Torre Astura

Ci sono luoghi del Lazio che si visitano con la comodità di un biglietto e di un cancello aperto, e ce ne sono altri che si guadagnano. Torre Astura appartiene alla seconda categoria, e conviene dirlo subito, senza giri di parole, perché è il dato che governa tutto il resto: la torre e le rovine romane che la circondano si trovano oggi all'interno del poligono militare di Nettuno, un'area demaniale del Ministero della Difesa che occupa circa otto chilometri di litorale tra Nettuno e la foce dell'Astura. Non è un parco archeologico con orari di apertura. È un'area militare in cui l'accesso è fortemente limitato e dipende esclusivamente dalle aperture concesse dall'autorità militare, che sono rare, non regolari e vanno verificate di volta in volta presso gli enti competenti. Chiunque vi racconti diversamente, o vi prometta una passeggiata pomeridiana sotto la torre, sta vendendo un'illusione.

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Detto questo — e lo ripeterò, perché è la cosa più importante che posso dirvi — Torre Astura è uno dei siti più straordinari del litorale tirrenico. Ci sono luoghi in Italia dove la storia si è depositata in strati sottili e ordinati; qui si è accatastata in blocchi, con una violenza che ancora si legge nelle pietre. Una villa romana marittima di età tardo-repubblicana con un impianto di peschiere fra i più notevoli del Lazio. Un porto ricordato da Livio e da Plinio il Vecchio. La proprietà che la tradizione, e non solo la tradizione, associa a Marco Tullio Cicerone, e da cui l'oratore si imbarcò nel 43 a.C. nella fuga che si sarebbe conclusa con la sua uccisione. Una fortezza medievale costruita sopra le murature romane, che ha visto la cattura di Corradino di Svevia nel 1268, forse l'episodio più cupo della storia sveva in Italia. E poi secoli di feudalità romana, Frangipane, Caetani, Orsini, Colonna, Aldobrandini, Borghese, e infine la Difesa.

In questa scheda vi racconto tutto questo con la precisione che il luogo merita, distinguendo sempre il dato archeologico accertato dalla tradizione erudita, e senza inventare nulla su ciò che non posso verificare. Perché la storia di Torre Astura è già abbastanza spettacolare da non aver bisogno di abbellimenti.

Dove si trova Torre Astura e perché la geografia qui conta più di tutto

Torre Astura si erge sul litorale del Lazio meridionale, nel territorio comunale di Nettuno, a circa dieci chilometri a sud-est del centro abitato. Le coordinate la collocano poco sopra il quarantunesimo parallelo e mezzo, in un tratto di costa che corre quasi rettilineo da Anzio verso il promontorio del Circeo. È una posizione che, se la guardate su una carta, appare del tutto anonima: una linea di sabbia fra due località balneari. Ma la carta mente, come spesso accade sul Tirreno.

La costa bassa e il tranello dei fondali di Torre Astura

Il litorale davanti a Torre Astura è basso e sabbioso, con cordoni dunali alti e ben conservati, ma i fondali antistanti nascondono secche e improvvisi banchi di roccia. Nell'antichità questo era un tratto pericoloso per la navigazione: la costa non offre ripari naturali, e la combinazione fra bassofondo sabbioso e affioramenti rocciosi ha prodotto nei secoli un numero considerevole di naufragi. È esattamente per questo che i fondali intorno alla fortezza sono ricchissimi di materiale archeologico — anfore, ancore, ceppi litici, elementi architettonici — e purtroppo è per lo stesso motivo che fino agli anni Settanta del Novecento quest'area subacquea fu oggetto di un saccheggio incontrollato, prima che una tutela seria entrasse in vigore.

Il rapporto di Torre Astura con Anzio e Nettuno

Chi conosce il litorale sa che Anzio e Nettuno sono due centri contigui ma diversissimi per carattere: Anzio con il suo porto e la memoria imperiale, Nettuno con il borgo medievale murato e la spiaggia. Torre Astura sta oltre Nettuno, dove la civiltà urbana finisce e comincia qualcosa d'altro. Nell'Ottocento questo qualcosa d'altro era la palude; oggi è il poligono. In entrambi i casi si tratta di una barriera, e in entrambi i casi la barriera ha avuto un effetto paradossale: ha conservato. Se Torre Astura fosse stata accessibile e libera negli anni del boom edilizio del litorale romano, oggi non ci sarebbe più nulla da raccontare.

Le distanze reali intorno a Torre Astura

Dal punto di vista pratico conviene tenere a mente qualche misura. Il fiume Astura, che dà il nome al luogo, è lungo circa diciotto chilometri e ha un bacino idrografico di circa trecentottantacinque chilometri quadrati; scorre interamente nei territori comunali di Aprilia, Latina e Nettuno prima di sfociare in mare proprio qui. Il poligono si sviluppa per circa otto chilometri lungo la costa. Dalla torre lo sguardo abbraccia, nelle giornate limpide, l'intero arco che va dal promontorio del Circeo fino ad Anzio: è uno dei panorami costieri più ampi del Lazio, e il fatto che sia sostanzialmente precluso al pubblico è una delle grandi malinconie di chi si occupa di questo territorio.

Il poligono militare di Nettuno: il fatto pratico decisivo su Torre Astura

Voglio insistere su questo punto perché è la ragione per cui tante persone arrivano a Nettuno con l'idea di "andare a vedere la torre" e tornano a casa deluse. L'area di Torre Astura ricade oggi nel comprensorio del Ministero della Difesa noto come poligono militare di Nettuno, sede di attività sperimentali e addestrative. Si tratta di un'area demaniale militare a tutti gli effetti, non di un sito archeologico gestito da un ente culturale.

Cosa significa concretamente per chi vuole visitare Torre Astura

Significa che l'accesso non è libero. Significa che non esiste una biglietteria, un orario continuato, un ingresso da prenotare online come si fa per un museo. Significa che le eventuali aperture — che nel corso degli anni ci sono state, in forma di visite guidate concordate, giornate straordinarie, iniziative promosse insieme ad amministrazioni locali o associazioni — sono concessioni dell'autorità militare, subordinate alle esigenze operative del poligono, e possono essere sospese o annullate senza preavviso. La regola d'oro è una sola: verificare presso le autorità competenti, cioè il comando militare che gestisce l'area e l'amministrazione comunale di Nettuno, prima di mettersi in viaggio. Chi vi dice che "si entra sempre" o "basta arrivare" vi sta esponendo a una giornata sprecata, e in alcuni casi a un guaio.

Perché non prometto accessi a Torre Astura e non dovreste fidarvi di chi lo fa

La rete è piena di racconti di passeggiate fino alla torre, spesso risalenti ad anni in cui la situazione era diversa, oppure relativi a tratti di litorale che non coincidono con l'area interdetta. Le condizioni cambiano. Un'area militare attiva ha regole che non ammettono improvvisazione, e il rispetto di quelle regole non è soltanto una questione legale: è la ragione per cui il sito è ancora lì. Io non prometto accessi, non indico varchi, non suggerisco scorciatoie. Vi dico com'è fatto il luogo, cosa contiene, perché conta — e vi dico che se e quando si apre, dovete esserci.

Il paradosso conservativo del poligono di Torre Astura

C'è un'ironia amara in tutta questa vicenda. La zona militare, che oggi impedisce la visita, ha salvato Torre Astura dalla sorte toccata a quasi tutto il litorale laziale fra gli anni Sessanta e Ottanta. Il vincolo militare ha funzionato da vincolo paesaggistico involontario: niente lottizzazioni, niente stabilimenti, niente strade litoranee, niente seconde case. La macchia bassa che vedete nelle fotografie è mantenuta tale dal personale militare per esigenze di esercitazione, e questo ha prodotto un mosaico vegetazionale che altrove è scomparso. Il risultato è un tratto di costa tirrenica che assomiglia ancora, per struttura, a quello che i viaggiatori dell'Ottocento descrivevano con un misto di terrore e incanto.

Il paesaggio di Torre Astura: duna, macchia, bosco

Chi si occupa solo di pietre a Torre Astura perde metà del racconto. Il contesto ambientale è, in scala laziale, di prim'ordine, e va descritto con la stessa attenzione che si riserva alle murature romane.

Il cordone dunale e le due specie che lo raccontano

Tutta la fascia costiera intorno a Torre Astura è bassa e sabbiosa, con cordoni dunali alti e in buona parte integri. Su queste dune crescono due specie che i botanici usano come indicatori di qualità: l'Ammophila arenaria, la sparto pungente che con il suo apparato radicale trattiene la sabbia e letteralmente costruisce la duna, e il Pancratium maritimum, il giglio di mare, che fiorisce d'estate con corolle bianche di una eleganza quasi irreale. Sono entrambe specie di notevole pregio botanico, e la loro presenza in popolamenti consistenti è oggi una rarità sul litorale tirrenico centrale, dove il calpestio, la pulizia meccanica delle spiagge e l'urbanizzazione le hanno pressoché eliminate.

La macchia mediterranea e i boschi retrodunali di Torre Astura

Alle spalle della duna il paesaggio si articola. Nelle aree più vicine al mare dominano i boschi sempreverdi di leccio e sughera, spesso sormontati dalle chiome di pinete secolari impiantate dall'uomo in epoche passate. Più all'interno compaiono i boschi misti a caducifoglie, con cerri, farnetti, roverelle e aceri: è la vegetazione tipica del sistema forestale planiziale laziale, quello stesso che sopravvive nel vicino bosco del Foglino e in poche altre stazioni relitte fra Nettuno, Aprilia e Latina. Vaste porzioni del comprensorio sono invece mantenute a vegetazione bassa, a erbe e cespugli di macchia, proprio perché il personale militare le gestisce così per le esercitazioni.

Il pino e la pineta di Torre Astura

Il pino domestico è l'albero-simbolo di questo tratto di costa, e la pineta di Torre Astura è uno degli elementi che più colpiscono chi ha avuto occasione di vederla. Non è una formazione spontanea: le pinete costiere del Lazio sono in larghissima parte impianti antropici, realizzati in epoche diverse per consolidare le dune, produrre legname e pinoli e frangere il vento salso. Ma nel tempo hanno acquisito una loro dignità paesaggistica e un valore ecologico reale, ospitando avifauna e sottobosco. Le chiome a ombrello dei pini che si stagliano sopra il leccio e la sughera, con il mare che si intravede a lampi fra i tronchi, sono l'immagine mentale che chiunque abbia visto Torre Astura si porta dietro.

