Arco di Gallieno
L'Arco di Gallieno si trova in via di San Vito, all'Esquilino, e si guarda dalla strada: gratis, senza biglietto, senza prenotazione e senza orari. Il portale turistico di Roma Capitale lo attribuisce alla Sovrintendenza Capitolina e rimanda al contact center 060608 per le informazioni. Non c'è un ingresso perchĂ© non c'è un interno. Ăˆ un unico fornice di travertino, con la chiesa dei Santi Vito e Modesto appoggiata a un fianco.
Quello che vedete è la Porta Esquilina delle Mura Serviane, ricostruita in etĂ augustea in travertino con tre fornici. Nel 262 dopo Cristo un funzionario, Marco Aurelio Vittore, la dedicĂ² all'imperatore Gallieno e alla moglie Salonina, e da allora porta il nome di un sovrano che non la costruì. I due fornici laterali furono demoliti nel Quattrocento, quando la chiesa accanto venne rifatta.
Dati riscontrati il 29 settembre 2026 sulla pagina della Sovrintendenza Capitolina dedicata al monumento, sul portale turistico di Roma Capitale e sulle altre fonti citate piĂ¹ avanti nel testo. Per l'arco la variabile non sono gli orari ma i ponteggi e il traffico della via. Per la chiesa e la sua cripta, invece, gli orari pubblicati vanno confermati con la parrocchia prima di muoversi, telefonando al numero indicato nel riquadro qui sotto.

In breve: indirizzo, orari, biglietto
- Dove: via di San Vito, rione Esquilino, fra piazza Vittorio e Santa Maria Maggiore. Il censimento di Sotterranei di Roma indica i civici 11-13, 00185 Roma.
- Gestore: Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, secondo il portale turistico di Roma Capitale.
- Come si entra: non si entra. L'arco si guarda dalla strada, da entrambi i lati.
- Prezzo: gratis. Nessun biglietto e nessuna prenotazione.
- Orari: nessuno per l'arco. Chiesa addossata, in via Carlo Alberto 47: messe feriali alle 8 e alle 18.30, domenica alle 11, secondo Turismo Roma.
- Come si arriva: metropolitana linea A, fermata Vittorio Emanuele, poi a piedi.
- Informazioni: 060608 per il monumento, 06 4465836 per la parrocchia.
Dove si trova e che cosa si vede davvero
Via di San Vito è una strada corta e stretta, che si stacca da via Carlo Alberto, l'asse che unisce piazza Vittorio a Santa Maria Maggiore. L'arco la scavalca con il suo unico fornice. Chi arriva da via Carlo Alberto lo scopre quasi all'improvviso, stretto fra i palazzi umbertini e il fianco della chiesa, con il campanile poligonale che spunta subito dietro. Non c'è una piazza davanti, e nemmeno uno spiazzo da cui prenderlo di lontano.
Le misure le dĂ la voce enciclopedica sul monumento: circa 8,80 metri di altezza, 7,30 di larghezza e 3,50 di profonditĂ . I piloni sono larghi un metro e quaranta. Ai lati del fornice corrono due lesene con capitelli corinzi, e una cornice semplice segna il punto in cui l'arco comincia a curvare. Sopra, una trabeazione alta circa due metri porta l'iscrizione. Ăˆ un monumento sobrio, quasi squadrato.
La Sovrintendenza Capitolina lo descrive proprio così: forma quadrangolare, pilastri angolari corinzi, e in origine tre fornici. Oggi ne resta uno. Guardando i due lati, perĂ², si capisce ancora dove si attaccavano gli altri due. Da una parte il muro della chiesa si appoggia direttamente al travertino, dall'altra la struttura finisce di colpo, tagliata. Chi osserva con attenzione legge in quella asimmetria la storia del Quattrocento.
Il travertino ha il colore caldo e un po' sporco delle pietre romane rimaste per secoli in mezzo alla cittĂ . Sulla trabeazione, sopra le lettere dell'iscrizione di Gallieno, si vedono dei fori. Secondo la voce enciclopedica sono i buchi per i perni di metallo che fissavano lastre di marmo piĂ¹ antiche. Sono l'unica traccia di quello che c'era prima della dedica del 262, e dicono che l'arco è stato riscritto almeno una volta.
La chiesa addossata è quella dei Santi Vito e Modesto, sede della parrocchia di Santa Maria Maggiore in San Vito. Turismo Roma ne indica l'indirizzo in via Carlo Alberto 47, ma l'ingresso, dopo i restauri degli anni Settanta, si trova di nuovo su via di San Vito, proprio accanto all'arco. Il portale di marmo e le finestre gotiche a bifora risalgono al rifacimento voluto da Sisto IV nel 1477.
Tutto intorno c'è l'Esquilino di oggi: il quartiere nato dopo l'Unità , con i portici di piazza Vittorio, i negozi, il mercato, le comunità arrivate da mezzo mondo. L'arco non è separato da questa vita. Ci passano sotto persone con le buste della spesa, motorini, qualche turista con la mappa in mano. Per un'idea del rione intero, sul sito trovate anche la guida su Esquilino: cosa vedere.
Per orientarsi conviene ricordare dove correva la cinta. Il censimento di Sotterranei di Roma lega il nome della porta all'altura dell'Esquilino, su cui si apriva. Le mura arrivavano qui da nord, dall'area dell'attuale Stazione Termini e di piazza Manfredo Fanti, e poco dopo piegavano verso sud. In via Carlo Alberto, a breve distanza dall'arco, resta ancora uno sperone del muro, lo stesso sistema difensivo di cui la porta era il varco.
