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Toffia (RI)

In breve. Toffia (RI) è un comune di poco più di mille abitanti della bassa Sabina, in provincia di Rieti, a 262 metri di quota sull'ultimo sperone meridionale dei Monti Sabini, affacciato sulla valle del Farfa.

Toffia (RI) è un comune di poco più di mille abitanti della bassa Sabina, in provincia di Rieti, a 262 metri di quota sull'ultimo sperone meridionale dei Monti Sabini, affacciato sulla valle del Farfa. Il municipio si trova in via Porta Maggiore 9, 02039 Toffia (telefono 0765 326032), dentro il quattrocentesco Palazzo Orsini. In automobile da Roma si percorre l'autostrada A1 fino all'uscita di Fiano Romano, poi la SS4 Salaria verso Rieti e infine la strada provinciale 41 Farense, che sale da Passo Corese verso Farfa e Toffia: circa 55 chilometri e un'ora, un'ora e un quarto di viaggio secondo il traffico dell'uscita da Roma. In alternativa si può risalire l'intera Salaria senza autostrada, passando per Passo Corese e Osteria Nuova. Chi non guida prende il treno regionale FL1 (Orte, Fiumicino Aeroporto e le stazioni urbane di Roma Tiburtina, Ostiense, Trastevere) fino a Poggio Mirteto Scalo o a Fara in Sabina-Montelibretti, sulla piana del Tevere, e da lì un autobus extraurbano Cotral verso i borghi collinari, con orari da controllare sul sito di Cotral perché sono tarati sui pendolari e sugli studenti, oppure un taxi. Toffia non ha stazione ferroviaria. L'auto si lascia negli spazi lungo la strada che gira intorno al perimetro murato, all'esterno del borgo, e si entra a piedi da Porta Maggiore: il centro storico è di fatto pedonale e in molti vicoli un'automobile non passa. L'ingresso al borgo è libero; le chiese di San Lorenzo, Santa Maria Nova e Madonna di Loreto aprono per le funzioni e in occasioni particolari, senza orari continuativi pubblicati, e per una visita interna conviene telefonare al Comune o alla parrocchia qualche giorno prima. Il Museo Maria Petrucci, in Casa Raniero, si visita su richiesta. Per una visita completa di Toffia servono due o tre ore; abbinandola all'Abbazia di Farfa, a sei chilometri, si riempie una giornata intera.

Toffia appartiene al sistema dei borghi farfensi della valle del Tevere, insieme a Farfa, Fara in Sabina, Castelnuovo di Farfa e Poggio Mirteto; il capoluogo, Rieti, dista una trentina di chilometri. Chi vuole inquadrare il territorio prima di partire trova su ItalyPlanner la guida in inglese all'Abbazia di Farfa, il centro di gravità storico di tutta questa fascia di colline, e su TourLeaderPro le esperienze private per piccoli gruppi fra oliveti e borghi medievali della Sabina, con accompagnatore e auto.

Toffia (RI)
Toffia (RI)

Come arrivare a Toffia (RI) e dove lasciare l'auto

In automobile da Roma a Toffia

Arrivare a Toffia è una di quelle esperienze che, raccontate a un amico romano, producono la faccia di chi non ci crede: una cinquantina di chilometri dal Grande Raccordo Anulare e ci si ritrova in un borgo medievale a pianta ellittica, aggrappato a un colle di uliveti, con un silenzio che entra nelle orecchie come una cosa fisica. Eppure è esattamente così. La Sabina reatina comincia dove finisce la periferia nord di Roma, e comincia in fretta: superato il nodo di Fiano Romano il paesaggio cambia registro, si increspa, si riempie di argento.

La strada più semplice, partendo da Roma in automobile, è l'autostrada A1 Milano-Napoli in direzione nord, con uscita a Fiano Romano. Da lì si prende la SS4 Salaria in direzione Rieti, che risale la valle del Tevere costeggiando la piana e poi si stacca verso l'interno. All'altezza di Passo Corese si abbandona la Salaria per la provinciale 41 Farense, la strada che porta all'Abbazia di Farfa e ai borghi della bassa Sabina: una carreggiata stretta, ben tenuta, che sale con tornanti larghi fra filari di olivi secolari. Il tratto finale, quello che porta in vista di Toffia, è forse il più bello dell'intero itinerario: la strada si alza, gli olivi si aprono e il borgo compare sul crinale, compatto, con le case che si stringono l'una all'altra come se avessero freddo.

Il tempo di percorrenza reale, traffico romano permettendo, si aggira intorno all'ora, un'ora e un quarto. Consiglio di partire presto, non tanto per il traffico quanto per la luce: la Sabina al mattino ha un colore che al pomeriggio non si trova più. Chi parte dal quadrante nord della città, da Prima Porta o dalla Flaminia, può valutare la SS4 Salaria per intero, senza autostrada: è più lenta, ma attraversa Passo Corese e Osteria Nuova e dà il senso geografico della transizione fra l'agro romano e la collina sabina. Da Rieti, invece, si scende lungo la Salaria verso sud e si devia a Osteria Nuova per Poggio Nativo e Toffia: una trentina di chilometri.

In treno e in autobus fino a Toffia

Chi non guida ha comunque una via d'accesso comoda, ed è una delle cose che rendono questo angolo di Lazio più democratico di quanto si creda. La stazione di Poggio Mirteto Scalo, sulla linea ferroviaria FL1, è il capolinea naturale di chi vuole raggiungere la Sabina con il treno regionale, insieme alla stazione di Fara in Sabina-Montelibretti, qualche chilometro più a sud sulla stessa linea. La FL1 collega Orte a Fiumicino Aeroporto passando per le stazioni urbane di Roma: da Tiburtina, da Ostiense, da Trastevere si sale su un convoglio e si scende ai piedi della collina sabina senza cambi. Da Poggio Mirteto Scalo, che si trova in pianura vicino al Tevere, si sale poi verso i borghi con le autolinee extraurbane Cotral oppure, molto più semplicemente, con un breve tratto in taxi o con un mezzo a noleggio. Gli orari degli autobus locali sono pensati per i residenti e per gli studenti, non per i turisti: vanno controllati sul sito di Cotral il giorno prima, e la domenica le corse si riducono a pochissime.

Dove parcheggiare a Toffia e come muoversi nel borgo

Una volta arrivati, la questione parcheggio si risolve da sé e in modo abbastanza indolore. Toffia è un borgo di poche centinaia di abitanti nel centro storico e questo, come tutti i centri medievali costruiti prima dell'invenzione dell'automobile, è sostanzialmente pedonale per forza di cose: i vicoli sono larghi quanto basta a far passare un asino carico di olive, non una berlina. Si lascia la macchina negli spazi lungo la strada che costeggia il borgo, all'esterno del perimetro murario, e si entra a piedi da Porta Maggiore. È il modo giusto di entrare, tra l'altro: Toffia va affrontata con le gambe e con il fiato, salendo, perché la sua struttura a spirale intorno al colle è pensata proprio per essere percorsa così.

Le scarpe sono la prima informazione pratica seria. Il selciato è in pietra, spesso lucido per l'usura di secoli, e in alcuni punti la pendenza è importante. Se piove diventa scivoloso. Le suole lisce, i sandali eleganti e i tacchi sono la ricetta per una giornata sofferta. Servono scarpe chiuse con una suola che morda, anche in estate.

La seconda informazione pratica riguarda i servizi. Toffia non è un borgo attrezzato per il turismo di massa, e questa è al tempo stesso la sua fortuna e il suo limite. Non c'è una fila di bar aperti a ogni ora, non c'è un ufficio informazioni turistiche presidiato tutti i giorni, non c'è un bancomat a ogni angolo. Ci sono un paio di esercizi che aprono con orari da paese, una farmacia, un ufficio postale, una vita sociale concentrata nelle ore che i sabini considerano civili e una chiusura pomeridiana che, specialmente d'estate, va rispettata come si rispetta un fatto naturale. Conviene rifornirsi di acqua e di eventuali medicinali prima di salire, e il pranzo va organizzato: o si prenota, oppure ci si porta qualcosa da mangiare e si sfrutta uno dei punti panoramici.

Quando andare a Toffia e quando evitare

Il periodo migliore per venire è una domanda ricorrente, e la risposta non è quella che ci si aspetta. La primavera, fra aprile e maggio, è splendida: gli olivi sono in fiore, le ginestre esplodono sui costoni, le temperature permettono di camminare. Ma il momento in cui la Sabina dà il meglio di sé è l'autunno della raccolta, fra fine ottobre e novembre, quando le reti stese sotto gli alberi trasformano le colline in un mosaico e i frantoi lavorano a ciclo continuo. L'aria sa di olio nuovo, che è un odore verde, pungente, quasi amaro. L'estate è calda ma il borgo, per la sua stessa architettura, è pieno di ombra: i vicoli coperti dagli archi restano freschi anche a mezzogiorno, ed è una delle ragioni per cui questi paesi sono stati costruiti così. A Ferragosto il paese si riempie per la sua festa di strada, di cui parlo più avanti; il 10 agosto è la festa del patrono, San Lorenzo. L'inverno, fuori dalle feste, è la stagione del silenzio assoluto.

Ultimo consiglio pratico, e forse il più importante: non arrivare a Toffia con una tabella di marcia stretta. Il centro storico misura poche centinaia di metri da porta a porta, e chi lo affronta con la mentalità della spunta lo attraversa in venti minuti e se ne va convinto che non ci fosse niente. Chi invece si siede su un muretto e lascia passare mezz'ora vede il paese muoversi: una signora che stende, un gatto che decide le proprie rotte, il rumore di una porta di legno che si apre su un cortile. Toffia è fatta di questo. Chi ha fretta farà meglio ad andare da un'altra parte.

Che cosa è Toffia: un colle sul bordo della valle del Tevere

Per capire Toffia bisogna partire da una constatazione geografica che poi diventa storica: questo colle è esattamente sul bordo. È il punto in cui la valle del Tevere, larga, fertile, percorsa da millenni dalle strade che salivano verso l'Umbria e verso l'Adriatico, incontra i primi contrafforti dei Monti Sabini, e in cui la valletta del torrente Farfa si apre verso il fiume maggiore. Chi controllava questo bordo controllava il passaggio. Ed è per questo che, ben prima che esistesse il borgo che vediamo oggi, la zona era abitata, coltivata, presidiata.

