Museo di Antropologia “G. Sergi”
Il Museo di Antropologia "G. Sergi" della Sapienza si trova in Piazzale Aldo Moro 5, dentro la Città universitaria, al secondo piano dell'edificio di Antropologia, quello che nelle mappe dell'ateneo porta la sigla CU011. L'ingresso è gratuito. Gli orari indicati dal Polo museale Sapienza sono questi: lunedì, giovedì e venerdì dalle 9:30 alle 13:30; martedì dalle 9:30 alle 13:30 e dalle 14:30 alle 18:30; mercoledì dalle 9:30 alle 13:30 e dalle 14:30 alle 15:30. Per il visitatore singolo la prenotazione non è richiesta: si sale e si entra. Per i gruppi e per le scolaresche la visita guidata si concorda prima, scrivendo a museo-antropologia@uniroma1.it oppure telefonando allo 06 4991 2495. La direzione è affidata al professor Fabio Di Vincenzo, il curatore d'area è il dottor Alessandro Aruta. Con i mezzi pubblici: metropolitana linea B, fermata Policlinico, poi cinque minuti a piedi; tram 3 e 19, che scendono lungo viale Regina Elena e viale delle Province; autobus 310 e 492. Prima di mettersi in strada conviene ricontrollare orari ed eventuali chiusure sulla pagina ufficiale del museo, perché il calendario di un museo universitario segue anche quello accademico: polomuseale.web.uniroma1.it.
Se state costruendo un itinerario romano fuori dai circuiti soliti, la pagina delle attrazioni turistiche di questo sito raccoglie le altre tappe possibili, e la Città universitaria ne offre parecchie nel raggio di duecento metri.

Che cosa è davvero il Museo di Antropologia "G. Sergi"
Diciamolo subito, perché aiuta a regolare le aspettative: non è un museo etnografico e non è un museo di storia naturale con i dinosauri. È un museo di antropologia fisica, cioè la disciplina che studia il corpo umano come oggetto biologico, la sua variabilità e la sua storia evolutiva. Il materiale esposto è fatto in gran parte di ossa umane, crani, calchi in gesso, strumenti di misura ottocenteschi. Chi arriva pensando a maschere africane e tessuti amazzonici resta spiazzato. Chi arriva sapendo che cosa vede, esce con la testa piena.
La seconda cosa da capire è che il Museo di Antropologia "G. Sergi" è due musei sovrapposti nello stesso locale. Uno racconta l'evoluzione umana: sei milioni di anni di storia naturale, il posto della nostra specie fra i primati, le forme fossili che ci hanno preceduto. L'altro, quasi senza volerlo, racconta la storia dell'antropologia italiana fra Ottocento e Novecento, con i suoi strumenti, le sue ambizioni, i suoi errori clamorosi. Il primo museo lo capiscono tutti. Il secondo è quello che vale il viaggio, ed è anche quello che nessuno vi spiega se non lo chiedete.
La mia opinione, dopo averci portato dentro gruppi di ogni tipo: questo è uno dei tre o quattro musei romani in cui una visita di un'ora cambia il modo in cui guardate le persone in metropolitana. Non per il pathos delle ossa, che dopo dieci minuti smette di impressionare, ma per la lezione di metodo che c'è dietro le vetrine. Un museo che conserva gli strumenti con cui si è sbagliato è più onesto di novanta musei che espongono solo i risultati giusti.
Dove si trova il Museo di Antropologia "G. Sergi" e come ci si arriva
L'indirizzo esatto e l'edificio CU011
L'indirizzo postale è Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma, ma quell'indirizzo vale per l'intera Città universitaria, che è un quartiere dentro il quartiere. Il riferimento utile è un altro: edificio di Antropologia, sigla CU011, secondo piano. Superato l'ingresso monumentale su Piazzale Aldo Moro si entra nel piazzale della Minerva, quello con la statua e la vasca; gli edifici degli istituti scientifici sono sulla destra, verso viale dell'Università e viale Regina Elena. Le mappe dell'ateneo, affisse ai varchi e consultabili sul sito, riportano le sigle CU seguite dal numero: quella che vi serve è CU011, dove il museo condivide lo stabile con la psicologia. Il museo afferisce al Dipartimento di Biologia Ambientale.
Chi arriva la prima volta perde in media dieci minuti a cercare le scale giuste. Il consiglio pratico è banale e funziona: al portierato dell'edificio si chiede del museo, non del dipartimento. Il personale sa indicarlo, e in un ateneo con oltre centomila iscritti sapere il nome giusto della cosa che si cerca fa risparmiare un quarto d'ora.
Metropolitana, tram e autobus per il Museo di Antropologia "G. Sergi"
La fermata più comoda è Policlinico, sulla linea B della metropolitana. Uscendo dalla stazione si prende viale Regina Elena verso ovest e in cinque o sei minuti a piedi si è al varco della Città universitaria. La linea B, per chi arriva da fuori, è la stessa che serve il Colosseo e la stazione Termini, quindi il museo è raggiungibile senza cambi da mezza città. La seconda fermata utile, per chi viene da nord, è Castro Pretorio, ancora sulla B: da lì si cammina un po' di più e si costeggia il muro della caserma.
In superficie il portale turistico ufficiale di Roma Capitale indica per questo museo i tram 3 e 19 e gli autobus 310 e 492. Il 3 e il 19 sono i due tram che tagliano la città da Trastevere e da Piazza Risorgimento verso San Lorenzo e il Verano, e fermano a ridosso del policlinico e dell'università: per chi viene da Trastevere o dal Vaticano sono la soluzione più comoda, anche se non la più veloce. Il 492 collega la stazione Tiburtina al centro passando per la Città universitaria, il 310 arriva da Montesacro e dal quadrante nord-est.
Un'opinione che do sempre ai gruppi: da Termini non prendete nulla. Sono venti minuti a piedi lungo via Marsala e via dei Mille, si attraversa il rione Castro Pretorio e si arriva al piazzale senza aspettare niente. In una città dove il tram 19 può sparire per venti minuti, camminare è spesso la scelta razionale.
In automobile, in bicicletta, con il treno
In automobile si arriva male e si parcheggia peggio. La Città universitaria è circondata da strisce blu e da un traffico che nelle ore di lezione è feroce; l'accesso veicolare all'interno del campus è regolato e non pensato per i visitatori. Chi proprio deve venire in auto conviene che lasci il mezzo verso il Verano o su viale delle Province e cammini l'ultimo tratto.
In bicicletta invece funziona: il quadrante fra San Lorenzo, il Policlinico e Nomentano è pianeggiante, e dentro il campus si pedala tranquilli. Con il treno, la stazione Tiburtina è a due fermate di metro B, la stazione Termini a tre. Chi arriva a Roma in giornata e vuole vedere questo museo può farlo comodamente in una mattinata, e restare nella stessa zona anche per il pranzo.
Orari, biglietto e prenotazione al Museo di Antropologia "G. Sergi"
Gli orari di apertura
Gli orari pubblicati dal Polo museale Sapienza sono ampi per un museo universitario e stretti per un museo civico: lunedì, giovedì e venerdì solo la mattina, dalle 9:30 alle 13:30; martedì mattina e pomeriggio, dalle 9:30 alle 13:30 e dalle 14:30 alle 18:30; mercoledì mattina e primo pomeriggio, dalle 9:30 alle 13:30 e dalle 14:30 alle 15:30. Il sabato e la domenica il museo è chiuso, salvo aperture straordinarie legate a eventi dell'ateneo. Esistono periodi di chiusura fra dicembre e gennaio, in coincidenza con la sospensione delle attività accademiche, e vanno controllati sulla pagina ufficiale.
Il martedì pomeriggio è l'unica finestra lunga della settimana, e chi lavora la mattina non ha alternative. Segnatevelo: martedì fino alle 18:30. È anche il momento in cui il museo è meno frequentato dagli studenti, che a quell'ora sono altrove.
Quanto costa entrare al Museo di Antropologia "G. Sergi"
Non costa nulla. L'ingresso è gratuito, come per la gran parte dei musei del sistema museale della Sapienza. Non ci sono biglietterie, non ci sono code, non ci sono riduzioni da chiedere perché non c'è un prezzo pieno da ridurre. Questa è una delle informazioni che il pubblico romano ignora con più costanza: dentro la Città universitaria ci sono venti musei aperti al pubblico e quasi tutti sono gratuiti.
Vale la pena dirlo chiaramente: la gratuità non è un segnale di poco valore. È la conseguenza del fatto che si tratta di collezioni universitarie, nate per la didattica e per la ricerca, il cui pubblico primario sono gli studenti. Il visitatore esterno è ospite di un luogo di lavoro. Comportarsi di conseguenza, cioè con discrezione, è il minimo.
Serve prenotare la visita al Museo di Antropologia "G. Sergi"?
Per il singolo visitatore, no: negli orari di apertura si entra liberamente. Per i gruppi e per le classi, sì, e la prenotazione va concordata con il museo: l'indirizzo di posta elettronica è museo-antropologia@uniroma1.it, il telefono 06 4991 2495. Le visite guidate per le scolaresche sono garantite su richiesta, e sono la modalità con cui il museo lavora più spesso.
Il consiglio da professionista: anche se siete in due o in tre, un messaggio di posta elettronica un paio di giorni prima non costa niente e cambia la visita. Un museo di questo tipo, quando sa che arrivate, spesso vi mette accanto qualcuno che sa. In un museo civico non succede mai; in un museo universitario succede spesso, perché chi lo cura ha un interesse professionale a spiegare.
