Roccantica (RI)
Roccantica è un comune di poco più di cinquecento abitanti in provincia di Rieti, a 457 metri di quota sul versante occidentale dei Monti Sabini, ai piedi del Monte Pizzuto (1.288 metri); il municipio è in via dei Nobili 3, CAP 02040, telefono 0765 63020. Da Roma si arriva in auto con l'A1 fino all'uscita Ponzano Romano-Soratte e poi lungo le provinciali della Sabina (SP 48 per l'ultimo tratto), circa un'ora e un quarto dal Grande Raccordo Anulare; in alternativa la via Salaria fino a Passo Corese e la salita per Fara in Sabina. Senza auto: treno regionale FL1 da Roma Tiburtina o Roma Ostiense fino a Poggio Mirteto Scalo, poi autobus Cotral per Roccantica con capolinea in piazza San Valentino; gli orari vanno controllati sul sito Cotral prima di partire, perché le corse sono poche e la domenica quasi assenti. Si parcheggia gratuitamente lungo la strada che lambisce il paese e nello slargo all'ingresso; il centro storico è pedonale e gradonato. L'ingresso al borgo è libero; la torre di Niccolò II, la chiesa di Santa Caterina e l'Archivio storico si visitano con le aperture su richiesta organizzate dal Comune e dalla Pro Loco (visite guidate su prenotazione al 338 8756113). Le sagre e la festa di agosto sono a ingresso libero, con consumazioni a pagamento. Per una mezza giornata bastano tre ore; per il paese, l'eremo di San Leonardo e una passeggiata sul Monte Pizzuto serve la giornata intera. Il patrono è San Valentino, festeggiato la prima domenica dopo il 14 febbraio.
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✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.
Per collocare il borgo nel suo territorio, la pagina della provincia di Rieti raccoglie tutti i paesi della Sabina di cui parlo in questa guida; chi arriva dall'estero trova un inquadramento in inglese sulla guida al Lazio di ItalyPlanner.

Come arrivare a Roccantica da Roma e da Rieti
Ci sono paesi che si raggiungono per caso e paesi che bisogna decidere di raggiungere. Roccantica appartiene alla seconda categoria: non ci si passa davanti andando altrove, nessuna statale lo sfiora, nessun casello porta il suo nome. Ci si arriva perché si è scelto di arrivarci, e questa piccola fatica iniziale è la prima cosa buona che il borgo regala. Quando la provinciale smette di salire e la fascia di case chiare appare aggrappata al fianco della montagna, con la torre in cima come un dito puntato al cielo, si capisce di essere entrati in una delle porzioni meno battute della Sabina reatina.
La distanza inganna. Roccantica dista poco meno di sessanta chilometri dal Raccordo e circa trentacinque da Rieti, ma il tempo reale da Roma nord, con traffico normale, si attesta fra l'ora e dieci e l'ora e venti, e da Rieti non cala in proporzione ai chilometri, perché la strada attraversa il crinale dei Sabini con una sequenza di curve che impone di rallentare. Roccantica non è una destinazione da toccata e fuga di novanta minuti: chiede una mezza giornata piena per essere capita e una giornata intera per essere goduta.
In auto da Roma: il percorso che consiglio per Roccantica
Il tragitto più lineare è quello autostradale. Si imbocca l'A1 in direzione Firenze e si esce a Ponzano Romano-Soratte, uscita che molti romani conoscono per il Monte Soratte, la montagna isolata che si vede da mezzo Lazio e che segna il confine visivo tra l'agro romano e la Sabina vera e propria. Da lì si prosegue verso est, si attraversa il Tevere e si entra nel reticolo delle provinciali che salgono e scendono tra Poggio Mirteto, Cantalupo in Sabina, Casperia e Roccantica; l'ultimo tratto corre sulla SP 48. La segnaletica non è generosa: i cartelli marroni esistono ma sono radi e alcuni incroci chiedono attenzione. Il navigatore funziona, ma guardate la mappa d'insieme prima di partire: capire la geografia della zona rende il viaggio molto più interessante.
L'alternativa che preferisco quando non ho fretta è la via Salaria, la consolare che da Roma punta a Rieti e all'Adriatico. Si lascia la Salaria all'altezza di Passo Corese o di Osteria Nuova e si sale verso l'interno toccando Fara in Sabina, con una deviazione per l'Abbazia di Farfa che merita la sosta a prescindere. È un percorso più lungo di una ventina di minuti ma molto più bello, perché attraversa gli oliveti secolari che sono il paesaggio identitario di questa terra. Se avete tempo, fatelo all'andata e tornate per l'autostrada.
Chi arriva da nord, da Terni o dall'Umbria, ha la vita più semplice: si scende lungo la Flaminia o la strada di Terni, si punta su Configni e Cottanello e da lì si scivola verso il versante occidentale dei Sabini. È la direzione da cui pochi turisti arrivano, e proprio per questo restituisce il panorama meno prevedibile: l'incontro con Roccantica avviene dall'alto, e dall'alto la sua struttura a fascia si legge come su una carta.
A Roccantica con i mezzi pubblici: si può, ma bisogna volerlo
Arrivare a Roccantica senza auto è possibile ma complicato, e non mi piacciono le guide che raccontano favole. La stazione di riferimento è Poggio Mirteto, sulla linea regionale FL1 che collega Fiumicino, Roma Tiburtina e Orte, con proseguimenti verso l'Umbria. Da Poggio Mirteto Scalo il borgo dista ancora una ventina di chilometri, coperti dagli autobus Cotral che collegano la stazione ferroviaria con piazza San Valentino, la piazza d'ingresso del paese. Le corse sono pensate per studenti e pendolari e si concentrano al mattino presto e nel tardo pomeriggio: nel mezzo della giornata i buchi sono ampi, la domenica il servizio si riduce drasticamente. Controllate gli orari sul sito Cotral prima di partire e mettete in conto che il rientro serale è l'anello debole della catena.
Chi ha spirito di adattamento può combinare treno e bicicletta: la FL1 accetta le biciclette nei vagoni attrezzati, e da Poggio Mirteto Scalo si risale verso l'interno pedalando tra gli oliveti. È una salita seria, con dislivelli da non sottovalutare, ma il rientro in discesa a fine giornata resta nella memoria. Per costruire itinerari multimodali nella provincia, la guida a Rieti di ItalyPlanner dà un inquadramento in inglese dei collegamenti dell'intera area.
Dove lasciare l'auto a Roccantica e come muoversi nel borgo
Il centro storico di Roccantica è pedonale per forza di cose: i vicoli sono stretti, spesso gradonati, e l'auto fisicamente non passa. Le aree di sosta sono lungo la strada che lambisce il paese e nello slargo all'ingresso, vicino a piazza San Valentino; non sono grandi, ma per la maggior parte dell'anno bastano. Le eccezioni sono i quattro giorni di Medioevo in Festa a Ferragosto, quando l'organizzazione attiva navette gratuite da e per il paese, la domenica della Sagra del Frittello e i fine settimana di primavera con bel tempo, quando le auto si allungano lungo la provinciale e conviene arrivare presto o parcheggiare più a valle e salire a piedi.
Una volta lasciata l'auto servono scarpe comode e ginocchia in ordine. Roccantica si sviluppa in verticale: la parte bassa, con piazza San Valentino e la parrocchiale, e la parte alta, con la torre di Niccolò II e la chiesetta di Piedirocca, sono separate da un dislivello che si affronta per scalinate. Non è una scalata, ma è una salita continua, e d'estate va fatta al mattino presto o nel tardo pomeriggio. Chi ha difficoltà motorie si gode bene la parte bassa e il primo anello di vicoli; la torre resta un obiettivo per gambe allenate.
Quando andare a Roccantica: il calendario che uso io
La primavera è la stagione regina. Da metà aprile a metà giugno la montagna alle spalle del paese esplode di verde, le ginestre accendono i pendii, i sentieri sono asciutti e le temperature permettono di camminare senza soffrire. È anche il periodo in cui gli oliveti mostrano la loro tessitura migliore, con il grigio argento delle foglie che si stacca dal verde acido dei prati, e in cui la Pro Loco organizza la giornata di Roccantica Montagna in Festa, con escursioni guidate e pranzo comunitario.
L'estate va gestita. La quota regala serate fresche anche a luglio, ma le ore centrali sulla pietra chiara dei vicoli pesano. La strategia è semplice: mattina in paese, pomeriggio in quota nella faggeta del Monte Pizzuto dove l'ombra è totale, sera di nuovo giù per la cena. Agosto è il mese in cui Roccantica cambia faccia: dal 12 al 15 Medioevo in Festa riporta in paese un migliaio di costumi, le taverne aprono ogni sera dalle venti e gli emigrati tornano per qualche settimana.
L'autunno è la mia stagione preferita, e lo dico senza esitazioni. Tra ottobre e novembre si raccolgono le olive, il paesaggio si riempie di reti stese e di gente al lavoro, i frantoi accendono i motori e l'aria prende l'odore erbaceo e pungente dell'olio nuovo. I faggi del Monte Pizzuto virano al rame e all'oro, e le giornate limpide dopo le prime piogge regalano visibilità enormi verso il Terminillo e verso il Tevere.
L'inverno è la stagione del raccoglimento, ma non è vuoto. A dicembre il paese allestisce presepi lungo le vie, mercatini, cori e vin brulé; a gennaio, la domenica dopo Sant'Antonio, in piazza San Valentino si benedicono centinaia di animali e la confraternita offre fave cotte e ciambelle; a febbraio si festeggia il patrono. Le date precise cambiano ogni anno e vanno chieste alla Pro Loco. Chi cerca un presepe vivente di grande tradizione nella stessa provincia lo trova al santuario di Greccio, dove Francesco d'Assisi ne inventò l'idea nel 1223.
Mangiare e dormire a Roccantica: la logistica vera
Roccantica non ha una vocazione ricettiva industriale, ed è insieme il suo limite e il suo pregio. L'offerta è fatta di poche trattorie a conduzione familiare, un ostello nel borgo gestito dall'associazione locale, un agriturismo con centro ippico nella campagna, case vacanza ricavate da abitazioni recuperate. Nessuna catena, nessun grande albergo, e in bassa stagione alcuni esercizi riducono i giorni di apertura. La regola d'oro è telefonare o scrivere prima, soprattutto per un pranzo domenicale o un soggiorno infrasettimanale fuori stagione.
Chi preferisce una base più strutturata si appoggia ai centri vicini: Casperia, forse il borgo più fotogenico della Sabina, Poggio Mirteto, che è il centro di servizi della zona, oppure Poggio Catino, praticamente confinante. Costruire un itinerario di due o tre giorni con base fissa e spostamenti brevi è, secondo me, il modo migliore di affrontare questa parte della provincia: si evita l'effetto lista della spesa e si entra nel ritmo dei luoghi. Chi vuole un accompagnatore professionista che tenga insieme logistica, prenotazioni e racconto trova il servizio di accompagnamento turistico di TourLeaderPro.
Ultimo consiglio pratico, e non è banale: portate contanti. I pagamenti elettronici sono diffusi anche qui, ma alle sagre, nei banchetti dei produttori e in qualche piccolo esercizio la carta può non essere accettata o la connessione può fare i capricci. Cinquanta euro in tasca risolvono ogni imbarazzo.
Cosa mettere in valigia per Roccantica
Scarpe da trekking leggere o comunque con suola scolpita: anche restando in paese, i basoli sono lisci e in discesa scivolano. Una giacca antivento anche in estate, perché in quota il vento c'è. Una borraccia, perché le fontane pubbliche funzionano e l'acqua della Sabina è ottima. Un binocolo, se vi interessano i rapaci: sui pendii del Monte Pizzuto le poiane sono di casa. E infine tempo: la cosa che più spesso manca a chi visita questi borghi non è l'attrezzatura, è la disponibilità mentale a fermarsi. Roccantica premia chi si siede su un muretto e guarda per venti minuti senza fare niente.
