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Arco di Dolabella

L'Arco di Dolabella si trova in via di San Paolo della Croce, sul Celio, e si guarda dalla strada: ingresso libero, nessun biglietto, nessuna prenotazione, nessun orario. Non c'è un interno da visitare. È un fornice di travertino costruito nel 10 dopo Cristo, con sopra i mattoni dell'acquedotto neroniano e, di fianco, la chiesa di San Tommaso in Formis, al civico 10 della stessa via. Per le informazioni ufficiali Roma Capitale indica il contact center 060608.

Il nome viene dai due consoli di quell'anno, Publio Cornelio Dolabella e Gaio Giunio Silano, che lo fecero costruire per decreto del Senato, come dice l'iscrizione sull'attico. Le fonti lo leggono come il rifacimento in travertino di una porta delle Mura Serviane, con ogni probabilità la Porta Celimontana. Più tardi l'arco divenne l'appoggio dell'ultimo tratto dell'acquedotto voluto da Nerone. Sopra il fornice, secondo la tradizione, visse gli ultimi anni san Giovanni de Matha, fondatore dei Trinitari.

Dati riscontrati il 29 settembre 2026 sul portale turistico di Roma Capitale, sulla pagina della Sovrintendenza Capitolina dedicata all'acquedotto neroniano, sul sito dell'Ordine della Santissima Trinità e sulle altre fonti citate più avanti nel testo. Per l'arco non ci sono orari da confermare, perché è una struttura all'aperto sopra una strada pubblica. Per la chiesa accanto, invece, l'unico appuntamento pubblicato è la messa festiva, e le condizioni di visita vanno chieste alla curia generalizia dell'ordine con i contatti del riquadro.

Arco di Dolabella e Silano sul Celio visto dal lato esterno
L'Arco di Dolabella e Silano sul Celio, visto dal lato esterno. Foto di LPLT, licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

In breve: indirizzo, orari, biglietto

  • Dove: via di San Paolo della Croce, rione Celio, lungo il tracciato dell'antico clivo di Scauro. Sotterranei di Roma indica come riferimento il largo della Sanità Militare.
  • Gestore: nessuna biglietteria e nessun custode. Informazioni ufficiali dal contact center di Roma Capitale 060608, attivo tutti i giorni dalle 9 alle 19.
  • Come si entra: non si entra. L'arco si guarda dalla strada e si attraversa a piedi.
  • Prezzo: gratis, senza biglietto e senza prenotazione.
  • Orari: nessuno per l'arco. San Tommaso in Formis, via di San Paolo della Croce 10: messa la domenica e nei festivi alle 10.30, secondo il sito dei Trinitari.
  • Come si arriva: metro B fermata Colosseo o metro C fermata Colosseo-Fori Imperiali, poi a piedi in salita verso il Celio.
  • Contatti per la chiesa e la cella: curia generalizia dei Trinitari, 06 35420529, curia@trinitari.org.

Dove si trova e che cosa si vede davvero

Via di San Paolo della Croce è la strada che taglia la sommità del Celio seguendo il percorso dell'antico clivo di Scauro, una delle salite romane del colle, come indica la voce enciclopedica inglese sul monumento. L'arco la scavalca con un solo fornice. Tutt'intorno c'è un Celio quieto, fatto di muri alti, conventi, giardini e ospedali, molto diverso dalla folla che si accalca poco più in basso attorno all'anfiteatro.

Il monumento è più piccolo di quanto il nome faccia pensare. Il portale turistico di Roma Capitale indica circa quattro metri di larghezza e 6,56 di altezza, misura che Sotterranei di Roma riferisce all'altezza originaria. Lo stesso censimento aggiunge che l'arco oggi è interrato per circa due metri. Quello che vedete, quindi, è la parte alta di un varco che in antico era più slanciato, con il piano stradale di allora sepolto sotto i vostri piedi.

Il travertino è liscio, senza rilievi. La voce enciclopedica inglese lo sottolinea: nessuna decorazione scolpita. Ai lati del fornice due cornici molto sporgenti segnano il punto in cui comincia la curva, l'armilla, come la chiama il censimento di Sotterranei di Roma. Sopra corre l'attico con l'iscrizione dei consoli. È un'architettura sobria, da opera pubblica più che da celebrazione, e va guardata con quell'aspettativa.

Sopra il travertino c'è un secondo monumento, di tutt'altro colore. Sono i mattoni dell'acquedotto neroniano, la diramazione dell'acquedotto Claudio che la Sovrintendenza Capitolina data al regno di Nerone, fra il 54 e il 68 dopo Cristo. La stessa pagina elenca l'arco fra i punti in cui le arcate sono ancora visibili. Guardando con attenzione si distingue il punto in cui la muratura in laterizio si appoggia sulla pietra più antica.

Nella muratura, sopra il fornice, si apre una piccola finestra. È il dettaglio che la maggior parte dei passanti non nota e che dà senso all'intero luogo. Il portale turistico di Roma Capitale collega a quella finestrella la cella dove visse san Giovanni de Matha negli ultimi anni. Subito accanto c'è la chiesa di San Tommaso in Formis, affidata ai Trinitari, con l'ingresso al civico 10 della stessa via.

