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Il Colosso di Costantino — la ricostruzione ai Musei Capitolini

La ricostruzione integrale del Colosso di Costantino si trova nel giardino di Villa Caffarelli, dentro il complesso dei Musei Capitolini, in cima al Campidoglio. È una copia in scala uno a uno, alta circa tredici metri, dell’enorme statua seduta che nel quarto secolo dopo Cristo occupava l’abside occidentale della Basilica di Massenzio, e che oggi sopravvive soltanto in una manciata di frammenti marmorei: la testa, una mano, un braccio, un ginocchio, i piedi. Il pubblico può vederla dal 6 febbraio 2024. Per il 2026 il sito ufficiale del museo indica il periodo dal 2 gennaio al 31 dicembre, tutti i giorni dalle 9.30 alle 18.30, con ingresso gratuito. Chi legge queste righe nel settembre 2026 arriva quindi in pieno periodo di visibilità, con oltre tre mesi di margine davanti e senza dover pagare nulla per avvicinarsi alla statua.

Che cos’è la ricostruzione e dove si trova

Il punto da chiarire subito, perché è la fonte di quasi tutti gli equivoci, è che si tratta di due cose distinte e collocate in due punti diversi dello stesso complesso museale. Da una parte ci sono i frammenti antichi, marmo del quarto secolo, esposti da secoli nel cortile del Palazzo dei Conservatori, cioè nel primo spazio aperto che il visitatore attraversa appena superata la biglietteria dei Musei Capitolini. Dall’altra c’è la ricostruzione integrale, che non è un restauro dei frammenti e nemmeno un calco: è un oggetto nuovo, costruito con materiali contemporanei, che riproduce l’intera figura seduta nelle proporzioni che le fonti e le misurazioni dei pezzi superstiti permettono di ricavare. Questa seconda si trova nel giardino di Villa Caffarelli, all’aperto, sul fianco del colle capitolino.

Frammenti del Colosso di Costantino
I frammenti originali del Colosso di Costantino nel cortile dei Musei Capitolini. Foto di Wilfredor, licenza CC0, via Wikimedia Commons.

La distinzione conta perché cambia radicalmente il tipo di esperienza. Nel cortile del Palazzo dei Conservatori si guardano pezzi autentici, consumati, segnati dal tempo, appoggiati a terra e addossati a una parete: la testa alta più di due metri e mezzo, il piede con i sandali, la mano con l’indice puntato verso l’alto. Sono reperti bellissimi e ormai iconici, tanto che compaiono su copertine di manuali, su locandine di conferenze e su milioni di fotografie, ma proprio perché sono frammenti restituiscono l’idea di una dimensione senza restituirne la forma. Chi li osserva capisce che la statua era gigantesca, non capisce che cosa fosse. Nel giardino di Villa Caffarelli, invece, si vede la figura intera: l’imperatore seduto, il busto, le gambe, il braccio sollevato, la testa che arriva a un’altezza che dal basso costringe a piegare il collo all’indietro. Il risultato non è autentico nel senso archeologico del termine, ma è l’unico modo esistente per farsi un’idea concreta di che cosa provasse chi entrava nella basilica sedici secoli fa.

L’indirizzo di riferimento resta Piazza del Campidoglio 1, che è l’indirizzo dell’intero complesso museale. Il giardino di Villa Caffarelli occupa la parte alta del colle sul lato che guarda verso il Tevere e verso il quartiere a valle, in un’area che per secoli è stata di proprietà privata e che soltanto in epoca recente è rientrata nel circuito pubblico. L’accesso alla statua è gratuito e questo, in una città dove ogni cosa notevole ha un tornello davanti, è un dato che vale la pena sottolineare due volte: si può salire al Campidoglio, attraversare la piazza, raggiungere il giardino, restare quaranta minuti davanti a un colosso di tredici metri e tornare a casa senza aver speso un euro.

La formula con cui il museo presenta l’installazione è quella di un allestimento a lungo termine rinnovato di anno in anno. Nel calendario ufficiale del 2026 la voce compare con un periodo che copre l’intero anno solare, dal 2 gennaio al 31 dicembre, con orario quotidiano dalle 9.30 alle 18.30. Non si tratta quindi di una mostra temporanea di due mesi da rincorrere, ma nemmeno di una sistemazione dichiarata definitiva: la struttura è stata progettata per essere smontabile, e questo lascia aperta la possibilità che in futuro la ricostruzione venga spostata, prestata o ricollocata. Chi vuole vederla nella collocazione attuale farebbe bene a non rimandare all’infinito.

Il Colosso di Costantino originale e i frammenti del cortile

La statua antica apparteneva alla Basilica di Massenzio, l’edificio civile più grande mai costruito nel Foro Romano, ai piedi del Palatino, iniziato da Massenzio nei primi anni del quarto secolo e completato da Costantino dopo la vittoria del 312 sul ponte Milvio. Della basilica restano oggi le tre campate settentrionali, le volte a cassettoni che si vedono dalla via che costeggia i Fori e che costituiscono uno dei pochi punti di Roma dove si percepisce ancora l’altezza reale di un interno imperiale. La statua occupava l’abside occidentale, cioè il fondo dell’asse originario dell’edificio, e da lì dominava un’aula lunga circa ottanta metri.

Era una statua acrolitica. Il termine indica una tecnica precisa: le parti nude del corpo, cioè testa, braccia, mani, gambe e piedi, venivano scolpite nel marmo, mentre il resto della figura veniva realizzato con una struttura portante in muratura o in legno rivestita di lastre metalliche, spesso bronzo dorato, a simulare il panneggio. Il motivo è insieme economico e strutturale. Un colosso interamente in marmo avrebbe richiesto blocchi di dimensioni ingestibili, un costo di trasporto enorme e un peso difficile da sostenere; con l’acrolito si concentra il materiale pregiato dove serve la resa naturalistica e si risolve tutto il resto con un’impalcatura rivestita. La conseguenza per noi, sedici secoli dopo, è che del colosso restano soltanto le parti in marmo, perché il nucleo strutturale è andato distrutto e il rivestimento metallico è stato quasi certamente recuperato e rifuso, come è accaduto a quasi tutto il bronzo antico.

