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Museo di Fisica

Il Museo di Fisica della Sapienza occupa il primo e il terzo piano dell'Edificio Fermi, dentro il Dipartimento di Fisica della Città Universitaria, Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma. L'ingresso è libero e non si paga biglietto, ma la porta non è sempre aperta: la visita autonoma è possibile solo nelle fasce che il calendario pubblicato dal museo segna con la dicitura LIBERO, e la visita guidata va prenotata scrivendo alla direzione all'indirizzo direzionemuseo.fisica@uniroma1.it, indicando la fascia scelta. Chi arriva senza avere concordato nulla rischia di trovare le sale chiuse. Si arriva con la metro B, fermata Policlinico; da Termini partono le linee di superficie 310 e 492, e a piedi sono una ventina di minuti. Non ci sono bookshop, guardaroba o caffetteria: è un museo universitario dentro un dipartimento che lavora, e i bar sono tutti fuori, sui lati del campus.

Se cercate altri ingressi gratuiti in città, la pagina dedicata ai musei gratis a Roma raccoglie le occasioni ricorrenti; il Museo di Fisica appartiene a un'altra categoria ancora, quella dei musei universitari, gratuiti per vocazione e non per calendario.

Dove si trova il Museo di Fisica e come ci si arriva davvero

La Città Universitaria è un rettangolo urbanistico chiuso, con più cancelli, e il Museo di Fisica si trova nella parte del campus dedicata alle scienze dure. L'indirizzo che il museo pubblica è quello dell'ateneo, Piazzale Aldo Moro 5. Una volta dentro, l'Edificio Fermi è il corpo di fabbrica del Dipartimento di Fisica: le sale museali sono al primo e al terzo piano, e questo dettaglio conta più di quanto sembri, perché significa salire e scendere, e significa che il percorso non è un anello continuo ma due tronconi separati da una rampa di scale o da un ascensore.

Il museo indica anche le proprie coordinate in what3words, agganci.leone.sterzi, che per una volta sono più utili del solito: dentro un campus con dieci edifici in fila, un puntatore a tre parole risolve in trenta secondi quello che una mappa generica lascia irrisolto per un quarto d'ora.

Mezzi pubblici e fermate utili

La fermata utile della metro B è Policlinico. Da lì si costeggia il muro dell'ateneo e si entra da uno dei cancelli sul lato di viale Regina Elena. Da Termini, in alternativa alla metro, l'ateneo indica le linee di superficie 310 e 492, oppure una camminata di circa venti minuti che attraversa il quartiere Castro Pretorio. La mia opinione, dopo aver accompagnato decine di gruppi in quella direzione: se siete in due o tre e avete l'orario in tasca, camminate. L'autobus in quella fascia oraria è una lotteria e il tempo guadagnato è nullo.

Il quartiere intorno al Museo di Fisica

Il campus confina con San Lorenzo da un lato e con il Policlinico Umberto I dall'altro. Vuol dire che, uscendo, avete due mondi opposti a portata di piede: il reticolo popolare e universitario di San Lorenzo, con la basilica di San Lorenzo fuori le mura e il Cimitero del Verano, e il grande fronte ospedaliero di viale del Policlinico. Per il pranzo, San Lorenzo. Non c'è partita.

Che cos'è il Museo di Fisica della Sapienza, e che cosa non è

Il Museo di Fisica conserva gli strumenti impiegati nella didattica e nella ricerca delle scienze fisiche a Roma dalla fine del Settecento agli anni Sessanta del Novecento. Non è una collezione di reperti muti: è l'attrezzeria di un mestiere, il materiale con cui a Roma si è insegnata e praticata la fisica per due secoli e mezzo. Gli esemplari esposti sono circa seicento, e la maggior parte appartiene alla forbice 1870-1930, cioè agli anni in cui la fisica sperimentale italiana passa dalla dimostrazione di cattedra alla ricerca vera.

Una precisazione che vale la pena fare subito, perché i due nomi si confondono di continuo. Il Museo di Fisica della Sapienza non è il Centro Fermi di via Panisperna. Quest'ultimo si chiama per esteso Museo Storico della Fisica e Centro Studi e Ricerche Enrico Fermi, sigla CREF, ed è un ente pubblico di ricerca autonomo con sede in via Panisperna 89 A e ingresso ospiti da Piazza del Viminale 1. Sono due istituzioni distinte, con due direzioni distinte e due modalità di visita distinte, unite dal fatto che entrambe custodiscono memoria fermiana. Se volete la sede storica di via Panisperna, quella dove il gruppo lavorava, la pagina di riferimento è quella del Centro Enrico Fermi. Se volete gli strumenti con cui il gruppo lavorava, siete nel posto giusto qui, alla Sapienza.

Chi dirige oggi il Museo di Fisica

La direzione del museo è affidata alla professoressa Adele La Rana. Il Consiglio di Museo comprende il direttore del Dipartimento di Fisica, Daniele Del Re, e i professori Maria Grazia Betti, Sergio Caprara, Claudia Fasolato e Giovanni Organtini, con Giovanni Battimelli e Miriam Focaccia come esperti designati dal Centro Ricerche Enrico Fermi. La curatela d'area museale è della dottoressa Darica Paradiso. Sono nomi che a un turista dicono poco e a chi prenota dicono tutto: il canale unico è la direzione, e la posta elettronica è più efficace del telefono.

Enrico Fermi, Collezione Fermi del Museo di Fisica della Sapienza
Enrico Fermi

Le collezioni del Museo di Fisica, sezione per sezione

Il museo organizza il proprio patrimonio in sette collezioni: meccanica, pompe pneumatiche, acustica, elettricità e magnetismo, ottica, spettroscopia, Collezione Fermi. Non è una tassonomia burocratica: è la mappa mentale con cui la fisica ottocentesca si divideva il mondo, e percorrerla in ordine significa attraversare due secoli di idee su che cosa fosse un fenomeno naturale e come lo si dovesse costringere a mostrarsi.

La meccanica del Museo di Fisica

Fino a metà Ottocento le esperienze di meccanica, con quelle di elettricità, erano l'asse portante delle lezioni dimostrative. Il dato che rende la cosa concreta è nel registro del 1828: su poco più di trecento strumenti censiti, una ottantina riguardavano la meccanica, con balistica e idrostatica come corollari. I temi ricorrenti erano sempre gli stessi e valgono ancora come indice di un corso: leggi dell'equilibrio e del moto dei solidi, accelerazione dei gravi in caduta libera e sui piani inclinati, composizione dei moti e delle forze, forze centrali e leggi di Keplero, oscillazioni dei pendoli. Gli urti e le considerazioni energetiche arrivano dopo, nella seconda metà del secolo, quando l'idea di energia diventa il centro del discorso.

Nelle vetrine trovate una gran bilancia idrostatica di ottone di Felice Morelli, datata 1816, una bilancia di precisione di A. Scateni di Urbino, e poi la sequenza dei grandi costruttori europei: Rueprecht di Vienna, Gambey di Parigi, Officine Galileo di Firenze. C'è il pendolo doppio di Righi per la composizione dei moti armonici, un orologio a pendolo di compensazione, un orologio elettrodinamico, la macchina di Atwood già registrata nel catalogo del 1828, la macchina di Morin degli anni successivi, un comparatore di lunghezze di fine Ottocento e due macchine a dividere degli anni Venti del Novecento.

Se dovessi indicare un solo oggetto da guardare a lungo in questa sezione, sceglierei la macchina di Atwood. È un traliccio con una carrucola, un filo e due masse, e serviva a rallentare la caduta libera fino a renderla misurabile con un pendolo. Duecento anni prima del sensore ottico, qualcuno ha risolto il problema del tempo troppo breve con un'idea invece che con un dispositivo. Vale più di mezza sala di apparecchi lucidi.