Il resto del quadro si ricompone camminando per pochi minuti. Verso est la strada sbocca su piazza della Navicella, dove si aprono l'ingresso principale di Villa Celimontana e la chiesa di Santa Maria in Domnica. Verso ovest scende il clivo di Scauro, con la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo e, sotto di essa, le Case romane del Celio. Per il colle intero, sul sito trovate anche Celio: cosa vedere.

La voce enciclopedica inglese colloca l'arco all'angolo settentrionale dei Castra Peregrina, un accampamento militare romano che occupava questa parte del colle. Oggi di quel complesso non resta nulla di visibile dalla strada. Il nome serve però a capire perché la sommità del Celio fosse così frequentata in età imperiale, fra caserme e acquedotti. L'arco era un punto di passaggio dentro questo sistema, non un monumento isolato come appare adesso.

Il clivo di Scauro, di cui via di San Paolo della Croce ricalca una parte, era una delle strade antiche del colle. Oggi il nome sopravvive nel tratto che scende verso San Gregorio, fra il fianco della basilica dei Santi Giovanni e Paolo e i muri dei conventi. Camminandoci si capisce la logica del luogo: la porta si apriva lungo una strada in salita, e chi entrava in città da questa parte del colle doveva passare sotto il fornice, come fanno ancora oggi i pedoni.

Una curiosità sull'Arco di Dolabella

Il nome della chiesa accanto viene dall'acquedotto. Il portale turistico di Roma Capitale spiega che «in Formis» deriva dal latino forma Claudia, il termine con cui si indicava l'acquedotto Claudio, sulle cui strutture l'edificio fu costruito. Anche Roma Segreta lega il nome alla vicinanza dell'arco che regge le arcate neroniane. In altre parole, una chiesa dedicata a un apostolo porta nel nome un'opera idraulica romana.

La parola forma, nel latino degli ingegneri, indicava il condotto dell'acqua. Nel Medioevo le arcate degli acquedotti erano ancora le strutture più alte e riconoscibili della periferia urbana, e diventavano punti di orientamento. Chiamare una chiesa «di San Tommaso presso gli acquedotti» era un modo pratico per dire dove si trovava, come oggi si direbbe «vicino al ponte» o «dietro la stazione». Il toponimo è rimasto anche quando l'acqua ha smesso di scorrere.

C'è poi un secondo dettaglio. Secondo la voce enciclopedica inglese, all'origine l'arco potrebbe aver sostenuto una diramazione dell'acquedotto Marcio, prima che Nerone lo utilizzasse per il prolungamento del Claudio. Se l'ipotesi è corretta, questo varco di travertino ha portato acqua, in epoche diverse, per due linee distinte. Nessuna fonte ufficiale conferma il dettaglio, quindi va preso come una lettura degli studiosi, non come un dato acquisito.

Anche il nome del monumento ha perso un pezzo per strada. Nell'uso comune si dice Arco di Dolabella, ma i due consoli dell'iscrizione sono citati alla pari, e il portale turistico di Roma Capitale usa infatti la forma completa, Arco di Dolabella e Silano. Silano, il flamine di Marte, è sparito dalla lingua parlata. Succede spesso ai nomi doppi: resta il primo, il più facile da ricordare, e il secondo diventa materia per appassionati di epigrafia.

Una cosa che non ti dice nessuno sull'Arco di Dolabella

Chiamarlo arco trae in inganno. Non è un arco trionfale e non celebra nessuna vittoria. Il portale turistico di Roma Capitale lo definisce una porta delle Mura Serviane ricostruita in età augustea, e l'iscrizione parla di un'opera eseguita per decreto del Senato sotto la cura di due consoli. È un intervento di edilizia pubblica. La sua forma disadorna si spiega così, con la funzione, non con la mancanza di mezzi.

Il secondo punto riguarda la porta stessa. L'identificazione con la Porta Celimontana è la più accettata, ma non è l'unica mai proposta. La voce di Wikipedia sulle porte del Celio ricorda che gli studi hanno invertito conclusioni precedenti, basate sui nomi dei luoghi, sulla posizione della Celimontana e della Querquetulana. La voce enciclopedica inglese considera la Celimontana l'ipotesi più probabile, aggiungendo però che l'importanza di questa via di accesso non è chiara.

Quello che le fonti concordano nel dire è che il travertino del 10 dopo Cristo sostituì una porta più antica. Roma Segreta segnala sul lato destro dell'arco blocchi di tufo di Grotta Oscura, resti della porta precedente, che confermano la funzione difensiva del punto. L'arco che vedete, quindi, è il terzo strato di una storia: la porta in tufo, il rifacimento augusteo, l'acquedotto appoggiato sopra.

La posizione contraria, a nostro giudizio, è questa. Chi arriva fin qui per l'arco in sé rischia di restare deluso: da solo è una struttura modesta, senza sculture, mezza interrata. Il pezzo che merita davvero la salita sono le arcate neroniane che proseguono lungo il Celio, e la finestrella della cella sopra il fornice. L'arco va letto come la cerniera di un sistema. Visto come monumento isolato, si guarda in un minuto e si dimentica.

Era una porta delle mura o un pezzo di acquedotto?

Entrambe le cose, in momenti diversi. La Porta Celimontana nasce come varco della cinta serviana, le mura che la tradizione attribuisce al re Servio Tullio e che furono ricostruite in età repubblicana in blocchi di tufo. Wikipedia ricorda che il nome della porta, come quello della vicina Querquetulana, derivava dall'altura a cui dava accesso. Per il sistema completo delle porte serviane, sul sito trovate la guida alle Mura Serviane.

