Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
In breve. Il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri occupa sette ettari lungo la via Cassia, all’altezza del chilometro 49, nel comune di Sutri in provincia di Viterbo.
Il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri occupa sette ettari lungo la via Cassia, all’altezza del chilometro 49, nel comune di Sutri in provincia di Viterbo. L’ingresso all’area archeologica si apre sulla statale, davanti allo sperone di tufo su cui sorge il borgo; la sede del Parco è a Villa Savorelli, sulla sommità del colle, al chilometro 50 della Cassia, mentre l’indirizzo amministrativo dell’ente gestore, il Comune di Sutri, è Piazza del Comune 32, 01015 Sutri (VT). I recapiti del Parco sono il numero 0761 634660 e la casella parcosutri@regione.lazio.it; per orari e visite il Comune risponde allo 0761 609380. L’anfiteatro e l’area archeologica sono chiusi il lunedì e aprono dalle 10 alle 19, con ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura: l’estensione dell’orario al sabato e alla domenica conviene ricontrollarla sul sito del Comune di Sutri, che pubblica il calendario aggiornato. Il biglietto intero per l’intera area archeologica, anfiteatro e Mitreo compresi, costa 8 euro; il solo anfiteatro 5 euro; il ridotto è di 6 euro per l’area completa e 3 euro per il solo anfiteatro, riservato ai gruppi oltre le venti persone e ai visitatori fra i diciotto e i venticinque anni. Esiste un biglietto combinato con Palazzo Doebbing a 15 euro, 12 ridotto. L’ingresso è gratuito per i residenti, per i minori di diciotto anni, per le persone con disabilità, per i giornalisti accreditati, per i docenti universitari, per gli studenti di archeologia, storia dell’arte e architettura e per le guide turistiche abilitate. Per l’anfiteatro e per l’area archeologica non serve prenotare; per il Mitreo sì, sempre: si entra a turni di pochi minuti, ogni venti minuti, in gruppi contingentati che il Comune indica in un massimo di dieci persone, con un intervallo fra un gruppo e l’altro per il ricambio d’aria. Gli accessi al Mitreo vanno dal martedì al venerdì fra le 10.20 e il primo pomeriggio, e il sabato, la domenica e i festivi fino al tardo pomeriggio, con un turno finale a illuminazione speciale.
Da Roma si arriva in poco meno di un’ora di auto risalendo la Cassia bis e rientrando sulla Cassia storica; chi viene in treno scende a Capranica o a Viterbo e prosegue in autobus, perché Sutri non ha stazione ferroviaria. Il parcheggio più comodo è quello sterrato davanti all’ingresso dell’anfiteatro, sulla Cassia. Se volete inquadrare il luogo dentro il suo territorio, la pagina su Sutri racconta il borgo, e quella sulla Via Francigena spiega il cammino che attraversa il parco da parte a parte.

Che cosa è davvero il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
La Regione Lazio lo ha istituito con la legge regionale numero 38 del 24 giugno 1988, nella formula del parco regionale urbano. La definizione amministrativa dice poco al visitatore, ma dice molto sulla natura del luogo: non è un’area protetta di montagna né una riserva di fondovalle, è un pezzo di città antica messo sotto tutela insieme al bosco che gli è cresciuto sopra. Sette ettari. Il più piccolo fra i parchi regionali del Lazio, e fra i più piccoli d’Italia.
La sproporzione fra la superficie e il contenuto è il vero carattere del posto. In sette ettari trovate un anfiteatro romano interamente scavato nella roccia, una necropoli rupestre allineata lungo una strada consolare, un luogo di culto sotterraneo diventato chiesa, una villa settecentesca con il suo giardino di bosso, una chiesa a due campanili e un bosco di leccio con l’istrice e il picchio rosso maggiore. Ci sono aree protette venti volte più estese con un decimo di questa densità.
Perché il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri è un parco urbano e non archeologico
La scelta della formula del 1988 fu tutt’altro che burocratica. Un parco urbano tutela insieme il paesaggio e il tessuto storico che lo ha prodotto, e permette di mettere sotto la stessa protezione il tufo dell’anfiteatro e il leccio che gli cresce intorno. Il risultato è che qui il monumento non è isolato dentro una recinzione: la necropoli è a bordo strada, il bosco arriva fino al podio dell’arena, il giardino della villa guarda dall’alto lo stesso banco di tufo in cui è scavata la cavea. Chi arriva aspettandosi un’area archeologica recintata e nient’altro sbaglia la previsione e, di solito, sbaglia anche il tempo che si concede.
L’ente gestore e la sede del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
La gestione è affidata al Comune di Sutri, che ha la sede operativa del Parco dentro Villa Savorelli, sul colle San Giovanni, al chilometro 50 della Cassia. È una scelta che si sente camminando: il custode del parco e l’amministrazione della città sono la stessa cosa, e il confine fra area protetta e centro abitato è largo quanto una strada. La vigilanza archeologica dell’anfiteatro e del Mitreo fa capo invece alla Soprintendenza competente per il territorio di Viterbo e l’Etruria meridionale, che pubblica gli orari dei due monumenti insieme al Ministero della Cultura.
Come si arriva al Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
In auto da Roma
La via più rapida è la Cassia bis Veientana, la superstrada che esce da Roma all’altezza della Giustiniana e corre veloce fino a Monterosi; da lì si rientra sulla Cassia storica e si arriva a Sutri in una decina di minuti. Chi ha tempo e vuole capire il territorio prende invece la Cassia vecchia per intero, passando per La Storta, Campagnano, Monterosi: è la strada che i pellegrini hanno percorso per mille anni, e l’ultimo tratto entra a Sutri proprio davanti all’anfiteatro. Il monumento è sulla destra scendendo da nord, con il parcheggio sterrato subito prima dell’ingresso.
In treno e in autobus
Sutri non ha una stazione ferroviaria. Le due soluzioni sensate sono la linea Roma Viterbo con discesa a Capranica Sutri e proseguimento in autobus o in taxi per gli ultimi chilometri, oppure il pullman diretto da Roma verso la Tuscia, che ferma lungo la Cassia. Su orari e frequenze conviene consultare il sito del vettore il giorno prima: il servizio festivo è ridotto e chi conta di rientrare a Roma la domenica sera rischia di trovarsi senza corse. Per chi si muove senza auto, la giornata più efficiente è quella che accoppia Sutri a Viterbo, sulla stessa direttrice.
A piedi, lungo la Via Francigena
C’è un terzo modo di arrivare, ed è quello per cui il luogo è stato pensato. La tappa 42 della Via Francigena del Lazio parte dal Duomo di Vetralla e finisce esattamente all’anfiteatro di Sutri: 23,6 chilometri, circa 292 metri di dislivello in salita e 332 in discesa, cinque ore di cammino, difficoltà escursionistica media. Chi arriva così vede il parco come lo vedevano i pellegrini, cioè dall’alto e da nord, con il borgo che si stacca sul tufo. La tappa successiva, la variante di Sutri, riparte dall’anfiteatro e costeggia la necropoli monumentale in direzione di Roma: 7,3 chilometri di difficoltà turistica, trenta metri di dislivello in salita e quarantacinque in discesa, con il bivio per Trevignano Romano dopo circa un chilometro e mezzo, poi la provinciale, Strada Vallicella, tre chilometri fra campi coltivati e uliveti, la località San Martino con il suo fontanile e infine il perimetro del Golf Club Le Querce.
Orari, biglietti e prenotazioni del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Quanto costa entrare
Il listino distingue due cose che molti confondono: l’area archeologica e il solo anfiteatro. Il biglietto intero da 8 euro comprende l’anfiteatro e il Mitreo, cioè i due monumenti che si visitano con un titolo di ingresso; quello da 5 euro apre soltanto l’anfiteatro. Il ridotto scende rispettivamente a 6 e a 3 euro per i gruppi di almeno venti persone e per i visitatori fra i diciotto e i venticinque anni. Con 15 euro, 12 in ridotto, si aggiunge Palazzo Doebbing, la sede espositiva del borgo. Il giardino di Villa Savorelli e il bosco del parco sono accessibili senza biglietto.
Chi entra gratis
La gratuità copre i residenti a Sutri, i minori di diciotto anni, le persone con disabilità, i giornalisti accreditati, i docenti universitari, gli studenti dei corsi di archeologia, storia dell’arte e architettura e le guide turistiche abilitate. È un elenco più largo della media dei siti statali e conviene conoscerlo: una famiglia con due figli minorenni paga due biglietti invece di quattro, e la differenza su una giornata in Tuscia non è trascurabile.
Come si prenota il Mitreo
Il Mitreo è l’unico ambiente del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri che si visita a numero chiuso, e la ragione è conservativa prima che organizzativa. Si entra ogni venti minuti, per turni di pochi minuti, in gruppi che il Comune contingenta a un massimo di dieci persone, con una pausa fra un turno e l’altro perché l’aria si rinnovi: gli affreschi medievali che rivestono la parete rupestre soffrono l’umidità portata dai corpi e dal respiro. Dal martedì al venerdì i turni partono dalle 10.20 e proseguono fino al primo pomeriggio; il sabato, la domenica e i festivi si arriva al tardo pomeriggio, con un ultimo ingresso a illuminazione speciale che vale la pena scegliere se potete. La prenotazione è obbligatoria e si fa in anticipo tramite il Comune di Sutri.
Il consiglio pratico sugli orari
Se venite per il Mitreo, costruite la giornata attorno al turno che vi assegnano e non attorno al pranzo. Il resto del parco assorbe qualunque attesa: l’anfiteatro merita quaranta minuti da solo, la necropoli venti, il giardino della villa altri trenta. Chi prenota il primo turno del mattino esce dall’ipogeo alle undici e ha tutta la giornata per il borgo.