Il paese sorge su uno sperone di roccia, con il nucleo antico chiuso in un anello di case a pianta ellittica e il punto più alto occupato dalla chiesa di Santa Maria Nova, costruita là dove sorgeva il castello dei Colonna. Fuori dell'anello, su un monticello a parte chiamato Cacultiano, sorge la chiesa di San Lorenzo, il patrono. Intorno, il territorio comunale (poco più di undici chilometri quadrati) è un mantello continuo di oliveti terrazzati che scendono verso il Farfa e verso la piana. I comuni confinanti sono Castelnuovo di Farfa, Fara in Sabina, Nerola e Poggio Nativo. Roma è a una quarantina di chilometri in linea d'aria verso sud-ovest, Rieti a venticinque verso nord-est: Toffia è un paese di confine fra due mondi, quello dell'agro romano e quello della montagna appenninica, e lo si sente nel clima, nel dialetto e nella cucina.

Il nome ha due etimologie in concorrenza, e nessuna delle due è dimostrata. La prima lo fa derivare da un fondatore di nome Teofilo, secondo una tradizione erudita locale; la seconda, che personalmente trovo più convincente per un paese costruito su uno sperone, dal latino tophium, cioè roccia dura, tufo compatto. Nei documenti dell'abbazia di Farfa il luogo compare come Tophia e come castello de Tophila, e da lì il toponimo è arrivato fino a noi quasi immutato.

La storia di Toffia (RI), dall'età del Bronzo all'abbazia di Farfa

Prima di Toffia: Suna, i Sabini e le ville romane

Il colle era abitato molto prima del medioevo. In località Cerreto, nel territorio comunale, uno scavo del 1969 ha riportato alla luce un insediamento protostorico dell'età del Bronzo medio, intorno al 1200 avanti Cristo, che gli studi locali identificano con l'antica Suna, uno dei centri attribuiti dalla tradizione antiquaria agli Aborigeni, il popolo che secondo gli scrittori antichi avrebbe preceduto i Sabini in queste valli. È un'identificazione, non una certezza: la lettura prudente è che sul colle e nelle sue immediate vicinanze si viveva già tremila anni fa.

I Sabini ci sono stati, naturalmente, e sono il popolo che ha dato il nome all'intera regione storica. Non erano montanari isolati come vuole una certa vulgata scolastica: erano agricoltori e allevatori con una cultura materiale solida, con santuari e con necropoli ricche che l'archeologia ha riportato alla luce in tutto il comprensorio. La conquista romana, avvenuta in modo progressivo fra il IV e il III secolo avanti Cristo, non cancellò questo mondo ma lo assorbì: la Sabina divenne una delle campagne d'elezione dell'aristocrazia dell'Urbe, punteggiata di ville rustiche e di impianti produttivi che sfruttavano proprio quello che ancora oggi è il tesoro del territorio, cioè l'olivo. A Toffia questa fase ha lasciato una traccia monumentale: sul Monte Carpignano restano terrazzamenti in opera poligonale di terza maniera, datati al II secolo avanti Cristo, costruiti per sostenere e proteggere una villa romana. Altri materiali romani, come vedremo, sono finiti nella facciata della chiesa di San Lorenzo e nelle piazze del paese. L'olivicoltura sabina ha una continuità documentata che pochissimi territori europei possono vantare, e attraversa senza interruzione l'età romana, il medioevo monastico e l'età moderna.

Toffia e l'abbazia di Farfa: la nascita del castello

Il momento in cui la storia di Toffia diventa nitida è il momento in cui entra in scena l'abbazia. La fondazione dell'Abbazia di Farfa, nella sua forma storicamente accertabile, si colloca a cavallo fra il VII e l'VIII secolo, con un impulso decisivo legato alla figura del monaco Tommaso di Moriana. Nel giro di poche generazioni Farfa smise di essere un semplice monastero e diventò qualcosa di molto più grosso: una potenza territoriale. Sotto la protezione dei duchi longobardi di Spoleto prima e dei sovrani carolingi poi, l'abbazia accumulò donazioni, terre, diritti, giurisdizioni. In età carolingia era una delle istituzioni monastiche più ricche d'Europa, con proprietà che si estendevano ben oltre la Sabina, fino alle Marche e all'Abruzzo. Farfa era abbazia imperiale, cioè dipendeva direttamente dall'imperatore e non dal vescovo locale né dal papa: una condizione giuridica che le dava una libertà d'azione enorme.

Toffia nasce dentro questo sistema. Le fonti locali indicano l'anno 897 per la costruzione del primo abitato (aedificata Tophia) e la prima metà del X secolo per la fortificazione: nel Regesto farfense il castello de Tophila è documentato nel 940, e già nei primi anni del secolo il castrum Tophiae risulta fra i possessi dei benedettini. Le date vanno prese con la cautela dovuta a un archivio compilato più di un secolo dopo i fatti, ma la sostanza è certa: Toffia è un castello di fondazione farfense, nato nel pieno di quel fenomeno che gli storici chiamano incastellamento. Fra il IX e l'XI secolo la popolazione sparsa nelle campagne, minacciata dalle incursioni saracene, dalle guerre locali e dal disfacimento delle strutture di sicurezza, si concentrò in nuclei fortificati sulle alture. Non fu un processo spontaneo: fu una politica, e a guidarla furono proprio i grandi signori fondiari, l'abbazia in testa. Radunare i contadini in un castello significava proteggerli, certo, ma significava soprattutto poterli controllare, tassare e organizzare in modo efficiente.

Il legame con Farfa non fu mai né semplice né pacifico. La storia dei borghi del feudo farfense è una storia di tensioni: fra l'abbazia e i duchi di Spoleto, che per secoli contesero ai monaci il controllo della Sabina e coinvolsero nelle loro guerre gli abitanti dei castelli; fra l'abbazia e le famiglie signorili laiche che di volta in volta cercavano di mettere le mani sul territorio; fra l'abbazia e le comunità locali che rivendicavano statuti e autonomie; fra il potere monastico e quello papale, che dalla fine del medioevo in poi cercò progressivamente di riportare la Sabina sotto il controllo diretto di Roma. Nei secoli centrali del medioevo Farfa attraversò fasi drammatiche, fra cui l'incendio e l'abbandono seguiti alle incursioni saracene del IX secolo e la successiva, faticosa rifondazione. Ogni crisi dell'abbazia si riverberava sui castelli che ne dipendevano, e Toffia non fece eccezione.

Toffia sede vescovile: San Lorenzo cattedrale di Sabina

Proprio dalle devastazioni saracene discende l'episodio più singolare della storia religiosa di Toffia. L'antica sede vescovile della Sabina si trovava a Forum Novum, l'odierna Vescovio, nella piana verso Torri in Sabina. Quando i Saraceni la distrussero, la tradizione locale e le fonti diocesane riportano che la chiesa di San Lorenzo di Toffia fu elevata al rango di cattedrale, come seconda sede della diocesi di Sabina. È un dato che spiega la sproporzione, altrimenti incomprensibile, fra un paese di poche case e una chiesa di quella importanza, con la sua facciata composta di marmi romani e altomedievali. Per un periodo che le fonti non permettono di misurare con precisione, il vescovo di Sabina ebbe qui una delle sue cattedre, e Toffia fu, a suo modo, una piccola capitale.

Orsini contro Colonna: il paese diviso in due

Dal basso medioevo in poi il quadro cambia protagonisti. Con il declino del potere abbaziale, sul castello di Toffia si allungano le mani delle due grandi famiglie baronali di Roma, e il paese finisce diviso. Gli Orsini controllavano la parte bassa del borgo, intorno a Porta Maggiore, dove costruirono nel Quattrocento il palazzo che oggi è sede del Comune; i Colonna dominavano la parte alta, con il castello che occupava la sommità dello sperone, là dove nel Seicento sorse la chiesa di Santa Maria Nova. Questa spartizione, che a Roma si giocava nelle vie e nelle fortezze delle due casate, in Sabina produsse una conseguenza architettonica visibile ancora oggi: un numero di palazzi signorili del tutto anomalo per un paese di queste dimensioni. Casa Oddoni e Palazzo Ruffetti lungo via Porta Maggiore, Casa Orsini in via Castel di Dentro, Casa Cappucci con le sue finestre, Palazzo Bufalini, Palazzo Palma in via Montecavallo: dal Trecento al Seicento, ogni generazione di notabili ha lasciato una facciata. Sono, insieme all'ellisse, la ragione per cui Toffia merita una visita attenta e non un passaggio di venti minuti.

Fra Cinque e Seicento la vita religiosa e civile del borgo si organizza in confraternite e istituzioni: la Compagnia di San Lorenzo Martire, la Compagnia del Gonfalone, che la tradizione fa risalire a un passaggio di San Bernardino da Siena nel Quattrocento, e i Francescani, che a Toffia hanno un insediamento fra i più antichi della Sabina e nel 1642 fanno parte della Custodia di Rieti dei Minori Conventuali. Nel 1637 papa Urbano VIII concede a Toffia un seminario abbaziale, cioè la scuola per la formazione del clero dell'abbazia nullius di Farfa: un altro segnale del peso che questo paese ebbe nella geografia ecclesiastica sabina. Nel frattempo i pittori lavorano: nel 1507 si inaugura Santa Maria Nova, nel 1611 si affrescano le storie di Sant'Antonio in Sant'Alessandro, fra il 1650 e il 1656 Vincenzo Manenti dipinge per le chiese del paese.

Dallo Stato Pontificio alla provincia di Rieti

Dal basso medioevo in poi i borghi sabini si dotano di statuti comunali, documenti che regolano la vita quotidiana con una precisione che oggi commuove: le norme sul pascolo, sulla raccolta delle olive, sulla manutenzione delle fontane, sulle pene per chi danneggia gli alberi altrui. Sono testi che raccontano una società agricola dove l'olivo era capitale, patrimonio, eredità, e dove tagliare un albero di qualcun altro era un reato grave. La Sabina entra poi stabilmente nell'orbita dello Stato Pontificio, di cui fa parte fino all'unità d'Italia. La memoria locale ricorda il passaggio di papa Pio VI, condotto in esilio dai francesi nel 1798, salutato dai cittadini di Toffia: un episodio della tradizione paesana che va preso come tale. Il terremoto del 1703, lo stesso che devastò Norcia e L'Aquila, danneggia la cappella della Madonna del Carmelo in Santa Maria Nova.

