Santuario di Greccio (RI)

Ci sono luoghi che si raccontano da soli e luoghi che chiedono di essere spiegati. Il santuario di Greccio appartiene alla seconda categoria, e lo dico da guida che ci ha portato dentro decine di gruppi: chi arriva quassù senza sapere che cosa sta guardando vede un convento aggrappato a una parete di roccia, quattro scalinate, un panorama largo, e se ne va convinto di aver visto un bel posto. Chi invece sa che cosa accadde in questa piega di montagna la notte del 25 dicembre 1223 guarda la stessa parete e non riesce più a smettere di guardarla. Perché qui, secondo il racconto di Tommaso da Celano, primo biografo di Francesco d'Assisi, nacque il presepe. Non il presepe di ceramica sul comò della nonna: l'idea stessa che la Natività si potesse rappresentare, toccare, annusare, mettere in scena con fieno vero, un bue vero e un asino vero. Da questa rupe sopra la conca reatina è partita una consuetudine che oggi si ripete in decine di milioni di case, in tutti i continenti, in tutte le lingue. Non male, per un eremo di frati che nella sua fase primitiva contava un refettorio, un dormitorio di sette metri per due e una celletta scavata nella pietra.

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Aggiungo subito una precisazione che faccio sempre ai miei gruppi, perché è la premessa di tutto il resto: quasi tutto ciò che raccontiamo di Francesco a Greccio appartiene alla tradizione agiografica, cioè alle Fonti Francescane, e non a un verbale notarile. Il nostro testimone principale è Tommaso da Celano, che scrive la Vita prima pochi anni dopo i fatti, su incarico della Santa Sede, in un genere letterario che non è la cronaca ma la biografia edificante. Questo non significa che sia falso: significa che va letto per quello che è, un racconto costruito per dire chi era Francesco, non per fotografarlo. La presenza storicamente accertata di Francesco a Greccio nel 1223 è solida; la mangiatoia, il bue, l'asino, il bambino che prende vita fra le braccia del santo appartengono a un registro diverso, quello della memoria devota che si è depositata sui luoghi come la calce sulle pareti. Sapere distinguere i due piani non toglie nulla all'emozione. Semmai la rende adulta.

Santuario di Greccio: dove si trova e perché vale la salita

Il santuario si trova nel comune di Greccio, in provincia di Rieti, sul versante orientale dei Monti Sabini, a circa 665 metri sul livello del mare. Dista poco più di due chilometri dal borgo medievale di Greccio e all'incirca quindici chilometri dal capoluogo, Rieti. Da Roma sono un'ora e mezza di strada abbondante, con la Salaria che risale la valle del Tevere e poi si infila verso la conca reatina: un tragitto che ha il pregio di preparare psicologicamente al luogo, perché il paesaggio cambia gradualmente, si stringe, si fa più verde e più severo, finché alle spalle dell'ultimo tornante compare quella specie di scogliera calcarea con dentro incastrato il convento.

La conformazione è la prima cosa che colpisce, e non è un dettaglio estetico. Il complesso non sorge su un ripiano artificiale: si sviluppa su più livelli sfruttando gli aggetti naturali della rupe, arrampicandosi in verticale come una casa di montagna che abbia trovato il modo di stare in equilibrio dove nessuno starebbe. Le celle più antiche sono letteralmente scavate nel calcare; le chiese si sono aggiunte sopra e accanto, incastrandosi come i pezzi di un gioco di legno. Attorno, un anfiteatro di lecci, roverelle e carpini che d'inverno si fa scuro e d'estate ombreggia il piazzale.

Il piazzale-belvedere è il secondo colpo. Da lì lo sguardo si apre sulla Piana Reatina, cioè su quel fondovalle pianeggiante che è il residuo dell'antico Lacus Velinus, lo specchio d'acqua che i Romani prosciugarono nel 271 a.C. con il taglio voluto dal console Manio Curio Dentato, all'origine della Cascata delle Marmore. È un panorama che ha un valore narrativo, non solo scenico: si vedono a occhio nudo, sparsi lungo i bordi della conca, i punti in cui sorgono gli altri tre santuari francescani della zona. Il paesaggio, insomma, è già la mappa del racconto.

Vale la salita anche per un motivo meno lirico e più pratico: Greccio è uno dei rari luoghi francescani maggiori dove non si fa la fila. Assisi, con tutto il rispetto, d'estate è un imbuto. Qui, salvo nei giorni delle celebrazioni natalizie, si cammina nel silenzio, si entra nella grotta della Natività senza dover contare i minuti, si sente il rumore del bosco. Per chi cerca il contatto con la spiritualità francescana e non con la sua industria, la differenza è enorme.

Santuario di Greccio e il borgo: il nome, la roccia, la storia

Prima di entrare nel santuario conviene capire il paese che gli dà il nome, perché il rapporto fra i due è strettissimo. Il borgo di Greccio sta più in alto, intorno ai settecento metri, arroccato su uno sperone che guarda la conca. Sull'origine del toponimo la tradizione locale ha sempre raccontato una storia affascinante: che il nome derivi da coloni greci insediati qui in età antica. È una spiegazione che piace, che si ripete da secoli, e che gli studi moderni hanno però ridimensionato: l'ipotesi filologicamente più solida fa risalire il nome alla Curtis de greze documentata nel Medioevo, dove greze indicherebbe il pietrisco di cava, la ghiaia. Un nome geologico, non etnico. Se vi sembra meno poetico, guardate la parete su cui sta il santuario e ditemi se il pietrisco non era un'osservazione onesta.

Le prime notizie certe su Greccio arrivano fra il X e l'XI secolo dalle carte dell'Abbazia di Farfa, il grande monastero imperiale della Sabina che per secoli fu il vero centro di gravità politico ed economico di questi monti. Nel pieno Medioevo Greccio era un castello fortificato, cinto da mura e presidiato da sei torri: un caposaldo che controllava l'imbocco della valle. Fu distrutto nel 1242, durante le convulsioni della lotta fra Federico II e il papato, e ancora nel 1799 dalle truppe francesi, che in questa parte d'Italia lasciarono un ricordo pessimo. Le vicende amministrative del Novecento lo videro passare da Perugia a Roma e infine, dal 1927, alla neonata provincia di Rieti.

Oggi Greccio conta poco più di millequattrocento abitanti fra il capoluogo e le frazioni di pianura, Limiti di Greccio, Spinacceto e Sellecchia, ed è entrato nel 2016 nel circuito dei borghi più belli d'Italia. Chi sale al santuario e non dedica mezz'ora al paese fa un errore di programmazione: la Collegiata di San Michele Arcangelo conserva impianto e memoria trecenteschi, la chiesa di Santa Maria del Giglio risale al Quattrocento, e soprattutto qui ha sede il Museo Internazionale del Presepio, che raccoglie natività da tutto il mondo. È l'ideale complemento laico e antropologico della visita al santuario: dopo aver visto dove il presepe è nato, si vede che cosa ne ha fatto l'umanità.

Il rapporto fra borgo e santuario è del resto scritto nella tradizione stessa. Il feudatario che secondo le fonti agiografiche ospitò Francesco, Giovanni Velita, era il signore di questo castello; il popolo che assistette alla notte del 1223 era la popolazione di queste case; e nell'affresco della cappella del Presepe, alle spalle di Francesco, non c'è una folla generica ma, secondo la lettura locale, il volto del paese.

Santuario di Greccio: il quarto santuario della Valle Santa reatina

La Valle Santa reatina è una definizione che si è imposta perché descrive esattamente ciò che è: una conca in cui quattro conventi francescani, tutti legati alla presenza diretta di Francesco d'Assisi fra il 1217 e il 1225, stanno a poche decine di chilometri l'uno dall'altro, disposti quasi ai quattro punti cardinali attorno alla piana. Greccio a ovest, Poggio Bustone a nord, La Foresta appena sopra Rieti, Fonte Colombo a sud-ovest. Nessun'altra area d'Italia, Assisi esclusa, concentra così tanta memoria francescana in così poco spazio.

Poggio Bustone e il saluto

A Poggio Bustone la tradizione colloca l'arrivo di Francesco nella valle e il saluto rimasto proverbiale, «Buon giorno, buona gente», rivolto agli abitanti del borgo. Sopra il convento, in alto nel bosco, si trova il Sacro Speco dove, secondo le Fonti Francescane, Francesco ricevette la certezza del perdono dei propri peccati: un passaggio interiore decisivo, che i biografi collocano all'origine della sua serenità matura. È il santuario più aereo dei quattro, con un affaccio che d'inverno taglia il fiato.

La Foresta e il miracolo dell'uva

A La Foresta, a pochi minuti da Rieti, la tradizione ambienta l'episodio dell'uva: il vignaiolo che ospitò Francesco vide la vigna devastata dai pellegrini accorsi per vedere il santo, e ne ricavò ugualmente una vendemmia abbondantissima. Qui la storia recente ha aggiunto un capitolo laico bellissimo: il convento è stato sede di un progetto di agricoltura sociale che ha ridato senso alla vigna e al lavoro, riportando in produzione i terreni. Francesco, sospetto, avrebbe approvato più di qualche restauro.

Fonte Colombo, il Sinai francescano

Fonte Colombo è il luogo in cui, secondo la tradizione, Francesco dettò la Regola definitiva dell'Ordine, quella approvata da papa Onorio III con la bolla Solet annuere del 29 novembre 1223. Per questo lo chiamano il Sinai francescano. Qui la tradizione colloca anche l'episodio durissimo della cauterizzazione degli occhi, il tentativo dei medici della corte papale di curare la grave oftalmia del santo con il ferro rovente. Il dettaglio che i biografi tramandano, e cioè che Francesco si rivolgesse al fuoco chiamandolo «fratello», dice del personaggio più di mille pagine.

Greccio, il più antico dei quattro

Greccio è il più antico del gruppo e l'unico che conservi ambienti costruiti mentre Francesco era ancora in vita. È anche il più celebre, per un motivo semplice: gli altri tre custodiscono momenti della biografia interiore di Francesco, Greccio custodisce un gesto che è diventato patrimonio dell'intera cristianità e, oltre, della cultura popolare mondiale. Il 1223, l'anno del presepe, è lo stesso anno della Regola bullata: dodici mesi in cui, in questa valle, Francesco fissa insieme la forma giuridica del suo Ordine e la sua invenzione pastorale più fortunata. Il fatto che le due cose siano accadute a venti chilometri di distanza, nello stesso inverno, è una coincidenza che vale la pena raccontare a voce alta.

Santuario di Greccio e la notte di Natale del 1223

Arriviamo al cuore. La fonte è Tommaso da Celano, Vita prima, la biografia composta pochi anni dopo la morte del santo e considerata il testo fondativo della memoria francescana. Celano racconta che circa quindici giorni prima del Natale del 1223 Francesco chiamò a sé un uomo del luogo, che il testo indica come Giovanni, e gli affidò un incarico preciso: preparare a Greccio, in una grotta, la scena della nascita di Cristo. Voleva – e qui la formula latina è rimasta celebre – fare memoria del Bambino nato a Betlemme «vedendo in qualche modo con gli occhi del corpo» i disagi in cui era venuto al mondo. Voleva la mangiatoia, voleva il fieno, voleva il bue e l'asino condotti sul posto.

