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Museo delle auto della Polizia di Stato

Il Museo delle auto della Polizia di Stato è in via dell'Arcadia 20, dentro uno dei padiglioni superstiti dell'ex Fiera di Roma, nella zona di Tor Marancia, a ridosso di via Cristoforo Colombo e a poco più di un chilometro dalla stazione Garbatella della linea B della metropolitana. Il biglietto costa 3 euro l'intero e 1,50 euro il ridotto, con ingresso gratuito per il personale della Polizia in servizio o in quiescenza, e l'incasso finanzia il piano di assistenza "Marco Valerio", il programma con cui l'Amministrazione sostiene i figli minori dei dipendenti affetti da patologie croniche. Gli orari indicati dalle fonti pubbliche sono mattutini, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13, con chiusura nel mese di agosto. La visita si concorda telefonando allo 06 5141861 o allo 06 51606891, oppure scrivendo a museoautopolizia@interno.it, ed è questo il passaggio da non saltare: le informazioni turistiche istituzionali di Roma Capitale riportano al momento la struttura come temporaneamente chiusa, quindi la mail o la telefonata prima di mettersi in strada valgono più di qualunque orario letto in rete. Non è un museo civico con la biglietteria automatica: è una collezione che vive dentro una struttura della Polizia di Stato, e questo cambia tutto, dal modo di prenotare al modo di visitarla.

Chi vuole costruirci intorno una giornata trova le altre mete di questo settore della città nella pagina dell'EUR e nell'elenco generale delle attrazioni turistiche di Roma.

Museo delle auto della Polizia di Stato
Museo delle auto della Polizia di Stato

Dove si trova il Museo delle auto della Polizia di Stato e come ci si arriva

L'indirizzo è via dell'Arcadia 20, e già il nome della strada racconta qualcosa di questo quadrante: l'Arcadia era l'accademia letteraria fondata a Roma nel 1690, e la toponomastica di questa zona pesca a piene mani nella letteratura, con via Pindaro, viale Tirreno e le altre vie dedicate a poeti e luoghi classici. Siamo nel tratto di città che scende da Tor Marancia verso San Paolo, in quel triangolo compreso fra la via Cristoforo Colombo, la Garbatella e l'inizio del quartiere EUR. Il codice di avviamento postale è 00147, non quello dell'EUR vero e proprio: una sfumatura che serve quando si imposta il navigatore e si scopre che via dell'Arcadia è una strada lunga, con numeri civici che superano il centinaio.

In metropolitana e in autobus fino al Museo delle auto della Polizia di Stato

Il riferimento più solido è la linea B della metropolitana. Le coordinate pubblicate dal portale turistico di Roma Capitale collocano il museo a poco più di un chilometro in linea d'aria dalla stazione Garbatella, cioè una ventina di minuti a piedi su marciapiedi regolari e in leggera salita nell'ultimo tratto. Chi non vuole camminare può appoggiarsi alle linee di superficie che percorrono la via Cristoforo Colombo e scendere all'altezza dell'ex Fiera: i numeri delle linee cambiano nel tempo e conviene farseli confermare dal pianificatore dell'azienda di trasporto il giorno stesso, perché in questo settore della città i percorsi vengono ritoccati con una certa frequenza. Il mio consiglio operativo, dopo anni di gruppi accompagnati in giro per Roma, è banale e funziona: metro B fino a Garbatella e poi i piedi. Venti minuti di camminata in un quartiere che nessuno visita valgono più di venti minuti passati ad aspettare un autobus.

In auto, in moto e dove si parcheggia

Qui, per una volta, l'automobile ha senso, e in un museo dedicato alle automobili la cosa ha perfino una sua ironia. La zona è fuori dalla fascia verde del centro storico, le strade sono larghe, il tessuto è quello dell'edilizia pubblica e degli uffici, e trovare posto lungo via dell'Arcadia o nelle traverse non è l'impresa che diventa in centro. Chi arriva dal Grande Raccordo Anulare esce sulla via Cristoforo Colombo in direzione centro e in cinque minuti è davanti al complesso. Chi arriva dal centro percorre la Colombo in direzione EUR. Una raccomandazione seria: il museo è ospitato in un'area della Polizia di Stato, quindi si lascia il veicolo negli spazi pubblici e ci si presenta a piedi all'ingresso, senza avvicinarsi con la macchina ai cancelli di servizio.

L'ingresso e il complesso dell'ex Fiera

Il padiglione che ospita il Museo delle auto della Polizia di Stato appartiene al complesso che per mezzo secolo ha ospitato la Fiera di Roma. La rassegna campionaria romana si era spostata su via Cristoforo Colombo nel 1959, in una sede nata come provvisoria e rimasta al suo posto per cinquant'anni, fino al trasferimento del 2006 nella nuova cittadella fieristica lungo l'autostrada per Fiumicino. Quando la Fiera se ne è andata, i capannoni sono rimasti, e alcuni sono stati riassegnati ad amministrazioni dello Stato. La collezione di veicoli della Polizia occupa uno di quegli spazi: soffitto alto, campate libere, pavimento industriale. È esattamente il contenitore che serve a un museo di automobili, e non è un caso di fortuna: un museo di mezzi si fa dove i mezzi entrano ed escono da un portone largo.

Orari, biglietti e prenotazione del Museo delle auto della Polizia di Stato

La parte pratica di questa visita si gioca tutta al telefono o via posta elettronica, e vale la pena spiegarlo bene, perché è il punto in cui si perdono più visitatori. Le fonti pubbliche concordano su una finestra mattutina, dal lunedì al venerdì fra le 9 e le 13, con il museo chiuso ad agosto. Il costo del biglietto, quando la struttura è accessibile al pubblico, è di 3 euro per l'intero e 1,50 euro per il ridotto. I recapiti sono due numeri fissi, 06 5141861 e 06 51606891, e l'indirizzo museoautopolizia@interno.it. Il portale turistico istituzionale di Roma Capitale indica in questo periodo il museo come temporaneamente chiuso: la forma prudente, e l'unica ragionevole, è considerare l'apertura come qualcosa da farsi confermare caso per caso.

Quanto costa il biglietto del Museo delle auto della Polizia di Stato

Tre euro. Nel panorama museale romano, dove un ingresso a tariffa piena in una grande collezione statale viaggia intorno ai dodici o quindici euro, la cifra è quasi simbolica, e c'è una ragione precisa: il museo non è una impresa culturale che deve stare in piedi con la bigliettazione, è un servizio dell'Amministrazione che raccoglie un contributo e lo devolve al piano di assistenza "Marco Valerio", il programma con cui il Fondo di assistenza per il personale della Polizia di Stato sostiene i figli minori dei dipendenti colpiti da malattie ad andamento cronico. Sapere dove finiscono quei tre euro cambia il senso del gesto: si paga poco e si paga per qualcosa di preciso. Nella mia esperienza è anche la prima informazione che colpisce i ragazzi in visita scolastica, molto più delle cilindrate.

Come si prenota la visita al Museo delle auto della Polizia di Stato

Si scrive a museoautopolizia@interno.it indicando la data desiderata, il numero di persone, un recapito telefonico e, se si tratta di un gruppo, il nome dell'ente o della scuola. In alternativa si telefona ai numeri del museo negli orari di ufficio. Chi va da solo o in coppia in genere trova disponibilità con poco preavviso; i gruppi e le classi hanno bisogno di più margine, perché l'accompagnamento viene assicurato da personale in servizio e va incastrato negli impegni del reparto. Una regola che do sempre a chi organizza gite: chiedete la conferma scritta e portatela con voi, insieme a un documento di identità valido per ciascun partecipante. All'ingresso di una struttura della Polizia di Stato il documento serve, e non è una formalità aggirabile.

Gruppi, scolaresche e visite guidate

Il museo nasce con una vocazione didattica dichiarata, ed è la ragione per cui funziona meglio con un accompagnatore che in solitaria. Le visite per gruppi e scolaresche si concordano direttamente con il museo, che le organizza con proprio personale: sono poliziotti, spesso con anni di strada alle spalle, e la differenza rispetto a una audioguida è tutta lì. Un conto è leggere la targhetta di una Alfa Romeo del 1972, un altro è sentirsi raccontare da chi ci ha lavorato come ci si stava dentro in quattro con il giubbotto, la radio che gracchiava e nessuna aria condizionata. Se accompagnate una classe, chiedete esplicitamente il taglio storico: il rischio, quando i ragazzi sono molto piccoli, è che la visita si riduca a un elenco di modelli e cavalli motore. Il materiale per farne una lezione di storia italiana c'è tutto.

Quando conviene andare al Museo delle auto della Polizia di Stato

La finestra è mattutina, quindi la scelta vera riguarda il giorno e la stagione. I mesi migliori sono quelli scolastici, da ottobre a maggio, con l'avvertenza opposta: sono anche i mesi in cui le classi riempiono il calendario. Chi vuole il padiglione quasi vuoto punti a una mattina di metà settimana fuori dai periodi di gita, evitando le settimane immediatamente precedenti alle vacanze di Natale e di Pasqua. Agosto è escluso per chiusura. E poi c'è un vantaggio che nessuno considera: essendo uno spazio coperto, riscaldato in inverno e riparato dal sole in primavera, è la carta giusta per una giornata di pioggia romana, quando i Fori e le ville si trasformano in una prova di resistenza.