Una curiosità su Museo di Antropologia "G. Sergi"
Nelle vetrine di questo museo, insieme ai crani e agli scheletri, sono conservati gli strumenti del primo laboratorio di psico-fisiologia allestito in Italia da Giuseppe Sergi a partire dal 1885. Sono oggetti che sembrano usciti da un gabinetto di fisica: cronoscopi, dinamometri, apparecchi per misurare i tempi di reazione, estesiometri per saggiare la sensibilità della pelle. Servivano a misurare la mente attraverso il corpo, secondo il programma della psicologia sperimentale di fine Ottocento, che voleva strappare lo studio dell'anima alla filosofia e consegnarlo al laboratorio.
La curiosità vera è un'altra, ed è una di quelle che raccontate in visita fanno alzare la testa a tutti. In quel laboratorio, negli anni Novanta dell'Ottocento, si formò una studentessa di medicina che si chiamava Maria Montessori. Sergi fu suo maestro, e le sue lezioni di antropologia e di psicologia sperimentale entrarono nel metodo che avrebbe reso quella studentessa famosa in tutto il mondo. La Montessori insegnò poi essa stessa antropologia pedagogica a Roma. L'idea di osservare il bambino invece di istruirlo soltanto, di misurarne la crescita, di costruire ambienti adatti alla sua statura e alla sua mano, nasce anche dentro quella tradizione: l'antropologia applicata alla scuola.
Il paradosso è che quella stessa antropologia, applicata alla politica, avrebbe prodotto disastri. La medesima cassetta degli attrezzi che produce il materiale didattico montessoriano produce, quarant'anni dopo, le tabelle antropometriche per la certificazione della razza. Non è un dettaglio da poco: è la lezione centrale del Museo di Antropologia "G. Sergi", e chi la coglie ha capito perché questo museo esiste.
Se dovessi indicare un solo oggetto da guardare a lungo, indicherei uno di quegli apparecchi. Sono di ottone e di legno, hanno la bellezza degli strumenti scientifici ottocenteschi, e sono profondamente inutili rispetto allo scopo per cui furono costruiti. Misuravano benissimo cose che non spiegavano quello che si voleva spiegare. È la definizione di un vicolo cieco scientifico, esposta in vetrina.
Giuseppe Sergi, l'uomo a cui è intitolato il museo
Da Messina a Roma
Giuseppe Sergi nasce a Messina il 20 marzo 1841 e muore a Roma il 17 ottobre 1936, a novantacinque anni. In mezzo c'è una carriera che attraversa quasi per intero la storia dell'Italia unita. Autodidatta di formazione irregolare, garibaldino da ragazzo, arriva all'università per vie laterali: nel 1878 ottiene l'autorizzazione a insegnare psicologia a Messina, nel 1879 è all'Accademia Scientifico-Letteraria di Milano con la filosofia teoretica, nel 1880 ha la cattedra di antropologia a Bologna, nel 1883 si trasferisce a Roma.
L'anno che conta per noi è il 1884: è allora che alla Sapienza viene istituito l'insegnamento di Antropologia, affidato a Sergi. Da quell'insegnamento nascono, nell'ordine, un istituto, un laboratorio, una società scientifica e una collezione. La collezione è il museo che si visita oggi. Definire Sergi in una riga è impossibile: filosofo, psicologo, antropologo, pedagogista, polemista instancabile, uomo di una curiosità vastissima e di un rigore discontinuo.
Il laboratorio, l'istituto, la società
Dal 1885 Sergi allestisce il laboratorio di psico-fisiologia, il primo del genere in Italia, i cui strumenti sono oggi in vetrina. Nel 1893 fonda a Roma l'Istituto di Antropologia e la Società Romana di Antropologia, che esiste ancora e che oggi si chiama Istituto Italiano di Antropologia. Nel 1887 l'Istituto trova la sua prima casa nell'antico palazzo del Collegio Romano, in pieno centro, a due passi dal Pantheon.
Vale la pena immaginarselo, quel primo museo: un lungo corridoio, mobili e scaffali allineati sulle due pareti, i crani ordinati per serie, gli studenti che passano fra le vetrine per andare a lezione. Non c'era un progetto museografico, c'era una collezione di lavoro che cresceva. Quella struttura del corridoio, in fondo, il museo attuale se la porta ancora addosso: è un unico ampio locale, ordinato per serie, denso.
Che cosa Sergi ha lasciato e che cosa no
Della produzione scientifica di Sergi sopravvive poco alla verifica. Sopravvivono l'istituzione, la scuola, il museo, e un'idea di metodo: che l'uomo va studiato come si studia qualunque altro animale, con l'osservazione e la misura, senza scorciatoie metafisiche. Non sopravvive quasi nulla delle sue classificazioni. La tassonomia umana che costruì, con le sue specie e varietà, è oggi un capitolo di storia della scienza, non di biologia.
L'opinione secca, quella che vi risparmia mezz'ora di letture: Sergi va letto come si legge un grande ingegnere che ha costruito un ponte crollato. Il ponte non c'è più, ma la cava da cui prese le pietre e le maestranze che formò hanno costruito tutto il resto. La paleoantropologia italiana del Novecento, quella che ha dato risultati veri, viene da lì.
La teoria della stirpe mediterranea
Che cosa sosteneva Sergi
La tesi che rese Sergi famoso in Europa è quella della stirpe mediterranea. In estrema sintesi: la civiltà europea non sarebbe nata da migrazioni di popoli ariani venuti dal nord o dall'Asia, ma da popolazioni originarie dell'Africa orientale, e in particolare dell'altopiano etiope, risalite lungo il Mediterraneo e articolate in tre rami. Da quel ceppo, secondo Sergi, discendono gli egizi, i cretesi, gli etruschi, i latini, gli iberi, i berberi. La grande civiltà antica sarebbe dunque africana e mediterranea per origine, e i popoli del nord Europa vi sarebbero arrivati dopo, come destinatari, non come portatori.
Sergi sviluppò questo modello in una serie di libri fra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, il più noto dei quali circolò anche in inglese con il titolo The Mediterranean Race nel 1901. Sul piano del metodo, rifiutò l'indice cefalico, cioè il rapporto numerico fra larghezza e lunghezza del cranio con cui gli antropologi dell'epoca dividevano l'umanità in dolicocefali e brachicefali. Sosteneva che la forma complessiva del cranio dicesse molto più di un singolo numero, e costruì una classificazione morfologica basata su tipi descritti e nominati.
Perché era una tesi antiariana
Qui sta il nodo che rende Sergi un personaggio scomodo per tutti. La sua teoria era, nell'Europa di fine Ottocento, una bomba contro il nordicismo. Mentre in Germania e in Francia si costruiva il mito della superiorità ariana e nordica, un professore italiano scriveva che la civiltà europea era arrivata dall'Africa e che i biondi del nord erano gli ultimi della fila. Era una tesi che serviva anche a fondare l'orgoglio nazionale di un'Italia unita da poco e insicura di sé: se la stirpe mediterranea aveva costruito Creta, l'Egitto e Roma, allora gli italiani non erano i cugini poveri d'Europa.
Il punto va detto senza sconti: era comunque una teoria razziale. Costruiva stirpi, le classificava, attribuiva loro capacità e destini. Che ribaltasse la gerarchia invece di confermarla non la rende meno una gerarchia. È un antirazzismo che non esiste: è un razzismo con l'ordine dei posti cambiato. Su questo bisogna essere chiari, perché negli ultimi anni Sergi viene talvolta rivendicato come precursore dell'idea che veniamo tutti dall'Africa, e la somiglianza è solo apparente. L'origine africana di Homo sapiens è un fatto stabilito dalla genetica e dai fossili nella seconda metà del Novecento; la stirpe mediterranea di Sergi è un costrutto tipologico ottocentesco che con quella scoperta non ha rapporti di parentela.
Sergi contro il latinismo
Un ultimo elemento, poco citato e utile per capire l'uomo. Nel 1900 Sergi pubblicò La decadenza delle nazioni latine, un libro durissimo contro l'Italia contemporanea, in cui bollava il latinismo come una malattia sociale. Non era un nazionalista da parata: era un positivista pessimista, convinto che il paese fosse malato e che la scienza dovesse dirlo. Quarant'anni dopo, quando il fascismo cercherà padri nobili per la propria antropologia, questo libro sarà l'argomento con cui i suoi avversari interni lo dichiareranno inservibile.
Una cosa che non ti dice nessuno su Museo di Antropologia "G. Sergi"
Il Manifesto degli scienziati razzisti, il documento che nel luglio del 1938 aprì la strada alle leggi razziali italiane, fu redatto da un uomo che lavorava qui. Si chiamava Guido Landra, era un giovane assistente alla cattedra di antropologia di Sergio Sergi all'Università di Roma, e stese il testo seguendo direttive che venivano da Mussolini. Il documento uscì il 15 luglio 1938 sulla prima pagina del Giornale d'Italia con il titolo Il Fascismo e i problemi della razza; i nomi dei dieci firmatari, docenti e assistenti universitari, furono resi pubblici il 25 luglio.
Non è un dettaglio erudito. È il punto in cui la storia di questo museo tocca la storia peggiore del paese. L'istituto di antropologia della Sapienza, con le sue vetrine di crani e i suoi strumenti di misura, è anche il luogo di lavoro dell'uomo che scrisse il testo con cui lo Stato italiano dichiarò l'esistenza di una razza italiana e la necessità di difenderla. Da quel documento discesero i provvedimenti dell'autunno del 1938: l'espulsione degli studenti e dei docenti ebrei dalle università, la cancellazione di carriere, l'inizio di una persecuzione che sarebbe finita nei vagoni piombati.
C'è una torsione ulteriore, e va raccontata perché è istruttiva. Landra era stato un mediterraneista convinto: nel necrologio che scrisse per Giuseppe Sergi nel 1937 esaltava ancora la gloriosa stirpe mediterranea. Poi, dopo i contatti con gli antropologi tedeschi, cambiò completamente posizione. Il punto ottavo del Manifesto del 1938 dichiara esplicitamente pericolosa la teoria della razza mediterranea, perché quella teoria comprende nella razza anche i semiti e i camiti. In altre parole: il documento fondativo del razzismo di Stato italiano fu scritto da un allievo della scuola di Sergi, e uno dei suoi punti serviva a demolire la teoria del fondatore della scuola. La fedeltà politica valeva più della fedeltà scientifica.
