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Museo Erbario di Roma

In breve. Il Museo Erbario di Roma è al secondo piano dell'Edificio di Botanica della Città Universitaria, Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma, all'interno del Dipartimento di Biologia Ambientale della Sapienza.

Il Museo Erbario di Roma è al secondo piano dell'Edificio di Botanica della Città Universitaria, Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma, all'interno del Dipartimento di Biologia Ambientale della Sapienza. Prima cosa da sapere, perché cambia il viaggio: non è un museo a ingresso libero nel senso in cui lo è una pinacoteca. L'ingresso è gratuito, ma la consultazione delle collezioni e le visite guidate si fanno solo su prenotazione, per gruppi di massimo venti persone, e la richiesta va inoltrata con almeno una settimana di anticipo. Seconda cosa: ad agosto le sedi del Polo museale Sapienza osservano la pausa estiva e le sale sono chiuse, quindi una visita improvvisata in questi giorni non la ottieni. Si prenota per telefono ai numeri 06 4991 2410 e 06 4991 2409, oppure scrivendo a erbarioro@uniroma1.it, oppure compilando il modulo di richiesta visite pubblicato sul sito dell'Erbario Sapienza. L'apertura al pubblico è dal lunedì al venerdì in fascia mattutina, con orario indicato fra le 9.30 e le 13.00; le aperture pomeridiane si concordano caso per caso. Conviene confermare l'orario al telefono quando fissi l'appuntamento, perché le pagine istituzionali riportano finestre leggermente diverse e un erbario universitario segue il calendario accademico, non quello dei musei civici. In metropolitana la fermata più comoda è Policlinico sulla linea B, cinque minuti a piedi da Piazzale Aldo Moro passando davanti al Rettorato; in alternativa Castro Pretorio, sempre linea B. Dalla Stazione Termini si arriva a piedi in circa venti minuti risalendo via Marsala e viale dell'Università. L'edificio è il CU011: chiedilo così alla portineria, perché in una cittadella universitaria di quella dimensione il nome del museo da solo non basta a orientare nessuno.

Detto il pratico, arriva la parte che interessa davvero. Il Museo Erbario di Roma custodisce oltre un milione di esemplari di piante essiccate: è una delle più grandi collezioni botaniche d'Italia e una delle maggiori d'Europa, e nella rete mondiale degli erbari risponde alla sigla RO. Due sale di circa settanta metri quadrati ciascuna, armadi metallici, pacchi di cartone legati con fettucce, fogli di carta bianca su cui una pianta raccolta nel 1840 continua a dire il proprio nome. Non è un posto spettacolare nel senso volgare del termine. È un posto serio, e chi ci entra preparato ne esce con una idea diversa di che cosa significhi conoscere la natura.

Museo Erbario di Roma
Museo Erbario di Roma

Che cosa è davvero il Museo Erbario di Roma

I musei botanici appartengono a due famiglie distinte, e confonderle porta a visite deluse. C'è l'orto, dove le piante sono vive, crescono, fioriscono e muoiono secondo le stagioni: a Roma è l'Orto Botanico di Roma, che della Sapienza fa parte esattamente come l'Erbario. E c'è l'erbario, dove la variabilità vegetale viene radunata e ordinata sotto forma di esemplari spianati ed essiccati, ciascuno accompagnato dalle notizie sulla località e sul momento della raccolta e da almeno una perizia tassonomica. Il primo è un giardino con un catalogo. Il secondo è un archivio con un metodo.

La sorpresa, per chi entra la prima volta, è quanta informazione sopravviva alla disidratazione. Un campione d'erbario è secco, piatto, apparentemente muto, e invece conserva la forma delle foglie, l'inserzione dei rami, la struttura del fiore, spesso i semi, sempre la data e il luogo. Da quel foglio si ricava dove cresceva quella specie in quell'anno, in che stagione fioriva, con quali altre piante conviveva. Oggi, con le tecniche molecolari, da un frammento di tessuto di due secoli fa si estrae DNA. Un erbario è la macchina del tempo meno appariscente e più affidabile che la botanica abbia costruito.

L'erbario come anagrafe delle specie

C'è una funzione ancora più profonda, e vale la pena spiegarla bene perché è la ragione per cui il Museo Erbario di Roma esiste e continua a lavorare. La rete internazionale degli erbari costituisce l'anagrafe delle specie conosciute. Quando un botanico descrive una specie nuova, non basta che la descriva a parole: deve designare un esemplare fisico, conservato in una istituzione pubblica e consultabile, al quale il nome resta legato per sempre. Quell'esemplare si chiama tipo. Se fra cinquant'anni qualcuno vorrà capire che cosa esattamente intendeva quel botanico con quel nome, andrà a guardare il tipo. È un sistema di garanzia che regge l'intera nomenclatura botanica, e regge perché qualcuno, in una stanza climatizzata di Piazzale Aldo Moro, tiene in ordine dei cartoni.

Da qui discende la seconda funzione: la verifica. Nessuna nuova specie viene accettata senza confronto con il materiale storico, e nessuna identificazione critica di una specie già conosciuta si chiude senza aprire un pacco d'erbario. Solo in una collezione di questo tipo si percepisce l'estensione reale della variabilità vegetale, quella che le fotografie appiattiscono e i manuali semplificano. E dai dati di località e data si ricavano informazioni fitogeografiche e popolazionistiche: come si è spostato l'areale di una pianta, quando è scomparsa da un pascolo, quando è comparsa lungo una ferrovia.

La sigla RO e la rete mondiale degli erbari

Ogni erbario del mondo ha un codice permanente di una o sei lettere, assegnato dall'Index Herbariorum. Firenze è FI, Kew è K, il New York Botanical Garden è NY. Il Museo Erbario di Roma è RO, e quella sigla la trovi stampata su articoli scientifici pubblicati in mezzo pianeta ogni volta che un ricercatore ha studiato materiale conservato qui. L'Index Herbariorum nasce nel 1935, quando furono assegnati i primi codici; la redazione è ospitata al New York Botanical Garden, e nel 2026 è passata a un gruppo redazionale interno all'istituzione. I numeri complessivi danno la misura del sistema: al 31 dicembre 2025 risultavano censiti 4.035 erbari attivi nel mondo, per una stima di circa 406 milioni di esemplari che documentano la vegetazione degli ultimi quattro secoli.

Un milione su quattrocentosei milioni sembra poco. Non lo è: significa che questa sola istituzione romana custodisce lo 0,25 per cento circa dell'intero archivio botanico mondiale, e che nel campo delle flore mediterranee e laziali RO è una delle poche porte d'ingresso possibili. Il Museo Erbario di Roma è il museo scientifico più sottovalutato della città, e lo è per un motivo banale, che non ha una vetrina su strada.

Come arrivare al Museo Erbario di Roma e come si entra

La Città Universitaria è un rettangolo chiuso fra viale Regina Elena, viale dell'Università, viale del Policlinico e Piazzale Aldo Moro. Ha più ingressi, ma quello monumentale è su Piazzale Aldo Moro, con il propileo e la statua della Minerva davanti al Rettorato. Da lì si entra a piedi liberamente durante gli orari di apertura dell'ateneo.

Metro, autobus e treno per il Museo Erbario di Roma

La linea B della metropolitana serve la zona con due fermate utili. Policlinico è la più vicina all'ingresso di viale Regina Elena e al fronte dei dipartimenti scientifici; Castro Pretorio è comoda se arrivi da Termini o dal quadrante di via Nomentana. Da Termini si può fare tutto a piedi in una ventina di minuti, con un percorso che non ha nulla di turistico ma è comodissimo. La Stazione Tiburtina è collegata alla stessa linea B. Sul piazzale e sui viali circostanti passano diverse linee di superficie e il tram che risale verso il quartiere San Lorenzo: le numerazioni cambiano con una certa frequenza, quindi conviene verificarle il giorno stesso sull'applicazione dell'azienda dei trasporti invece di fidarsi di un elenco stampato.

Chi arriva in automobile deve mettere in conto il problema vero della zona: parcheggiare qui è complicato in ogni giorno feriale, i posti interni all'ateneo sono riservati e la sosta su strada nei dintorni del Policlinico è una lotteria. Consiglio secco: lascia la macchina e prendi la metro. Non c'è nessun vantaggio nel guidare fin qui.