Che cosa è davvero il Museo delle auto della Polizia di Stato

Conviene sgombrare il campo da un equivoco. Il Museo delle auto della Polizia di Stato non è un museo dell'automobile italiana con qualche livrea colorata: è un museo di storia istituzionale che ha scelto come alfabeto i veicoli. Le auto e le moto sono i documenti, e come tutti i documenti dicono cose che i libri di testo scrivono male. Una jeep del 1946 racconta l'ordine pubblico di un paese uscito dalla guerra con le strade sfondate e il carburante contingentato. Una Alfa Romeo nera dei primi anni Cinquanta racconta l'ingresso della radio a bordo e il passaggio dal poliziotto a piedi al poliziotto che arriva in due minuti. Una berlina blindata di fine anni Settanta racconta il terrorismo. Un fuoristrada con le catene racconta le emergenze neve. Chi entra qui cercando solo bei musi cromati esce contento a metà. Chi entra sapendo di leggere settant'anni di Italia esce con la testa piena.

I numeri della collezione del Museo delle auto della Polizia di Stato

Le fonti pubbliche parlano di una settantina di esemplari fra automobili, motociclette, scooter, biciclette e mezzi speciali, con un arco cronologico che va dagli anni Trenta del Novecento fino alla produzione recente. Il numero oscilla nelle varie descrizioni, e la ragione è semplice: una collezione di veicoli non è una quadreria, respira. Qualche mezzo esce per una manifestazione, per un raduno di auto storiche, per una celebrazione istituzionale; qualcun altro entra dopo il restauro. È bene saperlo prima di arrivare con l'elenco in mano pretendendo di trovarlo al completo. La sostanza però resta: un padiglione ordinato cronologicamente, in cui si cammina lungo il tempo invece che lungo un corridoio.

Perché il Museo delle auto della Polizia di Stato non somiglia agli altri musei di Roma

Perché non ha una biglietteria che vi aspetta, perché non fa parte dei circuiti civici, perché non compare nelle domeniche gratuite del ministero, perché per entrare serve un documento e un accordo preso prima. E perché il personale che vi accoglie non è una società di servizi museali in appalto, è l'Amministrazione stessa. Questo produce un effetto che ho visto molte volte accompagnando visitatori: il racconto è più personale e più asciutto di quello di una guida di professione, meno costruito e più aneddotico. Chi ha bisogno di un percorso didattico impaginato al millimetro qui non lo trova. Chi cerca il contatto con una memoria di mestiere, sì. La mia opinione netta, se serve: è uno dei musei meno turistici e più istruttivi di Roma, e il rapporto fra quello che costa e quello che restituisce è imbattibile.

La collezione del Museo delle auto della Polizia di Stato e i restauri

Molti mezzi sono arrivati qui in condizioni pietose, recuperati da depositi, da autoparchi di provincia, in qualche caso da demolizioni evitate all'ultimo. Il lavoro di rimessa in ordine è stato fatto con l'ossessione della componentistica originale, che nel mondo delle auto storiche è la linea di confine fra un restauro e un travestimento. Rimettere in strada una berlina degli anni Sessanta è relativamente facile; rimetterla nella configurazione esatta che aveva in servizio, con la paletta, la sirena del tipo giusto, l'apparato radio corretto e la livrea del periodo, è un lavoro da filologi. Guardando le vetture con attenzione si notano i dettagli che tradiscono l'allestimento di servizio: le staffe dei lampeggianti, i passaggi dei cavi, i fori sui parafanghi, i cruscotti modificati per alloggiare gli apparati. Sono quelle cose lì, non la vernice lucida, il vero contenuto storico del museo.

Il padiglione dell'ex Fiera di Roma e il quartiere intorno

Vale la pena spendere qualche riga sul contenitore, perché è un pezzo di storia urbana che i romani stessi hanno rimosso. Dalla fine degli anni Cinquanta e per cinquant'anni, la Fiera di Roma è stata qui, lungo la via Cristoforo Colombo: la campionaria, i saloni, le rassegne merceologiche, i padiglioni con le insegne al neon che si vedevano dalla strada. Una sede nata come provvisoria e poi rimasta, come spesso accade a Roma con le cose provvisorie. Nel 2006 la Fiera si è trasferita nella nuova cittadella fuori città, lungo l'autostrada per l'aeroporto di Fiumicino, e questo settore ha perso di colpo la sua funzione. Alcuni capannoni sono stati demoliti, altri riconvertiti, altri riassegnati ad amministrazioni pubbliche.

Tor Marancia, la Colombo e la città che non si visita

Il quartiere intorno merita uno sguardo. La via Cristoforo Colombo è l'asse rettilineo aperto negli anni Trenta per collegare il centro con l'area dell'Esposizione universale del 1942, quella che poi sarebbe diventata l'EUR: una strada pensata per la velocità e per la rappresentanza, larga e alberata, che ancora oggi funziona come tale. Ai suoi lati sono cresciuti in ordine sparso l'edilizia pubblica di Tor Marancia, gli uffici, i grandi complessi terziari. È una Roma senza travertino e senza cartoline, che i visitatori stranieri attraversano solo in taxi verso l'aeroporto. Uno dei motivi per cui consiglio questa visita è proprio che vi porta in una parte di città reale: si esce dal museo, si cammina un quarto d'ora e si è in mezzo a una città che lavora.

Come si legge l'allestimento del Museo delle auto della Polizia di Stato

L'ordinamento è cronologico, ed è la scelta giusta. Si parte dai mezzi più antichi e si arriva ai contemporanei, per cui la passeggiata coincide con un racconto lineare: motorizzazione, ricostruzione, boom economico, contestazione e terrorismo, anni Ottanta, tecnologia, oggi. Il mio suggerimento è di percorrere il padiglione due volte. La prima in avanti, dal più vecchio al più nuovo, per cogliere la progressione. La seconda all'indietro, guardando solo un elemento per volta: prima tutti i lampeggianti, poi tutte le radio, poi tutte le livree. Vedere la stessa funzione cambiare forma nel tempo è l'esercizio che rende un museo di veicoli qualcosa di più di un parcheggio ordinato.

Gli anni Trenta e la prima motorizzazione della Polizia

La sezione più antica del percorso è anche la più lontana dall'immaginario comune, perché precede il poliziotto in volante che tutti abbiamo in testa. Negli anni Trenta l'automobile in servizio di pubblica sicurezza è ancora un oggetto raro e prezioso, riservato a compiti di rappresentanza, di scorta e di collegamento. Le vetture sono berline di serie adattate: sospensioni rinforzate, qualche modifica alla carrozzeria, la vernice scura, il faro di ricerca orientabile montato sul montante. La radio non esiste ancora a bordo, e questo determina tutta l'organizzazione del servizio: il pattugliamento non è un servizio dinamico, è un percorso deciso in anticipo, e il collegamento passa dai telefoni delle caserme e dai posti fissi.

Le berline italiane degli anni Trenta

Le case che equipaggiano lo Stato in quegli anni sono le stesse che riempiono le strade: Fiat, Lancia, Alfa Romeo, con qualche mezzo industriale di altre marche. Fra i modelli che le fonti di settore associano alla collezione compaiono una Lancia Artena, berlina di media cilindrata prodotta dal 1931, e una Alfa Romeo 6C 2300, la sei cilindri progettata da Vittorio Jano che nella sua versione da corsa avrebbe fatto la storia sportiva del marchio. Sono automobili che oggi, in una asta internazionale, vengono trattate come pezzi da collezione da capogiro; qui portano la livrea di servizio, e il cortocircuito è metà del piacere della visita. Guardatele pensando alle strade dell'epoca: fondi sconnessi, illuminazione scarsa, pneumatici stretti, freni a tamburo su tutte le ruote. La velocità dichiarata sui depliant e la velocità reale in servizio erano due cose diverse.

La Milizia della Strada, antenata della Polizia Stradale

Il capitolo stradale ha una data di nascita anteriore alla Repubblica. Nel 1928 viene istituito il Corpo della Milizia della Strada, su sollecitazione del Reale Automobile Club d'Italia, come specialità della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale; nel 1932 il corpo assume la denominazione di Milizia Nazionale della Strada. I numeri di quel periodo raccontano un paese all'inizio della motorizzazione: poche decine di ufficiali, poco più di trecento mezzi, in larghissima parte motociclette, per una rete di circa ventunomila chilometri di strade. La divisa era grigioverde, e per il servizio in moto si usava un casco di cuoio nero con il bordo imbottito. Chi visita il museo con un minimo di curiosità storica capisce, guardando quei caschi, quanto poco proteggessero e quanto già dicessero di un mestiere che si faceva esposti alle intemperie.

La collezione delle origini nel Museo delle auto della Polizia di Stato

Il valore di questa prima sezione è documentario più che spettacolare. Sono pochi mezzi, e chi arriva con in testa le sirene dei film degli anni Settanta rischia di passarci davanti distrattamente. Sarebbe un errore. Qui si vede la nascita di un principio che regge ancora oggi tutta l'organizzazione: il mezzo di polizia non è un mezzo qualunque verniciato di un altro colore, è un sistema che integra veicolo, apparato di comunicazione, equipaggiamento e uomo addestrato. Togliete uno dei quattro elementi e il sistema non funziona. Negli anni Trenta mancava il secondo, e infatti la storia della motorizzazione di polizia in Italia comincia davvero il giorno in cui a bordo arriva la radio.