Le unità campione: il metro e il litro di Gambey al Museo di Fisica

La parte più sorprendente della sezione meccanica sono le unità campione, e qui il Museo di Fisica ha qualcosa che pochissimi musei italiani possono mostrare. Il pezzo maggiore è il metro campione di Henri Prudence Gambey, costruttore parigino vissuto fra il 1789 e il 1847. È un esemplare in ottone, con incisa la formula della sua stessa dilatazione termica: Mètre, Dilatation du métal pour un degré centigrade 0m000019129. Ha tacche al centimetro su tutta la lunghezza e al millimetro sui primi dieci centimetri. Nella custodia di legno, che misura 124 per 21 per 2,5 centimetri, è conservato il certificato di conformità che ne attesta l'identità con il metro in platino a norma della legge del 7 aprile 1795. Proviene dal Teatro Fisico della Sapienza e risale a circa il 1820: nel registro inventariale figura in Sezione I al numero 2.

Accanto ci sono tre barre di un metro in ottone, due delle quali argentate, con divisioni al millimetro e l'ultima tacca, a entrambe le estremità, suddivisa in cinque parti: servivano a tarare gli altri metri con il comparatore e con la macchina a dividere. Vengono dalla collezione Volpicelli. Un ulteriore esemplare porta la stampigliatura NAK 1887 ed è registrato come I-2 ter; un altro ancora, privo di marchi, come I-2 bis.

Poi c'è il litro campione di Gambey, che è un piccolo capolavoro di intelligenza pratica: un cilindro di ottone verniciato con brasolina dorata, chiuso in alto da un disco di vetro opaco, di dimensioni complessive 11 per 11 per 20 centimetri, anch'esso proveniente dalla collezione Volpicelli e registrato in Sezione I al numero 13. Lo si riempiva fino all'orlo, poi si premeva la superficie libera con il disco di vetro per eliminare l'eccesso dovuto alla tensione superficiale. Il risultato era un litro esatto. Chiunque abbia mai provato a misurare un volume con un menisco capisce al volo il genio della soluzione. La descrizione scientifica di questa sezione porta la firma di M. Grazia Ianniello, che sul patrimonio del museo ha lavorato per anni.

Le pompe pneumatiche e la corsa al vuoto

Fino all'inizio dell'Ottocento la pneumatica era considerata parte integrante della meccanica, sia negli aspetti teorici sia in quelli costruttivi. Nel corso del secolo i suoi temi vengono assorbiti prima nella scienza del calore e poi nella termodinamica, mentre la tecnica del vuoto prende una strada tutta sua, legata alla ricerca sulla conduzione elettrica nei gas e, dal Novecento, all'elettronica. Da lì discendono l'illuminazione elettrica e la radiodiffusione, fino agli anni Cinquanta e ai tubi elettronici.

La sequenza esposta al Museo di Fisica è una lezione di storia della tecnica in otto oggetti: la pompa Hauksbee a due cilindri, una pompa per comprimere a due cilindri in vetro, una campana pneumatica con manometro, la pompa Golaz a un cilindro, la pompa Geryk a due cilindri con stantuffo a olio, la pompa Gaede rotativa a olio, la pompa Gaede rotativa a mercurio e la pompa Leybold a diffusione a olio. La descrizione di questa sezione è curata da Daniele Rebuzzi.

Guardatele in fila, da sinistra a destra, e avrete davanti agli occhi la corsa verso il vuoto sempre più spinto che ha reso possibile la lampadina, la valvola termoionica, il tubo catodico e infine la televisione. Una fila di pompe di ottone spiega il Novecento meglio di un capitolo di manuale.

L'acustica del Museo di Fisica: Blaserna, Koenig e l'Ufficio del corista

La collezione di acustica è il vanto meno pubblicizzato del museo. Raccoglie strumenti e apparati della seconda metà dell'Ottocento provenienti dal Regio Istituto Fisico di via Panisperna, e si è formata in tre ondate ben riconoscibili: un primo ordine nel 1873, subito dopo l'istituzione della Scuola pratica di fisica; un ampliamento nel 1887, con l'istituzione dell'Ufficio Centrale del Corista uniforme; un'acquisizione fra il 1921 e il 1926 dal gabinetto fisico del Magistero di Roma.

Il nome che ricorre è quello di Rudolf Koenig, vissuto fra il 1832 e il 1901, il più prestigioso ideatore e costruttore di strumenti per l'acustica della seconda metà dell'Ottocento. Allievo di von Helmholtz, si trasferisce a Parigi nel 1851 e nel 1858 avvia l'attività indipendente; il suo catalogo del 1882 conta 262 articoli. I diapason, gli analizzatori armonici, le capsule manometriche che Koenig costruiva erano oggetti di precisione ottica applicata al suono, e ancora oggi hanno un'eleganza che nessuno strumento elettronico raggiunge.

Il personaggio decisivo, però, è Pietro Blaserna, vissuto fra il 1836 e il 1918, chiamato a Roma nel 1872 sulla cattedra di fisica sperimentale. Prima di lui i fenomeni vibratori legati al suono erano trattati con sufficienza: troppo specialistici per i corsi generali, e sperimentalmente trascurati perché ritenuti poco significativi. Si era formato un circolo vizioso perfetto, di quelli che bloccano una disciplina per decenni: una strumentazione inadeguata rende il fenomeno poco interessante, e un fenomeno poco interessante non induce nessuno a procurarsi una strumentazione migliore. Blaserna, personalmente appassionato di musica e consapevole per esperienza diretta di che cosa la nuova strumentazione acustica potesse fare anche nella fisica generale, spezzò il circolo comprando strumenti veri. Nel 1887, presso il Regio Istituto Fisico, nasce l'Ufficio Centrale del Corista uniforme, cioè l'organismo che doveva fissare per legge il la di riferimento per tutta l'Italia musicale.

Trovo questa la storia più bella dell'intero museo, e la racconto sempre ai gruppi: uno Stato appena unificato che, fra le mille urgenze, decide che anche l'intonazione degli strumenti musicali è un'unità di misura e va normata come il metro e il chilogrammo.

Elettricità e magnetismo al Museo di Fisica

La sezione elettrica si divide in due famiglie: le macchine a strofinio, presenti soprattutto a partire dal 1820, e le macchine ad induzione, che coprono dalla seconda metà dell'Ottocento fino al 1930. Le prime discendono tutte dal prototipo del 1663, quando Otto von Guericke, vissuto fra il 1602 e il 1686, costruì il primo dispositivo capace di produrre virtù elettrica: un globo di zolfo che ruotava azionato a mano e che l'operatore toccava con il palmo.

Al museo si riconoscono esemplari ispirati ai modelli di Francis Hauksbee, 1666-1713, e di Jean Antoine Nollet, 1700-1770, e una macchina di Nairne, progettata nel 1773 da Edward Nairne, 1726-1806, meccanico inglese, per il Granduca di Toscana. Ci sono poi varianti delle macchine di Ramsden e di Winter. Le macchine a strofinio, con la bottiglia di Leida, hanno svolto un ruolo fondamentale nella storia dell'elettricità fino a metà Ottocento: erano l'unico modo per accumulare carica in quantità apprezzabile.

Le macchine ad induzione lavorano su un principio diverso, moltiplicativo: la carica viene amplificata per induzione ripetuta. La collezione comprende il prototipo di Holtz, la macchina di Wimshurst con innesco automatico e le macchine di Wommelsdorf azionate a motore. Fino ai primi anni Trenta del Novecento furono il mezzo più semplice per ottenere potenziali continui elevati, dell'ordine dei centomila volt. Un dato da tenere a mente quando si arriva alla Collezione Fermi: l'acceleratore del 1936 nasce da questa tradizione, non da un altro pianeta.

L'ottica del Museo di Fisica

L'Ottocento è il secolo che riapre la partita sulla natura della luce, e la sezione ottica del Museo di Fisica lo documenta pezzo per pezzo. Interferenza e diffrazione entrano nella scienza con Thomas Young nel 1802 e con Jean Fresnel intorno al 1815. La polarizzazione ha una preistoria più antica: la doppia rifrazione della calcite era stata osservata da Erasmus Bartholinus nel 1669, ma sono le ricerche di Etienne Louis Malus fra il 1808 e il 1810 a stabilire le proprietà della luce polarizzata per riflessione e per doppia rifrazione. Dopo di lui vengono Arago, Brewster e Biot.