Fra il 1940 e il 1942, dentro il fascismo, si litigò apertamente sull'eredità di Sergi. C'era chi lo rivendicava come un razzista vero e grandissimo, come fece Giuseppe Genna; e c'era chi lo respingeva, come Giovanni Marro, ricordando che nel 1900 quel signore aveva scritto un libro in cui l'Italia veniva descritta come una nazione in decadenza. Sergi era morto nel 1936 e non poté dire la sua. La disputa è una delle pagine più rivelatrici della storia della scienza italiana: dimostra che il razzismo di Stato non aveva bisogno di una teoria coerente, gli bastava una teoria utile.
Questo, nel museo, non è scritto sui pannelli in caratteri cubitali. Va cercato, e va chiesto a chi vi accompagna. La mia opinione è che sia la ragione principale per cui un adulto dovrebbe venire qui: perché un museo che espone gli strumenti di una scienza che ha sbagliato, e che non nasconde dove ha portato quell'errore, insegna più di qualunque mostra celebrativa.
L'antropologia fisica dell'Ottocento e i suoi strumenti
Come si misurava un cranio
Per capire le vetrine bisogna capire il gesto che le ha riempite. L'antropologia fisica ottocentesca nasce da una convinzione semplice e sbagliata: che le differenze visibili fra gli esseri umani siano riconducibili a tipi stabili, e che quei tipi si possano cogliere misurando le ossa, il cranio soprattutto. Il cranio era considerato la parte del corpo meno soggetta alle variazioni individuali e più fedele all'eredità: misurarlo significava, si pensava, leggere la storia di un popolo.
Gli strumenti che vedete nelle vetrine servono a questo. Il compasso a branche curve per i diametri trasversi, il compasso a punte scorrevoli per le distanze fra punti anatomici definiti, il craniostato per bloccare il cranio in una posizione convenzionale e ripetibile, il goniometro per gli angoli facciali, il nastro metrico per le circonferenze. Ogni misura aveva un nome, un punto di partenza e uno di arrivo stabiliti per convenzione internazionale, e finiva in una tabella. Migliaia di tabelle. La craniometria ottocentesca produsse una montagna di numeri esatti su una domanda mal posta.
Lo strumentario di Sergio Sergi nelle vetrine del Museo di Antropologia "G. Sergi"
Il museo conserva lo strumentario antropologico fra Ottocento e Novecento, e fra i pezzi ci sono originali ideati e costruiti da Sergio Sergi, figlio di Giuseppe e suo successore sulla cattedra romana dal 1916. Sergio Sergi era un tecnico raffinato: si occupò di craniografia, cioè della restituzione grafica della forma del cranio, e progettò apparecchi per ottenere disegni e proiezioni rigorosamente confrontabili fra loro. È un lavoro che oggi farebbe uno scanner tridimensionale in dieci minuti, e che allora richiedeva un'ora di lavoro per cranio e una mano ferma.
Guardati con occhi contemporanei, questi apparecchi hanno un fascino che gli oggetti di scienza hanno raramente: sono onesti. Fanno esattamente quello che dichiarano, e lo fanno bene. Il problema era a monte, nella domanda. Nessun compasso, per quanto preciso, può dire a quale popolo appartenga un cranio, perché i popoli non sono entità biologiche.
La craniologia e i suoi limiti
La craniologia entrò in crisi per ragioni interne alla scienza, prima ancora che per ragioni morali. Il primo problema fu la sovrapposizione: misurando abbastanza crani, ci si accorse che la variabilità interna a ciascun gruppo era enorme e che gli intervalli dei diversi gruppi si sovrapponevano quasi completamente. Due individui della stessa città potevano differire più di due individui di continenti diversi. Il secondo problema fu la plasticità: si dimostrò che caratteri considerati stabili cambiavano nel giro di una generazione al cambiare dell'alimentazione e delle condizioni di vita. Il terzo problema, decisivo, arrivò con la genetica delle popolazioni nella seconda metà del Novecento: la variazione genetica umana è in larghissima parte interna alle popolazioni, non fra le popolazioni, e non si organizza in razze.
Sergi, a suo modo, aveva intuito il primo problema quando rifiutò l'indice cefalico: aveva capito che un numero solo non basta. La sua soluzione, però, fu sostituire un numero con una descrizione tipologica, e i tipi non erano meno arbitrari dell'indice. Cambiava lo strumento, restava l'errore.
Un'opinione da guida, che vale per tutti i musei scientifici storici: davanti a questi strumenti non serve indignarsi. Serve chiedersi quali dei nostri strumenti odierni saranno guardati fra cent'anni con lo stesso imbarazzo. È una domanda che rende la visita molto più interessante di una condanna.
Che cosa si salva della craniologia
Sarebbe sbagliato liquidare tutto. Dalla craniometria discendono, per filiazione diretta, discipline che oggi funzionano benissimo. L'antropologia forense usa il cranio e il bacino per stimare sesso, età alla morte e statura di un individuo sconosciuto: è la scienza che identifica i resti nelle fosse comuni e nelle catastrofi. La bioarcheologia legge sulle ossa le malattie, le carenze alimentari, i traumi, il lavoro ripetuto: da una serie scheletrica di un cimitero medievale si ricostruisce la dieta di un villaggio e l'età media a cui si moriva. La paleoantropologia confronta morfologie fossili per stabilire relazioni fra specie.
La differenza fra queste discipline e la craniologia razziale sta tutta nella domanda che si pone. Chiedere a un cranio quanti anni aveva il suo proprietario è una domanda a cui l'osso può rispondere. Chiedergli a quale razza appartenesse è una domanda a cui l'osso non può rispondere, perché la categoria non esiste in natura. Un buon museo di antropologia serve anche a insegnare la differenza fra queste due domande.
Il 1938, le leggi razziali e la scuola antropologica romana
Che cosa successe alla Sapienza
Nell'autunno del 1938 i provvedimenti per la difesa della razza colpirono l'università italiana in modo diretto e immediato: docenti, assistenti, studenti e personale di origine ebraica furono espulsi. All'Università di Roma questo significò cattedre svuotate, carriere interrotte, tesi mai discusse, e colleghi che da un giorno all'altro smisero di poter varcare i cancelli della Città universitaria, inaugurata pochi anni prima. L'Archivio storico della Sapienza ha da tempo un progetto dedicato a censire e rendere consultabile la documentazione sulla politica antisemita e sull'espulsione degli ebrei dall'Università di Roma: si consulta all'indirizzo 1938-sapienza-leggirazziali.it.
Nel 2018, in occasione degli ottant'anni, i rettori delle università italiane hanno pronunciato pubblicamente scuse formali per la complicità dell'accademia. È un gesto tardivo, e come tutti i gesti tardivi rischia di sembrare rituale. Non lo è, se accanto ci si mette il lavoro d'archivio, i nomi, le carte, le biografie ricostruite. La differenza fra memoria e retorica passa da lì.
Il ruolo di un istituto scientifico
La responsabilità dell'antropologia italiana in questa vicenda va misurata con precisione, senza gonfiarla e senza scontarla. Non tutti gli antropologi italiani firmarono il Manifesto: i firmatari furono dieci, e Sergio Sergi non era fra loro. Ma il testo nacque dentro un ambiente accademico, con la firma di docenti e assistenti, e fu presentato come un documento scientifico. Fu proprio quella veste, il camice, la cattedra, il laboratorio, a dargli l'autorevolezza che la propaganda da sola non avrebbe avuto. La scienza in quel caso non fu usata contro la sua volontà: una parte di essa si offrì.
Sergio Sergi continuò per parte sua a lavorare sulla stirpe mediterranea, proponendo ricostruzioni del popolamento preistorico dell'Europa fondate su quella idea. Non è una posizione neutrale, ma non è la posizione del Manifesto, che quella teoria la dichiarava pericolosa. La storia reale è fatta di queste asimmetrie, e raccontarla come una fila di buoni e cattivi la rende inutile.
Come lo si racconta oggi
Un museo può fare due cose con un passato così. Può tacere e limitarsi alla vetrina dei fossili, oppure può assumersi la storia della propria disciplina come oggetto museale. La seconda strada è quella che il Museo di Antropologia "G. Sergi" ha imboccato dichiarando esplicitamente, fra le sue finalità, di essere calato nella storia dell'antropologia fisica fra Ottocento e Novecento. È una dichiarazione impegnativa: significa che gli strumenti e i calchi non sono cimeli, sono documenti.
C'è anche una continuità istituzionale che merita di essere detta. La società scientifica fondata da Sergi nel 1893 esiste ancora con il nome di Istituto Italiano di Antropologia, e negli ultimi anni ha promosso un manifesto sulla diversità e l'unità umana, un testo che ribadisce il principio di uguaglianza fra gli esseri umani. Il fatto che a scriverlo sia la discendente diretta della società che ospitò la craniologia razziale non è un'ironia: è il modo in cui una disciplina fa i conti con se stessa.
Il consiglio che ti do per visitare Museo di Antropologia "G. Sergi"
Il consiglio principale è di rovesciare il senso di marcia. La tentazione naturale, entrando, è di andare dritti ai crani di Saccopastore, perché sono i pezzi celebri e perché la parola Neanderthal tira. Fate il contrario: cominciate dagli strumenti e dai calchi, cioè dalla parte che racconta come si è costruito il sapere, e arrivate ai fossili alla fine. Cambia tutto. Se guardate i due crani sapendo con quali compassi sono stati misurati e dentro quale idea di umanità sono stati interpretati, quei due crani smettono di essere reperti e diventano protagonisti di una storia intellettuale. Se li guardate per primi, restano due calotte ossee dentro una teca.
