Santuario di Santa Maria della Foresta

Ci sono luoghi che si capiscono solo arrivandoci a piedi, e il Santuario di Santa Maria della Foresta è uno di questi. Sta appena fuori Rieti, su un poggio a poco più di cinquecento metri di quota, in mezzo a castagni e querce, e ha l'aria dimessa di una casa di campagna a cui qualcuno, nei secoli, ha continuato ad aggiungere stanze. Nessuna facciata monumentale, nessuna scalinata scenografica, nessun colonnato che vi obblighi ad alzare la testa. Eppure qui, secondo una tradizione che ha ottocento anni, un uomo malato e quasi cieco dettò o meditò alcuni dei versi più celebri della lingua italiana, e una vigna devastata dai visitatori produsse più vino dell'anno prima. Come guida, vi dico subito la cosa che conta: se venite alla Foresta aspettandovi lo spettacolo, resterete delusi; se venite per capire, uscirete cambiati.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

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Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Udienza papale✦ Mercoledì

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Ho accompagnato qui gruppi di ogni tipo — pellegrini con lo zaino, comitive parrocchiali, coppie di curiosi arrivate per sbaglio mentre cercavano Greccio — e la reazione è quasi sempre la stessa: prima un attimo di spaesamento, poi il silenzio. La Foresta non si impone, si insinua. In questa pagina vi racconto tutto quello che serve per non attraversarla come un parcheggio panoramico: la storia vera e quella agiografica tenute ben distinte, l'architettura, gli affreschi, la vasca del miracolo, il chiostro, la grotta, la vita che ancora oggi si svolge tra queste mura, e i consigli pratici che vi risparmieranno gli errori più comuni.

Che cos'è il Santuario di Santa Maria della Foresta

Il Santuario di Santa Maria della Foresta, che tutti a Rieti chiamano semplicemente «La Foresta», è un complesso conventuale francescano formato da due chiese sovrapposte nel tempo, un piccolo chiostro, un convento, una grotta, una vigna e un orto. Non è una cattedrale e non ha mai voluto esserlo. È il terzo dei quattro santuari della cosiddetta Valle Santa reatina, l'anello di luoghi francescani che circonda la conca di Rieti insieme a Greccio, Fonte Colombo e Poggio Bustone. Ognuno dei quattro ha una vocazione diversa: Greccio è il Natale e il presepe, Fonte Colombo è la Regola e l'operazione agli occhi, Poggio Bustone è il perdono e l'inizio, e La Foresta è il Cantico e il vino.

La distinzione non è una trovata pubblicitaria moderna: risale al modo in cui le Fonti Francescane — cioè il corpus di biografie, raccolte di episodi e testimonianze che i frati misero insieme tra il Duecento e il Trecento — hanno legato a ciascun luogo un episodio preciso. Va detto con onestà, e lo ripeterò più volte in questa pagina: si tratta di tradizione agiografica, non di documenti d'archivio contemporanei ai fatti. Questo non li rende meno importanti, li rende semplicemente una cosa diversa. Un miracolo raccontato ottant'anni dopo da un frate che scriveva per edificare i lettori è una fonte preziosa su come i francescani vedevano il mondo; non è un verbale notarile.

Le due chiese del Santuario di Santa Maria della Foresta

La prima cosa che confonde i visitatori è che qui, di chiese, ce ne sono due, incastrate una nell'altra come scatole cinesi. La più antica è la chiesetta di San Fabiano, una costruzione rurale documentata almeno dall'XI secolo, minuscola, con l'abside affrescata. La seconda è la chiesa di Santa Maria della Foresta, edificata nel Trecento dai Romiti che si insediarono qui dopo Francesco e via via ingrandita, che oggi funge da chiesa principale del santuario. Nel corso dei secoli la seconda ha praticamente inglobato la prima, riducendola a cappella laterale: chi entra distrattamente rischia di non accorgersi nemmeno che quella nicchia sulla destra è, in realtà, l'edificio più antico e più importante dell'intero complesso.

È esattamente il contrario di quello che succede nelle grandi basiliche, dove il pezzo più venerabile viene messo al centro, illuminato, incorniciato. Qui il cuore del luogo è nascosto in un angolo, e ci vuole qualcuno che ve lo indichi. Consideratemi quel qualcuno.

Perché si chiama «Foresta»

Il toponimo è più banale e più bello di quanto si immagini. «Foresta» non allude a una selva impenetrabile in senso romantico, ma al latino medievale forestis, il bosco fuori (foris) dai terreni coltivati, il terreno soggetto a regime speciale, spesso riservato. Nella toponomastica dell'Italia centrale la parola indica frequentemente un'area boschiva di proprietà collettiva o signorile, distinta dal seminativo. Il santuario prende il nome dal luogo, non viceversa: c'era una foresta, e dentro quella foresta c'era una chiesetta con un prete, una vigna e un orto. Da lì è cominciato tutto.

Dove si trova il Santuario di Santa Maria della Foresta

Siamo a circa cinque chilometri dal centro di Rieti, in direzione nord, lungo la strada che sale verso Castelfranco e Terminillo. L'indirizzo è via Foresta, e la quota si aggira sui 520 metri sul livello del mare: abbastanza per guadagnare qualche grado di frescura in estate e qualche fastidio di ghiaccio in inverno, non abbastanza per parlare di montagna. Il santuario sorge su un ripiano naturale affacciato sulla conca reatina, con la piana che si allarga a sud e i rilievi del Terminillo alle spalle.

La posizione è la chiave per capire tutto il resto. Rieti nel Duecento era una città importante — sede vescovile, e per lunghi periodi sede della corte papale itinerante — e la conca era, ed è, una delle pianure agricole più fertili dell'Appennino centrale, bonificata fin dall'antichità romana. Chi voleva stare vicino alla città senza starci dentro, chi cercava un luogo appartato ma raggiungibile a piedi in un'ora, chi aveva bisogno dei medici della corte pontificia ma non voleva le folle, trovava alla Foresta la distanza esatta. Cinque chilometri: abbastanza lontano da non sentire le campane della cattedrale, abbastanza vicino perché un uomo a cavallo arrivasse in venti minuti.

Il paesaggio intorno al Santuario di Santa Maria della Foresta

Salendo si attraversa una fascia di oliveti e poi di castagneti e querceti misti, con qualche terrazzamento superstite. È un paesaggio agrario di media collina appenninica, disegnato da secoli di lavoro contadino e in parte riconquistato dal bosco negli ultimi cinquant'anni, quando la montagna reatina si è spopolata come tutta l'Italia interna. Il santuario conserva ancora, dentro le sue mura, quel doppio carattere: da un lato l'edificio religioso, dall'altro l'azienda agricola. Vigna, orto, alberi da frutto. Non è folklore ricostruito: è la continuazione di una funzione che questo luogo ha avuto senza interruzioni dall'XI secolo.

Vi consiglio, se arrivate in auto, di fermarvi un momento nell'ultimo tratto prima del piazzale e di guardare indietro, verso la piana. Capirete perché il posto è stato scelto: si vede tutto, e da sotto non si vede nulla. È la definizione geografica di un romitorio.

La Valle Santa reatina e il posto del Santuario di Santa Maria della Foresta

L'espressione «Valle Santa» è tarda e devozionale, ma descrive bene una realtà geografica precisa: la conca di Rieti, chiusa dai monti, con quattro santuari francescani disposti quasi ai quattro punti cardinali. A nord-est Poggio Bustone, a sud-ovest Fonte Colombo, a ovest Greccio, e a nord, alle porte della città, La Foresta. Guardate una carta e vi accorgerete che formano una corona attorno alla piana. I frati medievali non lo avevano progettato a tavolino, ma il risultato è così suggestivo che nei secoli è diventato esso stesso un fatto culturale: si parla di «anello», di «quadrilatero», di «croce» disegnata sul territorio.

Il ruolo del Santuario di Santa Maria della Foresta in questo sistema è quello del luogo più prossimo alla città, e quindi il più esposto e il meno eremitico dei quattro. Greccio è arroccato su una rupe, Fonte Colombo è immerso nel bosco su un fianco di monte, Poggio Bustone domina la valle da un balcone naturale. La Foresta invece sta a un passo dalle case: era, ed è, il santuario di soglia. Quello dove il mondo entra più facilmente. Non a caso l'episodio che lo rende celebre è proprio un episodio di invasione — la folla che arriva, calpesta, saccheggia la vigna — e di rimedio.

Un ordine di visita che ha senso

Se avete due giorni e volete fare tutti e quattro i santuari, l'ordine che consiglio è cronologico rispetto alla vita di Francesco: prima Poggio Bustone, che la tradizione lega al primo soggiorno reatino e al perdono dei peccati; poi Greccio, con il presepe del 1223; poi Fonte Colombo, con la Regola del 1223 e l'operazione agli occhi; e infine La Foresta, con l'estate del 1225 e il Cantico. In questo modo la giornata finisce nel luogo più dolce e più agricolo, e il racconto ha una curva narrativa invece di essere una collezione di tappe.

Se invece avete mezza giornata sola, e mi capita spesso di sentirmelo dire, allora scegliete: Greccio se volete l'immagine, la scenografia, la rupe; La Foresta se volete la sostanza. Non è un giudizio di valore, è una questione di temperamento del visitatore.

Prima di Francesco: la chiesa di San Fabiano

Ottocento anni di racconti francescani hanno finito per oscurare il fatto che questo luogo esisteva già, e da un pezzo. La chiesetta di San Fabiano è documentata almeno dall'XI secolo: una cappella rurale come ce n'erano a centinaia nell'Italia centrale, al servizio di un pugno di case sparse e di chi lavorava i campi. Non aveva un capitolo di canonici, non aveva rendite consistenti, non aveva un santo di richiamo. Aveva un prete, e il prete aveva quello che avevano tutti i preti di campagna: la canonica, una casetta, un orto e una vigna. Da lì mangiava, da lì beveva, con quello pagava le poche spese.

La dedicazione a Fabiano non è casuale. Fabiano fu papa dal 236 al 250 e morì martire sotto Decio; il suo culto è antico e in area laziale e sabina è ben attestato. Le chiese rurali di età altomedievale sceglievano volentieri martiri romani, sia per legame con la Chiesa di Roma sia perché le reliquie circolavano lungo le vie consolari. Nella Sabina la Via Salaria è stata per secoli l'autostrada dei culti oltre che delle merci: il sale, il grano, i santi.

Che cosa resta oggi della chiesa di San Fabiano

Resta più di quanto ci si aspetti, ed è la ragione principale per cui vale la pena venire alla Foresta anche se di san Francesco non vi importa granché. La cappella conserva un ciclo di affreschi di grande interesse, con strati diversi: si riconoscono figure riferibili al Duecento e al Trecento, di cultura romana, e una campagna successiva, generalmente collocata nel Quattrocento inoltrato e nel primo Cinquecento. Nell'abside e sulle pareti si distinguono un Cristo con il Battista, il titolare san Fabiano, e una teoria di santi tra cui si riconoscono Ludovico di Tolosa — santo francescano per eccellenza, e la sua presenza è un marcatore cronologico prezioso — Pietro e Paolo. Sulle pareti laterali compaiono una santa Caterina, un Arcangelo Gabriele e una Madonna con i Magi.

