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Obelisco di Dogali

L’Obelisco di Dogali è un monolite di granito rosso di Assuan alto 6,34 metri, inciso per il faraone Ramesse II e innalzato più di tremila anni fa a Eliopoli, che oggi si trova nei giardini fra viale Luigi Einaudi e viale delle Terme di Diocleziano, a un centinaio di metri dall’uscita della stazione Termini. È uno dei tredici obelischi antichi di Roma, ed è anche il meno visitato di tutti: decine di migliaia di persone gli passano accanto ogni giorno trascinando una valigia verso il treno, e quasi nessuna si ferma a leggere che cosa dicono le lastre di bronzo fissate sul basamento. Quelle lastre portano i nomi dei soldati italiani caduti il 26 gennaio 1887 a Dogali, nell’attuale Eritrea, in uno scontro con le truppe etiopiche di ras Alula Engida. Il monumento nasce così: un obelisco egizio riemerso da uno scavo romano del 1883 e riadattato, quattro anni dopo, a memoriale di una sconfitta coloniale. Le righe che seguono raccontano le tre storie che si sovrappongono in questo blocco di granito, e cioè l’Egitto dei faraoni, la Roma imperiale che importava culti e obelischi dal Nilo, e l’Italia umbertina che cercava un impero in Africa orientale. Sono storie che vanno raccontate per quello che sono, senza retorica e senza sconti.

Dove si trova l’Obelisco di Dogali e come raggiungerlo

L’Obelisco di Dogali si trova in un’aiuola alberata compresa fra viale Luigi Einaudi e viale delle Terme di Diocleziano, sul lato sud di piazza dei Cinquecento, cioè lo spiazzo davanti alla facciata della stazione Termini. Non è dentro la piazza vera e propria, dove si fermano gli autobus e i taxi, ma poco più in là, in direzione di piazza della Repubblica, in una fascia verde che separa il piazzale della stazione dal complesso delle Terme di Diocleziano. Chi esce da Termini dall’uscita principale e guarda verso destra tenendo le spalle ai binari lo individua come una guglia scura che spunta fra i pini e i lecci, sopra un basamento chiaro di granito.

Con la metropolitana e i treni

La fermata è Termini, capolinea della linea A e della linea B della metropolitana di Roma, oltre che nodo di scambio con le ferrovie regionali e con la linea per l’aeroporto di Fiumicino. Dall’uscita della stazione all’obelisco si cammina per tre o quattro minuti. Chi arriva con la metro A può anche scendere alla fermata successiva, Repubblica, e percorrere a ritroso viale Luigi Einaudi: da quel lato l’obelisco si incontra prima della stazione, ed è il modo più comodo di arrivarci per chi scende dai treni regionali del nodo di Roma Tiburtina o da altre direttrici.

Con gli autobus e i tram

Piazza dei Cinquecento è il principale nodo di superficie della città: qui attestano o transitano decine di linee di autobus urbani, i collegamenti con gli aeroporti e i pullman extraurbani per il Lazio. Dopo il riassetto della piazza concluso per il Giubileo del 2025 i capolinea sono stati riorganizzati, per cui conviene verificare la fermata esatta della propria linea sull’app o sui totem informativi all’arrivo, perché la disposizione precedente a quei lavori non corrisponde più a quella attuale. Il capolinea del tram più vicino è quello di piazza di Porta Maggiore, raggiungibile a piedi in una quindicina di minuti attraversando il rione Esquilino.

A piedi dal centro

Dal centro storico la passeggiata è lunga ma piacevole: da piazza della Repubblica si arriva in cinque minuti lungo viale Luigi Einaudi, da via Nazionale in una decina, da piazza Navona in poco più di mezz’ora seguendo via del Corso e via del Traforo. Chi viene dal quartiere Monti può salire per via Cavour fino a Santa Maria Maggiore e poi scendere verso Termini da via Giovanni Amendola. Il percorso più ricco è però quello che parte dal Campo Marzio, cioè dal luogo da cui questo obelisco è stato materialmente estratto nel 1883: dalla Basilica di Santa Maria sopra Minerva a piazza dei Cinquecento sono circa due chilometri e mezzo, quaranta minuti di cammino, e si ripercorre esattamente la strada che il monolite ha fatto su carro nel 1886.

L'obelisco di Dogali nei giardini davanti alla stazione Termini
L'obelisco egizio di Ramses II, oggi nei giardini di piazza dei Cinquecento, dedicato ai caduti di Dogali. Foto di Effems, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Che cos’è l’Obelisco di Dogali: tre monumenti in uno

L’Obelisco di Dogali non è un monumento solo: è un oggetto egizio del secondo millennio avanti Cristo, riusato dai Romani come arredo sacro in un santuario di divinità nilotiche, e riusato una seconda volta dall’Italia liberale come memoriale militare. Ognuno di questi tre passaggi ha lasciato un segno fisico sul monumento, e chi si ferma a guardarlo può leggerli tutti e tre nello stesso colpo d’occhio: i geroglifici sul fusto, la frattura fra i blocchi rimessi insieme dopo il ritrovamento, le lastre di bronzo con gli elenchi di nomi sul basamento ottocentesco.

Il fusto antico

Il monolite è in granito rosso proveniente dalle cave di Assuan, nell’Alto Egitto, le stesse da cui uscirono la maggior parte degli obelischi che i Romani portarono in Italia. Misura 6,34 metri di altezza, una misura modesta se confrontata con i colossi che dominano le piazze romane: l’Obelisco Lateranense supera i trenta metri, quello di piazza San Pietro i venticinque. Le quattro facce del fusto sono interamente coperte di geroglifici che celebrano il faraone Ramesse II e la sua devozione alle divinità solari di Eliopoli. Il complesso del monumento, comprensivi basamento ottocentesco e coronamento, raggiunge invece i 16,92 metri: la differenza fra i due dati spiega perché alcune guide parlino di un obelisco di sei metri e altre di un monumento che ne supera i nove o i sedici, senza che nessuna abbia torto. È semplicemente questione di che cosa si sta misurando.