La notte del 25 dicembre, sempre secondo Celano, i frati arrivarono dai conventi vicini e la popolazione salì dal borgo con fiaccole e candele, tanto che il bosco – dice il testo – risuonava di voci e le rocce rimandavano le luci. Fu allestita la mangiatoia, fu portato il fieno, furono condotti gli animali. Sopra la mangiatoia venne celebrata la messa: e questo, badate, è il dettaglio teologicamente esplosivo, perché significa che l'altare eucaristico coincise fisicamente con la greppia. Il pane consacrato fu deposto dove si mette il cibo delle bestie. Non era un espediente scenografico: era una predica visiva sull'Incarnazione, cioè sull'idea che Dio si sia fatto talmente concreto da poter essere mangiato e da poter avere freddo.

Francesco, che era diacono e non sacerdote, non celebrò: cantò il Vangelo e poi predicò. Celano insiste sul fatto che parlasse del «re povero» e che, nel pronunciare il nome di Betlemme, la voce gli si riempisse di dolcezza, quasi belasse come una pecora. È un'immagine che ai moderni può sembrare bizzarra e che invece è un capolavoro di ritratto: l'uomo che si commuove fino a perdere il controllo del timbro. Da un biografo che scrive per la canonizzazione, un dettaglio così poco solenne è un indizio prezioso di autenticità.

Il cavaliere e la visione

Il passaggio più noto e più delicato è quello della visione. Celano racconta che un uomo virtuoso presente quella notte, un cavaliere, vide nella mangiatoia un bambino privo di vita che Francesco, avvicinandosi, sembrò risvegliare. Il biografo stesso interpreta subito l'episodio in chiave simbolica: Gesù era dimenticato nel cuore di molti, e Francesco lo risvegliava con la propria opera. Vale la pena dirlo con chiarezza ai visitatori, perché la tradizione popolare ha poi irrigidito questa visione in un miracolo materiale – la statuina che prende vita – che nel testo originale ha uno statuto ben più sfumato. Il primo a spiegarne il senso figurato, insomma, è il primo che la racconta.

Il fieno che guariva

C'è un'appendice che i visitatori adorano e che dice molto sulla mentalità del tempo. Celano scrive che il fieno della mangiatoia fu conservato dai presenti e che, distribuito in seguito, guarì animali malati e donne in travaglio difficile. Il santo non aveva ancora lasciato la valle e già la sua traccia materiale diventava reliquia. Questo è il meccanismo con cui i luoghi francescani si sono formati: prima il gesto, poi la memoria, poi la pietra costruita sopra la memoria. Greccio è il caso di scuola.

Perché non era davvero il «primo presepe»

Sono onesto con i miei gruppi anche quando la precisione toglie un po' di magia. Rappresentazioni della Natività esistevano da secoli: mosaici, affreschi, sculture, drammi liturgici natalizi celebrati nelle chiese europee. Ciò che Francesco fa a Greccio nel 1223 non è inventare l'immagine della Natività, è portarla fuori dal recinto colto e liturgico e restituirla alla gente in forma tridimensionale, tattile, ambientata in un luogo reale con animali reali. È un'operazione di traduzione culturale, non di invenzione iconografica. Ed è per questo che ha attecchito così bene: perché chiunque poteva rifarla a casa propria con quello che aveva. Il presepe è la prima grande open source della devozione occidentale.

Santuario di Greccio: Giovanni Velita, il signore che procurò la grotta

Il nome che Celano indica come «Giovanni» la tradizione locale identifica con Giovanni Velita, signore del castello di Greccio, discendente – secondo le genealogie tramandate sul posto – dai conti Berardi di Celano. È lui, nel racconto, a mettere a disposizione il luogo, a procurare la grotta, gli animali e il fieno. È lui, insomma, il produttore esecutivo del primo presepe della storia, e trovo giusto che il suo nome venga fatto: senza un signore locale disposto a spendere tempo, uomini e bestiame, la notte del 1223 non sarebbe stata possibile.

Accanto a lui la memoria grecciana colloca la moglie, Alticama Castelli di Stroncone, il cui nome ricorre nelle didascalie del santuario e nei bassorilievi novecenteschi. Marito e moglie compaiono fra i benefattori raffigurati sul portale bronzeo della chiesa moderna e nelle vetrate: una scelta che dice quanto la comunità abbia voluto tenere insieme il santo e i laici che lo accolsero. Non è un dettaglio devozionale ozioso. Nella prima generazione francescana l'ospitalità dei signori locali fu la condizione materiale di sopravvivenza dell'Ordine, e Greccio ne è la prova architettonica.

Un'altra tradizione, questa apertamente leggendaria, racconta come Francesco avrebbe scelto il punto esatto in cui costruire l'eremo: avrebbe chiesto a un bambino di lanciare un tizzone ardente dal paese verso la montagna, promettendo che dove il tizzone si fosse fermato sarebbe sorto il romitorio. Il tizzone, contro ogni legge della fisica, attraversò la valle e si posò sulle rocce dove oggi sta il santuario. È una leggenda eziologica classica, del tipo che serve a spiegare perché un edificio si trovi in un posto tanto scomodo. La racconto sempre, perché è bella e perché è utile: chi guarda la distanza fra il borgo e la rupe capisce subito che ci voleva un miracolo o una decisione molto testarda. Propendo per la seconda, ma non lo dico troppo forte.

Santuario di Greccio: la scalinata di accesso e l'arrivo

L'arrivo al santuario è una piccola liturgia in sé, e conviene farla per bene. Salendo lungo la strada provinciale, poco prima del complesso, si incontra una statua in bronzo collocata nel luglio del 2016 che raffigura Giovanni Paolo II nell'atto di benedire la valle: è il ricordo del primo pontefice che salì fin qui, il 2 gennaio 1983. Due tornanti più avanti, all'altezza del parcheggio, del bar e del punto informazioni, comincia la scalinata intagliata nella rupe, che è la via d'accesso tradizionale.

Alla base della scalinata stanno due statue di san Francesco, una in pietra e una in bronzo, quest'ultima collocata nel 2005. Salendo, quasi al termine dei gradini, si apre un giardinetto terrazzato che ospita Omaggio a San Francesco, scultura in travertino realizzata nel 1993 dallo scultore siciliano Leonardo Cumbo. Il travertino, qui, non è una scelta neutra: è la pietra della conca reatina e delle sue acque calcaree, la stessa che ha costruito mezza Roma antica. Un santo di pietra locale, insomma.

La scalinata ha una funzione che consiglio di non sabotare. Sale abbastanza da far cambiare il respiro, è stretta abbastanza da imporre l'andatura indiana, e a ogni ripiano cambia la vista sulla valle. Chi arriva trafelato dal parcheggio, entra e si guarda intorno con il fiatone, si perde il senso del luogo: gli eremi francescani sono costruiti sul principio del distacco progressivo dal mondo, e le scale servono esattamente a quello. Salitele piano. Fermatevi due volte. Guardate indietro.

Un consiglio pratico, perché la retorica va bene ma le caviglie no: i gradini sono in pietra viva, irregolari, e dopo la pioggia diventano scivolosi. Le scarpe con la suola liscia qui sono un errore ricorrente e ogni anno producono qualche caduta. Esiste anche un accesso carrabile più alto che riduce sensibilmente il dislivello, utile per chi ha difficoltà motorie: conviene informarsi in loco prima di affrontare la scalinata inferiore.

Santuario di Greccio: la Cappella del Presepe

In cima alla scalinata si entra nella Cappella del Presepio, e questo è il cuore assoluto del santuario. È un ambiente piccolo, basso, costruito attorno alla cavità naturale in cui la tradizione colloca la rappresentazione del 1223. La memoria locale data al 1228 – l'anno stesso della canonizzazione di Francesco, avvenuta il 16 luglio ad Assisi per mano di Gregorio IX – l'edificazione della cappella sopra la grotta. Se la data è esatta, e la coerenza con le fonti la rende molto plausibile, significa che la sacralizzazione del luogo fu immediata: appena Francesco divenne santo, Greccio divenne santuario.

L'impressione fisica che si prova entrando è quella di essere in una casa più che in una chiesa. Il soffitto è vicino, le pareti sono irregolari perché seguono la roccia, la luce entra scarsa. Chi si aspetta la basilica resta spiazzato. Ma è proprio questa modestia dimensionale a rendere il posto memorabile: qui la parola «povertà» non è un concetto teologico, è una misura in metri.

Superati i banchi disposti per la preghiera si accede alla grotta della Natività vera e propria, un vano minuscolo con un altare e un paio di sedili. Sotto la mensa dell'altare si vede la rientranza nella roccia che, secondo la tradizione, ospitò la mangiatoia e la figura del Bambino. È il punto in cui i visitatori si fermano più a lungo, e in cui perfino i gruppi più chiacchieroni abbassano la voce da soli. Non serve dirlo, succede.

Come si comporta un gruppo dentro la grotta

Da guida, do sempre due indicazioni prima di entrare. La prima è di entrare pochi per volta: lo spazio è tale che sei persone lo riempiono e dieci lo rendono inutilizzabile. La seconda è di non parlare dentro. Tutto quello che c'è da spiegare si spiega prima, nel piazzale o all'ingresso della cappella; dentro si guarda e basta. È una regola che vale per i credenti e per i non credenti, perché il rispetto per un luogo di culto non richiede la fede, richiede l'educazione.

Santuario di Greccio: l'affresco della doppia natività

Sopra l'altare della grotta si trova quello che considero l'oggetto più intelligente dell'intero santuario: un affresco a lunetta, di scuola giottesca, attribuito a un anonimo maestro di Narni e datato al 1409. È un'opera che ha un'idea, e l'idea è geniale nella sua semplicità: mette una accanto all'altra due natività.

Sulla destra c'è la Natività originaria, quella di Betlemme. La Vergine allatta il Bambino, san Giuseppe è presente, l'iconografia è quella consueta del tardo gotico italiano, con la Madonna semisdraiata secondo una formula che deriva dalla tradizione bizantina e che il Trecento italiano aveva ormai addomesticato. Sulla sinistra c'è invece la natività di Greccio: Francesco vestito da diacono, inginocchiato, che si china sul Bambino, e alle sue spalle il popolo del borgo che assiste.

Fermatevi un momento a pensare a che cosa significa questa scelta compositiva. Il pittore sta dicendo, con la sola forza dell'accostamento, che ciò che è accaduto a Greccio non è la commemorazione della Natività: è una seconda Natività, teologicamente equivalente, avvenuta nel presente della comunità che guarda l'affresco. È un'affermazione ardita, che nessun trattato avrebbe potuto formulare con altrettanta efficacia, e che spiega da sola perché il presepe abbia avuto il successo che ha avuto. Il presepe funziona perché non racconta un fatto lontano: lo ripete qui.

Perché «di scuola giottesca» non è un'etichetta vuota

Quando si dice scuola giottesca si intende una precisa rivoluzione visiva: figure che occupano uno spazio reale, che hanno peso, che si voltano e si guardano, ambientate in architetture costruite con criteri prospettici sia pure empirici. Confrontate mentalmente questa lunetta con un'icona bizantina di due secoli prima e la differenza salta agli occhi: là le figure galleggiano su fondo oro, qui stanno in una stanza. Nel contesto di Greccio questo linguaggio è coerentissimo con il contenuto: un episodio che afferma la corporeità dell'Incarnazione non poteva essere dipinto con uno stile che nega la corporeità dello spazio.