La geologia: il tufo rosso a scorie nere sotto il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Tutto quello che si vede qui esiste perché un vulcano ha smesso di eruttare al momento giusto. L’area appartiene al dominio vulcanico vicano, generato dalle eruzioni del cratere di Vico fra circa duecentomila e centocinquantamila anni fa. Le colate piroclastiche di quelle fasi hanno depositato il tufo rosso a scorie nere, una roccia con due qualità che di solito non convivono: è estremamente compatta e allo stesso tempo notevolmente lavorabile. Si taglia con attrezzi semplici e poi tiene. Da quelle colate è nato l’acrocoro tufaceo su cui si sviluppa il parco.
Da questa combinazione discende tutto il resto. Un anfiteatro scavato invece che costruito, tombe ricavate a colpi di picco nella parete di una strada, un luogo di culto sotterraneo ampio come una chiesa, cantine e stalle che ancora oggi si aprono sotto le case del borgo. Gli Etruschi e poi i Romani non hanno portato pietra a Sutri: hanno tolto pietra da Sutri, e quello che resta è il vuoto che hanno lasciato. È un rovesciamento concettuale che vale la pena spiegare ai ragazzi prima di entrare nell’arena, perché cambia completamente il modo in cui guardano le gradinate.
Perché il tufo cambia colore con la luce
Il tufo rosso a scorie nere è una roccia che reagisce al sole in modo vistoso. A mezzogiorno di luglio la cavea dell’anfiteatro appare giallastra e piatta; alle sette di sera di settembre vira su un rosso caldo che tira al bruno, e le scorie nere emergono come punteggiature. Non è un effetto fotografico, è la composizione della roccia. Chi fotografa il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri a mezzogiorno porta a casa un monumento sbagliato.

L’anfiteatro romano scavato nel tufo
È il monumento che porta qui la gente, e a ragione. L’anfiteatro di Sutri non è stato costruito: è stato estratto. Gli antichi hanno aggredito un banco di tufo prospiciente la città e hanno svuotato la roccia fino a ottenere l’ellisse, la cavea, i corridoi e le porte. Non c’è un blocco di muratura portante, non c’è una volta a botte, non c’è un arco di facciata: c’è la parete della cava diventata architettura.
Le misure dell’anfiteatro del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Il Ministero della Cultura indica le dimensioni in 49,60 per 40,80 metri. Sono proporzioni modeste in assoluto: il Colosseo misura quasi quattro volte tanto sull’asse maggiore. Ma la misura, qui, non è il punto. Un anfiteatro costruito a Roma con quelle dimensioni sarebbe un edificio minore di provincia; scavato in un banco di tufo, con la cavea che risale continua senza un giunto, produce un effetto di unità che gli edifici in opera cementizia non hanno mai. Si entra e si capisce in tre secondi che l’intero invaso è un solo pezzo di roccia.
La cavea, il podio e le dieci porte
L’impianto prevede due ingressi contrapposti sull’asse maggiore, secondo lo schema canonico degli anfiteatri. L’arena è circondata da un podio, la barriera che separava lo spazio dello spettacolo dal pubblico, e lungo il podio si aprono dieci porte che immettono in un corridoio coperto: era il sistema di servizio dell’arena, quello da cui uscivano le bestie e gli uomini destinati allo spettacolo. La cavea, cioè la gradinata, risulta divisa in tre settori sovrapposti, la tripartizione classica che rispecchiava la gerarchia sociale del pubblico romano. Il settore più basso serviva i notabili, il più alto il popolo minuto. Non restano gli arredi né le iscrizioni che assegnavano i posti, ma la divisione si legge ancora nella roccia.
La datazione dell’anfiteatro
La semplicità dell’impianto orienta la datazione verso un momento alto: le indicazioni ministeriali collocano la costruzione fra gli ultimi decenni del I secolo a.C. e i primi anni del I secolo d.C. Significa che quando l’anfiteatro di Sutri era nuovo il Colosseo non era neppure un progetto: mancavano ancora settant’anni buoni. Chi visita il parco tenendo a mente questa cronologia guarda l’arena con l’occhio giusto, perché la vede per quello che era, un edificio da spettacolo di età augustea in una colonia agricola della Cassia, non un Colosseo in miniatura.
Che cosa si vedeva in questa arena
Munera gladiatorii e venationes, cioè combattimenti fra gladiatori e cacce con animali. Le dieci porte lungo il podio servivano esattamente a questo. Bisogna però dimensionare correttamente lo spettacolo: un’arena di quaranta metri per cinquanta, in una colonia di poche migliaia di abitanti, ospitava combattimenti di scala locale, finanziati dai magistrati cittadini per obbligo elettorale e per prestigio. Le grandi compagnie gladiatorie imperiali non hanno mai messo piede qui. È un fatto che sgonfia le aspettative e rende il luogo più interessante, non meno.
Come si visita l’anfiteatro del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Si entra dalla Cassia, si scende per una rampa e ci si trova sull’arena. Il percorso è breve e non ha barriere architettoniche gravi sul piano dell’arena, mentre la risalita sulle gradinate richiede piede fermo: la roccia è liscia, e con la pioggia diventa scivolosa in modo serio. Fate il giro completo del podio prima di salire, guardando le porte una per una: la loro sequenza regolare è la cosa che più di ogni altra restituisce la logica di funzionamento dell’edificio. Poi salite all’ultimo settore e guardate verso il borgo. Quaranta minuti bastano; un’ora se avete portato qualcuno che fotografa.

Il Mitreo e la chiesa della Madonna del Parto
A pochi passi dall’anfiteatro, sempre sul fronte della Cassia, si apre l’ambiente che rende il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri un caso di studio e non solo una bella passeggiata. È una grande aula scavata nel tufo, oggi chiesa della Madonna del Parto, che gli studi archeologici riconducono in origine a un luogo di culto del dio Mitra, escludendo la zona absidale che è più recente. La datazione proposta per la fase mitraica è il I o il II secolo.
Chi era Mitra e perché il suo culto stava sottoterra
Il mitraismo arriva a Roma dall’Oriente fra il I e il II secolo e attecchisce soprattutto fra i soldati, i doganieri, i mercanti, la gente che si muoveva lungo le strade. Era un culto iniziatico e maschile, organizzato in sette gradi, celebrato in ambienti volutamente sotterranei o artificialmente oscurati: lo spelaeum, la grotta, riproduceva la caverna in cui secondo il mito Mitra uccideva il toro primordiale. Una città come Sutri, appoggiata alla Cassia e abituata al passaggio continuo di viandanti e militari, era il terreno ideale. E una città che sa scavare il tufo aveva il materiale giusto per costruire la grotta senza cercarla.
Il fonte battesimale nel pavimento
Nel pavimento dell’ambiente si riconosce ancora la vasca in cui si compiva il battesimo d’acqua con cui i credenti venivano iniziati ai Misteri del culto. È il dettaglio che più colpisce i visitatori, e il motivo è evidente: mette davanti agli occhi la continuità di gesti fra due religioni che si sono contese lo stesso spazio. Il cristianesimo non ha inventato l’immersione iniziatica, l’ha ereditata da un repertorio rituale mediterraneo condiviso, e qui la cosa si vede in un metro quadrato di pavimento.
La cristianizzazione dell’ipogeo
Nel IV secolo l’ambiente venne cristianizzato e trasformato in chiesa. La lapide centrale del taurobolio mitraico fu rimossa; oggi è visibile murata sulla parete di un casale lungo la via Cassia, in località La Botte, a pochi metri dalla strada. Questo trasloco di una pietra da un culto all’altro è la storia religiosa del Lazio interno in un oggetto solo: nulla si distrugge, tutto cambia funzione e si sposta di qualche chilometro.
Gli affreschi e il pellegrinaggio a San Michele
Le pareti della chiesa della Madonna del Parto conservano affreschi medievali di forte interesse, fra i quali un ciclo legato alla leggenda di San Michele Arcangelo e alle peregrinazioni votive. Il riferimento non è casuale: Sutri era una stazione sulla direttrice che portava i pellegrini del Nord verso Roma e, per alcuni, oltre Roma fino al santuario garganico di San Michele. Un’aula rupestre dedicata alla Vergine del Parto, affrescata con storie micaeliche, lungo la strada dei pellegrini, dentro un ex tempio di Mitra: quattro strati di culto nello stesso vuoto scavato nel tufo. Non conosco in tutto il Lazio un altro ambiente che li impili così.
Che cosa guardare nei sette minuti di visita
Il turno è breve e va usato bene. Appena entrati, fermatevi sulla soglia e lasciate che l’occhio si abitui: il primo sguardo è sempre sprecato. Poi cercate tre cose in quest’ordine: la vasca nel pavimento, il punto in cui la roccia grezza passa alla superficie intonacata e dipinta, e la zona absidale, che è l’aggiunta più tarda e si distingue dal resto. Se avanza tempo, guardate il soffitto, dove i colpi degli attrezzi sono rimasti leggibili.
La necropoli rupestre lungo la via Cassia
Uscendo dall’anfiteatro e proseguendo verso Roma, la parete di tufo che costeggia la strada si apre in decine di camere quadrangolari. È la necropoli monumentale di Sutri, un allineamento di tombe rupestri di età romana scavate direttamente nel fronte della rupe, sui due lati della consolare. Le fonti la ricordano come uno dei complessi funerari rupestri più estesi dell’Italia centrale.
Come funzionava una necropoli di strada
La legge romana vietava le sepolture dentro il perimetro urbano, e il risultato è la fisionomia che conosciamo da tutte le consolari: le tombe si allineano lungo la strada, subito fuori porta, perché chi entra e chi esce le veda. Non era macabro, era pubblicitario. Il sepolcro visibile dalla strada teneva in vita il nome della famiglia davanti a tutti i viandanti, e più la strada era trafficata più il posto valeva. La Cassia a Sutri era una delle grandi rotte commerciali fra Roma e l’Italia centro settentrionale: un indirizzo di prestigio, in senso letterale.