La foresta paludosa scomparsa alle spalle di Torre Astura

Fino alla bonifica integrale del Novecento, il paesaggio era radicalmente diverso. Immediatamente dietro il cordone dunale cominciava la foresta paludosa che occupava l'Agro Pontino: un intreccio di acqua stagnante, canneti, ontani e querce, malsano, malarico, praticamente impenetrabile. La torre non stava, come oggi, ai margini di una piana coltivata: stava sul confine fra il mare e un deserto verde. Questo spiega molte cose, dalla scelta strategica del sito medievale all'immaginario ottocentesco che vi si è formato sopra.

Il fiume Astura e il nome di Torre Astura

Il toponimo viene dal fiume, e il fiume viene da molto lontano nel tempo. L'Astura è ricordato da Tito Livio nell'ottavo libro dell'Ab Urbe condita e da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia: due citazioni che bastano a collocarlo nella geografia mentale dei Romani come un elemento riconoscibile del paesaggio, non un fosso qualunque.

Il corso antico dell'Astura, prima della bonifica

Anticamente il fiume traeva origine da numerosi corsi d'acqua che scendevano dal versante meridionale dei Colli Albani, raccogliendo le acque di un bacino ampio. Nel suo corso originario raggiungeva la zona di Campoverde e l'area di Satrico, l'antica città latina, e un villaggio che portava lo stesso nome del fiume. Era, in sostanza, l'asse idrografico principale di questo settore dell'agro. In seguito alla bonifica dell'Agro Pontino, condotta negli anni Venti e Trenta del Novecento, quei fossi sorgivi furono deviati e raccolti in un canale artificiale — il Canale delle Acque Alte, già Canale Mussolini — che da allora intercetta i rami alti dell'antico Astura attraverso un sistema di allaccianti. Il fiume che oggi sfocia presso Torre Astura è quindi, idrologicamente, l'ombra tronca di quello antico: circa diciotto chilometri di corso, un bacino residuo di circa trecentottantacinque chilometri quadrati, alimentato dai fossi della Crocetta, di Sant'Anatolia, dal Rio Torto, dal fosso Femmina Morta, dal Caronte, dalla Nocchia.

Perché la foce contava tanto per Astura

Una foce fluviale su una costa priva di ripari naturali è un bene strategico. Offre un approdo relativamente protetto, acqua dolce, la possibilità di risalire verso l'interno con imbarcazioni leggere e un punto di riferimento visibile dal mare. È esattamente per questo che ad Astura si sviluppò un approdo: non perché il litorale fosse ospitale — non lo era — ma perché la foce creava l'unica discontinuità utile in decine di chilometri di sabbia. Il porto antico di Astura nasce da questa semplice logica geografica, e la torre medievale, mille anni dopo, la eredita.

Il nome: l'astore e le altre ipotesi su Astura

Sull'origine del nome la spiegazione più diffusa, riportata già da Antonio Nibby nella sua Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' Dintorni di Roma, lo fa derivare dal latino astur, cioè l'astore, un rapace di media taglia che nidifica nei boschi maturi. È un'etimologia elegante e coerente con il paesaggio forestale che circondava il sito, e ha il pregio di essere sostenuta da un erudito serio dell'Ottocento. Va detto con onestà che si tratta di un'ipotesi, non di una certezza documentata: la toponomastica prelatina del Lazio meridionale è terreno insidioso, e altre derivazioni sono state proposte nel tempo. Preferisco riferirvi l'ipotesi principale e segnalarvi che è tale.

Astura nell'antichità: il confine orientale del territorio di Antium

Per capire cosa fosse Astura nell'antichità bisogna smettere di pensarla come una località isolata e cominciare a pensarla come un confine. Le fonti sono concordi su questo punto, ed è un punto tutt'altro che secondario.

Astura come limite del territorio anziate

Plinio il Vecchio, nel terzo libro della Naturalis Historia, colloca Astura in Antiano, cioè nel territorio di Antium. Giuseppe Lugli, nei suoi studi di topografia antica, osserva che i confini del territorio anziate in età romana erano rappresentati a est e a nord-est proprio dal fiume Astura. Le Dissertazioni della Pontificia Accademia romana di archeologia ricordano Astura come sito celebre fra i luoghi abitati nel territorio anziate. Mettendo insieme queste testimonianze si ottiene un quadro coerente: a partire dall'età romana Astura rappresentava il prolungamento e il limite orientale della colonia di Antium.

Cosa significava essere un confine sul mare

Un confine amministrativo non è una linea neutra. È il punto in cui una comunità decide dove finisce la propria giurisdizione, dove colloca i propri santuari di limite, dove tiene d'occhio chi arriva. Astura era il capolinea orientale di Antium, città con un passato volsco e poi colonia romana, sede di uno dei porti più importanti del basso Lazio e, in età imperiale, di residenze imperiali di primissimo livello. Essere il confine di Antium significava essere il punto in cui il sistema portuale e residenziale anziate si affacciava sulla desolazione pontina. Un luogo di passaggio e di soglia, che è poi esattamente il carattere che Astura conserverà per due millenni.

La villeggiatura aristocratica ad Astura

Per la sua amenità — il termine ricorre nelle fonti erudite e non è retorico: significa aria salubre rispetto alle paludi interne, panorama, pesca abbondante, distanza giusta da Roma — Astura fu un luogo molto amato dalla nobiltà romana, che vi costruì le proprie villae d'otium. Non una villa isolata, dunque, ma un tratto di costa costellato di residenze già dal I secolo a.C. È il fenomeno che gli archeologi chiamano villeggiatura marittima tirrenica, lo stesso che ha prodotto le ville di Baia, di Sperlonga, di Formia, del Circeo, di Anzio. Astura ne è un capitolo, e non minore.

La villa romana marittima di Torre Astura

Veniamo al monumento antico vero e proprio, quello che rende Torre Astura un sito di riferimento nella letteratura archeologica sulle ville marittime del Tirreno.

La cronologia della villa di Torre Astura

La prima fase di costruzione risale al I secolo a.C. Il complesso venne poi realizzato nella sua configurazione monumentale tra la fine dell'età repubblicana e l'inizio dell'età imperiale: è la stagione d'oro dell'architettura residenziale marittima, quella in cui le tecniche del calcestruzzo idraulico romano permisero per la prima volta di costruire stabilmente dentro il mare, e non soltanto in riva ad esso. Il caementicium con pozzolana, che fa presa sott'acqua, è la vera rivoluzione tecnologica che rende possibile tutto quello che vedete a Torre Astura.

Terraferma e isola artificiale: l'impianto della villa di Torre Astura

La villa era strutturata in parte sulla terraferma e in parte su un'isola artificiale, dotata di una vastissima peschiera. Questa doppia natura è la sua caratteristica più notevole. Non si trattava di una residenza affacciata sull'acqua, ma di una residenza che entrava nell'acqua, con corpi di fabbrica raccordati da moli, passerelle e strutture sommerse. I resti di queste opere sono ancora in parte visibili, e sulle murature romane in mare fu poi realizzata la fortezza medievale: è il dettaglio che spiega la forma stessa della torre e la ragione per cui essa sembra galleggiare.

Perché la villa di Torre Astura conta nella storia dell'architettura

Le ville marittime con peschiere monumentali sono un fenomeno concentrato in un arco cronologico relativamente breve e in un ambiente sociale ristretto: l'aristocrazia senatoria tardo-repubblicana e poi la corte imperiale. Astura appartiene alla prima generazione di questi complessi. Studiarla significa vedere come i Romani risolsero il problema di costruire in mare aperto su una costa sabbiosa e priva di ripari, con secche e banchi rocciosi. La risposta fu una combinazione di casseforme, blocchi di calcestruzzo gettati in acqua, sfruttamento degli affioramenti naturali e scavo diretto nella roccia. Il risultato è un'opera di ingegneria idraulica che, duemila anni dopo, sta ancora in piedi in un ambiente marino aggressivo.

Le peschiere di Torre Astura: come funzionava un vivaio romano

Se dovessi indicare un solo motivo tecnico per cui Torre Astura merita la fama che ha fra gli archeologi, indicherei le peschiere. Sono fra le più notevoli del Lazio, e sono l'elemento che meglio si legge ancora oggi.

La piscina romana non era una piscina

Chiariamo subito il termine, perché genera equivoci. La piscina latina in questo contesto è un vivaio: un bacino artificiale comunicante con il mare, destinato all'allevamento e alla conservazione del pesce. I Romani ne fecero un'ossessione sociale. Possedere una peschiera monumentale significava poter servire ai propri ospiti pesce vivo, catturato all'istante, di specie pregiate, in qualsiasi stagione: era il segno di status per eccellenza dell'aristocrazia tardo-repubblicana, al punto che Cicerone stesso, con la sua consueta cattiveria, chiamava piscinarii i senatori più interessati ai propri vivai che alla res publica.

I vivai scavati nella roccia a Torre Astura

A Torre Astura i vivai furono in buona parte scavati direttamente nella roccia costiera, e questa è la ragione per cui li vediamo ancora. Un bacino scavato nel banco naturale non ha murature da perdere: è un negativo, una forma sottratta alla pietra, e il mare può soltanto smussarne i bordi. Si riconoscono i grandi bacini rettangolari, le canalizzazioni, i setti divisori che separavano le vasche destinate a specie diverse o a taglie diverse, e i sistemi di presa dell'acqua. Il principio idraulico era semplice ed efficacissimo: sfruttare il moto ondoso e l'escursione di marea per garantire il ricambio continuo dell'acqua attraverso bocche protette da paratie o da grate, in modo che il pesce non potesse uscire e l'acqua non ristagnasse.

Le specie e la gestione dei vivai

Le fonti antiche sull'allevamento ittico romano descrivono l'attenzione maniacale riservata alla differenziazione degli ambienti: vasche più profonde e ombreggiate per alcune specie, bassi fondali soleggiati per altre, nicchie e cavità artificiali per le murene, che erano fra le prede più ambite e più costose. Non pretendo di attribuire a Torre Astura una specifica ripartizione, perché sarebbe un'invenzione; ma la complessità dell'impianto che si legge sul terreno è coerente con una gestione articolata, non con un semplice serbatoio. Quello che si può dire con sicurezza è che siamo davanti a un'installazione produttiva e insieme ostentatoria, pensata per essere vista tanto quanto per funzionare.