Nell'anno 10 dopo Cristo le mura avevano perso da tempo la loro funzione militare. Roma si era allargata ben oltre la cinta, e le porte sopravvivevano come passaggi urbani e punti di riferimento. Il rifacimento in travertino dei consoli Dolabella e Silano va letto in questo clima: la città di Augusto rinnovava i propri varchi con materiali più nobili, senza più pensare a un assedio. La nuova porta era un'opera civile, pensata per durare.

Poi arrivò l'acqua. La Sovrintendenza Capitolina data l'acquedotto neroniano al periodo fra il 54 e il 68 dopo Cristo e lo descrive come una struttura secondaria dell'acquedotto Claudio. La voce enciclopedica inglese precisa che il prolungamento voluto da Nerone utilizzò l'Arco di Dolabella per l'ultimo tratto. Le fonti non concordano sul momento esatto in cui il laterizio inglobò il travertino: Sotterranei di Roma parla di restauri sotto Settimio Severo, Wikipedia indica il 211 dopo Cristo, sotto Caracalla.

La sovrapposizione è ancora leggibile a occhio nudo. In basso la pietra chiara e squadrata della porta augustea, in alto i mattoni rossi dell'acquedotto. Pochi monumenti di Roma mostrano così bene, in un unico colpo d'occhio, due funzioni urbane che si succedono sullo stesso punto. Un altro esempio, con un arco di porta trasformato in monumento, è l'Arco di Gallieno all'Esquilino, che il portale turistico di Roma Capitale indica come l'unica altra porta serviana sopravvissuta.

Che cosa dice l'iscrizione dei consoli?

Il testo inciso sull'attico, come lo trascrivono Roma Segreta e Wikipedia, è P CORNELIVS P F DOLABELLA, C IVNIVS C F SILANVS FLAMEN MARTIALIS, COS, EX S C FACIVNDVM CVRAVERVNT. Sciolte le abbreviazioni: Publio Cornelio Dolabella figlio di Publio e Gaio Giunio Silano figlio di Gaio, flamine di Marte, consoli, per decreto del Senato curarono che fosse costruito. Sono poche parole, ma dicono chi, quando e con quale autorità.

Il dettaglio più raro è il titolo di Silano. Il flamen Martialis era il sacerdote addetto al culto di Marte, una carica religiosa antica e di grande prestigio. Trovarlo inciso su una porta urbana, accanto al consolato, dice molto sul peso sociale della famiglia. La formula finale, faciundum curaverunt, è quella tipica delle opere pubbliche: i magistrati non pagano e non dedicano, sovrintendono ai lavori.

Sul nome del secondo console le fonti divulgative non sono allineate. Sotterranei di Roma scrive Caio Giulio Silano, mentre Roma Segreta, Wikipedia e la voce enciclopedica inglese riportano Gaio Giunio Silano, e l'iscrizione riporta chiaramente IVNIVS. La lettura corretta è Giunio. Vale la pena ricordarlo quando si confrontano testi diversi: un errore di trascrizione, ripetuto su molte pagine, finisce per sembrare una seconda versione dei fatti.

Leggere l'iscrizione sul posto richiede un po' di pazienza. L'attico va guardato dal basso, e le abbreviazioni tipiche delle epigrafi latine vanno sciolte a mente: P F sta per Publii filius, figlio di Publio, COS per consules, EX S C per ex senatus consulto. Conviene fotografare l'attico e ingrandire l'immagine con calma, confrontandola con la trascrizione. Così la pietra torna a parlare, riga dopo riga, con il suo linguaggio burocratico e preciso.

Il consiglio che ti do per visitare l'Arco di Dolabella

Il consiglio è arrivare dal basso, a piedi, e non in fretta. Salendo dal Colosseo verso il Celio si capisce fisicamente che cosa significava una porta su un colle: la strada sale, la città rumorosa resta alle spalle, e in cima si trova il varco. Arrivare in taxi fino a piazza della Navicella fa perdere proprio questa sequenza, che è la chiave per capire perché la porta si trovasse qui.

Una volta sotto l'arco, conviene fermarsi su entrambi i lati, perché la lettura dell'attico e il rapporto fra la muratura dell'acquedotto e il travertino cambiano a seconda del punto di vista. Poi va cercata la finestrella in alto. È piccola e facile da mancare, ma è il punto che collega la storia romana a quella medievale. Chi ha un binocolo leggero o lo zoom del telefono lo usi qui.

Infine, prima di ripartire, girate attorno alla chiesa di San Tommaso in Formis. Wikipedia colloca il portale duecentesco con il mosaico dei Trinitari sul lato del largo della Sanità Militare, e molti passano sotto l'arco senza sapere che quel tondo esiste. Arco, finestra e mosaico raccontano insieme la stessa storia, e visti in sequenza, nel giro di pochi minuti, rendono la sosta molto più piena.

Quanto al momento, la domenica mattina ha un vantaggio preciso. Alle 10.30 è in programma la messa festiva a San Tommaso in Formis, l'unica apertura pubblicata della chiesa, e chi vuole vedere l'interno può arrivare con un certo anticipo, rispettando la funzione. Negli altri giorni l'arco si guarda da fuori, a qualsiasi ora di luce, e la chiesa resta un edificio da ammirare dall'esterno, con il mosaico del portale sempre visibile.