I frammenti conservati nel cortile del Palazzo dei Conservatori sono nove, secondo il conteggio del museo, e comprendono la testa, il braccio destro, il polso, la mano destra, un ginocchio, uno stinco e i due piedi. A questo gruppo si aggiunge un frammento di torace che non si trova al Campidoglio ma nella disponibilità del Parco Archeologico del Colosseo, e che entra nella ricostruzione dell’insieme pur restando fisicamente altrove. Vale la pena leggere quell’elenco con attenzione, perché spiega esattamente il problema che la ricostruzione ha dovuto affrontare: si conservano le estremità e la testa, cioè le parti che erano di marmo, e manca tutto il corpo, cioè la parte che di marmo non era. Non è un caso di degrado casuale, è la conseguenza diretta della tecnica costruttiva.

La testa, da sola, misura più di due metri e mezzo di altezza ed è il pezzo che tutti riconoscono. Il volto ha gli occhi enormi e sproporzionati, lo sguardo rivolto verso l’alto, la bocca piccola e serrata, i capelli resi a ciocche schematiche con la frangia sulla fronte. Non è un ritratto nel senso in cui lo sono i ritratti repubblicani, che cercavano le rughe e i difetti; è un’immagine costruita per comunicare una distanza. La fisionomia di Costantino c’è, riconoscibile, ma è stata trasformata in un segno. Questo modo di rappresentare il potere, che gli storici dell’arte descrivono come il passaggio dal ritratto tardoantico al linguaggio dell’immagine sacra, avrà conseguenze lunghissime: da quelle proporzioni e da quello sguardo discende per linea diretta buona parte dell’iconografia bizantina e medievale del sovrano e del Cristo in maestà.

La mano destra con l’indice teso verso l’alto è il secondo pezzo celebre. Il gesto è stato letto in molti modi: indicazione del cielo, segno di comando, allocuzione. La statua reggeva con ogni probabilità un attributo, forse uno scettro o un’asta, e le fonti tarde ricordano l’aggiunta di simboli cristiani in un momento successivo, che è uno degli argomenti più discussi dagli specialisti. Qui conviene restare prudenti: sul significato preciso del gesto e sugli oggetti impugnati la letteratura non è concorde, e chi racconta la storia con troppa sicurezza sta semplificando.

C’è poi la questione del riuso. Una parte consistente degli studiosi ritiene che il colosso non sia stato scolpito integralmente per Costantino, ma ricavato rilavorando una statua precedente, probabilmente di età adrianea, rimodellando il volto e sostituendo alcune parti. È una pratica diffusissima nel mondo romano, dove le immagini pubbliche venivano riadattate al cambio di regime con una disinvoltura che oggi sorprende. Anche in questo caso l’ipotesi è solida ma non unanime, e il modo corretto di presentarla è come lettura maggioritaria e non come dato acquisito.

Il trasferimento dei frammenti dal Foro al Campidoglio appartiene alla storia rinascimentale della città. La tradizione storiografica lo colloca nel 1486, per volontà pontificia, e lo inserisce nel movimento che nel giro di pochi decenni trasforma il colle capitolino nel primo museo pubblico d’Europa. Da allora i pezzi sono rimasti sostanzialmente dove si trovano oggi, nel cortile, e sono diventati uno dei soggetti più disegnati dai viaggiatori, dagli artisti e dagli architetti che passavano per Roma. Il cortile del Palazzo dei Conservatori con i frammenti del colosso compare in decine di album di disegni del Cinquecento e del Seicento, ed è per questa via che l’immagine della testa gigantesca appoggiata a terra è entrata nell’immaginario europeo molto prima della fotografia.

Una curiosità su Il Colosso di Costantino — la ricostruzione ai Musei Capitolini

La curiosità che colpisce di più chi arriva sul posto riguarda il rapporto fra le due collocazioni. Per raggiungere la ricostruzione bisogna passare dal Campidoglio, cioè dal colle su cui Michelangelo ha costruito la piazza che tutti conoscono; e nel cortile che si attraversa per vedere i frammenti originali si trova anche una raccolta di altri marmi colossali. Ma il dettaglio davvero curioso è un altro: la testa antica e la testa della ricostruzione non si guardano allo stesso modo. Davanti all’originale nel cortile si è a pochi passi, si gira intorno al pezzo, si vedono le venature del marmo e le scheggiature dei bordi; davanti alla copia nel giardino si è sotto, costretti a guardare in su, nella posizione esatta in cui si trovava un cittadino del quarto secolo entrato nella basilica.

Seconda curiosità, meno evidente: la statua ricostruita è seduta. Questo significa che l’altezza complessiva di circa tredici metri corrisponde a una figura che, se si alzasse in piedi, supererebbe abbondantemente i venti. È un calcolo che nessuno fa quando legge il dato sulla scheda, e che cambia parecchio la percezione. Le statue colossali sedute, nel mondo antico, appartengono a una categoria precisa e rara, quella delle immagini di culto collocate nell’abside o nella cella di un edificio: la posizione seduta implica stabilità, permanenza, giudizio. Costantino nella basilica non era rappresentato come un generale in azione ma come una presenza fissa, e questa scelta ha un peso che va oltre la comodità costruttiva.

Come è stata realizzata la copia

Il progetto nasce dalla collaborazione fra la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la Fondazione Prada e la Factum Foundation for Digital Technology in Preservation, con la supervisione scientifica di Claudio Parisi Presicce. Sono i tre soggetti indicati dal museo come responsabili dell’operazione, e vale la pena notare la composizione: un ente pubblico proprietario dei reperti, una fondazione culturale privata che ha finanziato e ospitato la prima fase del lavoro, e una fondazione specializzata in tecnologie digitali applicate alla conservazione. Senza uno dei tre, il risultato non esisterebbe.

Il punto di partenza tecnico è la fotogrammetria tridimensionale ad altissima risoluzione. In pratica ciascun frammento superstite è stato fotografato da centinaia di posizioni diverse, in condizioni di luce controllata, e da quelle immagini è stato ricavato un modello digitale che registra la superficie del marmo con una precisione sufficiente a restituire le scheggiature, le venature e i segni degli strumenti antichi. È una tecnica che nel giro di quindici anni ha sostituito quasi ovunque il calco a contatto, perché non tocca l’originale, non lascia residui e produce un dato che può essere archiviato, condiviso e rielaborato indefinitamente.

