India Città Aperta 2026 — l’estate al Teatro India
Per diciotto sere, dal 14 al 31 luglio 2026, il Teatro India ha tenuto aperti i cancelli sul Lungotevere Vittorio Gassman e ha trasformato i suoi capannoni di mattoni scuri in una piccola cittadella estiva: India Città Aperta, con teatro, musica, performance e incontri distribuiti fra le sale interne e gli spazi all'aperto affacciati sul fiume. Gli spettacoli cominciavano in serata, quando il calore della giornata si era staccato dall'asfalto di viale Marconi e la luce cadeva di taglio sui capannoni. L'edizione si è chiusa, ma il posto rimane, e vale la pena raccontarlo per intero adesso che la stagione al coperto riapre e che la prossima estate si prepara da sé.
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✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Chi frequenta Roma d'estate sa che la città offre due tipi di rassegne: quelle che usano un monumento come fondale e quelle che usano un luogo come materia. India Città Aperta appartiene decisamente al secondo gruppo. Qui non c'è un arco antico dietro il palco, c'è una fabbrica di sapone dismessa, ci sono capriate di legno e ferro, ci sono muri di mattoni che d'agosto restituiscono il calore accumulato di giorno. La sede off del Teatro di Roma lavora da oltre vent'anni sulla scena contemporanea, sulla ricerca, sui nuovi linguaggi, e l'estate è il momento in cui apre la porta anche a chi normalmente non comprerebbe un biglietto per una drammaturgia sperimentale in una sera di novembre.
Il Teatro India si trova sul Lungotevere Vittorio Gassman, nella zona Marconi, dentro quello che resta degli ex stabilimenti Mira Lanza affacciati sul Tevere. Nelle serate di spettacolo la zona si raggiunge senza particolari acrobazie, e più avanti spiego esattamente come, perché il punto debole di questo teatro è sempre stato la percezione di distanza, non la distanza reale. L'edizione 2026 ha confermato quello che chi ci va abitualmente ripete da anni: l'India d'estate è uno dei posti più piacevoli di Roma dopo il tramonto, e uno dei meno affollati rispetto a quanto meriterebbe.
Che cosa è stata India Città Aperta nell'estate 2026
Il titolo della rassegna dice già quasi tutto. "Città aperta" è una formula che a Roma pesa, perché rimanda al film del 1945 e a una stagione precisa della memoria cittadina, ma applicata a un teatro industriale sul Tevere assume un secondo significato, molto più letterale: per quelle settimane l'India smette di essere un edificio con un ingresso e una biglietteria e diventa un pezzo di città percorribile, con i cortili aperti, il bar in funzione, le persone che si siedono sui gradini prima che inizi qualcosa.
La formula estiva del Teatro India è consolidata: gli spazi esterni diventano arena, il cortile ospita musica dal vivo e proiezioni, le sale interne continuano a lavorare sul repertorio contemporaneo. La Fondazione Teatro di Roma dichiara una capienza intorno ai quattrocento spettatori a serata per le arene estive, ed è una cifra che racconta bene la scala della cosa: non un festival da diecimila persone, non un evento da transenne e metal detector, ma una serata da quartiere allargato, dove chi lavora al bar ti riconosce alla seconda volta.
Le date e il ritmo delle serate
Diciotto giorni, dal 14 al 31 luglio, con inizio in serata. È un calendario che segue la logica romana del luglio inoltrato: si comincia tardi perché prima non si respira, si finisce a un'ora che permette ancora di prendere l'ultimo autobus o di farsi due passi lungo il fiume. Il 14 luglio come data di apertura non è casuale: cade dopo la chiusura della stagione al coperto e prima dello svuotamento cittadino di fine mese, quando Roma perde in poche settimane una fetta consistente dei suoi abitanti e i locali cominciano a mettere il cartello della chiusura per ferie.
La struttura della serata tipo all'India ha un suo passo riconoscibile. Si arriva con mezz'ora di anticipo, si prende qualcosa al bar nel cortile, ci si siede quando aprono. Chi ha già visto una stagione qui sa che non conviene presentarsi all'ultimo minuto: le arene estive hanno posti non numerati, e la differenza fra la terza e la dodicesima fila, in uno spazio all'aperto con l'acustica di un cortile industriale, si sente.
Chi ci va, e chi dovrebbe andarci
Il pubblico storico dell'India è quello del teatro di ricerca: spettatori che seguono le compagnie più che i titoli, che leggono le note di regia, che non si spaventano se uno spettacolo dura settanta minuti senza intervallo e finisce senza una battuta di chiusura. D'estate, però, la platea si allarga parecchio, e questo è il punto interessante della formula. Le arene all'aperto abbassano la soglia di ingresso: si entra per la musica, per una proiezione, per curiosità verso il posto, e si scopre il resto.
A chi lo consiglio senza riserve: a chiunque abbia già fatto il giro completo delle rassegne monumentali romane e cominci a trovarle prevedibili; a chi si interessa di architettura industriale e riuso; a chi vive nei quartieri di questa riva e non sa di avere un teatro nazionale a venti minuti a piedi; a chi porta ospiti stranieri e vuole mostrare una Roma che non finisca in una cartolina. A chi lo sconsiglio: a chi cerca il grande nome televisivo, perché non è quello il repertorio, e a chi in uno spettacolo vuole soprattutto riconoscere quello che già conosce.
Perché una rassegna del genere funziona proprio qui
Perché il luogo fa metà del lavoro. Un capannone di fine Ottocento e primo Novecento, costruito per la produzione chimica e poi per il sapone, ha proporzioni che nessun teatro all'italiana possiede: altezze libere, pianta rettangolare senza palchi, muri portanti a vista. Quando ci si mette dentro una scena contemporanea, il risultato non è un compromesso ma un vantaggio. Le sale dell'India sono modulabili, la Fondazione ne conta tre, e questo permette allestimenti a pianta circolare, percorsi itineranti, azioni su più livelli verticali. In un teatro ottocentesco tutto questo si può soltanto simulare.