Il dato che faccio sempre notare ai gruppi è la qualità del disegno rispetto all'umiltà del contenitore. Questa non è pittura di serie B: chi ha affrescato San Fabiano conosceva le soluzioni della pittura romana e aveva visto, direttamente o attraverso intermediari, quello che si stava facendo nella basilica di Assisi. In una cappella rurale di quattro metri per sei, a cinque chilometri da Rieti, questo significa una cosa sola: che il luogo aveva già, nel Duecento e nel Trecento, un prestigio superiore alle sue dimensioni. Il passaggio di Francesco lo aveva trasformato in una meta.

Il prete della vigna

Di lui non sappiamo il nome, e questa è una delle piccole ingiustizie della storia. Nelle fonti è semplicemente «il prete», o «il povero prete», o «il sacerdote di quella chiesa». Eppure è un personaggio a tutto tondo, uno dei pochi che nelle biografie francescane si permette di lamentarsi apertamente e di avere ragione. La tradizione ce lo consegna mentre si dispera guardando i tralci spogliati: quest'anno la mia vigna è perduta. Chiunque abbia mai avuto un orto capisce esattamente il tono di voce.

È importante notare che le fonti non lo dipingono come un avaro. Lo dipingono come un uomo che ha accolto un ospite scomodo — un malato che porta con sé una folla — e che sta pagando l'ospitalità con l'unico capitale che possiede. Il miracolo, nella logica del racconto, non premia la santità del prete: premia la sua ospitalità. È una distinzione teologicamente sottile e narrativamente perfetta.

L'estate del 1225: perché Francesco arriva al Santuario di Santa Maria della Foresta

Nel 1225 Francesco d'Assisi ha poco più di quarant'anni ed è un uomo finito, fisicamente. Anni di digiuni estremi, di viaggi, di esposizione al freddo e al sole, e soprattutto una grave malattia agli occhi contratta con ogni probabilità in Oriente durante il viaggio d'Egitto del 1219-1220 — le fonti parlano di un male che lo costringeva a coprirsi il capo e a fuggire la luce, e la diagnosi retrospettiva più accreditata è un tracoma, cioè una congiuntivite granulosa da clamidia, endemica nel bacino del Mediterraneo orientale. Vedeva pochissimo. Lacrimava in continuazione. Il dolore era costante.

A insistere perché si curi è il cardinale Ugolino dei Conti di Segni, protettore dell'Ordine, che di lì a due anni sarà eletto papa con il nome di Gregorio IX e che nel 1228 canonizzerà Francesco a tempo di record. Ugolino non è un devoto qualunque: è un giurista formidabile, un politico di prima grandezza e l'uomo che più di ogni altro ha lavorato per inserire il movimento francescano dentro le strutture della Chiesa. Vuole che Francesco si curi perché gli vuole bene e perché gli serve vivo.

La corte pontificia di Onorio III si trovava allora nell'Italia centrale, e Rieti era una delle sedi in cui il papa e la curia soggiornavano per lunghi periodi. Con la corte viaggiavano i medici migliori disponibili nell'Occidente cristiano. Ecco perché Rieti: non per il paesaggio, ma perché lì c'erano gli oculisti.

Perché non in città

Qui entra in gioco un dettaglio molto umano e molto rivelatore. Francesco non entrò in città. Le fonti raccontano che, saputo del suo arrivo, i reatini si preparavano ad accoglierlo in massa, e che lui, per evitare la festa, si fermò fuori, a San Fabiano. La spiegazione ufficiale è l'umiltà; quella pratica è che un uomo con gli occhi in quelle condizioni, spossato e sofferente, non aveva nessuna voglia di essere portato in processione. Le due cose non si escludono.

La permanenza al Santuario di Santa Maria della Foresta viene collocata dalle fonti nell'estate-autunno del 1225, e la durata indicata è di oltre cinquanta giorni. Cinquanta giorni sono tanti. Non è una sosta: è un soggiorno lungo, con tutto quello che comporta in termini di logistica, di cibo, di persone che vanno e vengono. Ed è precisamente questa durata a rendere plausibile — e quasi inevitabile — l'episodio della vigna.

Il male agli occhi, i medici del Duecento e la Valle Santa

Vale la pena spendere qualche riga sulla medicina dell'epoca, perché aiuta a capire che cosa significasse davvero «andare a curarsi gli occhi» nel 1225. La terapia oftalmica medievale, erede della tradizione greca filtrata dai grandi medici arabi, prevedeva colliri, impacchi, salassi, purghe e, nei casi ritenuti gravi, la cauterizzazione. Quest'ultima è la procedura che la tradizione francescana associa a Fonte Colombo: un ferro arroventato applicato alle tempie, dalla mascella al sopracciglio, per «asciugare» gli umori ritenuti responsabili del male.

Le Fonti Francescane raccontano che Francesco, davanti al ferro incandescente, si rivolse al fuoco chiamandolo «fratello» e chiedendogli di essergli cortese. È uno degli episodi più celebri e più citati, e va preso per quello che è: tradizione agiografica, non cartella clinica. Ma il fatto che i compilatori abbiano scelto proprio questa scena per illustrare il rapporto di Francesco con gli elementi dice qualcosa di essenziale sul personaggio quale l'Ordine voleva ricordarlo — e prepara il terreno al Cantico, dove il fuoco è «bello et iocundo et robustoso et forte».

Il legame con il Santuario di Santa Maria della Foresta

La Foresta e Fonte Colombo sono le due facce dello stesso episodio biografico. A Fonte Colombo si colloca la terapia, alla Foresta la convalescenza e l'attesa. È questa la ragione per cui i due santuari vanno visitati, se possibile, nella stessa giornata: raccontano insieme un unico anno, il penultimo della vita di Francesco, quello in cui un uomo quasi cieco, malato di stomaco e di fegato, con le stimmate ricevute alla Verna l'anno prima, compone il testo poetico più luminoso del Medioevo italiano. Il contrasto tra la condizione fisica e la qualità della scrittura è l'aspetto più impressionante di tutta la vicenda.

Il miracolo dell'uva al Santuario di Santa Maria della Foresta

Ed eccoci all'episodio che ha reso famoso questo luogo. Lo racconto per come le fonti lo consegnano, avvertendo ancora una volta che siamo nel campo della tradizione agiografica: i testi che lo riportano appartengono al filone delle raccolte francescane e trovano larga diffusione nei Fioretti, cioè in una compilazione volgare trecentesca che rielabora materiali più antichi. Nessun notaio ha rogato l'atto, e nessuno storico serio lo pretende.

La scena è questa. Francesco è ospite alla chiesa di San Fabiano, in convalescenza. La notizia della sua presenza si sparge, e i reatini cominciano a salire. Non uno alla volta: a gruppi, a decine, giorno dopo giorno, per cinquanta giorni. La stradina passa in mezzo alla vigna del prete, e la vigna è matura. Chi arriva coglie un grappolo, chi resta a lungo si siede tra i filari, chi torna a valle porta via qualcosa. Nel giro di poche settimane il vigneto è saccheggiato: i tralci spogliati, i pali storti, la terra calpestata.

Il prete, che da quella vigna ricava l'unico reddito dell'anno, si dispera. Non fa una scenata a Francesco — le fonti sono attente a non farlo apparire ostile — ma si lamenta ad alta voce, e la sua frase, nelle versioni volgari, è di una concretezza disarmante: quest'anno la mia vendemmia è perduta. Francesco lo chiama, gli chiede quanto vino faceva di solito quella vigna. Il prete risponde: tredici some. Francesco gli dice di non affliggersi, di raccogliere quello che resta e di portarlo al tino, e gli promette che ne ricaverà venti some. La vendemmia si fa, il torchio gira, e il vino esce nella quantità promessa — abbondante, e di qualità superiore al solito.

Che cos'è una «soma» di vino

Vale la pena fermarsi sul dettaglio della misura, perché è quello che dà al racconto il suo sapore. La soma (o salma) era la quantità che una bestia da soma poteva trasportare, quindi due otri o due barili caricati sul basto: nell'Italia centrale medievale corrispondeva grosso modo, con variazioni locali notevoli, a un centinaio di litri o poco più. Tredici some fanno dunque nell'ordine dei tredici-quattordici ettolitri; venti some superano i venti ettolitri. Parliamo di una vigna piccola, di quelle che oggi chiameremmo mezzo ettaro scarso, e di un incremento di circa il cinquanta per cento.

Notate la sobrietà del numero. Il racconto non dice che dalla vigna uscirono mille botti, non moltiplica per cento, non trasforma l'acqua in vino come a Cana. Dice: venti invece di tredici. È un miracolo contabile, dimensionato sulle necessità di un prete di campagna, e proprio per questo suona verosimile nella sua struttura narrativa. Chi ha costruito questa storia — o chi l'ha trasmessa — conosceva il mondo agricolo e sapeva che l'unità di misura della grazia, per un contadino, è la sopravvivenza dell'anno prossimo, non lo sfarzo.

Come leggere il miracolo dell'uva

Ci sono almeno tre livelli di lettura, e li propongo sempre ai gruppi perché ognuno sceglie il suo. Il primo è quello devozionale: Francesco ottiene da Dio la ricompensa per l'ospitalità ricevuta, e il vino abbondante è il segno visibile della benedizione. Il secondo è quello letterario: l'episodio riprende, capovolgendolo, un motivo biblico frequente — la vigna devastata come immagine del popolo abbandonato — e lo risolve in chiave di misericordia; inoltre richiama, senza citarlo, il primo segno di Cana. Il terzo è quello storico-sociale: dietro la storia c'è il problema molto concreto dei costi che la fama di Francesco scaricava sulle comunità che lo ospitavano.

Quest'ultimo punto è il più interessante e il meno raccontato. Negli ultimi anni di vita, Francesco era una celebrità. Ovunque andasse portava con sé un problema logistico: gente da sfamare, campi calpestati, chiese piene, offerte da gestire. Le fonti francescane lo lasciano intravedere in filigrana, e l'episodio della vigna è forse la testimonianza più esplicita del disagio. Alla Foresta, per cinquanta giorni, un prete povero ha pagato di tasca sua la santità di qualcun altro. Che il racconto si chiuda con un risarcimento non è un dettaglio: è la morale.

Il palmento e la vasca del miracolo al Santuario di Santa Maria della Foresta

Qui sta la ragione per cui la visita alla Foresta è diversa da quella di quasi tutti gli altri luoghi francescani. Perché il racconto, in questo santuario, ha un supporto materiale che si può toccare: la vasca di pigiatura, il palmento scavato nella roccia e murato, che la tradizione identifica come quello in cui fu pigiata l'uva del miracolo.

