Contigliano (RI)

Contigliano è un comune di circa 3.600 abitanti della provincia di Rieti, sette chilometri a ovest del capoluogo, sul bordo sud-occidentale della Piana Reatina, ai piedi dei Monti Sabini. Il borgo storico occupa un colle e ha il suo centro nella piazza della collegiata di San Michele Arcangelo, in piazza Vittorio Emanuele III, 02043 Contigliano; la parte moderna del paese si è sviluppata più in basso, lungo la strada e intorno alla stazione. Da Roma in auto si percorre la SS4 Salaria fino a Rieti e poi la superstrada Rieti-Terni (SS79) con uscita Contigliano, circa novanta chilometri in un'ora e mezza abbondante fuori dalle ore di punta; l'alternativa è l'autostrada A1 fino a Orte e la superstrada per Terni e Rieti. In treno la stazione di Contigliano è sulla linea Terni-Rieti-L'Aquila-Sulmona, a un chilometro e mezzo dal centro storico: da Roma si cambia a Terni. In autobus le corse Cotral collegano l'autostazione di Roma Tiburtina a Rieti e da Rieti i servizi extraurbani raggiungono Contigliano; esiste anche una linea interregionale Contigliano-Rieti-Avezzano che ferma a Rieti in piazza Cavour e a Porta d'Arce, con corse a 4,50 euro. Il borgo si visita gratuitamente e senza prenotazione; la collegiata apre negli orari delle funzioni e non ha biglietto; si parcheggia negli spiazzi lungo la strada di accesso al borgo alto. L'abbazia di San Pastore, poco fuori dal territorio comunale, è una proprietà privata che si visita solo su appuntamento con i gestori. Per la Cascata delle Marmore, spesso abbinata, biglietto e orari di rilascio delle acque vanno controllati sul sito ufficiale del parco prima di partire.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Udienza papale

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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Ostia Antica

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Contigliano fa parte del circuito dei borghi della conca reatina raccontati su queste pagine: il punto di partenza è la guida a Rieti, e l'elenco completo delle mete del Lazio interno è nella pagina delle attrazioni turistiche.

Contigliano (RI)
Contigliano (RI)

Come arrivare a Contigliano (RI) da Roma e dove lasciare l'auto

La prima cosa da mettere in chiaro è che Contigliano è un paese su due livelli. C'è il borgo alto, arroccato sul colle, con la collegiata, le mura, le porte, i vicoli a gradini e l'affaccio sulla Piana Reatina; e c'è l'abitato moderno, disteso in basso lungo la viabilità provinciale e intorno alla stazione ferroviaria, dove si trovano molti dei servizi. Chi arriva senza saperlo rischia di fermarsi al primo incrocio, vedere un supermercato e un paio di bar e concludere che non c'era granché. Sarebbe un errore evitabile con dieci minuti di attenzione. Il paese vero, quello che vale il viaggio, è in cima: ci si arriva con una strada che sale in tornanti corti dalla piana e finisce nella piazza davanti alla chiesa di San Michele Arcangelo. Se il navigatore vi porta in un parcheggio davanti a un bar con le insegne moderne e la strada non sale, non siete ancora arrivati: risalite.

In auto: la Salaria fino a Rieti, poi la superstrada per Contigliano

Da Roma il percorso è quasi tutto su una direttrice sola. Si prende la SS4 Salaria, la statale che risale verso nord-est seguendo il Tevere prima e il Farfa poi, si attraversa la Sabina tiberina, si passa sotto Poggio Mirteto e Osteria Nuova, si supera lo spartiacque tra la valle del Tevere e la conca di Rieti e si arriva alle porte del capoluogo. Sono circa novanta chilometri, con tratti a quattro corsie e tratti a due, e la durata reale dipende quasi interamente dal traffico in uscita da Roma e dal tratto tra Passo Corese e Osteria Nuova, che nelle ore di punta si intasa. Alle porte di Rieti si imbocca la superstrada Rieti-Terni, la SS79 Ternana, che ha una sola corsia per senso di marcia ed è servita da uno svincolo proprio per Contigliano. È l'ultimo pezzo del viaggio ed è anche il più bello, perché si esce dalla città e si entra nella tavola verde perfettamente piatta che è il fondo dell'antico lago, con i canali dritti, i pioppi in fila e le montagne che chiudono l'orizzonte da ogni lato.

Esiste una seconda via, più regolare quando la Salaria è pesante: l'autostrada A1 fino a Orte, poi la superstrada in direzione Terni e Rieti, uscita Contigliano. È più lunga in chilometri ma spesso più costante nei tempi, e ha il vantaggio di far entrare nella conca reatina dal lato di Terni, cioè passando vicino alla Cascata delle Marmore, che si incastra nella stessa giornata senza deviazioni assurde. Per chi viene da nord, dall'Umbria o dalla Toscana, questa è comunque la via naturale. Chi arriva da est, dall'Abruzzo, scende dal valico di Antrodoco o dal Terminillo e si trova la piana davanti, con Contigliano all'estremità occidentale.

Contigliano è anche uno snodo della viabilità provinciale, e questo aiuta a orientarsi: qui si incrociano la via di Fontecerro (SP 45), che collega la Piana Reatina alla val d'Aia, la via Tancia (SP 46), che unisce Rieti a Poggio Mirteto attraverso i Monti Sabini, e la diramazione verso la SP 1 di Reopasto. Chi vuole tornare a Roma per una strada diversa può scendere per la Tancia fino a Poggio Mirteto e riprendere la Salaria da lì: è più lenta, ma attraversa un pezzo di Sabina montana che dalla superstrada non si vede.

In treno e in autobus: la stazione di Contigliano esiste, ma da Roma si cambia

Con i mezzi pubblici le cose si complicano, come sempre nel Lazio interno, ma meno di quanto si creda. Contigliano ha una propria stazione ferroviaria, sulla linea Terni-Rieti-L'Aquila-Sulmona, aperta il 30 ottobre 1883 e ancora attiva, servita da treni regionali; si trova a circa un chilometro e mezzo dal centro storico, nella parte bassa del paese. Il problema è che da Roma non esiste un treno diretto: si arriva a Terni con un regionale e lì si cambia sulla linea per Rieti, con tempi complessivi che superano facilmente le due ore e mezza. Fino al 2014 esisteva anche la fermata di Terria, a servizio della frazione, oggi soppressa.

La soluzione più praticata è l'autobus. Da Roma le corse Cotral partono dall'autostazione di Tiburtina e raggiungono Rieti lungo la Salaria in circa un'ora e quaranta quando la strada è scorrevole; da Rieti i servizi extraurbani coprono Contigliano e gli altri comuni della piana. Esiste inoltre una linea interregionale Contigliano-Rieti-Avezzano, con partenze da Contigliano nei giorni feriali alle 4:15, 6:50, 12:15, 16:15 e 20:15, biglietto a 4,50 euro per l'intera tratta; a Rieti non transita alla stazione ferroviaria ma in piazza Cavour e a Porta d'Arce. Le corse locali sono tarate sugli orari scolastici e lavorativi: di mattina presto e nel primo pomeriggio ci sono, la domenica e nei festivi si diradano. Chi vuole venire senza auto di domenica verifichi gli orari sul sito Cotral prima di partire e metta in conto che il rientro serale potrebbe mancare. Non è una destinazione che si improvvisa senza macchina.

Per chi pedala, a circa un chilometro dal paese passa la Ciclovia della Conca Reatina, che collega Contigliano a Rieti e alle frazioni di Terria, Chiesa Nuova, Piani Sant'Elia e Piani Poggio Fidoni: è il modo migliore di attraversare la piana bonificata alla velocità giusta, tra canali e pioppeti, e in una mattina di primavera vale da sola la gita.

Parcheggio, scarpe e dislivelli nel borgo alto di Contigliano

Il parcheggio non è un problema fuori dai giorni di festa patronale. Nel borgo alto ci sono spiazzi lungo la strada di accesso e uno slargo in quota dove si lascia l'auto senza fatica; i vicoli interni sono stretti, in buona parte pedonali di fatto, e non ha senso tentare di infilarsi con un'auto grande. La regola dei borghi collinari del Lazio vale anche qui: si parcheggia al primo spiazzo utile e si sale a piedi. Il dislivello dal parcheggio alla collegiata è modesto, un centinaio di metri in pendenza dolce, ma il selciato è irregolare e le scarpe da città con la suola liscia sono una cattiva idea, soprattutto dopo la pioggia. In inverno, con il gelo notturno, alcuni tratti in ombra restano scivolosi fino a mezza mattina.

Le stagioni di Contigliano (RI): quando la conca dà il meglio

Sulle stagioni ho un'opinione precisa. La Piana Reatina d'estate è calda e afosa: è un fondovalle chiuso a circa quattrocento metri di quota, l'aria ristagna, e le zanzare, eredità diretta della palude, sono una presenza reale nelle sere di luglio e agosto vicino ai canali. Il borgo alto è più fresco, perché prende vento, ma le ore centrali restano pesanti. La primavera è la stagione giusta: la piana è verde, i fossi sono pieni, le montagne hanno ancora neve sulle cime e la luce è limpida. L'autunno è altrettanto buono e ha in più le nebbie mattutine che salgono dal fondovalle e lasciano emergere solo i borghi in cima ai colli, uno spettacolo che da solo giustifica una levataccia. L'inverno è rigido ma regala giornate di trasparenza assoluta, con il Terminillo innevato che sembra a portata di mano.

Cosa portare a Contigliano e quanto tempo serve

Su cosa portarsi: acqua, perché i bar del borgo alto non sono sempre aperti fuori stagione e il paese è piccolo; scarpe chiuse con suola scolpita; una felpa anche d'estate, perché la sera in quota rinfresca; e un binocolo, se vi interessa il paesaggio, perché dal belvedere si distinguono benissimo i profili dei paesi sull'altro lato della conca e i movimenti degli alianti sulla pista dell'aeroporto di Rieti. Chi viaggia con bambini piccoli tenga presente che il borgo è fatto di salite e scalinate e che il passeggino è scomodo; uno zaino porta-bambino risolve. Chi ha problemi di deambulazione può comunque arrivare in auto molto vicino alla collegiata e godersi la piazza e il panorama senza affrontare i vicoli più ripidi.

Il tempo minimo per una visita sensata è un paio d'ore: il giro delle mura e delle due porte, la collegiata, il belvedere, una sosta. Ma Contigliano ha senso soprattutto come base o come tappa dentro un itinerario più largo, perché si trova esattamente al centro di un sistema di cose da vedere che si tengono insieme. A sette chilometri c'è Rieti con il centro storico, i portici medievali e il ponte romano; sui versanti della conca ci sono i santuari francescani; a nord-ovest, oltre il crinale, c'è la Valnerina con la Cascata delle Marmore; a est si alza il Terminillo; a pochi chilometri, verso nord, la riserva dei laghi Lungo e Ripasottile. Una giornata secca basta per Contigliano e una cosa sola in più. Due giorni permettono di fare le cose per bene. Chi preferisce affidare la regia della giornata a un professionista può rivolgersi a TourLeaderPro per l'accompagnamento turistico, che organizza uscite private e aziendali anche nel Lazio interno.

Servizi, ristoranti e dove dormire intorno a Contigliano

Sui servizi in paese c'è quello che serve a un comune di poco più di tremilaseicento abitanti: farmacia, ufficio postale, alimentari, un paio di bar, qualche ristorante e trattoria distribuiti tra alto e basso. Non è un centro turistico attrezzato, e questo è insieme il suo limite e il suo pregio. Non troverete file di negozi di souvenir né menu tradotti in cinque lingue; troverete, se capitate all'ora giusta, una trattoria dove si mangiano gli stringozzi, la trota della piana, il baccalà come si fa da queste parti e i fagioli, che nel reatino sono una faccenda seria. Per dormire ci sono agriturismi e piccole strutture sparse nella campagna intorno, spesso ricavate in casali ristrutturati, e nel raggio di dieci chilometri l'offerta di Rieti allarga parecchio le possibilità; anche l'abbazia di San Pastore, restaurata, offre camere. Prenotare in anticipo è sensato nei fine settimana di primavera e in agosto, quando la conca si riempie di gente in fuga dal caldo romano.

Un'ultima nota pratica: la copertura telefonica nel borgo alto è buona, ma nei fondovalle laterali e lungo le strade bianche verso Reopasto e verso i boschi dei Monti Sabini diventa incerta. Se pensate di camminare fuori dall'abitato, scaricate le mappe prima di partire. E se cercate l'abbazia di San Pastore o il borgo abbandonato di Reopasto, che sono i due luoghi più affascinanti e meno convenzionali di questo territorio, leggete bene i capitoli dedicati più avanti: non sono monumenti visitabili come una chiesa di città, e presentarsi senza sapere cosa si sta per trovare è il modo migliore per restare delusi. Per l'inquadramento generale in inglese di Rieti e della sua conca, la guida di ItalyPlanner a Rieti è un buon punto di partenza.

Il lago che non c'è più: la Piana Reatina vista da Contigliano (RI)

Per capire Contigliano bisogna capire cosa aveva sotto. Oggi chi si affaccia dal borgo alto vede una pianura verde, larga, coltivata, attraversata da canali dritti come righe tirate con la squadra, con il fiume Velino che la percorre e i paesi disposti tutto intorno sui primi rilievi. Non è un paesaggio naturale. È un paesaggio costruito, uno dei più antichi paesaggi costruiti d'Europa, e la sua storia comincia molto prima che sul colle ci fosse un paese. Al posto di quella pianura c'era acqua: il Lacus Velinus, un sistema di specchi lacustri e paludi che occupava il fondo della conca reatina e che gli antichi conoscevano bene, perché era un problema serio e permanente.

La geologia della conca e la soglia di Marmore

La geologia spiega tutto. Il Velino raccoglie le acque di un bacino montano ampissimo, che comprende i versanti del Terminillo, dei Monti Reatini e delle catene circostanti, e le porta verso ovest fino al punto in cui la conca si chiude su uno sbarramento roccioso, la soglia di Marmore. Lì l'acqua avrebbe dovuto scendere nella Valnerina e raggiungere il Nera, ma il calcare depositato dalle acque stesse, ricchissime di carbonato di calcio, aveva costruito nei millenni una barriera di travertino che frenava il deflusso. Risultato: l'acqua ristagnava a monte, la conca si impaludava, i terreni bassi diventavano inutilizzabili e nelle stagioni piovose le esondazioni arrivavano fin sotto i colli. La conca reatina, prima dell'intervento umano, era una delle grandi zone umide dell'Italia centrale, popolata di uccelli acquatici, di canneti e di malaria. E in mezzo a quell'acqua c'erano isole: una di queste, Montisola, oggi frazione di Contigliano, era davvero un'isola fino alle bonifiche del Novecento, e il nome lo dice.

Il taglio di Curio Dentato nel 271 avanti Cristo

Nel 271 avanti Cristo il console Manio Curio Dentato, lo stesso che aveva vinto i Sanniti e sconfitto Pirro, fece scavare un canale artificiale nella soglia di Marmore, il Cavo Curiano, per far defluire le acque del Velino nel Nera sottostante. È l'origine della Cascata delle Marmore, che quindi non è una cascata naturale ma un'opera idraulica romana, la più spettacolare e la più longeva mai realizzata: funziona ancora, ventitré secoli dopo. Il salto complessivo è di centosessantacinque metri su tre balze, ed è considerata la cascata artificiale più alta d'Europa. La bonifica del Lacus Velinus fu la conseguenza diretta: abbassando il livello dell'acqua a monte, si liberarono migliaia di ettari di terreno fertilissimo, i Rosea rura Velini di cui parla Virgilio nel settimo libro dell'Eneide, i campi rosati del Velino, terra grassa dove il grano cresceva come in nessun altro posto e dove si allevavano cavalli e muli di qualità proverbiale.

