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Gli obelischi di Roma: quanti sono e dove si trovano

Roma è la città che conserva il maggior numero di obelischi al mondo: tredici monoliti antichi ancora in piedi nelle sue piazze, più una manciata di obelischi moderni che ne hanno ripreso la forma fino al Novecento. Di quei tredici, otto sono autentici obelischi egizi tagliati e incisi sul Nilo fra il XV e il VI secolo avanti Cristo, cinque furono fabbricati a Roma in età imperiale imitando i modelli faraonici, a volte con geroglifici veri, a volte con segni copiati male, a volte senza una sola iscrizione. Il conteggio, però, non è così semplice come lo raccontano le guide: dipende da che cosa si decide di contare, e le fonti non concordano. Le righe che seguono passano in rassegna tutti gli obelischi della città uno per uno, con provenienza, faraone o epoca, anno di arrivo a Roma, luogo in cui stavano prima, chi li rialzò e quando, altezza verificata e stato attuale, e spiegano il contesto che tiene insieme il tutto: perché proprio Roma, che cosa fece Domenico Fontana sotto Sisto V, che cosa c’è scritto davvero su quelle pietre e chi lo lesse per primo.

Quanti obelischi ci sono a Roma e perché il numero cambia

La cifra su cui converge la bibliografia specialistica è tredici: sono tredici gli obelischi antichi di Roma, cioè i monoliti risalenti all’antichità, egizia o romana, oggi eretti nello spazio pubblico o in un parco cittadino. Su questo numero concordano la voce enciclopedica italiana dedicata agli obelischi di Roma, i repertori divulgativi più diffusi e la bibliografia classica sul tema, a partire dal volume di Cesare D’Onofrio pubblicato nel 1967 e dal lavoro di Erik Iversen. Chi scrive che a Roma ci sono tredici obelischi non sbaglia, ma sta dando una risposta parziale.

L'obelisco Vaticano in piazza San Pietro
L'obelisco Vaticano al centro di piazza San Pietro, il primo che Sisto V fece rialzare. Foto di Draupnir3, licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

Tredici antichi, ma quanti in tutto

Il problema nasce quando si smette di contare soltanto gli antichi. Se si includono quelli concepiti e tagliati dopo la fine del mondo antico, il totale sale: alla lista vanno aggiunti la copia ottocentesca conservata nei giardini di Villa Medici, i due monoliti gemelli di Villa Torlonia del 1842, l’obelisco marmoreo del Foro Italico del 1932, la stele di Marconi all’EUR inaugurata nel 1959 e, per chi accetta di includere anche la scultura contemporanea, l’Obelisco Novecento di Arnaldo Pomodoro del 2004. Il conto arriva così a diciotto o diciannove pezzi, e cambia ancora se si contano i due obelischi di Villa Torlonia come uno o come due, o se si escludono le copie.

Perché le fonti non concordano

Non esiste un registro ufficiale unico degli obelischi di Roma, e questo è il punto che spiega quasi tutte le discordanze. La Sovrintendenza Capitolina cura i monumenti che ricadono nel patrimonio comunale, i Musei Vaticani e la Fabbrica di San Pietro rispondono dell’Obelisco Vaticano che si trova in territorio della Città del Vaticano, il Ministero della cultura e altri enti hanno competenza su altri pezzi. Ogni elenco riflette il perimetro amministrativo di chi lo redige. A questo si aggiunge una questione di definizione: un frammento di obelisco alto meno di tre metri, integrato nell’Ottocento con pietra nuova e coronato da un globo, è ancora un obelisco oppure è un pezzo di obelisco montato su un monumento moderno? Il caso è reale ed è quello di Villa Celimontana, di cui è originale soltanto la metà superiore, alta 2,68 metri su un insieme che arriva a 12,23 metri.

Otto egizi e cinque romani

Dentro i tredici antichi la ripartizione più utile è quella per origine. Otto sono egizi in senso pieno: Lateranense, Vaticano, Flaminio, Montecitorio, Macuteo, Minerveo, Dogali e Matteiano di Villa Celimontana. Cinque furono realizzati a Roma in età imperiale: Agonale, Esquilino, Quirinale, Sallustiano e Pinciano. È una distinzione che quasi nessuno fa camminando per la città, e che rovescia parecchie convinzioni diffuse: l’obelisco di piazza Navona non è egizio, quello del Quirinale non ha un solo geroglifico sopra, quello di piazza di Spagna porta segni copiati da un altro obelisco romano e non vuole dire niente. Parigi e Londra, che ne hanno ereditato uno ciascuna, lo trattano come un cimelio nazionale; Roma ne ha otto e li usa come spartitraffico.

Perché Roma ha più obelischi egizi di qualsiasi altra città

La ragione è politica prima che estetica, e ha una data di inizio precisa: il 31 avanti Cristo, quando la battaglia di Azio consegna l’Egitto a Ottaviano, futuro Augusto. Da quel momento la valle del Nilo diventa una provincia a statuto speciale, amministrata come proprietà personale del principe, e i suoi monumenti diventano disponibili. Vent’anni dopo, nel 10 avanti Cristo, due obelischi egizi risalgono il Tevere su navi costruite apposta: sono quelli che oggi si alzano in piazza del Popolo e in piazza di Montecitorio.

Trofei di conquista

Portare a Roma un obelisco non era un gesto decorativo. Era la dimostrazione fisica che una civiltà millenaria era passata sotto il controllo romano, e che l’impero aveva i mezzi tecnici per spostare un blocco unico di granito da centinaia di tonnellate attraverso il Mediterraneo. Augusto fece incidere sulle basi dei suoi due obelischi una dedica al Sole che ricordava esplicitamente l’Egitto ridotto in potere del popolo romano.