Si paga qualcosa e si può salire alla cella?

Per l'arco non si paga niente e non si prenota niente. È un monumento all'aperto sopra una strada pubblica, e si guarda a qualsiasi ora. Il portale turistico di Roma Capitale non pubblica orari né tariffe per l'arco e rimanda, per ogni informazione, al contact center 060608. Non esistono biglietti ufficiali da acquistare, e diffidate di chi vendesse un ingresso all'arco: non c'è un ingresso.

La cella di san Giovanni de Matha è un'altra questione. Wikipedia la descrive come un piccolo ambiente visitabile, ma nessun orario di apertura risulta pubblicato. Il portale turistico di Roma Capitale, nella pagina della chiesa, indica di rivolgersi alla curia generalizia dell'Ordine della Santissima Trinità per gli orari delle messe e per le condizioni di visita, ai numeri 06 35420529 e 06 52725090 o all'indirizzo curia@trinitari.org. Scrivete con anticipo.

Per la chiesa di San Tommaso in Formis il sito dei Trinitari indica una sola messa, la domenica e nei giorni festivi alle 10.30, all'indirizzo di via di San Paolo della Croce 10. Fuori da quell'orario la chiesa non ha aperture pubblicate. Nessuna piattaforma vende visite specifiche all'arco o alla cella, e per questo luogo non segnaliamo acquisti online: l'unico canale sensato è il contatto diretto con i Trinitari.

Quando scrivete alla curia generalizia, conviene essere precisi: date possibili, numero di persone, lingua, interesse specifico per la cella o per la chiesa. Una richiesta chiara riceve più facilmente una risposta. Per una lettura archeologica dell'arco e del Celio, invece, il riferimento sono le guide turistiche abilitate e le associazioni culturali che organizzano visite sul colle, con programmi e prezzi pubblicati sui rispettivi canali. Prima di prenotare conviene controllare che la proposta includa davvero l'arco e non solo le chiese del colle.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che l'acquedotto neroniano passasse di qui è noto. Meno citato è dove andasse a finire. La Sovrintendenza Capitolina scrive che Domiziano realizzò un prolungamento importante per alimentare i palazzi imperiali sul Palatino, con un tratto di arcate che attraversava la valle fra Celio e Palatino. L'acqua che passava sopra l'Arco di Dolabella, quindi, finiva nelle residenze degli imperatori, dall'altra parte della valle.

Alcune fonti divulgative legano invece l'acquedotto di Nerone alla Domus Aurea, la reggia costruita dopo l'incendio del 64. Le due letture non si escludono: Nerone portò l'acqua sul Celio per il suo grande complesso, i successori la spinsero oltre, fino al Palatino. In entrambi i casi la destinazione era la stessa, le residenze del potere, e questo spiega la cura con cui l'opera fu mantenuta nei secoli successivi.

La Sovrintendenza ricorda anche gli interventi successivi: consolidamenti dei Flavi, di Adriano, di Settimio Severo e Caracalla, con i segni del restauro severiano ancora visibili sulla via Statilia. Un acquedotto che attraversa un secolo e mezzo di manutenzione imperiale spiega perché, sopra l'arco, il laterizio non sia omogeneo. Ogni restauro ha lasciato la sua pelle di mattoni, e l'arco di travertino è rimasto sotto, a reggere tutto.

La foto giusta da fare all'Arco di Dolabella

La foto che racconta davvero il luogo tiene insieme i due materiali: il travertino chiaro in basso e il laterizio dell'acquedotto in alto. Per ottenerla conviene allontanarsi di qualche passo lungo la strada e inquadrare in verticale, in modo che l'arco occupi la parte bassa e le arcate neroniane salgano verso il cielo. Un'inquadratura troppo stretta sul fornice perde metà della storia.

La seconda foto è un dettaglio: la finestrella della cella. Con lo zoom, isolatela contro la muratura di mattoni che la circonda. È un'immagine che pochi portano a casa e che, con una didascalia, spiega più di tante vedute larghe. Poi il terzo scatto, il mosaico del portale di San Tommaso in Formis, con il Cristo in trono fra i due prigionieri, da riprendere dal basso e senza flash.

Un'avvertenza sulla luce e sul traffico. La strada è stretta, chiusa fra muri alti, e conviene provare a ore diverse per trovare il momento in cui il travertino non resta in ombra piena. Fate attenzione ai veicoli di servizio e ai residenti che passano: fotografate dal margine, senza fermarvi in mezzo alla carreggiata, e senza salire su muretti o recinzioni per cercare un'angolazione migliore.

Un'ultima idea, per chi ama le serie fotografiche. Fotografare l'arco e poi, lungo la passeggiata, gli altri tratti dell'acquedotto neroniano elencati dalla Sovrintendenza permette di costruire una piccola sequenza sullo stesso tema: il laterizio che corre sopra le strade del Celio, interrotto da chiese, giardini e palazzi. Messe una accanto all'altra, quelle immagini spiegano l'acquedotto meglio di una mappa, e l'arco ne diventa il capitolo finale, quello dove l'acqua incontrava la porta.

Come si arriva dal centro di Roma?

Il modo più semplice è la metropolitana fino al Colosseo. Il Parco archeologico del Colosseo indica la fermata Colosseo della linea B e la fermata Colosseo-Fori Imperiali della linea C. Nella stessa area passano, secondo il Parco, le linee di autobus 51, 75, 81, 85, 87 e 118 e il tram 3. Da lì si sale a piedi verso il Celio, lungo via Claudia, fino a piazza della Navicella.