C'è poi la questione del fuori. Pochi teatri romani hanno uno spazio esterno vero, utilizzabile per sedersi in trecento senza chiudere strade e senza chiedere ordinanze speciali. L'India ce l'ha perché nasce dentro un recinto di fabbrica, e un recinto di fabbrica è per definizione uno spazio interno che sembra esterno. È lo stesso motivo per cui a Roma funzionano bene gli ex mattatoi, gli ex mercati generali, le ex officine: il perimetro industriale offre alla città il tipo di spazio semipubblico che il centro storico non ha mai avuto.
Una curiosità su India Città Aperta 2026 — l’estate al Teatro India
Il nome del teatro non viene dall'Asia, viene da un gioco di simmetrie. Quando alla fine degli anni Novanta il Comune di Roma acquistò una parte del complesso ex Mira Lanza per farne la seconda sede del Teatro di Roma, a scegliere il nome fu l'allora direttore artistico, il regista Mario Martone, in carica dal 1999 al 2001. Il ragionamento era semplice e un po' spiritoso: la prima sede si chiama Teatro Argentina, e Argentina sembra il nome di una nazione anche se in realtà deriva da Argentoratum, cioè Strasburgo, città natale del prelato che fece costruire la torre lì accanto. Se il teatro madre porta per equivoco il nome di uno Stato, il teatro figlio ne porta uno per scelta. Da lì, India.
La motivazione ufficiale della Fondazione aggiunge un secondo strato: India come evocazione di un luogo ricco di storia e di memorie, e come metafora del viaggio inteso come conoscenza. Messa insieme al terzo teatro della Fondazione, il Torlonia, e al Valle, la famiglia di sale racconta una pluralità di mondi. Detta così suona come una nota di regia, e in effetti lo è: Martone veniva dal teatro di ricerca napoletano, dai Nobili di Rosa e da Falso Movimento, poi da Teatri Uniti insieme a Toni Servillo e Antonio Neiwiller. Uno abituato a lavorare in spazi non teatrali, che quando gli offrono una fabbrica non la maschera da teatro ma la lascia essere fabbrica.
La curiosità vera, però, è un'altra, ed è quasi troppo bella per essere vera. La Mira Lanza, l'azienda che occupava questi capannoni, per decenni è entrata nelle case italiane attraverso le figurine premio inserite nelle confezioni dei detersivi. L'ultima grande serie di quelle figurine, nel formato grande da 69 per 47 millimetri, si chiamava "I viaggi dell'Olandesina" ed era una piccola enciclopedia illustrata divisa in quattro temi: Grande Nord, Africa Nera, Favoloso Islam e India Misteriosa. Nessuno sostiene che Martone avesse in mente le figurine quando scelse il nome, e sarebbe scorretto affermarlo. Resta il fatto che, decenni prima che qualcuno pensasse a un teatro, dentro quei capannoni si stampavano e si impacchettavano cartoncini con scritto sopra India.
Se vi capita di trovarne una su una bancarella di Porta Portese, a pochi minuti da qui risalendo il fiume, tenetevela: è l'unico souvenir del Teatro India che il teatro non vende.
Una cosa che non ti dice nessuno su India Città Aperta 2026 — l’estate al Teatro India
Che l'indirizzo, fino a pochi anni fa, si chiamava in un altro modo. Il Teatro India si trova su Lungotevere Vittorio Gassman, ma quel tratto di lungotevere era, e per molti romani continua a essere, il lungotevere dei Papareschi. Lo dichiara la stessa Fondazione Teatro di Roma nella pagina degli indirizzi, che riporta la dicitura completa con il vecchio nome fra parentesi. Non è un dettaglio da toponomasti: significa che una parte dei navigatori satellitari, delle mappe stampate, dei vecchi volantini e soprattutto dei tassisti più stagionati ragiona ancora con il nome precedente.
La conseguenza pratica, per chi arriva la prima volta, è banale e fastidiosa insieme. Se cercate il teatro con l'indirizzo nuovo e il navigatore non è aggiornato, vi porta genericamente sul lungotevere e vi lascia lì. Se lo cercate con il nome vecchio, arrivate. Il consiglio operativo è cercare direttamente "Teatro India" come punto di interesse, non come via e numero civico, oppure puntare su via Antonio Pacinotti, che è l'asse interno da cui si accede alla zona.
C'è poi il retroscena della dedica. Vittorio Gassman, nato a Genova il primo settembre 1922 e morto a Roma il 29 giugno 2000, se ne andò pochi mesi dopo l'inaugurazione del Teatro India, che la Fondazione data al 7 settembre 1999. Intitolargli il lungotevere davanti all'ultimo teatro aperto a Roma nel Novecento è una di quelle coincidenze amministrative che sembrano progettate e quasi mai lo sono. Aggiungo una postilla che diverte sempre: il cognome originale dell'attore era Gassmann, con due enne, e fu lui a semplificarlo a inizio carriera perché tutti lo sbagliavano. Il figlio Alessandro è poi tornato alla grafia doppia. Sulla targa del lungotevere, come sui manifesti del teatro, resta la versione con una enne sola.
Ultima cosa che quasi nessuno dice: d'estate il fiume qui si sente. Non si vede sempre, perché l'argine e la vegetazione ripariale lo nascondono, ma la corrente umida che sale dal Tevere abbassa la temperatura percepita di qualche grado rispetto a viale Marconi, duecento metri più a monte. Nelle sere di luglio la differenza fra stare in cortile all'India e stare in un dehors su una strada trafficata del quartiere è concreta, e si misura sulla pelle.
