questa filiera, ed è il motivo per cui i primi orti botanici universitari europei sono creazioni di facoltà mediche.
Un dettaglio che segnalo sempre ai gruppi: guardate le grate. Non erano un vezzo decorativo. La spezieria custodiva sostanze costose e sostanze pericolose, e la separazione fisica fra il pubblico e la merce era una misura di controllo. La farmacia moderna, con il bancone che separa e lo scaffale che sta dietro, discende in linea diretta da questa architettura del sospetto.
La stanza degli ex voto
Il seminterrato ospita anche l'ambiente dedicato agli ex voto, che coprono un arco lunghissimo, dall'età greco-romana al medioevo. Vederli tutti insieme, in un ambiente chiuso e a luce bassa, produce un effetto che nessuna vetrina isolata riuscirebbe a ottenere: si percepisce la quantità, e la quantità è il dato storico. Migliaia di persone, per secoli, hanno affidato la propria speranza di guarigione a un oggetto di terracotta lasciato in un santuario. La medicina razionale e la medicina votiva non si sono succedute, sono convissute per millenni, e convivono ancora oggi in forme che chiunque abbia frequentato un ospedale italiano riconosce senza fatica.
L'ambulatorio odontoiatrico e lo studio dell'urologo
Nella stessa fascia di ambienti ricostruiti si trovano due studi professionali del Novecento: un ambulatorio dentistico e lo studio di un urologo romano, Ciddio. Sono gli ambienti che i visitatori sopra i sessant'anni guardano con più emozione, perché li hanno conosciuti. La poltrona, il trapano a cinghia, gli strumenti allineati sul carrello smaltato, il lettino: è la medicina della memoria familiare, quella del nonno e del medico di quartiere. Il museo fa una scelta intelligente a includerla, perché il confine fra storia e memoria è il punto in cui il pubblico non specialista entra davvero in contatto con una collezione scientifica.

Il primo piano del Museo di storia della medicina: dalla preistoria al Seicento
Il primo piano è il percorso cronologico vero e proprio: dalla medicina arcaica, attraverso Egitto, Etruria, Grecia, Roma e mondo arabo, fino alle prime grandi acquisizioni dell'anatomia moderna. È il piano che consiglio a chi ha un'ora sola e vuole capire qualcosa, invece di limitarsi a guardare.
La paleopatologia e i due crani
All'ingresso del primo piano si incontra la sezione di paleopatologia. Nel piano superiore della vetrina sono esposti due crani, e sono due lezioni di metodo. Il primo proviene da un cimitero romano e mostra con chiarezza le lesioni lasciate sulla teca cranica dalla sifilide: superfici corrose, formazioni caratteristiche che il paleopatologo legge come una firma. Il secondo, databile al II secolo dopo Cristo e proveniente da un'area rurale del territorio romano, appartiene a un bambino sottoposto a trapanazione cranica.
La paleopatologia è una disciplina relativamente giovane e straordinariamente utile, perché è l'unica che possa dirci di che cosa si ammalasse davvero l'umanità prima dei registri sanitari. Le fonti scritte antiche descrivono i sintomi con categorie loro, spesso intraducibili nelle nostre; l'osso invece parla una lingua che il patologo di oggi riconosce. Questa vetrina, piccola come è, contiene il nucleo teorico dell'intero museo: la malattia ha una storia naturale, e quella storia si può ricostruire.
La medicina egizia
La sezione egizia è documentata da papiri che testimoniano la doppia natura della medicina nell'Egitto faraonico. Da un lato invocazioni, preghiere, pratiche e rituali di purificazione, cioè una medicina magico-religiosa; dall'altro formulazioni diagnostiche costruite sulla registrazione del sintomo, cioè l'abbozzo di un metodo clinico. Chi conosce il papiro Edwin Smith sa quanto sia impressionante quella struttura: titolo del caso, esame, diagnosi, prognosi, trattamento. Tremilacinquecento anni fa un medico egizio già scriveva una cartella clinica.
L'allestimento espone reperti del corredo funerario tipico: vasi per unguenti, contenitori per cibo e bevande destinati ad alimentare il defunto nell'aldilà, statuine di servitori che dovevano accompagnarlo, riproduzioni delle divinità dell'oltretomba. E poi il materiale relativo all'imbalsamazione, che è la ragione per cui la medicina egizia occupa un posto speciale nella storia dell'anatomia: gli imbalsamatori maneggiavano quotidianamente l'interno del corpo umano, con una perizia tecnica che i medici greci del periodo classico non ebbero mai.
La medicina etrusca e le protesi dentarie
La sezione etrusca si regge su due gambe: una componente divinatoria, legata all'aruspicina e alla lettura delle viscere, e un sapere pratico documentato dai corredi funerari. Gli oggetti esposti comprendono contenitori per unguenti, rasoi e patere. Ma il pezzo forte è un altro: i resti umani che documentano l'abilità etrusca in odontoiatria. Popolo di metallurghi raffinatissimi, gli Etruschi costruivano protesi dentarie con denti animali o umani ancorati mediante fili e bande d'oro e d'argento.
Questa è una di quelle notizie che rovesciano la percezione comune del passato. Nell'Italia del VII e VI secolo avanti Cristo esisteva una odontoiatria protesica funzionante, con soluzioni tecniche che ricompariranno solo molti secoli dopo. Chi vuole capire chi fossero gli Etruschi al di là del luogo comune del popolo misterioso trova al Museo Etrusco di Villa Giulia il quadro generale, e alla Sapienza stessa il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche.
La medicina greca: Asclepio, Epidauro, Ippocrate
Un modello del tempio di Asclepio a Epidauro introduce la sezione dedicata alla medicina teurgica greca, quella che si praticava nei santuari. Il meccanismo si chiamava incubazione: il malato dormiva nell'area sacra, il dio compariva in sogno e indicava la cura, i sacerdoti la interpretavano e la applicavano. In vetrina è mostrato anche il colubro di Esculapio, il serpente sacro al dio, che è un animale reale, il Zamenis longissimus, e che nella tradizione romana viaggiò dall'Epidauro fino all'Isola Tiberina.
Accanto alla medicina dei santuari, la sezione documenta la medicina ippocratica attraverso un'edizione cinquecentesca di alcune opere del Corpus Hippocraticum. Qui vale la pena di essere precisi, perché la vulgata semplifica troppo. Il Corpus Hippocraticum non è l'opera di un uomo: è una raccolta di una sessantina di scritti di autori, epoche e orientamenti diversi, aggregata sotto il nome di Ippocrate di Cos nella biblioteca di Alessandria. La rivoluzione che quei testi contengono non riguarda le terapie, che erano spesso inutili, ma il postulato: la malattia ha cause naturali e va osservata, descritta e prognosticata. Il famoso trattato sulla malattia sacra, cioè l'epilessia, apre affermando che non è né più divina né più sacra delle altre e che ha una causa naturale come tutto il resto. Nel quinto secolo avanti Cristo è un'affermazione dirompente.