Prima che qualcuno alzi il sopracciglio: non ho detto, e nessuno può dire, che quella vasca sia la stessa del 1225. È un manufatto rurale, di tipo estremamente diffuso e di datazione difficilissima, perché i palmenti si costruivano tutti allo stesso modo dall'età romana all'Ottocento. Quello che possiamo dire con sicurezza è che si trova nel punto giusto, che è coerente con l'uso agricolo del sito e che la tradizione locale ve lo ha associato da molto tempo. Nel mestiere di guida bisogna saper distinguere tra «autentico» e «vero»: la vasca è autentica come oggetto di lavoro contadino, ed è vera come luogo di memoria. Sono due statuti diversi, entrambi rispettabili.

Come funzionava un palmento

Il palmento è la struttura più semplice e più antica per fare il vino, e in Italia centro-meridionale se ne trovano a migliaia, spesso scavati nel tufo o nel calcare. Si compone di due vasche a quote diverse: quella superiore, larga e poco profonda, dove l'uva veniva versata e pigiata coi piedi; quella inferiore, più piccola e profonda, dove il mosto colava attraverso un canaletto o un foro. Dalla vasca inferiore il mosto veniva attinto con secchi e portato nei tini o nelle botti per la fermentazione. Il torchio, quando c'era, serviva a spremere le vinacce residue.

Pigiare con i piedi non era una pittoresca usanza folkloristica: era, ed è tecnicamente, il metodo che rompe meglio l'acino senza frantumare il vinacciolo, che rilascerebbe tannini amari e olî sgradevoli. Le cantine più raffinate del mondo, oggi, hanno reintrodotto la pigiatura a piedi per certi vini di pregio. Il prete di San Fabiano, senza saperlo, lavorava come un enologo contemporaneo.

Perché la vasca è l'oggetto più emozionante del santuario

Perché è l'unico posto in Italia dove un racconto francescano coincide con un attrezzo da lavoro. Nelle chiese si venerano altari, reliquiari, tavole dipinte. Qui si guarda una vasca dove qualcuno, per secoli, ha schiacciato l'uva con i piedi sporchi. Il cristianesimo delle origini francescane sta esattamente in questa distanza tra il sacro e l'oro: Francesco non ha lasciato tesori, ha lasciato una vigna che rende venti some invece di tredici. Quando porto qui i visitatori, la vasca è il momento in cui le facce cambiano.

Il Cantico delle Creature e il Santuario di Santa Maria della Foresta

Veniamo al punto più delicato, quello su cui è necessaria la massima onestà intellettuale. Il Cantico di Frate Sole, o Cantico delle Creature, è il primo grande testo poetico della letteratura italiana, composto in un volgare umbro con forti tratti mediani, e la tradizione lo colloca negli ultimi due anni di vita di Francesco, tra il 1224 e il 1226. La maggior parte degli studiosi, seguendo le fonti più antiche, ne colloca la composizione del nucleo principale a San Damiano, presso Assisi, nella capanna dove Francesco fu ospitato malato accanto al monastero di Chiara.

Detto questo, la tradizione reatina lega la Foresta al Cantico da secoli, e non senza argomenti. Il periodo del soggiorno — estate e autunno 1225 — cade esattamente nella finestra cronologica in cui il testo viene composto o completato. Le condizioni sono le stesse descritte dalle fonti per San Damiano: un uomo quasi cieco, sofferente, che non sopporta la luce. E il Cantico contiene una strofa, quella del perdono e della malattia, che le fonti collegano a un momento successivo, e una, quella finale su «sora nostra Morte corporale», che sarebbe stata aggiunta pochissimi giorni prima della fine.

La formula corretta, quella che uso sempre, è questa: la tradizione lega il Cantico alla permanenza di Francesco alla Foresta. Non «qui fu scritto il Cantico», ma «qui la tradizione vuole che il Cantico sia stato meditato, o completato, o dettato». La differenza tra le due frasi è tutta la differenza tra una guida seria e un depliant.

Che cosa dice davvero il Cantico

Vale la pena rileggerlo con la testa, non solo con il cuore, perché è un testo molto più costruito di quanto sembri. Le creature sono lodate non in quanto belle, ma in quanto segni: il sole «de te, Altissimo, porta significatione». La preposizione usata per introdurle — quel «per» di «laudato si', mi' Signore, per frate sole» — è ambigua da settecento anni e gli studiosi discutono ancora se vada intesa come causale («a motivo di»), strumentale («per mezzo di») o agentiva («da parte di»). Ogni lettura cambia la teologia dell'intero testo.

La struttura è quella di un salmo, con una progressione precisa: prima gli elementi celesti (sole, luna e stelle), poi quelli terrestri e i quattro elementi classici (vento e aria, acqua, fuoco, terra), poi la dimensione umana con la strofa del perdono, e infine la morte. È un cosmo intero, ordinato, che sale e ridiscende. Il fatto che a scriverlo sia stato un uomo che non vedeva più è, dal punto di vista letterario, un paradosso che vale la pena portarsi dietro mentre si cammina nel bosco intorno al santuario.

Il Cantico raccontato dalle vetrate del Santuario di Santa Maria della Foresta

Il legame tra il luogo e il testo è stato reso visibile in età contemporanea. Nell'atrio del santuario si trovano vetrate policrome dipinte con le scene del Cantico: sole, luna, acqua, fuoco, terra, tradotti in immagini. Non è arte antica e non pretende di esserlo; è un intervento di valorizzazione che ha il merito di dichiarare apertamente qual è il tema del luogo. Quando la luce del pomeriggio le attraversa, il pavimento si riempie di macchie colorate, ed è uno dei pochi effetti scenografici che La Foresta si concede.

Al complesso si lega anche l'opera dello scultore Lorenzo Ferri, artista attivo nel Novecento e noto soprattutto per i suoi studi sulla Sindone e per una produzione sacra di forte impronta figurativa, che ha dedicato al momento della composizione del Cantico un gruppo scultoreo. È una presenza che divide i visitatori: c'è chi la trova retorica, c'è chi la trova commovente. Io la considero utile, perché costringe a chiedersi come si rappresenta un uomo che scrive con gli occhi chiusi.

La cella di san Francesco al Santuario di Santa Maria della Foresta

Dentro il convento si conserva la piccola cella che la tradizione indica come il luogo dove Francesco dormiva e pregava durante il soggiorno del 1225. È uno spazio minuscolo, di quelli in cui un uomo alto fatica a stendersi, con una finestrella e poco altro. Anche qui vale l'avvertenza metodologica: non esiste un documento del Duecento che dica «questa stanza». Esiste una memoria conventuale ininterrotta e una serie di attestazioni tarde. La cella è stata nei secoli oggetto di devozione, rimaneggiata, protetta, incorniciata dalle strutture successive.

Vi dico come la vedo io. Il valore di una cella come questa non sta nella sua autenticità catastale, ma nel fatto che per otto secoli generazioni di frati e di pellegrini hanno deciso che quello fosse il posto. È una forma di verità collettiva, sedimentata. Chi entra con lo spirito del perito estimatore non troverà nulla; chi entra con lo spirito di chi vuole capire come vivevano i primi francescani troverà moltissimo, a cominciare dalle dimensioni: perché queste celle raccontano, meglio di qualsiasi trattato, che cosa significasse la povertà come scelta architettonica.

Le dimensioni della povertà

Confrontate mentalmente questa cella con una cella benedettina di un grande monastero, o con l'appartamento di un canonico di cattedrale. Non è solo una questione di metri quadrati: è una diversa idea di che cosa serva a un uomo. Il primo francescanesimo rifiutava non solo la proprietà personale ma anche quella collettiva, e i «luoghi» — così li chiamavano, loca, non conventi — dovevano essere presi in uso, non posseduti, e costruiti «poveramente», con materiali umili, senza volte di pietra e senza campanili in muratura.

La Regola bollata del 1223, approvata da Onorio III con la bolla Solet annuere del 29 novembre di quell'anno, e le costituzioni successive insistono su questo punto. Quello che si vede oggi alla Foresta è già il risultato di due secoli di attenuazione di quella durezza originaria: chiese ingrandite, chiostro costruito, convento organizzato. Il complesso racconta, nella sua stessa stratigrafia muraria, la storia di come un movimento radicale diventa un'istituzione.

Il romitorio e la grotta del Santuario di Santa Maria della Foresta

Sotto il livello del chiostro si apre una cavità naturale, allargata e sistemata nel tempo, che la tradizione indica come lo speco, il luogo dove Francesco si ritirava a pregare. È un ambiente basso, umido, con la roccia viva a vista. Non ha decorazioni, non ha nulla da guardare in senso stretto. È esattamente il punto in cui la maggior parte dei visitatori distratti si affaccia, dice «ah», e risale.

Fermatevi. Lo speco è la parte più antica, nel senso più profondo, di tutto il complesso: prima delle chiese, prima dei frati, prima del cristianesimo, le cavità naturali sono state luoghi di culto in tutto l'Appennino. La scelta francescana di abitare le grotte — che si ritrova identica a Greccio, a Fonte Colombo, a Poggio Bustone, alla Verna — non è un ripiego logistico ma una precisa citazione degli eremiti d'Oriente e dei Padri del deserto, mediata dalla tradizione monastica italiana.

Che cos'è un romitorio francescano

Il romitorio è un'invenzione francescana di straordinaria intelligenza. Francesco scrisse una brevissima Regola per i romitori, un testo di poche righe che prevedeva gruppi di tre o quattro frati, di cui due «madri» che si occupavano delle necessità materiali e uno o due «figli» che si dedicavano alla preghiera, con i ruoli che si scambiavano periodicamente. Le madri proteggevano i figli dalle interruzioni, procuravano il cibo, parlavano con chi arrivava. Poi si invertiva.

È un modello di vita contemplativa flessibile, che non chiude nessuno in clausura perpetua e che tiene insieme azione e contemplazione. La Valle Santa reatina è il posto al mondo dove questo modello si legge meglio sul terreno, perché i quattro santuari sono nati esattamente così: piccoli gruppi in luoghi appartati, vicino ai centri abitati ma non dentro. La Foresta, con la sua chiesetta preesistente, la grotta, la vigna e la casa del prete, aveva tutto quello che serviva.

La chiesa di Santa Maria e i Romiti del Trecento

Passiamo all'architettura. Dopo la morte di Francesco, avvenuta la sera del 3 ottobre 1226 alla Porziuncola, e dopo la sua canonizzazione rapidissima nel luglio 1228, i luoghi legati alla sua memoria diventano mete. La Foresta non fa eccezione. Agli inizi del XIV secolo vi si insediano i Romiti, e a loro si deve la costruzione della chiesa di Santa Maria della Foresta, che affianca e poi ingloba la vecchia San Fabiano. Il documento più antico noto relativo alla nuova chiesa è del 1319: una data preziosa, perché fissa un punto fermo in una vicenda altrimenti nebulosa.