Le spine dei circhi

La destinazione più frequente fu la spina, cioè il muro basso che correva al centro della pista nei circhi romani e attorno al quale i carri giravano. Il Circo Massimo ne ospitò due: prima il Flaminio, collocato da Augusto, poi il Lateranense, aggiunto da Costanzo II nel 357 dopo Cristo. Il circo di Caligola e Nerone nella valle vaticana ebbe il monolite che oggi svetta in piazza San Pietro. Il circo di Massenzio sull’Appia, oggi parte della Villa di Massenzio, ricevette nel quarto secolo l’obelisco che sarebbe diventato l’Agonale di piazza Navona. Il Circo Variano, presso il Sessorium, ebbe quello che oggi corona il Pincio.

I santuari isiaci del Campo Marzio

La seconda destinazione fu religiosa. Il culto di Iside e Serapide si diffuse a Roma fin dalla tarda repubblica e trovò la propria sede monumentale nell’Iseo Campense, il grande santuario del Campo Marzio che occupava grosso modo l’area fra l’attuale piazza della Minerva e via del Seminario, a due passi dal Pantheon. Quel santuario fu arredato con obelischi veri portati dall’Egitto e con obelischi fabbricati sul posto: da lì provengono il Macuteo di piazza della Rotonda, il Minerveo dell’elefantino, quello di Dogali e, con ogni probabilità, il frammento oggi a Villa Celimontana. Chi passeggia fra il Pantheon e Santa Maria sopra Minerva cammina sopra le fondazioni di un santuario egizio romano di cui restano in superficie soltanto gli obelischi, ricollocati a poche centinaia di metri l’uno dall’altro.

Gli obelischi che Roma ha perduto

Va aggiunto, per onestà del conto, che Roma ne ha persi diversi. Alcuni obelischi antichi documentati dalle fonti non sono mai stati ritrovati, altri furono ridotti in frammenti e riutilizzati come materiale da costruzione nei secoli in cui il granito antico era semplicemente pietra disponibile. Un caso a sé è l’obelisco originale di Villa Medici, portato a Firenze nel 1790 e sostituito da una copia: l’unico obelisco che Roma abbia esportato in Italia. Un altro è l’obelisco di Axum, che non era egizio ma etiopico, prelevato nel 1937 e restituito all’Etiopia nel 2005.

Gli otto obelischi egizi di Roma, uno per uno

Gli otto obelischi egizi di Roma furono tutti tagliati nelle cave di granito di Assuan, nell’alto Egitto, e innalzati in origine nei santuari del Nilo fra il XV e il VI secolo avanti Cristo, prima di essere trasferiti a Roma fra il 10 avanti Cristo e il 357 dopo Cristo. Vengono qui in ordine di altezza decrescente.

Obelisco Lateranense, il più alto del mondo

L’Obelisco Lateranense, al centro di piazza San Giovanni in Laterano davanti alla basilica di San Giovanni in Laterano, è il più alto obelisco egizio esistente: 32,18 metri di solo fusto, 45,70 metri contando basamento e croce. Fu tagliato nel XV secolo avanti Cristo per il tempio di Amon a Karnak, sotto i faraoni Tutmosi III e Tutmosi IV, ed è quindi il più antico degli obelischi romani. Arrivò per ultimo dall’Egitto, nel 357 dopo Cristo, portato da Costanzo II e collocato sulla spina del Circo Massimo accanto al Flaminio. Cadde in data ignota, fu ritrovato in tre pezzi nel 1587 sotto circa sette metri di terra e rialzato da Domenico Fontana nel 1588 per volontà di Sisto V. Nel rimontaggio perse alcuni metri di altezza originaria: una banca dati archeologica dedicata a Karnak indica per il monolite intatto circa 33,1 metri, e alcune fonti danno per il fusto attuale valori intorno ai 32,50 metri. Oggi è visibile liberamente, servito dalla metropolitana A e dal capolinea della linea C di San Giovanni.

Obelisco Vaticano, l’unico che non è mai caduto

L’Obelisco Vaticano occupa il centro di piazza San Pietro, davanti alla basilica di San Pietro, e detiene un primato che nessun altro obelisco romano può vantare: non è mai caduto. Il fusto misura fra 25,3 e 25,5 metri secondo la rilevazione, con un totale che si avvicina ai quaranta metri e che alcune schede fissano a 40,28 metri. Viene da Eliopoli, passò per Alessandria d’Egitto e fu portato a Roma da Caligola, secondo le fonti nel 37 o nel 40 dopo Cristo, per la spina del circo imperiale della valle vaticana. Non porta un solo geroglifico: il monolite è anepigrafo sui quattro lati, e reca soltanto un’iscrizione latina di età romana. Restò in piedi accanto alla basilica costantiniana per quindici secoli e fu spostato al centro della piazza il 10 settembre 1586, primo dei quattro obelischi rialzati da Domenico Fontana. Si vede sempre, senza biglietto, ma nei giorni di celebrazione papale la piazza può essere transennata diverse ore prima.

Obelisco Flaminio, il primo arrivato

L’Obelisco Flaminio, al centro di piazza del Popolo dove convergono le tre strade del Tridente, è il primo obelisco egizio mai arrivato a Roma. Fu cavato ad Assuan sotto il faraone Seti I, della XIX dinastia, e completato dal figlio Ramesse II per il tempio del Sole di Eliopoli; Augusto lo fece portare nel 10 avanti Cristo e innalzare sulla spina del Circo Massimo. Sull’altezza del fusto le fonti divergono in modo notevole: le schede del Comune di Roma indicano 25,90 metri, i repertori più diffusi danno 24 metri e alcune guide locali scendono a 23,20 metri, a seconda di che cosa venga incluso nella misurazione. Su un dato convergono tutte: con basamento e croce il monumento raggiunge i 36,50 metri. Fu ritrovato nel 1587 e rialzato da Fontana nel 1589, come segnale di ingresso per i pellegrini che scendevano dalla via Flaminia attraverso la Porta del Popolo, a pochi metri da Santa Maria del Popolo. Nell’Ottocento Giuseppe Valadier gli costruì intorno la base a gradini con le quattro vasche e i leoni egittizzanti.