Secondo consiglio, pratico: dedicate alla visita un'ora e mezza, non quaranta minuti. Il museo è un unico grande ambiente e da lontano sembra liquidabile in un quarto d'ora. È un inganno ottico. La densità di informazione per metro quadro qui è altissima, e le didascalie sono asciutte, da museo scientifico. Se leggete tutto quello che c'è scritto vi servono novanta minuti, e ne vale la pena.
Terzo consiglio, e questo lo do a chi accompagna qualcun altro. Preparate una domanda sola, e ponetela al personale: chiedete quali reperti esposti sono originali e quali sono calchi. È la domanda giusta per due motivi. Primo, perché la risposta è interessante di per sé e cambia la percezione di quello che si guarda. Secondo, perché apre la conversazione con chi il museo lo cura, e in un museo universitario quella conversazione vale il doppio del pannello.
Quarto, il momento giusto. Il martedì pomeriggio, fra le 15 e le 18, è la finestra migliore: il museo è aperto, l'edificio è semivuoto, e si ha spazio davanti alle vetrine. La mattina di lunedì e venerdì, al contrario, la Città universitaria è in piena attività e l'edificio è attraversato da studenti che vanno a lezione. Non è un problema di rumore dentro il museo, è un problema di corridoi e di ascensori.
Quinto, e ve lo dico da guida che ha visto succedere il contrario troppe volte: non portateci un gruppo di bambini piccolissimi senza preparazione. Non per una questione di sensibilità astratta, ma perché un locale unico pieno di resti umani richiede una cornice narrativa, altrimenti diventa una gara a chi si spaventa di più. Con una preparazione di dieci minuti, invece, funziona benissimo anche con le scuole primarie.

Le collezioni del Museo di Antropologia "G. Sergi", vetrina per vetrina
Il museo dichiara di conservare migliaia di reperti relativi alla variabilità umana attuale e alla storia naturale dell'uomo e degli altri primati. Il portale turistico ufficiale di Roma Capitale parla di materiali riferibili a più di seimila individui. È una cifra che va letta bene: seimila individui non significa seimila scheletri completi, significa seimila persone documentate da qualcosa, spesso da un solo cranio o da poche ossa. Ma resta un patrimonio di prim'ordine su scala europea, e vale la pena percorrerlo per gruppi.
La cranioteca del Museo di Antropologia "G. Sergi"
La cranioteca è il cuore quantitativo della collezione: una raccolta di crani con reperti provenienti da tutto il mondo, ordinati e catalogati secondo criteri che risalgono alla fondazione dell'istituto. È anche la parte più delicata da guardare e da raccontare. Ogni cranio è stato una persona; molti sono arrivati a Roma per le vie con cui arrivavano i materiali antropologici fra Ottocento e primo Novecento, cioè attraverso la rete delle missioni scientifiche, degli ospedali, delle spedizioni coloniali, degli scambi fra istituti. Nessun museo europeo di questo tipo ha una provenienza integralmente limpida, e fingere il contrario sarebbe ridicolo.
Il valore scientifico attuale di una cranioteca è però notevole, e opposto al motivo per cui fu costituita. Serie ampie e documentate di crani umani permettono oggi di studiare la variabilità morfologica in modo statistico, di calibrare i metodi di stima dell'età e del sesso usati in antropologia forense, di misurare quanto la forma del cranio dipenda dall'ambiente e quanto dall'eredità. La collezione nata per dimostrare l'esistenza delle razze è oggi uno degli strumenti con cui si dimostra che le razze non ci sono. Poche vendette storiche sono altrettanto pulite.
Le serie scheletriche preistoriche e storiche
Accanto ai crani il museo conserva serie scheletriche di varie epoche preistoriche e storiche. Una serie scheletrica è l'insieme degli individui provenienti da un unico contesto, di solito una necropoli. È l'unità di base della bioarcheologia: su una serie si possono contare le età alla morte, calcolare la mortalità infantile, individuare le patologie ricorrenti, leggere le carenze alimentari nelle linee di arresto della crescita dei denti, riconoscere le fratture guarite e quelle no.
Roma e il Lazio hanno fornito e forniscono materiale in quantità: ogni scavo urbano restituisce sepolture, e da un secolo e mezzo l'istituto di antropologia romano è uno dei luoghi in cui quel materiale viene studiato. Le vetrine ne mostrano una parte selezionata a scopo didattico, con i casi più istruttivi: patologie evidenti, traumi, deformazioni. Il resto è in deposito, ed è la porzione su cui si lavora davvero.
Le maschere facciali e i busti in gesso
La collezione di maschere facciali e busti in gesso è la sezione che colpisce di più i visitatori, e quella che richiede il commento più attento. Sono calchi presi su persone vive o su defunti, prodotti dalla pratica antropometrica fra Ottocento e Novecento: si spalmava il gesso sul volto, si otteneva un negativo, si ricavava un positivo che veniva conservato come documento della forma del viso di un individuo o, nell'intenzione, di un tipo.
Guardarli è un'esperienza strana. Sono volti chiusi, con gli occhi serrati, spesso senza nome nel cartellino. La distanza fra quel gesso e la persona che c'era sotto è il vero argomento della sala. Se lo si racconta bene, questa è la sezione in cui un gruppo capisce fino in fondo che cosa significhi trattare un essere umano come un esemplare. Se non lo si racconta, è solo una fila di facce bianche.
Va aggiunta una precisazione che evita fraintendimenti: questo non è un museo etnografico, e i calchi non sono qui come documenti di culture, sono qui come documenti di una tecnica di misura. Le grandi collezioni etnografiche romane, quelle nate dalle raccolte dell'Ottocento e dalle vicende coloniali, si trovano altrove, al Museo delle Civiltà all'EUR, dove confluiscono anche le raccolte del Museo preistorico etnografico Pigorini e quelle del Museo delle arti e tradizioni popolari.
Gli scheletri di primati non umani
Una sezione consistente della collezione è fatta di scheletri, in vario grado di completezza, di primati non umani: scimmie antropomorfe, cercopitechi, lemuri. Non è un capriccio zoologico, è il fondamento del discorso. L'antropologia fisica confronta: per dire che cosa è peculiare del corpo umano bisogna avere davanti il corpo dei parenti prossimi. Il bacino, il femore, la curvatura della colonna, la posizione del foro occipitale, la struttura della mano e del piede: è guardando lo scheletro di uno scimpanzè accanto a quello di un essere umano che si capisce che cosa comporti stare in piedi.
Ai gruppi mostro sempre due dettagli. Il primo è il foro occipitale, l'apertura alla base del cranio da cui passa il midollo spinale: nei quadrupedi è spostato all'indietro, negli esseri umani è centrale, perché la testa deve stare in equilibrio sopra la colonna. Il secondo è l'alluce: nei primati arboricoli è opponibile e serve ad afferrare, in noi è allineato agli altri e serve a spingere. Due dettagli, e la bipedia smette di essere una parola astratta.
Il primo laboratorio di psico-fisiologia
Gli strumenti del laboratorio allestito da Giuseppe Sergi dal 1885 costituiscono una sezione a sé. Sono apparecchi di psicologia sperimentale di fine Ottocento, e vanno letti in relazione a quello che accadeva negli stessi anni a Lipsia con Wilhelm Wundt e a Parigi con la scuola francese: la psicologia stava tentando di diventare una scienza di laboratorio, e per farlo misurava quello che si lasciava misurare, cioè i tempi di reazione, le soglie sensoriali, la fatica.
Questa sezione è la più trascurata dai visitatori e una delle più preziose. In Italia esistono pochi luoghi in cui si possa vedere il materiale di un laboratorio psicologico ottocentesco nel posto in cui è stato usato. Chi si occupa di storia della psicologia viene qui apposta.
La mummia e gli altri materiali
Fra i materiali conservati dal museo figura anche una mummia egizia, segnalata dal portale turistico di Roma Capitale fra i pezzi di rilievo della raccolta. Le mummie nelle collezioni antropologiche italiane sono quasi sempre arrivate nell'Ottocento attraverso canali diplomatici o commerciali, e oggi sono al centro del dibattito museologico sui resti umani. Chi arriva sperando in una sezione egizia resti realistico: qui il contesto è antropologico, non egittologico.
La sala audiovisivi e i percorsi didattici
Il museo dispone di una sala audiovisivi e di due percorsi didattici aperti al pubblico. È l'infrastruttura con cui lavora con le scuole, e serve a dare al visitatore la cornice temporale che le vetrine da sole non danno: sei milioni di anni di evoluzione umana non entrano in una teca, entrano in una linea del tempo e in un filmato. Ai contenuti multimediali è affidata anche la presentazione di reperti che il museo non possiede in originale, primo fra tutti il cranio di Ceprano.
I crani di Saccopastore, i Neanderthal romani
1929: il primo cranio
Saccopastore è un tratto della valle dell'Aniene fra Montesacro e il Nomentano, oggi coperto di palazzi, allora occupato da cave di ghiaia. Nel 1929, in una di quelle cave, alcuni lavoranti alle dipendenze del duca Mario Grazioli recuperarono un cranio umano che aveva un aspetto insolito. Il reperto finì nelle mani di Giuseppe Sergi, che aveva allora ottantotto anni. Era un cranio di Neanderthal, il primo trovato in Italia in un contesto stratigrafico documentabile, e il primo mai trovato dentro il territorio di una grande città europea.