Nel 1346 il complesso passa sotto il controllo del vescovo di Rieti. È un passaggio che ricorre nella storia dei santuari francescani minori: la fragilità istituzionale dei romitori, che non erano abbazie con patrimoni e privilegi, li rendeva esposti ai cambi di giurisdizione. Successivamente il luogo è affidato ai Clareni, un ramo rigorista nato dalla predicazione di Angelo Clareno, uno dei protagonisti della lunga e drammatica battaglia interna all'Ordine sulla povertà.

Clareni, Osservanti e Frati Minori

La storia dei Clareni merita due parole, perché è una delle più appassionanti e meno note del Trecento italiano. Angelo Clareno, marchigiano, fu tra i frati che rifiutarono le attenuazioni della povertà evangelica, subì il carcere, l'esilio e la persecuzione, visse in Grecia e in Italia meridionale e diede vita a una congregazione che si considerava erede autentica dell'ideale francescano delle origini. I suoi seguaci ebbero, per un lungo periodo, molti dei romitori più isolati dell'Appennino centrale, e restarono alla Foresta fino al 1568.

Dopo il 1568 la comunità cambia: si insediano gli Osservanti, cioè il ramo riformato che nel Quattrocento aveva riportato l'Ordine a una disciplina più stretta, e nel 1648, con le riorganizzazioni seguite al Concilio di Trento e alle soppressioni di piccoli conventi decise da Innocenzo X, il complesso entra stabilmente nell'orbita dei Frati Minori. È una successione che si legge nelle pietre: ogni comunità ha aggiunto un pezzo, un altare, un corridoio, una scala.

Gli affreschi del Santuario di Santa Maria della Foresta

Se dovessi indicare la ragione storico-artistica per cui questo santuario merita una visita anche a chi non ha alcun interesse devozionale, indicherei gli affreschi. Ce ne sono di due grandi famiglie, distanti tra loro due secoli e mezzo, e vederle una accanto all'altra è una lezione di storia della pittura italiana in dieci metri quadrati.

Il gruppo duecentesco e trecentesco

Nella cappella di San Fabiano si conservano frammenti riferibili al XIII e XIV secolo, di cultura romana. Traduco che cosa significa: nel Duecento Roma era una capitale artistica di prima grandezza, con botteghe che lavoravano ai mosaici di Santa Maria in Trastevere e Santa Maria Maggiore, e con artisti come Pietro Cavallini e Jacopo Torriti che stavano riscrivendo il rapporto tra figura e spazio. Quel linguaggio — volti solidi, panneggi che pesano, colori terrosi con lumeggiature — si diffuse in tutto il Lazio e nella Sabina attraverso maestranze itineranti. Contemporaneamente, ad Assisi, il cantiere della basilica superiore e inferiore attirava il meglio della pittura italiana ed esportava soluzioni nuove.

La Sabina reatina si trova geograficamente e culturalmente a metà strada tra i due poli. Ecco perché negli affreschi della Foresta gli studiosi riconoscono influenze sia romane sia assisiati. Non è un dettaglio erudito: è la prova che questo minuscolo santuario di campagna era collegato ai circuiti artistici più aggiornati del suo tempo, e che qualcuno pagava per farlo decorare da mani competenti.

Il gruppo tardogotico e cinquecentesco

La seconda campagna decorativa appartiene al Quattrocento avanzato e al primo Cinquecento, e riguarda sia San Fabiano sia la chiesa di Santa Maria. Nell'abside e sulla parete di fondo di San Fabiano si distinguono un Cristo affiancato dal Battista, il titolare, e figure di santi tra cui Ludovico di Tolosa, Pietro e Paolo; sulle pareti laterali compaiono santa Caterina d'Alessandria con la sua ruota dentata, un Arcangelo Gabriele dell'Annunciazione e una Madonna con i Magi. Nella chiesa di Santa Maria restano lacerti di affreschi quattrocenteschi e interventi del Cinquecento.

Il repertorio è quello classico della devozione francescana periferica, ma con qualche scelta interessante. La presenza di Ludovico di Tolosa, principe angioino che rinunciò al trono di Napoli per farsi frate minore e morì ventitreenne nel 1297, canonizzato nel 1317, è un marcatore preciso: quel santo compare nei cicli francescani soprattutto dal secondo Trecento in poi, e la sua immagine — mitra e piviale sopra il saio — era la bandiera di chi voleva mostrare che povertà e dignità ecclesiastica potevano convivere. In un santuario che era stato dei Clareni rigoristi, la scelta ha un sapore quasi polemico.

Come guardare questi affreschi senza rovinarsi la visita

Consiglio operativo. Gli affreschi della Foresta sono frammentari, in parte scoloriti, e la luce naturale è scarsa. Chi arriva pretendendo la leggibilità di una tavola d'altare in un grande museo si arrabbia. Il metodo giusto è il contrario: cercate prima le linee di contorno, poi i volti, poi gli attributi che identificano i santi, e solo alla fine il colore. E lasciate agli occhi il tempo di adattarsi — cinque minuti buoni — prima di dire che non si vede niente. In una cappella così, la pazienza è uno strumento ottico.

Il chiostro del Santuario di Santa Maria della Foresta

Il chiostro è quattrocentesco, piccolo, con pilastri a sezione ottagonale e il pozzo al centro. È la definizione manuale di chiostro francescano: nessun capitello scolpito, nessuna colonna binata, nessun marmo. Pietra locale, intonaco, proporzioni corrette. Se avete in mente il chiostro di un'abbazia cistercense o quello di un grande convento domenicano cittadino, dimenticatelo. Qui l'architettura dice: siamo poveri, ma sappiamo fare le cose per bene.

Il pilastro ottagonale merita una nota tecnica. È una soluzione economica e diffusissima nell'edilizia conventuale del Quattrocento italiano: si ottiene smussando gli spigoli di un pilastro quadrato, non richiede tornitura né blocchi monolitici, si può realizzare con conci di dimensioni modeste e con manodopera locale. Al tempo stesso restituisce all'occhio un effetto di leggerezza che il pilastro quadro non ha. È il tipo di intelligenza costruttiva che i francescani hanno praticato per due secoli in tutta la penisola.

Il pozzo

Il pozzo al centro del chiostro non è un ornamento. In un complesso di collina, senza sorgente in quota, l'approvvigionamento idrico era il vincolo che decideva quante persone potevano vivere lì. La cisterna che raccoglieva l'acqua piovana dai tetti attraverso il piano inclinato del chiostro era l'infrastruttura più importante dell'edificio, più della chiesa. Quando visito un convento, il pozzo è la prima cosa che guardo: dice quanti erano e quanto potevano resistere.

Il chiostro come luogo del Cantico

C'è una coincidenza che mi piace segnalare. Il Cantico nomina «sor'acqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta». Nessuno dei quattro aggettivi è decorativo: utile perché serve, umile perché scende sempre in basso, preziosa perché in un mondo senza acquedotti privati era il bene critico, casta perché non ha odore né colore. Sono le quattro cose che un uomo del Duecento pensava guardando un pozzo. Stare accanto a un pozzo conventuale mentre si ripassa quella strofa è, credetemi, l'esercizio più efficace che io conosca per far capire a un gruppo che il Cantico non è una poesia sulla natura: è una poesia sull'economia della sopravvivenza.

La Via Crucis in maiolica del Santuario di Santa Maria della Foresta

Uno degli elementi più sorprendenti, e più fotografati, è la Via Crucis che accompagna il viale d'accesso: quattordici stazioni realizzate con riquadri in maiolica policroma di scuola napoletana, di ambito settecentesco. La tradizione locale ne riferisce la benedizione al 1735 e la provenienza dal convento di San Bonaventura di Frascati, da cui i pannelli sarebbero stati trasferiti.

La cosa curiosa è il contrasto. Tutto alla Foresta è pietra grigia, intonaco, legno scuro, colori spenti dal tempo; e improvvisamente lungo il viale compaiono gli azzurri, i gialli, i verdi smaglianti della maiolica napoletana, con quel disegno rapido e teatrale che è la cifra delle botteghe campane del Settecento. Sembra un intruso, ed è invece un documento perfetto di come funzionava la circolazione degli arredi devozionali negli ordini religiosi: un convento chiude o si ristruttura, e le sue suppellettili migrano verso un'altra casa della stessa provincia.

Perché una Via Crucis all'aperto

La Via Crucis come devozione strutturata in quattordici stazioni è una creazione essenzialmente francescana, codificata tra Seicento e Settecento, e la sua diffusione capillare si deve soprattutto alla predicazione di san Leonardo da Porto Maurizio, che nel Settecento ne eresse a decine in tutta Italia — la più celebre al Colosseo, nel 1750, anno santo. La collocazione all'aperto, lungo un viale in salita, non è casuale: riproduce la salita al Calvario, e trasforma il tratto di strada tra il parcheggio e la chiesa in un percorso spirituale. È architettura del paesaggio applicata alla devozione.

Consiglio pratico: percorretelo a piedi, lentamente, anche se non credete in niente. Sono cinque minuti, e cambia completamente il modo in cui arriverete davanti alla porta della chiesa. La Foresta è costruita per chi arriva camminando.

Il restauro del 1947 e la riscoperta di San Fabiano

Nel corso dei secoli la chiesetta di San Fabiano era stata praticamente cancellata: inglobata nelle strutture successive, tramezzata, intonacata, ridotta a magazzino o a vano di servizio. È il destino ordinario dei nuclei più antichi nei complessi che continuano a vivere: si costruisce sopra, non accanto. Nel 1947 un intervento di restauro individuò e ripristinò l'edificio originario, riportandone alla luce lo spazio e le pitture.

Vale la pena notare il contesto. Il 1947 è l'anno immediatamente successivo alla fine della guerra, in un'Italia che aveva altre priorità e pochissime risorse. Che in quel momento si sia deciso di investire su una cappella rurale di cinque metri per otto dice molto su quanto il francescanesimo reatino contasse per la comunità locale. La stagione dei restauri postbellici, in tutta Italia, fu segnata da una filosofia precisa: liberare l'antico dalle superfetazioni, riportare gli edifici alla loro fase «originaria». Oggi quella filosofia è considerata con più prudenza, perché ogni «liberazione» comporta la distruzione di stratificazioni successive che a loro volta erano storia.

Il valore documentale di quello che si vede

Quando entrate a San Fabiano, quindi, tenete presente che state guardando il risultato di una scelta interpretativa fatta ottant'anni fa. Non è la chiesa dell'XI secolo tale e quale, e non è nemmeno quella che vide Francesco: è ciò che i restauratori del Novecento hanno ritenuto essere il nucleo antico, ripulito da secoli di aggiunte. Questo non toglie nulla al fascino del luogo, ma insegna a leggere gli edifici storici come palinsesti, cioè come pergamene raschiate e riscritte più volte, in cui il testo che leggiamo è sempre l'ultimo.