Obelisco di Montecitorio, l’ago di un orologio solare

L’Obelisco di Montecitorio è un obelisco egizio autentico tagliato ad Assuan e innalzato a Eliopoli sotto il faraone Psammetico II, della XXVI dinastia, fra il 595 e il 589 avanti Cristo. Arrivò a Roma con il Flaminio nel 10 avanti Cristo, portato da Augusto, ma ricevette un incarico diverso da tutti gli altri: fare da gnomone, cioè da asta proiettante l’ombra, dell’Horologium Augusti, l’enorme orologio solare tracciato sul pavimento del Campo Marzio. Il fusto di granito misura 21,79 metri, l’insieme con piedistallo e sfera bronzea arriva a 33,97 metri: la cifra di trenta metri che si legge in alcune enciclopedie si riferisce a una misurazione diversa e va presa con cautela. Crollò, si interrò, fu ritrovato a pezzi e restò per secoli una promessa non mantenuta, finché Pio VI non lo fece rialzare nel 1792 dall’architetto Giovanni Antinori davanti alla Camera dei deputati, a un passo da piazza Colonna. Come funzionasse davvero quello strumento, e che rapporto avesse con l’Ara Pacis e con il Mausoleo di Augusto, resta materia di discussione fra gli studiosi.

Obelisco Macuteo, davanti al Pantheon

L’Obelisco Macuteo è il piccolo monolite piantato al centro della fontana di piazza della Rotonda, esattamente davanti al pronao del Pantheon. Misura 6,34 metri di fusto e 14,52 metri contando il basamento della fontana e la croce. Porta i cartigli di Ramesse II: fu tagliato ad Assuan e innalzato a Eliopoli nel XIII secolo avanti Cristo, poi imbarcato per Roma in età imperiale per l’Iseo Campense. Sepolto dal crollo della città antica, fu ritrovato nel Trecento e piantato davanti alla chiesetta di San Macuto, in rione Colonna, da cui prende il nome. Solo nel 1711 Clemente XI lo fece issare sopra la fontana cinquecentesca di Giacomo Della Porta e Leonardo Sormani, rifatta apposta per accoglierlo. Alcune fonti segnalano che il monolite ha perso circa un metro rispetto alle dimensioni egizie originarie, per rotture e riduzioni successive.

Obelisco Minerveo, il più piccolo dei tredici

L’Obelisco della Minerva è il più piccolo obelisco antico di Roma: 5,47 metri di fusto in granito rosso. A differenza degli altri egizi non viene da Eliopoli ma da Sais, nel Delta del Nilo, capitale della XXVI dinastia, e fu fatto scolpire dal faraone Apries, il cui nome egizio è reso come Wahibra, che regnò all’incirca fra il 589 e il 570 avanti Cristo. Arrivò a Roma per l’Iseo Campense, fu rinvenuto nel 1665 nell’orto del convento domenicano annesso a Santa Maria sopra Minerva e rialzato nel 1667 per volontà di Alessandro VII sopra un elefantino di marmo progettato da Gian Lorenzo Bernini ed eseguito da Ercole Ferrata. I romani lo chiamano il pulcino della Minerva. Alla sistemazione partecipò sul piano intellettuale anche il gesuita Athanasius Kircher, che dei geroglifici diede una lettura simbolica e cristianizzante oggi riconosciuta come completamente sbagliata.

Obelisco di Dogali, il meno visitato

L’Obelisco di Dogali è un monolite di granito rosso di Assuan alto 6,34 metri di fusto, inciso per Ramesse II e innalzato più di tremila anni fa a Eliopoli; il monumento completo, con basamento ottocentesco e coronamento, raggiunge i 16,92 metri. È il gemello per dimensioni del Macuteo, con cui condivide la provenienza e l’arrivo a Roma per l’Iseo Campense. Riemerse da uno scavo nel 1883 e quattro anni dopo l’architetto Francesco Azzurri lo trasformò in memoriale dei cinquecento soldati italiani caduti il 26 gennaio 1887 a Dogali, nell’attuale Eritrea, collocandolo davanti alla stazione Termini. Nel 1925 fu spostato nei giardini fra viale Luigi Einaudi e viale delle Terme di Diocleziano, dove si trova oggi: un obelisco faraonico diventato monumento coloniale, a un centinaio di metri dall’uscita della stazione e ignorato da quasi tutti quelli che gli passano accanto.

Obelisco Matteiano, il frammento di Villa Celimontana

L’Obelisco Matteiano, nei giardini di Villa Celimontana sul Celio, è il caso più particolare degli otto: di egizio è soltanto la metà superiore, alta 2,68 metri, mentre il resto è integrazione moderna. Con il completamento, il basamento e il globo il monumento raggiunge i 12,23 metri. Il frammento risale all’epoca di Ramesse II e proviene anch’esso dall’Iseo Campense. Nel Medioevo era collocato sul Campidoglio, presso l’andito laterale della basilica di Santa Maria in Aracoeli; nel 1582 il Senato romano lo donò a Ciriaco Mattei, che lo fece trasportare nella propria villa sul Celio. Fu rialzato nella forma attuale nei giardini soltanto nel 1820. Il parco è pubblico, l’ingresso è libero e l’obelisco si raggiunge a piedi dal Colosseo in una decina di minuti di salita.

I cinque obelischi fabbricati in età romana

Cinque dei tredici obelischi antichi di Roma non vengono dall’Egitto dei faraoni: furono fatti tagliare dai romani, nelle stesse cave di Assuan, e lavorati o iscritti a Roma fra il primo e il secondo secolo dopo Cristo. Alcuni portano geroglifici autentici composti da sacerdoti egiziani al servizio dell’imperatore, altri segni copiati e privi di senso, altri ancora nessuna iscrizione. È la categoria che smonta più convinzioni diffuse.

