Museo Storico della Comunicazione

Il Museo Storico della Comunicazione occupa il piano interrato del complesso ministeriale dell'EUR, con ingresso visitatori in viale Europa s.n.c. all'angolo con via Cristoforo Colombo e recapito postale in viale America 201, 00144 Roma; la fermata utile è EUR Palasport della metropolitana linea B, che corre proprio sotto viale America. Oggi il museo risulta temporaneamente chiuso al pubblico e non si entra in nessun giorno della settimana: la formula ordinaria, quando la struttura è agibile, prevede visita guidata gratuita, solo su prenotazione, della durata di circa novanta minuti, con gruppi fino a un massimo di venticinque persone per turno. Per sapere se sono in calendario riaperture o aperture straordinarie si scrive a museo.comunicazioni@mise.gov.it oppure si telefona al numero (+39) 06.5444.3000, che è il recapito del coordinamento museale; la casella di posta risponde anche alle richieste dei gruppi scolastici e dei collezionisti che vogliono consultare le raccolte. Biglietto non ce n'è: l'ingresso è gratuito, perché il museo appartiene al patrimonio del ministero e non pratica bigliettazione.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Il museo fa parte del Polo culturale del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, la denominazione che il dicastero porta dal 12 novembre 2022 e che ha sostituito quella di Ministero dello Sviluppo Economico. Chi vuole inquadrare il quartiere prima di arrivarci trova il contesto nella pagina dedicata all'EUR e alla sua Esposizione Universale mai celebrata, che è la chiave per capire perché un museo della posta e del telegrafo sia finito sotto un palazzo di travertino a tre chilometri dalle Terme di Caracalla.

Dove si trova il Museo Storico della Comunicazione e come ci si arriva

L'indirizzo genera confusione, e vale la pena scioglierla subito. Il complesso ministeriale dell'EUR occupa un intero isolato: la corrispondenza viaggia su viale America 201, l'accesso dei visitatori è indicato su viale Europa all'angolo con via Cristoforo Colombo. Sono lo stesso edificio visto da due lati diversi. La metropolitana linea B ferma a EUR Palasport, stazione scavata sotto il livello stradale di viale America, con accessi su piazza Umberto Elia Terracini e su viale America all'altezza di via Ettore Majorana. Da lì si cammina cinque minuti scarsi. La stazione successiva verso sud, EUR Fermi, è un'alternativa altrettanto praticabile per chi arriva da Laurentina.

Su viale America transitano numerose linee di superficie urbane, ma i numeri cambiano con i piani di esercizio e conviene controllarli il giorno stesso sull'app del trasporto pubblico romano. In automobile la faccenda è più semplice di quanto sembri: via Cristoforo Colombo scorre a lato, e il parcheggio multipiano da settecento posti realizzato nel 2010 vicino alla stazione risolve il problema della sosta, che all'EUR resta comunque meno drammatico che in centro. Il consiglio da professionista è controintuitivo: all'EUR arrivate in metropolitana anche se avete l'auto, perché il quartiere si legge camminando e le distanze fra un palazzo e l'altro sono progettate per l'occhio, non per il piede frettoloso.

Come si visita il Museo Storico della Comunicazione

Il modello di visita non è quello di un museo civico con la biglietteria e il tornello. Si tratta di un museo ministeriale dentro una sede di governo, e questo determina tutto: si entra in gruppo, accompagnati, in orari concordati, dopo aver trasmesso i nominativi. La visita dura circa un'ora e mezza, è gratuita e viene condotta dal personale del museo, che conosce i pezzi uno per uno e non recita un copione. I gruppi vengono contenuti entro le venticinque persone per turno, per una ragione fisica prima che organizzativa: le sale sono corridoi espositivi al piano interrato, e trenta persone davanti a una vetrina di bollatori diventano una calca.

Oggi, però, quel meccanismo è fermo: il museo è chiuso al pubblico per lavori e la riapertura non ha una data pubblicata. Chi ha un interesse specifico, che sia una ricerca sulla marcofilia o una tesi sulla telegrafia elettrica, scrive comunque all'indirizzo del museo: le richieste di consultazione seguono un canale diverso da quello delle visite. Vale la pena distinguere questa sede dall'altra anima del Polo culturale ministeriale, cioè Palazzo Piacentini in via Molise 2, il palazzo storico del ministero in centro, visitabile solo su prenotazione con visita guidata gratuita, gruppi fino a venticinque o trenta persone e trasmissione dell'elenco dei partecipanti almeno quindici giorni prima, con i dati del documento da esibire all'ingresso; lì si prenota scrivendo a polo.culturale@mise.gov.it o telefonando al centralino di via Molise. Due indirizzi, due prenotazioni, due sedi: confonderli è l'errore più comune di chi organizza una visita di gruppo.

Che cosa conserva il Museo Storico della Comunicazione

I numeri, prima delle impressioni. La raccolta filatelica conta circa un milione di pezzi fra francobolli, bozzetti, prove di colore, interi postali e bollettini illustrativi. Il settore di marcofilia, cioè la disciplina che studia i bolli e gli annulli postali, supera i novantamila pezzi fra bolli e suggelli. La raccolta di oggetti conta oltre tremila cimeli: telefoni, telegrafi, radio, televisori, bollatori, stemmi, cassette di impostazione. L'archivio storico conserva più di quattromila documenti di corrispondenza degli Antichi Stati italiani, dalle lettere semplici agli avvisi, dai manoscritti di più pagine ai regolamenti, dai quotidiani alle carte geografiche. Il patrimonio librario si aggira sul migliaio di volumi fra testi antichi e moderni, periodici e monografie recenti.

Messi insieme, questi numeri raccontano una cosa sola: il Museo Storico della Comunicazione non è un museo di macchine, è un museo di traffico. Conserva gli oggetti che hanno trasportato parole, e il modo in cui una società trasporta le proprie parole dice di quella società più di molti quadri. Un bollatore consumato dice quante lettere passavano per quell'ufficio; una cassetta di impostazione della posta militare dice che qualcuno scriveva a casa dalla trincea. L'opinione, netta: è il museo più sottovalutato di Roma, e lo è perché la parola comunicazione, oggi, evoca il marketing invece del telegrafo.