Il basamento ottocentesco

Sotto il fusto c’è una costruzione moderna, disegnata nel 1887 dall’architetto Francesco Azzurri: un alto piedistallo in granito su pianta poligonale, con quattro elementi angolari a forma di ara rastremata, protomi leonine in bronzo e, sui lati, le tavole bronzee con l’elenco dei caduti disposto su due colonne e ordinato per grado militare. Il coronamento del monumento comprende un elemento a stella, secondo un gusto tipicamente sabaudo dell’epoca. Il testo dell’iscrizione dedicatoria è attribuito a Ruggero Bonghi, letterato e uomo politico fra i più noti della Roma umbertina, e sintetizza la dedica agli eroi di Dogali con la data della battaglia e quella dell’inaugurazione.

L’origine egiziana: Ramesse II e la città del sole

L’Obelisco di Dogali venne inciso per Ramesse II, faraone della XIX dinastia il cui regno è collocato dagli egittologi nel XIII secolo avanti Cristo, e fu innalzato a Eliopoli, la città sacra al dio solare a nord dell’attuale Cairo. Il dato è ricavabile dalle iscrizioni geroglifiche che coprono le quattro facce del fusto, ed è lo stesso che accomuna questo monolite ad altri obelischi romani di provenienza eliopolitana.

Che cos’era un obelisco per gli Egizi

Un obelisco, nella concezione egizia, non era un monumento commemorativo nel senso in cui lo intendiamo noi. Era un oggetto di culto solare: un raggio di sole pietrificato, piantato davanti all’ingresso di un tempio, con la punta rivestita di metallo prezioso in modo da accendersi alla prima luce del mattino. Gli obelischi si innalzavano normalmente in coppia, ai lati del portale del pilone d’ingresso, e portavano incisi il nome e i titoli del sovrano che li aveva dedicati, insieme a formule che affermavano la sua devozione alla divinità del tempio. La forma rastremata a base quadrata e la punta piramidale, chiamata pyramidion, riprendono la pietra sacra benben conservata a Eliopoli, la collina primordiale su cui secondo la teologia eliopolitana era sorto il sole per la prima volta.

Eliopoli, la cava di obelischi del mondo antico

Eliopoli era, al tempo di Ramesse II, uno dei grandi centri religiosi dell’Egitto: la sede del culto di Atum e di Ra, il collegio sacerdotale più prestigioso del paese, un complesso templare che i Greci chiamarono con il nome che ancora usiamo e che significa appunto città del sole. Era anche, di conseguenza, il luogo dove si concentrava il maggior numero di obelischi. Fu da lì che i Romani, nei secoli dell’occupazione dell’Egitto, prelevarono la maggior parte dei monoliti che portarono in Italia: dall’Obelisco Flaminio di piazza del Popolo, che è il più antico di Roma, all’Obelisco di Montecitorio, fino a questo di Dogali. Oggi a Eliopoli, inglobata nella periferia nord del Cairo, resta in piedi un solo obelisco, quello di Sesostri I.

L’Iseo Campense: l’Egitto dentro il Campo Marzio

Prima di diventare un monumento ai caduti, l’Obelisco di Dogali stava in mezzo al Campo Marzio, all’interno del santuario di Iside e Serapide che gli antichi chiamavano Iseum Campense: il più grande complesso di culto egizio mai costruito a Roma, esteso secondo le ricostruzioni per circa duecentoquaranta metri di lunghezza e sessanta di larghezza, nell’area che oggi corrisponde grosso modo al rione Pigna, fra la chiesa di Santa Maria sopra Minerva e quella di Santo Stefano del Cacco.

Domiziano e la ricostruzione

Dopo l’incendio dell’80 dopo Cristo che devastò il Campo Marzio, l’imperatore Domiziano fece ricostruire il santuario su scala assai più ambiziosa, e in quell’occasione vi fece portare da Eliopoli un gruppo di obelischi in granito rosso destinati a dare al complesso un carattere esplicitamente egizio. Non si trattava di semplice arredo: la presenza di monoliti autentici, provenienti dalla città sacra del sole, serviva a certificare l’autenticità del santuario e a legittimarne il prestigio. È in questo contesto che il nostro obelisco arriva a Roma, insieme a quelli che oggi si trovano davanti al Pantheon e sopra l’elefantino del Bernini, cioè l’Obelisco della Minerva.

Che cosa resta oggi dell’Iseo

Del santuario in sé non resta praticamente nulla di visibile in elevato: è sepolto sotto il tessuto urbano medievale e moderno del rione Pigna. Restano però i suoi arredi, dispersi in mezza città e in mezza Europa. Restano gli obelischi. Restano alcune celebri sculture, fra cui la statua parlante detta Madama Lucrezia, addossata al palazzetto Venezia, e il gigantesco Pie’ di marmo di via del Piè di Marmo, frammento di una statua colossale di divinità. Restano le raffigurazioni fluviali del Nilo e del Tevere, finite rispettivamente nei Musei Vaticani e al Louvre. E resta la toponomastica: la chiesa di Santa Maria sopra Minerva porta nel nome il tempio antico su cui fu costruita, e il vicino Largo Torre Argentina conserva a cielo aperto, nell’area sacra, un frammento di quello stesso quartiere templare repubblicano.