Obelisco Agonale, il finto egizio di piazza Navona

L’Obelisco Agonale si innalza al centro di piazza Navona sulla roccia artificiale della Fontana dei Quattro Fiumi di Bernini. Misura circa 16,53 metri di fusto, con fonti che oscillano fra 16,53 e 16,54 metri, e supera i trenta metri complessivi contando il basamento della fontana e la colomba bronzea. Il granito viene da Assuan, ma il monolite fu fatto realizzare in età flavia sotto Domiziano, e i geroglifici furono incisi a Roma con un testo che celebra lui e gli imperatori divinizzati Vespasiano e Tito. Prima di arrivare qui cambiò casa almeno due volte: le fonti lo collegano al santuario isiaco del Campo Marzio oppure all’area di Albano, poi nel 311 Massenzio lo fece portare sulla spina del circo della propria villa sull’Appia, dove crollò e rimase a terra spezzato per oltre mille anni. Innocenzo X lo fece recuperare e Bernini lo innalzò nel 1651 al centro della piazza, che sorge sull’invaso dello Stadio di Domiziano.

Obelisco Esquilino, dietro l’abside di Santa Maria Maggiore

L’Obelisco Esquilino misura 14,75 metri di fusto e si trova in piazza dell’Esquilino, alle spalle di Santa Maria Maggiore, cioè sul lato dell’abside e non su quello della facciata. Fu fabbricato a Roma in età imperiale a imitazione dei modelli egizi, è privo di geroglifici e stava all’ingresso del Mausoleo di Augusto in Campo Marzio insieme a un gemello identico. Venne ritrovato nel 1527 e rialzato nel 1587 da Domenico Fontana per ordine di Sisto V, a segnare il fuoco prospettico della nuova via che il papa stava aprendo. Metterlo dietro un’abside e non davanti a una facciata non fu un errore: serviva a chiudere la veduta di chi arrivava da nord, secondo la logica di punti di fuga che governa tutto il piano sistino.

Obelisco del Quirinale, il gemello separato

L’Obelisco del Quirinale è il fratello dell’Esquilino: stessa cava, stesso ingresso del Mausoleo di Augusto, nessun geroglifico. Il fusto misura 14,63 metri, arrotondati talvolta a 14,64, e l’insieme del monumento raggiunge i 28,94 metri. Fu ritrovato alle fondamenta dell’ospedale di San Rocco a Ripetta, durante la ricostruzione del fabbricato fra il 1772 e il 1776, e rialzato nel 1786 per volere di Pio VI davanti al Palazzo del Quirinale. Quella che chiamiamo fontana dei Dioscuri o di Monte Cavallo non è un’opera unitaria ma un montaggio: tre pezzi antichi di provenienza diversa, arrivati qui da tre punti diversi della città e assemblati nell’arco di trent’anni da papi e architetti diversi. Due pietre nate uguali, tagliate nella stessa cava e alzate nello stesso punto, sono state separate per sempre da due pontefici a duecento anni di distanza l’uno dall’altro.

Obelisco Sallustiano, la citazione sbagliata

L’Obelisco Sallustiano svetta in cima alla scalinata di piazza di Spagna, davanti alla chiesa di Trinità dei Monti, e misura 13,91 metri di fusto. Fu fabbricato a Roma da maestranze romane e poi inciso con geroglifici copiati pari pari dall’Obelisco Flaminio di piazza del Popolo: il risultato è una lunga iscrizione che non dice nulla, segni copiati male, alcuni rovesciati, altri privi di senso sintattico, trattati come un motivo decorativo e non come un testo. Decorava gli Horti Sallustiani, i giardini che presero il nome dallo storico Sallustio; Adriano e poi Aureliano vi condussero lavori, ed è in questa fase tarda che si colloca l’erezione secondo l’ipotesi più diffusa. Restò rotto in due pezzi per trecento anni e buttato a terra accanto al Laterano per decenni, prima che Pio VI lo facesse rialzare da Giovanni Antinori nel 1789. Sull’altezza complessiva le fonti non concordano: il portale turistico di Roma Capitale indica circa 15,20 metri, mentre alcuni elenchi riportano una cifra molto superiore che non corrisponde a quanto si osserva in piazza.

Obelisco Pinciano, il monumento ad Antinoo

L’Obelisco del Pincio è lo stesso monumento che molti chiamano Obelisco di Antinoo, Obelisco Barberini o Obelisco Aureliano: sono quattro nomi per una sola pietra, e non per quattro obelischi diversi. Misura 9,24 metri di fusto e 17,26 metri con il basamento moderno e la stella di bronzo. Fu fatto tagliare da Adriano dopo il 130 dopo Cristo in memoria di Antinoo, il giovane bitinico annegato nel Nilo, e i geroglifici che ne coprono le quattro facce raccontano per esteso la morte del ragazzo, la sua divinizzazione, la fondazione di Antinopoli sul luogo dell’annegamento e l’istituzione del suo culto: è l’unica testimonianza contemporanea sopravvissuta di quegli onori funebri, e per questo gli egittologi lo trattano come un documento storico di prima mano. Nel terzo secolo Eliogabalo lo portò sulla spina del Circo Variano; fu ritrovato in tre pezzi nel 1589 fuori Porta Maggiore, spostato nel 1633 nel giardino di Palazzo Barberini senza essere rialzato, donato poi a Clemente XIV che lo fece trasferire in Vaticano, e infine innalzato da Giuseppe Valadier nel 1822 per volere di Pio VII sul viale che dal Pincio porta verso Villa Borghese. Chi vuole capire il rapporto fra Adriano e l’Egitto trova il capitolo complementare al Canopo di Villa Adriana a Tivoli.

Gli obelischi moderni, dall’Ottocento privato al marmo del Novecento

Dopo il 1822, anno in cui fu rialzato l’ultimo obelisco antico, Roma non smise di costruirne: ne fabbricò di nuovi. Sono cinque o sei a seconda di come si conta, e coprono un arco di centosessant’anni, dalla committenza aristocratica privata alla propaganda di regime fino alla scultura contemporanea. Nessuno di essi è egizio, e nessuno pretende di esserlo davvero.