Il dopoguerra: le jeep, la ricostruzione e la nascita delle Volanti

La sezione del dopoguerra è quella che colpisce di più i visitatori adulti, perché tocca una memoria familiare. Le jeep americane rimaste in Italia dopo il 1945 diventano il mezzo di ordine pubblico per eccellenza: robuste, semplici, riparabili con niente, capaci di girare su strade che le berline non affrontavano. Il fuoristrada leggero di derivazione militare entra nell'immaginario collettivo attraverso i cinegiornali, i comizi, le manifestazioni sindacali, le cronache dei primi anni della Repubblica. Chi guarda quei mezzi nel padiglione di via dell'Arcadia dovrebbe fare uno sforzo di contesto: nel 1946 l'Italia aveva ponti crollati, città sventrate, un parco veicoli decimato e una capacità industriale da ricostruire. Una jeep in efficienza valeva più di un'automobile di rappresentanza.

Le jeep e i reparti mobili

Con la ricostruzione nascono i reparti destinati all'ordine pubblico, quelli che l'opinione pubblica dell'epoca chiamava la Celere, articolati su mezzi leggeri e su una mobilità pensata per spostare in fretta piccoli nuclei di uomini. Il fuoristrada scoperto, con il telo o senza, è il simbolo di quella stagione. Nel museo se ne vede la struttura essenziale: telaio a longheroni, sospensioni a balestra, motore a quattro cilindri, nessuna concessione al comfort. Un dettaglio che faccio sempre notare ai gruppi è il parabrezza abbattibile: serviva a ridurre l'ingombro e a evitare i riflessi, e racconta un uso del mezzo molto più vicino a quello militare che a quello civile. La linea di confine fra i due mondi, nell'Italia del 1947, era ancora sottile.

La radio a bordo cambia il mestiere

La rivoluzione vera degli anni Cinquanta è l'apparato ricetrasmittente. Con la radio la pattuglia smette di essere un percorso e diventa una risorsa mobile: la sala operativa sa dove sono i mezzi e li dirige dove serve. È esattamente il principio della squadra volante, e da lì in avanti tutta la storia dei veicoli di polizia diventa la storia dell'integrazione fra il mezzo e la centrale. Al museo l'evoluzione si segue guardando gli apparati esposti nella sezione dei cimeli tecnici, e osservando i cruscotti delle vetture: l'ingombro delle radio degli anni Sessanta, con le valvole e gli alimentatori, era tale da rubare spazio all'abitacolo e da imporre soluzioni di montaggio artigianali, spesso realizzate nelle officine dei reparti.

Le Alfa Romeo delle Squadre Volanti al Museo delle auto della Polizia di Stato

Se il museo ha una spina dorsale, è questa. La storia delle Squadre Volanti coincide con la storia dell'Alfa Romeo in divisa, e il padiglione la ripercorre modello per modello. La prima volante risale al 1952, con una Alfa Romeo 1900 TI: berlina di segmento alto, quattro cilindri bialbero, telaio sano, prestazioni che nel panorama italiano dell'epoca sembravano fantascienza. Da lì in poi il marchio milanese fornisce alla Polizia una generazione dopo l'altra di berline, e ogni generazione porta con sé un pezzo di costume nazionale.

L'Alfa Romeo 1900 e la nascita della "pantera"

Il soprannome nasce qui. La 1900 in servizio era nera, agile, veloce, e il frontale con i due fari incassati e la calandra a scudo ricordava il muso di un felino: la fantasia popolare, aiutata dai cronisti, la battezzò "pantera". Il nome ha attraversato i decenni ed è diventato il modo comune di indicare l'auto della Polizia, tanto che oggi lo usano anche i ragazzini che non hanno mai visto una 1900 in vita loro. È uno dei pochi soprannomi popolari italiani che ha resistito al cambio di generazioni, al cambio di colore delle livree e perfino al cambio di marchio dei veicoli. Al museo, davanti alla berlina che ha originato la parola, il racconto si scrive da sé.

La Giulia Super, la volante che tutti ricordano

Poi arriva lei. La Giulia, presentata nel 1962 e prodotta in una infinità di varianti fino agli anni Settanta, è l'automobile che ha definito l'immagine della Polizia italiana per almeno vent'anni. Berlina squadrata con il coefficiente aerodinamico che l'Alfa reclamizzava come studiato in galleria del vento, motore bialbero in lega leggera, cambio a cinque marce quando quasi nessuno lo aveva, freni a disco. In servizio fu impiegata dal 1964 in avanti e restò nel parco mezzi fino agli anni Ottanta. La Giulia è la volante del cinema italiano, quella dei poliziotteschi girati fra Roma, Milano e Torino, quella che nella memoria collettiva insegue le auto dei rapinatori con la sirena a due toni. Guardarla ferma, sotto una luce da museo, aiuta a capire quanto fosse compatta: si sottovaluta sempre quanto fossero piccole le automobili che ci sembrano enormi nei ricordi.

La Giulia Promiscua e le versioni speciali

Fra le curiosità della collezione compare la Giulia Promiscua, la versione familiare allestita da carrozzieri esterni su base berlina, poco diffusa fra i privati e invece utile ai reparti che avevano bisogno di caricare materiale, apparati, transenne, attrezzatura per i rilievi. È il tipo di mezzo che nessuno ricorda perché non fa spettacolo, ed è esattamente per questo che merita attenzione: la logistica è la parte invisibile di ogni servizio, e un museo che espone solo le vetture da inseguimento racconta metà del mestiere.

Alfetta, Giulietta e Alfasud: gli anni Settanta e Ottanta

L'Alfetta, presentata nel 1972 con lo schema transaxle e il ponte De Dion, sostituisce progressivamente la Giulia nei servizi di volante e diventa il mezzo simbolo del decennio più difficile della Repubblica. Accanto a lei entrano in servizio la Giulietta della seconda serie e l'Alfasud, la berlina compatta prodotta a Pomigliano d'Arco con il motore boxer, che porta la motorizzazione di polizia verso una taglia più piccola e più economica. È il passaggio dall'automobile speciale all'automobile di serie: la Polizia comincia a comprare quello che compra il paese, e la differenza la fanno gli allestimenti. Negli anni Ottanta arriverà l'Alfa Romeo 33, poi le 155, e la parabola prosegue fino alle motorizzazioni di oggi.

Le livree e il numero 113

Un capitolo che al museo si legge benissimo è quello dei colori. Fra gli anni Sessanta e Settanta le vetture della Polizia erano verdi, con la scritta "Polizia Squadra Volante" sulle portiere anteriori. Dal 1976 la livrea diventa azzurra con le fasce bianche laterali e la scritta bicolore, che è poi lo schema che tutti oggi riconoscono. Alla fine degli anni Novanta la grafica si arrotonda e si inclina, e con le vetture più recenti compare la sagoma stilizzata della pantera sulla fascia, mentre il numero 113 si sposta sui montanti posteriori. Il 113, numero storico del pronto intervento della Polizia di Stato, oggi convive con il numero unico europeo per le emergenze. Osservare la successione delle livree lungo il padiglione è un piccolo corso di comunicazione istituzionale: si passa dal mimetismo alla riconoscibilità, dalla vernice scura al colore che deve farsi vedere da lontano.

Le Squadre Volanti, cinquant'anni di interventi

Un dato dà la misura del fenomeno. Nel maggio del 1988, con decreto del Presidente della Repubblica, venne riconosciuto il merito delle Squadre Volanti per gli interventi effettuati nel ventennio 1968-1988: il conteggio ufficiale parlava di oltre cinquantadue milioni di interventi su chiamata. Cinquantadue milioni. Provate a dividerlo per i giorni e vi rendete conto di che cosa sia stato il pronto intervento in Italia nel periodo di maggiore tensione sociale della Repubblica. Il museo espone i mezzi con cui quel lavoro è stato fatto, e la cifra dovrebbe stare scritta in grande all'ingresso.

Museo delle auto della Polizia di Stato
Museo delle auto della Polizia di Stato

La Ferrari 250 GTE della Polizia e il maresciallo Armando Spatafora

È la storia che rende celebre il capitolo romano della motorizzazione di polizia, ed è tutta documentata. All'inizio degli anni Sessanta la capitale ha un problema preciso: bande di rapinatori e di ladri d'auto che si spostano con vetture elaborate, capaci di seminare qualunque volante. Il capo della polizia dell'epoca, Angelo Vicari, chiede una soluzione. La risposta del maresciallo Armando Spatafora, siciliano di Siracusa, classe 1927, entra nella leggenda per la sua brutalità aritmetica: per prenderli servirebbe una Ferrari. Con l'avallo del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, l'Amministrazione ordina due 250 GTE 2+2.