Fra gli italiani il nome che conta è Macedonio Melloni, che dimostrò l'identità fra radiazione luminosa e calore raggiante: al museo si conserva il banco ottico Melloni, che di quella dimostrazione era il teatro. Molti degli strumenti esposti escono dalla ditta parigina Soleil-Duboscq, poi Ph. Pellin, che per mezzo secolo fu il fornitore d'obbligo di ogni gabinetto di fisica europeo: da lei viene fra l'altro l'interferometro di Jamin. Completano la sezione polarimetri di vario tipo, fra cui una pinzetta a tormalina attribuita a Biot, un eliostato Silbermann e una lanterna da proiezione. La descrizione scientifica è firmata da Silvia Trapanese.

La pinzetta a tormalina merita una sosta: due cristalli montati su una pinza da orefice, e con quelli si dimostrava la polarizzazione a una classe intera. L'attribuzione a Biot va presa per quello che è, un'attribuzione ragionata e non un documento firmato, ma l'oggetto in sé è uno dei più eloquenti dell'intero percorso.

La spettroscopia del Museo di Fisica

La spettroscopia è la disciplina che ha trasformato la luce in un documento d'identità chimico, e la sezione dedicata la racconta in ordine cronologico. La prima osservazione sulla decomposizione della luce solare attraverso un prisma si lega al nome di Newton e risale a circa il 1670. Nel 1802 William Hyde Wollaston nota righe nere nello spettro solare mentre studia la dispersione nel vetro, ma non capisce che cosa siano. L'interpretazione corretta arriva nel 1814 con Joseph von Fraunhofer, che collega le linee scure dello spettro solare alle linee luminose del sodio. Intorno al 1800 e al 1801 si aggiungono le radiazioni invisibili: oltre il rosso con Friedrich Wilhelm Herschel, oltre il violetto con Johann Wilhelm Ritter. Nel 1827 John Frederick Herschel avanza l'ipotesi che le righe scure negli spettri del Sole e delle stelle siano dovute all'assorbimento della luce, ed è la chiave di volta di tutta l'astrofisica successiva.

Gli strumenti esposti seguono la stessa linea: uno spettroscopio di Bunsen della Kruess, uno spettroscopio a sei prismi, e poi gli strumenti basati sul reticolo di diffrazione di Friedrich Adolph Nobert, perfezionato da Henry Augustus Rowland con superfici concave metalliche. Anche questa sezione porta la firma di Silvia Trapanese.

Il salto da capire è quello dal prisma al reticolo: il prisma separa i colori sfruttando un materiale, il reticolo li separa sfruttando la geometria. La seconda strada è più precisa e più riproducibile, e ha vinto. Se guardate un reticolo di Rowland contro luce radente e vedete l'iridescenza, avete davanti la ragione per cui oggi sappiamo di che cosa è fatta una stella.

La Collezione Fermi del Museo di Fisica

È la ragione per cui molti visitatori varcano il cancello, e regge l'aspettativa. La Collezione Fermi documenta due stagioni di ricerca del gruppo romano: la spettroscopia atomica fra il 1927 e il 1931, e la fisica nucleare fra il 1934 e il 1936.

Della prima stagione restano i due grandi spettrografi Littrow della Hilger che in istituto chiamavano i coccodrilli, per la forma allungata e la bocca del portalastre: uno da tre metri per il visibile, uno da un metro e mezzo per l'ultravioletto. Con loro sono conservate le lastre fotografiche degli spettri dei principali esperimenti, che sono il dato grezzo su cui il gruppo lavorava.

Della seconda stagione resta l'attrezzatura della fisica nucleare delle origini: camere a ionizzazione, contatori Geiger-Müller di varie dimensioni, due camere di Wilson, un elettromagnete trocoidale, un voltmetro elettrostatico detto a farfalla, e la sorgente di neutroni al radon-berillio in provette di vetro sigillate. Ci sono anche i contenitori con i materiali usati per l'irradiamento, argento e altri metalli ridotti in polvere, alloggiati in guaine non attivabili. È la parte che impressiona di più chiunque abbia un'idea di che cosa significhi oggi maneggiare materiale radioattivo: provette di vetro, guaine, e mani.

Due pezzi vanno cercati con attenzione. Il primo è l'acceleratore elettrostatico del 1936, la prima macchina acceleratrice italiana, di cui il museo conserva anche la valvola raddrizzatrice. Il secondo è il modellino dell'apparato dell'esperimento Conversi, Pancini e Piccioni del 1945, con due delle lenti magnetiche impiegate: quell'esperimento dimostrò che la particella osservata nei raggi cosmici non era il mesone previsto da Yukawa, e aprì di fatto la fisica delle particelle del dopoguerra. Fu condotto in condizioni di fortuna, in una Roma appena uscita dalla guerra.

Il ministero, nella propria scheda dedicata al museo, segnala fra i pezzi notevoli anche la calcolatrice meccanica usata da Enrico Fermi. Se è in vetrina quando andate, guardatela: è l'oggetto che rende umano tutto il resto.

Enrico Fermi, Premio Nobel per la fisica 1938
Enrico Fermi, Premio Nobel per la fisica 1938

Dal Teatro fisico del 1748 al Museo di Fisica di oggi

Il Museo di Fisica non nasce nel Novecento. Nasce a metà Settecento, dentro un'università pontificia, e la sua storia coincide con la storia dell'insegnamento della fisica a Roma. Raccontarla per intero è il modo migliore per capire perché quelle vetrine contengono quello che contengono.

Lo Studium Urbis e il Palazzo della Sapienza

L'università di Roma è fondata nel 1303 da Bonifacio VIII con la bolla In Supremae. Prima di allora l'istruzione superiore in città era riservata al clero, attraverso la Scuola capitolare lateranense e la Universitas Romanae Curiae. Lo Studio municipale ebbe sede presso la chiesa di Sant'Eustachio e comprendeva tutte le facoltà, con netta prevalenza degli studi giuridici; nel 1376 fu trasferito a Trastevere. Nel 1431 Eugenio IV ordinò la costruzione di collegi per studenti poveri e istituì un consiglio di riformatori, e lo Studio tornò a Sant'Eustachio. Con Niccolò V, fra il 1447 e il 1455, rinacquero le lettere latine e greche; con Paolo III Farnese, all'inizio del Seicento, l'ateneo si aprì alla cultura laica.

Il Palazzo della Sapienza fu inaugurato solennemente nel 1660 sotto Alessandro VII, e nel 1670 la Biblioteca Alessandrina aprì al pubblico. Chi volesse vedere quel palazzo oggi lo trova a Corso del Rinascimento, con la cupola a spirale che lo rende irripetibile: la pagina della chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza racconta l'edificio che per due secoli ospitò anche il gabinetto di fisica di cui il museo di oggi è l'erede diretto.

Il Teatro fisico del 1748 e il primo catalogo

Il nucleo originario del Museo di Fisica ha una data e un documento. Benedetto XIV, pontefice dal 1740 al 1758 e riformatore radicale degli insegnamenti universitari, istituì il Teatro fisico della Sapienza con chirografo del 14 ottobre 1748. Nel 1751 il Gabinetto di Fisica era già sistemato al piano superiore della Sapienza e aperto per dimostrazioni pubbliche due sabati al mese. Prendetevi un secondo per apprezzare la cosa: divulgazione scientifica a calendario fisso, a Roma, nel 1751.

Sotto Pio VI, dal 1775 al 1799, la cattedra di fisica fu tenuta dal 1792 da Bartolomeo Gandolfi, 1735-1824. Nel 1794 fu compilato il primo catalogo delle macchine, il documento che consente ancora oggi di datare i pezzi più antichi. Con Pio VII, dal 1800 al 1823, nacque nel 1816 la cattedra di Fisica Sacra, affidata all'abate Feliciano Scarpellini, che costituì un proprio Gabinetto di Fisica poi ceduto all'università. Il catalogo del 1828 fotografa la consistenza raggiunta, incrementata dal lavoro di Saverio Barlocci, autore di un manuale di Fisica Sperimentale.