Che cosa si vede oggi nella necropoli del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Camere a pianta rettangolare, spesso con nicchie ricavate nelle pareti per le urne o loculi per le inumazioni, qualche ambiente più articolato con banchine e pilastri risparmiati nel tufo. Molte tombe sono state riusate nei secoli come ricoveri, stalle, depositi, e questo ha cancellato gran parte degli apparati decorativi. Ma la sequenza è impressionante proprio nella sua ripetizione: si cammina per centinaia di metri con la roccia forata sopra la testa. Il tratto più leggibile si percorre a piedi, e coincide con l’avvio della variante francigena verso Roma.
Un avvertimento non retorico
Buona parte della necropoli affaccia su una strada statale percorsa da mezzi pesanti a velocità sostenuta. Non è un percorso pedonale attrezzato per tutto il suo sviluppo. Con i bambini, tenete la mano e restate sui tratti protetti; con la macchina fotografica, resistete alla tentazione di attraversare per prendere il fronte opposto in controluce.

Villa Savorelli, la sede del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Sulla sommità del colle San Giovanni, l’alto sperone di tufo che domina il borgo e la Cassia, sorge la villa che dà al parco la sua sede e il suo profilo più riconoscibile da lontano. Venne costruita nei primi anni del Settecento per volontà della famiglia dei marchesi Muti Papazzurri, su un’area che aveva già una lunga storia di insediamento signorile.
Le famiglie che si sono passate la villa
La proprietà attraversa quattro casati: gli Altoviti, i Muti Papazzurri che la edificano, i Savorelli da cui prende il nome corrente e con cui è entrata nella toponomastica, infine gli Staderini. Nel 1987 la villa diventa proprietà comunale, e un anno dopo la legge regionale istituisce il parco che vi trova sede. La sequenza è ordinata e dice una cosa precisa: questo colle è stato per secoli il punto in cui chi comandava a Sutri si installava, prima con un castello, poi con una villa di delizia.
L’incendio del 1944 e il restauro di Giorgio de Chirico
Nel 1944 le truppe tedesche in ritirata incendiarono la villa. La ricostruzione successiva vide l’intervento del pittore Giorgio de Chirico, che curò la facciata. È una notizia che in genere sorprende chi la sente per la prima volta, e cambia il modo di guardare il prospetto: quella superficie scandita e silenziosa, vista con la coda dell’occhio mentre si sale dal giardino, ha qualcosa delle piazze metafisiche dipinte dal suo autore trent’anni prima. Oggi la villa ospita convegni, la sede del parco regionale e, nei programmi dell’amministrazione, strutture di accoglienza per i pellegrini della Via Francigena.
Il giardino all’italiana
Il giardino della villa è aperto al pubblico e vale da solo la salita. È impostato secondo i canoni settecenteschi: siepi di bosso disegnate a labirinto, geometrie chiuse, e al centro una fontana in peperino con vasca circolare. Il peperino è la pietra locale per eccellenza, lavorata da secoli nei Cimini, e il contrasto fra il suo grigio e il verde scuro del bosso è la ragione per cui questo giardino fotografa bene in qualunque stagione. Aggiungete che dal parapetto si guarda la valle e il banco di tufo dell’anfiteatro dall’alto. Meglio salire qui alla fine, non all’inizio: dopo aver camminato nell’arena e lungo le tombe, il panorama dal giardino ricompone tutto quello che avete visto in un solo colpo d’occhio.
La chiesa della Madonna del Monte
Accanto alla villa, sul punto più elevato del colle, la chiesa della Madonna del Monte chiude la scena verso il borgo. L’impianto originario risale presumibilmente all’inizio del XIII secolo ed era una semplice aula a pianta di croce greca. Apparteneva agli Altoviti e passò ai Muti Papazzurri nel XVII secolo.
Sebastiano Cipriani e il cantiere del 1725
Nel 1725 il marchese Giovanni Battista Muti Papazzurri affidò all’architetto Sebastiano Cipriani una ristrutturazione di ampio respiro. Cipriani aprì lo spazio absidale per accogliere l’altare maggiore, ricavò due cappelle laterali addossando colonne alle pareti e costruì una facciata monumentale sviluppata in verticale, con due torri campanarie. L’obiettivo era dichiarato: fare della chiesa un edificio svettante, ben visibile dalla città sottostante. Chi guarda Sutri dalla Cassia capisce che l’operazione è riuscita, perché la sagoma a due campanili è la prima cosa che si stacca sul cielo.
Gli affreschi di Gaetano Sardi
La decorazione interna fu completata da Gaetano Sardi, che dipinse le volte del soffitto e l’altare maggiore. Il tema che attraversa gli affreschi è coerente con la destinazione del luogo: la solitudine della dimora e la possibilità di ritirarsi in preghiera in totale quiete. Era la cappella di una villa di campagna, non una chiesa parrocchiale, e il programma iconografico dice esattamente che cosa il committente cercasse salendo quassù.
Il Castello di Carlo Magno e il colle San Giovanni
Sullo stesso colle, poco distante dalla villa, si trova un edificio che la tradizione locale chiama Castello di Carlo Magno. Il nome deriva dalla leggenda di un soggiorno del sovrano franco in questo luogo mentre scendeva verso Roma per l’incoronazione imperiale. Va detto con chiarezza che si tratta di tradizione, non di documento: la muratura, fatta di blocchi di tufo di altezza uniforme, orienta la datazione dell’edificio intorno al XIV secolo, quindi cinquecento anni dopo Carlo Magno.
Che cosa dicono invece i documenti
La prima menzione documentata risale al 1367, quando un inventario dell’Ospedale di Santo Spirito in Sassia registra un palatium comitis Anguillarie sul colle San Giovanni, poi detto colle Savorelli. L’edificio è riconoscibile come uno dei corpi di fabbrica che componevano il castrum della famiglia Anguillara, i signori che controllavano il lago di Bracciano e le terre fra il Sabatino e i Cimini. Oggi l’immobile appartiene alla famiglia Staderini. La distanza fra la leggenda carolingia e il palazzo degli Anguillara è istruttiva: racconta come nasce un nome di luogo e quanto poco abbia a che fare con la cronologia.
La natura del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Sopra e intorno all’archeologia c’è un bosco vero, e sarebbe un peccato attraversarlo senza guardarlo. La formazione dominante è la lecceta, bosco di leccio, con un corteggio floristico ricco di alloro e con esemplari di corbezzolo e viburno. È la vegetazione mediterranea sempreverde che si trova a quote e latitudini come questa quando il suolo vulcanico drena bene e l’esposizione è calda.
Gli alberi, le radure, il fondovalle
Nelle radure naturali che si aprono fra i lecci cresce un’abbondante componente erbacea, che cambia completamente aspetto fra aprile e luglio. Nell’area di fondovalle, dove l’acqua ristagna, compaiono invece specie tipiche degli ambienti ripariali e lacustri: pioppi, salici, canneti di canna comune. In due ore di cammino si passa dal bosco mediterraneo secco alla vegetazione d’acqua, e la transizione è netta.
Felci e funghi
Il parco ospita diverse felci, fra cui il capelvenere, che cerca le pareti stillicidiose e le trova facilmente in un ambiente di tufo inciso, e la felce aquilina delle radure. Sul fronte dei funghi commestibili sono segnalati il Boletus aereus, il porcino nero, e il Cantharellus cibarius, il finferlo. Vale la pena ricordare che in un’area protetta la raccolta è regolamentata e va verificata con l’ente gestore prima di riempire un cesto.
La fauna del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Fra i mammiferi l’area protetta ospita istrici, volpi, cinghiali e faine. L’istrice lascia gli aculei sui sentieri e chi cammina la mattina presto li trova senza cercarli: sono il souvenir più onesto che il parco possa offrire, e raccoglierne uno caduto non fa danno a nessuno. Fra i rapaci diurni ci sono gheppi, sparvieri e poiane; fra i notturni barbagianni, gufo comune e civetta. Il gheppio in caccia sopra il tufo, fermo nell’aria come appeso a un filo, è uno degli spettacoli ricorrenti nelle ore centrali.
Gli uccelli che sentirete di sicuro
Il corteo comune comprende ghiandaia, cinciarella, cinciallegra, picchio verde e picchio rosso maggiore. Il picchio verde si sente prima di vederlo, con quella risata che rimbalza fra le pareti di tufo; il picchio rosso maggiore si annuncia con il tambureggiare. L’avifauna acquatica è limitata dalla presenza di un solo ruscello all’interno dell’area protetta, ma comprende comunque airone cenerino, garzetta e germano reale. Chi arriva con il binocolo e un’ora di pazienza la mattina presto fa un bottino sproporzionato rispetto ai sette ettari.
La storia dell’antichissima Città di Sutri
Le origini e la leggenda di Saturno
Le origini di Sutri, anticamente Sutrium o Suteria, sono remote e vengono ricondotte all’età del bronzo. La tradizione locale attribuisce la fondazione al dio Saturno, la cui immagine a cavallo con tre spighe di grano compare ancora oggi nello stemma comunale; un’altra leggenda chiama in causa i Pelasgi, popolazioni preelleniche. Sono racconti di fondazione, non notizie storiche, e vanno tenuti al loro posto: dicono come i sutrini immaginavano la propria antichità, non quando sia nata la città.
Preistoria e protostoria: quello che dicono i reperti
Sul terreno documentato ci sono frammenti di materiali di impasto datati al X secolo a.C., cioè al bronzo finale, e resti di tombe a pozzetto e a fossa con reperti ceramici della metà dell’VIII e dei primi del VII secolo a.C. Presso le alture di Monte Rocca Romana e Monte Calvi, una settantina di minuti a piedi verso sud in direzione di Trevignano, sono emersi resti di abitati dell’età del ferro, abbandonati intorno alla metà del VII secolo a.C. La lettura più accreditata è che il primo insediamento sutrino sia nato dalla confluenza di più villaggi sparsi, i cui abitanti cercavano un luogo difendibile e ricco di risorse nuove. Il tufo alto sopra la valle era esattamente quel luogo.