Museo Storico della Comunicazione
Museo Storico della Comunicazione

Le sale del Museo Storico della Comunicazione, una per una

Il museo è ordinato in settori espositivi disposti su un piano unico interrato, con un'estensione di circa tremilacinquecento metri quadrati, ed è diviso in sale che raccolgono in ordine cronologico il materiale della sezione a cui si riferiscono. Il criterio non è vezzoso: ogni oggetto viene esposto accanto ad altri contemporanei e della medesima area geografica, così che la vetrina illustri un momento storico e culturale e non soltanto un ritrovato tecnico. Chi visita capisce, sala dopo sala, che la storia delle comunicazioni è una storia di distanze accorciate.

La prima sala del Museo Storico della Comunicazione e la Tabula Peutingeriana

Si comincia con la ricostruzione in ceramica della Tabula Peutingeriana, la copia medievale di una carta sulla quale erano riportate le vie militari dell'Impero romano e del Vicino Oriente. Chi la vede per la prima volta la trova deformata, ed è normale: quella carta non serviva a misurare distanze in linea d'aria, serviva a percorrerle. È un itinerario disteso, un nastro lungo e schiacciato dove contano le tappe, le stazioni di posta, i giorni di cammino. Metterla all'inizio del percorso è una scelta di regia intelligente, perché dichiara la tesi del museo: la posta romana, il cursus publicus, funzionava con cavalli e mansiones esattamente come il telegrafo funzionerà con fili e stazioni ripetitrici. Cambia il vettore, non il problema.

L'antico Ufficio Postale del ducato di Parma

Segue la ricostruzione di un antico ufficio postale del ducato di Parma, allestito con oggetti originali dell'epoca. È il pezzo che i bambini ricordano, e non per caso: c'è il bancone, ci sono gli strumenti, c'è la scena. Ma è anche il pezzo che spiega meglio l'Italia preunitaria a chi la conosce solo dai manuali. Prima del 1861 non esisteva una posta italiana: esistevano le poste degli Stati, ciascuna con tariffe, bolli, regolamenti, francobolli propri. Una lettera da Parma a Napoli attraversava confini doganali e sistemi tariffari diversi, e il prezzo lo pagava spesso il destinatario. Le vetrine degli Antichi Stati che seguono si leggono meglio dopo aver visto quel bancone.

Buche di impostazione e cassette della posta militare

La raccolta delle buche di impostazione arriva fino alle cassette per la posta militare delle due guerre mondiali. Sembra la sezione minore ed è invece quella che commuove di più i visitatori adulti. Le buche cambiano forma, materiale e colore con i decenni, e ogni cambiamento corrisponde a una decisione amministrativa: la ghisa dell'Ottocento, la lamiera verniciata, gli stemmi che si succedono. Le cassette della posta militare, poi, sono oggetti di guerra: viaggiavano al seguito dei reparti e raccoglievano lettere che a volte arrivarono dopo la morte di chi le aveva scritte. Il museo le espone senza retorica, ed è la scelta giusta.

Telegrafia elettrica: il nucleo più antico delle collezioni

La sezione telegrafica è, dal punto di vista storico, il cuore genetico del museo: la raccolta nasce nel 1878 proprio dagli apparati telegrafici degli antichi Stati italiani, messi da parte quando l'unificazione rese obsoleti i sistemi preunitari. In quelle vetrine si vede come nella penisola convivessero scuole tecniche diverse, quella britannica di Wheatstone e quella francese di Bréguet, e come l'unificazione delle linee sia stata anche un'unificazione di apparati, di alfabeti e di procedure. Chi ha pazienza guardi i quadranti e i tasti: la telegrafia elettrica ha inventato il concetto di messaggio a pagamento a parola, cioè la prima scrittura in cui ogni parola costava denaro. Da lì nasce lo stile telegrafico, e da quello stile nascerà, con un secolo di anticipo, la brevità che oggi chiamiamo digitale.

Telefonia e la sezione dedicata ad Antonio Meucci

La sezione dedicata alla telefonia espone cimeli di notevole interesse, compresa la parte riservata ad Antonio Meucci. La vicenda di Meucci, fiorentino trapiantato a Staten Island, è nota in Italia in versione patriottica e all'estero in versione scettica: l'inventore che intuì la trasmissione elettrica della voce, che depositò nel 1871 un caveat, cioè un avviso di invenzione rinnovabile e più debole di un brevetto, e che non ebbe il denaro per trasformarlo in privativa. Il museo lo racconta attraverso gli apparecchi e i documenti, che è il modo corretto: le rivendicazioni si discutono sulle carte. Accanto, la telefonia commerciale del Novecento, con la successione dei modelli da tavolo e da parete che chiunque abbia più di quarant'anni riconosce, e che per un ventenne sono ormai archeologia industriale.

I cimeli marconiani e la cabina del panfilo Elettra

Qui il museo tiene il suo pezzo forte. Fra i cimeli marconiani figura la ricostruzione della cabina del panfilo Elettra, appartenuto a Guglielmo Marconi. La nave era stata varata il 27 marzo 1904 nei cantieri Ramage and Ferguson in Scozia con il nome di Rovenska, dalla località dell'isola di Lussino dove l'arciduca Carlo Stefano d'Asburgo aveva la villa. Marconi la comprò all'asta nel 1919 per ventunomila sterline, la ribattezzò Elettra e la iscrisse nel Registro Navale Italiano il 27 ottobre 1921, trasformandola in laboratorio galleggiante. Da bordo, nel settembre 1920, fece scalo a Fiume per incontrare Gabriele d'Annunzio. Nel marzo 1930 inviò un radiosegnale che accese a ventiduemila chilometri di distanza l'impianto di illuminazione dell'Esposizione Radioelettrica di Sydney: un gesto teatrale e insieme una dimostrazione tecnica di prima grandezza. Nel 1934 condusse a bordo il primo esperimento di navigazione cieca guidata da radiofaro.

Il finale è meno luminoso. Requisita dai tedeschi e armata di mitragliere, l'Elettra fu individuata il 21 gennaio 1944 da cacciabombardieri alleati nelle acque di Diclo, presso Zara, colpita e fatta arenare dal comandante. Riportata a galla nel 1962, rimase per anni in attesa di un restauro che non arrivò e nel 1977 venne sezionata in tronconi. Le sue parti sono oggi divise fra più musei italiani: la prua e gli alberi a Trieste, apparecchiature a Milano, il motore a vapore a Venezia, e a Roma la cabina degli esperimenti. Sapere che quel vano ha attraversato tutto questo cambia il modo in cui lo si guarda. Se il museo riaprisse domani e aveste tempo per una sola sala, sceglierei questa senza esitare.