La parte difficile viene dopo. Avere i modelli digitali delle estremità non basta a ricostruire una figura: bisogna stabilire le proporzioni del corpo mancante, l’angolo di seduta, la posizione delle braccia, l’andamento del panneggio. Qui entrano in gioco le proporzioni ricavabili dai frammenti stessi, il confronto con altre statue colossali sedute di epoca romana e le indicazioni ricavabili dall’architettura dell’abside che doveva contenerla. Il risultato è dichiaratamente un’ipotesi ricostruttiva, non una certezza: il museo la presenta come ricostruzione in scala uno a uno realizzata a partire dai pezzi originali, e questa formula va letta per quello che dice, cioè che i pezzi sono la base e il resto è lettura ragionata.

I materiali sono la parte più sorprendente per chi si aspetta un blocco di pietra. La struttura interna è in alluminio, progettata per essere assemblata e rimossa; il corpo è realizzato in resina e poliuretano; la superficie combina polvere di marmo, e in particolare polvere di marmo pario, con gesso e foglia d’oro. La scelta risponde a tre esigenze insieme. La prima è il peso: un colosso di tredici metri in materiale lapideo pieno avrebbe richiesto fondazioni impossibili in un giardino situato sopra strutture archeologiche. La seconda è la reversibilità, che nel linguaggio della conservazione contemporanea è un valore assoluto: un’installazione smontabile non compromette il contesto e può essere rimossa senza lasciare traccia. La terza è la resa visiva, perché la polvere di marmo in superficie restituisce alla vista una materia credibile, che sotto il sole si comporta in modo simile alla pietra invece di somigliare a una vernice.

Una cosa che non ti dice nessuno su Il Colosso di Costantino — la ricostruzione ai Musei Capitolini

La cosa che quasi nessuno dice è che l’ingresso alla ricostruzione è gratuito mentre l’ingresso ai frammenti originali non lo è. Per vedere la testa, la mano e i piedi antichi nel cortile del Palazzo dei Conservatori serve il biglietto dei Musei Capitolini, perché quel cortile si trova dentro il percorso museale. Per vedere il colosso ricostruito nel giardino di Villa Caffarelli, invece, il museo indica ingresso libero. Significa che l’oggetto spettacolare, quello che entra in tutte le fotografie, è quello che non costa nulla, e che il reperto autentico è quello che si trova oltre la biglietteria.

La conseguenza operativa è enorme e viene sfruttata da pochissimi. Una persona che ha due ore a disposizione al Campidoglio e non vuole spendere può salire dalla Cordonata Capitolina, attraversare la piazza di Michelangelo, raggiungere il giardino, passare tutto il tempo che vuole davanti alla statua, affacciarsi al panorama e scendere: una visita completa, sensata, con un pezzo forte dentro, a costo zero. Chi invece ha mezza giornata e vuole capire davvero la vicenda dovrebbe fare il contrario, cioè comprare il biglietto, cominciare dai frammenti nel cortile e finire con la ricostruzione, in quest’ordine e non nell’altro.

La seconda cosa poco detta riguarda la fotografia e la scala. Le immagini che circolano online sono quasi tutte scattate da vicino e dal basso, e appiattiscono completamente il senso della dimensione, perché senza un termine di paragone un colosso di tredici metri e una statua di tre sembrano identici in fotografia. Chi arriva sul posto avendo visto solo quelle immagini resta spiazzato, in positivo, nel momento in cui vede una persona reale ai piedi della statua. Il consiglio implicito è di non giudicare l’installazione dalle foto: è uno di quei casi in cui la riproduzione bidimensionale toglie l’unica cosa che conta.

La terza cosa che non viene detta quasi mai riguarda il giardino stesso. Villa Caffarelli è uno dei pochi spazi verdi in quota del centro storico romano, e per decenni è stato un luogo semisconosciuto anche ai romani, perché l’area è rimasta a lungo fuori dai circuiti di visita. Il posizionamento della ricostruzione ha avuto un effetto laterale importante: ha portato in quel giardino un flusso di visitatori che prima non ci passava, e ha riportato nel circuito mentale della città un angolo del Campidoglio che quasi nessuno nominava. È un caso in cui un’installazione ha cambiato la geografia percepita di un luogo, e non capita spesso.

Villa Caffarelli e il giardino

Il nome viene dalla famiglia Caffarelli, che nel Cinquecento ottenne una porzione della sommità del colle capitolino e vi costruì il proprio palazzo. Non era un’area qualsiasi: quella parte del Campidoglio corrisponde al settore dove sorgeva il tempio di Giove Ottimo Massimo, il santuario centrale dello Stato romano, e ancora oggi nelle sale interrate del museo si vedono le fondazioni in blocchi di tufo del podio antico. Costruire lì un palazzo nobiliare nel Cinquecento significava insediarsi letteralmente sopra il punto più carico di significato della città antica, e la famiglia lo sapeva benissimo.

La vicenda successiva dell’edificio è una piccola storia europea. Il palazzo passò in uso diplomatico e divenne sede della rappresentanza prussiana e poi dell’Impero germanico fino alla prima guerra mondiale, dopo la quale il complesso entrò nel patrimonio pubblico italiano e, per fasi, nel circuito dei musei capitolini. Oggi l’ala di Palazzo Caffarelli ospita spazi espositivi, la terrazza panoramica e la caffetteria del museo, mentre l’area verde adiacente costituisce il giardino di Villa Caffarelli, il luogo dove si trova la ricostruzione del colosso.

La scelta del giardino come collocazione non è casuale e merita qualche riga. Un oggetto di tredici metri non entra in nessuna sala dei Musei Capitolini: gli ambienti storici hanno soffitti che, per quanto alti, restano molto al di sotto di quella misura, e nessun solaio di un palazzo cinquecentesco sopporterebbe un carico del genere anche se lo spazio ci fosse. L’esterno diventa quindi una necessità prima che una scelta estetica. Ma l’esterno porta con sé due vantaggi notevoli: la luce naturale, che sulla superficie con polvere di marmo e foglia d’oro cambia continuamente nell’arco della giornata, e la possibilità di arretrare abbastanza da vedere la figura intera, cosa che in un interno non sarebbe possibile nemmeno con un soffitto adeguato.