Due Ferrari, una sola sopravvissuta

La prima vettura arriva nel 1962 e viene distrutta in un incidente nel giro di poche settimane. La seconda, consegnata l'anno successivo, diventa l'automobile di Spatafora. Sotto il cofano c'è il dodici cilindri a V di tre litri accreditato di 240 cavalli, la carrozzeria è Pininfarina, la velocità massima dichiarata sfiora i 240 chilometri orari. Per guidarla vengono addestrati quattro uomini, istruiti a Modena dal pilota Roberto Lippi: non si mette un'automobile del genere in mano a chiunque, e nel 1963 la differenza fra una berlina di serie e una gran turismo di Maranello era abissale. La vettura resta in servizio per tutti gli anni Sessanta e viene poi impiegata anche per trasporti sanitari urgenti: le cronache riportano un trasferimento di sangue fra Roma e Napoli coperto in cinquanta minuti.

La scalinata di Trinità dei Monti, fra cronaca e leggenda

L'episodio che tutti raccontano è la discesa della scalinata di Trinità dei Monti all'inseguimento di un'auto in fuga. È la scena che ha fatto di Spatafora un personaggio popolare, ripetuta in decine di versioni, arricchita a ogni passaggio. La prudenza storica impone di trattarla per quello che è: un racconto tramandato, che le fonti di settore riportano indicandone il carattere leggendario, con l'aggiunta che sul sottoscocca della vettura sarebbero ancora visibili i segni compatibili con quella prova. È il tipo di storia che un divulgatore onesto racconta dicendo dove finisce il documento e dove comincia il mito. Il mito, in questo caso, ha comunque un fondamento professionale: quattro uomini addestrati a Modena, una Ferrari con la paletta e i lampeggianti, e una città che negli anni Sessanta si scopriva improvvisamente motorizzata.

Che fine ha fatto la Ferrari 250 GTE della Polizia

Qui arriva la parte che quasi nessuno conosce, e che vale la pena sapere prima di entrare al museo per evitare aspettative sbagliate. L'esemplare sopravvissuto, telaio 3999 GT, uscì dal parco mezzi alla fine degli anni Sessanta e venne venduto all'asta nei primi anni Settanta per una cifra che oggi fa sorridere, un milione di lire, a un privato. Da allora la vettura appartiene al collezionismo: è stata certificata dal reparto storico della casa di Maranello, conserva motore e trasmissione originali, ed è comparsa sul mercato internazionale delle auto storiche attraverso operatori specializzati britannici, oltre a essere esposta in occasione di manifestazioni dedicate ai motori. La Ferrari della Polizia, insomma, non è proprietà dello Stato da mezzo secolo. Il museo di via dell'Arcadia racconta quella stagione con quello che ha, e chi arriva pensando di trovare quella macchina lì, pronta per la fotografia, va avvisato prima.

Perché la Ferrari si chiamava anch'essa "pantera"

Il soprannome nato con l'Alfa Romeo 1900 si estese naturalmente alle vetture successive impiegate nel medesimo servizio, dalla Giulia Super fino alla stessa 250 GTE. Nella Roma di quegli anni la parola indicava la macchina che arrivava veloce, qualunque fosse il marchio sul cofano. È un fenomeno linguistico curioso: un nome coniato per il colore e per la forma di una carrozzeria è sopravvissuto alla carrozzeria stessa ed è diventato una categoria del linguaggio comune. Poche automobili possono vantare una discendenza lessicale simile.

Gli anni di piombo, la Squadra Mobile e le auto blindate

La sezione più difficile da attraversare è quella degli anni Settanta. In quel decennio l'automobile di servizio cambia funzione: da mezzo di pattugliamento diventa bersaglio. Le scorte, i trasferimenti di magistrati, il servizio di protezione delle personalità e la stessa attività della Squadra Mobile si svolgono in un contesto in cui il rischio è quotidiano. Le vetture si irrobustiscono, compaiono le blindature, cambiano le procedure di guida, nascono i corsi di guida sicura e di guida evasiva.

Le berline blindate e le scorte

Blindare un'automobile di serie, negli anni Settanta, significava aggiungere due o trecento chili di acciaio e vetri stratificati a una vettura progettata per pesarne molti di meno. Il risultato erano mezzi lenti in accelerazione, pesanti in frenata, difficili da guidare al limite, con sospensioni e pneumatici sollecitati oltre il progetto. Chi guarda al museo una berlina blindata di quel periodo deve immaginarla in servizio: portiere che si chiudono con un tonfo sordo, finestrini che non scendono, un caldo insopportabile d'estate, un raggio di sterzata da autocarro. Fra i mezzi che le fonti di settore associano alla collezione compare una De Tomaso blindata della fine del decennio, uno di quegli allestimenti speciali che testimoniano quanto la ricerca di soluzioni fosse affannosa e sperimentale.

Via Fani e il 16 marzo 1978

Il capitolo più duro riguarda la strage di via Fani. La mattina del 16 marzo 1978 il commando delle Brigate Rosse attaccò a Roma il corteo che accompagnava Aldo Moro: la Fiat 130 del presidente della Democrazia Cristiana, non blindata, e l'Alfa Romeo Alfetta della scorta. Morirono cinque uomini: il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l'appuntato Domenico Ricci, e i poliziotti Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi. Tre di loro appartenevano alla Pubblica Sicurezza, ed è per questo che la storia dell'Alfetta di servizio, modello che il museo espone nella sua declinazione istituzionale, va raccontata con il rispetto che merita. Quel giorno cambiò la dottrina delle scorte in Italia: procedure, formazione, mezzi, armamento, tutto venne rivisto. Un museo di veicoli che tacesse su questo sarebbe un museo di carrozzerie.

La Squadra Mobile e la guida operativa

Accanto alle volanti in livrea, il parco mezzi comprende le vetture civili della Squadra Mobile, quelle senza contrassegni, con i lampeggianti a scomparsa e le radio nascoste. Sono automobili che nella collezione fanno meno scena e raccontano moltissimo: la scelta dei modelli più comuni, i colori anonimi, gli allestimenti pensati per non farsi riconoscere. Chi ha vissuto gli anni Settanta e Ottanta in una città italiana sa quanto quelle berline banali fossero riconoscibilissime ai romani smaliziati, che le individuavano dall'antenna e dal modo di parcheggiare. È il paradosso dei mezzi civetta: funzionano finché non diventano un genere.

La Polizia Stradale, le autostrade e il Museo delle auto della Polizia di Stato

C'è una parte del museo che parla a chiunque abbia guidato in Italia, e riguarda la specialità che presidia strade e autostrade. La Polizia Stradale nella sua forma repubblicana nasce con il decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato numero 1510 del 26 novembre 1947, come specialità della Pubblica Sicurezza; alle spalle ha l'esperienza della Milizia della Strada degli anni Venti e Trenta, ma il salto è di natura politica prima ancora che organizzativa. Da quel momento la sicurezza della circolazione diventa una funzione dello Stato repubblicano, con uomini, mezzi e competenze proprie.

L'Autostrada del Sole e la motorizzazione di massa

Il contesto in cui quella specialità cresce è la più grande trasformazione materiale della storia italiana recente. La prima pietra dell'Autostrada del Sole fu posata il 19 maggio 1956 alla presenza del Presidente Giovanni Gronchi, lo stesso che pochi anni dopo avrebbe avallato l'acquisto delle Ferrari per la Polizia; il tronco Milano-Piacenza aprì l'8 dicembre dello stesso anno, la traversata appenninica il 3 dicembre 1960, il collegamento fra Roma e Napoli nel 1962, e l'opera venne completata il 4 ottobre 1964 con il tratto fra Chiusi e Orvieto, per un totale di settecentosessanta chilometri costruiti in otto anni. Nel frattempo il paese passava dalla bicicletta alla utilitaria. Pattugliare una autostrada nuova di zecca, dove per la prima volta si viaggiava a velocità sostenute e costanti, richiedeva mezzi diversi da quelli di città: motori capaci di reggere ore di andatura, autonomia, apparati radio a lunga portata.

Le pattuglie autostradali e i mezzi che le fonti associano alla collezione

Nel padiglione la storia autostradale si segue attraverso le berline veloci e le motociclette dei reparti, con gli allestimenti tipici del servizio: i faretti orientabili, i pannelli a messaggio variabile montati sul portellone, i vani per la segnaletica di emergenza, i coni, gli attrezzi per i rilievi degli incidenti. Il visitatore distratto guarda il muso; il visitatore attento apre lo sguardo sul portellone posteriore, dove si concentra tutta l'attrezzatura che trasforma una automobile in un posto di lavoro. La mia opinione, netta come chiede il mestiere: la parte più istruttiva di questa sezione è proprio il bagagliaio, e nessuno lo guarda.

Educazione stradale, il lavoro che non fa cronaca

Una funzione che la specialità svolge da decenni riguarda l'educazione stradale nelle scuole, con campagne, mezzi attrezzati e incontri con gli studenti. È il capitolo meno spettacolare e forse il più utile, e il museo lo tiene presente nella sua vocazione didattica: portare una classe davanti a una vettura incidentata o a un mezzo di soccorso e spiegare che cosa succede a novanta chilometri orari contro un ostacolo fisso è una lezione che i ragazzi ricordano più di dieci ore di teoria. Se accompagnate adolescenti che stanno per prendere il motorino o la patente, chiedete espressamente che il racconto tocchi questo tema.