Il Santuario di Santa Maria della Foresta come azienda agricola

Qui sta la vera particolarità della Foresta rispetto a Greccio, Fonte Colombo e Poggio Bustone. Gli altri tre sono santuari; questo è un santuario con dentro una fattoria. E non per finta: la vigna esiste, l'orto esiste, gli alberi da frutto esistono, e producono. L'attività agricola non è una rievocazione storica ma la continuazione di una funzione mai interrotta dall'XI secolo a oggi.

Trovo che sia l'aspetto più commovente e meno raccontato del luogo. Il miracolo che si celebra qui non è un'apparizione né una guarigione: è una vendemmia. E per otto secoli, in questo posto, la vendemmia ha continuato a esserci davvero. Ogni settembre. Che ci fossero i Romiti, i Clareni, gli Osservanti, i Frati Minori o chi è arrivato dopo, qualcuno ha sempre potato quei filari.

Che cosa si coltiva

Il quadro colturale è quello classico della media collina reatina: vite, olivo dove l'esposizione lo consente, ortaggi, alberi da frutto, e intorno il bosco misto di castagno e roverella. La conca di Rieti ha una tradizione agricola antichissima, legata alle bonifiche che dall'età romana in poi hanno prosciugato il bacino lacustre dei Velini, e il territorio è noto per prodotti di nicchia — dai legumi di montagna alle carni allevate in quota — che negli ultimi decenni hanno trovato riconoscimento.

La vite, alle quote della Foresta, dà vini leggeri, di pronta beva, con acidità viva. Non è terra da grandi rossi da invecchiamento: è terra da vino di casa, quello che il prete del racconto misurava in some. Anche in questo il luogo è coerente con la sua storia.

La comunità che oggi gestisce il Santuario di Santa Maria della Foresta

Il complesso è oggi un luogo vivo, e questa è forse l'informazione più importante per chi lo visita. Accanto alla presenza religiosa, il convento e le sue terre sono legati all'attività di una cooperativa agricola sociale: un'esperienza in cui il lavoro nei campi, nella vigna e nell'orto diventa strumento di reinserimento e di riabilitazione per persone in difficoltà, secondo il modello dell'agricoltura sociale che in Italia ha una tradizione ormai consolidata e un riconoscimento normativo.

Il santuario ha ospitato negli anni esperienze di comunità terapeutica e di accoglienza, e chi vi arriva oggi trova, oltre ai luoghi francescani, persone che lavorano. Non è un dettaglio marginale: è la ragione per cui la Foresta non è un museo. Nel corso di una visita può capitare di incrociare qualcuno che sta portando cassette, potando, sistemando un muretto. Vi chiedo, come guida, una cosa sola: trattateli da padroni di casa, perché lo sono.

Perché l'agricoltura sociale ha senso proprio qui

C'è una coerenza quasi perfetta tra la storia del luogo e la sua funzione attuale, e non credo sia casuale. L'episodio che rende celebre la Foresta racconta di una comunità povera che accoglie un ospite che le costa caro, e di un rimedio che passa attraverso il lavoro — perché il vino, nel racconto, non compare per magia: il prete deve comunque vendemmiare e pigiare. Il miracolo moltiplica il risultato di un lavoro fatto, non lo sostituisce. Che oggi in questo stesso posto il lavoro agricolo serva a rimettere in piedi delle persone è la migliore esegesi possibile di quella pagina.

Il Cammino di Francesco e il Santuario di Santa Maria della Foresta

La Foresta è una tappa del Cammino di Francesco, la rete di itinerari a piedi che collega i luoghi francescani e che, nel tratto reatino, disegna l'anello della Valle Santa unendo i quattro santuari. È uno dei cammini italiani cresciuti di più negli ultimi anni, sostenuto dalle istituzioni locali e dalla Regione, e ha il pregio di essere percorribile in pochi giorni e con dislivelli affrontabili.

Il tratto che riguarda direttamente questo santuario è quello che dalla città di Rieti sale alla Foresta e prosegue verso Poggio Bustone, oppure, nel senso opposto, quello che scende dalla Foresta verso il centro storico. Sono distanze brevi — l'ordine di grandezza è quello di un'ora abbondante di cammino tra la città e il santuario — ma con un cambio di paesaggio netto: si lascia l'asfalto, si entra nel bosco, si arriva ai filari.

Arrivare a piedi cambia tutto

Insisto su questo punto perché è il consiglio più utile che io possa dare. La Foresta è progettata, nella sua stessa disposizione, per chi arriva stanco. La Via Crucis in salita, il viale, la porta stretta, l'atrio in ombra: è una sequenza che ha senso dopo un'ora di cammino e non ne ha nessuno dopo tre minuti di parcheggio. Se avete la possibilità di lasciare l'auto a Rieti e salire a piedi, fatelo. Se non ce l'avete, almeno lasciate l'auto nel punto più lontano consentito e fate l'ultimo tratto camminando.

Il credenziale e il timbro

Come tutti i cammini di tradizione, anche quello francescano prevede una credenziale del pellegrino da far timbrare nelle tappe, e i santuari della Valle Santa sono punti di timbro. È un rituale che a qualcuno sembra infantile e che invece funziona benissimo: dà ritmo, dà memoria, e trasforma un foglio di carta nel documento più personale che porterete a casa. Chiedete con gentilezza e negli orari in cui c'è qualcuno: chi tiene il timbro non è un impiegato.

Come arrivare al Santuario di Santa Maria della Foresta

In auto da Rieti si imbocca la direttrice verso nord, in direzione Terminillo e Castelfranco, e si seguono le indicazioni per il santuario; la strada finale è stretta e in salita, con spazi di sosta limitati nei pressi del complesso. Chi arriva da Roma percorre la Salaria fino a Rieti, con un tempo di percorrenza che, senza traffico anomalo, si aggira sulle due ore. Chi arriva da Terni scende lungo la valle e trova Rieti in meno di un'ora.

Con i mezzi pubblici la situazione è quella tipica dell'Appennino interno: si arriva bene fino a Rieti, con autobus di linea da Roma e collegamenti ferroviari sulla linea per Terni, e da lì bisogna organizzarsi. Esistono collegamenti locali, ma le frequenze sono pensate per i residenti, non per i turisti. La soluzione più razionale, se non avete l'auto, è arrivare a Rieti e salire a piedi: come ho già detto, non è un ripiego, è il modo migliore.

Parcheggio e accessibilità

Lo spazio di sosta nei pressi del santuario è ridotto e nei fine settimana di primavera e nei giorni di festa si riempie. Consiglio spassionato: arrivate presto, o arrivate nel primo pomeriggio dopo la riapertura, evitando la fascia centrale della mattinata quando arrivano i gruppi organizzati. La conformazione del complesso, con dislivelli, gradini, ambienti stretti e la grotta in basso, pone problemi seri a chi ha difficoltà motorie: il viale e la chiesa principale sono la parte più praticabile, mentre lo speco e alcuni ambienti conventuali non lo sono. Chi viaggia con una carrozzina faccia bene i conti prima.

Quando visitare il Santuario di Santa Maria della Foresta

Il santuario è aperto tutto l'anno con l'orario tipico dei luoghi religiosi italiani: apertura la mattina, chiusura nelle ore centrali, riapertura nel pomeriggio fino al tardo pomeriggio. Gli orari possono variare con la stagione e con le esigenze della comunità, e nei giorni festivi la mattina è occupata dalla celebrazione. Verificate sempre prima di partire, perché un luogo vivo non è un museo con turni sindacali.

Primavera

Aprile e maggio sono, per me, il periodo migliore. Il bosco è nuovo, i prati intorno sono pieni di fiori, la luce è lunga e la temperatura consente di camminare senza soffrire. È anche il periodo in cui il Cammino di Francesco è più frequentato, quindi troverete altri camminatori: se cercate solitudine assoluta non è la stagione giusta, se cercate atmosfera lo è.

Estate

Luglio e agosto in conca reatina fanno caldo, ma alla quota del santuario e sotto i castagni si respira. È la stagione in cui il paesaggio somiglia di più a quello che Francesco vide nel 1225: l'uva che matura, i filari carichi, la polvere sulla strada. Consiglio le prime ore del mattino o il tardo pomeriggio; a mezzogiorno la salita a piedi da Rieti è una prova di carattere.

Autunno

Settembre e ottobre sono la stagione tematica per eccellenza, quella della vendemmia e delle castagne. Il colore dei boschi è quello che è: castagni gialli, roverelle rossicce, e la piana sotto che si riempie di nebbie mattutine spettacolari. Il 3 ottobre, vigilia della festa di san Francesco, e il 4 ottobre stesso, sono giornate di grande partecipazione in tutta la Valle Santa: bellissime per l'atmosfera, difficili per chi cerca tranquillità.

Inverno

Da novembre a febbraio il santuario è quasi vuoto, e chi sopporta il freddo trova la versione più autentica del luogo. La strada può essere insidiosa con ghiaccio o neve, le giornate sono corte e gli orari pomeridiani si accorciano. In compenso, un pomeriggio di gennaio nella cappella di San Fabiano, da soli, con la luce bassa che entra dalla finestrella, è un'esperienza che vale un viaggio.

Che cosa vedere al Santuario di Santa Maria della Foresta, in ordine

Vi propongo un percorso ragionato, quello che uso con i gruppi, perché l'ordine in cui si guardano le cose cambia il senso della visita.

Primo: il viale e la Via Crucis

Non entrate subito. Percorrete il viale, guardate le stazioni in maiolica, prendetevi cinque minuti. Serve a passare dalla modalità automobilistica a quella contemplativa, e serve a capire la topografia del posto: da dove si sale, dove sono i campi, dove finisce il bosco.

Secondo: l'atrio e le vetrate del Cantico

Entrando, fermatevi nell'atrio. Le vetrate con le scene del Cantico dichiarano il tema. È il momento giusto per leggere ad alta voce, se siete in gruppo, le prime strofe del testo: dopo, tutto quello che vedrete avrà una chiave.

Terzo: la chiesa di Santa Maria

La chiesa principale, trecentesca nell'impianto e più volte rimaneggiata, custodisce lacerti di affreschi quattrocenteschi e arredi di età moderna, tra cui una statua della Madonna Bambina di ambito seicentesco. Guardate la copertura, guardate come gli archi si appoggiano ai muri: si legge la storia degli ampliamenti.

Quarto: la cappella di San Fabiano

Il pezzo forte. Prendetevi tutto il tempo necessario e adattate gli occhi. Cercate il Cristo con il Battista, il titolare, i santi laterali. È qui che il complesso ha la sua radice.

Quinto: il chiostro e il pozzo

Uscite nel chiostro, girate il perimetro, guardate i pilastri ottagonali e il pozzo. È lo spazio in cui i frati vivevano la parte comunitaria della giornata.

Sesto: la cella e la vasca

La cella di Francesco e la vasca del miracolo vanno viste in sequenza, perché insieme raccontano l'intero soggiorno del 1225: il corpo malato e la vigna saccheggiata, la solitudine e l'economia.