Cicerone, i papi e gli ingegneri: una lite lunga duemila anni

Il taglio di Curio Dentato però non chiuse la partita: la aprì. Il deflusso improvviso di tanta acqua verso il Nera provocava piene a valle, cioè a Terni, e da qui nacque una delle più lunghe controversie territoriali della storia italiana. Reatini e ternani si accusarono a vicenda per secoli, e nel 54 avanti Cristo la disputa arrivò davanti al console Appio Claudio Pulcro e a dieci legati, con Cicerone in persona a patrocinare la causa dei reatini contro gli interamnati. La contesa non si chiuse allora e non si chiuse nel Medioevo: nel 1422, sotto Gregorio XII, si scavò il Cavo Reatino, detto anche Gregoriano; nel 1545 Paolo III affidò ad Antonio da Sangallo il Giovane la Cava Paolina, che funzionò appena mezzo secolo; nel 1598 Clemente VIII inaugurò la Cava Clementina progettata da Giovanni Fontana, con un ponte regolatore per governare lo scarico; nel 1787 Andrea Vici, per Pio VI, modificò il salto stesso dandogli l'aspetto attuale e risolvendo i problemi maggiori di piena. Non esiste in Italia un altro paesaggio su cui si sia lavorato così a lungo e con tanto ingegno, e dal 1896 le acque del Cavo Curiano alimentano anche le acciaierie di Terni: è la ragione per cui oggi la cascata si accende a orario.

Dal fondo Quintiliano al borgo murato: come è nata Contigliano

Contigliano guarda tutto questo dall'alto, e lo ha guardato per più di mille anni. Il nome del paese, secondo la tradizione locale raccolta dalle guide storiche, deriverebbe dalla villa di Marco Fabio Quintiliano, il retore del primo secolo dopo Cristo, maestro di eloquenza a Roma sotto Vespasiano e Domiziano, che la tradizione locale vuole legato alla Sabina (gli storici lo dicono nato in Spagna, a Calagurris): quando si ritirò dall'insegnamento, il suo fondo, l'ager Quintilianus, si sarebbe popolato di abitazioni. Quel che è documentato è il toponimo: il territorio compare per la prima volta nell'850, in un documento dell'abbazia di Farfa, come Fundus o Locus Quintilianus, e nel 1157 è attestato il Castrum Quintilianum, un centro fortificato e difeso da mura, dipendente da Rieti per il controllo del lato occidentale della conca. Da Quintilianum a Contigliano il passo fonetico è breve. È la formazione tipica dei toponimi prediali dell'Italia centrale, e testimonia che l'insediamento romano della zona era diffuso, fatto di ville rustiche e poderi che sfruttavano le terre bonificate.

Il borgo in quota è il prodotto dell'incastellamento, il fenomeno che tra il decimo e il dodicesimo secolo portò le popolazioni sparse nelle campagne a raccogliersi in abitati fortificati sulle alture, per difendersi dalle incursioni e per organizzarsi intorno a un signore o a un'abbazia. Nel Medioevo Contigliano entra nell'orbita di Rieti e delle sue vicende, che sono le vicende di una città di confine tra lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli, contesa, strategica, attraversata da eserciti. L'impianto difensivo si legge ancora oggi: il paese è cinto in buona parte da mura medievali, con due porte, Porta dei Santi a sud-ovest, che conserva il portale ligneo originale, e Porta Codarda a nord-est; dove le mura mancano, sono le case stesse, serrate l'una all'altra, a formare la cortina. Chi cammina nel borgo alto lo vede benissimo: le strade non sono un reticolo ma una spirale, i vicoli si avvitano verso l'alto con archi e scalette, e i palazzi cinquecenteschi e seicenteschi danno all'insieme un aspetto austero. È l'urbanistica della paura, quella che ha prodotto i borghi più belli d'Italia per una ragione che con la bellezza non c'entrava nulla.

La collegiata come dichiarazione di importanza

In cima a quella spirale si trova la collegiata di San Michele Arcangelo, il monumento principale del paese, molto più importante di quanto la dimensione del comune farebbe supporre. Michele Arcangelo non è un titolo casuale in questa zona: il culto micaelico si diffuse lungo le direttrici longobarde dell'Appennino, e nella Sabina e nel reatino le chiese dedicate all'Arcangelo segnano spesso posizioni elevate, grotte, punti di passaggio. Michele è il santo dei luoghi alti, il combattente che sconfigge il drago, e le sue chiese sorgono volentieri dove la terra si solleva. Contigliano non fa eccezione. La chiesa attuale è però un edificio barocco costruito ex novo: la prima pietra fu posta nel 1683 con la benedizione del vescovo di Rieti Ippolito Vicentini, in un momento di crescita del paese, al posto di una parrocchiale più antica con lo stesso titolo; la consacrazione arrivò nel 1747 per mano del vescovo Antonino Serafino Camarda. Sessantaquattro anni di cantiere, finanziati dalle famiglie locali, per una facciata che si impone sulla piazza in modo quasi sproporzionato rispetto alla scala del borgo e per un interno a navata unica riccamente decorato. Il campanile, visibile da tutta la piana, funziona come segnale territoriale: da Rieti, dai paesi sull'altro versante, dalla strada che scende da Terni, si individua Contigliano prima di tutto per quella torre.

La discesa verso la piana e il paese doppio

Intorno al nucleo storico, la storia moderna del paese è la storia della piana. Con la bonifica completata nel Novecento e i terreni resi stabilmente coltivabili, l'economia si è spostata verso il basso: le famiglie sono scese, sono nati i quartieri moderni lungo le vie di comunicazione e intorno alla stazione, si sono insediate le attività agricole e artigianali, e il borgo alto ha cominciato quel lento svuotamento che accomuna tutti i centri storici dell'Appennino. Oggi il rapporto si è in parte riequilibrato, perché il borgo è stato riscoperto come luogo di qualità della vita e di valore paesaggistico, ma la doppia natura del paese resta ed è la sua caratteristica più evidente. Se volete vedere come questa dinamica ha modellato tutti i centri della conca, guardate Cantalice sul versante opposto, aggrappato alla roccia come un nido, o Rivodutri ai piedi dei Monti Reatini: la struttura del racconto è sempre la stessa.

L'aria della conca: gli alianti sopra il fondo del lago

C'è un'ultima cosa che rende il paesaggio di Contigliano diverso da quello di tanti altri borghi laziali, ed è l'aria. Sulla piana, alla periferia nord di Rieti, c'è l'aeroporto Giuseppe Ciuffelli, inaugurato il 27 marzo 1938, distrutto dai bombardamenti del 1944 e riaperto nel 1952: è uno dei centri europei più importanti per il volo a vela, e ha ospitato i campionati mondiali del 1985 e del 2008, il mondiale juniores del 2007 e gli europei del 1982, 1994 e 2015. Le condizioni termiche e orografiche della conca, con il fondovalle piatto che si scalda, i versanti che generano correnti ascensionali e il Terminillo che fa da parete, creano una situazione quasi unica per gli alianti, e nelle giornate buone il cielo sopra la piana si riempie di ali bianche che salgono in spirale senza motore. Guardarli dal belvedere del borgo alto è una delle esperienze più belle e meno pubblicizzate del Lazio: si vede il fondo dell'antico lago, si vedono i canali, si vedono i profili dei santuari francescani sui monti di fronte e, in mezzo, questi oggetti silenziosi che sfruttano l'aria calda che sale dalla terra bonificata ventitré secoli fa. Tutta la storia della conca si legge in una sola inquadratura.

La storia di Contigliano (RI) dall'isola di Issa al Novecento

La storia di Contigliano si racconta meglio partendo dal basso, dall'acqua, e non dal colle. Perché il territorio comunale ha una profondità cronologica che il borgo medievale, da solo, non lascia immaginare, e perché ogni fase successiva si spiega con il rapporto tra le alture e la palude.

Montisola e il villaggio lacustre degli Aborigeni

In località Montisola, su un colle di 434 metri che emergeva come un'isola dal Lacus Velinus, sorgeva un villaggio lacustre di epoca protostorica, abitato dal bronzo antico fino all'età del ferro. Gli studiosi lo identificano con l'antica Issa, il villaggio degli Aborigeni ricordato da Dionigi di Alicarnasso nel suo racconto delle origini di Roma, quando descrive i popoli che abitavano la Sabina prima dei Sabini. Nei pressi di Contigliano è stato rinvenuto anche un ripostiglio del bronzo finale, dodicesimo-undicesimo secolo avanti Cristo, che conteneva reperti di produzione egea: prova che questa conca, apparentemente chiusa tra le montagne, era in contatto con il Mediterraneo orientale tremila anni fa. Chi passa oggi per Montisola vede una collina in mezzo ai campi. Era un'isola, con un villaggio di palafitte, e il nome della frazione lo ricorda con una precisione che i libri non hanno.

L'età romana: il fondo di Quintiliano e le terre bonificate

Con la bonifica di Curio Dentato la piana diventa terra da grano e da cavalli, e la Sabina reatina si copre di ville rustiche. È in questo quadro che nasce il toponimo: un fondo agricolo intestato a un Quintiliano, che la tradizione identifica con il grande retore Marco Fabio Quintiliano, autore dell'Institutio oratoria, il primo insegnante di retorica pagato dallo Stato romano sotto Vespasiano. Che il fondo fosse davvero suo è una tradizione, non un documento; che il nome del paese venga da un Quintilianus è invece la spiegazione più solida, confermata dalle carte altomedievali. Marco Terenzio Varrone, nato a Rieti nel 116 avanti Cristo, descrive nel De re rustica la ricchezza agricola di questi campi con la competenza dell'agronomo che ci possedeva terre: i Rosea rura di cui parla anche Virgilio non sono una figura poetica, sono la piana che si vede dal belvedere.

L'850, Farfa e il Castrum Quintilianum

Il primo documento è dell'850: un atto dell'abbazia di Farfa, la grande potenza monastica della Sabina, nomina il Fundus o Locus Quintilianus. Farfa in quei secoli possedeva mezza Sabina e una parte della conca reatina, e i suoi registri sono la memoria scritta di decine di paesi che altrimenti non avrebbero una data di nascita. Nel 1157 compare il Castrum Quintilianum: non più un fondo, ma un castello, un centro fortificato e difeso da mura, che dipende da Rieti e ne controlla l'accesso occidentale. Da quel momento Contigliano è un tassello della cintura difensiva del comune reatino, e la sua storia coincide con quella della città di confine. Nel frattempo, nel 1069, i Conti dei Marsi avevano ceduto proprio a Farfa il castello di Reopasto, sui Monti Sabini, che oggi è la frazione abbandonata del comune: due poli, uno sulla piana e uno nel bosco, entrambi dentro la rete farfense.

Il 7 agosto 1501: Vitellozzo Vitelli assalta il castello

L'episodio più drammatico della storia contiglianese porta la data del 7 agosto 1501. Vitellozzo Vitelli, signore di Città di Castello e uno dei capitani di ventura più temuti dell'Italia dei Borgia, era in marcia verso L'Aquila con una schiera di soldati al servizio di papa Alessandro VI. Contigliano negò le vettovaglie all'esercito, e dalle mura partì una pietra che colpì il condottiero. La risposta fu l'assalto: il castello cedette in breve tempo, i mercenari irruppero e fecero strage di cittadini. Un anno dopo Vitellozzo sarebbe finito strangolato a Senigallia per ordine di Cesare Borgia, nella notte che Machiavelli avrebbe raccontato; ma per Contigliano il 1501 restò la ferita di riferimento, e il paese ci mise decenni a rialzarsi.

Il 1561 e la seconda cinta di mura

La ripresa è documentata nel 1561, quando il paese aveva ormai recuperato abbastanza da ampliare la prima cinta muraria, oltre la quale nel frattempo erano sorte numerose abitazioni. È la fase che dà al borgo la forma attuale: i palazzi cinquecenteschi e seicenteschi, la seconda cortina di case, la struttura a spirale che sale verso la sommità. Nello stesso 1561 i cistercensi lasciavano definitivamente l'abbazia di San Pastore, poco lontano: mentre il paese cresceva, il monastero che per tre secoli aveva governato le terre intorno usciva di scena. Non è una coincidenza, è un passaggio di consegne tra due modi di organizzare il territorio.

Il Settecento della collegiata e di Sant'Antonio

Il Settecento è il secolo della pietra. Tra il 1683 e il 1747 si costruisce la collegiata di San Michele Arcangelo, e nel 1705 la chiesa inferiore comincia a servire da parrocchiale mentre sopra si lavora ancora. Nel 1734 si edifica, appena fuori Porta dei Santi, la chiesa di Sant'Antonio di Padova. Nel 1748 Adriano e Ranuzio Fedeli costruiscono l'organo della collegiata, nel 1750 Nicola Gennaro completa le decorazioni della cripta. Un borgo di poche migliaia di anime che in mezzo secolo si dota di due chiese barocche e di un organo di scuola marchigiana non è un borgo povero: è una comunità che controllava un pezzo della piana più fertile del Lazio e che voleva farlo sapere.

Umbria, Lazio, Rieti: il valzer amministrativo del Novecento

Pochi lo ricordano, ma fino al 1923 Contigliano era in Umbria, nella provincia di Perugia, come tutto il circondario di Rieti. In quell'anno passò alla provincia di Roma e quindi al Lazio; nel 1927, con la creazione della provincia di Rieti, entrò nella nuova circoscrizione; nel 1928 fu addirittura aggregato al comune di Rieti, e solo nel 1946 tornò comune autonomo. In ventitré anni ha cambiato regione, provincia e condizione municipale tre volte. È un dettaglio che spiega molte cose della cucina, dell'accento e dei santi: la conca reatina è un pezzo d'Umbria prestato al Lazio, e Contigliano, che guarda verso Terni, lo è più di altri.

Il 3 ottobre 1936: la tragedia ferroviaria

La stazione di Contigliano, aperta nel 1883, è legata a uno degli incidenti ferroviari più tristi dell'Italia tra le due guerre. La mattina del 3 ottobre 1936, alle 9:45, sul binario unico tra Rieti e Contigliano, al chilometro 196 della Terni-Sulmona, la littorina AT 404 partita da Sulmona alle 6:23 e diretta a Terni si scontrò frontalmente con il furgone postale ALDb 201 che veniva in senso opposto. I due mezzi si accartocciarono l'uno nell'altro. A bordo della littorina viaggiava l'intera squadra dell'A.S. L'Aquila, tredici giocatori con dirigenti, allenatore e massaggiatore, diretta a Verona per una partita di Serie B. Morirono almeno quindici persone, tra cui l'allenatore Attilio Buratti e due ferrovieri, e ci furono sessantanove feriti; il calciatore Marino Bon fu dichiarato morto e poi sopravvisse. Si salvarono solo i due squalificati rimasti a casa e il portiere Stornelli, che non si era svegliato in tempo. L'errore fu umano, attribuito con ogni probabilità al capostazione di Rieti. L'Aquila retrocesse in Serie C a fine stagione e non tornò mai più in Serie B. Dal 2016 una targa sulla facciata del fabbricato viaggiatori ricorda la tragedia, e ogni 3 ottobre i tifosi aquilani vengono a Contigliano a deporre fiori.

Contigliano (RI)
Contigliano (RI)

Una curiosità su Contigliano (RI)

Le curiosità di Contigliano non sono aneddoti da cartolina. Sono fatti strani, verificabili, che riguardano l'acqua, l'aria, l'architettura e l'abbandono, e che messi in fila raccontano un territorio molto più complicato di quanto sembri dalla strada. Ne ho scelte cinque, quelle che ho visto sorprendere davvero le persone che ho accompagnato quassù.