I quattro obelischi dell’Iseo e dove sono finiti

Ricostruire la diaspora degli obelischi isiaci è uno degli esercizi più istruttivi per capire come ha funzionato il riuso dell’antico a Roma. Uno è oggi davanti al Pantheon, su una fontana di piazza della Rotonda. Uno è sulla groppa dell’elefantino berniniano in piazza della Minerva. Uno è questo di Dogali. Uno, il gemello vero e proprio del nostro, si trova a Firenze, nell’anfiteatro del Giardino di Boboli. Alcuni studiosi riconducono allo stesso gruppo anche il monolite conservato a Urbino. È la stessa logica di dispersione e riuso che si osserva con gli Obelischi di Villa Torlonia, che però sono ottocenteschi e non antichi, e con l’Obelisco Agonale di piazza Navona, che è invece una produzione romana di età domizianea con geroglifici incisi a Roma.

Il ritrovamento: 1719, poi 1883

L’Obelisco di Dogali fu riportato completamente alla luce nel 1883 da Rodolfo Lanciani, durante scavi condotti nell’area del convento di Santa Maria sopra Minerva, ma la sua riscoperta era cominciata più di un secolo e mezzo prima: la punta del monolite era già affiorata nel 1719, in via di Sant’Ignazio, nel corso di lavori legati alla Biblioteca Casanatense, senza che allora si procedesse all’estrazione dell’intero fusto.

Dal magazzino al monumento: quattro anni di attesa

Fra il ritrovamento del 1883 e l’erezione del 1887 passano quattro anni durante i quali il monolite resta di fatto un reperto senza destinazione. Non era un pezzo abbastanza spettacolare da imporsi come attrazione autonoma e non esisteva, all’epoca, una sede museale pronta ad accoglierlo: il Palazzo Massimo alle Terme sarebbe diventato sede del Museo Nazionale Romano soltanto un secolo dopo, e il primo nucleo museale delle Terme di Diocleziano stava appena nascendo in quegli stessi anni. La destinazione arrivò dall’esterno, e in modo brusco: la notizia di Dogali.

Una curiosità sull'Obelisco di Dogali

L’Obelisco di Dogali ha un gemello quasi perfetto a settecento chilometri di distanza: l’obelisco del Giardino di Boboli a Firenze, anch’esso alto 6,34 metri, anch’esso inciso per Ramesse II, anch’esso proveniente dall’Iseo Campense. I due monoliti hanno condiviso per qualche secolo lo stesso santuario romano e poi hanno preso strade opposte.

Due destini divergenti da uno stesso tempio

Il futuro obelisco di Boboli finì nel Cinquecento nelle mani del cardinale Ferdinando de’ Medici, che lo fece collocare nei giardini della villa di famiglia sul Pincio, accanto a Trinità dei Monti. Rimase lì per due secoli, in una delle raccolte di antichità più celebri d’Europa. Nel giugno del 1788 il granduca Pietro Leopoldo di Lorena ne ordinò il trasferimento in Toscana: il monolite viaggiò via mare fino a Livorno, poi risalì verso Firenze, dove arrivò in ottobre, e fu innalzato nell’anfiteatro di Boboli nel 1790. Il nostro, nello stesso periodo, era ancora sottoterra nel Campo Marzio, ignorato da tutti, e sarebbe rimasto lì per quasi un altro secolo.

La battaglia di Dogali: che cosa accadde il 26 gennaio 1887

La battaglia di Dogali fu uno scontro combattuto il 26 gennaio 1887 in una località dell’attuale Eritrea, a circa trenta chilometri da Massaua, fra una colonna italiana comandata dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis e le truppe etiopiche di ras Alula Engida, e si concluse con la distruzione pressoché totale della colonna italiana. È il fatto d’armi che questo monumento commemora, e va raccontato con precisione perché attorno ai suoi numeri si è accumulata, in centotrentanove anni, una discreta quantità di imprecisioni.

Come l’Italia era arrivata sul Mar Rosso

Nel febbraio del 1885 un contingente italiano di circa ottocento bersaglieri, al comando del colonnello Tancredi Saletta, sbarcò a Massaua, porto del Mar Rosso allora formalmente sotto amministrazione egiziana, e ne prese possesso senza combattere. L’operazione avvenne con il consenso britannico, in un momento in cui il controllo egiziano sulla regione stava collassando e Londra aveva interesse a un presidio amico sul fianco del Sudan in rivolta. Nei mesi successivi il presidio italiano si allargò verso l’interno e lungo la costa, e occupò fra gli altri il villaggio di Saati, in una zona che l’Etiopia dell’imperatore Giovanni IV considerava di propria pertinenza. Le proteste etiopiche furono formali, ripetute e ignorate.

Saati, 25 gennaio 1887

Il 25 gennaio 1887 ras Alula Engida, governatore dell’Hamasien e uomo di fiducia del negus, attaccò con forze imponenti il fortino italiano di Saati. L’assalto non ebbe successo, ma dimostrò che gli etiopici erano determinati e in grado di concentrare migliaia di uomini a ridosso delle posizioni italiane. La guarnigione, isolata, chiese rifornimenti e rinforzi.

L’agguato di Dogali

Il giorno successivo, il 26 gennaio, una colonna partì da Monkullo verso Saati con rifornimenti, sotto il comando del tenente colonnello Tommaso De Cristoforis. La sua consistenza è riportata dalle fonti attorno alle cinquecentocinquanta unità, con ventidue ufficiali, in gran parte fanteria italiana affiancata da un piccolo contingente di ascari eritrei e da personale di salmeria. Informato del movimento dai propri esploratori, ras Alula intercettò la colonna nella zona di Dogali con forze molto superiori, valutate dalle fonti fra i settemila e i quindicimila uomini.

Gli italiani si attestarono su un rilievo e resistettero per ore, finché le munizioni non si esaurirono. Lo scontro si concluse con l’annientamento della colonna: De Cristoforis cadde sul campo insieme alla maggior parte dei suoi uomini. Il numero dei morti italiani è indicato dalle fonti storiche attorno ai quattrocentotrenta, di cui ventitré ufficiali, mentre altre ricostruzioni riportano quattrocentotredici soldati più ventidue ufficiali. Gli scampati, molti dei quali feriti, furono qualche decina. Le perdite etiopiche, quasi mai citate nella pubblicistica italiana dell’epoca, sono stimate dalle ricostruzioni moderne fra i settecento e oltre mille caduti: fu una vittoria pagata cara.