Settimo: lo speco

Chiudete con la grotta. È il punto più basso, più buio e più silenzioso del complesso, e va lasciato per ultimo perché nessun altro ambiente regge il confronto dopo. Restateci qualche minuto senza parlare.

Il silenzio del Santuario di Santa Maria della Foresta

Ho una piccola ossessione professionale per il suono dei luoghi, e la Foresta è un caso interessante. Il complesso è abbastanza vicino alla città da ricevere, nelle giornate ventose, un lontanissimo brusio di fondo; ma la conformazione del poggio e la massa dei castagni lo filtrano quasi del tutto. Quello che si sente, in condizioni normali, è vento tra le foglie, uccelli, e ogni tanto un cane in lontananza. In chiesa il riverbero è breve, perché gli ambienti sono piccoli e le superfici irregolari: la voce non rimbomba, si spegne.

Questa acustica asciutta è il motivo per cui, se capitate durante un canto, l'effetto è tutt'altro che quello di una cattedrale. Non c'è la coda sonora di sei secondi che trasfigura qualunque voce: c'è il suono nudo. È, se ci pensate, l'equivalente acustico dell'architettura povera. La grande basilica gotica è progettata per amplificare l'uomo fino a farlo sembrare più che umano; il romitorio francescano è progettato perché l'uomo resti della sua misura.

Un esercizio che consiglio

Nel chiostro, mettetevi in un angolo e state fermi tre minuti senza parlare e senza telefono. Contate i suoni distinti che riuscite a isolare. La maggior parte delle persone arriva a cinque o sei: vento, foglie, un uccello, un altro uccello, un rumore lontano di motore, i propri passi. È l'esercizio più semplice che conosco per capire perché qualcuno, nel Duecento, avesse deciso di venire ad abitare qui invece che in città.

Il Santuario di Santa Maria della Foresta e gli altri santuari della Valle Santa

Un confronto ragionato aiuta a collocare la Foresta nel sistema, e a decidere che cosa aspettarsi.

Greccio

Greccio è il santuario del presepe: qui, la notte di Natale del 1223, secondo le fonti, Francesco fece allestire una mangiatoia con il bue e l'asino e celebrare la messa, dando origine a una tradizione che ha attraversato il mondo. Architettonicamente è il più spettacolare dei quattro, addossato a una parete rocciosa e visibile da lontano. È anche il più visitato, e nel periodo natalizio diventa affollatissimo.

Fonte Colombo

Fonte Colombo è il santuario della Regola: la tradizione vi colloca la stesura del testo definitivo approvato nel 1223, e vi colloca anche la cauterizzazione degli occhi. È immerso nel bosco, con il celebre Sacro Speco e la cappella della Maddalena. È il più severo dei quattro, e il mio preferito per chi ama i luoghi appartati.

Poggio Bustone

Poggio Bustone è il santuario dell'inizio e del perdono: la tradizione lo lega al primo saluto di Francesco agli abitanti — «Buon giorno, buona gente» — e alla certezza del perdono dei peccati ricevuta nel romitorio in alto. Ha il panorama più ampio sulla conca, e chi arriva fin quassù al tramonto capisce perché la Valle Santa si chiama così.

E la Foresta

La Foresta è il santuario del Cantico e del vino: il più basso, il più vicino alla città, il più agricolo, il meno scenografico e il più concreto. Se i quattro fossero quattro modi di raccontare Francesco, Greccio sarebbe l'immaginazione, Fonte Colombo la legge, Poggio Bustone la conversione e La Foresta il corpo — con i suoi acciacchi, la sua fame, la sua sete e la sua sorprendente capacità di cantare lo stesso.

Le Fonti Francescane: come si legge un miracolo

Poiché in questa pagina cito continuamente «la tradizione», è giusto spiegare che cosa sia questo corpus e perché vada maneggiato con criterio. Con l'espressione Fonti Francescane si indica la raccolta degli scritti di Francesco — pochi, brevi e autentici: la Regola, il Testamento, alcune lettere, le lodi, il Cantico — e l'insieme delle biografie e delle compilazioni prodotte nel Duecento e nel Trecento.

Le principali sono la Vita prima di Tommaso da Celano, scritta subito dopo la canonizzazione del 1228 su incarico di Gregorio IX; la Vita seconda dello stesso Celano, di una decina d'anni più tardi, che raccoglie i ricordi dei compagni; la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, redatta intorno al 1263 e destinata a diventare la biografia ufficiale; e poi le raccolte dei compagni, la Compilatio Assisiensis, gli Actus beati Francisci et sociorum eius e la loro celebre traduzione volgare, i Fioretti, del Trecento.

Perché la distinzione conta

Ogni testo è stato scritto per uno scopo. Celano scriveva per fissare la figura del santo appena canonizzato; Bonaventura scriveva per pacificare un Ordine lacerato dai conflitti sulla povertà; i Fioretti scrivevano per edificare i laici con racconti memorabili. Nessuno scriveva per informare uno storico del ventunesimo secolo. Questo non significa che siano inattendibili: significa che vanno letti sapendo che cosa sono.

Quando dico che l'episodio della vigna appartiene alla tradizione agiografica, non lo sto sminuendo. Sto dicendo che il suo valore documentale riguarda la cultura francescana dei decenni successivi alla morte di Francesco, e che sul fatto materiale del 1225 non possiamo dire né sì né no. Come guida, mi rifiuto sia di raccontare i miracoli come cronaca sia di liquidarli come frottole: sono documenti, e vanno letti con la stessa serietà con cui si legge un atto notarile, solo con domande diverse.

Il lessico del Santuario di Santa Maria della Foresta

Alcune parole che sentirete o leggerete qui, spiegate una volta per tutte.

Romitorio

Piccolo insediamento eremitico, spesso di tre o quattro persone, distinto dal convento vero e proprio. Nel lessico francescano delle origini si usava il termine locus, «luogo», proprio per evitare la parola «monastero», che implicava proprietà stabile.

Speco

Dal latino specus, «caverna». Indica la grotta usata come luogo di preghiera. Il termine ha una lunga storia nella tradizione monastica italiana — lo Speco di Subiaco, legato a san Benedetto, ne è l'esempio più celebre — e i francescani lo ereditarono naturalmente.

Palmento

La vasca in muratura o scavata nella roccia dove si pigiava l'uva. Il termine, dal latino pavimentum, è diffusissimo nell'Italia centro-meridionale e in Sicilia.

Soma

Unità di misura per liquidi e merci, corrispondente al carico di una bestia da soma. Variabile da luogo a luogo, nell'ordine del centinaio di litri per il vino.

Clareni

Ramo rigorista dell'ordine francescano nato attorno alla figura di Angelo Clareno tra la fine del Duecento e la prima metà del Trecento, fautore di un'osservanza letterale della povertà evangelica.

Osservanti

Movimento di riforma interno all'Ordine dei Minori affermatosi nel Quattrocento, che portò a una separazione istituzionale tra Osservanti e Conventuali sancita nel 1517 da Leone X.

Errori da non fare al Santuario di Santa Maria della Foresta

Ne elenco alcuni per esperienza diretta, avendoli visti commettere decine di volte.

Trattarlo come una tappa da quaranta minuti

Il primo e il più grave. La Foresta non ha nulla che si consumi in fretta: non c'è un capolavoro da fotografare e via. Se avete meno di un'ora, meglio rinunciare e andare a Greccio, che restituisce di più nel poco tempo.

Arrivare nell'orario di chiusura

Molti visitatori sbagliano perché ragionano con gli orari dei musei. I luoghi di culto italiani chiudono nella fascia centrale della giornata, e non per pigrizia: perché chi ci abita pranza. Organizzatevi di conseguenza.

Fotografare le persone

Qui vivono e lavorano delle persone, non del personale in costume. Le fotografie agli ambienti, dove consentite, sono un conto; puntare l'obiettivo su chi sta zappando è un altro. Chiedete, sempre.

Alzare la voce

L'acustica è asciutta e gli ambienti sono piccoli: due persone che parlano a volume normale nel chiostro si sentono in tutto il complesso. Se siete un gruppo, fate parlare uno solo alla volta e fatelo a voce bassa.

Cercare il negozio di souvenir

Non è quel tipo di posto. Ci sono prodotti dell'attività della comunità, che è tutt'altra cosa: comprare qualcosa qui significa sostenere un progetto, non portarsi a casa una calamita.

Nei dintorni del Santuario di Santa Maria della Foresta

Chi sale fin qui farebbe male a non allargare il raggio, perché la conca reatina è una delle aree meno battute e più interessanti del Lazio.

Rieti

Il centro storico di Rieti merita almeno mezza giornata. Ha una cinta muraria medievale in buona parte conservata, una cattedrale con la cripta romanica che è tra le più belle dell'Italia centrale, il palazzo vescovile con il magnifico ambiente noto come Arcone, e il ponte romano sul Velino. Rieti si autoproclama «Umbilicus Italiae», il centro geografico d'Italia, e nella piazza principale una targa lo ricorda: la questione è discutibile, come tutte le questioni di questo tipo, ma la rivendicazione ha una sua storia antica legata al passaggio della Via Salaria.

Castelfranco e la strada del Terminillo

Proseguendo verso nord si sale verso il Terminillo, la montagna che nel Novecento fu promossa a stazione sciistica di riferimento per Roma e che conserva un patrimonio di architettura montana degli anni Trenta di grande interesse per chi ama il Novecento italiano.

I laghi Lungo e di Ripasottile

A pochi chilometri, in piana, sopravvivono i due specchi d'acqua residui dell'antico bacino dei Velini, oggi riserva naturale. Sono un paradiso per il birdwatching e offrono un contrappunto perfetto alla visita ai santuari: dall'alto si guarda la piana, dal basso si guardano i monti.

La cascata delle Marmore

Poco fuori dalla conca, in territorio umbro, c'è l'opera idraulica più spettacolare dell'antichità romana ancora in funzione: il canale fatto scavare dal console Manio Curio Dentato nel 271 a.C. per drenare la piana reatina, che precipita per oltre centosessanta metri in tre salti. È il motivo tecnico per cui la conca di Rieti è coltivabile, ed è il motivo per cui alla Foresta c'è una vigna. Tutto si tiene.

Domande frequenti sul Santuario di Santa Maria della Foresta

Quanto tempo serve per la visita?

Un'ora abbondante per una visita attenta al complesso; due ore se volete anche camminare nei dintorni e sedervi un po'. Se arrivate a piedi da Rieti, calcolate l'andata e il ritorno.

Si può visitare gratuitamente?

L'accesso al santuario è libero, come nella quasi totalità dei luoghi di culto italiani. Le offerte sostengono la manutenzione del complesso e le attività della comunità.

È adatto ai bambini?