Il cranio, che gli specialisti chiamano Saccopastore I, è privo della parte inferiore della faccia. Nel 1941 fu attribuito a una giovane donna. Ha le arcate sopracciliari robuste tipiche dei neandertaliani, ma conserva una fossa canina sui mascellari, sia pure attenuata: un carattere che nei Neanderthal classici scompare, e che colloca questi individui in una fase antica della linea neandertaliana, quando le caratteristiche del gruppo non si erano ancora accentuate.
1935: Blanc, Breuil e il secondo cranio
Sei anni dopo, nel 1935, nella stessa località, due fra i maggiori preistorici del tempo tornarono a scavare: l'italiano Alberto Carlo Blanc e il francese Henri Breuil, l'abate Breuil, l'uomo che aveva copiato con le proprie mani le pitture delle grotte franco-cantabriche. A soli tre metri di profondità recuperarono un secondo cranio, Saccopastore II, appartenente a un individuo adulto di sesso maschile. Che due studiosi di quel calibro fossero personalmente sul posto dice quanto peso avesse assunto il giacimento nella preistoria europea.
Entrambi i crani entrarono nelle collezioni dell'istituto romano fra il 1929 e il 1935, e da allora costituiscono i reperti più importanti del Museo di Antropologia "G. Sergi". Sergio Sergi ne fece l'oggetto di uno studio monumentale di craniografia e craniometria, pubblicato in Ricerche di Morfologia nel 1943, in piena guerra: uno di quei lavori scientifici che si producono mentre la città intorno viene bombardata.
Quanti anni hanno davvero i crani di Saccopastore
Per quasi un secolo i due crani sono stati attribuiti all'ultimo interglaciale, il Riss-Wurm, cioè a circa centoventicinque o centotrentamila anni fa, sulla base della fauna associata e dell'industria litica musteriana rinvenuta nel deposito. Nel 2015 uno studio coordinato dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, con la Sapienza e l'Università di Madison-Wisconsin, ha rimesso in discussione quella cronologia. Il gruppo guidato da Fabrizio Marra ha ricostruito la sequenza dei depositi fluviali romani incrociando le oscillazioni del livello del mare durante le fasi glaciali con le datazioni radiometriche dei livelli vulcanici intercalati ai sedimenti, e ha collocato i crani di Saccopastore intorno ai duecentocinquantamila anni fa. Il lavoro è uscito su Quaternary Science Reviews.
Se la datazione regge, è una notizia grossa: significa che i Neanderthal più antichi d'Europa sono romani, che vivevano lungo l'Aniene a duecentocinquantamila anni fa, e che l'evoluzione della linea neandertaliana era già avviata molto prima di quanto si pensasse. Il portale turistico comunale continua a riportare la datazione tradizionale intorno ai centoventimila anni, e in pagina conviene tenere presente che le due cifre circolano entrambe: quella tradizionale, ricavata dal contesto faunistico, e quella proposta dallo studio del 2015. Nella comunità scientifica il dibattito è aperto, come sempre accade quando una cronologia consolidata viene raddoppiata.
Che cosa si vede oggi
Nel museo i due crani sono esposti in una teca dedicata, con l'apparato che ci si aspetta da un museo scientifico: essenziale. Vale la pena guardarli dal profilo, non di fronte. Di fronte impressiona il sopracciglio; di profilo si legge la vera differenza, cioè la forma allungata e bassa della scatola cranica rispetto alla nostra, che è alta e globosa. La capacità cerebrale dei Neanderthal era pari alla nostra o superiore: la differenza non è nel volume, è nell'architettura.
Un'ultima annotazione che ai gruppi piace sempre. Il quartiere che oggi occupa quell'ansa dell'Aniene ha strade con nomi qualunque, palazzine degli anni Sessanta, un traffico normale. Sotto quelle palazzine, duecentocinquantamila anni fa, c'era un fiume, e sulle sue rive stava una popolazione umana diversa dalla nostra. La stessa valle, poco più a monte, ha restituito il giacimento pleistocenico di Casal de Pazzi, oggi musealizzato in situ. L'Aniene è il fiume più preistorico d'Italia e quasi nessuno lo sa.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che a Roma esista un cranio di Neanderthal celebre in tutto il mondo lo sanno in molti: è il cranio del Circeo, quello trovato nel 1939 nella grotta Guattari, ai piedi del promontorio, un cranio quasi integro e in ottimo stato, circondato in origine da un anello di pietre che alimentò per decenni l'ipotesi di un rito funebre o addirittura di un atto di cannibalismo rituale. È uno dei reperti più famosi della paleoantropologia europea, ed è stato studiato proprio da Sergio Sergi, il direttore di questo istituto.
Il fatto poco citato è che quel cranio non è conservato qui. Il Neanderthal del Circeo, che gli specialisti chiamano Guattari 1, si trova al Museo delle Civiltà di Roma, all'EUR. Molti visitatori arrivano al Museo di Antropologia "G. Sergi" convinti di trovarcelo, e restano delusi. I Neanderthal della Sapienza sono quelli di Saccopastore, che sono più antichi, meno spettacolari e scientificamente altrettanto importanti.
La confusione ha una radice storica precisa e comprensibile. Il cranio del Circeo fu studiato, misurato e pubblicato dall'antropologia romana della Sapienza, e per anni la sua vicenda scientifica passa da queste stanze e da queste mani. La sua sede museale, però, è un'altra. È un caso classico della differenza fra chi studia un reperto e chi lo conserva, e vale la pena tenerla presente ogni volta che si legge il nome di un istituto accanto a quello di un fossile.
Aggiungo il dettaglio che secondo me è il più istruttivo dell'intera faccenda. L'anello di pietre e le lesioni sul cranio, per decenni interpretati come prova di un rituale antropofagico, sono stati riletti negli ultimi trent'anni in modo molto più prosaico: modificazioni prodotte da carnivori, iene in particolare, che nella grotta avevano il loro covo. La grotta Guattari è tornata al centro delle ricerche in anni recentissimi, con nuovi rinvenimenti neandertaliani. Un reperto che tutti davano per esaurito ha ricominciato a parlare dopo ottant'anni: succede più spesso di quanto si creda, ed è la ragione per cui i musei conservano anche quello che sembra già spiegato.
I calchi: perché contano quanto gli originali
Nelle vetrine di questo museo, come in ogni museo di paleoantropologia del mondo, una parte dei reperti esposti sono calchi. Il pubblico tende a considerarli una delusione, quasi un imbroglio. È un pregiudizio da smontare, e lo smonto sempre in visita.
I fossili umani sono pochissimi, fragilissimi e sparsi in decine di istituzioni fra Europa, Africa e Asia. Nessuno studioso può viaggiare a ogni scavo per confrontare due mandibole. La comunità scientifica ha risolto il problema producendo calchi di altissima precisione e scambiandoli: un buon calco riproduce la superficie dell'osso con uno scarto di frazioni di millimetro, e per la gran parte delle misure morfologiche è equivalente all'originale. La storia dello studio dell'evoluzione umana è anche una storia di calchi che viaggiano per posta.
C'è poi il fatto che il calco conserva. Molti originali sono stati danneggiati, alcuni sono andati distrutti: dei fossili di Homo erectus di Zhoukoudian, in Cina, scomparsi durante la seconda guerra mondiale, restano oggi i calchi, e la scienza li studia perché non c'è altro. Un calco fatto bene è una polizza di assicurazione sulla conoscenza.
La mia opinione da guida è netta: la domanda giusta davanti a una vetrina di paleoantropologia non è se il pezzo sia originale, ma se sia un buon calco e da quale originale derivi. Il museo che dichiara con chiarezza che cosa è originale e che cosa è riproduzione è un museo serio. Quello che lascia il visitatore nell'ambiguità per fargli credere di avere di più, no.
L'uomo pre-neolitico della Maiella e gli altri fossili italiani
Fra i reperti principali del museo c'è il cranio con parte dello scheletro postcraniale del cosiddetto uomo pre-neolitico della Maiella. La denominazione è d'epoca e va presa per quello che è: un'etichetta ottocentesca o primonovecentesca che indica un individuo attribuito alle fasi precedenti l'introduzione dell'agricoltura, quindi al mondo dei cacciatori e raccoglitori dell'Appennino centrale. L'aggettivo pre-neolitico oggi si userebbe con maggiore cautela, perché la cronologia si stabilisce con le datazioni radiometriche, non con la tipologia.
L'Italia è un paese ricchissimo di fossili umani, ed è una ricchezza che il grande pubblico ignora quasi completamente. Fra i Neanderthal, oltre a Saccopastore e al Circeo, ci sono i resti di Grotta Breuil e di Grotta dei Moscerini sempre sul litorale pontino, quelli di Altamura in Puglia, straordinario per lo stato di conservazione, quelli di Grotta Guattari. Fra le forme più antiche c'è il cranio di Ceprano, in Ciociaria. Fra i cacciatori del Paleolitico superiore ci sono le sepolture di Arene Candide in Liguria e del Circeo, con corredi e ocra rossa.
Il museo della Sapienza è uno dei luoghi in cui questa storia si può raccontare per intero, perché conserva materiali di più epoche e perché è un museo di ricerca. Se andate con una classe, è il tema su cui insistere: la preistoria italiana non è un capitolo esotico, è successa sotto le case in cui viviamo.
Il cranio di Ceprano
Il cranio di Ceprano merita un paragrafo a sé, perché è il fossile umano più antico rinvenuto in Italia e perché il museo gli dedica spazio nei propri contenuti multimediali. Fu individuato il 13 marzo 1994 dall'archeologo Italo Biddittu durante ricognizioni lungo il tracciato di una strada in costruzione in località Campogrande, nella bassa valle del Sacco. Il reperto era frammentato dai mezzi meccanici e fu ricomposto pazientemente.