Da piazza della Navicella si imbocca via di San Paolo della Croce, e l'arco si incontra lungo la strada, con San Tommaso in Formis al civico 10. Chi preferisce arrivare dall'altro lato può salire dal clivo di Scauro, partendo dalla zona di San Gregorio al Celio e costeggiando la basilica dei Santi Giovanni e Paolo lungo il tracciato dell'antico clivo. A nostro giudizio è la salita più bella, perché si arriva all'arco dalla stessa direzione della strada romana.

Le linee di superficie a Roma cambiano spesso per i cantieri, e Roma Capitale pubblica periodicamente modifiche alla rete del tram. Prima di muovervi, verificate il percorso sul sito dell'ATAC o con il contact center 060608. L'accessibilità non è pubblicata per l'arco: il portale turistico di Roma Capitale rimanda alla sezione Roma Accessibile, e va messo in conto che tutti gli accessi al Celio sono in salita.

Chi arriva invece dalla zona di San Giovanni in Laterano, magari dopo una visita alla basilica, può seguire a piedi le arcate neroniane lungo via di Santo Stefano Rotondo fino a piazza della Navicella. La Sovrintendenza Capitolina elenca proprio questa strada fra i tratti in cui l'acquedotto è ancora visibile, e camminandoci lo si ha davanti per un lungo tratto, prima di arrivare all'arco. È la via d'accesso più coerente con la storia del monumento, perché si cammina accanto all'acqua che l'arco doveva sostenere.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Nell'anno 10 dopo Cristo i consoli Publio Cornelio Dolabella e Gaio Giunio Silano, per decreto del Senato, fanno ricostruire in travertino la vecchia porta in tufo. Fra il 54 e il 68, secondo la Sovrintendenza Capitolina, Nerone porta sul Celio la diramazione dell'acquedotto Claudio che usa l'arco come appoggio. Domiziano la prolunga poi verso il Palatino, e sotto Settimio Severo e Caracalla le arcate vengono restaurate e inglobano il travertino.

Il salto successivo è medievale. Il sito dei Trinitari scrive che papa Innocenzo III donò la chiesa di San Tommaso in Formis all'ordine nel 1209, mentre Roma Segreta indica il 1207 per il passaggio del complesso a Giovanni de Matha. Qui il fondatore sistemò un ospedale per poveri, malati, pellegrini e schiavi riscattati, e secondo Wikipedia nel 1210 il portale fu ornato con il mosaico cosmatesco. Il santo morì il 17 dicembre 1213.

Roma Segreta racconta poi il declino e il ritorno. Nel 1379, sotto Urbano VI, i Trinitari lasciarono Roma, e nel 1389 Bonifacio IX affidò il complesso al Capitolo Vaticano. Il sito dei Trinitari ricorda che nel 1655 i resti del fondatore furono trasferiti in Spagna. Wikipedia data al 1663 la ricostruzione completa della chiesa, e le fonti non concordano sul ritorno dell'ordine: 1898 per Roma Segreta, 1925 per Wikipedia.

Nel Novecento la chiesa riapre al pubblico. Roma Segreta indica il 1926, e aggiunge che l'antico ospedale era stato demolito per far posto a un istituto di ricerca. Wikipedia segnala le vetrate moderne dell'unica navata, datate al 2000. L'arco, in tutto questo tempo, è rimasto dov'era, con la strada che continuava a passarci sotto. È uno dei pochi punti del Celio in cui la sequenza fra età romana, Medioevo e presente si legge senza scavi.

Chi è passato dall'Arco di Dolabella

Il primo nome è quello inciso sulla pietra. Publio Cornelio Dolabella, dopo il consolato del 10, fu legato nell'Illirico fra il 14 e il 20 circa e proconsole in Africa nel 23 e 24, dove secondo l'Enciclopedia Treccani sconfisse il ribelle numida Tacfarinata. Il collega Gaio Giunio Silano portava il titolo di flamine di Marte. Due carriere di alto rango, legate per sempre a una porta di quartiere.

Poi gli imperatori che hanno messo mano all'acquedotto: Nerone, i Flavi con Domiziano, Adriano, Settimio Severo e Caracalla. Nessuno di loro ha lasciato il proprio nome sull'arco, ma tutti hanno lasciato mattoni. È una presenza indiretta, fatta di manutenzione e di acqua, meno spettacolare di un'iscrizione dedicatoria e forse più concreta. Per l'arco degli imperatori più celebre del quartiere basta scendere al Colosseo e all'Arco di Costantino.

Il protagonista medievale è Giovanni de Matha, il fondatore dell'Ordine della Santissima Trinità nato per il riscatto degli schiavi. Il sito dei Trinitari scrive che morì qui il 17 dicembre 1213 e fu sepolto nella chiesa, prima del trasferimento dei resti in Spagna nel 1655. Con lui passano i papi che segnano la storia del complesso: Innocenzo III che lo dona, Urbano VI sotto cui l'ordine lascia Roma, Bonifacio IX che lo affida al Capitolo Vaticano.