La medicina romana e il Bambino di Fidene
La sezione romana espone strumenti che mostrano l'affinamento delle tecniche chirurgiche in parallelo con la specializzazione delle discipline mediche. L'influsso greco è dichiarato, dal culto di Asclepio, importato a Roma nel 291 avanti Cristo e insediato sull'Isola Tiberina, fino alla medicina di scuola ippocratica praticata dai medici greci a Roma, in gran parte liberti e stranieri.
Il pezzo che domina la sezione, inserito con il riadattamento recente del percorso, è il Bambino di Fidene. Il reperto viene da un sepolcreto di ventinove tombe a fossa messo in luce a Fidene, lungo la Salaria, negli scavi del 1995. Il bambino aveva cinque o sei anni e la sepoltura è datata fra la fine del I e il II secolo dopo Cristo. L'analisi paleopatologica ha rivelato che, prima di morire, fu sottoposto a un intervento di trapanazione cranica. L'allestimento lo presenta nella stessa posizione in cui fu trovato, disteso su un letto di sabbia di fiume, e questa scelta espositiva, che a qualcuno sembrerà crudele, è invece l'unica onesta: quel bambino è un documento archeologico, antropologico e clinico insieme, e separarlo dal contesto della sepoltura significherebbe amputarne il significato.
La medicina araba e il bimaristan
La fioritura della medicina araba risale al VII secolo e occupa una sezione che, in Italia, pochissimi musei raccontano. Il fulcro è il bimaristan, la cui pianta è riprodotta sulla tenda esposta in sala. Il bimaristan è la più antica istituzione strutturata dedicata insieme alla cura del malato e all'insegnamento della medicina: reparti separati per patologia, personale stipendiato, farmacia interna, archivio dei casi, e un principio di accoglienza gratuita che nell'Europa dello stesso periodo non esisteva.
In vetrina si trovano riproduzioni di strumenti chirurgici tratti dalle iconografie dell'opera medico-chirurgica di Abu al-Qasim al-Zahrawi, il chirurgo di Cordova che l'Occidente latino chiamò Albucasis. La sua enciclopedia, il Kitab al-Tasrif, dedica alla chirurgia un libro intero corredato di disegni degli strumenti, ed è il primo trattato illustrato di strumentario chirurgico della storia. Tradotto in latino da Gerardo da Cremona nel XII secolo, restò in uso nelle università europee per cinquecento anni. Chi crede che il medioevo sia stato una parentesi buia dovrebbe fermarsi qui dieci minuti.
I progressi dell'anatomia e l'Oplomoclion
Il resto del primo piano documenta, con allestimenti e vetrine, l'evolversi delle conoscenze anatomiche e delle tecniche chirurgiche dal Rinascimento in avanti. È il secolo di Vesalio, che nel 1543 pubblica la Fabrica e ribalta il metodo: non più la lettura del testo di Galeno mentre un inserviente taglia, ma il professore che disseziona con le proprie mani e corregge il testo.
Il pezzo emblematico della sezione è l'Oplomoclion, una figura tratta dal Pentateuchos cheirurgicum di Girolamo Fabrici d'Acquapendente, stampato nel 1592, in cui un corpo umano compare interamente rivestito e sostenuto da apparecchi ortopedici: busti, stecche, corsetti, tutori per ogni segmento. È la sintesi grafica di tutto il sapere ortopedico dell'epoca condensata in un'unica immagine, ed è anche, a suo modo, un manifesto: il corpo come struttura meccanica correggibile. Fabrici, che a Padova fu maestro di William Harvey e che descrisse le valvole delle vene, appartiene a quella generazione di anatomisti che rese possibile la scoperta della circolazione del sangue. L'esposizione del primo piano si chiude con strumenti e oggetti relativi alla terapia e alla preparazione e somministrazione dei farmaci.

Il secondo piano del Museo di storia della medicina: dalla dissezione alla genomica
Il secondo piano copre gli ultimi due secoli e mezzo, e cambia registro: meno oggetti rari, più serie ordinate, più pannelli, più video. È il piano in cui il museo si comporta da museo scientifico contemporaneo, e in cui chi ha una formazione medica trova più materia.
Medicina militare e nascita dell'odontoiatria moderna
Il piano si apre, in cima alle scale, con due vetrine: una sulla pratica della medicina militare, l'altra sulla nascita dell'odontoiatria moderna. L'accostamento non è casuale. La medicina militare è il laboratorio forzato in cui la chirurgia occidentale ha imparato quasi tutto: triage, amputazione rapida, emostasi, trasporto dei feriti, chirurgia ricostruttiva. Molte innovazioni che oggi consideriamo civili nascono su un campo di battaglia, e i musei di storia della medicina che tacciono questo passaggio raccontano una favola.
L'evoluzione del bisturi e le valigette per l'amputazione
Alcune vetrine espongono strumenti chirurgici ordinati secondo un criterio evolutivo, e la più didattica è quella dedicata al bisturi: si vede la lama cambiare forma, materiale, montatura e sistema di sterilizzazione nell'arco di due secoli. Il salto decisivo è il passaggio dal manico in materiale organico, poroso e non sterilizzabile, al metallo interamente lavabile e poi bollibile: è la traduzione in oggetto della rivoluzione antisettica di Joseph Lister, che negli anni Sessanta dell'Ottocento introduce l'acido fenico e abbatte la mortalità postoperatoria.
Accanto ci sono le valigette con lo strumentario specifico per singole operazioni, fra cui quella per l'amputazione degli arti. Aprire con lo sguardo una di queste casse foderate di velluto è l'esperienza più istruttiva del piano: seghe, coltelli a lama lunga, lacci, uncini, aghi. Prima del 1846, cioè prima dell'etere, quell'insieme di strumenti veniva usato su un paziente sveglio, tenuto fermo da due o tre uomini. Chi la guarda pensando alla chirurgia di oggi non capisce nulla; chi la guarda pensando al tempo che serviva a un chirurgo per staccare una gamba, novanta secondi nei casi migliori, capisce tutto.
Organi conservati e riproduzioni anatomiche
Alcune vetrine contengono riproduzioni di organi e del corpo umano, altre veri organi conservati: un cuore e un rene patologici, con lesioni macroscopiche facilmente osservabili, e valvole cardiache. È la parte che qualche visitatore attraversa a passo svelto, e capisco perché. Il valore, però, è preciso: la medicina moderna nasce quando la malattia smette di essere uno squilibrio di umori e diventa una lesione localizzata in un organo. Quel passaggio ha un nome e una data, Giovanni Battista Morgagni e il De sedibus et causis morborum del 1761, e quelle vetrine ne sono l'illustrazione diretta. Chi vuole vedere quanto lontano si spinga questo approccio può proseguire, sempre alla Sapienza, verso il Museo di Anatomia Patologica.