Il giardino, dal punto di vista di chi cammina, è un rettangolo verde in quota con alberature e percorsi, affacciato sul versante del colle. La quota è quella del piano superiore del complesso, quindi si arriva da sopra e non da sotto: chi sale dalla Cordonata Capitolina raggiunge la piazza e da lì prosegue verso il lato dove si apre l’area di Villa Caffarelli. È un percorso breve ma non immediato da individuare al primo colpo, perché la segnaletica del Campidoglio è pensata per il museo e non per il giardino; conviene chiedere al personale in piazza oppure seguire il flusso di persone che risale verso il lato panoramico.

Il consiglio che ti do per visitare Il Colosso di Costantino — la ricostruzione ai Musei Capitolini

Il consiglio principale è uno solo e riguarda l’ordine. Si comincia dai frammenti antichi nel cortile del Palazzo dei Conservatori e si finisce con la ricostruzione nel giardino. Mai il contrario. Il motivo è che la ricostruzione funziona come una risposta: se la si vede prima, la si prende per quello che sembra, cioè una grande statua nuova in un parco, e i frammenti visti dopo diventano una noticina archeologica. Se invece si passa prima venti minuti davanti alla testa autentica, alla mano con l’indice teso, al piede consumato, quando poi ci si trova sotto il colosso intero il cervello fa da solo il collegamento e l’effetto è tutt’altro. È la differenza fra vedere una cosa e capirla.

Secondo consiglio: prevedere il tempo giusto. Chi entra ai Musei Capitolini senza un piano commette quasi sempre lo stesso errore, cioè si ferma a lungo sulle prime sale, si esaurisce davanti alla Lupa, al Marco Aurelio, al Galata morente e alla Pinacoteca, e arriva stanco a tutto il resto. Il percorso completo del museo è lungo, si sviluppa su tre palazzi collegati da un passaggio interno che passa sotto la piazza, e richiede almeno due ore e mezza per essere fatto con un minimo di attenzione. Se l’obiettivo della giornata è il colosso, conviene prevedere una sosta a metà percorso oppure spezzare la visita in due momenti, magari sfruttando la caffetteria di Palazzo Caffarelli.

Terzo consiglio, per chi non vuole pagare o non ha tempo per il museo intero: la visita breve gratuita funziona ed è onesta. Si sale al Campidoglio, si guarda la piazza, si raggiunge il giardino di Villa Caffarelli, si resta davanti alla statua il tempo che serve, ci si affaccia sul panorama, si scende verso i Fori. Un’ora abbondante, zero euro, e un ricordo forte. È una delle poche cose di questo livello a Roma che si possono fare senza biglietto, e chi ha la giornata compressa o il portafoglio leggero farebbe male a sentirsi in colpa per non aver fatto il museo.

Quarto consiglio, sull’orario. L’installazione nel giardino ha un orario proprio, indicato dal museo in 9.30-18.30 tutti i giorni per il periodo 2026, che è diverso dall’orario del percorso museale, aperto fino alle 19.30 con ultimo ingresso un’ora prima. La differenza di un’ora conta, perché chi programma di concludere la visita con la statua alla fine di un pomeriggio lungo rischia di trovare il giardino già chiuso mentre il museo è ancora aperto. La sequenza consigliata, frammenti prima e ricostruzione dopo, va quindi calibrata in modo da arrivare al giardino con un margine ragionevole.

Quinto consiglio, sul momento della giornata. La prima mattina, appena dopo l’apertura, è il momento con meno persone in assoluto e con la luce che arriva da est, quindi favorevole per chi vuole fotografare la piazza e il Foro dal Tabularium. Il tardo pomeriggio è invece il momento migliore per la statua, perché la luce bassa colpisce di taglio la superficie e fa emergere l’oro e la grana del marmo in polvere. Se si deve scegliere una sola fascia oraria e la statua è la priorità, la seconda metà del pomeriggio vince.

Biglietti e accesso

La situazione dei titoli di ingresso al Campidoglio richiede un minimo di ordine, perché si sovrappongono più regimi. La ricostruzione nel giardino di Villa Caffarelli, secondo quanto indicato dal museo per il periodo 2026, ha ingresso gratuito e orario 9.30-18.30 tutti i giorni. Il percorso ordinario dei Musei Capitolini, che comprende il cortile con i frammenti antichi, è invece a pagamento e segue l’orario quotidiano 9.30-19.30, con ultimo ingresso un’ora prima della chiusura.

Orari, chiusure e contatti

L’indirizzo è Piazza del Campidoglio 1, 00186 Roma. L’orario ordinario del museo è tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30. Il 24 e il 31 dicembre l’apertura è ridotta e va dalle 9.30 alle 14.00. Per il 1° gennaio 2026 il museo aveva indicato un orario 11.00-20.00. Le giornate di chiusura annuale sono due: il 1° maggio e il 25 dicembre. Il numero di riferimento è il 060608, attivo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00, e la casella di posta è info.museicapitolini@comune.roma.it. Il museo raccomanda di consultare sempre la pagina degli avvisi prima di programmare la visita, perché è lì che vengono pubblicate le limitazioni temporanee, le chiusure di sale e le variazioni di orario.

Tariffe

La tariffa ordinaria del solo museo, applicata nei periodi in cui non sono presenti mostre temporanee comprese nel percorso, è di 15,00 euro per l’intero e 9,50 euro per il ridotto. Chi risiede a Roma e nella Città Metropolitana entra gratuitamente esibendo un documento, e la stessa gratuità vale per i possessori di MIC card e per le categorie previste dalla normativa comunale. I titolari di Roma Pass rientrano anch’essi fra le gratuità indicate dal museo.

Nel periodo compreso fra il 7 settembre e il 1° novembre 2026, con la mostra dedicata agli Angeli inclusa nel percorso, il biglietto museo più mostra costa 16,50 euro per l’intero e 11,00 euro per il ridotto. La mostra dedicata a Diego Rivera, in calendario dal 9 giugno al 13 dicembre 2026, ha un titolo separato da 15,00 euro intero e 13,00 euro ridotto. Esiste inoltre un titolo cumulativo che comprende il museo e le due mostre, a 23,50 euro intero e 19,50 euro ridotto. Chi legge in settembre 2026 si trova quindi nella finestra in cui tutte queste opzioni sono contemporaneamente attive, e la scelta va fatta in base a quanto tempo si ha davvero.