Enigma e le comunicazioni della Seconda guerra mondiale

Seguono le sezioni dedicate alle comunicazioni durante la Seconda guerra mondiale, dove è esposta una macchina Enigma. Il cifrario elettromeccanico tedesco, con i suoi rotori e il pannello a prese, è diventato un'icona da film, e proprio per questo va guardato con attenzione: la macchina fisica è modesta, pesante, di legno e metallo, l'opposto dell'oggetto misterioso che il cinema ha costruito. La sua forza non era il congegno ma la combinatoria; la sua debolezza furono le procedure umane, i messaggi ripetuti, le formule di cortesia sempre uguali. Chi porta ragazzi in visita usi questa vetrina per spiegare che la crittografia è un problema di disciplina prima che di ingegneria.

La televisione al Museo Storico della Comunicazione

La sezione televisiva chiude il ramo delle telecomunicazioni. Apparecchi a valvole dentro mobili di legno, schermi piccoli come oblò, manopole che oggi sembrano comandi di macchinari industriali: la televisione italiana arriva nelle case quando il ministero delle poste e delle telecomunicazioni regolava concessioni, frequenze e canoni, e quegli apparecchi sono la parte visibile di un sistema amministrativo enorme. Vale la pena osservare le targhette, i marchi dei costruttori nazionali, i sigilli ministeriali: sono i documenti di una industria che oggi non esiste più.

La raccolta filatelica del Museo Storico della Comunicazione

Si finisce con la raccolta filatelica e marcofila, che è la parte più ricca e la meno spettacolare per il visitatore occasionale. Un milione di pezzi non si espongono: se ne mostrano campionature ragionate, con bozzetti, prove di colore, interi postali. Il valore di questa raccolta è documentario prima che collezionistico. Un bozzetto rifiutato racconta una scelta politica; una prova di colore racconta un problema industriale; un intero postale racconta una tariffa. Alla filatelia il grande pubblico si avvicina per il francobollo raro, mentre gli studiosi ci vengono per la sequenza completa: è la sequenza che fa la storia.

La marcofilia e i bolli degli uffici

Oltre novantamila pezzi fra bolli e suggelli compongono il settore marcofilo. Per chi non frequenta la materia: la marcofilia studia i timbri, non i francobolli, e ricostruisce percorsi, date, uffici, correzioni, sospensioni di servizio. È la disciplina che permette di dire con certezza dove una lettera è passata e quando. In un paese che ha cambiato confini e amministrazioni più volte in un secolo, i bolli sono documenti di sovranità: un timbro con la dicitura di uno Stato che non esiste più vale, come prova storica, quanto un decreto.

La posta pneumatica e le bilance

Il percorso si chiude con la stazione di posta pneumatica e con l'acquisizione recente di bilance e strumenti metrologici provenienti dall'ex ufficio centrale metrico. La posta pneumatica merita due parole in più, perché è la meraviglia dimenticata: in Italia il servizio funzionò nella prima metà del Novecento a Roma, Napoli e Milano, spingendo bossoli cilindrici dentro tubi con aria compressa o depressione, e cessò nel 1981 dopo anni di sottoutilizzo degli impianti. L'Italia è l'unica nazione ad avere stampato francobolli specificamente destinati alla posta pneumatica, fra il 1913 e il 1966. Sotto le strade di Roma, per decenni, i messaggi urgenti hanno viaggiato in tubi: chi cammina oggi su via del Corso non immagina di calpestare il tracciato di una rete che consegnava in venti minuti.

L'archivio storico e il patrimonio librario

Oltre quattromila documenti di corrispondenza degli Antichi Stati italiani formano l'archivio storico: lettere, avvisi, comunicazioni, manoscritti di una o più pagine, regolamenti, quotidiani, carte geografiche. Accanto, il patrimonio librario con un migliaio fra testi antichi e moderni, bollettini, riviste e monografie recenti. È materiale da studiosi, e la sua consultazione segue le regole del museo. Da qualche anno una parte del patrimonio è pubblicata online attraverso il sistema informatico di catalogazione adottato dal ministero, con schede conformi alle normative dell'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, corredate di riferimenti cronologici e bibliografici, immagini ed eventuali filmati.

La storia del Museo Storico della Comunicazione, dal 1878 a oggi

La storia di questo museo è la storia di una collezione che ha cambiato cinque volte casa e tre volte ministero. Va raccontata per tappe, perché ogni tappa corrisponde a una decisione amministrativa precisa.

1878: la raccolta dei telegrafi a Firenze

Ernesto D'Amico, direttore generale dei Telegrafi d'Italia, dispose che presso l'Ufficio Tecnico dei Telegrafi di Firenze si cominciassero a raccogliere apparati e materiali telegrafici. Non nacque come museo: nacque come deposito ragionato di macchine dismesse, salvate dal magazzino perché qualcuno capì che documentavano il passaggio da molti Stati a uno solo. È un gesto amministrativo che oggi chiameremmo conservazione del patrimonio industriale, con settant'anni di anticipo sulla teoria.

1890: la circolare di Pietro Lacava

Il 26 dicembre 1890 il ministro Pietro Lacava emise una circolare per organizzare un museo dedicato alla posta, da affiancare a quello telegrafico. Da quel momento la raccolta assume due gambe, la posta e il telegrafo, che sono poi le due gambe su cui il museo cammina ancora. Il criterio, allora nuovo, era catalogare i cimeli che testimoniavano l'evoluzione delle comunicazioni nel corso della storia.