La copia di Villa Medici

L’obelisco dei giardini di Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia sul Pincio, è una copia ottocentesca. L’originale faceva parte della collezione medicea conservata nella villa e fu portato a Firenze nel 1790, dove si trova tuttora; nell’Ottocento ne fu realizzata una replica collocata nel punto lasciato libero. È l’unico caso in cui Roma ha perduto un obelisco a favore di un’altra città italiana.

I due obelischi di Villa Torlonia

Gli Obelischi di Villa Torlonia sono due monoliti gemelli in granito rosa di Baveno, alti poco più di dieci metri di fusto e pesanti oltre ventidue tonnellate ciascuno, innalzati nel 1842 nel parco di via Nomentana per volontà del principe Alessandro Torlonia, che li dedicò alla memoria dei genitori Giovanni e Anna Maria. Sono gli unici obelischi di Roma concepiti, tagliati, incisi e innalzati interamente in età moderna per un committente privato e con un testo geroglifico composto apposta. L’autore delle iscrizioni fu il barnabita bolognese Luigi Maria Ungarelli, egittologo esperto di geroglifici e collaboratore di Champollion: i testi furono tradotti in latino sulle basi di travertino perché chiunque potesse leggerli. L’erezione, il 4 giugno 1842, richiese centonovanta uomini e otto argani, con sedici artiglieri ad azionarli al rullo dei tamburi, davanti a una folla imponente e al papa. Il parco è pubblico e l’accesso è libero; i musei della villa, dalla Casina delle Civette alla Serra Moresca, hanno invece biglietti e orari propri.

L’obelisco del Foro Italico

L’obelisco del Foro Italico, ai piedi di Monte Mario davanti al complesso sportivo, è il più grande monolite di marmo mai cavato in Italia in età moderna. Fu voluto da Renato Ricci per l’Opera Nazionale Balilla, progettato e messo in opera dall’architetto Costantino Costantini, e ricavato da un unico blocco estratto il 26 gennaio 1929 dalla cava Carbonera di Carrara: un blocco di circa diciannove metri e di peso stimato intorno alle trecento tonnellate, che alcune fonti alzano a trecentocinquanta. Il monumento nel suo insieme, comprensivo del basamento a blocchi dello stesso marmo, raggiunge i 36,59 metri dal piano di calpestio per un peso complessivo di circa settecentosettanta tonnellate. Il trasporto fu l’ultimo grande trasporto fluviale della storia del Tevere: trentasei paia di buoi fino alla costa, poi una chiatta costruita apposta e battezzata Apuano, arrivo a Roma il 6 maggio 1932 e inaugurazione nello stesso anno, con le fonti che oscillano fra il 29 ottobre e il 4 novembre. Sotto le fondazioni fu deposta una pergamena latina, il cosiddetto Codex Fori Mussolini, redatta da Aurelio Giuseppe Amatucci, insieme a monete d’oro coniate per l’occasione. Sul fusto resta incisa la scritta MVSSOLINI DVX e sul basamento OPERA BALILLA ANNO X: il monumento è tuttora in piedi con le sue iscrizioni, ed è periodicamente oggetto di dibattito pubblico sull’opportunità di rimuoverle, contestualizzarle o lasciarle come sono.

La stele di Marconi all’EUR

L’obelisco di Marconi, al centro di piazza Guglielmo Marconi lungo via Cristoforo Colombo, è alto 45 metri ed è il più alto obelisco di Roma, antico o moderno che sia. Non è un monolite: la struttura è a tronco di piramide, in calcestruzzo armato rivestito da 92 lastre di marmo di Carrara su cui sono incisi altorilievi disposti su quattro registri. L’opera fu commissionata nel 1939 allo scultore carrarese Arturo Dazzi per decorare la piazza centrale del quartiere dell’Esposizione Universale prevista per il 1942. L’ingresso in guerra nel 1940 interruppe bruscamente i lavori, ripresi soltanto nel 1951 nonostante l’intenzione ministeriale di demolire la struttura, e conclusi grazie ai finanziamenti ottenuti in vista delle Olimpiadi di Roma del 1960: l’inaugurazione avvenne il 12 dicembre 1959. Si trova a pochi minuti a piedi dal laghetto dell’EUR ed è visibile in ogni momento, essendo al centro di un’aiuola in uno spazio pubblico.

L’Obelisco Novecento e il caso di Axum

L’ultimo arrivato è l’Obelisco Novecento di Arnaldo Pomodoro, inaugurato il 23 ottobre 2004 in piazzale Pier Luigi Nervi, sempre nel quartiere dell’EUR: una scultura contemporanea che cita la forma dell’obelisco senza volerne imitare la pietra o la tecnica, e che entra nei conteggi soltanto delle liste più generose. Un discorso a parte merita l’obelisco di Axum, che non era egizio ma etiopico e che non era neppure, tecnicamente, un obelisco ma una stele funeraria del regno aksumita. Prelevato nel 1937 durante l’occupazione italiana dell’Etiopia e rimontato a Roma nel 1937 vicino al Circo Massimo, è stato smontato e restituito all’Etiopia nel 2005 dopo decenni di trattative: chi legge liste di obelischi romani compilate prima di quella data lo trova ancora elencato, ed è una delle ragioni per cui i conteggi che circolano in rete non coincidono fra loro.

Domenico Fontana e Sisto V: cinque anni che hanno ridisegnato Roma

Quattro dei tredici obelischi antichi di Roma furono rialzati in soli quattro anni, fra il 1586 e il 1589, dallo stesso architetto e per volontà dello stesso papa: Domenico Fontana per Sisto V. Vaticano nel 1586, Esquilino nel 1587, Lateranense nel 1588, Flaminio nel 1589. Nessun altro pontificato ha modificato la skyline di Roma con la stessa rapidità, e nessun altro cantiere di ingegneria del Cinquecento è stato altrettanto documentato dai contemporanei.

