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Marta (VT) sul Lago di Bolsena

In breve. Marta si trova sulla sponda meridionale del Lago di Bolsena, in provincia di Viterbo, a 315 metri di quota, nel punto esatto in cui il lago si svuota nel fiume che porta lo stesso nome del paese; il municipio è in piazza Umberto I, nel…

Marta si trova sulla sponda meridionale del Lago di Bolsena, in provincia di Viterbo, a 315 metri di quota, nel punto esatto in cui il lago si svuota nel fiume che porta lo stesso nome del paese; il municipio è in piazza Umberto I, nel centro storico, e conta poco più di tremila abitanti. Da Roma sono circa cento chilometri: in automobile si prende l'autostrada A1 Milano-Napoli verso nord, si esce a Orte, si segue la superstrada per Viterbo e poi la Cassia in direzione Montefiascone, scendendo al lago con le indicazioni per Marta e Capodimonte; da Viterbo a Marta sono circa venti chilometri, mezz'ora abbondante, e da Roma in tutto un'ora e tre quarti senza traffico. Chi arriva da nord esce a Orvieto e gira intorno alla sponda orientale passando per Bolsena e Montefiascone. In treno la stazione di riferimento è Viterbo (linea regionale FL3 da Roma Ostiense, Trastevere e San Pietro fino a Viterbo Porta Fiorentina, oppure la linea per Orte con cambio), da cui si prosegue con gli autobus Cotral che partono dall'autostazione di Riello e fermano a Marta in piazza Umberto I: le corse sono tarate su studenti e pendolari, con orari da controllare in anticipo su cotralspa.it, e il ritorno serale non è garantito. Si parcheggia lungo il lungolago, dove gli spazi sono ampi, e si sale a piedi nel centro storico, pedonale e in salita; nei fine settimana di luglio e agosto conviene arrivare entro le dieci. Il paese non ha biglietti da pagare: la Torre dell'Orologio è ad accesso libero ed è aperta di norma nei fine settimana e nelle feste paesane (informazioni presso il Comune, che risponde allo 0761 87381), le chiese sono aperte negli orari delle funzioni, il Santuario della Madonna del Monte si raggiunge a piedi o in auto in un quarto d'ora dal centro. Per il giro completo del paese bastano tre ore; con il bagno, il pranzo di pesce di lago e il santuario si riempie la giornata intera. La festa da segnare in calendario è quella della Madonna del Monte, la Barabbata, il 14 maggio di ogni anno.

Marta è una delle tappe naturali del giro dell'intera conca vulcanica, raccontata nella guida al Lago di Bolsena; il quadro delle gite fuori Roma è nella sezione delle attrazioni turistiche del Lazio.

Marta (VT) Lago di Bolsena
Marta (VT) Lago di Bolsena

Come arrivare a Marta (VT) sul Lago di Bolsena e come organizzare la giornata

Ci sono luoghi che si raggiungono per caso e luoghi che bisogna decidere di raggiungere. Marta appartiene alla seconda categoria, ed è la prima informazione pratica che conta: nessuno passa da Marta andando altrove, perché il paese non si trova sulla strada di nulla. Si trova su una riva, che è una cosa diversa. Occupa il versante meridionale del lago vulcanico più grande d'Europa, nel punto in cui la conca si chiude e le acque trovano finalmente una via d'uscita verso il mare. Da Roma sono circa cento chilometri, che nella geografia mentale di chi vive in città significano una gita di giornata piena, non una fuga di due ore. È bene saperlo prima di partire, perché il modo in cui si organizza il viaggio cambia il tipo di giornata che ci si porta a casa.

Da Roma a Marta in automobile: autostrada o Cassia

La via più battuta è l'autostrada A1 Milano-Napoli in direzione nord, con uscita a Orte. Da lì si imbocca la superstrada per Viterbo, un'arteria a scorrimento veloce che in una trentina di chilometri deposita alle porte del capoluogo della Tuscia. Non serve entrare in città: si prosegue seguendo le indicazioni per la Cassia in direzione Montefiascone e poi, con una delle varianti possibili, si scende verso il lago seguendo i cartelli per Marta e Capodimonte. Da Viterbo a Marta sono all'incirca venti chilometri, che si percorrono in una mezz'ora abbondante e che meritano attenzione perché cambiano faccia due volte: prima il paesaggio agricolo della piana viterbese, con i noccioleti allineati come reggimenti, poi la salita verso il ciglio del cratere, infine la discesa improvvisa in cui il lago si apre davanti al parabrezza tutto insieme, senza preavviso. Quel momento vale il viaggio, e se c'è un passeggero conviene avvertirlo di guardare avanti.

La seconda opzione, meno ovvia e più bella, è la Via Cassia percorsa per intero da Roma. Si esce dalla città verso nord, si lascia il lago di Bracciano sulla sinistra, si attraversano Sutri, Capranica e Vetralla, si costeggia Viterbo e si sale a Montefiascone. È una strada più lenta, con paesi da attraversare e mezzi agricoli da sorpassare, ma è anche la strada storica, quella che i pellegrini della Via Francigena hanno percorso per secoli e che conserva un carattere che l'autostrada ha cancellato. Se il tempo non manca, la Cassia la consiglio almeno per il ritorno: il rientro da Marta al tramonto, con la luce che cade obliqua sui vigneti dell'Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, è una di quelle cose che giustificano l'automobile come mezzo di trasporto.

Da nord e il periplo del lago

Chi arriva dalla Toscana o dall'Umbria ha vita ancora più semplice. L'uscita autostradale di riferimento è Orvieto, da cui si scende verso Bolsena e si percorre la strada che gira intorno alla sponda orientale, toccando Montefiascone e arrivando a Marta da est. In alternativa, chi ama i percorsi panoramici fa il giro contrario, dalla sponda settentrionale verso Gradoli e poi giù lungo la costa occidentale passando per Capodimonte. Il periplo completo del lago misura una sessantina di chilometri ed è uno degli itinerari su asfalto più godibili del Lazio settentrionale: nessun tratto è brutto, molti tratti sono memorabili. Chi preferisce affidare la logistica a un professionista, con autista e guida, trova il servizio di accompagnamento turistico di TourLeaderPro, che ragiona in termini di orari reali e non di cartolina.

Treno e autobus per Marta senza automobile

Sul trasporto pubblico va detta la verità: la Tuscia lacustre non è servita bene. La stazione ferroviaria di riferimento è quella di Viterbo, raggiungibile da Roma con i treni regionali della linea FL3, che partono da Ostiense, Trastevere e San Pietro e arrivano a Viterbo Porta Fiorentina in poco meno di due ore, oppure con la linea per Orte e coincidenza. Da Viterbo i collegamenti su gomma con i paesi del lago sono affidati alle corse regionali Cotral, in partenza dall'autostazione di Riello, con fermata a Marta in piazza Umberto I e prosecuzione verso Capodimonte, Valentano e Farnese. Gli orari sono pensati per gli studenti e per i pendolari, non per i turisti: significa corse concentrate al mattino presto e nel primo pomeriggio, vuoti importanti nel mezzo della giornata e alla sera, riduzioni drastiche nei festivi. Visitare Marta senza automobile è possibile, ma va pianificato con carta e penna, controllando gli orari aggiornati sul sito di Cotral prima di partire e mettendo in conto che il ritorno serale potrebbe non esistere.

Dove parcheggiare a Marta e come muoversi a piedi

Una volta arrivati, il tema diventa il parcheggio. Marta è un paese lungo e stretto, incastrato tra la collina e l'acqua, con un centro storico che sale in verticale e un lungolago che corre in orizzontale. La logica dice di lasciare l'auto lungo il lungolago, dove gli spazi sono più generosi, e di salire a piedi verso la parte alta. È anche la logica che consiglio, con un'avvertenza: nei fine settimana di luglio e agosto, e nelle giornate di festa, il lungolago si riempie e chi arriva dopo le undici comincia a girare in tondo. La contromisura è banale e funziona sempre: arrivare presto. Alle nove del mattino a Marta si parcheggia ovunque, il paese è ancora dei martani, i bar profumano di cornetti e la luce sul lago è quella buona per le fotografie. Alle undici e mezza si è uno dei tanti.

Il centro storico è interamente pedonabile e va affrontato a piedi, ma non è pianeggiante. Le viuzze salgono, i vicoli sono acciottolati, alcune scalinate sono ripide. Chi ha problemi di mobilità trova comunque nel lungolago e nella zona del porticciolo un percorso piatto e gradevole, che permette di godersi il paese e l'acqua senza affrontare la parte alta. Con i bambini piccoli e il passeggino vale lo stesso ragionamento: lungolago sì, centro storico solo se il passeggino è agile o se il bambino cammina.

Quanto tempo serve per visitare Marta

Marta in sé, intesa come giro del centro, salita alla torre, occhiata alle chiese e passeggiata sul lungolago, si esaurisce in due ore e mezza o tre. Ma Marta chiede mezza giornata come minimo, meglio una giornata intera, perché il valore aggiunto sta nel tempo passato fermi. Un pranzo di pesce di lago dura un'ora e mezza se è fatto bene. Un bagno, nella stagione giusta, se ne prende un'altra. Una sosta al Santuario della Madonna del Monte sopra il paese richiede uno spostamento e mezz'ora buona. E se si decide di combinare Marta con un altro paese del lago, cosa che consiglio, la giornata si riempie da sola.

Le quattro stagioni di Marta (VT) sul Lago di Bolsena

Il lago ha quattro caratteri diversi. L'estate è la stagione dei bagni, delle spiagge affollate, delle sere sul lungolago e delle sagre: è la Marta più vivace e anche la più rumorosa. La primavera, da aprile a giugno, è a nostro giudizio la stagione perfetta, con l'acqua ancora fresca ma il paesaggio al massimo e la Barabbata del 14 maggio a fare da culmine. L'autunno è la stagione del silenzio, dei colori caldi sui boschi del cratere, del pesce di lago servito in sale mezze vuote: chi cerca contemplazione trova qui il suo momento. L'inverno è duro, ventoso, spesso deserto, con molti locali chiusi, ma regala giornate di limpidezza assoluta in cui dall'alto si vede l'intero anfiteatro vulcanico come una mappa in rilievo; nelle giornate di tramontana forte i martani parlano di "lagheggiate", quando le onde battute dal vento lasciano sulle rive e sui pontili festoni di ghiaccio. Non esiste una stagione sbagliata, esiste una stagione sbagliata rispetto a ciò che si cerca.

Un'ultima nota pratica. Quasi tutti i servizi del paese, dai bar alle attività nautiche, seguono ritmi stagionali: molto aperti tra giugno e settembre, molto più selettivi negli altri mesi. Conviene telefonare o controllare i canali ufficiali e non dare per scontato che quello che si è visto in una fotografia di agosto aspetti anche a novembre. Per un inquadramento in inglese della regione e delle sue logiche di viaggio è utile la guida al Lazio di ItalyPlanner, che distingue tra ciò che è sempre accessibile e ciò che dipende dalla stagione.

Marta (VT) Lago di Bolsena
Marta (VT) Lago di Bolsena

Il paese che il lago ha costruito: storia di Marta tra pietra e acqua

Per capire Marta bisogna partire da un'idea semplice: è il lago ad avere fatto nascere il paese, e si vede ancora in tutto il resto. La differenza non è retorica. Molti borghi della Tuscia sono arroccati su speroni di tufo per ragioni difensive e guardano l'acqua da lontano, come si guarda una risorsa di cui diffidare. Marta scende fino a toccare l'acqua, ci mette dentro le barche, ci costruisce sopra il porticciolo, ci fonda l'economia. È un paese anfibio, e lo si capisce dal modo in cui è organizzato: la parte alta è la Marta della terra, con la torre, le chiese, i vicoli difensivi; la parte bassa è la Marta dell'acqua, con le reti, gli scivoli, i pontili, l'odore di alga e di motore fuoribordo. Le due Marte convivono da secoli e si guardano da una distanza di poche centinaia di metri in linea d'aria, ma di parecchi gradini in verticale.