La farmacologia in bottiglia
Vetrine di bottigliette e scatole, accompagnate da video e fotografie, ripercorrono la storia della farmacologia: dal preparato galenico allestito in farmacia al farmaco industriale confezionato, standardizzato e brevettato. È una storia che cambia radicalmente il mestiere del medico e quello del farmacista fra Ottocento e Novecento, e che si legge benissimo negli oggetti: la scatola di cartone stampato sostituisce l'albarello, la posologia si sposta dal foglietto scritto a mano alla stampa, il nome commerciale sostituisce il nome della sostanza.
Anestesia, il dolore e la sua abolizione
Una sezione è dedicata alla ricerca di metodi per placare il dolore: dai primi anestetici fino all'anestesia per via endovenosa. È il capitolo più importante di tutta la storia della chirurgia e quello che il pubblico sottovaluta di più. Prima del 16 ottobre 1846, quando William Morton dimostra pubblicamente l'anestesia con etere al Massachusetts General Hospital di Boston, la chirurgia era limitata dal dolore molto più che dall'abilità. Dopo, in trent'anni, la combinazione di anestesia e antisepsi apre la cavità addominale, il torace e il cranio. Il resto della medicina moderna discende da lì.
Neuroscienze, batteriologia, genetica
Il percorso prosegue con la patologia cellulare, la ginecologia, la medicina clinica, l'evoluzione della farmacologia, le neuroscienze, la batteriologia e la microbiologia, la genetica e l'eugenetica. Per la descrizione del neurone, del funzionamento del sistema nervoso e della sinapsi il museo usa immagini e video; lo stesso vale per la spiegazione del genoma e di alcune malattie causate da mutazioni geniche, con l'anemia falciforme come esempio.
Apprezzo che la sezione includa l'eugenetica invece di rimuoverla. È la parte scomoda della storia della biomedicina, quella in cui la scienza si è messa al servizio di politiche di selezione e ha prodotto legislazioni, sterilizzazioni forzate e, nella versione estrema, sterminio. Un museo universitario che se ne assume il racconto fa il proprio dovere civile, e in un paese che nel 1938 promulgò le leggi razziali quel dovere ha un peso specifico particolare, in un edificio costruito a poche centinaia di metri da dove quelle leggi furono applicate agli studenti e ai docenti ebrei.
L'elettroencefalografo
Il piano è arricchito da un vecchio macchinario per l'elettroencefalogramma, e vale la pena fermarsi. L'elettroencefalografia umana nasce nel 1929 con Hans Berger; in Italia la scuola romana ne fu una protagonista di primo piano, e gli apparecchi a pennini scriventi come questo hanno dominato la neurofisiologia clinica per oltre mezzo secolo. È una macchina che scrive: il pensiero, ridotto a differenze di potenziale, che si trasforma in un tracciato su carta millimetrata. Poche altre invenzioni hanno prodotto una immagine così potente della mente.
La biblioteca del Museo di storia della medicina
Al piano terra si trovano la biblioteca specializzata, la sala di lettura e l'archivio. La consistenza è ragguardevole: quasi quarantamila volumi, fra cui un fondo antico consultabile su richiesta. Non è una biblioteca da visita turistica, è uno strumento di ricerca, e la sua presenza nello stesso edificio del museo era il punto centrale del progetto di Pazzini. Chi sta preparando una tesi, una ricerca o anche solo un approfondimento serio faccia una richiesta motivata alla direzione: è il genere di luogo in cui una domanda ben posta apre porte che nessun biglietto potrebbe aprire.
Una curiosità su Museo di storia della medicina
Nel laboratorio dell'alchimista, nel seminterrato, dal soffitto pende un coccodrillo impagliato, e in vetrina si trovano rostri di pesce sega e un corno di unicorno. Sono tre oggetti che il visitatore frettoloso archivia come folklore e che invece raccontano un capitolo serio della storia della farmacia europea.
Il coccodrillo appeso era l'insegna standard delle botteghe di speziali e naturalisti dal Cinquecento all'Ottocento, da Venezia ad Amsterdam. Significava una cosa precisa: qui dentro si trattano materie esotiche, si hanno rapporti con il commercio di lungo raggio, si conoscono le droghe che arrivano dal Levante e dalle Indie. Era, in termini moderni, una certificazione di rango commerciale appesa al soffitto.
Il corno di unicorno merita un discorso a parte, perché è uno dei più grandi affari della storia della materia medica. L'alicorno, così si chiamava, era ritenuto un antidoto universale e un rivelatore di veleni: immerso in una coppa avvelenata avrebbe dovuto sudare o cambiare colore. Alle corti europee valeva più dell'oro a parità di peso, e le grandi case principesche ne conservavano frammenti nelle proprie farmacie. Nella quasi totalità dei casi documentati si trattava della zanna elicoidale del narvalo, un cetaceo artico, portata in Europa dai mercanti nordici che si guardavano bene dallo spiegarne l'origine. Il rostro di pesce sega, cioè la lama dentata dei Pristidi, apparteneva alla stessa famiglia di meraviglie vendibili.
La parte interessante non è l'inganno. È che questi oggetti convivevano, nello stesso ambiente e sullo stesso bancone, con alambicchi e distillatori che servivano a operazioni tecnicamente corrette e riproducibili. La bottega dell'alchimista era simultaneamente un luogo di superstizione commerciale e un laboratorio in cui si mettevano a punto distillazione frazionata, calcinazione e precipitazione: le stesse procedure che, ripulite dalla teoria sbagliata, diventeranno la chimica. Paracelso, nella prima metà del Cinquecento, sposta l'obiettivo dell'arte dalla trasmutazione dei metalli alla preparazione di farmaci minerali, e da quella deviazione nasce la iatrochimica.
Il Museo di storia della medicina è uno dei pochissimi luoghi in Italia dove questa ambiguità si può vedere fisicamente, in una stanza sola, senza mediazioni. Ed è, per inciso, la ragione per cui non sopporto le visite che liquidano il seminterrato in cinque minuti come una scenografia da film: quella stanza è un argomento storiografico, non un fondale.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo di storia della medicina
Il Bambino di Fidene sopravvisse all'operazione. Non per sempre, ma abbastanza perché l'osso cominciasse a ripararsi: intorno al foro praticato nella teca cranica si è formato un callo osseo, e la ricrescita è quantificabile. Le ricostruzioni proposte parlano di circa quaranta giorni di vita dopo l'intervento. Questo dato cambia completamente il significato del reperto.