Gli affreschi del corridoio

Dalla cappella del Presepe si passa in un corridoio che conduce al monastero antico, e conviene non attraversarlo di corsa. Vi si conservano due affreschi: una Natività di scuola umbro-marchigiana e un San Giovanni Battista, entrambi ricondotti alla cerchia del cosiddetto Maestro di Fossa, pittore attivo nel Trecento nell'area abruzzese e reatina. Sono opere di provincia, nel senso più nobile del termine: eseguite da bottega, con mezzi contenuti, per un pubblico di frati e pellegrini. Proprio per questo raccontano la circolazione reale del linguaggio figurativo del Trecento fra Umbria, Sabina e Abruzzo meglio di qualsiasi capolavoro.

Santuario di Greccio: il monastero antico e il dormitorio primitivo

Adiacente alla cappella del Presepio si conserva il nucleo più antico del convento, quello in cui vissero i primi frati. È la parte che raccomando di visitare con più attenzione, perché è l'unico punto d'Italia in cui si può vedere, quasi intatto, come fosse organizzata materialmente la vita di una comunità francescana delle origini. Non ci sono chiostri, non ci sono sale capitolari monumentali, non c'è nulla di ciò che l'immaginario associa alla parola «convento». C'è un refettorio, un dormitorio e una cella.

Il refettorio

Del refettorio dei frati si conservano i resti del lavabo e del canale di scarico scavato nella pietra. Sembra poco e invece è moltissimo: sono le uniche tracce materiali della vita quotidiana. Il lavabo indica dove ci si lavava le mani prima di mangiare, il canale indica dove finiva l'acqua. Da questi due dettagli si ricostruisce un'organizzazione domestica essenziale ma non improvvisata. Chi immagina i primi francescani come sbandati mistici che dormivano dove capitava trova qui una smentita gentile: era povertà, non disordine.

Il dormitorio dei primi frati

Il dormitorio misura circa sette metri per due. Ripeto la cifra perché conviene farla risuonare: sette metri per due, cioè quattordici metri quadrati, per l'intera comunità. Chi ha una camera da letto matrimoniale in appartamento ha probabilmente più spazio personale di quanto ne avessero collettivamente i frati di Greccio. Non c'erano celle individuali, non c'erano letti come li intendiamo; si dormiva su giacigli, addossati alla roccia, con il freddo della montagna che entrava dalle aperture.

Faccio sempre notare ai gruppi che questo ambiente è anche una dichiarazione ideologica. Il dormitorio comune, senza separazioni, è la traduzione architettonica della fraternità: nessuno ha uno spazio suo, nessuno ha una porta da chiudere. Quando, nei decenni successivi, l'Ordine si darà strutture più articolate e dormitori a celle singole, quella scelta segnerà anche un cambiamento di modello di vita. A Greccio si vede il prima e, poche stanze più in là, si vede il dopo.

La cella di san Francesco, il «sacro speco»

Poi c'è la cella di Francesco, e qui bisogna chinare la testa in senso letterale. È una nicchia scavata nella nuda roccia, così piccola che un adulto vi sta a stento sdraiato, chiamata anche «sacro speco», cioè sacra grotta, con un'espressione che ricorre in molti eremi dell'Appennino centrale. La roccia è quella, non è rivestita, non è addolcita: si vedono gli spacchi del calcare.

Non conosco molti luoghi in Italia che comunichino con altrettanta immediatezza il concetto di ascesi. Non serve nessuna spiegazione: uno guarda quel buco nella pietra, pensa a una notte di gennaio a seicentosessantacinque metri di quota, e capisce tutto quello che c'è da capire sulla scelta di vita di quell'uomo. Alla fine è questo che rende Greccio diverso dai grandi santuari monumentali: qui le cose non sono raccontate, sono rimaste.

Il pulpito di San Bernardino

Nel nucleo antico si conserva anche il pulpito legato alla memoria di Bernardino da Siena, il grande predicatore quattrocentesco dell'Osservanza francescana, l'uomo del trigramma IHS raggiante che ancora oggi si vede sulle facciate di mezza Italia. La sua presenza a Greccio è un dato importante: significa che nel Quattrocento, in piena riforma osservante, questo eremo era considerato una delle radici da cui ripartire. I riformatori tornano sempre alle origini, e le origini francescane, per la loro generazione, erano queste pietre.

Santuario di Greccio: il dormitorio di san Bonaventura

Salendo di quota all'interno del complesso si incontra il dormitorio detto di San Bonaventura, ed è uno degli ambienti più fotogenici e meno noti del santuario. Fu la sede della vita comunitaria dopo la dismissione del monastero antico: lo si utilizzò, secondo la memoria conventuale, dal 1260-1270 fino al 1915. Sono seicentocinquant'anni di uso continuativo, un dato che da solo racconta la tenacia di questo luogo.

La tradizione ne attribuisce l'edificazione all'epoca in cui Bonaventura da Bagnoregio era ministro generale dell'Ordine, carica che ricoprì dal 1257 alla morte nel 1274, e da qui il nome. Bonaventura non fu solo un amministratore: fu il teologo che diede all'Ordine la sua sistemazione dottrinale e l'autore della Legenda maior, la biografia ufficiale di Francesco che nel 1266 il capitolo generale di Parigi impose come unica versione autorizzata, ordinando la distruzione delle precedenti. È una delle operazioni di controllo della memoria più efficaci del Medioevo, e il fatto che il testo di Celano sia sopravvissuto ugualmente è una piccola fortuna storiografica per la quale dovremmo essere grati a qualche copista disobbediente.

L'ambiente è interamente in legno: uno stretto corridoio su cui si affacciano quindici piccole celle, ciascuna chiusa da una porticina bassa. Camminarci dentro produce un effetto acustico particolare, perché il legno restituisce i passi in modo secco e sordo insieme. La prima cella a destra è quella che la tradizione indica come alloggio di Bonaventura e, più tardi, di Bernardino da Siena. Anche qui, misure minime: la cella è poco più di un armadio con una finestrella.

Il passaggio dal dormitorio comune del nucleo antico alle quindici celle individuali del dormitorio bonaventuriano è, in trenta metri di camminata, una lezione di storia dell'Ordine francescano. Nel giro di due generazioni la fraternità informale dei primi compagni diventa un'istituzione con regole, gerarchie, spazi personali e studi. Non è una degenerazione, come talvolta si sente dire con qualche semplificazione: è ciò che accade a ogni movimento che voglia durare più della vita del suo fondatore. Ma è un cambiamento, e a Greccio si tocca con mano.

Santuario di Greccio: la prima chiesa di San Francesco e San Bonaventura

Al piano superiore, sopra la cappella del Presepe, si trova la chiesa primitiva del santuario, intitolata a san Francesco e a san Bonaventura, che risale alla prima metà del Duecento. Le fonti locali collocano fra il 1228 e il 1229, cioè immediatamente dopo la canonizzazione, la costruzione della chiesa dedicata al santo. È dunque uno dei primissimi edifici di culto al mondo intitolati a Francesco d'Assisi: precede o accompagna il cantiere della basilica di Assisi, aperto nel 1228. Non lo si direbbe, viste le dimensioni. Ed è precisamente questo il punto.

La Deposizione e il tondo di Biagio d'Antonio

Sopra l'altare si trova un dipinto cinquecentesco di scuola umbra raffigurante la Deposizione fra santi. Sulla parete sinistra un affresco trecentesco rappresenta San Francesco e l'angelo che gli annuncia la remissione dei peccati: il soggetto rimanda all'episodio che la tradizione ambienta a Poggio Bustone, e la sua presenza qui mostra come i quattro santuari fossero percepiti fin da subito come un unico racconto distribuito su più luoghi.

Sopra l'affresco si conserva un tondo quattrocentesco attribuito a Biagio d'Antonio, con la Madonna col Bambino. Biagio d'Antonio Tucci era un pittore fiorentino della generazione di Ghirlandaio e Botticelli, attivo anche nella cantieristica sistina: trovare una sua opera in un eremo dei Monti Sabini è uno di quei cortocircuiti geografici che rendono l'arte italiana così divertente da raccontare. Le opere viaggiavano insieme ai committenti, e i committenti francescani avevano una rete che copriva l'intera penisola.

Gli arredi lignei e il cielo stellato

La chiesa conserva arredi lignei di grande interesse: gli stalli del coro, un leggio e un supporto girevole per lanterna che consentiva ai frati di illuminare le pagine del libro corale durante l'ufficio notturno. Quest'ultimo oggetto è uno di quei dettagli che uso sempre per far capire com'era davvero la vita quotidiana: il canto notturno richiedeva luce, la luce era una fiamma, la fiamma andava spostata da una pagina all'altra. Qualcuno ha risolto il problema con un braccio girevole di legno, e quel qualcuno vale, per la storia della tecnica, quanto un architetto.

La copertura è una volta a botte decorata con un cielo stellato, motivo diffusissimo nell'Italia medievale e tardomedievale che trasforma il soffitto in firmamento. Vi compare anche un'immagine del beato Giovanni da Parma. Il cielo stellato dipinto, in un edificio dedicato al Natale, non è mai un ornamento neutro: è la stella.

Santuario di Greccio: il ritratto di san Francesco e Jacopa de' Settesoli

Nell'oratorio attiguo alla chiesa primitiva, sopra l'altare, si conserva un dipinto che è oggetto di grandissima venerazione da parte dei frati e che merita un discorso a parte. Rappresenta san Francesco con il viso sofferente, mentre si asciuga gli occhi con un fazzoletto. La tradizione locale vuole che l'originale fosse stato eseguito nel 1225 su commissione di Jacopa de' Settesoli, l'amica romana del santo, e che si trattasse quindi dell'unico ritratto realizzato mentre Francesco era ancora in vita. La tela oggi conservata è una copia trecentesca dell'originale perduto.

Il dettaglio del fazzoletto non è un vezzo patetico: rimanda alla gravissima malattia agli occhi di cui Francesco soffriva negli ultimi anni, un'oftalmia probabilmente contratta durante il viaggio in Oriente, che lo portò quasi alla cecità e per la quale venne a farsi curare proprio in questa zona, dai medici della corte pontificia allora residente a Rieti. Onorio III e la curia soggiornarono a lungo nella conca reatina fra il 1225 e il 1226, e questo spiega perché una valle appenninica ospiti tanta storia francescana concentrata: c'erano insieme il papa, i medici migliori e il santo malato.

Chi era Jacopa de' Settesoli

Vale la pena raccontarla, perché è uno dei personaggi più belli dell'agiografia francescana. Nobildonna romana, vedova di Graziano Frangipane, apparteneva a una delle grandi famiglie baronali della Roma medievale, quella che aveva fortificato il Colosseo e l'Arco di Tito. Francesco la chiamava, con affetto ruvido e con un gioco di parole sul genere grammaticale, «frate Jacopa»: un titolo maschile per una donna, che nel Duecento equivaleva a dichiararla membro onorario della fraternità. Le fonti raccontano che arrivò ad Assisi negli ultimi giorni di vita del santo portando con sé, senza che nessuno gliel'avesse chiesto, il dolce di mandorle che lui amava. Se cercate una prova che l'agiografia sappia essere umanissima, eccola.

Che il ritratto di Greccio risalga davvero a una committenza del 1225 è un'affermazione che appartiene alla tradizione, non a un documento d'archivio, e come tale la presento sempre. Ma anche accettandola con prudenza, resta il valore dell'immagine: un Francesco malato, spossato, che si asciuga gli occhi. Un ritratto che non idealizza. In un'epoca in cui la santità si dipingeva con la rigidità dell'icona, qualcuno ha scelto di mostrare un uomo che sta male.

