MuSEd – Museo della Scuola e dell’Educazione Mauro Laeng
Prima di mettersi in cammino, un avvertimento che cambia i piani: il MuSEd non si visita. La sede di piazza della Repubblica 10 è chiusa per i lavori di ristrutturazione dell'edificio e l'Università Roma Tre ha sospeso sia il servizio di consultazione sia l'accesso del pubblico, fino a nuova comunicazione. Chi si presenta al portone trova un cantiere, non un museo. Le collezioni, però, non sono sparite: sono state trasferite provvisoriamente nella sede dipartimentale di via del Castro Pretorio 20, e una parte del patrimonio gira la città con il progetto itinerante del museo.
Il dossier pratico, in breve. Indirizzo storico e legale: piazza della Repubblica 10, 00185 Roma, centralino 06 57332032. Collocazione provvisoria delle raccolte: via del Castro Pretorio 20, 00185 Roma, centralino 06 57339000 (per la stessa sede l'ateneo indica anche l'indirizzo di via Milazzo 11/b). Polo didattico del Dipartimento di Scienze della Formazione, dove in questi mesi è allestita la mostra fuori sede: via Principe Amedeo 182/b, centralino 06 57339200. Contatto unico per qualunque richiesta di consultazione, ricerca o visita: mused@uniroma3.it. Per le attività con le scuole e per gli eventi: eventi.mused@uniroma3.it. Recapiti telefonici indicati per il museo: 06 57339115 e 06 57339117. Non esiste biglietteria e non esiste un biglietto: il museo è una struttura universitaria e l'accesso, quando è consentito, avviene per appuntamento e a titolo gratuito. Non esiste nemmeno un orario di apertura continuato: il MuSEd apre su richiesta, non a calendario fisso.
Come ci si arriva, quando si tornerà ad arrivarci. Piazza della Repubblica ha la sua stazione sulla linea A della metropolitana, che porta il nome della piazza e del Teatro dell'Opera; da Termini si fa a piedi in cinque minuti abbondanti, risalendo via delle Terme di Diocleziano. Via del Castro Pretorio 20 è servita dalla stazione Castro Pretorio della linea B, a un paio di minuti di marcia, e dalla stessa stazione Termini, che è lo snodo di scambio fra le due linee. Via Principe Amedeo 182/b è il tratto fra Termini e piazza Vittorio: dalla stazione centrale sono sette o otto minuti a piedi. Tre indirizzi, un solo quadrante urbano, tutti dentro il Rione Castro Pretorio e l'Esquilino: qualunque sia la destinazione del giorno, la base logistica è Termini.
Il resto di questa guida serve a spiegare perché a un museo chiuso valga comunque la pena dedicare tempo, e come si fa a entrarci lo stesso: scrivendo, prenotando, oppure andando a cercare le sue vetrine dove il museo le ha portate. Per orientarsi fra le altre visite possibili in città c'è la pagina delle attrazioni turistiche di Roma.
Che cos'è davvero il MuSEd
Il MuSEd è il più antico museo italiano dedicato alla storia della pedagogia, della scuola e dell'educazione, e appartiene al Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università degli Studi Roma Tre. Detto così sembra una definizione da bacheca. Tradotto in termini concreti: è il posto dove sono finiti i banchi, i calamai, le lavagne, i quaderni, le pagelle, i sillabari, i registri dei maestri e i sussidi didattici che l'Italia ha usato per alfabetizzarsi, dall'Ottocento borbonico e sabaudo fino ai primi personal computer entrati in aula negli anni Ottanta. È un museo della memoria collettiva travestito da museo universitario.
La differenza rispetto a un museo civico è sostanziale e va capita subito, perché determina il modo di visitarlo. Un museo civico ha un botteghino, un orario, un custode e un percorso segnato. Il MuSEd ha un direttore che è un professore ordinario, uno staff ridotto, un consiglio scientifico e un pubblico che l'ateneo definisce, nell'ordine, comunità accademica, studiosi e cittadini. Questo significa che il museo esiste per essere studiato prima che per essere guardato, e che la porta si apre a chi motiva la richiesta. Non è snobismo: è la natura giuridica della cosa.
La mia opinione, dopo anni passati a portare gruppi nei musei romani: il MuSEd è uno dei tre o quattro luoghi della città che riescono a commuovere un adulto senza usare un solo capolavoro. Nessun Caravaggio, nessun marmo greco, nessuna sala affrescata. Solo un banco di scuola rurale degli anni Dieci con il buco per il calamaio, e la sensazione precisa che quel legno abbia ospitato qualcuno che poi ha fatto la Prima guerra mondiale. Chi cerca lo stupore estetico vada al Palazzo Massimo alle Terme, che è a trecento metri. Chi cerca di capire come si è fatta l'Italia, venga qui.
Il museo si riconosce nella definizione internazionale di museo elaborata dall'ICOM, istituzione permanente e senza scopo di lucro al servizio della società, e nello stesso tempo si presenta come strumento della cosiddetta Terza Missione universitaria, cioè quell'insieme di attività con cui l'università esce dai propri corridoi e parla al territorio. È una doppia natura che spiega molte cose: le mostre nelle biblioteche di quartiere, i laboratori per gli insegnanti, il lavoro di catalogazione condiviso con il servizio civile.
Dove si trova il MuSEd e come si accede oggi
L'indirizzo storico del MuSEd in piazza della Repubblica
La sede è al numero 10 di piazza della Repubblica, dentro l'edificio che i romani hanno chiamato per decenni il Magistero, cioè la vecchia Facoltà di Magistero poi confluita in Scienze della Formazione. L'ingresso è sotto i portici curvi che disegnano la piazza, alla destra di chi guarda la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri con le spalle a via Nazionale. Oggi quella porta è chiusa: l'ateneo ha comunicato che a causa dei lavori di ristrutturazione la sede non è aperta e non è possibile accedere al museo per le visite fino a nuova comunicazione.
Non è una chiusura simbolica né un rinvio di qualche settimana. Il cantiere riguarda l'edificio, non l'allestimento, e i cantieri edilizi universitari hanno tempi che nessuno annuncia in anticipo. Chi programma un viaggio a Roma nei prossimi mesi con l'idea di entrare in questo museo faccia i conti con la probabilità concreta di trovarlo ancora inaccessibile, e scriva prima all'indirizzo del museo per sapere come sono messe le cose.
La sede provvisoria del MuSEd in via del Castro Pretorio
Il patrimonio è stato spostato nella sede principale del Dipartimento di Scienze della Formazione, in via del Castro Pretorio 20, l'edificio che ospita segreterie didattiche, uffici amministrativi, studi dei docenti, sale convegni e la biblioteca dipartimentale. È una collocazione di servizio, non un allestimento museale: significa che i materiali sono lì, custoditi e in parte consultabili quando il servizio riprenderà, ma non che ci sia un percorso di visita da attraversare.
Vale la pena saperlo perché evita il viaggio a vuoto. Presentarsi in via del Castro Pretorio senza appuntamento, sperando di vedere i banchi e i sussidi, porta soltanto davanti a un portierato universitario. La strada per entrare passa da una mail, non da un citofono.
Come si prenota una consultazione al MuSEd
La procedura ordinaria, quando il servizio è attivo, è semplice e va rispettata alla lettera. Si scrive a mused@uniroma3.it chiedendo appuntamento e specificando che cosa si vuole vedere. Per l'archivio l'università chiede in più una lettera di presentazione che chiarisca la natura della ricerca: è la prassi di qualunque archivio storico serio e non deve intimidire, una tesi di laurea, un lavoro giornalistico documentato o una ricerca scolastica sono motivazioni pienamente accettabili. La consultazione avviene in sede, nella sala dedicata dell'archivio.