La fabbrica prima del teatro: che cosa erano gli ex stabilimenti Mira Lanza
Per capire perché questi capannoni hanno la forma che hanno bisogna tornare all'inizio del Novecento, quando la riva destra del Tevere fra Testaccio e la Magliana era destinata all'industria. Il piano regolatore del 1931 formalizzò una linea di sviluppo già avviata dallo Stato Pontificio e proseguita dopo l'Unità: fabbriche lungo il fiume, servite dalla ferrovia e dal Tevere stesso, che allora funzionava anche come via di smaltimento, prima che negli anni Sessanta e Settanta arrivasse il sistema dei depuratori. Su questa riva si insediarono la Mira Lanza, i Molini Biondi, la Società anonima Oliere, la raffineria della Purfina.
Da Colla e Concimi alla glicerina di guerra
Il primo impianto su questa area non produceva sapone ma prodotti chimici, e si chiamava Colla e Concimi. Era attivo dal 1899 al 1912 sul Tevere, nei pressi del lungotevere dei Papareschi, non lontano dal ponte dell'Industria. I primi edifici in mattoni portano la firma dell'ingegnere Giulio Filippucci, ed è la stessa struttura muraria che oggi ospita le sale del teatro.
Nel 1917 la veneziana Fabbrica di candele di Mira, società nata nel 1831 a Mira e quotata alla borsa di Milano dal 1905, avviò le trattative per rilevare lo stabilimento romano, completandole nel 1918. La motivazione iniziale era militare più che commerciale: lo stabilimento di Mira era troppo vicino alla linea del fronte, e spostare a Roma una parte della produzione significava metterla al sicuro. La scelta si rivelò poi strategica sul piano industriale, e il sito romano crebbe a più riprese fino a occupare circa nove ettari a ridosso del fiume. La ricostruzione della Fondazione Teatro di Roma aggiunge un passaggio: nel 1913 la fabbrica era passata al Comune di Roma e aveva convertito la produzione alla glicerina, sostanza decisiva negli anni della Grande Guerra.
La guerra del sapone e la nascita della Mira Lanza
Finito il conflitto, la vicinanza al Mattatoio di Testaccio, dall'altra parte del fiume, spinse lo stabilimento romano verso il sapone: le materie prime di origine animale arrivavano da lì. Cominciò allora quella che le cronache industriali chiamano la guerra del sapone, cioè la concorrenza feroce fra la romana Mira e la torinese Unione Stearinerie Lanza, erede della Premiata Reale Manifattura di saponi e candele steariche dei fratelli Lanza, fondata a Torino nel 1832 e definita da Cavour industria prioritaria del Regno di Sardegna.
Quando sul mercato italiano si affacciarono la tedesca Henkel e l'americana Procter and Gamble, le due contendenti capirono che la guerra fra loro le avrebbe finite entrambe. Il 9 maggio 1924 nacque a Genova la Mira Lanza società anonima, dalla fusione delle due aziende, con stabilimenti a Genova, Rivarolo, Mira, Roma e Napoli. A siglare l'accordo furono l'ingegnere Costantino Moretti per la Mira e il cavaliere Michele Lanza con Giuseppe Piaggio per la Lanza. Moretti presidente, Piaggio vicepresidente. Alla fine degli anni Venti l'azienda dava lavoro, nei suoi cinque stabilimenti, a 158 impiegati e a oltre milleduecento operai.
La chiusura e i vent'anni di silenzio
Il declino dello stabilimento romano comincia con la Seconda guerra mondiale, per mancanza di manodopera e per l'arrivo dei detersivi sintetici, che rendevano superfluo il grasso animale. La Fondazione Teatro di Roma indica la chiusura definitiva nel 1952; le ricostruzioni sulla storia dell'azienda spostano la data della dismissione del sito di Roma Portuense al 1955, con la produzione concentrata a Rivarolo e a Mira. In entrambi i casi il senso è lo stesso: a metà degli anni Cinquanta la fabbrica smette, e i capannoni restano.
Restano, ma non vuoti. Una parte del complesso diventò il magazzino della ditta Rancati, storica società di attrezzeria per il teatro e per il cinema. È un dettaglio che merita di essere segnalato a chi ama le coincidenze lunghe: prima ancora di diventare un teatro, questi capannoni avevano già ospitato armature, corazze, elmi e oggetti di scena destinati ai palcoscenici e ai set romani. Il passaggio da fabbrica di sapone a teatro non fu un salto nel vuoto, ma il terzo atto di una storia che aveva già toccato lo spettacolo dalla porta di servizio.
Intorno, nel frattempo, la zona cambiava pelle. Gli impianti industriali furono dismessi tutti fra gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, lasciando terreni abbandonati che vennero riempiti da un'edilizia residenziale intensiva e in buona parte abusiva, con problemi di risanamento urbanistico che hanno accompagnato il quartiere per decenni. Il Teatro India nasce dentro questa storia, non accanto.
Il consiglio che ti do per visitare India Città Aperta 2026 — l’estate al Teatro India
Il consiglio principale riguarda l'ora di arrivo, e non è il solito invito a essere puntuali. All'India conviene arrivare con quaranta minuti di anticipo, non per la fila alla biglietteria, che raramente è un problema, ma perché il cortile prima dello spettacolo è metà dell'esperienza. Ci si siede, si beve qualcosa, si guarda la luce che cala sui mattoni e sul Gazometro che si vede in lontananza dalla parte del fiume. Chi arriva cinque minuti prima entra direttamente in sala e si perde esattamente la parte che rende questo posto diverso dagli altri.
Come vestirsi e che cosa portare
Sembra un dettaglio da poco e invece fa la differenza. Gli spazi esterni sono in gran parte su fondo compatto e ghiaia, quindi tacchi sottili sono sconsigliati. Le sedute delle arene estive sono spesso sedie leggere o gradonate senza schienale imbottito: per uno spettacolo di due ore, un cuscino sottile o una felpa da piegare cambiano il ricordo della serata. Dopo le ventitré, anche a luglio, dal fiume sale umidità: una camicia leggera a maniche lunghe è più utile di quanto si pensi, soprattutto per chi soffre le zanzare, che qui ci sono e non sono un'opinione. Un repellente in borsa risolve.