Un cranio trapanato, di per sé, dimostra soltanto che qualcuno ha praticato un foro. Un cranio trapanato con callo osseo in formazione dimostra molto di più: che l'operazione fu eseguita su un paziente vivo, che il paziente sopravvisse alla procedura e all'infezione immediata, che qualcuno lo assistette nelle settimane successive. Dimostra, in una parola, che esisteva una competenza chirurgica e un'assistenza post operatoria in un'area rurale del suburbio romano fra la fine del primo e il secondo secolo dopo Cristo. Non in una grande città, non nella corte di un imperatore: a Fidene, lungo la Salaria, in un piccolo sepolcreto di ventinove tombe a fossa.
Il bambino aveva cinque o sei anni. Non sappiamo perché fu operato: un trauma cranico, una frattura depressa da caduta o da colpo, sono le ipotesi più economiche e le più frequenti in paleopatologia. Non sappiamo chi lo operò. Sappiamo che l'intervento fu tecnicamente riuscito e che il piccolo paziente morì per altra causa, o per una complicanza tardiva, poche settimane dopo.
C'è un secondo elemento che quasi nessuna guida racconta, ed è la scelta espositiva. Il museo non ha isolato il cranio in una vetrina: ha ricostruito la sepoltura come si presentava al momento del ritrovamento, con il corpo disteso su un letto di sabbia di fiume. È una decisione museografica che ha fatto discutere e che io difendo senza esitazione. Separare quel cranio dal suo contesto avrebbe prodotto un oggetto anatomico; lasciarlo nella sua tomba produce un documento storico, e obbliga chi guarda a ricordare che stiamo parlando di un bambino e di una famiglia, non di un pezzo di catalogo.
Aggiungo una nota pratica che nessuno vi dirà e che vale la pena sapere: questo è un museo di ricerca, e chi arriva con una domanda seria trova quasi sempre qualcuno disposto a rispondere. Se avete un interesse specifico, dichiaratelo al momento della prenotazione. La differenza fra il giro standard e il giro fatto da chi sa che cosa avete in testa è enorme.
Il consiglio che ti do per visitare Museo di storia della medicina
Primo consiglio, il più concreto: prenotate per la mattina, meglio fra le 9.30 e le 10.30 di un martedì o di un mercoledì. Il lunedì il personale universitario è sotto la pressione dell'inizio settimana e il venerdì pomeriggio, in tutta la Città Universitaria, l'attività cala. La luce del mattino, poi, è determinante in un museo dove il novanta per cento degli oggetti è dietro un vetro.
Secondo consiglio: invertite l'ordine consigliato. La logica cronologica vorrebbe primo piano, secondo piano, seminterrato. Io faccio il contrario e comincio dal seminterrato, perché le ricostruzioni d'ambiente creano il contesto emotivo e sensoriale entro il quale tutto il resto acquista senso. Chi ha già visto la spezieria e il laboratorio dell'alchimista guarda gli albarelli del primo piano con occhi diversi. Chi fa il percorso al contrario arriva nel seminterrato stanco e lo attraversa come una curiosità finale, che è esattamente il modo peggiore di usarlo.
Terzo consiglio: portate un taccuino, non solo il telefono. Questo museo è pieno di nomi, di date e di parole tecniche che si dimenticano nel giro di un'ora. Teriaca, alicorno, bimaristan, alfonsino, semplici, Oplomoclion. Scrivetele: sono le chiavi con cui, tornati a casa, potrete leggere qualcosa di serio.
Quarto consiglio, e riguarda i tempi: non abbinate a questa visita un impegno rigido nelle due ore successive. Non perché il museo sia enorme, ma perché è il tipo di luogo in cui, se capitate nel momento buono, il curatore o un dottorando si fermano a parlare con voi e la visita si allunga di un'ora. Nei musei civici questo non succede quasi mai; qui succede spesso, e sarebbe assurdo doversene andare per un appuntamento.
Quinto consiglio: accoppiate la visita a un altro museo della Sapienza e fatene una mezza giornata. Il Museo di Anatomia Comparata Battista Grassi è il complemento naturale, perché completa il discorso sull'anatomia allargandolo a tutto il regno animale. In alternativa la Gipsoteca del Museo dell'Arte Classica, che è a poche centinaia di metri e che, con i suoi calchi, offre un contrappunto perfetto: là il corpo umano idealizzato dalla scultura greca, qui il corpo umano ammalato, curato, sezionato.
Sesto consiglio, controcorrente: non portate bambini sotto i dieci anni sperando che si divertano. Alcune sezioni contengono organi patologici conservati e materiale osteologico umano, e più di un genitore si è pentito di aver improvvisato. Dagli undici o dodici anni in su, invece, è uno dei musei più efficaci che conosca per far capire che cosa sia il metodo scientifico.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
La Sapienza possiede un sistema museale di diciannove musei, e quasi nessun romano lo sa. Non è un segreto: è scritto sul sito dell'ateneo, i musei hanno orari, curatori e cataloghi, e quasi tutti sono a ingresso gratuito. Eppure il Polo museale Sapienza resta l'istituzione culturale più sottovalutata della città.
L'elenco è impressionante. Anatomia Comparata, Anatomia Patologica, Antichità Etrusche e Italiche, Antropologia, Arte Classica, il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, Arte e Giacimenti Minerari, Chimica, Erbario, Fisica, Geografia, Idraulica, Merceologia, l'Orto Botanico, il Museo delle Origini, il Museo Universitario di Scienze della Terra, il Museo del Vicino Oriente, il Museo di Zoologia e il Museo di storia della medicina. Diciannove raccolte che coprono l'archeologia, le scienze della vita, le scienze della terra, la fisica, la chimica, la merceologia e l'arte, costruite in due secoli di insegnamento universitario.
Il motivo per cui restano invisibili è strutturale, e vale la pena dirlo chiaramente. Questi non sono musei nati per il pubblico: sono nati come strumenti didattici, cresciuti dentro istituti di ricerca, finanziati come laboratori e non come attrazioni. Non hanno biglietteria, non hanno bookshop, non fanno campagne di comunicazione, spesso non hanno neanche un cartello all'ingresso del campus. La loro apertura dipende dal personale disponibile e dal calendario accademico. Chi ci arriva deve volerci arrivare.
C'è un secondo elemento poco citato: la Sapienza è per numero di iscritti uno degli atenei più grandi d'Europa, e il suo Polo museale è quindi, potenzialmente, uno dei sistemi museali universitari più importanti del continente. Il divario fra questo potenziale e la sua visibilità reale è, secondo me, uno dei fallimenti culturali più clamorosi della Roma contemporanea. Nessun sindaco ne parla, nessuna campagna turistica lo cita, e intanto in viale dell'Università c'è una collezione di ottomila oggetti sanitari che in qualunque altra capitale europea sarebbe un museo nazionale con la coda all'ingresso.
La conseguenza pratica, per chi legge, è tutta positiva: si visitano musei di livello internazionale gratis, senza folla, spesso con un curatore che ha tempo di parlare. Non durerà per sempre. Approfittatene adesso.