Il nodo dei numeri: cinquecentoquarantotto, quattrocentotrenta, cinquecento

Qui va detta una cosa con chiarezza, perché la confusione è diffusa anche in fonti autorevoli. La cifra di 548 che ricorre spessissimo in rete e in alcune schede turistiche non è il numero dei caduti: è, nelle ricostruzioni più attendibili, la consistenza complessiva della colonna partita per Saati. I morti furono circa quattrocentotrenta. Il nome della piazza, dei Cinquecento, nasce da un arrotondamento verso l’alto di quella cifra, coerente con il modo in cui la stampa dell’epoca comunicò l’evento. Diverse guide e siti riportano invece 548 come numero dei morti: la discrepanza esiste, è documentabile, e chi scrive di questo monumento farebbe bene a segnalarla anziché propagarla.

Il contesto, detto per intero

Dogali fu un episodio della penetrazione coloniale italiana in Africa orientale, cominciata con l’acquisto della baia di Assab negli anni Settanta dell’Ottocento e proseguita con l’occupazione di Massaua. Gli uomini caduti il 26 gennaio 1887 erano soldati di leva e di carriera mandati a presidiare un’espansione territoriale decisa a Roma, in un territorio che nessuno di loro aveva scelto e che l’Etiopia rivendicava. Ras Alula non era un aggressore piombato dal nulla: difendeva una frontiera che il suo sovrano considerava violata. Raccontare la battaglia senza questo contesto significa raccontarne metà, e la metà meno spiegabile.

Come l’Italia del 1887 trasformò una sconfitta in monumento

La notizia di Dogali arrivò in Italia nei primi giorni di febbraio del 1887 e produsse un’ondata di emozione pubblica senza precedenti nella breve storia del regno, con conseguenze politiche immediate e con una risposta monumentale che fu decisa e realizzata in quattro mesi.

La crisi politica

La sconfitta travolse il governo. Il ministro degli Esteri Carlo Felice Nicolis di Robilant dovette dimettersi, l’esecutivo guidato da Agostino Depretis entrò in crisi e ne uscì profondamente rimaneggiato, e le competenze per l’amministrazione dei possedimenti africani passarono dal ministero degli Esteri a quello della Guerra: un cambio di titolarità che dice da solo in che direzione il paese aveva deciso di muoversi. Nel giro di pochi mesi la figura politica che ne uscì rafforzata fu quella di Francesco Crispi, destinato a guidare il governo e a imprimere alla politica coloniale italiana un’accelerazione decisiva.

La risposta militare

Alla sconfitta seguì una spedizione di ben altre proporzioni: un corpo di circa ventimila uomini al comando del generale Alessandro Asinari di San Marzano, inviato per riprendere il controllo della zona. Negli anni successivi l’espansione proseguì: nel 1889 fu firmato il trattato di Uccialli, il cui testo in amarico e quello in italiano divergevano su un punto decisivo e la cui lettura italiana faceva dell’Etiopia un protettorato, e nel 1890 i possedimenti furono unificati nella Colonia eritrea. Nove anni dopo Dogali, nel 1896, la sconfitta di Adua avrebbe chiuso bruscamente questa fase.

La risposta simbolica: un obelisco disponibile

Il consiglio comunale di Roma decise di dedicare ai caduti un monumento e di intitolare loro il piazzale antistante la stazione, che da piazza della Stazione divenne piazza dei Cinquecento. Per il monumento si scelse il monolite riesumato quattro anni prima nel Campo Marzio, che era disponibile, gratuito e carico di quella auctoritas antica che l’Italia umbertina cercava ovunque per legittimare se stessa. L’architetto Francesco Azzurri progettò il basamento, Ruggero Bonghi ne compose l’iscrizione, e il monumento fu inaugurato il 5 giugno 1887, giorno della festa dello Statuto, cioè la principale ricorrenza civile del regno.

Perché proprio un obelisco egizio

La scelta non fu casuale né soltanto opportunistica. Nella cultura politica dell’Italia post unitaria, Roma antica era il serbatoio di legittimità a cui attingere per costruire un’identità nazionale recente e fragile. Un obelisco egizio portato a Roma dagli imperatori e ora riportato in piedi dal nuovo Stato italiano diceva, senza bisogno di parole, che quel nuovo Stato si considerava erede di un impero. Applicare questo messaggio a un’impresa coloniale in corso in Africa orientale era, dal punto di vista di chi lo pensò, perfettamente coerente. È esattamente questo il punto che rende il monumento difficile da guardare oggi, e su cui torniamo più avanti.

Una cosa che non ti dice nessuno sull'Obelisco di Dogali

La cosa che quasi nessuna guida racconta è che fra il 1937 e la fine degli anni Sessanta, ai piedi dell’Obelisco di Dogali, ci fu un secondo monumento: la statua bronzea del Leone di Giuda, simbolo della monarchia etiopica, portata a Roma come bottino di guerra dopo l’occupazione italiana dell’Etiopia e collocata sotto l’obelisco come trofeo. E che davanti a quella statua un uomo di nome Zerai Deres compì nel 1938 un gesto che in Etiopia e in Eritrea è ricordato ancora oggi.

Il Leone di Giuda

La statua era opera dello scultore francese Georges Gardet, realizzata in bronzo dorato nel 1930 per l’incoronazione dell’imperatore Hailè Selassiè, e collocata ad Addis Abeba. Nel 1936, dopo la fine della guerra d’Etiopia e l’ingresso italiano nella capitale, fu prelevata e trasportata a Roma. Venne inaugurata alla base dell’obelisco l’8 maggio 1937, in coincidenza con le celebrazioni per la proclamazione dell’impero. La logica dell’operazione era esplicita e dichiarata all’epoca: il simbolo della dinastia sconfitta deposto ai piedi del memoriale dei caduti del 1887, cinquant’anni dopo, come compimento di una vendetta.