Il nuovo Museo di Fisica del 1857 e Paolo Volpicelli

Paolo Volpicelli, 1804-1879, divenne professore nel 1845 e direttore del Gabinetto fisico dal 1847. Sotto la sua gestione le collezioni crebbero in modo sensibile e vi confluirono quelle del marchese Origo e di Scarpellini. Volpicelli fu anche il primo a condurre osservazioni regolari sull'elettricità atmosferica a Roma, e le condusse proprio nel museo fisico dell'università.

Nel 1857, per volontà di Pio IX, il nuovo Museo di Fisica fu sistemato nell'intera ala dell'ultimo piano del Palazzo della Sapienza, realizzato secondo i più moderni accorgimenti del tempo: luce naturale dall'alto, un laboratorio con acqua corrente, una sala per la meteorologia con terrazzo, un anfiteatro trasformabile in camera oscura, con pavimento e gradini in legno indipendenti dalla struttura per evitare le vibrazioni. Fra gli strumenti principali figuravano la macchina di Atwood, un torchio idraulico, una bilancia metrica sensibile al peso di un grano, un torno costruito da Giuseppe Bermanni, un oriuolo a pendolo di compensazione, un orologio elettrodinamico, microscopi solari, specchi ustori parabolici e l'apparecchio completo di Melloni. La direzione era di Volpicelli, assistito dal macchinista Giacomo Luswergh.

Blaserna, via Panisperna e la Scuola pratica di fisica

Nel 1872 Pietro Blaserna fu chiamato a dirigere il Regio Istituto Fisico e l'insegnamento venne sdoppiato: fisica sperimentale a lui, fisica matematica a Volpicelli. Nel 1880 l'Istituto si trasferì nel nuovo edificio di via Panisperna, progettato da Blaserna stesso, con spazi per la didattica, per la ricerca e per i servizi che erano all'avanguardia in Italia. Il piano cantina ospitava l'impianto per la produzione di corrente continua mediante caduta d'acqua; al piano terra c'erano l'Anfiteatro per le lezioni, la Piccola Scuola, i laboratori pratici e l'officina meccanica; al primo piano la direzione, la biblioteca, il Gabinetto per gli strumenti di precisione e altri laboratori.

Fra gli assistenti di Blaserna si contano Damiano Macaluso, 1873-76, Filippo Keller, 1876-81, Giuseppe Folgheraiter, 1881-1913, Guglielmo Mengarini, 1881-88, Alfonso Sella, 1891-1900, Domenico Pacini, 1903-05, e Umberto Cialdea, 1909-21. Nel personale tecnico compaiono Lodovico Meda e soprattutto Augusto Zanchi, 1882-1936, e suo figlio Lodovico Zanchi, 1904-1976: quest'ultimo, negli archivi dell'istituto, è definito l'ombra di Blaserna. Sono i nomi che hanno costruito, riparato e tarato molti degli strumenti che oggi vedete in vetrina, e che nessuna targa celebra mai abbastanza.

Il Circolo Fisico di Roma, 1891

Blaserna istituì nel 1891 il Circolo Fisico di Roma, con prima adunanza il 5 gennaio di quell'anno, per promuovere la diffusione della scienza mediante conferenze, discussioni e relazioni. Lui ne fu presidente onorario; vicepresidenti onorari furono Pisati e Keller, il primo sostituito da Eugenio Beltrami nel novembre 1891; segretario il dottor Pierpaoli. Fra i soci figurano Guglielmo Mengarini, Alfonso Sella, Moisè Ascoli e, dal 1894, Quirino Maiorana.

Fra il 1891 e il 1897 le conferenze settimanali toccarono elettricità ed elettrotecnica, sismologia, gravimetria, effetto Hall, raggi ultravioletti, correnti alternanti, effetto Peltier, gravità, motori elettrici, termodinamica, inclinazione magnetica, campi rotanti. Nel 1897 Blaserna annunciò la costituzione di un comitato per fondare la Società italiana di Fisica. Fra il 1896 e il 1899 il Circolo organizzò conferenze pubbliche a pagamento che incassarono 3.394 lire, con titoli che dicono tutto sull'epoca: Dopo la scoperta di Roentgen, tenuta da Maiorana, e Le trasmissioni elettriche senza fili, tenuta da Ascoli. La città pagava un biglietto per sentir parlare di raggi X un anno dopo la scoperta.

Corbino, Fermi e i ragazzi di via Panisperna

Dal 1918 al 1937 l'Istituto fu diretto da Orso Mario Corbino, che orientò le ricerche verso elettrotecnica, elettronica e spettroscopia. Nel 1926 Corbino istituì la prima cattedra di Fisica teorica in Italia e vi chiamò Enrico Fermi. Intorno a Fermi si formò il gruppo che il mondo conosce come i ragazzi di via Panisperna: Franco Rasetti, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi, Bruno Pontecorvo. Fra i collaboratori compaiono anche Ettore Majorana, Giulio Racah e Ugo Fano.

Nel 1934 Fermi, con Amaldi, Rasetti e Segrè, scoprì la radioattività artificiale provocata dal bombardamento di neutroni. Nell'ottobre dello stesso anno il gruppo scoprì l'effetto moderatore delle sostanze idrogenate, la paraffina anzitutto: i neutroni rallentati risultavano molto più efficaci di quelli veloci. È la scoperta che vale il Nobel del 1938 e che apre la strada alla fisica dei reattori.

Il 1937, la dispersione e il recupero del 1978

Il 1937 è l'anno della frattura. L'Istituto si trasferì nella Città degli Studi appena costruita, Corbino morì, e l'anno dopo Fermi lasciò l'Italia subito dopo il Nobel, spinto dalle leggi razziali; Segrè, Rasetti e Pontecorvo emigrarono negli stessi anni. La strumentazione non più utilizzata fu ammassata nei seminterrati, con perdite gravi dovute all'eliminazione di materiali e alla cannibalizzazione di parti, soprattutto durante gli anni di guerra. Molto di quello che oggi non è in vetrina è finito allora in un cassone.

Il recupero è del 1978: in occasione del settantesimo compleanno di Edoardo Amaldi, la strumentazione salvata fu ripresa e allestita in due sale del nuovo edificio del Dipartimento di Fisica. L'impianto è stato curato dal professor Giovanni Battimelli con la collaborazione della professoressa Maria Grazia Ianniello; dal 2014 la direzione fu assunta dal professor Giovanni Organtini, e oggi il museo è diretto dalla professoressa Adele La Rana. Il museo conserva anche i cataloghi e i registri delle fatture dal 1872 in poi, che sono la fonte primaria per datare e attribuire ogni singolo pezzo.

L'Edificio Marconi, l'Edificio Fermi e l'architettura della Città Universitaria

Il Museo di Fisica si trova nell'Edificio Fermi, ma la storia edilizia della fisica romana in campus comincia con l'Edificio Marconi, che il museo documenta in una sezione apposita. Progettato da Giuseppe Pagano, una delle figure decisive dell'architettura moderna italiana, fa parte del complesso della Città Universitaria inaugurato nel 1935. Ha un volume di 72.500 metri cubi e una superficie di 3.400 metri quadri, e fu concepito in due sezioni distinte, una per la Fisica superiore e una per la Fisica sperimentale. La struttura muraria è rivestita in litoceramica; gli ambienti sono 237 in tutto, di cui venti laboratori ampi e luminosi. L'edificio occupa una posizione d'angolo sul piazzale della Minerva, lungo l'asse principale del campus.