Prenotare la visita al Museo Erbario di Roma

La prenotazione è obbligatoria per la consultazione del materiale d'erbario e per le visite guidate, che accolgono un massimo di venti persone alla volta. Il limite non è un capriccio: le sale di conservazione sono due stanze di lavoro, non un salone espositivo, e venti persone dentro un ambiente climatizzato in cui si maneggiano fogli fragili sono già molte. La richiesta si inoltra con congruo anticipo, e la soglia indicata dall'istituzione è di almeno una settimana. Le strade sono tre: il modulo di richiesta visite e accesso collezioni pubblicato sul sito, la posta elettronica a erbarioro@uniroma1.it, il telefono ai numeri 06 4991 2410 e 06 4991 2409.

Un dettaglio che fa la differenza quando scrivi la richiesta: dichiara chi siete e che cosa vi interessa. Una classe di liceo, un gruppo di appassionati di flora spontanea, un fotografo naturalista e un dottorando in tassonomia non ricevono la stessa visita, e il personale calibra il percorso su quello che chiedi. Una mail generica del tipo "vorremmo visitare il museo" produce una visita generica. Una mail che dice "siamo otto persone interessate alla flora del Lazio e in particolare alle raccolte ottocentesche" produce tutta un'altra mattinata.

Orari, ingresso e periodi di chiusura

L'ingresso è gratuito. L'apertura al pubblico è dal lunedì al venerdì, in fascia mattutina, con orario che le pagine istituzionali collocano fra le 9.30 e le 13.00; le aperture pomeridiane si concordano preventivamente. Il museo osserva la chiusura natalizia, indicata dal 22 dicembre al 6 gennaio, e la pausa estiva insieme agli altri musei del Polo museale Sapienza. Chi programma la visita in agosto o fra Natale ed Epifania deve quindi spostare le date. Per il resto dell'anno il vincolo reale non è l'orario, è l'appuntamento.

Le sale del Museo Erbario di Roma: che cosa si vede davvero

Alle raccolte sono destinate due sale al secondo piano dell'edificio, ciascuna di circa settanta metri quadrati. Chi si aspetta una infilata di vetrine con didascalie resterà spiazzato, e faccio bene ad avvisarlo prima: qui l'oggetto museale è il pacco, e il pacco va aperto da chi lo custodisce. La visita guidata consiste esattamente in questo, e vale molto più di una passeggiata fra teche chiuse.

Le sale delle collezioni del Museo Erbario di Roma

Gli esemplari sono montati su fogli di carta rigida, riuniti in camicie, le camicie in pacchi, i pacchi negli armadi, gli armadi ordinati per famiglia, genere e specie. È un sistema gerarchico che ricorda una biblioteca, con la differenza che qui il volume è una pianta e la segnatura è una posizione tassonomica. Quando il conservatore estrae un pacco e scioglie la fettuccia, quello che si apre davanti è un secolo e mezzo di lavoro: cartellini scritti a penna con inchiostro ferrogallico, correzioni successive, etichette di revisione apposte da specialisti diversi in epoche diverse. Ogni foglio è un documento stratificato, e questa stratificazione è la cosa più interessante che si possa mostrare a un visitatore adulto.

Le due sale ospitano anche gli armadi delle collezioni ancillari, quelle che non hanno la forma del foglio: tubetti di vetro con semi e frutti, cartoncini con campioni incollati, cartelle di grande formato per i materiali antichi. La distribuzione fisica del materiale non è mai completamente stabile, perché una collezione viva viene continuamente riordinata, e le nuove acquisizioni degli ultimi anni hanno richiesto spostamenti.

La sala di lavoro e consultazione

Fra il 2006 e il 2007, con i fondi erogati per la celebrazione del settimo centenario della Sapienza, le strutture del museo sono state ammodernate. Due gli interventi che contano. Il primo è l'impianto di climatizzazione conservativa nelle sale che ospitano le collezioni: temperatura e umidità controllate sono la differenza fra un erbario che dura e un erbario che si perde, perché il nemico numero uno di una collezione secca sono gli insetti xilofagi e i micromiceti, e il nemico numero due è l'escursione igrometrica che fa lavorare la carta. Il secondo è il riallestimento di una sala di lavoro e consultazione con arredi moderni e postazioni multimediali, dove il materiale si esamina, si fotografa e si confronta con le banche dati.

Detto senza retorica: quella sala è il punto in cui una collezione ottocentesca diventa uno strumento del ventunesimo secolo. Senza clima controllato e senza postazioni digitali, un milione di fogli sarebbe un magazzino. Con quelli, è un laboratorio.

Una curiosità sul Museo Erbario di Roma

Fra le collezioni conservate qui ce n'è una che non c'entra quasi nulla con la botanica ottocentesca, ed è la più strana di tutte: l'Hortus Nereidum. Si tratta di una raccolta prelinneana del Settecento, messa insieme da monsignor Antonio Baldani (1691-1765), e consiste di 592 tavole conservate in quattro grosse cartelle in pergamena. Sulle tavole sono fissati insieme alghe, piante a seme e invertebrati marini. Prelinneana significa che è anteriore alla riforma nomenclaturale di Linneo, e infatti gli organismi non portano i binomi che studiamo a scuola: portano nomi mitologici, presi dal repertorio delle Nereidi, le ninfe del mare. Un giardino delle Nereidi, appunto.

Bisogna capire che cosa significa. Nel Settecento il confine fra regno vegetale e regno animale, per gli organismi marini, era tutt'altro che chiaro: coralli, briozoi, idroidi e alghe venivano montati sulla stessa tavola perché a occhio nudo si assomigliano tutti, e la classificazione seguiva l'aspetto e l'immaginazione erudita più che l'anatomia. Baldani stava facendo una cosa che a noi sembra un capriccio da collezionista e che invece era il modo in cui, prima di Linneo, si tentava di ordinare il mondo: attraverso l'analogia e il mito. Quelle 592 tavole sono un documento di storia della scienza prima ancora che un documento di storia naturale.

C'è di più, ed è la parte che diverte chi conosce Roma. L'Hortus Nereidum arrivò all'Istituto botanico romano nel 1875, e proveniva dal Museo Kircheriano, la celebre raccolta di antichità e curiosità fondata nel 1651 da Athanasius Kircher al Collegio Romano, il prototipo romano della Wunderkammer barocca. Quel museo cominciò a essere smembrato dopo la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 e fu definitivamente disperso nel 1913, con le antichità etrusche finite a Villa Giulia e quelle romane al Museo Nazionale Romano. Le tavole di Baldani presero un'altra strada, e finirono fra i botanici. Se ti interessa la vicenda delle collezioni gesuitiche disperse, il filo si riprende visitando il Museo Etrusco di Villa Giulia e il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche della stessa Sapienza.

Un giudizio netto: se il Museo Erbario di Roma esponesse stabilmente anche solo dieci delle tavole dell'Hortus Nereidum, con una didascalia che spiega il passaggio dal mito alla tassonomia, avrebbe una fila fuori dalla porta. Chiedi di vederlo quando prenoti, spiegando che ti interessa la storia della scienza: è materiale delicatissimo e non si mostra a chiunque capiti, ma la richiesta motivata è la strada giusta.

La storia del Museo Erbario di Roma dal 1872 a oggi

La storia di questa collezione è la storia della botanica italiana dopo l'Unità, e si legge come un romanzo di successioni accademiche, acquisti fortunati e traslochi.

1872: Giuseppe De Notaris e il convento di San Lorenzo in Panisperna

L'origine delle collezioni risale al 1872, quando Giuseppe De Notaris (1805-1877), professore di botanica all'Università di Genova, fu chiamato a ricoprire la cattedra di Botanica dell'Università di Roma. L'Istituto di Botanica disponeva allora di pochi ambienti dentro l'antico convento di San Lorenzo in Panisperna, sul Viminale: nella pratica, l'insegnamento e le collezioni si sistemarono in quella che era stata la sacrestia della chiesa. In quei locali De Notaris poté collocare la propria ricchissima biblioteca e le sue notevoli collezioni crittogamiche.

De Notaris era un crittogamo illustre, cioè uno specialista di muschi, epatiche, alghe e funghi, il settore che allora si chiamava crittogamia perché quelle piante nascondono gli organi riproduttivi. A Roma fece una cosa che a un uomo della sua fama non era richiesta: tornò ad applicarsi allo studio delle fanerogame, che aveva abbandonato da tempo, e in due anni allestì un ricco erbario fanerogamico locale. Nel frattempo lavorò all'acquisizione di raccolte preesistenti, fra cui l'erbario di Ettore Rolli (1818-1876), e contribuì con raccolte proprie. Morì cinque anni dopo il suo arrivo a Roma. Cinque anni, e aveva già messo in piedi l'ossatura di quello che sarebbe diventato uno dei principali erbari d'Europa.