Il livello della strada, poi, non è quello antico. Sotto la chiesa accanto, nella cripta, Turismo Roma segnala tratti di una strada romana e strutture di un acquedotto, cioè la cittĂ di duemila anni fa, conservata piĂ¹ in basso rispetto al piano di oggi. L'arco che vedete emerge quindi da un terreno rialzato nei secoli. Ăˆ un dettaglio che dalla strada si nota poco, e che la cripta, negli orari di apertura, rende finalmente visibile.
Una curiositĂ sull'Arco di Gallieno
Per secoli, dall'arco pendevano delle chiavi che non appartenevano a Roma. La Sovrintendenza Capitolina scrive che nel Medioevo vi furono appese due chiavi di Viterbo, in memoria della sottomissione di quella città a Roma, e che restarono lì fino al 1825. Il censimento di Sotterranei di Roma precisa che erano le chiavi della Porta Salcicchia di Viterbo, arrivate a Roma nel XIII secolo come segno di resa.
Appendere le chiavi di una cittĂ vinta sulla porta della propria era un gesto che tutti capivano, anche chi non sapeva leggere. Chi entrava in cittĂ da questa parte passava proprio sotto il trofeo. E la scelta dell'Arco di Gallieno non era casuale: era ancora una porta urbana, un luogo di passaggio obbligato, dove il messaggio arrivava a chiunque venisse dalla campagna a est della cittĂ .
Il dettaglio che sorprende è la durata. Le chiavi rimasero appese per circa sei secoli, fino al 1825, quando Viterbo era ormai da tempo parte dello Stato della Chiesa e la rivalitĂ medievale non aveva piĂ¹ alcun senso politico. Dove siano finite dopo la rimozione non risulta da una fonte ufficiale. Oggi sull'arco non c'è nulla appeso, e nessun pannello in strada racconta la storia.
Una cosa che non ti dice nessuno sull'Arco di Gallieno
Gallieno non ha costruito questo arco, e non l'ha nemmeno restaurato con le sue mani. La Sovrintendenza lo dice senza giri di parole: fu edificato da Augusto in travertino, sul luogo della Porta Esquilina, e solo nel 262 dopo Cristo fu dedicato all'imperatore e a sua moglie. Il nome che usiamo oggi è quello di una targa cambiata, non quello del costruttore.
La voce enciclopedica aggiunge un secondo punto che spesso si perde: non era un arco trionfale. Nasceva come porta della cinta repubblicana, un varco per le strade e per il controllo di chi entrava. Metterlo nella stessa famiglia degli archi del Foro Romano è un errore di categoria. La sua forma, così sobria, si spiega con la funzione: serviva a far passare, non a celebrare una vittoria.
La posizione contraria, a nostro giudizio, è questa. Nell'Esquilino dei curiosi l'attenzione va quasi tutta alla Porta Alchemica di Piazza Vittorio, con i suoi simboli e le sue leggende. Ăˆ l'Arco di Gallieno, perĂ², il monumento che pesa di piĂ¹: una delle pochissime porte della cinta serviana rimaste in piedi in forma monumentale, e ancora attraversata da una strada. Chi lo salta per inseguire l'esoterismo si perde il pezzo piĂ¹ importante del rione.
C'è poi un dettaglio che ribalta l'idea di un monumento intatto. L'iscrizione augustea che si trovava sull'attico non si legge piĂ¹: l'articolo del periodico di quartiere Il Cielo sopra Esquilino parla di cancellature fatte giĂ in etĂ antica, e la voce enciclopedica segnala i fori dei perni di metallo delle lastre originarie. Quello che oggi chiamiamo Arco di Gallieno è dunque un monumento riscritto, in cui la seconda firma ha coperto la prima.
Come è diventata la Porta Esquilina un monumento onorario?
La prima porta in questo punto apparteneva alla cinta che la tradizione attribuisce al re Servio Tullio. Il censimento di Sotterranei di Roma la colloca nel VI secolo avanti Cristo, costruita in blocchi di tufo con tre fornici. Qui la difesa era delicata: la pianura non offriva appoggi naturali, e dalla Porta Collina fino all'Esquilina correva un grande terrapieno, l'aggere, per circa 1.300 metri secondo la stessa fonte.
Dalla porta uscivano strade importanti. La pagina di Roma Segreta dedicata all'arco ricorda che qui si separavano la via Labicana e la via Prenestina, dirette verso i Colli e verso Palestrina. Poco piĂ¹ in lĂ , dove oggi si trova Porta Maggiore, le due strade corrono ancora affiancate sotto le arcate degli acquedotti. L'Esquilina era dunque una porta di traffico, di merci, di gente che arrivava dalla campagna.
In etĂ augustea la porta cambiĂ² volto. Secondo Sotterranei di Roma, Augusto la ricostruì interamente in travertino e la monumentalizzĂ², ponendo un'iscrizione sull'attico del fornice centrale. Quella scritta oggi non si legge piĂ¹, cancellata giĂ nell'antichitĂ . Le mura, a quel punto, avevano perso la loro funzione difensiva: la cittĂ era cresciuta oltre la cinta, e la porta diventava soprattutto un ingresso monumentale al centro.
Il passaggio decisivo avvenne nel 262 dopo Cristo. In occasione di un restauro, Marco Aurelio Vittore sostituì la vecchia dedica con una nuova, rivolta a Gallieno e a Cornelia Salonina. Da porta di Augusto la struttura diventĂ² un monumento onorario per un imperatore del III secolo. Le fonti non concordano sul ruolo del dedicante: alcune lo chiamano prefetto, la voce enciclopedica inglese lo descrive come membro dell'amministrazione imperiale.