La biblioteca non presta. I volumi si leggono lì, previo appuntamento, e chi conta di portarsi a casa un abbecedario del 1890 può risparmiarsi la richiesta. È la regola di ogni fondo antico e ha una ragione ovvia: molti di questi libri esistono in pochissimi esemplari, e l'unico modo per averli ancora fra vent'anni è non farli uscire.
Come arrivare al MuSEd con i mezzi pubblici
Per piazza della Repubblica: metropolitana linea A, fermata Repubblica, uscita direttamente sulla piazza. Chi arriva a Roma Termini in treno può fare tutto a piedi, cinque o sei minuti lungo via delle Terme di Diocleziano, costeggiando il fianco delle terme antiche. Per via del Castro Pretorio: metropolitana linea B, fermata Castro Pretorio, oppure ancora Termini, che dista una decina di minuti di cammino. Per il polo didattico di via Principe Amedeo: si esce da Termini sul lato di via Giolitti e si prosegue verso piazza Vittorio Emanuele II.
Un consiglio da chi accompagna gruppi: in questo quadrante l'automobile è una condanna. La sosta intorno a piazza della Repubblica è a pagamento, scarsa e presidiata, e il traffico di via Nazionale nelle ore di punta è quello che è. Il treno regionale, la metropolitana o le proprie gambe risolvono il problema in un quarto del tempo.
La storia del MuSEd, dal 1874 a oggi
Poche istituzioni romane hanno una biografia altrettanto accidentata. Il museo nasce, muore, risorge, muore di nuovo e risorge ancora, quattro volte in centocinquant'anni, e ogni resurrezione porta il nome di un pedagogista diverso. Raccontarla per intero serve a capire perché oggi il MuSEd conservi materiali che nessun altro possiede.
1874: Ruggero Bonghi e il Museo di Istruzione e di Educazione
Il nucleo originario risale al 1874 e si deve a Ruggero Bonghi, allora ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia. L'Italia unita aveva un problema aritmetico prima che culturale: una popolazione in larghissima parte analfabeta e un corpo insegnante da costruire dal nulla. Il Museo di Istruzione e di Educazione fu concepito come strumento di formazione dei maestri, e per questo fu dotato fin da subito di una biblioteca di rilievo internazionale e di una raccolta degli arredi e degli strumenti didattici più avanzati che il mercato europeo offrisse.
La prima sede fu il liceo ginnasio Ennio Quirino Visconti, in piazza del Collegio Romano, al civico 4, nell'isolato che era stato il grande collegio dei Gesuiti. Al museo furono affiancati una biblioteca circolante, che prestava libri ai maestri, e un periodico intitolato Il Giornale del Museo. Fra i direttori dei primi anni figurano il geografo Giuseppe Dalla Vedova e il filosofo Antonio Labriola (Cassino 1843, Roma 1904), dal 1873 professore di filosofia morale e pedagogia nell'ateneo romano e, di lì a poco, il maggiore studioso italiano del marxismo, autore di Del materialismo storico nel 1896 e di Discorrendo di socialismo e di filosofia nel 1897. Che l'uomo del materialismo storico italiano abbia diretto un museo di banchi e sussidi didattici è uno di quei cortocircuiti che la storia dell'educazione riserva a chi la frequenta: per Labriola la pedagogia non era una disciplina minore, era il luogo dove una società decide che cosa vuole diventare.
1891: la prima chiusura
A circa vent'anni dalla fondazione arrivò la crisi organizzativa e la chiusura, nel 1891. È il destino ricorrente delle istituzioni culturali italiane fondate per slancio politico e mai dotate di una struttura amministrativa stabile: finito l'entusiasmo del ministro, finito il bilancio. Le raccolte si dispersero in parte, e questa dispersione spiega perché nei decenni successivi il lavoro dei direttori sia consistito soprattutto nel recuperare ciò che era stato smembrato.
1907: Luigi Credaro e il Museo Pedagogico
Nel 1907 il pedagogista Luigi Credaro, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Roma, riorganizzò la raccolta con la denominazione di Museo Pedagogico e la affiancò al corso di perfezionamento destinato ai licenziati delle scuole normali, cioè agli aspiranti maestri. Credaro divenne poi ministro della Pubblica Istruzione e legò il proprio nome alla legge del 4 giugno 1911, la Daneo-Credaro, che lasciò ai comuni le scuole dei capoluoghi di provincia e portò tutte le altre alle dipendenze dei provveditorati agli studi: lo Stato prendeva in mano l'istruzione elementare là dove i bilanci municipali non reggevano. Quella stessa legge consentiva, a certe condizioni, che un solo maestro insegnasse a orari diversi a due sezioni della stessa classe, che è il ritratto esatto della scuola rurale italiana di allora. Il museo, in quegli anni, era lo strumento di formazione di quella riforma.
In questa forma il museo restò attivo fino alla riforma Gentile del 1923, che riorganizzò l'intero sistema scolastico italiano e, fra molte altre conseguenze, tolse ossigeno all'istituzione.
1936: Giuseppe Lombardo Radice e la stagione più fertile
Fra il 1936 e il 1938 il museo riprese attività per iniziativa di Giuseppe Lombardo Radice (1879-1938), pedagogista siciliano, affiancato all'Istituto di Pedagogia della Facoltà di Magistero. Sono due anni soltanto, ma sono i due anni che hanno prodotto il fondo più prezioso oggi conservato al MuSEd. Lombardo Radice aveva collaborato con Giovanni Gentile alla stesura dei programmi elementari del 1923 e voleva verificare che cosa quella riforma avesse effettivamente prodotto nelle aule italiane. Così fece arrivare a casa propria, a Roma, i quaderni veri dei bambini veri, da ogni angolo del paese.
Il risultato è una collezione di 159 raccolte di quaderni di scuola primaria e alcuni diari di maestri, che coprono l'arco 1910-1937. Non esiste in Italia un altro corpus documentario che permetta di leggere la scuola del ventennio dalla parte dei banchi anziché da quella delle circolari ministeriali.
Il dopoguerra e Luigi Volpicelli
Nel corso dei decenni successivi l'istituzione cambiò più volte denominazione e passò per la direzione di altri intellettuali, fra i quali Luigi Volpicelli, ordinario di pedagogia e figura di primo piano del dibattito educativo del secondo dopoguerra. Ciascuno di questi passaggi ha lasciato un sedimento: documenti d'archivio, oggetti, periodici, libri. Il MuSEd di oggi è la somma stratificata di quei sedimenti.
1986: Mauro Laeng rimette insieme i pezzi
La configurazione attuale nasce nel 1986 grazie a Mauro Laeng, nato a Roma nel 1926 e morto a Teramo nel 2004, ordinario di pedagogia nell'università di Roma dal 1975 al 1996 e presidente del Centro nazionale italiano di tecnologie educative, il CNITE. Laeng recuperò il materiale variamente disperso, lo riorganizzò, lo ampliò e lo fece raccogliere dal dipartimento, dando vita a quello che allora si chiamava Museo storico della didattica. Fu un lavoro da rigattiere colto: cercare nei magazzini, nelle cantine, negli scantinati delle facoltà, riconoscere il valore di un mucchio di tavole parietali impolverate e salvarlo.
Chi era Laeng lo dicono i suoi titoli meglio di qualunque elogio: fondò e diresse dal 1966 la rivista Didattica delle scienze, firmò nel 1960 i Problemi di struttura della pedagogia e nel 1973 i Lineamenti di pedagogia, e diresse l'Enciclopedia pedagogica in sei volumi, uscita fra il 1989 e il 1993. Un teorico, quindi, che però credeva che la teoria dovesse poggiare su oggetti reali. Il museo è la conseguenza materiale di quella convinzione.
Dal 2005 il museo porta il suo nome. Laeng era morto l'anno prima, e l'intitolazione fu il modo dell'ateneo di riconoscere che senza di lui, oggi, non ci sarebbe nulla da conservare.