Roccantica sotto il Monte Pizzuto: geografia di un borgo a fascia
Per capire Roccantica bisogna prima capire dove si trova, perché in questa parte del Lazio la geografia ha dettato la storia con precisione quasi brutale. Il borgo è appoggiato al fianco occidentale dei Monti Sabini, ai piedi del Monte Pizzuto, che con i suoi 1.288 metri è la cima più alta di questo tratto di catena, affiancato dal Monte Menicoccio (1.204 metri). Sotto il paese la montagna scende rapidamente verso la valle del Tevere, e questa pendenza spiega tutto: spiega perché le case sono disposte a fascia lungo le curve di livello, perché i vicoli sono gradonati, perché la torre è in alto e la parrocchiale in basso, perché da qui nelle giornate limpide si vede una porzione di Lazio che sembra un plastico. Il territorio comunale misura 16,72 chilometri quadrati.
Il termine che gli studiosi di insediamenti usano per questa struttura è borgo a fascia, o insediamento a pettine: le abitazioni si allineano lungo assi paralleli che seguono l'andamento del pendio, collegati da scalinate perpendicolari. Non è una scelta estetica, è una necessità costruttiva. Su un fianco di montagna con pendenze del venti o trenta per cento non si costruisce una scacchiera: si costruiscono terrazze, e sulle terrazze si appoggiano le case, ciascuna con le fondamenta sul tetto o sul muro di quella sottostante. Il risultato è un organismo compatto, quasi impenetrabile visto da fuori, in cui l'edificato forma una cortina continua che nel Medioevo era la prima linea difensiva, rinforzata dalla triplice cerchia di mura che ancora si riconosce a tratti.
La roccia è calcare, e il calcare a Roccantica non è un dettaglio da geologi: è la spiegazione del Revotano, la dolina di crollo di 250 metri di diametro che si apre a pochi chilometri dal paese, ed è la spiegazione dell'acqua capricciosa che piove abbondante, sparisce nel sottosuolo e ricompare a valle in sorgenti lontane dal punto di infiltrazione. Le sorgenti hanno avuto per secoli un valore enorme: attorno ad esse si sono coagulati toponimi, diritti d'uso, controversie tra comunità confinanti e leggende. Chi cammina sui sentieri sopra il paese incontra fontanili, abbeveratoi e vasche che non sono arredo pittoresco: sono la più antica infrastruttura del territorio.
La storia di Roccantica dal Fundus Antiquus ai marchesi Vincentini
Le origini di Roccantica, a differenza di molti borghi vicini, non si perdono del tutto nella nebbia documentaria, perché la Sabina è una delle aree meglio documentate dell'alto Medioevo italiano grazie all'archivio dell'Abbazia di Farfa. La zona era abitata in epoca romana, terra di ville rustiche e di olio già duemila anni fa, ma il paese nella forma che vediamo nasce più tardi, nel processo che gli storici chiamano incastellamento: tra il IX e l'XI secolo le popolazioni sparse si concentrano in nuclei fortificati su alture difendibili.
Roccantica nel Regesto Farfense: 792, 846, 966
Il primo documento è del 792: il Regesto Farfense registra una donazione all'abbazia che cita la chiesa di San Valentino nel Fundus Antiquus, il fondo antico. Il toponimo, quindi, non è una vanteria tarda del paese che si proclama vecchio: è il nome di una proprietà agraria altomedievale. Nell'840 il fondo risulta interamente nelle mani di Farfa. Dopo le scorrerie saracene dell'846, quelle stesse che saccheggiarono San Pietro a Roma, l'insediamento riceve una prima cinta e il nome muta in Rocha de Antiquo, la rocca del fondo antico; nel 966 il luogo è definito castrum, cioè villaggio fortificato. Da Rocha de Antiquo a Roccantica il passo è breve. Esiste anche una versione popolare secondo cui il nome verrebbe da un proprietario terriero chiamato Antiquo che avrebbe edificato la chiesetta con il borgo: è tradizione, non documento, ma racconta come la comunità si è pensata nel tempo.
Il 1059: Roccantica, Niccolò II e i dodici sopravvissuti
L'evento che fonda l'identità del paese è del 1059. Alla morte di papa Stefano IX, la nobiltà romana guidata dai Crescenzi e dai conti di Tuscolo impose un proprio papa, Benedetto X; i cardinali riformatori elessero invece a Siena Gerardo di Borgogna, vescovo di Firenze, con il nome di Niccolò II. Nella guerra che seguì Roccantica si schierò con Niccolò e fu assediata dalle truppe dei Crescenzi. La tradizione locale, ripresa da tutte le fonti del paese, racconta che gli abitanti resistettero fino all'arrivo dei normanni di Roberto d'Altavilla, alleati del papa legittimo, e che a liberazione avvenuta i sopravvissuti erano dodici. Il 18 aprile 1060 Niccolò II ricompensò la fedeltà con un privilegio che poneva Roccantica sotto il dominio diretto della Santa Sede: nessuno avrebbe potuto rivendicarne il possesso, pena la scomunica. Quello statuto durò fino al 1415. Il numero dodici e la sequenza degli eventi appartengono alla memoria locale; l'alleanza fra Niccolò II e i normanni, sancita nel 1059 al concilio di Melfi, è storia documentata.
Gli Orsini a Roccantica: dal 1415 al 1698
Nel 1415 una bolla di Giovanni XXIII, il Baldassarre Cossa del grande scisma, dichiarato antipapa solo nel 1947 quando Angelo Roncalli scelse lo stesso nome, donò Roccantica a Francesco Orsini, conte di Gravina. Nel 1433 questi la cedette al cardinale Giordano Orsini, e da qui nacque il ramo di Bracciano della famiglia, quello che avrebbe dominato per tre secoli il lago omonimo e mezzo Lazio. Nel 1427, in una fase di controllo papale diretto, Martino V nominò governatore del castello Armellao de' Bastoni di Ascoli, il committente degli affreschi di Santa Caterina. Nel 1454 Orsino Orsini ottenne da Niccolò V l'approvazione per fondare il convento dei Minori Riformati che sarebbe diventato il Seminario. Nel 1576 gli Orsini costruirono il Borgo Nobile, la residenza-fortezza rinascimentale, lasciando il vecchio castello alle Clarisse. Il ramo si estinse nel 1698 con la morte di Flavio Orsini, duca di Bracciano e marchese di Roccantica; la sua vedova, Marie Anne de la Trémoille, la principessa degli Ursini che avrebbe fatto carriera alla corte di Spagna, vendette paese e titolo al governatore Giuseppe Vicentini, la cui famiglia, poi Vincentini, tenne Roccantica per poco più di due secoli fino all'estinzione.
Roccantica dall'Unità d'Italia alla prima sindaca
Con il plebiscito del 4 e 5 novembre 1860 la Sabina passò al Regno d'Italia, e Roccantica fu aggregata al mandamento di Poggio Mirteto nella provincia di Perugia, un'anomalia amministrativa durata fino al 1923, quando il circondario passò alla provincia di Roma. Nel 1927 la neonata provincia di Rieti la accolse ma la accorpò al comune di Aspra, l'attuale Casperia; l'autonomia tornò nel 1939. Poi il Novecento della montagna: emigrazione, spopolamento, il seminario chiuso alla fine degli anni Ottanta, il lento recupero delle case da parte di chi torna e di chi arriva. Nel mezzo, una data che dà a Roccantica un primato nazionale e che racconto nel capitolo delle curiosità.
Una curiosità su Roccantica (RI)
Quando si scrive di un borgo di cinquecento abitanti la tentazione è di riempire il vuoto con leggende intercambiabili. Roccantica non ne ha bisogno, perché possiede un primato che nessun altro comune italiano può vantare: l'8 aprile 1946, a guerra appena finita e prima ancora del referendum istituzionale del 2 giugno che avrebbe portato per la prima volta le donne al voto politico, il paese ebbe la prima sindaca d'Italia, Anna Montiroli vedova Coccia. È un dato che le fonti locali ripetono con orgoglio e che vale la pena far pesare: in un borgo di montagna dove la comunità era stata svuotata dagli uomini, dalla guerra e dall'emigrazione, la responsabilità di guidare il municipio ricadde su una donna, e ricadde prima che a Roma, a Milano o a Torino. Chi entra nel palazzo comunale di via dei Nobili passa davanti alla sede dell'Archivio storico che conserva, con le pergamene medievali, anche le carte di quegli anni.
Il Revotano e la bionda che corre: la leggenda di Roccantica
La seconda curiosità è geologica e mitologica insieme. A pochi chilometri dal paese, raggiungibile solo a piedi, si apre il Revotano, una dolina di crollo di circa 250 metri di diametro, fra le più grandi dell'Italia centrale. Per secoli fu creduta il cratere di un vulcano spento; in realtà è il risultato della dissoluzione del carbonato di calcio da parte delle acque sotterranee, che scavarono cavità poi collassate sotto il proprio peso. La leggenda vuole che il primo abitato di Roccantica sorgesse proprio lì e che, per la malvagità e la poca fede degli abitanti, fosse sprofondato per volere divino. Si salvarono una donna e il suo bambino, scesi allo Scifulente, il torrente che scorre veloce sotto la dolina, a lavare i panni: una voce li avvertì con le parole che i roccolani ripetono ancora, «Corri bionda che la terra si sprofonda», e i due fuggirono sul colle dove sorge il paese attuale, fondandolo. È una favola eziologica classica, di quelle che spiegano una forma del paesaggio con una colpa collettiva, e ha il pregio di dire una verità geologica in forma narrativa: qui la terra, letteralmente, si sprofonda.
Roccantica in tre province in sedici anni
La terza curiosità è amministrativa e fa sorridere chi conosce la burocrazia italiana. Dal 1861 al 1923 Roccantica fu umbra, in provincia di Perugia, insieme a tutto il circondario di Rieti; dal 1923 al 1927 fu romana; dal 1927 è reatina, ma per dodici anni non fu nemmeno un comune, perché il riordino fascista la accorpò ad Aspra, l'attuale Casperia, che dista pochi chilometri e con cui i rapporti di campanile sono, come si può immaginare, affettuosamente competitivi. L'autonomia tornò nel 1939. Un roccolano nato nel 1915 ha cambiato provincia due volte e comune una senza mai spostarsi di casa. Se cercate una sintesi delle vicende dell'Italia interna, questa vale un manuale.
Il nome di Roccantica e il fondo antico
L'ultima curiosità riguarda il nome, che a differenza di tanti toponimi fantasiosi ha una genealogia documentata. Fundus Antiquus nel 792, Rocha de Antiquo dopo la fortificazione del IX-X secolo, Roccantica nella forma moderna: la rocca del fondo antico. Il nome dice esattamente cosa il paese è stato per quasi mille anni, un punto di controllo su una valle e su un pezzo di territorio che qualcuno voleva possedere e qualcun altro prendere. Nella prosa turistica lo si legge spesso tradotto come «rocca antica», ed è una traduzione che funziona ma perde la sfumatura: il fondo era antico già nell'VIII secolo, il che sposta indietro l'orizzonte del luogo fino all'età romana, quando la Sabina era terra di ville e di frantoi.

Una cosa che non ti dice nessuno su Roccantica (RI)
Le guide raccontano volentieri gli affreschi, la torre, il panorama e l'olio. Raccontano molto meno volentieri due cose scomode. La prima è che il capolavoro di Roccantica, il ciclo di Santa Caterina, non si vede quando si vuole: la chiesa è di proprietà privata, gli affreschi sono stati a lungo in restauro e l'accesso dipende da aperture concordate con il Comune e la Pro Loco. Arrivare fin qui e trovare la porta chiusa è un'esperienza comune, e la si evita solo prenotando la visita guidata al numero indicato nel dossier iniziale. La seconda è che Roccantica, come decine di borghi della stessa fascia, gioca una partita difficile per la propria esistenza, e il visitatore, senza saperlo, è uno dei giocatori in campo. Capire la fragilità di un luogo fa parte del capirlo, e un turista informato è un turista migliore.