La foto giusta da fare a Museo di storia della medicina
La fotografia da portare a casa è una sola: la parete di albarelli della spezieria settecentesca, ripresa in verticale, con le grate in primo piano leggermente sfocate e la fuga degli scaffali che si perde nel buio del fondo. È una immagine che funziona perché contiene tutto il museo: la ripetizione seriale dei vasi, il colore caldo della maiolica, la geometria della grata, il buio dell'antico regime.
Come si fa, in pratica. Niente flash, e non solo per rispetto: il flash su una vetrina produce una macchia bianca al centro dell'inquadratura e uccide la foto. Appoggiate l'obiettivo o il corpo del telefono direttamente al vetro, in modo da eliminare i riflessi: è il trucco più semplice ed efficace che esista nella fotografia museale. Se il vetro è sporco, spostatevi di venti centimetri e inclinate l'asse di ripresa di quindici o venti gradi rispetto alla superficie, così i riflessi scivolano fuori campo. Le luci di sala sono calde: se il vostro telefono lo consente, correggete la temperatura colore verso i tremila kelvin, altrimenti il bianco della maiolica virerà all'arancione.
La seconda foto che consiglio è il laboratorio dell'alchimista ripreso dal basso verso l'alto, con il coccodrillo impagliato appeso in alto e le vetrerie in secondo piano. È l'unica inquadratura del museo che regge il formato quadrato, e l'unica che regala un effetto di spaesamento reale. Attenzione all'esposizione: in un ambiente scuro il telefono tende a sovraesporre e le vetrerie diventano una macchia lattiginosa. Toccate lo schermo sul punto più chiaro e abbassate di uno stop.
La terza, per chi ha pazienza, è un dettaglio: un singolo ferro chirurgico con l'impugnatura in materiale organico, ripreso il più vicino possibile. In macro si legge la lavorazione della presa, e si capisce con gli occhi quello che le didascalie spiegano a parole.
Due avvertenze. La prima: il Bambino di Fidene si fotografa con la testa, prima che con la macchina. È la sepoltura di un bambino di cinque anni, e ci sono modi e modi di riprenderla. Io consiglio di non farlo affatto, o di farlo senza mai inquadrare il cranio in primo piano. La seconda: la fotografia per uso personale è una cosa, quella per pubblicazione o per uso commerciale è un'altra e va autorizzata dal museo. Chiedete al personale prima di scattare, sempre. In un museo universitario la cortesia è la moneta corrente e apre più porte di qualunque tesserino.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
1938. Adalberto Pazzini ottiene locali più ampi al piano terra e nel seminterrato dell'Istituto di Igiene, e il museo assume questa data come anno di fondazione. L'Università finanzia la costruzione degli scaffali che permettono di esporre al pubblico le prime raccolte. È l'atto di nascita di una istituzione che, fino a quel momento, era esistita come accumulo privato dentro una stanza in prestito.
1943. I bombardamenti alleati colpiscono il quadrante orientale di Roma e investono la Città Universitaria. Il museo, sistemato nei sotterranei dell'Istituto di Igiene, si trova nel raggio degli eventi. La guerra entra nella storia di questa collezione non come sfondo, ma come minaccia diretta alla sua sopravvivenza materiale.
1945. I locali interrati del museo vengono trasformati in rifugio antiaereo: le finestre sono murate e all'interno vengono alzati tre grossi muri antischegge. Per un periodo, quindi, la più importante raccolta romana di storia della medicina condivide lo spazio con la funzione più elementare che un sotterraneo possa avere, quella di salvare vite. È un episodio che nessuna vetrina racconta e che meriterebbe un pannello tutto suo.
1947. Arriva la collezione Evan Gorga, il nucleo più prezioso del museo: circa ottomila reperti fra ceramica farmaceutica, ferri chirurgici, vetrerie alchemiche, microscopi, ex voto, dipinti e arredi. In un colpo solo la raccolta cambia scala e passa dal rango di collezione didattica a quello di collezione nazionale.
1949. Il Ministero dei lavori pubblici stanzia un fondo per la costruzione di edifici universitari. Pazzini rivolge richieste su richieste perché fra quegli edifici rientri anche un museo documentario di storia della medicina, e la spunta. È un episodio di lobbying accademico che vale la pena ricordare: senza quella insistenza, oggi non ci sarebbe un edificio.
1951. La Soprintendenza alle Antichità di Torino concede in deposito un gruppo di reperti egizi relativi al corredo funerario e all'arte dell'imbalsamazione. La sezione egizia acquista finalmente oggetti autentici.
13 settembre 1954. Dopo un anno di lavori iniziati nel 1953 e un allestimento condotto in tempi strettissimi, viene inaugurata la nuova sede dell'Istituto di Storia della Medicina in viale dell'Università 34/a, con la biblioteca e il museo. È la data che ogni visita dovrebbe tenere presente: il palazzetto che state attraversando è stato costruito per contenere queste cose.
1975. Muore Adalberto Pazzini, il 10 maggio. Con lui si interrompe la spinta che aveva tenuto insieme raccolta, istituto e biblioteca, e comincia un ventennio di declino che compromette la conservazione delle collezioni.
Seconda metà degli anni Novanta. Luciana Rita Angeletti assume la direzione e avvia restauri, riallestimenti, aggiornamento scientifico e un programma sistematico di inventariazione, schedatura e catalogazione. È la stagione che riporta il museo dentro il circuito internazionale della ricerca. Gli interventi di riqualificazione proseguono nei primi anni Duemila.
Anni recenti. Il riadattamento del percorso museale porta nella sezione romana il Bambino di Fidene, con la ricostruzione integrale della sepoltura. Il museo entra stabilmente nel Polo museale Sapienza, adotta la prenotazione obbligatoria online e affianca all'esposizione un'attività didattica e divulgativa continua.
Chi è passato da Museo di storia della medicina
Il primo nome è quello del fondatore, e non è una formalità. Adalberto Pazzini (1898-1975) qui non è passato: qui ha vissuto quarant'anni della propria vita professionale. Ha scelto gli oggetti, li ha comprati o li ha fatti donare, ha disposto personalmente le vetrerie e i coccodrilli nel laboratorio dell'alchimista, ha ottenuto l'edificio dal Ministero, ha diretto l'istituto, ha fondato una scuola. Presidente della Società Italiana di Storia della Medicina dal 1956 al 1965 e della International Society for the History of Medicine dal 1964 al 1968, portò dentro queste stanze una rete di rapporti internazionali che nel dopoguerra italiano era una rarità.
Evan Gorga (1865-1957), il tenore che creò il ruolo di Rodolfo alla prima assoluta della Bohème al Teatro Regio di Torino il primo febbraio 1896, sotto la direzione di Arturo Toscanini, non compare fra i visitatori celebri: qui sono arrivate le sue collezioni, dopo il sequestro del 1929 e il passaggio allo Stato nel 1950. Ma il museo, di fatto, è la sua eredità più coerente e più visibile, e nel 1954, quando la nuova sede fu inaugurata, Gorga era ancora vivo. Morì a Roma tre anni dopo e riposa al Verano, a poche fermate di tram da qui.