Santuario di Greccio: celle, grotte eremitiche e il beato Giovanni da Parma

Poco fuori dal santuario, immerse nel bosco e addossate alla roccia, si trovano le grotte eremitiche che sono forse la parte più suggestiva e meno accessibile del complesso. La principale è quella del beato Giovanni da Parma, ministro generale dell'Ordine, che secondo la memoria conventuale vi visse in penitenza ascetica per trentadue anni, dal 1257 al 1289.

La storia di Giovanni da Parma è di quelle che meritano di essere raccontate per intero, perché spiegano molto della crisi interna del francescanesimo duecentesco. Fu ministro generale dal 1247 al 1257, uomo di grande rigore, sostenitore dell'osservanza stretta della povertà, e finì travolto dalla sua vicinanza alle dottrine gioachimite, cioè alle profezie di Gioacchino da Fiore sull'età dello Spirito che agitavano l'ala radicale dell'Ordine. Costretto a dimettersi, indicò come successore proprio Bonaventura da Bagnoregio, e si ritirò qui, in una grotta sopra Greccio, dove rimase più di trent'anni. Morì nel 1289, in viaggio verso l'Oriente, a Camerino.

Trentadue anni in una grotta di montagna sono un dato che vale la pena lasciar sedimentare. Non è un ritiro spirituale di una stagione: è metà di una vita, con gli inverni dell'Appennino centrale, la neve, l'umidità della roccia. Quando i visitatori mi chiedono se sia una cifra credibile, rispondo che appartiene alla tradizione conventuale e che è verosimile nell'ordine di grandezza: la vita eremitica prolungata in grotte appenniniche è documentata in decine di casi fra Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo.

La celletta di san Francesco

Nei pressi si trova la celletta in cui, secondo la tradizione, Francesco si ritirava a pregare in solitudine. Oggi è convertita in oratorio: un ambiente piccolissimo che conserva un affresco settecentesco raffigurante la Morte di san Francesco e i resti di un altro affresco più antico, oggi molto lacunoso. Le due celle non sono aperte al pubblico, e credo sia una scelta corretta: alcuni luoghi si conservano solo sottraendoli al passaggio.

Anche da fuori, però, il colpo d'occhio è forte. Il bosco qui è fitto, la roccia trasuda, la luce arriva filtrata. Basta scostarsi di cinquanta metri dal piazzale per capire che cosa cercassero in questi anfratti gli eremiti: non il pittoresco, ma il silenzio assoluto e la temperatura costante della pietra.

Santuario di Greccio: la chiesa dell'Immacolata Concezione

La chiesa moderna del santuario, dedicata all'Immacolata Concezione, fu realizzata nel 1959 su progetto dell'architetto Alberto Carlo Carpiceci. È l'edificio che accoglie oggi le celebrazioni con grande afflusso di fedeli, ed è anche quello che divide di più i visitatori: chi arriva cercando solo il Duecento la trova stonata, chi la guarda per quello che è la trova una risposta intelligente a un problema difficile.

Il problema era questo: come si costruisce una chiesa capiente in un luogo dove non c'è spazio, senza schiacciare gli ambienti antichi e senza sfregiare la rupe. Carpiceci la incastra nella montagna. L'edificio affaccia sulla piazzetta con l'abside e il fianco destro, mentre la facciata e il fianco sinistro sono letteralmente coperti dal fianco del monte: metà chiesa è dentro la roccia. L'esterno è in pietra e intonaco, con un campanile a vela. Il fianco destro è scandito da monofore e ospita due portali che immettono all'inizio e al fondo della navata; l'abside è ottagonale e prende luce da lucernari.

Sul lato occidentale una scalinata conduce ai sentieri che si inoltrano nel bosco e a un terzo portale, in posizione rialzata, che immette nel matroneo sopraelevato. Lungo la scalinata si trova un'edicola ornata da una ceramica recente che raffigura sant'Antonio di Padova e il miracolo dell'Eucaristia, l'episodio del mulo che si inginocchia davanti al Santissimo. Antonio, ricordo sempre, fu francescano della prima generazione e per un periodo insegnò teologia ai frati: la sua presenza qui non è ornamentale, è genealogica.

L'interno

All'interno la chiesa è a navata unica, con pianta a croce latina priva di transetti sporgenti. Sul fianco sinistro e sul fondo corre un ballatoio sopraelevato che ospita il matroneo; nello spazio sotto il ballatoio sinistro si aprono tre piccole nicchie che fungono da cappelle laterali. Nell'abside si trova un bassorilievo in ceramica raffigurante Santa Maria Immacolata, realizzato dallo scultore Lorenzo Ferri fra il 1965 e il 1966.

Sul fondo della navata è collocato un grande presepe in legno, anch'esso di Lorenzo Ferri, realizzato nel 1967 con statue provenienti dalla Val Gardena: un omaggio esplicito alla tradizione altoatesina dell'intaglio, che nel Novecento ha fornito presepi a mezza Europa. La prima nicchia del fianco sinistro ospita l'organo, la seconda un secondo presepe in terracotta realizzato dallo scultore Luigi Venturini nel 1962, la terza un crocifisso ligneo. Sul fianco destro si trova una scultura in legno che raffigura san Francesco e i suoi frati mentre assistono i lebbrosi, opera dello scultore spagnolo J. Campania del 1925.

Sulle pareti corre una Via Crucis in bassorilievi di terracotta, anch'essa di Lorenzo Ferri, del 1967. Ferri, artista di formazione novecentesca legato all'arte sacra italiana del dopoguerra, è di fatto il regista visivo di questa chiesa: sua l'Immacolata dell'abside, suo il presepe grande, sua la Via Crucis. Guardare i tre cicli insieme permette di capire come si tentasse, negli anni Sessanta, di dare all'arte sacra un linguaggio moderno senza rompere con la leggibilità popolare. Riuscito o no, è un capitolo di storia dell'arte italiana che a Greccio si legge integralmente.

Santuario di Greccio: i portali di bronzo di Lino Agnini

I tre portali d'accesso della chiesa dell'Immacolata sono decorati esternamente da bassorilievi in bronzo dello scultore Lino Agnini, e da soli valgono una sosta lunga. Il bassorilievo del portale anteriore misura 245 per 155 centimetri e pesa oltre trenta quintali: fu realizzato nel 1995 dalla fonderia Briman di Verona. Tre tonnellate di bronzo su una porta di chiesa in un eremo di montagna sono un dato che colpisce sempre i gruppi, e a ragione: la sola logistica per portarlo quassù meriterebbe un racconto.

Il soggetto è la Madonna che dona il Bambino a san Francesco: un'iconografia che salda direttamente la dedicazione mariana della chiesa e la memoria del presepe. Ai lati compaiono il beato Giovanni Duns Scoto, il teologo francescano che nel Trecento elaborò l'argomentazione decisiva a favore dell'Immacolata Concezione, e santa Chiara morente con la bolla papale fra le mani, sorretta da due consorelle. La bolla è quella con cui Innocenzo IV approvò la Regola delle Clarisse, giunta ad Assisi mentre Chiara era in punto di morte nel 1253: uno dei momenti più drammatici della storia dell'Ordine femminile.

E poi, sullo stesso portale, ci sono loro: Alticama Castelli di Stroncone e Giovanni Velita di Greccio, i due benefattori. Trovare i volti di due laici del Duecento su una porta di bronzo fusa nel 1995 è la prova che a Greccio la memoria del 1223 non è archeologia: è una cosa viva, che ogni generazione riscrive con i mezzi che ha. Il portale posteriore rappresenta invece l'incontro di san Francesco con il lupo, episodio che le fonti collocano a Gubbio ma che l'iconografia ha reso ubiquo, perché racconta in una scena sola l'idea francescana di riconciliazione con il creato.

Santuario di Greccio: le vetrate e la mostra dei presepi

Le finestre della chiesa dell'Immacolata sono istoriate con vetrate policrome opera di padre Alberto Farina, e compongono un programma iconografico che ripercorre la storia di Francesco e del santuario. Vale la pena leggerle nell'ordine, perché sono organizzate per campate.

Nelle tre monofore della prima campata compaiono i tre compagni di frate Francesco: Leone, Rufino e Angelo. Sono i tre che, secondo la tradizione, redassero l'11 agosto 1246 la cosiddetta Lettera di Greccio, indirizzata al ministro generale Crescenzio da Iesi, che aveva chiesto ai frati anziani di mettere per iscritto i loro ricordi diretti del fondatore. Nelle tre monofore della seconda campata stanno san Bonaventura, santa Chiara e il beato Giovanni da Parma. Nella terza campata si apre una grande vetrata con Il perdono di Assisi, cioè l'indulgenza della Porziuncola, affiancata da due monofore con donna Jacopa de' Settesoli e Giovanni Velita. Nelle lunette sopra i due portali d'ingresso, infine, le due Natività: quella di Betlemme e quella di Greccio. Lo stesso accostamento dell'affresco quattrocentesco della grotta, ripreso cinque secoli dopo. La continuità di questo luogo è anche questo: un'idea che continua a essere pensata.

La collezione di presepi del matroneo

Nel matroneo il santuario ospita una mostra permanente di presepi in continua crescita, che raccoglie opere di autori diversi: fra questi si segnalano un Presepio in terracotta di Lino Agnini e un Francesco e il suo presepio di A. Fanfoni. È una raccolta che ha una logica precisa: mostrare come l'invenzione del 1223 sia stata declinata in materiali, stili ed epoche differenti. Chi la percorre con calma capisce una cosa non banale, e cioè che il presepe è un formato, non un'immagine fissa: cambia il legno, la terracotta, la cartapesta, il gesso, cambiano i volti e i vestiti, ma la struttura – la capanna, la mangiatoia, i pastori, gli animali – resta identica da otto secoli. Pochi format hanno avuto tanta fortuna.

Santuario di Greccio: la cappella sul Monte Lacerone

Dal santuario parte un sentiero aspro, immerso nel bosco, lungo un paio di chilometri, che sale fino alla sommità del Monte Lacerone, 1.204 metri sul livello del mare. È il luogo in cui, secondo la tradizione, Francesco dimorava prima che sorgesse il santuario: la cronologia locale colloca intorno al 1209 la costruzione di una capanna fra questi boschi, dove il santo si ritirava a meditare. Da allora la cima è chiamata anche Monte San Francesco.

Nel punto in cui si vuole che sorgesse la capanna, accanto a due grandi carpini, si trova una piccola cappella fatta edificare da papa Clemente XI nel 1712 e successivamente inglobata in una casa di pastori nel 1889. Quest'ultimo dettaglio è delizioso e va raccontato: la storia della montagna non è fatta solo di papi e santi, ma anche di pastori che hanno usato un edificio devozionale come muro portante della propria stalla. È il modo in cui l'Appennino ha sempre trattato l'architettura: riutilizzandola.

La salita al Lacerone è la scelta giusta per chi ha mezza giornata e gambe allenate. Il dislivello dal santuario supera i cinquecento metri, il fondo è pietroso, in alcuni tratti scosceso, e in inverno può essere innevato o ghiacciato. Ma il panorama dalla cima ripaga: si vede l'intera conca reatina, i Monti Reatini con il Terminillo, la dorsale sabina verso il Tevere. E si capisce, guardando in basso il santuario ridotto a una macchia bianca sulla parete, perché Francesco preferisse stare quassù.

Il bosco e la fauna

Il versante è coperto da un bosco misto in cui dominano il leccio alle quote basse e poi il carpino nero, la roverella, l'orniello, con faggi nelle esposizioni più fresche. È un ambiente che ospita capriolo, cinghiale, volpe, tasso e istrice, e sopra la testa si vedono spesso poiane e, con un po' di fortuna, il falco pellegrino, che nidifica volentieri sulle pareti calcaree come questa. Il santuario, in effetti, ha vicini di casa che ci abitavano prima.