L'ultimo nome è quello della strada. Via di San Paolo della Croce ricorda il fondatore dei Passionisti, che secondo ACI Stampa morì a Roma il 18 ottobre 1775 nella casa dei Santi Giovanni e Paolo, divenuta sede centrale della congregazione. La stanza dove morì si trova ancora nell'edificio della curia generalizia, restaurata nel 2017. Sulla stessa strada convivono quindi due fondatori di ordini religiosi, a pochi secoli di distanza.

Fra i passaggi meno ricordati ci sono quelli delle persone senza nome. Wikipedia e Roma Segreta descrivono l'ospedale dei Trinitari come un luogo di accoglienza per poveri, malati, pellegrini e schiavi riscattati. Per decenni, quindi, l'ospedale accanto all'arco accolse persone liberate dalla prigionia, la cui memoria non è affidata a nessuna lapide conosciuta. Il mosaico sul portale, con i due prigionieri ai lati del Cristo, è il loro unico ritratto collettivo.

La cella di san Giovanni de Matha: documenti, tradizione, leggenda

Quello che dicono i documenti è limitato ma solido. La chiesa di San Tommaso in Formis fu donata da Innocenzo III ai Trinitari all'inizio del Duecento, Giovanni de Matha vi pose la sua sede e vi morì nel 1213, e accanto funzionò un ospedale per poveri, malati, pellegrini e schiavi riscattati. Il mosaico sul portale, con l'iscrizione SIGNVM ORDINIS SANCTAE TRINITATIS ET CAPTIVORVM, è un documento visivo di quella missione.

Quello che dice la tradizione è la cella sopra l'arco. Roma Segreta la definisce una tradizione settecentesca, secondo cui il santo avrebbe abitato in un piccolo ambiente sopra il fornice dal 1209 fino alla morte. Il portale turistico di Roma Capitale usa un condizionale prudente: il santo risiedette probabilmente nella cella che corrisponde alla finestrella sopra l'arco. Nessuna delle fonti aperte cita un documento medievale che lo provi direttamente.

Quello che appartiene alla leggenda, in senso agiografico, è la visione. Il sito dei Trinitari spiega che il mosaico rappresenta la visione di Giovanni de Matha: Cristo in trono fra due prigionieri incatenati, uno bianco e uno nero. È il racconto fondativo dell'ordine, e come tale va letto, cioè come immagine di una vocazione. Il mosaico, invece, è un oggetto reale, che le fonti attribuiscono al maestro Iacopo e a suo figlio Cosma, i cui nomi compaiono sul portale.

Messe in fila, le tre parti si sostengono a vicenda senza confondersi. La presenza del santo in questo luogo è certa. La cella sopra l'arco è plausibile e antica come tradizione, ma non dimostrata. La visione appartiene alla spiritualità dell'ordine. Chi alza lo sguardo verso la finestrella, sapendo tutto questo, guarda un posto dove la storia ha lasciato un segno sicuro e la devozione ha aggiunto il resto.

Dove si vedono ancora le arcate dell'acquedotto neroniano?

L'arco è un punto di una linea lunga. La Sovrintendenza Capitolina elenca i tratti in cui le arcate neroniane sono ancora osservabili: via Statilia, via Domenico Fontana, piazza di San Giovanni in Laterano, via di Santo Stefano Rotondo, via e piazza della Navicella, il tratto sopra l'Arco di Dolabella e il giardino di Villa Wolkonsky, residenza dell'ambasciatore britannico.

Seguire questa linea a piedi è uno dei modi più intelligenti di leggere il Celio. Dalla zona della Basilica di San Giovanni in Laterano, con la Scala Santa e il Palazzo del Laterano, le arcate risalgono verso via di Santo Stefano Rotondo, costeggiano la chiesa di Santo Stefano Rotondo e arrivano alla Navicella. L'Arco di Dolabella è l'ultimo appoggio prima della discesa verso il Palatino.

Non tutti i tratti elencati dalla Sovrintendenza sono accessibili. Il giardino di Villa Wolkonsky, indicato come residenza dell'ambasciatore britannico, è una sede diplomatica, e le arcate che lo attraversano non si visitano liberamente. Il tratto di via Statilia, con i segni del restauro severiano, e quello di via di Santo Stefano Rotondo si guardano invece dalla strada. In piazza della Navicella, anch'essa nell'elenco della Sovrintendenza, si trovano l'ingresso principale della villa e la chiesa di Santa Maria in Domnica.

L'acquedotto Claudio, di cui il neroniano è una diramazione, entrava in città più a est. Le sue arcate monumentali si vedono a Porta Maggiore, dove l'acqua scavalcava le vie consolari, e fuori dalle mura nel Parco degli Acquedotti, dove corrono per chilometri nella campagna. Vederle prima o dopo l'arco aiuta a capire la scala dell'opera: il Celio è la parte finale di un percorso che partiva dalla valle dell'Aniene.

Per chi ama questo tipo di itinerario, il confronto con le Mura aureliane è istruttivo. Anche la cinta di Aureliano, più tarda di due secoli e mezzo, incorporò tratti di acquedotto nelle sue difese, come a Porta Maggiore. A Roma le infrastrutture non venivano demolite quando cambiava la loro funzione: venivano riusate, rivestite, inglobate. L'Arco di Dolabella è un esempio piccolo e chiarissimo di questa abitudine.

Quando è chiuso e che cosa non aspettarsi?

