Santuario di Poggio Bustone e Convento di San Giacomo

Il Santuario di Poggio Bustone si trova a Poggio Bustone, in provincia di Rieti, poco sopra il paese, sul fianco del monte Rosato, all'estremità nord-orientale della piana reatina. Ci si arriva da Roma in circa un'ora e mezza di macchina, un centinaio di chilometri, prendendo la Salaria fino a Rieti e poi risalendo verso Cantalice e Poggio Bustone; da Terni sono poco più di trenta chilometri; da Rieti una decina scarsa, ma sono dieci chilometri che salgono, e si sentono. Il paese sta a 756 metri sul livello del mare, circa trecentocinquanta sopra il fondovalle, e il convento sta ancora più su, su un piazzale intitolato alle Missioni Francescane dove finisce la strada asfaltata e comincia il bosco. Sopra il convento, a piedi, in una mezz'ora di salita ripida, si raggiunge il Sacro Speco, cioè il romitorio alto, la grotta. Il complesso è retto dai frati minori, è aperto tutto l'anno con l'orario tipico dei santuari — mattina e pomeriggio, con la pausa di mezzogiorno che si allunga d'inverno — e l'ingresso è libero. Non c'è biglietteria, non c'è tornello, non c'è audioguida a noleggio: c'è una cassetta per le offerte e una campanella che suonerete voi, in cima, quando ve ne andrete. Prima di partire vale sempre la pena una telefonata alla comunità, perché in un santuario di montagna gli orari cambiano con la neve, con le celebrazioni e con il numero di frati disponibili.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Udienza papale✦ Mercoledì

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Se state mettendo insieme un itinerario francescano che parta da Roma, questa scheda si legge bene accanto alle altre tappe della Valle Santa reatina, perché Poggio Bustone è il primo dei quattro santuari e ha senso soprattutto come inizio di un percorso, non come visita isolata.

Che cosa è davvero il Santuario di Poggio Bustone

Comincio con una precisazione che mi tocca fare quasi ogni volta, perché il nome inganna. Quando si dice "santuario" la maggior parte delle persone si aspetta una chiesa grande, una facciata, una piazza, una scalinata monumentale, magari una cupola visibile da lontano. Qui non c'è niente di tutto questo. Il Santuario di Poggio Bustone è un convento francescano di dimensioni contenute, con una chiesa a navata unica lunga poco più di una sala, un chiostro che si attraversa in venti passi e una serie di ambienti minori addossati alla roccia; e poi, staccato, in alto, dentro il bosco, un secondo luogo che è una grotta con una cappella incastrata dentro. Chi arriva cercando lo spettacolo architettonico se ne va deluso nel giro di dieci minuti. Chi arriva sapendo che cosa sta guardando ci passa mezza giornata e torna.

Il punto è che questo non è un monumento costruito per stupire: è un luogo che è stato dichiarato importante dalla memoria prima che dalla pietra. La sequenza è l'inverso di quella che siamo abituati a vedere a Roma. A Roma prima si costruisce il tempio e poi il tempio genera il culto. Qui prima è successo qualcosa — o almeno la tradizione dice che sia successo qualcosa — e solo dopo, lentamente, nell'arco di sette secoli, si sono aggiunte le mura. Prima una capanna, poi una cappella, poi un dormitorio, poi una chiesa, poi un piano in più, poi un portico, poi un tempietto. Il risultato è un edificio che non ha un progetto unitario e non lo ha mai avuto, e che per questo racconta la propria storia con una sincerità che le grandi fabbriche progettate a tavolino non hanno.

Un santuario doppio: il basso e l'alto

La cosa più utile da tenere in testa prima di arrivare è che il Santuario di Poggio Bustone è composto da due parti nettamente distinte, separate da un dislivello di circa trecento metri e da mezz'ora di sentiero. In basso c'è il convento vero e proprio, dedicato a san Giacomo, con la chiesa, il chiostro, il refettorio e il romitorio inferiore. In alto c'è il Sacro Speco, chiamato anche Grotta delle Rivelazioni, che è il nucleo originario della devozione: la cavità naturale dove la tradizione colloca il momento decisivo. Molti visitatori si fermano al convento perché non sanno che sopra c'è dell'altro, oppure perché guardano il sentiero, valutano la pendenza e rinunciano. È un errore. Il convento in basso è la conseguenza; la grotta in alto è la causa. Andare via senza salire è come visitare una biblioteca e non aprire il libro che l'ha fatta nascere.

La distinzione fra i due livelli non è solo topografica, è anche cronologica. In basso si legge la storia dell'istituzione: l'ordine che si organizza, che riceve donazioni, che costruisce, che decora, che accoglie pellegrini, che si adatta alle regole del proprio tempo. In alto si legge la preistoria dell'istituzione, cioè il momento in cui l'ordine non esisteva ancora e c'era soltanto un gruppo di uomini scesi dall'Umbria che dormivano sotto la roccia. Chi percorre tutti e due i livelli nella stessa mattina compie, in senso letterale, il percorso che l'esperienza francescana ha compiuto in trent'anni: dalla grotta al convento, dall'individuo alla comunità, dal silenzio alla regola.

Perché lo chiamano il santuario del perdono

Nella pubblicistica francescana e nel modo di dire locale il Santuario di Poggio Bustone viene spesso chiamato "il santuario del perdono". La formula ha un fondamento preciso nella tradizione agiografica: qui, secondo il racconto che i frati tramandano da secoli, Francesco d'Assisi ebbe la certezza che i peccati della sua vita precedente gli fossero stati rimessi. Non è un dettaglio devozionale marginale, perché di tutti i luoghi francescani della Valle Santa questo è l'unico legato a un'esperienza interiore e non a un fatto esteriore. A Greccio si racconta il presepe, cioè un evento pubblico con testimoni. A Fonte Colombo si racconta la stesura della Regola, cioè un documento. Alla Foresta si racconta il miracolo dell'uva. Qui non si racconta niente di visibile: si racconta un cambiamento avvenuto dentro la testa di un uomo mentre era solo in una grotta. È il luogo francescano meno fotografabile di tutti, e proprio per questo è quello che regge meglio la prova del tempo.

Vi anticipo subito una regola di onestà che rispetterò per tutta questa pagina: quando dirò "la tradizione racconta", starò dicendo esattamente quello. Le vicende di Francesco nella valle reatina ci arrivano attraverso biografie composte a distanza di decenni e attraverso una memoria conventuale che si è consolidata nei secoli successivi; non attraverso verbali. Questo non toglie nulla al valore del posto, ma cambia il modo in cui bisogna raccontarlo. Vi dirò che cosa si tramanda, vi dirò da quando lo si tramanda, e non trasformerò mai una leggenda in una cronaca.

Il borgo di Poggio Bustone: il poggio, il nome, la pietra

Prima di salire al convento conviene attraversare il paese, perché il Santuario di Poggio Bustone non si capisce se non si capisce il posto che se l'è tenuto stretto per ottocento anni. Poggio Bustone è un borgo di poco meno di duemila abitanti aggrappato al fianco della montagna, con le case che si scalano l'una sull'altra e i vicoli che sono per metà strade e per metà scalinate. Non c'è un centro storico "da cartolina" nel senso toscano del termine: c'è una geometria di necessità, dettata dalla pendenza, in cui la piazza è dove il terreno concede una piega piana e tutto il resto sale. Guardando dal basso si vede una fascia chiara di case che taglia il verde in orizzontale, e sopra soltanto bosco fino alla cresta.

Il nome è trasparente una volta che lo si scompone: poggio viene dal latino podium, il rilievo, il piccolo colle; Bustone deriva dal nome personale medievale Busto. È dunque, alla lettera, "il poggio di Busto", con quella logica di appropriazione toponomastica che riempie tutta l'Italia centrale e che ci dice, indirettamente, che qui in età altomedievale qualcuno aveva un possedimento riconosciuto e riconoscibile. Le prime attestazioni documentarie del luogo risalgono al XII secolo, ma la frequentazione della zona è certamente più antica, come dimostra la posizione stessa: un terrazzo naturale a mezza costa, sopra le paludi del fondovalle, con acqua, legna e visuale su tutta la piana. Chiunque avesse dovuto scegliere dove mettere delle case in questa valle avrebbe scelto qui.

Farfa, i Berardi e i secoli feudali

Un passaggio documentato che vale la pena ricordare è la donazione con cui, intorno al 1117, il signore locale Berardo Berardi cedette il territorio all'abbazia di Farfa. È un'informazione che di solito i visitatori saltano, e che invece spiega moltissimo. Significa che quando Francesco arriva qui, all'inizio del Duecento, non trova una montagna vergine: trova un territorio inserito da un secolo nel sistema di possedimenti di una delle abbazie benedettine più potenti d'Italia. E infatti la tradizione racconta che furono proprio i monaci benedettini a offrire ospitalità a Francesco e ai suoi compagni, mettendo a disposizione un romitorio già esistente. Il francescanesimo, nella Valle Santa, non nasce nel vuoto: nasce dentro un paesaggio già organizzato dal monachesimo precedente, e in parte lo eredita.

Il resto della storia medievale del borgo è la storia di tanti paesi dell'Appennino centrale: un castello, una cinta, una torre, il passaggio da un dominio all'altro, e i terremoti. Il sisma del 1298 colpì duramente Poggio Bustone e le cronache parlano di circa centocinquanta morti, un numero enorme per un abitato di quelle dimensioni. Della struttura fortificata restano oggi frammenti significativi: la Torre del Cassero, a pianta pentagonale, che è quanto rimane del cassero castellano, e soprattutto la porta ad arco acuto che introduce nel nucleo antico e che il paese chiama Porta del Buon Giorno. Il nome, naturalmente, non è casuale, e ci porta dritti al cuore della vicenda che ha reso celebre questo posto.

Il paese moderno: 1817, 1944, oggi

Nel 1817 Poggio Bustone divenne sede di governo nell'assetto amministrativo dello Stato Pontificio, segno che il borgo aveva un peso superiore alla sua dimensione demografica. Nel Novecento arrivò la parte più dura: nell'aprile del 1944 il paese fu teatro di un episodio bellico durante l'occupazione nazifascista, e per il comportamento della popolazione e per l'attività partigiana nella zona Poggio Bustone ha ricevuto la medaglia d'argento al valor militare. Chi sale al santuario passando per il centro farebbe bene a dedicare due minuti alle lapidi: in un luogo che si presenta al mondo come santuario della pace, il ricordo del 1944 non è un fuori tema, è il contrappunto.

Oggi il paese vive di agricoltura, di allevamento, di una gastronomia specializzata che vedremo più avanti, di turismo religioso e — cosa che sorprende chiunque — di volo libero. Ma la struttura profonda è rimasta quella: un abitato di pietra chiara, tetti bassi, gerani alle finestre, panni stesi sopra i vicoli, gatti sui davanzali, e un silenzio che alle tre del pomeriggio in settimana diventa quasi imbarazzante per chi arriva dalla città. È esattamente il tipo di silenzio che rende credibile tutto il resto.

L'estate del 1208: come il Santuario di Poggio Bustone entra nella storia

La data che tutti ripetono qui è il 1208, con qualche fonte che propone il 1209; la tradizione francescana colloca in quell'estate l'arrivo di Francesco d'Assisi nella valle reatina. Va detto con chiarezza che si tratta di una datazione consolidata dalla memoria dell'ordine e dagli studi successivi, non di una data trascritta in un atto notarile. Ma il quadro cronologico regge: siamo nei primissimi anni dell'esperienza francescana, quando i compagni sono pochissimi, quando la Regola non esiste ancora nella forma che conosceremo, quando il gruppo non ha né case né chiese né un nome ufficiale.

Il percorso che la tradizione ricostruisce è quello logico per chi scenda dall'Umbria verso il reatino a piedi: da Assisi lungo la valle spoletina, poi Cascia, poi Leonessa, poi il valico e la discesa verso la piana. Chi arriva da quella direzione, superata l'ultima cresta, si trova improvvisamente davanti tutta la conca reatina, che all'epoca era in gran parte ancora acquitrinosa, con il lago di Ripasottile e le zone umide che oggi sono riserva naturale. Poggio Bustone è il primo abitato che si incontra scendendo. Non è una scelta mistica, è geografia: è dove si arriva.