Santuario di Greccio e la Lettera di Greccio del 1246

C'è un documento che porta il nome di questo posto e che gli storici del francescanesimo conoscono benissimo, mentre quasi nessun visitatore ne ha mai sentito parlare: la Lettera di Greccio, datata 11 agosto 1246. La firmarono tre fra i compagni più vicini a Francesco – Leone, Rufino e Angelo – e la indirizzarono a Crescenzio da Iesi, allora ministro generale dell'Ordine, che nel capitolo generale del 1244 aveva chiesto a tutti i frati di mettere per iscritto quanto ricordavano del fondatore.

La lettera accompagna una raccolta di ricordi e contiene un passaggio metodologicamente straordinario per l'epoca: i tre scrivono di non voler seguire l'ordine cronologico di una legenda, ma di limitarsi a riferire episodi che conoscono per esperienza diretta o per testimonianza di frati affidabili. È, in sostanza, una dichiarazione di metodo storiografico redatta in un eremo dei Monti Sabini a metà Duecento. Che questa dichiarazione sia stata scritta qui, dove Francesco aveva inventato il presepe ventitré anni prima, aggiunge al luogo una dimensione che non è solo devozionale: Greccio è anche un archivio della memoria francescana, il punto in cui i testimoni oculari decisero che cosa tramandare.

Vale la pena aggiungere che l'operazione ebbe un seguito complicato. Vent'anni dopo, nel 1266, il capitolo generale di Parigi stabilì che la Legenda maior di Bonaventura fosse l'unica biografia autorizzata e ordinò la distruzione delle precedenti. Molti materiali raccolti dopo il 1244, compresi quelli legati alla Lettera di Greccio, sopravvissero in forma frammentaria, confluendo in compilazioni successive che gli studiosi hanno passato al setaccio per due secoli. Quando si dice che le Fonti Francescane sono un cantiere aperto, si dice questo.

Santuario di Greccio e l'affresco di Giotto ad Assisi

Chi visita Greccio farebbe bene, prima o dopo, a guardare con attenzione la tredicesima scena del ciclo delle Storie di san Francesco nella basilica superiore di Assisi, dipinta a cavallo fra il 1295 e il 1299 e tradizionalmente attribuita a Giotto e alla sua bottega. Quella scena è Il presepe di Greccio, ed è uno dei documenti visivi più importanti del Medioevo italiano.

Il motivo è tecnico prima che devozionale. Giotto, per raffigurare l'episodio, dipinge un presbiterio di chiesa visto da dietro, cioè dalla parte del coro: si vedono il ciborio sopra l'altare, il tramezzo con il pulpito, un grande crocifisso ligneo dipinto che sporge in avanti inclinato, gli stalli con i frati che cantano. È l'unica testimonianza figurativa di quel dettaglio d'arredo – la croce dipinta montata sul tramezzo e reclinata verso la navata – che nessuna chiesa italiana conserva più nella posizione originaria, perché le riforme post-tridentine hanno smontato quasi tutti i tramezzi. Storici dell'architettura e liturgisti studiano quella scena come si studia una fotografia.

Sul piano narrativo, Giotto compie la stessa operazione che il maestro di Narni compirà un secolo dopo nella lunetta di Greccio: colloca l'episodio in uno spazio riconoscibile, popolato di persone che si girano, si sporgono, guardano. Francesco è inginocchiato e regge il Bambino sopra la mangiatoia; dietro di lui i frati, e a destra un gruppo di donne trattenute oltre il tramezzo, secondo le consuetudini dell'epoca. Il presepe raffigurato ad Assisi è già la fondazione di un genere.

Nel santuario di Greccio la presenza di questa iconografia è dichiarata: la scena della cappella riprende l'impostazione della composizione assisiate, con Francesco in dalmatica bianca da diacono, inginocchiato, che adora il Bambino, e in alto a destra il sacerdote che celebra. Dietro il santo si riconoscono, secondo la lettura tradizionale, i protagonisti di quella notte: in primo piano l'uomo in lunga tunica rossa identificato con Giovanni Velita, alla sua sinistra la moglie Alticama Castelli di Stroncone e il popolo di Greccio. È il modo in cui una comunità dice: c'eravamo anche noi.

Santuario di Greccio: papa Francesco e la lettera apostolica Admirabile signum

Il 1° dicembre 2019 papa Francesco è salito al santuario di Greccio e vi ha firmato la lettera apostolica Admirabile signum, dedicata al significato e al valore del presepe. Non è un dettaglio protocollare: firmare un documento pontificio nel luogo di cui il documento parla è una scelta di forte valore simbolico, e ha collocato Greccio, dopo otto secoli, al centro dell'attenzione mondiale per qualche giorno.

Il testo si articola in dieci paragrafi e parte da una definizione che vale la pena riportare nel suo senso: il presepe è come un Vangelo vivo, che scaturisce dalle pagine della Scrittura. Il papa ripercorre l'episodio del 1223 citando Tommaso da Celano come fonte, e poi passa in rassegna gli elementi del presepe uno per uno: il cielo stellato e il buio, i paesaggi in rovina che nella tradizione popolare alludono all'umanità ferita, i pastori come primi destinatari dell'annuncio, i mestieri della vita quotidiana che il presepe napoletano ha moltiplicato, i Magi con i loro doni, Maria, Giuseppe, e infine il Bambino.

Al di là del piano di fede, il documento ha un interesse culturale evidente: è una delle rare occasioni in cui un testo magisteriale si occupa di una pratica popolare, artigianale e domestica, riconoscendole dignità teologica. Il presepe non è mai stato un obbligo liturgico né un sacramento: è una consuetudine nata dal basso, fatta di muschio, sughero, carta e statuine, tramandata nelle famiglie. Che a Greccio, otto secoli dopo, un papa ne scriva un elogio ragionato, chiude un cerchio.

La visita, in concreto

Chi arriva al santuario oggi ne trova traccia. La memoria di quella giornata è viva fra i frati e la comunità locale, e ha rilanciato in modo evidente il flusso di visitatori, con effetti anche pratici: più attenzione ai percorsi, più cura nella segnaletica, più consapevolezza del valore del luogo. Non tutte le visite papali lasciano qualcosa di concreto dietro di sé; questa, per Greccio, ha coinciso con l'inizio di una nuova stagione di visibilità che ha portato fino alle celebrazioni per l'ottavo centenario del presepe, nel 2023.

Santuario di Greccio: i papi che sono saliti quassù

Per un santuario che nasce come eremo di povertà, la frequentazione pontificia è un capitolo curioso e va raccontato in ordine. Il primo papa a salire fu Giovanni Paolo II, il 2 gennaio 1983, e il ricordo di quella visita è affidato alla statua in bronzo collocata lungo la strada nel luglio 2016, che lo raffigura mentre benedice la valle. Papa Wojtyła aveva una particolare consuetudine con i santuari appenninici e con la montagna in generale, e la scelta del 2 gennaio – dentro il tempo di Natale – non fu casuale.

Papa Francesco è invece salito due volte: una prima visita privata il 4 gennaio 2016, quasi in incognito, e poi la visita ufficiale del 1° dicembre 2019 con la firma di Admirabile signum. Il fatto che abbia scelto di venire una prima volta senza corteo, in forma riservata, dice qualcosa del rapporto personale con il luogo. Ed è anche un buon modo per far capire ai visitatori che Greccio non è un santuario di rappresentanza: è un posto dove si va a stare, non a essere visti.

Vale la pena ricordare un altro elemento della storia recente che colloca Greccio in un orizzonte più ampio: nel 1996 fu piantato qui un ulivo donato dal Fondo Nazionale Ebraico. Un albero di pace, in un luogo francescano, offerto da un'istituzione ebraica: nel contesto del dialogo interreligioso postconciliare è un gesto tutt'altro che scontato, e testimonia come Greccio sia diventato negli anni un simbolo che travalica i confini confessionali.

Santuario di Greccio: il presepe vivente e il Natale nella Valle Santa

Se c'è un momento in cui Greccio diventa esattamente ciò che è, quello è il periodo natalizio. Il borgo e il santuario ospitano una rievocazione della Natività che ha assunto nei decenni la forma di un vero e proprio presepe vivente con decine di figuranti, allestito nel centro storico e nei suoi vicoli, con quadri viventi che ricostruiscono l'evento del 1223 e insieme la scena di Betlemme.

Le rappresentazioni si concentrano nei giorni intorno al Natale e si estendono al periodo dell'Epifania. Sono spettacoli serali, all'aperto, in un borgo di montagna: il che significa freddo, e freddo vero. Il consiglio che do sempre – e che vale più di qualsiasi altro – è di vestirsi come per una passeggiata invernale in quota, con calzature adeguate, e di considerare che i posti sono limitati e la viabilità nei giorni di punta è complessa. Le date esatte e le modalità di accesso variano di anno in anno: conviene verificarle sui canali ufficiali del santuario e del Comune di Greccio prima di mettersi in viaggio.

Da guida ho un'opinione forse impopolare sul presepe vivente di Greccio: il momento migliore non è quello dello spettacolo, ma l'ora prima. Quando il borgo si sta preparando, i figuranti si vestono, si accendono i bracieri e la valle sotto diventa nera con le luci di Rieti in fondo, si respira qualcosa che assomiglia molto di più a una notte del Duecento di quanto non faccia la rappresentazione stessa. Arrivate presto e camminate per i vicoli.

Il presepe di legno e le natività permanenti

Anche fuori stagione, però, Greccio resta il paese del presepe. Il grande presepe ligneo di Lorenzo Ferri nella chiesa dell'Immacolata è visibile tutto l'anno, così come la collezione del matroneo, e nel borgo il Museo Internazionale del Presepio espone natività provenienti da decine di paesi. Chi arriva in luglio pensando che il tema sia fuori stagione si sbaglia: qui il Natale è un fatto permanente, come a Pompei lo è l'eruzione.

Santuario di Greccio e il Cammino di Francesco

Il santuario è una tappa del Cammino di Francesco, l'itinerario devozionale ed escursionistico che collega i luoghi francescani fra Lazio, Umbria e Toscana, e in particolare del tracciato che unisce i quattro santuari della Valle Santa reatina. Esiste anche la Via di Francesco, il percorso più lungo che da La Verna scende ad Assisi e poi a Rieti e a Roma. Le due denominazioni si sovrappongono in più tratti e generano una certa confusione fra i camminatori: la sostanza è che da Greccio si può partire o arrivare a piedi, ed è il modo migliore per conoscere questi luoghi.

L'anello dei quattro santuari reatini è, per lunghezza e dislivelli, alla portata di un camminatore mediamente allenato: si sviluppa attorno alla conca, tocca Greccio, La Foresta, Poggio Bustone e Fonte Colombo, e si percorre in più giorni con tappe che oscillano fra i quindici e i venticinque chilometri. Non è un cammino pianeggiante: si scende in piana e si risale sui versanti a ogni tappa, perché i santuari stanno tutti a mezza costa. Il fondo alterna sterrate, mulattiere, tratti di asfalto secondario e sentieri nel bosco.