Un aeroporto in mezzo ai campi bonificati, e il cielo pieno di alianti

La prima cosa che spiazza chi arriva nella Piana Reatina è vedere, in mezzo alle colture, una pista di volo. L'aeroporto di Rieti si trova nel fondovalle, alla periferia nord del capoluogo, a 390 metri di quota, e non è uno scalo commerciale: ha due piste in erba di 809 metri, una delle quali riservata agli alianti, ed è dedicato al volo sportivo e in particolare al volo a vela. Qui si sono disputati i campionati mondiali del 1985 e del 2008, il mondiale juniores del 2007, gli europei del 1982, del 1994 e del 2015, e l'Aero Club di Rieti gestisce l'unica scuola autorizzata in Italia a formare gli istruttori di volo a vela. I piloti che frequentano il posto lo considerano uno dei siti migliori del continente. La ragione è tutta nella conformazione del territorio, ed è esattamente la stessa conformazione che ha creato il lago antico e la palude.

Funziona così. Il fondo della conca è piatto, ampio, coltivato: d'estate si scalda molto e in fretta, e genera bolle d'aria calda che salgono. Sono le termiche, l'ascensore invisibile del veleggiatore. Intorno, i versanti dei Monti Reatini e la massa del Terminillo intercettano il vento e producono correnti dinamiche di pendio, e nelle condizioni giuste anche onde di sottovento, quelle che permettono di guadagnare quota in modo spettacolare. La combinazione di termiche di pianura, correnti di pendio e onde orografiche in un raggio ristretto è rara, e trasforma la conca reatina in una palestra naturale dove un aliante può restare in aria per ore e macinare centinaia di chilometri senza una goccia di carburante.

Il paradosso è delizioso: le stesse condizioni geografiche che per duemila anni hanno reso questa conca un problema idraulico, una vasca chiusa con lo sbocco strozzato dove l'acqua ristagnava, oggi la rendono una risorsa aeronautica di primo livello. Chi si affaccia dal belvedere di Contigliano in una giornata limpida di maggio o giugno vede il traffico degli alianti in salita, le spirali lente, l'oro delle ali quando prendono la luce di taglio. Nel silenzio, perché un aliante non fa rumore: passa e non lo senti. Se avete la fortuna di trovarvi in paese durante una competizione, il cielo si popola in modo impressionante e le partenze in traino si susseguono per un'ora intera. È uno spettacolo gratuito che quasi nessuna guida racconta, e per chi viaggia con ragazzi è la carta da giocare: la storia della bonifica raccontata da sola annoia, raccontata guardando gli alianti che sfruttano l'aria calda dei campi prosciugati da Curio Dentato diventa tutt'altra cosa.

Il lago che riappare: quando la piana torna a essere quello che era

La seconda curiosità è stagionale e va vista per crederci. La bonifica della Piana Reatina non ha cancellato il lago: lo ha ridotto e lo ha governato. Il sistema idraulico che regola il deflusso del Velino verso il Nera funziona, ma ha dei limiti, e quando le precipitazioni sono eccezionali, o quando lo scioglimento della neve del Terminillo e dei Monti Reatini si concentra in pochi giorni, la portata supera la capacità di smaltimento e la piana si riallaga. Non dappertutto, non sempre nella stessa misura, ma nelle zone più basse, vicino ai laghi residui, ai canali maestri, alle aree di espansione, l'acqua torna. E da Contigliano si vede benissimo: la tavola verde diventa a chiazze uno specchio, i pioppi finiscono con i piedi in acqua, i canali si allargano fino a perdere i bordi.

È il Lacus Velinus che riaffiora. Per qualche giorno o qualche settimana la conca mostra la faccia che aveva prima del 271 avanti Cristo, e chi guarda dall'alto ha la sensazione fisica di vedere un fantasma geografico. Non è un disastro, di norma: il sistema è progettato per assorbire questi eventi, e le aree di esondazione controllata fanno parte del disegno. Ma è un promemoria potente del fatto che quel paesaggio non è dato per sempre, che è il frutto di una manutenzione continua che dura da ventitré secoli, e che se si interrompesse l'acqua si riprenderebbe il suo posto nel giro di pochi anni. Non dimenticate che la frazione di Montisola era un'isola fino alle bonifiche del periodo fascista: sono passati meno di cento anni.

I resti permanenti dell'antico specchio d'acqua ci sono ancora, e si visitano: sono i laghi Lungo e Ripasottile, protetti in una riserva naturale che tutela quello che rimane della zona umida originaria e che comprende anche una parte del territorio comunale di Contigliano. Sono a pochi chilometri dal paese, verso nord, e ospitano un'avifauna notevolissima: aironi, garzette, svassi, folaghe, martin pescatore, e nei passi migratori una varietà che fa la felicità dei birdwatcher. Andarci dopo aver visto la piana dall'alto chiude il cerchio del racconto: prima capisci la geografia da sopra, poi la tocchi da dentro. E capisci anche perché la malaria abbia flagellato questa conca fino al Novecento inoltrato, perché nel 1234 i monaci di San Matteo dovettero trasferirsi a San Pastore per sfuggire alle inondazioni, e perché le popolazioni si fossero rifugiate sui colli.

Un dettaglio che pochi notano: i toponimi della piana sono pieni di riferimenti all'acqua. Fonti, fossi, guadi, isole. Montisola, Piani, Chiuse. Ci sono località che portano nel nome la memoria di essere state rive o isolotti, e che oggi si trovano in mezzo ai campi di grano. La toponomastica è la più onesta delle testimoni: dimentica meno degli uomini.

Una collegiata barocca fuori scala, con un organo del 1748

La terza curiosità è architettonica. La collegiata di San Michele Arcangelo è sproporzionata rispetto al paese, e la sproporzione è voluta. Un borgo di collina della Sabina reatina, tra la fine del Seicento e la metà del Settecento, non era un centro ricco in senso assoluto; eppure qui si costruisce, dal 1683 al 1747, un edificio con facciata monumentale in pietra a vista, impianto ampio, decorazione interna elaborata, che nella scala dei vicoli circostanti fa l'effetto di una nave attraccata in un porto troppo piccolo. La ragione si trova nel titolo di collegiata: non una parrocchia qualunque, ma una chiesa retta da un collegio di canonici, con dignità, rendite, obblighi liturgici e prestigio. Il titolo collegiale, nell'organizzazione ecclesiastica dell'Italia centrale, era un riconoscimento che portava con sé risorse e ambizione, e l'ambizione si traduceva in pietra. Le cappelle laterali portano ancora gli stemmi delle famiglie che le finanziarono: la chiesa è, letteralmente, un elenco di committenti.

L'interno merita tempo, e merita di essere guardato con la testa alzata. La navata unica con volta a botte, gli stucchi bianchi ravvivati dall'oro verso l'abside, le cappelle laterali come piccole scatole di teatro, l'altare maggiore in marmi policromi con la pala di San Michele di Filippo Zucchetti, pittore reatino attivo nel primo Settecento. Il tema iconografico dominante è quello micaelico, l'Arcangelo con la spada che schiaccia il drago, immagine di ordine imposto al caos che in questa conca, dove per venti secoli si è cercato di imporre ordine idraulico a un caos d'acqua, assume una risonanza che va oltre la devozione.

La cosa che sorprende di più i visitatori, però, è il suono. L'organo della collegiata fu costruito nel 1748 da Adriano e Ranuzio Fedeli, esponenti di una dinastia organaria marchigiana che lavorò per generazioni tra Marche, Umbria e Lazio, ed è collocato in una cassa lignea finemente intagliata; il coro ligneo è opera di Venanzio di Nanzio da Pescocostanzo, l'intagliatore abruzzese del paese che ha dato all'Italia centrale scuole intere di scultori del legno. Quando capita di sentire quell'organo suonare, durante una funzione solenne o un concerto, l'effetto in uno spazio barocco riverberante è fisico prima che estetico: l'aria si muove. Se organizzate la visita in occasione della festa patronale di San Michele, il 29 settembre, o di una rassegna musicale, il valore della giornata cambia di categoria. Vale la pena informarsi in parrocchia sulle date, perché non sono eventi che finiscono sui grandi circuiti.

Un'altra osservazione che faccio sempre notare: guardate il rapporto tra la facciata e la piazza. Non c'è spazio per prendere le distanze, non c'è il sagrato ampio che permetterebbe di abbracciare la facciata con lo sguardo. Bisogna schiacciarsi contro il muro di fronte, alzare il mento e accettare la prospettiva forzata. È un difetto? No, è esattamente l'effetto che il Barocco cercava quando poteva: la facciata incombe, l'edificio schiaccia lo spettatore, il sacro si impone. In una cattedrale di città quell'effetto si perde nella grande piazza; qui, nel vicolo, funziona ancora.

Un'abbazia cistercense del 1255, salvata da un privato

La quarta curiosità è quella che più spesso viene raccontata male. A pochi chilometri dal borgo, sulla provinciale per Greccio, in località Spinacceto, sorge l'abbazia di San Pastore, una fondazione cistercense la cui costruzione cominciò la mattina del 5 maggio 1255 sotto la direzione di Mastro Anselmo e l'abate Andrea, e la cui chiesa fu ultimata nel 1264. Non è un rudere generico: è un complesso monastico di dimensioni notevoli, con la chiesa a croce latina a tre navate, il chiostro, la sala capitolare con le sue bifore, il parlatorio, la sacrestia, l'appartamento dell'abate e una torre campanaria che domina la piana e serviva anche da posto di osservazione; sulla campana maggiore sono incisi l'anno 1292 e il nome del fonditore, Dominicus Urbevetanus, Domenico di Orvieto. Conserva l'impianto tipico dell'architettura cistercense, quella che nasce da Citeaux e da Clairvaux e che porta in Italia un'idea di edificio spoglio, geometrico, luminoso, costruito per il silenzio e per il lavoro.

I cistercensi erano arrivati nella conca reatina molto prima: nel 1137 Bernardo di Chiaravalle in persona inviò a Rieti una colonia di monaci guidata dall'abate Balduino, che si insediò a San Matteo de Monticulo, in un'area già benedettina, sul bordo della palude. Nel 1234, per l'insalubrità causata dalle inondazioni della piana, il cardinale Goffredo Castiglione, futuro papa Celestino IV, ratificò il trasferimento presso le sorgenti di Santa Susanna, nella zona di San Pastore, dove esisteva una corte fin dall'ottavo secolo. È esattamente quello che i cistercensi facevano ovunque: prendevano terre marginali, paludose, boschive, e le rendevano produttive con un'organizzazione del lavoro che anticipa di secoli l'agricoltura moderna. Nel 1205 il comune di Rieti aveva donato al monastero tutte le terre circostanti. Il legame tra San Pastore e la bonifica della piana non è un dettaglio: è il motivo per cui l'abbazia si trova lì.

La storia successiva è quella di tanti monasteri italiani: la decadenza dal 1370 per cattiva amministrazione, la commenda dal 1426, l'abbandono definitivo dei cistercensi nel 1561, l'arrivo dei Canonici Regolari Lateranensi nel 1580 con il chiostro rifatto nel 1638, la divisione della proprietà voluta nel 1582 dal commendatario Marcantonio Colonna, l'enfiteusi ai Santacroce-Publicola nel 1786, le soppressioni napoleoniche del 1799, la vendita nel 1843 ai marchesi reatini Ludovico e Basilio Potenziani. Da quel momento l'abbazia fu abbandonata e cadde in un degrado profondo: crollò il tetto, l'erba invase le navate, furono trafugati affreschi, camini, stipiti, porte e perfino una scala a chiocciola in pietra. Le fotografie della navata senza copertura, con il cielo al posto della volta, che ancora circolano in rete, risalgono a quella fase.

Ecco la curiosità vera: quel rudere non è più un rudere. Negli anni Ottanta il complesso fu acquistato dall'imprenditore Antonio Antonacci, che con risorse private avviò nel 1988 il recupero, oggi in massima parte concluso. L'abbazia è tornata ad avere tetti, chiostro, sale, ed è diventata una dimora storica privata che ospita matrimoni, meeting, mostre e concerti, con camere affacciate sulla Valle Santa; l'indirizzo è via San Bernardo da Chiaravalle, Greccio. Si visita solo previo contatto con i gestori. Chi arriva aspettandosi la rovina romantica trova un monumento salvato; chi arriva aspettandosi un museo con biglietteria trova un cancello. Io preferisco di gran lunga la prima delusione alla seconda: un'abbazia cistercense che ha riavuto il tetto dopo centoquarant'anni di pioggia è una notizia rara, in Italia.

Il Cammino di Francesco passa da qui, e non è un dettaglio

La quinta curiosità riguarda i piedi. La conca reatina è la Valle Santa, il territorio in cui Francesco d'Assisi soggiornò ripetutamente tra il 1209 e il 1225 e in cui si concentrano quattro santuari francescani di importanza capitale: Greccio, Fonte Colombo, Poggio Bustone e La Foresta. Sono i luoghi del primo presepe, della Regola, del perdono e del Cantico, e formano un sistema geografico compatto, tutto visibile dalla piana, tutto raggiungibile a piedi. Da Contigliano si vedono i versanti su cui sono appollaiati, e la loro disposizione a corona intorno alla conca è una delle cose che colpiscono di più guardando dall'alto.

Il Cammino di Francesco collega questi santuari con un anello che si percorre in più tappe e che negli ultimi anni è diventato uno dei percorsi di pellegrinaggio più frequentati dell'Italia centrale, insieme alla Via di Francesco che scende da La Verna ad Assisi e prosegue verso Roma. L'abbazia di San Pastore è una delle soste segnalate lungo la Via di Francesco nel Lazio, e la tappa che unisce Greccio a Poggio Bustone passa dalla piana ai piedi di Contigliano. Camminare qui significa vedere il paesaggio nella scala giusta, quella dell'andatura umana, e capire distanze che in auto si annullano. Il santuario di Greccio, incastonato nella roccia, è il più celebre, perché lì nella notte di Natale del 1223 Francesco allestì la rappresentazione che avrebbe dato origine alla tradizione del presepe. Fonte Colombo è il luogo in cui nel 1223 fu dettata la Regola bollata, ed è chiamato il Sinai francescano. Poggio Bustone, sul versante nord, è il paese del buongiorno buona gente e del perdono, e domina la piana da un balcone naturale straordinario.

Contigliano non è uno dei quattro santuari, ma si trova dentro il sistema, e questa è la chiave per capire la sua posizione. Il paese guarda la Valle Santa dal lato occidentale, ed è il punto da cui si vede il quadro completo. Chi organizza un viaggio francescano tende a saltarlo, concentrandosi sui santuari; è un errore, perché senza una veduta d'insieme quei quattro luoghi restano quattro punti scollegati, mentre visti dal belvedere di un borgo alto diventano un unico paesaggio spirituale, quello che Francesco attraversava a piedi in giornata. Per chi legge in inglese, la guida di ItalyPlanner al Cammino di San Francesco inquadra la Valle Santa dentro l'intero sistema dei percorsi francescani italiani.

Aggiungo una nota che ai camminatori serve: i sentieri della Valle Santa sono segnati ma non sempre in modo omogeneo, i dislivelli sono reali e in alcuni tratti sostenuti, e l'acqua lungo il percorso non è garantita ovunque. In estate le ore centrali sono da evitare sui versanti esposti a sud. La primavera e l'autunno sono le stagioni corrette, e in autunno il bosco di queste montagne, faggi, carpini, roverelle, regala colori che meritano da soli il viaggio.