Il molo e le strutture portuali di Torre Astura

Al sistema delle peschiere si lega quello portuale. Il molo, di cui restano tratti di murature in mare, serviva l'approdo alla foce dell'Astura e insieme la villa. In un complesso di questo tipo le funzioni non erano separate: si attraccava, si scaricava, si pescava, si riceveva. Il porto di Astura è ricordato come approdo lungo la costa in un tratto in cui approdare era difficile, e questa combinazione di scalo e residenza è precisamente ciò che rende il sito interessante per chi studia l'economia costiera romana.

Cicerone e Torre Astura: cosa è certo e cosa è tradizione

Arriviamo al nome che tutti associano a questo luogo, e arriviamoci con la prudenza che il mestiere impone. La questione va scomposta in due parti che troppo spesso vengono confuse.

Il dato certo: Cicerone possedeva un podere ad Astura

Che Marco Tullio Cicerone avesse una proprietà ad Astura non è una leggenda romantica: è un dato che discende dalle sue stesse lettere e dalla tradizione biografica antica. Cicerone parla di Astura nelle lettere ad Attico, e Plutarco, nella Vita di Cicerone, dice esplicitamente che ad Astura l'oratore aveva un podere sul mare. Su questo si può poggiare senza esitazione. Astura era per Cicerone un rifugio, un luogo di ritiro e di scrittura, uno dei nodi di quella rete di proprietà — Tuscolo, Formia, Pozzuoli, Astura e altre — attraverso cui l'aristocrazia romana si spostava seguendo le stagioni, gli obblighi politici e gli umori.

L'ipotesi archeologica: la villa di Torre Astura è quella di Cicerone?

Qui bisogna essere onesti. La villa i cui resti si vedono a Torre Astura potrebbe trattarsi della villa di Astura appartenuta a Cicerone: la cronologia coincide, la localizzazione coincide, la tipologia coincide. Ma non esiste, allo stato, un elemento epigrafico o documentario che leghi in modo inconfutabile quelle murature a quel proprietario. La formulazione corretta è dunque quella condizionale, ed è la formulazione che gli studiosi seri adottano. La costa di Astura era costellata di ville aristocratiche: la probabilità che la più monumentale fra quelle superstiti sia proprio la ciceroniana è suggestiva, ma resta un'attribuzione tradizionale e non una certezza.

Perché la distinzione conta

Potrebbe sembrare pedanteria. Non lo è. La differenza fra "qui c'era la villa di Cicerone" e "qui potrebbe esserci stata la villa di Cicerone" è la differenza fra un racconto e una ricostruzione. E paradossalmente la versione prudente è più interessante: ci ricorda che il litorale di Astura non era il regno privato di un uomo celebre, ma un distretto residenziale d'élite in cui Cicerone era uno fra molti proprietari. Il che, fra l'altro, spiega perché nella fuga del 43 a.C. l'oratore potesse contare qui su una barca e su un approdo.

La fuga del 43 a.C.: Cicerone si imbarca da Astura

Questo è l'episodio che ha reso Astura un nome nella memoria letteraria europea, e vale la pena raccontarlo con precisione, perché la fonte principale — Plutarco — è di una crudezza narrativa notevole.

Il contesto: le proscrizioni del secondo triumvirato

Nel 43 a.C., dopo la morte di Cesare e la guerra di Modena, Ottaviano, Marco Antonio e Lepido si accordarono per la spartizione del potere e per l'eliminazione fisica degli avversari politici. Le liste di proscrizione furono affisse, e il nome di Cicerone vi comparve per volontà esplicita di Marco Antonio, che l'oratore aveva devastato nelle Filippiche. Cicerone si trovava con il fratello Quinto nei possedimenti di Tuscolo. Appresa la notizia, i due decisero di trasferirsi ad Astura, dove Cicerone aveva il suo podere sul mare, e di là imbarcarsi per la Macedonia, per raggiungere Bruto: correva voce che la posizione di Bruto fosse ormai autorevole.

Il racconto di Plutarco: l'indecisione fatale

Plutarco descrive due fratelli disperati, trasportati in lettiga, che ogni tanto si fermano lungo la strada e accostano le portantine per consolarsi a vicenda. Quinto, il più depresso, calcola che nessuno dei due ha portato provviste sufficienti e propone di tornare a casa a prendere il necessario mentre il fratello prosegue. Si separano fra abbracci e lacrime — e Quinto, venduto pochi giorni dopo dai suoi stessi servi, sarà ucciso insieme al figlio. Cicerone giunge ad Astura, trova un'imbarcazione, prende subito il largo e naviga con vento favorevole lungo la costa fino al Circeo. I piloti vorrebbero ripartire immediatamente; ma l'oratore, un po' per paura del mare, un po' perché non aveva ancora perso del tutto la fiducia in Cesare Ottaviano, preferisce sbarcare e percorrere a piedi un centinaio di stadi in direzione di Roma. Poi lo assalgono di nuovo i dubbi, cambia idea, scende ancora verso il mare, ad Astura.

La notte di Astura

È la parte più impressionante del racconto. Plutarco dice che Cicerone trascorse quella notte assillato da incubi e pensieri orribili, e che arrivò a immaginare di introdursi di nascosto nella casa di Ottaviano e di togliersi la vita presso il focolare, in modo da eccitargli contro le furie vendicatrici — un gesto rituale, una maledizione domestica. Lo trattenne il timore della tortura in caso di fallimento. Alla fine, dopo aver fatto e disfatto con la mente un gran numero di progetti, uno più confuso dell'altro, ordinò ai servi di condurlo per mare a Formia, dove possedeva un podere: ameno rifugio dalla calura estiva, quando soffiavano gli etesii. Fu lì che i sicari lo raggiunsero e lo uccisero.

Cosa resta di quella notte a Torre Astura

Non resta nulla di materialmente riconducibile a quell'episodio, e chi vi indicasse una pietra dicendo "qui dormì Cicerone" mentirebbe. Ma resta la geografia, ed è una geografia leggibile: la foce, l'approdo, la linea di costa verso il Circeo che Plutarco descrive come rotta, la possibilità di scendere al mare e di risalire. Stare davanti a Torre Astura sapendo quel racconto significa vedere il paesaggio di una delle indecisioni più famose della storia antica. Un uomo di sessantatré anni, il più grande oratore di Roma, che va e viene fra la barca e la terra senza riuscire a decidere se fuggire o morire.

Astura e i Giulio-Claudi: un luogo che non portò fortuna

C'è un filone di aneddotica antica su Astura che vale la pena raccontare, perché è il tipo di dettaglio che rende la storia romana meno marmorea e più umana. La tradizione degli storici imperiali associa Astura a una serie di malaugurii dinastici.

Augusto e la malattia contratta ad Astura

Secondo Svetonio, Augusto contrasse durante il viaggio notturno da Astura la dissenteria che lo avrebbe condotto alla morte. Il primo imperatore, che aveva attraversato guerre civili, congiure e naufragi, si ammalò definitivamente in un tragitto notturno lungo questa costa. È un dettaglio che gli antichi registravano con l'attenzione che riservavano ai presagi, e che noi possiamo leggere anche in chiave banalmente medica: le paludi retrostanti, l'acqua, il freddo notturno del mare.

Tiberio, Caligola e la remora

La serie continua. Tiberio si ammalò ad Astura, ripartì diretto a Capri, ma morì a Miseno. E Plinio il Vecchio racconta che una remora attaccatasi all'albero dell'imbarcazione che portava Caligola da Astura alla sua villa di Anzio fu considerata presagio di morte — e che l'imperatore effettivamente morì due mesi dopo. La remora, il pesce che secondo la credenza antica poteva bloccare una nave attaccandosi allo scafo, era un simbolo di arresto e di impedimento: un'immagine perfetta per una dinastia che qui, sulla stessa costa, continuava a inciampare.

Come leggere questi aneddoti su Astura

Non sto sostenendo che Astura fosse maledetta, né che gli antichi lo credessero in senso stretto. Sto dicendo che nella storiografia romana i luoghi acquisiscono una reputazione narrativa, e Astura acquisì quella di soglia sfortunata: il punto in cui i grandi si ammalano, esitano, vengono catturati. Cicerone che non riesce a partire, Augusto che si ammala, Tiberio che riparte per morire altrove, Caligola con la remora sull'albero. Mille e trecento anni dopo, un ragazzo di sedici anni verrà catturato esattamente qui. La coerenza è impressionante, e non è casuale: un luogo di confine, sul mare, ai margini della palude, è narrativamente destinato a diventare il luogo dove le cose si interrompono.

La via Severiana e il sistema costiero intorno ad Astura

L'Astura romana era un approdo alla foce del fiume omonimo posto lungo la via Severiana. Questa informazione, che sembra tecnica, è in realtà la chiave dell'intero assetto territoriale.

Che cos'era la via Severiana

La via Severiana era l'arteria litoranea che collegava il tratto costiero fra la foce del Tevere e Terracina, cucendo insieme gli insediamenti costieri del Lazio meridionale. Prende nome dall'imperatore Settimio Severo, sotto il quale fu sistemata, ma ricalcava percorsi costieri più antichi. Correva sul retroduna, evitando le zone più acquitrinose, e serviva porti, ville, stazioni di sosta. Astura era uno dei nodi di questa rete: non un luogo isolato raggiungibile solo per mare, ma una stazione su una strada.

Il sistema di scali fra Antium e il Circeo

Da Anzio a Terracina la costa non offre porti naturali degni di questo nome. I Romani risolsero il problema con una combinazione di opere artificiali — il porto di Antium, monumentale, con moli in calcestruzzo — e di approdi minori sfruttando le foci fluviali, fra cui appunto Astura. Chi navigava lungo questa costa aveva bisogno di punti di riferimento e di ricoveri, e li trovava a distanze calcolate. Il tratto fra Astura e il Circeo, che Cicerone percorse in fuga, era una tappa standard di questo cabotaggio.