Nicola Antonio Pedicino e gli acquisti decisivi

Alla morte di De Notaris gli succedette per concorso Nicola Antonio Pedicino (1839-1883), che continuò l'opera del predecessore con una linea precisa: comprare. Sotto di lui entrarono le raccolte di Pietro Sanguinetti (1802-1868) e di Elisabetta Fiorini Mazzanti (1799-1879), e soprattutto fu curato l'acquisto dell'erbario crittogamico di De Notaris. Quest'ultimo acquisto è il più importante di tutti, e la ragione è tecnica: quelle raccolte contengono numerosi tipi, cioè esemplari ai quali è legata la prima descrizione dei taxa. Comprare tipi significa comprare la possibilità di essere consultati per sempre da chi studia quei gruppi in tutto il mondo.

Su Elisabetta Fiorini Mazzanti conviene fermarsi un momento, perché è una figura che merita più di una riga in un elenco. Nata a Terracina il 3 giugno 1799 e morta a Roma il 23 aprile 1879, contessa, fu una delle pochissime donne che nell'Italia dell'Ottocento abbiano fatto scienza con riconoscimento pubblico. La sua opera principale è lo Specimen Bryologiae Romanae, uscito nel 1831 e in seconda edizione nel 1841: un censimento dei muschi del territorio romano. Poco prima di morire pubblicò la Florula del Colosseo, dedicata alle piante che crescevano spontanee sulle rovine dell'anfiteatro, un tema che nell'Ottocento appassionò diversi naturalisti. Fu socia dell'Accademia delle Scienze di Torino, della Leopoldina, della Pontificia e dei Georgofili. A settantaquattro anni partecipò a un congresso botanico a Firenze. Che una parte del suo erbario sia qui, in due sale di Piazzale Aldo Moro, è uno dei motivi per cui vale la pena chiedere di entrare.

Pietro Romualdo Pirotta e il nuovo Istituto

Nel 1883, alla morte di Pedicino, il ministro della Pubblica Istruzione Guido Baccelli chiamò a succedergli Pietro Romualdo Pirotta (1853-1936), nato a Pavia e allora professore di Botanica all'Università di Modena. Con Pirotta cambia la scala del progetto. Nel giardino di Panisperna venne costruito un nuovo Istituto di Botanica, il cui trasferimento fu approvato nel 1887 e realizzato nel 1889 nella zona di via Milano: l'istituto era già operante nell'anno accademico 1889-90. L'Erbario poté finalmente disporre di locali adeguati e conobbe uno sviluppo considerevole.

Alla sua organizzazione lavorarono con Pirotta i primi conservatori: Achille Terracciano dal 1887, Emilio Chiovenda dal 1896, Fabrizio Cortesi dal 1904. Sono nomi che oggi dicono poco al pubblico generale e moltissimo a chi lavora sulla flora italiana, perché le loro etichette si incontrano ovunque nei pacchi. Il numero degli esemplari crebbe con le raccolte dello stesso Pirotta, del personale dell'istituto e dei suoi allievi, e con una intensa attività di scambi con istituti botanici italiani e stranieri e con vari studiosi dell'epoca. Lo scambio, allora come oggi, è la moneta corrente fra erbari: si spediscono duplicati, si ricevono duplicati, e ogni collezione cresce di quello che le altre hanno in più.

Pirotta fondò anche l'Annuario del R. Istituto Botanico di Roma come strumento per pubblicare le ricerche dell'istituto e i lavori degli allievi; dopo dieci volumi la rivista diventò gli Annali di botanica, con pubblicazione regolare dal 1903. Ed è nell'Annuario, fra il 1900 e il 1901, che uscirono i fascicoli della Flora Romana scritti con Emilio Chiovenda.

1885: l'acquisto dell'Erbario Cesati

Fra i vari erbari acquistati in quegli anni, il più importante è quello di Vincenzo Cesati, acquisito nel 1885. Cesati, barone, nato a Milano il 24 maggio 1806 e morto a Vercelli il 13 febbraio 1883, aveva vinto nel 1868 la cattedra di botanica all'Università di Napoli assumendo la direzione dell'Orto Botanico, l'Orto Tenoreano. Fu uno dei fondatori della crittogamia italiana insieme a De Notaris, e pubblicò opere che restano nella storia della disciplina: le Stirpes Italicae fra il 1840 e il 1844, il Saggio su la geografia botanica del 1844 dedicato alla Lombardia, il Compendio della flora italiana avviato nel 1868 e mai portato a termine per l'ampiezza del progetto. Il suo erbario personale finì a Roma, e da allora è una delle collezioni più richieste dell'intera istituzione.

1904-1915: l'Erbario Coloniale e la cessione a Firenze

Nel 1904 Pirotta fondò il Museo Erbario Coloniale, destinato ad accogliere gli abbondanti materiali provenienti dalle colonie italiane dell'Eritrea e della Somalia, e ne affidò la cura ad Achille Terracciano. Nel 1913 si progettò di creare a Firenze, presso l'Istituto Botanico, un Erbario Nazionale comprensivo della flora delle colonie italiane; l'erbario coloniale fiorentino venne istituito da Pasquale Baccarini nel 1914. Pirotta, convinto dell'utilità dell'iniziativa, cedette spontaneamente l'intero Erbario Coloniale, e il passaggio si compì fra il 1914 e il 1915.

È una decisione che merita di essere raccontata bene, perché rovescia il luogo comune sulla rivalità fra istituti. Pirotta rinunciò a una collezione che aveva costruito lui, in una fase storica in cui i materiali coloniali erano un capitale politico oltre che scientifico, per la ragione che una raccolta unificata serve meglio la ricerca di due raccolte dimezzate. Non capita spesso, in nessun secolo.

1938: il trasloco nella Città Universitaria

La sistemazione attuale dell'Erbario risale al 1938, anno in cui avviene il definitivo spostamento delle collezioni nei locali dell'Istituto Botanico della nuova Città Universitaria. Da Panisperna a Piazzale Aldo Moro: due chilometri scarsi di strada e un salto di epoca. Alle raccolte furono destinate due sale di circa settanta metri quadrati ciascuna al secondo piano dell'edificio, che è la sistemazione ancora in uso.

L'Edificio di Botanica di Giuseppe Capponi, la casa del Museo Erbario di Roma

La sede merita un capitolo per conto suo, perché è uno degli edifici più interessanti del razionalismo romano e quasi nessuno dei visitatori lo sa. L'Istituto di Botanica e Chimica farmaceutica fu progettato da Giuseppe Capponi e costruito fra il 1932 e il 1935, su incarico di Marcello Piacentini, che coordinava l'intero cantiere della Città Universitaria.

Un edificio pensato intorno alla luce

Capponi disegnò un corpo centrale curvo di circa novanta metri su tre piani, affiancato da due ali più basse di due piani che definiscono una piazza. La caratteristica che conta, per chi visita un erbario, è la strategia della luce. Sul lato sud l'architetto collocò ampie torri vetrate, calcolate per massimizzare la radiazione solare a servizio delle serre sperimentali. Sul lato nord dispose torri inclinate, pensate per dare illuminazione controllata ai musei e agli erbari. Al piano seminterrato correvano grandi serre vetrate curve.

Fermiamoci un secondo su questo. Nel 1932 un architetto italiano orienta due sistemi di torri in direzioni opposte perché sa che le piante vive vogliono sole diretto e i fogli d'erbario vogliono luce diffusa e stabile, senza raggi che scoloriscano i campioni e senza sbalzi termici. È progettazione ambientale ottant'anni prima che si chiamasse così, ed è la ragione per cui le collezioni sono ancora al secondo piano di quel corpo di fabbrica e non altrove.

Che cosa resta oggi dell'edificio originale

L'edificio ha subito trasformazioni pesanti. Il rivestimento originario in litoceramica bruna, le porzioni di muro in vetrocemento verde e i grandi serramenti in ferro sono stati sostituiti nel tempo da una facciata continua, da un intonaco giallo-oro e da serramenti in alluminio anodizzato. Chi cerca il Capponi del 1935 lo trova nell'impianto planimetrico, nella curva del corpo centrale, nel gioco delle torri e nella scala interna, che segue lo sviluppo verticale del corpo principale con linee essenziali e un corrimano in ottone lavorato con cura.

Opinione, e ci metto la faccia: il rifacimento delle facciate è stata una perdita grave, e chi visita oggi la Città Universitaria fa fatica a capire quanto quell'edificio fosse ardito. Guarda la scala e le torri, ignora l'intonaco. La posizione stessa dice qualcosa: Capponi lavorò in un'area allora marginale e poco visibile, alle spalle del Rettorato, e proprio quella marginalità gli lasciò una libertà che sul fronte monumentale nessuno avrebbe avuto.