Dante De Blasi, igienista e microbiologo, direttore dell'Istituto di Igiene, è l'uomo che concesse a Pazzini la prima stanza e che coltivava l'idea di un istituto dotato di biblioteca e museo. Senza quella concessione non ci sarebbe stato nulla. Il suo successore Vittorio Puntoni ampliò gli spazi assegnati alla raccolta quando ormai il materiale straripava.
Silvestro Baglioni, fisiologo di grande nome, fu il relatore della tesi di laurea di Pazzini nel 1922 e appartiene alla stessa area accademica in cui il museo è nato. È utile ricordarlo perché spiega la matrice scientifica, e non antiquaria, di questa istituzione: chi la fondò veniva dal laboratorio, non dall'archivio.
Luciana Rita Angeletti è la donna a cui il museo deve la propria seconda vita. Assunse la direzione quando le collezioni erano in condizioni gravi e in pochi anni ne ribaltò la sorte con restauri, riallestimenti e un programma di catalogazione. Chi visita oggi vede, in larghissima parte, il risultato del suo lavoro.
Fra i direttori e i curatori delle stagioni successive figurano Valentina Gazzaniga, storica della medicina antica, e Gilberto Corbellini, storico della medicina e della biologia; il curatore d'area è Alessandro Aruta, che ha firmato anche progetti espositivi dedicati al fondatore. Nel 2025 la Rocca Malatestiana di Verucchio ha ospitato una mostra su Pazzini curata da Sara Masinelli, Stefano De Carolis, Maria Conforti e dallo stesso Aruta, in collaborazione con la Sapienza: un segnale che questa istituzione non si limita a conservare, ma continua a studiare la propria storia.
Poi ci sono le migliaia di persone senza nome che da queste stanze sono passate davvero: generazioni di studenti di medicina della Sapienza, ai quali il museo ha insegnato che la loro professione ha una storia; e le classi delle scuole superiori romane, che qui vedono per la prima volta un bisturi del Settecento. In un museo universitario è questo il pubblico che conta, ed è la ragione per cui l'ingresso è gratuito.

Gli altri musei della Sapienza intorno al Museo di storia della medicina
Chi arriva fin qui commette quasi sempre lo stesso errore: visita un museo e se ne va. La Città Universitaria e il suo intorno immediato contengono una densità di raccolte scientifiche che non ha eguali a Roma, e con una mezza giornata ben organizzata se ne vedono tre o quattro. Le modalità di accesso variano da museo a museo, e quasi tutti richiedono un contatto preventivo: organizzatevi in anticipo, scrivendo alle rispettive segreterie o al Polo museale.
Il Museo di Anatomia Comparata Battista Grassi
È il complemento naturale del Museo di storia della medicina, e il mio abbinamento preferito. Il Museo di Anatomia Comparata allarga il discorso dall'uomo a tutto il regno animale: scheletri, preparati, serie comparative che mostrano come la stessa struttura si modifichi da una specie all'altra. Vedere prima il corpo umano ammalato e curato, e subito dopo il corpo animale nella sua variabilità evolutiva, produce un effetto conoscitivo che nessuno dei due musei, da solo, riesce a dare. Il museo porta il nome di Giovanni Battista Grassi, lo zoologo che dimostrò il ruolo delle zanzare del genere Anopheles nella trasmissione della malaria: un nome che appartiene di diritto anche alla storia della medicina.
Il Museo di Anatomia Patologica
Il Museo di Anatomia Patologica è la prosecuzione diretta del secondo piano di viale dell'Università. Là si vede il passaggio teorico dalla medicina umorale alla medicina d'organo; qui si vede che cosa quel passaggio significhi nella pratica di un anatomo patologo. Non è un luogo per tutti, e lo dico senza retorica: chi ha problemi con i preparati anatomici umani lo eviti. Chi invece studia medicina o storia della scienza lo trova imprescindibile.
La Gipsoteca e il Museo dell'Arte Classica
La Gipsoteca della Sapienza conserva una delle più vaste raccolte europee di calchi in gesso dalla statuaria greca e romana. Il contrasto con il Museo di storia della medicina è quasi teatrale: da un lato il corpo idealizzato, atletico, senza età e senza malattia della scultura antica; dall'altro il corpo reale, con la sifilide sulla teca cranica e il rene con la lesione macroscopica. Fatele nello stesso pomeriggio e capirete quanto la cultura occidentale abbia lavorato per tenere separate quelle due immagini del corpo.
Il Museo di Antropologia Giuseppe Sergi
Il Museo di Antropologia Giuseppe Sergi conserva collezioni osteologiche e antropologiche di enorme valore documentario e, insieme, un capitolo scomodo della storia della scienza italiana, quello dell'antropologia fisica ottocentesca e delle sue derive. Va visitato con questa consapevolezza: è un museo che parla anche degli errori della disciplina che lo ha creato.
Fisica, chimica, matematica, scienze della terra
Nel raggio di pochi minuti a piedi si trovano il Museo di Fisica, con gli strumenti della scuola romana di via Panisperna e la memoria di Fermi e dei suoi ragazzi; il Museo di Chimica Primo Levi, che chiude il cerchio aperto dal laboratorio dell'alchimista del seminterrato; la raccolta del Museo della Matematica, con i modelli geometrici ottocenteschi; e il Museo Universitario di Scienze della Terra, che riunisce le storiche collezioni di mineralogia, di geologia e di paleontologia dell'ateneo in un unico percorso: quelle che molti romani continuano a chiamare, per abitudine, il museo di mineralogia e il museo di paleontologia.
Merceologia, erbario, arte contemporanea, Vicino Oriente
Completano il quadro il Museo di Merceologia, che documenta le materie prime e i prodotti del commercio in una prospettiva che oggi chiameremmo di storia materiale globale; il Museo Erbario, con centinaia di migliaia di campioni essiccati; il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, che nel campus fa la parte dell'elemento vivo e imprevedibile; il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo e il Museo di Arte e Giacimenti Minerari. Diciannove musei, tutti a poche centinaia di metri l'uno dall'altro. Provate a pensare quale altra città europea offra una cosa simile e non ne parli mai.
Che cosa vedere intorno al Museo di storia della medicina
Il quartiere non è quello delle cartoline, ma ha molto da dare a chi cammina con gli occhi aperti.
Il Policlinico Umberto I e viale Regina Elena
A due passi sorge il Policlinico Umberto I, inaugurato all'inizio del Novecento su progetto di Giulio Podesti: un impianto a padiglioni immerso nel verde, secondo la dottrina igienista dell'epoca, che riteneva la separazione dei reparti e la circolazione dell'aria le prime misure contro il contagio. Passeggiare lungo viale Regina Elena e guardare i padiglioni è la continuazione naturale della visita al museo: là dentro c'è la teoria, qui fuori c'è la sua applicazione urbanistica.