Fra Veio e i Falisci
Sutri si sviluppò lungo le vie che collegavano il mondo etrusco interno alla costa e, più tardi, la potenza romana nascente al nord della regione. In età storica si trovò sulla linea di confine fra l’area di influenza veiente, dunque etrusca, e quella falisca, e risulta oggi difficile dire con certezza quale delle due civiltà abbia prevalso sulla città. Chi vuole vedere il termine di confronto etrusco vada a Cerveteri e a Tarquinia, e poi torni qui: la differenza fra una necropoli etrusca a tumulo e una necropoli rupestre romana di strada spiega da sola due modi opposti di pensare la morte.
383 a.C.: la colonia latina
La caduta di Veio nel 396 a.C. segnò l’ingresso di Sutri nel mondo romano; le fonti antiche legano la presa di Sutrium a Marco Furio Camillo, con una cronologia che l’Enciclopedia Italiana colloca al 394 a.C. Nel 383 a.C. la città fu dedotta colonia latina, e assunse un rilevante ruolo militare per la penetrazione romana in Etruria. Insieme alla vicina Nepi, Sutri divenne una roccaforte dell’Urbe nel territorio appena sottratto a Veio e una testa di ponte per la penetrazione verso settentrione. Gli antichi la chiamavano, con espressione fortunata, una delle porte dell’Etruria.
Gli anni dell’assedio
Furono decenni duri. La città venne assediata dalle truppe di Tarquinia e, secondo la tradizione, salvata dall’intervento di Furio Camillo; subì più di un attacco etrusco senza cadere. La sottomissione definitiva di Tarquinia nel 281 a.C., la distruzione di Volsinii nel 264 e quella di Falerii nel 241 tolsero progressivamente a Sutri la sua funzione militare e la spinsero verso una vocazione rurale. Non fu un passaggio indolore: la lunga guerra combattuta in prima linea aveva impoverito la città, che alla fine del III secolo a.C., durante la seconda guerra punica, negò a Roma il tributo annuo insieme ad altri centri laziali.
L’età imperiale
Il periodo più prospero, dal punto di vista economico e demografico, fu quello imperiale, e lo testimoniano proprio i monumenti che oggi formano il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri: l’anfiteatro, la necropoli, i numerosi nuclei abitativi agricoli sparsi nel territorio. La città fu nuovamente colonizzata alla fine del I secolo a.C., forse per la sua vicinanza al partito dello sconfitto Lucio Antonio all’epoca della guerra di Perugia, fra il 41 e il 40 a.C. Dopo la guerra sociale aveva acquisito lo statuto municipale. Strabone la ricorda come città fiorente. L’economia si reggeva sull’agricoltura e su piccole attività artigianali, e il motore di tutto era la via Cassia, diventata una delle grandi rotte commerciali fra Roma e l’Italia centro settentrionale.
La fine dell’impero vista dalla Cassia
Gli abitanti di Sutri osservarono il crollo dell’impero dalla prima fila, perché le orde che scendevano verso Roma passavano sotto le loro mura. Fu anche la loro salvezza: la vicinanza alla consolare e ai suoi traffici permise alla città di superare la fase critica senza spegnersi, mentre altri centri della Tuscia interna si contraevano fino a sparire.
Il Medioevo: la donazione di Sutri e il concilio del 1046
Fra il V e l’VIII secolo Sutri fu terreno di scontro fra Longobardi e Bizantini, e la sua posizione sulla Cassia la rese un obiettivo permanente. Poi accadde il fatto che ha messo il nome di questa città in ogni manuale di storia medievale.
728: la donazione di Sutri
Nel 728 il re longobardo Liutprando offrì la città al papa Gregorio II. Quella donazione è considerata l’inizio del dominio temporale della Chiesa, cioè l’atto di nascita di quello che sarebbe diventato lo Stato Pontificio. Vale la pena soffermarsi sulla sproporzione: un centro di poche migliaia di abitanti su uno sperone di tufo diventa il primo mattone di un potere territoriale che durerà fino al 1870. Chi cammina nel parco lo fa sopra il pezzo di terra da cui è cominciato tutto.
1046: il concilio che depose tre papi
Nel 1046 Sutri ospitò un concilio rimasto celebre. Vi furono deposti Gregorio VI, Benedetto IX e Silvestro III, i tre pontefici che si contendevano simultaneamente il soglio, e la sede fu assegnata a Clemente II. È uno dei pochissimi momenti della storia in cui tre papi vengono rimossi nella stessa assemblea, e accadde qui, in una città di provincia scelta perché era abbastanza vicina a Roma da contare e abbastanza lontana da essere sicura.
I papi rifugiati e la fine del borgo medievale
La posizione di avamposto pontificio garantì a Sutri un ruolo per tutto il Medioevo: Eugenio III e Innocenzo IV vi trovarono rifugio dentro le mura nei momenti difficili del loro pontificato. La parabola si interruppe bruscamente nel 1433, quando il capitano di ventura Niccolò Fortebraccio incendiò la città nel corso delle lotte fra guelfi e ghibellini. Il borgo medievale fuori le mura, quello attraversato dai pellegrini, non si riprese mai: fu devastato da Fortebraccio e completamente distrutto da un’alluvione nel 1493. Da allora il declino economico proseguì, aggravato dallo spostamento delle rotte commerciali, fino all’occupazione francese del Settecento e all’ingresso nel Regno d’Italia.
Il borgo di Sutri fuori dal Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
L’area protetta e il centro storico si toccano, e visitare l’una senza l’altro è un errore di programmazione. Dal parcheggio dell’anfiteatro al primo vicolo del borgo si cammina dieci minuti in salita.
La cattedrale di Santa Maria Assunta
Sutri è una delle sedi vescovili più antiche che si conoscano: la tradizione locale fissa al 465 d.C. l’episcopato di sant’Eusebio, indicato come primo vescovo. La cattedrale attuale fu consacrata nel 1207 da papa Innocenzo III, al termine di un cantiere durato all’incirca cinquant’anni, su un edificio che papa Sergio III aveva già ampliato nel 908. In occasione della consacrazione Innocenzo III donò alla città una tavola con il Cristo bizantino, tuttora esposta.
Il campanile, il pavimento cosmatesco, la cripta
Tre cose meritano attenzione dentro e fuori la cattedrale. Il campanile romanico, conservato nel suo pieno sviluppo, è il segnale verticale del borgo e si vede dal giardino di Villa Savorelli. Il pavimento cosmatesco, con i suoi dischi di porfido e serpentino intrecciati dai marmorari romani, appartiene alla grande stagione medievale del Lazio, quella che produce anche i pavimenti di San Clemente e di Santa Maria in Cosmedin. La cripta, infine, è l’ambiente su cui gli studiosi discutono: alcuni la ritengono addirittura di epoca longobarda, il che la porterebbe a ridosso della donazione di Liutprando. È una delle cripte più belle della Tuscia e quasi nessuno la cerca.
Il Museo del Patrimonium
Voluto dall’amministrazione comunale, il Museo del Patrimonium occupa un palazzo del XV secolo che fu sede della Comunità di Sutri e del Civico Ospedale. Espone tele provenienti dalla chiesa di San Francesco, tre affreschi medievali recuperati dalla chiesa abbandonata di Santa Fortunata e un nucleo di reperti lapidei conservato nella terza sala, fra cui la notevole lapide della Colonia di Sutri. Quella lapide è il documento epigrafico che lega il borgo alla deduzione coloniale del 383 a.C.: chi ha appena camminato nell’anfiteatro dovrebbe vederla.
La Torre degli Arraggiati
Arrivando da Viterbo lungo il tracciato originario della Cassia si incontra un rudere alto e severo, chiamato Torre degli Arraggiati o Torre di San Paolo. Era il campanile della chiesa omonima, con un convento annesso abitato da frati carmelitani. La costruzione risale al XII o XIII secolo: pianta rettangolare, struttura portante in blocchi di tufo squadrati a mano, malta di calce e pozzolana, e un ingresso con tripli archi ogivali concentrici a più ghiere, poggianti su piccoli pilastri con capitelli fogliati. È uno degli ultimi resti dell’insediamento medievale distrutto nel Quattrocento.
Da dove viene quel nome
Il nome nasce dai monaci carmelitani che abitavano il convento. Venivano dalla Sicilia, un posto parecchio distante dalla loro destinazione, e in paese li chiamavano gli arrabbiati, che in siciliano si pronuncia arraggiati. Il toponimo conserva quindi, da otto secoli, l’irritazione di un gruppo di frati per un trasferimento andato male. Le guide serie amano questi dettagli perché sono veri e perché restituiscono alla storia medievale la sua scala umana.
L’antico lavatoio
Dentro il tessuto del borgo si apre l’antico lavatoio, un angolo legato alle tradizioni e alla storia popolare della città. Fino al 2000 la fontana era schiacciata da un grosso edificio del 1936, demolito per ragioni strutturali: la demolizione ha restituito aria e luce a via Giovanni Andrea dell’Anguillara e ha riportato alla vista la fontana. Oggi il lavatoio ospita eventi musicali estivi di buon livello, e se capitate a Sutri in luglio vale la pena controllare il cartellone.
La Via Francigena e il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Sutri è una stazione storica della Via Francigena, e la cosa non è decorativa: gran parte di quello che si vede nel parco esiste perché per secoli qui è passata gente a piedi diretta a Roma. La città divenne un centro nevralgico a ridosso della città di San Pietro, e lo dicono le rovine di chiese, ospedali e sedi templari sparse nel territorio. La chiesa di Santa Maria del Tempio, presso la via Cassia, era una delle principali stazioni di accoglienza templare della zona.