Il Novecento porta due cambi di casacca amministrativa: nel 1923 Toffia passa dalla provincia di Perugia, e quindi dall'Umbria, alla provincia di Roma; nel 1927, con il riordino fascista delle circoscrizioni e la creazione della provincia di Rieti, viene assegnata a quest'ultima. Poche persone, fuori della Sabina, sanno che questi colli sono stati umbri per gran parte della storia unitaria. Stemma e gonfalone del Comune sono stati concessi con decreto presidenziale del 29 ottobre 1997.

Il Novecento porta in Sabina anche quello che ha portato ovunque nell'Appennino: lo spopolamento. La gente scende a valle, verso le stazioni ferroviarie, verso Roma, verso i lavori che il borgo non offre più. Molte case del centro storico restano vuote per decenni. Poi, a partire dagli ultimi decenni del secolo, comincia un movimento inverso, parziale ma reale: recuperi, restauri, l'arrivo di residenti stranieri e di romani in cerca di una seconda casa, il turismo lento, il riconoscimento del valore di questi luoghi. Toffia è arrivata fino a noi integra proprio in virtù della sua marginalità: qui non c'è stato il cemento degli anni Sessanta a sfregiare il profilo del colle, e l'ellisse medievale è leggibile come mille anni fa. Il paese conta oggi poco più di mille abitanti, in leggera crescita rispetto ai minimi di fine Novecento.

Toffia (RI)
Toffia (RI)

Una curiosità su Toffia (RI)

La prima curiosità di Toffia non è dentro una chiesa e non ha bisogno di biglietto: è un sasso. In piazza Lauretana, davanti alla chiesa della Madonna di Loreto, si conserva il cosiddetto Marmo di Piazza, una grande pietra ovale di età romana, lunga circa 135 centimetri e larga 110, spessa una ventina, con una scacchiera incisa e alcuni simboli cristiani. Secondo la tradizione del paese serviva da tavolo per concludere gli affari e per saggiare le monete facendole tintinnare sulla superficie: chi comprava un campo o vendeva una partita di olio veniva qui, batteva la moneta sul marmo e dal suono capiva se era buona. È una lettura tradizionale, non un dato archeologico, ma è coerente con una funzione che in molti paesi dell'Italia centrale la pietra pubblica della piazza ha avuto davvero: banco di scambio, di misura e di giustizia.

La scacchiera incisa, però, apre un discorso più ampio e più interessante. A Toffia le lastre romane con giochi incisi non sono una: nella facciata della chiesa di San Lorenzo sono murate due tabulae lusoriae, lastre di calcare con scacchiere e schemi da gioco intagliati, provenienti da tombe del II secolo avanti Cristo, insieme a rilievi con figure togate e con ritratti imperiali. Le tabulae lusoriae erano i tavolieri dei giochi da tavola dei Romani, il ludus latrunculorum e i giochi con i dadi che si praticavano nelle taverne, nei fori e nei cortili; si incidevano ovunque, sui gradini dei templi e sulle lastre delle strade, e quando una lastra veniva riusata come materiale da costruzione il gioco finiva murato in una facciata. A Toffia ne sono sopravvissute abbastanza da costruire una piccola storia del tempo libero antico, e il fatto che una di esse sia finita sulla piazza del mercato con una funzione nuova, il banco delle monete, è un caso esemplare di come un oggetto cambi senso attraversando i secoli.

La stessa piazza e le vie intorno ospitano un altro pezzo di Roma riusato: un leone di pietra romano, scultura con funzione di guardiano, che oggi si trova in piazza Umberto I. Leoni di questo tipo ornavano i monumenti funerari lungo le strade dell'Italia centrale, e la loro ricollocazione sulle piazze dei borghi medievali come simboli di forza e di custodia è un fenomeno documentato in tutta la Sabina e nell'Umbria meridionale. Vale la pena cercare questi frammenti uno per uno, come in una caccia al tesoro: il marmo ovale, il leone, le lastre incise sulla facciata di San Lorenzo, i rilievi con i togati. Messi insieme raccontano che sotto Toffia, o meglio intorno, ci fu un paesaggio romano di ville e sepolcri di cui la villa di Monte Carpignano con i suoi terrazzamenti poligonali è il resto più imponente. Il borgo medievale è costruito, letteralmente, con i pezzi di quel mondo.

E un'ultima annotazione, che riguarda le monete e la loro musica. Saggiare l'argento battendolo su una pietra era una pratica reale in tutta l'Italia preunitaria, dove circolavano monete di zecche diverse e le contraffazioni erano frequenti. Un paese che conserva la memoria di questo gesto, e che gli ha assegnato una pietra precisa nella piazza, conserva la memoria di un mercato: Toffia, nei secoli dell'abbazia e poi dei baroni, non era solo un castello di contadini, ma un luogo dove si trattava, si pesava, si pagava. Il Marmo di Piazza vale, per chi sa leggerlo, quanto un documento d'archivio.

La visita di Toffia luogo per luogo

Il percorso che descrivo parte da Porta Maggiore, sale in spirale fino a Santa Maria Nova, ridiscende dal versante opposto e chiude fuori dell'anello, a San Lorenzo. Sono meno di due chilometri, ma con i dislivelli e le soste servono due ore abbondanti.

Porta Maggiore, l'ingresso di Toffia

Si entra da Porta Maggiore, l'accesso principale al centro storico e il primo documento della funzione militare del castello. Sugli stipiti si vedono ancora i fori in cui scorrevano le catene del ponte levatoio, e ai lati restano gli ambienti dei posti di guardia. Il passaggio è una strozzatura voluta: stretto, con un gomito appena dentro, dove un gruppo di aggressori perdeva ogni vantaggio numerico. Fermatevi sotto l'arco un momento e guardate indietro, verso la campagna: il rapporto fra il paese e gli oliveti è nettissimo, il borgo finisce e comincia la terra coltivata, senza quella fascia di periferia sfrangiata che rovina tanti centri storici italiani. Questo margine netto è raro e prezioso.

Palazzo Orsini, il municipio di Toffia

Subito dentro la porta, al civico 9 di via Porta Maggiore, sorge Palazzo Orsini, costruito nel Quattrocento dalla famiglia che controllava la parte bassa del castello e oggi sede del Comune. È l'edificio più riconoscibile del paese: la facciata ha le caratteristiche finestre guelfe in travertino, quelle a croce con il montante e la traversa di pietra, e un loggiato ad arcate che apre il piano nobile verso la via. Un palazzo baronale in un paese di contadini è sempre un'affermazione politica: gli Orsini volevano che chi entrava dalla porta capisse subito chi comandava in quella metà di Toffia. Il fatto che oggi ospiti la sede municipale è una piccola rivincita della comunità sui suoi antichi padroni. Gli uffici sono aperti negli orari del Comune; l'androne e la facciata si vedono sempre.

Via Porta Maggiore: Casa Oddoni e Palazzo Ruffetti

La via che sale dalla porta è la spina del borgo basso e allinea due edifici da guardare con calma. Casa Oddoni, del Trecento, è una casa-torre medievale con le aperture tipiche del periodo, strette e con archi a sesto acuto o ribassato, e con i segni di successivi rialzamenti. Palazzo Ruffetti, del Quattrocento, appartiene alla stessa generazione edilizia di Palazzo Orsini: portale in pietra, finestre regolari, un'idea di residenza signorile che non è più fortezza. Fra i due si legge il passaggio dal medioevo al Rinascimento nell'arco di cento anni e di cinquanta metri di strada. Sui muri cercate gli anelli di ferro per legare le bestie, le mensole di pietra sporgenti e i fori quadrati regolari: sono le tracce delle strutture in legno che nei secoli hanno sostenuto ballatoi, tettoie e passerelle di cui non resta altro. Un borgo medievale abitato aveva molto più legno di quanto immaginiamo; il legno marcisce, la pietra resta, e noi ci facciamo un'idea molto più minerale del medioevo di quanto fosse la realtà.

Gli archi sui vicoli di Toffia

Salendo, i vicoli cominciano a passare sotto gli archi, l'elemento che tutti fotografano e quasi nessuno interpreta. A Toffia ce ne sono molti, di varie epoche e fatture, e scavalcano i vicoli creando quel gioco di luce e ombra che rende il borgo così fotogenico. La spiegazione da cartolina li definisce caratteristici. La spiegazione vera è più interessante e ha a che fare con la scarsità di spazio. Dentro un borgo-recinto lo spazio è una risorsa finita e non espandibile: le mura, cioè l'anello delle case, non si possono spostare, il colle non si può allargare. Ma le famiglie crescono, si dividono, hanno bisogno di una stanza in più per un figlio che si sposa, di un magazzino per le olive, di una stalla per il mulo. Cosa resta da occupare? L'aria sopra la strada. Nasce così una pratica che nel medioevo e in età moderna era regolata con precisione dagli statuti comunali: la costruzione di volte, archi e ambienti sopra il vicolo pubblico. In cambio del diritto di costruire sopra la strada, il proprietario si assumeva l'obbligo di mantenere agibile il passaggio sottostante, di non ostruirlo e spesso di garantirne l'illuminazione o il drenaggio. Un contratto urbanistico, in sostanza, stipulato secoli prima che esistesse la parola urbanistica.

Il secondo motivo, altrettanto concreto, è strutturale. Quando si hanno due file di case alte, costruite in muratura ordinaria su un terreno in pendenza, separate da tre metri di vicolo, le spinte laterali dei solai e dei tetti tendono a far ruotare i muri verso l'esterno, cioè verso la strada. Un arco che collega le due pareti è un puntone: contrasta la spinta, lega gli edifici, li rende solidali. In un territorio dove i terremoti appenninici sono una realtà ricorrente (quello del 1703 ha lasciato il segno anche qui), questo tipo di collegamento ha probabilmente salvato interi isolati. Molti archi che oggi ammiriamo per la loro bellezza sono stati costruiti dopo un sisma, come consolidamento.