San Lorenzo e il Verano
Verso est comincia San Lorenzo, il quartiere operaio e universitario che il 19 luglio 1943 pagò il prezzo più alto del bombardamento di Roma. Ci si arriva a piedi in un quarto d'ora. La basilica di San Lorenzo fuori le Mura, gravemente danneggiata in quell'occasione e poi restaurata, è una delle chiese più stratificate della città, con due basiliche saldate insieme e un colonnato di reimpiego di primissimo ordine. Accanto si apre il Cimitero del Verano, che è un museo di scultura funeraria all'aperto e uno dei luoghi più istruttivi di Roma per capire come la borghesia italiana fra Otto e Novecento si rappresentava di fronte alla morte. Per chi arriva dal Museo di storia della medicina, il collegamento è evidente.
Castro Pretorio, le mura, Termini
Verso sud si incontrano i Castra Praetoria, l'accampamento della guardia pretoriana fatto costruire da Seiano sotto Tiberio, poi inglobato nelle Mura Aureliane: il tratto di muro ancora visibile è uno dei più imponenti della città. Poco oltre si arriva a Termini, e quindi a due musei che completano bene la giornata: Palazzo Massimo alle Terme, con gli affreschi della Villa di Livia e i bronzi, e le Terme di Diocleziano, con l'Aula Ottagona poco distante.
Dove mangiare, in breve
Nella zona universitaria l'offerta è quella che ci si aspetta: tavole calde, pizzerie al taglio, bar affollati fra le 13 e le 14.30. La qualità migliora sensibilmente spostandosi a San Lorenzo, dove esiste una tradizione di trattorie e di locali frequentati dagli studenti che regge ancora. Consiglio pratico: mangiate dopo le 14, quando la piena universitaria si è ritirata.
Il Museo di storia della medicina con i ragazzi e con le scuole
Questo museo funziona benissimo con le classi delle superiori e con i ragazzi dai dodici anni in su, e funziona male con i bambini piccoli. Non è una questione di noia: è che alcune sezioni contengono materiale osteologico umano e organi conservati, e la reazione di un bambino di sei anni è imprevedibile.
Con un adolescente, invece, il museo ha una potenza didattica che pochi luoghi romani possiedono. Il motivo è che qui il metodo scientifico si vede come processo storico, con i suoi errori: l'alicorno che non curava niente, la teoria umorale che ha retto duemila anni prima di crollare, l'eugenetica che si è presentata come scienza. Un ragazzo che attraversa queste sale capisce, senza che nessuno glielo dica, che la scienza non è un elenco di verità ma un metodo per correggere gli errori, ed è la lezione più utile che possa portarsi a casa.
Per le classi conviene contattare la segreteria del museo con largo anticipo e concordare una visita guidata: il Polo museale gestisce attività didattiche e la prenotazione, per questo museo, è comunque obbligatoria. Un suggerimento agli insegnanti: assegnate ai ragazzi tre parole da cercare durante la visita, per esempio semplici, bimaristan e trapanazione, e chiedete loro di spiegarle alla classe il giorno dopo. Funziona meglio di qualunque relazione scritta.
Accessibilità del Museo di storia della medicina
Il percorso espositivo si sviluppa su tre livelli collegati da scale, in un edificio degli anni Cinquanta. Chi ha difficoltà motorie, chi usa la sedia a rotelle o chi accompagna una persona con mobilità ridotta deve segnalarlo al momento della prenotazione e verificare con il personale le condizioni di accesso ai singoli piani: è l'unico modo per avere un'informazione affidabile e aggiornata sulla situazione dell'edificio. La Sapienza dispone di un servizio dedicato agli studenti e ai visitatori con disabilità, e il Polo museale è il riferimento per organizzare visite accessibili.
Per chi ha difficoltà visive o uditive, il museo mette a disposizione un'audioguida e strumenti multimediali distribuiti lungo il percorso. Anche in questo caso, la strada giusta è dichiarare l'esigenza in fase di prenotazione: in un museo universitario, dove il rapporto con il personale è diretto, una richiesta formulata in anticipo viene quasi sempre accolta.
Quando andare al Museo di storia della medicina
La stagione migliore, in assoluto, è l'autunno: fra ottobre e novembre l'ateneo è pienamente in attività, il personale è presente, il calendario è regolare e Roma ha la luce migliore dell'anno. Buono anche il periodo fra marzo e maggio. Da evitare: la settimana fra Natale e l'Epifania, quando l'ateneo chiude, e il cuore dell'estate, quando le attività universitarie si riducono e conviene verificare l'apertura prima di partire.
Nella settimana, come ho già detto, martedì e mercoledì mattina sono le finestre migliori. Nella giornata, la mattina presto per la luce e il tardo pomeriggio per il silenzio. Un'ultima osservazione da chi conosce il ritmo di questa città: durante le sessioni di esame la Città Universitaria è un formicaio e trovare parcheggio o un posto a sedere in un bar diventa impresa. Il museo, però, resta un'isola tranquilla. È uno dei pochi luoghi di Roma dove la folla intorno non produce folla dentro.
Domande veloci su Museo di storia della medicina
Quanto costa il biglietto del Museo di storia della medicina?
Niente: l'ingresso è gratuito. Non esistono biglietti a pagamento, riduzioni o abbonamenti, e non c'è nessuna prevendita da acquistare online.
Serve prenotare per visitare il Museo di storia della medicina?
Sì, la prenotazione è obbligatoria e va effettuata con almeno un giorno di anticipo tramite il modulo online del sito ufficiale. Dopo la prenotazione arriva una mail di conferma da conservare e mostrare all'ingresso.
Quali sono gli orari del Museo di storia della medicina?
Dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18. Sabato e domenica il museo non apre. Nei periodi di chiusura dell'ateneo, per esempio fra Natale e l'Epifania, l'apertura si interrompe: conviene controllare il sito ufficiale prima di mettersi in cammino.
Il Museo di storia della medicina è aperto la domenica?
No. Non apre né il sabato né la domenica, e questo lo esclude automaticamente dalle iniziative del tipo prima domenica del mese, che riguardano altri circuiti museali.
Dove si trova esattamente il Museo di storia della medicina?
In viale dell'Università 34a, 00185 Roma, sul bordo settentrionale della Città Universitaria della Sapienza. L'ingresso è sul viale, non dal cancello monumentale di piazzale Aldo Moro.
Come si arriva al Museo di storia della medicina con i mezzi pubblici?
Metropolitana linea B, fermata Policlinico, poi una decina di minuti a piedi. Tram 3 e 19. Autobus 71, 140, 141, 310, 492 e 649. Da Termini si arriva anche a piedi in un quarto d'ora abbondante, oppure con l'autobus 310.