Il cantiere del 1586

L’operazione più complessa fu la prima, perché consisteva nel prendere un monolite di oltre trecento tonnellate rimasto verticale per quindici secoli accanto alla vecchia basilica di San Pietro, sdraiarlo senza spezzarlo, trasportarlo per qualche centinaio di metri e rialzarlo al centro della piazza. Sui numeri del cantiere le fonti non concordano: la tradizione italiana più diffusa parla di tredici mesi di lavori preparatori, 900 uomini, 75 cavalli e 40 argani; la voce enciclopedica inglese indica 800 uomini, 160 cavalli e 45 argani; altre pubblicazioni riportano 800 operai e 140 cavalli. Il monolite fu rimesso in verticale il 10 settembre 1586. La novità di Fontana fu organizzativa quanto meccanica: la sincronizzazione di centinaia di uomini su decine di argani, ciascuno con un compito codificato e un segnale di comando.

Le macchine, che non erano nuove

Il sistema di sollevamento era una moltiplicazione ordinata di macchine semplici: argani, leve, carrucole e piani inclinati, gli stessi strumenti che avevano avuto a disposizione gli egizi e i romani. Nessuna invenzione rivoluzionaria, quindi, ma una scala e una disciplina di cantiere senza precedenti moderni. Fontana pubblicò nel 1590 un trattato illustrato sull’impresa, che divenne per due secoli il manuale di riferimento per chiunque dovesse muovere grandi pesi, e spiega perché i cantieri successivi, da quello di Antinori nel Settecento a quello di Villa Torlonia nel 1842, ricalcarono in scala ridotta lo stesso schema.

Perché Sisto V lo fece

Il riposizionamento degli obelischi non fu un capriccio antiquario. Sisto V lo usò programmaticamente come segnale della potenza della Chiesa e come cardine del riordino urbanistico che aveva intrapreso, raddrizzando strade e aprendo rettifili per collegare le grandi basiliche pellegrinali. Ogni obelisco fu piantato in un punto di fuga: il Lateranense non davanti alla facciata della basilica ma in corrispondenza della Loggia delle benedizioni, punto finale della via Merulana appena aperta e in continuità prospettica con Santa Maria Maggiore; l’Esquilino dietro l’abside della stessa basilica, a chiudere la veduta da nord; il Flaminio a segnare la porta di ingresso alla città. Ogni monolite fu inoltre esorcizzato e coronato da una croce, con iscrizioni latine che ne dichiaravano la conversione da insegna pagana a segno cristiano: un modo per giustificare il riuso di pietre che venivano da templi solari egizi e da circhi imperiali.

I papi che vennero dopo

Gli altri obelischi antichi tornarono in piedi molto più tardi e con committenti diversi. Innocenzo X fece rialzare l’Agonale nel 1651 con Bernini; Alessandro VII il Minerveo nel 1667, sempre su progetto berniniano; Clemente XI il Macuteo nel 1711; Pio VI, con l’architetto Giovanni Antinori, i tre del Quirinale nel 1786, del Sallustiano nel 1789 e di Montecitorio nel 1792; Pio VII il Pinciano nel 1822 con Giuseppe Valadier. In poco più di due secoli, fra il 1586 e il 1822, la città rimise in verticale undici monoliti antichi che erano stati tutti a terra e per lo più sepolti: è la ragione per cui gli obelischi appartengono all’immagine barocca e neoclassica di Roma quanto a quella imperiale.

I geroglifici, e chi li lesse davvero

Per oltre millequattrocento anni nessuno al mondo fu in grado di leggere i geroglifici: la chiave si perse nella tarda antichità e fu recuperata soltanto nel 1822, quando Jean-François Champollion annunciò la decifrazione partendo dal confronto fra i testi della Stele di Rosetta, rinvenuta nel 1799. Tutto quello che si è detto e scritto sugli obelischi di Roma prima di quella data è, dal punto di vista della lettura del testo, immaginazione.

Athanasius Kircher e le traduzioni inventate

Il protagonista di quella stagione fu il gesuita tedesco Athanasius Kircher, che nella Roma di metà Seicento era l’autorità riconosciuta in materia di antichità egizie e che sugli obelischi romani scrisse volumi interi. Kircher riteneva che i geroglifici fossero un sistema simbolico e allegorico e non fonetico, e costruì di conseguenza letture che non hanno alcun rapporto con il testo reale: messaggi filosofici, dottrine segrete, allusioni alla Trinità. Le sue traduzioni sono da considerarsi sostanzialmente inventate, ma hanno un valore storico proprio, perché documentano come il Seicento immaginava l’Egitto e perché hanno influenzato direttamente scelte monumentali come l’elefantino della Minerva.

Il 1822 e quello che cambiò

Dopo Champollion gli obelischi romani smisero di essere oggetti muti e decorativi e diventarono documenti. Si scoprì che quello del Pincio racconta per esteso la vicenda di Antinoo e la fondazione di Antinopoli, che quello Agonale è un inno a Domiziano e agli imperatori divinizzati Vespasiano e Tito, che quello del Flaminio parla di Ra, di Atum e di Khepri, che quello della Minerva porta la titolatura reale di Apries. Si scoprì anche, e fu una sorpresa meno gradita, che il Sallustiano non dice niente, perché i suoi segni sono una copia maldestra di quelli del Flaminio. La differenza dipende dal committente e dal cantiere: quando l’imperatore disponeva di sacerdoti egiziani capaci di comporre il testo, il risultato era corretto; quando si trattava di decorare, gli scalpellini copiavano forme senza capirle.