C'è poi un terzo effetto, non progettato ma decisivo: il microclima. Un vicolo coperto da archi e da passaggi voltati, stretto fra muri di pietra spessi, in estate resta fresco. La massa muraria accumula il fresco notturno e lo rilascia lentamente, l'ombra è permanente, l'aria si muove per differenza di temperatura fra le parti alte assolate e le parti basse in ombra, creando correnti naturali. Chi arriva a Toffia in una giornata di luglio entri nel vicolo più stretto e coperto che trova e resti fermo trenta secondi: la differenza rispetto alla piazza al sole è di parecchi gradi. Questa non è architettura bioclimatica inventata da un progettista contemporaneo: è una tecnologia empirica affinata da chi doveva vivere qui senza aria condizionata. Osservate gli archi dal basso e cercate le differenze: alcuni sono a tutto sesto, di pietra squadrata, con conci ben lavorati; altri sono ribassati, in materiale povero, evidentemente più tardi o rifatti. La muratura a tufelli, piccoli blocchi squadrati di tufo, è la tecnica locale, e la si riconosce nei corpi di fabbrica più antichi.

Piazza Lauretana e la chiesa della Madonna di Loreto

La spirale sbocca in piazza Lauretana, lo spazio pubblico del borgo alto, dove si trovano il Marmo di Piazza già citato e la chiesa della Madonna di Loreto, detta anche Santa Maria in Criptula, oggi Grottuccia. È l'edificio religioso più antico dentro l'anello: gli studi la fanno risalire alla fase altomedievale del castello, e la interpretano come chiesa castrale, cioè la cappella al servizio del signore della rocca e della sua guarnigione, funzione che nei castelli farfensi era la norma. Il portale in travertino porta un'iscrizione, sub solio lateranense, che indica come la chiesa sorgesse su terreni dei canonici di San Giovanni in Laterano: un'altra giurisdizione romana che si infila nel feudo dell'abbazia, e un indizio di quanto fosse complicata la mappa dei poteri in un paese di poche centinaia di anime. Dentro, gli affreschi: una Madonna della Neve di gusto tardo-rinascimentale e decorazioni geometriche con motivi floreali e grottesche, restaurate in anni recenti dalla restauratrice Lidia Del Duca. Sotto la chiesa c'è una cripta, da cui il nome antico. Quando la trovate aperta, entrate: è il luogo in cui il medioevo di Toffia si tocca con mano.

Il convento di San Bernardino e l'affresco di Jacopo da Roccantica

Sulla stessa piazza si affaccia il complesso conventuale di San Bernardino da Siena, uno dei primi insediamenti francescani della Sabina, attivo dal Quattrocento. La tradizione lega la fondazione della Compagnia del Gonfalone al passaggio del santo predicatore senese, che nella prima metà del Quattrocento percorse tutta l'Italia centrale; l'attribuzione è tradizionale, non documentata. Documentato invece, o almeno attribuito su base stilistica, è l'affresco tardo-medievale conservato nel complesso: una Natività con l'annuncio dell'angelo ai pastori e le figure dei santi medici Cosma e Damiano, riferita a Jacopo da Roccantica, pittore sabino nato intorno al 1410 e allievo di Pietro Coleberti da Priverno, l'artista che affrescò la chiesa di Santa Caterina a Roccantica. È un pezzo di quella pittura tardogotica di provincia che nel Lazio interno ha una qualità sorprendente e una fortuna critica minima. Chi ha visto Santa Caterina a Roccantica riconoscerà la stessa mano di scuola: colori chiari, volti tondi, un racconto per immagini pensato per una comunità di contadini che non sapeva leggere.

L'Oratorio delle Stimmate e i francescani di Toffia

Alla presenza francescana appartiene anche l'Oratorio delle Stimmate, la chiesa di una confraternita laica intitolata alle stimmate di San Francesco, con affreschi di Vincenzo Manenti dedicati al santo di Assisi. Il tema non è casuale: Toffia è uno dei comuni attraversati dal Cammino di San Francesco nel Lazio, il percorso che dalla Valle Santa reatina scende verso Roma, e la memoria del passaggio del santo, che le fonti locali collocano nel Duecento e che la tradizione paesana conserva senza documenti, ha alimentato per secoli la devozione locale. Nell'Oratorio francescano si conserva anche una Madonna fra i santi Lucia, Giovanni Battista, Francesco e un frate dello stesso Manenti, il pittore che nel Seicento si firmava Sabinus pictor. Le aperture dipendono dalla confraternita e dalla parrocchia; chi vuole vederle chieda in paese.

Toffia (RI), Cammino di San Francesco
Toffia (RI), Cammino di San Francesco

Santa Maria Nova, la chiesa sul castello dei Colonna

Il punto più alto di Toffia è occupato da Santa Maria Nova, la chiesa parrocchiale. Sorge dove si trovava il palazzo fortificato dei Colonna, e ne ha assorbito la sostanza: il campanile è il vecchio maschio del castello riadattato, e l'abside è ricavata da una delle sue torri. Il nome viene da una cappella che esisteva dentro il palazzo, Santa Maria in Castello. Le fonti danno due date che vanno lette insieme: un'inaugurazione il 2 luglio 1507, che riguarda l'impianto rinascimentale, e la ricostruzione seicentesca (una data del 1696 compare nelle descrizioni) che ha dato all'edificio l'aspetto attuale. Nata a navata unica, fu poi divisa in una navata centrale e due minori, lungo le quali si aprono quattro altari dedicati alla Madonna e a Santo Stefano.

Le opere da cercare sono tre. Il tondo con la Vergine e il Bambino di scuola fiorentina del Quattrocento, un oggetto che in un paese della Sabina è un'anomalia e che testimonia i legami dei committenti locali con il mercato artistico toscano. La Vergine col Bambino della scuola di Carlo Maratta, il marchigiano che dominò la pittura romana nella seconda metà del Seicento: attribuzione di bottega, non del maestro, ma di qualità. E la cappella della Madonna del Carmelo, con gli affreschi di Vincenzo Manenti fra cui un San Giovanni Damasceno che gli studiosi confrontano con il San Gregorio Magno dipinto dallo stesso Manenti a Subiaco; la cappella fu danneggiata dal terremoto del 1703 e restaurata. La chiesa custodisce anche una croce reliquiaria d'argento di pregio. Nella piazzetta antistante sono stati individuati silos scavati nella roccia, usati per conservare acqua o granaglie: il castello dei Colonna doveva reggere un assedio, e questi sono i suoi serbatoi. Dal sagrato la vista corre sulla valle del Farfa fino ai colli di Fara in Sabina: è il belvedere principale del paese.

Via Montecavallo, via Castel di Dentro e le case dei notabili

Ridiscendendo dal versante opposto si attraversa il borgo dei Colonna, che ha toponimi eloquenti: via Castel di Dentro ricorda che qui si era dentro il castello vero e proprio, e vi si affaccia Casa Orsini, del Trecento, più antica del palazzo omonimo e più severa. In via Montecavallo sorge Palazzo Palma, del Seicento, l'ultima generazione di residenze signorili del paese, con una facciata regolare che parla già il linguaggio del barocco romano in versione di provincia. Cercate poi Palazzo Bufalini, del Cinquecento, e Casa Cappucci, del Trecento, celebre per le sue finestre: bifore e monofore in pietra che sono fra gli elementi medievali meglio conservati di Toffia. Questa concentrazione di palazzi su un fazzoletto di colle si spiega solo con la storia della divisione fra le due casate e con il ruolo di sede vescovile e di seminario: Toffia ha avuto, per il suo peso demografico, molti più notabili di quanti ne avrebbe meritati un villaggio di olivicoltori.

Guardate anche gli spigoli delle case nei punti di curvatura più stretta: molti sono arrotondati, smussati. Non è decorazione. È la memoria dei carri e delle bestie da soma che passavano radendo il muro, e degli assi delle ruote che nei secoli hanno consumato la pietra. In alcuni punti si vedono anche i paracarri, blocchi di pietra piantati verticalmente agli angoli per proteggere la muratura dagli urti. Sono i dissuasori di traffico del Trecento, e funzionano ancora.

Il Museo Maria Petrucci in Casa Raniero

In Casa Raniero, una residenza del Seicento, ha sede il Museo Maria Petrucci, l'unico museo del paese. Raccoglie le sculture in legno, i dipinti a olio e la collezione di oggetti della civiltà contadina dell'artista Maria Petrucci, che ha legato il suo nome a Toffia e ha esposto anche all'estero. È un museo piccolo, di quelli che si visitano in mezz'ora, e vale soprattutto per il dialogo fra le sculture e la casa che le ospita: un palazzetto seicentesco con i suoi soffitti e le sue scale, abitato da figure di legno. Le visite si concordano con il Comune, che ne indica l'esistenza fra i luoghi da vedere del paese senza pubblicare orari fissi.

Sant'Alessandro e le storie di Sant'Antonio

Fuori del percorso principale, la chiesa di Sant'Alessandro è un altro tassello francescano: un'aula rettangolare a navata unica, di una semplicità voluta, che conserva un ciclo di affreschi del 1611 con le storie di Sant'Antonio. Restaurata in occasione del Giubileo del 2000, è di solito chiusa; la si vede in occasione di aperture straordinarie. La segnalo perché completa il quadro: a Toffia i Francescani hanno avuto un convento, un oratorio di confraternita e una chiesa di devozione popolare, una presenza per un paese così piccolo davvero fuori scala, che si spiega con la posizione lungo la strada dei pellegrini fra Rieti e Roma.

San Lorenzo, la chiesa del patrono fuori dalle mura di Toffia

Il giro si chiude fuori dell'anello, sul monticello di Cacultiano, dove sorge la chiesa di San Lorenzo Martire, il patrono, festeggiato il 10 agosto. È l'edificio più importante di Toffia e quello con la storia più lunga. La tradizione, non dimostrata, la vuole edificata in età longobarda sui resti di un tempio di Giano; la fondazione è comunque collocata nel X secolo, la struttura attuale è del tardo Duecento, e nel Seicento l'abside è stata rifatta a pianta quadrata. È la chiesa che, dopo la distruzione saracena di Forum Novum, fu designata cattedrale e seconda sede della diocesi di Sabina.