Perché la strada scomparve e il luogo si isolò

Con la crisi tardoantica e il progressivo impaludamento dell'Agro Pontino, il sistema viario litoraneo si degradò. Le stazioni si spopolarono, la manutenzione delle opere idrauliche cessò, la malaria si insediò stabilmente. Astura passò da nodo di una rete a punto isolato raggiungibile essenzialmente dal mare. È in questo contesto di isolamento e di insicurezza che va collocata la nascita della fortezza medievale: non la continuazione della villa romana, ma una risposta militare a un mondo completamente diverso.

Dal monastero ai Frangipane: come nasce la fortezza di Torre Astura

Il passaggio dall'antichità al Medioevo, a Torre Astura, si legge in una serie di atti di proprietà che raccontano meglio di qualsiasi cronaca come funzionava il Lazio feudale.

L'usurpazione ai danni di Sant'Alessio all'Aventino

Intorno al 1140 il sito pervenne a Tolomeo dei Conti di Tuscolo, che lo aveva usurpato al monastero di Sant'Alessio all'Aventino. È un dettaglio prezioso: significa che, prima della fase feudale, Astura apparteneva a un ente ecclesiastico romano, secondo un modello diffusissimo nel Lazio altomedievale, in cui monasteri e basiliche urbane detenevano vaste proprietà costiere e agricole. Significa anche che la sottrazione avvenne con la forza, o quantomeno con un abuso, e che i Conti di Tuscolo — la stirpe che nell'XI secolo aveva controllato il papato — la considerarono un bene degno di essere preso.

L'arrivo dei Frangipane nel 1193

Nel 1193 il sito passò in possesso dei Frangipane, una delle grandi famiglie baronali romane, quella che a Roma controllava il settore fra il Colosseo, l'Arco di Giano e il Palatino, fortificando i monumenti antichi e trasformandoli in castelli urbani. I Frangipane erano specialisti in questo: prendere una struttura romana e farne una fortezza. Ad Astura fecero esattamente ciò che avevano fatto in città, ma con un problema in più, cioè il mare.

Perché costruirono una fortezza marittima ad Astura

La motivazione dichiarata dalle fonti è la difesa dai Saraceni. Le incursioni musulmane sul litorale tirrenico furono, fra IX e XII secolo, una realtà costante e devastante: villaggi costieri distrutti, popolazioni ridotte in schiavitù, monasteri saccheggiati. La risposta fu il sistema delle torri costiere, che punteggia tutto il litorale italiano e che ad Astura assume una forma particolarmente ambiziosa. Non una semplice torre di avvistamento, ma una fortezza marittima con una torre a pianta pentagonale, circondata dalle acque e collegata alla terraferma da un ponte ad arcate in laterizio.

Costruire sopra i Romani: il riuso delle murature a Torre Astura

Il colpo di genio, se così si può chiamare, fu di sfruttare le strutture della peschiera romana come fondazione. Le murature in mare della villa antica, realizzate in calcestruzzo idraulico e ancora solide dopo mille anni, offrivano una piattaforma già esistente su cui impostare l'opera nuova. La fortezza medievale nasce quindi letteralmente sopra la villa romana: un caso di continuità materiale, non di continuità funzionale. È anche il motivo per cui, guardando Torre Astura, si ha quella sensazione di edificio nato dall'acqua: non è un effetto, è la storia costruttiva che affiora.

Corradino di Svevia e Torre Astura: la cattura del 1268

Se c'è un episodio che ha fissato Torre Astura nella memoria storica europea, è questo. Ed è una storia che continua a fare male anche a distanza di quasi otto secoli.

Chi era Corradino di Svevia

Corrado, detto Corradino per la giovanissima età, era l'ultimo erede legittimo della casa di Svevia, nipote di Federico II, figlio di Corrado IV. Nato nel 1252, era duca di Svevia e rivendicava la corona del Regno di Sicilia, che papato e Angioini gli contestavano. Nel 1267 scese in Italia da nord, accolto dalle città ghibelline, per riprendersi il regno che considerava suo per diritto ereditario. Aveva quindici anni quando iniziò l'impresa e sedici quando finì.

La battaglia di Tagliacozzo

Il 23 agosto 1268, nella piana dei Palentini presso Tagliacozzo, in Abruzzo, l'esercito svevo si scontrò con quello di Carlo d'Angiò. La battaglia sembrò inizialmente favorevole a Corradino, i cui uomini travolsero il primo schieramento angioino e si sbandarono a saccheggiare. Fu allora che una riserva angioina, tenuta nascosta, caricò le forze sveve disordinate e ribaltò l'esito. Dante, nel canto ventottesimo dell'Inferno, ricorderà quella giornata con un verso famosissimo sulla vittoria ottenuta "senz'arme" grazie all'astuzia. Corradino riuscì a fuggire dal campo.

La fuga verso il mare e l'arrivo ad Astura

La logica della fuga era ovvia: raggiungere la costa e imbarcarsi per la Sicilia o per Pisa, dove i ghibellini erano forti. Corradino, con pochi compagni, attraversò il Lazio e giunse ad Astura, alla foce del fiume, dove esisteva un approdo. È esattamente la stessa geografia della fuga di Cicerone, tredici secoli dopo: la costa deserta, la foce, la barca, la speranza di prendere il largo. E, come per Cicerone, il mare non lo salvò.

Il tradimento di Giovanni Frangipane

Ad Astura Corradino si rifugiò nella torre. Giovanni Frangipane, signore di questa terra, lo consegnò a Carlo d'Angiò, re di Napoli. Le fonti concordano sull'esito; la tradizione ha ricamato molto sui dettagli, raccontando di un riconoscimento avvenuto per via di un anello o del portamento signorile del ragazzo, di una promessa di aiuto poi rinnegata, di un compenso. Su questi particolari conviene mantenere prudenza: la letteratura successiva, soprattutto romantica, ha avuto tutto l'interesse a rendere la scena più teatrale. Il dato storico è che il signore del luogo, invece di proteggere il fuggiasco, lo consegnò al nemico.

La decapitazione a Napoli

Corradino fu processato e decapitato a Campo Moricino, l'attuale piazza del Mercato di Napoli, il 29 ottobre 1268. Aveva sedici anni. Con lui morì il suo compagno Federico di Baden. L'esecuzione pubblica di un principe di sangue imperiale, giovanissimo e prigioniero, scandalizzò l'Europa e segnò la fine definitiva della dinastia sveva in Italia. Il corpo fu sepolto a Napoli, e nell'Ottocento la memoria di Corradino divenne un tema caro alla cultura tedesca e italiana, al punto che gli fu dedicato un monumento funebre nella chiesa del Carmine Maggiore.

Il tradimento di Astura fra storia e leggenda

Vale la pena dedicare uno spazio autonomo a come questa vicenda è stata raccontata, perché il modo in cui una storia viene tramandata è a sua volta un fatto storico.

Perché il tradimento di Astura ha colpito tanto

Gli ingredienti sono quelli della tragedia perfetta: un ragazzo, l'ultimo di una stirpe, sconfitto, in fuga, che chiede ospitalità e viene venduto. Il luogo isolato, la torre sul mare, l'inganno del padrone di casa. Nella cultura medievale l'ospitalità tradita era considerata una delle colpe più gravi, e non a caso Dante colloca i traditori degli ospiti in uno dei gironi più profondi dell'Inferno. Il gesto di Giovanni Frangipane, indipendentemente dalle sue motivazioni politiche — e ce n'erano, perché il papato e gli Angioini erano il potere vincente e opporsi significava rovina — venne percepito come infamia pura.

Cosa la tradizione ha aggiunto

Nei secoli successivi la scena si è arricchita di particolari che nessuna fonte contemporanea autorizza: dialoghi, gesti, lacrime, maledizioni. La letteratura romantica tedesca e italiana ha fatto di Astura un simbolo, e i pittori dell'Ottocento hanno dipinto la torre come lo scenario naturale di quella tragedia. Bisogna saper distinguere: il nucleo documentato è la cattura e la consegna; il resto è memoria culturale, che ha valore in quanto tale ma non va spacciata per cronaca.

Il destino successivo dei Frangipane ad Astura

Una nota che il senso di giustizia narrativa apprezza: i Frangipane non conservarono a lungo il possesso di Astura. Il feudo passò nei decenni successivi ad altre casate, e la famiglia perse progressivamente il ruolo di primo piano che aveva avuto nella Roma dei secoli precedenti. Non è una punizione divina, è la normale dinamica del baronaggio laziale, in cui i patrimoni si spostavano per matrimoni, debiti, confische e alleanze papali. Ma è difficile non notarlo.

Caetani, Orsini, Colonna: i passaggi di proprietà di Torre Astura

La storia proprietaria di Torre Astura è un compendio della storia delle grandi famiglie romane, e leggerla in fila è istruttivo.

I Caetani e gli Orsini

Dopo la fase Frangipane, la fortezza fu feudo dei Caetani e degli Orsini. I Caetani, la famiglia di Bonifacio VIII, costruirono fra Duecento e Trecento un dominio compatto nel Lazio meridionale, fra Sermoneta, Ninfa, Fondi e la costa pontina: Astura si inserisce perfettamente in quella geografia di potere, come sbocco marittimo di un sistema territoriale imperniato sulle terre pontine. Gli Orsini, l'altra grande casata baronale romana, rivale storica dei Colonna, ebbero anch'essi il possesso del sito.

Il passaggio ai Colonna nel 1426

Nel 1426 la fortezza passò sotto i Colonna. È una data significativa: siamo negli anni immediatamente successivi al pontificato di Martino V Colonna, il papa che pose fine al Grande Scisma d'Occidente e che, tornato a Roma, ricostruì sistematicamente la potenza territoriale della propria famiglia. Astura entra nel patrimonio colonnese in quel contesto di espansione, e i Colonna la tennero per circa un secolo e mezzo.

La ristrutturazione colonnese e l'aspetto attuale di Torre Astura

Sono i Colonna a ristrutturare la fortezza dandole l'aspetto attuale. Questo è un punto tecnico importante: la Torre Astura che vediamo oggi non è, nella sua interezza, il manufatto duecentesco dei Frangipane, ma il risultato di un intervento quattro-cinquecentesco che adeguò la struttura alle esigenze difensive del tempo. Nell'epoca della polvere da sparo le fortificazioni costiere dovevano essere ripensate: murature più spesse, profili più bassi e scarpati, postazioni per artiglieria. L'aspetto compatto e severo della torre appartiene a questa stagione.