Il numero che nessuno mette in copertina: la demografia di Roccantica
I residenti sono poco più di cinquecento, e questo dato contiene tutto. Un paese di cinquecento persone ha una massa critica insufficiente per sostenere da solo i servizi che diamo per scontati: una scuola completa, un ambulatorio aperto ogni giorno, un alimentari con assortimento pieno, un trasporto pubblico frequente. La conseguenza è una dipendenza strutturale dai centri maggiori: per la spesa importante si va a Poggio Mirteto, per la sanità specialistica a Rieti o a Roma, per le superiori fuori paese. Ogni servizio che se ne va rende la permanenza più difficile per chi resta, e ogni famiglia che se ne va rende più difficile mantenere il servizio successivo. È una spirale, e la conoscono tutti i sindaci dell'Appennino.
La spirale, però, non è irreversibile, e va detto altrimenti il quadro è falso. Ci sono paesi in questa stessa fascia che hanno stabilizzato la popolazione, visto tornare giovani famiglie, riaperto attività. Le condizioni sono sempre le stesse: connettività decente, distanza accettabile da un polo di servizi, patrimonio edilizio recuperabile a costi ragionevoli, una comunità che non si arrende. Roccantica ha le prime tre in buona misura e sulla quarta lavora con strumenti concreti: una Pro Loco che gestisce un ostello e le visite guidate, un'associazione che porta ogni estate giovani volontari europei a collaborare con il Comune, una festa di Ferragosto che mobilita un migliaio di costumi cuciti da una sartoria locale. Il lavoro da remoto degli anni della pandemia ha reso plausibile vivere a un'ora da Roma pagando l'immobile una frazione del prezzo capitolino; quel movimento si è in parte ritirato, ma ha lasciato in molti borghi sabini un nucleo di nuovi residenti che prima non c'era.
Le seconde case a Roccantica: la salvezza che ha un costo
Ecco l'argomento su cui le guide sorvolano e su cui nei bar del paese si discute davvero. Il recupero del centro storico è avvenuto in gran parte grazie all'acquisto di case da parte di non residenti: romani, stranieri, discendenti di emigrati. Senza quegli acquisti una parte consistente del patrimonio edilizio sarebbe crollata, letteralmente. Le case vuote non aspettano: gli infissi marciscono, i tetti cedono, l'acqua entra, e in vent'anni una casa abbandonata diventa un rudere pericoloso. Le seconde case hanno salvato le pietre. Ma le pietre non sono il paese. Un centro storico perfettamente restaurato e abitato tre settimane l'anno è un museo di se stesso: bellissimo da fotografare, morto da vivere. Il fenomeno ha un nome, gentrificazione rurale, e produce effetti misurabili: i prezzi salgono e i giovani del posto non riescono più a comprare in paese, le attività si tarano sui picchi stagionali e chiudono nei mesi vuoti, la vita associativa si assottiglia perché chi c'è due settimane non entra nel comitato della festa.
La controargomentazione esiste ed è forte: senza quei soldi non ci sarebbe niente da difendere, e molti proprietari di seconde case partecipano, spendono, si impegnano, alcuni si trasferiscono davvero. Non è una questione manichea, è una questione di equilibrio che si sposta di continuo. Ve lo racconto perché cambia il modo di guardare. Quando camminate per Roccantica in una giornata di febbraio e trovate i vicoli deserti e le persiane chiuse, non state vedendo un paese pittorescamente addormentato: state vedendo l'esito di un processo economico preciso. E quando tornate a Ferragosto e trovate le stesse strade piene, capite che le due immagini sono la stessa storia vista in due momenti.
La montagna di Roccantica si riprende quello che le abbiamo tolto
La seconda cosa che nessuno dice riguarda il paesaggio e contraddice frontalmente la retorica del borgo immerso nella natura incontaminata. Il paesaggio attorno a Roccantica non è natura: è un artefatto umano, costruito in secoli di lavoro e vivo solo finché qualcuno lo lavora. Gli oliveti terrazzati, i muretti a secco, i sentieri, le radure, i prati da sfalcio esistono perché qualcuno li ha creati e li mantiene. Quando la manutenzione cessa la natura riprende il suo corso, e il suo corso in Appennino è uno solo: il bosco. Prima i rovi e le ginestre, poi gli arbusti pionieri, poi le specie forestali. In vent'anni un oliveto abbandonato è irriconoscibile, in quaranta è bosco.
Questo processo, che i tecnici chiamano ricolonizzazione forestale, è ambivalente. Da un lato aumenta la superficie boscata, la biodiversità forestale, l'assorbimento di carbonio, il ritorno della fauna. Dall'altro cancella un paesaggio culturale stratificato, riduce gli ambienti aperti che ospitano specie diverse da quelle del bosco e, soprattutto, aumenta il rischio idrogeologico e di incendio nelle fasce intermedie abbandonate. Chi sale verso l'eremo di San Leonardo lo vede con chiarezza: si passa da oliveti in produzione a oliveti con l'erba alta, poi a terrazzamenti in cui gli olivi sopravvivono soffocati dai rovi, poi a macchia in cui i muretti si intravedono sotto la vegetazione. È una cronologia dell'abbandono leggibile in mezz'ora di cammino. La conseguenza pratica è duplice: la sentieristica va verificata, perché tracciati indicati su mappe vecchie possono essere impraticabili; e comprare olio da un produttore di qui è un atto di manutenzione del paesaggio, il meccanismo concreto attraverso cui l'oliveto che siete venuti a fotografare continua a esistere.
L'acqua, i terremoti e i rischi che nessuno mostra ai turisti di Roccantica
Terza verità scomoda: questo territorio è sismico e idrogeologicamente fragile. La parrocchiale che vedete oggi esiste perché la precedente, ancora incompiuta, crollò con il terremoto del 1702, lo stesso che colpì Amatrice; la torre di Niccolò II ha subito danni da terremoti e incuria prima dei restauri; e la provincia di Rieti sa cosa hanno significato le scosse del 2016 ad Amatrice e nell'alta valle del Tronto. I borghi a fascia, con murature in pietrame e malta, solai in legno ed edifici addossati che si scaricano l'uno sull'altro, hanno comportamenti sismici complessi: quando trovate un vicolo puntellato o un edificio transennato non state guardando incuria, state guardando prudenza.
C'è poi il dissesto legato alle acque. Su versanti ripidi con substrato calcareo e coperture detritiche, le piogge intense provocano ruscellamento concentrato, erosione, piccoli movimenti franosi; la rete di muretti, canalette e drenaggi costruita nei secoli serviva a governare tutto questo e il suo abbandono aumenta la vulnerabilità. Per il visitatore la traduzione è semplice: rispettate le chiusure. Se un sentiero è interdetto o un tratto della rocca non è accessibile non è per dispetto. E in caso di allerta meteo rinviate: le provinciali della Sabina sotto pioggia intensa possono presentare smottamenti e caduta massi.
Il turismo che serve a Roccantica e quello che non serve
Quarta cosa che nessuno dice: non tutto il turismo aiuta. Il visitatore che arriva alle undici, scatta venti foto, mangia il panino portato da casa sui gradini di San Valentino e riparte all'una lascia al paese zero euro e un sacchetto di rifiuti. Il visitatore che si ferma a pranzo, compra una bottiglia d'olio, prende un caffè, magari dorme una notte in ostello, lascia una cifra modesta ma reale, che moltiplicata per qualche migliaio di presenze significa la sopravvivenza di due o tre attività e quindi di due o tre famiglie residenti. C'è poi la distribuzione stagionale: Ferragosto pieno, weekend di primavera pieni, tutto il resto vuoto. Un'attività che lavora quaranta giorni l'anno non è un'impresa, è un hobby. Il turismo che serve è quello infrasettimanale e di bassa stagione: novembre con l'olio nuovo, febbraio con i sentieri deserti, un martedì di maggio. Se potete scegliere, scegliete così: troverete meno servizi aperti ma sarete infinitamente più utili e vedrete un paese vero.
E poi c'è il tema dei circuiti. Un singolo borgo non regge una proposta turistica; un territorio sì. Casperia, Toffia, Torri in Sabina, Poggio Catino, Fara in Sabina, Farfa e Roccantica funzionano insieme molto meglio che separati, ed è la logica con cui chi progetta viaggi su misura, come fa TourLeaderPro per tour privati e aziendali, tratta la Sabina: come sistema, non come collezione di puntini.
Il consiglio che ti do per visitare Roccantica (RI)
Se dovessi comprimere in una frase quello che ho imparato visitando e rivisitando questo borgo direi così: non trattate Roccantica come una tappa, trattatela come una base. È il consiglio più importante che ho, e nasce da un errore che ho visto commettere decine di volte, compreso da me la prima volta. Si arriva, si parcheggia, si sale alla torre, si scattano venti foto, si scende, si prende un caffè e si riparte verso il prossimo puntino sulla mappa. In due ore si è visto tutto e non si è capito niente. Roccantica non ha la densità monumentale di una città d'arte: non ha un museo che assorbe tre ore né una piazza che toglie il fiato. Ha un ciclo di affreschi del 1430, una torre, un eremo rupestre, una dolina e un'atmosfera, e le atmosfere richiedono tempo di esposizione. È come la fotografia analogica: se aprite l'otturatore per un centesimo di secondo in una stanza buia non ottenete nulla. Serve tempo di posa.
Costruite la giornata a Roccantica al contrario
Il mio schema, testato e affinato, è questo: arrivare presto, salire subito, scendere lentamente. Arrivare presto significa essere in piazza San Valentino entro le nove, quando la luce è radente e i vicoli sono percorsi solo da chi ci vive. Salire subito significa affrontare la scalinata verso la torre di Niccolò II e la chiesetta di Piedirocca a gambe fresche, godendosi la valle del Tevere nel momento in cui l'aria è più tersa. Scendere lentamente significa dedicare le due ore successive al centro storico senza itinerario, dalle tre porte al Borgo Nobile, lasciandosi guidare dai vicoli.
A metà mattinata, quando il paese si sveglia davvero, arriva il momento di Santa Caterina, che si affronta in un solo modo sensato: con la visita prenotata. Se non l'avete fatto, chiedete in paese; in un borgo di queste dimensioni la catena informativa è corta e umana, qualcuno sa chi ha la chiave e spesso è disposto ad aiutarvi. Non è un servizio garantito, è una gentilezza, e va trattata come tale. Il pranzo è il momento in cui non bisogna avere fretta: in una delle trattorie del paese si mangia cucina sabina vera, stringozzi, sughi di cinghiale, formaggi di pecora e capra, e tutto parte dall'olio. Chiedete l'olio in tavola: è la cosa più semplice e più rivelatrice che possiate fare.
Il pomeriggio in quota sopra Roccantica
Dopo pranzo, salite. Da San Valentino parte il sentiero che in mezz'ora porta all'eremo di San Leonardo, passando accanto ai resti di un mulino ad acqua di cui si riconosce la macina in pietra; è la passeggiata giusta per chiunque. Chi ha più gambe prende i sentieri numerati verso Fonte Regna, a 880 metri nella faggeta, o verso la cima del Monte Pizzuto, o devia per il Revotano. Anche una camminata breve cambia la percezione del luogo: guardare Roccantica dall'alto, con il borgo stretto sul suo terrazzo e la valle che si apre sotto, spiega in trenta secondi quello che dieci pagine di storia faticano a comunicare. Chi ha meno tempo può fare in auto la sequenza Poggio Catino, Roccantica, Casperia, poco più di mezz'ora di scorci continui. Ma è un ripiego: la Sabina si capisce a piedi.
Il tramonto a Roccantica è il momento decisivo
Se potete fermarvi fino a sera, fatelo. Il sole cala verso la valle del Tevere e i rilievi della Tuscia, e nell'ultima mezz'ora la pietra chiara delle case assorbe un colore ambrato che nelle ore centrali non esiste. Il Soratte, di giorno un profilo grigio all'orizzonte, diventa una silhouette nettissima contro un cielo che passa dall'arancio al viola. Il pubblico a quell'ora è sparito, chi era venuto per la gita è già in autostrada; restano gli abitanti, qualche gatto e voi. È il momento in cui i borghi dell'Italia interna smettono di essere attrazioni e tornano a essere paesi.