2018: la riapertura sotto la direzione di Lorenzo Cantatore
Nel 2018 il museo tornò accessibile al pubblico nella sede di piazza della Repubblica, sotto la direzione del professor Lorenzo Cantatore, con un allestimento che rendeva finalmente visibili i banchi e la cattedra di una scuola rurale degli anni Dieci, la lavagna, i pennini e i calamai, insieme a una sezione dedicata all'archivio didattico, con i registri dei maestri e i quaderni degli scolari del secolo scorso. Quella stagione di apertura è stata interrotta dai lavori in corso sull'edificio.
Chi dirige oggi il MuSEd
La direzione è affidata a Lorenzo Cantatore, la vicedirezione a Francesca Borruso. Il consiglio scientifico riunisce nove membri: la direttrice del Dipartimento di Scienze della Formazione Paola Perucchini, Francesca Borruso, Lorenzo Cantatore, Giovanna Capitelli, Chiara Lepri, Fridanna Maricchiolo, Chiara Meta, Ornella Martini ed Elena Zizioli. Lo staff operativo è ridotto e specializzato: Francesca Gagliardo per la consulenza bibliografica e archivistica e per le visite guidate, Giovanni Piero Maragoni per i servizi di biblioteca, Stefania Petrera per i servizi educativi e i rapporti con le scuole e il terzo settore, Piera Storari per biblioteca e comunicazione. Ci sono anche operatrici del servizio civile universale. Quando scrivete al museo, tenete presente che dall'altra parte c'è questo organico, non un call center: la cortesia e la precisione della richiesta fanno la differenza sui tempi di risposta.
Il patrimonio del MuSEd: biblioteca, archivio, oggetti
Il patrimonio del museo è organizzato in tre grandi tipologie documentarie che il dipartimento tiene distinte: l'oggettistica, la biblioteca e l'archivio. Sono tre modi diversi di conservare la stessa cosa, cioè la vita quotidiana della scuola italiana, e tre modi diversi di consultarla. Vale la pena guardarli uno per uno, perché la ricchezza di questo museo si capisce solo scendendo nel dettaglio.
La biblioteca del MuSEd
Circa ventimila volumi, tutti attinenti alle materie rappresentate nelle collezioni: pedagogia, didattica, educazione, letteratura per l'infanzia. Il numero, per una biblioteca specialistica universitaria, è ragguardevole; la composizione lo è ancora di più.
C'è la letteratura per l'infanzia, con i classici italiani e stranieri dell'Ottocento e con l'intera collana Scala d'Oro della UTET, quella dai dorsi dorati e dalle illustrazioni che chiunque abbia frequentato la casa dei nonni riconosce a colpo d'occhio. Ci sono le annate dei giornali e delle riviste per ragazzi del primo Novecento, che sono la fonte migliore per capire come si parlava ai bambini prima della televisione. Ci sono i testi scolastici di latino, italiano, storia, geografia e scienze, dal Settecento all'inizio del Novecento, con un'attenzione particolare ai manuali di epoca fascista: leggerli oggi, con l'apparato retorico intatto dentro un libro di aritmetica per la terza elementare, è un'esperienza che nessun saggio storico riesce a restituire. Ci sono infine i saggi di pedagogia e didattica, le riviste per insegnanti e le biblioteche personali di figure significative del campo educativo, entrate in blocco insieme ai rispettivi archivi.
Il patrimonio librario è parzialmente inventariato e catalogato. I dati bibliografici già lavorati si interrogano attraverso RomaTreDiscovery, il catalogo unico dell'ateneo; per le raccolte ancora in corso di catalogazione il museo pubblica elenchi specifici online. Chi cerca un titolo preciso faccia la ricerca prima di scrivere: arrivare con la segnatura in mano accorcia i tempi di tutti. La biblioteca, va ripetuto, non presta.
L'archivio del MuSEd
L'archivio conserva documentazione sulla storia della scuola e delle istituzioni educative e le carte di intellettuali del Novecento attivi nella pedagogia e nella letteratura per l'infanzia. Le tipologie sono quelle classiche di un archivio storico e insieme quelle particolarissime di un archivio scolastico: carteggi ed epistolari, documenti sciolti, bandi di concorso, relazioni, diari, registri scolastici, diplomi e attestati di epoche diverse.
I bandi di concorso meritano una parola a parte, perché sembrano la carta più arida del mondo e invece raccontano tutto: chi poteva accedere all'insegnamento, con quali titoli, con quale stipendio, con quali vincoli di residenza e di condotta. La storia sociale della professione docente italiana è dentro quei fogli.
Una parte crescente dei fondi archivistici è descritta e consultabile sulla piattaforma digitale archiUi, raggiungibile dal sito del museo. La consultazione in sede richiede la prenotazione via mail e la lettera di presentazione che espliciti la natura della ricerca.
Gli oggetti didattici del MuSEd
È la sezione che colpisce anche chi di scuola non vuole sapere nulla. L'elenco delle tipologie conservate, letto di fila, è un inventario dell'infanzia italiana.
Materiali per la scrittura e la lettura: abbecedari, pagelle, sillabari, quaderni, modelli di calligrafia di provenienza italiana, francese e inglese, manuali di stenografia, sussidi per l'insegnamento elementare della scrittura, della lettura e dell'aritmetica. Sussidi didattici veri e propri: intarsi didattici, materiali per l'alfabetizzazione, strumenti per l'istruzione tecnica e per quella musicale. Materiale visivo: stampe, litografie, disegni, manifesti e dischi. Arti applicate: ceramiche e dipinti di Duilio Cambellotti, e arredi scolastici disegnati da Alessandro Marcucci.
Poi la parte che fa alzare il sopracciglio agli addetti ai lavori: materiali di sviluppo e arredi scolastici provenienti dalla prima Casa dei Bambini di Maria Montessori. Non repliche, non materiale montessoriano generico prodotto in serie: gli oggetti della prima Casa dei Bambini. Se il metodo Montessori è oggi il prodotto pedagogico italiano più esportato al mondo, questi sono i suoi reperti fondativi.
Ancora: strumentazione scientifica storica proveniente dall'Istituto Santa Maria in Aquiro, cioè il gabinetto di fisica di un collegio romano di antica fondazione; collezioni di burattini e materiali didattici di Maria Luisa Bigiaretti e Gino Felci, perché il teatro di figura è stato per decenni uno strumento didattico serio e non un passatempo; i giornalini scolastici raccolti da Teresa Vergalli; bambole, marionette, teatrini, diorami, costruzioni. E infine, a chiudere il cerchio, i primi computer utilizzati nella scuola italiana e alcune macchine per insegnare di produzione britannica, i teaching machines dell'era comportamentista, che oggi fanno un effetto di archeologia industriale.
La mia opinione secca: la sezione degli oggetti vale da sola il viaggio, e vale soprattutto per chi ha figli. Mettere un ragazzino di dodici anni davanti a un banco biposto con il calamaio e alla macchina per insegnare degli anni Sessanta è il modo più rapido che conosco per fargli capire che la scuola è una costruzione storica e non una legge di natura.
Come si cercano i materiali del MuSEd da casa
Due strumenti, entrambi gratuiti. RomaTreDiscovery per i dati bibliografici e per una parte degli oggetti scolastici già schedati; la piattaforma archiUi, dedicata agli archivi del museo, per i fondi documentari via via descritti. Le pagine dei singoli fondi sul sito del dipartimento pubblicano inoltre gli elenchi dei materiali in corso di catalogazione. Chi lavora su un tema preciso, dalla storia dell'infanzia alla storia del libro illustrato, può quindi impostare la ricerca a distanza e presentarsi in sede sapendo già che cosa chiedere.