La caldera vulsina e l'emissario: perché Marta si chiama come il suo fiume

Il Lago di Bolsena è nato dal collasso di un enorme apparato vulcanico, il complesso vulsino, la cui attività ha modellato tutta questa porzione di Alto Lazio tra qualche centinaio di migliaia di anni fa e tempi geologicamente recenti. Il risultato è una caldera quasi circolare di circa 115 chilometri quadrati, profonda fino a 151 metri, con due isole al centro, la Bisentina e la Martana, e un unico emissario naturale. Quell'emissario è il fiume Marta, e il paese porta il suo nome. Anzi, per essere precisi, il paese sorge esattamente nel punto in cui il fiume comincia: qui l'acqua del lago, dopo aver girato in tondo dentro il suo catino (il ricambio completo richiede, secondo le stime dei biologi che lavorano sul lago, circa centovent'anni), trova la fessura nel bordo del cratere e se ne va verso sud-ovest, attraversando la campagna della Maremma laziale fino a sfociare nel Tirreno poco lontano da Tarquinia. Marta è la porta d'uscita del lago. È un dettaglio geografico che spiega quasi tutto: la storia, i commerci, l'economia della pesca, persino il carattere degli abitanti.

Sull'origine del nome gli eruditi locali hanno discusso a lungo. Una tradizione, ripresa dagli storici settecenteschi della Tuscia, fa risalire il toponimo a una radice fenicia, Marath, e a una fondazione anteriore agli Etruschi; è un'ipotesi che va presa per quello che è, una congettura erudita senza riscontro archeologico. Quello che è documentato è la presenza etrusca lungo tutto il corridoio del fiume, e l'evidenza che il paese e il fiume condividono il nome da quando esistono documenti scritti: quale dei due lo abbia dato all'altro non è stabilito.

Gli Etruschi e il corridoio del fiume Marta

Quell'emissario, nell'antichità, non era soltanto un fiume. Era una via. Gli Etruschi, che di questa terra sono stati i signori assoluti per secoli, avevano capito benissimo il valore del corridoio d'acqua che collegava il grande lago interno con il mare. Tarquinia, una delle metropoli della dodecapoli etrusca, si trova a poche decine di chilometri dalla foce del Marta, e non è una coincidenza geografica. Il fiume permetteva di far viaggiare merci, di collegare l'entroterra agricolo e lacustre con i porti tirrenici, di far circolare pesce, sale, ceramica, metallo. Quando si visita la necropoli di Tarquinia, con le tombe dipinte che raccontano banchetti, danze e scene di pesca, si guarda anche il terminale di un sistema che cominciava qui, sulla riva dove oggi le barche dei martani sono tirate in secca. Chi vuole seguire il filo etrusco può costruirsi un itinerario che leghi il lago alla costa passando per Tuscania e per Vulci, i due luoghi in cui la Tuscia mostra la propria stratificazione senza filtri.

Il Medioevo di Marta: signori, papi e una torre a otto lati

Con la caduta del mondo antico il modello si capovolge. Nell'alto Medioevo vivere vicino all'acqua e alle vie di comunicazione diventa pericoloso: significa essere esposti alle incursioni, alle scorrerie, alle guerre di passaggio. Le popolazioni si spostano in alto, si fortificano, si chiudono. Marta segue questo destino comune, e la parte alta del paese, quella che il visitatore raggiunge salendo per i vicoli, è il frutto di quella scelta difensiva. Il paese si stringe intorno alla sua altura, si dà mura e porte, e mette sulla sommità il suo elemento identitario più forte: la Torre dell'Orologio, che i martani chiamano semplicemente la Torre di Marta, la prima cosa che si vede scendendo verso il lago e l'ultima che si perde di vista andando via.

I documenti raccontano un paese conteso. Nel 1197 il castello di Marta risulta conquistato dai viterbesi; nei due secoli successivi passa di mano tra i Prefetti di Vico, i signori di Bisenzio, i Comuni di Orvieto e di Viterbo, e finisce persino nelle mani di capitani di ventura come Fra' Moriale e Angelo da Lavello. Intorno al 1260 papa Urbano IV, lo stesso pontefice che nel 1264 istituirà la festa del Corpus Domini dopo il miracolo di Bolsena, fa costruire la Rocca di cui oggi restano i ruderi sopra il paese. Le famiglie Orsini e Farnese si alternano nel governo fino al 1537, quando Paolo III Farnese, che di questa riva era figlio, include Marta nel Ducato di Castro creato per il figlio Pier Luigi: da quel momento e per oltre un secolo Marta è terra farnesiana, e lo stemma con l'unicorno murato sulla torre lo ricorda a chiunque entri.

Dal Ducato di Castro allo Stato Pontificio

Il Ducato di Castro fu la grande costruzione politica dei Farnese nell'Alto Lazio, con capitale nella città di Castro, oggi scomparsa, sull'altro versante delle colline. Durò dal 1537 al 1649, quando le truppe di Innocenzo X Pamphili la rasero al suolo al termine della seconda guerra di Castro, lasciando sulle rovine la celebre lapide "Qui fu Castro". Marta tornò allora alla Camera Apostolica, e sotto lo Stato della Chiesa rimase fino all'Unità d'Italia, con due brevi parentesi feudali: nel 1788 fu affidata al marchese Pietro della Fargna, poi al principe polacco Stanislao Poniatowski. Non ci sono state qui grandi battaglie da manuale, ma c'è stato quel logorio continuo fatto di dazi, di privilegi, di diritti di pesca contesi, di controversie sulle acque, che è la vera storia dei luoghi minori. Nel 1927, con la creazione della provincia di Viterbo, Marta lasciò la provincia di Roma. La vicinanza a Montefiascone, sede vescovile dal 1369 e rocca papale di grande peso, e la presenza sul lago delle isole con i loro conventi, hanno fatto di questa riva meridionale una zona sensibile per tutto l'antico regime.

La pesca, vera economia di Marta

La vera storia economica di Marta è la pesca, e lo è ancora oggi, sia pure in forme molto ridimensionate. Il Lago di Bolsena è sempre stato pescoso, e i suoi prodotti hanno alimentato per secoli i mercati dell'entroterra e quelli romani. Il coregone, pesce di acque fredde e profonde, e l'anguilla, che nel lago compie parte del suo ciclo prima di tentare la discesa verso il mare, sono le due specie che più di ogni altra hanno dato identità alla cucina locale. A queste si aggiungono il persico reale, il luccio, il latterino (citato nei documenti locali già nel Quattrocento), la tinca, il cavedano, la scardola. Ogni specie ha avuto la propria tecnica e il proprio attrezzo: le reti da parata che i pescatori chiamano altana, retina e perzichiera, i bertovelli per l'anguilla, i palamiti, la tirlindana trainata per i predatori. Sono sopravvissute alle tecniche abbandonate, la sciabica e la mazzatura, un vocabolario che si sente sempre meno e che sarebbe un peccato perdere.

Il paesaggio e la luce di Marta

Marta ha una posizione fortunata rispetto alla luce. Guardando dal paese verso nord si abbraccia quasi tutto il lago, con le due isole al centro e la sponda opposta che nelle giornate limpide si stacca nitida. Verso ovest si vede il profilo di Capodimonte con il suo promontorio, verso est la salita di Montefiascone con la cupola di Santa Margherita che spunta sopra il crinale. Alle spalle del paese il terreno sale verso il Monte di Marta, un rilievo vulcanico di 424 metri, e verso i campi, con quel mosaico di uliveti, vigneti e macchia che è la firma paesaggistica della Tuscia. È un panorama privo di qualsiasi drammaticità alpina: non ci sono guglie, non ci sono cascate, non ci sono strapiombi. È un panorama che lavora sull'ampiezza e sulla quiete, e che chiede al visitatore un tipo di attenzione diversa. Chi arriva cercando l'effetto speciale rischia di rimanere freddo. Chi arriva disposto a fermarsi mezz'ora seduto su un muretto si porta a casa qualcosa che dura.

C'è un ultimo elemento che completa il quadro, ed è la qualità dell'acqua. Il Lago di Bolsena ha uno dei livelli di purezza più alti tra i grandi laghi italiani, e questo dipende dal suo bilancio idrico particolare: pochi immissari significativi, un ricambio lentissimo ma un bacino imbrifero relativamente contenuto e poco industrializzato. La purezza è una condizione che va difesa anno per anno, e negli ultimi decenni la gestione del bacino è diventata un tema politico serio per tutti i comuni rivieraschi, Marta compresa. Per il visitatore la conseguenza è semplice e piacevole: si fa il bagno in un'acqua che è davvero pulita, e lo si fa in un contesto che non ha niente della piscina naturale attrezzata. È uno dei motivi per cui il lago è entrato negli itinerari di chi cerca alternative alla costa, come mostra la guida inglese al Lago di Bolsena di ItalyPlanner, che indica proprio la spiaggia di Marta come uno degli accessi migliori per nuotare.

Marta (VT) sul Lago di Bolsena luogo per luogo: la visita

Il giro che descrivo parte dal lungolago, sale alla torre, ridiscende per le chiese e il municipio, e si chiude fuori dal paese, al santuario e a Castell'Araldo. È l'ordine in cui il paese si spiega meglio, perché ripete la sua storia: prima l'acqua, poi la difesa in alto, poi la vita civile e religiosa, infine il territorio. Ogni tappa si può fare a piedi tranne le ultime due, per le quali conviene l'automobile o una buona gamba.

Il lungolago e il porticciolo dei pescatori di Marta

Si comincia dall'acqua perché da lì è cominciato tutto. Il lungolago di Marta corre in orizzontale sotto il paese, con le barche in secco, gli scivoli, le reti stese, i pontili in legno e una serie di spiagge di sabbia scura e ghiaia fine che sono la ragione per cui d'estate il paese si riempie. Il fondale è dolce e degrada lentamente, cosa che rende questa riva adatta ai bambini più della sponda alta di Bolsena. Il porticciolo è il luogo in cui si vede ancora il mestiere: la mattina presto, quando le barche rientrano, e il tardo pomeriggio, quando si sistemano le reti. Da qui si guarda l'Isola Martana quasi di fronte, a circa due chilometri, e più lontano la Bisentina. Il consiglio è di percorrere il lungolago fino all'estremità in cui il paese si dirada, dove la vista sulle isole si allarga e il rumore si spegne.

Il punto in cui il lago diventa fiume

A pochi minuti dal centro, verso sud-ovest, c'è il punto in cui il lago diventa il fiume Marta. Non è un luogo monumentale, non c'è un cartello che dica quanto sia importante, ma è il collo di bottiglia da cui è passata l'intera vita economica del bacino. Quello che si vede è semplicemente dell'acqua che comincia a muoversi in una direzione dopo aver girato in tondo per decenni. Se ci si ferma qualche minuto ci si accorge che la corrente ha un verso, e che quel verso punta verso il mare, novanta chilometri più in là. È uno di quei posti in cui la geografia si fa palpabile, e in cui si capisce perché per secoli qui ci siano state chiuse, mulini e liti.

I vicoli, il tufo e il basalto del centro storico

Dal lungolago si sale. Il tessuto urbano è quello classico dei borghi della Tuscia, con una variante interessante. Le case sono strette, alte, addossate, con scale esterne, archi di sottopasso, cortiletti che si aprono all'improvviso. La pietra dominante è il tufo insieme al basalto locale, materiali vulcanici che danno alle facciate un colore che va dal grigio-bruno al nocciola scuro e che cambia con la luce: al mattino è freddo e severo, al tramonto diventa quasi dorato. A differenza di altri borghi collinari, qui i vicoli non finiscono contro un muro o contro un panorama astratto: finiscono spesso in un affaccio da cui si vede l'acqua. È come se il paese, pur essendosi rifugiato in alto, non avesse mai smesso di controllare il proprio elemento. Lungo la salita si incontra via delle Cantine, con il Palazzetto Farnese, e piazza Castello, dove le case sono addossate a quel che resta della fortezza.