Una cosa che non ti dice nessuno su Contigliano (RI)

Ci sono cose che nelle pagine turistiche non entrano mai, perché sono scomode, perché richiedono spiegazioni lunghe o perché rovinano la promessa. Io preferisco dirle, perché un viaggio preparato male è un viaggio sprecato e perché in un posto come questo la differenza tra soddisfazione e delusione dipende quasi tutta da cosa vi aspettate. Ne ho cinque, e sono le cinque cose che mi sono state più utili quando ho cominciato a frequentare la conca reatina sul serio.

L'abbazia di San Pastore è privata: senza appuntamento trovate un cancello

La prima e la più importante. Se cercate Contigliano online, prima o poi vi comparirà l'immagine di una chiesa gotica senza tetto, con gli archi che reggono il cielo e l'erba dentro la navata, e sotto ci sarà scritto abbazia di San Pastore. È una fotografia magnetica e produce un effetto immediato: voglio andarci. Quello che quasi nessuno vi dice è che quella fotografia è vecchia. Dal 1988 l'abbazia è oggetto di un restauro privato, oggi quasi concluso, che le ha restituito le coperture e l'ha trasformata in una dimora storica per eventi, matrimoni, congressi, con camere e piscina. Non è un sito archeologico aperto: non ha biglietteria, non ha orari di apertura al pubblico, non ha un percorso di visita libero, e si entra solo dopo aver contattato i gestori. L'indirizzo, per di più, non è nemmeno Contigliano: la sede legale è a Greccio, in località Spinacceto, e la strada di accesso, via San Bernardo da Chiaravalle, è uno sterrato che parte dalla frazione di Spinacceto.

Questo significa tre cose molto concrete. La prima: prima di andarci bisogna telefonare o scrivere, con un certo anticipo, e chiedere se una visita è possibile, in che giorno e a che condizioni; nei fine settimana di primavera e d'estate la struttura è spesso occupata da cerimonie e la risposta può essere no. La seconda: se sul posto trovate il cancello chiuso, il cancello vale, e non è un invito a scavalcare. La terza: dove l'accesso è consentito, ci si comporta come in una casa privata che è anche un monumento, cioè con discrezione. Chi vuole comunque vedere la torre campanaria e la mole della chiesa può farlo dall'esterno, dalla strada per Greccio, e in una mattina di nebbia bassa quella sagoma che emerge dai pioppi vale il giro. Ma la navata a cielo aperto delle fotografie non esiste più, e a mio giudizio è una buona notizia.

Detto questo, l'abbazia merita di essere raccontata anche a chi non riuscisse a entrarvi, perché capire cosa fu spiega il territorio. L'architettura cistercense italiana ha regole ferree e riconoscibili: pianta a croce latina, coro quadrato, assenza quasi totale di decorazione figurata, capitelli lisci, luce come unico ornamento. San Pastore, secondo gli studiosi che l'hanno esaminata, è un esempio di taglio ancora arcaico, con volta a botte acuta sulla parte absidale, archi a tutto sesto nella sala capitolare e ogive a sezione retta: un gotico severo, francese di origine, che in Italia produce edifici di una bellezza matematica. Fossanova e Casamari nel Lazio meridionale sono i due esempi maggiori; San Pastore è il fratello minore dello stesso ceppo, e ha in più una storia di rinascita che i due grandi non hanno dovuto affrontare.

Il paese è doppio, e la parte che cercate non è quella dove vi porta la strada

La seconda cosa che nessuno dice riguarda la struttura insediativa, e produce più malintesi di qualsiasi altra. Contigliano è due paesi. C'è il borgo storico in quota, medievale, con la collegiata, le porte, i vicoli e il belvedere, e c'è l'abitato moderno disteso in basso lungo le direttrici di traffico e intorno alla stazione, dove si trovano molti dei servizi, le attività commerciali, le case degli ultimi decenni. Sono due entità distinte, e la vita quotidiana del comune si è spostata in gran parte verso il basso nel corso del Novecento, per la ragione elementare che il fondovalle è comodo, pianeggiante, collegato, e il borgo alto no.

Il malinteso è questo: i navigatori, i motori di ricerca e le indicazioni stradali generiche tendono a portare nel punto più accessibile, che è quello basso. Chi ci arriva vede una periferia agricola ordinata e senza qualità particolari, si guarda intorno, non trova nulla di quello che aveva letto, e conclude che il posto era sopravvalutato. Ho sentito raccontare questa scena più di una volta. La soluzione è banale: puntate esplicitamente sulla collegiata di San Michele Arcangelo o su Porta dei Santi, e assicuratevi che la strada salga. Se non state salendo, non state andando dove volete andare.

C'è però un secondo livello, meno pratico e più interessante. Il rapporto tra alto e basso non è solo logistico: è la sintesi visibile di una trasformazione storica. Il borgo in quota nasce quando la piana è pericolosa, acquitrinosa, malarica, esposta alle scorrerie, e vivere in alto è l'unica strategia razionale. Il paese basso nasce quando la piana diventa sicura e produttiva, cioè quando la bonifica è completa e la malaria è sconfitta, e allora la logica si rovescia: la ricchezza scende a valle, e chi resta in alto perde. Contigliano racconta questa inversione con una chiarezza da manuale, e chi la nota capisce in un colpo solo tutta la storia dell'insediamento appenninico italiano. È il motivo per cui vale la pena vedere entrambe le parti e non solo la più pittoresca.

Conseguenza pratica: il borgo alto fuori stagione è molto silenzioso. In un pomeriggio di gennaio potreste trovare i vicoli deserti, il bar chiuso, nessuno a cui chiedere informazioni. Non è un paese fantasma, ci vive gente ed è stato oggetto di recuperi e di ritorni, ma non è un centro turistico e non funziona con la continuità di apertura di un luogo pensato per i visitatori. Se vi serve mangiare, un bagno, o comprare qualcosa, mettete in conto di scendere. E se venite di lunedì, quando in molti paesi i pochi esercizi chiudono per turno, la probabilità di trovare tutto sbarrato aumenta.

La Cascata delle Marmore non è sempre accesa, e questo rovina molte giornate

La terza cosa è quella che manda a monte più escursioni in assoluto in tutta quest'area, e riguarda la meta che quasi tutti abbinano a una gita nel reatino. La Cascata delle Marmore è un'opera artificiale, lo abbiamo detto, e le sue acque sono utilizzate a scopo idroelettrico. Questo significa che il salto non è sempre in funzione: l'acqua viene rilasciata secondo orari stabiliti, che variano per stagione e per giorno della settimana, e fuori da quelle fasce il flusso è ridotto a un filo. Per dare un'idea concreta, il calendario ufficiale del parco per la seconda metà di settembre prevede il rilascio nei feriali dalle 11 alle 13 e dalle 15 alle 16, nei fine settimana dalle 11 alle 13 e dalle 15 alle 18; in ottobre, nei feriali, il rilascio pomeridiano è di un'ora sola. Chi arriva alle 14 di un martedì di ottobre si trova davanti a una parete di roccia bagnata invece che alla cascata artificiale più alta d'Europa.

Nessuno lo dice mai abbastanza forte, e ogni anno migliaia di persone fanno il viaggio a vuoto. La regola è semplice: prima di programmare la giornata si consulta il calendario degli orari sul sito ufficiale del parco, che avverte esplicitamente che gli orari possono cambiare e vanno ricontrollati a ridosso della visita, si compra il biglietto d'ingresso online dal rivenditore indicato dall'ente, e si costruisce l'itinerario intorno alla fascia di rilascio, non il contrario. Il momento dell'apertura, tra l'altro, è uno spettacolo a sé: si sente un boato, l'acqua arriva e in pochi secondi il salto passa da rigagnolo a cataratta, con la nube di spruzzi che sale e l'arcobaleno che si forma nelle giornate di sole. Vale la pena essere lì cinque minuti prima e vederla accendersi.

Aggiungo due informazioni che in molti scoprono solo sul posto. La prima: la cascata ha due belvederi, quello superiore e quello inferiore, collegati da un sentiero ripido con un dislivello importante e da una navetta; non è una passeggiata da sandali, e con il caldo la risalita si sente. La seconda: nel belvedere inferiore, vicino al salto, si viene bagnati sul serio dagli spruzzi, e questo è delizioso in luglio e sgradevole in novembre. Portate una giacca impermeabile leggera e proteggete la macchina fotografica. Dal punto di vista di Contigliano, la cascata dista una manciata di chilometri in linea d'aria oltre il crinale ma va raggiunta per strada, quindi calcolate i tempi reali e non quelli della mappa. Per chi legge in inglese, la guida di ItalyPlanner alla Cascata delle Marmore spiega bene il meccanismo degli orari.

Il clima della conca non è quello di Roma, e la piana ha le sue insidie

La quarta cosa riguarda il corpo e le aspettative meteorologiche, e la sbagliano soprattutto i romani, che tendono a considerare il reatino una specie di prolungamento della campagna della capitale. Non lo è. La conca reatina è un fondovalle chiuso a quote intorno ai quattrocento metri, circondato da montagne che superano i duemila, e ha un clima nettamente più continentale: inverni freddi con gelate frequenti, nebbie persistenti nel semestre freddo, estati calde e afose nel fondovalle per il ristagno d'aria, escursioni termiche giornaliere ampie. Contigliano è classificato in zona climatica E, la stessa di molte località di montagna. In una sera di aprile o di ottobre può fare parecchi gradi meno che a Roma, e chi è partito in maglietta lo scopre in cima al belvedere con il vento addosso.

Poi ci sono le zanzare. Lo dico senza giri di parole perché è una di quelle cose che nessuna brochure ammette: la Piana Reatina è terra bonificata, cioè terra che era palude, ed è tuttora percorsa da un fitto sistema di canali, fossi e specchi d'acqua residui. Nelle sere calde da giugno a settembre, nelle zone basse vicino all'acqua, le zanzare ci sono e sono numerose. Nel borgo alto la situazione è molto migliore perché c'è quota e c'è vento, ma se avete in programma una cena all'aperto in un agriturismo di fondovalle o una passeggiata serale lungo i laghi, il repellente non è un'esagerazione. È la stessa ragione per cui la malaria ha flagellato questa conca fino a tempi recenti, per cui i monaci di San Matteo scapparono nel 1234, ed è la ragione storica per cui i paesi sorgono tutti sui colli.

Terza insidia: le nebbie. Da ottobre a febbraio il fondovalle si riempie di nebbia con una frequenza notevole, e la nebbia della conca reatina non è foschia, è muro. Chi guida di notte o all'alba sulle provinciali della piana in quei mesi deve andare piano e usare i fendinebbia; le strade sono strette, i fossi ai lati sono profondi e le uscite di strada capitano. Per il fotografo, come dirò più avanti, quella nebbia è un regalo, ma va guardata da sopra e non attraversata di corsa. Se dormite in basso e volete l'alba in alto, calcolate tempi generosi.

Ultima nota climatica, positiva: proprio perché la conca è chiusa e alta, l'estate in quota è molto più vivibile che a Roma, e questo ha fatto della zona una meta di villeggiatura per generazioni di romani. La sera, dal belvedere, si respira. E il cielo notturno, con l'inquinamento luminoso contenuto e le montagne che schermano i bagliori delle città, è ancora buono: nelle notti d'agosto senza luna la Via Lattea si vede a occhio nudo. Nessuno lo mette nelle guide perché non è un monumento, ma è una delle cose migliori del posto.

Le distanze qui sono più lunghe di quanto sembrino, e i servizi vanno a stagione

La quinta cosa è la più banale e la più sottovalutata. Sulla carta la conca reatina è piccola: da Contigliano a Greccio, a Fonte Colombo, a Rieti, ai laghi, tutto rientra in un cerchio di venti chilometri. Nella realtà le strade sono provinciali di collina e di montagna, con tornanti, tratti stretti, attraversamenti di paesi, mezzi agricoli, e la velocità media reale è bassa. Un trasferimento che la mappa stima in venti minuti può richiederne trentacinque, e con quattro trasferimenti in giornata l'errore diventa due ore. Chi programma qui deve moltiplicare i tempi teorici almeno per uno e mezzo, e deve aggiungere i tempi morti: parcheggiare, salire a piedi, trovare aperto, aspettare.

C'è poi la questione dei servizi, che nei comuni piccoli seguono ritmi che i cittadini dimenticano. Bar e ristoranti chiudono per turno un giorno a settimana, spesso il lunedì. Molte cucine dei paesi servono in fasce orarie strette, e alle quattordici e trenta trovare da mangiare diventa complicato. I distributori di carburante nelle zone interne non sono ovunque e non sono tutti automatizzati: fare rifornimento prima di lasciare Rieti è una buona abitudine. Le farmacie hanno turni comunali. E gli uffici informazioni turistiche, dove esistono, hanno orari ridotti fuori stagione. Niente di drammatico, ma tutto da mettere in conto.

C'è infine un punto che riguarda le aspettative culturali, e lo dico con affetto per questo territorio: la Sabina reatina non è organizzata per il turismo di massa e non vuole esserlo. Non troverete pannelli multilingue a ogni angolo, audioguide, percorsi tematici segnalati con la cura di un parco a tema. Troverete una chiesa che apre quando c'è la messa, un'abbazia dietro un cancello, un borgo fantasma in fondo a uno sterrato, un belvedere senza chiosco, un bar dove qualcuno vi racconta una storia se gliela chiedete. Questa è la sostanza dell'esperienza. Chi arriva con le aspettative del circuito maggiore trova che manca tutto; chi arriva con la disponibilità a guardare trova che c'è tutto.

Il consiglio che ti do per visitare Contigliano (RI)

Il consiglio principale è uno solo e lo dico subito, prima di tutti gli altri: non arrivate a Contigliano nel mezzo della giornata. Arrivateci presto la mattina o nel tardo pomeriggio. Non è un vezzo da fotografi: è la differenza tra vedere un borgo carino e capire un territorio. A mezzogiorno la piana è schiacciata da una luce piatta, le montagne perdono rilievo, la foschia estiva impasta tutto e il belvedere restituisce un panorama generico. Nelle due ore dopo l'alba e nelle due prima del tramonto, invece, la luce arriva radente, i canali della bonifica si accendono come fili d'argento, i rilievi dei santuari escono dal fondo e la conca mostra la sua struttura. Contigliano è un paese che si guarda da dentro per venti minuti e si guarda da fuori per un'ora: la parte migliore della visita è quello che si vede stando fermi.

La sequenza giusta: belvedere, mura, collegiata, piana

Il secondo consiglio è di ordine logistico e riguarda la sequenza. Fate le cose in quest'ordine: prima il belvedere, poi il giro delle mura con le due porte, poi la collegiata, poi la piana. Sembra pedante ma ha una ragione. Se salite al belvedere per primo, avete davanti la mappa fisica di tutto quello che vedrete dopo: da lì si individuano Rieti, la direzione della cascata, i versanti dei santuari, il profilo del Terminillo, la pista dell'aeroporto, i laghi. Vi costruite il quadro. Poi scendete nei vicoli e il borgo smette di essere un labirinto e diventa una posizione: capite perché è lì e non altrove, perché le case sono serrate, perché le porte sono due e guardano in direzioni opposte. Poi entrate in chiesa e l'edificio barocco smette di essere un capriccio e diventa la dichiarazione di importanza di una comunità che controllava un pezzo di quella piana. Infine scendete nel fondovalle, magari in bicicletta lungo la ciclovia, e camminate su ciò che avete guardato dall'alto. La comprensione si costruisce così, dall'alto verso il basso: se fate il contrario, restano nozioni sparse.