I fondi del MuSEd, uno per uno
Il museo ha acquisito nel tempo decine di fondi personali e istituzionali. L'elenco pubblicato dall'ateneo comprende, fra gli altri, i fondi Giuseppe Lombardo Radice, Ente Scuole per i Contadini, Maria Montessori, Istituto Santa Maria in Aquiro, Alfredo Bajocco e Marcellina Cappelli, Gino Felci, Cleofe Forti, CNITE, Armando Armando, Mario Alighiero Manacorda, Elena Sebastiani, Premio Luigi Malerba, Annunziata Armanni, Marcello Argilli, Albino Bernardini, Silvano Chiarantini, Ermanno Detti, Giuseppina Talarico, Maria Luisa Bigiaretti, Giovanni Gozzer e Pierluigi Cascioli, Luisa Marquardt, Teresa Vergalli, Carla Poesio, Felice Socciarelli e Irene Bernasconi, Giorgio Rossi, Gianna Marrone. Ne racconto qui i principali, quelli che da soli giustificano l'esistenza del museo.
Il fondo Giuseppe Lombardo Radice
È il tesoro. Centocinquantanove raccolte di quaderni di scuola primaria e alcuni diari di maestri, compresi fra il 1910 e il 1937, provenienti da realtà italiane fra le più disparate. Lombardo Radice li mise insieme fra il 1936 e il 1938, mentre dirigeva il Museo Pedagogico, e li radunò inizialmente nella sua abitazione romana. Lo scopo era preciso: valutare l'impatto reale della riforma scolastica del 1923, alla quale aveva contribuito collaborando con il ministro Giovanni Gentile alla stesura dei nuovi programmi elementari.
Vale la pena fermarsi su questo punto, perché è raro. Un pedagogista che ha scritto i programmi decide, tredici anni dopo, di andare a vedere che cosa quei programmi hanno prodotto nelle mani dei bambini, e lo fa raccogliendo i quaderni veri, con i disegni, gli errori, le correzioni in rosso del maestro, i temi sulla patria e i problemi di aritmetica. Non è un'operazione autocelebrativa: è una verifica sul campo, condotta da chi rischiava di scoprire di aver sbagliato.
Il fondo comprende anche la corrispondenza privata dello studioso, con la moglie, i figli e molte figure della cultura del tempo, la sua biblioteca personale, donata nel 2004, e una collezione fotografica di 423 pezzi, donata nel 2020 dai nipoti. Lombardo Radice morì nel 1938 e la raccolta si chiuse con lui: quei quaderni sono l'ultima cosa che ha fatto, e si legge.
Il fondo Ente Scuole per i Contadini
È la storia più bella conservata al MuSEd, e quasi nessuno la conosce. All'inizio del Novecento un gruppo di donne della sezione romana dell'Unione Femminile Nazionale, guidate da Anna Fraentzel Celli (1878-1958), moglie del professor Angelo Celli (1857-1914), decise di alfabetizzare le popolazioni rurali dell'Agro romano. L'iniziativa era il complemento educativo della battaglia che Celli conduceva contro la malaria endemica della zona: il chinino da una parte, l'alfabeto dall'altra, perché un bracciante che sa leggere sa anche leggere le istruzioni della profilassi.
Alla direzione delle scuole arrivò presto l'educatore Alessandro Marcucci. Le prime aule furono ricavate dove capitava: capanne, stalle, vagoni ferroviari dismessi, chiese. Scuole festive, serali e diurne, che dall'Agro romano si diffusero poi verso l'Agro pontino, accompagnate dagli asili. Nel 1912 Marcucci progettò a Colle di Fuori, presso Rocca Priora, il primo edificio scolastico in muratura dell'Ente, e Duilio Cambellotti lo decorò con trittici in legno di soggetto rurale dipinti a tempera e con le maioliche della facciata. Attorno all'impresa gravitarono il poeta Giovanni Cena, la scrittrice Sibilla Aleramo e il letterato Carlo Segrè.
Il fondo fu donato al museo nel 1991 dal dottor Sebastiano Piana e documenta l'attività dell'Ente dal 1908 al 1995: registri dei verbali e delle scuole, partitario degli asili, atti e carteggio, registri di protocollo, libri cassa, una raccolta fotografica e opere artistiche di Cambellotti. Chi ama il Liberty romano e conosce Cambellotti solo per i vetri e i manifesti dovrebbe sapere che l'artista dedicò anni a dipingere pannelli per bambini scalzi dell'Agro. È il capitolo meno mondano e più nobile della sua biografia.
Il fondo Maria Montessori
Documenti e materiali legati a Maria Montessori, con al centro gli arredi e i materiali di sviluppo provenienti dalla prima Casa dei Bambini. Su questo fondo il museo è avaro di dettagli pubblici, e la ragione è ovvia: si tratta di oggetti di valore internazionale, richiestissimi in prestito per le mostre e delicatissimi da movimentare. Chi lavora su Montessori scriva al museo motivando la ricerca.
Il fondo Istituto Santa Maria in Aquiro
Dall'antico istituto romano proviene la strumentazione scientifica storica del suo gabinetto di fisica. Sono ottoni, legni, lenti, macchine elettrostatiche e apparecchi dimostrativi che servivano a mostrare agli allievi il principio prima della formula. Oggi valgono doppio: come storia della scienza e come storia della didattica della scienza, che non è la stessa cosa.
Il fondo Mario Alighiero Manacorda
Mario Alighiero Manacorda (1914-2013) è stato uno dei maggiori storici italiani dell'educazione, dall'antichità all'età contemporanea. Il fondo conserva documenti ed epistolari, opuscoli e stampati, materiali di ricerca sulla storia dell'educazione in Italia e in paesi europei ed extraeuropei, con particolare attenzione ai paesi socialisti della seconda metà del Novecento, e le carte della sua attività politica nel Partito Comunista Italiano, concentrata sulla politica scolastica e sulla laicità della scuola nell'Italia del dopoguerra. Gli eredi hanno donato l'archivio nel 2015; l'archivio privato e la biblioteca personale sono arrivati nel 2019. La prima parte è già consultabile su archiUi.
Il fondo Albino Bernardini
Albino Bernardini (1917-2015) fu maestro elementare, e Gianni Rodari lo definì un maestro militante. Il suo nome è legato alla borgata romana di Pietralata, dove insegnò a bambini che la scuola aveva già scartato e li portò a leggere e a scrivere. Collaborò con L'Unità, Paese Sera e L'Unione Sarda. Il figlio Francesco ha donato al museo, nel 2018, l'intero archivio e la biblioteca: carteggi, manoscritti di articoli, romanzi e racconti, i lavori degli alunni, i classici della pedagogia contemporanea, fotografie, disegni, filmini, e persino la macchina da scrivere e il registratore con cui lavorava. Il registratore, in particolare, dice più di cento pagine di metodo: Bernardini registrava le voci dei suoi ragazzi perché si ascoltassero.
Il fondo Teresa Vergalli
Teresa Vergalli, nata nel 1927, fu staffetta partigiana in Emilia-Romagna fra il 1944 e il 1945, poi dirigente dell'Unione Donne Italiane e redattrice di Noi Donne. Negli anni Settanta e Ottanta insegnò nella scuola elementare Don Paolo Albera, a Cinecittà, applicando le pratiche del Movimento di Cooperazione Educativa e fondando con i suoi alunni il giornalino scolastico Senza Paura. Il fondo, donato nel 2019, conserva le copie originali di quei giornalini e le sue pubblicazioni. Il titolo scelto dai bambini, sessant'anni fa, resta la cosa più bella del museo.