Le decorazioni sono di Corrado Vigni: il gruppo scultoreo al centro della corte interna e i bassorilievi con scene di animali in lotta sulla balaustra della scalinata esterna. Sono dettagli che quasi nessuno guarda, perché chi arriva in campus guarda in basso, il telefono, o davanti a sé, l'aula. Alzate lo sguardo: quella balaustra è uno dei pezzi di scultura anni Trenta più curiosi di Roma, e sopravvive in mezzo a un via vai di studenti che la sfiora ogni giorno senza vederla.

Per il resto della Città Universitaria vale la pena ricordare che il complesso fu completato fra il 1932 e il 1935, e che ospita altri musei visitabili: la Gipsoteca della Sapienza e il Museo laboratorio di arte contemporanea sono i due più facili da abbinare a una mattinata al Museo di Fisica.

Una curiosità su Museo di Fisica

La curiosità più forte del Museo di Fisica non riguarda Fermi. Riguarda il la. Nel 1887, presso il Regio Istituto Fisico di via Panisperna, fu istituito l'Ufficio Centrale del Corista uniforme, e il museo conserva la strumentazione che ne discende. Il corista, nel lessico ottocentesco, è il diapason di riferimento: l'altezza esatta a cui accordare gli strumenti musicali di un paese. Fino a metà Ottocento ogni orchestra, ogni teatro, spesso ogni città, aveva la propria intonazione. Un oboe accordato a Milano era stonato a Napoli. Per un'Italia appena unificata, con un'industria musicale che era una delle poche voci di esportazione culturale davvero forti, la faccenda non era folclore: era una questione di misura, di commercio e di identità.

Che a occuparsene fosse un istituto di fisica e non un conservatorio dice tutto sul modo in cui l'Ottocento intendeva la scienza: un diapason è un oggetto che vibra a una frequenza, e una frequenza si misura come una lunghezza. Blaserna, che era un fisico con orecchio musicale vero, ne fece il pretesto per dotare l'istituto di una collezione acustica di primo livello, comprando dai costruttori migliori d'Europa. Il paradosso è che una decisione presa per normare l'accordatura degli strumenti musicali ha prodotto, un secolo e mezzo dopo, una delle raccolte di apparati acustici ottocenteschi più solide d'Italia, conservata oggi al Museo di Fisica.

La mia opinione netta: se avete un'ora sola e siete convinti di venire per i coccodrilli della Hilger, cambiate programma e fatevi raccontare la vetrina dell'acustica. I contatori Geiger li avete visti in dieci documentari. Un analizzatore armonico di Koenig, con le sue capsule manometriche e le sue fiammelle, non lo avete visto mai, e non lo vedrete altrove in città.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo di Fisica

Che il museo si sviluppa su due piani non contigui. Le sale sono al primo e al terzo piano dell'Edificio Fermi, e questa è la ragione pratica per cui una visita al Museo di Fisica non funziona come una visita a un museo civico. Non c'è un percorso obbligato con le frecce sul pavimento; ci sono due tronconi di esposizione dentro un dipartimento universitario che nel frattempo fa lezione, ricerca ed esami. Fra il primo e il terzo piano passate accanto a porte di laboratorio, bacheche di appelli e studenti che ripassano in corridoio.

La seconda cosa che non viene detta è la più importante di tutte: il museo non ha un orario fisso da museo. L'ingresso è libero e gratuito, ma la visita autonoma è possibile solo negli intervalli che il calendario del museo segna con la dicitura LIBERO, e per la visita guidata si sceglie una fascia disponibile in quel calendario e la si conferma per posta elettronica alla direzione. Vale la pena insistere, perché è il punto su cui si consumano quasi tutti i viaggi a vuoto: non si tratta di un museo che apre tutti i giorni dalle nove alle sette. Si tratta di un museo universitario che apre quando il dipartimento può garantire una presenza.

Terza cosa, e serve a chi organizza. Non ci sono servizi accessori: niente bookshop, niente caffetteria, niente deposito bagagli attrezzato. Il museo lo dichiara apertamente e aggiunge che nei dintorni i luoghi di ristoro sono numerosi, il che è vero: San Lorenzo è a cinque minuti. Se arrivate con un gruppo, organizzatevi prima per zaini e cappotti, perché in un corridoio di dipartimento non c'è nessuno a cui lasciarli.

Aggiungo una notazione da professionista: proprio perché il museo funziona su prenotazione, la qualità della visita guidata è alta. Chi vi accompagna nelle sale del Museo di Fisica di solito è qualcuno che quegli strumenti li ha studiati o li ha usati, non un operatore ingaggiato a cottimo. È una differenza che si sente dopo tre minuti.

Il consiglio che ti do per visitare Museo di Fisica

Scrivete alla direzione prima di prenotare il resto della giornata, non dopo. La sequenza corretta è questa: aprite il calendario delle visite guidate pubblicato dal museo, individuate una fascia con la dicitura LIBERO, mandate una posta elettronica a direzionemuseo.fisica@uniroma1.it indicando giorno, fascia oraria e numero di persone, e attendete la conferma con le indicazioni operative. Solo a quel punto costruite intorno il resto: il pranzo a San Lorenzo, il pomeriggio al Verano o al MACRO, il secondo museo universitario.

Secondo consiglio, sul numero di persone. Le sale non sono grandi e il percorso si sviluppa su due piani: un gruppo di dieci o dodici persone funziona, un gruppo di trenta si spezza e sente male. Se siete una comitiva, chiedete esplicitamente in fase di prenotazione se è possibile suddividersi in due turni. Meglio due mezze ore ordinate che un'ora di file indiane in corridoio.

Terzo consiglio, sul quando. Il calendario universitario detta legge. Nelle settimane di sessione d'esame il dipartimento è in piena attività e le disponibilità si riducono; in agosto la Città Universitaria si svuota e trovare una fascia è più difficile, non più facile, perché il personale è in ferie. Le finestre migliori, per esperienza, sono la seconda metà di ottobre e i mesi di marzo e aprile, quando l'anno accademico è a regime ma non ancora in emergenza.

Quarto e ultimo: chiedete, in fase di prenotazione, se durante la vostra visita saranno accessibili entrambi i piani. La disponibilità può variare, e sapere in anticipo se vedrete solo una parte del percorso vi permette di decidere se rimandare a una data migliore. Il Museo di Fisica non è un posto in cui si torna per caso passando: se ci si va, tanto vale vederlo tutto.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che Enrico Fermi abbia vinto il Nobel nel 1938 e sia uscito dall'Italia subito dopo lo sanno tutti. Quello che quasi nessuno collega è la conseguenza materiale di quella partenza sugli oggetti che oggi vedete in vetrina. Nel 1937 l'Istituto lasciò via Panisperna per la Città degli Studi; Corbino, che di quel gruppo era stato il protettore politico e accademico, morì nello stesso anno; Fermi partì nel 1938; Segrè, Rasetti e Pontecorvo se ne andarono nel giro di pochissimo. Il gruppo si sciolse in ventiquattro mesi.

Gli strumenti rimasti, non più utilizzati da nessuno, furono ammassati nei seminterrati del nuovo edificio. Lì accadde quello che accade sempre in questi casi, e che gli archivi del museo registrano senza pietose perifrasi: eliminazione di materiali giudicati ingombranti e cannibalizzazione di parti, cioè pezzi smontati da un apparato per ripararne un altro. Gli anni di guerra fecero il resto. Quello che oggi si chiama Collezione Fermi non è la dotazione del gruppo di via Panisperna: è quello che ne è sopravvissuto.

Il salvataggio ha una data e un movente affettivo: il 1978, il settantesimo compleanno di Edoardo Amaldi, l'unico dei quattro rimasto in Italia per tutta la vita. In quell'occasione la strumentazione recuperata fu tirata fuori dai magazzini ed esposta in due sale. Il museo che visitate oggi nasce, tecnicamente, da un regalo di compleanno.

La mia opinione, e la dico senza indulgenza: è un fatto che andrebbe raccontato in ogni pannello. Non per fare retorica sulla dispersione, ma perché cambia il modo in cui si guarda una vetrina. Quei contatori Geiger non sono lì perché qualcuno li ha conservati con cura per quarant'anni. Sono lì perché qualcuno, nel 1978, è sceso in cantina.