Perché proprio qui, e perché ha funzionato

Mi domandano spesso perché Francesco si sia fermato in questa valle invece di proseguire. La risposta che do è doppia. La prima parte è pratica: la conca reatina era, all'inizio del Duecento, un nodo di passaggio fra l'Umbria, l'Abruzzo e la strada per Roma, con una città vescovile importante — Rieti — che nel corso del secolo avrebbe più volte ospitato la curia pontificia. Predicare qui significava essere ascoltati da un pubblico non periferico. La seconda parte è morfologica: i versanti che chiudono la piana sono ripidi, boscosi, pieni di grotte e di ripari naturali, e permettono di stare a mezz'ora di cammino da un abitato e insieme di essere completamente soli. È la condizione ideale per un movimento che alterna predicazione e ritiro, folla e solitudine. La Valle Santa offriva le due cose contemporaneamente, e questo spiega perché non ci sia un solo luogo francescano ma quattro, disposti quasi a corona intorno alla piana.

C'è poi un elemento che riguarda specificamente Poggio Bustone e che i frati sottolineano sempre: qui la tradizione colloca non un episodio ma un inizio. Non l'inizio della conversione di Francesco, che era avvenuta anni prima ad Assisi, ma l'inizio della sua vita comune con i fratelli e l'inizio della missione. È il luogo in cui, secondo il racconto, il gruppo smette di essere un manipolo di penitenti e comincia a pensarsi come qualcosa che deve andare nel mondo. Per questo il Santuario di Poggio Bustone viene descritto come il luogo dell'invio, e per questo il monumento novecentesco che sta sul piazzale si chiama Tempietto della Pace e porta scolpita la frase dell'invio.

Che cosa dicono davvero le fonti antiche

Qui bisogna essere precisi, perché la tentazione di attribuire a Francesco frasi che suonano bene è fortissima. Le biografie duecentesche — a cominciare dalla Vita prima di Tommaso da Celano, composta pochi anni dopo la morte del santo — raccontano un episodio di sofferenza interiore per i peccati passati, seguito da una consolazione e dalla certezza del perdono, e raccontano l'invio dei frati a due a due nelle diverse regioni. La localizzazione puntuale di quell'episodio in questa grotta appartiene alla tradizione della valle, che l'ha custodita, tramandata e infine monumentalizzata. È un caso classico e istruttivo di come funziona la memoria dei luoghi santi: un testo racconta un fatto senza dire dove; una comunità locale sa dove; nei secoli il "dove" diventa un edificio.

Quindi, quando in questa pagina troverete frasi attribuite a Francesco, considerate sempre che si tratta di tradizione agiografica e non di documento. Non lo dico per sminuire: lo dico perché il posto è abbastanza forte da non aver bisogno di essere gonfiato. Un uomo che sale su una montagna schiacciato dal proprio passato e ne scende convinto di essere perdonato è una storia potente anche se — anzi, soprattutto se — la raccontiamo per quello che è: una storia che una comunità ha deciso di ricordare in questo preciso punto della roccia.

"Buon giorno, buona gente": il saluto che il paese non ha smesso di ripetere

Se dovessi indicare una sola cosa che rende Poggio Bustone diverso da qualunque altro luogo francescano d'Italia, indicherei questa: qui una frase è sopravvissuta ottocento anni dentro la bocca delle persone. La tradizione racconta che Francesco, arrivando dall'alto e incontrando gli abitanti, li salutò dicendo "Buon giorno, buona gente!". È una formula semplicissima, quasi banale, e proprio per questo memorabile: non è una predica, non è una benedizione formulare, è un buongiorno. In una società in cui i religiosi arrivavano nei villaggi con l'apparato dell'autorità, un uomo scalzo che dà del "buona gente" a dei contadini stabilisce in tre parole un rapporto orizzontale.

Ripeto anche qui l'avvertenza: la frase appartiene alla tradizione agiografica e alla memoria locale, non a un documento contemporaneo ai fatti. Ma il punto interessante non è l'autenticità filologica, è la funzione. Quella frase è diventata l'identità del paese. La porta antica del borgo si chiama Porta del Buon Giorno. Le insegne la citano. I bambini la imparano prima di sapere chi fosse Francesco. E soprattutto, una volta l'anno, la frase torna a essere pronunciata davvero, casa per casa.

Il passaggio del tamburino, il 4 ottobre

Il 4 ottobre, festa di san Francesco, a Poggio Bustone si svolge un rito che vale il viaggio più di molte processioni con banda e stendardi. Un uomo con un tamburello percorre le vie del paese, entra nel nucleo antico attraverso la porta del Buon Giorno e va di casa in casa a portare il saluto del santo ai capifamiglia. Non è una rievocazione in costume con figuranti e biglietti: è una consuetudine comunitaria, ripetuta con quella naturalezza un po' ruvida che hanno le cose fatte da sempre. Il suono secco del tamburello nei vicoli stretti, all'alba, con l'aria di ottobre che sa già di legna, è una di quelle esperienze che non si possono programmare e che restano addosso.

Mi permetto un'osservazione da guida. Nell'Italia del turismo religioso capita spesso di assistere a tradizioni ricostruite a tavolino negli ultimi trent'anni per ragioni promozionali, riconoscibili dal fatto che sono troppo spiegate, troppo scenografiche, troppo comode per il fotografo. Questa non lo è. È scomoda, è presto, dura poco, non ha un palco. Se capitate a Poggio Bustone il 4 ottobre, alzatevi presto, mettetevi in disparte e non mettete l'obiettivo in faccia a nessuno.

Le altre due date che il paese considera sue

Il calendario devozionale locale ruota su tre appuntamenti. Oltre al 4 ottobre ci sono il Lunedì dell'Angelo, cioè il lunedì di Pasqua, e il 2 agosto, legato al Perdono d'Assisi. La coincidenza è tutt'altro che casuale e vale la pena spiegarla, perché nessuno lo fa. Il Lunedì dell'Angelo richiama la figura angelica dell'apparizione, cioè il nucleo stesso del racconto di questo santuario; il 2 agosto richiama l'indulgenza della Porziuncola, cioè il tema del perdono. Le tre date, messe in fila, disegnano esattamente l'identità teologica del posto: l'angelo, il perdono, il santo. Non è folklore accumulato a caso, è una struttura.

Nelle giornate di festa il piazzale davanti al convento si riempie, il sentiero verso il Sacro Speco diventa una fila indiana e il bosco perde il silenzio che è la sua qualità principale. Ve lo dico perché possiate scegliere consapevolmente: se venite per la comunità e per il rito, sono le date giuste; se venite per il luogo e per il silenzio, sceglietene altre.

La Valle Santa reatina e i quattro santuari: dove sta il Santuario di Poggio Bustone

La conca di Rieti è chiamata Valle Santa perché intorno al fondovalle, sui versanti che la chiudono, si dispongono quattro luoghi francescani: Poggio Bustone a nord-est, La Foresta appena sopra Rieti a nord, Fonte Colombo a sud-ovest sul monte Rainiero, Greccio a ovest sul versante che guarda la piana. Disegnano quasi un cerchio, con la città al centro. Sono tutti a mezza costa, tutti a poca distanza da un abitato, tutti immersi nel bosco. È una geografia devozionale coerente, e camminarla nell'ordine giusto cambia completamente la comprensione dell'insieme.

L'ordine giusto, per il senso della vicenda, comincia proprio da qui. Il Santuario di Poggio Bustone è il primo perché è il primo luogo della valle in cui la tradizione colloca l'arrivo di Francesco, ed è il luogo dell'inizio: il perdono ricevuto e la missione che parte. Da lì si va a Greccio, dove nel 1223 la tradizione colloca la rappresentazione della natività che sta all'origine di tutti i presepi del mondo. Poi a Fonte Colombo, che i frati chiamano il Sinai francescano perché lì sarebbe stata scritta la Regola definitiva, e dove Francesco subì la dolorosa cauterizzazione agli occhi. Infine La Foresta, legata al miracolo dell'uva e al periodo della malattia, e dove secondo una parte della tradizione sarebbe stato composto o completato il Cantico delle Creature. Perdono, presepe, regola, cantico: una biografia spirituale distribuita su quattro colline.

Che cosa distingue Poggio Bustone dagli altri tre

Ognuno dei quattro ha un carattere diverso, e conviene saperlo prima di scegliere quanto tempo dedicare a ciascuno. Greccio è il più scenografico: aggrappato alla parete, con la vista che si apre di colpo, è quello che regge meglio la fotografia ed è infatti il più visitato. Fonte Colombo è il più raccolto e il più "letterario", con lo speco e la cappella della Maddalena. La Foresta è il più agricolo, con il torchio, la vigna, l'aria di casa colonica. Poggio Bustone è il più verticale e il più severo: è l'unico in cui, per arrivare al cuore della cosa, dovete davvero salire, sudare, e stare mezz'ora da soli in un bosco ripido. Gli altri tre si visitano; questo si conquista.

C'è anche una differenza di affluenza che vi consiglio di sfruttare. Nei fine settimana di primavera e di ottobre Greccio è affollato, e in dicembre è preso d'assalto per ovvie ragioni. Poggio Bustone, che è il più lontano da Rieti e il più faticoso, resta quasi sempre più tranquillo. Se avete una sola giornata e volete un'esperienza francescana vera, il mio consiglio impopolare è di invertire l'ordine delle priorità: due ore piene qui, e Greccio come seconda tappa nel pomeriggio.

Il Cammino di Francesco e l'anello della Valle Santa

I quattro santuari sono uniti da un percorso escursionistico segnalato, l'anello della Valle Santa, che nella sua versione completa supera i cento chilometri — le tabelle ufficiali indicano un totale di circa 104,5 chilometri — e che si affronta di norma in quattro o cinque giorni di cammino, con tappe che collegano Rieti, La Foresta, Poggio Bustone, Greccio e Fonte Colombo. È un itinerario di media montagna, senza difficoltà tecniche ma con dislivelli continui, perché ogni santuario sta in alto e ogni collegamento passa dal fondovalle. Chi lo percorre arriva a Poggio Bustone generalmente da Rieti attraverso Cantalice, con l'ultima ora di salita che è esattamente la parte che si ricorda.

Esiste poi il grande Cammino di Francesco nella sua accezione più ampia, quello che collega Assisi a Roma passando per la Valle Santa, e in quel contesto Poggio Bustone è la porta d'ingresso: il primo santuario che si incontra scendendo dall'Umbria, esattamente come lo fu, secondo la tradizione, per Francesco. Arrivare a piedi cambia tutto. Il convento visto dopo tre ore di cammino non è lo stesso convento visto dopo aver parcheggiato l'automobile a quaranta metri dalla porta. È la stessa pietra, ma non è la stessa cosa.

Il convento di San Giacomo: sette secoli di aggiunte

Il complesso in basso porta il nome di convento di San Giacomo, ed è la parte costruita del santuario. Chi lo guarda dall'esterno vede un blocco irregolare di muratura chiara addossato al pendio, con finestre di dimensioni disuguali, un campanile a vela modesto e un portico che ripara l'ingresso. Non c'è una facciata nel senso architettonico del termine, perché non c'è mai stata l'intenzione di farne una. Quello che si vede è la somma di quattro o cinque campagne costruttive distribuite su settecento anni, e imparare a leggerle è il modo migliore per non annoiarsi davanti a un edificio che al primo sguardo sembra semplicemente vecchio.

Duecento: la prima pietra

La fase più antica risale al XIII secolo, cioè al periodo immediatamente successivo alla presenza di Francesco. È la fase del primo insediamento stabile: un piccolo convento e una cappella, organizzati intorno a quello che sarebbe diventato il chiostro. Bisogna immaginare qualcosa di molto più modesto di quello che si vede oggi, perché nei primi decenni l'ordine aveva un rapporto complicato con la proprietà e con la costruzione in muratura; le celle erano poco più che stanze, il tetto era basso, l'insieme somigliava più a una fattoria di montagna che a un monastero. Del nucleo duecentesco resta soprattutto l'impianto del chiostro, che è la cosa più antica che si attraversa oggi.

Tra Trecento e Quattrocento: la chiesa e l'ampliamento

La seconda grande stagione è quella che dà al complesso la sua forma riconoscibile. Verso la fine del Trecento viene costruita la nuova chiesa di San Giacomo Maggiore, che è quella che si visita, e nel corso del Quattrocento il convento viene ampliato per ospitare una comunità più numerosa. È il momento in cui il francescanesimo, ormai istituzione consolidata e ricca di donazioni, si dota ovunque in Italia di edifici adeguati. La chiesa nasce con un impianto gotico sobrio, a navata unica, senza transetto e senza cappelle laterali sporgenti: la tipologia della chiesa mendicante, pensata per la predicazione e non per la liturgia solenne.

Seicento: il piano in più e la decorazione

Nel Seicento il convento cresce ancora, con l'aggiunta di un ulteriore piano che spiega la sagoma un po' sbilanciata dell'edificio visto da fuori. È anche il secolo in cui il santuario si riempie di immagini: gli affreschi del refettorio, le sei edicole lungo il sentiero dello Speco, l'ampliamento della cappella della grotta. È l'epoca in cui la Chiesa post-tridentina investe massicciamente nella memoria dei luoghi santi e nella loro leggibilità visiva. Se oggi il visitatore riesce a capire che cosa sia successo qui senza leggere un libro, lo deve in gran parte a quella campagna seicentesca, che tradusse una tradizione orale in una sequenza di immagini disposte lungo un percorso.