Nel III secolo, del resto, la cinta serviana era ormai un ricordo dentro una cittĂ molto piĂ¹ grande. Qualche anno dopo la dedica a Gallieno, Roma si diede un nuovo confine con le Mura aureliane, costruite molto piĂ¹ all'esterno. La vecchia Porta Esquilina restĂ² dove era, senza piĂ¹ funzione militare, ma con il ruolo di passaggio urbano e di monumento. Ăˆ questo doppio ruolo che le ha permesso di arrivare fino a oggi.
Che cosa dice l'iscrizione sull'attico?
Il testo latino, riportato dal censimento di Sotterranei di Roma e dalla voce enciclopedica sul monumento, recita: «GALLIENO CLEMENTISSIMO PRINCIPI CVIVS INVICTA VIRTVS SOLA PIETATE SVPERATA EST ET SALONINAE SANCTISSIMAE AVG AVRELIVS VICTOR V E DICATISSIMVS NVMINI MAIESTATIQVE EORVM». Le due lettere V ed E abbreviano vir egregius, il titolo di rango del dedicante. Secondo Roma Segreta la dedica compare su entrambe le facce dell'arco.
La traduzione corrente, con qualche variante fra le fonti, suona piĂ¹ o meno così: a Gallieno, principe clementissimo, il cui valore invitto fu superato soltanto dalla sua devozione, e a Salonina, santissima Augusta, Aurelio Vittore, uomo egregio, devotissimo alla loro divinitĂ e maestĂ . Sono formule di corte, gonfie di superlativi. Ma dicono molto sul momento: un imperatore in difficoltĂ aveva bisogno di essere celebrato, anche a costo di riscrivere un monumento altrui.
Gallieno regnĂ² dal 253 al 268. Furono anni difficili per l'impero, e il regno non godette di buona fama. La voce enciclopedica inglese lega la dedica proprio a questo clima: un modo per contrastare la cattiva pubblicitĂ di un regno segnato dalle sconfitte militari. Non è un'interpretazione scritta sulla pietra, ma aiuta a capire perchĂ© un funzionario scegliesse proprio una porta di Augusto per il suo omaggio.
Leggere l'iscrizione dalla strada non è facile. Le lettere sono in alto, la luce cambia, e il travertino è segnato dal tempo e dallo smog. Conviene portare un binocolo piccolo o usare lo zoom del telefono, e confrontare quello che si vede con il testo trascritto. Le parole GALLIENO e SALONINAE sono le piĂ¹ riconoscibili, e da lì si ricostruisce il resto senza troppa fatica.
Vale la pena fermarsi anche sul nome della moglie. L'iscrizione non si limita a citare Salonina accanto al marito: la chiama santissima Augusta, con il titolo ufficiale delle imperatrici, e la mette sullo stesso piano dell'omaggio. Le fonti la identificano come Cornelia Salonina. Per chi passa sotto l'arco è uno dei rari casi in cui il nome di una donna della corte imperiale si legge ancora sulla pietra, in piena strada, senza entrare in un museo.
Il consiglio che ti do per visitare l'Arco di Gallieno
Il consiglio è di arrivare a piedi da Santa Maria Maggiore lungo via Carlo Alberto, e non da piazza Vittorio. In questo modo l'arco compare in fondo alla prospettiva, e si capisce subito il suo rapporto con la chiesa. Fermatevi prima del fornice, sul lato della chiesa, e guardate come il muro medievale si appoggia al travertino antico. Poi passate sotto e osservate l'altra faccia.
La visita all'arco dura pochi minuti, ma ha senso solo se la si unisce alla chiesa. Scegliete un orario in cui la chiesa è aperta e non ci sono funzioni in corso. Le messe feriali indicate da Turismo Roma sono alle 8 e alle 18.30, la domenicale alle 11: meglio evitare quei momenti. Dentro vi aspettano la pietra scellerata e l'altare con il dipinto attribuito ad Antoniazzo Romano.
Un'avvertenza pratica. Via di San Vito è una strada vera, con auto e motorini che passano sotto il fornice. Non fermatevi in mezzo alla carreggiata per fotografare o per leggere l'iscrizione. Il punto migliore per osservare è il marciapiede, e con un po' di pazienza si trovano i momenti di calma. Di domenica mattina, prima delle undici, il traffico è di solito piĂ¹ leggero.
Chi ha tempo per una mattina intera puĂ² costruire un giro attorno alla porta. Si parte dall'Obelisco Esquilino, dietro l'abside di Santa Maria Maggiore, si scende per via Carlo Alberto fino all'arco, e si continua verso piazza Vittorio, con la Porta Alchemica e Sant'Eusebio all'Esquilino. Il giro richiede un'ora e mezza con calma, e resta tutto in piano.
Un ultimo suggerimento riguarda l'ordine delle cose. Prima di arrivare all'arco, rileggete l'iscrizione trascritta sopra, e date un'occhiata alla veduta di Giuseppe Vasi con la chiesa e l'arco nel Settecento. Sul posto saprete dove guardare: le lettere sulla trabeazione, i fori dei perni, il punto in cui il muro della chiesa si appoggia al pilone. Senza questa preparazione, l'arco rischia di sembrare solo un passaggio fra due palazzi.
Si paga qualcosa e serve prenotare?
Per l'arco non si paga niente e non si prenota niente. Ăˆ un monumento su strada, visibile a qualsiasi ora, e il portale turistico di Roma Capitale non indica nĂ© tariffe nĂ© modalitĂ di accesso particolari. Non esistono biglietti ufficiali nĂ© prodotti a pagamento dedicati all'arco. Per le informazioni generali il riferimento resta il contact center 060608 e la pagina della Sovrintendenza Capitolina.