Mangiare prima o mangiare dopo
La zona Marconi non ha la densità gastronomica di Testaccio, ma non è affatto un deserto. Il consiglio che do sempre è di non tentare la cena completa prima dello spettacolo se l'inizio è alle ventuno: i tempi non tornano e si finisce per mangiare di corsa. Meglio uno spuntino al bar del teatro prima, e cena vera dopo, approfittando del fatto che a luglio i locali della zona chiudono tardi. Chi invece vuole fare le cose in ordine può anticipare: aperitivo presto, attraversare il ponte dell'Industria a piedi verso il Nuovo Mercato Testaccio o verso l'Ostiense, e rientrare in tempo per l'apertura delle porte.
Il biglietto e la prenotazione
Per le rassegne estive del Teatro India il canale corretto è sempre e solo quello ufficiale della Fondazione Teatro di Roma, che gestisce biglietteria e calendario per tutte le sue sale. Diffidate dei rivenditori di terze parti che compaiono nei risultati di ricerca con prezzi maggiorati: per una rassegna estiva di quartiere non ha senso pagare una commissione. Per gli spettacoli più richiesti conviene prendere il biglietto qualche giorno prima, per gli altri si trova anche in serata, ma i posti non numerati premiano chi arriva presto.
Il consiglio contro-intuitivo
Se andate una sola volta, scegliete una serata infrasettimanale e non il venerdì o il sabato. Non per una questione di affollamento, che qui non è mai drammatico, ma per un motivo diverso: nelle sere feriali il pubblico dell'India è più composto da abitué del teatro contemporaneo, e la qualità dell'ascolto in sala cambia. Nelle sere di fine settimana entra più pubblico occasionale, e in uno spazio dove la scena spesso lavora sul silenzio e sulla distanza ravvicinata, quel dettaglio si nota. Poi, certo, dipende dallo spettacolo: se è un concerto, il ragionamento si ribalta.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Il Teatro India detiene un primato preciso: è l'ultimo teatro aperto a Roma nel Novecento. Lo scrivono la Fondazione e le schede storiche, e a rileggerlo oggi è una frase che suona più malinconica di quanto sembri. Non significa soltanto che l'India è giovane, cosa peraltro vera anche per il cartellone; significa che per tutto il secolo successivo alla proclamazione di Roma capitale la città ha continuato ad aprire teatri fino al dicembre del 1999, e che da allora il conteggio delle nuove sale stabili è rimasto quello.
Il secondo fatto risaputo ma poco citato riguarda l'inaugurazione. La Fondazione Teatro di Roma indica come data di nascita del Teatro India il 7 settembre 1999, mentre le schede enciclopediche parlano di lavori di restauro conclusi nell'estate del 1999 e di inaugurazione nel dicembre dello stesso anno. Le due informazioni non sono per forza in contraddizione: è frequente che un teatro apra gli spazi in settembre con un evento e inauguri ufficialmente la prima stagione a dicembre. Segnalo la doppia data perché chi cita l'anno tondo, il 1999, ha comunque ragione, ma chi vuole essere preciso deve sapere che ci sono due giorni diversi in circolazione.
Terzo elemento, e questo interessa chi guarda l'architettura. La struttura è descritta come rettangolare con gradoni discendenti per gli spettatori e senza fossa orchestrale, a tre navate, con tetti spioventi, travi di legno e ferro e mattoni scuri a vista. In mezzo a tutto questo, poltrone di velluto rosso. È un cortocircuito voluto: il velluto rosso è la citazione del teatro all'italiana infilata dentro un capannone industriale, ed è il motivo per cui le fotografie dell'interno dell'India hanno sempre quell'aria un po' irreale. Non è nostalgia, è una dichiarazione: qui dentro si fa teatro, non archeologia industriale con le sedie.
Quarto e ultimo, poco citato ma decisivo per chi programma: l'estate all'India non è un ripiego. La Fondazione lo scrive esplicitamente, la stagione dei teatri romani è in prevalenza invernale, ma per l'India non vale, perché le arene estive cinematografiche e teatrali portano qui un pubblico che d'inverno non entrerebbe. In un settore che si lamenta cronicamente del ricambio generazionale del pubblico, una rassegna come India Città Aperta funziona da porta di servizio verso la stagione al coperto. Non è marketing: è il motivo per cui esiste.
La foto giusta da fare a India Città Aperta 2026 — l’estate al Teatro India
La fotografia che tutti provano a fare all'India è l'interno con le poltrone rosse sotto le capriate. È bella e funziona, ma ha due problemi: durante gli spettacoli non si fotografa, e a luci accese il contrasto fra il rosso e il mattone scuro manda in crisi qualunque telefono. Se volete provarci, fatelo a sala vuota e con la luce di servizio accesa, esponendo per il rosso e lasciando che i muri vadano in ombra. Il risultato somiglia a una scenografia, che è esattamente quello che quel posto è.
La foto che consiglio davvero
Il cortile all'ora blu, cioè nei venti minuti dopo il tramonto, con le lampade del bar già accese e il cielo ancora azzurro carico. In quella finestra la temperatura di colore della luce artificiale e quella del cielo si bilanciano, e i mattoni scuri smettono di diventare una macchia nera. Mettetevi con le spalle all'ingresso delle sale e inquadrate il cortile in diagonale: prendete le teste del pubblico in controluce, la struttura di mattoni sulla sinistra e un pezzo di cielo in alto a destra. È una foto che racconta la serata senza bisogno di didascalia.