Novecento e oltre: il portico, il tempietto, i restauri

L'ultima stagione è la nostra. A metà Novecento il santuario viene ripensato per accogliere il pellegrinaggio moderno: intorno al 1951 viene ricostruito il portico d'ingresso su progetto dell'architetto Carlo Alberto Carpiceci, studioso e progettista molto attivo nei cantieri francescani, e nel 1947 viene identificato e recuperato il romitorio inferiore, cioè l'ambiente che la tradizione riconosce come il primo rifugio dei compagni. Più tardi arriva il Tempietto della Pace. Negli anni Duemila la chiesa viene riportata a un aspetto più vicino a quello primitivo, liberandola di sovrastrutture ottocentesche, e dopo il terremoto del 2016 partono nuove verifiche e nuovi interventi di consolidamento, come è accaduto ovunque nell'Appennino centrale.

Questa stratificazione ha un effetto curioso e che a me piace molto: non esiste un punto del convento da cui si veda "il santuario". Lo si capisce solo camminandolo. Ogni ambiente appartiene a un secolo diverso, ogni soglia è un salto cronologico, e il visitatore che passa dal chiostro duecentesco al refettorio seicentesco e poi al portico del 1951 sta facendo, senza accorgersene, un esercizio di stratigrafia.

La chiesa di San Giacomo Maggiore: che cosa guardare dentro

Si entra e la prima impressione è di piccolezza. Una navata unica, coperta a volta, con pareti chiare, poche finestre, un altare in fondo e un ritmo estremamente semplice. Chi arriva da Roma, dove ogni chiesa di quartiere ha marmi policromi e stucchi dorati, resta spiazzato. Ma la sobrietà qui non è povertà di mezzi: è programma. La chiesa mendicante è concepita come un'aula per la parola, e la sua forma dice esattamente questo. Datele cinque minuti e comincerete a vedere le cose.

Gli affreschi e il castello dipinto

Sulle pareti si conservano affreschi che vanno dal Quattrocento al Cinquecento, con qualche integrazione successiva. Il soggetto più noto è una Madonna delle Grazie con il Bambino e due angeli, di quella dolcezza tardogotica che nell'Italia centrale resiste a lungo anche quando altrove il Rinascimento ha già cambiato le regole. Ma il pezzo che segnalo sempre, e che nessuno guarda, è un altro: la raffigurazione del castello di Poggio Bustone protetto e vegliato da san Francesco e sant'Antonio. È un dipinto di committenza locale, quasi civica, e vale come documento più che come opera d'arte: ci mostra come il paese si vedeva, con le sue mura e le sue torri, e a chi affidava la propria sicurezza. In un'epoca senza fotografia, questa è una fotografia.

Il modo giusto di leggerlo è ricordare che affreschi come questo erano contratti. Una comunità pagava un pittore perché fissasse sul muro un patto: noi ti dedichiamo lo spazio più visibile della chiesa, tu ci proteggi dal terremoto, dalla peste e dagli eserciti di passaggio. Il castello dipinto non è un fondale decorativo, è la controparte del contratto. Guardatelo con questa chiave e vi si accenderà.

Il crocifisso, il coro, le vetrate

Completano l'arredo un crocifisso ligneo di tradizione devozionale, un coro in legno di epoca sei-settecentesca — quelle file di stalli scuri, lucidati dall'uso, in cui i frati si sedevano per la salmodia — e alcune vetrate artistiche di fattura moderna, inserite nei restauri del Novecento. Le vetrate sono l'elemento che divide di più i visitatori: chi si aspetta un ambiente esclusivamente medievale le trova stonate, chi accetta che un santuario vivo continui a produrre arte le legge come un capitolo in più. Io sto nella seconda categoria, ma capisco la prima.

Il coro merita un'osservazione tecnica. Guardate l'altezza dei braccioli e la profondità dei sedili: sono stalli fatti per stare in piedi appoggiandosi, non per stare seduti comodi. Il piccolo ripiano ribaltabile sotto il sedile, la misericordia, serviva proprio a sostenere il corpo durante le ore lunghe. È un dettaglio di ergonomia monastica che racconta la fatica fisica della preghiera meglio di qualunque didascalia.

La luce, e perché conta l'ora della visita

La chiesa ha poche aperture e guarda verso valle. Nelle prime ore del mattino la luce entra bassa e radente, e gli affreschi si leggono male; verso metà mattina la situazione migliora sensibilmente; nel primo pomeriggio l'ambiente è illuminato in modo uniforme e piatto. Se il vostro interesse è pittorico, puntate alla tarda mattinata. Se invece il vostro interesse è atmosferico, venite tardi, quando il sole è già dietro il monte e la navata si riempie di quella penombra fresca che negli edifici di montagna arriva presto. Sono due chiese diverse alla stessa ora del giorno, e conviene scegliere.

Il chiostro del Santuario di Poggio Bustone

Il chiostro è, per me, l'ambiente più bello del complesso, e quello che i visitatori attraversano più in fretta perché sta fra la chiesa e l'uscita e sembra un corridoio. Non lo è. È il nucleo duecentesco, cioè la parte più antica costruita del Santuario di Poggio Bustone, ed è organizzato secondo lo schema che tutti conosciamo: un quadrilatero porticato intorno a uno spazio scoperto, con un pozzo in mezzo o in un angolo. Le dimensioni sono minime, la fattura è rustica, i pilastri sono tozzi. Ed è esattamente questa modestia a renderlo prezioso, perché i chiostri francescani grandi e regolari che si vedono nelle città sono tardi; questo somiglia molto di più a quello che i primi frati potevano permettersi.

Le lunette con la vita di Francesco

Sotto il portico corre un ciclo di lunette affrescate con episodi della vita del santo. È un genere che nel Sei e Settecento diventa uno standard nei conventi italiani: si prende la biografia, la si spezza in scene, si dipinge una scena per campata, e il frate che percorre il portico recitando l'ufficio ripassa la vita del fondatore passo dopo passo. Erano cicli didattici e mnemonici, non gallerie. La qualità pittorica di solito è media — pittori locali, botteghe di provincia, poche pretese — ma la funzione è raffinatissima: trasformare un corridoio in un libro che si legge camminando.

Vi consiglio di percorrere il portico due volte. La prima in senso orario, guardando le scene nell'ordine narrativo; la seconda al contrario, guardando solo i dettagli marginali — gli alberi, gli animali, gli edifici sullo sfondo, i costumi dei personaggi secondari. In quei margini si nasconde il paesaggio reale che il pittore aveva sotto gli occhi, cioè questa valle, e non di rado si riconoscono profili di monti e sagome di borghi che si possono ancora identificare dal piazzale.

Il Cantico delle Creature dipinto

Nel chiostro si trova anche una raffigurazione legata al Cantico delle Creature, il testo che la tradizione riferisce agli ultimi anni di Francesco e che una parte di quella tradizione collega proprio alla Valle Santa, in particolare al santuario della Foresta. Vederlo dipinto qui, a Poggio Bustone, ha un valore quasi circolare: nel luogo dove secondo il racconto tutto comincia, si mette in immagine il testo che chiude la vicenda. Sole, luna, vento, acqua, fuoco, terra. È il programma iconografico più semplice che esista e insieme il più difficile da illustrare senza cadere nel decorativo.

Aggiungo una nota che tocca la sensibilità contemporanea. Negli ultimi decenni il Cantico è stato adottato come manifesto ecologico, e non è un'operazione arbitraria. Ma attenzione a non proiettarci sopra categorie che non gli appartengono: quel testo non parla di natura come risorsa da proteggere, parla di creature come fratelli e sorelle, cioè istituisce una parentela. È una posizione teologica molto più radicale dell'ambientalismo, e in un chiostro di montagna, con il bosco a venti metri e l'acqua che scorre da qualche parte sotto i piedi, si capisce senza bisogno di commenti.

Il pozzo e l'acqua

Fermatevi al pozzo. In un insediamento di versante l'acqua è il vincolo assoluto: si costruisce dove c'è, punto. Il pozzo del chiostro non è un elemento d'arredo, è la ragione per cui il convento sta esattamente lì e non cinquanta metri più in là. Quando vi diranno che i frati scelsero il posto per la bellezza del panorama, sorridete educatamente: scelsero il posto perché c'era acqua, legna, esposizione decente e un abitato a distanza di predicazione. Il panorama era un accessorio gratuito, e ne hanno approfittato.

Il refettorio e la memoria della tavola

Il refettorio antico è uno degli ambienti che spiegano meglio la vita quotidiana in un convento di montagna, ed è anche quello in cui la memoria francescana si fa più concreta. Le pareti conservano affreschi del Seicento con l'Immacolata Concezione, l'Ultima Cena e una serie di santi francescani. La scelta dei soggetti non è casuale: si mangia sotto la scena della cena per eccellenza, con i santi dell'ordine schierati intorno come una famiglia allargata. Il pasto conventuale, consumato in silenzio mentre un frate leggeva ad alta voce, era una liturgia minore, e la decorazione lo dichiarava.

L'altare e l'edicola della tradizione

Qui si conservano un altare e un'edicola che la tradizione conventuale riferisce all'uso di Francesco e dei suoi primi compagni. Uso la formula prudente perché è quella corretta: si tratta di una memoria custodita dalla comunità, non di un reperto datato in laboratorio. Ma anche prendendola per quello che è, ha un valore notevole. Ci dice che, nel momento in cui il convento si è ingrandito e si è dotato di una chiesa vera, la comunità ha deciso di non buttare via l'arredo minimo della fase iniziale, e di conservarlo dentro l'ambiente più domestico dell'edificio. È un gesto di autocoscienza storica precoce: sapere che le proprie origini valgono più del proprio sviluppo.

Se ci pensate, è la stessa logica che governa tutto il santuario. La grotta in alto è rimasta una grotta. Il romitorio è rimasto una stanza di sasso. L'altare povero è rimasto in refettorio. Ogni volta che l'istituzione cresceva, invece di sostituire il passato lo incapsulava. Il risultato è che oggi possiamo camminare all'indietro nel tempo semplicemente cambiando stanza.

Che cosa si mangiava, davvero

Domanda che mi fanno spesso i gruppi, e a cui rispondo volentieri perché smonta un po' di retorica. La dieta di un convento appenninico era monotona e stagionale: pane, legumi, verdure dell'orto, castagne, formaggio quando c'era, poco vino allungato, pesce d'acqua dolce nei giorni di magro se il convento era vicino a un corso d'acqua o a un lago — e la piana reatina, con le sue zone umide, di pesce ne forniva. La carne era eccezione. Le giornate di digiuno e di astinenza erano numerose e regolate. Il freddo era il problema principale: a 800 metri, senza vetri alle finestre per buona parte della storia dell'edificio, l'inverno in un dormitorio conventuale era un esercizio di resistenza. Quando entrate in refettorio, provate a immaginarlo a gennaio, con la nebbia che sale dalla valle e nessun riscaldamento. La povertà francescana qui non è un concetto: è una temperatura.

Il romitorio inferiore: la stanza di sasso

Il romitorio inferiore è l'ambiente che la tradizione identifica come il primo rifugio offerto a Francesco e ai suoi compagni al momento dell'arrivo, secondo il racconto messo a disposizione dai monaci benedettini che governavano il territorio. È stato riconosciuto e recuperato nel 1947, e oggi si presenta come un piccolo vano scavato e costruito contro la roccia, con la parete viva a fare da fondo. Le dimensioni sono minime, il soffitto è basso, la pietra è quella della montagna.

Perché questo ambiente conta più di quanto sembri

In un santuario ci si aspetta l'eccezionale. Questo è l'ordinario, ed è per questo che colpisce. Il romitorio non contiene opere d'arte, non ha una storia costruttiva interessante, non è bello. Contiene una cosa sola: la misura del corpo. Entrando si capisce quanto spazio serviva a un uomo per dormire, quanto ne restava per pregare, e quanto poco separasse l'uno dall'altro. È lo stesso effetto che fanno le celle dei conventi certosini o le stanze di Assisi, ma qui senza mediazione museale.

Negli interventi più recenti sono state inserite vetrate artistiche che filtrano la luce e cambiano parecchio l'atmosfera dell'ambiente. È una scelta discutibile e discussa: chi cerca l'autenticità archeologica avrebbe preferito il buio originario, chi accompagna gruppi sa che una stanza completamente buia non si visita. Vi dico la mia con franchezza: la luce colorata aggiunge un'emozione che il posto non aveva bisogno di ricevere in prestito. Ma è un'obiezione da purista, e non rovina niente.