Diverso il discorso per la chiesa accanto e per la sua cripta. Turismo Roma pubblica gli orari della parrocchia e quelli dell'area archeologica sotto la chiesa, con un indirizzo email per le prenotazioni dei gruppi. Il costo della visita alla cripta non è indicato. La tabella riassume gli orari pubblicati. Vanno confermati prima di andare, telefonando alla parrocchia al numero 06 4465836.
| Che cosa | Giorni | Orari pubblicati |
|---|---|---|
| Messe | Feriali | 8.00 e 18.30 |
| Messa | Domenica | 11.00 |
| Cripta archeologica | Lunedì-sabato | 10.00-12.45 e 14.30-18.00 |
| Cripta archeologica | Domenica | 14.30-18.00 |
Per i gruppi organizzati, Turismo Roma indica come recapito per le prenotazioni della cripta l'indirizzo cripta.sanvito@gmail.com. La parrocchia pubblica anche gli indirizzi parrocchia@sanvito-roma.it e parroco@sanvito-roma.it. Il sito ufficiale è sanvito-roma.it. Per chi arriva da solo il consiglio è semplice: telefonate il giorno prima, perché gli orari delle cripte gestite dalle parrocchie cambiano spesso con le stagioni.
Una nota sulle offerte a pagamento. Se trovate in vendita tour dell'Esquilino o della Roma esoterica che includono l'arco fra le tappe, ricordate che sono servizi di terzi, legittimi, ma che non vendono un accesso che non avreste da soli: l'arco è in strada, e la cripta ha i suoi orari pubblicati. Il valore di una visita guidata è nel racconto, non nell'ingresso, e va giudicato su chi la conduce.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che l'Esquilino fosse un cimitero prima di diventare un quartiere elegante lo sanno in molti. Meno citato è il fatto che quel cimitero cominciava proprio fuori da questa porta. Il censimento di Sotterranei di Roma descrive la necropoli esquilina come un'area estesa per almeno trecento metri oltre le mura, dall'odierna piazza Manfredo Fanti fino a piazza Vittorio, sulla sinistra dell'antica strada.
Non era un cimitero monumentale. La stessa fonte parla dei puticuli, buche profonde scavate nel tufo, usate come fosse comuni dove finivano i corpi di schiavi, poveri e condannati. Durante i lavori del quartiere umbertino, nell'Ottocento, ne vennero alla luce molti, profondi quattro o cinque metri. Chi usciva dalla Porta Esquilina, in etĂ repubblicana, passava accanto a questo paesaggio di morte e rifiuti.
Poi arrivĂ² la bonifica. Secondo Sotterranei di Roma, tra il 42 e il 38 avanti Cristo l'area fu ricoperta con uno strato di terra alto otto metri, per volontĂ del futuro Augusto. Su quel terreno nuovo Mecenate, suo amico e consigliere, ebbe la concessione per i suoi giardini. L'Auditorium di Mecenate, in largo Leopardi, è quanto resta di quel mondo, a poche centinaia di metri dall'arco.
Anche il nome antico della chiesa racconta questo paesaggio. Turismo Roma ricorda che nell'VIII secolo era chiamata San Vito in Macello, con riferimento a un vicino complesso commerciale dedicato a Livia, moglie di Augusto. La parrocchia parla del macello di Livia e aggiunge che l'area fu poi considerata luogo di martirio cristiano. In pochi metri, dunque, si sovrappongono la necropoli, il mercato imperiale e la chiesa medievale.
La foto giusta da fare all'Arco di Gallieno
La foto che racconta davvero l'arco non è quella frontale e isolata. Ăˆ quella che tiene insieme il fornice di travertino e il fianco della chiesa, con il campanile poligonale sullo sfondo. Mettetevi su via di San Vito, un po' di lato, in modo da vedere sia l'arco sia il punto in cui il muro della chiesa lo tocca. In una sola inquadratura avete duemila anni di storia sovrapposta.
La seconda foto è un dettaglio. Con lo zoom, cercate la trabeazione e le lettere dell'iscrizione, e poi i fori dei perni sopra il testo. Sono piccoli, ma visibili, e raccontano la riscrittura del monumento meglio di qualsiasi spiegazione. Serve una luce morbida: nelle ore centrali di una giornata di sole il contrasto fra le parti in ombra e quelle illuminate rende le lettere difficili da leggere.
Una terza possibilità è guardare attraverso il fornice, dal lato di via Carlo Alberto verso l'interno della strada, o viceversa. L'arco diventa una cornice e la città dietro diventa il soggetto. Il problema sono i motorini parcheggiati e le auto in transito: la domenica mattina presto le possibilità di avere la strada libera aumentano parecchio. Non salite sui gradini della chiesa durante le funzioni per trovare l'angolo.
Un esercizio utile, prima o dopo lo scatto, è il confronto con l'incisione di Giuseppe Vasi. Il catalogo del progetto Imago Urbis dell'Università di Stanford la descrive come una veduta con la chiesa dei Santi Vito e Modesto, l'arco, i resti detti Trofei di Mario e il monastero delle Viperesche. Nel disegno delle due arcate minori restano tracce minime. Mettere la foto accanto alla veduta mostra quanto il quartiere intorno sia cambiato in due secoli e mezzo.
Come si arriva dal centro di Roma?