Una cosa sola in più, non quattro

Terzo consiglio: dedicategli almeno mezza giornata vera, e abbinatelo a una cosa sola, non a quattro. Il difetto più frequente di chi viene nel reatino da Roma è l'ingordigia: si parte alle otto, si mettono in programma Greccio, Fonte Colombo, Rieti, Contigliano e la Cascata delle Marmore, e alle sette di sera si torna a casa con un mal di testa e nessun ricordo distinto. Le distanze sembrano brevi sulla mappa, ma qui le strade sono provinciali di montagna e di collina, e i tempi reali sono sempre superiori a quelli previsti. Il mio abbinamento preferito, se avete una giornata sola, è Contigliano più i laghi della riserva, oppure Contigliano più un santuario, oppure Contigliano più Rieti, oppure, per chi ama i luoghi abbandonati, Contigliano più Reopasto. Tre cose sono già troppe.

Scarpe, giacca e sanpietrini

Quarto consiglio, sulle scarpe e sul corpo: il borgo alto è fatto di salite, gradini irregolari, selciato antico e vicoli in pendenza. Non è faticoso in senso assoluto, non è un'ascensione, ma richiede appoggi stabili. Scarpe da ginnastica con suola scolpita vanno benissimo, sandali e infradito no, tacchi mai. Se piove, o se ha piovuto nelle ore precedenti, i sanpietrini lucidati da secoli di passaggio diventano scivolosi in modo insidioso, specialmente nei tratti in discesa che restano in ombra. Portate una giacca antivento: il belvedere è esposto e la conca reatina, a quattrocento metri di quota media con montagne di duemila metri intorno, ha un clima molto più continentale di quello che i romani si aspettano. In una sera di aprile può fare dieci gradi meno che a Roma.

Gli orari della collegiata di Contigliano si chiedono in parrocchia

Quinto consiglio, e per me è quello che cambia di più la giornata: informatevi prima sugli orari di apertura della chiesa. Nei borghi di questa dimensione le chiese non sono aperte con continuità: aprono per le funzioni, la mattina presto e nel tardo pomeriggio, e restano chiuse nelle ore centrali. Non c'è un custode fisso, non c'è biglietteria, non c'è un sito con un calendario aggiornato al minuto. Il modo corretto di procedere è chiedere alla parrocchia di San Michele Arcangelo, che fa parte della zona pastorale del Montepiano Reatino della diocesi di Rieti, oppure calibrare l'arrivo sull'orario di una messa feriale o festiva. Trovare la collegiata chiusa dopo aver fatto novanta chilometri è una delusione evitabile con una telefonata. Lo stesso vale per qualunque struttura del territorio: la Sabina reatina funziona con ritmi paesani, e chi si adegua a quei ritmi ottiene molto di più di chi pretende gli orari della città.

Mangiate qui, non a Roma di ritorno

Sesto consiglio, gastronomico. La cucina della conca reatina è una cucina di terra grassa e di montagna vicina, e ha alcune specialità che meritano davvero. Gli stringozzi, pasta lunga di acqua e farina tirata a mano, si condiscono con sughi semplici e robusti. I fagioli del reatino, in particolare quelli coltivati nelle terre umide della piana, sono un prodotto d'eccellenza: cotti in umido, in zuppa, con le cotiche. La trota, allevata nelle acque sorgive e nei canali della piana, è un piatto locale a tutti gli effetti, e in questa zona ha una storia che risale alla ricchezza ittica del vecchio lago. L'olio della Sabina è uno degli oli più antichi e più premiati d'Italia, con una tradizione olivicola che nella parte tiberina della provincia raggiunge livelli altissimi. E poi ci sono i tartufi dei boschi circostanti, la carne degli allevamenti locali, i pecorini. Una trattoria di paese qui vale più di molti ristoranti quotati della capitale, e costa una frazione.

Parlate con le persone

Settimo consiglio: parlate con le persone. Lo dico in tutte le mie guide sui borghi ed è sempre vero, ma qui lo è in modo particolare, perché Contigliano non ha un apparato di accoglienza strutturato e quindi tutto quello che imparerete oltre le targhe ve lo dirà qualcuno al bar. Le informazioni su dove si vede meglio il tramonto, se l'abbazia riceve in questo periodo, quando c'è la festa, dove si mangia bene senza prenotare, quale strada è chiusa per lavori, girano oralmente. Basta ordinare un caffè e fare una domanda. Nella Sabina la gente risponde volentieri e con precisione, e spesso vi aggiunge qualcosa che non avevate chiesto.

Dormite in zona, almeno una notte

Ottavo consiglio, per chi ha più tempo: dormite in zona. Contigliano e i comuni intorno hanno agriturismi e piccole strutture in casali di campagna, e la differenza tra una gita e un soggiorno qui è enorme. Le due cose più belle della conca reatina, l'alba con la nebbia bassa che lascia emergere solo i borghi e il cielo notturno ancora buio in modo decente, non si vedono in gita giornaliera. Se pernottate, mettete in programma una levataccia di ottobre o novembre con il termos di caffè e il belvedere: il mare di nebbia sulla piana con le montagne che galleggiano è una delle immagini più potenti che il Lazio sappia produrre, ed è totalmente gratuita.

Feste, sagre e Natale nella Valle Santa

Nono consiglio, sulle stagioni e sugli eventi. La festa patronale di San Michele Arcangelo, il 29 settembre, quella di Sant'Antonio di Padova il 13 giugno, la Madonna del Rosario il 7 ottobre, la processione e la rappresentazione sacra del Venerdì Santo, le sagre estive e le celebrazioni del calendario francescano cambiano completamente l'esperienza del borgo. In un giorno di festa il paese si riempie, i vicoli si accendono, apre tutto, la comunità esce di casa. In un pomeriggio di febbraio, invece, potreste incontrare tre persone in un'ora. Nessuna delle due esperienze è sbagliata, ma sono diversissime, e conviene sapere quale si sta scegliendo. Chi cerca il silenzio e la fotografia vada fuori stagione; chi cerca la vita del borgo punti su un fine settimana estivo o su una ricorrenza. Il Natale, con la vicinanza di Greccio e la tradizione presepiale che coinvolge tutta la Valle Santa, è un periodo particolarissimo: la conca si riempie di presepi viventi e di rievocazioni, e la temperatura scende parecchio ma l'atmosfera compensa.

Venite per capire una conca, non per spuntare un monumento

Decimo e ultimo consiglio, il più importante in termini di aspettative: venite qui sapendo che Contigliano non è una destinazione spettacolare in senso convenzionale. Non ha un castello famoso, non ha un museo che fa notizia, non ha una piazza da cartolina riconoscibile. Quello che ha è una posizione, e la posizione è tutto: è il punto da cui si legge un territorio che ha ventitré secoli di ingegneria idraulica alle spalle, un pezzo di storia francescana, una geologia che produce alianti e nebbie, un'abbazia gotica risorta e un borgo fantasma nel bosco. Se arrivate con l'idea di spuntare un monumento, ve ne andrete indifferenti. Se arrivate con l'idea di capire una conca, vi resta addosso per anni. Chi vuole un supporto professionale per costruire questo tipo di percorso, con una guida che il territorio lo conosce davvero e un'organizzazione su misura per piccoli gruppi, può guardare le esperienze private di TourLeaderPro, che coprono anche le giornate in Sabina: la differenza tra vedere e capire, in posti come questo, la fa quasi sempre chi racconta.

La visita di Contigliano (RI) luogo per luogo

Il giro del borgo alto si fa a piedi in un'ora e mezza se ci si ferma a guardare, e in venti minuti se non ci si ferma, il che sarebbe un peccato. Lo racconto nell'ordine in cui lo faccio con i gruppi: si entra da una porta, si sale alla collegiata, si esce dall'altra, e poi si scende ai luoghi della piana e dei monti che completano il territorio comunale.

Contigliano (RI)
Contigliano (RI)

Porta dei Santi e Porta Codarda: le due porte delle mura di Contigliano

Il borgo è cinto in buona parte da mura difensive medievali, e nella cinta si aprono due porte. Porta dei Santi guarda a sud-ovest, verso i Monti Sabini e la strada per Poggio Mirteto, e conserva il portale ligneo originale: fermatevi a guardare le ante, il legno consumato, i chiodi, perché è un oggetto che nella maggior parte dei borghi laziali è sparito da secoli. Porta Codarda si apre a nord-est, verso la piana e Rieti. Le due porte guardano in direzioni opposte, una verso la montagna e una verso la piana, e questo dice quale fosse la doppia economia del paese: il bosco e la pastorizia da un lato, i campi bonificati e la città dall'altro. Dove le mura si interrompono, sono le case stesse, serrate l'una all'altra senza spazi, a chiudere il perimetro: è la cortina di abitazioni che dà al borgo, visto dal basso, l'aspetto di una muraglia. La seconda cinta, quella ampliata nel 1561, inglobò le case cresciute fuori dalla prima: se guardate con attenzione, in alcuni tratti si legge la differenza fra la muratura più antica e quella cinquecentesca.

I vicoli, le scalette e i palazzi cinquecenteschi

Entrati, il borgo si presenta come un sistema di viuzze e gradinate che salgono con un alternarsi di archi e di scalette verso la parte alta. Non c'è una via principale in senso moderno: c'è una spirale. I palazzi cinquecenteschi e seicenteschi, con i portali in pietra, le finestre incorniciate e gli stemmi consumati, danno all'insieme un aspetto statuario e austero, molto diverso dal pittoresco disordinato di altri borghi appenninici. È un paese che ha avuto soldi tra il Cinquecento e il Settecento e li ha messi nelle facciate. Cercate gli archi che scavalcano i vicoli, le porte antiche con gli architravi in pietra, i muri in cui si leggono le stratificazioni di secoli diversi, con blocchi riusati, tamponature, finestre murate. Ogni finestra murata è una famiglia che se n'è andata o un'imposta sulle aperture che qualcuno ha voluto risparmiare: la storia sociale del paese è scritta nei muri.

La collegiata di San Michele Arcangelo: la facciata e il campanile

In cima si apre la piazza, e sulla piazza incombe la collegiata. La facciata a salienti, in pietra non intonacata, è rivolta a nord-ovest ed è divisa da una cornice marcapiano in due registri: in basso il portale, in alto una finestra rettangolare affiancata da volute e coronata dal timpano triangolare. È un disegno tardobarocco di grande sobrietà, tutto giocato sulla massa e sulla proporzione, senza statue né decorazioni ridondanti: l'effetto lo fa la pietra nuda, e in questo la chiesa è più vicina alla tradizione umbra che a quella romana. Il progetto è attribuito a Giovanni Antonio De Rossi, l'architetto romano del pieno Seicento autore di palazzo Altieri e della cappella Lancellotti in San Giovanni in Laterano: un nome grosso per un borgo di collina, e un'attribuzione che va presa come tale, perché De Rossi morì nel 1695 e il cantiere durò fino al 1747. Il campanile annesso, a base quadrata, ha una cella con una monofora per lato ed è coperto da un tetto a quattro falde: è la torre che si vede da tutta la piana.

L'interno della collegiata di Contigliano: navata, cappelle e altare maggiore

L'interno è a navata unica, con volta a botte, lesene che sostengono il cornicione e cappelle laterali che si aprono sui due lati; in fondo il presbiterio chiuso dall'abside semicircolare. Gli stucchi bianchi con lumeggiature dorate verso l'abside danno la luminosità tipica delle chiese settecentesche dell'Italia centrale. Le cappelle laterali, tre per lato secondo la descrizione più diffusa, portano gli stemmi delle famiglie donatrici che finanziarono la costruzione: leggere quegli stemmi significa leggere la classe dirigente di Contigliano tra il 1683 e il 1747. L'altare maggiore, in marmi policromi, ospita la pala con San Michele Arcangelo di Filippo Zucchetti, pittore reatino attivo nei primi decenni del Settecento, che qui rappresenta il tema dell'ordine che sconfigge il caos. Tra i dipinti che le fonti locali attribuiscono alla chiesa ci sono un Arcangelo Gabriele dello stesso Zucchetti datato 1710, una tela con San Vincenzo Ferreri di Onofrio Avellino, pittore napoletano allievo di Solimena, che secondo la tradizione raffigura l'intercessione del santo per liberare il paese dai lupi (le fonti oscillano tra il 1707 e il 1724 per la data), e una Caduta di Simon Mago di Francesco Ricci del 1764. La storia dei lupi non è folclore: fino all'Ottocento i lupi dei Monti Sabini scendevano d'inverno fino alle porte del paese, e una pala votiva che li scaccia dice di un'epoca in cui il bosco era una minaccia e non un panorama.

L'organo dei Fedeli e il coro di Venanzio di Nanzio

L'oggetto più prezioso della collegiata è l'organo, costruito nel 1748 da Adriano e Ranuzio Fedeli, con tastiera in ebano e avorio, collocato in una cassa lignea intagliata; i Fedeli erano una famiglia di organari di Camerino che lavorò per generazioni tra Marche, Umbria e Lazio, e i loro strumenti superstiti sono considerati tra i migliori esempi dell'organaria italiana del Settecento. Accanto, il coro ligneo intagliato da Venanzio di Nanzio da Pescocostanzo, il paese abruzzese che tra Seicento e Settecento esportò intagliatori in tutta l'Italia centrale. Guardate gli stalli da vicino: la qualità dell'intaglio è di livello più alto di quanto ci si aspetterebbe, e la coerenza tra cassa dell'organo e coro suggerisce una regia unica dell'arredo. Se avete la fortuna di sentire l'organo, restate: l'acustica della navata a botte è fatta per quello strumento.

La chiesa inferiore e la cripta decorata da Nicola Gennaro

Sotto la collegiata, con accesso dalla parte della Porta dei Santi, si trova la chiesa inferiore, più sobria, che servì da parrocchiale dal 1705 mentre sopra i lavori continuavano: per quarant'anni la comunità ha pregato nel seminterrato di una chiesa in costruzione, e questo dice della determinazione con cui il cantiere fu portato avanti. La cripta fu decorata nel 1750 da Nicola Gennaro, tre anni dopo la consacrazione della chiesa superiore. È un ambiente che spesso resta chiuso, e vale la pena chiedere in parrocchia se sia possibile vederlo: il contrasto tra la sobrietà di sotto e la macchina barocca di sopra è il modo migliore per capire quanto la chiesa alta fosse voluta come spettacolo.

Il belvedere di Contigliano sulla Piana Reatina

Dalla parte alta del borgo l'affaccio sulla piana è il vero monumento del paese. Da qui si legge tutto: il fondo dell'antico lago con i canali dritti, il Velino, la pista dell'aeroporto, Rieti con il suo campanile, i versanti dei santuari francescani sul lato opposto, Cantalice aggrappato alla roccia, la mole del Terminillo a est e, a nord, la direzione dei laghi Lungo e Ripasottile. Con un binocolo si distinguono gli alianti in decollo e i profili dei paesi. È il posto dove fermarsi almeno mezz'ora, e dove tornare al tramonto. Non c'è chiosco, non c'è tavola panoramica: c'è il paesaggio e basta, e a me pare la formula giusta.

La chiesa di Sant'Antonio di Padova fuori Porta dei Santi

Appena fuori da Porta dei Santi si trova la chiesa di Sant'Antonio di Padova, edificata nel 1734, quando la collegiata era ancora un cantiere. L'esterno è di gusto neoclassico, l'interno barocco, e sull'altare maggiore c'è la tela con Sant'Antonio in preghiera davanti a Gesù Bambino di Girolamo Troppa, il pittore di Rocchette in Sabina attivo tra Roma e la provincia nella seconda metà del Seicento e nei primi anni del Settecento, uno dei nomi più interessanti della pittura sabina di quel periodo. La festa del santo, il 13 giugno, è una delle tre ricorrenze principali della parrocchia. È una chiesa che si apre di rado; se la trovate aperta entrate, perché la tela di Troppa da sola giustifica la sosta.