Le moto del Museo delle auto della Polizia di Stato

Le motociclette meritano un capitolo a parte, perché in Italia il motociclista in divisa precede l'automobilista in divisa e per decenni ha rappresentato l'immagine stessa della sorveglianza stradale. La casa di Mandello del Lario, Moto Guzzi, ha fornito allo Stato italiano generazioni di mezzi, e i suoi modelli storici compaiono nelle descrizioni della collezione: il piccolo Guzzino da 65 centimetri cubi, l'Airone da 250 e soprattutto il Falcone da 500, monocilindrico orizzontale con il volano esterno, il rumore inconfondibile e una robustezza da mezzo agricolo.

Il Falcone, la moto che tutti hanno visto senza saperlo

Il Moto Guzzi Falcone è la motocicletta della memoria collettiva italiana: quella dei cortei ufficiali, delle staffette, dei servizi di scorta, delle fotografie in bianco e nero con il poliziotto in stivali e casco di cuoio. Monocilindro di mezzo litro, distribuzione ad aste e bilancieri, coppia enorme ai bassi regimi e velocità di punta modesta secondo i criteri di oggi, ma perfetta per un uso di servizio fatto di andature costanti e di partenze da fermo. Guardando il manubrio si nota l'assenza di quasi tutto quello che oggi diamo per scontato: nessuna protezione aerodinamica degna di questo nome, comandi essenziali, sella singola. Chi ha fatto servizio su quelle moto ha una schiena che se lo ricorda.

Scooter, biciclette e mezzi minori

Una delle sorprese della collezione sono i mezzi piccoli: scooter e biciclette. Fanno sorridere, e invece raccontano l'organizzazione capillare del controllo del territorio in un paese che per decenni si è mosso su due ruote a basso costo. La bicicletta della Pubblica Sicurezza è un oggetto che oggi sembra un cimelio folkloristico e che nella città degli anni Cinquanta era uno strumento di lavoro serissimo. Con i ragazzi in visita è il pezzo che apre la conversazione più interessante, perché li costringe a immaginare una città senza traffico motorizzato di massa e senza telefoni in tasca.

I motociclisti dei reparti speciali

La storia motociclistica prosegue con le moto dei reparti a cavallo fra ordine pubblico e pronto intervento, fino alle grosse cilindrate moderne impiegate in autostrada e nei servizi di scorta. Nel percorso si coglie un passaggio tecnico interessante: dalla monocilindrica lenta e instancabile si arriva alle bicilindriche e alle quattro cilindri capaci di reggere velocità autostradali con il pieno carico di apparati, radio, valigie laterali e segnalatori. La moto di servizio moderna pesa quasi il doppio di una moto di serie equivalente, e chi la guida in colonna lo sa benissimo.

Le supercar della Polizia: dalla Lamborghini Gallardo all'Urus

Il capitolo che i visitatori giovani aspettano è quello delle vetture ad altissime prestazioni donate alla Polizia di Stato dalla casa di Sant'Agata Bolognese. La collaborazione comincia nel 2004 con una Gallardo assegnata alla Polizia Stradale di Roma; l'anno successivo un secondo esemplare va a Bologna, equipaggiato con un vano refrigerato per il trasporto di organi. Nel 2008 arriva una Gallardo LP 560-4 con defibrillatore e vano refrigerato; fra il 2014 e il 2017 entrano in servizio due Huracán; nel dicembre del 2023 viene consegnata una Urus Performante. In vent'anni la casa ha messo a disposizione dell'Amministrazione sei vetture.

Non è una vetrina: a che cosa servono davvero

Qui bisogna smontare un luogo comune. Queste automobili non pattugliano l'autostrada per inseguire i trasgressori: servono per trasporti sanitari urgentissimi, in particolare organi e sacche di sangue, in collegamento con la rete dei trapianti, e per le campagne di educazione stradale. I numeri comunicati dalla casa costruttrice parlano di oltre duecento missioni di trasporto di organi e di più di millecinquecento eventi dedicati alla sicurezza stradale. Un caso citato riguarda il trasferimento di un rene fra L'Aquila e Torino con una Huracán, che permise di salvare la vita a una donna di cinquantasette anni. Detta così sembra un aneddoto pubblicitario; nella pratica significa che un organo prelevato in una città può raggiungere un centro trapianti a settecento chilometri di distanza dentro la finestra di ischemia consentita.

Perché la sezione moderna piace ai ragazzi

Perché è l'unico punto del percorso in cui la mitologia dell'automobile veloce e il servizio pubblico coincidono senza contraddizioni. Un adolescente che entra al museo pensando alle prestazioni esce avendo capito che quella vettura esiste per portare un rene a Torino. È una lezione di educazione civica travestita da motori, ed è il motivo per cui consiglio questa visita alle famiglie con figli fra i dieci e i sedici anni molto più di certe collezioni blasonate dove i ragazzi si annoiano in venti minuti.

I mezzi speciali del Museo delle auto della Polizia di Stato

La collezione riserva un posto ai veicoli che non rientrano in nessuna categoria ordinaria, e sono spesso i più interessanti perché raccontano funzioni che il pubblico ignora. Il pezzo più citato è il mezzo battipista cingolato, quello che i giornali chiamano gatto delle nevi: serviva ai reparti impegnati nel soccorso in montagna e nelle emergenze invernali, e la sua presenza in un padiglione romano fa un effetto straniante che è tutto a vantaggio del racconto. La Polizia di Stato non lavora solo in città: lavora sulle piste da sci, sui valichi, nelle vallate isolate dalle nevicate, e per farlo servono mezzi che nessuno associa a una divisa.

Fuoristrada, mezzi da soccorso e allestimenti speciali

Accanto ai cingolati compaiono i fuoristrada, i mezzi per i servizi di ordine pubblico, gli allestimenti per il trasporto di uomini e materiali. Sono veicoli che invecchiano male e che quasi mai vengono conservati, perché lavorano fino a consumarsi e poi finiscono radiati: proprio per questo un esemplare superstite in condizioni presentabili ha un valore documentario alto. Chi visita con occhio tecnico noti gli attacchi per le catene, i portelloni rinforzati, le griglie ai finestrini, i verricelli. Ogni dettaglio corrisponde a un impiego reale, e chiedere all'accompagnatore a che cosa serviva quel particolare è il modo migliore di far parlare chi vi sta guidando nella visita.

I mezzi che entrano ed escono dalla collezione

Un aspetto poco noto della vita di questo museo riguarda i prestiti. I veicoli storici della Polizia partecipano a raduni, cerimonie, manifestazioni dedicate all'automobilismo d'epoca, celebrazioni istituzionali. Significa che l'allestimento non è immobile e che un pezzo particolarmente atteso può essere assente il giorno della vostra visita. Se avete un interesse specifico per un modello, chiedetelo per iscritto quando prenotate: è l'unico modo per non restare delusi, e chi risponde alle mail lo sa e in genere avverte volentieri.

Cimeli, divise e apparati radio nel Museo delle auto della Polizia di Stato

Una zona del padiglione è dedicata all'equipaggiamento: caschi, stivali, berretti, palette, apparati ricetrasmittenti e altre attrezzature in uso dagli anni Sessanta in avanti. È la sezione che i visitatori attraversano più in fretta ed è quella che spiega meglio il mestiere. La paletta, per esempio, è un oggetto di una banalità assoluta e di una importanza giuridica notevole: è il segnale con cui un pubblico ufficiale impone l'alt, e la sua forma, il suo colore e la sua rifrangenza sono normati. I caschi raccontano l'evoluzione della sicurezza personale, dal cuoio con il bordo imbottito degli anni Trenta ai gusci integrali moderni. Gli apparati radio raccontano la miniaturizzazione: dai cassoni valvolari degli anni Sessanta, che occupavano mezzo bagagliaio, agli apparati portatili.

Le divise e il cambio di identità visiva

Chi conosce la storia dell'Amministrazione sa che il 1981 è una data spartiacque: la legge di riforma trasformò il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, di ordinamento militare, nella Polizia di Stato a ordinamento civile, con l'ingresso delle donne nei ruoli operativi e un nuovo assetto sindacale. Il cambiamento passò anche dai colori, dalle uniformi, dalla comunicazione. Guardare i cimeli esposti tenendo a mente quella data aiuta a capire quanto un'istituzione si racconti attraverso gli oggetti, e quanto un cambio di divisa possa essere una dichiarazione politica.

Che cosa cercare fra i cimeli

Tre cose, se avete poco tempo. La prima: gli apparati radio, guardando dove venivano montati nelle vetture e quanto spazio rubavano. La seconda: i caschi da motociclista in sequenza cronologica, che sono un piccolo trattato di ergonomia e di sicurezza. La terza: le targhe e le documentazioni di servizio, quando esposte, perché contengono i numeri di matricola, le assegnazioni ai reparti e le date, cioè l'ossatura documentaria su cui poggia tutto il resto.

Il Museo delle auto della Polizia di Stato e il museo storico dell'Amministrazione

Molti visitatori confondono due realtà distinte. Il museo di via dell'Arcadia è dedicato ai veicoli. La memoria storica generale della Polizia di Stato, con i documenti, le uniformi, le bandiere e i cimeli, fa capo all'Ufficio storico dell'Amministrazione, che ha sede insieme al Sacrario dei Caduti presso la Scuola Superiore di Polizia, in via Pier della Francesca 3, nel quartiere Flaminio, a pochi passi da piazza del Popolo. Il Sacrario è visitabile su prenotazione telefonica e osserva orari propri, dal lunedì al venerdì per l'intera giornata e il sabato al mattino. Sono due luoghi complementari: uno racconta gli strumenti, l'altro racconta gli uomini e la memoria dei caduti.