Un itinerario di tre ore per capire tutto
L’itinerario di visita generale alla città, proposto dall’ente parco come cammino giubilare per chi arriva da Viterbo, misura sette chilometri, richiede circa tre ore e ha difficoltà escursionistica. Parte dai resti dell’antico borgo, tocca la torre medievale di San Paolo con il suo portale ogivale e i tre archi acuti, risale verso la Madonna del Carmine su Monte Bono, imbocca il sentiero naturalistico verso la Valle Mazzano dove crescono spontanee le orchidee selvatiche, e si chiude su Villa Savorelli e sull’area archeologica. È il modo migliore di impiegare mezza giornata: si vede il parco, si vede il borgo, si vede il paesaggio che li tiene insieme.
Dove si dorme e dove si mangia
Il borgo ha una ricettività piccola e di buona qualità, con qualche struttura pensata espressamente per i pellegrini, e l’amministrazione lavora da tempo per attrezzare Villa Savorelli come accoglienza francigena. Chi cammina dovrebbe prenotare con anticipo nei mesi di flusso, aprile, maggio, settembre e ottobre, perché i posti letto disponibili sono pochi e le tappe precedenti e successive non hanno alternative comode.
Una curiosità sul Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
La curiosità vera è nel nome, e quasi nessuno ci fa caso. Nell’elenco delle aree protette della Regione Lazio questo parco compare come Parco Regionale Urbano Antichissima Città di Sutri: non porta il nome di una montagna, di un lago, di un fiume o di un promontorio, come fanno tutti gli altri. Porta il nome di una qualità, l’antichità, applicata a una città. È l’unico caso nel Lazio, e uno dei pochissimi in Italia, di area naturale protetta intitolata non a un elemento geografico ma a un giudizio storico.
La scelta risale alla legge regionale 38 del 24 giugno 1988 ed è tutt’altro che casuale. Nel 1988 la nozione di parco urbano era giovane e serviva a proteggere brani di paesaggio inglobati nell’edificato; a Sutri si volle dire che l’oggetto della tutela era il rapporto fra la città antica e la roccia che la sostiene, non uno dei due termini separato dall’altro. Da qui la formula insolita.
C’è poi il seguito numerico della curiosità, e cioè che questi sono sette ettari. Sette. Per farsi un’idea: il Parco Nazionale del Circeo supera gli ottomila ettari, quello dei Monti Simbruini i trentamila. Sette ettari sono un quadrato di poco più di 260 metri di lato. Dentro quel quadrato ci sono un anfiteatro romano integralmente scavato nella roccia, una necropoli rupestre, un mitreo diventato chiesa, una villa settecentesca con giardino di bosso, una chiesa a due campanili progettata da un architetto romano, un castello trecentesco e un bosco di leccio con rapaci diurni e notturni. Poche aree protette italiane reggono questo rapporto fra superficie e contenuto. La prima cosa da fare qui è dimenticare la parola parco nel senso di grande spazio verde: il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri è un concentrato, e va visitato lentamente proprio perché è piccolo.
Una cosa che non ti dice nessuno sul Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Il Mitreo si visita solo su prenotazione, a gruppi contingentati, per pochi minuti a testa, ogni venti minuti. Questa informazione è pubblicata, ma arriva alla gente male e tardi, e il risultato lo vedo ogni stagione: comitive che arrivano alle undici di un sabato convinte di entrare con il biglietto dell’anfiteatro e scoprono che i turni della giornata sono già assegnati. Il biglietto da 8 euro comprende il Mitreo, ma comprarlo non basta: senza prenotazione non si entra.
La ragione del contingentamento non è il capriccio di un ufficio. La chiesa della Madonna del Parto è un’aula scavata nel tufo, chiusa, con affreschi medievali direttamente applicati sulla roccia. Ogni corpo umano che entra porta calore e vapore acqueo; in un ambiente ipogeo l’umidità relativa sale rapidamente e condensa sulle superfici dipinte. Il protocollo prevede gruppi ridotti, permanenze brevissime e un intervallo di qualche minuto fra un ingresso e l’altro perché l’aria si rinnovi. È la stessa logica che regola l’accesso alle grotte dipinte in tutta Europa, applicata qui su scala minuscola.
La seconda cosa che nessuno dice è che il turno di fine giornata del fine settimana prevede un’illuminazione speciale. Non è un dettaglio da poco: in un ambiente ipogeo la differenza fra una luce di servizio e una luce studiata cambia completamente la leggibilità degli affreschi e la percezione dello spazio scavato. Se avete un solo pomeriggio, chiedete quel turno e organizzate il resto della visita all’indietro a partire da lì.
Terza cosa, meno drammatica ma utile: il giardino all’italiana di Villa Savorelli e il bosco non richiedono biglietto. Chi resta a corto di tempo o di budget può salire al colle, vedere il giardino, la chiesa a due campanili e il panorama sulla valle senza pagare nulla, e questo rende il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri una delle mete gratuite meglio spese del Lazio settentrionale.
Il consiglio che ti do per visitare il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Il consiglio è uno solo, in quest'ordine: prenotate il Mitreo prima di decidere qualunque altra cosa, poi costruite la giornata attorno a quel turno, poi salite al colle per ultimi. Chi fa il contrario, cioè arriva, paga, gira l’anfiteatro e solo dopo chiede del Mitreo, perde la parte migliore.
Sulla durata, siate realisti. Il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri con il borgo è una giornata piena, non una sosta di novanta minuti fra Roma e Viterbo. Contate quaranta minuti per l’anfiteatro, venti o trenta per il tratto leggibile della necropoli, il vostro turno più l’attesa per il Mitreo, un’ora buona per il colle con villa, giardino e chiesa della Madonna del Monte, e almeno un’ora e mezza per il centro storico con la cattedrale e il Museo del Patrimonium. Se aggiungete il pranzo siete alle sei del pomeriggio senza essere andati di corsa da nessuna parte.
Sulle scarpe non transigo. Il tufo lucidato da due millenni di passaggi è una superficie infida, e le gradinate dell’anfiteatro dopo la pioggia sono pericolose sul serio. Scarpa chiusa con suola scolpita, sempre, anche in agosto. Le suole lisce da città in questo posto hanno mandato più gente al pronto soccorso di quanto immaginiate.
Sulla stagione: marzo, aprile, maggio, settembre e ottobre. In luglio e agosto la lecceta regala ombra sui sentieri ma l’anfiteatro è una conca di roccia esposta che a mezzogiorno diventa un forno, e la luce piatta rovina qualunque fotografia. In inverno il parco è splendido e quasi deserto, però le giornate sono corte e il turno serale del Mitreo cade quasi al buio.
Un’ultima cosa, e qui esprimo un’opinione netta. Molti visitatori arrivano con la macchina, vedono l’anfiteatro dal parcheggio, fotografano e ripartono. È lo spreco più comune qui. L’anfiteatro senza la necropoli, senza l’ipogeo e senza il colle è un bel monumento isolato; con gli altri tre diventa il racconto completo di come una comunità ha usato la stessa roccia per divertirsi, seppellire i morti, pregare un dio orientale e poi la Madonna, e infine costruirci sopra una villa di delizia. Quel racconto vale il viaggio. La singola fotografia dell’arena, no.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Che a Sutri si sia tenuto un concilio nel 1046 lo sanno in molti; che in quel concilio siano stati deposti tre papi nello stesso giorno lo si dice di rado, e quasi mai si spiega perché la cosa contasse.
La situazione del 1046 è fra le più imbarazzanti della storia della Chiesa. Tre uomini rivendicavano contemporaneamente il soglio: Benedetto IX, della famiglia dei conti di Tuscolo, che aveva già lasciato e ripreso il pontificato; Silvestro III, eletto dalla fazione avversa; Gregorio VI, che il papato lo aveva acquisito da Benedetto IX in una transazione che i contemporanei giudicarono simoniaca. Enrico III, sceso in Italia per farsi incoronare imperatore, convocò un’assemblea e la tenne qui, a Sutri. L’esito fu la rimozione di tutti e tre e l’elezione di Clemente II, che pochi giorni dopo incoronò Enrico a Roma.
Il motivo per cui vale la pena raccontarlo dentro il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri è geografico prima che teologico. Sutri venne scelta perché era il punto giusto sulla Cassia: abbastanza vicina a Roma da poterla raggiungere in un giorno di marcia, abbastanza lontana e fortificata da permettere a un imperatore tedesco di riunire un’assemblea senza il fiato delle fazioni romane sul collo. La stessa posizione che nel IV secolo a.C. l’aveva resa una testa di ponte militare, nell’XI secolo la rese una sede diplomatica. La città ha sempre venduto la medesima merce: la distanza da Roma.
E c’è il precedente, altrettanto noto e altrettanto poco spiegato: la donazione del 728, con cui il re longobardo Liutprando consegnò Sutri a papa Gregorio II. Nei manuali quella data apre il capitolo sul potere temporale della Chiesa. Sul terreno significa che il primo territorio posseduto dai papi come sovrani, e non come vescovi, è questo sperone di tufo con il suo anfiteatro vuoto e le sue tombe scavate a bordo strada. Un pellegrino che arriva a piedi da Vetralla e finisce la tappa davanti all’arena cammina sul primo pezzo di Stato Pontificio della storia.
La foto giusta da fare al Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
La fotografia che tutti fanno è dall’alto della cavea verso l’arena, e va benissimo come ricordo, ma non dice niente del luogo perché potrebbe essere qualunque anfiteatro. Quella giusta è un’altra e richiede due cose: scendere sull’arena e aspettare la luce.
Mettetevi al centro dell’arena, sull’asse maggiore, e inquadrate verso una delle due porte contrapposte, con il podio e la fila di aperture che corre lateralmente. Con un obiettivo largo, intorno ai 24 millimetri in formato pieno, la curva della cavea entra tutta e la ripresa mostra esattamente quello che va mostrato: che non ci sono giunti, che non c’è muratura, che la gradinata e le porte sono la stessa roccia continua. È la fotografia che spiega l’anfiteatro invece di ritrarlo.