1897 e 1899: Emilio Sineo ed Emilio Diena

Nel 1897 l'onorevole Emilio Sineo assunse la guida del dicastero delle Poste e dei Telegrafi e incrementò acquisizioni e donazioni private, portando la consistenza a livelli rilevanti. Poco dopo entra in scena il personaggio decisivo: Emilio Diena, nato a Modena il 26 giugno 1860 e morto a Roma il 9 ottobre 1941, forse il maggiore studioso italiano di filatelia e uno dei massimi al mondo. Arrivato a Roma alla metà degli anni Novanta dell'Ottocento, Diena divenne direttore della biblioteca ministeriale e conservatore del museo, incarico che tenne fino al 1935, occupandosi del riordino e della classificazione dell'intera consistenza patrimoniale. Firmò nel 1921 il Roll of Distinguished Philatelists e nel 1931 divenne membro onorario della Royal Philatelic Society; scrisse fra l'altro i volumi sui francobolli del Ducato di Modena nel 1894, il catalogo storico descrittivo dei francobolli d'Italia nel 1923 e il libro sui francobolli del Regno di Napoli nel 1929. La raccolta filatelica del museo porta la sua impronta metodologica, ed è la ragione per cui questa collezione è studiabile e non solo ammirabile.

1907 e 1939: da Firenze a Roma, poi a Prati

Nel 1907 l'Istituto Superiore delle Poste e dei Telegrafi trasferì i cimeli telegrafici a Roma. Nel 1939 furono individuati locali presso l'ufficio postale di Roma Prati per la custodia del museo postale. Poi la guerra fermò tutto, come fermò gran parte della vita culturale italiana, e la collezione attese in cassa.

1959: l'apertura al pubblico

Nel 1959 il Museo delle Poste e delle Telecomunicazioni apre finalmente al pubblico nella sede di Prati. Sono gli anni della ricostruzione e del boom, e non è casuale che l'Italia decida in quel momento di esporre la propria storia delle comunicazioni: nello stesso 1959 l'Olivetti presenta alla Fiera di Milano l'Elea 9003, il primo elaboratore interamente a transistor, progettato dal gruppo guidato da Mario Tchou. Il paese che apriva il museo del telegrafo era lo stesso che costruiva calcolatori a stato solido.

1977 e 1982: il trasferimento all'EUR

Nel dicembre 1977 si decide di trasferire il museo presso il Ministero delle Comunicazioni all'EUR. Il 20 febbraio 1982 la nuova sede viene inaugurata negli spazi interrati che il museo occupa ancora. La scelta ha una logica ferrea, perché mette la collezione dentro l'amministrazione che la genera; ha però un prezzo che il visitatore paga ancora oggi, perché un museo dentro un ministero eredita gli orari, i controlli e le priorità di un ministero.

2008 e 2022: i cambi di ministero

Il Ministero delle poste e delle telecomunicazioni era stato istituito il 12 dicembre 1944 e aveva assunto nel 1997 la denominazione di Ministero delle comunicazioni. Nel 2008, per effetto della legge finanziaria approvata alla fine del 2007, il dicastero venne accorpato al Ministero dello Sviluppo Economico, che ne assorbì le competenze in un apposito dipartimento; dal 12 novembre 2022 quel ministero si chiama Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il museo ha cambiato tre insegne senza spostare una vetrina: chi cerca ancora oggi in rete il museo delle poste e delle telecomunicazioni trova pagine intestate a ministeri diversi, ed è la ragione per cui conviene sempre partire dai recapiti del Polo culturale.

L'EUR intorno al Museo Storico della Comunicazione

Il quartiere che circonda il museo è un documento tanto quanto le vetrine. Nel 1935 Giuseppe Bottai, allora governatore di Roma, propose a Mussolini un'esposizione universale concepita come olimpiade delle civiltà; nel 1936 nacque l'Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma e venne scelta un'area di circa quattrocento ettari a sud della città. Nella primavera del 1937 i progettisti Pagano, Piacentini, Piccinato, Muzio, Rossi e Vietti presentarono il piano sotto il coordinamento di Marcello Piacentini, che dal 1938 assunse il controllo diretto e completo dell'impianto urbanistico. Lo schema segue la matrice tipica dei castra romani, con l'asse principale della via Imperiale, oggi via Cristoforo Colombo, cioè la strada che passa davanti al museo.

Nel 1939 il piano definitivo modificò il primo piazzale d'ingresso introducendo le esedre dei due edifici dell'INA e dell'INPS e il giardino delle cascate. L'evento era previsto per il 1942, con il nome di E42, e non si tenne mai: la guerra lasciò sul terreno opere incompiute come la Porta del Mare di Adalberto Libera e il Teatro Imperiale di Luigi Moretti. Negli anni Cinquanta i lavori ripresero e l'area assunse il nome di EUR. Chi visita il museo dovrebbe concedersi mezz'ora di quartiere: il Palazzo della Civiltà Italiana, il cosiddetto Colosseo Quadrato, il laghetto con il parco Centrale del Lago e la teoria di portici che scandisce viale Europa raccontano la stessa ambizione che ha prodotto il palazzo sopra le nostre teste.

Una curiosità su Museo Storico della Comunicazione

La curiosità che preferisco riguarda un dettaglio di collocazione: il museo delle comunicazioni a distanza è interamente sottoterra. Tremilacinquecento metri quadrati su piano unico interrato, senza una finestra, sotto un edificio ministeriale. Un museo che racconta onde radio, ripetitori, antenne e satelliti è ospitato nell'unico luogo dell'edificio dove un segnale radio non arriverebbe mai. La contraddizione è involontaria, nasce da un problema di spazi e da una decisione presa nel dicembre 1977, e tuttavia produce un effetto che chi ci scende avverte subito: si scende sotto il livello della strada per risalire lungo cinque secoli di trasmissioni.

La seconda curiosità è nascosta nella data di nascita della collezione. Il museo esiste perché nel 1878 qualcuno decise che gli apparati telegrafici degli Stati preunitari non andavano rottamati. Nel 1878, in Italia, il telegrafo era tecnologia corrente, non antiquariato: sarebbe come se oggi un direttore generale ordinasse di conservare i primi smartphone perché fra un secolo racconteranno qualcosa. Quella lungimiranza amministrativa spiega perché il museo possieda serie complete e non pezzi sparsi. Le collezioni nate per caso hanno buchi; questa nacque per decreto e per questo tiene.