La foto del Gazometro
Dall'ambiente esterno del teatro si vede il Gazometro dell'Ostiense, che la Fondazione descrive con una frase che mi piace molto: su di lui veglia il Gazometro. Quella sagoma di ferro sull'altra riva è il vero fondale di questo teatro, il suo equivalente del Colosseo per le arene del centro. Fotografatelo al tramonto, quando il sole cala dietro il Gianicolo e la struttura si staglia in controluce: il telaio metallico diventa un disegno nero su arancio. Se avete un telefono con lo zoom ottico, comprimete la prospettiva, così il Gazometro sembra molto più vicino di quanto sia.
La foto dal ponte di ferro
Il terzo scatto richiede dieci minuti di cammino e li vale tutti. Il ponte dell'Industria, il ponte di ferro, collega via del Porto Fluviale a via Antonio Pacinotti ed è lungo circa 131 metri. Dalla campata centrale, guardando verso valle nel tardo pomeriggio, si prende il fiume, la riva industriale e il cielo aperto. È il punto in cui si capisce a colpo d'occhio perché questa parte di Roma è diversa da tutte le altre: nessuna cupola, nessun travertino, soltanto ferro, mattoni e acqua. Portate un cavalletto piccolo se volete provare una lunga esposizione dopo il buio; il ponte vibra al passaggio dei mezzi, quindi aspettate i momenti di quiete.
Che cosa non fotografare
Gli spettacoli, se non espressamente consentito. Nelle sale dell'India la distanza fra pubblico e attori è spesso minima, e uno schermo acceso in quarta fila si vede dal palco come un faro. Vale ovunque, ma qui in modo particolare: lo spazio è raccolto, l'illuminazione è studiata per essere bassa, e una fotografia con il flash rovina il lavoro di un intero reparto tecnico. Il cortile prima e dopo è tutto vostro.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Questa striscia di riva destra ha una stratificazione che sorprende chiunque la attraversi in autobus guardando i palazzi anni Sessanta. Provo a mettere in fila i passaggi documentati, dall'antichità a oggi.
La Piana di Pietra Papa
Prima di chiamarsi Marconi, questa zona si chiamava Piana di Pietra Papa. Era abitata, coltivata e intensamente frequentata già in epoca romana: area agricola, scalo fluviale, e sede della via Campana, l'antica strada che correva sulla riva destra verso la foce, con le sue aree sepolcrali adiacenti. Gli scavi hanno restituito una necropoli di età repubblicana e un deposito-magazzino a via Pierantoni, proprio nell'area della Mira Lanza; a Pozzo Pantaleo, dove poi sorse la raffineria, un mausoleo riconvertito in cisterna, un tratto di basolato della via Campana e terme di età imperiale; nella zona di Pietra Papa i resti di una villa rustica e di darsene fluviali. Il fiume, insomma, lavorava qui già duemila anni fa.
1863: arriva il ponte di ferro
Il 24 settembre 1863 viene inaugurato il ponte dell'Industria, progettato dall'ingegnere belga Louis Hach e costruito in Inghilterra fra il 1862 e il 1863, poi trasferito a Roma in pezzi e montato sul posto. Alla cerimonia erano presenti papa Pio IX e monsignor De Merode. Nasce come ponte ferroviario, per portare la linea proveniente da Civitavecchia, che fino ad allora si fermava fuori Porta Portese, fino alla nuova stazione Termini inaugurata nello stesso anno. Aveva una peculiarità meccanica notevole: un binario basculante che, sollevandosi nella parte centrale, lasciava passare i piroscafi diretti al porto di Ripa Grande. È l'infrastruttura che rende possibile tutto quello che viene dopo, fabbriche comprese.
1899: il primo impianto chimico
Fra il 1899 e il 1912 opera qui la Colla e Concimi, la fabbrica di prodotti chimici che lascia in eredità i primi edifici in mattoni di Giulio Filippucci. È il momento zero dell'edificio che oggi ospita le sale del teatro.
1918 e 1924: la fabbrica diventa grande
Nel 1918 si completa l'acquisizione da parte della Fabbrica di candele di Mira, che avvia a Roma un'attività industriale riutilizzando in parte le strutture esistenti e costruendo a più riprese nuovi edifici, fino ai circa nove ettari a ridosso del Tevere. Il 9 maggio 1924 la fusione con la torinese Lanza dà vita alla Mira Lanza. Nel 1926 la società viene quotata in Borsa a Milano.
1931: il piano regolatore disegna il quartiere
Il piano regolatore del 1931 formalizza la destinazione industriale della piana fra Testaccio e la Magliana. È l'atto amministrativo che fissa per un trentennio il destino di questa riva e che spiega perché, ancora oggi, camminando fra viale Marconi e il fiume si incontrano capannoni, case operaie e scuole di quell'epoca. Fra i siti di interesse storico censiti nella zona compaiono infatti, accanto al Teatro India, le case operaie di via dei Papareschi, la sede della Colle e Concimi, la scuola Pascoli, l'autoparco della Croce Rossa e i Molini Biondi.
7 aprile 1944: una strage raccontata per cinquant'anni
Sul ponte dell'Industria una lapide ha ricordato a lungo dieci donne che sarebbero state fucilate sommariamente dal servizio di sicurezza delle SS il 7 aprile 1944, dopo aver assaltato un forno che riforniva le truppe di occupazione. La vicenda compare per la prima volta in un saggio del 1994 di Cesare De Simone, che quattro anni dopo la arricchisce di dettagli in un romanzo, senza però produrre evidenze documentali. Lo storico Gabriele Ranzato ha espresso forti dubbi in un testo del 2019, e dopo la ricerca pubblicata nel 2023 da Giorgio Guidoni i curatori dell'Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia hanno cancellato l'episodio dall'elenco, motivando la decisione con la formula secca che non sarebbe mai avvenuto. La racconto perché fa parte della memoria di questo pezzo di città, e perché è un caso di scuola su come una storia possa radicarsi, diventare lapide e poi essere rivista dalla ricerca storica.