Sulla sua età il dibattito è aperto: la cronologia tradizionale lo colloca fra novecentomila e ottocentomila anni fa, studi magnetostratigrafici successivi propongono invece un intervallo fra cinquecentomila e trecentocinquantamila anni. Anche l'attribuzione tassonomica è discussa: c'è chi lo considera una specie autonoma, chi lo riporta a forme tarde di Homo erectus, chi lo avvicina alle popolazioni di Atapuerca in Spagna. È il tipo di reperto che ridiscute il proprio posto ogni dieci anni.
Una precisazione onesta, per evitare a chi legge un viaggio a vuoto: l'originale non è esposto qui. Il fossile è conservato presso il servizio di antropologia della soprintendenza archeologica competente per il Lazio. Al Museo di Antropologia "G. Sergi" la sua storia è raccontata attraverso i supporti multimediali del percorso sull'evoluzione umana.

La foto giusta da fare a Museo di Antropologia "G. Sergi"
Comincio dalla regola, perché viene prima dell'estetica: nei musei che conservano resti umani la fotografia non è mai un diritto acquisito. Prima di tirare fuori il telefono si chiede, e ci si adegua alla risposta. In molte istituzioni scientifiche europee la fotografia dei resti umani identificabili è vietata o soggetta ad autorizzazione, e la ragione non è la tutela del copyright, è la dignità delle persone a cui quelle ossa appartenevano. Se il permesso c'è, si fotografa senza flash. Se non c'è, non si insiste.
Detto questo, la fotografia giusta in questo museo non è il cranio di Neanderthal. È la vetrina degli strumenti. Ottone, legno, viti micrometriche, scale graduate, il tutto allineato su un ripiano con l'ordine maniacale dei gabinetti scientifici ottocenteschi. Fatela di taglio, con la macchina appoggiata al vetro per evitare i riflessi, sfruttando la luce naturale che entra dalle finestre dell'edificio. Viene una fotografia che sembra scattata nel 1900 e che racconta l'intero museo meglio di qualunque panoramica.
La seconda inquadratura che consiglio è un dettaglio, non un insieme: il profilo di un cranio contro il fondo chiaro della teca, tagliato in modo che si legga la linea della fronte. Se avete accanto anche un cranio di sapiens recente, la differenza di curvatura viene fuori da sola e la fotografia diventa una lezione. Le foto che funzionano nei musei scientifici sono quasi sempre comparative: due oggetti nello stesso fotogramma che si spiegano a vicenda.
La terza, la più difficile e la più bella, è la fila delle maschere facciali in gesso. Bianco su bianco, luce laterale, nessun contrasto forte. È un'immagine che va trattata con rispetto: sono volti di persone reali. Io la faccio, ma non la faccio mai a beneficio di una posa: niente selfie davanti ai calchi. È l'unica regola di educazione museale su cui non transigo, e vale più di qualunque cartello.
Ultimo consiglio tecnico. L'ambiente è un unico grande locale con vetrine a parete e luce mista, naturale e artificiale: è una condizione difficile, con dominanti di colore diverse in punti diversi della sala. Se scattate con il telefono, bloccate il bilanciamento del bianco su una superficie neutra prima di cominciare, altrimenti tornate a casa con crani gialli e vetrine azzurre.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Il primo avvenimento è la fondazione stessa. Nel 1884 alla Sapienza viene istituito l'insegnamento di Antropologia e affidato a Giuseppe Sergi. In un ateneo pontificio da poco diventato italiano, in una Roma che stava costruendo i ministeri e i quartieri umbertini, l'ingresso di una disciplina che pretendeva di studiare l'uomo con i metodi delle scienze naturali fu un fatto politico oltre che accademico. Da quella cattedra nascono l'istituto, il laboratorio e la collezione che oggi si visita.
Il secondo è il trasloco del 1887 nel palazzo del Collegio Romano, l'antico collegio dei gesuiti nel centro di Roma, dove l'istituto ottenne il suo primo spazio e dove la collezione prese la forma di un lungo corridoio foderato di scaffali. Per mezzo secolo l'antropologia romana lavora lì, a duecento metri dal Pantheon, in un edificio che ospitava anche il museo preistorico ed etnografico e l'osservatorio.
Il terzo è il 1929, l'anno del primo cranio di Saccopastore. Il ritrovamento arriva nelle mani di un Sergi ultraottantenne e trasforma la collezione romana in una collezione di rilievo internazionale. Fino a quel momento l'istituto aveva serie osteologiche e strumenti; da quel momento ha un fossile umano di prima grandezza trovato dentro Roma.
Il quarto è il 1935, con il secondo cranio recuperato da Alberto Carlo Blanc e Henri Breuil. Nello stesso anno, a poche centinaia di metri di distanza, si stava completando la Città universitaria voluta dal regime e progettata sotto la direzione di Marcello Piacentini. I due fatti si incontrano tre anni dopo.
Il quinto è il 1938, e ha due facce. Da un lato l'istituto di antropologia si trasferisce nella nuova Città universitaria, sotto la direzione di Sergio Sergi, e il museo trova la sede che occupa ancora oggi. Dall'altro, nello stesso anno, esce il Manifesto degli scienziati razzisti redatto da un assistente di quella cattedra, e in autunno le leggi razziali svuotano l'università italiana dei suoi docenti e studenti ebrei. Nessun altro anno nella storia di questo museo pesa altrettanto.
Il sesto è il 1943, quando in piena guerra Sergio Sergi pubblica la craniografia e craniometria del primo paleantropo di Saccopastore, il lavoro che fissa lo standard descrittivo di quei reperti. Il settimo è il 1982, anno in cui viene allestita l'ala espositiva permanente, cioè il momento in cui la collezione di lavoro diventa un museo aperto al pubblico. L'ottavo è il 1984: a cento anni esatti dall'istituzione dell'insegnamento, il museo viene intitolato a Giuseppe Sergi.
Il nono avvenimento è recente e non ha una data sola: è la ridefinizione del museo come luogo di divulgazione dell'evoluzione umana, con i percorsi didattici, la sala audiovisivi e l'inserimento nel Polo museale della Sapienza. Il decimo è il 2015, l'anno in cui la datazione dei crani di Saccopastore viene raddoppiata dallo studio coordinato dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia: un reperto conservato da ottant'anni cambia età e con essa cambia il posto dei Neanderthal italiani nella preistoria europea. Le collezioni non sono ferme: è questo il punto.
Chi è passato da Museo di Antropologia "G. Sergi"
Giuseppe Sergi, prima di tutti. Messinese, garibaldino da giovane, arrivato alla cattedra romana nel 1884, è l'uomo che ha costruito la collezione, il laboratorio, l'istituto e la società scientifica. Ci lavorò fino alla vecchiaia estrema: aveva ottantotto anni quando gli portarono il primo cranio di Saccopastore, e ne aveva novantacinque quando morì, nel 1936. Chi entra nel museo entra nella sua idea di antropologia, con tutto quello che quell'idea ha prodotto di buono e di sbagliato.
Maria Montessori. La sua formazione romana passa dal laboratorio di Sergi e dall'antropologia: fu allieva di Sergi e insegnò a sua volta antropologia pedagogica nell'ateneo romano prima che il metodo che porta il suo nome facesse il giro del mondo. È il legame più inatteso di questo museo e quello che i visitatori ricordano più a lungo: la stessa scuola produce il materiale didattico più amato del Novecento e le tabelle antropometriche del razzismo di Stato.
Sergio Sergi, figlio di Giuseppe, sulla cattedra romana dal 1916, direttore dell'istituto al momento del trasferimento nella Città universitaria, socio nazionale dei Lincei, morto a Roma nel 1972 dopo una carriera lunghissima. È l'uomo degli strumenti costruiti a mano, della craniografia, degli studi su Saccopastore e sul cranio del Circeo. Ha portato l'antropologia italiana a un livello tecnico altissimo restando dentro una cornice teorica che il resto del mondo stava abbandonando.
Guido Landra, che di quella cattedra fu giovane assistente e che nel 1938 stese il Manifesto degli scienziati razzisti su direttive di Mussolini. Non c'è modo di raccontare questo museo senza il suo nome, e non c'è ragione di tacerlo. È passato di qui, ha usato questi strumenti, e ha scritto il testo che ha dato una veste scientifica alla persecuzione.
Alberto Carlo Blanc e Henri Breuil, i due preistorici che nel 1935 scavarono il secondo cranio di Saccopastore. Blanc, italiano di formazione internazionale, è anche l'uomo legato alla vicenda del cranio del Circeo del 1939; Breuil, sacerdote e preistorico francese, è stato per mezzo secolo l'autorità massima sull'arte paleolitica europea. Che entrambi lavorassero su un deposito di ghiaia alla periferia di Roma dice quanto quel giacimento contasse.
Giorgio Manzi, paleoantropologo, professore alla Sapienza dal 2001 e ordinario di antropologia, direttore del Museo di Antropologia "G. Sergi" dal 2004 al 2021, autore di libri di divulgazione fra cui Il grande racconto dell'evoluzione umana e Ultime notizie sull'evoluzione umana. È lo studioso che ha portato il museo dentro il dibattito pubblico e che ha lavorato a lungo sul cranio di Ceprano. Oggi la direzione è del professor Fabio Di Vincenzo, con il dottor Alessandro Aruta come curatore d'area.
E poi ci sono passate migliaia di persone senza nome, ed è giusto dirlo alla fine. Le persone di cui il museo conserva i crani, gli scheletri, i calchi dei volti. Quasi nessuna di loro ha acconsentito a stare in una vetrina. Il modo in cui un museo tratta questa asimmetria è il vero indicatore della sua maturità scientifica.
Museologia scientifica: come si espone un museo così
Il problema dei resti umani
Un museo di antropologia fisica espone persone morte. Detta così suona brutale, ma è esattamente il problema con cui la museologia internazionale si misura da trent'anni. Le questioni sono tre, e sono distinte. La prima è l'acquisizione: come sono arrivati questi materiali, con quale consenso, dentro quali rapporti di potere. La seconda è la conservazione: quali condizioni si devono a resti umani, che non sono oggetti come gli altri. La terza è l'esposizione: che cosa si mostra, come, con quali didascalie, e se si debba mostrare.