I ruderi di San Giovanni e di San Lorenzo

Nella zona nord del centro storico si trovano i resti della ex chiesa di San Giovanni, scoperchiata, di cui restano la facciata e qualche avanzo di affresco molto rovinato. È la chiesa che il paese si è lasciato alle spalle quando ha costruito la collegiata, e la sua condizione racconta con onestà cosa succede a un edificio sacro quando la comunità ne sceglie un altro. Fuori dal paese, in aperta campagna, sorgono i ruderi della chiesa di San Lorenzo, considerata il luogo più antico del territorio comunale: qui va cercata la Contigliano precedente all'incastellamento, quella dei fondi sparsi e delle chiese rurali che precedono il borgo murato. Sono due luoghi per chi ama le stratificazioni, non per chi cerca il monumento finito, e vanno visti con rispetto perché le murature non sono messe in sicurezza.

La stazione di Contigliano e la parte bassa del paese

Scendendo dal borgo si arriva all'abitato moderno e alla stazione ferroviaria, a circa un chilometro e mezzo dal centro storico. Il fabbricato viaggiatori del 1883 porta sulla facciata la targa che ricorda la tragedia del 3 ottobre 1936 e la squadra dell'Aquila. È una sosta di cinque minuti, ma è una delle poche stazioni italiane che sono anche un luogo di memoria sportiva, e ogni anno, il 3 ottobre, i tifosi aquilani vengono qui a deporre fiori. Intorno, la parte bassa di Contigliano è un paese di pianura con i servizi, i negozi, il traffico di attraversamento: non ha attrattive monumentali, ma è il posto dove si mangia, si fa benzina e si compra il pane.

Terria e il castello trasformato da Valadier

Nella frazione di Terria, a 387 metri, si trova il cosiddetto castello di Terria, oggi villa Varano. L'edificio fu forse in origine una residenza rurale del Quattrocento, trasformata in villa nel Seicento dalla famiglia Vincentini, la stessa famiglia del vescovo Ippolito Vicentini che nel 1683 benedisse la prima pietra della collegiata. Nell'Ottocento l'architetto Giuseppe Valadier, l'autore di piazza del Popolo a Roma, lo ristrutturò per il conte Giacinto Vincenti Mareri e fece costruire la collina artificiale su cui sorge, per proteggerlo dalle piene del Velino: un dettaglio che dice più di mille pagine su quanto la piana fosse ancora pericolosa nel primo Ottocento. Nel Novecento la proprietà passò alla famiglia Varano. È una residenza privata e si guarda dall'esterno; ma sapere che Valadier ha lavorato in una frazione di Contigliano per difendere una villa dall'acqua è una di quelle informazioni che cambiano lo sguardo sulla piana.

Collebaccaro, Mattia Battistini e il Conservatorio

A Collebaccaro, un'altra frazione, il baritono Mattia Battistini, una delle voci più celebri dell'opera italiana tra Ottocento e Novecento, ebbe un possedimento, e oggi quell'immobile ospita una sede distaccata del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Un conservatorio in una frazione di tremilaseicento abitanti è un'anomalia bellissima, e in certi periodi dell'anno l'attività didattica produce concerti e saggi aperti al pubblico: vale la pena informarsi.

Montisola, l'isola che non c'è più

Montisola è la frazione che porta nel nome la sua storia: un colle di 434 metri che, fino alle bonifiche del periodo fascista, era circondato dall'acqua, e che tremila anni prima ospitava il villaggio lacustre identificato con Issa degli Aborigeni. Oggi è un'altura in mezzo ai campi. Non c'è un sito archeologico attrezzato, e chi ci va trova una collina e una vista; ma è il posto giusto per capire, con i piedi, che cosa fosse il Lacus Velinus, e per immaginare le palafitte dove oggi crescono i pioppi.

Borgo abbandonato di Reopasto (o Repasto), Contigliano (RI)
Borgo abbandonato di Reopasto (o Repasto), Contigliano (RI)

Reopasto, il borgo fantasma di Contigliano sui Monti Sabini

Il luogo più singolare del territorio comunale è Reopasto, chiamato anche Repasto, una frazione abbandonata tra le boscaglie dei Monti Sabini, poco distante dalla strada provinciale 1, che porta il suo nome. Il borgo ha origini altomedievali, del decimo secolo, e si sviluppò intorno a un castello fondato dai Conti dei Marsi, la grande famiglia comitale che dominava l'Abruzzo interno e la Sabina, e da questi ceduto nel 1069 al monastero di Farfa. Per secoli fu un paese come gli altri, con la sua chiesa e le sue famiglie. Negli anni Sessanta del Novecento era ancora abitato da una ventina di famiglie, che nel corso del decennio lo lasciarono una dopo l'altra per i centri vicini e per la città: la stessa emigrazione che ha svuotato l'Appennino, qui è arrivata fino in fondo.

Oggi Reopasto è una città fantasma in miniatura. Si vedono ancora la chiesa settecentesca di Sant'Andrea, priva di arredi, un edificio signorile depredato con tracce di pitture rovinate, le case con i tetti sfondati e la vegetazione che entra dalle finestre. Si raggiunge dalla SP 1, tra Limiti di Greccio e Piè di Moggio: superate le Chiuse di Reopasto, dopo circa un chilometro una strada sterrata sulla destra porta in due o trecento metri al borgo. L'accesso è libero, ma gli edifici sono pericolanti e non bisogna avvicinarsi troppo alle strutture, né entrare nelle case. È una visita di mezz'ora, silenziosa, che consiglio a chi vuole capire cosa significhi davvero lo spopolamento e a chi fotografa; la sconsiglio con bambini piccoli e dopo la pioggia. È il contrario esatto di San Pastore: là un monumento che è stato salvato, qua un paese che nessuno ha salvato. Vederli nello stesso giorno è una lezione sulla sorte dei luoghi.

Abbazia cistercense di San Pastore, Contigliano (RI)
Abbazia cistercense di San Pastore, Contigliano (RI)

L'abbazia di San Pastore ambiente per ambiente

L'abbazia si sviluppa attorno al chiostro, nella forma ripristinata nel 1638 dai Canonici Lateranensi, e comprende la chiesa, l'aula capitolare, il parlatorio, la sacrestia e l'appartamento dell'abate; verso est un piccolo appartamento barocco fu costruito nel 1686 dal cardinale Fulvio Astalli. La chiesa non ha una vera facciata: gli accessi principali sono sui fianchi nord e sud, secondo una soluzione che nei complessi cistercensi privilegia il collegamento con il chiostro rispetto alla presenza sulla strada. La pianta è a croce latina, divisa in tre navate da pilastri quadrangolari, ciascuna coperta in origine da cinque campate a sesto tondo, delle quali sono sopravvissute quelle della navata destra. Il transetto ha grande sviluppo, secondo la tradizione cistercense di separare lo spazio dei monaci da quello dei fedeli, e il coro è quadrato, fiancheggiato dalle uniche cappelle della chiesa. La chiesa conteneva un dipinto cinquecentesco della Crocifissione con la Maddalena, la Vergine, San Tommaso, San Giovanni Evangelista e San Matteo, che lo storico reatino Sacchetti Sassetti attribuiva ai fratelli veronesi Lorenzo e Bartolomeo Torresani e Palmegiani avvicinava alla scuola umbro-romana; fu trasferito dai Potenziani in una cappella di loro proprietà. All'inizio del Novecento Giuseppe Colarieti Tosti restaurò gli affreschi rimasti.

L'aula capitolare è l'ambiente più bello: vi si accede da una porta a sesto acuto, ha due bifore e un soffitto a grandi volte a crociera che poggiano su mensole invece che su contropilastri, con tracce di affreschi votivi del Trecento. L'appartamento dell'abate, in origine dormitorio dei monaci, fu trasformato nel 1534 dal cardinale Agostino Spinola, abate commendatario dal 1518 al 1537, in residenza personale, decorata con festoni e scene gioiose; ne restano porte con architrave in pietra e resti di affreschi ornamentali, mentre un prezioso camino è stato trafugato durante l'abbandono. La torre campanaria, sul retro della chiesa, domina la piana e aveva anche funzione di osservazione e difesa: la campana maggiore, del 1292, porta il nome del fonditore Dominicus Urbevetanus. Nel Cinquecento le reliquie di san Balduino, il primo abate, furono portate nella cattedrale di Rieti. Tutto questo si vede solo su appuntamento, e in occasione di aperture straordinarie come le giornate delle dimore storiche: chi ha la possibilità di entrarci ricordi che ha davanti l'unica abbazia cistercense della conca reatina, e una delle poche in Italia che hanno riavuto il tetto.

Chiesa dell'Abbazia cistercense di San Pastore, Contigliano (RI)
Chiesa dell'Abbazia cistercense di San Pastore, Contigliano (RI)

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: Contigliano è stata umbra per tutta la storia unitaria fino al 1923, e per diciotto anni, dal 1928 al 1946, non è stata nemmeno un comune. Lo sanno tutti in paese e lo sa chiunque abbia studiato la geografia amministrativa del Lazio, ma nelle pagine turistiche non compare mai, e invece spiega Contigliano meglio di qualunque descrizione della collegiata. Fino al 1923 il circondario di Rieti apparteneva alla provincia di Perugia: la conca reatina, la Valle Santa, il Terminillo erano Umbria, e la Sabina propriamente detta finiva molto prima. Nel 1923 il governo staccò il circondario e lo assegnò alla provincia di Roma, quindi al Lazio; nel 1927 nacque la provincia di Rieti e Contigliano vi entrò; nel 1928, nella campagna fascista di accorpamento dei piccoli comuni, fu aggregato al comune di Rieti, e solo nel 1946, con la Repubblica, tornò autonomo.

Perché conta? Perché la cucina, l'accento, le devozioni, la struttura dei paesi e perfino la ferrovia di questa conca guardano a Terni e a Spoleto molto più che a Roma. La linea ferroviaria che serve Contigliano è la Terni-Rieti-L'Aquila-Sulmona, non una linea romana; fino ai primi anni Duemila da Contigliano si arrivava a Perugia con un treno diretto da L'Aquila a Perugia Sant'Anna, oggi soppresso. Gli stringozzi sono umbri, i fagioli sono umbri, l'olio della Sabina è un'altra cosa rispetto all'olio del reatino. Quando i romani salgono qui e trovano un clima diverso, orari diversi e una parlata diversa, la spiegazione è semplice: sono in una terra che è stata Umbria fino a un secolo fa e che il Lazio ha ricevuto in dote insieme alla provincia più giovane della regione.

C'è un secondo fatto risaputo e poco citato, che riguarda l'aria. I campionati del mondo di volo a vela si sono disputati due volte sull'aeroporto di Rieti, nel 1985 e nel 2008, più gli europei del 1982, del 1994 e del 2015 e il mondiale juniores del 2007: la conca che si guarda dal belvedere di Contigliano è, per la comunità internazionale dei veleggiatori, uno dei nomi più conosciuti al mondo, alla pari di siti alpini e australiani. Chiedete a un pilota di aliante tedesco o polacco se conosce Rieti: la risposta è sì, e con un certo entusiasmo. Chiedete a un romano: la risposta è no. È una di quelle notorietà asimmetriche che dicono molto su come un territorio venga percepito da fuori e ignorato da vicino.

E c'è un terzo fatto, cinematografico, per chi ama le curiosità leggere: nel territorio comunale di Contigliano sono state girate alcune scene del film Il vegetale, del 2018, con Fabio Rovazzi. Non è un titolo che cambierà la storia del cinema, ma è la prova che la piana, con le sue luci e i suoi casali, funziona anche come set. Prima di lui la conca reatina aveva già attirato pittori, disegnatori e viaggiatori dell'Ottocento diretti alla Cascata delle Marmore: la macchina da presa è solo l'ultimo strumento con cui qualcuno ha provato a fissare questo paesaggio.

La foto giusta da fare a Contigliano (RI)

La foto giusta a Contigliano non è la chiesa. Lo dico subito perché l'istinto porta tutti nella stessa direzione: si arriva, si vede la facciata di pietra che incombe sulla piazza, si tira fuori il telefono e si scatta. Il risultato è quasi sempre deludente, per una ragione tecnica precisa: lo spazio davanti alla collegiata è stretto, non permette di arretrare abbastanza, e l'obiettivo del telefono deforma le verticali facendo cadere all'indietro l'edificio. Ne viene fuori una facciata storta, con il cielo bruciato in alto e il selciato in primo piano. La chiesa va fotografata, certo, ma non è quella l'immagine che vi portate a casa.

Le due inquadrature che raccontano Contigliano

La foto giusta è il borgo alto visto dal basso, con la piana davanti, oppure, versione simmetrica e altrettanto valida, la piana vista dal borgo alto, con un pezzo di paese in primo piano. Sono le due inquadrature che raccontano l'unica cosa che conta di questo posto: il rapporto tra il colle e il fondovalle, tra la pietra e l'acqua bonificata, tra la posizione difensiva e la terra conquistata all'acqua. Se una foto sola deve dire cos'è Contigliano, deve contenere entrambe le cose.

Cominciamo dalla prima. Scendendo verso il fondovalle lungo la strada che collega il borgo alto alla parte bassa, e proseguendo nelle stradine di campagna della piana o lungo la ciclovia, ci si allontana quanto basta per vedere il paese di profilo, appoggiato sul suo colle, con il campanile che spunta sopra le case e la cortina delle abitazioni che forma una specie di muraglia. Il momento giusto è il tardo pomeriggio, quando il sole viene da ovest e illumina il fronte del paese di luce calda; in quel momento le case, che sono di pietra e intonaco chiaro, prendono un colore dorato che le stacca dal verde dei campi e dal blu delle montagne dietro. Se in primo piano riuscite a mettere un elemento della bonifica, un canale, una fila di pioppi, un fosso, un filare, la foto acquista profondità e racconta la storia intera. Con un teleobiettivo moderato, o con lo zoom del telefono usato senza esagerare, si comprime la prospettiva e si fa sembrare il Terminillo più vicino di quanto sia: è un effetto che qui funziona benissimo, perché restituisce la sensazione reale di una conca chiusa dalle montagne.

La seconda inquadratura si fa dal belvedere del borgo alto ed è quella che ho in testa quando penso a Contigliano. La regola per non sbagliarla è una sola: non fotografate solo il panorama. Una piana verde con montagne sullo sfondo, senza nulla in primo piano, è un'immagine piatta e anonima che potrebbe essere ovunque in Italia. Serve un'ancora: un angolo di muro, un parapetto, un arco, un tetto di coppi, un lampione di ferro, un ramo. Mettete l'elemento architettonico su un lato o nell'angolo basso del fotogramma, lasciate che occupi un quarto dell'inquadratura, e il paesaggio dietro smetterà di galleggiare. È la differenza tra una cartolina generica e una fotografia che ha un luogo.

La luce dell'alba, la nebbia e il tramonto sulla Piana Reatina

Sulla luce: la piana è orientata in modo tale che le mattine presto siano straordinarie per la nitidezza e i tardi pomeriggi per il colore. All'alba, soprattutto in autunno e in inverno, la nebbia si raccoglie sul fondovalle e lascia emergere i rilievi: si ottiene quel tipo di immagine, molto ricercata, in cui i borghi e le montagne sembrano isole su un mare bianco. È un fenomeno frequente da ottobre a gennaio nelle giornate di alta pressione dopo una notte fredda e umida, e a Contigliano si vede particolarmente bene perché il paese è abbastanza alto da restare sopra la nebbia. Se avete la possibilità di dormire in zona, quella è la ragione numero uno per farlo. La finestra utile è breve, tra la prima luce e le nove del mattino: dopo, il sole scioglie tutto.