1952 o 1955: la fabbrica chiude
Come detto sopra, le fonti divergono sull'anno esatto, ma nella prima metà degli anni Cinquanta lo stabilimento romano della Mira Lanza cessa la produzione. Comincia il lungo abbandono, interrotto soltanto dai magazzini della ditta Rancati.
26 febbraio 1955: il ponte Marconi
Lo stesso anno in cui la fabbrica si ferma, poco più a valle viene inaugurato il ponte Guglielmo Marconi, iniziato nel 1937, interrotto dalla guerra e ripreso soltanto nel 1953. Con i suoi circa 235 metri è il ponte più lungo della capitale, realizzato con la tecnologia della trave Gerber e restaurato nel 1975. L'intitolazione a Marconi riguardò contemporaneamente il ponte e il viale di cui costituisce il tratto di unione, e da lì il quartiere prese il nome con cui tutti lo chiamano.
1999: nasce il Teatro India
Nella primavera del 1999, in attesa di un recupero complessivo dell'area, il Comune di Roma acquista una grande parte dell'ex Mira Lanza, interessato a conservare quel patrimonio di architettura industriale. I lavori di restauro si concludono nell'estate. Il 7 settembre 1999, secondo la Fondazione, il Teatro India apre. Con lui Roma chiude il secolo con un teatro nuovo, l'ultimo del Novecento.
2022 e oltre: il Teatro di Roma diventa Fondazione
Nel 2022, dopo una fase di commissariamento, il Teatro di Roma assume la forma giuridica di Fondazione, e nel 2023 si insedia il nuovo consiglio di amministrazione. Oggi la Fondazione riunisce Argentina, India, Torlonia e Valle, con l'India nel ruolo di residenza creativa e di laboratorio permanente. È dentro questa cornice che si colloca la programmazione estiva, India Città Aperta compresa.
Chi è passato da India Città Aperta 2026 — l’estate al Teatro India
Questa sezione la tratto con prudenza, perché sui nomi delle singole serate di una rassegna estiva circolano più ricostruzioni approssimative che informazioni verificate. Preferisco raccontare chi è passato da questo luogo in senso ampio, con nomi che si possono documentare.
Chi ha fatto nascere il teatro
Mario Martone, napoletano, classe 1959, direttore artistico del Teatro di Roma dal 1999 al 2001, è l'uomo che volle la seconda sede e che ne scelse il nome. Arrivava da una storia di teatro di gruppo: il primo spettacolo nel 1976, la fondazione dei Nobili di Rosa nel dicembre 1977 con Andrea Renzi, la trasformazione in Falso Movimento nel 1979, la confluenza nel 1986 in Teatri Uniti insieme al Teatro dei Mutamenti di Antonio Neiwiller e al Teatro Studio di Caserta di Toni Servillo. Nel 1992 il suo primo lungometraggio, Morte di un matematico napoletano, vinse il Gran premio della giuria alla Mostra di Venezia. Uno così, messo davanti a un capannone industriale, non poteva che tenerselo com'era.
La linea dei direttori
Prima di Martone, alla guida del Teatro di Roma c'era stato Luca Ronconi, dal 1994 al 1999, e prima ancora Pietro Carriglio, Maurizio Scaparro e Luigi Squarzina, una successione che copre praticamente tutta la seconda metà del Novecento teatrale italiano. Dopo Martone si sono avvicendati Antonietta Rame, Giorgio Albertazzi dal 2002 al 2008, Giovanna Marinelli, Gabriele Lavia dal 2011 al 2014, Antonio Calbi dal 2014 al 2019, Giorgio Barberio Corsetti fra 2019 e 2020, e dal 2024 Luca De Fusco. Ognuno di loro ha usato l'India in modo diverso, ma nessuno lo ha mai riportato alla normalità di un teatro tradizionale, ed è probabilmente il miglior complimento che si possa fare a un cartellone.
Chi ci lavorava prima
Prima degli attori, qui passavano gli operai. Alla fine degli anni Venti la Mira Lanza contava nei suoi cinque stabilimenti 158 impiegati e oltre milleduecento operai; nel 1985 il gruppo occupava millecinquecento persone, ridotte a ottocentocinquanta nei primi anni Novanta sotto la gestione Benckiser. Le case operaie di via dei Papareschi, ancora in piedi a pochi passi dal teatro, sono l'indirizzo di chi entrava in fabbrica al mattino in questi stessi capannoni.
I volti che l'Italia associava a questo marchio
C'è poi una galleria di personaggi che non hanno mai messo piede qui ma che appartengono comunque alla storia del luogo, perché ne hanno portato il nome nelle case degli italiani. I prodotti Mira Lanza venivano pubblicizzati a Carosello da Calimero, il pulcino nero, e dall'Olandesina, con Corrado Mantoni nel ruolo di presentatore e testimonial. Chiunque abbia più di cinquant'anni ricorda la frase del pulcino meglio di quanto ricordi il nome del detersivo. Quando si entra in questi capannoni, è utile sapere che il sapone che li ha costruiti aveva la faccia di un cartone animato.
E chi ci passa oggi
La platea dell'India, nelle sere d'estate, è una delle più miste di Roma: studenti del vicino polo universitario, famiglie del quartiere, pubblico teatrale che scende dai Parioli una volta l'anno, turisti che hanno trovato la serata per caso cercando qualcosa di diverso dal solito. Se cercate un ritratto sociale di Roma che non sia né il centro storico né la periferia raccontata dai film, sedetevi in quel cortile alle nove di sera in una qualunque delle diciotto serate di luglio. Ci trovate la città che funziona.
Come arrivare al Teatro India senza complicarsi la vita
Il teatro si trova sul Lungotevere Vittorio Gassman, già lungotevere dei Papareschi, nel codice postale 00146. È un indirizzo che sembra scomodo e non lo è: quello che manca è una fermata della metropolitana davanti alla porta, ma il resto c'è tutto.