Zerai Deres, 15 giugno 1938

Il 15 giugno 1938 un giovane eritreo di nome Zerai Deres, arrivato in Italia come interprete, si trovò davanti al Leone di Giuda collocato sotto l’obelisco e reagì con un atto di protesta clamoroso e violento, nel corso del quale diverse persone rimasero ferite. Fu arrestato, dichiarato infermo di mente e internato in un ospedale psichiatrico in Sicilia, dove morì nel 1945. La storiografia etiopica ed eritrea lo considera un patriota e un eroe nazionale; in Italia il suo nome è rimasto sconosciuto al grande pubblico fino a tempi molto recenti, quando alcune iniziative dal basso hanno cominciato a mapparne la memoria. La ricostruzione dettagliata dei fatti di quel giorno varia sensibilmente da fonte a fonte, e su alcuni particolari non esiste una versione condivisa.

Il ritorno della statua

Il Leone di Giuda è oggi ad Addis Abeba, davanti alla stazione ferroviaria, in fondo a Churchill Avenue. Sull’anno esatto della restituzione le fonti non concordano: alcune indicano il 1960, altre il 1969, altre ancora il 1970. La ricostruzione più circostanziata colloca il ritorno alla fine degli anni Sessanta, con una cerimonia alla presenza dello stesso Hailè Selassiè. Chi cerca una data certa non la trova, e qui non viene inventata.

Quello che oggi manca al monumento

Della vicenda del Leone di Giuda, sul monumento, non c’è traccia. Non c’è un pannello, non c’è una targa esplicativa, non c’è un rimando. Chi si ferma davanti all’Obelisco di Dogali legge i nomi dei caduti italiani e nient’altro: né chi combatteva dall’altra parte, né perché l’Italia fosse lì, né che cosa venne aggiunto e poi tolto alla base di quel basamento. È una lacuna che più di uno studioso e più di un progetto di ricerca sulla memoria coloniale italiana ha segnalato negli ultimi anni.

Il consiglio che ti do per visitare l'Obelisco di Dogali

L’Obelisco di Dogali si visita gratuitamente e senza biglietto, all’aperto, in dieci minuti, e il consiglio più utile è di non trattarlo come una tappa autonoma ma come l’inizio o la fine di un percorso di un paio d’ore attorno a Termini che comprenda le Terme di Diocleziano e Palazzo Massimo, entrambi a meno di cinque minuti a piedi.

Quando andarci

Il momento migliore è la mattina presto, prima delle nove, oppure la fine del pomeriggio. Non per ragioni di affollamento del monumento, che affollato non è mai, ma per il contesto: piazza dei Cinquecento è un nodo di trasporto, e nelle ore di punta il rumore e il viavai rendono impossibile qualsiasi sosta contemplativa. Nelle prime ore del mattino i giardini sono tranquilli e la luce radente accende il granito rosso del fusto. In estate l’ombra degli alberi rende la sosta sopportabile anche a mezzogiorno, il che nel resto della zona non è affatto scontato.

Quanto tempo serve davvero

Per il monumento in sé bastano dieci minuti: il giro completo del basamento, la lettura delle lastre, qualche fotografia. Per una visita che abbia senso conviene però mettere in conto almeno due ore di zona, perché il contesto immediato è straordinariamente denso. Un itinerario ragionevole prevede l’obelisco, poi la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri che occupa l’aula centrale delle terme antiche, poi le Terme di Diocleziano vere e proprie con i loro chiostri, e infine Palazzo Massimo alle Terme con gli affreschi della villa di Livia. Chi ha ancora tempo può aggiungere l’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano.

Accessibilità

Il monumento è all’aperto, in area pedonale, e il percorso di avvicinamento dalla stazione è pianeggiante e privo di barriere significative. Il basamento è però rialzato su alcuni gradini: chi si muove in carrozzina può girare attorno al monumento e vederlo interamente, ma non può accostarsi alle lastre bronzee alla distanza di lettura. Il riassetto dell’area concluso per il Giubileo del 2025 ha migliorato i percorsi pedonali della piazza; sullo stato di completamento e sull’apertura dell’area verde attorno all’obelisco conviene verificare la situazione aggiornata, perché il settore dei giardini è stato oggetto di lavori che hanno interessato anche le recinzioni e gli accessi.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

È noto che l’Obelisco di Dogali sia stato spostato, ma quasi nessuno racconta che il monumento non è dove è stato inaugurato: la collocazione originaria del 1887 era in mezzo al piazzale davanti alla stazione, e il trasferimento nei giardini avvenne negli anni Venti del Novecento per fare spazio alla riorganizzazione del nodo di Termini.

Perché fu spostato

Negli anni Venti la stazione Termini era il collo di bottiglia del traffico romano. L’aumento dei convogli, la crescita della città verso est e la necessità di riorganizzare il piazzale per accogliere i mezzi pubblici resero insostenibile la presenza di un monumento alto quasi diciassette metri piantato al centro dello spazio di manovra. La soluzione fu di spostarlo di alcune centinaia di metri, verso la fascia verde in direzione di piazza della Repubblica, dove si trova tuttora.

Quando esattamente

Le fonti danno date leggermente diverse: alcune indicano il 1924, altre il 1925, altre ancora descrivono un’operazione avviata nel luglio del 1924 e conclusa soltanto anni dopo, con il riassetto definitivo dell’area negli anni Trenta. La divergenza probabilmente riflette la differenza fra la data in cui il monumento fu smontato, quella in cui fu rialzato e quella in cui l’intera sistemazione a giardino fu completata. Anche la denominazione del viale di riferimento è cambiata più volte nel corso del Novecento, il che contribuisce alla confusione nelle descrizioni d’epoca.