La foto giusta da fare a Museo di Fisica

Gli spettrografi Littrow della Hilger, i due coccodrilli, ripresi per il lungo. Sono l'unico soggetto del museo che regge la fotografia in modo naturale, perché hanno una lunghezza che spiazza: tre metri il primo, un metro e mezzo il secondo. Mettetevi a un'estremità, abbassate il punto di ripresa fino all'altezza del corpo dello strumento e lasciate che la prospettiva faccia il lavoro. Il risultato racconta in un'immagine quello che venti righe di didascalia non dicono: che nella spettroscopia degli anni Venti la precisione si comprava a metri.

Se preferite qualcosa di più grafico, la seconda scelta è una macchina a induzione, la Wimshurst o una delle Wommelsdorf: dischi paralleli, settori metallici, spazzole e sfere di scarica. Inquadratela di tre quarti con la luce laterale della finestra, e non usate il flash frontale: sull'ottone lucido rimbalza e brucia tutto il dettaglio. Se la sala è scura, appoggiate il gomito allo stipite e scendete di tempo. Il treppiede in un corridoio di dipartimento è ingombro e maleducazione.

Terza opzione, la più difficile e la più bella: le lastre fotografiche degli spettri. Sono rettangoli di vetro con striature nere e chiare, e in una fotografia diretta sembrano nulla. Ma se trovate un modo per riprenderle in controluce contro una fonte diffusa, quelle righe diventano leggibili, e state fotografando il dato sperimentale originale, non una sua riproduzione. Chiedete sempre prima di avvicinare una lastra a una fonte di luce, e non toccatela.

Regola generale, valida in tutti i musei universitari: le vetrine hanno vetri non trattati e riflettono come specchi. Avvicinate l'obiettivo al vetro fino quasi a toccarlo, con la mano libera fate ombra sul riflesso, e scattate. Chiedete comunque al personale che vi accompagna se ci sono restrizioni: nel dubbio, la risposta è a un metro da voi, e chiederla è più rapido che pentirsene.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo evento è amministrativo e fondativo insieme: il chirografo del 14 ottobre 1748 con cui Benedetto XIV istituì il Teatro fisico della Sapienza. Da quel documento discende tutto, comprese le macchine settecentesche che oggi aprono il percorso. Tre anni dopo, nel 1751, il Gabinetto di Fisica era già sistemato al piano superiore della Sapienza e apriva per dimostrazioni pubbliche due sabati al mese: è forse la prima forma stabile di divulgazione scientifica a pubblico aperto documentata a Roma.

Il secondo evento è il 1857, quando Pio IX volle il nuovo Museo di Fisica sull'ultima ala del Palazzo della Sapienza. Il progetto prevedeva luce zenitale, acqua corrente in laboratorio, una sala meteorologica con terrazzo e un anfiteatro convertibile in camera oscura con gradinata lignea disaccoppiata dalla struttura. Nel 1857, a Roma, dentro uno Stato Pontificio a pochi anni dalla fine, qualcuno progettava un museo scientifico pensando alle vibrazioni parassite.

Il terzo è il 1880, con il trasferimento del Regio Istituto Fisico nel nuovo edificio di via Panisperna disegnato da Blaserna. Era l'istituto di fisica meglio attrezzato d'Italia: corrente continua prodotta in cantina per caduta d'acqua, anfiteatro, officina meccanica interna, gabinetto per gli strumenti di precisione. Molti degli oggetti del museo vengono fisicamente da quelle stanze.

Il quarto è la sequenza del 1934. In quell'anno Fermi, Amaldi, Rasetti e Segrè scoprirono la radioattività artificiale provocata dal bombardamento con neutroni; nell'ottobre dello stesso anno arrivò la scoperta dell'effetto moderatore delle sostanze idrogenate. È il momento in cui la fisica italiana entra nella storia mondiale, e le provette di radon-berillio in vetro sigillato conservate al Museo di Fisica sono il residuo materiale di quelle giornate.

Il quinto è il 1936, con la costruzione del primo acceleratore elettrostatico italiano, di cui il museo conserva l'apparato e la valvola raddrizzatrice. Il sesto è il 1945, con l'esperimento di Conversi, Pancini e Piccioni, il cui modellino e le cui lenti magnetiche sono in collezione: fu la dimostrazione che il mesone dei raggi cosmici non era la particella prevista dalla teoria di Yukawa, e da lì nasce la fisica delle particelle moderna. Il settimo, infine, è il 1978, l'anno del recupero e della prima esposizione al pubblico nelle due sale del Dipartimento.

Vale la pena aggiungere un evento minore e affascinante: fra il 1896 e il 1899 il Circolo Fisico di Roma, fondato da Blaserna nel 1891, organizzò conferenze pubbliche a pagamento che fruttarono 3.394 lire, con titoli come Dopo la scoperta di Roentgen e Le trasmissioni elettriche senza fili. Nessun ufficio stampa, nessun festival: solo curiosità, e un pubblico disposto a pagare per soddisfarla.

Chi è passato da Museo di Fisica

La lista dei passaggi illustri al Museo di Fisica e alle istituzioni da cui discende è più densa di quanto il museo stesso pubblicizzi. Si comincia dai fondatori e dai direttori: Bartolomeo Gandolfi, titolare della cattedra dal 1792, l'abate Feliciano Scarpellini, che portando il proprio gabinetto privato all'università nel 1816 ne accrebbe di molto il patrimonio, Saverio Barlocci, autore di un manuale di Fisica Sperimentale e responsabile della crescita documentata dal catalogo del 1828.

Poi Paolo Volpicelli, 1804-1879, direttore dal 1847, che raccolse le collezioni del marchese Origo e di Scarpellini e fece a Roma le prime osservazioni regolari sull'elettricità atmosferica. Accanto a lui il macchinista Giacomo Luswergh, cognome che a Roma richiama anche la fotografia, perché i Luswergh furono una delle famiglie di ottici e fotografi più note della città ottocentesca.

Pietro Blaserna, 1836-1918, è la figura centrale: arriva nel 1872, progetta l'edificio di via Panisperna, istituisce nel 1887 l'Ufficio Centrale del Corista uniforme e nel 1891 il Circolo Fisico di Roma, e nel 1897 mette in moto il comitato da cui nascerà la Società italiana di Fisica. Intorno a lui passarono Damiano Macaluso, Filippo Keller, Giuseppe Folgheraiter, Guglielmo Mengarini, Alfonso Sella, Domenico Pacini, uno dei pionieri della ricerca sui raggi cosmici, e Umberto Cialdea. Nel Circolo Fisico compaiono anche Moisè Ascoli, Quirino Maiorana ed Eugenio Beltrami, matematico di primissimo piano.

Con Orso Mario Corbino, direttore dal 1918 al 1937, arriva la generazione che tutti conoscono. Corbino istituisce nel 1926 la prima cattedra di Fisica teorica in Italia e vi chiama Enrico Fermi. Attorno a Fermi si formano Franco Rasetti, Emilio Segrè, Edoardo Amaldi e Bruno Pontecorvo, e passano di lì Ettore Majorana, Giulio Racah e Ugo Fano. Sono nomi che hanno cambiato la fisica del Novecento in quattro continenti, e per un tratto della loro vita hanno lavorato con questi strumenti.

Infine, i custodi. Augusto Zanchi, 1882-1936, e suo figlio Lodovico, 1904-1976, tecnici dell'istituto, il secondo definito negli archivi l'ombra di Blaserna. Giovanni Battimelli e Maria Grazia Ianniello, che dal 1978 hanno costruito il museo come oggi lo si visita. Giovanni Organtini, direttore dal 2014, e Adele La Rana, che lo dirige oggi. La mia opinione, e chiude il capitolo: in un museo così, i nomi dei tecnici andrebbero scritti grandi quanto quelli dei premi Nobel. Senza Zanchi padre e figlio, molti di quegli apparati non avrebbero mai funzionato la prima volta.