Il Sacro Speco: salire al Santuario di Poggio Bustone alto

Adesso arriviamo alla parte che conta. Dal piazzale del convento parte un sentiero che sale nel bosco lungo il fianco del monte Rosato e porta al Sacro Speco, il romitorio superiore, chiamato anche Grotta delle Rivelazioni. Il dislivello è dell'ordine dei trecento metri, con qualche fonte che indica fino a quattrocento a seconda del punto di partenza considerato, e il tempo medio di salita è di circa trenta minuti per una persona in condizioni normali. La quota di arrivo supera i mille metri. Il sentiero è battuto, segnato e non presenta difficoltà tecniche, ma è ripido, in alcuni tratti sassoso, e dopo la pioggia diventa scivoloso.

Trenta minuti sembrano pochi da leggere e sono parecchi da fare in salita continua, soprattutto per chi arriva da Roma in macchina con le scarpe della città. Ho visto persone rinunciare a metà e ho visto persone arrivare in cima furiose con me perché nessuno le aveva avvertite. Quindi ve lo dico chiaramente, come lo dico ai miei gruppi: non è una passeggiata, è una salita breve ma vera. Servono scarpe chiuse con una suola decente, acqua, e la disponibilità mentale ad arrivare in cima con il fiato corto. In compenso non serve altro: non c'è esposizione, non c'è tratto attrezzato, non c'è pericolo.

Il sentiero, passo per passo

Si parte dopo la fine della Via Crucis, e da subito si entra nel bosco. Il primo tratto è quello che regola il ritmo: se lo affrontate di slancio, pagherete dopo. Il fondo alterna terra battuta, gradini ricavati dalle radici e brevi rampe di pietrisco. La copertura è quasi continua, il che significa ombra d'estate e umidità in autunno. Man mano che si sale il rumore del piazzale sparisce e restano tre suoni soltanto: il vostro respiro, i vostri passi e il vento negli alberi. Ogni tanto, dove il bosco si apre, si vede la piana reatina che si allarga sotto, e a ogni apertura è più bassa.

Nell'ultimo tratto la pendenza aumenta e la roccia diventa protagonista: si cammina sotto pareti e blocchi, l'aria si fa più fredda di qualche grado, la luce cala perché la parete taglia il sole. È un passaggio che ha un effetto psicologico preciso, e non credo sia casuale che il luogo sia stato riconosciuto proprio lì: si arriva sfiatati, in penombra, dentro un imbuto di pietra. Il corpo è già predisposto a considerare significativo qualunque cosa accada dopo.

Le sei edicole e le Sacre Impronte

Lungo il sentiero si incontrano sei piccole cappelle, o edicole, erette intorno al 1650 per fissare altrettanti episodi della tradizione popolare legata alla permanenza di Francesco sul monte. Sono manufatti minuscoli, spesso poco più di una nicchia protetta, e sono la ragione per cui questo sentiero non è soltanto un sentiero ma un percorso strutturato. La sequenza che la memoria locale tramanda comprende: la pietra che si sarebbe ammorbidita accogliendo il libro di preghiera del santo; la roccia con l'impronta del cappuccio e del ginocchio; l'impronta del gomito; i segni attribuiti al demonio durante la lotta notturna; l'orma del piede di Francesco; e l'orma dell'angelo apparso in forma umana. Sono le cosiddette Sacre Impronte.

Come si guardano queste cose senza essere né creduloni né supponenti? Ve lo spiego come lo spiego in gruppo. Nessuno vi chiede di credere che una roccia si sia ammorbidita. Vi si chiede di capire perché una comunità di montagna, nel Seicento, abbia avuto bisogno di ancorare la propria memoria a delle cavità naturali nella pietra. Il calcare fessurato produce da sé forme che somigliano a impronte; il racconto ci si posa sopra e le rende leggibili. È il meccanismo per cui in tutta Italia esistono orme del diavolo, ditate di santi e sedie di pietra: la geologia offre il supporto, la narrazione offre il significato. Le edicole del 1650 sono, in questo senso, un'operazione editoriale: fissano una versione ufficiale di una tradizione orale che rischiava di sfilacciarsi, e la distribuiscono lungo il percorso in modo che il pellegrino la incontri nell'ordine giusto.

Aggiungo l'osservazione che mi sembra più interessante di tutte. In questo racconto il diavolo non è un'astrazione morale, è un avversario fisico che tenta di portare via un uomo e che lascia segni sul terreno. È una teologia molto medievale, molto concreta, in cui il male ha peso, ingombro e artigli. E in un bosco ripido, di notte, con il vento che muove i rami, quella concretezza non aveva bisogno di essere argomentata: bastava restare fuori dopo il tramonto.

La Grotta delle Rivelazioni e la certezza del perdono

In cima al sentiero si arriva al cuore del Santuario di Poggio Bustone: la grotta. All'origine era soltanto una cavità naturale sotto una massa rocciosa, nascosta dal bosco, e in quella forma è rimasta per un secolo abbondante dopo i fatti. La prima costruzione murata risale agli inizi del XIV secolo, quando fu ricavata una cappella intorno all'altare; nel Seicento l'ambiente fu ampliato, assumendo l'aspetto attuale. Si distinguono ancora le due fasi. All'esterno c'è un campaniletto minimo, di quelli che reggono una campana sola, e dentro l'arredo è ridotto quasi a niente: la roccia, l'altare, una croce di legno.

Il racconto, e come raccontarlo onestamente

La tradizione narra che Francesco, tormentato dal ricordo della propria vita precedente — gli anni della giovinezza spensierata ad Assisi, la partecipazione alla guerra contro Perugia, la prigionia — salì qui a pregare e vi rimase a lungo in una condizione di angoscia. E narra che in questa grotta gli fu data la certezza che tutto gli era stato perdonato: secondo il racconto, un angelo glielo annunciò. Da quel momento, dice la tradizione, l'uomo cambiò: scese dal monte alleggerito, e mandò i compagni a due a due nelle diverse regioni ad annunciare la pace.

Le biografie duecentesche, a cominciare dalla Vita prima di Tommaso da Celano, raccontano effettivamente un episodio di sofferenza per i peccati passati risolto da una consolazione e dalla certezza del perdono, e raccontano l'invio dei frati a due a due. La localizzazione in questa precisa cavità appartiene invece alla memoria della valle. Ripeto la formula perché è quella giusta: tradizione agiografica, non documento. Chi vi racconta questa storia come cronaca vi sta facendo un cattivo servizio, perché vi mette nella posizione di doverla accettare o rifiutare in blocco. Raccontata come tradizione, invece, resta a disposizione di tutti: del credente che ci vede un fatto, dello storico che ci vede un processo di costruzione della memoria, e del visitatore laico che ci vede semplicemente un uomo che smette di odiare se stesso e che per questo diventa capace di fare qualcosa.

Che cosa si prova, concretamente

Sarò pratico, perché la retorica sui luoghi dell'anima mi stanca. La grotta è piccola, fresca, buia e umida. Se ci arrivate soli, in una mattina di novembre, ci sono buone probabilità che non incontriate nessuno e che l'unico suono sia l'acqua che cola da qualche parte nella roccia. La combinazione di fatica appena fatta, temperatura in calo, luce scarsa e silenzio assoluto produce nella maggior parte delle persone un effetto misurabile, che non dipende dalla fede: il battito rallenta, la voce si abbassa da sola, il tempo percepito si dilata. È una risposta fisiologica a un ambiente, ed è la stessa risposta che avrebbe avuto un uomo del Duecento. Da lì in poi ciascuno interpreta come crede, ma il punto di partenza è comune.

La campanella all'uscita

C'è una consuetudine che i frequentatori abituali rispettano e che i visitatori occasionali non conoscono: uscendo dal romitorio si suona la piccola campana. È un gesto semplice, di quelli che chiudono un'esperienza e la restituiscono al mondo. Nel bosco il suono corre in basso e chi sta sul piazzale lo sente arrivare dall'alto. Fatelo, e fatelo una volta sola: due rintocchi sono devozione, dieci sono maleducazione.

Il Tempietto della Pace e il Novecento del Santuario di Poggio Bustone

Sul piazzale, staccato dal convento, sorge il Tempietto della Pace, l'aggiunta novecentesca più visibile del complesso. È un piccolo edificio votivo progettato dall'architetto Carlo Alberto Carpiceci, lo stesso che a metà secolo si occupò della ricostruzione del portico d'ingresso, e ospita una statua di san Francesco dello scultore Lorenzo Ferri. Il programma è dichiarato: qui si celebra il momento dell'invio, cioè il gesto con cui, secondo la tradizione, Francesco mandò i compagni "a due a due per le diverse plaghe della terra ad annunciare agli uomini la pace". La frase è incisa e si legge sul posto.

Il contrasto fra il tempietto e il resto del santuario è forte e a qualcuno dà fastidio. Le forme sono nette, il materiale è chiaro, il linguaggio è quello dell'architettura sacra italiana del Novecento, con la sua tendenza al monumento sintetico. Accanto a un chiostro duecentesco e a un romitorio di sasso può sembrare un'intrusione. Io lo difendo, per una ragione di coerenza storica: se il santuario ha continuato ad aggiungere ogni volta che il proprio significato si allargava — la chiesa quando è arrivata la comunità, le edicole quando è servito fissare il racconto — allora era inevitabile che il Novecento, secolo di guerre mondiali, aggiungesse un monumento alla pace. Fermare la stratificazione al Seicento sarebbe stato un atto di imbalsamazione.

La statua e l'angelo

All'interno e nell'area del tempietto convivono la figura in marmo del santo e una figura in bronzo dell'angelo, i due protagonisti del racconto locale. La scelta di materiali diversi non è casuale: il marmo bianco e opaco per l'umano, il bronzo scuro e riflettente per il messaggero. È un espediente elementare e funziona. Osservate come cambia la percezione delle due figure a seconda dell'ora: il marmo assorbe la luce e resta costante, il bronzo cambia continuamente e verso sera diventa quasi nero. Da questo punto di vista il gruppo è pensato per essere visto in movimento e in orari diversi, non per la fotografia unica.

Il piazzale delle Missioni Francescane e la vista

Il piazzale intitolato alle Missioni Francescane è il punto in cui si arriva e in cui, prima o poi, tutti si fermano a guardare in basso. Da qui la piana reatina si legge per intero: il fondovalle piatto, i campi geometrici, i paesi disposti sul bordo come su una balconata, la barriera dei monti dall'altra parte, e nelle giornate limpide la mole del Terminillo a est. È una delle vedute più ampie del Lazio settentrionale e non richiede alcuno sforzo: c'è il parcheggio a pochi passi.

Vale la pena aggiungere una nota di paleogeografia, perché rende la vista molto più interessante. Quella pianura, in epoca medievale, era in gran parte acquitrinosa; il Lacus Velinus degli antichi e le sue paludi hanno occupato per secoli il fondo della conca, e le bonifiche che l'hanno resa il quadrato agricolo di oggi sono state un'opera lunghissima, cominciata in età romana con il taglio della cascata delle Marmore e proseguita a fasi fino al Novecento. Quando guardate quei campi ordinati, state guardando un'invenzione umana. Il paesaggio che Francesco vide da qui era d'acqua e di canne.

La Via Crucis e il modo in cui si sale

Prima del sentiero per lo Speco si percorre una Via Crucis le cui stazioni sono realizzate in materiali diversi: legno, marmo, bronzo, ceramica. È una scelta insolita, perché normalmente una Via Crucis è omogenea, e la varietà qui è il risultato di donazioni successive e di committenze diverse. Il risultato può sembrare disordinato, ma ha un pregio: obbliga a guardare ogni stazione come oggetto a sé, invece di scorrerle come una serie.

Perché una Via Crucis prima del bosco

La disposizione ha una logica devozionale precisa. Il pellegrino esce dal convento, cioè dallo spazio dell'istituzione, percorre le stazioni della passione, cioè attraversa un racconto di sofferenza, e solo dopo entra nel bosco e comincia a salire verso il luogo del perdono. È una drammaturgia in tre atti: comunità, sofferenza, riconciliazione. Che sia stata progettata consapevolmente o si sia sedimentata per accumulo, funziona, e chi la percorre senza fretta lo avverte anche senza saperlo spiegare.

Sul piano pratico, la Via Crucis è anche il vostro riscaldamento. Se la percorrete camminando piano, arrivate all'inizio del sentiero con i muscoli pronti e il fiato regolato; se invece attraversate il piazzale di corsa e attaccate la salita a freddo, i primi cinque minuti saranno spiacevoli. Non è misticismo, è fisiologia, ma le due cose in questo posto vanno spesso d'accordo.