La facciata è un piccolo lapidario: vi sono murate lastre romane e altomedievali con decorazioni geometriche e zoomorfe, le due tabulae lusoriae con le scacchiere incise, rilievi con figure togate e ritratti imperiali provenienti da tombe del II secolo avanti Cristo. Prima di entrare, fermatevi dieci minuti a leggere questa parete: è la stratigrafia della Sabina in un'unica superficie, dal sepolcro romano al pluteo altomedievale al portale medievale. Dentro, tre punti fermi. La cappella di San Sisinio, decorata nel 1656 con figure di santi martiri e una scena di Sant'Andrea con i suoi carnefici; la cappella di San Saturnino, ricostruita nel 1782, con un quadro del martirio dipinto da Ferdinandus Henry, artista del Settecento di cui si sa poco; e l'altare maggiore, con la tela del martirio di San Lorenzo di Vincenzo Manenti da Orvinio. San Lorenzo, il diacono martirizzato sulla graticola nel 258, è patrono di una quantità enorme di comunità laziali, e la sua presenza qui è coerente con una geografia devozionale che lega la Sabina all'antichissima tradizione cristiana romana. Come per quasi tutte le chiese dei borghi minori, gli orari di apertura non sono continuativi: capita spesso di trovare la porta chiusa fuori dagli orari delle funzioni, e conviene informarsi in paese.

Monte Carpignano e la villa romana

Chi ha ancora gambe e mezz'ora può cercare, nella campagna a monte del paese, i terrazzamenti in opera poligonale di Monte Carpignano: muri di grandi blocchi calcarei accostati senza malta, di terza maniera secondo la classificazione tradizionale, datati al II secolo avanti Cristo e costruiti per sostenere il terreno di una villa romana. Sono i resti più antichi visibili nel territorio di Toffia e appartengono alla stessa stagione delle ville sabine dei senatori romani. Non c'è segnaletica turistica strutturata: conviene chiedere indicazioni in paese e portare scarpe da campagna.

Una cosa che non ti dice nessuno su Toffia (RI)

Le informazioni sui monumenti si trovano ovunque; le cose che seguono raramente vengono messe nero su bianco, perché si imparano sbagliando, tornando più volte e parlando con chi ci vive. Sono divise in tre blocchi.

Il borgo non è un servizio: è casa di qualcuno

La prima cosa che nessuno dice è la più semplice e la più fraintesa. Toffia non è un'attrazione con orari, biglietti e personale: è un paese abitato in cui la vita quotidiana continua indipendentemente dal visitatore. Questa differenza ha conseguenze pratiche molto concrete che è meglio conoscere prima di partire, per non tornare a casa delusi accusando il borgo di essere chiuso.

Conseguenza numero uno: gli orari non sono turistici, sono paesani. Il pomeriggio, specialmente d'estate, il paese si ferma davvero. Non è pigrizia, è organizzazione del lavoro agricolo tramandata: si lavora presto, si riposa nelle ore calde, si riprende nel tardo pomeriggio. Chi arriva alle due e mezza di un pomeriggio di luglio troverà tutto chiuso e nessuno per strada, e ne dedurrà che il paese è morto. Non è morto: dorme, e alle sei ricomincia a respirare.

Conseguenza numero due: le chiese possono essere chiuse. Le chiese dei borghi piccoli aprono per le funzioni e in occasioni particolari, perché non c'è personale per tenerle aperte e sorvegliate tutto il giorno, e perché purtroppo il furto di arredi sacri nei paesi appenninici è un problema reale e documentato. Se la visita interna di San Lorenzo o di Santa Maria Nova è una priorità, il modo giusto è informarsi in anticipo tramite la parrocchia o il Comune, oppure organizzare la visita in coincidenza con gli orari delle celebrazioni. Presentarsi e basta è una scommessa.

Conseguenza numero tre: i rumori. In un borgo di pietra a vicoli stretti, il suono rimbalza in modo impressionante. Una conversazione a voce normale in un vicolo si sente in cinque case. Un gruppo di quindici persone che parla ad alta voce alle nove di sera è, per chi ci abita, un piccolo incubo. Non serve camminare in silenzio religioso, serve solo la consapevolezza di attraversare il corridoio di casa d'altri.

Conseguenza numero quattro, molto pratica: i bagni pubblici in questi borghi sono scarsi o assenti, e i bar sono pochi e con orari limitati. Organizzatevi prima. Sembra un dettaglio da poco, ma è la cosa che rovina più giornate familiari di quanto si immagini. Conseguenza numero cinque: gli animali. In un paese sabino i cani ci sono, spesso liberi nei cortili o al seguito dei padroni, e i gatti hanno una popolazione autonoma con proprie gerarchie territoriali. Chi viaggia con un cane al guinzaglio lo metta in conto, e raccolga sempre, perché in un vicolo largo due metri qualunque negligenza è immediatamente visibile e ricordata.

La logistica di Toffia che nessuno mette per iscritto

Prima cosa: la copertura telefonica e la navigazione. Nei borghi dell'entroterra sabino il segnale può essere discontinuo, specie dentro i vicoli stretti fra muri di pietra spessi e nelle valli dove si scende verso il Farfa. Il consiglio operativo è banale ma efficace: scaricare in anticipo le mappe della zona per l'uso senza connessione. E non fidatevi ciecamente del navigatore per l'ultimo tratto: in tutti questi paesi il sistema tende a indirizzare dentro il centro storico, su vicoli in cui una macchina non passa fisicamente o passa senza poter più tornare indietro. È l'errore più frequente in assoluto, e una berlina incastrata sotto un arco è uno spettacolo che in Sabina si ripete con regolarità stagionale. La regola d'oro: quando la strada comincia a stringersi e il selciato diventa pietra, fermarsi e proseguire a piedi.

Seconda cosa: le strade provinciali. Sono belle e panoramiche, ma vanno prese con la mentalità giusta. Sono strette, con curve cieche, senza illuminazione, spesso con muretti a secco o cunette al posto della banchina. Nei periodi di raccolta si incontrano trattori, motocarri e furgoni dei frantoi che si muovono lentamente e che a volte si fermano dove capita. D'inverno, nei tratti in ombra, può esserci umidità o ghiaccio. Guidare qui significa tenere una velocità più bassa di quella che il limite consentirebbe, e restare larghi nelle curve senza mai tagliare.

Terza cosa: il meteo di collina. Toffia è a 262 metri, una quota che non è montagna ma non è nemmeno pianura, ed è esposta. Questo produce due fenomeni che sorprendono chi arriva da Roma. Il primo è l'escursione termica: la differenza fra il sole e l'ombra, e fra il pomeriggio e la sera, è molto più marcata che in città. Una felpa in borsa serve anche a maggio. Il secondo è il vento: nei belvedere e nei punti alti tira spesso, e un vento anche moderato su un crinale cambia completamente la percezione della temperatura. In compenso, la stessa esposizione regala una qualità dell'aria e una nitidezza della visibilità che in pianura non si trovano.

Quarta cosa: la stagionalità dei servizi. Molte attività dei borghi sabini lavorano su base stagionale o con orari ridotti nei mesi morti. Gennaio e febbraio, esclusi i periodi di festa, sono i mesi più silenziosi in assoluto. Non è un male, anzi: chi ama i luoghi vuoti troverà il borgo tutto per sé. Ma bisogna arrivare attrezzati, perché la probabilità di trovare tutto chiuso è alta. Quinta cosa: le informazioni invecchiano. Orari, aperture, date delle feste, servizi di trasporto: tutto cambia, e nei territori piccoli cambia senza che qualcuno aggiorni i siti. La verifica va fatta sempre sui canali istituzionali del Comune, della Pro Loco o della parrocchia, e possibilmente pochi giorni prima della partenza.

Il valore vero di Toffia, e perché lo si capisce solo tornandoci

Toffia non ha un capolavoro. Non c'è il quadro celebre, non c'è la cattedrale gotica, non c'è il museo che giustifichi da solo il viaggio: le opere di Manenti e il tondo fiorentino sono cose da intenditori, non da folle. Chi arriva con la mentalità del collezionista di monumenti resta a mani vuote, e infatti alcune recensioni online di questi borghi dicono esattamente questo: carino ma non c'è niente da vedere. Hanno ragione e hanno completamente torto. Hanno ragione perché effettivamente non c'è un oggetto singolo da guardare. Hanno torto perché l'oggetto da guardare è il paese intero, come organismo, e questo tipo di visione richiede un allenamento diverso.

Un borgo come questo si legge come si legge un testo. La struttura difensiva parla della paura di mille anni fa. Gli archi parlano della scarsità di spazio e dei terremoti. Gli oliveti parlano dell'economia. Le case chiuse parlano dell'emigrazione. I restauri recenti parlano del ritorno. I palazzi parlano della rivalità fra Orsini e Colonna. I gradini consumati dicono quante volte quel percorso è stato fatto. Non è un elenco di attrazioni: è una stratigrafia. Chi impara a leggerla non torna più a casa dicendo che non c'era niente da vedere, in nessun borgo d'Italia.

La seconda cosa che nessuno dice è che il valore di Toffia è anche in ciò che non c'è. Non c'è la fila di negozi di souvenir uguali, non c'è la ressa, non c'è il paese trasformato in scenografia per visitatori con i residenti espulsi verso la periferia. Questo equilibrio è fragile e non va dato per scontato: molti borghi celebri d'Italia lo hanno perso nell'arco di dieci o quindici anni, diventando bellissimi e vuoti. Toffia oggi è ancora dalla parte giusta di quella linea, e il modo in cui la si visita contribuisce, nel piccolo, a mantenerla lì.

Terza cosa: il silenzio. Non è un modo di dire. In un pomeriggio infrasettimanale fuori stagione, nei vicoli alti di questo borgo, il rumore di fondo scende a livelli che chi vive in città non sperimenta praticamente mai. Si sentono il vento negli olivi, le campane, qualche cane lontano, una radio da una finestra. Il silenzio ha un effetto fisiologico misurabile sulle persone, e mezz'ora di questo silenzio vale più di molte cose che facciamo per rilassarci. È, letteralmente, una risorsa del territorio, e ha senso trattarla come tale.