Marta (VT) Torre dell'orologio
Marta (VT) Torre dell'orologio

La Torre dell'Orologio, simbolo di Marta (VT) sul Lago di Bolsena

La torre è alta 21 metri e ha una struttura che non si dimentica: una base tronco-piramidale a pianta quadrata, senza aperture, alta circa sette metri, sulla quale si innesta un corpo ottagonale di una quindicina di metri, raccordato agli angoli da quattro piccole piramidi triangolari. Sulla copertura sorge un torrino, anch'esso ottagonale, di circa due metri e mezzo, che ospita le campane e i due quadranti dell'orologio, rivolti a est e a ovest. Per chi ha un minimo di occhio la pianta ottagonale è già una notizia. Nell'architettura militare medievale resta una scelta minoritaria: è più difficile da costruire, richiede maestranze più capaci, e viene adottata quando si vuole una struttura più resistente ai colpi e più efficiente nella difesa rispetto a un semplice quadrato. Che un borgo di pescatori si sia dotato di una torre così dice qualcosa sull'importanza strategica del luogo e sulle risorse che qualcuno era disposto a investirci.

Le date vanno maneggiate con il grado di certezza che meritano. La torre è ciò che resta, insieme alle case di piazza Castello, dell'antica rocca. Sulla struttura è incisa la data 1253, il cui significato non è chiarito: potrebbe indicare il completamento della copertura. Lo storico settecentesco Annibali sostiene che sia stata ricostruita con le pietre della distrutta Bisenzio sotto il pontificato di Giovanni XXII, quindi negli anni Venti del Trecento, e la tradizione locale fissa quella ricostruzione al 1323; nessun documento la conferma. Quello che si vede con certezza è il bassorilievo in marmo sulla parete sud, accanto all'ingresso, con l'insegna araldica dei Farnese: l'elmo con il cimiero a forma di unicorno, i cercini, i gigli seminati nel campo. È il segno che la torre fu risistemata in età farnesiana, quando Marta faceva parte del Ducato di Castro. L'orologio, secondo le memorie storiche locali, fu installato nel 1575 e affidato a un "moderatore" pagato dalla Comunità per tenerlo in ordine: un impiegato del tempo pubblico, in un paese di pescatori e contadini.

Due dettagli che sfuggono a chi passa in fretta. Il primo è una mattonella di ceramica murata sulla torre con versi del Paradiso di Dante che nominano la "malta", la prigione ecclesiastica: un piccolo gioco erudito che qualcuno ha voluto lasciare qui. Il secondo riguarda le campane: la maggiore, che porta l'iscrizione dell'Amministrazione comunale di Marta e l'anno 1991, fu rifusa dopo che un fulmine aveva distrutto la precedente, ed è decorata con quattro scene, tra cui un'Ultima Cena che riproduce quella di Leonardo; la minore ha motivi vegetali. Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta del Novecento furono demolite le arcate pericolanti che sovrastavano le mensole, e il parapetto attuale, su colonnine di pietra dal disegno insolito, è frutto del restauro recente che ha riaperto la torre al pubblico.

Si sale da una scala laterale in ferro e peperino, con ingresso sulla facciata sud. L'accesso è libero e la torre è aperta di norma nei fine settimana e nelle feste del paese; nei giorni feriali conviene informarsi presso il Comune. Dalla terrazza si vedono il lago e le due isole a nord, Capodimonte a ovest, Montefiascone a est, i Monti Cimini e i Volsini con i borghi sparsi, e nelle giornate limpide il Monte Amiata e, in direzione opposta, Viterbo. È il posto giusto per capire, in un colpo solo, la forma della caldera e la logica dell'insediamento umano al suo interno. Opinione netta: è la sola cosa di Marta per cui vale la pena tornare apposta se la si trova chiusa.

Marta (VT) resti della Rocca del XIII secolo
Marta (VT) resti della Rocca del XIII secolo

Piazza Castello e i resti della Rocca di Urbano IV

Intorno alla torre, in piazza Castello, le case sono cresciute dentro e sopra la fortezza. La Rocca fu costruita intorno al 1260 per volontà di Urbano IV, il papa francese che risiedeva a Orvieto e che aveva bisogno di presidiare la riva sud del lago in anni di guerra continua tra Comuni e signorie. Ne restano tratti di muratura in blocchi di tufo e basalto, inglobati nelle abitazioni, e alcune finestre che tradiscono l'origine militare. Si legge sulle facciate, e non si visita con un biglietto: l'esercizio più istruttivo è cercare dove finisce la muratura duecentesca e dove comincia quella delle case. I ruderi della Rocca del XIII secolo, con la torre, sono il nucleo attorno al quale il paese medievale si è chiuso.

Palazzetto Farnese in via delle Cantine e Palazzo Sforza Ciotti

Due palazzi raccontano l'età moderna di Marta. Il Palazzetto Farnese, in via delle Cantine, conserva sulla facciata gli stemmi con i gigli farnesiani e l'arme del cardinale Alessandro Farnese, il futuro Paolo III, che in queste terre aveva le proprietà di famiglia e che qui, prima di diventare papa nel 1534, esercitò a lungo il potere. Il palazzo Sforza Ciotti, datato 1571, ha le riquadrature in basaltina, la pietra vulcanica scura che i tagliapietre della zona lavoravano con precisione: è un edificio di rappresentanza costruito quando Marta faceva parte del Ducato di Castro e le famiglie legate ai Farnese vi investivano. Nessuno dei due si visita all'interno, ma le facciate bastano a capire che nel Cinquecento questo era un paese con risorse.

Piazza Umberto I, il municipio e la Collegiata dei Santi Marta e Biagio

Piazza Umberto I è il salotto del paese, con il palazzo comunale e, dietro di esso, la chiesa collegiata dedicata ai due patroni, Santa Marta e San Biagio. La sua storia è una lezione sul tempo lungo dei cantieri di provincia. La chiesa originaria dedicata a Santa Marta crollò nei primi anni del Seicento; la ricostruzione partì dopo il 1617, la benedizione arrivò nel 1627, la consacrazione soltanto il 30 novembre 1732 per mano del vescovo di Montefiascone Pompilio Bonaventura. La facciata è del 1787 e il campanile del 1792, entrambi su disegno di Giuseppe Antolini, architetto della Camera Apostolica; le tre campane, dedicate ai patroni, furono rifuse nello stesso 1792 da Giuseppe Scocchini di Modena. L'interno è a navata unica. Sull'altare maggiore la pala con la Resurrezione e i santi titolari è attribuita al Pasqualini; la Madonna del Rosario è di Emanuele Alfani, la Madonna del Carmine di Angelo Falaschi, e altre tele portano i nomi di Lazzaro Ubaldi, del Lucatelli e di Camillo Donati, pittori della scuola romana e viterbese tra Sei e Settecento. L'orchestra lignea fu smontata nel 1971 per gli adeguamenti liturgici del dopo Concilio, e negli anni Novanta un calice d'argento in filigrana fu rubato: due perdite che i martani ricordano ancora. La chiesa si visita negli orari delle funzioni.

La Madonna del Castagno e la chiesa del Crocifisso

Fuori dal nucleo più antico, la chiesa della Madonna del Castagno è un edificio seicentesco con un soffitto in legno dipinto in gusto barocco, il pezzo di arte decorativa più interessante del paese dopo le tele della Collegiata. La chiesa del Crocifisso completa il piccolo circuito delle chiese minori, insieme al luogo detto Madonna della Grotta, la grotta delle apparizioni legata alla devozione mariana del paese. Nessuna di queste ha orari turistici: si entra quando sono aperte, e chi ci tiene chiede in parrocchia.

Marta (VT) Santuario della Madonna del Monte
Marta (VT) Santuario della Madonna del Monte

Il Santuario della Madonna del Monte sopra Marta

Sopra il paese, su un colle che domina la conca, sorge il Santuario della Madonna del Monte, il polo verso cui converge la Barabbata e il luogo che chiude il cerchio tra il paese basso, il paese alto e la campagna. La storia documentata comincia con un convento benedettino, abbandonato nel XII secolo e caduto in rovina. Nel 1460 chiesa e convento furono riedificati dalle fondamenta; la riconsacrazione è del 1485, data che si legge nell'iscrizione sul portale, "MCCCCLXXXV AVE M PE FHO". La facciata in pietra locale, di forme romaniche semplici, con il rosone e la finestra a tutto sesto, porta tre stemmi dei Farnese: la commissionò Pietro Farnese nel Cinquecento. Il portale rinascimentale è la cosa da guardare da vicino: gli stipiti sono scolpiti con tralci di vite, uccelli e pesci, un programma iconografico che mette insieme la terra e il lago, esattamente come farà la festa. La lunetta è affrescata con la Madonna col Bambino. Nel 1574 il santuario fu affidato ai frati Minimi di San Francesco di Paola, che vi rimasero fino alla soppressione napoleonica; nel 1874 il Seminario di Montefiascone ne cedette i beni in enfiteusi. L'interno è a navata unica con soffitto a capriate, tre altari barocchi e pareti affrescate; sull'altare maggiore l'immagine venerata della Vergine con il Bambino. Le due vetrate artistiche sono del 1985.

La leggenda di fondazione racconta di una fanciulla che raccoglieva legna sul monte e a cui apparve una signora che chiedeva una chiesa: è lo schema classico dei santuari mariani dell'Italia centrale, e in questi territori segue quasi sempre la stessa geografia. Il santuario si colloca fuori dall'abitato, in alto, in un punto da cui si domina il territorio della comunità. La scelta riguarda il senso prima dell'estetica: la protezione viene dall'alto e copre tutto quello che si vede. Salire al santuario significa mettersi nella prospettiva della protezione, guardare il proprio paese come lo guarda chi lo protegge. Anche per il visitatore laico la salita vale, non tanto per l'edificio in sé, di dimensioni contenute e aspetto sobrio, quanto per quello che si vede da lì: il paese che si dispiega sotto, il lago che si apre, i campi che salgono alle spalle. Si ottiene in una passeggiata di venti minuti dal centro, o in cinque minuti d'auto; il momento giusto è il tardo pomeriggio, con la luce che viene da ovest e taglia il paese di lato.

Castell'Araldo e la chiesa templare di Santa Maria delle Grazie

A circa tre chilometri dal lungolago, lungo la strada per Tuscania e vicino alla riva sinistra del fiume Marta, resiste Castell'Araldo, uno dei luoghi meno noti e più interessanti del comune. Fu una precettoria dei Templari: nel 1255 ne era precettore fra' Bencivenni d'Assisi. Dopo la soppressione dell'ordine, decisa nel 1312 ed eseguita in questi anni, il complesso passò intorno al 1330 ai Cavalieri Ospitalieri, che lo amministrarono dal priorato di Pisa; quando nel 1369 fu creata la diocesi di Montefiascone, Castell'Araldo vi fu incorporato come residenza ospitaliera. Nei secoli successivi passò tra papi, compagnie di ventura, Di Vico, Orsini e Farnese; nel 1450 la precettoria fu unificata con quella di Tuscania sotto fra' Cristoforo Visconti, e in seguito il castello andò in rovina, forse per un assalto armato. Alla fine dell'Ottocento la proprietà passò al Comune di Marta. La chiesa, dedicata alla Madonna delle Grazie e ai santi Pietro e Paolo, era di costruzione semplice, con pavimento in cotto e copertura a capriate; l'affresco dell'altare con la Madonna e il Bambino fu asportato da ignoti dopo il crollo del tetto. Rimase in uso fino agli anni Cinquanta, con processioni a maggio e a settembre; oggi le strutture sono state consolidate e vi si tengono, di tanto in tanto, cerimonie e feste con la partecipazione del paese. Non ha orari: si guarda dall'esterno, ed è una sosta da dieci minuti che dà un senso completo alla parola "Tuscia".