Con la metropolitana
La linea B ha una fermata che porta proprio il nome del quartiere, Marconi, e da lì il teatro si raggiunge con una camminata o con un breve tratto in autobus. In alternativa si può scendere a Piramide e proseguire, oppure usare la ferrovia regionale e scendere a Roma Trastevere, che serve la stessa zona urbanistica. Nelle serate estive la camminata dalla metropolitana è gradevole, a patto di avere scarpe comode e di non avere fretta.
A piedi dall'Ostiense
È l'opzione che consiglio a chi viene dal centro o da Testaccio. Si arriva al Gazometro, si imbocca via del Porto Fluviale, si attraversa il ponte dell'Industria e ci si trova su via Antonio Pacinotti, cioè praticamente dietro il teatro. Sono pochi minuti e sono, a mio avviso, i più belli della serata: si passa sopra il Tevere su una struttura di ferro e ghisa del 1863 mentre il cielo cambia colore. Il ponte della Scienza, ciclopedonale, terminato nel 2013 e dichiarato agibile il 29 maggio 2014, offre un secondo attraversamento più a valle, utile a chi arriva in bicicletta.
In auto e in bicicletta
In auto si arriva facilmente, ma il parcheggio nelle sere di spettacolo richiede pazienza: la zona è residenziale densa e i posti liberi si esauriscono presto. Chi guida faccia il conto di arrivare con largo anticipo e di parcheggiare più lontano di quanto vorrebbe. In bicicletta, invece, la situazione è ottima: le piste lungo il fiume e i due attraversamenti pedonali rendono questa una delle poche zone di Roma dove arrivare a teatro su due ruote è la scelta razionale e non un atto di fede.
Che cosa vedere intorno prima o dopo lo spettacolo
Una delle ragioni per cui vale la pena mettersi in viaggio per una serata all'India è che l'area circostante, nel raggio di due chilometri, concentra una quantità sproporzionata di archeologia industriale e di luoghi di cultura. Ne elenco alcuni, tutti raggiungibili a piedi o con pochi minuti di mezzi.
Sulla riva opposta
La Centrale Montemartini è l'esempio più famoso al mondo di riuso industriale per fini museali: statue antiche dei Musei Capitolini esposte fra motori diesel e caldaie, in un impianto che produceva elettricità. Chi arriva all'India la mattina e vuole costruire una giornata intera dovrebbe partire da lì. A pochi passi, il Museo della Via Ostiense, ospitato dentro la Porta San Paolo, racconta la strada antica e il porto fluviale, e chiude il cerchio con la Piramide Cestia, il monumento funerario più improbabile di Roma. Poco più a sud, la Basilica di San Paolo fuori le Mura offre il contrappunto monumentale a tutto questo ferro.
Testaccio a dieci minuti
Attraversato il ponte di ferro, il rione Testaccio si apre con la sua vocazione gastronomica e con una storia industriale parallela a quella della riva destra. Il Nuovo Mercato Testaccio è il posto giusto per pranzare se si arriva presto, mentre il Museo Diffuso del Rione Testaccio spiega, tabella dopo tabella, come il Mattatoio e il Monte dei Cocci abbiano costruito l'identità di questa parte di città. Ricordate il passaggio sul sapone: le materie prime che alimentavano i capannoni dove oggi si recita arrivavano proprio da lì.
Le altre estati romane a portata di mano
Nelle stesse settimane di luglio la città mette in campo una quantità di rassegne che dialogano con questa. Sul fiume, poco più a monte, Lungo il Tevere Roma occupa le banchine fra ponte Sublicio e ponte Sisto; nel quartiere accanto, Testaccio Estate porta musica e culture urbane alla Città dell'Altra Economia; fra Garbatella e Ostiense, L'Ape Rossa lavora su cinema, memoria e diritti. Chi vuole costruirsi tre serate diverse nello stesso pezzo di città ha già l'itinerario pronto.
Il Gazometro e l'altra riva: perché questo panorama è unico a Roma
Vale la pena spendere due parole sul fondale, perché è il motivo per cui una serata al Teatro India non somiglia a nessun'altra serata romana. Il gasometro, o gazometro secondo la grafia che a Roma ha prevalso nell'uso comune, è una struttura teorizzata nel 1789 dal chimico francese Antoine-Laurent de Lavoisier per misurare il volume del gas di città, cioè quella miscela gassosa che comprendeva metano, monossido di carbonio, propano, butano e acetilene e che alimentava sia gli usi domestici sia l'illuminazione pubblica delle strade.
Il principio è elegante: il gasometro funziona da contenitore a pressione costante, il volume del serbatoio si adatta alla quantità di gas immagazzinata, e il suo compito non è conservare a lungo termine ma regolare nel breve periodo lo scarto fra produzione e consumo, assorbendo i picchi di richiesta e coprendo gli arresti di produzione. Con la diffusione del metano il gas di città è sparito, e i gasometri con lui: persa la funzione di infrastruttura energetica, sono diventati monumenti di archeologia industriale. Quello dell'Ostiense, il più grande della capitale, è rimasto in piedi come telaio vuoto, e quel vuoto è esattamente ciò che lo rende fotogenico.
Dal cortile del Teatro India la sagoma si intravede oltre il fiume, e la Fondazione Teatro di Roma la cita come elemento identitario del luogo. Il risultato è che uno spettatore seduto all'aperto a luglio ha davanti a sé, nello stesso campo visivo, tre epoche industriali sovrapposte: i mattoni di fine Ottocento del capannone in cui si trova, il ferro del 1863 del ponte dell'Industria poco distante e il telaio novecentesco del gasometro sull'altra riva. In una città che di solito comunica attraverso marmo e travertino, questo è un dialetto diverso, e chi lo ascolta per la prima volta rimane spiazzato.