La Capitolini Card è la formula che conviene quasi sempre a chi resta a Roma qualche giorno: vale sette giorni, comprende l’ingresso ai Musei Capitolini e alla Centrale Montemartini e costa 15,50 euro per l’intero e 11,50 euro per il ridotto. Mezzo euro in più della tariffa base per avere in aggiunta un secondo museo e una settimana di validità: è una delle poche offerte museali romane che conviene senza discussione, e la Centrale Montemartini, con le sculture antiche esposte fra le turbine di una vecchia centrale elettrica, è una delle visite più originali della città.

La MIC card merita un paragrafo a parte. È riservata a chi risiede o studia a Roma e nella Città Metropolitana, ha un costo simbolico, dura dodici mesi e consente ingressi illimitati ai musei civici, quindi Musei Capitolini, Centrale Montemartini, Mercati di Traiano, Ara Pacis e gli altri del sistema. Per chi vive in città è il miglior rapporto fra spesa e beneficio culturale disponibile, e si ripaga alla seconda visita.

Prevendita, supporti e regole

Il diritto di prevendita è di 1,00 euro. L’acquisto si può fare online, tramite il call center 060608 oppure direttamente in biglietteria. C’è una regola che il sito esplicita senza ambiguità e che conviene tenere presente: i biglietti preacquistati online, tramite call center o in biglietteria non sono rimborsabili né modificabili. Una data e un orario scelti in anticipo vanno rispettati, e un imprevisto non dà diritto a spostare la visita. Chi non è sicuro dei propri programmi fa meglio ad acquistare sul posto, tanto più che i Capitolini raramente registrano code paragonabili a quelle dei Musei Vaticani o del Colosseo.

Sul fronte dei supporti alla visita, la videoguida costa 6,00 euro, l’audioguida 4,00 euro e l’audioguida in versione per bambini e famiglie ancora 4,00 euro. Per i gruppi è disponibile il noleggio di radioguide con trenta riceventi a 18,00 euro; per qualunque gruppo numeroso il servizio è di fatto obbligatorio, perché consente alla guida di parlare a voce bassa senza disturbare gli altri visitatori nelle sale. Le scolaresche accedono gratuitamente con la documentazione prevista.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che i Musei Capitolini sono il museo pubblico più antico del mondo. Lo si legge ovunque, compare in tutte le guide, viene ripetuto da ogni accompagnatore. Quello che si cita molto meno è che cosa questo significhi concretamente, e il significato riguarda direttamente il colosso.

L’atto di nascita si colloca nel 1471, quando papa Sisto IV dona al popolo romano un nucleo di bronzi antichi e li colloca sul Campidoglio. La formula è essenziale: non li mette in un palazzo privato, non li tiene in Vaticano, li dona al popolo romano e li sistema nella sede civica. È il passaggio che trasforma una collezione in un museo, cioè in un luogo dove gli oggetti stanno per essere visti da chiunque e non per compiacere un proprietario. Tutto il concetto moderno di museo pubblico nasce lì, e nasce come atto politico prima che culturale.

Il collegamento con il nostro tema è diretto. Quando, pochi decenni dopo, i frammenti del Colosso di Costantino vengono trasferiti dal Foro al cortile del Palazzo dei Conservatori, non vengono semplicemente spostati in un magazzino: vengono immessi in quel sistema, cioè esposti in uno spazio civico accessibile. Da quel momento la testa gigantesca di Costantino diventa un oggetto pubblico, disegnabile, copiabile, discutibile. Si può sostenere che l’intera fortuna iconografica del colosso, dal Cinquecento a oggi, dipenda da quella scelta di collocazione: se i frammenti fossero finiti in una raccolta privata, oggi li conoscerebbero gli specialisti e basta.

Accessibilità

Le informazioni che seguono sono quelle pubblicate dal museo nella propria pagina dedicata. L’ingresso è gratuito per le persone con disabilità e per un accompagnatore, e la gratuità vale su tutta la rete dei musei civici romani, non soltanto al Campidoglio.

Sul piano della mobilità, il complesso dispone di ascensori, montascale e pedane. Questi ausili consentono di superare i principali dislivelli di un percorso che, ricavato in tre palazzi storici collegati fra loro da un passaggio interno, di dislivelli ne ha parecchi. Il museo però dichiara esplicitamente un limite: il carattere storico degli edifici impedisce in alcuni casi la rimozione totale delle barriere architettoniche. Significa che certi ambienti possono risultare di accesso più difficoltoso e che conviene informarsi in anticipo sulla situazione della giornata.

Per i visitatori non vedenti e ipovedenti il museo segnala supporti tattili permanenti che permettono di esplorare alcune opere principali del percorso. Per i visitatori sordi sono disponibili video in Lingua dei Segni Italiana, consultabili sia online sia in sede. Per i visitatori con disabilità motoria, oltre agli ausili strutturali, il personale di custodia è indicato come punto di riferimento in sala.

La raccomandazione che il museo ripete, e che vale la pena raccogliere, è di consultare la pagina degli avvisi prima di programmare la visita: è lì che vengono segnalate le limitazioni temporanee, per esempio un ascensore fermo per manutenzione o una sala chiusa, e per chi organizza una visita con esigenze specifiche quella pagina è la prima da aprire.

Sul giardino di Villa Caffarelli vale una considerazione aggiuntiva di buon senso. Si tratta di uno spazio all’aperto in quota, raggiungibile dal livello della piazza, con percorsi pedonali e superfici esterne. Chi si muove in carrozzina o con difficoltà motorie farà bene a chiedere indicazioni al personale sul percorso più agevole per arrivarci dal punto in cui si trova, perché la sommità del Campidoglio ha quote diverse e non tutti gli itinerari fra la piazza e il giardino sono equivalenti. Il numero 060608 e la casella di posta del museo servono esattamente a questo, e una telefonata preventiva risparmia un giro a vuoto.

La foto giusta da fare a Il Colosso di Costantino — la ricostruzione ai Musei Capitolini

La prima inquadratura è quella con la figura umana. Va detto subito perché è la più importante e la più trascurata: senza una persona nell’inquadratura, la statua perde ogni informazione di scala e diventa una qualunque scultura grande. Si mette qualcuno ai piedi del colosso, si arretra fino a comprendere la figura intera, si scatta. Il risultato è l’unica fotografia che fra un anno dirà ancora qualcosa.

La seconda inquadratura è dal basso, molto vicino, con l’obiettivo puntato verso l’alto lungo il corpo fino alla testa. È una prospettiva forzata che deforma le proporzioni, ed è esattamente per questo che funziona: restituisce la sensazione fisica che si prova stando sotto, cioè lo schiacciamento. Con la luce del tardo pomeriggio, quando il sole arriva basso e di taglio, la superficie con polvere di marmo e foglia d’oro prende un tono caldo che nessuna foto a mezzogiorno restituisce.