Quanto dura la visita al Museo di storia della medicina?
Un'ora e mezza per un percorso completo dei tre livelli, due ore leggendo le didascalie, tre ore per chi ha una formazione medica o scientifica e si ferma sulle vetrine.
Si possono fare fotografie al Museo di storia della medicina?
La fotografia per uso personale è generalmente consentita, ma va sempre chiesto al personale all'ingresso, perché le condizioni possono variare. Per uso editoriale o commerciale serve un'autorizzazione del museo. Il flash è comunque da evitare, sia per la conservazione sia perché rovina le immagini.
Il Museo di storia della medicina è adatto ai bambini?
Dai dodici anni in su è ottimo. Sotto i dieci lo sconsiglio: alcune sezioni contengono resti umani e organi conservati e non tutti i bambini reagiscono bene.
Il Museo di storia della medicina è accessibile in sedia a rotelle?
Il percorso si distribuisce su tre livelli in un edificio degli anni Cinquanta. Chi ha esigenze di accessibilità deve segnalarlo in fase di prenotazione e concordare le modalità di accesso con il personale del museo o con il Polo museale.
Ci sono visite guidate al Museo di storia della medicina?
Sì, sono disponibili visite guidate e audioguida. Le visite accompagnate e le attività per gruppi e scuole si concordano in anticipo con la segreteria del museo e con il Polo museale Sapienza.
Che differenza c'è fra il Museo di storia della medicina e il Museo di Anatomia Patologica?
Il primo racconta la storia del sapere e delle pratiche mediche attraverso oggetti, strumenti e ricostruzioni d'ambiente, dalla preistoria alla genomica. Il secondo è una collezione di preparati patologici destinata alla didattica dell'anatomia patologica. Il primo è un museo storico, il secondo un museo di disciplina.
Quanti oggetti conserva il Museo di storia della medicina?
Il solo fondo Evan Gorga conta circa ottomila reperti, e a questo si sommano il nucleo raccolto da Adalberto Pazzini, il deposito egizio del 1951 e le collezioni Sarnelli e Neuschuller. La ceramica farmaceutica supera i settecento pezzi, le vetrerie alchemiche e farmaceutiche si aggirano sui seicento.
Chi ha fondato il Museo di storia della medicina?
Adalberto Pazzini, nel 1938, quando insegnava storia della medicina alla Sapienza. La sede attuale, costruita apposta, fu inaugurata il 13 settembre 1954.
Che cos'è il Bambino di Fidene?
È la sepoltura di un bambino di cinque o sei anni, rinvenuta nel 1995 in un sepolcreto di ventinove tombe a fossa a Fidene, lungo la Salaria, e datata fra la fine del I e il II secolo dopo Cristo. L'analisi paleopatologica ha rivelato che il bambino fu sottoposto a una trapanazione cranica e sopravvisse all'intervento per alcune settimane. Il museo lo espone ricostruendo la sepoltura come fu trovata.
C'è un deposito bagagli o un guardaroba al Museo di storia della medicina?
Non contateci: è un museo universitario di piccole dimensioni, senza i servizi di un museo civico. Presentatevi leggeri, senza trolley e senza zaini ingombranti.
Il Museo di storia della medicina ha un bookshop o una caffetteria?
No. Per un caffè o un panino ci si sposta nei bar della zona universitaria o a San Lorenzo. Le pubblicazioni scientifiche del museo e dell'istituto si reperiscono attraverso i canali accademici.
Si può visitare la biblioteca del Museo di storia della medicina?
La biblioteca specializzata, con quasi quarantamila volumi e un fondo antico, si trova al piano terra dello stesso edificio. Non fa parte del percorso di visita ordinario: la consultazione, compresa quella dei volumi antichi, va richiesta alla direzione.
Quali altri musei della Sapienza si possono visitare nella stessa giornata?
Il Museo di Anatomia Comparata, il Museo dell'Arte Classica con la sua Gipsoteca, il Museo di Antropologia, il Museo di Fisica, il Museo di Chimica, il Museo Universitario di Scienze della Terra, il Museo del Vicino Oriente e diversi altri. Verificate però per ciascuno le modalità di accesso: gli orari sono diversi e molti richiedono un contatto preventivo.
Il Museo di storia della medicina interessa anche a chi non è medico?
Assolutamente sì, ed è forse il pubblico che ne trae di più. Non serve alcuna competenza tecnica per capire una spezieria del Settecento, un ex voto di terracotta o un corno di unicorno: serve solo la curiosità di chiedersi come si curavano i nostri antenati e perché credevano a quello che credevano.
Vale la pena attraversare mezza Roma per il Museo di storia della medicina?
Se venite a Roma per tre giorni e non avete mai visto il Colosseo, no. Se ci tornate per la terza o la quarta volta, se studiate o insegnate qualcosa che abbia a che fare con le scienze della vita, oppure se vi interessa la storia della cultura materiale, allora sì, senza esitazione: è una delle visite più dense e meno prevedibili che la città offra.
Il mio giudizio finale sul Museo di storia della medicina
Ci accompagno gruppi da anni e ho imparato a riconoscere il momento preciso in cui la visita cambia. Non succede davanti ai ferri chirurgici, che pure impressionano. Succede nella spezieria del Settecento, quando qualcuno legge ad alta voce un cartiglio e si accorge che il nome scritto sul vaso è quello di una sostanza che non esiste più, per una malattia che chiamavamo in un altro modo, preparata secondo una teoria del corpo umano completamente sbagliata e durata duemila anni. In quel momento la gente smette di guardare gli oggetti come antichità e comincia a guardarli come tentativi. È il regalo più grande che questo museo sappia fare.
Se dovessi dire un difetto, lo direi senza esitazione: il museo si racconta poco e si comunica male, e paga il prezzo di una cultura accademica che considera volgare farsi pubblicità. Una collezione di questo livello, in una capitale europea, dovrebbe avere un pubblico dieci volte più numeroso. Nel frattempo, il vantaggio è tutto vostro: prenotate con un giorno di anticipo, presentatevi la mattina, cominciate dal seminterrato e prendetevi due ore. Uscirete in viale dell'Università sapendo qualcosa di serio sul corpo umano e su come l'umanità ha imparato, sbagliando per venti secoli, a prendersene cura.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.
Contact Information
Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto
Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.
Bus hop-on hop-off: giro di Roma
Sali e scendi dove vuoi. Con questo caldo, spostarsi seduti tra una tappa e l'altra cambia la giornata.
Dove dormire a Roma: confronta gli hotel
Scegli la zona giusta e confronta i prezzi: su molte strutture la cancellazione è flessibile.
Transfer dall aeroporto al centro
Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.
Noleggio auto a Roma e dintorni
Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.
Voli per Roma: cerca le tariffe
Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.
Confronta tutte le compagnie per Roma
Comparatore su piu compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.