Sull’orario non ci sono opinioni, ci sono fatti. Il tufo rosso a scorie nere a mezzogiorno restituisce un giallo grigio inerte; nella prima ora dopo l’apertura e nell’ultima prima della chiusura vira su un rosso caldo e le scorie scure emergono in rilievo. In più la luce radente disegna i colpi degli attrezzi antichi rimasti sulla parete, che a luce zenitale scompaiono del tutto. Settembre e ottobre, con il sole basso, sono i mesi migliori.
La seconda inquadratura da portare a casa dal Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri è dal parapetto del giardino di Villa Savorelli: si domina la valle, il fronte di tufo e il tetto del borgo, e con un teleobiettivo moderato si comprime la scena in modo che il colle, la lecceta e la Cassia entrino in un solo piano. Al tramonto la sagoma a due campanili della chiesa della Madonna del Monte, alle vostre spalle, si staglia contro il cielo.
Nella necropoli, infine, non cercate la fotografia d’insieme, che non esiste: cercate la ripetizione. Una sola camera inquadrata frontalmente con la persona in piedi sulla soglia dà la scala; una sequenza di tre o quattro aperture in diagonale dà il ritmo. Dentro il Mitreo la fotografia è normalmente consentita senza flash e senza treppiede, ma il tempo è pochissimo e la luce scarsa: alzate la sensibilità prima di entrare, perché nei sette minuti del turno non avrete modo di regolare nulla.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La lista dei fatti accaduti su questo pezzo di tufo è sproporzionata rispetto alle dimensioni della città, e conviene metterli in fila.
396 e 394 a.C.: Sutri entra nel mondo romano
La caduta di Veio nel 396 a.C. tolse alla città il suo riferimento etrusco e la consegnò all’orbita di Roma; le fonti antiche legano la conquista di Sutrium a Marco Furio Camillo, con una cronologia che l’Enciclopedia Italiana indica nel 394 a.C. Da quel momento Sutri smette di essere una città etrusca di confine e diventa uno strumento della politica romana verso il nord.
383 a.C.: la deduzione della colonia latina
Con la deduzione coloniale del 383 a.C. la città assume un ruolo militare di prima linea, insieme a Nepi, come base per la penetrazione romana in Etruria. È l’atto che genera tutto quello che si vede oggi nel parco, perché è da qui che discendono la centuriazione del territorio, il ruolo della Cassia e, tre secoli e mezzo più tardi, la costruzione dell’anfiteatro.
L’assedio etrusco e l’intervento di Furio Camillo
La tradizione racconta che la città, assediata dalle truppe di Tarquinia, fu salvata dall’arrivo di Furio Camillo. La storiografia moderna tratta questo episodio con prudenza, perché la figura di Camillo nelle fonti latine ha assunto tratti leggendari; resta però documentato che Sutri subì più assalti etruschi senza cadere, e che questo le valse la fama di porta dell’Etruria.
Fine del III secolo a.C.: il rifiuto del tributo
Durante la seconda guerra punica, stremata da decenni di prima linea, Sutri negò a Roma il tributo annuo insieme ad altre colonie laziali. È un episodio che i manuali citano poco e che dice molto sul prezzo pagato dalle città di confine per il sistema militare romano.
Fra il 41 e il 40 a.C.: la nuova colonizzazione
Alla fine del I secolo a.C. la città fu nuovamente colonizzata, forse per la sua vicinanza al partito dello sconfitto Lucio Antonio ai tempi della guerra di Perugia. Sono gli anni in cui comincia la stagione più prospera di Sutri, quella che Strabone registra e che l’anfiteatro documenta.
IV secolo d.C.: il Mitreo diventa chiesa
Nel IV secolo l’aula ipogea consacrata a Mitra fu cristianizzata, e la lapide centrale del taurobolio venne rimossa. Si vede ancora oggi, murata su un casale lungo la Cassia in località La Botte. È uno degli avvenimenti più concreti che si possano raccontare sulla transizione religiosa del tardo impero: non un decreto, un trasloco di pietra.
728: la donazione di Liutprando
Il re longobardo Liutprando cede Sutri a papa Gregorio II. Quell’atto è considerato l’inizio del dominio temporale della Chiesa. Il primo territorio dello Stato Pontificio è questo.
908 e 1207: la cattedrale
Papa Sergio III amplia la chiesa cattedrale nel 908; tre secoli dopo, nel 1207, Innocenzo III la consacra dopo un cantiere lungo circa cinquant’anni, donando alla città la tavola del Cristo bizantino.
1046: il concilio dei tre papi deposti
L’assemblea convocata da Enrico III depone Gregorio VI, Benedetto IX e Silvestro III e apre la strada a Clemente II. Nessun altro luogo del Lazio ha ospitato un evento ecclesiastico di questa portata.
1367: il palatium degli Anguillara
Un inventario dell’Ospedale di Santo Spirito in Sassia registra sul colle San Giovanni un palatium comitis Anguillarie, il corpo di fabbrica del castrum degli Anguillara che la tradizione locale chiama Castello di Carlo Magno.
1433 e 1493: la fine del borgo medievale
Niccolò Fortebraccio incendia la città durante le lotte fra guelfi e ghibellini; sessant’anni dopo un’alluvione completa la distruzione dell’insediamento fuori le mura. La Torre degli Arraggiati è uno dei pochissimi resti superstiti.
1725: il cantiere di Sebastiano Cipriani
Il marchese Giovanni Battista Muti Papazzurri incarica l’architetto Sebastiano Cipriani di trasformare la chiesa della Madonna del Monte, che riceve la facciata verticale a due torri campanarie visibile ancora oggi da tutta la valle.
1944: l’incendio di Villa Savorelli
Le truppe tedesche in ritirata danno alle fiamme la villa sul colle. La ricostruzione successiva vede l’intervento di Giorgio de Chirico, che cura la facciata.
1987 e 1988: la villa al Comune, il parco alla Regione
Villa Savorelli diventa proprietà comunale nel 1987; l’anno seguente la legge regionale 38 del 24 giugno 1988 istituisce il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri e ne affida la gestione al Comune di Sutri.
Chi è passato dal Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Una città appoggiata a una consolare vede passare tutti, e Sutri non fa eccezione. L’elenco di chi è transitato di qui, documentato o consegnato alla tradizione, è lungo e va distinto per grado di certezza.
Marco Furio Camillo
Il condottiero romano che prese Veio è legato alla conquista di Sutrium e, secondo la tradizione, al soccorso della città assediata dai Tarquiniesi. Le fonti latine ne hanno fatto un eroe esemplare e vanno lette con cautela, ma la sua presenza nella vicenda sutrina è il primo nome di peso che la città registri.
Strabone
Il geografo greco non vi soggiornò, ma la sua testimonianza è quella che fissa per noi l’immagine di Sutri in età augustea: una città fiorente lungo la Cassia. Senza quella riga, l’anfiteatro sarebbe un edificio senza contesto economico.
Liutprando, re dei Longobardi
Nel 728 fu lui a consegnare Sutri al papa. Che sia salito personalmente sul colle o che l’atto sia passato per i suoi funzionari, il suo nome è quello inciso nella data che apre il potere temporale della Chiesa.
Papa Gregorio II
Destinatario della donazione. Con lui il vescovo di Roma diventa, per la prima volta, sovrano di un territorio, e quel territorio è questo.
Carlo Magno, secondo la tradizione
La leggenda locale vuole che il sovrano franco abbia sostato sul colle San Giovanni mentre scendeva verso Roma per l’incoronazione imperiale, e da lì viene il nome del cosiddetto Castello di Carlo Magno. La muratura dell’edificio, in blocchi di tufo di altezza uniforme, indica però il XIV secolo, e il primo documento che lo nomina è del 1367: la tradizione resta tradizione e va dichiarata come tale.
Enrico III di Franconia
Nel 1046 il futuro imperatore convocò e presiedette a Sutri il concilio che depose tre pontefici. La sua discesa in Italia passò materialmente di qui, e la scelta della sede fu sua.
Tre papi deposti e un papa eletto
Gregorio VI, Benedetto IX e Silvestro III persero il soglio in questa città; Clemente II lo ottenne. Quattro pontefici in un’assemblea sola, in un centro di provincia sulla Cassia.
Papa Innocenzo III
Venne a Sutri nel 1207 per consacrare la cattedrale e donò alla città la tavola del Cristo bizantino, ancora esposta. È uno dei papi più potenti del Medioevo, e la sua presenza qui è documentata da un atto preciso.
Papa Sergio III, papa Eugenio III, papa Innocenzo IV
Sergio III ampliò la cattedrale nel 908. Eugenio III e Innocenzo IV cercarono rifugio dentro le mura di Sutri nei momenti difficili dei rispettivi pontificati: la città funzionava come base sicura a un giorno di marcia da Roma.
I conti Anguillara
La famiglia che dominava il lago di Bracciano e le terre fra Sabatini e Cimini ebbe sul colle San Giovanni il proprio castrum, documentato nel 1367. Il loro nome sopravvive nella toponomastica del borgo, in quella via Giovanni Andrea dell’Anguillara su cui si apre l’antico lavatoio.
Niccolò Fortebraccio
Il capitano di ventura che nel 1433 incendiò la città durante le guerre fra guelfi e ghibellini. È il nome che chiude il Medioevo sutrino, e la Torre degli Arraggiati è la sua firma involontaria.
I marchesi Muti Papazzurri, i Savorelli, gli Staderini
Le famiglie che si sono passate il colle dal Settecento a oggi. Giovanni Battista Muti Papazzurri è il committente della chiesa della Madonna del Monte nella forma che vediamo; i Savorelli hanno dato il nome alla villa e, di riflesso, al colle.