Terza curiosità, che fa sorridere i collezionisti: nel museo convivono un milione di francobolli e tremila oggetti. Il rapporto fra i due numeri, oltre trecento a uno, dice che la posta, prima ancora che una tecnologia, è stata una gigantesca macchina di produzione di carta stampata. Il francobollo è l'oggetto industriale più diffuso della storia italiana, e nessuno lo considera tale.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Storico della Comunicazione

Che l'ingresso non ha nulla a che vedere con quello di un museo. Si accede a una sede governativa, e questo comporta un protocollo: prenotazione anticipata, elenco dei partecipanti, documento di identità all'ingresso, orari concordati con il personale. Nella sede storica del ministero in via Molise l'elenco va trasmesso addirittura quindici giorni prima della visita, con luogo e data di nascita e gli estremi del documento. Chi arriva senza avere fatto questi passaggi non entra, per quanto gentile sia il personale: sono procedure di sicurezza, non capricci burocratici. Il gruppo scolastico che si presenta con due ragazzi in più rispetto all'elenco crea un problema reale a chi accoglie.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda il ritmo della visita. Novanta minuti sembrano molti e sono pochissimi: il percorso attraversa cinque secoli di storia postale, un secolo e mezzo di telegrafia, un secolo di telefonia, la radio, la televisione, la filatelia e la marcofilia. Chi entra pensando di leggere tutte le didascalie esce frustrato. La visita va affrontata come un sopralluogo: si sceglie in anticipo il tema che interessa davvero, lo si approfondisce con chi accompagna, e sul resto si passa. Le visite, del resto, possono essere calibrate per argomento su richiesta, ed è un'opportunità che quasi nessuno sfrutta.

Terza cosa, la più pratica: essendo un museo ministeriale e gratuito, dipende dal personale disponibile in quel giorno. Non c'è una biglietteria che apre alle nove qualunque cosa accada. Quando la struttura è agibile le visite si concordano su appuntamento in qualsiasi giorno della settimana, ma la conferma arriva dal museo, non dal calendario. Chi organizza una gita con quaranta persone deve prevedere due turni distinti, perché il limite di venticinque per turno è tassativo.

Il consiglio che ti do per visitare Museo Storico della Comunicazione

Il primo consiglio è di scrivere e non telefonare. La casella museo.comunicazioni@mise.gov.it lascia traccia, permette di allegare l'elenco dei partecipanti e di ricevere una risposta scritta con la data concordata. Nella mail vanno messe subito tre informazioni: quante persone siete, che tipo di gruppo (scuola, associazione, collezionisti, professionisti), quale settore vi interessa in modo specifico. Una richiesta generica riceve una risposta generica; una richiesta che dice per esempio marcofilia degli Antichi Stati riceve la visita giusta, perché il personale sa esattamente quali vetrine aprire.

Il secondo consiglio riguarda il momento in cui provarci. Con il museo chiuso per lavori, la finestra realistica è quella delle aperture straordinarie, che in Italia si concentrano intorno alle giornate del patrimonio e alle iniziative di valorizzazione promosse dalle amministrazioni. Tenere d'occhio i canali del Polo culturale ministeriale è più utile che cercare orari nei portali turistici generalisti, che copiano informazioni vecchie e continuano a pubblicare un orario di apertura che non corrisponde alla situazione reale. Il numero del coordinamento museale risponde e chiarisce in due minuti.

Il terzo consiglio è di costruire una giornata, non una visita. L'EUR sopporta bene un programma doppio: la mattina il Museo delle Civiltà con le sue raccolte, il pomeriggio il museo del ministero se ottenete l'appuntamento, e nel mezzo una camminata sul lungolago. Se invece la vostra passione è la tecnica, l'accoppiata migliore è con il Museo Storico della Motorizzazione Militare alla Cecchignola, che si trova nello stesso quadrante meridionale e ragiona sulla stessa materia: macchine di Stato conservate dallo Stato. Ultimo avvertimento, da chi ha visto scene imbarazzanti: dentro una sede ministeriale si tengono i telefoni in tasca finché il personale non dice il contrario.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che questo museo è l'erede diretto della più antica raccolta tecnica pubblica italiana in materia di comunicazioni, e che la sua data di nascita, il 1878, precede di quasi vent'anni gli esperimenti di Marconi. Lo si legge dappertutto in forma di elenco cronologico, e quasi nessuno ne trae la conseguenza: quando il museo cominciò a raccogliere apparati, la trasmissione senza fili non esisteva ancora. La collezione ha quindi accompagnato l'invenzione della radio dall'esterno, come un archivio che assiste in diretta alla nascita del proprio capitolo successivo. È una posizione rarissima. La maggior parte dei musei tecnici nasce dopo la tecnologia che espone; questo è nato prima.

Il secondo fatto notissimo e poco citato riguarda la parola comunicazione nel nome. Il museo si è chiamato per decenni Museo delle Poste e delle Telecomunicazioni, e ancora oggi molti lo cercano con quel nome. Il passaggio alla parola comunicazione non è cosmetico: registra la fusione di due mondi amministrativi che per un secolo erano stati distinti, la posta e le telecomunicazioni, dentro un'unica idea di trasporto dell'informazione. Il nome nuovo, però, ha un effetto collaterale che il pubblico paga: chi legge Museo Storico della Comunicazione pensa alla pubblicità e ai media, non ai bollatori del ducato di Parma.

Terzo fatto risaputo e sottovalutato: l'ingresso è gratuito. In una città dove i musei nazionali costano dai quattro ai venti euro, esiste all'EUR un museo di tremilacinquecento metri quadrati che non chiede un centesimo e offre una visita guidata compresa. Il prezzo che si paga è la prenotazione e l'attesa, che per molti sono un ostacolo peggiore del biglietto. Chi lavora con i gruppi lo sa: la gratuità non riempie le sale, la comodità sì.

La foto giusta da fare a Museo Storico della Comunicazione

Dentro un museo ministeriale la fotografia non è un diritto acquisito: si chiede al personale che accompagna, si rispetta l'eventuale divieto sulle vetrine e sui documenti, e in nessun caso si usa il flash sulla carta antica, perché la luce degrada gli inchiostri e le fibre. Detto questo, quando l'autorizzazione arriva, la fotografia da fare è una sola: la cabina del panfilo Elettra, inquadrata di tre quarti in modo che entrino nello scatto sia gli apparati sia la struttura del vano. È un interno di nave dentro un interno interrato, e il cortocircuito visivo racconta la storia meglio di una didascalia. Impostate ISO alti e rinunciate al flash: la luce museale è calda e bassa, il flash appiattirebbe i metalli.