La terza inquadratura richiede il biglietto del museo e si fa nel cortile del Palazzo dei Conservatori: la testa antica, di tre quarti, con la luce che entra dall’alto nel cortile. È la fotografia classica, quella che gli artisti fanno da cinque secoli con la matita al posto della fotocamera, e che conviene comporre lasciando un po’ di parete intorno invece di riempire il fotogramma con il volto. Il contesto, in quel cortile, racconta quanto il soggetto.

La quarta è il dittico, ed è la più intelligente da portare a casa. Si fotografa la mano antica nel cortile e si fotografa la mano ricostruita nel giardino, nella stessa angolazione per quanto possibile. Messe una accanto all’altra, le due immagini spiegano l’intera operazione senza una parola di didascalia: da una parte il frammento, dall’altra la restituzione, e nel mezzo sedici secoli.

La quinta inquadratura non riguarda la statua ma il posto. Dal giardino e dalla terrazza di Palazzo Caffarelli si apre uno dei panorami meno battuti del centro: la cupola di San Pietro sul fondo, i tetti del centro storico davanti, il verde del Gianicolo sulla destra. È un panorama diverso da quello del Gianicolo o del Pincio perché la quota è più bassa e il punto di vista è più dentro la città, quindi il tessuto urbano si legge meglio invece di appiattirsi. La luce migliore è quella del tardo pomeriggio, quando il sole colpisce le facciate da ovest.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il colle capitolino è il luogo di Roma con la maggiore densità di avvenimenti per metro quadrato, e l’elenco che segue è per forza parziale.

In età repubblicana la sommità ospita il tempio di Giove Ottimo Massimo, il santuario principale dello Stato romano. È il punto dove si concludono i cortei trionfali, dove i consoli prestano giuramento entrando in carica, dove si depositano i documenti fondamentali della comunità. Le fondazioni in blocchi di tufo del podio si vedono ancora oggi nelle sale interrate dei Musei Capitolini, e camminarci accanto è uno dei momenti meno spettacolari e più densi dell’intera visita. Nello stesso complesso, nel primo secolo avanti Cristo, viene costruito il Tabularium, l’archivio di Stato, oggi attraversato dai visitatori come galleria panoramica sul Foro.

Nel 1341 Francesco Petrarca viene incoronato poeta sul Campidoglio, con una cerimonia costruita per recuperare consapevolmente un rito antico. È un episodio che segna l’inizio della riappropriazione umanistica dell’antichità romana, e il fatto che avvenga proprio lì non è casuale: il colle è la sede civica, non quella pontificia.

Nel 1347 Cola di Rienzo stabilisce sul Campidoglio la sede del proprio governo popolare, in una vicenda che si chiude sette anni dopo, nel 1354, con la sua morte violenta sullo stesso colle. La memoria di Cola resta legata al Campidoglio in modo talmente forte che ancora oggi il monumento che lo ricorda si trova alla base della salita verso la piazza.

Nel 1471 papa Sisto IV dona al popolo romano il nucleo di bronzi antichi che dà origine alla collezione capitolina: è la data di nascita del museo pubblico. Nei decenni successivi la collezione cresce per aggregazione, e in questo movimento rientra anche il trasferimento dei frammenti del Colosso di Costantino dal Foro al cortile del Palazzo dei Conservatori, che la tradizione storiografica colloca nel 1486.

Fra il 1536 e il 1538, in vista della visita a Roma dell’imperatore Carlo V, la statua equestre di Marco Aurelio viene trasferita al Campidoglio e Michelangelo riceve l’incarico di riorganizzare la piazza. Il progetto viene realizzato per fasi lungo decenni, ben oltre la morte dell’autore, e completato nel Seicento; il disegno pavimentale a stella verrà eseguito nella forma attuale soltanto nel Novecento, seguendo le incisioni cinquecentesche che lo documentavano. È il cantiere che dà al colle l’aspetto che ha oggi e che ogni visitatore attraversa per raggiungere sia i frammenti sia la ricostruzione.

Il 25 marzo 1957, nella Sala degli Orazi e Curiazi del Palazzo dei Conservatori, vengono firmati i Trattati di Roma che istituiscono la Comunità economica europea e la Comunità europea dell’energia atomica. È probabilmente l’avvenimento più recente di portata mondiale accaduto sul colle, e accade a pochi metri dal cortile dove sono esposti i frammenti del colosso.

Il 6 febbraio 2024, infine, la ricostruzione del Colosso di Costantino viene aperta al pubblico nel giardino di Villa Caffarelli. È l’ultimo episodio in ordine di tempo di questa serie, e ha una caratteristica che lo distingue da tutti gli altri: non aggiunge al colle un potere, un rito o un trattato, ma un’immagine. Il che, per un luogo che di immagini vive da venticinque secoli, è perfettamente coerente.

Chi è passato da Il Colosso di Costantino — la ricostruzione ai Musei Capitolini

Se si intende la domanda in senso storico, l’elenco di chi è passato davanti ai frammenti del colosso è lungo quanto la storia moderna del disegno europeo. Dal momento in cui i pezzi vengono collocati nel cortile del Palazzo dei Conservatori, quel cortile diventa una tappa obbligata per chiunque arrivi a Roma con un taccuino. Gli artisti nordici del Cinquecento, i pensionanti delle accademie, gli architetti in formazione, gli antiquari, i disegnatori di vedute: tutti si fermano lì, e il cortile con la testa e la mano colossali compare in album e incisioni che oggi sono sparsi nelle biblioteche di mezza Europa.

Con il Grand Tour il flusso diventa sistematico. I Musei Capitolini sono, per il viaggiatore colto del Settecento, una delle due o tre mete irrinunciabili: la Venere Capitolina, il Galata morente, lo Spinario e i marmi del cortile sono fra le sculture più copiate, discusse e riprodotte del continente. Goethe, che nel Viaggio in Italia descrive il colle, è solo il nome più noto di una fila che comprende scrittori, aristocratici, pittori e archeologi dilettanti. In quella stagione l’antichità romana viene misurata, disegnata e portata a casa in forma di stampa, e il colosso è uno dei soggetti che più facilmente colpisce l’immaginazione perché è insieme enorme e incompleto.