Al tramonto lo scenario cambia. Il sole cala dietro i rilievi occidentali, verso la Valnerina e le Marmore, e la luce arriva radente sulla piana da dietro le spalle di chi guarda dal belvedere. In quel momento i canali riflettono il cielo e diventano linee luminose in mezzo al verde, i versanti dei santuari francescani sul lato opposto della conca si accendono e il Terminillo prende una tonalità rosata che dura pochi minuti. È l'ora in cui la fotografia si fa da sola, ma bisogna essere già sul posto: la finestra utile è di dodici o quindici minuti, e chi sale in quel momento arriva quando è finita.

La foto rara: un aliante sopra il campanile di Contigliano

C'è poi la foto speciale, quella che pochissimi hanno: l'aliante. Nelle giornate di volo, e sono molte da aprile a settembre, gli alianti salgono in spirale sopra la piana e passano a quote diverse. Riuscire a inquadrare uno di questi profili bianchi sopra il paesaggio della conca, magari con il campanile della collegiata in primo piano, è una fotografia che nessun altro ha, perché richiede pazienza e la fortuna del momento. Serve un teleobiettivo o almeno uno zoom decente, serve un tempo di posa breve e serve saper aspettare. Se ci riuscite avete in un'immagine sola la storia idraulica, quella architettonica e quella aeronautica di questo territorio. Le altre due fotografie non convenzionali del territorio sono la torre campanaria di San Pastore che emerge dai pioppi in una mattina di nebbia, vista dalla strada per Greccio, e la facciata della chiesa di Sant'Andrea a Reopasto con il bosco che la sta inghiottendo: due immagini dell'abbandono e della rinascita che stanno bene in sequenza.

Consigli tecnici per il telefono e per i vicoli

Un consiglio tecnico sul telefono, perché la maggior parte di voi fotograferà con quello. Nei paesaggi ad alto contrasto, piana in ombra e cielo luminoso, oppure controluce del tramonto, il telefono tende a bruciare le alte luci o a impastare le ombre. La soluzione è toccare lo schermo su un punto intermedio, non sul cielo e non sull'ombra profonda, e poi ridurre leggermente l'esposizione con il cursore che compare accanto al riquadro di messa a fuoco. Un fotogramma leggermente sottoesposto si recupera; uno con il cielo bruciato no. E disattivate il grandangolo estremo se fotografate architettura: è comodo nei vicoli stretti ma distorce i muri in modo evidente.

Dentro il borgo, le fotografie migliori non sono i monumenti ma i dettagli e le prospettive. I vicoli in salita che si avvitano, con la scalinata che gira e sparisce; gli archi che scavalcano la strada; il portale ligneo di Porta dei Santi; le porte antiche con gli architravi in pietra; i muri in cui si leggono le stratificazioni. Cercate i controluce nei passaggi coperti: un vicolo scuro che si apre su un rettangolo di luce con la piana sullo sfondo è un'immagine che funziona sempre. E cercate le inquadrature verticali, perché il borgo è costruito in altezza e il formato orizzontale non lo rende.

Ultima raccomandazione, che è di educazione prima che di tecnica: nei borghi piccoli le case sono case, non scenografie. Le finestre affacciano su vicoli larghi due metri e la gente ci vive. Evitate di puntare l'obiettivo dentro gli usci aperti, chiedete prima di fotografare le persone, e non trasformate una domenica di paese in un set. Vale ovunque, ma nei paesi dove i turisti sono pochi vale doppio. Se poi volete l'altra faccia della stessa conca, il paese arrampicato sulla roccia da fotografare in controluce, fate un salto a Cantalice, dall'altra parte della piana: la sua silhouette al tramonto è fra le più fotogeniche del Lazio, e messa in sequenza con Contigliano racconta la conca da entrambi i lati.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Metto in fila le date che contano, perché in un territorio come questo la cronologia è più eloquente di qualunque aggettivo. Sono avvenimenti documentati, distinti da quelli che appartengono alla tradizione, e chi li tiene a mente mentre gira per il borgo vede un paese diverso.

271 avanti Cristo: il taglio di Marmore prosciuga il lago sotto Contigliano

Il console Manio Curio Dentato fa scavare il Cavo Curiano nella soglia di travertino di Marmore e il Lacus Velinus comincia a ritirarsi. Non è un evento avvenuto a Contigliano, è un evento avvenuto a Contigliano sotto: senza quel taglio non ci sarebbe la piana, non ci sarebbero le terre di Quintiliano, non ci sarebbe il paese sul colle a guardarle. Nel 54 avanti Cristo la lite con Terni arriva davanti al console Appio Claudio Pulcro con Cicerone avvocato dei reatini: due millenni di contenzioso idraulico cominciano qui.

850: il Fundus Quintilianus entra nei registri di Farfa

Il primo documento con il nome del luogo è un atto dell'abbazia di Farfa dell'850. Da questo momento Contigliano ha una data di nascita scritta. Nel 1069 i Conti dei Marsi cedono a Farfa il castello di Reopasto, e nel 1157 compare il Castrum Quintilianum, il paese murato che dipende da Rieti.

1137 e 1234: i cistercensi arrivano e poi scappano dalla palude

Nel 1137 Bernardo di Chiaravalle manda a Rieti una colonia di monaci guidata dall'abate Balduino, che si insediano a San Matteo de Monticulo. Nel 1205 il comune di Rieti dona loro tutte le terre circostanti. Nel 1234 le inondazioni della piana, provocate dall'ostruzione della Cava Curiana, rendono il posto invivibile e il cardinale Goffredo Castiglione, futuro Celestino IV, autorizza il trasferimento a San Pastore, presso le sorgenti di Santa Susanna. È la prova documentaria che, tredici secoli dopo Curio Dentato, il lago aveva ripreso terreno.

5 maggio 1255: la prima pietra di San Pastore

La mattina del 5 maggio 1255, sotto l'abate Andrea e con la direzione di Mastro Anselmo, comincia la costruzione dell'abbazia di San Pastore; la chiesa è ultimata nel 1264, la campana maggiore è fusa nel 1292 da Domenico di Orvieto. Negli stessi decenni Rieti è più volte sede della Curia papale: Onorio III, Gregorio IX, Niccolò IV e Bonifacio VIII vi soggiornano, e nel 1234 Gregorio IX vi canonizza Domenico di Guzman. La conca reatina, per periodi non brevi, è il centro politico della cristianità occidentale, e l'abbazia in costruzione ai piedi di Contigliano è uno dei suoi cantieri.

7 agosto 1501: il sacco di Vitellozzo Vitelli

Il castello di Contigliano nega i viveri all'esercito di Vitellozzo Vitelli in marcia verso L'Aquila per Alessandro VI; una pietra colpisce il condottiero; il castello viene preso d'assalto e i mercenari fanno strage di cittadini. È l'avvenimento più cupo della storia del paese, e il fatto che nel 1561 la comunità fosse in grado di ampliare le mura dice quanto tempo ci volle per riprendersi.

1683 e 1747: la collegiata dalla prima pietra alla consacrazione

Il vescovo Ippolito Vicentini benedice la prima pietra nel 1683; nel 1705 la chiesa inferiore comincia a funzionare da parrocchiale; nel 1734 si costruisce Sant'Antonio fuori Porta dei Santi; nel 1747 il vescovo Antonino Serafino Camarda consacra la collegiata; nel 1748 i Fedeli montano l'organo; nel 1750 Nicola Gennaro finisce la cripta. Sessantasette anni di cantieri per un borgo di collina.

1843: i Potenziani comprano San Pastore e l'abbazia muore

I marchesi reatini Ludovico e Basilio Potenziani acquistano l'intero complesso, la parte commendataria dalla Camera Apostolica e quella in enfiteusi dai Santacroce-Publicola. Da quel momento l'abbazia viene abbandonata: crollano i tetti, spariscono affreschi, camini, stipiti, porte e una scala a chiocciola di pietra. Comincia il secolo e mezzo del rudere.

30 ottobre 1883: arriva la ferrovia

Con l'apertura del tratto Rocca di Corno-Terni si completa la linea Terni-Rieti-L'Aquila-Sulmona e Contigliano ha una stazione. Per un paese che fino ad allora si raggiungeva a cavallo o a piedi dalla piana, è la porta sul mondo: da qui, fino ai primi anni Duemila, si andava direttamente a Perugia.

3 ottobre 1936: lo scontro ferroviario e la squadra dell'Aquila

Alle 9:45, al chilometro 196, la littorina AT 404 e il furgone postale ALDb 201 si scontrano frontalmente sul binario unico. Almeno quindici morti, sessantanove feriti, l'allenatore Attilio Buratti tra le vittime, l'A.S. L'Aquila decimata e retrocessa. La targa del 2016 sulla stazione lo ricorda.

27 marzo 1938 e 1952: l'aeroporto di Rieti, distrutto e rinato

L'aeroporto Giuseppe Ciuffelli viene inaugurato il 27 marzo 1938 accanto allo stabilimento aeronautico ORLA; nel 1944 i bombardamenti alleati distruggono tutto; nel 1952 la ricostruzione voluta dal generale Mario Stanzani lo riapre. Da allora la conca è la capitale italiana del volo a vela: mondiali nel 1985 e nel 2008, europei nel 1982, 1994 e 2015.

Anni Sessanta: Reopasto si svuota

Le ultime venti famiglie lasciano il borgo di Reopasto nel corso del decennio. È l'avvenimento più silenzioso di questa lista e forse il più rappresentativo: l'Appennino che si svuota non fa rumore.

1988: comincia il recupero di San Pastore

L'imprenditore Antonio Antonacci, che ha acquistato l'abbazia negli anni Ottanta, avvia con risorse private i lavori di restauro. Un secolo e mezzo dopo l'abbandono, l'abbazia riavrà i tetti. Chi conosce la sorte del patrimonio ecclesiastico rurale italiano sa quanto sia raro.

Chi è passato da Contigliano (RI)

Contigliano non è un luogo che si trova nei manuali con un nome sopra. Non c'è l'imperatore che ci ha costruito la villa, non c'è il pittore famoso che ci ha dipinto il capolavoro, non c'è il poeta che ci ha ambientato il romanzo. Ma sarebbe un errore concluderne che non ci sia passato nessuno: questa conca è stata attraversata da alcune delle figure più importanti della storia romana, medievale e moderna, e Contigliano si trova esattamente in mezzo a quel passaggio. Vediamo chi, e con quale titolo.

Manio Curio Dentato e Cicerone

Il primo nome, e in un certo senso il più decisivo, è Manio Curio Dentato. Console tre volte, vincitore dei Sanniti e dei Sabini, protagonista della vittoria su Pirro a Benevento nel 275 avanti Cristo, è l'uomo che nel 271 avanti Cristo ordinò il taglio della soglia di Marmore. Non è esagerato dire che senza di lui il paesaggio che si vede dal belvedere di Contigliano non esisterebbe: ci sarebbe acqua. Curio Dentato appartiene a quella generazione di romani della Repubblica media che la tradizione ha trasformato in modello di sobrietà, con la leggenda che lo vuole intento a cuocere rape nel suo focolare mentre rifiuta l'oro degli ambasciatori sanniti, ed è significativo che il suo monumento più duraturo non sia una battaglia ma un'opera pubblica. Il secondo nome è Marco Tullio Cicerone, che nel 54 avanti Cristo patrocinò la causa dei reatini contro gli abitanti di Interamna davanti al console Appio Claudio Pulcro e a dieci legati: i reatini volevano mantenere il deflusso che teneva asciutta la loro conca, gli interamnati lamentavano le piene a valle. È uno dei pochissimi casi in cui possiamo dire con sicurezza che un grande protagonista della storia romana ha guardato questa piana con l'occhio del professionista chiamato a risolvere un problema.

Varrone, Virgilio e Quintiliano

Marco Terenzio Varrone, il più dotto dei romani secondo Quintiliano, nacque a Rieti nel 116 avanti Cristo e nel De re rustica descrive con la competenza dell'agronomo la pastorizia e l'agricoltura di questi campi, dove la sua famiglia aveva terre. Publio Virgilio Marone, nel settimo libro dell'Eneide, cita i Rosea rura Velini, i campi rosati del Velino, e per secoli i letterati che passavano di qui arrivavano con Virgilio in testa. E poi c'è Marco Fabio Quintiliano, il retore, il cui nome il paese porta trasformato: che avesse davvero una villa qui è tradizione, non documento, ma è una tradizione che dura da molti secoli e che le carte farfensi dell'850, con il loro Fundus Quintilianus, rendono per lo meno verosimile nel nome se non nella persona.

Francesco d'Assisi e la Curia papale

Poi c'è il nome che nella conca reatina pesa più di tutti gli altri messi insieme: Francesco d'Assisi. Tra il 1209 e il 1225 Francesco soggiornò ripetutamente in questa valle, e ci sono ragioni per pensare che vi tornasse volentieri: la conca era vicina alla Curia quando questa risiedeva a Rieti, era attraversata da vie di comunicazione, e aveva quel carattere di solitudine montana adatto al ritiro. A Poggio Bustone ebbe l'esperienza del perdono; a Fonte Colombo, nel 1223, dettò la Regola bollata, quella approvata da Onorio III, e vi subì anni dopo la cauterizzazione agli occhi; a Greccio, nella notte di Natale del 1223, allestì la rappresentazione della Natività che è l'origine di tutti i presepi del mondo; alla Foresta, secondo la tradizione, avvenne il miracolo dell'uva. Sono quattro luoghi visibili dalla stessa piana che Contigliano domina, e Francesco li attraversava a piedi: quelle distanze, che oggi si coprono in venti minuti d'auto, erano giornate di cammino. Con Francesco arrivò anche la Curia: nel Duecento Rieti fu sede papale in più occasioni, Onorio III, Gregorio IX, Niccolò IV e Bonifacio VIII soggiornarono in città, e nel 1234 Gregorio IX vi canonizzò Domenico di Guzman. Nel tredicesimo secolo la conca reatina, e quindi il territorio di Contigliano che ne fa parte, si trovava per periodi non brevi al centro politico della cristianità.

Bernardo di Chiaravalle, Balduino e i cardinali di San Pastore

I cistercensi non sono un nome singolo ma un soggetto collettivo, e a San Pastore lasciarono l'impronta più visibile. Fu Bernardo di Chiaravalle in persona, nel 1137, a inviare a Rieti la colonia guidata dall'abate Balduino, le cui reliquie riposano oggi nella cattedrale di Rieti. Poi vennero i cardinali e i commendatari: Goffredo Castiglione, che autorizzò il trasferimento del 1234 e diventò papa Celestino IV per diciassette giorni nel 1241; Agostino Spinola, abate dal 1518 al 1537, che nel 1534 si fece l'appartamento affrescato; Marcantonio Colonna, abate commendatario, che nel 1582 divise la proprietà; Fulvio Astalli, che nel 1686 aggiunse l'appartamento barocco. L'ordine di Citeaux è stato uno dei grandi motori di trasformazione del paesaggio europeo: dove arrivavano i monaci bianchi, le paludi si prosciugavano e le grange organizzavano la produzione. L'abbazia di San Pastore è un capitolo di quella storia continentale scritto in questa piana.

Vitellozzo Vitelli, i Vicentini e Valadier

Vitellozzo Vitelli passò da Contigliano il 7 agosto 1501 nel modo peggiore, e il paese lo ricorda per la strage. I Vicentini, o Vincentini, sono invece la famiglia che ha lasciato più tracce positive: il vescovo Ippolito benedisse la prima pietra della collegiata nel 1683 e la famiglia trasformò nel Seicento la residenza di Terria in villa. Giuseppe Valadier, l'architetto di piazza del Popolo e del Pincio, lavorò nell'Ottocento proprio a Terria per il conte Giacinto Vincenti Mareri, sollevando la villa su una collina artificiale per difenderla dalle piene del Velino: è il passaggio più illustre dell'architettura romana per queste frazioni, e quasi nessuno lo sa.