Chi arriva a Greccio a piedi ha un vantaggio che i visitatori in automobile non hanno: capisce le distanze. Otto secoli fa Francesco e i suoi compagni si spostavano fra questi conventi camminando, spesso scalzi o con calzature minime, in ogni stagione. Percorrere anche solo una tappa a piedi trasforma un dato biografico astratto in un'esperienza fisica, e cambia radicalmente la percezione del luogo. Consiglio, a chi non può fare il cammino intero, di parcheggiare a valle e salire almeno l'ultimo tratto camminando.

La credenziale e l'accoglienza dei pellegrini

Come su tutti i cammini europei, esiste una credenziale del pellegrino da far timbrare nelle tappe, che dà accesso a forme di accoglienza dedicate. Il santuario dispone di una foresteria riservata ai pellegrini dei diversi cammini: una piccola struttura ai piedi del complesso, all'inizio della scalinata inferiore, con sei posti letto e bagni in comune. Gli ospiti devono portare con sé lenzuola e asciugamani e provvedere autonomamente al cibo, e la prenotazione è necessaria, lasciando un recapito telefonico o un indirizzo di posta elettronica.

Esiste inoltre un'accoglienza più capiente presso la parrocchia di Santa Maria di Loreto, a Limiti di Greccio, con ventotto posti letto in stanze comuni con letti a castello, quattro bagni comuni, uso cucina e un salone per incontri, in regime di autogestione con sacco a pelo. È la soluzione tipica per i gruppi e per i cammini organizzati. Il santuario dispone anche di una sala multimediale dedicata alla propria storia e alla natura del luogo, aperta nel fine settimana e su prenotazione.

Santuario di Greccio: come arrivare e come organizzare la visita

Da Roma il percorso naturale è la via Salaria, che risale verso Rieti; in alternativa si può usare l'autostrada A1 fino a Orte e poi la superstrada Rieti-Terni. Il tempo di percorrenza si aggira sull'ora e mezza, con variabili sensibili nei fine settimana e nei giorni festivi. L'ultimo tratto è la strada provinciale che sale al santuario, stretta e a tornanti: nulla di impegnativo, ma con i pullman gran turismo richiede attenzione e i camper vanno valutati con prudenza.

Il parcheggio si trova due tornanti sotto il santuario, in corrispondenza del bar e dell'ufficio informazioni. Da lì parte la scalinata. In alta stagione e nei giorni di celebrazione il parcheggio si riempie e si finisce a lasciare l'auto lungo la strada: è un'altra buona ragione per arrivare presto la mattina.

Orari e informazioni

La visita al santuario è libera e regolata da orari che nella prassi consolidata prevedono l'apertura al mattino dalle 9 alle 12 e nel pomeriggio dalle 15 alle 19, con chiusura anticipata alle 18 nel periodo invernale, sia nei giorni feriali sia la domenica e nei festivi. Va detto con chiarezza che orari e modalità possono variare: si tratta di un luogo di culto retto da una comunità religiosa, e le esigenze liturgiche vengono prima di quelle turistiche. Prima di partire conviene sempre verificare telefonando al santuario o consultando il suo sito ufficiale.

L'indirizzo è Eremo Santuario di Greccio, 02040 Greccio (RI). Nel piazzale e lungo il percorso sono presenti pannelli informativi. Per i gruppi organizzati e per le visite guidate è buona norma preannunciare l'arrivo: gli spazi sono piccoli e la sovrapposizione di due comitive in cappella rende la visita sgradevole per tutti.

Quanto tempo serve

La visita degli ambienti richiede fra i quaranta minuti e l'ora e mezza, a seconda di quanto si voglia approfondire. Se si aggiungono il borgo di Greccio e il Museo Internazionale del Presepio si arriva comodamente a mezza giornata. Se si vuole salire al Monte Lacerone, la giornata è intera. E se si intende affrontare tutta la Valle Santa, servono almeno due giorni pieni, che è poi la formula che consiglio a chiunque abbia la possibilità di fermarsi a dormire in zona.

Accessibilità

Va detto con onestà: il santuario è un complesso medievale arrampicato su una rupe, e la piena accessibilità non è possibile ovunque. Molti ambienti storici – la grotta, il dormitorio antico, la cella di Francesco – sono raggiungibili solo attraverso passaggi stretti e gradini irregolari. Esiste però un accesso più alto che consente di raggiungere la parte moderna del complesso e la chiesa dell'Immacolata riducendo drasticamente il dislivello. Chi ha esigenze particolari faccia bene a contattare il santuario in anticipo, che è sempre la soluzione più efficace.

Santuario di Greccio: che cosa vedere nei dintorni

La visita al santuario si completa molto bene con qualche tappa nelle vicinanze, e la zona è generosa.

Il borgo medievale di Greccio

Due chilometri più su, il borgo merita una passeggiata anche solo per i suoi affacci sulla conca. Vicoli stretti, archi, scalinate, la Collegiata di San Michele Arcangelo, la chiesa di Santa Maria del Giglio e il Museo Internazionale del Presepio. Ci si gira in un'ora, ma è un'ora che completa il discorso.

Rieti

A un quarto d'ora d'auto, il capoluogo è una città che gli italiani sottovalutano sistematicamente. Conserva un notevole tratto di mura duecentesche, il palazzo papale costruito proprio negli anni in cui la curia soggiornava in città, la cattedrale con la cripta romanica, i sotterranei della via Cintia che mostrano il livello medievale della città, e la piazza che segna, secondo la tradizione geografica, l'umbilicus Italiae, il centro geometrico della penisola. Per chi ha visitato Greccio è la tappa complementare perfetta, perché è lì che stavano il papa e i medici che curavano Francesco.

Contigliano, Cantalice, Leonessa

Contigliano, a una decina di chilometri, è un borgo compatto con una collegiata barocca che sorprende per dimensioni e apparato decorativo. Cantalice, arroccato su un crinale ripidissimo a poco più di venti chilometri, è la patria di san Felice da Cantalice, il primo santo cappuccino, e offre una delle viste più belle sull'intera conca. Leonessa, più lontana e più alta, è una cittadina di impianto medievale con portici e una tradizione gastronomica montanara di prim'ordine: qui si sale soprattutto d'autunno, per i tartufi e le patate.

La Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile

Ai piedi del santuario, nella piana, si estende la riserva naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile, ultimo residuo dell'antico Lacus Velinus. È un ambiente umido di grande interesse per l'avifauna, con osservatori attrezzati, sentieri e piste ciclabili pianeggianti. Contrapporre in una stessa giornata la roccia dell'eremo e l'acqua ferma dei laghi è una delle esperienze paesaggistiche più efficaci del Lazio, e nessuno la fa.

La Cascata delle Marmore

Poco oltre il confine umbro, a una quarantina di chilometri, la Cascata delle Marmore è il grande finale idraulico di questa storia: è l'opera romana del 271 a.C. che prosciugò la conca reatina, ed è quindi tecnicamente la ragione per cui la Valle Santa esiste come pianura anziché come lago. Il salto di 165 metri è tuttora regolato da rilasci a orario. Il legame con Greccio, insomma, non è turistico: è geologico e ingegneristico.

Santuario di Greccio: la Valle Santa in due giorni

Se avete due giorni, ecco come li impiegherei io, e l'ho sperimentato più volte con i gruppi.

Il primo giorno: arrivo in mattinata a Greccio, visita del santuario con calma nella fascia oraria d'apertura mattutina, pranzo in zona, pomeriggio dedicato al borgo e al Museo Internazionale del Presepio, e verso il tramonto discesa a Rieti per una passeggiata nel centro storico. Notte a Rieti o in un agriturismo della piana, che è la soluzione più piacevole.

Il secondo giorno: mattina a Poggio Bustone, salendo, per chi ha gambe, fino al Sacro Speco nel bosco; a metà giornata La Foresta, che è a pochi minuti dalla città; e pomeriggio a Fonte Colombo, chiudendo il cerchio nel luogo della Regola. Rientro a Roma in serata. Sono due giornate compatte ma non frenetiche, e restituiscono un quadro completo che nessuna singola visita può dare.

Una variante per chi cammina: sostituire uno degli spostamenti in auto con la tappa a piedi corrispondente del Cammino di Francesco, lasciando l'auto a un capo e organizzando il ritorno. Costa un po' di logistica e vale ogni minuto speso a organizzarla.

Santuario di Greccio: le stagioni, il silenzio e il momento giusto

Ogni luogo ha la sua stagione, e Greccio ne ha almeno tre.

L'inverno è la stagione del significato. Fa freddo, il bosco è spoglio, la roccia è scura e umida, il fiato si vede. È l'unico periodo in cui il racconto della notte del 1223 smette di essere una storia e diventa una constatazione meteorologica: qui, il 25 dicembre, si sta male. Se volete capire davvero che cosa significasse allestire una mangiatoia all'aperto in questa piega di montagna, venite in dicembre o in gennaio, meglio se in un giorno feriale e non nei giorni del presepe vivente.

La primavera è la stagione della bellezza. Il bosco si riempie di verde tenero, le ginestre esplodono sui versanti, la piana sotto è un mosaico di campi, l'aria è limpida e il panorama arriva lontanissimo. È anche il periodo migliore per camminare, perché le temperature consentono la salita al Lacerone senza soffrire.

L'autunno è la stagione del colore e della gastronomia. I carpini e le roverelle virano al bronzo, le nebbie si posano sulla piana al mattino e il santuario galleggia sopra un mare bianco: è lo spettacolo che i fotografi aspettano. In tavola arrivano funghi, tartufi, castagne, e i borghi intorno organizzano sagre di sostanza.

L'estate, per onestà, è la stagione più debole, ma non per il caldo: a seicentosessantacinque metri, all'ombra di una parete rocciosa esposta a est, la temperatura è più che sopportabile anche in luglio. È debole perché è il periodo di massimo afflusso e perché la luce di mezzogiorno appiattisce il paesaggio. Se venite d'estate, venite all'apertura del mattino o nell'ultima ora del pomeriggio.

Santuario di Greccio: la tavola della conca reatina

Nessuna visita è completa senza un pranzo fatto bene, e la cucina reatina ha una personalità precisa che vale la pena conoscere prima di sedersi. È una cucina di montagna e di piana insieme, che mescola pastorizia, orto e acqua dolce.

Il piatto simbolo sono gli strigliozzi, spaghettoni di acqua e farina tirati a mano, cugini stretti degli strangozzi umbri e dei ciriole ternani, che si condiscono in bianco con funghi e tartufo o al sugo. Poi ci sono le fregnacce, sfoglie di pasta tagliate a rombo, e le pizzicotte. Sul fronte dei secondi domina l'agnello, in tutte le declinazioni della cucina pastorale dell'Appennino centrale, e non manca la trota, perché la piana reatina è ricca di sorgenti e corsi d'acqua limpidissimi.

Sui prodotti, tre nomi vanno ricordati. La patata di Leonessa, coltivata in altura, ha una tenuta in cottura che la rende ideale per gnocchi e contorni. Il tartufo, sia nero pregiato sia estivo, è di casa in tutta la provincia. E il pecorino, prodotto in un territorio che ha fatto della transumanza la propria economia per millenni: la Sabina è del resto la patria dell'olio extravergine DOP, e sul crinale opposto della conca gli oliveti scendono fino alla piana.

Un consiglio pratico: attorno al santuario l'offerta di ristorazione è limitata a poche insegne, giustamente, perché siamo su una rupe. Se volete mangiare bene senza fretta, programmate il pranzo nel borgo di Greccio o scendete verso la piana e Contigliano, dove le trattorie di paese lavorano con clientela locale e a prezzi che a Roma non esistono più. In alta stagione e nei fine settimana, prenotate.