Roccantica in due giorni: lo schema che propongo
Il consiglio strategico è di non venire solo per Roccantica, non perché non lo meriti ma perché il suo valore aumenta enormemente dentro un percorso. Primo giorno: arrivo da Roma in mattinata, sosta all'Abbazia di Farfa, pranzo nella zona, pomeriggio a Fara in Sabina con il suo belvedere sulla valle, notte in agriturismo. Secondo giorno: mattina a Roccantica con torre e Santa Caterina, pranzo in paese, pomeriggio diviso fra Casperia e Torri in Sabina, rientro in serata. Chi ha tre giorni aggiunge Montebuono, Toffia, le Gole del Farfa e una giornata sui Sabini. Chi arriva dall'estero trova la guida in inglese all'Abbazia di Farfa su ItalyPlanner, che ragiona in termini di logistica reale.
Tre errori da non fare a Roccantica
Il primo è venire di lunedì senza verificare: in molti piccoli centri è giorno di chiusura, e fuori stagione si rischia di trovare il paese addormentato. Il secondo è arrivare senza aver verificato le aperture: vale per Santa Caterina, per la torre, per l'Archivio. Cinque minuti di telefonata risparmiano un viaggio a vuoto. Il terzo, il più sottile, è trattare il paese come uno sfondo. Roccantica ha abitanti, e quegli abitanti vivono nei vicoli che state fotografando. Salutate. Chiedete prima di fotografare una persona. Non parlate ad alta voce alle nove di sera. Non entrate nei cortili anche se la porta è aperta, perché nei borghi le porte aperte non sono un invito, sono una consuetudine.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti, in Sabina, sanno che a Roccantica c'è stato un seminario. Pochi ricordano chi ci ha celebrato messa. Il grande complesso che chiude il paese sul lato della montagna nasce nel 1454 come convento dei Minori Riformati, per iniziativa di Orsino Orsini con l'approvazione di papa Niccolò V, e per tre secoli e mezzo è convento-scuola di filosofia dei francescani. Le soppressioni napoleoniche del 1810 lo svuotano; poi diventa casa di studio, preghiera e villeggiatura per i seminaristi del Pontificio Seminario Romano Maggiore, il seminario della diocesi di Roma. Ed è qui che entra in scena un giovane sacerdote bergamasco. Angelo Giuseppe Roncalli, ordinato prete a Roma il 10 agosto 1904, celebrò a Roccantica, secondo la memoria del paese, la sua seconda messa. Cinquantasei anni dopo, da papa Giovanni XXIII, tornò: il 12 settembre 1960 visitò il Seminario Romano Maggiore a Roccantica e rivolse ai seminaristi un discorso in cui chiedeva la preghiera quotidiana per il Concilio Vaticano II che stava preparando, un testo che l'archivio della Santa Sede conserva con quella data e quel titolo. Il papa che avrebbe cambiato la Chiesa del Novecento pregò per il suo Concilio in un paese di cinquecento anime della Sabina.
Il fatto merita di essere citato più spesso per una ragione ulteriore, quasi ironica. Il nome che Roncalli scelse nel 1958, Giovanni XXIII, era già stato usato nel Quattrocento da Baldassarre Cossa, il papa dello scisma che nel 1415 aveva donato Roccantica a Francesco Orsini; la scelta di Roncalli sancì che Cossa era stato un antipapa e ne cancellò il numero dalla serie. Roccantica, quindi, ha nel suo archivio la bolla di un Giovanni XXIII che non conta e nella sua memoria la visita del Giovanni XXIII che conta. Il seminario fu ampliato negli anni Venti con un'ala nuova e ritoccato alla fine degli anni Cinquanta; chiuse come seminario alla fine degli anni Ottanta, ospitò per un periodo una comunità religiosa e da oltre un decennio è abbandonato. Dentro c'è la chiesa di Sant'Antonio da Padova. Non si visita; si guarda da fuori, e già da fuori la mole racconta quanto quel paese ha contato per la Chiesa di Roma.
Un secondo fatto risaputo e poco citato riguarda le Clarisse. Il vecchio castello degli Orsini, abbandonato come residenza quando nel 1576 la famiglia costruì il Borgo Nobile, fu donato da Felice della Rovere, figlia naturale di papa Giulio II e vedova di Gian Giordano Orsini, a una pia donna, Maddalena Ferracuti, perché ne facesse un monastero di Clarisse. Felice della Rovere è uno dei personaggi femminili più potenti del Rinascimento romano, reggente dello stato Orsini di Bracciano per anni; che il suo nome compaia nelle carte di Roccantica dice quanto il borgo fosse dentro la rete dei grandi. Le monache restarono fino alle soppressioni del 1810, il monastero fu ripristinato nel 1816 e sciolto definitivamente nel 1864; oggi l'edificio, dopo vari passaggi, è privato e abitato. Quando passate sotto le sue mura state passando sotto la fortezza Orsini trasformata in clausura.
La visita a Roccantica luogo per luogo
Il corpo della visita si fa a piedi, dal basso verso l'alto, e poi fuori dal paese verso la montagna. Descrivo ogni luogo nell'ordine in cui lo incontra chi arriva dalla strada, con quello che c'è da sapere davanti a ogni pietra. Il tempo indicato è quello di una visita attenta, non di una corsa.
Piazza San Valentino e la chiesa di San Valentino, la porta di Roccantica
Si comincia dalla piazza all'ingresso, dove arriva l'autobus e dove si affaccia ciò che resta della chiesa di San Valentino, la più antica del paese e quella che gli dà il nome nei documenti. Compare nel 792 in una donazione pro remedio animae all'abbazia di Farfa, nell'870 è citata di nuovo, intorno al 1300 fu ricostruita in forme gotico-romaniche e divenne parrocchiale: aveva un ampio portico in facciata retto da quattro pilastri, sormontato da un oculo. Sull'altare maggiore c'era una tempera su tavola di Bartolomeo Torresani, pittore veronese attivo nel Cinquecento in Sabina e a Rieti, che oggi si trova nella parrocchiale. La storia recente è dura: nel 1932 la chiesa, in cattive condizioni, fu in parte demolita e l'area trasformata in Parco della Rimembranza per i caduti; a metà degli anni Cinquanta il parco fu interrato, e quello che resta è consacrato a Monumento ai Caduti delle due guerre. Davanti a queste mura vale un pensiero: un edificio citato per la prima volta quando Carlo Magno non era ancora imperatore è sopravvissuto a undici secoli e ha ceduto al Novecento. Qui, la domenica dopo Sant'Antonio, si benedicono gli animali; da qui, la prima domenica dopo il 14 febbraio, parte la festa del patrono. Ed è da qui che parte il sentiero per l'eremo di San Leonardo.
Le tre porte di Roccantica: Porta Reatina, Porta Nuova, Porta dell'Arco
Nel borgo si entra per tre porte, superstiti della cinta a tre cerchie: il Portone, detto anche Porta Reatina perché guardava verso Rieti; Porta Nuova; Porta dell'Arco. Non aspettatevi torri merlate: sono varchi nella cortina delle case, spesso sormontati da un edificio, che nel Medioevo si chiudevano al tramonto. Il gioco che consiglio è cercare, per ciascuna, la logica: da dove veniva chi la usava, quale strada esterna vi arrivava, quale mulattiera. Il Portone serviva la strada verso l'interno dei Sabini; le altre due servivano i collegamenti con la valle e con i borghi vicini. Osservate le spalle in pietra squadrata e le riprese in pietrame minuto: sono le fasi costruttive leggibili nella tessitura muraria, conci regolari nelle porzioni signorili, malta abbondante nelle parti tarde, riprese moderne dove il consolidamento è intervenuto. Imparare a fare questa lettura rende ogni rudere infinitamente più ricco, e poi si applica a tutti i borghi della zona.
La parrocchiale di Santa Maria Assunta a Roccantica
La chiesa madre del paese ha una storia che comincia con un crollo. L'edificio precedente, unica costruzione nuova del borgo, cadde ancora incompiuto con il terremoto del 1702; la ricostruzione fu possibile grazie a un legato testamentario di Paolo Leonardi e al contributo della comunità, mentre i marchesi Vincentini non parteciparono alla spesa, un dettaglio che il paese non dimenticò. La chiesa fu benedetta nel 1740 e consacrata nel maggio 1743. L'interno è a navata unica con sei cappelle, e conserva le cose migliori arrivate da San Valentino: il fonte battesimale che fa anche da acquasantiera, di fattura cinquecentesca, e la pala d'altare della Vergine in trono con il Bambino attribuita a Bartolomeo Torresani. Ci sono due statue della Vergine, una statuetta di San Valentino patrono e una teca con una reliquia attribuita a San Feliciano, il vescovo umbro che secondo la tradizione consacrò Valentino vescovo di Terni. Il legame con Terni non è casuale: il Valentino venerato qui è quello interamnate, e la Sabina ha sempre guardato all'Umbria almeno quanto a Roma. La mia opinione: è una chiesa settecentesca di provincia, sobria, e proprio per questo la tavola di Torresani sull'altare colpisce, perché è l'unico oggetto che parla la lingua del Cinquecento in un contenitore che parla quella del Settecento.
La chiesa di Santa Caterina d'Alessandria a Roccantica: il ciclo del 1430
Se la torre è il simbolo di Roccantica, Santa Caterina è il suo tesoro, e uso la parola con cognizione di causa. È una chiesetta del XIII secolo nella parte alta del nucleo medievale, ricostruita su un edificio preesistente per volere di Armellao de' Bastoni di Ascoli, nominato governatore del castello da papa Martino V nel 1427, in previsione delle nozze del figlio primogenito. Nel 1430, con una data che le fonti fissano al primo giugno, fu affrescata da Pietro Coleberti da Piperno, cioè da Priverno, pittore di formazione umbro-senese che lavorò fra Lazio meridionale e Sabina. Il ciclo è tardogotico: linee sinuose, oro, gesti enfatici, cura dei dettagli di abiti e architetture, la lingua figurativa che in quegli stessi anni Gentile da Fabriano e i senesi parlavano nelle grandi città, qui tradotta per una committenza di provincia da un maestro che sapeva il mestiere. Se lo stesso ciclo fosse in Toscana o in Umbria ci sarebbero code e bookshop. Qui c'è silenzio, e il silenzio è insieme un privilegio per chi entra e un problema per la conservazione.
La chiesa è di proprietà privata e per anni gli affreschi sono stati in restauro; l'accesso passa dalle visite guidate organizzate con il Comune e la Pro Loco. Prenotate. La regola di ogni ambiente affrescato vale anche qui: niente flash, in nessun caso, perché la luce diretta ravvicinata danneggia le pellicole pittoriche e produce comunque immagini pessime.
Le otto storie di Santa Caterina dipinte da Pietro Coleberti
Le pareti raccontano in otto riquadri la vita e il martirio di Caterina d'Alessandria, la santa filosofa che secondo la leggenda aurea sfidò l'imperatore Massenzio. Si legge come un fumetto sacro, e conviene seguirlo nell'ordine. La disputa con i filosofi: Caterina, giovane e colta, confuta i cinquanta sapienti convocati dall'imperatore per convincerla; guardate i volti dei dotti, resi con l'ironia di chi aveva visto molte dispute universitarie. Lo sposalizio mistico: la santa riceve l'anello dal Bambino in braccio alla Vergine, il tema più amato dai pittori del Quattrocento per la tenerezza che consente. La flagellazione. La visita in carcere e la conversione dell'imperatrice e di Porfirio, il capo delle guardie, episodio in cui Coleberti concentra la scena in uno spazio chiuso e la fa vivere con i gesti. Il martirio dei filosofi convertiti, mandati al rogo. Sulla parete di fondo, la rivelazione all'imperatrice e il supplizio della ruota, la macchina dentata che un angelo spezza prima che tocchi la santa: è la scena più celebre dell'iconografia di Caterina e quella in cui il pittore gotico si diverte con le meccaniche. A destra dell'ingresso, il martirio dell'imperatrice e di Porfirio, la decapitazione della santa e la sua sepoltura sul monte Sinai a opera degli angeli. Il ciclo si completa con l'Annunciazione e l'Incoronazione della Vergine in alto, il Redentore e santi a sinistra dell'ingresso e, sopra l'altare, una Crocifissione che le fonti locali attribuiscono a Giovanni di Pietro detto lo Spagna, il pittore umbro allievo del Perugino, mentre altre la assegnano più prudentemente a un anonimo umbro del Quattrocento: è in pessimo stato di conservazione e l'attribuzione resta un'ipotesi da trattare come tale.