La soluzione piĂ¹ semplice è la metropolitana linea A, fermata Vittorio Emanuele, indicata nella mappa della linea pubblicata da ATAC a breve distanza da Termini. Dall'uscita si attraversa piazza Vittorio in direzione di via Carlo Alberto, e da lì via di San Vito si imbocca in pochi minuti. Per le linee di superficie conviene il calcolatore di percorso sul sito di ATAC, che indica le fermate aggiornate.
Dalla Stazione Termini si arriva comodamente a piedi. Il percorso piĂ¹ piacevole passa per piazza dell'Esquilino e piazza di Santa Maria Maggiore, poi scende per via Carlo Alberto. In alternativa si va verso piazza Manfredo Fanti, dove restano i resti dell'aggere delle mura serviane, e si prosegue fino all'arco seguendo idealmente il tracciato della vecchia cinta. Ăˆ la strada migliore per capire che cosa difendeva la porta.
Chi arriva dal Colosseo o dai Fori puĂ² salire verso il Rione Monti e poi verso San Martino ai Monti, fino a via Merulana. Da lì via Carlo Alberto si raggiunge in pochi minuti. In auto l'Esquilino non è una buona idea: la zona è stretta, i parcheggi scarsi, e le regole della zona a traffico limitato del centro vanno controllate sul sito di Roma Capitale prima di partire.
Sull'accessibilitĂ il portale turistico di Roma Capitale non entra nel dettaglio per l'arco e rimanda alla sezione Roma Accessibile per i servizi dedicati. Il monumento si guarda dal marciapiede, in una zona pianeggiante, quindi non ci sono scale o dislivelli da superare per vederlo. Per la chiesa e per la cripta, invece, le condizioni di accesso non sono pubblicate: chi si muove in carrozzina fa bene a chiedere alla parrocchia prima di andare.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La prima data è quella della tradizione: nel VI secolo avanti Cristo, secondo Sotterranei di Roma, nasce la Porta Esquilina come parte della cinta attribuita a Servio Tullio. Tra il 42 e il 38 avanti Cristo, fuori dalla porta, la necropoli viene ricoperta di terra e trasformata nei giardini di Mecenate. In età augustea la porta viene rifatta in travertino con tre fornici e una prima iscrizione.
Nel 262 dopo Cristo arriva la dedica a Gallieno e Salonina. Nel Medioevo compare la chiesa di San Vito: Turismo Roma la ricorda nell'VIII secolo con il nome di San Vito in Macello, legato al vicino mercato dedicato a Livia, moglie di Augusto. La pagina della parrocchia colloca la prima menzione nella biografia di papa Leone III. Dal XIII secolo pendono dall'arco le chiavi di Viterbo.
Il Quattrocento cambia la forma del monumento. I due fornici laterali vengono demoliti per far posto alla chiesa, e le fonti non concordano sulla data: alcune indicano il 1447, altre il 1477, l'anno in cui Sisto IV fece ricostruire la chiesa. Roma Segreta aggiunge che NiccolĂ² V, papa dal 1447 al 1455, istituì qui una zona franca per chi riforniva i pellegrini diretti a Santa Maria Maggiore.
Il primo novembre 1824 Leone XII erige la parrocchia di Santa Maria Maggiore in San Vito con la bolla Super universam. L'anno dopo, nel 1825, le chiavi di Viterbo vengono tolte. Nel 1876, durante gli scavi del nuovo quartiere, Rodolfo Lanciani scopre nella necropoli vicina una grande fossa di cinquanta metri per trenta, profonda nove. Nel 1900 la chiesa viene rivolta verso piazza Vittorio, e negli anni Settanta i restauri la riportano all'orientamento originale.
Chi è passato dall'Arco di Gallieno
Il primo nome è quello di Augusto, che secondo la Sovrintendenza fece costruire in travertino la porta che vediamo. Poi Gallieno e Salonina, che ne ricevettero la dedica nel 262. E Marco Aurelio Vittore, il funzionario che firmĂ² l'iscrizione con il titolo di vir egregius. Il suo nome resta leggibile sull'attico, in piena strada, da oltre diciassette secoli, e le fonti non concordano nemmeno sulla carica che ricopriva.
Accanto alla porta visse e scrisse un mondo intero. Mecenate costruì i suoi giardini sul terreno bonificato della necropoli. Orazio, secondo Sotterranei di Roma, descrisse nella Satira I, 8 il Campo Esquilino di prima della bonifica, biancheggiante di ossa. Il poeta faceva parte della cerchia di Mecenate, e quel componimento resta uno sguardo antico prezioso su questo angolo di città .
Nel Quattrocento passano qui i papi. NiccolĂ² V, secondo Roma Segreta, con la sua zona franca per i fornitori dei pellegrini. Sisto IV, che nel 1477 rifece la chiesa e ne legĂ² il nome al portale. Il pittore Antoniazzo Romano, a cui Turismo Roma attribuisce il dipinto dell'altare, porta nella chiesa la pittura romana del secondo Quattrocento. Tre secoli dopo, Giuseppe Vasi incide la veduta con la chiesa, l'arco e i cosiddetti Trofei di Mario.
L'ultimo nome è quello di Rodolfo Lanciani, l'archeologo che nell'Ottocento seguì gli scavi del quartiere umbertino. Secondo Sotterranei di Roma esaminĂ² settantacinque pozzi della necropoli esquilina e nel 1876 documentĂ² la grande fossa comune. Senza quel lavoro, fatto mentre si costruivano i palazzi che oggi circondano l'arco, sapremmo molto meno di che cosa c'era fuori dalla Porta Esquilina prima di Mecenate e dei suoi giardini.