Il fondo Cleofe Forti
Cleofe Forti (1888-1972) insegnò nel Lazio e in Calabria fino al 1925, poi diresse scuole elementari italiane all'estero fino al 1947. Il fondo, donato nel 2009 dalla professoressa Rossana Forti, conserva i documenti relativi alla storia della sua carriera magistrale. È il tipo di archivio che a prima vista sembra minore e che invece permette di ricostruire un pezzo di storia della presenza italiana nel mondo attraverso le sue scuole.
I fondi della letteratura per l'infanzia al MuSEd
Una costellazione di nomi che chi si occupa di libri per bambini riconosce subito: Marcello Argilli, Ermanno Detti, Carla Poesio, il fondo del Premio Luigi Malerba, Gianna Marrone, Maria Luisa Bigiaretti con i suoi burattini, Luisa Marquardt per la biblioteconomia scolastica. Insieme fanno del MuSEd uno dei luoghi italiani meglio attrezzati per studiare la letteratura per l'infanzia del Novecento, alla pari delle raccolte specialistiche delle grandi biblioteche pubbliche. Chi frequenta la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, che è a quattro passi, dovrebbe sapere che a poche centinaia di metri esiste questo secondo giacimento, molto meno battuto.
Il MuSEd va in città: il museo che esce di casa
Con la sede chiusa, il museo ha fatto la scelta che avrebbero dovuto fare molte istituzioni italiane in analoga difficoltà: invece di aspettare la fine del cantiere, ha portato il proprio patrimonio fuori dalle proprie mura. Il progetto si chiama Il MuSEd va in città e ha come sottotitolo una dichiarazione di intenti, il museo che incontra le comunità. Il modello dichiarato è quello dei musei itineranti: esposizioni tematiche allestite in strutture sociali, scolastiche, sanitarie e culturali della Città metropolitana di Roma, accompagnate da laboratori, incontri e iniziative aperte a pubblici diversi.
La prima tappa alla biblioteca Moby Dick
La prima tappa si è svolta al Moby Dick, biblioteca e hub culturale di via Edgardo Ferrati 3, fra l'11 dicembre 2025 e il 2 febbraio 2026, con due iniziative dai titoli parlanti, L'Albero di Natale del MuSEd e Ricette per leggere ad alta voce. Portare i materiali di un museo universitario dentro una biblioteca di quartiere, e non in una sala nobile del centro, è una scelta politica prima che museografica. La condivido senza riserve.
La seconda tappa: L'acchiapparicordi
La seconda tappa è quella in corso adesso ed è la ragione per cui questa guida non finisce con un cartello di chiusura. L'esposizione si intitola L'acchiapparicordi ed è allestita nell'Aula 1 del Polo didattico del Dipartimento di Scienze della Formazione, in via Principe Amedeo 182/b, dal 23 giugno al 31 ottobre 2026. La cerimonia di presentazione si è tenuta il 23 giugno 2026 dalle 17.30 alle 19.00 nella stessa aula.
Trattandosi di uno spazio universitario, gli orari di accesso seguono quelli del Polo didattico e conviene concordare la visita scrivendo al museo, soprattutto per i gruppi. Chi si trova a Roma fra settembre e la fine di ottobre 2026 ha qui l'unica occasione ragionevole di vedere qualcosa delle collezioni senza aspettare la riapertura della sede storica. Andateci nel tardo pomeriggio, quando le aule si svuotano: si guarda meglio e si parla con chi presidia la mostra.
Il MuSEd e le scuole: laboratori e percorsi per insegnanti
Una delle attività più solide del museo riguarda gli insegnanti, non i turisti. Il programma dedicato alle scuole di Roma e della città metropolitana propone percorsi di visita costruiti per docenti, dirigenti e studenti universitari dei corsi di area educativa. Nell'anno accademico 2022-2023, per dare un'idea del taglio, il calendario contava dieci seminari tematici su questioni come gli stereotipi di genere nell'editoria scolastica, l'arredo dell'aula come strumento pedagogico, le pratiche didattiche storiche lette attraverso i materiali d'archivio, l'educazione ambientale e il senso di appartenenza ecologica, gli approcci letterari e multimediali ai testi classici.
La struttura di ciascun incontro è articolata in quattro fasi: introduzione storica al museo, esplorazione delle collezioni, approfondimento tematico e laboratorio operativo per progettare percorsi curricolari interdisciplinari. Ogni sessione dura quattro ore, con fasce orarie del mattino dalle 9.00 alle 13.00 e del pomeriggio dalle 14.30 alle 18.30, per un massimo di venti partecipanti a visita. Le prenotazioni passano dall'indirizzo eventi.mused@uniroma3.it.
Un'osservazione da professionista: il limite di venti persone non è un capriccio. Nelle sale di questo museo, quando saranno di nuovo agibili, una classe intera di venticinque ragazzi non entra comodamente e soprattutto non sente. Chi organizza un'uscita didattica pensi a due turni, non a uno.
Piazza della Repubblica, il contesto urbano del MuSEd
Il museo non è capitato per caso in questa piazza, ma la piazza da sola meriterebbe una guida. Fino al 1960 si chiamava piazza dell'Esedra, e il nome vecchio spiega la forma meglio di quello nuovo: l'emiciclo che vediamo ricalca l'esedra monumentale delle Terme di Diocleziano, la grande struttura curva, ampia all'incirca centoquaranta metri di diametro, che serviva da spazio per assistere agli esercizi ginnici. Le terme furono costruite fra il 298 e il 306 dopo Cristo e occupavano un'area di circa 361 metri per 376.
I due palazzi porticati che chiudono la curva sono opera di Gaetano Koch e furono costruiti fra il 1896 e il 1902, ricalcando volutamente la semicirconferenza antica: portici monumentali con arcate a tutto sesto e soffitti a cassettoni, tre piani, lesene ioniche e coronamenti scultorei in marmo. Un caso raro, in Roma umbertina, di architettura nuova che accetta di essere il calco di un rudere e ne esce bene.
Al centro c'è la Fontana delle Naiadi di Mario Rutelli, la cui vicenda è più movimentata di quanto sembri. I quattro gruppi bronzei delle ninfe furono collocati nel 1901 e fecero scandalo per la nudità; nel 1911 si aggiunse il gruppo centrale del Glauco; la versione definitiva, con la figura maschile alta cinque metri che stringe un delfino, venne inaugurata nel 1914. Tredici anni per una fontana, con polemiche morali annesse: molto romano.
Sul lato opposto si apre la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, ricavata da Michelangelo nel frigidario delle terme fra il 1563 e il 1566, dove sopravvivono otto colonne monolitiche di granito rosa egiziano alte circa quattordici metri e le proporzioni originarie dell'ambiente antico, con le tre volte a botte. Chi visita il quartiere pensando alle scuole faccia questo esercizio mentale: qui, in un raggio di duecento metri, ci sono un impianto termale imperiale, una chiesa michelangiolesca, una piazza umbertina e un museo della scuola elementare. Roma è questa stratificazione, non una cartolina.
Cosa vedere intorno al MuSEd in dieci minuti a piedi
La chiusura del museo non condanna la giornata, perché il quadrante è uno dei più densi della città. Le Terme di Diocleziano sono letteralmente dietro l'angolo e conservano il grande chiostro cinquecentesco e le sezioni del Museo Nazionale Romano. L'Aula Ottagona, poco distante, è quel che resta di un altro ambiente del medesimo impianto termale ed è uno degli spazi meno frequentati e più belli del complesso.
A trecento metri, in largo di Villa Peretti, c'è il Palazzo Massimo alle Terme con le pitture parietali di età romana e le sculture del Museo Nazionale Romano: se dovessi scegliere un solo museo archeologico per un visitatore che ha mezza giornata, sceglierei quello. Verso Castro Pretorio si arriva alla Biblioteca Nazionale Centrale, una delle due biblioteche nazionali centrali italiane, con quella di Firenze. Risalendo via Nazionale, cinque minuti, si incontra il Palazzo delle Esposizioni. Sull'altro versante, sull'Esquilino, si sale a Santa Maria Maggiore, con i mosaici paleocristiani della navata.