Un itinerario in due tappe sulla storia delle istituzioni

Chi ha davvero interesse per questo tema può costruire una giornata seria: la mattina il padiglione dei veicoli all'ex Fiera, il pomeriggio il Flaminio con la Scuola Superiore e il Sacrario, previa prenotazione. In mezzo, volendo, si può inserire una terza tappa fra i musei delle altre Forze armate e dei corpi dello Stato che Roma conserva in gran numero: il Museo Storico dei Carabinieri alle Terme di Diocleziano, il Museo Storico della Motorizzazione Militare alla Cecchignola, che è il naturale fratello maggiore di questo per quantità di mezzi, il Museo Storico della Fanteria a piazza Santa Croce in Gerusalemme e il Museo Storico della Comunicazione all'EUR. Roma ha una rete di musei istituzionali che i turisti non vedono mai e che vale più di certe mostre a pagamento.

Il Museo delle auto della Polizia di Stato con i bambini e con i ragazzi

È una delle poche visite romane che funzionano davvero con i bambini, e lo dico dopo averne accompagnati parecchi. I motivi sono tre. Primo: si guardano oggetti riconoscibili, che i piccoli identificano da soli senza bisogno di mediazione culturale. Secondo: si cammina poco, in piano, al coperto, senza code e senza folla. Terzo: la durata è compatibile con la soglia di attenzione dell'infanzia, perché un'ora abbondante basta e avanza.

Che cosa piace ai più piccoli

Le sirene, i lampeggianti, le moto e la possibilità, quando concessa dal personale, di salire su un mezzo per la fotografia. Il colpo di scena è quasi sempre il cingolato da neve, che nessun bambino si aspetta. Un consiglio pratico da chi ha visto molte visite andare a rotoli: date ai bambini un compito. Contare quante livree diverse riescono a individuare, o trovare la vettura più vecchia e la più recente, o cercare tutte le radio. Un gioco di osservazione trasforma una passeggiata passiva in una caccia al tesoro e regala venti minuti di attenzione in più.

Che cosa dire ai ragazzi più grandi

Con gli adolescenti il tema vincente non sono le prestazioni, che ormai trovano in qualunque videogioco, ma le conseguenze. La sezione degli anni di piombo, la storia delle scorte, il significato del numero 113, il funzionamento della sala operativa, i trasporti di organi con le vetture ad alte prestazioni: sono argomenti che aprono discussioni vere. Se accompagnate una classe delle superiori, chiedete al personale del museo di legare i mezzi ai fatti storici. Il risultato è una lezione di storia contemporanea che nessun manuale riesce a dare con la stessa efficacia.

Quanto dura la visita al Museo delle auto della Polizia di Stato e come organizzarla

Il padiglione è di dimensioni contenute e la visita ordinaria si esaurisce in un'ora, un'ora e mezza per chi legge tutto e fa domande. Con un accompagnatore che racconta, il tempo si allunga facilmente a due ore, e sono le due ore meglio spese. Non ci sono bar interni, non c'è un bookshop paragonabile a quelli dei grandi musei, non ci sono depositi bagagli: presentatevi leggeri. Il consiglio operativo è di far coincidere la visita con la prima mattina, appena dopo l'apertura, e di tenere il resto della giornata libero per il quartiere e per l'EUR.

Accessibilità e visita con difficoltà motorie

La struttura è un padiglione espositivo su un unico livello, senza scale interne significative, e questo di per sé la rende favorevole a chi si muove in sedia a rotelle o con difficoltà di deambulazione. Trattandosi però di un edificio riadattato all'interno di un complesso di servizio, le condizioni di accesso, i percorsi e i servizi igienici accessibili vanno concordati al momento della prenotazione, indicando le esigenze specifiche. È una raccomandazione che faccio sempre e che qui vale doppio: una telefonata in anticipo risolve in due minuti quello che sul posto può diventare un problema.

Fotografie, riprese e regole della struttura

Le fotografie per uso personale in genere sono consentite, ma il museo è dentro un'area della Polizia di Stato e le regole le detta l'Amministrazione: si chiede al personale prima di iniziare a scattare, si evita di riprendere ingressi, sistemi di sicurezza e persone in servizio, e per qualunque ripresa destinata alla pubblicazione serve un'autorizzazione formale. È buon senso, oltre che rispetto delle regole di un luogo di lavoro.

Cosa vedere intorno al Museo delle auto della Polizia di Stato

La zona non è quella dei monumenti, e proprio per questo si presta a una giornata diversa dal solito. Scendendo lungo la via Cristoforo Colombo si entra nell'EUR, il quartiere progettato per l'Esposizione universale del 1942 e mai inaugurato come tale, che oggi è il più coerente esperimento di città moderna che Roma possieda: il Palazzo dei Congressi, il Palazzo dello Sport costruito per le Olimpiadi del 1960, il laghetto dell'EUR con i ciliegi giapponesi, il Museo delle Civiltà con le sue collezioni etnografiche e preistoriche, fra cui il Museo Pigorini.

Verso San Paolo e l'Ostiense

Nella direzione opposta, a una manciata di minuti di automobile o a una fermata di metropolitana, si arriva alla Basilica di San Paolo fuori le mura, una delle quattro basiliche papali, e più avanti al quartiere Ostiense con la Centrale Montemartini, dove le sculture antiche dei Musei Capitolini convivono con i motori diesel e le turbine della vecchia centrale elettrica. Per chi ama i luoghi industriali riconvertiti, l'accostamento fra la Centrale e il padiglione delle auto della Polizia è una giornata coerente dall'inizio alla fine. Poco distante si trova anche il Museo della Via Ostiense, ospitato nella Porta San Paolo.

Un pranzo e una sosta nel quartiere

Non aspettatevi la trattoria da guida gastronomica: qui si mangia dove mangiano gli impiegati, e in molti casi si mangia bene e si spende poco. Le zone di riferimento sono la Garbatella, con le sue osterie storiche e i lotti di edilizia popolare degli anni Venti che valgono da soli una passeggiata, e il quartiere Ostiense. Se avete la macchina e volete chiudere la giornata con qualcosa di inatteso, l'Abbazia delle Tre Fontane è a pochi minuti e offre uno dei silenzi più profondi che si possano trovare dentro il Grande Raccordo Anulare.

Una curiosità su Museo delle auto della Polizia di Stato

La curiosità che preferisco riguarda una parola, e la parola è "pantera". Tutti in Italia la usano per indicare l'auto della Polizia, pochi sanno da dove arriva. Nasce nel 1952, quando il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza mette in servizio come prima volante una Alfa Romeo 1900 TI di colore nero. Il colore, l'andatura felina di una berlina che per l'epoca era rapidissima e il disegno del frontale, con i fari incassati e la calandra a scudo che ricordava un muso, fanno il resto: i cronisti la chiamano pantera e il nome attecchisce. Da quel momento il soprannome si stacca dal modello e diventa una categoria: passa alla Giulia Super, arriva perfino alla Ferrari 250 GTE del reparto romano, sopravvive al cambio di livrea dal nero al verde e poi all'azzurro, e resiste ancora oggi che le vetture in servizio hanno tutt'altra forma. Con le Alfa Romeo più recenti la pantera è tornata perfino come segno grafico, stilizzata in bianco sulla fascia laterale.

Il valore di questa storia, dentro il museo, è che si può toccare con gli occhi. Il padiglione conserva le vetture che hanno generato la parola e quelle che l'hanno ereditata, in fila cronologica, e camminando lungo l'allestimento si assiste alla nascita e alla migrazione di un termine del lessico comune. Non capita spesso di poter datare con precisione l'origine di una parola che tutti pronunciano senza pensarci. Questa è una di quelle occasioni, e da sola vale il biglietto.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo delle auto della Polizia di Stato

Che la Ferrari della Polizia non è dello Stato da mezzo secolo. È l'equivoco più diffuso su questo museo: si arriva pensando di trovare la 250 GTE nera del maresciallo Armando Spatafora, l'auto delle leggende romane e delle discese per le scalinate, e si scopre che quella vettura ha una storia diversa. Delle due 250 GTE 2+2 ordinate dall'Amministrazione all'inizio degli anni Sessanta, la prima venne distrutta in un incidente pochissimo tempo dopo la consegna; la seconda, telaio 3999 GT, prestò servizio per tutti gli anni Sessanta e venne poi radiata e venduta all'asta nei primi anni Settanta a un privato, per una cifra che oggi sembra una barzelletta. Da allora è passata di collezione in collezione, è stata certificata dal reparto storico della casa di Maranello ed è comparsa sul mercato internazionale delle automobili storiche attraverso operatori specializzati.