Fra i papi che hanno lasciato il segno qui c'è anche Leone XII, che secondo la pagina della parrocchia eresse il primo novembre 1824 la parrocchia di Santa Maria Maggiore in San Vito, con la bolla Super universam. Molto prima di lui, la biografia di papa Leone III contiene la prima menzione della chiesa, fra VIII e IX secolo. Due papi con lo stesso nome, a mille anni di distanza, segnano l'inizio e la maturità della storia di San Vito.
Le chiavi di Viterbo e la pietra scellerata: documenti, tradizione, leggenda
Sulle chiavi i documenti sono chiari nella sostanza. La Sovrintendenza Capitolina scrive che nel Medioevo furono appese all'arco due chiavi di Viterbo, a ricordo della sottomissione della cittĂ , e che rimasero fino al 1825. Il censimento di Sotterranei di Roma aggiunge il nome della porta viterbese, la Porta Salcicchia, e colloca l'arrivo delle chiavi nel XIII secolo. Su questi due punti le fonti non si contraddicono.
La tradizione, invece, riguarda la chiesa accanto. Secondo Turismo Roma e Roma Segreta, nella navata destra si conserva la cosiddetta pietra scellerata. Il racconto medievale la indicava come la pietra su cui sarebbero stati torturati e uccisi i martiri cristiani. Ăˆ un racconto che nasce dal luogo: la parrocchia ricorda che la chiesa sorge su un'area considerata sede di martirio, accanto all'antico mercato di Livia.
Il terzo livello è la leggenda popolare. Si credeva che raschiare la pietra servisse a guarire i morsi dei cani rabbiosi, e secondo Roma Segreta la superficie ne porta ancora i graffi profondi. La stessa fonte riporta la lettura moderna: la pietra è in realtà un cippo funerario romano, con l'epitaffio di un certo Elio Terzo, avvocato. La parrocchia, dal canto suo, ricorda che a San Vito si attribuivano facoltà terapeutiche, e a nostro giudizio è difficile non collegare le due cose.
La chiesa dei Santi Vito e Modesto: perché è attaccata all'arco?
La risposta è semplice e un po' brutale: la chiesa si è presa lo spazio dei fornici laterali. La pagina storica della parrocchia la descrive in prossimitĂ dell'Arco di Gallieno e addossata alle antiche mura serviane, sorta su un'area che era stata il macello di Livia. Nel Quattrocento, rifacendo l'edificio, due archi antichi vennero sacrificati a una chiesa piĂ¹ ampia. Il fornice centrale invece restĂ² in piedi, e la strada continua a passarci sotto.
Turismo Roma descrive un interno a tre navate, con un altare rinascimentale e il dipinto attribuito ad Antoniazzo Romano. San Vito era un martire molto venerato nel Medioevo, e la sua festa cade il 15 giugno secondo la parrocchia. La storia dell'edificio è fatta di continui cambi di direzione: la facciata fu spostata su via Carlo Alberto all'inizio del Novecento e poi riportata su via di San Vito negli anni Settanta.
Sotto la chiesa si trova la cripta archeologica. Turismo Roma elenca le fondazioni medievali, tratti di una strada romana, strutture di un acquedotto e tombe tardoantiche. Ăˆ il livello della cittĂ antica, piĂ¹ basso di quello di oggi. Chi è interessato alla Roma sotterranea trova qui uno scavo visitabile senza grandi code, a patto di rispettare gli orari e le regole della parrocchia.
Il rapporto fra chiesa e arco è la chiave per capire il luogo. Se la chiesa non fosse stata ricostruita, forse i tre fornici sarebbero ancora in piedi. Ma se la chiesa non ci fosse stata, forse l'arco sarebbe stato smontato del tutto, come accadde a molte altre porte serviane. La convivenza forzata ha salvato almeno una parte del monumento, e oggi i due edifici si leggono come un corpo unico, nato da secoli di adattamenti.
Quando è chiuso e che cosa non aspettarsi?
L'arco non chiude mai. Ăˆ su una strada pubblica, e si vede di giorno e di notte. Quello che puĂ² cambiare sono i ponteggi: un restauro, un intervento sul travertino o sulla chiesa possono coprire in parte il monumento per mesi. La pagina della Sovrintendenza non segnala lavori, ma prima di organizzare una visita mirata conviene chiedere allo 060608 se ci sono cantieri in corso sulla via.
Non aspettatevi un sito archeologico con recinzioni, pannelli dettagliati e percorsi segnalati. L'arco è parte della strada, e intorno ci sono negozi, portoni, auto parcheggiate. Non aspettatevi nemmeno di leggere l'iscrizione a occhio nudo senza fatica. E soprattutto non aspettatevi di trovare la chiesa sempre aperta: gli orari pubblicati da Turismo Roma vanno confermati, e durante le funzioni la visita non è possibile.
La cripta ha regole sue. Gli orari pubblicati parlano di aperture sia la mattina sia il pomeriggio, ma le parrocchie romane possono sospendere le visite per le celebrazioni, per le feste o per esigenze organizzative. Chi arriva da lontano apposta per la cripta fa bene a telefonare il giorno prima. Per l'arco, invece, basta passare: dieci minuti bastano per vederlo bene, anche in una giornata piena.
Un'ultima avvertenza riguarda il 15 giugno, festa di San Vito secondo la parrocchia. Nei giorni delle feste liturgiche la chiesa si riempie di fedeli e di celebrazioni, e la visita turistica passa in secondo piano. Per chi vuole vedere l'interno con calma è meglio scegliere un giorno feriale qualunque, a metà mattina o a metà pomeriggio, lontano dagli orari delle messe e dalle ricorrenze del calendario parrocchiale.