Chi invece vuole restare sul tema, cioè i musei universitari e scientifici, ha in città una rete straordinaria e trascurata: il Museo di Fisica, il Museo di Chimica Primo Levi, il Museo di Antropologia G. Sergi, il Museo Erbario, il Museo di Storia della Medicina e la collezione di matematica della Sapienza. Quasi tutti funzionano con la stessa logica del museo della scuola: appuntamento, personale accademico, ingresso libero. Per le famiglie con bambini piccoli, l'alternativa dichiaratamente ludica è Explora, al Flaminio.
Due suggerimenti tematici in più, per chi ha preso gusto alla storia italiana raccontata dalle carte: il Museo Centrale del Risorgimento al Vittoriano e il Museo Storico della Liberazione di via Tasso, che è a un quarto d'ora e lascia il segno. Chi ama la storia della scrittura e del libro trova poi il Museo delle Scritture Aldo Manuzio e le grandi biblioteche storiche, dalla Casanatense all'Angelica.
Una curiosità su MuSEd – Museo della Scuola e dell’Educazione Mauro Laeng
La curiosità non riguarda un oggetto, riguarda un uomo. Il primo direttore di rilievo di questa istituzione, negli anni Settanta dell'Ottocento, fu Antonio Labriola: lo stesso Labriola che sarebbe diventato il maggiore studioso italiano del marxismo, l'autore di Del materialismo storico nel 1896 e di Discorrendo di socialismo e di filosofia nel 1897, il corrispondente di Friedrich Engels. Nato a Cassino nel 1843 e morto a Roma nel 1904, dal 1873 insegnava filosofia morale e pedagogia nell'ateneo romano.
Ora, provate a tenere insieme le due immagini. Da una parte il filosofo che discute di lotta di classe con la socialdemocrazia tedesca. Dall'altra il funzionario che ordina cataloghi di banchi, sceglie quali carte geografiche murali acquistare, decide se un sillabario meriti di entrare nella biblioteca circolante che spediva libri ai maestri di provincia. Non sono due vite separate: sono la stessa. Labriola aveva capito prima di quasi tutti che l'aula elementare è il luogo dove una società riproduce se stessa, e che chi controlla l'abbecedario controlla il futuro. Un museo di sussidi didattici, in quella prospettiva, non è un magazzino di cianfrusaglie: è un laboratorio politico.
Aggiungo il dettaglio che mi diverte di più. Accanto a Labriola, fra i direttori delle prime stagioni, compare Giuseppe Dalla Vedova, geografo, uno dei fondatori della geografia scientifica italiana. Un filosofo marxista e un geografo positivista che si passano le chiavi dello stesso museo scolastico nel giro di pochi anni: la storia dell'istruzione italiana comincia con questa strana coppia, e nessuna targa in piazza della Repubblica lo racconta.
Una cosa che non ti dice nessuno su MuSEd – Museo della Scuola e dell’Educazione Mauro Laeng
Che non si visita come si visita un museo. È la cosa più importante e la trovate scritta da nessuna parte nelle liste di attrazioni romane, che continuano a elencare questo indirizzo accanto ai Musei Capitolini come se bastasse presentarsi.
Il MuSEd è una struttura di ateneo. Anche quando la sede storica sarà riaperta, non avrà un botteghino, non avrà un orario continuato di apertura, non avrà un custode in ogni sala. Funziona per appuntamento: si scrive a mused@uniroma3.it, si spiega che cosa si vuole vedere e perché, si concorda un giorno. Per l'archivio serve in aggiunta una lettera di presentazione che dichiari la natura della ricerca. La biblioteca non presta i volumi: si consultano in sede. L'ingresso è libero e non prevede biglietto, le aperture seguono un calendario annuale e altre se ne concordano su prenotazione. Tradotto: la porta si apre, ma bisogna bussare per iscritto.
La seconda cosa che nessuno dice è che questa non è una scomodità, è una fortuna. Chi ottiene l'appuntamento non trova la folla, trova una persona dello staff che apre le vetrine e racconta. Francesca Gagliardo cura la consulenza bibliografica e archivistica e accompagna le visite; Stefania Petrera segue i servizi educativi. Sono visite di un'ora abbondante, spesso di più, condotte da chi conosce ogni pezzo. Nessun museo civico romano offre nulla di simile, a nessun prezzo. Il MuSEd lo fa gratuitamente, a chi si prende la briga di scrivere una mail decente.
Il consiglio che ti do per visitare MuSEd – Museo della Scuola e dell’Educazione Mauro Laeng
Primo: prima di qualunque cosa, scrivete. Una mail a mused@uniroma3.it con tre righe che dicano chi siete, che cosa vi interessa e in quali giorni siete a Roma vale più di qualsiasi ricerca online. Vi risponderanno dicendovi se e come si può accedere, e in questa fase di cantiere è l'unico modo per non fare un viaggio inutile.
Secondo: preparate la visita. Questo è un museo che premia chi arriva informato. Passate un'ora su RomaTreDiscovery e sulla piattaforma archiUi, individuate due o tre pezzi che vi interessano davvero, un fondo, una collana, una tipologia di oggetto, e chiedeteli per nome. La differenza fra il visitatore generico e il visitatore che chiede di vedere i quaderni del fondo Lombardo Radice del 1928 è la differenza fra un giro e un'esperienza.
Terzo, e vale doppio se avete figli: portateli, ma dategli un compito. Che cerchino il loro nome fra i quaderni, che confrontino la pagella del bisnonno con la propria, che provino a leggere la calligrafia inglese dei modelli ottocenteschi. Un museo di oggetti scolastici davanti a un bambino annoiato diventa un mobilificio; davanti a un bambino con una domanda in testa diventa una macchina del tempo.
Quarto, un consiglio contrarian: mentre la sede è chiusa, andate a vedere il museo dove si è trasferito, cioè nelle sue mostre fuori sede. L'esposizione L'acchiapparicordi, in via Principe Amedeo 182/b fino al 31 ottobre 2026, non sostituisce le sale di piazza della Repubblica, ma ha un pregio che le sale non hanno: è pensata per essere attraversata da chiunque passi, senza appuntamento e senza lettera di presentazione.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che il museo conserva materiali e arredi provenienti dalla prima Casa dei Bambini di Maria Montessori. E in Italia lo sanno in poche centinaia di persone.
Il metodo Montessori è, con ogni probabilità, il prodotto culturale italiano più diffuso al mondo dopo la cucina: scuole in ogni continente, una bibliografia sterminata, un mercato enorme di materiali in acero e faggio venduti alle famiglie di mezzo pianeta. Tutto questo nasce a Roma, in un quartiere popolare, dentro un esperimento di edilizia sociale. Gli oggetti fondativi di quell'esperimento, gli incastri, i solidi, gli arredi a misura di bambino che rovesciarono l'idea stessa di aula, non sono in un museo nazionale con la coda all'ingresso. Sono in un museo universitario chiuso per lavori, a duecento metri dalla stazione Termini, e per vederli bisogna scrivere una mail.
Trovo che questa sproporzione dica molto sull'Italia, e non solo in male. Dice che il patrimonio è dove è stato prodotto e dove qualcuno lo ha salvato, non dove il marketing lo collocherebbe. Dice anche che chi si occupa seriamente di educazione, in questo paese, ha sempre lavorato in sedi provvisorie e con mezzi scarsi, e ha comunque prodotto cose che il mondo ha copiato. Il museo, in fondo, è il monumento a questa ostinazione.
Il corollario pratico, per chi programma una ricerca: se lavorate su Montessori, il MuSEd va nella lista delle sedi da interpellare accanto alle istituzioni montessoriane più note. Molti non lo fanno, e si perdono la fonte materiale.