Un consiglio che do sempre davanti alla pittura di questo periodo: guardate i fondali. Il fondale è il luogo in cui il pittore si concede libertà, inserendo colline, alberi, torri e borghi che assomigliano sospettosamente a quelli che aveva sotto gli occhi. Con un po' di attenzione si coglie il paesaggio sabino del Quattrocento filtrato dallo sguardo di un uomo che ci lavorava dentro. E guardate gli abiti: le vesti dell'imperatrice e delle dame sono un catalogo di moda del 1430, con le maniche a sbuffo e i copricapi che le corti italiane portavano allora. Un ciclo pensato per chi non sapeva leggere ci restituisce oggi informazioni che i documenti scritti non danno.
Il monastero delle Clarisse e la chiesa di Santa Chiara a Roccantica
Salendo si costeggia il grande edificio che fu il castello Orsini e poi, dal tardo Cinquecento, il monastero delle Clarisse, con la chiesa di Santa Chiara come cappella palatina. La storia della donazione di Felice della Rovere l'ho raccontata nel capitolo dei fatti poco citati; qui conta quello che si vede: una massa muraria che ha ancora il passo di una fortezza, aperture ridotte, la posizione dominante sul nucleo antico. Le fonti locali datano la costruzione del monastero al 1583, sui resti del castello Ursino. Le monache, urbaniste e murate, cioè di clausura stretta, vissero qui fino al 1810; il monastero fu ripristinato nel 1816 e sciolto per sempre nel 1864, quando le leggi del Regno soppressero gli ordini. Passò al Comune, poi a privati; oggi è abitato. Non si visita. Ma il pensiero che dietro quelle mura, per quasi tre secoli, un gruppo di donne abbia vissuto senza mai uscire, in un paese da cui tutti sognavano di partire, ha una sua forza.
Il Borgo Nobile e la cappella di San Giuseppe a Roccantica
Sul lato est del paese, quello che i roccolani chiamano semplicemente «il palazzo», sorge il Borgo Nobile, la residenza che gli Orsini eressero nel 1576 quando lasciarono il castello alle monache. Non è un palazzo, è un borgo-fortezza rinascimentale progettato per essere autonomo in caso di assedio: dentro la cinta c'erano cantine per il vino, l'olio e il grano, una macina, un frantoio, tinaie, legnaie, piccoli orti. Nel 1696 il governatore Giuseppe Vicentini vi fece erigere la cappella palatina di San Giuseppe su progetto di Francesco Fontana, figlio del più celebre Carlo Fontana e architetto di primo piano nella Roma di fine Seicento; nove anni dopo Vicentini comprò da Marie Anne de la Trémoille, vedova di Flavio Orsini, il paese e il titolo di marchese. La cappella ha marmi pregiati, un organo antico e un dipinto dello Sposalizio della Vergine che le fonti locali riferiscono a un artista cortonese, senza fare nomi: resta un'attribuzione generica. I Vincentini rimaneggiarono più volte il complesso: costruirono un piccolo teatro, modificarono il cammino di ronda, aprirono sul lato sud un giardino interno con gazebo. Il Borgo Nobile è privato e non si visita; dall'esterno se ne apprezzano la compattezza e la posizione. Che una famiglia di governatori sia riuscita a comprare un marchesato da una principessa in odore di corte spagnola dice molto su come funzionava lo Stato pontificio del Settecento.

La torre di Niccolò II, il segno verticale di Roccantica
La torre è ciò che identifica Roccantica da chilometri di distanza: la si vede dalla provinciale, dalla valle, da diversi punti dei borghi vicini. Sorge nella parte più alta del paese, su uno dei punti più elevati della Sabina occidentale, ed è a sezione quadrata. Le fonti locali la vogliono normanna, eretta dopo il 1059 quando l'esercito degli Altavilla era schierato con Niccolò II, ed è per questo che porta il nome del papa; la voce enciclopedica la data più genericamente a prima dell'anno Mille. Le due datazioni non sono conciliabili e vanno prese per quello che sono: una tradizione locale legata all'evento fondativo del paese e una datazione di massima. Quello che è certo è la funzione: torre di avvistamento e segnalazione, non di difesa, perché nel Medioevo le torri della Sabina comunicavano tra loro con segnali di fuoco e fumo formando una rete di allerta sulla valle tiberina. Ha subito danni da terremoti e incuria, è stata restaurata e riportata, almeno in parte, alla struttura originaria: è cava, e si sale con una scala che corre lungo i muri interni fino a un belvedere.
Salire richiede fiato e qualche minuto di scalinate, e la torre si apre nelle giornate di visita organizzate, quindi va chiesto prima. Il premio è duplice. Il primo è il panorama, che copre l'intera valle del Tevere fino ai rilievi della Tuscia, con il Monte Soratte isolato al centro della scena come una scultura appoggiata sulla pianura. Il secondo, meno immediato, è la comprensione fisica della difesa medievale: da lassù si vede che il borgo è un unico sistema, in cui l'abitato è la cinta e la cinta è l'abitato, e in cui ogni casa era anche un pezzo di muro.
La chiesa della Madonna di Piedirocca ai piedi della torre
Ai piedi della torre, nel punto più alto abitato del paese, in via della Torre 25, sorge la chiesetta della Madonna di Piedirocca, dedicata alla Natività di Maria. La costruirono nel 1790 i marchesi Vincentini, e le fonti locali ne danno una lettura politica gustosa: celebrava i cento anni del possesso del paese ed era una sorta di riparazione per non aver contribuito alla ricostruzione della parrocchiale. La chiesa divenne però il simbolo del paese: la festa dell'8 settembre, spostata alla domenica successiva, era il giorno in cui gli emigrati tornavano dall'estero, e la processione serale è ancora oggi la più sentita dai roccolani. Dentro c'è l'affresco della Vergine in trono con il Bambino; negli anni Settanta il parroco don Guerrino Giacobini ornò le pareti con immagini sacre in ferro battuto, un intervento che si può giudicare come si vuole ma che è a suo modo un documento di devozione popolare. L'edificio è stato modificato rispetto all'impianto originario. Il consiglio è di arrivare qui per ultimi, al tramonto: è il posto giusto per sedersi.
Il Seminario Romano Maggiore e la chiesa di Sant'Antonio
La mole del Seminario chiude il paese sul lato della montagna. La sua storia, dal convento francescano del 1454 alla visita di Giovanni XXIII del 12 settembre 1960, l'ho raccontata nel capitolo dei fatti poco citati. Davanti all'edificio si leggono le fasi: il nucleo conventuale, l'ala nuova degli anni Venti, i ritocchi della fine degli anni Cinquanta. È abbandonato da oltre un decennio e non si visita; la chiesa di Sant'Antonio da Padova è all'interno. È l'edificio più grande di Roccantica e il più malinconico, e la mia opinione netta è che il suo destino sia la vera domanda aperta sul futuro del paese: un contenitore di quelle dimensioni, in un borgo di cinquecento abitanti, o trova una funzione o diventa un rudere.
L'Archivio storico di Roccantica
Nel palazzo comunale, riordinato e sistemato nella sede attuale fra gli anni Ottanta e Novanta, l'Archivio storico conserva pergamene di atti notarili, brevi e bolle papali, miscellanee di documenti sulla vita del borgo dal Medioevo in poi, in originale e in copia, insieme a oggetti di varie epoche: chiavi antiche, schioppi, attrezzi da lavoro. Si visita su richiesta. Per un paese così piccolo è una cosa rara, e spiega perché la storia di Roccantica si può raccontare con date e nomi invece che con «si dice»: la memoria è scritta e custodita.
I vicoli di Roccantica: il borgo che si legge come un libro di pietra
Roccantica, come tutti i borghi a fascia, è un documento leggibile, e imparare a leggerlo trasforma una passeggiata in un'indagine. Guardate gli architravi: molte porte portano date incise, iniziali, simboli, firme delle famiglie che costruirono o ristrutturarono la casa, e la loro distribuzione racconta le fasi di espansione. Guardate le finestre murate: quando un'apertura è chiusa con pietrame diverso, l'edificio ha cambiato funzione o proprietà, due case sono state unite o separate, un piano è stato ceduto. Guardate gli archi di scarico sopra le porte, che rivelano muri costruiti per resistere alle spinte del pendio. Guardate i passaggi coperti, dove un edificio scavalca il vicolo: quando non si poteva crescere in orizzontale si costruiva sopra la strada pubblica, con concessione dell'autorità, e ogni passaggio coperto è la traccia di una trattativa avvenuta secoli fa tra un privato e la comunità. E guardate i dislivelli interni, le case con l'ingresso al piano terra da un lato e al secondo piano dall'altro: la firma dell'insediamento in pendenza.
Chi prende gusto a questa lettura scopre che i borghi vicini si comportano diversamente pur nella somiglianza. Casperia ha una struttura concentrica a spirale attorno al colle. Toffia gioca su un impianto allungato lungo un crinale. Roccantica è a fascia, appoggiata al fianco della montagna. Tre soluzioni allo stesso problema, tutte medievali, tutte a pochi chilometri l'una dall'altra: una lezione di urbanistica a cielo aperto che vale il viaggio da sola.
L'eremo di San Leonardo e il mulino: la passeggiata di Roccantica
Dalla chiesa di San Valentino parte il sentiero che in circa trenta minuti porta all'eremo di San Leonardo, sul fianco della montagna. Lungo il percorso si incontrano i resti di un mulino ad acqua, riconoscibili dalla ruota in pietra della macina: è il mulino che serviva il paese quando il grano si macinava a chilometro zero, e vale una sosta perché è archeologia industriale altomedievale senza cartello. L'eremo è una struttura rupestre che le fonti locali datano all'VIII-IX secolo, l'epoca in cui il modello eremitico di Leonardo di Noblac, il santo francese protettore dei prigionieri, spingeva i devoti a cercare la solitudine nelle grotte; la datazione è presunta, non documentata, e va presa come tale. Sono due stanzette scavate nella roccia, una per abitare e una per pregare, con un piccolo forno e una polla d'acqua che, dicono a Roccantica, mantiene sempre lo stesso livello. Alle pareti, affreschi più tardi con San Leonardo e Santa Caterina, riferiti a Jacopo da Roccantica, che la tradizione locale vuole allievo di bottega di Pietro Coleberti: un ragazzo del paese che avrebbe imparato il mestiere guardando il maestro dipingere Santa Caterina nel 1430 e poi avrebbe portato la santa anche nella grotta. È una bella storia, e ha almeno la coerenza dei soggetti. Accanto all'eremo, una falesia attrezzata per l'arrampicata sportiva, a circa cinquecento metri di quota fra i boschi, con avvicinamento di un paio di minuti dall'auto: chi arrampica la conosce come falesia di Roccantica.
Il Revotano, la dolina di Roccantica
Il Revotano si raggiunge con i sentieri numerati 6 e 3 della rete locale, solo a piedi. È una voragine di 250 metri di diametro creata dal crollo della volta e delle pareti di cavità carsiche, con le pareti che scendono ripide nel bosco. Non aspettatevi un belvedere attrezzato: è un luogo da guardare con rispetto, restando sul bordo e lontano dai margini instabili. Per secoli fu creduto un cratere; è la leggenda della bionda che corre. Se avete letto il capitolo delle curiosità sapete già perché la terra qui si sprofonda.