La conseguenza meno ovvia

Lo spostamento ha prodotto un effetto che nessuno aveva previsto: il monumento è scomparso dalla vista collettiva. Finché stava al centro del piazzale, chiunque arrivasse a Roma in treno se lo trovava davanti uscendo dalla stazione, e la sua presenza era un fatto pubblico. Spostato in un’aiuola laterale, dietro un filare di alberi, è diventato invisibile a chi non lo cerca. La piazza continua a chiamarsi dei Cinquecento, ma il nesso fra il nome della piazza e il monumento che lo giustifica si è spezzato: la stragrande maggioranza delle persone che attraversano ogni giorno piazza dei Cinquecento non sa che cosa siano quei cinquecento, e non ha alcun elemento sul posto per scoprirlo.

Un monumento nato altrove, spostato, e poi ancora una volta ridisegnato intorno

Fra il 2023 e il 2025 l’intera piazza dei Cinquecento è stata riprogettata nell’ambito degli interventi per il Giubileo, con un cantiere avviato nell’ottobre del 2023 e un investimento complessivo dichiarato attorno ai ventuno milioni di euro, su progetto di un raggruppamento guidato dallo studio TVK con lo studio IT’S, vincitore di un concorso del 2021. Il disegno della nuova pavimentazione riprende il tema dei binari, sono state ampliate le superfici pedonali e alberate e riorganizzati i capolinea degli autobus. L’area verde attorno all’obelisco, indicata negli atti come giardino di Dogali, rientra fra i settori di completamento dell’intervento: chi visita oggi farà bene a verificare in loco lo stato di accessibilità dell’area, che nel corso dei lavori è cambiato più volte.

La foto giusta da fare all'Obelisco di Dogali

La foto migliore dell’Obelisco di Dogali si scatta da viale Luigi Einaudi, a una ventina di metri dal monumento, tenendosi bassi e inquadrando il fusto in controluce con la facciata della stazione Termini sfocata sullo sfondo: è l’unico punto in cui l’immagine racconta da sola la sovrapposizione fra l’Egitto faraonico e la Roma del Novecento.

La luce

Il granito rosso di Assuan dà il meglio con luce calda e radente, quindi nella prima ora dopo l’alba o nell’ultima prima del tramonto. A mezzogiorno il fusto appare piatto e grigiastro, e il contrasto con il cielo brucia le alte luci. Nelle giornate coperte il monumento rende sorprendentemente bene: la luce diffusa fa emergere i geroglifici, che in pieno sole tendono a sparire.

Il dettaglio che vale più dell’insieme

La fotografia più efficace non è quella del monumento intero ma quella delle lastre bronzee del basamento: le colonne di nomi in caratteri a rilievo, con la patina verde del bronzo e le ombre pomeridiane, raccontano il senso del monumento meglio di qualsiasi ripresa d’insieme. È una foto che richiede di avvicinarsi molto e di lavorare su un piano parallelo alla lastra, per evitare distorsioni. Vale anche il dettaglio delle protomi leonine agli angoli, in bronzo, che pochi visitatori notano.

La foto che quasi nessuno fa

C’è un’immagine che restituisce meglio di ogni altra la condizione attuale del monumento: quella scattata da lontano, includendo in primo piano i flussi di persone che attraversano la piazza con i trolley verso i treni e, sullo sfondo, la guglia fra gli alberi. È una fotografia che documenta un fatto, cioè che questo monumento è oggi un oggetto periferico nel paesaggio quotidiano della città, e che nessuno di quelli che gli passano accanto lo guarda. Richiede pazienza e un tempo di posa che dia un po’ di mosso alle figure.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il luogo in cui sorge l’Obelisco di Dogali ha una stratificazione che comincia molto prima del monumento: siamo ai margini del complesso delle Terme di Diocleziano, il più grande impianto termale mai costruito a Roma, e a ridosso del tracciato delle mura Serviane, di cui un lacerto è ancora visibile nei pressi della stazione.

Il colle Viminale e le terme imperiali

L’area fra Termini e piazza della Repubblica corrisponde al settore nord orientale della città antica, alle pendici del Viminale e del Quirinale. Qui, fra il 298 e il 306 dopo Cristo, fu costruito il complesso delle terme volute da Diocleziano, che occupava una superficie enorme e la cui esedra è ancora leggibile nell’emiciclo di piazza della Repubblica. La stessa parola Termini, contrariamente a quello che molti pensano, non deriva dall’idea di capolinea ferroviario ma dalle terme antiche.

Le mura Serviane sotto la stazione

Durante i lavori ottocenteschi e novecenteschi per la stazione emersero tratti consistenti della cinta detta serviana, la più antica fortificazione monumentale di Roma, la cui costruzione le fonti attribuiscono al re Servio Tullio ma che gli archeologi datano in gran parte al IV secolo avanti Cristo, dopo il sacco gallico. Un lacerto è tuttora visibile all’esterno della stazione, sul lato di via Giovanni Giolitti, ed è uno dei pochi punti di Roma in cui la cinta arcaica si incontra senza dover entrare in un museo.

5 giugno 1887: l’inaugurazione

Il monumento fu inaugurato il 5 giugno 1887, festa dello Statuto, nel piazzale della stazione contestualmente ribattezzato piazza dei Cinquecento. Fu una cerimonia pubblica di grande impatto, in un momento in cui la questione africana era al centro del dibattito nazionale e la memoria dei caduti veniva usata come collante politico.

Chi è passato dall'Obelisco di Dogali

Per questo monumento sono passati, in tre millenni, personaggi che non hanno nulla in comune se non l’avere messo le mani su uno stesso blocco di granito: un faraone egizio, un imperatore romano, un archeologo ottocentesco, un architetto, un letterato prestato alla politica e un giovane eritreo il cui nome in Italia quasi nessuno conosce.