La foto giusta da fare a MuSEd – Museo della Scuola e dell’Educazione Mauro Laeng
Dentro il museo, quando si potrà, la foto giusta è una sola e non è quella che tutti tentano. Tutti fotografano il banco intero, di tre quarti, con la cattedra sullo sfondo: viene una cartolina nostalgica e non dice nulla. La foto che funziona è il dettaglio del piano inclinato del banco, ravvicinato, con il foro del calamaio in primo piano e le incisioni fatte con il pennino dai bambini che ci sono passati. Luce laterale, nessun flash, messa a fuoco sul legno. In quell'inquadratura si vede il tempo.
La seconda foto da portarsi a casa è una doppia pagina di quaderno del fondo Lombardo Radice, se lo staff autorizza la ripresa: la calligrafia infantile, il timbro, la correzione in matita rossa. Attenzione, però: la fotografia dei materiali d'archivio è sempre soggetta ad autorizzazione, e la richiesta va fatta prima, per iscritto, insieme alla prenotazione. Nessun archivio serio ammette che si arrivi con il telefono acceso e si decida sul posto.
All'esterno, invece, la fotografia si fa comunque, anche adesso che il portone è chiuso. La sede è sotto i portici curvi di Gaetano Koch, e il colonnato di piazza della Repubblica al tramonto, con la luce che scivola radente sotto le arcate a tutto sesto e i cassettoni in ombra, è uno degli scorci meno fotografati e più fotogenici del centro. Mettetevi al centro della piazza, davanti alla Fontana delle Naiadi, e inquadrate l'emiciclo con la basilica di Santa Maria degli Angeli sulla destra: entrano in un colpo solo l'antico, il rinascimentale, l'umbertino e, dietro una di quelle finestre, il museo della scuola italiana. Ora d'oro, non mezzogiorno.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La cronologia di questa istituzione è una sequenza di aperture e chiusure che vale la pena scandire, perché ogni data corrisponde a una svolta della scuola italiana.
1874: Ruggero Bonghi, ministro della Pubblica Istruzione, istituisce il Museo di Istruzione e di Educazione presso il liceo ginnasio Ennio Quirino Visconti, in piazza del Collegio Romano. Nasce con una biblioteca di rilievo internazionale e una raccolta di arredi e strumenti didattici d'avanguardia, per formare i maestri di un paese in gran parte analfabeta.
Anni Settanta e Ottanta dell'Ottocento: la direzione passa fra Giuseppe Dalla Vedova e Antonio Labriola. Escono la biblioteca circolante e il periodico Il Giornale del Museo.
1891: chiusura. Crisi organizzativa, dispersione dei materiali.
1907: Luigi Credaro riorganizza tutto come Museo Pedagogico e lo affianca al corso di perfezionamento per i licenziati delle scuole normali. Quattro anni dopo, da ministro, firmerà la legge Daneo-Credaro del 4 giugno 1911.
1923: la riforma Gentile chiude di fatto la seconda vita del museo.
1936-1938: Giuseppe Lombardo Radice lo riattiva presso l'Istituto di Pedagogia della Facoltà di Magistero e raccoglie, in due soli anni, le 159 raccolte di quaderni scolastici che oggi sono il pezzo forte delle collezioni.
1986: Mauro Laeng recupera il materiale disperso, lo riordina e fonda il museo nella forma attuale presso il dipartimento di Roma Tre.
1991: arriva in dono, dal dottor Sebastiano Piana, l'archivio dell'Ente Scuole per i Contadini, con le carte e le opere di Duilio Cambellotti.
2005: l'istituzione viene intitolata a Mauro Laeng, morto l'anno precedente.
2018: riapertura al pubblico sotto la direzione di Lorenzo Cantatore, con l'allestimento dell'aula rurale e dell'archivio didattico.
2015, 2018, 2019, 2020: si susseguono le grandi donazioni novecentesche, i fondi Manacorda, Bernardini, Vergalli e le fotografie di Lombardo Radice.
2025-2026: la sede di piazza della Repubblica va in ristrutturazione, le collezioni si spostano a via del Castro Pretorio, il museo esce di casa con il progetto Il MuSEd va in città.
Chi è passato da MuSEd – Museo della Scuola e dell’Educazione Mauro Laeng
L'elenco dei nomi legati a questa istituzione è, di fatto, l'indice di un manuale di storia dell'educazione italiana. Ruggero Bonghi la fonda da ministro. Giuseppe Dalla Vedova, geografo, e Antonio Labriola, filosofo, la dirigono nell'Ottocento. Luigi Credaro la rifonda nel 1907 e diventa ministro. Giuseppe Lombardo Radice la riattiva nel 1936 e le lascia il fondo più prezioso. Luigi Volpicelli la guida nel dopoguerra. Mauro Laeng la salva nel 1986 e le dà il nome che porta oggi. Lorenzo Cantatore la riapre nel 2018 e la dirige adesso.
Ma i personaggi non finiscono con i direttori, perché in un museo di questo tipo passano anche le persone attraverso le loro carte. Maria Montessori è qui con gli arredi e i materiali della prima Casa dei Bambini. Duilio Cambellotti è qui con le ceramiche e i dipinti eseguiti per le scuole dell'Agro romano, e con lui Alessandro Marcucci, che quelle scuole le diresse e ne disegnò gli arredi. Anna Fraentzel Celli, che l'impresa la avviò con le donne dell'Unione Femminile Nazionale, e il marito Angelo Celli, il medico della battaglia contro la malaria. Attorno a loro Giovanni Cena, Sibilla Aleramo, Carlo Segrè.
Poi il Novecento lungo: Mario Alighiero Manacorda, storico dell'educazione e dirigente comunista, con il suo archivio politico sulla laicità della scuola; Albino Bernardini, il maestro di Pietralata che Gianni Rodari chiamò maestro militante; Teresa Vergalli, staffetta partigiana e poi maestra a Cinecittà, con il giornalino Senza Paura scritto dai suoi bambini; Cleofe Forti, che diresse le scuole italiane all'estero fino al 1947. E la squadra della letteratura per l'infanzia: Marcello Argilli, Ermanno Detti, Carla Poesio, il Premio Luigi Malerba, Maria Luisa Bigiaretti con i burattini, Gino Felci.
Non è passata di qui nessuna testa coronata, e va benissimo così. Sono passati i maestri, che è una categoria che l'Italia ha usato molto e ringraziato poco.
Domande veloci su MuSEd – Museo della Scuola e dell’Educazione Mauro Laeng
Il MuSEd è aperto in questo momento?
No. La sede di piazza della Repubblica 10 è chiusa per i lavori di ristrutturazione dell'edificio, il servizio di consultazione è sospeso e non è possibile accedere per le visite fino a nuova comunicazione dell'università.
Dove sono finite le collezioni del MuSEd durante la chiusura?
Sono state trasferite provvisoriamente nella sede del Dipartimento di Scienze della Formazione di via del Castro Pretorio 20, che non è però uno spazio espositivo aperto al pubblico.
Quanto costa entrare al MuSEd?
Nulla. Non esiste biglietteria e l'ingresso è libero: si tratta di un museo universitario, non di un museo civico o statale, e l'accesso avviene per appuntamento.
Come si prenota una visita al MuSEd?
Scrivendo a mused@uniroma3.it e indicando che cosa si desidera consultare o vedere. Per le attività con le scuole e per gli eventi l'indirizzo è eventi.mused@uniroma3.it.
Qual è l'indirizzo esatto del MuSEd?
Piazza della Repubblica 10, 00185 Roma. Le collezioni sono temporaneamente in via del Castro Pretorio 20, sempre nel 00185, e il polo didattico che ospita le mostre fuori sede è in via Principe Amedeo 182/b.