Sì, e più di quanto si pensi. La storia della vigna saccheggiata e del vino abbondante funziona benissimo con i bambini, perché è concreta e ha un colpevole, una vittima e un lieto fine. La grotta li conquista sempre. Attenzione ai gradini e ai dislivelli.

Ci sono visite guidate?

La disponibilità dipende dalla comunità e dai periodi. Per i gruppi conviene sempre contattare il santuario con anticipo, anche solo per verificare che non ci siano celebrazioni in corso.

Il Cantico delle Creature è stato scritto qui?

La tradizione lo lega alla permanenza di Francesco alla Foresta durante la cura degli occhi. Gli studiosi, seguendo le fonti più antiche, collocano la composizione del nucleo principale a San Damiano presso Assisi. Le due cose convivono da secoli, e la formula corretta è che qui il Cantico fu, secondo la tradizione, meditato o completato.

Si può dormire al santuario?

Le strutture francescane della Valle Santa hanno storicamente offerto accoglienza ai pellegrini del Cammino, ma la disponibilità varia. Chi cammina deve organizzare le tappe in anticipo contattando direttamente i luoghi.

Gli ottocento anni e il Santuario di Santa Maria della Foresta

Chi visita oggi la Valle Santa lo fa in un momento particolare. Il 1225 è l'anno a cui la tradizione lega la composizione del Cantico, e il 1226 è l'anno della morte di Francesco, avvenuta alla Porziuncola la sera del 3 ottobre. Otto secoli esatti separano quegli eventi dal presente, e l'intero mondo francescano ha costruito attorno a queste ricorrenze una stagione di celebrazioni che tocca Assisi, la Valle Santa reatina, la Verna e tutti i luoghi della memoria.

Per la Foresta questo significa una cosa concreta: più visitatori, più attenzione, più iniziative. E significa anche il rischio, che segnalo da guida, di trasformare un luogo fatto di silenzio in un contenitore di eventi. La ricorrenza è un'occasione se serve a far conoscere il santuario a chi non lo conosceva; è un problema se porta qui in un solo pomeriggio più persone di quante il posto ne possa contenere. Se potete scegliere, venite fuori dalle date simboliche.

Perché ottocento anni non sono un numero

C'è una vertigine che provo ogni volta e che provo a trasmettere ai gruppi. Non è la vertigine dell'antichità — nel Lazio si cammina su strade di duemilatrecento anni fa senza commuoversi. È la vertigine della continuità. Questo posto non è un rudere riemerso: è un edificio che ha funzionato ininterrottamente. Qualcuno ha aperto e chiuso queste porte ogni giorno per otto secoli. Qualcuno ha vendemmiato ottocento volte. È una catena di gesti quotidiani che non si è mai spezzata, e la sua fragilità è il vero patrimonio da proteggere.

L'architettura povera del Santuario di Santa Maria della Foresta

Vale la pena dedicare un capitolo alla lingua architettonica di questo complesso, perché la si liquida troppo in fretta come «semplice» quando invece è una scelta con una grammatica precisa.

I materiali

Pietra calcarea locale, sbozzata e messa in opera con abbondante malta, con conci più curati solo negli stipiti e negli angoli; laterizio dove serve regolarizzare; intonaci di calce; coperture con capriate lignee e coppi. Nessun marmo, nessuna pietra da taglio importata, nessun rivestimento. Ogni materiale proviene da un raggio di pochi chilometri.

Le proporzioni

Gli ambienti sono bassi, e questa è la cosa che più colpisce chi arriva dalle chiese romane. L'altezza è quella minima funzionale, non quella simbolica. Una navata gotica alta trenta metri costa una fortuna e dichiara la potenza del committente; una chiesa conventuale francescana alta sette dichiara che il committente non voleva dichiarare nulla.

Le aperture

Finestre piccole, poche, collocate in funzione dell'illuminazione dell'altare e non dell'effetto scenico. In un clima appenninico questo ha anche una ragione termica: meno superficie vetrata significa meno dispersione, e in un edificio senza riscaldamento, dove si viveva d'inverno, non è un dettaglio.

Il risultato

Un'architettura che non si guarda, si abita. È il motivo per cui le fotografie della Foresta deludono quasi sempre: non c'è la vista che riassume l'edificio, perché l'edificio non è pensato per essere riassunto. Va percorso.

Il vino, i francescani e il Santuario di Santa Maria della Foresta

Chiudo la parte tematica con una riflessione che ai gruppi piace sempre. Perché proprio il vino? Perché l'episodio che identifica questo luogo riguarda una vendemmia e non, che so, il pane o l'acqua?

Le ragioni sono tre, e si sommano. La prima è economica: nell'Italia centrale medievale la vigna era la coltura di maggior valore per unità di superficie, quella che trasformava una piccola proprietà in un reddito. Perdere la vendemmia significava perdere l'anno. La seconda è liturgica: il vino serve alla messa, e un prete senza vino ha un problema che va oltre la fame. La terza è simbolica: nella tradizione biblica ed evangelica la vigna è l'immagine per eccellenza del popolo di Dio e il vino è il segno della festa messianica, dalle nozze di Cana in poi.

Un racconto che unisce le tre dimensioni — sopravvivenza materiale, esigenza liturgica e simbolo — è un racconto costruito bene. Che sia nato dalla penna di un compilatore o dalla memoria di un testimone, funziona su tutti i livelli contemporaneamente, ed è per questo che dopo otto secoli lo stiamo ancora raccontando.

Il vino come misura dell'ospitalità

C'è un ultimo strato, il mio preferito. Nel racconto, il prete non offre a Francesco il vino: gli offre un tetto, e il vino se ne va per conto suo, mangiato dai visitatori. L'ospitalità, in questa storia, non è un gesto elegante: è una perdita economica subita. Ed è precisamente questo che la rende ospitalità vera. Chiunque abbia ospitato qualcuno per cinquanta giorni sa di che cosa sto parlando.

Una curiosità su Santuario di Santa Maria della Foresta

La curiosità che nessuno si aspetta riguarda le misure del miracolo. In quasi tutte le narrazioni miracolose medievali le quantità sono iperboliche, generiche o simboliche: moltitudini, abbondanza, sovrabbondanza. Qui invece la tradizione conserva una cifra prima e una cifra dopo — tredici some, poi venti — e questa precisione contabile è rarissima. È come se il narratore avesse voluto lasciare al lettore la possibilità di fare il conto: un aumento di circa il cinquanta per cento. Non il quadruplo, non il centuplo. Il cinquanta per cento.

Perché è interessante? Perché una vigna può davvero variare la resa del cinquanta per cento da un'annata all'altra, in funzione della pioggia, delle gelate tardive, della grandine e dello stato sanitario. Il racconto, in altre parole, resta dentro il perimetro del possibile agronomico. Il prodigio non consiste nell'infrangere le leggi della natura ma nel farle funzionare al massimo a favore di chi ha fatto una buona azione. È una teologia del miracolo insolitamente sobria, molto più vicina a una benedizione dei campi che a una sospensione dell'ordine naturale.

La seconda curiosità sta nel dettaglio del prete che si lamenta. È uno dei pochissimi casi in cui una fonte francescana mette in scena un personaggio che protesta esplicitamente contro i danni collaterali della santità di Francesco, e che ha ragione. In un corpus costruito per esaltare il santo, lasciare spazio a quella lamentela è una scelta editoriale coraggiosa. Il risultato è che l'episodio, invece di essere una delle tante storie edificanti, resta impresso: perché contiene un conflitto vero, e i conflitti veri sono quelli che la memoria conserva.

Una cosa che non ti dice nessuno su Santuario di Santa Maria della Foresta

Nessuno vi dirà che la parte più importante di questo santuario non è francescana. La chiesetta di San Fabiano esisteva secoli prima che Francesco arrivasse, e la sua storia è quella di una comunità rurale che aveva bisogno di un luogo dove battezzare, sposare e seppellire. Se cancellaste dalla mappa l'estate del 1225, la Foresta resterebbe comunque un documento prezioso di edilizia religiosa minore e di pittura murale dell'Italia centrale. Il fatto che quasi tutti i visitatori la percepiscano esclusivamente come «un luogo di san Francesco» è un effetto ottico prodotto da otto secoli di racconto.

La seconda cosa che nessuno vi dice è che il santuario non è mai stato ricco, e questo lo ha salvato. Nel Cinquecento, nel Seicento e nel Settecento le grandi chiese italiane furono sistematicamente riplasmate secondo il gusto del momento: affreschi medievali coperti da stucchi, absidi barocchizzate, cicli trecenteschi demoliti per far posto a pale d'altare. La Foresta non aveva il denaro per farlo. La povertà è stata la sua conservatrice: quello che vediamo oggi sopravvive perché nessuno ha mai potuto permettersi di sostituirlo.

La terza, e forse la più utile da sapere prima di venire, riguarda il ritmo. Questo non è un luogo che si visita: è un luogo che si frequenta. Chi ci passa una volta porta a casa una manciata di informazioni; chi ci torna in stagioni diverse scopre che l'edificio cambia completamente carattere. Con il bosco spoglio d'inverno il complesso appare nudo, esposto, quasi austero; con le foglie di luglio scompare dentro il verde e diventa un nascondiglio. Sono due edifici diversi. Nessuna guida ve lo dirà, perché nessuna guida presuppone che tornerete.

Il consiglio che ti do per visitare Santuario di Santa Maria della Foresta

Il consiglio numero uno è di venire a piedi da Rieti. Non è retorica del pellegrinaggio: è una questione di progettazione del luogo. Il santuario ha un ingresso in salita, un viale con le stazioni della Via Crucis, un atrio in ombra e ambienti bassi. Tutta questa sequenza è pensata per un corpo che arriva scaldato dal cammino e che ha bisogno di fermarsi. Se scendete da un'automobile con l'aria condizionata accesa, la sequenza non funziona: entrate in un edificio piccolo e buio e vi chiedete che cosa ci siate venuti a fare. Un'ora abbondante di cammino, in salita moderata, e tutto cambia.

Il consiglio numero due riguarda l'orario. Andateci nel primo pomeriggio, subito dopo la riapertura, in un giorno feriale. È la finestra in cui i gruppi organizzati se ne sono andati, i pellegrini del mattino sono già ripartiti verso la tappa successiva e il santuario torna alle sue dimensioni naturali. La luce di metà pomeriggio, oltretutto, è quella che entra meglio nella cappella di San Fabiano e che accende le vetrate dell'atrio.

Il consiglio numero tre è di portarvi il testo del Cantico. Stampato, scritto a mano, sul telefono, come volete: ma portatevelo, perché leggerlo qui, seduti nel chiostro o all'ingresso della grotta, è l'unica cosa che trasforma la visita in un'esperienza. Vi avverto che il testo in volgare originale richiede uno sforzo — «altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione» — ma è proprio quello sforzo a farvi capire quanto sia lontana quella lingua e quanto sia vicino quel modo di guardare il mondo.