L'arco non chiude mai, perché non ha cancelli. Quello che può cambiare è la visibilità: ponteggi di restauro o lavori stradali possono coprire in parte il fornice. Il dato sui cantieri in corso non è pubblicato in una pagina dedicata, quindi, se venite apposta, conviene chiedere al contact center 060608 se ci sono interventi in programma. In ogni caso la visita resta breve, e chi si aspetta un sito archeologico con percorso e pannelli resterà deluso.

Non aspettatevi di salire alla cella senza accordi. L'ambiente sopra l'arco appartiene al complesso dei Trinitari, e le condizioni di visita vanno chieste alla curia generalizia. Non aspettatevi nemmeno la chiesa aperta in un giorno feriale qualsiasi: l'unico orario pubblicato è la messa festiva delle 10.30. Presentarsi alla porta fuori orario, suonando campanelli, non è il modo giusto di chiedere.

Quello che si vede sempre, anche a chiesa chiusa, è il mosaico sopra l'ingresso dell'antico ospedale, che Wikipedia colloca sul lato del largo della Sanità Militare. Non serve entrare. Serve invece un minimo di attenzione ai luoghi: il Celio ospita strutture sanitarie e religiose, e gli ingressi carrabili vanno lasciati liberi. Niente cavalletti in mezzo alla strada, niente soste davanti ai portoni. La visita si fa bene anche così, restando sul marciapiede.

Villa Celimontana, a pochi passi, ha invece orari pubblicati. Il portale turistico di Roma Capitale indica l'apertura dall'alba al tramonto, dalle 7 alle 18 fra il primo maggio e il 31 ottobre e dalle 7 alle 17 fra il primo novembre e il 30 aprile. Se pensate di unire l'arco a una passeggiata nella villa, tenete conto di questi limiti, soprattutto nei pomeriggi d'inverno, quando la luce e il cancello chiudono presto.

Mangiare in zona

La sommità del Celio è fatta soprattutto di conventi, ospedali e giardini, e i locali sono pochi. È un vantaggio. Le trappole si concentrano più in basso, attorno al Colosseo e lungo le strade che portano ai Fori: menù fotografici in molte lingue, buttadentro sulla porta, locali aperti di continuo dalla mattina a notte senza pausa cucina. I romani li riconoscono al primo sguardo e tirano dritto. Non per snobismo, ma perché quei posti vivono di clienti che non torneranno.

Altri segnali da tenere d'occhio: la signora che fa la pasta fresca in vetrina per attirare i passanti, le voci senza prezzo sulla lavagna, un menù diverso fuori e dentro, i locali con vista monumento che adattano il conto a chi si siede. Nessuno di questi segnali, da solo, garantisce che si mangi male. Insieme, però, descrivono un posto pensato per il passaggio e non per la clientela abituale del quartiere.

Il criterio più semplice è allontanarsi dalle strade dei monumenti e cercare nelle vie residenziali del quartiere locali con menù breve, prezzi scritti e clienti che parlano con il personale per nome. Chi preferisce il pranzo al sacco trova in Villa Celimontana le panchine e i prati giusti. Per una selezione di indirizzi fuori dai circuiti turistici consultate la lista di indirizzi su Google Maps.

Che cosa abbinare in giornata

L'abbinamento più naturale è il Celio intero. Da piazza della Navicella si entra in Villa Celimontana, poi si scende il clivo di Scauro verso la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo e le Case romane, fino a San Gregorio al Celio. Sull'altro lato della piazza si trova la chiesa di Santa Maria in Domnica, e poco più in là Santo Stefano Rotondo, con la sua pianta circolare.

Chi vuole restare sul tema delle porte e delle mura può costruire un percorso a tappe. Le Mura Serviane hanno i tratti più lunghi vicino a Termini, l'Arco di Gallieno è l'altra porta rimasta in piedi, e verso sud si arriva alla cinta aureliana con Porta Latina, San Giovanni a Porta Latina, Porta San Sebastiano e il Museo delle Mura.

Lungo lo stesso asse, fra le due cinte, ci sono i sepolcri della via Appia urbana: il Sepolcro degli Scipioni nel Parco degli Scipioni e i Colombari di Vigna Codini, che il Parco archeologico dell'Appia Antica indica al momento come non accessibili. Scendendo invece verso sud, in direzione di via delle Terme di Caracalla, si trovano le Terme di Caracalla, San Sisto Vecchio e Santa Balbina.

Chi preferisce le chiese medievali ha, a breve distanza, la Basilica dei Santissimi Quattro Coronati e la Basilica di San Clemente, entrambe fra il Celio, il Colosseo e il Laterano. Per la Roma antica classica, il Palatino, il Foro Romano e il Circo Massimo si raggiungono a piedi scendendo dal colle. Altre idee senza biglietto le trovate nella guida Roma gratis.

Un pomeriggio alternativo segue l'acquedotto verso est. Dopo il Laterano si arriva alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme e all'Anfiteatro Castrense, inglobato nelle mura aureliane, e da lì a Porta Maggiore, dove si trova anche la Basilica sotterranea di Porta Maggiore. Per chi ama i luoghi nascosti sotto la città, sul sito trovate anche Roma sotterranea.

Domande frequenti

Che cosa rappresenta il mosaico di San Tommaso in Formis?