Quarta cosa: l'olio è il vero museo. È la conclusione a cui arrivo ogni volta che torno in Sabina. Il patrimonio più antico e più continuo di questo territorio non è un edificio: è una pratica agricola con duemila anni di storia ininterrotta, che ha modellato il paesaggio, determinato le leggi locali, plasmato la cucina e definito i cicli della vita sociale. A Toffia quasi ogni famiglia possiede un pezzo di oliveto, e l'olio che si produce è ancora in gran parte olio di casa, per il consumo familiare e per i parenti in città. Visitare un frantoio in stagione, assistere alla molitura, assaggiare l'olio appena uscito, verde e pungente, è un'esperienza storica oltre che gastronomica. E costa infinitamente meno di un biglietto per un museo.

Quinta e ultima cosa: ci vuole più di una visita. È il consiglio meno commerciabile che esista, perché nessuno vuole sentirsi dire che una gita non basta. Ma è la verità. La prima volta a Toffia si guarda, ci si orienta, si scattano le foto ovvie. La seconda volta si cominciano a notare i dettagli, si riconoscono i vicoli, si sceglie meglio la luce. La terza volta, magari capitata in una festa o in un giorno di pioggia o all'ora del tramonto d'autunno, il borgo si apre. È lo stesso meccanismo che vale per la musica: un pezzo lo si capisce al terzo ascolto. Parliamo di cinquantacinque chilometri da Roma, un'ora di macchina o un treno regionale sulla FL1. Tornarci non è un'impresa: è una scelta.

Il consiglio che ti do per visitare Toffia (RI)

La differenza fra una visita riuscita e una visita deludente in un borgo come questo non dipende da quello che si vede: dipende da come lo si vede. E il metodo, in un paese di mille abitanti, conta più di qualsiasi elenco di monumenti. Il consiglio principale è questo: fate due giri, non uno. Il primo giro è il giro esterno, il secondo è il giro interno. Sembra una banalità e invece è la chiave.

Il giro esterno si fa appena arrivati, prima ancora di entrare nel borgo. Si lascia l'auto e si percorre a piedi la strada che gira intorno al perimetro. Ci vogliono pochi minuti, e in quei pochi minuti si capisce la struttura dell'insediamento meglio di quanto la si capirebbe in un'ora dentro i vicoli. Si vede la cortina di case che si chiude su se stessa, si vede come il costruito segue la curva del colle, si vedono le porte e ci si rende conto che sono poche e che si aprono esattamente dove il terreno lo permetteva. In moltissimi borghi analoghi la crescita otto-novecentesca ha sfondato l'anello, aperto brecce, addossato costruzioni all'esterno che hanno cancellato la leggibilità della struttura. Qui, per una combinazione di povertà, marginalità e poi di tutela, l'ellisse è rimasta. Chi fa il giro completo vede la cortina di case presentarsi come un muro unico, alto, quasi senza finestre nei livelli bassi: è la sensazione che avrebbe avuto un viandante nell'anno Mille, ed è una delle poche esperienze davvero autentiche che un borgo può ancora regalare.

Vale la pena spiegare perché quell'ellisse esiste, perché non è un capriccio estetico ma un documento. Si prenda un colle con una sommità allungata, non tonda. Bisogna proteggere una comunità agricola con risorse limitatissime: non c'è il denaro per costruire chilometri di mura vere e proprie, con torri, camminamenti e opere murarie autonome. Che cosa si fa? Si usano le case. Si costruisce l'anello esterno delle abitazioni in aderenza, tutte attaccate, senza soluzione di continuità, con la parete esterna cieca o dotata solo di piccole aperture in alto. Quella parete diventa la cortina. Il costo della difesa si spalma sulle famiglie, che comunque una casa dovevano costruirla; ogni proprietario è, di fatto, il manutentore di un tratto di mura. È il cosiddetto borgo-recinto, una tipologia diffusissima nel Lazio interno e in Umbria. Il perimetro segue le curve di livello del colle, e siccome il colle è ellittico l'insediamento è ellittico. Dentro l'anello i vicoli non sono un labirinto casuale ma un sistema a spirale che sale verso il punto culminante, dove si trovavano il potere militare, il castello dei Colonna, e quello religioso. Chi entrava con intenzioni ostili doveva salire per percorsi stretti, obbligati, facilmente difendibili, sotto il tiro di chi presidiava la sommità.

Il giro interno si fa dopo, entrando da Porta Maggiore e uscendo dall'altra parte, ma senza scegliere un percorso: lasciandosi guidare dalla pendenza. La regola pratica è semplicissima: a un bivio, prendere la strada che sale. Prima o poi si arriva in cima, a Santa Maria Nova. Per tornare, prendere sempre quella che scende, e si esce per forza. In un borgo a spirale non ci si perde davvero, ci si perde solo abbastanza da divertirsi.

Il secondo consiglio riguarda il ritmo. Toffia non è un museo con un percorso, è un paese abitato. La quantità di cose interessanti che si vedono è direttamente proporzionale alla lentezza con cui si cammina. Tre soste obbligate, non geografiche ma comportamentali: sedersi almeno una volta su un gradino all'ombra di un arco e restare fermi cinque minuti; fermarsi in piazza Lauretana e guardare lo spazio, non le facciate, cioè osservare come la piazza è organizzata intorno alla chiesa e al marmo; e affacciarsi dal sagrato di Santa Maria Nova verso la valle, restando finché non si riescono a distinguere almeno tre borghi diversi sui colli di fronte. Quest'ultima è una specie di gioco, ma funziona: quando si cominciano a riconoscere i profili degli altri paesi, si è capito che questi borghi sono un sistema visivo, si guardano l'un l'altro, e nel medioevo si segnalavano.

Terzo consiglio, e questo è quello che quasi nessuno segue: parlate con qualcuno. In un borgo di mille abitanti, la persona seduta sulla panchina o il negoziante che chiude bottega sanno cose che non si trovano su nessun sito. Non serve fare l'intervista: basta un saluto e una domanda vera, del tipo: scusi, questa chiesa apre? oppure: dove si vede meglio il panorama? Nove volte su dieci risponde qualcuno che poi racconta anche altro. È così che si impara la metà delle cose da sapere. Attenzione però al modo: entrare in un paese piccolo con la telecamera accesa e la voce alta è il modo migliore per farsi chiudere tutte le porte. La discrezione, qui, è la valuta di scambio.

Quarto consiglio: abbinate Toffia a qualcosa. Da sola è una mattinata o un pomeriggio, non una giornata piena, e chi cerca di riempirci otto ore finisce per annoiarsi e poi scrive recensioni ingenerose. La combinazione più logica e più bella è con l'Abbazia di Farfa: mezza giornata al borgo e mezza al monastero, con pranzo in mezzo. In alternativa, per chi si interessa alla parte agricola e produttiva, un frantoio in stagione o il museo dell'olio di Castelnuovo di Farfa. Chi viaggia con qualcuno che ama camminare più che visitare ha la giornata perfetta in borgo al mattino e gole del Farfa nel pomeriggio, con il fresco del canyon a chiudere la giornata. Chi vuole un accompagnatore che conosca davvero questa fascia di colline, e un'auto con autista per incastrare tre borghi in un giorno senza pensare ai parcheggi, può rivolgersi a TourLeaderPro, che organizza accompagnamento turistico professionale e tour privati a partire da Roma.

Quinto consiglio, sull'orario. Due finestre funzionano meglio delle altre. La prima è il mattino presto, fra le otto e le dieci: il borgo è vivo, la gente esce, i vicoli sono in ombra, la luce è radente e i colori della pietra sono caldi. La seconda è il tardo pomeriggio, l'ora e mezza prima del tramonto: la valle del Tevere si riempie di foschia dorata, gli oliveti passano dal verde all'argento, e i belvedere danno il massimo. Le ore centrali, specie in estate, sono le peggiori: luce piatta, caldo, paese chiuso, gente in casa. Chi arriva a mezzogiorno usi quel tempo per mangiare e riparta a esplorare quando l'aria si abbassa.

Sesto consiglio, sul mangiare. La Sabina è terra di cucina povera e onesta: legumi, zuppe, pane, carni bianche e ovine, e naturalmente l'olio, che qui non è un condimento ma un ingrediente. La bruschetta con olio nuovo, in stagione, è letteralmente il piatto identitario del territorio, e va provata dove l'olio è quello del produttore. Prenotate, sempre: in questi paesi i posti a sedere sono pochi e un gruppo che si presenta senza avvisare la domenica a mezzogiorno rischia di restare a bocca asciutta. Settimo e ultimo consiglio: comprate qualcosa, e compratelo qui. Non per romanticismo, ma per una ragione pratica. L'economia dei borghi come Toffia regge su margini sottilissimi, e la differenza fra un paese che resta vivo e uno che si svuota è fatta da migliaia di piccoli acquisti. Una bottiglia di olio extravergine Sabina DOP comprata direttamente dal produttore, un barattolo di olive, un prodotto del forno: sono cose che si portano a casa e che, a differenza dei souvenir, finiscono davvero in tavola.

Toffia (RI)
Toffia (RI)

Vincenzo Manenti e i pittori che hanno lavorato a Toffia

Se Toffia ha un artista, è Vincenzo Manenti. Nato nel 1600 a Canemorto, l'attuale Orvinio, sull'altro versante dei Monti Sabini, si formò a Roma nella bottega del Cavalier d'Arpino e poi presso il Domenichino, cioè al centro stesso della pittura romana del primo Seicento, fra tardo manierismo e classicismo bolognese. Intorno al 1622 tornò in Sabina e vi restò per tutta la vita, lavorando per le famiglie Orsini e Colonna, per le abbazie benedettine e per le parrocchie di decine di paesi: una carriera da pittore di provincia scelta, non subita, che gli valse il soprannome di Sabinus pictor. Morì a Orvinio nel 1674. A Toffia lavorò fra il 1650 e il 1656, e lasciò la tela del martirio di San Lorenzo sull'altare maggiore della chiesa del patrono, gli affreschi della cappella della Madonna del Carmelo in Santa Maria Nova, con il San Giovanni Damasceno, le storie di San Francesco nell'Oratorio delle Stimmate e la Madonna fra i santi Lucia, Giovanni Battista e Francesco dell'Oratorio francescano.