Il Museo di Fisica con i bambini e con le scuole

Funziona, a una condizione: che ci sia una guida. Lasciato a sé stesso, un ragazzino davanti a una vetrina di ottone si annoia in quattro minuti, perché nulla si muove e nulla si accende. Con qualcuno che spiega perché la macchina di Atwood serviva a rallentare la caduta di un peso, o come si faceva a produrre centomila volt girando una manovella, la stessa vetrina diventa un'officina di domande. Per questo, con figli sotto i dodici anni, la visita guidata prenotata non è un lusso: è la condizione di riuscita.

La fascia d'età migliore, per esperienza, è fra gli undici e i sedici anni, cioè quando a scuola si incontrano i primi nomi che qui compaiono su una targhetta: Volta, Coulomb, Geiger, Fermi. Vedere un contatore Geiger vero, non l'icona di un videogioco, ha un effetto che dura. Per le scuole primarie la sezione più efficace resta l'acustica, perché il suono è l'unico fenomeno che si può raccontare a orecchio.

Se cercate un abbinamento che tenga insieme una mattinata intera con i ragazzi, la Città Universitaria offre altre possibilità di taglio scientifico: il Museo di Chimica Primo Levi, il Museo universitario di Scienze della Terra e il Museo di Anatomia comparata Battista Grassi, quest'ultimo il più spettacolare in assoluto per chi ha meno di dieci anni. Fuori dal campus, a poca distanza, il Museo Civico di Zoologia e il Museo della Matematica completano il quadro.

Accessibilità, servizi e regole pratiche del Museo di Fisica

Il museo occupa il primo e il terzo piano di un edificio universitario. L'Edificio Fermi dispone di ascensori, come tutti i corpi di fabbrica del Dipartimento, ma le condizioni di accesso specifiche per chi si muove in sedia a rotelle vanno concordate in fase di prenotazione: è esattamente il tipo di informazione che la direzione fornisce quando confermate la fascia oraria, e chiederla in anticipo evita ogni sorpresa. Non date nulla per scontato in un edificio dentro un campus degli anni Trenta.

Sui servizi il museo è esplicito e onesto: non ci sono bookshop né caffetteria, perché è un museo universitario e non un museo civico. Non esiste un guardaroba presidiato. Non esiste una biglietteria, per la semplice ragione che non esiste un biglietto: l'entrata è libera. Nei dintorni, come il museo stesso segnala, i luoghi di ristoro sono numerosi, e in effetti fra viale Regina Elena, San Lorenzo e via Tiburtina si mangia bene e si spende poco.

Un'ultima raccomandazione di buon senso, che nei musei universitari conta più che altrove: attenzione a dove appoggiate borse e zaini. I corridoi sono di servizio, le porte accanto sono laboratori attivi, e un apparato ottocentesco su un tavolo non ha la protezione di una teca blindata. Chi vi accompagna vi dirà dove si può passare e dove no. Datevi retta.

Quanto dura la visita al Museo di Fisica e come organizzarla

Con una guida, un'ora e un quarto è la durata realistica per vedere entrambi i piani senza correre. Da soli, in una fascia libera, quaranta minuti bastano a farsi un'idea, ma vi perderete l'ottanta per cento del significato, perché gli apparati non hanno la didascalia narrativa a cui il pubblico dei musei d'arte è abituato. Qui la didascalia è una persona.

Se avete tre ore in campus, il modo migliore di spenderle è questo: il Museo di Fisica come prima tappa, a mente fresca, poi un secondo museo universitario, poi il pranzo fuori. Non fate il contrario. Le vetrine di strumenti scientifici chiedono attenzione, e l'attenzione al Museo di Fisica si spende meglio alle dieci del mattino che alle tre del pomeriggio.

Per chi arriva da fuori Roma e ha una sola giornata, il consiglio da professionista è diverso e più duro: il Museo di Fisica non è una prima visita di Roma. È una seconda o una terza visita, quella in cui si cercano le cose che non compaiono nelle liste, e in quel contesto vale moltissimo. Se è la vostra prima volta in città e avete quarantotto ore, andate altrove e tornate a questo museo la prossima volta, con calma e con una prenotazione fatta bene.

Quando andare al Museo di Fisica e quando evitarlo

Il ritmo del museo è quello dell'università. I periodi migliori sono i mesi pieni dell'anno accademico, quando il dipartimento è vivo e le disponibilità in calendario sono più frequenti: da metà ottobre a dicembre, e da marzo a maggio. I periodi difficili sono agosto, quando il campus si svuota, e le settimane di sessione d'esame, quando le aule e il personale sono impegnati altrove.

Esiste però un'eccezione che vale la pena tenere d'occhio: le aperture straordinarie. Il museo partecipa alle iniziative del Polo museale Sapienza, dalle giornate di apertura collettiva dei musei di ateneo alle serate della Notte dei Musei, e in quelle occasioni le sale si aprono senza la trafila della prenotazione individuale. Le date cambiano di anno in anno e vengono annunciate sul sito del museo nella sezione delle notizie: se capitate a Roma in una di quelle serate, è l'occasione migliore in assoluto.

Sull'orario della giornata ho una preferenza netta: la mattina. Il primo e il terzo piano dell'Edificio Fermi hanno finestre generose, e la luce naturale sull'ottone degli strumenti fa una differenza enorme rispetto all'illuminazione artificiale di una sala museale. Andateci presto, con la luce ancora bassa che entra di taglio, e le vetrine cambiano faccia.

Il Museo di Fisica e gli altri musei della Sapienza

Il Polo museale Sapienza è uno dei sistemi museali universitari più ricchi d'Europa, e il Museo di Fisica ne è uno dei nodi. La cosa curiosa è che quasi nessun romano li ha visitati tutti, e quasi nessun turista sa che esistono. Nel raggio di dieci minuti a piedi, dentro lo stesso campus, ci sono raccolte che in qualunque altra città europea sarebbero attrazioni segnalate su ogni mappa.

Chi vuole costruirsi un itinerario scientifico ha di che scegliere: il Museo di Antropologia Giuseppe Sergi, il Museo di Storia della Medicina, il Museo Erbario, il Museo di Arte e Giacimenti Minerari e il Museo di Anatomia Patologica, che non è per tutti gli stomaci ma è uno dei luoghi più impressionanti della città. A poca distanza dal campus, l'Orto Botanico resta l'altra grande istituzione scientifica della Sapienza aperta al pubblico.

Se invece cercate il completamento naturale del discorso fermiano, la meta è il Centro Enrico Fermi di via Panisperna, che occupa proprio l'edificio dove il gruppo lavorava: gli strumenti sono qui alla Sapienza, le stanze sono là. Farli nello stesso viaggio è la cosa più intelligente che possiate fare, e i due luoghi distano venti minuti l'uno dall'altro. Chi ha ancora energie può aggiungerci un salto al Museo Storico della Liberazione di via Tasso, che con la Roma del 1943 di Conversi, Pancini e Piccioni ha più attinenza di quanto sembri.

Cosa c'è intorno al Museo di Fisica in dieci minuti a piedi

Uscendo dal cancello di viale Regina Elena si è in pochi minuti a San Lorenzo, che resta il quartiere più vivo e meno addomesticato della zona: officine, murales, osterie che non hanno cambiato menu dagli anni Ottanta e locali nuovi che aprono ogni sei mesi. Da lì, la basilica di San Lorenzo fuori le mura merita mezz'ora piena: è una delle sette chiese pellegrine, ha una storia costruttiva a incastro fra due edifici distinti ed è stata gravemente colpita nel bombardamento del 19 luglio 1943.

Accanto alla basilica c'è il Cimitero del Verano, che è un museo di scultura ottocentesca a cielo aperto e che nessuna guida turistica standard vi manda a vedere. Sul lato opposto del campus, verso via Nizza, il MACRO offre il contrappunto contemporaneo: dall'ottone dei diapason all'arte del presente in un quarto d'ora di camminata.