Isola Martana, Lago di Bolsena, antico tunnel scavato nel tufo
Isola Martana, Lago di Bolsena, antico tunnel scavato nel tufo che dalla punta più alta conduce al livello del lago, nella parte opposta dell'isola

L'Isola Martana vista da Marta

L'Isola Martana è la più piccola delle due isole del lago, poco più di dieci ettari, un dorso di roccia vulcanica coperto di lecci e macchia che si trova di fronte al paese, a circa due chilometri dalla riva, dentro il territorio comunale di Marta. È proprietà privata: dal 2018 appartiene a un imprenditore bresciano, e non è visitabile all'interno. La si può però circumnavigare con i battelli che partono dai porti di Capodimonte e di Bolsena nella bella stagione, e dall'acqua si vedono i ruderi del convento agostiniano, le pareti a picco e l'imbocco della galleria scavata nel tufo che dal punto più alto dell'isola scende al livello del lago sul versante opposto, un'opera la cui datazione non è stabilita. Sulla punta orientale una targa ricorda Amalasunta. La tradizione vuole che sull'isola siano state nascoste, per sottrarle ai barbari, le spoglie di santa Cristina, la martire di Bolsena. Dal lungolago la Martana si guarda ogni volta che si alza lo sguardo, e sapere cosa vi è accaduto nel 535 cambia il modo in cui la si guarda.

Isola Martana, Marta (VT) Lago di Bolsena
Isola Martana, Marta (VT) Lago di Bolsena

Una curiosità su Marta (VT) sul Lago di Bolsena

Le curiosità di un paese sono quasi sempre di due tipi. Ci sono quelle da cartello turistico, che si esauriscono nel momento in cui le si legge, e ci sono quelle che una volta capite cambiano il modo di guardare tutto il resto. Marta ne ha diverse del secondo tipo, tutte collegate da un filo unico: il rapporto tra il paese e l'acqua. Le racconto in ordine, perché ciascuna prepara la successiva. Alla fine, tornando sul lungolago, si vedono cose che prima passavano davanti agli occhi senza fermarsi.

La Barabbata, o Festa delle Passate: quando un paese intero si mette in fila

Se dovessi indicare una sola ragione per venire a Marta in una data precisa, indicherei il 14 maggio. È il giorno della festa della Madonna del Monte, che i martani chiamano le Passate e che tutti gli altri chiamano la Barabbata, e non è una festa come le altre. Non è una processione con la statua e i fedeli dietro, non è una sagra con gli stand. È qualcosa di più antico e più strano: una sfilata in cui le categorie produttive del paese si presentano davanti alla Madonna, ciascuna con i propri simboli, i propri costumi, i propri strumenti di lavoro. Il nome stesso è rivelatore: le Passate sono i passaggi, ogni gruppo passa davanti al santuario, si mostra, offre. E i gruppi non li ha inventati un comitato per l'occasione: sono le anime economiche storiche della comunità. I casenghi, i fattori e amministratori delle tenute, che sfilano a cavallo; i bifolchi, che lavorano con i buoi e l'aratro; i villani, cioè i contadini a giornata, seminatori, zappatori, mietitori, falciatori; e i pescatori, ammessi come quarta categoria nel 1608. Nomi che oggi suonano arcaici e che descrivono mestieri che non esistono più nella forma originaria, ma che il paese ha deciso di non lasciare morire. È un censimento vivente fatto una volta l'anno, un modo di dire ad alta voce chi si è e da dove si viene.

La festa è documentata da molto prima di quanto si immagini. Una delibera del consiglio comunale del 9 maggio 1557 parla della celebrazione come di un'usanza già consolidata; nell'archivio della curia di Montefiascone la serie delle "Passate" copre gli anni dal 1760 al 1941. Il rito delle tre passate vere e proprie nasce nel 1704, come esito di una lunga lite tra il vescovo e i frati Minimi che custodivano il santuario: i partecipanti entrano in chiesa con gli animali da lavoro e gli attrezzi, percorrono la navata, attraversano il presbiterio, baciano un'antica reliquia detta "la Pace" e ricevono in cambio le ciambelle all'anice, che ogni categoria fa preparare a proprie spese e che il "Signore" della categoria distribuisce. Ogni gruppo ha infatti un Signore che organizza l'anno, e il Signore uscente dei casenghi diventa il "Tenente", che offre il rinfresco del pomeriggio. I carri, chiamati "fontane", si costruiscono ogni anno da capo, a spese private, con prodotti dei campi, pesci del lago, fiori, ginestra, mirto e alloro, e con zampilli d'acqua veri. Il tamburino, figura pagata dalla Comunità da circa cinque secoli, comincia a rullare alle quattro e mezza del mattino e sveglia il paese casa per casa.

La giornata ha uno svolgimento fisso. La sera del 13 maggio la processione parrocchiale sale al santuario per i primi vespri e vengono proclamati i Signori. Alle 4:30 del 14 il tamburo, i mortaretti e le campane danno il saluto dell'alba; alle sei il vescovo celebra la messa per i soli partecipanti; verso le nove e un quarto il corteo storico con i carri sale dal paese al santuario; alle 11:30 la messa solenne e subito dopo le tre passate; nel primo pomeriggio la benedizione dal balcone del municipio, alle cinque il corteo dei casenghi verso la casa del Tenente, e in serata i fuochi sul lago. Quello che colpisce chi assiste per la prima volta è l'intensità, più della coreografia, che pure c'è: i martani la fanno per sé e non per i fotografi, e questa differenza si sente nell'aria. Nel 2009 la festa è stata censita tra i beni immateriali secondo i criteri della convenzione UNESCO del 2003.

Un consiglio pratico: il 14 maggio Marta è piena e le sistemazioni della zona vanno esaurite con largo anticipo. Chi si organizza tardi si appoggia ai paesi vicini, il che non è affatto un male: Montefiascone è a un quarto d'ora e ha una ricettività più ampia. Il programma dell'anno va controllato sui canali del Comune e della parrocchia, perché alcune fasi cominciano prestissimo. E servono scarpe comode: la salita al santuario non è lunga ma è in pendenza, e farla nella calca vestiti da città è un errore che si paga.

Il coregone che non doveva essere qui

La seconda curiosità spiazza, perché riguarda il piatto che tutti considerano il simbolo gastronomico del lago. Il coregone, il pesce bianco dalle carni delicate che compare in quasi tutti i menù della riva, non è originario del Lago di Bolsena. È una specie di acque fredde e profonde, tipica dell'area alpina e nordeuropea, e la sua storia qui ha una data precisa: tra il 1890 e il 1892, su incarico del Ministero dell'Agricoltura, furono immessi nel lago circa trecentomila avannotti provenienti dal lago di Costanza. Il lago vulcanico, profondo e freddo negli strati bassi, si rivelò un ambiente adatto, e il coregone vi si insediò fino a diventare, nel giro di poche generazioni, il pesce identitario della zona, oggi riconosciuto come prodotto agroalimentare tradizionale del Lazio. La storia dice due cose. La prima è che le tradizioni gastronomiche percepite come immemorabili sono spesso più recenti di quanto si creda, e che l'identità di un territorio si costruisce anche per innesto. La seconda è che l'equilibrio ecologico di un lago è delicato e mobile: delle venti specie ittiche censite oggi nel Bolsena, dieci sono autoctone (anguilla, luccio, tinca, scardola, rovella, cavedano, vairone, barbo, cobite, spinarello) e dieci sono arrivate per mano dell'uomo, dal coregone al persico reale, dalla carpa al pesce gatto.

Accanto al coregone c'è l'altro grande protagonista, l'anguilla, autoctona in senso pieno e portatrice di una biologia straordinaria. Nasce nell'Atlantico, nel mar dei Sargassi, attraversa l'oceano allo stato larvale, risale i fiumi, si insedia nelle acque interne dove passa la maggior parte della vita, e poi, alla maturità, riparte verso il luogo in cui è nata. Il Lago di Bolsena è uno di quei corpi d'acqua, e il fiume Marta è la strada da cui l'anguilla entra e da cui dovrebbe uscire. Il condizionale è d'obbligo, perché sbarramenti e alterazioni del corso hanno reso quel percorso complicato, e la specie è oggi oggetto di tutela a livello europeo. Quando in una trattoria di Marta si mangia l'anguilla, alla brace o in umido con il pomodoro, si ha nel piatto un animale che ha fatto un viaggio oceanico. Sono cose che cambiano il sapore.

Il paese all'uscita del tappo

La terza curiosità è geografica e ha conseguenze storiche enormi. Marta sorge esattamente sull'unico emissario naturale del lago. Un lago con un solo scarico è una struttura idraulica particolare: il livello dipende in modo diretto da quanto entra per pioggia e sorgenti e da quanto esce da quell'unico punto. E quell'unico punto, per secoli, è stato regolato dall'uomo. Questo ha reso il tratto iniziale del fiume Marta uno dei luoghi più contesi e più regolamentati della zona. Chi controllava la chiusa controllava il livello del lago, e il livello significava terre coltivabili o allagate lungo le rive, mulini che macinavano o si fermavano, pesca abbondante o scarsa, navigabilità o secche. Le controversie su questo tema attraversano tutta la storia moderna del comprensorio, coinvolgendo comunità rivierasche, autorità pontificie, proprietari di mulini e pescatori. È una storia di burocrazia idraulica che sembra noiosa raccontata così e che è invece la vera trama di questa riva. Il fiume, da qui, scende attraverso una campagna che pochi visitatori percorrono e che è bellissima, fatta di forre, pascoli, resti etruschi e romani, fino al territorio di Tarquinia: chi volesse costruirsi un itinerario "dal lago al mare" seguendo il corso del Marta troverebbe una delle traversate meno battute del Lazio settentrionale, e per progettarla con chi conosce il territorio esistono le esperienze private su misura di TourLeaderPro.

La torre a otto lati e i quattro mestieri del tempo

La quarta curiosità riguarda ancora la Torre dell'Orologio, e non è la forma ottagonale. È il fatto che questa torre abbia svolto, nel corso della sua esistenza, mestieri diversi, e che ciascuno corrisponda a un'epoca diversa nel rapporto tra la comunità e il proprio tempo. Nel primo mestiere la torre è militare: serve a vedere, a segnalare, a resistere, e il tempo che misura è il tempo del pericolo. Nel secondo diventa civica e religiosa: le campane scandiscono le ore canoniche, chiamano alla messa, annunciano morti e nascite, avvertono degli incendi, e in un paese di pescatori sono anche un riferimento acustico per chi è sull'acqua quando la nebbia si alza dal lago e la costa scompare. Nel terzo mestiere arriva l'orologio, nel 1575, e con l'orologio il tempo moderno, misurato, uguale per tutti, indipendente dal sole: un passaggio culturale enorme che si dà per scontato e che per una comunità agricola e peschereccia ha significato riorganizzare la giornata; il quadrante è l'atto di nascita del paese contemporaneo più di qualsiasi documento amministrativo. Oggi la torre svolge il quarto mestiere, quello simbolico: è l'immagine con cui il paese si racconta, la sagoma dei manifesti, il riferimento visivo per chi arriva, e resta, molto concretamente, il miglior punto di vista sull'anfiteatro del lago.

Una cosa che non ti dice nessuno su Marta (VT) sul Lago di Bolsena

Fin qui, quello che si può raccontare con serenità. Adesso le cose che nelle presentazioni turistiche non compaiono mai, non perché siano segrete ma perché sono scomode o poco spendibili. Sono cose utili, perché un visitatore informato si gode di più il posto e rispetta di più chi ci vive.

Il livello del lago non è stabile, e non è un dettaglio tecnico

La prima cosa che nessuno dice è che il livello del Lago di Bolsena oscilla, e che negli ultimi decenni ha conosciuto abbassamenti significativi, con anni in cui la riva si è ritirata di parecchi metri lasciando scoperte porzioni di fondale normalmente sommerse. Le cause sono molteplici e discusse: la riduzione delle precipitazioni, l'aumento delle temperature e quindi dell'evaporazione su una superficie molto ampia, i prelievi per uso agricolo nel bacino, la gestione dell'emissario. Per il visitatore le conseguenze sono concrete. Nelle annate di magra alcune spiagge diventano più larghe ma anche più fangose e ricoperte di alghe secche, certi pontili restano in secco, e l'accesso all'acqua in alcuni punti cambia carattere. Le fotografie che si vedono online, magari scattate in un anno idrologicamente favorevole, possono non corrispondere a quello che si troverà. Non è una ragione per non venire, è una ragione per non arrivare con aspettative rigide.