La seconda cosa che nessuno dice riguarda il modo di entrare. Questo non è un museo con la biglietteria aperta e il tornello: è una collezione dentro una struttura della Polizia di Stato, e l'accesso passa da un accordo preso prima, dal documento di identità e, nei periodi in cui la struttura risulta temporaneamente chiusa, da una verifica preventiva. Ho visto famiglie arrivare in via dell'Arcadia di sabato pomeriggio e ripartire senza aver visto niente. La differenza fra una bella mattinata e un viaggio a vuoto sono due minuti di telefono o una mail scritta la settimana prima. Chi non lo sa, lo scopre davanti a un cancello chiuso.

Il consiglio che ti do per visitare Museo delle auto della Polizia di Stato

Prenotate chiedendo l'accompagnamento, e chiedetelo per iscritto. È il consiglio numero uno, perché il valore di questa collezione è nel racconto di chi ci lavora, non nelle targhette. Scrivete a museoautopolizia@interno.it con qualche giorno di anticipo, indicate quanti siete, chiedete conferma dell'apertura e specificate se avete un interesse particolare, che sia la storia delle Squadre Volanti, quella della Polizia Stradale o la sezione delle moto. Chi risponde è personale dell'Amministrazione e in genere è ben disposto verso chi dimostra un interesse reale.

Secondo consiglio: andate al mattino presto, di metà settimana, fuori dai periodi di gite scolastiche. Terzo: portate un documento valido per ciascun partecipante, compresi i minori, e mettete in conto la procedura di identificazione all'ingresso. Quarto, e forse il più utile: attraversate il padiglione due volte. La prima in ordine cronologico, per seguire la storia; la seconda tornando indietro e guardando un solo elemento alla volta, le radio, poi le livree, poi i lampeggianti, poi i bagagliai. È lì che una collezione di veicoli smette di essere una parata e diventa un documento.

Quinto e ultimo, di natura più personale: non trattatelo come una visita di ripiego per una giornata di pioggia. Funziona benissimo anche come tale, ma se lo si affronta con la testa giusta è un pezzo di storia d'Italia raccontato in un'ora, con l'aiuto di oggetti che tutti riconoscono. Portateci un adolescente e vedrete che ne esce con qualche domanda seria.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che il 113 non è un numero qualunque, e che dietro c'è un modello organizzativo preciso. Le Squadre Volanti sono la struttura di pronto intervento della Polizia di Stato: una sala operativa riceve le chiamate, valuta l'urgenza e dirige sul posto i mezzi in circolazione. Sembra ovvio oggi, con il telefono in tasca e la localizzazione satellitare, ma quando il sistema nacque significava rovesciare un'organizzazione secolare, sostituendo il presidio fisso e il giro di ronda con una risorsa mobile guidata dalla centrale. Il dato che dovrebbe circolare di più è questo: nel maggio del 1988, con decreto del Presidente della Repubblica, fu riconosciuto il merito delle Squadre Volanti per gli interventi svolti nel ventennio 1968-1988, contati in oltre cinquantadue milioni.

C'è poi una seconda cosa che tutti sanno e nessuno colloca nel tempo: il passaggio del 1981, quando la legge di riforma trasformò il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, di ordinamento militare, nella Polizia di Stato a ordinamento civile, aprendo i ruoli alle donne. Un museo di veicoli sembra il posto meno adatto per raccontare una riforma legislativa, e invece è il posto giusto: cambia la denominazione sulle fiancate, cambiano le livree, cambia perfino il modo in cui l'istituzione si fa vedere dai cittadini. Le automobili sono la faccia pubblica di una amministrazione, e quando cambia la faccia è perché è cambiato qualcosa di più profondo.

La foto giusta da fare a Museo delle auto della Polizia di Stato

Prima le regole, che qui contano più che altrove: si chiede al personale prima di scattare, si fotografano i mezzi e non le persone in servizio, si evitano ingressi, apparati e sistemi di sicurezza, e per qualunque immagine destinata alla pubblicazione serve un'autorizzazione. Chiarito questo, la fotografia da portarsi a casa non è quella che fanno tutti.

Tutti si mettono davanti al muso della Giulia e scattano frontalmente, ottenendo una immagine piatta, con il flash che rimbalza sul parabrezza e ammazza qualunque profondità. La foto giusta è un'altra: abbassatevi all'altezza del faro, mettetevi a tre quarti anteriori, tenete il lampeggiante sul tetto dentro l'inquadratura e lasciate che la fila delle altre vetture scivoli sfocata sul fondo. Si ottiene il muso in primo piano e la storia che continua alle sue spalle. Niente flash: la luce del padiglione è fredda ma sufficiente, e il flash diretto su una carrozzeria lucida produce un lampo bianco che rovina tutto. Se lo scatto viene mosso, appoggiate il gomito sul ginocchio e trattenete il respiro, come si fa da sempre.

La seconda fotografia che consiglio è un dettaglio: la paletta, o il quadrante di un apparato radio, o la scritta sulla fiancata di una vettura degli anni Settanta. Un particolare dice più di venti automobili intere, e nel racconto che farete al ritorno vale il doppio. La terza, se siete con dei bambini e il personale lo consente, è quella accanto a una moto: sarà la fotografia che finirà in cornice, e nessuno guarderà mai più le altre.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il luogo ha due storie sovrapposte, e conviene tenerle distinte. La prima è quella del contenitore. Questi padiglioni hanno ospitato dal 1959 la Fiera di Roma, trasferita qui lungo la via Cristoforo Colombo dopo gli anni della campionaria all'EUR: per cinquant'anni la rassegna ha portato in questo tratto di città espositori, folle, saloni merceologici e il rumore di una economia che cresceva. Nel 2006 la Fiera si è spostata nella nuova sede lungo l'autostrada per Fiumicino e il complesso ha cambiato destinazione. La seconda storia è quella del museo, aperto nella primavera del 2004 per raccogliere e conservare i mezzi che l'Amministrazione stava perdendo pezzo dopo pezzo fra radiazioni e demolizioni.

Poi ci sono gli avvenimenti che i veicoli conservati qui portano addosso, ed è la parte che dà i brividi. Il decennio del terrorismo, con le berline blindate, le scorte e la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani, quando morirono cinque uomini fra i quali tre appartenenti alla Pubblica Sicurezza, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi. La stagione dei grandi inseguimenti romani degli anni Sessanta, con la Ferrari acquistata su decisione del capo della polizia Angelo Vicari e con l'avallo del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Le emergenze naturali affrontate con i mezzi speciali. E, nella storia recente, le missioni di trasporto di organi con le vetture ad altissime prestazioni donate all'Amministrazione, oltre duecento secondo i dati della casa costruttrice, fra cui il trasferimento di un rene fra L'Aquila e Torino che salvò la vita a una donna di cinquantasette anni.

Se cercate un modo per spiegare ai ragazzi che cos'è la storia contemporanea, portateli davanti a queste macchine e raccontate quelle date. Funziona meglio di un capitolo di manuale, perché la storia, qui, ha quattro ruote e un numero di telaio.

Chi è passato da Museo delle auto della Polizia di Stato

Prima di tutto le migliaia di studenti delle scuole romane e laziali, che di questo museo sono il pubblico principale: intere classi delle medie e delle superiori, accompagnate da personale dell'Amministrazione, che escono con la testa piena di livree e di storie di strada. Poi gli appassionati di automobilismo storico, i soci dei club di marca, i collezionisti che arrivano per vedere una configurazione di servizio che nei registri delle case costruttrici quasi non compare. E i poliziotti in quiescenza, che entrano gratuitamente e che davanti a una vettura riconoscono il proprio turno di notte di trent'anni prima: sono i visitatori più interessanti di tutti, e se ne incontrate uno mettetevi in ascolto.

Ma i personaggi che davvero attraversano questa collezione sono quelli le cui storie sono cucite ai mezzi esposti. Armando Spatafora, il maresciallo siracusano classe 1927 che guidò la Ferrari della Polizia di Roma e che entrò nella cronaca popolare degli anni Sessanta. Angelo Vicari, il capo della polizia che decise l'acquisto di una gran turismo di Maranello per contrastare le bande motorizzate. Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica, che quell'acquisto avallò e che pochi anni prima, nel maggio del 1956, aveva posato la prima pietra dell'Autostrada del Sole, l'opera che avrebbe cambiato per sempre il lavoro della Polizia Stradale. Roberto Lippi, il pilota che a Modena addestrò i quattro uomini destinati a guidare la Ferrari. E poi le generazioni di agenti senza nome che hanno consumato i sedili di queste automobili, intervento dopo intervento.

C'è una categoria di visitatori a cui tengo particolarmente e che consiglio di imitare: i genitori che ci portano i figli e ne approfittano per raccontare la propria memoria. Chi ha vissuto gli anni Settanta ricorda il rumore delle sirene bitonali, il verde delle vetture prima dell'azzurro, le telecronache dei fatti di via Fani. Trasmettere quel ricordo davanti all'oggetto è un esercizio di storia orale che vale una intera lezione.

Domande veloci su Museo delle auto della Polizia di Stato

Dove si trova il Museo delle auto della Polizia di Stato

In via dell'Arcadia 20, a Roma, in un padiglione dell'ex Fiera di Roma, nella zona di Tor Marancia, a ridosso della via Cristoforo Colombo e a poco più di un chilometro dalla stazione Garbatella della linea B della metropolitana.