Il bosco del monte Rosato: che cosa cresce intorno al Santuario di Poggio Bustone

Il santuario è immerso in un bosco appenninico di versante calcareo, e il bosco è parte dell'esperienza tanto quanto le mura. Salendo si attraversano fasce di vegetazione diverse: alle quote più basse dominano il carpino nero, l'orniello, l'acero e il leccio nei punti più caldi ed esposti; salendo compare il faggio, che nell'Appennino centrale scende più in basso di quanto ci si aspetterebbe quando trova versanti freschi e ombrosi. Il sottobosco cambia radicalmente con la stagione: primaverile e fiorito ad aprile, secco e sonoro a fine estate, tappezzato di foglie a novembre.

La stagione giusta

Ho accompagnato persone qui in tutti i mesi dell'anno e ho una classifica personale. Ottobre e i primi giorni di novembre sono il momento migliore in assoluto: il bosco vira al giallo e al rosso, l'aria è limpidissima, la piana si vede fino ai monti opposti, e la temperatura è perfetta per salire. Subito dopo metto aprile e maggio, con il verde nuovo e i fiori, ma con più probabilità di pioggia e di sentiero fangoso. Luglio e agosto funzionano solo se salite presto: il bosco è ombroso, ma la salita al sole del pomeriggio non è piacevole e la foschia estiva cancella il panorama. Dicembre, gennaio e febbraio possono regalare la cosa più bella di tutte — la neve sul convento e il silenzio totale — ma vanno affrontati con attrezzatura adeguata e verificando prima che la strada e il sentiero siano praticabili.

Fauna e attenzione

Siamo in Appennino vero. Nella zona sono presenti cinghiali, caprioli, volpi, scoiattoli e una discreta varietà di rapaci che si vedono volteggiare sopra il versante — il che, come vedremo, è la ragione per cui questo posto è famoso anche fra chi vola. Il cinghiale è l'unico animale che richieda qualche accortezza, non perché sia aggressivo di norma, ma perché una femmina con i piccoli reagisce se si sente accerchiata. La regola è banale: fate rumore camminando, non avvicinatevi, non fotografate i cuccioli, e se ne incontrate uno sul sentiero fermatevi e lasciategli spazio per andarsene. Nel novantanove per cento dei casi se ne va per conto suo prima ancora che voi lo vediate.

Una raccomandazione che faccio sempre e che qui vale il doppio: non lasciate niente. Non c'è personale che pulisca il sentiero, non ci sono cestini in quota, e la fascia di bosco intorno alle edicole è già abbastanza provata dal passaggio. Portate giù quello che avete portato su, comprese le bucce, che nel bosco non spariscono in fretta come si crede.

I frati: chi tiene aperto il Santuario di Poggio Bustone

Il complesso è affidato ai frati minori, e questo ha conseguenze pratiche che conviene conoscere prima di arrivare. Non siamo in un museo statale con personale di custodia, biglietteria e orari uniformi tutto l'anno. Siamo in una casa religiosa che accoglie visitatori. Significa che l'accesso è libero e gratuito, che l'orario segue il ritmo della comunità con apertura al mattino, chiusura per la pausa centrale e riapertura nel pomeriggio, e che in inverno la chiusura serale si anticipa. Significa anche che durante le celebrazioni la chiesa non è visitabile come spazio artistico, e che nei giorni di grande affluenza la disponibilità dei frati per le spiegazioni è quella che è.

Il numero di telefono del santuario è pubblicato dalla comunità e una chiamata prima di partire risolve il novanta per cento dei problemi. Lo dico con l'insistenza di chi ha visto gruppi arrivare da Roma e trovare il portone accostato per un funerale. In un santuario di montagna gli orari sono indicazioni, non garanzie, e la telefonata è un atto di rispetto oltre che di prudenza.

La foresteria e chi si ferma a dormire

Il santuario dispone di una foresteria attiva nella stagione favorevole, indicativamente dalla primavera inoltrata all'autunno, con accoglienza su prenotazione. È pensata soprattutto per pellegrini, gruppi parrocchiali e camminatori del Cammino di Francesco, e non è un albergo: le camere sono semplici, gli orari sono quelli della casa, e il silenzio serale non è un suggerimento. Chi cerca comfort trova alberghi e agriturismi in paese e nei dintorni. Chi invece vuole vedere che cosa succede qui alle sei del mattino, quando la valle sotto è ancora sotto la nebbia e il piazzale è deserto, deve dormire qui: è un'esperienza completamente diversa dalla visita diurna, e non c'è modo di ottenerla altrimenti.

Come comportarsi

Regole banali che però in questo posto contano più che altrove, perché la comunità è piccola e la si disturba facilmente. Abbigliamento coperto in chiesa: spalle e ginocchia, e non è bigottismo, è l'uso di una casa altrui. Voce bassa nel chiostro, che è area conventuale e non cortile pubblico. Telefoni silenziosi ovunque. Fotografie sì, ma senza flash sugli affreschi e senza scatti dentro gli ambienti privati. Nel romitorio e nella grotta, se trovate qualcuno in preghiera, uscite e tornate dopo cinque minuti. E le offerte: la manutenzione di un complesso di questo tipo, con un sentiero, sei edicole in quota e una chiesa affrescata, costa; se il posto vi è piaciuto, la cassetta è lì.

Il terremoto, i restauri e la fragilità della montagna

Ogni edificio dell'Appennino centrale ha una biografia sismica, e il Santuario di Poggio Bustone non fa eccezione. Il territorio è stato colpito ripetutamente: il paese ricorda il durissimo terremoto del 1298, con circa centocinquanta vittime su un abitato piccolo; e in tempi recenti la sequenza del 2016, che ha devastato il vicino Appennino fra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo, ha imposto verifiche, puntellature e interventi di consolidamento anche qui, come in ogni fabbrica storica della zona.

Questo spiega alcune cose che il visitatore nota e non capisce: catene metalliche a vista, tiranti, contrafforti, ambienti temporaneamente non accessibili, ponteggi che compaiono e scompaiono. Non sono trascuratezza, sono la condizione normale del patrimonio in una zona sismica attiva. E spiegano anche perché conviene informarsi prima: la parte visitabile può variare nel tempo, e la chiesa può essere accessibile mentre un ambiente minore non lo è, o viceversa.

Restaurare un santuario: le scelte difficili

Negli interventi degli anni Duemila la chiesa è stata riportata a un aspetto più vicino a quello primitivo, eliminando aggiunte e ridipinture dei secoli successivi. È una scelta che in Italia si fa da centocinquant'anni e che ogni volta divide, perché nasconde una domanda senza risposta: quale è il momento "vero" di un edificio? Se un edificio è nato nel Trecento, è stato decorato nel Seicento e imbiancato nell'Ottocento, il restauro che lo riporta al Trecento cancella due strati di storia autentica quanto il primo. Nel caso di un santuario francescano l'argomento a favore è forte, perché la sobrietà primitiva non è solo estetica, è dottrina. Ma vale la pena sapere che quello che vediamo è una scelta interpretativa, non una scoperta.

Segnalo poi la delicatezza specifica del Sacro Speco. Consolidare una cappella incastrata dentro una cavità rocciosa significa lavorare su un manufatto che è per metà architettura e per metà geologia, in un punto raggiungibile solo a piedi, dove ogni sacco di materiale sale a spalla o con mezzi leggeri. Chi si lamenta della lentezza dei cantieri di montagna dovrebbe provare a portare in quota una benna di malta lungo trecento metri di dislivello.

Poggio Bustone e Lucio Battisti

C'è una seconda ragione, del tutto laica, per cui il nome di questo paese è noto in tutta Italia: Lucio Battisti è nato a Poggio Bustone il 5 marzo 1943. È un dato che sorprende sempre chi arriva per il santuario e che, viceversa, porta quassù ogni anno persone che di san Francesco non sanno quasi nulla. Le due presenze convivono con una naturalezza che altrove sarebbe impensabile, e il paese le gestisce senza contrapporle: la strada che porta al convento e il vicolo dove abitava la famiglia del cantautore appartengono allo stesso reticolo di pietra.

La casa, il monumento, il museo

Nel borgo si trovano la casa natale, segnalata, e un monumento dedicato al musicista, meta di un pellegrinaggio suo proprio, con la particolarità — tipica di questo tipo di devozione — che i visitatori lasciano biglietti, fiori, oggetti. Esiste inoltre uno spazio dedicato alla sua memoria, allestito in paese, che raccoglie fotografie, documenti e testimonianze e che ha il pregio di essere pensato con un tono intimo, senza celebrazione gonfiata. Chi conosce la riservatezza quasi feroce di Battisti negli ultimi vent'anni della sua vita apprezzerà che il paese abbia scelto la misura invece del clamore.

Il paese come chiave di lettura

Vale la pena fare due passi con questa idea in testa: la geografia sentimentale di un autore si costruisce prima dei vent'anni. Poggio Bustone offre a chiunque ci sia cresciuto negli anni Quaranta e Cinquanta una combinazione precisa: uno spazio ristretto, di pietra, dove tutti si conoscono, e davanti un vuoto enorme, la piana, che si guarda dall'alto tutti i giorni. Chiuso dietro, aperto davanti. Non voglio fare il critico musicale improvvisato, ma quando si sta sul piazzale del santuario e si guarda quella distanza, qualche associazione viene da sé, e in genere ai gruppi che accompagno viene senza che debba suggerirla.

Aggiungo, per onestà, che il legame del cantautore con il paese natale è stato reale ma non continuativo: la famiglia si trasferì presto e la carriera si svolse altrove. Poggio Bustone è la radice, non la biografia. Le radici però pesano, e il paese lo sa: è raro trovare un borgo di duemila abitanti che ospiti contemporaneamente un santuario francescano di rilevanza nazionale e la casa natale di uno dei musicisti più ascoltati del Novecento italiano. Come combinazione di attrattori, è quasi ingiusta verso i paesi vicini.

La porchetta, la sagra e il paese a tavola

Dopo la salita al Sacro Speco vi verrà fame, ed è il momento di scoprire che Poggio Bustone è un centro di produzione della porchetta riconosciuto e tutelato, con una tradizione che il paese difende con la stessa serietà con cui difende il santuario. La sagra della porchetta si tiene la prima domenica di ottobre ed è una delle più antiche manifestazioni gastronomiche d'Italia: la sua istituzione risale al 1950. Non è una sagra nata negli anni Novanta per riempire un fine settimana, è una consuetudine con settant'anni di storia.

La collocazione della sagra a ridosso del 4 ottobre non è casuale: in un paese di montagna il calendario delle feste religiose e quello delle feste alimentari sono lo stesso calendario, perché entrambi seguono i cicli del lavoro. Ottobre è il mese in cui il bosco dà, in cui si comincia a preparare l'inverno, ed è anche il mese del santo. Chi arriva in quei giorni trova il paese al massimo della sua energia, con il piazzale del santuario e le strade del borgo che lavorano insieme.

Che cosa mangiare, e dove

Oltre alla porchetta, la cucina reatina di montagna offre cose che a Roma non si trovano nella stessa forma: i legumi della zona, con la lenticchia e il fagiolo di varietà locali; i funghi e i tartufi dei boschi circostanti; la pasta fatta a mano di formati appenninici, dagli strengozzi alle fettuccine tirate spesse; gli agnelli e le carni di allevamento locale; i formaggi di pecora. È una cucina di grassi e di sapori pieni, pensata per chi lavora fuori con il freddo, e va affrontata con appetito vero, il che dopo trecento metri di dislivello non è un problema.

Il consiglio operativo che do sempre è di non pranzare sul piazzale del santuario con un panino comprato all'autogrill. Non per snobismo: perché a dieci minuti d'auto ci sono trattorie di paese con il menù scritto a mano dove si spende poco e si mangia una cosa che a Roma costerebbe il triplo. Poggio Bustone e i comuni vicini, da Cantalice a Rivodutri fino alla zona dei laghi, hanno un tessuto di locali familiari che è ancora intatto. Prenotate, però: fuori stagione molti aprono solo su richiesta, e il lunedì in montagna è un giorno pericoloso.

Il cielo sopra il Santuario di Poggio Bustone: il volo libero

Ecco l'informazione che spiazza tutti. Poggio Bustone è uno dei siti di volo libero più noti d'Italia. La conformazione del versante, l'esposizione e le condizioni termiche della conca reatina creano ascendenze eccellenti, e i decolli sopra il paese sono frequentatissimi da parapendii e deltaplani. Il territorio ha ospitato competizioni di livello internazionale, fra cui la SuperFinal della Paragliding World Cup nel 2009, e ha ospitato più volte i campionati italiani di parapendio, fra cui l'edizione del 2018.