C'è anche una dimensione più seria, che riguarda chi vive qui. Il lago è un bene comune contesissimo: ci sono gli interessi dell'agricoltura, della pesca, del turismo, della tutela ambientale, e non sempre coincidono. Ogni estate torna il dibattito sui prelievi, sulla depurazione, sulla gestione dei reflui dei comuni rivieraschi nei mesi in cui la popolazione si moltiplica. Se capita di sentirne parlare al bar, non è chiacchiera da campanile: è la questione politica centrale di questo territorio. Il paradosso di un lago tra i più puliti d'Italia che deve combattere continuamente per restare tale è la cosa più vera che si possa dire di questo posto.

La pesca professionale è quasi finita, e i menù non lo dicono

La seconda cosa riguarda il piatto per cui si è venuti. La pesca professionale sul Lago di Bolsena si è ridotta drasticamente rispetto a quella di mezzo secolo fa. Le licenze attive sono poche, i pescatori in gran parte anziani, il ricambio generazionale scarso perché il mestiere è duro, gli orari impossibili e i margini sottili. Le rese ittiche hanno conosciuto oscillazioni, e alcune specie sono state colpite più di altre. La conseguenza pratica è che non tutto il pesce servito nei ristoranti della riva è pesce del lago pescato quel giorno: una parte viene da acquacoltura, una parte da altri bacini, una parte è congelata. Non è di per sé uno scandalo, purché sia dichiarato come la normativa impone. Il punto è che il visitatore medio non lo sa, dà per scontato che tutto sia locale e fresco, e quindi non chiede. Il suggerimento, allora, è fare la domanda: il coregone è del lago? È fresco o congelato? In un locale serio rispondono con precisione e con un po' di orgoglio, perché chi lavora bene ha piacere di dirlo; in un locale che tira a campare la risposta è vaga. Questa domanda, fatta da abbastanza persone, è il modo più efficace di sostenere i pochi pescatori rimasti. E un dettaglio di stagionalità che quasi nessuno spiega: il pesce di lago ha periodi di fermo e mesi in cui una specie è al meglio; un menù invernale che offre indistintamente tutte le specie del lago dice da solo che parecchio di quel pesce non viene da qui.

Le due stagioni di Marta sono due paesi diversi

La terza cosa è che Marta d'estate e Marta d'inverno non sono lo stesso posto, e la differenza è più netta che in altre località turistiche. Da giugno a settembre il paese si riempie: arrivano i romani con la seconda casa, i camper, i turisti stranieri che hanno scoperto il lago come alternativa economica e tranquilla alla costa. Il lungolago si anima, i locali sono aperti fino a tardi, ci sono sagre e musica. È una Marta piacevole, viva, un po' caotica nei fine settimana, con parcheggi difficili e file al ristorante. Da novembre a marzo il paese si svuota: molti locali chiudono o riducono gli orari, il lungolago diventa ventoso e deserto, e il centro storico torna a essere abitato solo da chi ci vive tutto l'anno, una comunità che invecchia come in quasi tutti i piccoli comuni dell'interno laziale. La Marta invernale è austera, silenziosa, di una bellezza severa, con giornate di limpidezza in cui si vede l'intero bordo del cratere e il vento che increspa il lago in un modo che d'estate non si vedrà mai. È una Marta per chi cerca il vuoto; quella estiva è per chi cerca il pieno. Quello che non funziona è arrivare in bassa stagione con un'aspettativa da alta stagione, o viceversa; fuori stagione bisogna sapere in anticipo dove si pranza.

Il turismo qui è fragile, e questo è un vantaggio da difendere

La quarta cosa è che il modello turistico del lago è strutturalmente fragile. Non c'è una grande industria dell'accoglienza, non ci sono catene alberghiere: l'offerta è fatta di piccole strutture familiari, agriturismi, campeggi, case in affitto. È esattamente quello che rende il posto piacevole, niente pacchetti standardizzati, niente omologazione. Ma è anche quello che lo rende vulnerabile, perché una stagione andata male o un'annata idrologica difficile si scaricano direttamente sulle famiglie che ci lavorano. Ne consegue una raccomandazione senza retorica: chi viene qui, spenda qui. Mangi in un locale del paese invece di portarsi il panino, compri l'olio o il vino da chi lo produce, dorma in una struttura locale anziché rientrare a Roma. È aritmetica, prima ancora che una questione morale: in un'economia di questa scala la differenza tra un paese che tiene e un paese che si spegne passa per un numero relativamente piccolo di visitatori che decidono di lasciare qualcosa sul posto. C'è poi un tema di comportamento: la riva è un ambiente delicato, i canneti sono habitat per l'avifauna, e il rumore sull'acqua viaggia per centinaia di metri. La quiete è letteralmente la risorsa principale di questo posto.

Non è un paese-museo, ed è meglio così

La quinta cosa è forse la più importante, e riguarda le aspettative estetiche. Marta non è un borgo restaurato. Non ha subito quell'operazione di lucidatura che ha trasformato molti paesi italiani in scenografie perfette, con i vasi di fiori coordinati, le insegne in ferro battuto e i vicoli in cui ogni pietra è al suo posto. A Marta ci sono case ristrutturate accanto a case malandate, c'è edilizia degli anni Sessanta e Settanta sul lungolago che nessun architetto difenderebbe, ci sono cavi elettrici a vista, cortili in cui si vede che ci vive gente vera. Se il metro di giudizio è la perfezione formale del borgo da fotografia, Marta delude, e conviene puntare altrove. Se invece si cerca un posto che funziona ancora come paese, in cui le persone incontrate sono residenti e non figuranti, in cui il bar è frequentato dai vecchi del posto e non soltanto dai turisti di passaggio, allora questa imperfezione è precisamente il valore. Il giudizio è netto: i paesi troppo perfetti hanno pagato quella perfezione con lo svuotamento, hanno guadagnato in bellezza e perso gli abitanti, diventando insiemi di case vacanza chiuse dieci mesi l'anno. Marta è ancora dall'altra parte di quella soglia. Ha problemi seri, di spopolamento, di invecchiamento, di economia. Ma oggi, andandoci, si trova un paese vivo, e questa è la cosa più rara che il turismo italiano abbia da offrire.

Marta (VT) Lago di Bolsena
Marta (VT) Lago di Bolsena

Il consiglio che ti do per visitare Marta (VT) sul Lago di Bolsena

Il consiglio principale lo dico subito, senza girarci intorno, perché è quello che cambia l'esito della giornata: non trattare Marta come una tappa. La tentazione, quando si organizza un giro del lago, è di distribuire il tempo in modo equo tra i paesi, mezz'ora ciascuno, e di tornare a casa con la sensazione di aver visto tutto e di non ricordare niente. Marta punisce questo approccio più di altri posti, perché non ha un monumento-calamita che ripaghi della fretta. Non c'è la basilica del miracolo come a Bolsena, non c'è la rocca papale come a Montefiascone, non c'è l'isola con il parco come a Capodimonte. Marta ha un paese, un lungolago, una torre e una qualità dell'aria. Sono cose che si prendono lentamente o non si prendono affatto.

Il programma di una giornata a Marta

Tradotto in pratica: mezza giornata piena, se possibile una giornata intera. Il modo migliore di costruirla è questo. Si arriva presto, tra le otto e mezza e le nove, quando il paese è ancora in versione feriale. Si parcheggia sul lungolago senza fatica. Si fa colazione in uno dei bar del paese, seduti, non al bancone di corsa, osservando chi entra: in dieci minuti si capisce che tipo di comunità è questa. Poi si sale. La salita nel centro storico va fatta al mattino perché i vicoli sono in ombra e perché la luce che arriva dagli affacci verso il lago è ancora limpida. Si sale fino alla Torre dell'Orologio e da lì ci si prende il proprio tempo, un tempo da orientamento, non da fotografia veloce: identificare le isole, individuare i paesi della sponda opposta, cercare il taglio di Montefiascone a est e il promontorio di Capodimonte a ovest. Capita la forma della caldera, tutto il resto della giornata ha un senso diverso, perché ogni scorcio va a collocarsi dentro una mappa mentale. Dalla parte alta si prosegue verso il Santuario della Madonna del Monte: a piedi è una salita gestibile, in auto si arriva in cinque minuti; l'obiettivo non è timbrare il cartellino ma restare lassù venti minuti a guardare in giù.

Mangiare pesce di lago a Marta, e chiedere da dove viene

Si scende per pranzo, e qui viene il secondo consiglio, gastronomico e categorico: pesce di lago. Non pesce di mare, che qui non c'entra e che compare comunque in qualche menù pensato per i turisti indecisi. Il coregone, in filetto o intero, alla griglia o al forno; l'anguilla, per chi se la sente, perché è un sapore forte e grasso che divide; il persico; il latterino fritto, che è il piatto povero per eccellenza di questa riva ed è anche uno dei più buoni; la sbroscia, la zuppa dei pescatori con il pesce misto del lago, le patate, la cipolla e la mentuccia, che nasce sulle barche e resta il piatto più sincero del comprensorio. Il pesce di lago ha una regola non negoziabile: o è freschissimo o non vale la pena. Si chiede sempre, senza imbarazzo, se il pesce è del lago e di giornata. Si accompagna con un bianco del territorio: siamo nella zona dei bianchi vulcanici dell'Alto Lazio, e la vicinanza a Montefiascone mette a disposizione l'Est! Est!! Est!!!, che ha una fama antica e una qualità che negli ultimi anni molte cantine hanno lavorato seriamente per rialzare. È un abbinamento che funziona per ragioni tecniche prima che di campanile: la mineralità di questi bianchi regge la delicatezza del coregone senza coprirla.

Il pomeriggio sull'acqua: bagno, vela, kayak

Il pomeriggio, terzo consiglio, va dedicato all'acqua. Marta è un paese da riva, più che da sale espositive. Nella stagione giusta significa fare il bagno: il fondale sulla riva sud è dolce e sabbioso-ghiaioso, l'acqua è di una limpidezza che sorprende chi è abituato al Tirreno d'agosto, e la temperatura in luglio e agosto è pienamente confortevole. Fuori stagione significa camminare sul lungolago, sedersi, guardare le barche, osservare la manutenzione delle reti se si capita nel momento giusto. Chi vuole fare qualcosa di più attivo trova nel Lago di Bolsena uno dei migliori specchi d'acqua dell'Italia centrale per la vela e il windsurf, per una ragione meteorologica: la conformazione a caldera, con il bordo rialzato tutt'intorno, genera regimi di brezza termica regolari che nella bella stagione si attivano in tarda mattinata e tengono fino al pomeriggio inoltrato. Per chi impara è ideale, perché il vento c'è ma il fetch limitato non genera onda importante; per chi è esperto è un campo di gioco tecnico. Sul lago operano circoli e scuole nautiche nelle varie località, quasi tutti stagionali, da verificare in anticipo. Il kayak e il paddle completano l'offerta, e il kayak in particolare è a nostro giudizio il modo più bello di vedere questa costa, perché permette di guardare il paese dal punto di vista da cui è stato pensato: dall'acqua.