Santuario di Greccio: perché il presepe ha conquistato il mondo

Vale la pena fermarsi a ragionare su un punto che nessuna targa spiega: come mai un'idea nata in una grotta dei Monti Sabini è diventata l'immagine natalizia più diffusa del pianeta.

La prima ragione è la riproducibilità. Il presepe non richiede un artista, non richiede un committente ricco, non richiede una chiesa. Richiede della materia povera e un po' di pazienza. Chiunque, in qualunque condizione economica, può costruirne uno. Nella storia delle pratiche culturali, la soglia d'ingresso bassa è il fattore decisivo di diffusione, e il presepe ha la soglia più bassa che si possa immaginare.

La seconda ragione è l'adattabilità. Il presepe accoglie qualsiasi contesto locale. In Napoli del Settecento diventa un teatro urbano con il pescivendolo, l'oste, il macellaio e la taverna; in Provenza si popola dei santons con i mestieri del villaggio; in America Latina assume paesaggi e volti locali; in Africa e in Asia si adegua ai materiali e alle fisionomie del posto. Nessuno ha mai considerato questi adattamenti un tradimento, e non a caso: perché già a Greccio, nel 1223, l'operazione consisteva esattamente in questo, portare Betlemme in un bosco del Lazio con un bue e un asino della zona.

La terza ragione è affettiva. Il presepe si monta insieme, in famiglia, con i bambini, con oggetti che si conservano di anno in anno e che accumulano memoria. La statuina scheggiata, il pastore incollato male, il muschio raccolto in un certo posto: sono i vettori di una trasmissione che non passa per i libri. È esattamente la strategia pastorale che le fonti attribuiscono a Francesco, un uomo che comunicava per gesti e per immagini più che per trattati.

Se qualcuno vi dice che il presepe è una tradizione minore rispetto all'arte sacra maggiore, portatelo a Greccio e fategli guardare quella lunetta del 1409 con le due natività affiancate. Poi chiedetegli quanti quadri della storia dell'arte vengono riprodotti ogni anno in centinaia di milioni di esemplari da persone che non sanno nulla di arte. La risposta è: nessuno.

Santuario di Greccio: architettura di un eremo francescano

Un'ultima chiave di lettura che consiglio, e che vale per tutti gli eremi francescani dell'Appennino: guardate il santuario come un problema costruttivo prima che come un monumento.

Gli eremi della prima generazione francescana non nascono da un progetto. Nascono da un adattamento: si trova un anfratto, ci si sistema, si aggiunge un tetto, poi un muro, poi una cappella, poi una chiesa. La crescita è per accumulo, non per disegno. Ne risulta un'architettura che non ha facciata, non ha simmetria, non ha assi: ha percorsi. A Greccio ci si muove per corridoi stretti, scale ripide, passaggi che girano attorno alla roccia. La pianta, se qualcuno la disegna, sembra il taccuino di uno che si è perso.

Questo è esattamente l'opposto della logica monastica benedettina, che dal chiostro organizza tutto in modo razionale e ripetibile: refettorio, dormitorio, sala capitolare, chiesa, sempre nella stessa disposizione da Cluny alla Scozia. I francescani, agli inizi, non hanno un modello: hanno un principio, la povertà, e un vincolo, il luogo. Il risultato è che ogni eremo francescano è diverso da tutti gli altri, mentre ogni abbazia benedettina somiglia a tutte le altre.

Poi, naturalmente, l'Ordine si struttura e arriva l'architettura francescana urbana: le grandi chiese a navata unica con capriate a vista, Santa Croce a Firenze, il Santo a Padova, l'Aracoeli a Roma, edifici pensati per la predicazione di massa. Ma quella è una storia successiva, ed è per questo che Greccio è così prezioso: è la fase prima, quella che quasi ovunque è stata cancellata dagli ampliamenti.

I materiali

Il materiale dominante è il calcare locale, cavato sul posto, spesso appena sbozzato. Il legno compare massicciamente nel dormitorio bonaventuriano e negli arredi. L'intonaco è sottile, spesso assente. Dove ci sono elementi di pregio – il travertino della scultura moderna, i bronzi dei portali – si tratta di aggiunte otto e novecentesche. La regola costruttiva dell'eremo era: usare quello che c'è, a un tiro di braccio.

Il rapporto con la luce

Un dettaglio che i visitatori notano inconsciamente ma raramente verbalizzano: negli ambienti antichi di Greccio la luce naturale è scarsa e sempre laterale, perché le aperture sono piccole e la parete rocciosa taglia il sole. Nella chiesa moderna, al contrario, Carpiceci porta luce dall'alto attraverso i lucernari dell'abside. È la differenza fra un'architettura che si difende dal freddo e un'architettura che può permettersi il vetro. Sette secoli di storia della tecnica edilizia, in trenta metri.

Santuario di Greccio: che cosa portarsi a casa

Non parlo di souvenir, anche se il santuario ha un punto vendita con prodotti dei frati e materiale devozionale, e il borgo offre artigianato legato al presepe. Parlo di quello che resta dopo.

Quello che resta, nella mia esperienza, è una misura. Greccio ricalibra le proporzioni: chi ha visto San Pietro il giorno prima e la cella di Francesco il giorno dopo si porta a casa un'idea molto precisa di quanto sia largo lo spettro del cristianesimo occidentale, dalla cupola michelangiolesca alla nicchia scavata nella pietra. Sono due estremi dello stesso fenomeno, e visitarli in sequenza è un esercizio di intelligenza storica che consiglio a chiunque.

Quello che resta, poi, è una domanda. Perché proprio qui? Perché un uomo che aveva l'Italia intera a disposizione, che era stato in Egitto, che parlava con i cardinali, sceglieva di tornare in una grotta sopra un paese di poche centinaia di anime? La risposta la lascio a ciascuno, ma la domanda è il vero souvenir di Greccio.

Una curiosità su Santuario di Greccio (RI)

La curiosità che riservo sempre alla fine della visita riguarda una parola: dalmatica. Nell'affresco della cappella del Presepio, come nella scena di Assisi, Francesco è raffigurato inginocchiato davanti al Bambino vestito con la dalmatica bianca, la veste liturgica propria del diacono. Non è un dettaglio di costume: è la chiave giuridica dell'intero episodio. Francesco d'Assisi non fu mai sacerdote. Ricevette il diaconato e si fermò lì, per scelta, ritenendosi indegno dell'ordine sacerdotale. Questo significa che la notte del 1223 non poteva celebrare la messa: poteva cantare il Vangelo e predicare, che è esattamente ciò che Celano racconta abbia fatto.

Ne discende una conseguenza che spiazza quasi tutti: l'uomo che ha inventato il presepe non ha celebrato la messa del primo presepe. Il sacerdote c'era, ed è raffigurato in alto a destra nella composizione, ma non è lui il protagonista dell'immagine. Il protagonista è un diacono in ginocchio. Per un'epoca in cui la gerarchia era tutto, mettere al centro della scena chi non presiedeva era una scelta iconografica di enorme audacia, e ci dice che l'invenzione di Greccio nacque come atto di predicazione popolare, non come innovazione liturgica.

C'è poi un piccolo corollario che diverte i gruppi. La dalmatica, come veste, prende il nome dalla Dalmazia, da cui la tradizione voleva provenisse il tessuto originario, e nel Medioevo era considerata un abito di un certo lusso, tanto che il suo uso fu a lungo regolamentato. Il santo della povertà assoluta viene dunque raffigurato, nel momento più celebre della sua vita, con addosso l'unico indumento prezioso che il suo stato gli consentisse. Nessuno ha mai visto in questo una contraddizione, e a pensarci bene hanno ragione: la veste non era sua, era del servizio. È una distinzione che Francesco avrebbe capito benissimo.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santuario di Greccio (RI)

La cosa che nessuno dice è che il presepe di Greccio, nel racconto originale, non aveva statuine. Non ce n'era neppure una. Rileggete Celano: c'è la mangiatoia, c'è il fieno, c'è il bue, c'è l'asino, ci sono le persone vere. Non c'è alcuna descrizione di figure scolpite o dipinte, e soprattutto non c'è, nella lettera del testo, una statua del Bambino collocata nella greppia. C'è, semmai, la visione del cavaliere, che vede nella mangiatoia un bambino inerte poi risvegliato da Francesco: e il biografo stesso si affretta a spiegare che il senso è simbolico.

Questo ribalta un'idea diffusissima. La versione che gira nei racconti popolari e in molte guide – Francesco che mette la statuina nella culla e la statuina prende vita – è il risultato di una stratificazione successiva, in cui la visione del cavaliere si è fusa con la pratica ormai consolidata del presepe con le figure, ed è stata retroproiettata sul 1223. Cioè: la tradizione ha riletto l'origine alla luce di ciò che l'origine aveva prodotto. È un fenomeno normalissimo nella storia culturale, ma raramente si può osservare con tanta chiarezza in un unico luogo.

Perché è importante saperlo? Perché cambia il senso del gesto. Se Francesco avesse allestito un'installazione di statue avremmo un'operazione di arte devozionale. Quello che le fonti descrivono è invece qualcosa di più radicale: una liturgia ambientata, un evento partecipato, un rito in cui il popolo non guarda una scena ma sta dentro la scena. Il presepe con le figurine, quello che tutti conosciamo, è la versione domestica e portatile che i secoli successivi hanno ricavato da quell'esperienza. In termini attuali: a Greccio nel 1223 non è nato il modellino, è nata la rievocazione. Il modellino è venuto dopo, ed è il figlio di maggior successo.

Aggiungo il corollario che di solito chiude il discorso: se cercate il vero erede diretto della notte del 1223, non è il presepe sotto l'albero di casa vostra. È il presepe vivente. E il fatto che Greccio celebri proprio il presepe vivente, e non solo quello di legno, dimostra che qui la memoria è più precisa che altrove.

Il consiglio che ti do per visitare Santuario di Greccio (RI)

Il consiglio numero uno è di venire in un giorno feriale d'inverno, di mattina presto, e di salire a piedi dalla scalinata. So che sembra una raccomandazione per masochisti, e invece è la ricetta esatta per ottenere da questo luogo tutto quello che ha da dare. D'inverno, di mattina, in settimana, il santuario è quasi vuoto: si entra nella grotta da soli, si sente il rumore della propria respirazione, si guarda l'affresco senza nessuno alle spalle. In quelle condizioni Greccio non è una visita, è un'esperienza. Nei fine settimana di primavera, con tre pullman nel parcheggio, è tutta un'altra cosa.

Il consiglio numero due riguarda l'ordine della visita, ed è controintuitivo. Quasi tutti entrano, vanno dritti alla cappella del Presepio perché è la prima cosa che si incontra e perché è quella famosa, e poi girano il resto con l'attenzione già spesa. Io faccio l'opposto: attraverso rapidamente, salgo prima al dormitorio bonaventuriano e alla chiesa primitiva, do un'occhiata alla chiesa moderna, e solo alla fine torno giù e mi fermo a lungo nella grotta. Così la grotta diventa il punto d'arrivo e non il punto di partenza, e tutto quello che si è visto prima – le celle, il dormitorio di sette metri per due, il sacro speco – prepara a capirla. È lo stesso principio per cui il dessert si mangia alla fine.

Il consiglio numero tre è di dedicare venti minuti al piazzale-belvedere senza fare nulla. Non fotografare, non consultare il telefono, non commentare: guardare la piana. È da quella piana che salirono i grecciani con le fiaccole; è quella piana che i Romani avevano prosciugato quindici secoli prima; è su quella piana che stanno gli altri tre santuari. Venti minuti di panorama, con questa consapevolezza, valgono più di venti fotografie.