Chi sale al santuario in una bella giornata di primavera o di inizio autunno vede il cielo pieno di vele colorate che girano lentamente sopra il monte Rosato guadagnando quota. È un'immagine che a prima vista sembra stridere con il raccoglimento del luogo e che invece, dopo un po', diventa la cosa più coerente che ci sia: un versante che da ottocento anni serve a guardare in alto e da quarant'anni serve a salirci davvero.

Volare qui, se vi va

Esistono operatori che propongono voli biposto in tandem con piloti abilitati, ed è la forma in cui la maggior parte dei visitatori può provare l'esperienza senza alcuna preparazione. Non entro nel merito delle offerte commerciali e non ve ne consiglio nessuna: dico solo che la scelta dell'operatore va fatta verificando l'abilitazione del pilota, le assicurazioni e le condizioni meteo, e che un pilota serio annulla il volo con leggerezza quando l'aria non è buona. Se qualcuno vi promette di volare comunque, cambiate qualcuno.

Esiste anche una pratica che unisce le due anime del posto e che trovo splendida: l'hike and fly, cioè salire a piedi lungo il versante con la vela nello zaino e decollare dall'alto. Chi la pratica qui fa esattamente lo stesso percorso dei pellegrini, con la stessa fatica, e poi torna giù in cinque minuti anziché in venti. È il commento più letterale che si possa fare al tema dell'elevazione.

Come organizzare la visita al Santuario di Poggio Bustone

Passiamo alla logistica, perché una buona giornata qui dipende quasi interamente da tre decisioni prese prima di partire: quando arrivare, come vestirsi, quanto tempo mettere in conto.

Quanto tempo serve

La risposta onesta è tre ore. Sotto le tre ore non fate il santuario, fate il parcheggio. Ecco come le distribuisco io: venti minuti per la chiesa e il chiostro con calma; quindici per il refettorio e il romitorio inferiore; dieci per il tempietto e il piazzale; trenta di salita al Sacro Speco fermandosi alle edicole; venti in cima, e non un minuto di meno, perché la grotta chiede tempo; venticinque di discesa, che in un sentiero ripido non è molto più veloce della salita; e il resto per il paese, la porta del Buon Giorno, la torre e i luoghi di Battisti. Se volete anche mangiare in zona, mettete in conto mezza giornata piena.

Che cosa portare

Elenco breve e concreto. Scarpe chiuse con suola scolpita: sandali, ballerine e scarpe da città sono la causa del novanta per cento delle rinunce e delle caviglie storte. Acqua, almeno mezzo litro a testa, perché in quota non ci sono fontane garantite. Uno strato in più anche d'estate: in grotta e sotto la parete la temperatura scende sensibilmente, e sudati si prende freddo in fretta. Un abbigliamento decoroso per la chiesa. Una torcia o il telefono carico, utile negli ambienti bui. E, se salite in autunno, considerate che alle diciassette il bosco è già scuro anche quando fuori c'è ancora luce.

Accessibilità: parliamone con chiarezza

Questo è il punto in cui molte guide sono vaghe e fanno un danno. Il livello basso del santuario — piazzale, chiesa, buona parte degli ambienti conventuali — è raggiungibile in automobile e sostanzialmente pianeggiante, quindi affrontabile anche da persone con difficoltà motorie moderate, con l'avvertenza che si tratta di un edificio storico con soglie, gradini isolati e pavimentazioni irregolari. Il livello alto, cioè il Sacro Speco, non è accessibile a chi non può affrontare mezz'ora di sentiero ripido: non esistono ascensori, navette o percorsi alternativi. Dirlo chiaramente serve a permettere a ciascuno di organizzarsi, magari dividendo il gruppo, invece di scoprirlo sul posto.

Con i bambini

Funziona benissimo, a due condizioni. La prima è la scarpa giusta, che per i bambini è quasi sempre meno un problema che per gli adulti. La seconda è raccontare la storia prima, non durante: le sei edicole con le impronte del santo, dell'angelo e del diavolo sono un formidabile dispositivo narrativo, e un bambino che sale cercando le impronte non si accorge della fatica. Il passeggino, invece, si ferma al piazzale. Con neonati la soluzione è lo zaino porta-bimbo, e solo se chi lo porta ha gambe allenate.

Che cosa vedere intorno al Santuario di Poggio Bustone

Poggio Bustone sta in una delle zone del Lazio con la maggiore densità di cose interessanti per chilometro quadrato, e sarebbe un peccato tornare indietro subito. Vi metto in fila le opzioni in ordine di vicinanza, con il tempo indicativo di trasferimento in automobile.

Gli altri tre santuari della Valle Santa

Il santuario della Foresta, appena sopra Rieti, è il più vicino e il più facile: si visita in poco tempo, ha un carattere agricolo e domestico, con il torchio e la vigna legati al racconto del miracolo dell'uva, ed è quello che rende meglio l'idea di come vivevano concretamente i frati. Greccio è a una quarantina di minuti da qui, appeso alla parete rocciosa sopra la piana, ed è il più celebre per via del presepe del 1223; ci si arriva bene e si sta in coda nei fine settimana. Fonte Colombo, sul monte Rainiero a sud-ovest di Rieti, è il più raccolto: lì la tradizione colloca la stesura della Regola definitiva e il drammatico episodio della cauterizzazione agli occhi di Francesco. Vedere tutti e quattro in una giornata è possibile ma sconsigliato: diventa una collezione di parcheggi. Due al giorno, con calma, è la misura giusta.

Rieti e il suo centro

La città di Rieti merita più di quanto normalmente riceva. Ha un centro storico compatto con la cattedrale e il palazzo vescovile, i celebri archi del palazzo papale, un tratto notevolissimo di mura medievali, il ponte romano e un sistema di gallerie sotterranee — la cosiddetta Rieti sotterranea — che sono i resti del viadotto romano della Salaria inglobati nella città moderna. Aggiungo la curiosità che la città stessa rivendica con orgoglio: Rieti si presenta come Umbilicus Italiae, l'ombelico d'Italia, e in piazza San Rufo una targa indica il punto. La rivendicazione ha una base antica, essendo legata a Marco Terenzio Varrone, che era reatino.

I laghi, la riserva, la montagna

Sotto Poggio Bustone si estende la riserva naturale dei laghi Lungo e Ripasottile, ciò che resta dell'antico sistema palustre della conca: è un'area di grande interesse per il birdwatching, con specie acquatiche e migratorie che si osservano bene da postazioni attrezzate. È il complemento perfetto alla giornata in quota, perché fa capire da vicino com'era la piana prima delle bonifiche. A est si alza il Terminillo, la montagna di Roma per antonomasia, con i suoi 2.217 metri e una storia turistica novecentesca affascinante e contraddittoria. A nord, verso Leonessa, si entra in un altopiano completamente diverso, più severo, con paesi di pietra e una parlata che sconfina già nell'Abruzzo.

Cantalice, Rivodutri e i borghi vicini

Cantalice, sulla strada fra Rieti e Poggio Bustone, è un borgo verticale spettacolare, patria di san Felice da Cantalice, il primo santo cappuccino, figura popolarissima nella Roma di fine Cinquecento dove passò gran parte della vita a questuare per le strade. Rivodutri, poco a nord, è nota per le sorgenti di Santa Susanna, una risorgiva di acqua trasparente che esce direttamente dalla roccia, e per il curioso enigma della cosiddetta porta alchemica locale. Sono tappe da mezz'ora l'una, e servono a capire che la Valle Santa non è solo francescana: è un sistema di paesi di versante tutti costruiti con la stessa logica.

Il silenzio come materiale da costruzione

Ci sono luoghi il cui elemento principale non è la pietra ma l'assenza di rumore, e questo è uno di quelli. Ve lo dico da guida, cioè da persona che di mestiere parla: al Santuario di Poggio Bustone arriva un momento in cui la cosa migliore che posso fare per un gruppo è smettere di parlare. Di solito succede in cima, dentro la grotta o appena fuori. Chiedo cinque minuti di silenzio totale, senza telefoni, e nessuno si lamenta mai, nemmeno gli adolescenti.

La ragione è tecnica, e vale la pena spiegarla. Il fondo sonoro che ci accompagna in città non è un rumore, è una compressione: satura la banda e impedisce di percepire i suoni deboli. Quando questa compressione sparisce, l'orecchio recupera in pochi minuti una sensibilità che non sapeva di avere, e cominciamo a sentire cose che nella vita quotidiana non esistono: l'acqua che gocciola nella roccia, il vento che cambia direzione, il passo di un animale a trenta metri, il proprio battito. È un'esperienza che sembra spirituale e che in realtà è acustica. Poi ciascuno decide che cosa farne.

Il silenzio come scelta storica

Aggiungo una considerazione che riguarda l'architettura. Il santuario è stato costruito in un punto in cui il rumore non arriva, e questo è un dato progettuale, non un caso. Un convento di città, con la strada davanti e il mercato dietro, è un edificio che deve difendersi dal suono con chiostri, spessori e cortili interni. Qui la difesa non serve, perché ci pensa la montagna. Il vero materiale da costruzione di questo posto è il dislivello: sono i trecento metri fra il paese e la grotta che producono la condizione in cui il luogo funziona. Togliete il dislivello e avrete un edificio qualunque.

È anche il motivo per cui insisto tanto sulla salita a piedi. Il silenzio raggiunto in automobile non ha lo stesso effetto: il corpo non ha attraversato nessuna transizione, il tempo interno non ha rallentato, e in venti minuti si torna giù con la sensazione di aver visto poco. Il silenzio raggiunto con la fatica, invece, arriva addosso a un organismo che ha già cambiato ritmo. Non è misticismo, è fisiologia applicata al turismo.

Il Santuario di Poggio Bustone e il pellegrinaggio contemporaneo

Negli ultimi vent'anni i cammini religiosi in Italia sono passati da fenomeno di nicchia a movimento di massa, e questo santuario ne ha risentito in bene e in male. In bene, perché il flusso di camminatori ha portato manutenzione dei sentieri, segnaletica, foresterie, un'attenzione istituzionale che prima non c'era. In male, perché in alcuni fine settimana il rapporto fra numero di persone e capacità del luogo si rovescia, e un posto che vive di silenzio si ritrova a gestire code.

Chi cammina, e perché

La composizione dei camminatori è cambiata radicalmente. Fino a trent'anni fa il pellegrino era in larga maggioranza un devoto che veniva in gruppo parrocchiale, spesso in pullman. Oggi la maggioranza è fatta di persone singole o coppie, con motivazioni miste in cui la fede è un ingrediente fra altri: c'è chi cammina dopo un lutto, chi dopo una separazione, chi per disintossicarsi dal lavoro, chi semplicemente perché camminare in montagna con uno scopo è più bello che camminare senza. I frati, che vedono passare tutti, hanno sviluppato su questo un realismo notevole e non stanno a chiedere le credenziali spirituali di nessuno.

La mia opinione, che offro per quello che vale, è che questo posto sia particolarmente adatto a chi arriva con qualcosa di irrisolto. Non perché faccia miracoli, ma perché il suo tema — un uomo schiacciato dal proprio passato che decide di non esserlo più — è forse l'unico tema religioso che funziona identico per chi crede e per chi non crede. La grotta non chiede di aderire a niente. Chiede mezz'ora di salita e cinque minuti di silenzio, e quello che succede dopo è affare vostro.

Come arrivare al Santuario di Poggio Bustone senza automobile

Domanda frequentissima, risposta scomoda: si può fare, ma va organizzato. Non esiste un collegamento ferroviario diretto e comodo, perché la stazione di Rieti è servita da una linea secondaria e i tempi non sono competitivi con la strada. La combinazione realistica da Roma è l'autobus extraurbano fino a Rieti, con partenze dai terminal della capitale e un tempo di percorrenza intorno all'ora e mezza, e poi il collegamento locale per Poggio Bustone. Le corse locali sono poche, concentrate nelle fasce scolastiche e ridotte nei festivi, quindi vanno verificate con precisione prima di partire.

Chi arriva in paese senza mezzo proprio deve poi affrontare l'ultimo tratto: dal centro al piazzale del convento si sale, e a piedi è una mezz'oretta abbondante in salita su asfalto, a cui va aggiunta la mezz'ora del sentiero per il Sacro Speco. Sommate, sono circa due ore di cammino complessivo fra andata e ritorno prima ancora di considerare le soste. Non è un ostacolo insormontabile per chi cammina abitualmente, ma è un dato da conoscere in anticipo.