Con quali paesi abbinare Marta

Quarto consiglio, l'itinerario più ampio. Marta si abbina benissimo, in modi diversi, con quattro destinazioni. Con Capodimonte, a pochi chilometri lungo la riva, che offre il promontorio, la rocca farnesiana e l'imbarco per l'Isola Bisentina: è l'abbinamento più naturale, mezza giornata e mezza giornata. Con Montefiascone, che aggiunge la dimensione alta, la rocca dei papi, la cattedrale e il panorama sul lago intero: è l'abbinamento che dà il contrasto tra riva e crinale. Con Tuscania, a una ventina di minuti verso sud-ovest, che apre il capitolo romanico ed etrusco: è l'abbinamento per chi vuole sostanza storica. E con Viterbo, se si hanno due giorni e si vuole una base urbana con servizi, terme e un centro medievale di prima categoria. Chi arriva dall'estero e vuole un itinerario in inglese trova su ItalyPlanner le gite di un giorno da Roma con Orvieto e Civita di Bagnoregio, che si combinano con il lago in un fine settimana.

La stagione giusta e l'ultimo consiglio

Quinto consiglio, la stagione. Potendo scegliere liberamente, maggio o settembre. Maggio perché il paesaggio è al massimo, perché c'è la Barabbata, perché le temperature permettono di camminare senza soffrire. Settembre perché l'acqua è ancora calda dai mesi estivi, perché la folla si è ritirata, perché la luce di fine estate su questo lago ha una qualità particolare, più bassa e più densa. Luglio e agosto funzionano se l'obiettivo è la balneazione e la vita serale; in quel caso si prenota tutto in anticipo e ci si rassegna a condividere il posto. Inverno solo per chi ama i luoghi vuoti ed è disposto a trovare parecchie serrande abbassate. Sesto e ultimo consiglio, il più difficile da mettere in pratica: parlare con qualcuno. Marta è un paese in cui la conversazione è ancora un'istituzione. Al bar, sul molo, davanti alla bottega, la gente parla e non ha fretta. Chiedendo qualcosa con genuina curiosità, e non con il tono di chi vuole solo un'informazione, si ottiene molto spesso una risposta lunga, dettagliata, piena di divagazioni, e in quelle divagazioni c'è tutto quello che nessuna guida può scrivere. Su questo lago è il metodo di ricerca più efficiente che esista.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti, sul lago, sanno che la festa di Marta si chiama Barabbata. Quasi nessuno sa che il nome è un insulto, e che i martani per secoli lo hanno rifiutato. La parola nasce fuori dal paese, come termine di scherno. Un documento parrocchiale di Capodimonte del 1783 descrive le "incomposte Passate" di Marta come uno spettacolo che generava "universale derisione", e annota che i forestieri vi accorrevano apposta "per vedere e deridere". Nel 1892 un cronista locale la definisce ancora "nomenclatura impropria usata per scherno dalle popolazioni vicine". Il senso è quello del baraccone, del chiasso disordinato: contadini con i buoi dentro una chiesa, pescatori con le reti sull'altare, cavalli sul sagrato, il tamburo dalle quattro del mattino. Ciò che gli altri paesi vedevano come disordine era esattamente il contenuto del rito, cioè il lavoro che entra nel sacro senza cambiarsi d'abito. Con il tempo il paese ha fatto quello che fanno le comunità intelligenti con gli insulti: se l'è preso e lo ha trasformato in bandiera. Oggi "Barabbata" compare nei manifesti ufficiali accanto a "Passate", e nessuno si offende più.

Il fatto merita di essere citato perché spiega la natura della festa meglio di ogni descrizione. Tra il 1613 e il 1626 la Barabbata fu al centro di un conflitto giurisdizionale tra il clero secolare e i frati del santuario; nel 1704 la lite tra il vescovo e i Minimi produsse il rito delle tre passate così come esiste oggi; dopo il 1870 vennero ammessi per qualche anno gli artigiani, muratori e falegnami, poi esclusi per non snaturare la struttura a quattro categorie; tra il 1921 e il 1953 il parroco monsignor Tarquini lavorò per riportare in primo piano il carattere religioso di una festa che rischiava di ridursi a sfilata. Una festa che ha generato tante liti in cinque secoli resta un organismo vivo, che la comunità continua a discutere. Lo stesso vale per le ciambelle all'anice che si ricevono dopo le passate, preparate con un procedimento che prevede la bollitura, il raffreddamento, il taglio e una doppia cottura in forno prima della glassa di zucchero: si conservano per anni. Su questo il giudizio è chiaro: la Barabbata è la festa popolare più autentica del Lazio settentrionale, superiore per densità di significato a rievocazioni molto più celebri, e chi la vede una volta non guarda più le sagre allo stesso modo.

Marta (VT) Lago di Bolsena
Marta (VT) Lago di Bolsena

La foto giusta da fare a Marta (VT) sul Lago di Bolsena

Ogni luogo ha una fotografia che tutti fanno e una che quasi nessuno fa. A Marta la prima è ovvia: la Torre dell'Orologio che spunta sopra i tetti, con il lago sullo sfondo, scattata da uno degli affacci del centro storico. È una bella immagine, funziona, riassume il paese. Va fatta, non c'è niente di male nelle fotografie che funzionano. Ma chi è venuto fin qui può portarsene a casa altre tre, ragionando su come e quando farle.

L'acqua ferma all'alba dal lungolago di Marta

La prima è la fotografia dell'acqua ferma all'alba. Il Lago di Bolsena, nelle prime ore del mattino e in assenza di vento, produce superfici di una immobilità quasi innaturale. La brezza termica non si è ancora attivata, l'aria è ferma, e il piano d'acqua diventa uno specchio pieno. In quelle condizioni le due isole si raddoppiano nel riflesso, e il profilo della sponda opposta si moltiplica in una simmetria che regge benissimo l'inquadratura orizzontale. Il posto per farla è il lungolago di Marta, verso l'estremità in cui il paese si dirada, guardando verso nord-ovest. L'orario è quello scomodo, tra i venti minuti prima dell'alba e i quaranta minuti dopo. Serve un treppiede per i tempi lunghi e la resa di seta sulla superficie, ma anche a mano libera, con una macchina moderna, il risultato è notevole. Un dettaglio tecnico che fa la differenza: in queste condizioni il problema non è la quantità di luce ma il contrasto tra cielo e acqua. Esponendo per il cielo l'acqua viene nera, esponendo per l'acqua il cielo brucia. La soluzione classica è il filtro digradante neutro; in mancanza, si scattano due esposizioni diverse da unire, oppure si espone per le alte luci e si recuperano le ombre, che i sensori moderni tollerano bene. E soprattutto: qualcosa in primo piano. Una barca tirata in secca, un pontile, un palo, delle reti. Il riflesso da solo è bello ma piatto; un elemento in primo piano gli dà profondità e scala.

Il controluce del tardo pomeriggio dal Santuario della Madonna del Monte

La seconda fotografia è quella che considero la foto di Marta, ed è il controluce del tardo pomeriggio dal santuario. Salendo sopra il paese ci si trova in una posizione elevata da cui il borgo si dispiega in basso e il lago si apre dietro. Nelle ore che precedono il tramonto, in primavera e in autunno, il sole cala verso ovest e la luce arriva radente sul paese, tagliandolo di lato: i tetti si accendono, i vicoli diventano linee scure, la torre proietta un'ombra lunga e leggibile. Il lago dietro passa dal blu al bronzo. È un'immagine che ha tutto: struttura, luce, contesto geografico e un soggetto identificabile. Le difficoltà sono due. La prima è che il controluce mangia il dettaglio del paese: la contromisura è scattare non con il sole in campo ma appena fuori campo, ruotando l'inquadratura di quel tanto che basta a togliere il disco dal fotogramma pur conservando la luce radente. La seconda è la foschia, che su un bacino d'acqua può essere consistente. La foschia non è sempre un nemico: se moderata crea piani atmosferici che separano il paese dal lago e il lago dalla sponda opposta, e quel senso di profondità è esattamente ciò che rende un panorama una fotografia invece che una cartolina.

Le reti, le barche e le mani: il lavoro dei pescatori di Marta

La terza fotografia è la più difficile e la più preziosa, e riguarda il lavoro. Marta è un paese di pescatori: ci sono le barche, le reti, le mani che le sistemano, gli attrezzi. Una fotografia ravvicinata di reti stese ad asciugare, con la loro geometria irregolare e i colori consumati dal sole, dice del paese più di qualsiasi panorama. Lo stesso vale per il dettaglio di una prua, per il nome dipinto a mano sulla fiancata, per le boe accatastate. Qui però vale una cosa più della tecnica. Se nell'inquadratura c'è una persona, si chiede. Non è una formalità, è rispetto elementare: il pescatore che sistema la rete lavora, non fa l'ambientazione per la fotografia di nessuno. L'esperienza, su questo lago e altrove, è che chiedendo si ottiene quasi sempre un sì, spesso accompagnato da una conversazione, a volte da un invito a tornare all'ora giusta perché "adesso non c'è niente da vedere, torna alle sei". E quel "torna alle sei" è il regalo più grande che un posto possa fare.

Tre inquadrature minori che a Marta funzionano sempre

La prima è la verticale nei vicoli: strada acciottolata stretta, muri di tufo scuro ai lati, e in fondo, come una finestra, lo spicchio azzurro del lago. È una composizione classicissima e proprio per questo efficace, perché racconta in un colpo solo la struttura del paese, la pietra che stringe e l'acqua che libera; si cercano i vicoli orientati verso nord, quelli che scendono perpendicolari alla riva. La seconda è il dettaglio della torre in diagonale: la pianta ottagonale si legge male in una fotografia frontale, che la fa sembrare quadrata. Bisogna mettersi in modo da vedere due o tre facce contemporaneamente, e a quel punto la geometria si rivela e la fotografia diventa interessante anche per chi non sa nulla di architettura militare; le ore migliori sono quelle in cui la luce laterale differenzia le facce, metà mattina o metà pomeriggio, mai mezzogiorno. La terza è la lunga esposizione al crepuscolo dal molo: quando il sole è sceso e resta quella mezz'ora di cielo blu profondo prima del buio, le luci del paese si accendono e si riflettono sull'acqua, e con una posa di alcuni secondi la superficie si liscia e le luci diventano colonne verticali di colore. Il lungolago di Marta, con il paese che sale alle spalle e la torre illuminata in alto, si presta a questo scatto meglio di quasi tutti gli altri paesi del lago, perché ha lo sviluppo orizzontale giusto e un profilo urbano leggibile.

Una nota di metodo che vale per tutte. Il lago è grande, e la tentazione di riprenderlo tutto in un'unica inquadratura porta quasi sempre a immagini deludenti, perché nel grandangolo estremo la sponda opposta si riduce a una striscia insignificante e cielo e acqua occupano l'ottanta per cento del fotogramma senza dire nulla. Funziona molto meglio l'approccio opposto: focali medie e lunghe, porzioni isolate, piani compressi, il teleobiettivo per far sembrare le isole più vicine e più imponenti di quanto siano. Il lago non ha bisogno di essere mostrato per intero: ha bisogno che se ne mostri un pezzo bene. E se le fotografie finiscono in rete, conviene scriverci accanto qualcosa di vero invece della solita didascalia poetica: i posti come Marta vivono di passaparola informato, e un buon racconto porta qui il tipo di visitatore che poi si siede in trattoria e chiede se il coregone è del lago.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La storia di Marta si può leggere per date, e le date qui hanno il pregio di essere concrete: una regina strangolata su un'isola, un papa che costruisce una rocca, un ducato che nasce e viene raso al suolo, trecentomila pesciolini versati nel lago. Le elenco in ordine, distinguendo quello che i documenti dicono da quello che la tradizione aggiunge.

535: la fine di Amalasunta sull'Isola Martana

Il fatto più antico e più pesante è del 30 aprile 535. Amalasunta, figlia di Teodorico, reggente e poi regina degli Ostrogoti, donna di raffinatissima cultura latina, era stata confinata dal cugino e coreggente Teodato sull'isola che si vede dal lungolago di Marta. Qui, secondo Procopio di Cesarea, fu strangolata nel bagno dai parenti di alcuni nobili goti che lei stessa aveva fatto giustiziare, con la connivenza almeno passiva di Teodato. L'imperatore Giustiniano, che pure aveva riconosciuto Teodato, usò l'assassinio come pretesto per aprire la guerra greco-gotica, che devastò l'Italia dal 535 al 553 e chiuse l'età antica della penisola. Che una vicenda di questo peso si sia consumata su uno scoglio di dieci ettari davanti a un paese di pescatori è uno di quei cortocircuiti che rendono l'Italia quello che è. Sulla punta orientale dell'isola una targa la ricorda; la data è quella accolta dalla storiografia, mentre alcune fonti divulgative anticipano l'episodio al 534.