Per chi vuole un giudizio e non un elenco: Manenti è un pittore corretto, aggiornato sui modelli romani, capace di grandi pale d'altare leggibili da lontano, e proprio per questo utile per capire come arrivava la pittura della capitale nei paesi dell'Appennino. Non è un genio e non lo si va a cercare per un'emozione estetica fulminante; lo si va a cercare per capire il Seicento sabino, la sua devozione, le sue committenze, la sua voglia di somigliare a Roma. Chi lo ha visto a Subiaco, a Rieti o a Orvinio troverà a Toffia una tappa coerente di quel percorso. Chi non lo conosce scoprirà che l'arte in Sabina non è finita con il medioevo.

Prima di lui, il Quattrocento aveva portato a Toffia Jacopo da Roccantica, allievo di Pietro Coleberti, con la Natività del complesso di San Bernardino; e un ignoto maestro fiorentino, con il tondo della Vergine di Santa Maria Nova. Dopo di lui, il Settecento ha lasciato il quadro del martirio di San Saturnino di Ferdinandus Henry in San Lorenzo, e la scuola di Carlo Maratta la Vergine col Bambino della parrocchiale. Quattro secoli di pittura in un paese di mille abitanti: non è poco, e nessuna guida generale lo dice.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che i borghi sabini siano nati come castelli dell'abbazia di Farfa lo dicono tutti i pannelli. Quello che quasi nessuno cita è che, per capire un paese come Toffia, bisogna guardare il mondo dal punto di vista di un contadino del Mille. Il suo mondo aveva un centro, e quel centro non era Roma: era l'abbazia. Da lì arrivavano le regole, i calendari, i prezzi, le sentenze, le carestie e i soccorsi. Lì si conservavano i documenti che dicevano chi possedeva cosa. Lì c'erano la biblioteca, lo scriptorium, l'unico luogo nel raggio di giornate di cammino dove qualcuno sapeva leggere e scrivere in modo professionale.

Il Regesto di Farfa, la grande raccolta di documenti compilata dai monaci per tenere memoria dei diritti e delle proprietà dell'abbazia, è uno dei corpus documentari più straordinari del medioevo europeo. Non è un libro di storie: è un archivio di contratti, donazioni, permute, cause. Ma proprio per questo è una miniera, perché restituisce nomi di persone comuni, confini di campi, prezzi di terreni, controversie fra vicini. È la fonte in cui Toffia compare per la prima volta, nel 940, come castello de Tophila, ed è il tipo di fonte che permette di ricostruire come vivevano davvero le comunità di questi colli. La Sabina è, grazie a Farfa, uno dei territori medievali meglio documentati d'Italia. Pochissimi luoghi possono dire altrettanto.

Questo produsse una geografia sacra molto particolare. I castelli del feudo farfense non erano semplicemente paesi vicini a un monastero: erano nodi di una rete che aveva un centro fisico e simbolico. Le processioni, le fiere, gli obblighi di lavoro, i pellegrinaggi, tutto convergeva verso il fondovalle dove sorge l'abbazia. Ancora oggi, dal sagrato di Santa Maria Nova, guardando verso la depressione dove scorre il Farfa, la logica si capisce: il monastero è in basso, protetto, in un vallone appartato, mentre i castelli sono in alto, a vista l'uno dell'altro. Una rete di sorveglianza reciproca con il centro nascosto. C'è un elemento in più: l'abbazia era imperiale, giuridicamente dipendente dall'imperatore e non dal papa. In un territorio a cinquanta chilometri da Roma, questo significa che per secoli il papato ha avuto sulla soglia di casa una potenza fondiaria che non gli obbediva, e la storia della Sabina medievale è in buona parte la storia di questo braccio di ferro. Oggi il complesso di Farfa conserva la basilica, il chiostro, la biblioteca e un piccolo borgo di casette che un tempo ospitava una fiera mercantile: chi ci va provi a leggere quel borghetto come un centro commerciale del Cinquecento, perché è esattamente quello che era. Castelnuovo di Farfa porta il legame nel toponimo e ospita un museo dell'olio fra i più interessanti del Lazio interno; Montebuono, più a nord, conserva memorie romane e della prima cristianizzazione. Tutti questi paesi vanno letti insieme, come pezzi di un sistema, non come tappe indipendenti.

Gli oliveti e il paesaggio di Toffia: la Sabina DOP

Quello che si vede dai belvedere di Toffia non è natura: è un paesaggio culturale, costruito, mantenuto e modificato dall'uomo per duemila anni. I terrazzamenti sostenuti da muri a secco, i sentieri di servizio fra gli oliveti, le case coloniche sparse, le sorgenti captate: tutto questo è infrastruttura agricola antica. Gli olivi non sono nati lì per caso, sono stati piantati, innestati, potati e curati da generazioni che si sono trasmesse un sapere tecnico preciso. Alcuni esemplari nella bassa Sabina hanno un'età che si misura in secoli e circonferenze che richiedono più persone per essere abbracciate; l'olivone di Canneto, nel vicino comune di Fara in Sabina, è considerato uno degli alberi più vecchi d'Europa.

Da qui nasce l'olio extravergine di oliva Sabina DOP, che è stata fra le prime denominazioni di origine protetta riconosciute in Italia per l'olio. Le cultivar tradizionali del comprensorio, fra cui Carboncella, Leccino, Frantoio, Raja e Rosciola, danno un olio dal profilo riconoscibile: fruttato medio, con note erbacee e di carciofo, un amaro e un piccante presenti ma equilibrati, mai aggressivi. È un olio da tavola più che da cucina spinta, di quelli che si mettono a crudo su una bruschetta e non hanno bisogno di altro. A Toffia, dove quasi ogni famiglia ha il suo oliveto, la raccolta di novembre è ancora un fatto collettivo: le reti stese, le scale, i sacchi al frantoio, la prima bruschetta con l'olio appena uscito. Chi vuole capire davvero il territorio trovi il modo di essere qui in quelle settimane: la visita a un frantoio in stagione vale più di tre musei.

La foto giusta da fare a Toffia (RI)

In un borgo come questo la tentazione di scattare mille immagini uguali è fortissima e il risultato, tornando a casa, è una cartella piena di vicoli indistinguibili. Dico dove sia la foto vera, e soprattutto perché sia lì.

La foto giusta a Toffia è una sola, e non è il panorama. È l'arco. Non un arco generico: un arco che scavalca un vicolo in salita, ripreso da sotto, in modo che l'inquadratura sia divisa in tre fasce. In basso il selciato lucido, che riflette la luce; in mezzo la fascia scura del passaggio coperto; in alto, oltre l'arco, un pezzo di cielo o di muro illuminato. Questa struttura a tre fasce è quello che rende leggibile la fotografia: un primo piano, un tunnel e una via di fuga luminosa. È esattamente la composizione che i pittori chiamavano repoussoir, cioè un elemento scuro in primo piano che spinge lo sguardo verso il fondo chiaro. Il momento in cui questa foto funziona meglio è quando c'è sole diretto sulla parte alta e ombra sulla parte bassa, cioè metà mattina o metà pomeriggio. A mezzogiorno il sole entra verticale nel vicolo e appiattisce tutto; con il cielo coperto si perde il contrasto e l'immagine diventa grigia. Dopo la pioggia, correte: il selciato bagnato riflette e la fascia inferiore dell'inquadratura si accende.

Consiglio tecnico, per chi scatta con il telefono: toccare lo schermo sulla zona illuminata in fondo, non su quella scura in primo piano. Il telefono, lasciato a sé, cerca di illuminare le ombre e brucia irrimediabilmente la parte chiara. Esponendo sulle luci, le ombre restano profonde e l'immagine acquista quella drammaticità che è propria dei borghi di pietra. Poi, in post-produzione, si alzano leggermente le ombre: recuperare dal buio si può, recuperare dal bianco bruciato no.

La seconda foto è il profilo del borgo dall'esterno. Percorrendo la provinciale Farense ci sono uno o due punti in cui la strada fa una curva e il paese si presenta di lato, sul crinale, con gli oliveti in primo piano e il campanile-maschio di Santa Maria Nova a fare da perno. È la foto che spiega la geografia: si capisce che è un borgo su un colle, che l'abitato è compatto, che il rapporto con la campagna è diretto. Il momento migliore è il tardo pomeriggio, quando il sole radente scolpisce il volume delle case e gli olivi diventano argento vivo. Fermatevi in un punto sicuro, mai in curva, e usate un teleobiettivo o lo zoom moderato: il grandangolo rimpicciolisce il borgo e lo rende insignificante, mentre una focale più lunga comprime i piani e fa sembrare gli oliveti addossati alle case, che è esattamente il rapporto vero fra il paese e la sua terra.

La terza foto è il panorama sulla valle del Farfa e del Tevere dal sagrato di Santa Maria Nova. È la più facile da scattare e la più difficile da rendere interessante, perché i panorami vasti sono noiosi se non hanno un soggetto. La soluzione è sempre la stessa: mettere qualcosa in primo piano. Un ramo di olivo, un parapetto di pietra, una ringhiera, lo spigolo di una casa. Serve un elemento a fuoco vicino che dia profondità, altrimenti resta una striscia di colline che chiunque potrebbe aver fotografato ovunque. Il momento d'oro è l'ora prima del tramonto, quando la foschia della valle diventa luce.

La quarta foto, quella a cui tengo di più e che quasi nessuno fa, è il dettaglio. Toffia è piena di dettagli che raccontano più di un panorama: le scacchiere romane sulla facciata di San Lorenzo, le finestre guelfe di Palazzo Orsini, le bifore di Casa Cappucci, i fori del ponte levatoio a Porta Maggiore, un anello di ferro murato a cui si legavano le bestie, una porta di legno consumata dal sole, i gradini scavati al centro da milioni di passi, un vaso di gerani su un davanzale di pietra. Fate almeno cinque foto di questo tipo. Sono quelle che, riguardando la cartella fra sei mesi, riportano davvero in quel vicolo.