La soluzione elegante: arrivarci a piedi da lontano

Se l'idea di dipendere dagli orari di un autobus di montagna vi deprime, esiste l'alternativa nobile: prendere il treno o il bus fino a Rieti, dormire lì, e raggiungere Poggio Bustone a piedi lungo il tracciato del Cammino di Francesco, passando per Cantalice. È una tappa di media lunghezza con salite continue, che si affronta in mezza giornata di cammino tranquillo. Chi lo fa arriva al santuario nel modo per cui il santuario è stato pensato, cioè stanco e dal basso, e il vantaggio non è retorico: la percezione del luogo cambia davvero.

Parcheggio e strada, per chi guida

La strada che sale dal paese al convento è stretta, con tornanti e senza guard rail continuo, ma è asfaltata e non presenta difficoltà per una vettura normale. Il parcheggio al piazzale è gratuito e sufficiente nei giorni ordinari; nelle domeniche di primavera e di ottobre, e nelle giornate di festa, si riempie e si finisce a lasciare l'auto lungo la strada, il che con un pullman in arrivo diventa un problema per tutti. Se venite in un fine settimana di alta stagione, arrivate presto: alle nove del mattino trovate posto, il bosco è fresco e la luce sulla piana è la migliore della giornata.

Errori che vedo fare al Santuario di Poggio Bustone

Faccio un elenco ragionato, perché sono sempre gli stessi e sono tutti evitabili.

Il primo errore: fermarsi in basso

Ne ho già parlato ma lo ripeto perché è il più grave. Migliaia di persone ogni anno visitano il convento, escono, guardano il cartello del sentiero, decidono che è troppo e se ne vanno. Poi raccontano che il santuario è carino ma niente di speciale, e hanno perfettamente ragione, perché quello che hanno visto è effettivamente carino e niente di speciale. Il santuario è sopra.

Il secondo errore: la fretta programmata

Molti inseriscono Poggio Bustone in un itinerario che prevede quattro santuari in una giornata partendo da Roma. Non funziona. Le distanze fra i quattro luoghi sembrano brevi sulla carta ma sono tutte su strade di versante, con medie basse; e ogni santuario richiede un parcheggio, una salita, una visita e una discesa. Il risultato è una giornata di guida con quattro soste da venti minuti. Meglio due luoghi fatti bene, o due giorni con una notte in zona.

Il terzo errore: vestirsi da città

Lo ripeto perché conta. Ho visto persone tentare la salita al Sacro Speco con scarpe dalla suola liscia dopo una notte di pioggia, e ho visto come è finita. Il sentiero non è pericoloso, ma il calcare bagnato coperto di foglie ha un attrito prossimo allo zero e la pendenza fa il resto.

Il quarto errore: trattarlo come un museo

Non è un museo. È una casa religiosa abitata da una comunità e frequentata da persone che vengono a pregare. Entrare parlando ad alta voce, fotografare chi sta in ginocchio, o pretendere spiegazioni da un frate che sta andando in coro è, semplicemente, cattiva educazione. La misura giusta è quella che si terrebbe entrando nel salotto di una famiglia che non si conosce.

Il quinto errore: aspettarsi Assisi

Chi ha in mente la basilica di Assisi, con Giotto, Cimabue e la doppia chiesa sovrapposta, arriva qui e non capisce. Sono due cose opposte, ed è bene saperlo. Assisi è il francescanesimo diventato Stato, arte, potere e capolavoro; Poggio Bustone è il francescanesimo prima che tutto questo esistesse. Il confronto non ha senso, ed è come confrontare una cattedrale con la stanza in cui è stata pensata.

Domande che mi fanno sempre sul Santuario di Poggio Bustone

Si paga l'ingresso?

No. L'accesso al santuario è libero e non c'è biglietteria. Esiste la possibilità di lasciare un'offerta, e vi invito a farlo, perché la manutenzione ordinaria di un complesso con un sentiero, sei edicole in quota e ambienti affrescati non si paga da sola.

Quanto è difficile la salita al Sacro Speco?

Facile tecnicamente, impegnativa fisicamente per chi non cammina mai. Circa trenta minuti, circa trecento metri di dislivello, sentiero segnato nel bosco, nessuna esposizione, nessun passaggio attrezzato. Se salite le scale di casa senza affanno, ce la fate; se avete problemi cardiaci o articolari seri, valutate con attenzione, perché la discesa in un sentiero ripido è più insidiosa della salita per le ginocchia.

Si può visitare con la pioggia?

Il convento sì, senza problemi. Il sentiero al Sacro Speco con pioggia in corso lo sconsiglio: il fondo diventa scivoloso e la visibilità nel bosco cala. Con pioggia leggera e scarpe adatte è fattibile con prudenza; con temporale in corso no, perché siete sotto alberi alti su un versante.

C'è un bar o un punto di ristoro?

Non contateci. Il santuario non è attrezzato come area turistica commerciale, e in quota non c'è nulla. Portate acqua e mangiate in paese, dove le opzioni non mancano.

Quanto tempo si sta in tutto?

Tre ore per fare le cose per bene, comprese la salita e la discesa. Un'ora e mezza se rinunciate al Sacro Speco, ma allora tanto vale non venire.

È adatto a chi non è credente?

Assolutamente sì, e forse più di altri luoghi religiosi. Qui non c'è un apparato devozionale invadente, non ci sono reliquie esposte, non c'è una macchina del culto. C'è una montagna, un bosco, un edificio povero e una storia umana molto comprensibile. Il rispetto è richiesto, l'adesione no.

Si può portare il cane?

Sul sentiero e all'aperto in genere non ci sono problemi, con il guinzaglio, che è comunque obbligatorio in area boscata e che serve anche a proteggere il cane dai cinghiali. Negli ambienti conventuali e in chiesa no: è una casa religiosa, e la regola la decide chi ci abita.

Qual è il periodo migliore?

Ottobre. Se non potete in ottobre, maggio. Se non potete nemmeno in maggio, una mattina limpida di gennaio senza neve sul sentiero è la terza scelta e non ve ne pentirete, perché il silenzio invernale qui è un'altra cosa.

Una curiosità su Santuario di Poggio Bustone e Convento di San Giacomo

La curiosità che racconto sempre riguarda una faccenda di pietra e di credulità, e cioè le Sacre Impronte. Lungo il sentiero che sale allo Speco, dentro le sei edicole erette intorno al 1650, la tradizione indica una serie di segni nella roccia: il gomito, il ginocchio, il cappuccio, il piede del santo, e persino le tracce lasciate dal demonio durante il tentativo di portarlo via, oltre all'orma dell'angelo apparso in forma umana. Fin qui è materiale devozionale come se ne trova in tutta Italia. La curiosità sta in un dettaglio che sfugge quasi a tutti: fra i sei segni ce n'è uno che non è un'impronta ma il contrario, ed è la pietra che si sarebbe ammorbidita per accogliere il libro di preghiera di Francesco. Non un corpo che lascia il segno sulla roccia, ma la roccia che si adatta all'oggetto.

È una variante rara, e teologicamente più raffinata di quanto sembri. Nelle leggende delle orme sante il messaggio è che il corpo del santo era più forte della materia; qui invece il messaggio è che la materia si è resa disponibile. È esattamente la differenza fra un miracolo di potenza e un miracolo di accoglienza, ed è coerentissima con il tema generale di questo santuario, che non è la forza ma il perdono. Non so se chi ordinò le edicole nel Seicento avesse in mente questa sottigliezza, ma il fatto che la tradizione abbia conservato proprio questa variante, in questo posto e non altrove, dice qualcosa su come le comunità selezionano i propri racconti.

Aggiungo la spiegazione prosaica, perché una guida onesta le deve entrambe. Il versante del monte Rosato è calcareo, ed è pieno di cavità di dissoluzione, fessure, tafoni e concavità levigate dall'acqua che, con una certa disposizione d'animo, somigliano a impronte di ginocchia, gomiti e piedi. La geologia fornisce la forma; il racconto le dà un nome. Non è un imbroglio: è il modo in cui gli esseri umani hanno sempre trasformato un paesaggio in una storia. E se un giorno, salendo, vi ritroverete a cercare istintivamente il profilo di un gomito in una cavità di roccia, avrete capito dall'interno come funzionava il pensiero di un pellegrino del Seicento meglio di quanto ve lo potrà mai spiegare un libro.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santuario di Poggio Bustone e Convento di San Giacomo

Nessuno vi dirà che il santuario che state visitando in basso non è il santuario. Lo dico brutalmente perché è la verità più utile di questa pagina. Il convento di San Giacomo, con la sua chiesa trecentesca, il chiostro duecentesco e il refettorio affrescato, è la conseguenza di ciò che la tradizione colloca trecento metri più in alto. È l'edificio che l'istituzione ha costruito nei secoli per gestire, custodire e rendere accessibile un fatto che era avvenuto in una grotta. Se visitate solo il convento, state guardando l'amministrazione di un evento, non l'evento.

Il motivo per cui nessuno ve lo dice è comprensibile. Nella comunicazione turistica il santuario è "il posto con il parcheggio", perché è lì che si scaricano i pullman, è lì che si celebra, è lì che si vende la guida. Il sentiero è un'appendice, viene descritto come "possibilità di escursione", e chi legge lo classifica automaticamente come attività opzionale per sportivi. È un fraintendimento strutturale, e produce ogni anno migliaia di visite dimezzate. La proporzione corretta è l'opposta: la grotta è il monumento, il convento è il vestibolo.

Ne discende un corollario altrettanto taciuto: questo è un santuario che si può visitare male senza accorgersene. Con la maggior parte dei monumenti l'errore è evidente — se non entrate nel Colosseo, sapete di non essere entrati nel Colosseo. Qui invece si può passare un'ora dentro un complesso religioso autentico, uscire soddisfatti, scrivere una recensione positiva e non avere la minima idea di essersi persi il novanta per cento del significato. Ho conosciuto persone che erano state a Poggio Bustone tre volte prima di scoprire l'esistenza del Sacro Speco. Adesso lo sapete, e il problema è risolto.

Il consiglio che ti do per visitare Santuario di Poggio Bustone e Convento di San Giacomo

Il consiglio è uno solo, ed è di sequenza: salite prima, visitate dopo. Arrivate al piazzale, non entrate in chiesa, non fermatevi al tempietto, non fotografate il panorama. Prendete l'acqua, guardate l'ora e attaccate subito il sentiero per il Sacro Speco. Restate in cima almeno venti minuti. Poi scendete, e soltanto allora visitate il convento, la chiesa, il chiostro, il refettorio e il romitorio inferiore.

Il motivo è che in questo ordine tutto il resto acquista un senso che altrimenti non ha. Se entrate prima in chiesa, gli affreschi sono affreschi di provincia gradevoli; se ci entrate dopo essere stati nella grotta, capite che quelle immagini sono lì per raccontare a chi non può salire ciò che sta sopra. Se attraversate il chiostro prima, è un cortile grazioso; se lo attraversate dopo, riconoscete che è la struttura minima con cui un gruppo di uomini ha reso ripetibile un'esperienza irripetibile. La visita in ordine cronologico dell'edificio è noiosa; la visita in ordine logico della vicenda è memorabile.

Ci sono anche due ragioni pratiche, meno nobili ma decisive. La prima è il corpo: al mattino presto siete riposati, il bosco è fresco, la salita costa meno; se rimandate al pomeriggio, dopo un'ora in piedi in chiesa e magari un pranzo, il sentiero diventa improvvisamente molto più lungo. La seconda è la gente: chi arriva in gruppo comincia sempre dal basso, quindi la grotta nelle prime ore del mattino è spesso vuota, mentre verso mezzogiorno può esserci fila all'ingresso di un ambiente che contiene comodamente sei persone. Venti minuti da soli lassù valgono due ore in mezzo alla folla, e la differenza dipende soltanto dall'ordine in cui decidete di fare le cose.

Un'ultima raccomandazione, dentro il consiglio. Quando siete in cima, prima di entrare nella grotta, fermatevi fuori e girate le spalle all'ingresso, guardando in basso. Da lì si vede il tetto del convento molto più piccolo di quanto ve lo aspettiate, e la piana intera dietro. È la prospettiva esatta in cui va inquadrata tutta questa storia: prima c'era un uomo su una roccia che guardava in basso una valle, poi la valle ha costruito qualcosa sotto di lui.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che Francesco arrivò qui e ricevette la certezza del perdono. Quasi nessuno cita la seconda metà della stessa tradizione, che è quella decisiva: subito dopo, secondo il racconto, mandò via i suoi compagni. Li mandò a due a due nelle diverse regioni, ad annunciare la pace. Cioè: nel momento esattamente successivo alla consolazione, il gruppo si sciolse e si sparpagliò. Non ci fu una fondazione, non ci fu un edificio, non ci fu una comunità stabile. Ci fu una dispersione volontaria.