Qual è il numero di telefono del MuSEd?
Per il museo sono indicati i numeri 06 57339115 e 06 57339117. Il centralino della sede di piazza della Repubblica è 06 57332032, quello di via del Castro Pretorio 06 57339000, quello del polo didattico di via Principe Amedeo 06 57339200.
Chi gestisce il MuSEd?
Il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Università degli Studi Roma Tre. È quindi un museo universitario pubblico, non una fondazione privata e non un museo comunale.
Chi è il direttore del MuSEd?
Lorenzo Cantatore. La vicedirezione è affidata a Francesca Borruso e il museo ha un consiglio scientifico di nove membri.
Perché il museo si chiama Mauro Laeng?
Perché nel 1986 il pedagogista Mauro Laeng recuperò e riorganizzò i materiali dispersi delle raccolte precedenti, rifondando di fatto l'istituzione. Il museo porta il suo nome dal 2005.
Quanto è antico il MuSEd?
Il nucleo originario risale al 1874: è la più antica istituzione museale italiana dedicata alla storia della pedagogia, della scuola e dell'educazione.
Che cosa si vede al MuSEd?
Arredi e oggetti scolastici, abbecedari, sillabari, quaderni, pagelle, modelli di calligrafia, sussidi didattici, tavole e stampe, materiali montessoriani della prima Casa dei Bambini, strumenti scientifici, burattini e giocattoli didattici, e persino i primi computer entrati nella scuola italiana.
Quanto dura la visita al MuSEd?
I percorsi strutturati per docenti e studenti durano quattro ore e comprendono introduzione storica, esplorazione delle collezioni, approfondimento tematico e laboratorio. Una visita ordinaria richiede almeno un'ora, meglio due.
Il MuSEd è adatto ai bambini?
Sì, ma con un adulto che racconti. Gli oggetti parlano ai bambini più di quanto si creda, purché qualcuno spieghi che cos'è un calamaio. Per una proposta interamente costruita sul gioco, l'alternativa in città è Explora, il museo dei bambini di Roma.
Si possono fare fotografie al MuSEd?
Per i materiali d'archivio e librari la ripresa fotografica è soggetta ad autorizzazione, che va chiesta insieme alla prenotazione. Meglio concordare tutto per iscritto prima di presentarsi.
Si possono prendere in prestito i libri della biblioteca del MuSEd?
No. La biblioteca non effettua prestiti: i volumi si consultano in sede, su appuntamento.
Serve una lettera di presentazione per consultare l'archivio del MuSEd?
Sì. Per l'accesso ai fondi archivistici l'università chiede una lettera che espliciti la natura della ricerca, oltre alla prenotazione via posta elettronica.
Quanti volumi conserva la biblioteca del MuSEd?
Circa ventimila, dedicati a pedagogia, didattica, educazione e letteratura per l'infanzia, con periodici per ragazzi del primo Novecento e testi scolastici dal Settecento al Novecento.
Si può consultare il patrimonio del MuSEd online?
In parte sì. I dati bibliografici e una porzione degli oggetti scolastici si cercano su RomaTreDiscovery; i fondi archivistici via via descritti sono pubblicati sulla piattaforma archiUi dedicata agli archivi del museo.
Che cos'è il fondo Lombardo Radice?
Una raccolta di 159 gruppi di quaderni di scuola primaria e alcuni diari di maestri, dal 1910 al 1937, messa insieme dal pedagogista fra il 1936 e il 1938 per verificare gli effetti della riforma scolastica del 1923. Comprende anche il carteggio privato, la biblioteca personale e 423 fotografie.
Il MuSEd ha materiali di Maria Montessori?
Sì: materiali di sviluppo e arredi scolastici provenienti dalla prima Casa dei Bambini, oltre a documenti. È uno dei nuclei più importanti del museo.
Come si arriva al MuSEd con la metropolitana?
Per piazza della Repubblica, linea A, fermata Repubblica. Per via del Castro Pretorio, linea B, fermata Castro Pretorio. Da Roma Termini, che è lo scambio fra le due linee, si raggiungono entrambe le sedi a piedi in pochi minuti.
Il MuSEd è accessibile alle persone con disabilità motoria?
La sede è attualmente in ristrutturazione e le condizioni di accessibilità andranno verificate alla riapertura: chi ha esigenze specifiche le segnali nella mail di prenotazione, così da concordare la soluzione praticabile.
C'è un guardaroba o un deposito bagagli al MuSEd?
No. È una struttura universitaria, non un museo attrezzato per il turismo: chi arriva dalla stazione con le valigie le lasci al deposito bagagli di Termini.
Il MuSEd partecipa alle domeniche gratuite dei musei?
No, perché l'iniziativa riguarda i musei statali e civici. Qui l'ingresso è comunque gratuito, ma su appuntamento.
Che differenza c'è fra il MuSEd e gli altri musei universitari romani?
Il modello di accesso è lo stesso, per appuntamento e senza biglietto, ma il tema è unico: nessun'altra raccolta italiana documenta con questa continuità la storia della scuola e dell'educazione dal 1874 a oggi.
Il MuSEd organizza mostre fuori dalla propria sede?
Sì. Il progetto Il MuSEd va in città porta le collezioni in biblioteche, scuole e strutture sociali e sanitarie della Città metropolitana di Roma: dopo la tappa alla biblioteca Moby Dick fra dicembre 2025 e febbraio 2026, l'esposizione L'acchiapparicordi è allestita in via Principe Amedeo 182/b dal 23 giugno al 31 ottobre 2026.
Il MuSEd fa attività per gli insegnanti?
Sì, con percorsi seminariali di quattro ore per docenti, dirigenti e studenti universitari, in fasce orarie 9.00-13.00 o 14.30-18.30, per gruppi di massimo venti persone, su prenotazione a eventi.mused@uniroma3.it.
Che cosa vedere vicino al MuSEd?
Le Terme di Diocleziano e l'Aula Ottagona, il Palazzo Massimo alle Terme, la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri sulla stessa piazza, la Biblioteca Nazionale Centrale verso Castro Pretorio, il Palazzo delle Esposizioni risalendo via Nazionale e Santa Maria Maggiore sull'Esquilino.
Vale la pena andare al MuSEd anche se non ci si occupa di scuola?
Sì, a una condizione: che interessi capire come si è formata l'Italia contemporanea. Chi cerca capolavori d'arte troverà poco; chi cerca la vita quotidiana di sei generazioni troverà moltissimo.
Il mio giudizio sul MuSEd
Accompagno gruppi a Roma da molti anni e ho imparato a diffidare dei musei che si vendono facilmente. Questo non si vende affatto: è chiuso, è universitario, non ha insegne, non ha bookshop, e per entrarci bisogna scrivere una mail e aspettare. Eppure, quando il portone di piazza della Repubblica tornerà ad aprirsi, resterà uno dei tre o quattro luoghi che consiglio senza esitazione a chi ha già visto il Colosseo e vuole capire qualcosa di più della città e del paese.
Nel frattempo il consiglio è operativo e concreto: mandate la mail a mused@uniroma3.it, chiedete quando riapre e nel dubbio andate a vedere la mostra in via Principe Amedeo prima del 31 ottobre 2026. Portateci un ragazzo delle medie. Fategli toccare con gli occhi un banco con il calamaio e un quaderno del 1928. Poi chiedetegli che cosa penserà, fra novant'anni, chi troverà il suo tablet in una vetrina.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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Biglietti e salta-fila
Ingressi a orario per Colosseo, Vaticani e i grandi musei: si prenotano prima e si salta la fila alla cassa.
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Pass musei e trasporti
Un solo pass per più ingressi e per i mezzi: fai due conti sulle visite che hai in programma prima di comprarlo.