Mangiare in zona
L'Esquilino è uno dei quartieri dove si mangia meglio e peggio di Roma a pochi metri di distanza. Le trappole si concentrano verso Termini e sulle strade piĂ¹ battute da chi arriva in treno: menĂ¹ fotografici in quattro lingue, buttadentro sulla porta, locali aperti di continuo dalla mattina alla notte senza pausa cucina. Sono segnali chiari. I romani li riconoscono subito e tirano dritto, non per snobismo ma per esperienza.
Altri segnali da tenere d'occhio: la signora che fa la pasta fresca in vetrina per attirare i passanti, le voci senza prezzo sulla lavagna, un menĂ¹ diverso dentro e fuori, i locali davanti ai monumenti che adattano il conto al cliente. Nessuno di questi elementi da solo dice che si mangia male, ma insieme raccontano un posto pensato per chi passa una volta sola e non tornerĂ .
Chi vuole qualcosa di diverso puĂ² passare dal Nuovo Mercato Esquilino, dove si comprano spezie, frutta e prodotti da mezzo mondo, per un pranzo improvvisato. Per sedersi a tavola, il criterio è cercare locali frequentati da chi lavora nel quartiere, con un menĂ¹ breve e i prezzi scritti. Per una selezione di indirizzi fuori dai circuiti turistici consultate la lista di indirizzi su Google Maps.
Che cosa abbinare in giornata
L'abbinamento piĂ¹ naturale è con le Mura Serviane, di cui l'arco era una porta. Il tratto piĂ¹ lungo si trova davanti alla Stazione Termini, un altro in piazza Manfredo Fanti, uno sperone in via Carlo Alberto. Seguirli in fila, dall'aggere fino all'arco, restituisce il senso di una difesa che correva proprio qui. Per capire la differenza con la cinta successiva, conviene guardare anche le Mura aureliane.
Sul lato di piazza Vittorio, a pochi minuti, ci sono la Porta Alchemica, i resti noti come Trofei di Mario e la chiesa di Sant'Eusebio. Chi ama le letture esoteriche della cittĂ puĂ² proseguire con la guida alla Roma esoterica. Verso sud, via Merulana porta a Palazzo Merulana, con la sua collezione di arte del Novecento, e a Palazzo Brancaccio.
Per l'Auditorium di Mecenate, in largo Leopardi, verificate prima lo stato di apertura sul sito della Sovrintendenza, perchĂ© il monumento è stato chiuso per lavori e la riapertura va controllata. PiĂ¹ in lĂ , verso il Colle Oppio, si trovano la Basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti, San Pietro in Vincoli con il Mosè di Michelangelo e la Domus Aurea, che si visita con prenotazione.
Chi preferisce seguire le antiche strade che uscivano dalla porta puĂ² andare verso est. La via Labicana e la via Prenestina portano a Porta Maggiore e alla Basilica sotterranea di Porta Maggiore, e poco prima si incontra Santa Bibiana, con la statua di Bernini. PiĂ¹ a sud si arriva a Santa Croce in Gerusalemme e all'Anfiteatro Castrense.
Chi invece vuole restare vicino a Termini puĂ² chiudere la giornata alle Terme di Diocleziano e a Palazzo Massimo alle Terme, dove si conservano alcune delle migliori pitture e sculture della Roma antica. Da lì piazza della Repubblica con la Fontana delle Naiadi è a pochi minuti. Una giornata intera sull'Esquilino regge senza mai prendere un mezzo.
Per chi colleziona porte e archi, l'Arco di Gallieno è il pezzo piĂ¹ antico di una serie che attraversa tutta la cittĂ . Sul sito trovate anche Porta Pia, Porta Pinciana, Porta San Sebastiano con il Museo delle Mura, Porta del Popolo e Porta San Paolo. Messe in fila, raccontano come Roma ha cambiato il suo confine in duemila e cinquecento anni.
Via Merulana, che corre poco lontano dall'arco, porta dritta verso sud fino alla Basilica di San Giovanni in Laterano e alla Scala Santa. Ăˆ una passeggiata lunga ma lineare, che unisce l'Esquilino al Laterano e permette di chiudere la giornata in una delle quattro basiliche papali. Chi ha ancora energie puĂ² proseguire verso la Basilica di San Clemente, con i suoi livelli sovrapposti.
Per chi segue le strade antiche fuori cittĂ , la Labicana e la Prenestina continuano verso est oltre Porta Maggiore. Lungo la prima si arriva al Mausoleo di Sant'Elena, lungo la seconda si attraversa il Pigneto. Sono uscite da mezza giornata, da fare con i mezzi pubblici, che mostrano dove andavano davvero le strade che partivano dalla Porta Esquilina. Per altre idee senza biglietto, sul sito trovate anche Roma gratis.
Domande frequenti
Si paga per vedere l'Arco di Gallieno?
No. L'arco si trova su via di San Vito, una strada pubblica dell'Esquilino, e si guarda gratis a qualsiasi ora. Non ci sono biglietti, prenotazioni o orari. Il portale turistico di Roma Capitale lo attribuisce alla Sovrintendenza Capitolina e indica il contact center 060608 per le informazioni. Si paga eventualmente solo la visita alla cripta della chiesa accanto, il cui costo non è pubblicato.
Perché si chiama Arco di Gallieno se l'ha costruito Augusto?