Da Clemente VIII Aldobrandini ai Borghese

Nel 1594 i Colonna vendettero Astura a Clemente VIII Aldobrandini. Estintasi la famiglia Aldobrandini, il complesso passò ai Borghese, un'altra delle grandi casate papali romane, che lo tennero per secoli. Furono i Borghese a cederlo al Comune di Nettuno negli anni Settanta del XX secolo. Sette secoli di storia proprietaria che vanno da un monastero aventino a un comune del litorale, passando per tutte le famiglie che hanno fatto e disfatto Roma: pochi luoghi raccontano così bene la struttura del potere nello Stato della Chiesa.

L'architettura di Torre Astura: la torre pentagonale e il ponte

Passiamo a descrivere l'oggetto, perché è insolito e merita attenzione formale.

La pianta pentagonale della torre

La torre ha pianta pentagonale, una scelta rara nelle torri costiere italiane, dove dominano il quadrato e il cerchio. Il pentagono è una forma di transizione: offre superfici inclinate che deviano i colpi, elimina alcuni angoli morti e permette di orientare uno spigolo verso la direzione da cui si attende l'offesa. È una soluzione che anticipa, in modo empirico, la logica bastionata che si affermerà pienamente nel Cinquecento. In un'opera di origine tardo-duecentesca poi rimaneggiata, questa pianta è un elemento di forte carattere e contribuisce all'immagine inconfondibile del monumento.

La fortezza circondata dalle acque

La torre non sorge sulla spiaggia: sorge nell'acqua, o meglio su una piattaforma isolata dalle acque, ereditata dalle strutture della peschiera romana. È questo il tratto che sorprende chiunque la veda per la prima volta e che ha reso Torre Astura un soggetto irresistibile per pittori e fotografi da due secoli a questa parte. Un edificio massiccio, di pietra e laterizio, apparentemente posato sul mare, con le onde che ne battono direttamente il basamento. L'effetto è quello di un castello anfibio, e non c'è nulla di simile per decine di chilometri di costa.

Il ponte ad arcate in laterizio

Il collegamento con la terraferma è affidato a un ponte ad arcate in laterizio, elemento tanto funzionale quanto scenografico. Un ponte, in una fortificazione, è un punto debole per definizione: è la via che il nemico può percorrere. Per questo i ponti dei castelli marittimi erano progettati per essere controllabili, interrompibili, difendibili dall'alto. Il ponte di Torre Astura scandisce con le sue arcate lo specchio d'acqua fra la riva e la fortezza, e nelle immagini del sito è forse l'elemento più immediatamente riconoscibile dopo la torre stessa. Chi ha visto Torre Astura anche solo in fotografia ricorda quella successione di archi che porta a un edificio isolato nel mare.

L'ingresso e la struttura interna

L'accesso alla torre avveniva attraverso un ingresso protetto, secondo la logica difensiva consueta di questi manufatti: passaggio stretto, controllabile, posto in modo da esporre chi entra. All'interno la struttura si articolava su più livelli, con ambienti di servizio, alloggi per la guarnigione e coronamento superiore per l'avvistamento e la difesa. Non entro in dettagli distributivi che non posso verificare: mi limito a osservare che si tratta di un organismo pensato per ospitare stabilmente un presidio, non di una semplice torre di segnalazione, e che questo la distingue dalla maggior parte delle torri costiere laziali.

Torre Astura vista dai viaggiatori: Gregorovius e D'Annunzio

Nell'Ottocento questo tratto di costa diventa un tema letterario, e lo diventa grazie a pochissimi autori che ebbero il coraggio o l'incoscienza di percorrerlo.

La frase di Gregorovius del 1854

Ferdinand Gregorovius, il grande storico tedesco di Roma medievale, percorse questa costa e nel 1854 scrisse una frase che è rimasta come definizione del luogo: «Con Nettuno cessa la civiltà umana su questa costa, perché immediatamente alle spalle della città comincia il deserto pontino. La macchia si estende fino a Terracina.» È una frase che va letta letteralmente, non retoricamente: oltre Nettuno non c'erano paesi, strade decenti, popolazione stabile. C'erano la palude, la macchia, la malaria. Gregorovius, che di Medioevo se ne intendeva, capì immediatamente che quella desolazione era la ragione per cui Torre Astura esisteva ed era stata quella che era stata.

Chi abitava davvero questo litorale

Gregorovius annota, e altre testimonianze confermano, che i luoghi erano abitati e frequentati abitualmente solo da contadini poveri, butteri e bufali, briganti e sbirri. È un elenco che vale una fotografia sociale. I butteri erano i mandriani a cavallo della Maremma laziale e pontina, figure durissime che gestivano bestiame allo stato brado in un ambiente ostile; i bufali erano l'unico animale domestico capace di prosperare in un ambiente palustre; i briganti trovavano nella macchia il rifugio ideale; e gli sbirri, cioè i gendarmi pontifici, li inseguivano senza troppo entusiasmo. Torre Astura sorgeva in mezzo a questo mondo.

D'Annunzio e il fascino del luogo

Nella seconda metà dell'Ottocento anche Gabriele D'Annunzio dedicò a questo paesaggio descrizioni affascinanti. Il litorale fra Anzio e il Circeo, con le sue dune, le pinete, gli acquitrini e le rovine, era esattamente il tipo di scenario che la sensibilità decadente cercava: natura selvaggia, rovina antica, malinconia, presenza della morte. La posizione isolata e la natura primitiva dei luoghi sollecitarono vivamente la fantasia dei pochi viaggiatori letterati che li percorsero nel XIX secolo, e Torre Astura entrò così nell'immaginario romantico italiano ed europeo.

Torre Astura nella pittura di paesaggio

Il sito fu anche soggetto pittorico. Tra gli artisti che lo ritrassero c'è Franz Schreyer, pittore vissuto fra il 1858 e il 1938, che dedicò a Torre Astura una veduta. La torre isolata sull'acqua, il ponte, la linea di costa deserta: era il soggetto perfetto per la pittura di paesaggio ottocentesca, che cercava rovine in ambienti selvaggi e trovava qui una combinazione difficilmente eguagliabile nel Lazio.

Torre Astura, l'Agro Pontino e la bonifica del Novecento

Il paesaggio che circonda Torre Astura oggi è, in larga misura, un prodotto degli anni Venti e Trenta del Novecento. Non capirlo significa fraintendere tutto ciò che si vede.

Che cos'era l'Agro Pontino prima della bonifica

La pianura alle spalle di questa costa era, per oltre duemila anni, una delle grandi anomalie del Lazio: una vasta area impaludata, endemicamente malarica, quasi disabitata, in cui i tentativi di risanamento — condotti da Romani, papi e sovrani con esiti sempre parziali — si erano succeduti senza soluzione definitiva. La foresta paludosa occupava larga parte del territorio; la popolazione stabile era ridotta al minimo; l'economia era pastorale e stagionale.

La bonifica e la deviazione delle acque dell'Astura

Fra gli anni Venti e Trenta la bonifica integrale trasformò radicalmente la piana. Furono scavati i grandi canali di scolo, fra cui il Canale delle Acque Alte, già noto come Canale Mussolini, che intercettò i rami sorgivi dell'antico fiume Astura provenienti dai Colli Albani. Furono fondate nuove città, redistribuite terre, insediate popolazioni provenienti dal Veneto e dall'Emilia. Il fiume Astura, privato dei suoi rami alti, si ridusse al corso residuo che conosciamo. La foresta paludosa scomparve quasi ovunque, sopravvivendo in lembi come il bosco del Foglino.

Cosa la bonifica ha significato per Torre Astura

Per il sito, la bonifica ha avuto un effetto ambivalente. Da un lato ha eliminato la barriera malarica che lo isolava, rendendolo teoricamente raggiungibile via terra. Dall'altro ha cancellato il contesto ambientale storico, quello che Gregorovius aveva descritto, sostituendolo con un paesaggio agricolo geometrico. La fascia costiera intorno alla torre, protetta dal successivo vincolo militare, è rimasta invece uno dei pochi tratti in cui la sequenza mare-duna-macchia-bosco si legge ancora nella sua articolazione originaria. È un lembo di paesaggio pre-bonifica sopravvissuto per ragioni che nulla avevano a che fare con la conservazione.

Torre Astura, Anzio, Nettuno e lo sbarco del 1944

Questo litorale ha conosciuto nel Novecento un secondo momento di rilievo storico assoluto, ed è impossibile parlare di Torre Astura senza collocarla in quel quadro.

Lo sbarco alleato del 22 gennaio 1944

Il 22 gennaio 1944 le forze alleate sbarcarono sul litorale di Anzio e Nettuno nell'ambito dell'operazione denominata Shingle, con l'obiettivo di aggirare la linea difensiva tedesca che bloccava l'avanzata verso Roma a sud di Cassino. Lo sbarco riuscì tecnicamente ma non produsse la rapida avanzata sperata: la testa di ponte rimase bloccata per mesi, sotto pressione tedesca costante, e la zona divenne teatro di uno dei combattimenti più logoranti della campagna d'Italia. Roma fu liberata soltanto il 4 giugno successivo.

Il litorale come teatro di guerra

Il tratto di costa fra Anzio, Nettuno e la foce dell'Astura fu direttamente coinvolto nelle operazioni. Le spiagge basse e sabbiose, che avevano reso difficile la navigazione antica, erano al contrario ideali per lo sbarco di mezzi anfibi: la stessa geografia che aveva ostacolato i Romani favorì gli Alleati. La zona subì bombardamenti, cannoneggiamenti e distruzioni diffuse. Nettuno e Anzio pagarono un prezzo pesantissimo in vite e in patrimonio edilizio, e ancora oggi i grandi cimiteri militari della zona ricordano la scala di quelle perdite.

Perché il litorale è diventato area militare

La destinazione militare di questo tratto di costa si consolida nel Novecento. Un litorale ampio, poco abitato, con vasta profondità retrostante e affaccio su un mare libero è, dal punto di vista dell'addestramento e della sperimentazione, una risorsa rara. Il comprensorio di Torre Astura entrò così nel demanio militare e vi è rimasto. È il motivo per cui, per ragioni di sicurezza operativa, l'accesso rimane fortemente limitato: non si tratta di un capriccio burocratico ma della natura stessa dell'attività che vi si svolge.