1197 e 1260: i viterbesi e la Rocca di Urbano IV

Nel 1197 il castello di Marta risulta conquistato dai viterbesi, prima attestazione sicura di un abitato fortificato sulla riva. Intorno al 1260 Urbano IV, il papa che quattro anni dopo istituirà il Corpus Domini in seguito al miracolo di Bolsena, fa costruire la Rocca: è il periodo in cui il papato, in guerra con gli eredi di Federico II, blinda la Tuscia lacustre. La data 1253 incisa sulla torre appartiene a questo clima, anche se il suo significato preciso resta discusso.

1537 e 1649: nascita e distruzione del Ducato di Castro

Nel 1537 Paolo III Farnese include Marta nel Ducato di Castro creato per il figlio Pier Luigi. Per un secolo il paese è terra farnesiana: lo stemma con l'unicorno sulla torre, i gigli del Palazzetto in via delle Cantine, la facciata del santuario voluta da Pietro Farnese, il palazzo Sforza Ciotti del 1571 sono tutti figli di quella stagione. Nel 1649 le truppe di Innocenzo X radono al suolo la capitale Castro e Marta torna alla Camera Apostolica, dove resterà, salvo brevi parentesi feudali, fino al 1870.

1557, 1608, 1704: la Barabbata prende forma

Il 9 maggio 1557 il consiglio della Comunità delibera sulla festa della Madonna del Monte come su una consuetudine già antica. Nel 1608 i pescatori sono ammessi come quarta categoria accanto a casenghi, bifolchi e villani. Nel 1704, al termine della lite tra il vescovo e i Minimi, nasce il rito delle tre passate dentro il santuario. Nel 1783 un parroco di Capodimonte definisce la festa "incomposta" e ne registra la derisione dei forestieri: è l'atto di nascita del soprannome Barabbata.

1732, 1787, 1792: la Collegiata prende la forma attuale

Il 30 novembre 1732 il vescovo Pompilio Bonaventura consacra la Collegiata dei Santi Marta e Biagio, ricostruita dopo il crollo di inizio Seicento; nel 1787 l'architetto Giuseppe Antolini ne firma la facciata e nel 1792 il campanile, con le tre campane rifuse da Giuseppe Scocchini. Sono gli anni in cui Marta, sotto lo Stato Pontificio, viene brevemente infeudata: nel 1788 al marchese Pietro della Fargna, poi al principe polacco Stanislao Poniatowski.

1890: arriva il coregone

Tra il 1890 e il 1892 il Ministero dell'Agricoltura fa immettere nel lago circa trecentomila avannotti di coregone provenienti dal lago di Costanza. È l'atto di nascita della cucina che oggi si mangia sul lungolago: un piatto "tradizionale" con una data di nascita amministrativa. Nel 1927 Marta passa dalla provincia di Roma a quella di Viterbo appena istituita. Nel 1991 un fulmine distrugge la campana maggiore della torre, rifusa nello stesso anno; nel 2009 la Barabbata entra nei censimenti del patrimonio immateriale; nel 2018 l'Isola Martana cambia proprietario.

Marta (VT) Lago di Bolsena
Marta (VT) Lago di Bolsena

Chi è passato da Marta (VT) sul Lago di Bolsena

Marta non può vantare un elenco di ospiti illustri lungo come quello di Tivoli o di Frascati. Non ci sono ville imperiali, non ci sono corti rinascimentali, non ci sono salotti letterari. Ma questo non significa che qui non sia passato nessuno: significa che chi è passato lo ha fatto per ragioni diverse, e che quelle ragioni raccontano una storia più interessante di un albo d'oro.

Etruschi e Romani lungo il fiume Marta

I primi a passare, e a restare, sono stati gli Etruschi. Tutta la fascia tra il lago e il mare è stata territorio etrusco nel senso pieno, con centri maggiori come Tarquinia e Vulci sulla direttrice costiera e un fitto sistema di insediamenti minori nell'entroterra. Il corridoio del fiume Marta è stato una delle arterie di quel sistema. A Marta non c'è un parco archeologico con biglietteria e pannelli: la testimonianza etrusca è diffusa, di paesaggio, e va cercata nel modo in cui il territorio è organizzato. Per la versione monumentale bisogna spostarsi a Tarquinia, con le necropoli dipinte, o a Tuscania, dove il museo e le chiese raccontano la continuità tra mondo etrusco, romano e medievale. Poi sono passati i Romani, che hanno preso un sistema esistente e lo hanno razionalizzato: il lago è entrato nell'orbita di Roma con il nome di lacus Volsiniensis, dal centro di Volsinii, il fiume è stato utilizzato, la campagna organizzata in ville e fondi. Anche qui la traccia visibile è più nel paesaggio agrario e nella toponomastica che nelle rovine.

Amalasunta e Teodato

Il passaggio più tragico è quello della regina gota, di cui si è detto: confinata sull'isola nel 535 e uccisa in primavera. Con lei passa, almeno nelle lettere, Cassiodoro, il suo ministro, che ne aveva celebrato la cultura, e passa l'ombra di Teodato, il cugino che possedeva vaste terre proprio in Tuscia e che da quelle terre trasse la forza per usurparne il potere. Nessuno dei due mise piede a Marta paese, per quanto ne sappiamo; ma la Martana è dentro il territorio comunale, e quel che vi accadde è la ragione per cui il nome del lago compare in Procopio.

Pellegrini, Sigerico e la Francigena

Il passaggio storicamente più continuo è quello dei pellegrini. La Via Francigena, la grande direttrice che portava dall'Europa del nord a Roma, attraversa la Tuscia da Acquapendente a Bolsena a Montefiascone a Viterbo, lungo la sponda orientale del lago. Marta non si trova sul tracciato principale, ma a poca distanza, e per secoli il flusso di persone che percorreva questa terra ha inciso sull'economia e sulla cultura locale: ospitalità, ospedali, chiese, confraternite, la stessa precettoria templare di Castell'Araldo, che serviva i viaggiatori sulla via tra Tuscania e Montefiascone. Tra le figure che hanno lasciato traccia c'è l'arcivescovo di Canterbury Sigerico, che alla fine del X secolo tornò da Roma verso l'Inghilterra annotando le tappe del viaggio: il suo diario è il documento fondativo della Francigena moderna e le sue soste nella Tuscia sono la ragione per cui oggi esiste un percorso segnato che tocca Bolsena e Montefiascone. Sigerico non passò da Marta, per quanto ne sappiamo, ma il mondo di cui il suo itinerario è la mappa è esattamente questo.

Johannes Defuk e il vino della Cassia

Poi c'è il personaggio più celebre e più bizzarro dell'intera zona, Johannes Defuk, il prelato tedesco protagonista della leggenda dell'Est! Est!! Est!!! di Montefiascone. La storia la conoscono tutti: il vescovo in viaggio verso Roma mandava avanti il servitore a saggiare i vini delle locande, con l'incarico di scrivere "est" sulla porta di quelle buone; a Montefiascone il servitore trovò un vino così straordinario da scriverlo tre volte, e il prelato si fermò lì e non ripartì più. È una leggenda, e la tradizione la colloca all'inizio del XII secolo, ma dice una verità: questa fascia tra il lago e la Cassia era ed è terra di vino, e la sua reputazione viaggiava con i pellegrini. Chi visita Montefiascone a un quarto d'ora da Marta trova ancora le cantine eredi di quella fama.

Urbano IV, i Farnese e il Miracolo di Bolsena

Sul versante religioso, il fatto che ha reso celebre questo lago nel mondo cattolico è il Miracolo di Bolsena del 1263, quando durante una messa nella chiesa di Santa Cristina il sangue sarebbe sgorgato dall'ostia consacrata. L'evento, accolto da Urbano IV che risiedeva a Orvieto, è all'origine della festa del Corpus Domini, istituita nel 1264, e della costruzione del Duomo di Orvieto per custodire il corporale. Non è un fatto di Marta, ma è opera dello stesso papa che pochi anni prima aveva fatto costruire la Rocca sopra il paese, e ha investito tutto il comprensorio di una notorietà europea che ha portato qui, nei secoli successivi, papi, cardinali, artisti e pellegrini. Poi i Farnese: Alessandro, il futuro Paolo III, che teneva palazzo in via delle Cantine; Pier Luigi, duca di Castro; Pietro, che fece la facciata del santuario. Sull'Isola Bisentina, di fronte, i Farnese ebbero conventi, chiese e sepolture, e il ducato ha lasciato segni ovunque nella zona, da Farnese a Valentano a Grotte di Castro; Capodimonte, con la sua rocca ottagonale, ne è la testimonianza più visibile.

I viaggiatori del Grand Tour e il cinema

In epoca moderna il lago è stato scoperto dai viaggiatori del Grand Tour. Inglesi, tedeschi e francesi che scendevano verso Roma lungo la Cassia attraversavano questa terra e ne lasciavano descrizioni, disegni, acquerelli. Il loro sguardo era spesso condizionato dai pregiudizi dell'epoca: la Maremma e la Tuscia erano considerate malsane per via della malaria, e molti resoconti insistono sulla desolazione e sulla febbre più che sulla bellezza. Ma altri, più attenti, hanno colto la straordinarietà del paesaggio vulcanico, e alcune delle prime rappresentazioni del lago con le isole vengono da quel mondo. Nell'immaginario dei viaggiatori il Bolsena è rimasto a lungo un lago "di passaggio", visto dalla strada alta e raramente raggiunto sulle rive: la scoperta della riva, e quindi di paesi come Marta, è cosa relativamente recente. Nel Novecento sono arrivati artisti e cineasti in cerca di un'Italia diversa da quella delle cartoline: il Lazio settentrionale, con i borghi di tufo, le forre e i paesaggi vulcanici, è stato più volte scelto come ambientazione dal cinema italiano quando serviva un'immagine di paese arcaico o di natura aspra a poca distanza dagli studi romani, e il lago, con la sua luce e i suoi silenzi, è entrato in quel repertorio.

I pescatori, che non hanno un nome sui libri

Ma la verità è che i personaggi più importanti passati da Marta non hanno un nome sui libri. Sono le generazioni di pescatori che hanno trasmesso di padre in figlio le tecniche, i nomi dei fondali, la lettura del vento, i punti in cui il coregone si trova in una certa stagione e in una certa ora. È un sapere che non è mai stato scritto e che oggi è a rischio, perché la pesca professionale sul lago si è ridotta enormemente. Quando si parla di patrimonio immateriale si pensa alle feste e ai canti; ma il sapere tecnico di una comunità di pescatori è patrimonio allo stesso titolo, e la Barabbata, che quel mestiere mette in scena una volta l'anno davanti alla Madonna, è anche un modo per non lasciarlo scomparire. Chi arriva qui accompagnato da qualcuno che conosce queste storie vede un paese diverso da chi arriva senza: per un gruppo, una famiglia o un'azienda che voglia una giornata sul lago costruita da professionisti, il riferimento è TourLeaderPro.

Marta con i bambini e accessibilità

Marta è uno dei paesi del lago più adatti alle famiglie, per una ragione fisica: la riva sud ha fondali che degradano dolcemente e spiagge di sabbia vulcanica scura e ghiaia fine, senza gli scalini improvvisi di altre sponde. Nella stagione balneare i bambini possono entrare in acqua a lungo restando dove si tocca, e la temperatura del lago in luglio e agosto è più alta di quella del mare. Il lungolago è piatto, con panchine, ombra e gelaterie stagionali, e il porticciolo con le barche è un intrattenimento gratuito che regge mezz'ora buona di domande. Il centro storico è un'altra cosa: sale con gradini e acciottolato, e con il passeggino si affronta solo se leggero; la salita alla torre è una scala in ferro, adatta a bambini che camminano bene e accompagnati. Per chi si muove in sedia a rotelle il lungolago e piazza Umberto I sono percorribili, la parte alta e la torre no; il santuario si raggiunge in auto fino al piazzale. Un gioco che funziona con i bambini dalla terrazza della torre: contare i paesi sulla sponda opposta e cercare le due isole, spiegando che una delle due era la prigione di una regina.