Se invece si intende la domanda nel senso di chi passa oggi davanti alla ricostruzione, la risposta è più varia di quanto si immagini. C’è il pubblico dei musei, che arriva informato e con il biglietto in tasca. C’è il pubblico del panorama, che sale al Campidoglio per il belvedere e trova la statua per caso. Ci sono le scolaresche, per le quali un colosso visibile e gratuito è uno strumento didattico di efficacia immediata, molto superiore a qualunque ricostruzione su schermo. Ci sono i romani che ci passano la domenica mattina, i fotografi, gli appassionati di tecnologie applicate ai beni culturali, e c’è una quota crescente di visitatori che arriva avendo visto la statua in un video verticale e vuole verificare se davvero sia così grande.

Domande frequenti su Il Colosso di Costantino, la ricostruzione ai Musei Capitolini

Dove si trova la ricostruzione del Colosso di Costantino?

La ricostruzione del Colosso di Costantino si trova nel giardino di Villa Caffarelli, all'interno del complesso dei Musei Capitolini, sul colle capitolino a Roma. I frammenti antichi originali, invece, sono esposti nel cortile del Palazzo dei Conservatori, il primo spazio che si attraversa dopo la biglietteria dei Musei Capitolini.

Quanto costa vedere il Colosso di Costantino?

L'ingresso alla ricostruzione nel giardino di Villa Caffarelli è gratuito, mentre per vedere i frammenti antichi nel cortile del Palazzo dei Conservatori serve il biglietto dei Musei Capitolini, perché quel cortile fa parte del percorso museale a pagamento. Sono quindi due accessi con regole diverse allo stesso complesso.

In che periodo si può vedere la ricostruzione nel 2026?

Secondo quanto indicato dal museo per il 2026, la ricostruzione del Colosso di Costantino nel giardino di Villa Caffarelli è visibile dal 2 gennaio al 31 dicembre, tutti i giorni, con orario 9.30-18.30. Poiché la collocazione viene confermata su base annuale, prima di partire conviene comunque ricontrollare la pagina ufficiale del museo.

Chi ha realizzato la copia del colosso?

La ricostruzione del Colosso di Costantino nasce dalla collaborazione fra la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la Fondazione Prada e la Factum Foundation for Digital Technology in Preservation, con la supervisione scientifica di Claudio Parisi Presicce. Sono i tre soggetti indicati dal museo come responsabili dell'operazione.

A chi apparteneva la statua originale del Colosso di Costantino?

La statua antica del Colosso di Costantino apparteneva alla Basilica di Massenzio, l'edificio civile più grande mai costruito nel Foro Romano, ai piedi del Palatino, iniziato da Massenzio nei primi anni del quarto secolo e completato da Costantino dopo la vittoria del 312 sul ponte Milvio.

In che ordine conviene visitare frammenti e ricostruzione?

Per il Colosso di Costantino ai Musei Capitolini conviene cominciare dai frammenti antichi nel cortile del Palazzo dei Conservatori e finire con la ricostruzione nel giardino di Villa Caffarelli, mai il contrario. Vedendo prima la ricostruzione, la si scambia per una grande statua nuova in un parco, mentre vista dopo i frammenti diventano una risposta a una domanda già formata.

Il Campidoglio e i Musei Capitolini sono accessibili a chi ha disabilità motorie?

Sì, ai Musei Capitolini l'ingresso è gratuito per le persone con disabilità e per un accompagnatore, gratuità valida su tutta la rete dei musei civici romani. Il complesso dispone di ascensori, montascale e pedane per superare i principali dislivelli del percorso.

Vale la pena aggiungere una nota su un tipo particolare di visitatore: chi lavora nel settore. Guide turistiche, accompagnatori, docenti e operatori museali hanno adottato rapidamente il giardino di Villa Caffarelli come tappa, proprio perché consente di spiegare l’acrolito, la tecnica antica, il riuso dei materiali e la differenza fra originale e ricostruzione stando davanti a un oggetto che rende tutto evidente in dieci secondi. Chi guida gruppi a Roma sa che i minuti spesi a spiegare una cosa invisibile sono minuti persi; qui il problema non esiste. Per chi accompagna gruppi in modo professionale, strumenti di organizzazione e gestione come quelli raccolti su TourLeaderPro aiutano a incastrare una tappa gratuita e senza prenotazione dentro itinerari che di solito sono dominati da biglietti a orario fisso.

Cosa c’è intorno al Campidoglio

Il Campidoglio è il punto in cui si toccano la Roma antica, la Roma medievale e la Roma monumentale ottocentesca, e questo rende l’intorno insolitamente denso. Scendendo verso nord si arriva in pochi minuti all’Altare della Patria, la cui terrazza superiore, raggiungibile con ascensore a pagamento, offre l’unica veduta dall’alto che comprende contemporaneamente i Fori, il centro storico e le cupole. Poco oltre si aprono i Mercati di Traiano, che ospitano il Museo dei Fori Imperiali e che sono uno dei complessi meglio conservati dell’architettura romana di età traianea, con una sequenza di ambienti su più livelli che restituisce la logica costruttiva imperiale meglio di qualunque rovina isolata.

Sul fianco opposto del colle, salendo la scalinata ripida che parte poco distante dalla Cordonata Capitolina, si arriva a Santa Maria in Aracoeli, la basilica che occupa la sommità dell’altro corno del Campidoglio. È uno di quei luoghi che i visitatori frettolosi saltano per via dei gradini, e che invece ripaga: soffitto ligneo dorato, colonne antiche di reimpiego tutte diverse fra loro, pavimento cosmatesco. Il contrasto con la piazza rinascimentale a pochi metri di distanza è uno dei più netti di Roma.

Ai piedi del versante che guarda i Fori si trova il Carcere Mamertino, l’ambiente sotterraneo legato alla tradizione della prigionia di Pietro e Paolo e, in età repubblicana, alle esecuzioni dei nemici sconfitti condotti in trionfo. È piccolo e si visita in poco tempo, ma è un tassello che spiega da vicino che cosa accadeva alla fine dei cortei che salivano al tempio di Giove.