Su questi punti la riflessione internazionale ha prodotto codici etici e linee guida che i musei applicano con gradi diversi di convinzione. In Italia esiste un ostacolo giuridico peculiare, e vale la pena conoscerlo perché spiega molte cose: il principio di inalienabilità dei beni culturali pubblici, sancito dal codice italiano, ha impedito negli anni recenti la restituzione di alcuni resti umani a comunità aborigene australiane che ne avevano fatto formale richiesta. Un cranio entrato in una collezione pubblica italiana è giuridicamente un bene dello Stato, e uscirne è complicatissimo, anche quando la richiesta è fondata.
La mia opinione, e la dico da professionista che accompagna pubblico e non da giurista: le richieste di restituzione documentate vanno onorate, e l'inalienabilità pensata per i quadri non dovrebbe applicarsi meccanicamente ai corpi delle persone. Il che non significa svuotare le collezioni: la stragrande maggioranza dei materiali non è oggetto di alcuna rivendicazione, e la ricerca su di essi produce conoscenza che serve a tutti, a cominciare dall'antropologia forense.
Musei universitari e musei civici, due mestieri diversi
Il Museo di Antropologia "G. Sergi" è un museo universitario, e questo spiega quasi tutto quello che il visitatore nota. Spiega gli orari, tarati sull'attività didattica e non sul turismo. Spiega la gratuità. Spiega l'allestimento sobrio, con vetrine che sono anche strumenti di lavoro. Spiega le didascalie tecniche. Spiega perché non ci sono bookshop, caffetteria, audioguide in otto lingue.
Un museo civico esiste per il pubblico; un museo universitario esiste per la didattica e per la ricerca, e accoglie il pubblico. La differenza non è di qualità: è di funzione. Il visitatore che se ne rende conto smette di aspettarsi il museo che non è e comincia a godersi il museo che è, cioè un luogo dove si vede la scienza mentre viene fatta invece che confezionata.
Come si racconta una disciplina che ha sbagliato
Non c'è una ricetta e ci sono due errori simmetrici. Il primo è l'assoluzione implicita: esporre gli strumenti come antichità curiose, senza dire a che cosa servivano e che cosa hanno prodotto. Il secondo è il processo sommario: liquidare l'antropologia ottocentesca come una pseudoscienza razzista, il che è comodo e falso, perché da quella stessa disciplina discendono la paleoantropologia e la bioarcheologia contemporanee.
La via stretta, che questo museo dichiara di voler percorrere quando si definisce calato nella storia dell'antropologia fisica fra Ottocento e Novecento, è quella di esporre insieme il metodo, i risultati e le conseguenze. Un compasso accanto a un cranio accanto a un documento del 1938. Che il visitatore veda la catena intera e tragga le sue conclusioni. È molto più difficile che scrivere un pannello indignato, e insegna infinitamente di più.
Il Museo di Antropologia "G. Sergi" e il Polo museale Sapienza
Che cos'è il Polo museale
La Sapienza possiede uno dei patrimoni museali universitari più grandi d'Europa, riunito e coordinato nel Polo museale Sapienza. I musei sono una ventina e sono ordinati per aree tematiche: archeologia e arte classica e contemporanea, antropologia e medicina e anatomia comparata, scienze della terra, scienze biologiche, scienza e tecnica. Il Museo di Antropologia "G. Sergi" appartiene alla seconda area, insieme al museo di anatomia comparata, a quello di anatomia patologica e al museo di storia della medicina.
Quasi tutti questi musei sono dentro la Città universitaria o nelle immediate vicinanze, quasi tutti sono gratuiti, quasi nessuno è conosciuto dai romani. È l'anomalia turistica più vistosa della città: venti musei in un chilometro quadrato, senza code e senza biglietto, in una città in cui si fanno due ore di fila per entrare in una chiesa.
Che cosa visitare nella stessa giornata
Se avete una mattinata, questo museo si combina benissimo con altri due dello stesso quadrante. Il Museo di anatomia comparata Battista Grassi è il complemento naturale: scheletri di vertebrati montati in serie, con la stessa logica comparativa che qui si applica ai primati. Il Museo di storia della medicina racconta gli strumenti e le pratiche sanitarie dal mondo antico al Novecento, e chiude il cerchio sul tema del corpo misurato e curato. Il Museo di anatomia patologica, che si visita su appuntamento, è per stomaci solidi e per interessi specifici.
Chi preferisce cambiare registro trova, sempre dentro il campus, la gipsoteca dell'arte classica, con i calchi delle grandi statue greche e romane: è interessante metterla in fila con la sala delle maschere facciali, perché è lo stesso gesto tecnico, il calco in gesso, applicato a due scopi opposti, l'arte e la misura antropometrica. Ci sono poi il Museo delle antichità etrusche e italiche e il Museo universitario di scienze della terra, e ancora il Museo del Vicino Oriente, il Museo di fisica, il Museo di chimica Primo Levi, il Museo Erbario e il Museo laboratorio di arte contemporanea: tutti dentro il campus, tutti gratuiti, tutti semivuoti.
Il Museo di Antropologia "G. Sergi" con i bambini e con le scuole
Funziona, a due condizioni. La prima è l'età: dai nove anni in su la visita è pienamente sostenibile e appassiona, sotto i sette è faticosa e rischia di ridursi alla contabilità degli scheletri. La seconda è la preparazione: dieci minuti prima di entrare, spiegati bene, cambiano l'intera visita. Il concetto da consegnare è semplice e i bambini lo afferrano subito: qui dentro ci sono i resti di persone vissute tanto tempo fa, e servono a capire come siamo fatti. Detta così, la paura sparisce e resta la curiosità.
Le visite guidate per le scolaresche sono la modalità con cui il museo lavora normalmente, e si prenotano scrivendo o telefonando. Il vantaggio della guida interna è evidente: chi lavora sui reperti sa quali domande i ragazzi fanno sempre e ha le risposte pronte. La domanda ricorrente, in ogni classe d'Italia, è se i Neanderthal fossero più stupidi di noi. La risposta corretta, che il museo permette di dare con i reperti sotto gli occhi, è che avevano un cervello grande quanto il nostro e a volte di più, che seppellivano i morti, che curavano i feriti, e che il loro destino non è una faccenda di intelligenza.
Il consiglio che do agli insegnanti: preparate tre domande e assegnatele prima, una per gruppetto. Che differenza c'è fra il cranio di uno scimpanzè e il nostro. A che cosa serviva un compasso da craniometria. Perché un museo espone gli strumenti di una scienza sbagliata. Con queste tre domande in tasca, un'ora qui dentro vale un trimestre di scienze.
Accessibilità, servizi e regole pratiche
Il museo occupa il secondo piano dell'edificio CU011. Chi ha problemi di mobilità o viaggia con una carrozzina faccia una telefonata preventiva allo 06 4991 2495 o scriva a museo-antropologia@uniroma1.it per farsi indicare il percorso accessibile all'interno dell'edificio: negli stabili storici della Città universitaria gli ascensori esistono ma non sempre sono immediati da individuare, e una indicazione data prima risparmia un'ora.
Non ci sono guardaroba né deposito bagagli: chi arriva con la valigia dalla stazione Termini deve organizzarsi diversamente. Non c'è bookshop. Non c'è caffetteria, ma dentro il campus ci sono bar universitari e mense, e appena fuori, verso San Lorenzo e verso viale Regina Elena, l'offerta è ampia e a prezzi da quartiere universitario, cioè onesti. I servizi igienici sono quelli dell'edificio.
Sulla fotografia vale quanto detto sopra: si chiede prima. Zaini sulle spalle davanti a vetrine strette sono un rischio per i reperti e per voi: portateli a mano. E il silenzio, in un museo dove si lavora, non è una regola formale, è una cortesia verso chi, dietro la porta accanto, lavora in laboratorio.
Quanto dura la visita e quando andare
Un'ora è il minimo sensato, un'ora e mezza è la durata giusta, due ore sono per chi legge tutto e fa domande. È un museo di un solo grande ambiente, quindi non si cammina: si sta in piedi fermi, che stanca di più. Chi ha problemi di schiena si organizzi con pause.
Il periodo migliore dell'anno è quello in cui l'università lavora ma non è in sessione d'esame: ottobre e novembre, marzo e aprile. In sessione, gennaio e febbraio oppure giugno e luglio, il campus è pieno di studenti in stato di tensione e gli spazi comuni sono affollati. Ad agosto la Città universitaria è semideserta e molti servizi sono ridotti: controllate sempre le aperture prima di muovervi. Fra dicembre e gennaio sono previste chiusure legate alla sospensione delle attività accademiche.
L'ora migliore della giornata, se potete scegliere, è la prima del pomeriggio del martedì: il museo è aperto fino alle 18:30 e fra le 14:30 e le 16 non c'è quasi nessuno. La peggiore è la fascia fra le 9:30 e le 11 dei giorni di lezione, quando l'edificio è attraversato da centinaia di studenti.
Che cosa c'è intorno al Museo di Antropologia "G. Sergi"
La Città universitaria è un pezzo di architettura degli anni Trenta che merita una passeggiata a sé: il piazzale della Minerva, i volumi bianchi e squadrati degli istituti, la scansione rigorosa degli assi, la statua al centro. È urbanistica del regime, ed è istruttiva anche per questo. Sul fondo del complesso si trova la chiesa della Divina Sapienza, progettata da Marcello Piacentini e realizzata nel dopoguerra.