La seconda inquadratura che consiglio è quella della fila di buche di impostazione. Messe una accanto all'altra, con le loro forme che cambiano decennio dopo decennio, compongono una sequenza tipologica perfetta: fotografatele frontali, tutte insieme, e avrete in un solo scatto un secolo di design pubblico italiano. La terza è la macchina Enigma, ma qui serve disciplina: niente primo piano teatrale, meglio un campo medio che includa il contesto bellico intorno, perché l'oggetto isolato alimenta la mitologia e il contesto la corregge.

Fuori dall'edificio, infine, la fotografia più rappresentativa del Museo Storico della Comunicazione non riguarda il museo: si scatta all'incrocio fra viale Europa e via Cristoforo Colombo, con il fronte del complesso ministeriale che chiude la prospettiva. Andateci con luce radente di fine giornata, quando il travertino prende colore. È l'immagine che spiega dove si trova il museo meglio di qualunque mappa, ed è anche l'immagine di come l'EUR intendeva rappresentare lo Stato: assialità, ripetizione, verticali chiare.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è la nascita stessa della raccolta nel 1878 a Firenze, per disposizione del direttore generale dei Telegrafi Ernesto D'Amico. Non fu un evento pubblico e non ci furono discorsi: fu una disposizione di ufficio che salvò dalla fusione decine di apparati degli Stati preunitari. Il secondo avvenimento è la circolare del 26 dicembre 1890 con cui il ministro Pietro Lacava ordinò di affiancare al museo telegrafico un museo della posta, cioè l'atto che trasforma un deposito tecnico in istituzione culturale.

Il terzo avvenimento è del 1907, quando l'Istituto Superiore delle Poste e dei Telegrafi porta i cimeli telegrafici a Roma: la collezione lascia Firenze e diventa romana. Il quarto è del 1939, con l'individuazione dei locali presso l'ufficio postale di Roma Prati, subito seguito dalla lunga sospensione bellica. Il quinto è l'apertura al pubblico nel 1959, che dà finalmente ai cittadini l'accesso a un patrimonio radunato per ottant'anni.

Il sesto avvenimento riguarda proprio l'edificio dell'EUR: nel dicembre 1977 viene deciso il trasferimento presso il Ministero delle Comunicazioni e il 20 febbraio 1982 la nuova sede viene inaugurata. Da quel giorno il piano interrato di viale Europa è il luogo dove l'Italia conserva la memoria materiale delle proprie comunicazioni. Il settimo avvenimento è amministrativo e pesa più di quanto sembri: nel 2008 il Ministero delle comunicazioni viene accorpato al Ministero dello Sviluppo Economico, e il museo passa sotto una struttura che ha ben altre priorità che non la museologia; dal 12 novembre 2022 il dicastero si chiama Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

L'ottavo avvenimento è quello in corso, ed è il più ingrato: la chiusura al pubblico per lavori, che dura da un paio d'anni e che ha sottratto alla città un museo intero. Nel frattempo il Polo culturale ministeriale ha continuato a lavorare sull'altra sede, Palazzo Piacentini, con mostre e visite guidate. La mia posizione è netta: una collezione di questo peso merita un calendario pubblico e una sede propria, non una porta di servizio dentro un ministero.

Chi è passato da Museo Storico della Comunicazione

Il primo nome è quello di Ernesto D'Amico, direttore generale dei Telegrafi d'Italia, che nel 1878 dispose la raccolta degli apparati: senza di lui la collezione non esisterebbe. Il secondo è Pietro Lacava, ministro delle Poste e dei Telegrafi, la cui circolare del 26 dicembre 1890 fondò di fatto la sezione postale. Il terzo è Emilio Sineo, che dal 1897 alla guida del dicastero moltiplicò acquisizioni e donazioni private.

Il quarto nome, il più importante per chi si occupa di filatelia, è Emilio Diena, modenese del 1860 e romano d'adozione, direttore della biblioteca ministeriale e conservatore del museo fino al 1935, autore dei testi fondamentali sui francobolli del Ducato di Modena, del Regno di Napoli e del Regno d'Italia, firmatario del Roll of Distinguished Philatelists nel 1921 e membro onorario della Royal Philatelic Society dal 1931. Diena morì a Roma il 9 ottobre 1941, e la struttura scientifica che diede alla raccolta regge ancora.

Poi ci sono i grandi assenti presenti, cioè gli inventori che non hanno mai messo piede all'EUR ma che il museo ospita attraverso i loro oggetti. Antonio Meucci, con la sua telefonia domestica sperimentata a Staten Island e il caveat del 1871 che non riuscì a trasformare in brevetto. Guglielmo Marconi, la cui cabina degli esperimenti, smontata dall'Elettra dopo il sezionamento della nave nel 1977, è finita in queste sale insieme ad altri cimeli marconiani. Sono passati di qui, in senso proprio, i loro apparecchi.

Infine è passata di qui, e continua a passare, la classe politica che ha governato le comunicazioni italiane. Il palazzo dell'EUR ha ospitato il Ministero delle poste e delle telecomunicazioni, istituito il 12 dicembre 1944, poi divenuto nel 1997 Ministero delle comunicazioni: negli anni in cui il museo si insediava nella nuova sede il dicastero era guidato da ministri come Remo Gaspari e Antonio Gava, e la sequenza è proseguita fino a Salvatore Cardinale, Maurizio Gasparri, Mario Landolfi e Paolo Gentiloni, ultimo ministro delle Comunicazioni prima dell'accorpamento del 2008. I visitatori più numerosi, però, restano le scolaresche romane, che da quarant'anni scendono quelle scale e scoprono che prima del telefono in tasca c'era un filo, e prima del filo un cavallo.

Il Museo Storico della Comunicazione con i bambini

Funziona, e funziona meglio di molti musei pensati apposta per loro, a una condizione: che l'accompagnatore scelga tre soste e rinunci al resto. Le tre soste giuste sono l'ufficio postale del ducato di Parma, perché è una scena e i bambini entrano nelle scene; le buche di impostazione, perché sono oggetti riconoscibili con una funzione chiara; la cabina dell'Elettra, perché è una nave dentro un museo. La macchina Enigma affascina i ragazzi delle medie e delle superiori, che ne hanno sentito parlare, e permette un discorso serio su codici e password che oggi li riguarda ogni giorno.