Continuando lungo il versante archeologico si raggiungono l’area del Palatino, la Basilica di Massenzio, cioè l’edificio da cui provengono i frammenti del colosso, e più avanti il Colosseo con l’Arco di Costantino. Questa sequenza merita una riflessione: chi ha appena visto la ricostruzione del colosso e poi si trova davanti all’arco costantiniano ha in un’ora sola i due grandi monumenti pubblici dedicati allo stesso imperatore, uno perduto e ricostruito, l’altro conservato quasi intatto. È l’itinerario costantiniano più efficiente che Roma consenta, e quasi nessuno lo propone in questi termini.

Sul lato opposto, verso il fiume, in dieci minuti a piedi si arriva alla Bocca della Verità e all’area dei templi repubblicani del Foro Boario, e poco oltre all’Isola Tiberina, che resta uno dei luoghi più piacevoli della città nelle sere di fine estate. Verso sud, sempre a piedi ma con un quarto d’ora abbondante di cammino, si apre il Circo Massimo, e proseguendo oltre si arriva alle Terme di Caracalla, l’altro grande esempio romano di architettura pubblica di scala colossale.

Per chi vuole restare in tema di dimensioni fuori misura, la Domus Aurea sul Colle Oppio è la tappa complementare naturale: là si visita l’interno di un palazzo imperiale che occupava una porzione di città e che, nei suoi giardini, ospitava proprio quel Colosso di Nerone da cui l’anfiteatro Flavio ha preso il nome corrente. Mettere in fila i due colossi, quello neroniano scomparso e quello costantiniano ricostruito, è un esercizio che chiarisce quanto la statuaria colossale fosse uno strumento politico ordinario e non un’eccezione.

Infine, per chi ha una giornata piena e vuole chiudere in bellezza, dal Campidoglio si raggiungono a piedi in tempi ragionevoli Piazza Navona, la Fontana di Trevi e, con una camminata più lunga, Castel Sant’Angelo. Chi preferisce restare sul filo tematico della scultura monumentale può invece dedicare mezz’ora a San Pietro in Vincoli, dove si trova il Mosè di Michelangelo: un’altra figura seduta e sovrumana, di quattro secoli dopo, che dialoga con il colosso costantiniano più di quanto sembri.

Domande veloci

La ricostruzione del Colosso di Costantino si può ancora vedere nel 2026?

Sì. Il sito del museo indica per il 2026 il periodo dal 2 gennaio al 31 dicembre, tutti i giorni dalle 9.30 alle 18.30, nel giardino di Villa Caffarelli ai Musei Capitolini. Chi legge in settembre 2026 ha davanti oltre tre mesi. Poiché la collocazione viene confermata su base annuale, prima di partire conviene comunque ricontrollare la pagina ufficiale, che è anche il posto dove compaiono eventuali chiusure temporanee.

Quanto costa vedere la statua?

Niente. Il museo indica l’ingresso alla ricostruzione come gratuito. Serve invece il biglietto dei Musei Capitolini per vedere i frammenti antichi nel cortile del Palazzo dei Conservatori, con tariffa ordinaria da 15,00 euro intero e 9,50 euro ridotto, variabile nei periodi in cui sono incluse mostre temporanee.

Quanto è alta?

Circa tredici metri, in scala uno a uno rispetto alla statua antica. Essendo una figura seduta, l’altezza corrispondente in piedi sarebbe molto maggiore.

È l’originale?

No, ed è importante che sia chiaro. La ricostruzione è un oggetto contemporaneo realizzato in resina, poliuretano, polvere di marmo, gesso e foglia d’oro su struttura interna in alluminio, costruito a partire da scansioni fotogrammetriche dei frammenti antichi. Gli originali del quarto secolo sono i nove frammenti marmorei nel cortile del Palazzo dei Conservatori.

Da dove veniva la statua antica?

Dall’abside occidentale della Basilica di Massenzio, nel Foro Romano. L’edificio fu iniziato da Massenzio e completato da Costantino dopo il 312.

Perché restano solo testa, mani e piedi?

Perché era una statua acrolitica: soltanto le parti nude del corpo erano di marmo, mentre il resto della figura era costituito da una struttura rivestita, probabilmente con lastre metalliche. Il marmo è sopravvissuto, il resto no.

Chi ha realizzato la ricostruzione?

Il progetto è indicato dal museo come frutto della collaborazione fra Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Fondazione Prada e Factum Foundation for Digital Technology in Preservation, con la supervisione di Claudio Parisi Presicce.

Quanto tempo serve per la visita?

Per la sola statua nel giardino bastano quaranta minuti comprensivi di salita, giro attorno all’opera e affaccio panoramico. Per la visita completa dei Musei Capitolini con i frammenti antichi servono almeno due ore e mezza, e tre se si vuole anche la Pinacoteca con calma.

Qual è il momento migliore della giornata?

La prima mattina se si vuole trovare poca gente e fotografare il Foro dal Tabularium con la luce da est; la seconda metà del pomeriggio se la priorità è la statua, perché la luce bassa fa emergere la superficie e l’oro. Attenzione al fatto che il giardino chiude alle 18.30, un’ora prima del museo.

È adatta ai bambini?

Molto. Un colosso di tredici metri all’aperto, gratuito e senza vetrine è uno dei pochi oggetti archeologici che funzionano immediatamente anche con i più piccoli, e il confronto con i frammenti nel cortile diventa un gioco di riconoscimento facile da impostare. Il museo prevede anche un’audioguida in versione per bambini e famiglie a 4,00 euro.

Si arriva facilmente con i mezzi?

Il Campidoglio si raggiunge a piedi da Piazza Venezia, che è uno dei nodi di superficie più serviti della città. Dalla piazza si sale lungo la Cordonata Capitolina, la rampa disegnata da Michelangelo, oppure si prende il percorso più agevole sul lato del Vittoriano. Chi arriva in metropolitana scende alla fermata del Colosseo e percorre a piedi il tratto lungo i Fori, che è una passeggiata di quindici minuti e vale di per sé.

Conviene abbinare altre visite?

Sì, e l’abbinamento più coerente è costantiniano: ricostruzione del colosso al Campidoglio, Basilica di Massenzio lungo i Fori, Arco di Costantino accanto all’anfiteatro. In mezza giornata si copre l’intero programma monumentale di un imperatore.

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Data Evento1 Gennaio 2026 — 31 Dicembre 2026
IndirizzoMusei Capitolini — Villa Caffarelli, Piazza del Campidoglio 1, 00186 Roma Centro storico, Roma, Roma Città
CategorieEventiMostre

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