Ramesse II

Il faraone della XIX dinastia per cui l’obelisco fu inciso regnò per circa sessantasette anni nel XIII secolo avanti Cristo ed è il sovrano egizio di cui restano più monumenti in assoluto. Il suo nome, inciso sulle quattro facce del fusto, è la ragione per cui questo pezzo di granito è arrivato fino a noi: era un oggetto sacro e regale, e in quanto tale fu conservato, trasportato, riusato.

Domiziano

L’imperatore flavio che fece ricostruire l’Iseo Campense dopo l’incendio dell’80 dopo Cristo è il responsabile dell’arrivo del monolite a Roma. Domiziano fu anche il committente dello stadio su cui si è modellata piazza Navona, i cui resti si visitano nello Stadio di Domiziano: il suo segno sulla topografia del Campo Marzio è tuttora ovunque.

Rodolfo Lanciani

L’archeologo che nel 1883 riportò alla luce il monolite è la figura che più di ogni altra ha documentato la Roma antica proprio mentre la Roma moderna la distruggeva per costruirsi sopra. La sua Forma Urbis Romae, la grande pianta archeologica della città, resta lo strumento di riferimento per chiunque studi la topografia romana.

Francesco Azzurri

L’architetto che disegnò il basamento nel 1887 fu una figura di rilievo nella Roma umbertina, attivo in ambito accademico e in numerose commesse pubbliche della capitale. Il suo progetto per il monumento ai caduti di Dogali è uno degli esempi più chiari di come l’architettura ufficiale del periodo affrontasse il compito di celebrare lo Stato nuovo attraverso il riuso del materiale antico.

Ruggero Bonghi

A Ruggero Bonghi, filologo, giornalista, deputato e ministro della Pubblica Istruzione, viene attribuito il testo dell’iscrizione dedicatoria. Bonghi fu uno dei più autorevoli intellettuali dell’Italia liberale, e la sua presenza in questo progetto testimonia il peso politico e simbolico che si attribuiva all’operazione.

Tommaso De Cristoforis e i suoi uomini

Il tenente colonnello che comandava la colonna del 26 gennaio 1887 cadde sul campo con la grande maggioranza dei suoi soldati. I nomi di quegli uomini, incisi sulle lastre di bronzo del basamento, sono la parte più concreta di tutto il monumento: erano militari di leva e di carriera provenienti da tutta Italia, molti giovanissimi, mandati a presidiare una politica decisa a Roma.

Ras Alula Engida

Il comandante etiopico che vinse a Dogali fu uno dei principali generali dell’imperatore Giovanni IV e una figura di primo piano nella storia etiopica dell’Ottocento. In Etiopia e in Eritrea è ricordato come difensore dell’indipendenza del paese. Il suo nome, sul monumento romano che commemora quella battaglia, non compare da nessuna parte.

Zerai Deres

Il giovane eritreo che nel giugno del 1938 protestò davanti al Leone di Giuda collocato ai piedi dell’obelisco morì nel 1945 in un ospedale psichiatrico siciliano dopo anni di internamento. In Eritrea e in Etiopia è considerato un eroe nazionale. In Italia il suo nome ha cominciato a circolare fuori dalla cerchia degli specialisti solo negli ultimi anni, grazie a ricerche e a progetti di memoria dal basso.

Come si guarda oggi un monumento come questo

L’Obelisco di Dogali è oggi uno dei casi più studiati di quello che gli storici chiamano patrimonio scomodo: un monumento pubblico che commemora un episodio della storia coloniale italiana senza alcun apparato che aiuti a comprenderlo, in un paese che con quella storia ha fatto i conti molto tardi e molto parzialmente.

Che cosa dice e che cosa tace

Il monumento dice una cosa sola: che quattrocentotrenta e più italiani sono morti il 26 gennaio 1887 e che la nazione li ricorda come eroi. Non dice dove fossero, non dice perché ci fossero, non dice contro chi combattessero né per quale ragione quelli combattessero loro. Non dice quanti etiopici caddero lo stesso giorno. Non dice che cinquant’anni dopo un altro governo italiano usò quel monumento come piedistallo per un trofeo di guerra sottratto ad Addis Abeba. Non dice nulla di Zerai Deres. Un monumento non è tenuto a raccontare tutto, ma in questo caso il divario fra quello che il luogo ha visto e quello che il luogo dichiara è particolarmente ampio.

Il dibattito sulla contestualizzazione

Negli ultimi anni, in Italia come in altri paesi europei, si è aperta una discussione su che cosa fare dei monumenti legati al passato coloniale. Le posizioni vanno dalla rimozione alla conservazione integrale, ma la soluzione più discussa e più praticata altrove è una terza: lasciare il monumento dov’è e affiancargli un apparato informativo che ne spieghi la genesi, il contesto e le trasformazioni. Su questo monumento, al momento, un apparato del genere non esiste. Diversi progetti di ricerca universitari e diverse iniziative civiche hanno proposto interventi in questa direzione, ma non risulta che siano stati realizzati sul posto.

Cosa vedere attorno all’Obelisco di Dogali

Nel raggio di cinque minuti a piedi dall’Obelisco di Dogali si trovano due sedi del Museo Nazionale Romano, una basilica ricavata dentro un’aula termale antica e uno dei complessi archeologici più estesi della città: è probabilmente la concentrazione di antichità più densa e meno frequentata del centro di Roma.

Le Terme di Diocleziano

Il complesso delle Terme di Diocleziano occupa l’area a ridosso dei giardini in cui si trova l’obelisco. È la sede del Museo Nazionale Romano dedicata all’epigrafia e alla protostoria del Lazio, e comprende il grande chiostro attribuito a Michelangelo. La visita richiede almeno un’ora e mezza e si abbina naturalmente a quella dell’Aula Ottagona.