Le collezioni del Museo Erbario di Roma, una per una

Vale la pena entrare nel dettaglio delle singole raccolte, perché ciascuna ha una fisionomia diversa e chiedere quella giusta cambia la visita. Le cifre che seguono sono quelle dichiarate dall'istituzione e vanno lette come consistenze aggiornate di un archivio che continua a crescere.

Erbario Romano

È l'erbario regionale, dedicato al territorio laziale, e nasce per iniziativa di Pietro Romualdo Pirotta, che volle riunire in un unico corpo i materiali già esistenti e le nuove raccolte da lui promosse e organizzate. I confini geografici seguono quelli definiti da Pirotta e da Emilio Chiovenda nell'introduzione al primo fascicolo della Flora Romana, che risale al 1900. La consistenza dichiarata è di 68.555 esemplari di fanerogame, con materiali dal diciannovesimo e dal ventesimo secolo.

Contiene la parte laziale delle collezioni storiche di Francesco Antonio Sebastiani, Ernesto Mauri, Elisabetta Fiorini Mazzanti, Pietro Sanguinetti ed Ettore Rolli, insieme alle raccolte appositamente effettuate dal giardiniere collettore Agostino Pappi (1872-1951). Fra i raccoglitori del Novecento figurano Giuseppe Lusina, Alfredo Cacciato e Bruno Anzalone. L'elenco completo dei raccoglitori comprende anche Chiovenda, Fabrizio Cortesi, Giuseppe Cuboni, Nicola Antonio Pedicino, A. Pelosi, Pirotta e Achille Terracciano.

Una nota amara e istruttiva: tutto questo materiale doveva servire alla preparazione della Flora Romana, l'opera di riferimento sulla flora del territorio romano. Della Flora Romana videro la luce soltanto i primi due fascicoli, di carattere storico e bibliografico. L'erbario fu costruito, il libro no. Capita più spesso di quanto si creda che l'archivio sopravviva al progetto che lo aveva motivato, e in questo caso è stata una fortuna: quei fogli sono oggi la documentazione della flora laziale prima della cementificazione del secondo dopoguerra.

Erbario Generale

È la collezione più vasta, distribuita in due sezioni, fanerogamica e crittogamica, e riunisce esemplari provenienti dall'Italia e dall'estero. La consistenza dichiarata è di circa 366.000 esemplari di fanerogame e circa 72.000 esemplari di crittogame.

Comprende la parte non laziale degli erbari Sebastiani, Mauri, Fiorini Mazzanti, Sanguinetti e Rolli, le collezioni acquistate o ricevute in cambio da privati e da istituti botanici italiani e stranieri, le raccolte di Pirotta e dei suoi allievi, e il prezioso erbario crittogamico di Giuseppe De Notaris. È qui che si misura la funzione internazionale del Museo Erbario di Roma: un ricercatore giapponese che lavora su un genere mediterraneo può avere bisogno esattamente di questi pacchi.

Erbario Cesati

La collezione personale del barone Vincenzo Cesati, formata durante una lunga carriera di raccolte in Italia, in parte della Germania e in Svizzera, e arricchita da un gran numero di esemplari ottenuti per acquisto o scambio con botanici di tutto il mondo, anche extraeuropei. Diviso in sezione fanerogamica e crittogamica, comprende circa 32.000 specie di fanerogame e 17.000 specie di crittogame, per una consistenza complessiva stimata intorno ai 350.000 esemplari.

Insieme all'erbario crittogamico di De Notaris è la collezione più richiesta fra quelle conservate a Roma, per la presenza di numerosi esemplari tipo e per la ricchezza del materiale. In termini pratici significa che una parte consistente delle richieste di prestito e di consultazione che arrivano dall'estero riguardano questi pacchi.

Erbario Montelucci

Giuliano Montelucci (1899-1983) è uno dei personaggi più singolari di questa storia: chimico di formazione, maggiore generale dell'Aeronautica di carriera, libero docente in geobotanica per passione e competenza. Il suo erbario, donato a Roma nel 1983, conta più di 11.000 esemplari, quasi esclusivamente fanerogame, provenienti soprattutto dal Lazio e dalla Toscana. Il contributo alla conoscenza della flora italiana è notevolissimo, e la parola giusta per definirlo è floristica: il lavoro paziente di stabilire che cosa cresce dove, specie per specie, stazione per stazione.

Chi si occupa di flora laziale sa che senza Montelucci mancherebbe un pezzo intero della documentazione novecentesca. Un ufficiale dell'Aeronautica che passa i fine settimana a raccogliere piante e finisce per lasciare all'università un archivio di undicimila fogli è il genere di storia che vorrei raccontare più spesso.

Erbario Anzalone

Bruno Anzalone (1921-2007) fu professore ordinario di Botanica farmaceutica alla Sapienza dal 1974 al 1996 ed è considerato il maggiore esperto della flora del territorio laziale del suo tempo. Il suo erbario conta 41.194 esemplari, ripartiti in 40.118 fanerogame e 1.076 pteridofite, cioè felci e piante affini, con materiali dal ventesimo e dal ventunesimo secolo provenienti principalmente dal Lazio e inoltre da Abruzzo, Marche e Trentino-Alto Adige.

È la collezione che consiglio di chiedere a chi arriva con un interesse escursionistico: se cammini sui Lepini, sui Simbruini o sul litorale pontino, in quei pacchi trovi il riferimento documentario di quello che vedi in campagna.

Erbario Bazzichelli

Raccolta di Giorgio Bazzichelli, con 26.290 esemplari di fanerogame provenienti da Lazio, Abruzzo, Puglia e Toscana, riferibili al ventesimo e ventunesimo secolo. È una delle collezioni che negli ultimi anni hanno modificato la fisionomia dell'istituzione, aggiungendo profondità alla documentazione dell'Italia centro-meridionale.

Erbario Quadraccia

Fa eccezione a tutto il resto, ed è per questo che vale la pena nominarlo: 1.444 esemplari di funghi raccolti da Livio Quadraccia, in Italia e all'estero, nel ventesimo secolo. La conservazione dei funghi è un mestiere diverso da quella delle piante vascolari, perché il corpo fruttifero secco perde forma e colore e va accompagnato da descrizioni e disegni fatti sul fresco. Una collezione micologica in un erbario è sempre il segno che qualcuno ha lavorato con metodo.

Erbario delle Piante Coltivate

Circa 7.000 esemplari di fanerogame provenienti da giardini e orti botanici italiani, con materiali del diciannovesimo e del ventesimo secolo. Documenta che cosa si coltivava, dove e quando: una fonte preziosa per la storia dei giardini e per capire come certe specie ornamentali siano poi sfuggite alla coltura e diventate spontanee. Chi ha visitato l'Orto Botanico di Roma troverà qui il rovescio documentario di quel giardino.

Erbario Didattico

È la collezione destinata alla consultazione da parte degli utenti, quella che si può maneggiare senza il timore di rovinare un tipo. Conta circa 4.005 esemplari, di cui 3.919 fanerogame e 86 pteridofite, ordinati alfabeticamente per famiglia, genere e specie secondo la Flora d'Italia di Sandro Pignatti del 1982, e proviene dal Lazio e dalle aree limitrofe. È in continuo incremento.

Per un gruppo scolastico o per un gruppo di appassionati è la porta d'ingresso giusta, e chiederla esplicitamente in fase di prenotazione fa risparmiare tempo a tutti.

Le nuove acquisizioni

Una collezione viva si riconosce dalle entrate recenti. Fra le acquisizioni più recenti figurano l'Erbario Bassani, con 3.536 esemplari fra fanerogame e pteridofite raccolti in Italia da Paolo Bassani; l'Erbario Fanelli, con 9.842 esemplari raccolti in Italia e all'estero da Giuliano Fanelli; l'Erbario Lattanzi, con circa 16.000 esemplari fra fanerogame e pteridofite raccolti in Italia e all'estero da Edda Lattanzi. Sono raccolte del ventesimo e ventunesimo secolo, cioè materiale contemporaneo: fra cento anni saranno le collezioni storiche di qualcun altro.