Va detto il contrario di quel che si legge in giro: la sezione filatelica non è il posto dove portare un bambino di sette anni. Un milione di francobolli, per un bambino, è carta dietro un vetro. Meglio due minuti e via, a meno che non ci sia già una passione in casa, nel qual caso il museo diventa il paradiso. Il piano interrato, infine, ha il vantaggio della temperatura costante: d'estate è una benedizione, e a Roma, in luglio, questo argomento vale più di qualunque considerazione museologica.

Accessibilità, servizi e regole del Museo Storico della Comunicazione

Trattandosi di una sede governativa, le condizioni di accesso vanno concordate direttamente con il personale al momento della prenotazione, indicando con precisione eventuali esigenze di mobilità: il percorso si sviluppa su un unico piano interrato, il che elimina i dislivelli interni, ma il collegamento con la quota stradale e le procedure di ingresso vanno verificate caso per caso con il coordinamento museale. Lo stesso vale per la richiesta di visite in lingua diversa dall'italiano e per la presenza di guardaroba o depositi bagagli, che in una sede ministeriale non sono mai un servizio scontato.

Sulle regole di comportamento non ci sono margini: documento di identità obbligatorio, elenco dei partecipanti trasmesso in anticipo, niente ingresso fuori dagli orari concordati, niente zaini ingombranti nelle sale strette. Chi accompagna gruppi professionali sa che queste condizioni si comunicano ai partecipanti prima e non davanti al varco. Un gruppo preparato entra in cinque minuti; un gruppo impreparato ne perde venti e li toglie alla visita.

Quando andare e quanto dura la visita al Museo Storico della Comunicazione

La durata standard è di circa novanta minuti, che diventano due ore abbondanti se il gruppo fa domande, e le domande in questo museo arrivano sempre. Il momento migliore dell'anno, quando la struttura è visitabile, è la stagione fredda: l'EUR d'inverno è vuoto e le sale interrate risultano più confortevoli; d'estate il quartiere è arroventato dal travertino ma l'interrato compensa. Il momento peggiore è la mattina dei giorni feriali di fine mese, quando il palazzo lavora a pieno regime e i controlli all'ingresso rallentano tutto.

Una considerazione da professionista sull'organizzazione: se avete un gruppo internazionale, il museo funziona benissimo come contrappunto al percorso classico romano. Dopo tre giorni di antichità e barocco, un pomeriggio sulla storia della posta e della radio rimette in ordine le idee e mostra un'Italia che i visitatori stranieri non si aspettano, quella tecnica e amministrativa. Chi cerca lo stesso effetto in centro può ripiegare sul Museo della Zecca o sul Museo delle Scritture Aldo Manuzio, che raccontano l'altra faccia della stessa storia: il denaro e la scrittura come sistemi di segni codificati.

Cosa vedere intorno al Museo Storico della Comunicazione

Nel raggio di dieci minuti a piedi si trovano il laghetto e il parco Centrale del Lago, il Palazzo dello Sport di Nervi e Piacentini e la sequenza di viale Europa fino alla basilica dei Santi Pietro e Paolo. A un quarto d'ora di cammino ci sono le raccolte del Museo Preistorico Etnografico Pigorini, del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari Lamberto Loria e del Museo dell'Alto Medioevo, oggi riuniti nel sistema del Museo delle Civiltà. Per una pausa all'aperto con i bambini c'è l'EUR Social Park.

Chi risale verso il centro lungo la Colombo incontra l'asse dell'Ostiense, con la Centrale Montemartini, dove le sculture antiche convivono con le macchine termoelettriche, e il Museo della Via Ostiense dentro la Porta San Paolo. Sono tre musei tecnici in fila, e messi in sequenza in una sola giornata compongono un discorso coerente sull'industria e sull'amministrazione a Roma. Per chi studia sul serio, la tappa complementare è la Biblioteca Nazionale Centrale, dove si trovano i repertori che al museo si possono solo sfiorare.

Perché il Museo Storico della Comunicazione conta più di quanto sembri

C'è una ragione tecnica e una civile. La ragione tecnica: le collezioni di questo museo documentano, senza soluzione di continuità, il passaggio dalla comunicazione trasportata alla comunicazione trasmessa. Prima il messaggio viaggiava fisicamente, dentro una borsa, su un cavallo, in un vagone, dentro un tubo pneumatico. Poi il messaggio ha smesso di viaggiare e ha cominciato a essere ricreato all'arrivo, in forma di impulso, di suono, di immagine. Il punto di svolta è lì, fra la sala del telegrafo e quella della radio, e in pochi musei europei lo si vede con questa chiarezza.

La ragione civile riguarda invece la sovranità. Bolli, francobolli, regolamenti e apparati sono strumenti con cui uno Stato dichiara di controllare il proprio territorio. Il museo conserva quattromila documenti degli Antichi Stati italiani proprio perché quelle carte raccontano come si governava prima dell'unità. Chi arriva pensando di vedere francobolli esce avendo visto un pezzo di storia costituzionale. Se il museo tornerà pienamente accessibile con un orario stabile, Roma riavrà uno dei suoi luoghi di studio più seri; se resterà una porta chiusa dentro un ministero, avremo sprecato un patrimonio da un milione di pezzi. Sui musei tecnici italiani questa è la partita vera, e la giocano gli enti proprietari, non i visitatori.

Domande veloci su Museo Storico della Comunicazione

Dove si trova il Museo Storico della Comunicazione

Nel complesso ministeriale dell'EUR: accesso visitatori in viale Europa s.n.c. all'angolo con via Cristoforo Colombo, recapito postale viale America 201, 00144 Roma.

Il Museo Storico della Comunicazione è aperto

No: la struttura risulta temporaneamente chiusa al pubblico per lavori. Prima di programmare una visita conviene scrivere a museo.comunicazioni@mise.gov.it o chiamare il numero (+39) 06.5444.3000 per sapere se sono previste aperture straordinarie.

Quanto costa il biglietto del Museo Storico della Comunicazione

Nulla: l'ingresso e la visita guidata sono gratuiti. Il museo appartiene al Ministero delle Imprese e del Made in Italy e non pratica bigliettazione.