Sebastiano Cipriani e Gaetano Sardi
L’architetto che nel 1725 ridisegnò la chiesa sul colle e il pittore che ne decorò le volte e l’altare maggiore. Due professionisti romani chiamati a lavorare in provincia da un committente che voleva un segnale visibile da tutta la valle.
Giorgio de Chirico
Il pittore che dopo l’incendio del 1944 intervenne nella ricostruzione di Villa Savorelli curandone la facciata. È il nome più inatteso della lista, e per molti visitatori il motivo per cui il colle resta in mente.
I pellegrini, che sono i veri protagonisti
Per un millennio la Via Francigena ha portato qui decine di migliaia di persone a piedi, dirette a Roma e, alcune, oltre Roma fino al Gargano. Non hanno lasciato nomi, hanno lasciato gli affreschi micaelici della Madonna del Parto, le rovine degli ospedali, la chiesa templare di Santa Maria del Tempio. Il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri deve a loro la propria forma più di quanto debba a qualunque imperatore.
Il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri con i bambini
È uno dei posti del Lazio che funziona meglio con i ragazzi, e la ragione è semplice: qui si entra dentro le cose. In un’area archeologica normale i bambini guardano da dietro una transenna; qui camminano sull’arena di un anfiteatro, entrano in una tomba scavata nella roccia, scendono in un ipogeo. La scala piccola aiuta: quaranta metri di arena sono attraversabili in trenta secondi e non stancano nessuno.
Due avvertenze pratiche. La prima riguarda il Mitreo, che a numero chiuso e con turni brevi non è adatto ai piccolissimi né a chi soffre gli spazi chiusi; valutate secondo l’età. La seconda riguarda la necropoli lungo la Cassia: la strada è trafficata, non ha marciapiede continuo e non è un luogo in cui lasciare correre avanti un bambino. Sul colle, invece, il giardino di Villa Savorelli è uno spazio chiuso, sicuro e gratuito, dove i ragazzi possono muoversi liberi mentre gli adulti guardano il panorama.
Il gioco che funziona sempre: chiedere ai ragazzi di cercare sulle pareti i segni degli attrezzi con cui il tufo è stato tagliato. Sono visibili a occhio nudo in molti punti dell’arena e della necropoli, e trasformano la visita in una caccia. Quando capiscono che nessuno ha costruito nulla e che tutto è stato tolto, il posto gli resta addosso.
Accessibilità del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
La situazione va detta con franchezza, perché le mezze parole fanno danno. Il piano dell’arena dell’anfiteatro è raggiungibile e percorribile, mentre le gradinate della cavea non lo sono: sono scavate nella roccia, irregolari e prive di corrimano. Il Mitreo è un ambiente ipogeo con accesso stretto. Gli itinerari escursionistici del parco, compresa la Via Francigena nel tratto sutrino, sono dichiarati non idonei a passeggini e carrozzine e privi di dispositivi per non vedenti e ipovedenti. Il giardino di Villa Savorelli, sul colle, ha superfici più regolari ma si raggiunge in salita. L’ingresso è gratuito per le persone con disabilità. Chi ha esigenze specifiche faccia una telefonata al Comune di Sutri prima di partire e chieda del percorso praticabile nella giornata scelta: le condizioni cambiano con la manutenzione e con il meteo.
Quando andare al Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Primavera e autunno, senza esitazione. Fra marzo e maggio la lecceta si riempie di canto, nelle radure della Valle Mazzano fioriscono le orchidee selvatiche e la luce bassa del mattino accende il tufo. Fra settembre e ottobre si aggiungono i colori del fondovalle e la stagione dei funghi nel bosco, con il porcino nero e il finferlo segnalati fra le specie presenti.
L’estate ha un solo vantaggio, gli orari lunghi e gli eventi musicali all’antico lavatoio, e due difetti seri: il caldo dentro l’anfiteatro, che è una conca di roccia riflettente, e la luce di mezzogiorno che appiattisce tutto. Se venite in luglio, entrate all’apertura e uscite dall’area archeologica entro le undici e mezza, poi spostatevi all’ombra del colle.
L’inverno è la stagione dei solitari. Il parco è quasi deserto, la lecceta resta verde perché è sempreverde, il tufo bagnato ha un colore profondo che d’estate non si vede mai. Contro: giornate corte, gradinate scivolose, e la necessità di verificare gli orari ridotti. Se accettate queste condizioni, una mattina di gennaio nell’anfiteatro vuoto è un’esperienza che in agosto non si compra a nessun prezzo.
Che cosa vedere intorno al Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
La Tuscia meridionale è densa e le distanze sono brevi. Nel raggio di venti o trenta minuti d’auto si mettono insieme giornate diverse a seconda dell’interesse.
I borghi vicini
A nord, lungo la Cassia, Capranica, Vetralla e poi Viterbo con il suo quartiere medievale. A ovest Ronciglione e la Riserva Naturale del Lago di Vico, con il cratere che ha prodotto il tufo su cui camminate a Sutri. A est Nepi, la città gemella di Sutri nella strategia romana del IV secolo a.C., con la sua solfatara, e più oltre Civita Castellana, Castel Sant’Elia con il suo santuario nella forra, Faleria e Calcata sul Treja.
Etruschi, tufo e acqua
Per chiudere il cerchio sul rupestre ci sono le Forre di Corchiano e, verso la costa, le grandi necropoli di Cerveteri e Tarquinia. Per la giornata sul lago, Bracciano, Trevignano Romano e Anguillara Sabazia, cioè le terre degli Anguillara che avevano il castrum sul colle di Sutri. Per il manierismo, Palazzo Farnese a Caprarola e, poco più in là, il Parco dei Mostri di Bomarzo. Chi ha un’ora in più e vuole vedere l’altro grande parco archeologico dell’agro veiente prenda la direzione del Parco di Veio: è la città la cui caduta, nel 396 a.C., ha consegnato Sutri a Roma.
Domande frequenti sul Parco Naturale Regionale dell'Antichissima Città di Sutri
Quanto costa il biglietto del Parco Naturale Regionale dell'Antichissima Città di Sutri?
Il biglietto intero per l'intera area archeologica del Parco di Sutri, che comprende anfiteatro e Mitreo, costa 8 euro; il solo anfiteatro costa 5 euro. Il ridotto scende a 6 euro per l'area completa e a 3 euro per il solo anfiteatro, riservato ai gruppi di almeno venti persone e ad alcune fasce d'età. Il bosco e il giardino di Villa Savorelli non richiedono biglietto.
Come si arriva al Parco Naturale Regionale dell'Antichissima Città di Sutri da Roma?
Da Roma la via più rapida verso il Parco di Sutri è la Cassia bis Veientana, la superstrada che esce all'altezza della Giustiniana e corre veloce fino a Monterosi, da dove si rientra sulla Cassia storica per raggiungere Sutri in una decina di minuti. Chi ha più tempo può prendere la Cassia vecchia per intero, passando per La Storta, Campagnano e Monterosi, la stessa strada percorsa per secoli dai pellegrini.
Serve prenotare per visitare il Mitreo di Sutri?
Sì, il Mitreo del Parco di Sutri si visita solo su prenotazione, a gruppi contingentati, per pochi minuti a testa, ogni venti minuti. È un'informazione pubblicata ma che arriva spesso male e tardi ai visitatori, con il risultato che chi arriva senza prenotare rischia di trovare i turni della giornata già assegnati. Conviene quindi prenotare il Mitreo prima di decidere qualunque altra cosa e costruire la giornata attorno a quel turno.
Il Parco Naturale Regionale dell'Antichissima Città di Sutri è adatto ai bambini?
Sì, è uno dei posti del Lazio che funziona meglio con i ragazzi, perché a differenza di un'area archeologica normale, dove i bambini guardano da dietro una transenna, qui si cammina sull'arena di un anfiteatro, si entra in una tomba scavata nella roccia e si scende in un ipogeo. La scala ridotta aiuta: quaranta metri di arena si attraversano in trenta secondi senza stancare nessuno.
Il parco di Sutri è accessibile in sedia a rotelle?
In parte: il piano dell'arena dell'anfiteatro del Parco di Sutri è raggiungibile e percorribile, mentre le gradinate della cavea non lo sono, essendo scavate nella roccia, irregolari e prive di corrimano. Il Mitreo è un ambiente ipogeo con accesso stretto, e anche gli itinerari escursionistici del parco, compresa la Via Francigena nel tratto sutrino, sono dichiarati non accessibili.
Perché l'anfiteatro di Sutri è così particolare?
L'anfiteatro romano di Sutri è particolare perché non è stato costruito ma estratto: gli antichi hanno aggredito un banco di tufo vicino alla città e svuotato la roccia fino a ottenere l'ellisse, la cavea, i corridoi e le porte. Non c'è un blocco di muratura portante né una volta a botte: l'intera struttura è ricavata dalla parete di roccia stessa, un caso raro fra gli anfiteatri romani.
Quando è il periodo migliore per visitare il Parco Naturale Regionale dell'Antichissima Città di Sutri?
Primavera e autunno sono le stagioni migliori per il Parco di Sutri, senza esitazione. Fra marzo e maggio la lecceta si riempie di canto, nelle radure della Valle Mazzano fioriscono le orchidee selvatiche e la luce bassa del mattino accende il tufo. Fra settembre e ottobre si aggiungono i colori del fondovalle e la stagione dei funghi, con porcino nero e finferlo segnalati fra le specie presenti.
Chi organizza una giornata in Tuscia con un accompagnatore, o vuole costruire un itinerario privato fra Sutri, Nepi e il lago di Vico, può rivolgersi alla rete di professionisti di TourLeaderPro, che lavora su Roma e sul Lazio con guide e accompagnatori abilitati. Chi invece arriva dall’estero e vuole capire come incastrare la Tuscia in un viaggio italiano trova le guide in inglese su ItalyPlanner, sezione Lazio e, per l’organizzazione delle escursioni giornaliere, la pagina day trips.