Il Monte Pizzuto, Fonte Regna e la faggeta sopra Roccantica
Il territorio di Roccantica si legge come una sezione verticale della Sabina intera. In basso, sulle pendici esposte e drenate, regna l'olivo, con filari secolari che compongono il paesaggio dell'olio Sabina DOP. Salendo, gli olivi lasciano il posto alla macchia, poi ai boschi misti di roverella e carpino e infine, oltre gli ottocento-novecento metri, alle faggete dei versanti freschi del Monte Pizzuto. Il sentiero numero 7 sale a Fonte Regna, una sorgente a 880 metri nel bosco di faggi; il numero 6 punta alla cima del Pizzuto, 1.288 metri. Camminare in una faggeta matura è un'esperienza specifica: la chioma è così densa che il sottobosco resta quasi spoglio, si cammina su un tappeto di foglie tra tronchi grigi e lisci che salgono dritti per venti metri, la luce è verde in primavera e dorata in autunno, le foglie assorbono i suoni. Nelle giornate di nebbia l'effetto è francamente irreale. La fioritura di marzo e aprile, prima che le foglie chiudano la luce, copre il suolo di anemoni, scille e dentarie: è il periodo in cui vale la pena camminare con la testa bassa.
La fauna è quella dell'Appennino a quote medie: cinghiali abbondanti, caprioli in espansione, volpi, tassi, istrici, poiane e gheppi, allocchi nelle notti di primavera. Non è natura selvaggia in senso stretto, è natura convissuta con l'uomo per millenni, ed è proprio per questo interessante. La rete sentieristica è in parte segnalata e in parte no: alcuni tracciati sono tenuti, altri sono mulattiere che la vegetazione si sta riprendendo. Se puntate alla cima portate una cartografia adeguata, scaricate le tracce perché la copertura telefonica non è garantita, partite presto: il dislivello dal paese alle quote sommitali supera gli ottocento metri e va rispettato. Il Cammino dei Borghi Sabini e la sua variante cicloturistica passano di qui, così come il Cammino del nuovo Umanesimo; l'associazione locale organizza escursioni in montagna, e ogni primavera la giornata di Roccantica Montagna in Festa si chiude con un pranzo comunitario. Dalla vicina SP 46, verso il Monte Tancia, si sale in un chilometro e quattrocento metri all'eremo di San Michele Arcangelo, in territorio di Monte San Giovanni in Sabina: se avete un'altra mezza giornata, è la gita gemella di San Leonardo.
La foto giusta da fare a Roccantica (RI)
Una parte non trascurabile del motivo per cui visitiamo i borghi è che sono fotogenici, e non c'è niente di male purché la fotografia non sostituisca l'esperienza. Qui sono molto pratico: dove, quando e come fare le immagini che restituiscono il carattere di Roccantica, evitando le cartoline intercambiabili che si potrebbero scattare in qualunque paese del centro Italia.
Lo scatto principale: Roccantica a fascia vista da fuori
La fotografia che identifica Roccantica meglio di ogni altra non si fa dentro il paese, si fa da fuori. Bisogna allontanarsi lungo la provinciale, in direzione di Casperia o di Poggio Catino, fino a una delle curve in cui il paese si presenta di profilo con la sua struttura a fascia perfettamente leggibile: la cortina di case che segue la curva di livello, i tetti scalati, la torre in cima, il Pizzuto alle spalle. È lo scatto che spiega, perché la ragion d'essere di questo borgo si vede solo dalla distanza; dentro i vicoli si percepisce la pendenza, non il disegno. Cercate un punto che includa una porzione di oliveto in primo piano: l'argento delle foglie contro la pietra chiara funziona sempre. L'ora è il tardo pomeriggio, quando la luce calante scolpisce i volumi e rende visibile la stratificazione dei tetti; a mezzogiorno la stessa inquadratura è piatta. I mattinieri provino poco dopo l'alba, con la foschia bassa nella valle che regala l'effetto di paese sospeso.
Il panorama dalla torre di Roccantica
Dal belvedere della torre si accede al punto di vista opposto: non il paese visto da fuori, ma il mondo visto dal paese. Non tentate la panoramica totale, che produce quasi sempre immagini generiche. Isolate: un'ottica media o un tele comprime i piani e cattura la sequenza delle colline sovrapposte, ciascuna con una tonalità di azzurro diversa, l'effetto che i pittori chiamano prospettiva aerea. Un elemento in primo piano, un pezzo di muratura o un ramo, dà profondità. E se ci sono nuvole ringraziate: un cielo terso, nelle panoramiche, è la cosa più noiosa che esista.
I dettagli dei vicoli di Roccantica
Le immagini che nel tempo mi hanno dato più soddisfazione sono i dettagli: un architrave con una data incisa, una porta di legno con la vernice a scaglie, gerani su un davanzale di pietra, una scalinata che gira e sparisce, un gatto su un gradino caldo, un passaggio coperto che incornicia un rettangolo di luce. Questi soggetti funzionano con qualsiasi luce, anche a mezzogiorno, anche con il cielo coperto, anche sotto la pioggia: i basoli bagnati producono riflessi che asciutti non esistono, e i giorni grigi restituiscono i colori della pietra con una fedeltà che il sole pieno brucia. Un esercizio che consiglio: fate un giro intero del centro storico senza scattare, solo guardando; poi rifatelo con la macchina in mano. La differenza è impressionante.
Santa Caterina e la fotografia davanti agli affreschi
Il ciclo di Coleberti merita di essere fotografato con tre precauzioni. Chiedere il permesso a chi apre. Non usare il flash, mai. Rispettare il luogo: se c'è una funzione o qualcuno che prega, la macchina resta nella borsa. Tecnicamente servono sensibilità alta e mano ferma; un treppiede da tavolo, dove consentito, risolve molto. Ricordate che una foto di un affresco è quasi sempre inferiore all'esperienza diretta: fatene una o due come promemoria e poi guardate con gli occhi.
La faggeta e Medioevo in Festa: due situazioni particolari
La faggeta in autunno è il soggetto più spettacolare del territorio e il più insidioso: il contrasto fra chiome illuminate e tronchi in ombra mette in crisi ogni esposimetro. Fotografate nelle giornate velate o nelle prime ore, con luce diffusa, e isolate gruppi di tronchi invece di tentare la vista d'insieme. Medioevo in Festa, a Ferragosto, è un banco di prova diverso: cortei serali, fuochi, un migliaio di costumi, pubblico. Serve un obiettivo luminoso e soprattutto discrezione, perché è una rappresentazione comunitaria e non un set; le immagini migliori sono quelle rubate da lontano con un tele, che colgono i volti concentrati senza interferire. Un vantaggio raro: l'organizzazione presta gratuitamente i costumi d'epoca ai visitatori, quindi potete finire dentro la fotografia invece che dietro.
La foto di Roccantica che nessuno fa e che vi consiglio
Tutti fotografano il borgo, la torre, il panorama. Pochissimi fotografano gli oliveti terrazzati sotto il paese, ed è un errore. Quei terrazzamenti sono il vero monumento di questo territorio: muretti a secco costruiti a mano, generazione dopo generazione, per strappare alla montagna qualche metro quadro coltivabile. Rappresentano una quantità di lavoro umano che nessun castello eguaglia. Fotografateli con luce radente, di mattina presto o di sera, quando le ombre rivelano i gradoni; includete il paese in alto, piccolo, come coronamento. Otterrete un'immagine che racconta la Sabina meglio di qualunque cartolina: un paesaggio costruito, non trovato.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Per un paese di cinquecento abitanti Roccantica ha un calendario di eventi documentati insolitamente denso, e questo si deve all'archivio di Farfa prima e a quello comunale poi. Li elenco in ordine, distinguendo ciò che è scritto da ciò che è tramandato.
792: Roccantica entra nei documenti
Una donazione all'abbazia di Farfa, registrata nel Regesto Farfense, cita la chiesa di San Valentino nel Fundus Antiquus. È l'atto di nascita documentario del paese, e coincide con gli anni in cui Farfa, protetta dai Carolingi, diventava la potenza fondiaria della Sabina. Nell'840 il fondo è interamente dell'abbazia. Dopo il passaggio dei saraceni nell'846 il luogo si fortifica e nel 966 è castrum: in meno di due secoli un fondo agricolo diventa una rocca.
1059-1060: l'assedio dei Crescenzi e il privilegio di Niccolò II
È l'evento che il paese rievoca ogni Ferragosto. Nella lotta fra il papa riformatore Niccolò II e l'antipapa Benedetto X, sostenuto dai Crescenzi e dai conti di Tuscolo, Roccantica tenne per Niccolò e fu assediata. La tradizione vuole che resistesse fino all'arrivo dei normanni di Roberto d'Altavilla, che il papa aveva appena legato a sé al concilio di Melfi dell'agosto 1059, e che alla fine i sopravvissuti fossero dodici. Il 18 aprile 1060 Niccolò II concesse il privilegio che poneva il castello sotto il dominio diretto della Santa Sede, con scomunica per chiunque ne rivendicasse il possesso: uno statuto di protezione che durò fino al 1415. Che la bolla esista è dato d'archivio; il numero dei sopravvissuti è memoria, e come tutte le memorie fondative va rispettata senza essere presa per verbale.
1415-1433: Roccantica passa agli Orsini
La bolla di Giovanni XXIII, il papa pisano poi dichiarato antipapa, dona il castello a Francesco Orsini conte di Gravina; nel 1433 il passaggio al cardinale Giordano Orsini apre la vicenda del ramo di Bracciano. In mezzo, nel 1427, Martino V nomina governatore Armellao de' Bastoni, e tre anni dopo, il primo giugno 1430, Pietro Coleberti termina gli affreschi di Santa Caterina. Sono i quindici anni che hanno dato a Roccantica il suo capolavoro.
1454, 1576, 1583: il convento, il Borgo Nobile, le Clarisse
Tre cantieri in poco più di un secolo cambiano la faccia del paese: il convento dei Minori Riformati approvato da Niccolò V nel 1454, futuro seminario; il Borgo Nobile degli Orsini nel 1576; il monastero delle Clarisse nel castello vecchio, datato dalle fonti al 1583, con la donazione di Felice della Rovere. Da rocca militare Roccantica diventa un piccolo centro di potere religioso e signorile.
1698-1705: la fine degli Orsini e l'acquisto dei Vincentini
L'8 aprile 1698 muore Flavio Orsini, ultimo duca di Bracciano del ramo, e Roccantica torna alla Santa Sede; pochi anni dopo la vedova, Marie Anne de la Trémoille, vende paese e titolo di marchese al governatore Giuseppe Vicentini, che nel 1696 aveva già fatto costruire la cappella di San Giuseppe su disegno di Francesco Fontana. Una famiglia di amministratori diventa signora del luogo che amministrava.
1702-1743: il terremoto e la nuova parrocchiale
Il terremoto del 1702, lo stesso che devastò l'area di Amatrice e Norcia, fa crollare la chiesa nuova ancora incompiuta. La ricostruzione, pagata da un legato di Paolo Leonardi e dalla comunità, si chiude con la benedizione del 1740 e la consacrazione del maggio 1743. Nel 1790 i Vincentini costruiscono la chiesetta di Piedirocca.
1810-1864: le soppressioni
Le leggi napoleoniche del 1810 chiudono convento e monastero; le Clarisse tornano nel 1816 e vengono sciolte per sempre nel 1864 dalle leggi del Regno d'Italia, arrivato con il plebiscito del 4 e 5 novembre 1860. Roccantica finisce in provincia di Perugia, dove resta fino al 1923.