Il consiglio numero quattro, quello che do sempre e che quasi nessuno segue: non fate la Valle Santa tutta in un giorno. Quattro santuari in otto ore significa quattro parcheggi, quattro cappelle e nessun ricordo. Fatene due, con calma, e tornate. Questa terra non è un elenco da spuntare.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che Francesco venne nella conca reatina per curarsi gli occhi. Quasi nessuno si sofferma su un fatto che discende direttamente da questa notizia e che cambia la lettura di tutto: quando la tradizione colloca qui la meditazione del Cantico, sta dicendo che il testo più solare della letteratura italiana fu composto da un uomo che la luce non riusciva più a sopportarla.

Le fonti sono esplicite sul punto: Francesco negli ultimi anni doveva coprirsi il capo, evitava il sole, aveva gli occhi che lacrimavano di continuo, e il dolore era tale da renderlo insonne. Il tracoma, nella sua fase avanzata, produce la deformazione delle palpebre e l'abrasione continua della cornea da parte delle ciglia rivolte all'interno: significa avere qualcosa che gratta l'occhio a ogni battito, giorno e notte, per anni. È in questa condizione che nasce la lode a «frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui; et ellu è bellu e radiante cum grande splendore».

Il dato è risaputo — sta in tutte le biografie — e viene citato di rado perché rovina la cartolina. La versione popolare del Francesco che canta gli uccellini presuppone un uomo in armonia con la natura; questa versione presuppone un uomo in guerra con il proprio corpo che decide di lodare comunque. Non è la stessa cosa, e la seconda è infinitamente più interessante. Il Cantico non è una poesia di chi sta bene: è una poesia scritta contro l'evidenza.

C'è un corollario che riguarda direttamente questo luogo. Se accettate la lettura tradizionale, allora tutto quello che vedete alla Foresta — il verde, i filari, la luce che filtra tra i castagni, il panorama sulla piana — è precisamente ciò che Francesco, qui, non poteva vedere. Camminava in mezzo a tutto questo ricordandoselo. La bellezza del posto e la cecità dell'ospite sono, in questo santuario, la stessa storia raccontata da due lati.

La foto giusta da fare a Santuario di Santa Maria della Foresta

Vi dico subito qual è la foto sbagliata, perché è quella che fanno tutti: la facciata frontale del santuario, dal piazzale, con il cielo sopra. Non funziona, e non funziona per una ragione oggettiva: l'edificio non ha una facciata monumentale, quindi in quella inquadratura sembra semplicemente un casale con una croce. La fotografia restituisce l'insignificanza, non l'umiltà, e la differenza è tutta.

La foto giusta è dentro il chiostro, con il pozzo in primo piano decentrato e i pilastri ottagonali che scandiscono lo sfondo in controluce. Mettetevi sotto il portico, non al centro dello spazio aperto: le arcate incorniciano l'inquadratura e le ombre danno profondità. Fatela nel pomeriggio, quando il sole taglia di lato e i pilastri proiettano una sequenza regolare di ombre sul pavimento. È l'unico punto del complesso in cui l'architettura fa da sola il lavoro di composizione, e in cui la fotografia racconta davvero che cosa sia un chiostro francescano: piccolo, ordinato, essenziale.

La seconda foto che consiglio è un dettaglio, non un ambiente: la vasca del palmento, inquadrata da vicino e leggermente dall'alto, con la pietra e i segni dell'uso. Riempite il fotogramma, senza cielo e senza contesto. È l'immagine che, mostrata a casa, richiede una spiegazione — «e questa cos'è?» — e quindi è l'unica che vi permetterà di raccontare la storia. Le foto migliori dei luoghi minori sono sempre quelle che obbligano a parlare.

Una nota tecnica, perché mi viene chiesta di continuo. Negli interni la luce è pochissima e il flash è, oltre che spesso vietato, esteticamente disastroso su un affresco: appiattisce, riflette e brucia le lumeggiature. Appoggiate il telefono o la macchina su un muretto, su una panca, su qualsiasi superficie stabile, e scattate con tempi lunghi. E soprattutto: verificate sempre se e dove le riprese siano consentite, e non fotografate mai durante una celebrazione. Il rispetto, in un luogo abitato, viene prima dell'inquadratura.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento in ordine di tempo non ha data e non ha protagonisti noti: è la costruzione della chiesa di San Fabiano, attestata almeno dall'XI secolo. È l'atto fondativo del luogo, e vale la pena ricordarlo perché tutto il resto ne discende. Senza quella cappella rurale e senza il prete che la officiava, Francesco nel 1225 non avrebbe avuto dove fermarsi, e la Foresta non esisterebbe.

Il secondo è l'estate-autunno del 1225, il soggiorno di Francesco, che le fonti descrivono di oltre cinquanta giorni, con il corteo di visitatori, il danneggiamento della vigna e il racconto del vino abbondante. È l'evento che dà al luogo la sua identità e la sua fama, e che lo inserisce nella rete dei santuari francescani. Attorno a quei cinquanta giorni ruota tutto ciò che è venuto dopo.

Il terzo è la canonizzazione di Francesco, celebrata ad Assisi da Gregorio IX nel luglio del 1228, meno di due anni dopo la morte. È un evento che avviene altrove ma che ha conseguenze dirette e immediate qui: dal 1228 la Foresta smette di essere una chiesa di campagna e diventa una meta. Nel giro di pochi decenni arrivano i Romiti, e all'inizio del XIV secolo comincia la costruzione della chiesa di Santa Maria della Foresta, il cui documento più antico noto è del 1319.

Le date dell'età moderna

Il 1346 segna il passaggio del complesso sotto la giurisdizione del vescovo di Rieti, un riassetto istituzionale che testimonia la fragilità patrimoniale dei romitori francescani. Segue la lunga stagione dei Clareni, il ramo rigorista che tenne il luogo fino al 1568, quando la comunità passò agli Osservanti. Nel 1648, nel quadro delle riorganizzazioni degli ordini religiosi decise nella metà del Seicento, il santuario entrò stabilmente nell'orbita dei Frati Minori.

Il Settecento porta l'episodio della Via Crucis in maiolica napoletana, con la benedizione riferita dalla tradizione locale al 1735 e la provenienza dal convento di San Bonaventura di Frascati. È un avvenimento minore rispetto agli altri, ma racconta bene la vita ordinaria di un santuario: le cose arrivano, si spostano, vengono adattate.

Il Novecento

Il 1947 è la data che ha restituito ai visitatori il nucleo più antico: il restauro postbellico che individuò e ripristinò la chiesa di San Fabiano, liberandola dalle strutture che l'avevano inglobata. È l'intervento che consente oggi di vedere gli affreschi e di capire la stratigrafia del complesso.

Il tardo Novecento porta due trasformazioni decisive. La prima è il riconoscimento istituzionale dei santuari della Valle Santa come patrimonio da tutelare, con provvedimenti di vincolo che hanno interessato l'intero sistema dei luoghi francescani reatini lungo il Cammino di Francesco. La seconda è l'arrivo di esperienze di comunità e di agricoltura sociale che hanno rimesso al lavoro la vigna e l'orto, restituendo al complesso la sua doppia natura di luogo di culto e di azienda agricola. Nel bilancio degli ottocento anni, quest'ultima è forse la cosa più francescana che sia successa qui da parecchio tempo.

Chi è passato da Santuario di Santa Maria della Foresta

Il primo nome è ovviamente quello di Francesco d'Assisi, che vi soggiornò nell'estate e nell'autunno del 1225, malato agli occhi, in attesa e poi in convalescenza delle cure dei medici della corte pontificia. Non era solo: con lui c'erano i compagni, e le fonti lasciano intendere un andirivieni continuo di frati, di curiosi e di devoti. Quei cinquanta giorni sono la ragione per cui esiste questa pagina.

Il secondo nome è quello del cardinale Ugolino dei Conti di Segni, protettore dell'Ordine, l'uomo che convinse Francesco a farsi curare a Rieti e che nel 1227 divenne papa con il nome di Gregorio IX. Ugolino è il grande regista della vicenda francescana: giurista, diplomatico, uomo di Chiesa fino al midollo, canonizzò Francesco nel 1228 e volle la basilica di Assisi. Che sia stato lui a mandare Francesco nella conca reatina lega indissolubilmente questo santuario alle vicende della Chiesa universale.

Il terzo è il prete di San Fabiano, di cui non conosciamo il nome e che è, a suo modo, il vero protagonista del luogo. Rappresenta tutti i preti di campagna della storia europea: quelli che vivevano di un orto e di una vigna, che non lasciavano documenti e che tenevano in piedi la rete capillare del cristianesimo rurale. Che una delle pagine più celebri della tradizione francescana ruoti attorno alla sua vendemmia è una piccola giustizia postuma.

I frati dei secoli

Dopo di loro sono passati di qui i Romiti del Trecento, che costruirono la chiesa di Santa Maria; i Clareni, seguaci di Angelo Clareno, il frate marchigiano che pagò con il carcere e l'esilio la sua fedeltà letterale alla povertà evangelica e che è una delle figure più drammatiche del Trecento italiano; gli Osservanti del tardo Cinquecento; e i Frati Minori dal Seicento in poi. Sono nomi collettivi, ma dietro ciascuno ci sono decine di persone che hanno vissuto qui interi decenni, hanno potato quella vigna e hanno visto invecchiare quegli affreschi.

Va ricordato anche san Bonaventura da Bagnoregio, ministro generale dell'Ordine e autore della Legenda maior, la biografia ufficiale di Francesco redatta intorno al 1263: non per una presenza fisica documentata in questo luogo, ma perché è attraverso la sua penna e quella di Tommaso da Celano che gli episodi reatini sono arrivati fino a noi. E va ricordato Angelo Clareno una seconda volta, perché la sua eredità spirituale ha abitato queste stanze per oltre due secoli.

I passaggi moderni

In età contemporanea la Valle Santa reatina è entrata stabilmente negli itinerari papali e nelle attenzioni della Chiesa italiana, e i quattro santuari hanno ricevuto visite di altissimo livello nel corso del Novecento e del nuovo secolo, in particolare in occasione delle ricorrenze francescane. Al Santuario di Santa Maria della Foresta si lega inoltre il nome dello scultore Lorenzo Ferri, autore nel Novecento del gruppo dedicato alla composizione del Cantico, e quello, anonimo ma non meno concreto, delle maestranze napoletane che nel Settecento dipinsero le maioliche della Via Crucis.

Ma la lista che mi interessa di più è un'altra, ed è impossibile da compilare: quella dei pellegrini. Otto secoli di persone che sono salite fin qui a piedi, con qualunque tempo, per ragioni che raramente sappiamo. Sono loro ad aver consumato i gradini, ad aver reso lucida la pietra agli angoli dei passaggi, ad aver tenuto vivo il racconto della vigna. Ogni volta che entro nel chiostro penso che il vero monumento della Foresta non sia nessuno degli edifici, ma l'usura che tutti insieme hanno lasciato.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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