Il tondo sopra l'antico ingresso dell'ospedale raffigura Cristo in trono fra due prigionieri incatenati, uno bianco e uno nero, con l'iscrizione SIGNVM ORDINIS SANCTAE TRINITATIS ET CAPTIVORVM. Il sito dei Trinitari lo lega alla visione del fondatore, Giovanni de Matha. Wikipedia e Roma Segreta lo datano al 1210 e lo attribuiscono alla bottega cosmatesca del maestro Iacopo e del figlio Cosma.

Si paga per vedere l'Arco di Dolabella?

No. L'arco si trova sopra via di San Paolo della Croce, una strada pubblica, e si guarda gratis a qualsiasi ora, senza biglietto e senza prenotazione. Il portale turistico di Roma Capitale non indica tariffe né orari e rimanda al contact center 060608, attivo tutti i giorni dalle 9 alle 19. Diffidate di qualsiasi offerta che proponga un ingresso a pagamento all'arco: non esiste un interno da visitare.

Perché si chiama Arco di Dolabella?

Il nome viene da uno dei due consoli dell'anno 10 dopo Cristo, Publio Cornelio Dolabella, che con il collega Gaio Giunio Silano curò la costruzione per decreto del Senato, come riporta l'iscrizione sull'attico. Per questo si trova anche il nome completo, Arco di Dolabella e Silano, usato dal portale turistico di Roma Capitale. Silano, dettaglio poco noto, era anche flamine di Marte, un sacerdozio antico e prestigioso.

L'Arco di Dolabella era una porta delle mura?

Secondo le fonti sì. Il portale turistico di Roma Capitale lo descrive come una porta delle Mura Serviane ricostruita in età augustea, e l'identificazione più accettata è con la Porta Celimontana. Roma Segreta segnala sul lato destro blocchi di tufo di Grotta Oscura della porta più antica. Wikipedia ricorda però che la posizione delle porte del Celio è stata oggetto di ripensamenti da parte degli studiosi.

Che cosa c'entra l'acquedotto di Nerone?

Nerone fece costruire una diramazione dell'acquedotto Claudio che attraversava il Celio, e la Sovrintendenza Capitolina colloca il tratto sopra l'arco fra quelli ancora visibili. La voce enciclopedica inglese scrive che il prolungamento neroniano usò l'arco per l'ultimo tratto. Le arcate in laterizio che vedete sopra il travertino sono quelle, restaurate in età severiana, e sul momento esatto dell'inglobamento le fonti non concordano.

Si può visitare la cella di san Giovanni de Matha?

Il dato sugli orari non è pubblicato. Wikipedia descrive la cella come un piccolo ambiente visitabile, ma il portale turistico di Roma Capitale indica di contattare la curia generalizia dell'Ordine della Santissima Trinità per le condizioni di visita, ai numeri 06 35420529 e 06 52725090 o scrivendo a curia@trinitari.org. Conviene scrivere con largo anticipo, spiegando date e numero di persone.

Quando è aperta la chiesa di San Tommaso in Formis?

Il sito dei Trinitari indica la messa la domenica e nei giorni festivi alle 10.30, in via di San Paolo della Croce 10. Altri orari di apertura non risultano pubblicati. Per visite fuori dalla messa il riferimento è la curia generalizia dell'ordine. Il mosaico cosmatesco del portale dell'antico ospedale, invece, si guarda dall'esterno in qualsiasi momento, senza bisogno di entrare.

Come si arriva all'Arco di Dolabella con i mezzi?

Il Parco archeologico del Colosseo indica la metro B, fermata Colosseo, e la metro C, fermata Colosseo-Fori Imperiali, oltre ad alcune linee di autobus e al tram 3 nella zona. Dal Colosseo si sale a piedi verso piazza della Navicella e si imbocca via di San Paolo della Croce. Le linee di superficie cambiano spesso per lavori: verificate il percorso sul sito dell'ATAC prima di partire.

Quanto tempo serve per vedere l'arco?

Per l'arco in sé bastano pochi minuti, il tempo di leggere l'iscrizione, cercare la finestrella della cella e guardare il mosaico di San Tommaso in Formis. Ha senso però come tappa di una passeggiata più lunga sul Celio, con Villa Celimontana, i Santi Giovanni e Paolo, Santo Stefano Rotondo e le arcate dell'acquedotto neroniano. Mezza giornata permette di vedere il colle con calma, senza correre.

Chi ha scritto e su quali fonti

Il testo esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Tariffe, orari e modalità di prenotazione riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura: il portale turistico di Roma Capitale per l'arco e per la chiesa, la pagina della Sovrintendenza Capitolina sull'acquedotto neroniano, il sito dei Trinitari. Segnalateci quello che trovate cambiato.

Organizzare una sosta all'Arco di Dolabella, per sé o per un gruppo, sembra banale ma richiede qualche accortezza. La strada è stretta, la cella e la chiesa si aprono solo con accordi presi in anticipo, e il Celio va affrontato in salita. Per chi pianifica uscite culturali e deve coordinare tempi, spostamenti e contatti con i gestori, una risorsa utile per chi organizza viaggi di gruppo è Tour Leader Pro.

L'arco è una tappa breve, e rende di più dentro un viaggio che tocchi la Roma antica, le basiliche e i colli meno battuti. Chi ha qualche giorno a disposizione può affiancare alla città i Castelli Romani, Tivoli con le sue ville o la campagna attraversata dagli acquedotti. Per mettere tutto in ordine, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.

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IndirizzoVia di San Paolo della Croce Roma Celio, Roma, Roma Città 00184

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