Uscendo dal cancello, a est, comincia San Lorenzo: quartiere popolare di fine Ottocento diventato quartiere universitario, con le osterie storiche, i murales, la vita notturna e la memoria del bombardamento del 19 luglio 1943, che colpì il quartiere e il vicino cimitero. Il cimitero monumentale del Verano è a cinque minuti a piedi ed è uno dei grandi camposanti monumentali d'Europa, con una scultura funeraria ottocentesca di livello altissimo: per chi ha appena passato un'ora fra i resti umani di un museo, il confronto con il modo in cui la borghesia romana metteva in scena i propri morti è un esercizio intellettuale notevole.
A ovest si scende verso il Policlinico Umberto I e il quartiere Nomentano, con le palazzine liberty di via Nomentana; ancora più in là si arriva a Villa Torlonia, con il Casino Nobile e la Casina delle Civette. In direzione opposta, verso il centro, in un quarto d'ora si è a Termini e ai musei civici del centro. Chi vuole restare sul tema può spingersi all'EUR, dove il Museo delle Civiltà conserva il cranio del Circeo e le collezioni preistoriche ed etnografiche nazionali.
Per mangiare: San Lorenzo, senza esitazioni. Prezzi da quartiere universitario, cucina romana vera nelle trattorie storiche di via dei Volsci e dintorni, e la possibilità di sedersi senza prenotare a mezzogiorno di un martedì. Evitate i bar davanti al Policlinico: servono chi ha fretta, e si vede.

Domande veloci su Museo di Antropologia "G. Sergi"
Quanto costa il biglietto del Museo di Antropologia "G. Sergi"?
Niente: l'ingresso è gratuito, come per la gran parte dei musei del Polo museale Sapienza. Non esiste biglietteria e non servono riduzioni.
Dove si trova esattamente il Museo di Antropologia "G. Sergi"?
In Piazzale Aldo Moro 5, dentro la Città universitaria della Sapienza, al secondo piano dell'edificio di Antropologia, sigla CU011. Il museo afferisce al Dipartimento di Biologia Ambientale.
Quali sono gli orari?
Lunedì, giovedì e venerdì dalle 9:30 alle 13:30; martedì dalle 9:30 alle 13:30 e dalle 14:30 alle 18:30; mercoledì dalle 9:30 alle 13:30 e dalle 14:30 alle 15:30. Sono previste chiusure fra dicembre e gennaio: conviene verificare sulla pagina ufficiale del Polo museale prima di partire.
Serve prenotare per visitare il Museo di Antropologia "G. Sergi"?
Per il visitatore singolo no, si entra liberamente negli orari di apertura. Per i gruppi e per le scuole sì, e la visita guidata si concorda scrivendo a museo-antropologia@uniroma1.it o telefonando allo 06 4991 2495.
Come si arriva con i mezzi pubblici?
Metropolitana linea B, fermata Policlinico, poi cinque minuti a piedi. In superficie, tram 3 e 19 e autobus 310 e 492. Da Termini sono venti minuti a piedi lungo via Marsala e via dei Mille.
Quanto dura la visita?
Un'ora il minimo, un'ora e mezza la durata giusta, due ore per chi legge tutte le didascalie e fa domande. È un unico grande ambiente, quindi si sta molto fermi in piedi.
Il Museo di Antropologia "G. Sergi" è adatto ai bambini?
Dai nove anni in su funziona molto bene, soprattutto con una preparazione di dieci minuti prima di entrare. Sotto i sette anni la visita è faticosa. Le scolaresche sono il pubblico con cui il museo lavora più spesso.
Si possono fare fotografie?
Si chiede sempre prima al personale, perché nei musei che conservano resti umani la fotografia può essere limitata. Se è consentita, si fotografa senza flash e senza mettere in posa nessuno davanti ai reperti umani.
Ci sono davvero dei Neanderthal al Museo di Antropologia "G. Sergi"?
Sì: i due crani di Saccopastore, rinvenuti nel 1929 e nel 1935 lungo l'Aniene, dentro il territorio di Roma. Sono i reperti più importanti della collezione.
Quanti anni hanno i crani di Saccopastore?
La cronologia tradizionale li colloca intorno ai centoventicinque o centotrentamila anni fa. Uno studio del 2015 coordinato dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, pubblicato su Quaternary Science Reviews, li ha ricollocati intorno ai duecentocinquantamila anni. Entrambe le cifre circolano ancora.
Il cranio del Circeo è conservato qui?
No. Il Neanderthal della grotta Guattari, trovato nel 1939 al Circeo, è conservato al Museo delle Civiltà di Roma, all'EUR. Fu però studiato da Sergio Sergi, direttore dell'istituto romano di antropologia.
E il cranio di Ceprano?
L'originale, individuato nel 1994 da Italo Biddittu, è conservato presso il servizio di antropologia della soprintendenza archeologica competente per il Lazio. Al museo la sua vicenda è raccontata con i supporti multimediali del percorso sull'evoluzione umana.
Chi era Giuseppe Sergi?
L'antropologo messinese, nato nel 1841 e morto a Roma nel 1936, a cui nel 1884 fu affidato l'insegnamento di Antropologia alla Sapienza. Fondò l'istituto, il laboratorio di psico-fisiologia e la società scientifica da cui discende l'attuale Istituto Italiano di Antropologia. Il museo porta il suo nome dal 1984.
Che cos'è la teoria della stirpe mediterranea?
La tesi con cui Sergi sosteneva che la civiltà europea derivasse da popolazioni originarie dell'Africa orientale risalite lungo il Mediterraneo, in opposizione al mito ariano e nordico. Resta comunque una teoria razziale ottocentesca, con tutti i limiti del caso, e non va confusa con l'origine africana di Homo sapiens dimostrata dalla genetica nel Novecento.
Che rapporto ha questo museo con le leggi razziali del 1938?
Un rapporto diretto e documentato: Guido Landra, che redasse il Manifesto degli scienziati razzisti pubblicato il 15 luglio 1938, era assistente alla cattedra di antropologia di Sergio Sergi all'Università di Roma. Il punto ottavo di quel testo dichiarava pericolosa proprio la teoria della razza mediterranea del fondatore della scuola.
Il museo è accessibile con la carrozzina?
Il museo è al secondo piano di un edificio storico del campus. Conviene telefonare prima allo 06 4991 2495 o scrivere a museo-antropologia@uniroma1.it per farsi indicare il percorso accessibile.
C'è il guardaroba o un deposito bagagli?
No, e non c'è bookshop. Chi arriva dalla stazione con i bagagli deve organizzarsi altrove.
Si aspetta in coda?
Praticamente mai. È uno dei pochi musei romani in cui la parola coda non ha significato.
Il Museo di Antropologia "G. Sergi" è aperto il sabato e la domenica?
No, il museo osserva un calendario feriale legato all'attività accademica. Le aperture di sabato o domenica sono legate a iniziative straordinarie dell'ateneo e vanno verificate di volta in volta.
Che differenza c'è fra questo museo e il Museo delle Civiltà?
Questo è un museo di antropologia fisica: ossa, calchi, strumenti di misura, evoluzione umana. Il Museo delle Civiltà all'EUR riunisce le grandi collezioni preistoriche ed etnografiche nazionali e conserva il cranio del Circeo. Sono complementari, non alternativi.
Che differenza c'è con il Museo di anatomia comparata?
Il museo di anatomia comparata mette in serie gli scheletri dei vertebrati per confrontarne le strutture; qui il confronto è focalizzato sull'uomo e sui primati, ed è accompagnato dalla storia della disciplina. Sono a pochi passi l'uno dall'altro e si visitano nella stessa mattinata.
Ci sono visite guidate per il pubblico generico?
Le visite guidate sono organizzate soprattutto per gruppi e scolaresche su prenotazione. Un gruppo anche piccolo può chiedere una visita accompagnata scrivendo al museo con qualche giorno di anticipo.
Quanti reperti conserva il Museo di Antropologia "G. Sergi"?
Il museo parla di migliaia di reperti relativi alla variabilità umana e alla storia naturale dell'uomo e degli altri primati; il portale turistico di Roma Capitale indica materiali riferibili a più di seimila individui. Solo una parte è esposta, il resto è in deposito e in studio.
È un museo per stomaci forti?
No. I resti sono presentati in modo scientifico e asciutto, senza compiacimenti. Chi ha un rapporto difficile con le ossa umane troverà comunque impegnative la cranioteca e la sala delle maschere facciali.
Vale la pena venire da lontano solo per questo museo?
Da lontano, no: è un museo piccolo. Dentro una mattinata dedicata ai musei della Sapienza, sì. In quel formato è una delle esperienze culturali più dense e meno note che Roma offra gratuitamente.
Un'ultima cosa, da chi accompagna gruppi da vent'anni
Di tutti i musei romani che porto a visitare, questo è quello che divide di più il pubblico. C'è chi esce dopo venti minuti dicendo che sono quattro vetrine di ossa, e c'è chi resta un'ora e mezza e poi mi telefona la settimana dopo per chiedermi un libro sull'evoluzione umana. La differenza non la fa la sensibilità del visitatore: la fa il modo in cui gli è stato presentato quello che sta guardando.
Per questo il mio consiglio finale è di entrare con una domanda invece che con un'aspettativa. La domanda che funziona meglio è questa: come faceva una scienza seria, praticata da uomini intelligenti e in buona fede, a sbagliare così clamorosamente, e come facciamo a sapere che noi non stiamo sbagliando allo stesso modo. Il Museo di Antropologia "G. Sergi" non dà una risposta e non ha il compito di darla. Mostra gli strumenti, mostra i risultati, mostra le conseguenze, e lascia il visitatore davanti a una vetrina con qualcosa da pensare. In una città che vende meraviglia a chilometri, un museo che vende dubbio è una rarità che vale il viaggio in metropolitana.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. A temperatura costante tutto l’anno, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
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