È un fatto risaputo — sta nelle biografie duecentesche, è scolpito sul Tempietto della Pace, lo dicono i frati a chiunque chieda — e tuttavia viene citato pochissimo, perché è controintuitivo per il modo in cui pensiamo i luoghi santi. Ci aspettiamo che un luogo di fondazione trattenga; questo invece è un luogo che espelle. La sua funzione originaria non è raccogliere pellegrini ma mandarli via. Se ci pensate, è quasi paradossale che sia diventato una meta: nella logica del racconto, il gesto coerente da compiere qui non è arrivare, è ripartire.

Il secondo motivo per cui questo dato è poco citato è che complica la retorica dell'eremo. Poggio Bustone viene raccontato di solito come il luogo del ritiro, della solitudine, della grotta, del silenzio, e tutto questo è vero. Ma è anche, e forse soprattutto, il luogo in cui nasce l'idea missionaria francescana, cioè l'esatto contrario del ritiro. La coesistenza dei due movimenti — salire da soli e poi mandare tutti fuori — è la vera originalità di questo posto, ed è la ragione per cui il francescanesimo non è diventato un ordine eremitico. Da qui si va nel mondo. La grotta non è il punto di arrivo, è il trampolino.

C'è un ultimo aspetto poco citato e assai concreto: il fatto che questi uomini partirono a due a due, e non da soli. È una scelta organizzativa di grande intelligenza pratica, che nei secoli successivi diventerà una costante dei predicatori itineranti. Due persone si controllano a vicenda, si sostengono nella fatica, garantiscono l'una la testimonianza dell'altra, e soprattutto non impazziscono. Chi ha camminato per settimane sa quanto valga. In un racconto pieno di angeli e di perdono, questo dettaglio quasi burocratico è la prova che al centro c'era anche una testa lucida.

La foto giusta da fare a Santuario di Poggio Bustone e Convento di San Giacomo

La foto giusta non è il convento. Il convento fotografato dal piazzale viene sempre uguale e sempre mediocre: un edificio chiaro, un po' schiacciato, con il cielo sopra e il verde intorno, senza un elemento che dia scala o profondità. È la fotografia che tutti fanno e che nessuno riguarda.

La foto giusta si scatta dall'alto, dal sagrato del Sacro Speco, guardando in basso, mettendo in primo piano un frammento della roccia o del muretto e lasciando che il resto dell'inquadratura scenda sulla piana reatina. In quello scatto ci sono tutti gli elementi che raccontano davvero il posto: la pietra a un palmo dall'obiettivo, il bosco che precipita, il tetto minuscolo del convento in mezzo, la valle piatta in fondo e la barriera dei monti dall'altra parte. È una fotografia che spiega la geografia devozionale in un colpo solo: in alto la solitudine, in mezzo l'istituzione, in basso il mondo.

Il momento migliore è la tarda mattinata di una giornata limpida d'autunno, quando il sole è abbastanza alto da illuminare il fondovalle senza appiattirlo e il bosco intorno ha virato. In estate, se ci tenete, salite molto presto: verso le sette e mezza capita di trovare il fondovalle coperto da un mare di nebbia, con i paesi che emergono come isole, ed è l'unica occasione in cui la fotografia da quassù diventa spettacolare invece che soltanto bella. In inverno il sole arriva tardi sul versante e il contrasto è duro: meglio le ore centrali.

Le due foto secondarie che consiglio

La prima è dentro il chiostro, ma non frontale: mettetevi sotto il portico, appoggiate la macchina all'altezza del petto e inquadrate lungo il colonnato, lasciando che le lunette affrescate scorrano sfuocate sulla sinistra e la luce del cortile entri da destra. Restituisce la sensazione di camminare leggendo, che è esattamente quello per cui quel portico è stato dipinto. La seconda è la croce di legno nella grotta con la roccia viva alle spalle: senza flash, appoggiando la macchina su qualcosa di fermo, e accettando che venga scura. Una foto scura di una grotta è una foto onesta.

Che cosa non fotografare

Le persone in preghiera, e non serve spiegare perché. Gli interni conventuali non aperti al pubblico. E — consiglio non richiesto — evitate il ritratto sorridente davanti all'ingresso del romitorio. Non è vietato, non offende nessuno, ma è la fotografia che nel giro di sei mesi vi sembrerà fuori posto. Questo è uno dei rari luoghi in cui la fotografia migliore è quella in cui non ci siete.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Metto in fila i fatti che hanno segnato questo luogo, distinguendo con chiarezza fra quelli documentati e quelli che appartengono alla tradizione, perché mescolarli sarebbe scorretto.

Prima del francescanesimo

Intorno al 1117, il signore locale Berardo Berardi donò il territorio di Poggio Bustone all'abbazia di Farfa. È un fatto documentato e spiega la presenza benedettina che, secondo la tradizione, avrebbe messo a disposizione dei primi francescani il romitorio inferiore. Il luogo, insomma, era già religiosamente organizzato prima che Francesco vi mettesse piede.

L'arrivo di Francesco

La tradizione francescana colloca nell'estate del 1208, con varianti che indicano il 1209, l'arrivo di Francesco e dei primi compagni nella valle reatina attraverso Cascia e Leonessa, il saluto agli abitanti, il ritiro nella grotta, la certezza del perdono e l'invio dei frati a due a due. Va ripetuto: si tratta di tradizione agiografica, sostenuta dalle biografie duecentesche per quanto riguarda gli episodi e dalla memoria della valle per quanto riguarda la localizzazione.

Il terremoto del 1298

Un violento sisma colpì Poggio Bustone alla fine del Duecento, con un bilancio che le fonti indicano intorno alle centocinquanta vittime. Per un abitato di quelle dimensioni fu una catastrofe demografica, e segnò l'assetto del borgo e delle sue difese.

La costruzione della chiesa e l'ampliamento

Verso la fine del Trecento venne edificata la chiesa di San Giacomo Maggiore, e nel corso del Quattrocento il convento fu ampliato. Nel Seicento si aggiunse un ulteriore piano e si realizzarono le decorazioni del refettorio, l'ampliamento della cappella della grotta e, intorno al 1650, le sei edicole lungo il sentiero.

L'Ottocento amministrativo

Nel 1817 Poggio Bustone divenne sede di governo nell'ordinamento dello Stato Pontificio, segno del peso che il centro aveva assunto nella zona.

Il Novecento: guerra, riscoperta, ricostruzione

Nell'aprile del 1944 il paese fu coinvolto in un episodio bellico durante l'occupazione nazifascista, e per il comportamento della popolazione e la resistenza partigiana ottenne la medaglia d'argento al valor militare. Nel 1947 venne identificato e recuperato il romitorio inferiore. Intorno al 1951 fu ricostruito il portico d'ingresso su progetto di Carlo Alberto Carpiceci. Nella seconda metà del secolo venne realizzato il Tempietto della Pace, con la statua di Lorenzo Ferri.

I nostri anni

Negli anni Duemila la chiesa è stata riportata a un aspetto più vicino a quello primitivo con un restauro complessivo. Dopo il terremoto del 2016 sono seguite verifiche strutturali e interventi di consolidamento, come in tutto l'Appennino centrale. Nello stesso periodo la crescita del Cammino di Francesco ha riportato quassù un flusso di pellegrini a piedi paragonabile, per numeri, a quello di certe stagioni antiche.

Chi è passato da Santuario di Poggio Bustone e Convento di San Giacomo

Comincio dall'unico nome che tutti si aspettano, e lo tratto con la cautela che merita. Francesco d'Assisi è passato di qui secondo la tradizione francescana e secondo una memoria locale ininterrotta, che colloca il suo arrivo nell'estate del 1208 insieme ai primi compagni — quel gruppetto di uomini che non aveva ancora un nome, una regola scritta né una casa. Le biografie duecentesche raccontano gli episodi; la valle ha custodito il luogo. È una tradizione solidissima come tradizione, e come tale ve la consegno. Con lui, secondo lo stesso racconto, salirono e scesero da questo versante i frati che poi vennero mandati a due a due nelle diverse regioni: sono le prime persone al mondo a essere state spedite in giro con quel mandato, e ripartirono da questa montagna.

Prima di loro erano passati i monaci benedettini. Il territorio apparteneva all'abbazia di Farfa dalla donazione di Berardo Berardi, intorno al 1117, e la tradizione vuole che siano stati proprio i benedettini a offrire ospitalità ai nuovi arrivati mettendo a disposizione un romitorio già esistente. È un passaggio di consegne che ha il sapore di una staffetta fra due modi diversi di stare al mondo: il monachesimo stabile e organizzato che apre la porta a un movimento itinerante e disorganizzato che di lì a un secolo avrà più case di lui.

Otto secoli di frati, e i pellegrini

Poi sono passate generazioni di frati minori, ed è il flusso più continuo e meno raccontato di tutti. Uomini di cui non conosciamo i nomi hanno costruito il chiostro nel Duecento, tirato su la chiesa alla fine del Trecento, alzato di un piano il convento nel Seicento, portato a spalla su per il sentiero le pietre e la calce delle sei edicole, ridipinto il refettorio, riparato il tetto dopo ogni terremoto e aperto il portone ogni mattina per ottocento anni. Il santuario esiste perché qualcuno, ininterrottamente, ha deciso di restare. Non è una notazione retorica: è la ragione materiale per cui oggi ci potete entrare.

Accanto a loro sono passati i pellegrini, che sono la vera folla di questa storia. Contadini della piana che salivano il 4 ottobre, malati portati a braccia, penitenti che facevano il sentiero scalzi, viandanti diretti a Roma che deviavano di un giorno, e oggi camminatori del Cammino di Francesco con lo zaino tecnico e le racchette. Cambiano le scarpe, non cambia il gesto. Il sentiero che salite voi è consumato al centro da otto secoli di piedi, e quella lucidatura è un documento come un altro.

Gli architetti e gli scultori del Novecento

Fra i nomi documentati e recenti vanno ricordati l'architetto Carlo Alberto Carpiceci, che intorno al 1951 ricostruì il portico d'ingresso e a cui si deve il progetto del Tempietto della Pace, e lo scultore Lorenzo Ferri, autore della figura di san Francesco che il tempietto ospita. Sono passati di qui portando con sé la cultura architettonica italiana del Novecento, con la sua ambizione di dare forma moderna a contenuti antichi. Che il risultato piaccia o no, sono l'ultima firma in ordine di tempo su un edificio che ne ha collezionate per settecento anni senza mai cancellare le precedenti.

Il paese, e un nome che nessuno si aspetta

Da Poggio Bustone è passato — anzi, è cominciato — anche Lucio Battisti, nato in questo borgo il 5 marzo 1943. Non gli attribuisco frequentazioni del santuario che non sono in grado di documentare, e non ne ha bisogno: il fatto in sé è già abbastanza singolare. Duemila abitanti su un fianco di montagna hanno prodotto, a distanza di sette secoli, il luogo dove secondo la tradizione nasce la missione francescana e l'uomo che ha riscritto la canzone italiana. Chi sale al piazzale del convento e guarda in basso vede lo stesso paesaggio che quel bambino ha avuto davanti agli occhi nei primi anni di vita, e la coincidenza vale almeno un pensiero.

Vanno poi ricordati, per completezza e per il gusto del contrasto, i piloti di parapendio arrivati qui da tutto il mondo: il territorio ha ospitato la SuperFinal della Paragliding World Cup nel 2009 e più volte i campionati italiani, fra cui l'edizione del 2018. Non sono passati dal santuario nel senso in cui ci passate voi: ci sono passati sopra, in volo, sfruttando le ascendenze dello stesso versante che i pellegrini salgono a piedi. Trovo che sia un modo perfetto di chiudere l'elenco. Su questa montagna, da ottocento anni, la gente cerca di andare in alto. Alcuni ci riescono a piedi, altri con una vela, e c'è chi sostiene che uno ci sia riuscito standosene fermo dentro una grotta.

Un'ultima annotazione di contesto. Nel Duecento la vicina Rieti ospitò più volte la curia pontificia, e la valle fu quindi, per periodi non brevi, uno dei centri del potere ecclesiastico europeo. Non attribuisco visite a questo santuario che non risultino, ma il dato serve a correggere l'immagine di un luogo sperduto: quando i primi frati salivano su questo sentiero, a un'ora di cammino da qui si decidevano faccende che riguardavano mezza cristianità. La solitudine di Poggio Bustone è sempre stata una solitudine scelta, non una solitudine subita. Ed è probabilmente questo, più di ogni impronta nella roccia, il vero motivo per cui il posto continua a funzionare.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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IndirizzoPiazzale Missioni Francescane, snc, 02018 Poggio Bustone RI Poggio Bustone (RI), Borghi e paesini, Vicino Roma
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