Gli ingegneri delle acque: Sangallo, Fontana, Vici

Nell'età moderna la conca attira gli ingegneri e gli architetti. Il problema idraulico del Velino diventa una questione tecnica di rilievo, e ci lavorano nomi di primo piano: Antonio da Sangallo il Giovane per Paolo III nel 1545, con la Cava Paolina; Giovanni Fontana per Clemente VIII, con la Cava Clementina inaugurata nel 1598; Andrea Vici per Pio VI, con la sistemazione del 1787 che ha dato alla cascata l'aspetto attuale. Vale la pena ricordarlo mentre si guarda la piana: quella superficie regolare è il risultato di un dibattito tecnico durato due millenni, con contributi di alcuni dei più grandi ingegneri della storia italiana.

Byron, i viaggiatori del Grand Tour e Mattia Battistini

Nell'Ottocento arrivano i viaggiatori del Grand Tour, e con loro i pittori e i disegnatori. La Cascata delle Marmore diventa una meta fissa dell'itinerario romantico, visitata da Lord Byron e da schiere di inglesi, tedeschi e francesi in cerca del sublime. La conca reatina, che è la premessa idrologica della cascata, entra di riflesso nella letteratura di viaggio, spesso come paesaggio di transito. Nel Novecento arriva la voce: Mattia Battistini, il baritono che i contemporanei chiamavano il re dei baritoni, cantò in tutta Europa e in Russia, e scelse Collebaccaro, frazione di Contigliano, per un suo possedimento, dove oggi ha sede una filiale del Conservatorio di Santa Cecilia. Che una delle voci più grandi dell'opera italiana abbia lasciato in eredità a una frazione di questo comune una scuola di musica è una delle cose più belle che si possano raccontare su Contigliano.

I calciatori dell'Aquila, i piloti di aliante e i camminatori

Il 3 ottobre 1936 passarono da Contigliano, e vi si fermarono per sempre, l'allenatore Attilio Buratti e i compagni di viaggio della squadra dell'Aquila. Nel dopoguerra la conca è passata sotto gli occhi di generazioni di piloti di aliante di tutto il mondo, arrivati qui per i mondiali del 1985 e del 2008 e per gli europei: la comunità del volo a vela ha una geografia mentale propria, e Rieti in quella geografia è un nome grosso. E poi ci sono i camminatori. Il Cammino di Francesco negli ultimi anni ha portato in questa valle decine di migliaia di persone a piedi, e questa è forse la forma di passaggio più fedele alla storia del posto. Una conca che per venti secoli è stata attraversata da chi cercava di governarne le acque, da chi ci predicava scalzo e da chi ci volava sopra in silenzio, oggi è attraversata soprattutto da chi la percorre con lo zaino. Non c'è modo migliore di entrare in una geografia.

Contigliano (RI) con i bambini e per chi ha difficoltà a camminare

Con i bambini Contigliano funziona a patto di cambiare il racconto. La collegiata li annoia in tre minuti; gli alianti no. La bonifica romana raccontata al belvedere, con la piana sotto e un aliante che gira, diventa una storia di ingegneri, di laghi che scompaiono e di aerei senza motore, e regge. Reopasto, per ragazzi dai dieci anni in su, è un'esperienza forte: un paese vero, abbandonato da persone vere sessant'anni fa, con la chiesa vuota e le case aperte; ma va fatta tenendoli per mano e senza entrare negli edifici. Con i più piccoli meglio la riserva dei laghi, con gli aironi e i sentieri piani, o la ciclovia della conca. Il passeggino nel borgo alto non funziona: scale, selciato, pendenze. Uno zaino porta-bambino risolve tutto.

Per chi ha difficoltà motorie, il punto essenziale è che si arriva in auto molto vicino alla piazza della collegiata e al belvedere, e che la piazza è pianeggiante: la vista sulla conca e la facciata della chiesa sono accessibili con uno sforzo minimo. I vicoli interni, con le gradinate, e l'accesso alla chiesa inferiore no. La collegiata ha qualche gradino all'ingresso. Reopasto è escluso, San Pastore va chiesto ai gestori. La riserva dei laghi ha percorsi in piano ed è la scelta più inclusiva del territorio.

Cosa si mangia a Contigliano (RI) e nella conca reatina

La cucina di questa conca è umbra per storia e laziale per amministrazione, e si sente. Gli stringozzi, o strengozzi, sono la pasta di casa: acqua e farina, tirata a mano, spessa, da condire con sughi di pomodoro e salsiccia, con il tartufo dei boschi vicini quando è stagione, o con un ragù di carne. I fagioli sono la coltura della piana bonificata, e nel reatino sono una faccenda seria: si mangiano in umido, in zuppa con le cotiche, con la pasta. La trota delle acque sorgive e dei canali è il pesce locale, erede della ricchezza ittica del vecchio lago, e si trova alla griglia o in guazzetto. Il baccalà, come in tutto l'Appennino interno dove il pesce di mare non arrivava, è un piatto di festa. I formaggi sono pecorini di montagna; l'olio è quello della Sabina, tra i più antichi d'Italia, meglio nella parte tiberina della provincia che qui. Per i dolci, la tradizione è quella delle ciambelle e dei biscotti secchi da inzuppo. Dove mangiare: nelle trattorie del paese, alto e basso, e negli agriturismi della piana; non cito nomi, perché in un comune così piccolo le gestioni cambiano e la cosa migliore è chiedere al bar della piazza. La regola che do sempre: mangiate qui, a mezzogiorno, e non aspettate di tornare a Roma.

Cosa vedere intorno a Contigliano (RI) nel raggio di venti chilometri

Contigliano è la chiave di lettura di un'area più vasta, e va usata così. A sette chilometri c'è Rieti, con il centro murato, il palazzo papale, la cattedrale, il ponte romano sul Velino e l'ombelico d'Italia in piazza. Verso nord, la riserva dei laghi Lungo e Ripasottile conserva quello che resta del Lacus Velinus, con aironi, svassi e martin pescatore. Sul versante opposto della conca, Cantalice è il paese verticale aggrappato alla roccia, e Rivodutri, con le sorgenti del Santa Susanna, racconta il paesaggio dell'acqua. I santuari francescani chiudono il cerchio: Greccio del primo presepe, Fonte Colombo della Regola, Poggio Bustone del perdono, La Foresta del Cantico. A est il Terminillo, la montagna di Roma, con le sue piste e i suoi sentieri; oltre il crinale a nord-ovest, la Cascata delle Marmore, che è il capolinea idraulico di tutta la storia raccontata in questa pagina. Verso sud, attraverso la via Tancia, la Sabina dei borghi: Poggio Mirteto, Casperia, Roccantica, Torri in Sabina e l'abbazia di Farfa, il monastero che nell'850 scrisse per la prima volta il nome di Contigliano. Verso est, oltre Antrodoco, la strada sale verso Leonessa e Amatrice. Per chi ha una settimana, i laghi artificiali del Turano e del Salto chiudono il quadro delle acque governate del reatino. Nessuna di queste mete è a più di un'ora; quasi tutte sono a mezz'ora.

Quando andare a Contigliano (RI) e quando evitare

Primavera, da aprile a giugno: la stagione migliore, con la piana verde, i fossi pieni, la neve residua sul Terminillo e gli alianti in aria nelle giornate di termica. Autunno, ottobre e novembre: la seconda stagione migliore, per le nebbie dell'alba, i colori dei boschi sui Monti Sabini e la festa di San Michele il 29 settembre come porta d'ingresso. Inverno: freddo, gelate, nebbia nel fondovalle; ma giornate di trasparenza assoluta, il Terminillo bianco e, a Natale, i presepi della Valle Santa. Estate: afosa nel fondovalle, con le zanzare vicino ai canali; vivibile in quota la sera, con il cielo stellato. Da evitare: le ore centrali dei giorni d'estate, i lunedì fuori stagione per la chiusura degli esercizi, e le giornate di pioggia battente, che rendono i sanpietrini del borgo e lo sterrato di Reopasto sconsigliabili. Gli orari della Cascata delle Marmore, se la abbinate, comandano su tutto il resto della giornata.

Domande veloci su Contigliano (RI)

Dove si trova Contigliano e a quanti chilometri è da Roma?

Contigliano è in provincia di Rieti, sette chilometri a ovest del capoluogo, sul bordo sud-occidentale della Piana Reatina. Da Roma sono circa novanta chilometri per la Salaria e la superstrada Rieti-Terni, un'ora e mezza abbondante fuori dalle ore di punta.

Quanto costa visitare Contigliano (RI)?

Niente. Il borgo, le mura, le porte, il belvedere e la collegiata si visitano gratuitamente. Si paga solo la Cascata delle Marmore, se la abbinate, e l'eventuale visita concordata all'abbazia di San Pastore, alle condizioni dei gestori.

Quanto dura la visita di Contigliano?

Due ore per il borgo alto con calma; mezza giornata se si aggiunge Reopasto o i laghi; una giornata intera con Rieti o un santuario. Non ha senso venire per venti minuti.

Come si arriva a Contigliano senza auto?

In autobus Cotral da Roma Tiburtina a Rieti e poi con i servizi extraurbani per Contigliano; in treno da Roma a Terni e poi sulla linea Terni-Rieti fino alla stazione di Contigliano, a un chilometro e mezzo dal centro. La domenica le corse si riducono molto: controllate gli orari prima di partire.

C'è la stazione ferroviaria a Contigliano?

Sì, sulla linea Terni-Rieti-L'Aquila-Sulmona, aperta nel 1883, servita da treni regionali. Da Roma non c'è un diretto: si cambia a Terni.

Dove si parcheggia a Contigliano (RI)?

Negli spiazzi lungo la strada che sale al borgo alto e nello slargo in quota. I vicoli interni non sono percorribili in auto. Nei giorni di festa patronale conviene lasciare l'auto in basso e salire a piedi.

La collegiata di San Michele Arcangelo è sempre aperta?

No. Apre negli orari delle funzioni, la mattina e nel tardo pomeriggio, e resta chiusa nelle ore centrali. Informatevi in parrocchia o calibrate l'arrivo su una messa. Non c'è biglietto.

Cosa c'è da vedere dentro la collegiata di Contigliano?

La navata unica barocca con gli stucchi, le cappelle con gli stemmi delle famiglie, l'altare maggiore in marmi policromi con il San Michele di Filippo Zucchetti, l'organo del 1748 di Adriano e Ranuzio Fedeli nella cassa intagliata e il coro ligneo di Venanzio di Nanzio da Pescocostanzo. Sotto, la chiesa inferiore con la cripta decorata nel 1750.

Si può visitare l'abbazia di San Pastore?

Solo su appuntamento con i gestori: è una dimora storica privata restaurata, usata per matrimoni ed eventi, con camere. L'indirizzo è via San Bernardo da Chiaravalle, in località Spinacceto di Greccio. Senza appuntamento si vede solo dall'esterno.

L'abbazia di San Pastore è ancora un rudere?

No. Fu abbandonata dal 1843 e crollarono i tetti, ma dal 1988 un restauro privato l'ha recuperata quasi interamente. Le fotografie della navata a cielo aperto che circolano in rete sono precedenti al restauro.

Come si arriva a Reopasto, il borgo fantasma di Contigliano?

Dalla strada provinciale 1, tra Limiti di Greccio e Piè di Moggio: superate le Chiuse di Reopasto, dopo circa un chilometro una sterrata sulla destra porta al borgo in due o trecento metri. L'accesso è libero, ma gli edifici sono pericolanti: non entrate nelle case.

Contigliano (RI) è adatta ai bambini?

Sì, se si punta sul belvedere, sugli alianti e sulla riserva dei laghi. Il borgo alto è fatto di scale: passeggino sconsigliato, zaino porta-bambino consigliato. Reopasto solo con ragazzi grandi e tenuti per mano.

Contigliano è accessibile in sedia a rotelle?

In parte. Si arriva in auto vicino alla piazza della collegiata e al belvedere, che sono in piano; i vicoli a gradini e la chiesa inferiore no. La riserva dei laghi ha percorsi pianeggianti.

Quando è la festa patronale di Contigliano?

San Michele Arcangelo, il 29 settembre. Altre ricorrenze della parrocchia sono Sant'Antonio di Padova il 13 giugno, la Madonna del Rosario il 7 ottobre e la processione con rappresentazione sacra del Venerdì Santo.

Qual è la differenza tra Contigliano e Cantalice?

Sono i due paesi che si guardano dai lati opposti della Piana Reatina. Contigliano è un borgo murato su un colle dolce, con una collegiata barocca e l'affaccio sulla piana; Cantalice è un paese verticale aggrappato alla roccia dei Monti Reatini. Visti in sequenza raccontano la conca da entrambe le sponde.

Si possono vedere gli alianti da Contigliano?

Sì, nelle giornate di volo da aprile a settembre, dal belvedere del borgo alto: l'aeroporto di Rieti è nel fondovalle e gli alianti salgono in spirale sopra la piana. Un binocolo aiuta.

La Cascata delle Marmore si può abbinare a Contigliano in un giorno?

Sì, ma controllando prima gli orari di rilascio delle acque sul sito ufficiale del parco, perché fuori da quelle fasce la cascata è ridotta a un filo. Costruite la giornata intorno all'orario della cascata e lasciate Contigliano per la mattina presto o il tardo pomeriggio.

Perché Contigliano si chiama così?

Dal Fundus Quintilianus citato nei documenti di Farfa dell'850: un fondo romano intestato a un Quintiliano, che la tradizione identifica con il retore Marco Fabio Quintiliano. Nel 1157 compare come Castrum Quintilianum.

Contigliano è in Lazio o in Umbria?

Oggi in Lazio, provincia di Rieti. Fino al 1923 era in provincia di Perugia, e dal 1928 al 1946 fu aggregato al comune di Rieti. La cucina e la parlata conservano l'impronta umbra.

Cosa si mangia a Contigliano (RI)?

Stringozzi, fagioli della piana in umido o con le cotiche, trota, baccalà, pecorini, tartufo in stagione, olio della Sabina. Nelle trattorie del paese e negli agriturismi della piana.

Vale la pena dormire a Contigliano?

Sì, almeno una notte, per due cose che in giornata non si vedono: l'alba con il mare di nebbia sulla piana da ottobre a gennaio e il cielo stellato d'estate. Agriturismi e casali nella campagna intorno, oppure le camere dell'abbazia di San Pastore.

Chiudo con l'unica cosa che non si può scrivere in nessuna guida e che però è il vero motivo per cui torno qui. C'è un momento, salendo al belvedere in un pomeriggio d'autunno, in cui ci si volta e si vede tutto insieme: la piana verde con i canali che luccicano, i pioppi in fila, il campanile alle spalle, i santuari sui monti di fronte, la neve nuova sul Terminillo, la torre di San Pastore che spunta dai pioppi e magari un aliante che gira in silenzio a mille metri. In quel momento si ha la percezione fisica di guardare un pezzo di mondo su cui gli uomini hanno lavorato senza interruzione per ventitré secoli, spostando acqua, costruendo muri, pregando, coltivando e volando, e di essere l'ultimo di una fila lunghissima di persone che si sono fermate esattamente lì a guardare. Non è un'emozione da monumento. È un'emozione da paesaggio, ed è molto più rara. Per chi vuole viverla in gruppo, con un accompagnatore che sappia raccontarla, o farne un'uscita aziendale fuori dai soliti circuiti, TourLeaderPro organizza esperienze corporate anche fuori Roma.

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