Testi veri, testi copiati, pietre mute

Passando in rassegna i tredici antichi, la casistica è netta. Hanno geroglifici autentici composti in Egitto i sette obelischi faraonici con iscrizione, cioè Lateranense, Flaminio, Montecitorio, Macuteo, Minerveo, Dogali e il frammento Matteiano. Hanno geroglifici autentici ma composti in età romana l’Agonale e il Pinciano. Ha geroglifici copiati e privi di senso il Sallustiano. Non hanno alcun geroglifico il Vaticano, l’Esquilino e il Quirinale. Sapere a quale gruppo appartiene l’obelisco che si ha davanti cambia completamente il modo di guardarlo, e non è un’informazione che si trovi su un pannello in piazza.

Gli egittologi che hanno letto le pietre romane

Il lavoro di lettura sistematica è proseguito per due secoli. Luigi Maria Ungarelli, il barnabita che compose i testi degli obelischi di Villa Torlonia, pubblicò in Italia una prima raccolta ragionata delle iscrizioni geroglifiche degli obelischi romani. Nel Novecento Erik Iversen ha firmato l’opera di riferimento in lingua inglese, mentre in Italia Cesare D’Onofrio ha pubblicato nel 1967 il volume che resta il punto di partenza per chiunque studi la storia dei loro spostamenti. Sul testo dell’obelisco di Antinoo hanno lavorato in particolare gli egittologi Philippe Derchain e Jean-Claude Grenier, che vi hanno riconosciuto la mano di un sacerdote della città di Akhmim.

Vedere gli obelischi di Roma: come organizzarsi

Tutti e tredici gli obelischi antichi di Roma si vedono gratuitamente, perché si trovano in piazze pubbliche o in parchi ad accesso libero: nessuno richiede un biglietto, e nessuno ha un orario di apertura. L’unica variabile reale è la presenza occasionale di cantieri, transenne o eventi che ne limitino temporaneamente l’avvicinamento.

Il punto da cui se ne vedono tre insieme

C’è un solo punto al mondo da cui si vedono contemporaneamente tre obelischi, ed è a Roma: l’incrocio fra via del Quirinale e via delle Quattro Fontane, davanti alla chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane. Guardando lungo i quattro assi si inquadrano l’Obelisco del Quirinale in un senso, il Sallustiano di Trinità dei Monti in un altro e l’Esquilino dietro Santa Maria Maggiore nel terzo. È l’effetto voluto dal piano urbanistico di Sisto V, e funziona ancora oggi esattamente come era stato calcolato quattro secoli fa. Conviene fermarsi al centro dell’incrocio nei momenti in cui il traffico lo consente, con attenzione, e girare su sé stessi.

Mezza giornata nel centro storico

Sei obelischi si concentrano in un’area percorribile a piedi in poco più di due ore di cammino netto. Partendo da piazza del Popolo si ha il Flaminio; salendo al Pincio si trova il Pinciano; scendendo verso Trinità dei Monti si arriva al Sallustiano in cima alla scalinata di piazza di Spagna; puntando verso il Tevere si tocca Montecitorio; a due passi ci sono il Macuteo davanti al Pantheon e il Minerveo sull’elefantino di Bernini, distanti fra loro meno di duecento metri; poco più in là, l’Agonale di piazza Navona. Sono sette in realtà, e si fanno in una mattinata comoda.

L’anello dei giganti

I tre più alti stanno invece lontani l’uno dall’altro e richiedono i mezzi. Il Vaticano in piazza San Pietro si raggiunge con la metropolitana A fino a Ottaviano, il Lateranense in piazza San Giovanni con la stessa linea A o con la linea C; l’Esquilino e il Quirinale si inseriscono nel tragitto fra i due, con una deviazione verso Fontana di Trevi che costa dieci minuti. L’obelisco di Dogali si trova sulla strada per chi arriva o parte da Termini ed è la tappa che quasi tutti saltano senza accorgersene.

I moderni: EUR, Foro Italico, Nomentana, Celio

I moderni impongono spostamenti più lunghi. L’obelisco di Marconi e l’Obelisco Novecento si vedono entrambi all’EUR, servito dalla metropolitana B; quello del Foro Italico si raggiunge con gli autobus che risalgono il lungotevere sotto Monte Mario; i due di Villa Torlonia sono sulla Nomentana, poco oltre Porta Pia; il Matteiano si trova nel parco di Villa Celimontana, sul Celio, a una decina di minuti a piedi dal Colosseo e dal Foro Romano. Il consiglio pratico è di non tentare di vederli tutti in un giorno solo: sono distribuiti su un’area di oltre dieci chilometri di diametro.

Stato attuale, restauri e cosa verificare prima di andare

Nessuno degli obelischi di Roma risulta smontato, rimosso o inaccessibile in modo permanente: tutti e tredici gli antichi e tutti i moderni sono in piedi nella loro collocazione, e si osservano dall’esterno senza formalità. Le limitazioni che capita di incontrare sono sempre temporanee e di tre tipi: ponteggi per interventi di pulitura e manutenzione, transenne per lavori sul selciato o per eventi, chiusure di piazza per motivi di ordine pubblico.

Le manutenzioni ricorrenti

Gli obelischi collocati su fontane sono quelli più esposti a chiusure improvvise, perché la manutenzione dell’impianto idrico comporta lo svuotamento e la transennatura della vasca: vale per il Macuteo in piazza della Rotonda e per l’Agonale in piazza Navona, dove i cantieri di manutenzione possono aprirsi senza preavviso e durare qualche settimana. Il Flaminio in piazza del Popolo è periodicamente oggetto di interventi promossi dalla Sovrintendenza Capitolina, e chi programma una visita in un periodo preciso farà bene a controllare in anticipo se siano in corso lavori con ponteggi. Per il Vaticano il vincolo non è il restauro ma il calendario liturgico: nei giorni di celebrazione papale la piazza viene transennata anche diverse ore prima.