Per il pranzo, la mia indicazione è sempre la stessa: non mangiate dentro il campus. Le mense e i bar universitari funzionano per gli studenti che hanno venti minuti fra due lezioni, non per chi ha una giornata da spendere bene. Cinquecento metri più in là, a San Lorenzo, si mangia meglio e si spende quanto o meno.

Domande veloci su Museo di Fisica

Quanto costa il biglietto?

Nulla. L'entrata è libera: il museo non emette biglietti e non ha biglietteria. Quello che serve non è un pagamento ma un accordo sull'orario.

Serve prenotare per visitare il Museo di Fisica?

Per la visita guidata sì. Si individua nel calendario delle visite pubblicato dal museo una fascia con la dicitura LIBERO e si scrive alla direzione all'indirizzo direzionemuseo.fisica@uniroma1.it. La visita autonoma è possibile solo negli orari che il calendario indica come liberi.

Dove si trova esattamente il Museo di Fisica?

Al primo e al terzo piano dell'Edificio Fermi, Dipartimento di Fisica della Sapienza, Città Universitaria, Piazzale Aldo Moro 5, 00185 Roma. Il museo pubblica anche le coordinate what3words agganci.leone.sterzi.

Il Museo di Fisica è lo stesso del Centro Fermi di via Panisperna?

No. Sono due enti distinti. Il Museo di Fisica appartiene al Dipartimento di Fisica della Sapienza; il Museo Storico della Fisica e Centro Studi e Ricerche Enrico Fermi, sigla CREF, è un ente pubblico di ricerca con sede in via Panisperna 89 A e ingresso ospiti da Piazza del Viminale 1.

Come si arriva al Museo di Fisica con i mezzi?

Metro linea B, fermata Policlinico. Da Termini l'ateneo indica le linee di superficie 310 e 492; a piedi da Termini sono circa venti minuti.

Quanto dura la visita?

Con una guida, un'ora e un quarto per entrambi i piani. Da soli, quaranta minuti, ma con una resa molto inferiore.

Si possono fare fotografie al Museo di Fisica?

Chiedete a chi vi accompagna prima di scattare: trattandosi di un museo dentro un dipartimento attivo, valgono le indicazioni del personale in servizio quel giorno. In ogni caso, niente flash sulle vetrine e nessun contatto con le lastre fotografiche.

Il Museo di Fisica è adatto ai bambini?

Con una visita guidata sì, e molto, soprattutto dagli undici anni in su. Senza guida diventa una passeggiata fra vetrine mute e i più piccoli si stancano in fretta.

Il Museo di Fisica è accessibile in sedia a rotelle?

L'edificio dispone di ascensori, ma le condizioni concrete di accesso alle sale vanno concordate al momento della prenotazione con la direzione del museo, che indica il percorso praticabile.

C'è un bookshop o una caffetteria?

No. Il museo dichiara di non avere né bookshop né caffetteria, trattandosi di un museo universitario, e segnala che nei dintorni i luoghi di ristoro sono numerosi.

Quanti strumenti sono esposti al Museo di Fisica?

Circa seicento esemplari, in maggioranza databili fra il 1870 e il 1930. Il catalogo consultabile in rete supera le duecento voci descritte.

Quali sono le sezioni della collezione?

Sette: meccanica, pompe pneumatiche, acustica, elettricità e magnetismo, ottica, spettroscopia e Collezione Fermi.

Che cosa contiene la Collezione Fermi?

Gli spettrografi Littrow della Hilger detti coccodrilli, le lastre fotografiche degli spettri, camere a ionizzazione, contatori Geiger-Müller, due camere di Wilson, un elettromagnete trocoidale, un voltmetro elettrostatico a farfalla, la sorgente di neutroni al radon-berillio, l'acceleratore elettrostatico del 1936 e il modellino dell'esperimento Conversi, Pancini e Piccioni del 1945.

Quando è nato il Museo di Fisica?

Il nucleo risale al Teatro fisico della Sapienza istituito nel 1748; il nuovo Museo di Fisica fu allestito nel 1857 nel Palazzo della Sapienza; l'esposizione attuale, nata dal recupero della strumentazione salvata, risale al 1978.

Chi ne è il direttore?

La professoressa Adele La Rana, con la dottoressa Darica Paradiso come curatrice d'area museale. Il Consiglio di Museo comprende il direttore del Dipartimento di Fisica e altri docenti dell'ateneo.

Il Museo di Fisica apre la sera o nei fine settimana?

Non in via ordinaria. Le aperture serali e festive avvengono nelle iniziative del Polo museale Sapienza e nella Notte dei Musei, con date annunciate di volta in volta nella sezione notizie del sito del museo.

Si fa la fila per entrare?

No, ed è uno dei suoi pregi maggiori. Non essendoci biglietteria e lavorando su fasce concordate, non esistono code. Il costo, semmai, è a monte: bisogna prenotare.

Ci sono visite guidate in inglese al Museo di Fisica?

La disponibilità va chiesta direttamente alla direzione in fase di prenotazione, indicando la lingua desiderata. Il sito del museo ha una versione inglese.

Che differenza c'è fra il Museo di Fisica e un museo della scienza interattivo?

Sostanziale. Qui non si toccano pulsanti: si guardano gli strumenti originali con cui la fisica è stata fatta davvero. È un museo storico di strumenti scientifici, non un centro di divulgazione a postazioni.

Posso abbinare il Museo di Fisica a un altro museo nello stesso giorno?

Sì, ed è consigliabile. Dentro la Città Universitaria si raggiungono a piedi in pochi minuti la Gipsoteca, il Museo laboratorio di arte contemporanea, il Museo di Chimica Primo Levi e il Museo universitario di Scienze della Terra.

Il Museo di Fisica ha un catalogo consultabile?

Sì. Il sito del museo pubblica un catalogo con oltre duecento voci, ordinate alfabeticamente per tipo di oggetto, dall'analizzatore armonico di Koenig al rocchetto di Ruhmkorff.

Che cosa vedere vicino al Museo di Fisica?

La basilica di San Lorenzo fuori le mura, il Cimitero del Verano, il quartiere di San Lorenzo e, poco più in là, il MACRO. Sul fronte scientifico, gli altri musei del Polo museale Sapienza.

Dove trovo le informazioni ufficiali sul Museo di Fisica?

Sul sito del museo, museofisica.web.uniroma1.it, nella pagina contatti e visite guidate e nella scheda del Polo museale Sapienza.

Alla fine, la ragione per cui torno al Museo di Fisica ogni volta che posso è semplice, e non ha a che vedere con Fermi. Ha a che vedere con il fatto che questi oggetti sono stati costruiti da qualcuno che doveva risolvere un problema reale, con l'ottone e il vetro che aveva, e che quasi sempre lo ha risolto meglio del necessario. Un litro campione chiuso da un disco di vetro per battere la tensione superficiale è un'idea che vale una laurea. Andateci con la prenotazione fatta e con un'ora piena davanti, chiedete di farvi aprire tutti e due i piani, e fatevi raccontare gli strumenti da chi li conosce. Non è un museo che si consuma in una passeggiata: è un museo che si merita.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. A temperatura costante tutto l’anno, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

Bus hop-on hop-off

Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

Capri e Costiera Amalfitana

Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

Segway e monopattino

Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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RiassuntoMuseo di Fisica - Città Universitaria, ingresso da, Via Cesare de Lollis, 00185 Roma RM, Italia
TagsMuseo

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IndirizzoCittà Universitaria, ingresso da, Via Cesare de Lollis, 00185 Roma RM, Italia 185
CategorieMostreMusei
🎫✦ Più attrazioni

Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto

Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.

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🚌✦ Sali e scendi

Bus hop-on hop-off: giro di Roma

Sali e scendi dove vuoi. Sali e scendi dove vuoi: tra una tappa e l’altra ti siedi e guardi Roma dal piano di sopra.

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🚐✦ Transfer

Transfer dall’aeroporto al centro

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🚗✦ Auto

Noleggio auto a Roma e dintorni

Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.

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