La Spermoteca Bonaventura e le collezioni ancillari

Accanto ai fogli d'erbario il museo conserva collezioni di natura diversa. La più notevole è la Spermoteca Bonaventura, appartenuta a Gustavo Bonaventura (1902-1976), agronomo che lavorò all'Università di Pisa e all'Istituto di Patologia del libro a Roma. Acquisita nel 2004, comprende 3.411 campioni fra frutti e semi conservati in tubetti di vetro e circa 4.000 fra semi e frutti incollati su cartoncino, con materiali raccolti fra il 1843 e il 1975 e provenienti da erbari, giardini botanici e istituti agrari di tutto il mondo. Include generi di interesse agronomico con numerose cultivar, e proprio quella biodiversità coltivata è una delle ragioni della sua importanza.

Una spermoteca, cioè una collezione di semi e frutti, risolve un problema che il foglio d'erbario non risolve: i semi sono tridimensionali, e schiacciarli li distrugge. Metterli in tubetti di vetro significa poterli girare, misurare, fotografare al microscopio. Per chi studia l'agricoltura storica, i tubetti di Bonaventura valgono quanto un archivio catastale.

Le collezioni crittogamiche di Giuseppe De Notaris

Le raccolte crittogamiche di De Notaris hanno un valore scientifico legato alla presenza di numerosi esemplari tipo, e sono accompagnate da descrizioni dettagliate e da disegni delle strutture microscopiche. Questo dettaglio è cruciale: nelle crittogame i caratteri diagnostici sono spesso invisibili a occhio nudo, e il campione secco da solo non basta. De Notaris disegnava quello che vedeva al microscopio e allegava il disegno al campione. È il motivo per cui, a un secolo e mezzo di distanza, quelle raccolte restano leggibili e continuano a essere richieste, specialmente per le specie rare e per le entità nuove.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Museo Erbario di Roma

Nessuna guida generalista lo scrive, e invece è il punto che cambia il modo in cui si guarda questo posto: il Museo Erbario di Roma non è soltanto un museo, è una infrastruttura di ricerca che lavora ogni giorno per persone che non ci metteranno mai piede. Il meccanismo si chiama prestito interbibliotecario, applicato alle piante. Un ricercatore che a Uppsala o a Città del Capo sta revisionando un genere chiede a RO i pacchi che gli servono; i pacchi vengono preparati, assicurati, spediti; lo studioso li esamina, appone le proprie etichette di revisione e li rimanda indietro. Quel foglio ottocentesco torna a Roma con una riga di scrittura in più, e la collezione si arricchisce di una determinazione aggiornata senza che nessuno abbia raccolto niente.

Ne discende una conseguenza che i visitatori non immaginano. Le etichette di revisione stratificate su un singolo foglio sono la storia della tassonomia di quel gruppo: il primo nome dato dal raccoglitore, la correzione di un conservatore di inizio Novecento, la revisione di uno specialista degli anni Settanta, l'aggiornamento recente. Chiedi al personale di mostrarti un foglio con molte revisioni, e in trenta secondi capisci come funziona davvero la scienza, che non è un elenco di verità ma una discussione lunga secoli scritta su cartellini.

Il secondo elemento poco noto riguarda il futuro digitale delle collezioni. Il museo ha aderito nel 2017 a un coordinamento nazionale, denominato CoRIMBo, che riunisce oltre quaranta strutture museali botaniche italiane, e partecipa al progetto per un erbario virtuale nazionale, identificato con l'acronimo LeGiT. L'obiettivo è l'acquisizione di immagini ad alta definizione con i relativi metadati, la definizione di linee guida sull'accessibilità dei dati in riferimento al Protocollo di Nagoya sulle risorse genetiche, e la costruzione di un sistema centrale di gestione dei dati. Gli erbari italiani coinvolti conservano complessivamente una stima di oltre dieci milioni di esemplari, e lo sforzo finanziario per la fase operativa è stato stimato in cinque milioni di euro. Nell'organizzazione della rete Firenze funge da capofila e Roma è sede di coordinamento per il centro-sud.

Sul fronte di ateneo, il Polo museale Sapienza ha sviluppato ADiMuS, il museo digitale dedicato alle collezioni scientifiche dei musei dell'ateneo, presentato il 28 novembre 2024 e destinato a gestire un patrimonio stimato in circa quattro milioni di esemplari, fra specimina biologici e naturalistici, strumenti medici e scientifici, apparecchiature, opere d'arte, reperti archeologici e fondi fotografici storici. Il Museo Erbario è fra le collezioni coinvolte. Tradotto: una parte di quello che oggi si vede solo su appuntamento diventerà consultabile a distanza, e questo non toglie nulla al valore della visita, semmai la prepara meglio.

Terza cosa che non ti dice nessuno: il Museo Erbario collabora con l'Orto Botanico di Roma e con l'Herbarium Horti Romani a un progetto di citizen science intitolato Fiori Trasteverini, promosso dal Polo museale, in cui i cittadini imparano a riconoscere la flora spontanea e contribuiscono a realizzare un erbario e una collezione di semi. Il primo ciclo si è svolto dal 16 maggio al 20 giugno 2026, il secondo è previsto dal 5 al 26 settembre 2026 all'Orto Botanico, con ingresso gratuito e posti limitati in ordine di iscrizione. Chi vuole capire un erbario dall'interno ha qui la strada più diretta: costruirne uno.

Il consiglio che ti do per visitare il Museo Erbario di Roma

Il consiglio principale è uno e va detto senza giri: non venire da solo e senza appuntamento sperando di cavartela con dieci minuti. Il Museo Erbario di Roma restituisce in proporzione a quanto chiedi, e quello che devi chiedere è una visita guidata prenotata, motivata, con un tema.

Secondo consiglio, sulla tempistica. Prenota con almeno una settimana di anticipo, come indicato, ma se sei un gruppo scolastico o un'associazione muoviti con tre o quattro settimane: le mattinate disponibili sono poche, il personale è ridotto e i periodi di lezione sono i più affollati. I momenti migliori dell'anno sono la seconda metà di settembre, ottobre, e poi febbraio e marzo. Evita agosto, evita la settimana fra Natale ed Epifania, evita le sessioni d'esame di gennaio e giugno, quando l'edificio è in tumulto.

Terzo consiglio, sul contenuto. Arriva con due o tre domande precise. Le domande che funzionano meglio sono di questo tipo: che cosa cresceva nel punto in cui abito, cento anni fa. Come si riconosce un esemplare tipo. Che cosa succede a un foglio quando lo prende un insetto. Come si prepara un campione da spedire all'estero. Ognuna di queste apre un armadio, letteralmente.

Quarto consiglio, operativo. Porta un taccuino di carta e una matita, non solo il telefono: nelle sale di consultazione la matita è lo strumento consentito ovunque, la penna a volte no, per ragioni ovvie. Non toccare nulla se non ti viene detto di farlo, e se ti viene detto di farlo maneggia il foglio dai bordi della camicia, mai dal campione. Lascia zaini ingombranti all'ingresso e non portare bevande.

Quinto e ultimo consiglio, quello che vale il viaggio: abbina la visita a una mattinata all'Orto Botanico in Trastevere, meglio se a distanza di pochi giorni. Vedere prima la pianta viva e poi la stessa specie essiccata in un pacco del 1890, o viceversa, produce un effetto che nessuna spiegazione riesce a dare. È l'unico modo per capire davvero la differenza fra un giardino e un archivio.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il Museo Erbario di Roma sia nato nel 1872 lo scrivono tutti. Che nel 1904 sia nato al suo interno il Museo Erbario Coloniale, e che dieci anni dopo sia stato ceduto integralmente a Firenze, lo scrive quasi nessuno, e quando lo si scrive lo si liquida in una riga.

Vale la pena guardarlo da vicino, perché quella vicenda contiene tre storie diverse. La prima è politica: fra il 1904 e il 1914 l'Italia raccoglieva sistematicamente materiale botanico dall'Eritrea e dalla Somalia, e quel materiale arrivava a Roma. Le collezioni coloniali non erano un capriccio erudito, erano lo strumento con cui si censivano le risorse agrarie e forestali dei territori occupati. Dietro ogni foglio d'erbario coloniale c'è una spedizione, un funzionario, una gerarchia amministrativa.

La seconda storia è scientifica. Nel 1913 si progettò di riunire a Firenze, presso l'Istituto Botanico, un Erbario Nazionale che comprendesse la flora delle colonie italiane, e l'erbario coloniale fiorentino fu istituito da Pasquale Baccarini nel 1914. Pirotta, che il Museo Erbario Coloniale lo aveva fondato e affidato ad Achille Terracciano, si convinse dell'utilità dell'iniziativa e cedette spontaneamente l'intera collezione, con un passaggio compiuto fra il 1914 e il 1915. Una rinuncia volontaria, non una requisizione. Chi conosce le dinamiche accademiche italiane sa quanto sia rara una cosa del genere, allora e adesso.