Torre Astura al cinema: da Cleopatra a Wes Anderson

C'è un capitolo, in questa storia, che diverte sempre chi lo scopre: Torre Astura è una diva del cinema italiano e internazionale.

La reggia di Alessandria per Cleopatra, 1961

Nel 1961 la 20th Century Fox impiantò a Torre Astura le scenografie della reggia di Alessandria per il film Cleopatra con Elizabeth Taylor. Chi conosce la storia produttiva di quel film sa che si trattò di una delle imprese più costose e travagliate della storia di Hollywood, con riprese avviate in Inghilterra, interrotte, trasferite in Italia e riprogettate da capo. La scelta di questo litorale per costruirvi l'Alessandria tolemaica dice molto: serviva una costa ampia, deserta, controllabile, con il mare aperto sullo sfondo e nessun elemento moderno nell'inquadratura. Torre Astura era perfetta.

Le altre pellicole girate a Torre Astura

La fortezza è stata utilizzata come ambientazione per diversi film. Fra questi spiccano il Pinocchio televisivo, L'arcidiavolo e Brancaleone alle crociate con Vittorio Gassman: chiunque ricordi l'epica scalcinata di Brancaleone riconoscerà nel castello sul mare il tipo di scenografia naturale che quel cinema cercava. Il sito compare anche in alcune scene dello sceneggiato televisivo del 1975 L'amaro caso della baronessa di Carini, scritto da Daniele D'Anza e Lucio Mandarà e diretto dallo stesso D'Anza, e nel film Salvo D'Acquisto del 1974, diretto da Romolo Guerrieri con Massimo Ranieri protagonista.

Wes Anderson a Torre Astura

Il capitolo più recente e più inatteso: nel 2004 a Torre Astura furono girate alcune scene de Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson. Il regista americano, con la sua estetica di simmetrie e di colori saturi, trovò qui un fondale che nessuno scenografo avrebbe potuto costruire meglio. È un dettaglio che mi diverte raccontare, perché mette in fila su una stessa manciata di metri quadrati Cicerone, Corradino di Svevia, Elizabeth Taylor, Vittorio Gassman e Bill Murray.

Perché il cinema ha amato tanto Torre Astura

La ragione è semplice e vale la pena esplicitarla: Torre Astura offre un orizzonte marino senza costruzioni moderne. Sul litorale tirrenico centrale, dove l'edificazione ha divorato praticamente ogni chilometro fra Civitavecchia e il Circeo, questa è una condizione quasi introvabile. Il vincolo militare, ancora una volta, ha prodotto un effetto conservativo. Chi cerca un mare che sembri antico lo trova qui, e lo trova proprio perché non ci si può andare.

L'archeologia subacquea davanti a Torre Astura

Una parte fondamentale del sito non è visibile a chi sta in piedi sulla riva: sta sotto il pelo dell'acqua, e ha una storia recente movimentata.

Perché i fondali di Torre Astura sono così ricchi

Ho già accennato al motivo tecnico: si tratta di una zona che nell'antichità era pericolosa per le secche e per gli improvvisi banchi di roccia. Aggiungete che qui esisteva un approdo frequentato, che la via marittima costiera passava proprio davanti, che le peschiere e i moli hanno lasciato strutture sommerse, e otterrete uno dei contesti subacquei più densi del Lazio. Non solo relitti: elementi architettonici, materiali edilizi, ceramica, resti delle opere portuali.

Il saccheggio degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta

C'è una pagina dolorosa da raccontare. Fino agli anni Settanta i fondali intorno alla fortezza furono oggetto di un saccheggio incontrollato. Fu la stagione in cui l'autorespiratore si diffuse come attrezzatura amatoriale e migliaia di persone scoprirono di poter scendere sott'acqua senza formazione né vincoli; le anfore diventarono soprammobili, i colli d'anfora portacenere, i ceppi d'ancora pezzi da giardino. Non era percepito come un crimine, ed è esattamente questo il punto: un intero patrimonio è stato disperso nell'indifferenza generale, senza documentazione, senza contesto. In archeologia subacquea un oggetto strappato al contesto perde la maggior parte della sua informazione.

Cosa significa oggi la tutela subacquea a Torre Astura

Da decenni la normativa italiana tutela il patrimonio culturale sommerso, e le aree di interesse archeologico marino sono soggette a limitazioni di immersione e prelievo. A Torre Astura si sovrappone inoltre il regime dell'area militare, che aggiunge un ulteriore livello di interdizione. Il risultato pratico è che oggi il fondale è protetto due volte. È un risarcimento tardivo, ma è meglio di niente, e chiunque frequenti il mare dovrebbe considerare l'esperienza di Torre Astura come un caso di studio su cosa succede quando si arriva tardi.

Torre Astura nel sistema delle torri costiere del Lazio

Per collocare correttamente questo monumento serve una nozione di contesto: Torre Astura non è un unicum isolato ma il pezzo più spettacolare di un sistema.

Il sistema di avvistamento costiero

Fra il Medioevo e l'età moderna il litorale dello Stato della Chiesa e del Regno di Napoli venne dotato di una rete di torri di avvistamento e difesa, pensate per segnalare l'avvicinarsi di navi corsare e per offrire riparo alle popolazioni. Le torri erano collocate a distanza di reciproca visibilità, in modo che un segnale di fumo o di fuoco potesse propagarsi lungo la costa in tempi rapidissimi. Il litorale fra la foce del Tevere e Terracina ne conserva numerosi esemplari, in stato di conservazione molto variabile.

Cosa distingue Torre Astura dalle altre torri

Tre cose. Primo: non è una torre di avvistamento nata come tale, ma una fortezza marittima con funzione di presidio, il che spiega le dimensioni e la struttura. Secondo: sorge sull'acqua, su una piattaforma ereditata da strutture romane, mentre la stragrande maggioranza delle torri costiere sta sulla terraferma, spesso su un rilievo. Terzo: ha una pianta pentagonale, dove la norma è il quadrato o il cerchio. Sommate queste tre eccezioni e capirete perché Torre Astura ha una fama che le altre non hanno.

Il rapporto fra torre e insediamento

Un altro tratto distintivo: molte torri costiere laziali hanno generato, nel tempo, un insediamento ai loro piedi, diventando il nucleo di un borgo o di una marina. Torre Astura no. È rimasta sola. La palude prima e il poligono poi hanno impedito qualsiasi aggregazione stabile. Questo isolamento assoluto è, dal punto di vista paesaggistico, il suo capitale principale: nessun'altra fortificazione costiera del Lazio si presenta ancora oggi senza un contesto edificato intorno.

Cosa si vede intorno a Torre Astura: il territorio di Nettuno

Poiché l'accesso alla torre è fortemente limitato e dipende da concessioni straordinarie, ha senso conoscere il territorio circostante, che è visitabile e tutt'altro che banale.

Il bosco del Foglino

A pochi chilometri, in direzione dell'entroterra, si trova il bosco del Foglino, uno dei relitti più significativi dell'antica foresta planiziale che copriva la piana pontina prima della bonifica. È un ambiente di grande interesse naturalistico, con querce, cerri e sottobosco maturo, e rappresenta ciò che rimane del paesaggio che Gregorovius descriveva come "deserto". Attraversarlo aiuta a capire cosa significasse muoversi in questo territorio prima del Novecento.

Nettuno e il suo borgo medievale

Nettuno conserva un borgo storico murato di notevole compattezza, con impianto medievale e successive fortificazioni, affacciato sul mare. È il punto di riferimento amministrativo per l'intera area di Torre Astura ed è la base logistica naturale per chi si interessa al sito. La città è anche sede di uno dei grandi cimiteri militari legati alle vicende del 1944.

Anzio: il porto, le ville imperiali, la memoria dello sbarco

Anzio, immediatamente a ovest, è la vera controparte storica di Astura. Qui c'era Antium, di cui Astura segnava il confine orientale; qui sorgeva un porto monumentale e un complesso residenziale imperiale di primissimo livello; da qui, secondo la tradizione, provengono alcune delle più celebri sculture antiche riemerse in età moderna. Anzio conserva inoltre la memoria dello sbarco alleato e il sistema dei suoi luoghi commemorativi. Chi vuole capire Torre Astura deve passare da Anzio: la torre è l'estremità di un sistema di cui Antium era la testa.

La costa fino al Circeo

Verso sud-est lo sguardo, dalla torre, arriva al promontorio del Circeo, che chiude l'orizzonte. È lo stesso tratto che Cicerone percorse in barca nel 43 a.C. prima di risalire a terra. Oggi la costa fra la foce dell'Astura e il Circeo comprende ambienti di grande valore, fra dune, laghi costieri e pinete, in parte tutelati. Guardare quel profilo dalla riva significa avere sotto gli occhi la mappa di una fuga antica.

Il pino, la duna e la spiaggia: l'immagine di Torre Astura

Voglio dedicare una sezione a quello che è, per molti, il ricordo più forte del luogo, e che con la storia c'entra meno ma con l'esperienza c'entra tutto.

Il pino di Torre Astura

C'è un'immagine ricorrente in chi ha visto questo posto: la chioma di un pino domestico che si apre sopra la macchia, con la torre e il mare sullo sfondo. Il pino ombrello è l'albero che più di ogni altro definisce visivamente il paesaggio costiero laziale, e qui, dove il fondale del paesaggio è una fortezza medievale invece di un lungomare, produce un effetto che nessuna fotografia rende del tutto. Le pinete di questo tratto sono impianti storici, in parte secolari, e le loro chiome sormontano i boschi sempreverdi di leccio e sughera creando quella struttura a due piani che è tipica delle pinete costiere mature.

La duna e la spiaggia

La spiaggia è sabbiosa, ampia, con cordone dunale retrostante ben strutturato. Non è una spiaggia attrezzata e non lo è mai stata: qui non ci sono stabilimenti, chioschi, file di ombrelloni. È una spiaggia di duna vera, con la vegetazione psammofila che comincia dove finisce la battigia, l'ammofila che fissa la sabbia e, nella stagione giusta, il giglio di mare. Chi ha memoria di come fosse il litorale laziale prima dell'urbanizzazione riconosce qui qualcosa che credeva perduto.