Serve prenotare per visitare il Museo Storico della Comunicazione

Sì, sempre. Le visite si svolgono esclusivamente su appuntamento, con visita accompagnata dal personale del museo.

Quanto dura la visita al Museo Storico della Comunicazione

Circa novanta minuti nella formula ordinaria; per gruppi con interessi specifici il percorso può essere calibrato per argomento.

Quante persone possono entrare insieme

Fino a venticinque persone per turno. Un gruppo di quaranta va diviso in due turni distinti.

Come si arriva al Museo Storico della Comunicazione con la metropolitana

Con la linea B, fermata EUR Palasport, che si trova sotto viale America con accessi su piazza Umberto Elia Terracini e su viale America all'altezza di via Ettore Majorana. In alternativa, fermata EUR Fermi.

Si può arrivare in automobile

Sì, il museo si affaccia sull'asse di via Cristoforo Colombo; nei pressi della stazione EUR Palasport esiste un parcheggio multipiano da settecento posti realizzato nel 2010.

Quanto è grande il Museo Storico della Comunicazione

Circa tremilacinquecento metri quadrati, distribuiti su un piano unico interrato.

Che cosa si vede al Museo Storico della Comunicazione

La ricostruzione in ceramica della Tabula Peutingeriana, un ufficio postale del ducato di Parma, le buche di impostazione e la posta militare, telegrafia e telefonia con la sezione su Antonio Meucci, i cimeli marconiani con la cabina del panfilo Elettra, una macchina Enigma, la televisione, la raccolta filatelica e marcofila, la stazione di posta pneumatica e gli strumenti metrologici.

Quanti francobolli conserva il museo

La raccolta filatelica conta circa un milione di pezzi fra francobolli, bozzetti, prove di colore, interi postali e bollettini illustrativi.

Che cos'è la marcofilia

È lo studio dei bolli e degli annulli postali. Il settore marcofilo del museo supera i novantamila pezzi fra bolli e suggelli.

Il Museo Storico della Comunicazione è adatto ai bambini

Sì, scegliendo tre soste concrete: l'ufficio postale del ducato di Parma, le buche di impostazione e la cabina del panfilo Elettra. La sezione filatelica interessa poco i più piccoli.

Si possono fare fotografie

Si chiede al personale che accompagna il gruppo: si tratta di una sede ministeriale e alcune vetrine o documenti possono avere restrizioni. In ogni caso niente flash sulla carta antica.

Il museo è accessibile alle persone con disabilità motoria

Il percorso espositivo si sviluppa su un unico piano, senza dislivelli interni; le condizioni di accesso dall'esterno e le procedure di ingresso vanno concordate con il coordinamento museale al momento della prenotazione.

Che differenza c'è fra il Museo Storico della Comunicazione e Palazzo Piacentini

Sono le due sedi del Polo culturale ministeriale: il museo si trova all'EUR e conserva le collezioni di posta e telecomunicazioni; Palazzo Piacentini, in via Molise 2, è il palazzo storico del ministero e si visita solo su prenotazione con visita guidata gratuita, scrivendo a polo.culturale@mise.gov.it.

Perché il museo si chiamava museo delle poste e delle telecomunicazioni

Perché era il museo del Ministero delle poste e delle telecomunicazioni, istituito il 12 dicembre 1944 e divenuto nel 1997 Ministero delle comunicazioni; nel 2008 le competenze passarono al Ministero dello Sviluppo Economico, che dal 12 novembre 2022 si chiama Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Quando è nato il Museo Storico della Comunicazione

La raccolta nasce nel 1878 a Firenze con gli apparati telegrafici degli antichi Stati italiani; la sezione postale viene istituita con la circolare ministeriale del 26 dicembre 1890.

Quando ha aperto la sede dell'EUR

Il trasferimento è deciso nel dicembre 1977 e la sede viene inaugurata il 20 febbraio 1982.

C'è davvero una macchina Enigma al Museo Storico della Comunicazione

Sì, è esposta nella sezione dedicata alle comunicazioni della Seconda guerra mondiale.

Che cos'è la cabina del panfilo Elettra

È il vano degli esperimenti radio della nave laboratorio di Guglielmo Marconi, varata nel 1904 come Rovenska e acquistata da lui nel 1919; dopo il sezionamento del relitto nel 1977 le parti sono state distribuite fra più musei italiani e a Roma è arrivata la cabina.

Si possono consultare l'archivio storico e la biblioteca

Le richieste di consultazione dell'archivio, che conserva oltre quattromila documenti degli Antichi Stati italiani, e del patrimonio librario si inoltrano al museo per posta elettronica, seguendo un canale distinto da quello delle visite.

Esiste un catalogo online delle collezioni

Sì, una parte del patrimonio è consultabile in rete attraverso il sistema di catalogazione adottato dal ministero, con schede conformi alle normative dell'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione.

Quanto tempo prima bisogna prenotare

Il più possibile: per le visite alla sede storica di via Molise l'elenco dei partecipanti va trasmesso almeno quindici giorni prima, con i dati del documento di riconoscimento da esibire all'ingresso. Per la sede dell'EUR i tempi si concordano con il coordinamento museale.

Che cosa si può vedere nei dintorni

Il laghetto dell'EUR, il Palazzo della Civiltà Italiana, le raccolte del Museo delle Civiltà e, risalendo verso il centro lungo la Colombo, la Centrale Montemartini e il Museo della Via Ostiense.

Il Museo Storico della Comunicazione ha un bookshop

Non è un museo con servizi commerciali: la visita è gratuita e accompagnata, senza biglietteria né negozio interno.

La mia posizione finale è semplice. Con il museo chiuso, chi ha un interesse serio per la storia delle comunicazioni faccia comunque il gesto che quasi nessuno fa: scriva al museo, spieghi che cosa cerca, chieda quando sarà possibile tornare. Le collezioni pubbliche riaprono più in fretta quando qualcuno le chiede, e questa ha un milione di pezzi, quattromila documenti degli Antichi Stati e una cabina che ha attraversato mezzo mondo prima di finire sotto viale Europa. Roma la tratta come una porta chiusa; è invece uno dei posti dove si capisce meglio come siamo diventati un paese che parla a distanza.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo Storico della Comunicazione - Viale Europa, 243, 00144 Roma RM, Italia
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IndirizzoViale Europa, 243, 00144 Roma RM, Italia 144
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