PerchĂ© nel 262 dopo Cristo un funzionario, Marco Aurelio Vittore, sostituì la dedica originale con una nuova rivolta all'imperatore Gallieno e alla moglie Salonina. La Sovrintendenza Capitolina scrive che l'arco fu edificato da Augusto in travertino, sul luogo della Porta Esquilina delle mura serviane. Il nome, quindi, viene dall'iscrizione e non dal costruttore. Ăˆ un caso frequente nella Roma antica, dove i monumenti venivano spesso riutilizzati.
Quali chiavi erano appese all'arco?
Erano le chiavi di Viterbo. La Sovrintendenza Capitolina scrive che nel Medioevo furono appese all'arco due chiavi della città , a ricordo della sua sottomissione a Roma, e che restarono lì fino al 1825. Il censimento di Sotterranei di Roma precisa che si trattava delle chiavi della Porta Salcicchia, arrivate nel XIII secolo. Oggi sull'arco non c'è nulla appeso, e dove siano finite le chiavi non è indicato.
Si puĂ² entrare nella chiesa dei Santi Vito e Modesto?
Sì, negli orari di apertura della parrocchia. Turismo Roma indica messe feriali alle 8 e alle 18.30 e la messa domenicale alle 11, e pubblica gli orari della cripta archeologica: dal lunedì al sabato 10-12.45 e 14.30-18, la domenica 14.30-18. Sono dati da confermare con la parrocchia al numero 06 4465836, perché gli orari delle chiese romane cambiano spesso con le stagioni e le celebrazioni.
L'Arco di Gallieno è un arco trionfale?
No. Nasceva come porta della cinta muraria serviana, la Porta Esquilina, e fu ricostruito in travertino in etĂ augustea. Solo nel 262 dopo Cristo ricevette la dedica a Gallieno e Salonina, che lo trasformĂ² in un monumento onorario. La voce enciclopedica sul monumento sottolinea che non fu pensato come arco trionfale ma come porta. La sua forma sobria, senza rilievi di battaglie, lo conferma a colpo d'occhio.
L'arco è accessibile a chi si muove in carrozzina?
L'arco si guarda dal marciapiede di via di San Vito, in una zona pianeggiante, senza scale da superare. Il portale turistico di Roma Capitale rimanda alla sezione Roma Accessibile per i servizi dedicati. Per la chiesa dei Santi Vito e Modesto e per la cripta archeologica le condizioni di accesso non sono pubblicate: conviene telefonare alla parrocchia al numero 06 4465836 prima di andare, per sapere se ci sono gradini o percorsi alternativi.
Che cos'è la pietra scellerata?
Ăˆ una pietra murata nella navata destra della chiesa dei Santi Vito e Modesto. Secondo la tradizione medievale, su di essa sarebbero stati torturati i martiri cristiani, e si credeva che raschiarla guarisse i morsi dei cani rabbiosi. Secondo Roma Segreta, in realtà è un cippo funerario romano con l'epitaffio di un avvocato di nome Elio Terzo. I graffi lasciati dai devoti sono ancora visibili sulla superficie.
Quanto tempo serve per vedere l'arco?
Per l'arco bastano dieci minuti, il tempo di guardare le due facce, leggere l'iscrizione con lo zoom e osservare il punto in cui la chiesa lo tocca. Con la chiesa e la cripta si arriva a un'ora. Il consiglio è di inserire la visita in un giro piĂ¹ ampio dell'Esquilino, con Santa Maria Maggiore, piazza Vittorio, la Porta Alchemica e Sant'Eusebio, che occupa comodamente una mattina.
Qual è la fermata della metro piĂ¹ vicina?
La fermata piĂ¹ comoda è Vittorio Emanuele, sulla linea A della metropolitana, secondo la mappa della linea pubblicata da ATAC. Dall'uscita si attraversa piazza Vittorio verso via Carlo Alberto, e da lì si raggiunge via di San Vito in pochi minuti a piedi. Anche la Stazione Termini è vicina: il percorso a piedi passa per Santa Maria Maggiore o per piazza Manfredo Fanti, lungo i resti delle mura serviane.
Chi ha scritto e su quali fonti
Il testo esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Tariffe, orari e modalitĂ di prenotazione riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura: la pagina della Sovrintendenza Capitolina sull'arco, il portale turistico di Roma Capitale per l'arco e per la chiesa, la pagina storica della parrocchia. Segnalateci quello che trovate cambiato.
Organizzare una sosta all'Arco di Gallieno, per sé o per un gruppo, è facile solo in apparenza. La strada è stretta, il traffico passa sotto il fornice, e la chiesa con la cripta ha orari propri da confermare. Per chi pianifica uscite culturali sull'Esquilino e ha bisogno di coordinare tempi, spostamenti e aperture, una risorsa utile per chi organizza viaggi di gruppo è Tour Leader Pro.
L'arco è una tappa breve, e rende di piĂ¹ dentro un viaggio che tocchi la Roma antica, le basiliche e i quartieri nati dopo l'UnitĂ . Chi ha qualche giorno a disposizione puĂ² affiancare alla cittĂ i Castelli Romani, Tivoli con le sue ville, o la Sabina con le sue abbazie. Per mettere tutto in ordine, una risorsa utile per montare un itinerario di piĂ¹ giorni è Italy Planner.
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Biglietti e salta-fila
Ingressi a orario per Colosseo, Vaticani e i grandi musei: si prenotano prima e si salta la fila alla cassa.
Visite guidate
Tour con guide abilitate in cittĂ e fuori porta, anche in piccoli gruppi.
Pass musei e trasporti
Un solo pass per piĂ¹ ingressi e per i mezzi: fai due conti sulle visite che hai in programma prima di comprarlo.