Palazzo Massimo

Palazzo Massimo alle Terme conserva, al secondo piano, gli affreschi della villa di Livia a Prima Porta e i mosaici delle ville suburbane, cioè uno dei nuclei di pittura romana più importanti al mondo. Se si deve scegliere una sola visita al coperto nella zona, è questa.

Santa Maria degli Angeli

La Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri è la chiesa ricavata da Michelangelo nel frigidarium delle terme antiche, con l’aggiunta settecentesca della meridiana di Francesco Bianchini sul pavimento. È gratuita e si visita in mezz’ora.

Domande frequenti sull'Obelisco di Dogali

Dove si trova esattamente l’Obelisco di Dogali?

L’Obelisco di Dogali si trova nei giardini fra viale Luigi Einaudi e viale delle Terme di Diocleziano, sul lato sud di piazza dei Cinquecento, a pochi minuti a piedi dall’uscita principale della stazione Termini a Roma. Non è al centro del piazzale, dove fu inaugurato nel 1887, ma nell’area verde laterale in direzione di piazza della Repubblica, dove venne spostato negli anni Venti del Novecento.

Quanto costa visitare l’Obelisco di Dogali?

Visitare l’Obelisco di Dogali è gratuito: si tratta di un monumento all’aperto su suolo pubblico, senza biglietto, senza prenotazione e senza orari di apertura del monumento in sé. L’area verde in cui si trova è stata però interessata dai lavori di riqualificazione di piazza dei Cinquecento, per cui conviene verificare sul posto lo stato degli accessi e delle eventuali recinzioni al momento della visita.

Quanto è alto l’Obelisco di Dogali?

L’Obelisco di Dogali ha un fusto in granito rosso alto 6,34 metri, mentre il monumento completo, comprensivo del basamento ottocentesco e del coronamento, raggiunge i 16,92 metri. La differenza fra le due misure spiega perché alcune fonti parlino di un obelisco di poco più di sei metri e altre di un monumento che ne supera i nove o i sedici: dipende da che cosa si include nella misurazione.

Perché si chiama Obelisco di Dogali?

L’Obelisco di Dogali prende il nome dalla battaglia di Dogali, combattuta il 26 gennaio 1887 nell’attuale Eritrea, in cui una colonna italiana comandata dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis fu annientata dalle truppe etiopiche di ras Alula Engida. Nel giugno dello stesso anno il Comune di Roma decise di dedicare ai caduti l’obelisco egizio ritrovato quattro anni prima e di ribattezzare piazza dei Cinquecento il piazzale della stazione.

Quanti soldati italiani morirono nella battaglia di Dogali?

Nella battaglia di Dogali morirono circa quattrocentotrenta militari italiani, fra cui ventitré ufficiali, secondo le ricostruzioni storiche più diffuse, mentre altre fonti riportano quattrocentotredici soldati e ventidue ufficiali. La cifra di 548, spesso citata come numero dei caduti, corrisponde in realtà alla consistenza complessiva della colonna partita per Saati. Le perdite etiopiche, raramente menzionate, sono stimate fra settecento e oltre mille uomini.

Da dove viene l’Obelisco di Dogali?

L’Obelisco di Dogali proviene da Eliopoli, in Egitto, dove fu inciso per il faraone Ramesse II nel XIII secolo avanti Cristo con granito estratto dalle cave di Assuan. Fu portato a Roma in età imperiale per decorare l’Iseo Campense, il santuario di Iside e Serapide del Campo Marzio ricostruito da Domiziano dopo l’incendio dell’80 dopo Cristo, e vi rimase fino al crollo del complesso.

Quando è stato ritrovato l’Obelisco di Dogali?

L’Obelisco di Dogali fu riportato alla luce nel 1883 dall’archeologo Rodolfo Lanciani durante scavi condotti presso il convento di Santa Maria sopra Minerva, nel Campo Marzio. La punta del monolite era però già affiorata nel 1719 in via di Sant’Ignazio, nel corso di lavori legati alla Biblioteca Casanatense, senza che allora si procedesse a estrarre l’intero fusto, che venne recuperato in frammenti e poi ricomposto.

L’Obelisco di Dogali è accessibile alle persone con disabilità motoria?

L’Obelisco di Dogali è raggiungibile da un percorso pedonale pianeggiante e privo di barriere significative a partire dalla stazione Termini, e il monumento si può osservare interamente girandogli attorno. Il basamento è però rialzato su alcuni gradini, per cui chi si muove in carrozzina non può accostarsi alle lastre bronzee con i nomi dei caduti alla distanza necessaria per leggerle.

Quanto tempo serve per visitare l’Obelisco di Dogali?

Per l’Obelisco di Dogali bastano dieci minuti: il giro del basamento, la lettura delle lastre di bronzo e qualche fotografia. Ha però senso inserirlo in un percorso di due o tre ore che comprenda le Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo alle Terme e la basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, tutti raggiungibili a piedi in meno di cinque minuti dal monumento.

Un ultimo consiglio per chi organizza l’itinerario

L’Obelisco di Dogali funziona come tappa di apertura o di chiusura di una mezza giornata attorno a Termini, non come meta a sé stante. Chi arriva a Roma in treno può dedicargli i dieci minuti che separano l’uscita dalla stazione dal primo appuntamento della giornata, e chi riparte può fermarsi lì prima di rientrare ai binari: in entrambi i casi è un modo di cominciare o finire il viaggio con qualcosa che vale la pena di aver capito, invece che con l’ennesima fila davanti a un ingresso.

Chi organizza un itinerario più ampio nel centro di Roma, incrociando questa tappa con le sedi del Museo Nazionale Romano e con le altre mete della zona di Termini, può trovare utili strumenti di pianificazione su Tour Leader Pro, mentre per un quadro più ampio sui trasporti e sulle mete del Lazio è una buona risorsa Italy Planner.

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