La terza storia è quella che riguarda noi oggi. Quelle collezioni sono al centro del dibattito internazionale sulla provenienza dei materiali naturalistici raccolti in contesto coloniale, un dibattito che tocca il Protocollo di Nagoya e le regole di accesso alle risorse genetiche, gli stessi temi che il progetto di digitalizzazione degli erbari italiani affronta esplicitamente nelle sue linee guida. Il fatto che a Roma quel fondo non ci sia più non toglie che sia nato qui, e la storia di come è nato e di come se n'è andato è una delle cose più istruttive che un erbario possa raccontare a un pubblico adulto.

Opinione personale, secca: la cessione del 1914 fu una scelta giusta sul piano scientifico e ha reso il Museo Erbario di Roma quello che è oggi, cioè una collezione con una vocazione italiana e mediterranea invece che imperiale. Non tutte le perdite sono danni.

La foto giusta da fare al Museo Erbario di Roma

Premessa doverosa: la fotografia dentro le sale non è mai un diritto acquisito. In una collezione di ricerca l'autorizzazione va chiesta al momento della prenotazione e concessa dal personale, e in genere riguarda l'uso personale e didattico, non la pubblicazione. Il flash è da escludere sempre, perché la luce diretta scolora i campioni e le etichette. Chiedi prima, e nella richiesta specifica se vuoi fotografare per un lavoro scolastico, per un articolo o per te.

Detto questo, la fotografia giusta esiste ed è una sola. Non è la panoramica della sala con gli armadi, che risulta sempre deludente, perché una fila di mobili metallici in una stanza di settanta metri quadrati non racconta nulla. La fotografia giusta è il primo piano di un foglio d'erbario aperto sul tavolo di consultazione, con il campione a sinistra e il cartellino a destra, e la mano di chi lo tiene appena visibile al bordo dell'inquadratura. Quella immagine contiene tutto: la pianta, la scrittura, la data, il gesto della conservazione.

Tecnicamente, poche regole. Luce naturale della finestra, che nella sala di consultazione è abbondante e diffusa proprio per il modo in cui Capponi orientò l'edificio. Diaframma chiuso quanto basta a tenere a fuoco insieme la pianta e il cartellino, perché il testo fuori fuoco rovina la fotografia. Inquadratura frontale e perpendicolare al foglio, senza prospettive oblique: qui la geometria conta, è un documento, non una natura morta. Se il telefono ha la modalità documento, usala.

La seconda fotografia da fare non è dentro il museo ma appena fuori. Esci sul lato nord dell'edificio e inquadra le torri inclinate, quelle progettate per dare luce controllata ai musei e agli erbari. È un dettaglio architettonico che nessuno fotografa e che spiega visivamente perché l'erbario è proprio lì. Se poi giri intorno al corpo curvo di novanta metri e trovi un punto in cui la curva si legge per intero, hai la fotografia dell'edificio di Capponi che quasi nessuno ha.

Ultima nota, e vale come opinione: la fotografia più bella che si possa portare via da qui è un dettaglio di scrittura. Un cartellino ottocentesco con la grafia inclinata, l'inchiostro virato al bruno, il nome della località scritto in latino. Ingrandiscilo e stampalo. Vale più di venti panoramiche.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Un archivio non ha battaglie, ma ha date che ne hanno cambiato il destino, e questa collezione ne ha parecchie.

1872, la fondazione. L'arrivo a Roma di Giuseppe De Notaris segna l'atto di nascita delle collezioni. Roma era capitale d'Italia da due anni, l'università statale si stava riorganizzando, e la botanica romana ricevette in un colpo solo un maestro di fama europea, la sua biblioteca e le sue raccolte crittogamiche. Tutto dentro pochi ambienti dell'antico convento di San Lorenzo in Panisperna, in quella che era stata la sacrestia della chiesa.

1877, la morte del fondatore. De Notaris muore cinque anni dopo l'arrivo. In quei cinque anni aveva acquisito l'erbario di Ettore Rolli e allestito in due anni un erbario fanerogamico locale. La successione per concorso porta Nicola Antonio Pedicino.

1883, l'anno doppio. Muore Pedicino e muore, a Vercelli, Vincenzo Cesati. Il ministro Guido Baccelli chiama a Roma Pietro Romualdo Pirotta da Modena. Due anni dopo, nel 1885, l'erbario personale di Cesati viene acquistato e trasferito a Roma: circa 350.000 esemplari, con una quantità di tipi che ancora oggi determina il traffico internazionale di richieste.

1889, il nuovo Istituto. Nel giardino di Panisperna viene realizzato il nuovo Istituto di Botanica, il cui trasferimento era stato approvato nel 1887; l'istituto è operante nell'anno accademico 1889-90. Per la prima volta l'Erbario dispone di locali adeguati, e da quel momento la crescita diventa rapida.

1900, la Flora Romana. Escono nell'Annuario del R. Istituto Botanico i fascicoli della Flora Romana di Pirotta e Chiovenda, con l'introduzione in cui vengono definiti i confini del territorio romano che l'Erbario Romano adotta ancora oggi come perimetro. Dell'opera usciranno solo i primi due fascicoli, storico-bibliografici.

1904, l'Erbario Coloniale. Pirotta fonda il Museo Erbario Coloniale per i materiali di Eritrea e Somalia, affidandolo ad Achille Terracciano. Sempre nel 1904 Fabrizio Cortesi entra come conservatore.

1914-1915, la cessione a Firenze. L'intero Erbario Coloniale passa all'Istituto Botanico fiorentino, dove Pasquale Baccarini aveva istituito nel 1914 l'erbario coloniale italiano. Una collezione intera lascia Roma per volontà di chi l'aveva costruita.

1938, il trasloco. Le collezioni si spostano definitivamente nei locali dell'Istituto Botanico della Città Universitaria, nell'edificio che Giuseppe Capponi aveva completato tre anni prima. Due sale di settanta metri quadrati al secondo piano: la sistemazione tuttora in uso.

1983, la donazione Montelucci. Alla morte di Giuliano Montelucci il suo erbario, oltre undicimila esemplari, viene donato a Roma. È l'inizio della stagione moderna delle donazioni private, che continua fino a oggi con Anzalone, Bazzichelli, Quadraccia, Bassani, Fanelli, Lattanzi.

2004, l'acquisizione della Spermoteca Bonaventura. Entra in collezione una raccolta di semi e frutti con materiali dal 1843 al 1975, che estende il museo oltre il formato del foglio.

2006-2007, la messa in sicurezza. Con i fondi per il settimo centenario della Sapienza vengono installati la climatizzazione conservativa nelle sale delle collezioni e riallestita la sala di lavoro e consultazione con postazioni multimediali. Sul piano della conservazione è l'intervento più importante dal 1938.

2017, l'ingresso nella rete nazionale. Il museo aderisce al coordinamento CoRIMBo e al progetto per l'erbario virtuale nazionale, con Roma sede di coordinamento per il centro-sud.

2024, ADiMuS. Il 28 novembre viene presentata la piattaforma digitale dei musei Sapienza, che raccoglierà i dati di circa quattro milioni di esemplari dei diciannove musei dell'ateneo, Erbario compreso.

2026, la citizen science. Il progetto Fiori Trasteverini porta i cittadini a costruire un erbario e una collezione di semi all'Orto Botanico, con il Museo Erbario fra i promotori: primo ciclo dal 16 maggio al 20 giugno, secondo ciclo dal 5 al 26 settembre.

Chi è passato dal Museo Erbario di Roma

La domanda ha una risposta duplice, e vale la pena tenerle distinte: c'è chi è passato di persona da queste sale e dai loro predecessori, e c'è chi è passato attraverso i fogli, cioè chi ha raccolto o determinato il materiale che qui si conserva.

Giuseppe De Notaris (1805-1877), il fondatore. Genovese di cattedra, crittogamo di fama europea, portò a Roma la propria biblioteca e le proprie raccolte e le sistemò nella sacrestia di San Lorenzo in Panisperna. Le sue collezioni crittogamiche, con i disegni delle strutture microscopiche allegati ai campioni, restano fra le più consultate.

Nicola Antonio Pedicino (1839-1883), il successore per concorso, l'uomo degli acquisti giusti: Sanguinetti, Fiorini Mazzanti, e l'erbario crittogamico dello stesso De Notaris.