Domande veloci sul Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Quanto costa il biglietto del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Il biglietto intero per l’intera area archeologica, che comprende anfiteatro e Mitreo, costa 8 euro; il solo anfiteatro costa 5 euro. Il ridotto è di 6 euro per l’area completa e 3 euro per il solo anfiteatro. Il bosco e il giardino di Villa Savorelli non richiedono biglietto.
Chi ha diritto al biglietto ridotto
Il ridotto spetta ai gruppi di almeno venti persone e ai visitatori di età compresa fra diciotto e venticinque anni.
Chi entra gratis al Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Entrano gratuitamente i residenti a Sutri, i minori di diciotto anni, le persone con disabilità, i giornalisti accreditati, i docenti universitari, gli studenti dei corsi di archeologia, storia dell’arte e architettura e le guide turistiche abilitate.
Esiste un biglietto cumulativo con altri monumenti
Sì. Il Comune di Sutri propone un biglietto che unisce l’area archeologica e Palazzo Doebbing al costo di 15 euro, 12 in tariffa ridotta.
Quali sono gli orari del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
L’area archeologica è chiusa il lunedì e apre dalle 10 alle 19, con ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura. Il calendario del fine settimana e dei giorni festivi va controllato sul sito del Comune di Sutri prima di mettersi in viaggio.
Serve prenotare per entrare
Per l’anfiteatro e per l’area archeologica no. Per il Mitreo la prenotazione è obbligatoria e va fatta in anticipo tramite il Comune di Sutri.
Perché il Mitreo si visita a gruppi contingentati
Perché è un ambiente ipogeo scavato nel tufo con affreschi medievali sulle pareti. Il calore e il vapore acqueo prodotti dai visitatori fanno salire l’umidità e condensano sulle superfici dipinte, quindi si entra a piccoli gruppi, per pochi minuti, con un intervallo fra un turno e l’altro perché l’aria si rinnovi.
Quante persone entrano per volta nel Mitreo
Gli accessi avvengono ogni venti minuti e il Comune di Sutri indica gruppi di un massimo di dieci persone per turno. Conviene farsi confermare il numero al momento della prenotazione, perché il contingentamento viene aggiornato in base alle condizioni di conservazione.
Quanto dura la visita al Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Per la sola area archeologica contate un’ora e mezza, turno del Mitreo compreso. Aggiungendo il colle con Villa Savorelli, il giardino e la chiesa della Madonna del Monte si arriva a tre ore. Con il centro storico, la cattedrale e il Museo del Patrimonium è una giornata intera.
Quanto è grande il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Sette ettari. È il più piccolo fra i parchi regionali del Lazio.
Quando è stato istituito il parco
Con la legge regionale numero 38 del 24 giugno 1988, nella forma del parco regionale urbano. La gestione è affidata al Comune di Sutri.
Quanto è grande l’anfiteatro romano di Sutri
Le dimensioni indicate dal Ministero della Cultura sono 49,60 per 40,80 metri. L’impianto comprende due ingressi contrapposti, un’arena circondata da un podio con dieci porte verso un corridoio coperto e una cavea divisa in tre settori.
Di che epoca è l’anfiteatro
La semplicità dell’impianto orienta la datazione fra gli ultimi decenni del I secolo a.C. e i primi anni del I secolo d.C., quindi all’incirca in età augustea, decenni prima del Colosseo.
È vero che l’anfiteatro è scavato nella roccia
Sì, ed è la sua caratteristica principale. L’edificio è stato interamente ricavato svuotando un banco di tufo prospiciente la città antica: non ci sono murature portanti né volte costruite.
Che cos’è il Mitreo di Sutri
È una grande aula scavata nel tufo, oggi chiesa della Madonna del Parto, che gli studi archeologici riconducono in origine a un luogo di culto del dio Mitra databile al I o II secolo, esclusa la zona absidale che è più recente. Nel pavimento si riconosce ancora la vasca del battesimo d’acqua con cui si iniziavano i credenti ai Misteri.
Quando è diventato una chiesa cristiana
Nel IV secolo. In quell’occasione fu rimossa la lapide centrale del taurobolio mitraico, oggi visibile murata sulla parete di un casale lungo la via Cassia, in località La Botte.
Si possono fare fotografie
All’aperto sì, senza limitazioni per uso personale. Nel Mitreo la ripresa è normalmente ammessa senza flash e senza treppiede, ma il tempo del turno è brevissimo: impostate la macchina prima di scendere.
Il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri è accessibile in sedia a rotelle
Il piano dell’arena è percorribile; le gradinate della cavea, scavate nella roccia e senza corrimano, non lo sono. Gli itinerari escursionistici del parco sono dichiarati non idonei a passeggini e carrozzine. Chi ha esigenze specifiche telefoni al Comune di Sutri prima della visita.
Ci sono cani ammessi
Le aree protette regionali ammettono i cani al guinzaglio sui percorsi esterni, mentre l’accesso agli ambienti chiusi come il Mitreo è escluso. Le condizioni di accesso vanno confermate con l’ente gestore prima di partire.
C’è un parcheggio
Sì, uno spiazzo sterrato lungo la via Cassia davanti all’ingresso dell’area archeologica. Nelle domeniche di primavera si riempie presto: chi arriva dopo le undici finisce a parcheggiare nel borgo e a scendere a piedi.
Come si arriva a Sutri da Roma senza auto
Sutri non ha stazione ferroviaria. Le soluzioni sono la ferrovia Roma Viterbo con discesa a Capranica Sutri e proseguimento in autobus o taxi, oppure il pullman diretto verso la Tuscia che ferma lungo la Cassia. Verificate le corse festive il giorno prima.
Quanto dista Sutri da Roma
L’area archeologica è al chilometro 49 della via Cassia. In auto, con la Cassia bis Veientana, si percorre la distanza in poco meno di un’ora fuori dagli orari di punta.
Il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri è adatto ai bambini
Molto. Si cammina sull’arena, si entra nelle tombe rupestri, le distanze sono minime. Attenzione però al traffico lungo la Cassia nel tratto della necropoli e alla visita del Mitreo, che per spazi stretti e turni contingentati non è adatta ai più piccoli.
Che differenza c’è fra il parco e il borgo di Sutri
Il parco è l’area protetta di sette ettari che comprende l’anfiteatro, la necropoli, il Mitreo, il colle di Villa Savorelli e il bosco. Il borgo è il centro storico sulla rupe, con la cattedrale, il Museo del Patrimonium e il lavatoio. Si toccano e si visitano nella stessa giornata: dal parcheggio dell’anfiteatro al primo vicolo sono dieci minuti a piedi in salita.
Si può visitare Villa Savorelli
La villa ospita la sede del parco e attività congressuali, quindi l’accesso agli interni dipende dal calendario. Il giardino all’italiana, con le siepi di bosso a labirinto e la fontana in peperino a vasca circolare, è aperto al pubblico.
Chi ha ricostruito Villa Savorelli dopo la guerra
La villa fu incendiata dalle truppe tedesche nel 1944 e la ricostruzione successiva vide l’intervento del pittore Giorgio de Chirico, che curò la facciata.
Che animali si vedono nel parco
Fra i mammiferi istrici, volpi, cinghiali e faine. Fra i rapaci diurni gheppi, sparvieri e poiane; fra i notturni barbagianni, gufo comune e civetta. Fra gli uccelli comuni ghiandaia, cinciarella, cinciallegra, picchio verde e picchio rosso maggiore; lungo l’unico ruscello dell’area protetta airone cenerino, garzetta e germano reale.
Si possono raccogliere i funghi
Nel parco sono segnalati il porcino nero e il finferlo, ma la raccolta in area protetta è soggetta a regolamento: chiedete all’ente gestore prima di uscire con il cesto.
La Via Francigena passa dentro il parco
Sì. La tappa 42 del tracciato laziale arriva dal Duomo di Vetralla e termina all’anfiteatro dopo 23,6 chilometri e circa cinque ore di cammino; la variante di Sutri riparte dall’anfiteatro, costeggia la necropoli monumentale e prosegue verso Roma per 7,3 chilometri di difficoltà turistica.
Qual è il periodo migliore per visitare il Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri
Primavera e autunno, per la luce, la temperatura e la fioritura delle radure. L’estate va bene solo nelle prime ore di apertura, perché l’anfiteatro è una conca di roccia che a mezzogiorno diventa rovente.
Vale la pena prendere una guida
Per il solo anfiteatro non è indispensabile. Per capire la sequenza mitreo, chiesa, necropoli, colle e borgo sì, perché il valore del posto è nei collegamenti e non nei singoli monumenti. Chi vuole un accompagnatore abilitato per la giornata può rivolgersi a TourLeaderPro.
Che cosa si visita nelle vicinanze in una sola giornata
L’abbinamento più riuscito è Sutri al mattino e Nepi o Ronciglione nel pomeriggio, con eventuale sosta alla Riserva Naturale del Lago di Vico, il cratere che ha prodotto il tufo di tutta la zona.
Dove si comprano i biglietti
Alla biglietteria dell’area archeologica lungo la via Cassia. La prenotazione del Mitreo si effettua in anticipo tramite il Comune di Sutri, ai recapiti pubblicati sul sito comunale.
Torno a Sutri due o tre volte l’anno da vent’anni e la sensazione non cambia mai: è il posto dove si capisce meglio che cosa significhi costruire togliendo. Se vi resta un solo consiglio di tutto quello che avete letto, tenete questo: prenotate il Mitreo, arrivate all’apertura, e prima di andarvene salite al giardino di Villa Savorelli e guardate in basso. Da lassù i sette ettari del Parco Naturale Regionale dell’Antichissima Città di Sutri si vedono per intero, e si capisce in un colpo solo perché una città di provincia sulla Cassia abbia fatto da culla allo Stato Pontificio e da sede a un concilio che depose tre papi.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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