Il consiglio numero quattro è pratico e lo ripeto perché conta: scarpe con suola scolpita, uno strato in più di quello che pensate vi serva, e la verifica preventiva degli orari, perché in un luogo di culto retto da una comunità religiosa le esigenze liturgiche cambiano le aperture e nessuno vi risarcirà del viaggio. Il quinto e ultimo: non fate di Greccio una tappa mordi e fuggi fra Roma e Assisi. Se dovete fermarvi quaranta minuti, meglio non venire. Questo posto restituisce in proporzione al tempo che gli si dà.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: il 1223 non fu soltanto l'anno del presepe, fu l'anno della Regola. Nel giro di poche settimane, in questa stessa valle, Francesco d'Assisi portò a compimento le due operazioni che avrebbero determinato tutto il resto della storia francescana. A Fonte Colombo, secondo la tradizione, dettò il testo della Regola definitiva, che papa Onorio III approvò con la bolla Solet annuere il 29 novembre 1223. Ventisei giorni dopo, a Greccio, allestì la mangiatoia.

Tutti sanno separatamente le due cose. Quasi nessuno le mette in fila. Eppure la sequenza è illuminante, perché mostra un uomo che nello stesso inverno chiude i conti con l'istituzione – accettando che il suo movimento diventi un ordine regolato, approvato, incasellato nel diritto canonico – e subito dopo compie il gesto più libero, più popolare, più antigiuridico della sua vita. Prima firma il documento, poi va nel bosco a fare il presepe. Se cercate una definizione sintetica del personaggio, è tutta lì.

C'è un dettaglio ulteriore che rende la sequenza ancora più significativa. Le fonti raccontano che per l'allestimento di Greccio fu chiesta e ottenuta l'autorizzazione pontificia: Francesco non improvvisò, si mosse dentro le regole. Aveva appena accettato una Regola scritta e la applicò immediatamente anche alla propria invenzione. Non era un ribelle romantico contro l'istituzione, come lo hanno voluto certe letture otto e novecentesche: era un uomo che sapeva perfettamente dove stavano i confini e che dentro quei confini si muoveva con una libertà enorme.

Il corollario storiografico è altrettanto poco citato. Se Greccio si fosse fatto senza permesso, sarebbe rimasto un episodio locale, forse censurato, forse dimenticato. Essendosi fatto con l'approvazione, entrò nella biografia ufficiale, fu dipinto da Giotto ad Assisi settant'anni dopo nella basilica papale, e da lì si diffuse in tutta Europa. L'invenzione più popolare della storia cristiana ha avuto successo anche perché era in regola. Non è una lettura entusiasmante, ma è vera, e alle guide serie tocca dire anche le cose che non fanno applaudire.

La foto giusta da fare a Santuario di Greccio (RI)

La foto giusta non è quella del santuario visto dal piazzale. È quella del santuario visto da fuori, dalla strada, con tutta la parete rocciosa dentro l'inquadratura. Il complesso, ripreso da vicino, si perde in dettagli e sembra un convento qualunque; ripreso da un punto della provinciale che consenta di abbracciare la rupe, diventa quello che è davvero: un edificio bianco incastrato in una parete verticale, minuscolo rispetto alla montagna. È l'unica inquadratura che racconta il senso del luogo, cioè la sproporzione fra l'ambizione dell'uomo e la scala della roccia.

La luce migliore è quella del mattino. Il santuario guarda a est, verso la conca, e quindi nelle prime ore riceve il sole in pieno mentre la valle sotto è ancora in ombra o coperta dalla nebbia: si ottiene un soggetto illuminato su fondo scuro, che è la condizione ideale. Nel pomeriggio la parete va in controluce e la resa crolla. Se venite d'autunno e c'è nebbia in piana, quella è la mattina buona: il santuario emerge sopra un mare bianco e la fotografia si fa da sola.

Dentro, la fotografia è più delicata, in tutti i sensi. Negli ambienti antichi la luce è pochissima e laterale, il flash è vietato oltre che maleducato, e i treppiedi in una cappella affollata sono un'ottima ricetta per diventare antipatici. La soluzione è alzare la sensibilità, appoggiarsi a uno stipite e accettare che qualche scatto verrà mosso. Il soggetto migliore in interno non è l'altare frontale, che tutti fotografano: è il dettaglio della roccia viva dove il calcare si vede nudo, magari con un lembo di intonaco dipinto accanto. Quella singola immagine racconta l'intero santuario, perché mostra il punto esatto in cui la montagna diventa chiesa.

Aggiungo la raccomandazione che faccio sempre e che vale più di ogni consiglio tecnico: nella grotta della Natività, mettete via la macchina. Ci sono luoghi in cui la fotografia è un modo di guardare e luoghi in cui è un modo di non guardare. Quella nicchia di due metri per tre appartiene alla seconda categoria. Fotografatela dopo, se proprio volete, ma la prima volta entrateci a mani vuote.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento è ovviamente la notte del 25 dicembre 1223, con la rappresentazione della Natività narrata da Tommaso da Celano: la mangiatoia, il fieno, il bue e l'asino, la messa celebrata sopra la greppia, Francesco diacono che canta il Vangelo e predica. È l'atto di nascita del presepe come pratica, e da esso discende tutto il resto della storia di questo luogo.

Il secondo avvenimento è la trasformazione del luogo in santuario. Nel 1228, l'anno stesso in cui Gregorio IX canonizzò Francesco ad Assisi, la memoria locale colloca la costruzione della cappella sopra la grotta; fra il 1228 e il 1229 sorse la chiesa dedicata al santo. In meno di sei anni dall'evento, e in pochi mesi dalla canonizzazione, il posto era già consacrato e costruito. La rapidità è di per sé un avvenimento storico: dice quanto forte fosse la percezione, già fra i contemporanei, di aver assistito a qualcosa di irripetibile.

Il terzo avvenimento è l'11 agosto 1246, la data della Lettera di Greccio, con cui i tre compagni Leone, Rufino e Angelo trasmisero al ministro generale Crescenzio da Iesi i propri ricordi diretti di Francesco, dichiarando di attenersi a ciò che sapevano per esperienza. È uno dei momenti fondativi della memoria francescana, e per gli storici delle Fonti Francescane è una data che pesa quanto il 1223.

Il quarto avvenimento è il lungo eremitaggio del beato Giovanni da Parma, ministro generale deposto, che secondo la memoria conventuale visse in una grotta sopra il santuario per trentadue anni, dal 1257 al 1289, dopo aver indicato Bonaventura da Bagnoregio come proprio successore. In quella grotta si consumò, in silenzio, uno dei conflitti interni più laceranti della storia dell'Ordine.

Il quinto avvenimento è la lunga stagione costruttiva che ha dato al santuario la forma attuale: il dormitorio detto di San Bonaventura, in uso dal 1260-1270 fino al 1915; la cappella voluta da Clemente XI sul Monte Lacerone nel 1712; la chiesa superiore del 1906; la chiesa dell'Immacolata Concezione realizzata nel 1959 su progetto di Alberto Carlo Carpiceci, con i cicli di Lorenzo Ferri degli anni Sessanta e i portali bronzei di Lino Agnini, quello anteriore fuso nel 1995.

Il sesto avvenimento è la stagione delle visite papali: Giovanni Paolo II il 2 gennaio 1983, primo pontefice a salire quassù, ricordato dalla statua bronzea collocata nel luglio 2016; papa Francesco in visita privata il 4 gennaio 2016 e poi in visita ufficiale il 1° dicembre 2019, quando firmò proprio a Greccio la lettera apostolica Admirabile signum sul significato del presepe. In mezzo, nel 1996, la piantumazione dell'ulivo donato dal Fondo Nazionale Ebraico, che iscrive il santuario in una vicenda di dialogo più ampia.

Il settimo avvenimento, infine, è il 2023: l'ottavo centenario del presepe di Greccio, celebrato con un anno di iniziative che hanno riportato l'attenzione internazionale su questa rupe e hanno riaperto, anche fra gli studiosi, il dossier sulle fonti dell'episodio. Ottocento anni dopo, la notte del 1223 continua a produrre eventi.

Chi è passato da Santuario di Greccio (RI)

Il primo nome è Francesco d'Assisi, la cui presenza in questa valle è storicamente accertata per il 1223 e che secondo la tradizione frequentava già questi boschi dagli anni intorno al 1209, quando avrebbe eretto una capanna sul Monte Lacerone. Lasciò definitivamente la Valle Reatina nel 1226, l'anno della morte, senza più tornarvi. Con lui passarono di qui i suoi compagni più stretti, Leone, Rufino e Angelo, che vent'anni dopo, sempre a Greccio, avrebbero messo per iscritto i loro ricordi.

Poi i laici, che di solito nessuno nomina e che invece resero possibile tutto: Giovanni Velita, signore del castello di Greccio, che secondo le fonti procurò la grotta, gli animali e il fieno per la notte del 1223, e sua moglie Alticama Castelli di Stroncone. I loro volti tornano nelle vetrate novecentesche e nel bassorilievo del portale del 1995, il che significa che ottocento anni non sono bastati a farli dimenticare. E accanto a loro, nell'iconografia del santuario, Jacopa de' Settesoli, la nobildonna romana amica di Francesco alla cui committenza la tradizione attribuisce il ritratto del santo conservato nell'oratorio.

Poi i grandi nomi dell'Ordine. Bonaventura da Bagnoregio, ministro generale dal 1257 al 1274, teologo e autore della Legenda maior, alla cui epoca si fa risalire il dormitorio ligneo che ne porta il nome e la cui cella la tradizione indica come la prima a destra del corridoio. Giovanni da Parma, suo predecessore, che qui visse trentadue anni di penitenza in una grotta. Bernardino da Siena, il grande predicatore dell'Osservanza quattrocentesca, di cui il santuario conserva il pulpito e che secondo la tradizione alloggiò nella stessa cella di Bonaventura.

Poi gli artisti, spesso anonimi e non per questo meno importanti: il maestro di Narni che nel 1409 dipinse la lunetta con la doppia natività, la bottega vicina al Maestro di Fossa autrice degli affreschi del corridoio, il fiorentino Biagio d'Antonio a cui si riconduce il tondo quattrocentesco con la Madonna col Bambino, e più tardi Lorenzo Ferri, Luigi Venturini, Lino Agnini, Leonardo Cumbo, padre Alberto Farina, lo scultore spagnolo J. Campania, l'architetto Alberto Carlo Carpiceci. Un elenco che copre sei secoli e che dimostra come questo eremo non abbia mai smesso di commissionare opere.

Poi i papi. Clemente XI, che nel 1712 fece edificare la cappella sulla vetta del Lacerone. Giovanni Paolo II, salito il 2 gennaio 1983. Papa Francesco, due volte, nel 2016 e nel 2019. E prima ancora, senza salire fin quassù ma decisivi per questa storia, Onorio III e la corte pontificia che soggiornarono a Rieti negli anni Venti del Duecento e i cui medici curarono la malattia agli occhi di Francesco.

E infine, l'elenco che non si può scrivere: i pellegrini. Otto secoli di gente che ha salito quella scalinata a piedi, dai contadini della conca reatina ai camminatori con lo zaino della Via di Francesco. Sono loro il vero registro dei passaggi, e l'unico che continui ad aggiornarsi ogni giorno.

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Telefono0746 750127
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