La luce e le stagioni

Un'ultima nota, di quelle che si imparano solo frequentando i luoghi. Questo tratto di costa guarda a sud-ovest: significa che riceve la luce del tardo pomeriggio in pieno, e che al tramonto la torre viene illuminata frontalmente dal mare. In inverno, quando l'aria è tersa e la tramontana pulisce l'orizzonte, il profilo del Circeo si staglia con una nitidezza che d'estate è impossibile. Sono osservazioni banali, ma fanno la differenza fra vedere un monumento e capirlo.

Come si arriva a Torre Astura, e perché non basta arrivarci

Affronto la questione pratica con la massima chiarezza possibile, ripetendo la premessa: l'area è dentro il poligono militare di Nettuno e l'accesso è fortemente limitato.

La viabilità di avvicinamento

L'avvicinamento avviene, solo in alcuni periodi dell'anno, percorrendo la strada provinciale Acciarella, che da Nettuno porta verso Latina. Superato il grande bosco del Foglino si prosegue per alcuni chilometri; al primo incrocio si gira in direzione di Foceverde e, dopo un ulteriore tratto, si raggiunge un ampio parcheggio. Da lì parte una passeggiata verso Torre Astura. Riporto questa indicazione perché è quella descritta dalle fonti locali, ma la accompagno con l'avvertenza decisiva: la percorribilità dipende dalle condizioni di apertura stabilite dall'autorità militare e può variare, essere sospesa o essere interdetta del tutto.

Verificare prima, sempre

Il consiglio operativo è uno solo, e non ha eccezioni: prima di programmare qualsiasi spostamento verso Torre Astura, verificare presso le autorità competenti — il comando militare che gestisce l'area e l'amministrazione comunale di Nettuno — se e quando l'accesso è consentito. Non affidatevi a informazioni di seconda mano, a racconti di conoscenti, a post datati. Le condizioni cambiano in funzione dell'attività del poligono, e nessuna guida, compreso chi vi scrive, può garantirvi un ingresso.

Il comportamento corretto in area demaniale militare

Quando un'apertura viene concessa, si entra come ospiti in un'area operativa. Questo comporta il rispetto rigoroso dei percorsi indicati, il divieto di allontanarsi dal gruppo, restrizioni sulle riprese e sui rilievi, e l'obbligo di attenersi alle indicazioni del personale. Non è pignoleria: in un poligono possono esistere aree con residui di attività addestrative, e il buon senso impone di non improvvisare. Aggiungo la parte archeologica: non si tocca, non si raccoglie, non si sposta nulla. Le peschiere sono un contesto stratigrafico, non una collezione di souvenir.

Perché Torre Astura vale la pena anche se non ci si può entrare

È una domanda legittima e me la sento fare spesso: che senso ha studiare un luogo che quasi nessuno può visitare?

Il valore di sapere che esiste

Il primo motivo è culturale in senso stretto. Torre Astura è uno dei pochi punti del Lazio in cui si possono leggere in verticale duemila anni di storia mediterranea: la villa marittima tardo-repubblicana con le sue peschiere, la fortezza baronale costruita sopra di essa, la vicenda sveva, la feudalità papale, la bonifica, la guerra, il demanio militare. Non è un sito qualunque che non si può visitare: è un sito eccezionale che non si può visitare. La differenza è enorme, e conoscerne l'esistenza cambia il modo in cui si guarda tutto il litorale.

Il valore dell'assenza

Il secondo motivo è più sottile. In un'epoca in cui ogni luogo è fotografato, geolocalizzato, recensito e consumato, l'esistenza di un sito così importante e così poco accessibile ha un valore in sé. Ci ricorda che il patrimonio non coincide con ciò che possiamo raggiungere, e che la conservazione talvolta passa per l'inaccessibilità. Torre Astura è arrivata fino a noi anche perché nessuno ci ha potuto costruire attorno.

Cosa fare, concretamente, con questa conoscenza

Il terzo motivo è pratico. Sapere cosa c'è a Torre Astura rende molto più ricca la visita ai luoghi che si possono visitare: Anzio con le sue rovine imperiali e il suo porto, Nettuno con il borgo, il bosco del Foglino, il litorale verso il Circeo. Ognuno di questi posti si legge meglio se si tiene a mente che, poco più in là, sulla stessa linea di costa, c'è una fortezza pentagonale posata sulle peschiere di una villa romana, con un ponte di mattoni che porta al mare aperto. E se un giorno arriva l'occasione di entrare, si è pronti.

Una curiosità su Torre Astura

La curiosità che preferisco riguarda la sovrapposizione fra la villa romana e la fortezza medievale, e non è un dettaglio erudito: è il cuore fisico del monumento. Quando i Frangipane, alla fine del XII secolo, decisero di costruire una fortezza in mare in un punto in cui il mare non offre appigli, non partirono da zero. Trovarono già lì, sotto il pelo dell'acqua e in parte affioranti, le murature in calcestruzzo idraulico delle peschiere e delle strutture portuali romane, realizzate mille anni prima e ancora perfettamente solide. Le usarono come fondazione. La fortezza che vedete non sta accanto alla villa antica: ci sta letteralmente sopra.

Il che significa che ogni volta che qualcuno fotografa Torre Astura sta fotografando, senza saperlo, due monumenti in uno. La parte emersa è tardo-medievale nella sua struttura e rinascimentale nel rifacimento colonnese; la parte che regge il tutto è tardo-repubblicana. La malta pozzolanica romana, che fa presa sott'acqua e che indurisce nel tempo invece di degradarsi, ha permesso questo prodigio di continuità. Gli antichi non lo sapevano, ma stavano costruendo le fondamenta di un castello che sarebbe stato progettato dodici secoli dopo.

C'è un corollario che trovo ancora più affascinante. Le peschiere sono in buona parte scavate direttamente nella roccia costiera: forme sottratte al banco naturale, non costruite. Un vivaio scavato non ha nulla da perdere, perché non è fatto di pietre impilate ma di vuoto delimitato da roccia viva. È per questo che, mentre le murature elevate della villa sono in gran parte scomparse, i bacini si leggono ancora con nitidezza. Il negativo ha resistito meglio del positivo: una piccola lezione di archeologia che vale per molti altri siti costieri del Mediterraneo.

Una cosa che non ti dice nessuno su Torre Astura

Nessuno vi dice che l'inaccessibilità di Torre Astura è la ragione per cui Torre Astura esiste ancora. È un'affermazione che suona provocatoria e invece è la più semplice delle constatazioni storiche. Guardate una carta del litorale laziale e provate a trovare, fra Ostia e Terracina, un tratto di dieci chilometri privo di edificazione continua, con cordone dunale integro, pineta secolare e macchia mediterranea gestita. Ce n'è essenzialmente uno, ed è quello del poligono militare di Nettuno. Non è un parco nazionale, non è una riserva istituita da una legge di tutela ambientale: è un'area della Difesa.

La conseguenza è un paradosso che chiunque si occupi di patrimonio conosce bene ma che raramente viene detto ad alta voce: il vincolo militare ha funzionato, per decenni, come il più efficace strumento di conservazione paesaggistica del Lazio costiero. Fra gli anni Sessanta e Ottanta, mentre il resto del litorale veniva coperto di seconde case, lottizzazioni, stabilimenti e strade litoranee, qui non è stato costruito nulla. La macchia bassa è mantenuta tale dal personale militare per le esercitazioni, e questa gestione ha involontariamente prodotto un mosaico di ambienti — prateria, cespuglieto, leccete, pinete, boschi misti a caducifoglie con cerro, farnetto, roverella e acero — che altrove è stato semplificato o cancellato.

Il secondo non-detto è ancora più scomodo. Il saccheggio subacqueo che ha spogliato questi fondali fino agli anni Settanta non fu opera di criminali organizzati, ma di migliaia di persone comuni che si immergevano nel fine settimana e riportavano a casa un'anfora. Non c'era percezione dell'illecito. Un'intera generazione ha disperso un patrimonio credendo di collezionare ricordi, e il danno è irreversibile non perché gli oggetti siano stati distrutti ma perché sono stati staccati dal loro contesto. Se una cosa Torre Astura insegna, è che la tutela arriva quasi sempre in ritardo, e che quando arriva bisogna prendersela sul serio.

Il consiglio che ti do per visitare Torre Astura

Il primo consiglio è anche l'unico obbligatorio: verificare prima. Torre Astura si trova all'interno del poligono militare di Nettuno e l'accesso è fortemente limitato, subordinato alle aperture concesse dall'autorità militare. Non esiste un orario, non esiste una biglietteria, non esiste una garanzia. Prima di mettervi in strada informatevi presso le autorità competenti — il comando militare responsabile dell'area e l'amministrazione comunale di Nettuno — e accettate l'idea che la risposta possa essere negativa. Chi vi promette un accesso vi sta mettendo nei guai, e chi organizza una gita improvvisata sperando nella fortuna sprecherà la giornata.

Il secondo consiglio è di costruire la visita al territorio come se Torre Astura fosse il capitolo finale di un racconto più lungo, e non la meta unica. Partite da Anzio, che dell'antica Astura era la testa: lì c'era Antium, di cui Astura segnava il confine orientale, e lì si capisce la scala del sistema portuale e residenziale romano di questa costa. Proseguite verso Nettuno e il suo borgo murato. Dedicate del tempo al bosco del Foglino, che è il testimone superstite della foresta planiziale in cui Torre Astura era immersa prima della bonifica. A quel punto, che riusciate o meno a raggiungere la torre, avrete capito il luogo.

Il terzo consiglio riguarda l'atteggiamento, e vale doppio se un'apertura viene concessa. Si entra in un'area operativa della Difesa che contiene un contesto archeologico di primo piano: significa restare sui percorsi indicati, seguire alla lettera le istruzioni del personale, non allontanarsi, non raccogliere assolutamente nulla, non spostare pietre, non improvvisare esplorazioni. Le peschiere sono un contesto stratigrafico, e la costa può conservare tracce di attività addestrative. Portate scarpe chiuse, acqua, protezione dal sole: il litorale è privo di ombra al di fuori delle pinete e in estate la riverberazione sulla sabbia è severa. E portate pazienza, che qui serve più dell'attrezzatura.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: Astura non era un luogo qualunque nella geografia amministrativa romana, era un confine. Plinio il Vecchio la colloca in Antiano, nel territorio di Antium; Giuseppe Lugli, nella sua topografia dell'agro, osserva che i confini del territorio anziate in età romana erano rappresentati a est e a nord-est proprio dal fiume Astura; le Dissertazioni della Pontificia Accademia romana di archeologia la ricordano come sito celebre fra i luoghi abitati del territorio anziate. È un dato riportato in tutti i repertori seri, eppure quasi mai viene messo al centro del racconto, che di solito parte da Cicerone e finisce a Corradino.