Pietro Romualdo Pirotta (1853-1936), pavese, chiamato da Modena nel 1883 dal ministro Guido Baccelli, morto a Roma il 3 agosto 1936. È l'uomo che ha dato a questa istituzione la forma che ha ancora: fondò l'Erbario Romano, promosse la Flora Romana, comprò Cesati, fondò l'Annuario del R. Istituto Botanico poi diventato gli Annali di botanica, creò e poi cedette l'Erbario Coloniale.

Achille Terracciano, Emilio Chiovenda, Fabrizio Cortesi, i primi conservatori, in servizio rispettivamente dal 1887, dal 1896 e dal 1904. Chiovenda firmò con Pirotta la Flora Romana; Terracciano ebbe la cura dell'Erbario Coloniale. Le loro grafie ricorrono su migliaia di cartellini.

Vincenzo Cesati (1806-1883), barone, milanese di nascita, professore a Napoli dal 1868 e direttore dell'Orto Tenoreano, autore delle Stirpes Italicae e del Compendio della flora italiana. Di persona a Roma non lavorò, ma il suo erbario è qui dal 1885 ed è la collezione che più di ogni altra fa arrivare richieste dall'estero.

Elisabetta Fiorini Mazzanti (1799-1879), contessa, di Terracina, autrice dello Specimen Bryologiae Romanae del 1831 e della Florula del Colosseo, socia dell'Accademia delle Scienze di Torino, della Leopoldina, della Pontificia e dei Georgofili. La sua presenza in questa collezione è la traccia più solida della partecipazione femminile alla scienza romana dell'Ottocento.

Ettore Rolli (1818-1876), Pietro Sanguinetti (1802-1868), Francesco Antonio Sebastiani, Ernesto Mauri, i botanici romani di prima e metà Ottocento le cui raccolte formano l'ossatura storica dell'Erbario Romano e di quello Generale.

Agostino Pappi (1872-1951), giardiniere collettore, e con lui la categoria che la storiografia dimentica sempre. Le raccolte sistematiche del territorio laziale che rendono utilizzabile l'Erbario Romano furono fatte in gran parte da un giardiniere che camminava con la cassetta e il torchio. Il suo nome sui cartellini vale quanto quello dei professori.

Giuseppe Lusina e Alfredo Cacciato, fra i raccoglitori del Novecento laziale, e Giuseppe Cuboni, patologo vegetale, presente fra i collettori dell'Erbario Romano.

Giuliano Montelucci (1899-1983), maggiore generale dell'Aeronautica e libero docente in geobotanica, il cui erbario donato nel 1983 documenta Lazio e Toscana.

Bruno Anzalone (1921-2007), ordinario di Botanica farmaceutica alla Sapienza dal 1974 al 1996 e massimo conoscitore della flora laziale del suo tempo.

Antonio Baldani (1691-1765), monsignore ed erudito settecentesco, autore dell'Hortus Nereidum, arrivato qui nel 1875 dal Museo Kircheriano.

Gustavo Bonaventura (1902-1976), agronomo formatosi a Pisa e attivo all'Istituto di Patologia del libro di Roma, la cui spermoteca è entrata in collezione nel 2004.

Giorgio Bazzichelli, Livio Quadraccia, Paolo Bassani, Giuliano Fanelli, Edda Lattanzi, i donatori contemporanei, e Sandro Pignatti, la cui Flora d'Italia del 1982 fornisce l'ordinamento tassonomico dell'Erbario Didattico.

Oggi la direzione è affidata alla professoressa Donatella Magri; la curatela d'area alla dottoressa Caterina Giovinazzo; fra il personale tecnico figura Tilia Agnese. Sono i nomi che rispondono al telefono quando prenoti, ed è giusto saperlo: in un museo di questo tipo, chi ti accompagna è la stessa persona che conserva il materiale.

Il Museo Erbario di Roma con i bambini e con le scuole

Non è un museo per bambini piccolissimi, e chi dice il contrario non ci è mai andato con una classe. Sotto gli otto anni la visita rischia di essere lunga e statica: non ci sono percorsi interattivi, non ci sono postazioni di gioco, e la regola aurea è non toccare. Dagli otto-nove anni in su, invece, funziona bene, a una condizione: che l'insegnante prepari la classe prima.

Come preparare una classe alla visita

La preparazione che dà i risultati migliori è pratica. Nelle due settimane precedenti si fa raccogliere ai ragazzi una foglia a testa, la si mette fra due fogli di carta assorbente sotto una pila di libri e si aspetta. Quando la classe arriva al museo con le proprie foglie secche in tasca, la spiegazione del conservatore smette di essere teoria: hanno fatto la stessa cosa, in scala minuscola, e capiscono al volo che cosa significa spianare, essiccare, etichettare.

La seconda leva è la data. Mostrare a un ragazzino un foglio raccolto nel 1878 nella stessa via in cui abita produce un effetto che nessun pannello riesce a produrre. Chiedi in fase di prenotazione se è possibile vedere materiale del quartiere di provenienza della scuola: non sempre si può, ma quando si può è la visita che ricordano.

Che cosa chiedere per un gruppo di ragazzi

L'Erbario Didattico è la collezione giusta per una classe: circa quattromila esemplari ordinati alfabeticamente per famiglia, genere e specie, pensata proprio per la consultazione. Aggiungi la richiesta di vedere qualche campione della Spermoteca Bonaventura, perché semi e frutti dentro i tubetti di vetro sono immediatamente comprensibili e hanno un aspetto quasi da farmacia antica. Se il gruppo è più grande di venti persone va diviso in turni, e questo va detto subito quando si scrive.

Per chiudere la giornata in modo coerente, l'itinerario naturale è verso gli altri musei dell'ateneo: il Museo di Anatomia Comparata Battista Grassi e il Museo di Antropologia G. Sergi sono a pochi passi e completano il quadro delle scienze naturali alla Sapienza. Per i più grandi, il Museo Universitario di Scienze della Terra aggiunge il tempo profondo che alla botanica manca.

Accessibilità, servizi e regole del Museo Erbario di Roma

Il museo occupa il secondo piano di un edificio universitario degli anni Trenta dotato di ascensore, ma le condizioni di accesso per chi ha difficoltà motorie vanno concordate in anticipo, perché percorsi e ascensori di un edificio dipartimentale non sempre coincidono con quelli di un museo pubblico. Al momento della prenotazione dichiara esigenze specifiche, comprese eventuali necessità di sedute durante la visita: il personale organizza di conseguenza.

Non aspettarti i servizi di un museo civico. Non c'è biglietteria, perché l'ingresso è gratuito. Non c'è bookshop. Non c'è guardaroba nel senso proprio, e conviene arrivare leggeri. I bagni sono quelli dell'edificio universitario. Bar e mense della Città Universitaria sono a portata di piedi e in orario di lezione sono affollatissimi.

Le regole di comportamento sono quelle di un archivio: niente cibo e bevande nelle sale, niente penne a inchiostro vicino ai materiali, niente flash, niente mani sui campioni salvo indicazione contraria. Sembrano restrizioni severe e sono semplicemente il motivo per cui un foglio del 1840 è ancora leggibile.

Quando andare al Museo Erbario di Roma e quando evitarlo

Il calendario di un museo universitario segue l'anno accademico. I periodi migliori per ottenere una visita ben fatta sono la seconda metà di settembre e ottobre, quando l'attività riprende e le richieste non si sono ancora accumulate, e poi febbraio e marzo. Dicembre è complicato per la chiusura natalizia indicata dal 22 dicembre al 6 gennaio. Agosto è escluso per la pausa estiva dei musei del Polo museale. Gennaio e giugno coincidono con le sessioni d'esame e l'edificio è meno disponibile.

Nella giornata, la fascia migliore è quella centrale della mattina, verso le dieci e mezza: la portineria è operativa, il personale ha già avviato il lavoro, e resta tempo prima della chiusura di mezzogiorno inoltrato. Arrivare alle 12.45 sperando in mezz'ora è la ricetta per una visita mozzata.

Una avvertenza sul clima, che sembra un dettaglio e non lo è: le sale delle collezioni sono climatizzate a parametri di conservazione, non di comfort umano. In estate fa più fresco di quanto ti aspetti e in inverno l'aria è secca. Una felpa leggera in borsa, anche a luglio, evita di passare mezz'ora con le braccia incrociate.

Che cosa vedere intorno al Museo Erbario di Roma

La Città Universitaria è la maggiore concentrazione di musei scientifici di Roma, e quasi nessuno la usa come tale. Nel raggio di cinque minuti a piedi dall'Edificio di Botanica ci sono raccolte che altrove costituirebbero attrazioni autonome.