1932, 1939, 1946: il Novecento di Roccantica
Nel 1932 la chiesa di San Valentino, citata dal 792, è in parte demolita per farne il Parco della Rimembranza. Nel 1939 il paese riacquista l'autonomia comunale persa nel 1927. L'8 aprile 1946 Anna Montiroli vedova Coccia diventa la prima sindaca d'Italia. Tre date che raccontano un secolo: la modernità che demolisce, la burocrazia che accorpa e restituisce, la democrazia che arriva dal basso e prima che altrove.
12 settembre 1960: Giovanni XXIII a Roccantica
Il papa visita il Seminario Romano Maggiore e chiede ai seminaristi la preghiera quotidiana per il Concilio Vaticano II, che avrebbe aperto due anni dopo. È l'ultimo grande evento del paese, e da allora la storia di Roccantica è quella, meno spettacolare ma altrettanto drammatica, dello spopolamento e del ritorno.
Chi è passato da Roccantica (RI)
Roccantica non è un luogo di soggiorni letterari celebri: nessun poeta del Grand Tour ne ha scritto pagine famose, nessun manuale vi colloca una casa natale. Ma l'elenco di chi è passato davvero di qui, con date e circostanze, è più lungo di quanto la dimensione del paese lascerebbe pensare, e conviene farlo per intero, con il grado di certezza di ciascun nome.
Niccolò II e Roberto d'Altavilla: il papa e il normanno
Nessun documento attesta che Gerardo di Borgogna, papa Niccolò II, sia entrato fisicamente a Roccantica; è certo che il paese tenne per lui nel 1059 e che nel 1060 lo ricompensò con un privilegio. Che Roberto il Guiscardo, il normanno diventato duca di Puglia proprio a Melfi nel 1059, abbia guidato o inviato le truppe che liberarono il castello è tradizione locale coerente con la cronologia: l'alleanza fra il papato riformatore e i normanni è di quei mesi. Tradizione, quindi, ma tradizione con le date giuste.
I monaci di Farfa
I primi a passare e a restare furono i benedettini di Farfa. Fra l'VIII e l'XI secolo l'abbazia fu una delle istituzioni monastiche più potenti dell'Occidente, e i monaci non erano solo religiosi: erano amministratori, giudici, agronomi, urbanisti di fatto. Organizzarono il territorio nella forma che riconosciamo, promossero l'incastellamento, regolarono i diritti sulle terre, diffusero tecniche agricole. La coltura dell'olivo deve moltissimo a quella fase: le abbazie avevano bisogno di olio per la liturgia, l'illuminazione e la tavola, e disponevano di un orizzonte temporale che i singoli contadini non avevano; un oliveto entra in piena produzione dopo anni, e solo chi ragiona su decenni lo pianta su larga scala. Quando guardate gli olivi secolari sotto Roccantica state guardando l'esito di una logica economica millenaria. Le carte di Farfa, il Regesto e il Chronicon, restituiscono un quadro della Sabina medievale così dettagliato da rendere questa zona periferica fra le meglio documentate dell'Italia altomedievale.
Armellao de' Bastoni e Pietro Coleberti: il committente e il pittore
Il governatore ascolano nominato da Martino V nel 1427 e il pittore di Priverno che nel 1430 gli dipinse Santa Caterina sono i due nomi meglio documentati fra chi è passato di qui, perché li ha lasciati scritti la chiesa stessa. Coleberti apparteneva a quella categoria di professionisti itineranti che nel Quattrocento centro-italiano si spostavano da un centro all'altro su commissione di comunità, confraternite o famiglie: preparavano gli intonaci, tracciavano le sinopie, lavoravano a giornate calcolando quanta superficie affrescare prima che la calce facesse presa, portavano con sé repertori di modelli e cartoni. La sua presenza a Roccantica è uno dei punti fermi del suo catalogo. Accanto a lui la tradizione mette Jacopo da Roccantica, il ragazzo di bottega che avrebbe poi dipinto San Leonardo e Santa Caterina nell'eremo: l'unico artista nato qui di cui resti un nome.
Gli Orsini, Felice della Rovere, la principessa degli Ursini
Francesco Orsini conte di Gravina, il cardinale Giordano Orsini, Orsino Orsini fondatore del convento, Gian Giordano Orsini e la sua vedova Felice della Rovere, figlia di Giulio II, che donò il castello alle Clarisse; e alla fine Flavio Orsini, morto nel 1698, e Marie Anne de la Trémoille, che vendette il marchesato prima di andare a governare la corte di Filippo V a Madrid come camarera mayor. Sono passaggi di proprietà, non soggiorni documentati, ma per tre secoli il destino di Roccantica si è deciso nei palazzi di questa gente, a Roma e a Bracciano.
Francesco Fontana e Bartolomeo Torresani: gli artisti
Francesco Fontana, figlio di Carlo, firmò nel 1696 il progetto della cappella di San Giuseppe nel Borgo Nobile: un architetto della Roma barocca in un borgo sabino, chiamato da un governatore in ascesa. Bartolomeo Torresani, del clan di pittori veronesi attivi nel Reatino nel Cinquecento, dipinse la tavola che era in San Valentino e che oggi è sull'altare della parrocchiale. Le attribuzioni sono quelle delle fonti locali; la Crocifissione di Santa Caterina resta invece una questione aperta fra lo Spagna e un anonimo umbro.
I pastori della transumanza
Il passaggio meno visibile e più antico è quello dei pastori. La Sabina è lungo le direttrici che per millenni hanno collegato i pascoli appenninici alle pianure di svernamento; i tratturi principali passavano altrove, ma la rete secondaria attraversava questa zona, e con essa greggi, uomini, merci, notizie e malattie. I pastori erano i veri viaggiatori dell'Italia preindustriale: percorrevano centinaia di chilometri due volte l'anno, conoscevano paesi lontanissimi, portavano formaggi e riportavano storie. Le tracce sono nei fontanili, nei ricoveri in pietra sui pendii, nei sentieri lastricati sopra Roccantica che non portano a nessuna casa, nella cultura casearia di pecora e capra che ancora si mangia in paese. È l'archeologia di un mondo scomparso in due generazioni e che nessuno ha pensato di musealizzare.
Angelo Roncalli, il seminarista e il papa
Il giovane prete bergamasco che secondo la memoria del paese celebrò qui una delle sue prime messe nel 1904 e il papa che tornò il 12 settembre 1960 per chiedere preghiere per il Concilio: l'ho raccontato per esteso nel capitolo dei fatti poco citati. È l'unico personaggio di rilievo mondiale di cui sia documentato, con data e discorso, il passaggio fisico a Roccantica.
Gli emigranti, chi è tornato, chi è arrivato
Il passaggio più recente e doloroso è quello in uscita. Fra fine Ottocento e Novecento dalla Sabina sono partiti in tanti, prima verso le Americhe, poi verso il nord Europa, poi verso Roma e le città industriali. Ogni famiglia di questi paesi ha rami lontani, cugini che parlano altre lingue, foto di matrimoni celebrati a migliaia di chilometri. L'emorragia ha svuotato il borgo ma ha creato una rete: molti recuperi edilizi sono stati fatti da discendenti di emigrati che tornano, spesso solo d'estate, e la festa di Piedirocca di settembre era, fino a non molti anni fa, il giorno del ritorno dall'estero. Accanto a loro sono arrivati i nuovi residenti, romani e stranieri, nordeuropei e anglosassoni, che hanno scelto la Sabina per la combinazione di prezzi accessibili, paesaggio e vicinanza a Roma; è un fenomeno che accomuna Roccantica a Casperia e a Montebuono. E ogni estate, da qualche anno, arrivano i giovani volontari europei che collaborano con Comune e Pro Loco: il paese li celebra a fine agosto con una giornata che chiama Roccantica cuore d'Europa.
I viaggiatori di oggi a Roccantica
Infine ci siamo noi: escursionisti, appassionati di borghi, fotografi, climber diretti alla falesia, famiglie romane in gita, camminatori del Cammino dei Borghi Sabini, gruppi organizzati che inseriscono la Sabina in itinerari tematici. Non è turismo di massa e non lo sarà mai: la ricettività è limitata, l'accesso richiede l'auto, l'offerta è di nicchia. Questo visitatore ha una responsabilità particolare, perché in un ecosistema fragile ogni comportamento pesa di più. Spendere in paese, comprare l'olio dal produttore, rispettare i sentieri e la quiete, tornare in bassa stagione: gesti minimi che, moltiplicati, fanno la differenza fra un borgo che sopravvive e uno che si spegne. Chi organizza viaggi in queste aree per piccoli gruppi, come le esperienze private di TourLeaderPro, lo sa e ragiona su distribuzione dei flussi e sostenibilità reale.

Le feste di Roccantica lungo l'anno
Il calendario del paese è scandito più dalle feste che dalle stagioni turistiche, e conoscerlo è il modo migliore per scegliere quando venire. Le date esatte cambiano ogni anno; qui do le regole, che sono stabili.
Sant'Antonio e San Valentino: l'inverno di Roccantica
A gennaio, la domenica dopo Sant'Antonio abate, centinaia di animali vengono benedetti in piazza San Valentino e la confraternita di Sant'Antonio offre fave cotte e ciambelle: è la festa contadina per eccellenza, con cani, cavalli e trattori in fila davanti al prete. La prima domenica dopo il 14 febbraio si celebra il patrono con pranzo comunitario e festa di carnevale per i bambini nel palazzetto dello sport. La polenta grigliata ha una sua sagra invernale.
La Sagra del Frittello, la domenica dopo San Giuseppe
La domenica successiva al 19 marzo si tiene la sagra più antica e più amata: i frittelli di broccolo, cime di broccolo immerse nella pastella e fritte nell'olio extravergine della Sabina, con vino locale e musica. È la festa che segna la fine dell'inverno, e il frittello è una lezione di cucina povera: un ortaggio di stagione, farina, acqua, olio buono. Chi vuole capire cosa significhi un olio DOP in cucina venga qui e ne mangi uno appena scolato.
Roccantica Montagna in Festa e l'amatriciana di luglio
Ogni primavera una giornata dedicata alla montagna, con escursioni sempre diverse guidate dall'associazione locale e pranzo comunitario finale. A luglio una serata sotto le stelle con la degustazione dell'amatriciana, il piatto dell'altra Sabina, quella di Amatrice, che qui si cucina con il guanciale e il pecorino della provincia.
Medioevo in Festa a Roccantica: Ferragosto nel 1059
Dal 12 al 15 agosto il paese torna al 1059. Medioevo in Festa, giunto nel 2026 alla ventinovesima edizione, con il patrocinio del Ministero della Cultura e della Regione Lazio e la direzione artistica di Prospero Calzolari, rievoca l'assedio dei Crescenzi e la difesa del papa: cortei, tornei, spettacoli con chiarine, tamburini, sbandieratori, mangiafuoco e danzatrici del gruppo storico locale, e la processione dell'Assunta in costume medievale, che le fonti del paese contano in circa seicento partecipanti. Oltre mille costumi sono usciti dalla sartoria locale, e i visitatori possono indossarne uno gratuitamente, diventando figuranti. Le taverne aprono ogni sera alle venti con cucina del posto; ci sono musica medievale e, la sera d'apertura, musica celtica e giullari; navette gratuite collegano i parcheggi al paese e le tribune per gli spettacoli sono gratuite. Un'associazione di camminatori organizza trekking ed escursioni in e-bike a pagamento, con prenotazione obbligatoria. Ho visto molte rievocazioni nel Lazio e ho imparato a distinguerne due tipi: quelle costruite per attrarre visitatori, con figuranti professionali, e quelle in cui il paese rappresenta se stesso. Roccantica appartiene alla seconda, e la differenza si sente nei volti e nel modo in cui un armigero saluta uno spettatore perché è suo cugino. È il momento dell'anno in cui la comunità dispersa si ricompone fisicamente. Vestitevi leggeri ma portate qualcosa per la sera: a 457 metri, ad agosto, dopo mezzanotte fa fresco.
Piedirocca a settembre e il Natale di Roccantica
La domenica dopo l'8 settembre la processione serale alla Madonna di Piedirocca chiude l'estate: è la festa più sentita, quella del ritorno. A dicembre presepi lungo le vie, mercatini, cori, vin brulé e l'arrivo di Babbo Natale per i bambini. Chi cerca il presepe vivente per eccellenza della provincia va a Greccio, nella Valle Santa.