C'è una ragione storica per questa concentrazione. Dopo l'Unità la produzione industriale romana si dispose lungo il fiume perché il Tevere era insieme via d'acqua, fonte di energia e, prima del sistema dei depuratori, canale di smaltimento. Le due rive si specializzarono in modo complementare: a sinistra il Mattatoio, i Mercati Generali, le officine del gas e la centrale elettrica; a destra i saponifici, i molini e le raffinerie. Il ponte di ferro non collegava due quartieri, collegava due metà di uno stesso impianto produttivo. Quando oggi lo si attraversa a piedi per andare a teatro, si ripercorre il tragitto che facevano ogni giorno merci e operai.
Che cosa succede adesso: l'autunno 2026 e la prossima estate
India Città Aperta 2026 si è conclusa il 31 luglio, ma il Teatro India non va in letargo. La stagione 2026/2027 della Fondazione Teatro di Roma riparte proprio da qui, e il calendario pubblicato dalla Fondazione è già fitto a partire dall'autunno.
I titoli annunciati per l'autunno
Fra ottobre e novembre il cartellone dell'India prevede, secondo il calendario ufficiale, "Anche in casa si possono provare emozioni forti" dall'8 all'11 ottobre, "Gli elefanti nella stanza" dal 17 ottobre al primo novembre, "Gone" dal 28 ottobre al primo novembre, "Viaggio a Hong Kong" dal 3 all'8 novembre, "La firma" dall'11 al 15 novembre, "Ending" dal 16 al 23 novembre, "Bodies on Glass" il 18 e 19 novembre, "Amae no Kozo" il 21 e 22 novembre, "I am the Wind" dal 25 al 29 novembre e "Pinocchia" dal 27 al 29 novembre. È un elenco che dà l'idea della densità del luogo: dieci titoli in due mesi, molti dei quali con repliche brevi e sale diverse in contemporanea.
La logica è la stessa dell'estate, semplicemente al coperto. Chi ha scoperto l'India a luglio grazie a una serata di musica in cortile trova in autunno lo stesso spazio con un'altra temperatura, in tutti i sensi. Il mio suggerimento è di provare almeno una volta il passaggio inverso rispetto a quello abituale: chi conosce l'India solo d'estate dovrebbe entrare una sera di novembre, quando piove sui tetti spioventi e il rumore dell'acqua sulle lamiere accompagna lo spettacolo. È un'esperienza acustica che nessun teatro all'italiana può offrire.
Come prepararsi alla prossima estate
Se volete arrivare pronti all'edizione successiva di India Città Aperta, il metodo è semplice e funziona per tutte le rassegne estive romane. Il calendario delle attività estive della Fondazione Teatro di Roma si consolida in genere fra maggio e giugno, quindi vale la pena tenere d'occhio i canali ufficiali da metà primavera. Chi ha già frequentato la stagione al coperto riceve normalmente le comunicazioni in anticipo, e questo è un buon motivo in più per iscriversi alla newsletter della Fondazione durante l'inverno anziché a luglio.
Seconda raccomandazione: non trattate l'estate all'India come un evento isolato. Il luglio romano è un ecosistema, e le rassegne dialogano fra loro per pubblico e per calendario. Se costruite la serata all'India dentro un percorso che comprende anche il Romaeuropa Festival in autunno e le arene della riva sinistra d'estate, la città vi restituisce un quadro coerente di quello che produce oggi in materia di scena contemporanea. Prese una alla volta, quelle stesse serate sembrano soltanto eventi.
Una nota per chi organizza gruppi
Il Teatro India ha una caratteristica che lo rende adatto ai gruppi organizzati e che quasi nessuno sfrutta: la combinazione fra spettacolo e contesto. In una stessa giornata si può visitare la Centrale Montemartini al mattino, pranzare a Testaccio, attraversare il ponte di ferro nel pomeriggio raccontando la storia industriale delle due rive e chiudere con lo spettacolo la sera. È un itinerario tematico compiuto, con un filo conduttore chiaro, che funziona benissimo per gruppi di appassionati di architettura, di storia sociale o semplicemente per chi ha già visto il centro storico tre volte e vuole vedere l'altra Roma.
Per chi organizza queste giornate a livello professionale, con gruppi, aziende o viaggiatori individuali che vogliono un accompagnamento vero, la rete di accompagnatori abilitati di TourLeaderPro lavora esattamente su itinerari di questo tipo, che richiedono di incastrare orari museali, tempi di spostamento a piedi e orari di spettacolo senza lasciare nulla al caso. Se invece state preparando un viaggio a Roma da fuori Italia e vi servono le informazioni pratiche in inglese, dalle distanze reali fra i quartieri a quanti giorni dedicare alla città, la guida di riferimento è ItalyPlanner.
In breve, quello che conta ricordare
India Città Aperta 2026 si è svolta dal 14 al 31 luglio 2026 al Teatro India, sul Lungotevere Vittorio Gassman nella zona Marconi, con teatro, musica, performance e incontri negli spazi degli ex stabilimenti Mira Lanza, e inizio degli spettacoli in serata. Il teatro è la seconda sede della Fondazione Teatro di Roma dopo il Teatro Argentina, nato nel 1999 per volontà e con il nome scelti da Mario Martone, ultimo teatro aperto a Roma nel Novecento, ricavato dentro capannoni industriali che fra il 1899 e la metà degli anni Cinquanta hanno prodotto prima sostanze chimiche e poi sapone.
L'edizione estiva è finita, la stagione al coperto è cominciata, e il posto resta uno dei più interessanti della città per chi vuole vedere Roma da un'angolazione che non compare nelle cartoline. Se dovessi riassumere in una frase il motivo per cui torno all'India ogni estate, direi questo: è l'unico teatro romano dove il fondale non è antico, eppure racconta una storia altrettanto lunga.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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