Gli altri musei della Sapienza

Il Polo museale Sapienza riunisce diciannove musei. Nel quadrante scientifico, oltre all'Erbario, si trovano il Museo di Anatomia Comparata Battista Grassi, il Museo di Antropologia G. Sergi, il Museo di Chimica Primo Levi, il Museo di Fisica, il Museo Universitario di Scienze della Terra, il Museo di Arte e Giacimenti Minerari e il Museo di Anatomia Patologica. Sul versante umanistico e archeologico, il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche, il Museo del Vicino Oriente, Egitto e Mediterraneo, la Gipsoteca della Sapienza, il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea e il Museo di Storia della Medicina. Quasi tutti funzionano con la stessa logica dell'Erbario: gratuiti e su appuntamento. Il quadro completo delle aperture è sul sito del Polo museale Sapienza.

Il quartiere intorno

A est della Città Universitaria comincia San Lorenzo, con la basilica di San Lorenzo fuori le Mura e il Cimitero del Verano, che per un naturalista è anche un notevole parco urbano con alberature monumentali. A ovest, oltre le mura aureliane, si arriva a Castro Pretorio e a Termini. Verso nord, il Museo Civico di Zoologia e Villa Borghese sono raggiungibili con pochi minuti di autobus e completano una giornata di scienze naturali. Sul versante opposto della città, l'Orto Botanico di Roma in Trastevere è la metà vivente di questo stesso discorso.

Domande veloci sul Museo Erbario di Roma

Quanto costa entrare al Museo Erbario di Roma?

Nulla. L'ingresso è gratuito, e le visite guidate si prenotano senza costo aggiuntivo.

Serve prenotare per visitare il Museo Erbario di Roma?

Sì per le visite guidate e per la consultazione del materiale d'erbario. La richiesta va inoltrata con congruo anticipo, e l'indicazione è di almeno una settimana prima della data desiderata.

Quali sono gli orari del Museo Erbario di Roma?

Apertura al pubblico dal lunedì al venerdì in fascia mattutina, con orario collocato fra le 9.30 e le 13.00 a seconda della pagina istituzionale consultata; le aperture pomeridiane si concordano preventivamente. Conviene farsi confermare l'orario preciso al momento della prenotazione.

Come si prenota una visita al Museo Erbario di Roma?

Tre strade: il modulo di richiesta visite e accesso collezioni sul sito dell'Erbario, la posta elettronica a erbarioro@uniroma1.it, oppure il telefono ai numeri 06 4991 2410 e 06 4991 2409.

Quante persone possono entrare insieme?

Le visite guidate accolgono un massimo di venti persone. Gruppi più numerosi vanno divisi in turni, e va segnalato quando si scrive.

Dove si trova esattamente il Museo Erbario di Roma?

Al secondo piano dell'Edificio di Botanica, edificio CU011, all'interno del Dipartimento di Biologia Ambientale della Sapienza, Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma.

Qual è la fermata della metropolitana più vicina?

Policlinico, sulla linea B, a pochi minuti a piedi. In alternativa Castro Pretorio, sempre sulla linea B. Da Termini si arriva a piedi in una ventina di minuti.

Quanti esemplari conserva il Museo Erbario di Roma?

Oltre un milione, distribuiti fra collezioni storiche e contemporanee. È fra i principali erbari italiani ed europei.

Che cosa significa la sigla RO?

È il codice permanente assegnato a questo erbario nell'Index Herbariorum, il censimento mondiale delle collezioni botaniche nato nel 1935 e curato al New York Botanical Garden. Ogni articolo scientifico che cita materiale conservato qui scrive RO.

Quali collezioni comprende il Museo Erbario di Roma?

Erbario Romano, Erbario Generale, Erbario Cesati, Erbario Montelucci, Erbario Anzalone, Erbario Bazzichelli, Erbario Quadraccia, Erbario delle Piante Coltivate ed Erbario Didattico, oltre alle nuove acquisizioni Bassani, Fanelli e Lattanzi, alla Spermoteca Bonaventura e a collezioni storiche come l'Hortus Nereidum.

Qual è la collezione più importante?

Sul piano scientifico l'Erbario Cesati e le raccolte crittogamiche di Giuseppe De Notaris, per la presenza di numerosi esemplari tipo. Sono anche le più richieste dagli studiosi.

Che cos'è un esemplare tipo?

È l'esemplare fisico al quale è legata la prima descrizione di una specie. Serve come riferimento permanente per stabilire a che cosa corrisponde un nome scientifico, e per questo gli erbari che ne conservano molti diventano nodi obbligati della ricerca mondiale.

Si possono fare fotografie al Museo Erbario di Roma?

L'autorizzazione va chiesta al personale al momento della prenotazione e riguarda in genere l'uso personale e didattico. Il flash è da escludere, perché la luce diretta danneggia campioni ed etichette.

Il Museo Erbario di Roma è accessibile in sedia a rotelle?

Il museo è al secondo piano di un edificio dotato di ascensore, ma percorso e assistenza vanno concordati in anticipo dichiarando l'esigenza al momento della prenotazione.

È adatto ai bambini?

Dagli otto-nove anni in su funziona bene, soprattutto se la classe o la famiglia arriva preparata. Per i più piccoli la visita rischia di essere lunga e poco interattiva: meglio l'Orto Botanico.

Quanto dura la visita?

Una visita guidata ben condotta occupa fra un'ora e un'ora e mezza. Chi consulta materiale per ricerca resta ovviamente molto di più, per l'intera mattinata di apertura.

Che differenza c'è fra il Museo Erbario di Roma e l'Orto Botanico?

L'Orto conserva piante vive in un giardino; l'Erbario conserva piante essiccate e spianate in un archivio ordinato per famiglia, genere e specie. Sono le due metà del medesimo museo botanico e appartengono entrambi alla Sapienza.

Si può consultare il materiale per una ricerca?

Sì, con prenotazione. La consultazione del materiale d'erbario è uno dei servizi principali dell'istituzione, insieme allo scambio e al prestito fra erbari.

Il Museo Erbario di Roma è aperto ad agosto?

No. Ad agosto i musei del Polo museale Sapienza osservano la pausa estiva. Anche fra il 22 dicembre e il 6 gennaio è indicata la chiusura natalizia.

Ci sono visite in inglese?

Il sito dell'istituzione ha una versione inglese e la richiesta si può formulare in inglese; la disponibilità di una visita in lingua va concordata caso per caso al momento della prenotazione.

Quanto si aspetta in coda al Museo Erbario di Roma?

Zero. Non esiste coda, perché non esiste ingresso libero senza appuntamento: la fila, semmai, è nel calendario delle prenotazioni.

C'è un bookshop o una caffetteria?

No. Bar e mense sono quelli della Città Universitaria, molto affollati negli orari di lezione.

Le collezioni sono consultabili online?

È in corso un lavoro di digitalizzazione, nel quadro del progetto nazionale per un erbario virtuale e della piattaforma ADiMuS dei musei Sapienza, presentata nel novembre 2024. La consultazione digitale integra la visita, non la sostituisce.

Si può partecipare alle attività del Museo Erbario di Roma?

Sì. Il progetto di citizen science Fiori Trasteverini, promosso con l'Orto Botanico e l'Herbarium Horti Romani, prevede giornate in cui i partecipanti costruiscono un erbario e una collezione di semi: il secondo ciclo del 2026 è previsto dal 5 al 26 settembre, con posti limitati e ingresso gratuito.

Chi dirige il Museo Erbario di Roma?

La direzione è della professoressa Donatella Magri; la curatela d'area della dottoressa Caterina Giovinazzo.

Vale la pena visitare il Museo Erbario di Roma se non sono un botanico?

Sì, a condizione di arrivare con curiosità e con qualche domanda pronta. Chi si aspetta una passeggiata fra vetrine resterà freddo; chi vuole capire come si costruisce la conoscenza del mondo naturale esce da qui con qualcosa in più.

I luoghi più difficili da vendere sono spesso quelli che restano addosso più a lungo. Il Museo Erbario di Roma è esattamente questo: due stanze in cima a un edificio razionalista, nessuna vetrina, nessun capolavoro riconoscibile, e dentro un milione di documenti che raccontano com'era fatto il mondo vegetale prima che lo cambiassimo. Prenotate, arrivate con una domanda vera, chiedete che vi aprano un pacco. Quando la fettuccia si scioglie e il cartellino ottocentesco compare sotto la pianta, si capisce il perché di tutte queste righe.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo Erbario di Roma - Via Cesare de Lollis, 25, 00185 Roma RM, Italia
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