Dove verificare

Per gli obelischi di competenza comunale il riferimento è la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, che pubblica gli avvisi sui cantieri in corso; per l’Obelisco Vaticano è la Santa Sede a comunicare le chiusure della piazza; per quelli dentro i parchi, come Villa Torlonia e Villa Celimontana, valgono gli orari di apertura dei giardini, che cambiano con la stagione. Qualunque elenco di orari o di chiusure invecchia in poche settimane, e la verifica diretta prima di partire resta l’unica soluzione affidabile.

Domande frequenti sugli obelischi di Roma

Quanti obelischi ci sono a Roma?

Roma conserva tredici obelischi antichi, otto dei quali egizi e cinque fabbricati in età romana, ed è la città che ne possiede il maggior numero al mondo. Contando anche quelli moderni, cioè la copia di Villa Medici, i due di Villa Torlonia, quello del Foro Italico, la stele di Marconi all’EUR e l’Obelisco Novecento, il totale sale a diciotto o diciannove pezzi: il numero varia secondo la fonte perché non esiste un registro unico e perché cambia che cosa si accetti di contare come obelisco.

Qual è l’obelisco più alto di Roma?

Il più alto obelisco antico di Roma è il Lateranense, in piazza San Giovanni in Laterano, con 32,18 metri di solo fusto e 45,70 metri contando basamento e croce: è anche il più alto obelisco egizio esistente al mondo. Se si considerano anche i monumenti moderni, il primato passa alla stele di Marconi all’EUR, alta 45 metri, che però non è un monolite ma una struttura in calcestruzzo rivestita di marmo.

Qual è il più piccolo obelisco di Roma?

Il più piccolo obelisco antico di Roma è il Minerveo, in piazza della Minerva alle spalle del Pantheon, con 5,47 metri di fusto. Se si contano anche i frammenti, il primato spetta al Matteiano di Villa Celimontana, di cui è originale soltanto la metà superiore alta 2,68 metri, integrata nell’Ottocento fino a raggiungere i 12,23 metri complessivi con basamento e globo.

Quali obelischi di Roma sono davvero egizi?

Gli obelischi di Roma davvero egizi sono otto: Lateranense, Vaticano, Flaminio, Montecitorio, Macuteo, Minerveo, Dogali e Matteiano di Villa Celimontana. Gli altri cinque antichi, cioè Agonale, Esquilino, Quirinale, Sallustiano e Pinciano, furono fatti tagliare dai romani nelle cave di Assuan e lavorati a Roma: alcuni portano geroglifici autentici composti in età imperiale, uno ha segni copiati e privi di senso, tre non hanno alcuna iscrizione.

Perché Roma ha così tanti obelischi egizi?

Roma ha più obelischi egizi di qualsiasi altra città perché dal 31 avanti Cristo l’Egitto fu provincia romana amministrata come proprietà personale dell’imperatore, e trasportare un monolite di centinaia di tonnellate era insieme un trofeo di conquista e una dimostrazione di potenza tecnica. Gli obelischi furono collocati sulle spine dei circhi e nei santuari di Iside del Campo Marzio, e dal 1586 i papi li riesumarono e li rialzarono come punti di fuga del nuovo assetto urbano della città.

Si paga per vedere gli obelischi di Roma?

Vedere gli obelischi di Roma è completamente gratuito: tutti e tredici gli antichi si trovano in piazze pubbliche o in parchi ad accesso libero, senza biglietteria e senza orari di apertura. Le uniche limitazioni sono temporanee e riguardano cantieri di manutenzione, transenne per eventi e, nel caso dell’Obelisco Vaticano, le chiusure di piazza San Pietro nei giorni di celebrazione papale, che possono scattare diverse ore prima dell’evento.

Chi ha rialzato gli obelischi di Roma?

Quattro obelischi di Roma furono rialzati da Domenico Fontana per volontà di Sisto V fra il 1586 e il 1589: il Vaticano, l’Esquilino, il Lateranense e il Flaminio. Gli altri arrivarono più tardi e con committenti diversi: Bernini per Innocenzo X nel 1651 e per Alessandro VII nel 1667, Clemente XI nel 1711, Giovanni Antinori per Pio VI fra il 1786 e il 1792, Giuseppe Valadier per Pio VII nel 1822.

Che cosa c’è scritto sugli obelischi di Roma?

Sugli obelischi di Roma i testi geroglifici dicono cose diverse a seconda del monumento: titolature e dediche solari di faraoni come Ramesse II, Seti I, Psammetico II e Apries sugli otto egizi, inni agli imperatori Flavi sull’Agonale, il racconto della morte e della divinizzazione di Antinoo sul Pinciano. Il Sallustiano porta segni copiati male dal Flaminio e non significa nulla, mentre Vaticano, Esquilino e Quirinale non hanno alcuna iscrizione geroglifica.

Quando sono stati decifrati i geroglifici degli obelischi romani?

I geroglifici degli obelischi romani furono decifrabili solo dal 1822, quando Jean-François Champollion annunciò di aver sciolto la scrittura egizia a partire dalla Stele di Rosetta trovata nel 1799. Prima di quella data nessuno sapeva leggerli: le traduzioni pubblicate nel Seicento dal gesuita Athanasius Kircher, che riteneva i geroglifici un sistema simbolico e non fonetico, sono oggi considerate interamente immaginarie.

Un ultimo suggerimento per chi vuole capirli davvero

Il modo più efficace per non trasformare la caccia agli obelischi in un elenco da spuntare è scegliere tre pietre di famiglie diverse e guardarle una dietro l’altra nello stesso pomeriggio: un egizio autentico con il suo testo, come il Macuteo davanti al Pantheon; un romano con geroglifici veri ma di età imperiale, come il Pinciano; e un romano muto o con segni copiati, come il Quirinale o il Sallustiano. In un’ora e mezza di cammino si capisce perché due monoliti che sembrano identici raccontino storie che non hanno nulla in comune.

Chi organizza un itinerario più ampio fra le piazze del centro di Roma, incrociando queste tappe con le altre soste del Tridente e del Campo Marzio, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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