Metterlo al centro cambia però la prospettiva. Un confine su un fiume che sfocia in mare, in un territorio che alle spalle diventava palude, non è una linea qualsiasi: è la soglia oltre la quale l'organizzazione urbana finisce. Astura era il punto in cui il mondo ordinato di Antium — porto, ville, strade, agricoltura — si affacciava sul nulla pontino. Tutto ciò che è accaduto qui nei venti secoli successivi ha ripetuto quello schema. La fortezza medievale è una soglia militare fra terra e mare. La descrizione di Gregorovius del 1854 — «Con Nettuno cessa la civiltà umana su questa costa» — è la stessa frase in altre parole. E il perimetro del poligono militare, oggi, è ancora una soglia: di qua si può, di là no.

C'è poi il corollario aneddotico, anch'esso noto agli specialisti e raramente raccontato: gli antichi associavano ad Astura una reputazione di malaugurio dinastico. Svetonio riferisce che Augusto contrasse nel viaggio notturno da Astura la dissenteria che lo portò alla morte; Tiberio si ammalò qui, ripartì per Capri e morì a Miseno; Plinio racconta che una remora attaccatasi all'albero della nave che portava Caligola da Astura ad Anzio fu letta come presagio, e l'imperatore morì due mesi dopo. Sommate a Cicerone che qui non riesce a partire e a Corradino che qui viene catturato, e avrete un luogo che nella memoria antica e medievale è, con una coerenza quasi letteraria, il posto in cui le storie si interrompono.

La foto giusta da fare a Torre Astura

La fotografia che definisce questo luogo esiste da due secoli e mezzo ed è sempre la stessa, perché è l'unica che restituisce ciò che Torre Astura è: la torre pentagonale isolata nell'acqua, il ponte ad arcate in laterizio che la collega alla terraferma, il mare aperto sullo sfondo e nessun elemento moderno nell'inquadratura. È l'immagine che cercavano i vedutisti dell'Ottocento — Franz Schreyer, vissuto fra il 1858 e il 1938, ne lasciò una versione — ed è la stessa che ha portato qui le troupe cinematografiche. L'inquadratura giusta comprende sempre il ponte: senza la successione degli archi la torre diventa un blocco anonimo, con il ponte diventa un racconto.

La seconda immagine, meno ovvia e a mio parere più preziosa, è quella delle peschiere. Serve la luce radente del mattino presto o del tardo pomeriggio, quando le ombre lunghe rivelano i bordi dei bacini scavati nella roccia e i setti divisori che il sole a picco appiattisce fino a renderli invisibili. Serve anche mare calmo: con l'onda formata i profili si perdono nella schiuma. È una foto che chiede pazienza e che quasi nessuno fa, perché tutti guardano la torre e nessuno guarda l'acqua ai suoi piedi. Eppure è lì che sta la villa di duemila anni fa.

La terza è la fotografia di paesaggio: le chiome a ombrello dei pini che si aprono sopra la macchia di leccio e sughera, con la linea del mare che appare a lampi fra i tronchi, e il profilo del promontorio del Circeo a chiudere l'orizzonte verso sud-est. Funziona d'inverno con la tramontana, quando l'aria pulita rende il Circeo nitidissimo, e funziona nel tardo pomeriggio, perché questa costa guarda a sud-ovest e riceve la luce calda frontalmente dal mare. Un'ultima avvertenza pratica, che non è un dettaglio: in area militare le riprese possono essere soggette a restrizioni, e le indicazioni del personale vanno seguite senza discutere. Meglio una foto in meno che un problema in più.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è del 43 a.C., ed è la tappa astorina della fuga di Cicerone. Proscritto dal secondo triumvirato per volontà di Marco Antonio, l'oratore lasciò con il fratello Quinto i possedimenti di Tuscolo per raggiungere Astura, dove aveva un podere sul mare, e da lì imbarcarsi per la Macedonia verso Bruto. Plutarco racconta la separazione dei due fratelli lungo la strada, la partenza di Cicerone da Astura con vento favorevole, la navigazione fino al Circeo, il ripensamento, il ritorno ad Astura, la notte di incubi in cui l'oratore arrivò a immaginare di uccidersi presso il focolare di Ottaviano per lanciargli contro le furie vendicatrici, e infine la decisione di farsi condurre per mare a Formia, dove fu raggiunto e ucciso. Astura è il luogo dell'indecisione fatale.

Il secondo avvenimento è del 1268 ed è la cattura di Corradino di Svevia. Sconfitto il 23 agosto a Tagliacozzo da Carlo d'Angiò, l'ultimo erede legittimo della casa sveva fuggì verso la costa e si rifugiò nella torre di Astura, contando di imbarcarsi. Giovanni Frangipane, signore di questa terra, lo consegnò invece agli Angioini. Corradino fu processato e decapitato il 29 ottobre 1268 a Campo Moricino, l'odierna piazza del Mercato di Napoli, a sedici anni. Con quella esecuzione si chiuse la storia degli Svevi in Italia, e l'Europa ne fu scandalizzata al punto che la memoria del ragazzo divenne, nei secoli successivi, un tema letterario e politico ricorrente.

Il terzo gruppo di avvenimenti riguarda la storia proprietaria, che qui non è burocrazia ma potere. Intorno al 1140 il sito pervenne a Tolomeo dei Conti di Tuscolo, che lo aveva usurpato al monastero di Sant'Alessio all'Aventino. Nel 1193 passò ai Frangipane, che vi costruirono la fortezza marittima con torre pentagonale per difendersi dai Saraceni. Dopo essere stata feudo dei Caetani e degli Orsini, nel 1426 la fortezza passò ai Colonna, che la ristrutturarono dandole l'aspetto attuale. Nel 1594 i Colonna la vendettero a Clemente VIII Aldobrandini; estinta quella famiglia, il complesso passò ai Borghese, che negli anni Settanta del XX secolo lo cedettero al Comune di Nettuno.

Il quarto avvenimento è del Novecento. Il 22 gennaio 1944 le forze alleate sbarcarono sul litorale di Anzio e Nettuno, e questo tratto di costa divenne per mesi il teatro di una delle fasi più logoranti della campagna d'Italia, con la testa di ponte bloccata fino alla liberazione di Roma il 4 giugno. Le stesse spiagge basse e sabbiose che avevano reso difficile la navigazione antica si rivelarono ideali per lo sbarco anfibio. È da quella stagione che discende, in ultima analisi, l'attuale destinazione militare del comprensorio.

Chi è passato da Torre Astura

L'elenco è di quelli che sembrano inventati. Marco Tullio Cicerone, che qui aveva un podere sul mare e da qui si imbarcò nell'autunno del 43 a.C. Augusto, che secondo Svetonio contrasse proprio nel viaggio notturno da Astura la dissenteria che lo condusse alla morte. Tiberio, che qui si ammalò prima di ripartire per Capri e morire a Miseno. Caligola, la cui traversata da Astura ad Anzio è legata all'aneddoto pliniano della remora attaccata all'albero, interpretata come presagio di morte. Quattro nomi che coprono il passaggio dalla Repubblica all'Impero, tutti legati a questo tratto di costa e tutti, curiosamente, in circostanze di malattia, fuga o cattivo augurio.

Poi il Medioevo. Tolomeo dei Conti di Tuscolo, che intorno al 1140 se ne impadronì ai danni del monastero di Sant'Alessio all'Aventino. I Frangipane, che dal 1193 ne fecero una fortezza, e fra loro quel Giovanni Frangipane che nel 1268 consegnò Corradino di Svevia a Carlo d'Angiò. Corradino stesso, sedici anni, ultimo degli Svevi, arrivato qui in fuga da Tagliacozzo con la speranza di una barca. I Caetani e gli Orsini. I Colonna, che dal 1426 la tennero e la ristrutturarono. Clemente VIII Aldobrandini, che la comprò nel 1594. I Borghese, che la tennero fino alla cessione al Comune di Nettuno negli anni Settanta del Novecento.

Nell'Ottocento arrivano i viaggiatori e gli scrittori. Ferdinand Gregorovius, lo storico tedesco della Roma medievale, che nel 1854 scrisse la frase più citata su questo litorale: «Con Nettuno cessa la civiltà umana su questa costa, perché immediatamente alle spalle della città comincia il deserto pontino. La macchia si estende fino a Terracina.» Gabriele D'Annunzio, che di questi luoghi lasciò descrizioni affascinanti nella seconda metà del secolo. E il pittore Franz Schreyer, fra i molti che ne fissarono l'immagine. Intorno a loro, il popolo del litorale che Gregorovius elenca senza indulgenza: contadini poveri, butteri e bufali, briganti e sbirri.

Infine il Novecento e il cinema, che a Torre Astura ha portato una compagnia improbabile. Nel 1961 la 20th Century Fox vi impiantò le scenografie della reggia di Alessandria per il Cleopatra con Elizabeth Taylor. Vittorio Gassman vi girò L'arcidiavolo e Brancaleone alle crociate; qui furono ambientate scene del Pinocchio televisivo, dello sceneggiato del 1975 L'amaro caso della baronessa di Carini, scritto da Daniele D'Anza e Lucio Mandarà e diretto dallo stesso D'Anza, e del film Salvo D'Acquisto del 1974, diretto da Romolo Guerrieri con Massimo Ranieri protagonista. Nel 2004 Wes Anderson vi girò alcune scene de Le avventure acquatiche di Steve Zissou. Pochi metri quadrati di costa laziale su cui si sono avvicendati un oratore in fuga, un ragazzo tradito, quattro imperatori, mezza aristocrazia romana e una regina d'Egitto interpretata da Elizabeth Taylor.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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RiassuntoTorre Astura - SP39, 2891-2875, 04100 Astura LT
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