Quanto costa visitare Marta e come si risparmia

Marta è una destinazione a costo quasi zero. La torre è ad accesso libero, le chiese e il santuario non hanno biglietto, le spiagge sono libere, il parcheggio sul lungolago è la voce che varia a seconda della zona e della stagione: nelle strisce blu si paga, altrove no, e conviene leggere i cartelli perché la regolamentazione cambia d'estate. La spesa vera della giornata è il pranzo: un pasto di pesce di lago in trattoria costa quanto un pasto di pesce ovunque, con la differenza che il latterino fritto e la sbroscia restano piatti popolari a prezzi popolari. Il biglietto dell'autobus Cotral da Viterbo si calcola per fasce chilometriche sul sito dell'azienda, e il treno regionale da Roma a Viterbo ha la tariffa regionale del Lazio. Chi vuole vedere l'Isola Martana da vicino paga il giro in battello da Capodimonte o da Bolsena, stagionale, con prezzi che i gestori pubblicano di anno in anno. Il consiglio per risparmiare è lo stesso di sempre in provincia: fuori stagione, in un giorno feriale, con un pranzo unico e serio anziché due spuntini.

Cosa mangiare a Marta (VT) sul Lago di Bolsena

La cucina di Marta è cucina di lago, e ha una gerarchia precisa. In cima c'è il coregone, in filetto alla griglia con olio e limone, al forno con le patate, o marinato; poi l'anguilla, alla brace o in umido, che qui chiamano anche capitone quando è grande; il persico reale in filetti; il luccio, che gli osti sanno lavorare in polpette o in salsa; la tinca; il latterino, il pesciolino argentato che si frigge intero e si mangia con le mani, che nei documenti del lago compare già nel Quattrocento e a cui il paese dedica una sagra. E poi la sbroscia, l'acquacotta dei pescatori: pesce misto di lago a tranci (luccio, tinca, persico, anguilla, lasca), cipolla, aglio, peperoncino, mentuccia, a volte pomodoro e patate, bollito e versato su pane raffermo. Nasceva sulla spiaggia, al rientro dalle barche, con il pesce che non si vendeva; oggi è il piatto che distingue una trattoria vera da una per turisti. La sagra che le era dedicata, a fine giugno, è al momento sospesa. Dalla terra vengono l'olio, i legumi e le nocciole della piana viterbese; da Montefiascone l'Est! Est!! Est!!!, da Gradoli l'Aleatico, il rosso dolce che chiude il pasto; dal forno le ciambelle all'anice della Barabbata. Ordinare pesce di mare a Marta è un errore di grammatica.

Cosa c'è intorno a Marta nel raggio di venti minuti

Capodimonte è a cinque chilometri lungo la riva verso ovest: il promontorio con la rocca farnesiana ottagonale attribuita al Sangallo, il porto da cui partono i battelli per la Bisentina, il museo della navigazione nelle acque interne. Montefiascone è a un quarto d'ora verso est: la rocca dei papi, il duomo di Santa Margherita con la cupola che si vede da Marta, la basilica di San Flaviano, le cantine. Tuscania è a venti minuti verso sud-ovest, con San Pietro e Santa Maria Maggiore, le due chiese romaniche più importanti della Tuscia, e il museo etrusco. Valentano, sull'altro versante della caldera, ha la rocca farnesiana con il museo della preistoria della Tuscia. Bolsena, sulla sponda nord-orientale, è a mezz'ora: la basilica di Santa Cristina con la cappella del miracolo e le catacombe, la Rocca Monaldeschi, il lungolago più attrezzato del lago. Più lontano, a tre quarti d'ora, Civita di Bagnoregio e Orvieto completano il fine settimana. Chi ama la geografia del ducato può spingersi fino a Farnese e a Ischia di Castro, dove tra i boschi restano le rovine della città rasa al suolo nel 1649.

Quando andare a Marta e quando evitare

Il calendario di Marta ha tre picchi. Il 14 maggio, la Barabbata, con il 13 sera per i vespri: è il giorno dell'anno, e va prenotato con mesi di anticipo. I fine settimana di luglio e agosto, con il paese pieno, le spiagge affollate e il parcheggio da conquistare entro le dieci. E settembre, il mese che consiglio a chi può scegliere: acqua ancora calda, luce bassa, prezzi in discesa, pescatori più disponibili a parlare. Da evitare: i giorni di tramontana forte in inverno, quando il lungolago è impraticabile e il paese chiuso; il Ferragosto per chi cerca quiete; i giorni feriali di gennaio e febbraio per chi non ha verificato dove pranzare. Da tenere d'occhio: la Festa del Pescatore e la Sagra del Lattarino in estate, con date che il Comune pubblica di anno in anno, e le "lagheggiate" invernali, che per un fotografo sono uno spettacolo raro.

Domande veloci su Marta (VT) sul Lago di Bolsena

Dove si trova Marta e quanto dista da Roma?

Marta si trova sulla sponda meridionale del Lago di Bolsena, in provincia di Viterbo, a 315 metri di quota. Da Roma sono circa cento chilometri: un'ora e tre quarti in automobile per l'A1 con uscita a Orte e la superstrada per Viterbo, un po' di più per la Cassia.

Come si arriva a Marta senza automobile?

Con il treno regionale FL3 da Roma Ostiense, Trastevere o San Pietro a Viterbo Porta Fiorentina, poi con gli autobus Cotral da Viterbo Riello a Marta piazza Umberto I. Le corse sono poche, soprattutto nei festivi e la sera: orari da controllare su cotralspa.it prima di partire.

Quanto costa visitare Marta?

Nulla: la Torre dell'Orologio è ad accesso libero, le chiese e il santuario non hanno biglietto, le spiagge sono libere. Si paga soltanto il parcheggio nelle zone a strisce blu, il pranzo e, volendo, il battello per il giro dell'Isola Martana.

Quando è aperta la Torre dell'Orologio di Marta?

Di norma nei fine settimana e nelle feste del paese, con accesso libero da una scala laterale. Nei giorni feriali conviene informarsi presso il Comune di Marta prima di contare sulla salita.

Quanto dura la visita di Marta?

Tre ore per il centro storico, la torre, la Collegiata e il lungolago; mezza giornata aggiungendo il santuario; una giornata intera con il bagno, il pranzo di pesce e Castell'Araldo o un paese vicino.

Cos'è la Barabbata di Marta e quando si tiene?

È la festa della Madonna del Monte, detta anche delle Passate, il 14 maggio di ogni anno: casenghi, bifolchi, villani e pescatori sfilano con i carri fino al santuario e compiono le tre passate dentro la chiesa. È documentata dal 1557; il tamburo sveglia il paese alle 4:30.

Si può visitare l'Isola Martana da Marta?

No: l'isola è privata e non si sbarca. Si può circumnavigare con i battelli stagionali che partono da Capodimonte e da Bolsena, e dal lungolago di Marta la si vede a circa due chilometri.

Chi era Amalasunta e cosa c'entra con Marta?

Era la figlia di Teodorico e regina degli Ostrogoti. Confinata dal cugino Teodato sull'Isola Martana, fu strangolata il 30 aprile 535: la sua morte fu il pretesto con cui Giustiniano aprì la guerra greco-gotica.

Si può fare il bagno a Marta?

Sì, il lago è balneabile e l'acqua è tra le più pulite dei grandi laghi italiani. Le spiagge della riva sud sono di sabbia scura e ghiaia fine, con fondale che degrada dolcemente, adatte ai bambini.

Marta è adatta ai bambini e ai passeggini?

Il lungolago e le spiagge sì, senza riserve. Il centro storico sale con gradini e acciottolato: con il passeggino solo se leggero. La torre ha una scala in ferro adatta a bambini che camminano bene.

Marta è accessibile in sedia a rotelle?

Il lungolago, il porticciolo e piazza Umberto I sono in piano; la parte alta con la torre e i vicoli non è accessibile. Il santuario si raggiunge in auto fino al piazzale.

Dove si parcheggia a Marta?

Lungo il lungolago, dove gli spazi sono ampi; nei fine settimana estivi conviene arrivare entro le dieci. Alcune zone sono a pagamento, altre libere: si leggono i cartelli, che cambiano d'estate.

Cosa si mangia a Marta?

Pesce di lago: coregone, anguilla, persico, luccio, latterino fritto e la sbroscia, la zuppa dei pescatori. Si accompagna con l'Est! Est!! Est!!! di Montefiascone o con l'Aleatico di Gradoli.

Il coregone è un pesce originario del Lago di Bolsena?

No: fu introdotto tra il 1890 e il 1892 con circa trecentomila avannotti dal lago di Costanza, per iniziativa del Ministero dell'Agricoltura. In poche generazioni è diventato il pesce simbolo del lago.

Che differenza c'è tra Marta e Capodimonte?

Capodimonte ha il promontorio, la rocca farnesiana e l'imbarco per la Bisentina: è più monumentale e più turistica. Marta ha la torre, il porticciolo dei pescatori e le spiagge più adatte ai bambini: è più paese. Sono a cinque chilometri e si visitano insieme.

Che differenza c'è tra Marta e Bolsena?

Bolsena ha la basilica di Santa Cristina con il miracolo del 1263, la rocca, le catacombe e un lungolago più attrezzato. Marta è più piccola, più silenziosa, con la Barabbata e la pesca come identità. Bolsena per la storia religiosa, Marta per il lago vissuto.

Cos'è Castell'Araldo?

Una precettoria dei Templari a tre chilometri da Marta sulla strada per Tuscania, documentata dal 1255, passata agli Ospitalieri intorno al 1330 e poi in rovina; la chiesa di Santa Maria delle Grazie fu usata fino agli anni Cinquanta. Si guarda dall'esterno.

Perché la torre di Marta è ottagonale?

La pianta a otto lati è più resistente ai colpi e più efficiente nella difesa di un quadrato, ma più difficile da costruire: segnala l'importanza strategica del castello sulla riva sud del lago. Sulla torre si leggono la data 1253 e lo stemma dei Farnese con l'unicorno.

Qual è il periodo migliore per visitare Marta?

Maggio, per la Barabbata e il paesaggio, e settembre, per l'acqua ancora calda e la quiete. Luglio e agosto per il bagno e la vita serale, con parcheggi difficili. L'inverno solo per chi cerca il vuoto e ha verificato cosa è aperto.

Marta si trova sulla Via Francigena?

Non sul tracciato principale, che corre lungo la sponda orientale del lago tra Bolsena, Montefiascone e Viterbo, ma a poca distanza: molti camminatori deviano verso la riva sud per una giornata di riposo.

Perché cominciare da Marta

Se si ha poco tempo e si deve scegliere un solo paese del lago, la scelta dipende da cosa si cerca: Bolsena per il centro storico più ricco e la dimensione religiosa, Capodimonte per il promontorio e l'isola, Gradoli per il palazzo farnesiano e la sponda alta, Grotte di Castro per le grotte e il tufo, il lago nel suo insieme se si ha una giornata intera e si vuole fare il periplo. Ma se si cerca il rapporto più diretto e meno filtrato tra una comunità e la sua acqua, allora si viene qui. Marta non stupisce nella prima ora. Resta addosso nella settimana successiva, e ci si accorge di volerci tornare senza sapere bene perché. È il modo in cui funzionano i posti veri, ed è il motivo per cui, sul Lago di Bolsena, conviene cominciare da questo paese e da quella torre a otto lati che si vede da tutta la conca.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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