Quanto costa il biglietto del Museo delle auto della Polizia di Stato

Tre euro l'intero e 1,50 euro il ridotto, con ingresso gratuito per il personale della Polizia di Stato in servizio o in quiescenza. Il ricavato è destinato al piano di assistenza "Marco Valerio". Le tariffe vanno confermate al momento della prenotazione.

Quali sono gli orari del Museo delle auto della Polizia di Stato

Le fonti pubbliche indicano una apertura mattutina, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13, con chiusura nel mese di agosto. Poiché le informazioni turistiche istituzionali riportano al momento la struttura come temporaneamente chiusa, l'orario va verificato contattando il museo prima di partire.

Serve prenotare per visitare il Museo delle auto della Polizia di Stato

Sì, ed è la regola che salva la giornata. Si scrive a museoautopolizia@interno.it o si telefona allo 06 5141861 o allo 06 51606891, indicando data, numero di partecipanti e recapito. I gruppi e le scolaresche vanno concordati con maggiore anticipo.

Serve un documento di identità per entrare

Sì. Il museo è ospitato all'interno di una struttura della Polizia di Stato e all'ingresso viene effettuata l'identificazione dei visitatori. Portate un documento valido per ogni partecipante, minori compresi.

Quanti veicoli ci sono nel Museo delle auto della Polizia di Stato

Le descrizioni pubbliche parlano di una settantina di esemplari fra automobili, motociclette, scooter, biciclette e mezzi speciali, con un arco cronologico che va dagli anni Trenta del Novecento a oggi. Il numero varia perché alcuni mezzi escono temporaneamente per manifestazioni e cerimonie.

Quanto dura la visita al Museo delle auto della Polizia di Stato

Un'ora per una visita normale, un'ora e mezza per chi legge tutto, fino a due ore quando c'è un accompagnatore che racconta. È una durata compatibile anche con bambini piccoli.

Il Museo delle auto della Polizia di Stato è adatto ai bambini

Molto. Percorso in piano, tutto al coperto, oggetti riconoscibili, sirene e lampeggianti, moto e mezzi speciali. Funziona bene dai cinque o sei anni in su, e con i ragazzi più grandi diventa una lezione di storia contemporanea.

C'è la Ferrari di Spatafora al Museo delle auto della Polizia di Stato

L'esemplare superstite delle due Ferrari 250 GTE ordinate dalla Polizia, telaio 3999 GT, uscì dal parco mezzi e fu venduto all'asta a un privato nei primi anni Settanta: da allora appartiene al collezionismo. La storia di quella vettura e del maresciallo Armando Spatafora è comunque uno dei racconti centrali della visita.

Si possono fare fotografie al Museo delle auto della Polizia di Stato

Per uso personale in genere sì, chiedendo prima al personale. Si evita di riprendere ingressi, sistemi di sicurezza e persone in servizio, e per qualunque immagine destinata alla pubblicazione serve una autorizzazione formale.

Il Museo delle auto della Polizia di Stato è accessibile in sedia a rotelle

Il padiglione è su un unico livello e in piano, condizione favorevole. Trattandosi di un edificio riadattato dentro un complesso di servizio, percorsi e servizi vanno concordati al momento della prenotazione segnalando le esigenze specifiche.

Il Museo delle auto della Polizia di Stato aderisce alle domeniche gratuite

Non fa parte del circuito dei musei statali del ministero della Cultura né di quello dei musei civici di Roma Capitale, quindi non rientra nelle domeniche a ingresso gratuito. Il suo biglietto simbolico ha una destinazione assistenziale propria.

Come si arriva al Museo delle auto della Polizia di Stato con i mezzi pubblici

Il riferimento più semplice è la metropolitana linea B, stazione Garbatella, e poi una ventina di minuti a piedi. In alternativa si utilizzano le linee di superficie che percorrono la via Cristoforo Colombo, verificando i numeri aggiornati sul pianificatore dell'azienda di trasporto.

Si può arrivare in automobile e parcheggiare

Sì. La zona è fuori dalle limitazioni del centro storico, le strade sono ampie e il parcheggio su strada è generalmente possibile. Si lascia il veicolo negli spazi pubblici e ci si presenta a piedi all'ingresso.

Che differenza c'è fra il Museo delle auto della Polizia di Stato e il museo storico dell'Amministrazione

Il primo è dedicato ai veicoli ed è in via dell'Arcadia. La memoria storica generale della Polizia di Stato fa capo all'Ufficio storico, che ha sede insieme al Sacrario dei Caduti presso la Scuola Superiore di Polizia, in via Pier della Francesca 3, al Flaminio, visitabile su prenotazione telefonica.

Quali Alfa Romeo si vedono al Museo delle auto della Polizia di Stato

Il percorso ripercorre le generazioni delle Squadre Volanti: dalla 1900 dei primi anni Cinquanta, che diede origine al soprannome "pantera", alla Giulia Super e alla sua versione familiare Promiscua, fino ad Alfetta, Giulietta e Alfasud degli anni Settanta e Ottanta.

Ci sono le moto della Polizia nel museo

Sì, e sono una delle sezioni più ricche. Le descrizioni della collezione citano i modelli storici di Moto Guzzi, dal piccolo Guzzino di 65 centimetri cubi all'Airone 250 e al Falcone 500, la monocilindrica che ha accompagnato per decenni i servizi di scorta e di sorveglianza stradale.

È vero che c'è un gatto delle nevi al Museo delle auto della Polizia di Stato

Sì, fra i mezzi speciali della collezione compare un cingolato battipista, impiegato dai reparti per il soccorso in montagna e per le emergenze invernali. In un padiglione romano fa un effetto curioso ed è uno dei pezzi che i bambini ricordano di più.

C'è una Lamborghini al Museo delle auto della Polizia di Stato

Le vetture ad altissime prestazioni donate alla Polizia di Stato dalla casa di Sant'Agata Bolognese sono sei in vent'anni, dalla Gallardo del 2004 alla Urus Performante del dicembre 2023, e alcune sono state ritirate dal servizio operativo. La loro presenza in esposizione può variare, quindi conviene chiederlo quando si prenota.

A che cosa servono davvero le supercar della Polizia

A trasporti sanitari urgentissimi, in particolare organi e sangue, in collegamento con la rete nazionale dei trapianti, e alle campagne di educazione stradale. La casa costruttrice ha comunicato più di duecento missioni di trasporto di organi e oltre millecinquecento eventi di sicurezza stradale in vent'anni di collaborazione.

Perché le auto della Polizia si chiamano pantere

Il nome nasce nel 1952 con la prima volante, una Alfa Romeo 1900 TI nera: il colore, la velocità e il disegno del frontale suggerirono il paragone con il felino. Il soprannome passò poi ai modelli successivi ed è entrato stabilmente nel linguaggio comune.

Che cos'è il numero 113

È il numero storico del pronto intervento della Polizia di Stato, quello delle Squadre Volanti, oggi affiancato dal numero unico europeo per le emergenze. Nella grafica delle vetture ha cambiato posizione nel tempo, dalle fiancate ai montanti posteriori.

C'è un bar o un bookshop al Museo delle auto della Polizia di Stato

No. È una struttura essenziale, senza servizi commerciali paragonabili a quelli dei grandi musei. Per il pranzo conviene spostarsi verso la Garbatella o l'Ostiense, dove si mangia bene e si spende poco.

Che cosa si può visitare vicino al Museo delle auto della Polizia di Stato

L'EUR con il laghetto, il Palazzo dei Congressi, il Palazzo dello Sport e il Museo delle Civiltà; in direzione opposta la Basilica di San Paolo fuori le mura, la Centrale Montemartini e il Museo della Via Ostiense. Poco distante c'è anche l'Abbazia delle Tre Fontane.

Vale la pena visitare il Museo delle auto della Polizia di Stato

Se vi interessa la storia italiana del Novecento raccontata attraverso oggetti concreti, sì, e a tre euro il rapporto fra prezzo e contenuto non ha rivali in città. Se cercate un museo dell'automobile in senso stretto, con grandi allestimenti scenografici e servizi, è meglio saperlo prima: qui il valore è nella sostanza documentaria e nel racconto.

Il mio giudizio sul Museo delle auto della Polizia di Stato

Accompagno gruppi a Roma da vent'anni e ho una regola personale: i musei che cambiano il modo di guardare la città valgono più di quelli che confermano quello che già si sapeva. Questo appartiene alla prima categoria. Si esce da via dell'Arcadia guardando diversamente le auto azzurre e bianche ferme al semaforo, perché si è capito che ognuna di quelle vetture è l'ultimo anello di una catena che comincia con una berlina nera del 1952, passa per una Giulia degli anni Sessanta e attraversa il decennio più duro della Repubblica. È un museo piccolo, spartano, senza scenografie, con un biglietto da tre euro che finisce ai figli malati dei poliziotti. Prenotate prima, portate il documento, chiedete di essere accompagnati e fatevi raccontare i bagagliai. E se avete un figlio o un nipote che passa i pomeriggi a guardare video di motori, portatecelo: uscirà avendo capito che una macchina veloce, in mano allo Stato, serve a portare un rene a Torino.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoMuseo delle auto della Polizia di Stato - Via dell'Arcadia, 20, 00147 Roma RM, Italia
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IndirizzoVia dell'Arcadia, 20, 00147 Roma RM, Italia 147
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