L'olio della Sabina e la cucina di Roccantica
Nella Sabina l'olio non è un prodotto, è un calendario. La raccolta delle olive a Roccantica, come in tutta la zona, resta un evento sociale prima che economico: fra la fine di ottobre e i primi di dicembre, secondo l'annata e la quota, i pendii si riempiono di reti stese, di scale, di abbacchiatori meccanici e di mani che sulle piante più vecchie fanno il lavoro come cento anni fa. La DOP Sabina è fra le denominazioni più antiche riconosciute in Italia per l'extravergine e copre un territorio a cavallo fra le province di Rieti e Roma; le cultivar storiche dell'area, Carboncella, Leccino, Raja, Frantoio, Moraiolo e altre minori, danno un olio dal fruttato medio, con note erbacee, amaro e piccante presenti ma equilibrati. Non è un olio da esibizione, è un olio da cucina quotidiana, ed è forse per questo che i sabini lo trattano con una naturalezza che a un forestiero sembra noncuranza.
Il frantoio a Roccantica e il rito di novembre
Se capitate nei paesi della zona durante la molitura e trovate un frantoio disposto a farvi entrare, entrate. L'odore di quelle ore è una delle esperienze sensoriali più forti del Lazio interno: erba tagliata, carciofo, mandorla amara, un fondo vegetale che resta nei vestiti tutto il giorno. Gli impianti a ciclo continuo hanno sostituito le vecchie presse con enormi guadagni di qualità, ma la ritualità del conferimento è identica: si arriva con le cassette, si pesa, si aspetta il turno, si chiacchiera, si litiga bonariamente sulla resa. Un consiglio da consumatore: se comprate olio chiedete l'annata e la data di molitura. L'extravergine non migliora invecchiando: dà il meglio nei primi mesi e poi perde i profumi. Un olio della campagna appena conclusa, conservato al buio e usato entro l'anno, è il modo per capire cosa significhi questa denominazione.
Cosa si mangia a Roccantica
La cucina è quella della Sabina montana, e le trattorie del paese la fanno senza fronzoli: stringozzi, la pasta fresca di acqua e farina tirata a mano e tagliata spessa, con sughi di cinghiale o con l'olio nuovo e il pecorino; carni alla brace; frittelli di broccolo in stagione; formaggi di pecora e di capra; la polenta grigliata d'inverno; l'amatriciana come omaggio all'altra metà della provincia. Non aspettatevi cucina d'autore, aspettatevi cucina onesta, e chiedete sempre l'olio in tavola. I dolci sono quelli delle feste, ciambelle e biscotti secchi, da inzuppare nel vino locale. La lezione di questa tavola è che con tre ingredienti buoni non serve altro, e che l'ingrediente che fa la differenza è sempre lo stesso: quello che cresce sui terrazzamenti che avete fotografato la mattina.

Roccantica con i bambini, accessibilità, costi
Con i bambini Roccantica funziona meglio di quanto la sua verticalità farebbe pensare, a patto di scegliere bene. La passeggiata a San Leonardo, mezz'ora su sentiero facile con un mulino e una grotta abitata da un eremita all'arrivo, è una storia perfetta per un bambino di sei anni; la leggenda della bionda che corre, raccontata sull'orlo del Revotano, vale un libro illustrato; Medioevo in Festa, con i costumi in prestito, è probabilmente la cosa più divertente che possiate offrire a un bambino in tutta la Sabina. Le scalinate del borgo chiedono un passeggino leggero o, meglio, uno zaino porta-bimbo. La Sagra del Frittello e la benedizione degli animali di gennaio sono feste a misura di famiglia. La torre si sale solo con gambe sicure e nelle giornate di apertura.
L'accessibilità è il limite oggettivo di un borgo a fascia. Chi ha difficoltà motorie si gode piazza San Valentino, la parrocchiale e il primo anello di vicoli; la parte alta, la torre e Piedirocca sono raggiungibili solo per scalinate. Santa Caterina è nella parte alta del nucleo medievale, e l'accesso va concordato in ogni caso. I sentieri di montagna non sono accessibili. Chi organizza una visita per un gruppo con esigenze diverse fa bene a chiedere in anticipo alla Pro Loco un percorso.
I costi: entrare in paese non costa nulla, parcheggiare non costa nulla, le feste sono a ingresso libero. Le visite guidate al paese sono su prenotazione e le condizioni si chiedono al momento; la torre, Santa Caterina e l'Archivio dipendono da quelle aperture. Un pranzo in trattoria si colloca nella fascia dei paesi di montagna, non in quella romana. Una bottiglia d'olio dal produttore è l'acquisto più sensato che possiate fare, e vale la pena chiedere in paese chi vende. Chi viene in treno spende il biglietto regionale fino a Poggio Mirteto più il bus Cotral, poche decine di euro in tutto per due persone.
Cosa vedere intorno a Roccantica in dieci minuti e in un giorno
In dieci minuti d'auto: Poggio Catino, con la sua rocca, e Casperia, il borgo pedonale a spirale che è forse il più fotogenico della Sabina e con cui Roccantica ha condiviso il Comune dal 1927 al 1939. In venti minuti: Poggio Mirteto, centro di servizi e stazione, Montebuono e Torri in Sabina. In mezz'ora: l'Abbazia di Farfa, che è la chiave di lettura di tutto ciò che avete visto, Castelnuovo di Farfa con il museo dell'olio, le Gole del Farfa per una camminata, Fara in Sabina con il belvedere, Toffia. Verso il Tevere, la riserva di Nazzano Tevere-Farfa e, dall'altra parte del fiume, il Monte Soratte che avete guardato dalla torre. Verso l'Umbria, Orte. In un'ora, Rieti e il Terminillo. La Sabina si visita così, per cerchi concentrici, e Roccantica è un buon centro del compasso.
Domande veloci su Roccantica (RI)
Dove si trova Roccantica e a quale provincia appartiene?
In provincia di Rieti, nel Lazio, a 457 metri di quota sul versante occidentale dei Monti Sabini, ai piedi del Monte Pizzuto. Dal 1861 al 1923 fu in provincia di Perugia e dal 1923 al 1927 in provincia di Roma.
Quanto dista Roccantica da Roma?
Poco meno di sessanta chilometri dal Raccordo, circa un'ora e un quarto d'auto con l'A1 fino a Ponzano Romano-Soratte e poi le provinciali. Da Rieti circa trentacinque chilometri, ma su strada di crinale.
Come si arriva a Roccantica senza auto?
Treno regionale FL1 da Roma Tiburtina fino a Poggio Mirteto Scalo, poi autobus Cotral fino a piazza San Valentino. Le corse sono poche e concentrate su orari da pendolari; controllate il sito Cotral e pianificate il rientro.
Quanto costa visitare Roccantica?
Il paese, il parcheggio e le feste sono gratuiti. Torre, Santa Caterina e Archivio si visitano con le aperture guidate su prenotazione organizzate da Comune e Pro Loco; le condizioni si chiedono al momento della prenotazione.
Quanto tempo serve per visitare Roccantica?
Tre ore per il borgo con calma; una giornata intera aggiungendo l'eremo di San Leonardo e una camminata in quota; due giorni se la si combina con Farfa, Casperia e i borghi vicini.
Si può visitare la chiesa di Santa Caterina a Roccantica?
Solo con visita concordata: la chiesa è privata e gli affreschi del 1430 sono stati a lungo in restauro. Prenotate la visita guidata prima di partire; senza prenotazione il rischio di trovare chiuso è alto.
Chi ha dipinto gli affreschi di Santa Caterina a Roccantica?
Pietro Coleberti da Piperno, cioè da Priverno, nel 1430, su commissione del governatore Armellao de' Bastoni di Ascoli. Sono otto riquadri con la vita e il martirio di Caterina d'Alessandria in stile tardogotico.
Si sale sulla torre di Niccolò II?
Sì, con una scala interna fino al belvedere, nelle giornate di apertura organizzate. La torre porta il nome del papa difeso dal paese nel 1059 ed era una torre di avvistamento e segnalazione.
Roccantica è adatta ai bambini?
Sì, con scarpe comode e senza passeggino pesante. La passeggiata all'eremo di San Leonardo, la leggenda del Revotano e Medioevo in Festa con i costumi in prestito sono le cose che i bambini ricordano.
Roccantica è accessibile in sedia a rotelle?
Solo la parte bassa: piazza San Valentino, la parrocchiale e i primi vicoli. La parte alta, la torre e Piedirocca sono raggiungibili solo per scalinate.
Dove si parcheggia a Roccantica?
Gratuitamente lungo la strada che lambisce il paese e nello slargo all'ingresso. Durante Medioevo in Festa ci sono navette gratuite dai parcheggi esterni.
Quando si svolge Medioevo in Festa a Roccantica?
Dal 12 al 15 agosto, ogni anno; nel 2026 è arrivato alla ventinovesima edizione. Taverne dalle venti, cortei, spettacoli, processione dell'Assunta in costume, costumi in prestito gratuito ai visitatori.
Cosa si mangia a Roccantica?
Stringozzi, sughi di cinghiale, formaggi di pecora e capra, frittelli di broccolo alla sagra di marzo, polenta grigliata d'inverno, e soprattutto l'olio extravergine Sabina DOP.
Chi è il patrono di Roccantica?
San Valentino, festeggiato la prima domenica dopo il 14 febbraio. La chiesa a lui dedicata è citata nei documenti dal 792 ed è oggi Monumento ai Caduti.
Cos'è il Revotano di Roccantica?
Una dolina carsica di crollo di circa 250 metri di diametro, fra le più grandi dell'Italia centrale, raggiungibile solo a piedi. La leggenda vi colloca il primo abitato, sprofondato per punizione divina.
Che cos'è l'eremo di San Leonardo?
Un romitorio rupestre a mezz'ora di cammino da San Valentino, con due stanzette scavate nella roccia, una polla d'acqua e affreschi di San Leonardo e Santa Caterina riferiti a Jacopo da Roccantica. Accanto c'è una falesia per l'arrampicata.
Qual è la differenza fra Roccantica e Casperia?
Casperia è un borgo a spirale, interamente pedonale, più grande e più attrezzato per il turismo; Roccantica è a fascia, più piccola, più silenziosa, con il capolavoro pittorico di Santa Caterina. Distano pochi minuti e si visitano insieme.
Roccantica è stata davvero il primo comune con una sindaca?
Secondo le fonti locali sì: Anna Montiroli vedova Coccia fu nominata sindaca l'8 aprile 1946, prima donna a guidare un comune italiano.
Quando è il momento migliore per visitare Roccantica?
Primavera per i sentieri e le fioriture, novembre per l'olio nuovo e i faggi rossi, Ferragosto per Medioevo in Festa. Evitate le ore centrali delle giornate estive e il lunedì fuori stagione.
Si può fare trekking sul Monte Pizzuto da Roccantica?
Sì, con i sentieri numerati che salgono a Fonte Regna (880 metri) e alla cima (1.288 metri). Servono cartografia, tracce scaricate e partenza presto: il dislivello supera gli ottocento metri.
Roccantica fa parte di qualche cammino?
Sì: il Cammino dei Borghi Sabini, la sua variante cicloturistica e il Cammino del nuovo Umanesimo passano per il paese, e l'ostello nel borgo è pensato per i gruppi di camminatori.
Vi dirò una cosa impopolare, da chi accompagna gruppi in Sabina da molti anni: Roccantica non si capisce a Ferragosto, con i costumi e le taverne, per quanto la festa sia bella. Si capisce in un giorno feriale di novembre, quando i frantoi lavorano, i faggi sono rossi, nei vicoli non c'è nessuno e davanti a Santa Caterina, se avete prenotato, siete soli con un pittore del 1430. È allora che questo paese è al suo massimo, e vale la mezz'ora di provinciale in più.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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