Due parole sull'etichetta fotografica, che in un borgo abitato non è un dettaglio. Le finestre delle case sono a un metro dal vicolo: puntare l'obiettivo dentro una finestra è entrare in casa di qualcuno. Le persone anziane sedute sulle panchine non sono elementi di folclore: per fotografarle si chiede, e si accetta il no. I droni, dove non sono vietati, sono comunque una violenza acustica in un luogo il cui valore principale è il silenzio, e in molti contesti serve un'autorizzazione: informatevi prima e, in ogni caso, evitate di far volare un motore sopra le teste della gente durante una festa o una funzione religiosa. Ultimo suggerimento, controintuitivo: lasciate la macchina fotografica in tasca per il primo quarto d'ora. Chi comincia a scattare appena arriva vede il borgo attraverso un rettangolo e finisce per fotografare le cose ovvie. Chi cammina prima e scatta dopo sa già dove sono le luci, gli archi migliori, gli scorci.

Toffia (RI)
Toffia (RI)

Le feste di Toffia (RI): San Lorenzo, Ferragosto e l'inverno

Il calendario del paese ruota intorno a due date d'agosto. Il 10 agosto è la festa del patrono, San Lorenzo, con la processione e le celebrazioni nella chiesa fuori dalle mura, in coincidenza con la notte delle stelle cadenti che la tradizione popolare lega alle lacrime del santo. A Ferragosto, da più di vent'anni, Toffia ospita la sua festa principale, una manifestazione di strada che porta nei vicoli e nelle piazze teatranti, musicisti, artigiani, giullari e danzatori: il borgo diventa scenografia di se stesso, e il pubblico non guarda uno spettacolo da una platea ma cammina dentro, sale i vicoli, entra negli ambienti. Un borgo medievale a vicoli stretti, archi, cantine, scalinate e portali di pietra è già, di suo, la ricostruzione perfetta di un villaggio antico: non serve costruire niente, bisogna solo riaccendere quello che c'è. Le cantine e i magazzini che nell'uso quotidiano restano chiusi vengono aperti; i figuranti e gli organizzatori sono in buona parte gli abitanti.

La dimensione sociale di queste feste è quella che a me interessa di più. Un evento del genere richiede mesi di preparazione, decine di riunioni, costumi, logistica, prove. In un paese di mille abitanti significa che praticamente tutti sono coinvolti in qualche ruolo. La festa è, in questi borghi, l'infrastruttura sociale che tiene insieme una comunità altrimenti frammentata fra chi è rimasto, chi è sceso a valle e chi torna solo nei fine settimana. È il momento in cui il paese si ricompone. Lo stesso vale, in scala minore, per le altre ricorrenze del calendario, le processioni, le iniziative della Pro Loco e della banda musicale, le manifestazioni natalizie che in tutta la Sabina animano dicembre e l'Epifania. Le date precise cambiano di anno in anno: vanno controllate sul sito del Comune e sui canali della Pro Loco prima di mettersi in viaggio.

Un consiglio per chi viene a un evento serale, d'estate o d'inverno: vestirsi più pesante di quanto si pensi. Toffia è su un colle esposto, e la sera l'aria che scende dai Monti Sabini è tagliente anche ad agosto. Il pubblico resta in piedi, all'aperto, per un paio d'ore, spesso fermo in coda in un vicolo. Chi si presenta con la giacchetta da città se ne pente entro venti minuti. E la luce del fuoco e delle lanterne su una parete di pietra a vista fa una cosa che la luce elettrica non fa mai: rivela la grana, ogni irregolarità della muratura, ogni segno di scalpello. Si capisce, all'improvviso, che quelle case sono state fatte a mano, pietra su pietra.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Una cronologia ragionata, con il grado di certezza di ciascun fatto, perché in un paese così piccolo la tradizione e il documento si mescolano di continuo.

Intorno al 1200 avanti Cristo. In località Cerreto vive una comunità dell'età del Bronzo medio, il cui insediamento è stato scavato nel 1969 e che gli studi locali identificano con l'antica Suna degli Aborigeni. Documentato lo scavo, ipotetica l'identificazione.

II secolo avanti Cristo. Sul Monte Carpignano viene costruita una villa romana con terrazzamenti in opera poligonale; nello stesso periodo si datano le tombe da cui provengono le lastre con le scacchiere e i rilievi murati nella facciata di San Lorenzo. Documentato dai resti.

897. Le fonti locali registrano la costruzione dell'abitato di Tophia (aedificata Tophia). Tradizione erudita fondata su documenti farfensi.

Primi anni del X secolo e 940. Il castrum Tophiae risulta fra i possessi dell'abbazia di Farfa; nel 940 il Regesto farfense nomina il castello de Tophila. Documentato.

IX-X secolo. Dopo la distruzione saracena di Forum Novum (Vescovio), la chiesa di San Lorenzo viene elevata a cattedrale, seconda sede della diocesi di Sabina. Riportato dalle fonti diocesane e locali; la cronologia esatta non è precisabile.

1219. Papa Onorio III, il romano Cencio Savelli, visita Toffia: è l'anno in cui il papa soggiorna a lungo nella Sabina e nel Reatino. Riportato dalle fonti locali.

Duecento. Passaggio di San Francesco d'Assisi, ospitato dal paese secondo la memoria locale, che è all'origine della precoce presenza francescana e dell'inserimento di Toffia nel Cammino di San Francesco. Tradizione.

Tardo Duecento. Viene costruita l'attuale struttura della chiesa di San Lorenzo. Datazione degli studi.

Quattrocento. San Bernardino da Siena fonda, secondo la tradizione, la Confraternita del Gonfalone; Jacopo da Roccantica affresca la Natività nel complesso di San Bernardino; gli Orsini costruiscono il loro palazzo presso Porta Maggiore, mentre i Colonna tengono il castello sulla sommità. Tradizione per il santo, attribuzione stilistica per l'affresco, documentato per i palazzi.

2 luglio 1507. Inaugurazione della chiesa di Santa Maria Nova sull'area del castello dei Colonna. Documentato.

1611. Affreschi con le storie di Sant'Antonio nella chiesa di Sant'Alessandro. Documentato dalla data.

1637. Papa Urbano VIII concede a Toffia il seminario abbaziale di Farfa. Documentato.

1650-1656. Vincenzo Manenti lavora nelle chiese del paese; nel 1656 viene decorata la cappella di San Sisinio in San Lorenzo. Documentato.

1685. Visita pastorale del 24 maggio, di cui restano gli atti. Documentato.

1696. Data riferita alla ricostruzione della chiesa parrocchiale. Documentato dalle descrizioni, da leggere insieme al 1507.

1703. Il grande terremoto dell'Appennino centrale danneggia la cappella della Madonna del Carmelo. Documentato.

1782. Ricostruzione della cappella di San Saturnino in San Lorenzo. Documentato.

1798. Papa Pio VI, prigioniero dei francesi e avviato all'esilio, viene salutato dai toffiesi secondo la memoria del paese. Tradizione locale; l'itinerario dell'esilio papale è oggetto di ricostruzioni diverse.

1923 e 1927. Toffia passa dalla provincia di Perugia a quella di Roma e poi alla nuova provincia di Rieti. Documentato.

1969. Scavo dell'insediamento protostorico di Cerreto. Documentato.

1984. Un incendio colpisce una delle chiese del paese, seguito da restauri. Riportato dagli studi locali.

29 ottobre 1997. Decreto presidenziale di concessione dello stemma e del gonfalone. Documentato.

2000. Restauro della chiesa di Sant'Alessandro per il Giubileo. Documentato.

Chi è passato da Toffia (RI)

Quando si scrive di chi è passato da un borgo piccolo, la tentazione è quella di andare a caccia del personaggio famoso, magari forzando un po' la mano. Qui i nomi ci sono, e li do con il loro grado di certezza; ma prima vale la pena raccontare le categorie di persone che hanno attraversato questo colle nei secoli, perché sono loro ad aver lasciato i segni che si vedono.

I papi e i santi passati da Toffia

Il nome più alto è quello di papa Onorio III, che le fonti locali dicono in visita a Toffia nel 1219. È una data plausibile: Onorio III, il romano Cencio Savelli, in quegli anni si muoveva spesso fra Roma e Rieti, la città che i papi del Duecento usarono come residenza estiva e come rifugio, e la strada fra le due passava per la Sabina farfense. Alla stessa stagione appartiene la tradizione del passaggio di San Francesco d'Assisi, che nella Valle Santa reatina, a Greccio, a Fonte Colombo, a Poggio Bustone, ha lasciato memorie documentate, e che la memoria di Toffia vuole ospite del paese: nessun documento lo prova, ma la presenza francescana precocissima e l'oratorio delle Stimmate dicono che la comunità ci ha creduto per otto secoli. Nel Quattrocento la tradizione fa passare di qui San Bernardino da Siena, il grande predicatore che percorse l'Italia centrale fondando confraternite: a Toffia gli si attribuisce la Compagnia del Gonfalone. Infine papa Pio VI, il pontefice deportato dai francesi nel 1798 e morto in esilio a Valence l'anno dopo: la memoria locale ricorda i toffiesi che lo salutarono al passaggio. Tradizione, ancora una volta, ma tradizione che dice qualcosa di vero sulla posizione del paese lungo le strade fra Roma e il nord.

I monaci e Gregorio di Catino

I primi passanti abituali furono i monaci. Non tanto quelli chiusi a Farfa, quanto quelli che si muovevano: i procuratori, i cellerari, gli amministratori che giravano per i possedimenti dell'abbazia a riscuotere censi, verificare confini, redigere contratti. Erano, in sostanza, i funzionari di una multinazionale fondiaria altomedievale. Arrivavano a cavallo o a piedi, si fermavano nelle case dei rappresentanti locali, scrivevano. Fra loro merita un nome preciso Gregorio di Catino, il monaco che fra la fine dell'XI e l'inizio del XII secolo compilò il Regestum Farfense, raccogliendo e trascrivendo migliaia di documenti dell'archivio abbaziale, fra cui quelli che nominano Toffia. È grazie a lui se la Sabina medievale è uno dei territori meglio documentati d'Europa. Non sappiamo se abbia messo piede in ogni castello del feudo, ma sappiamo con certezza che ha maneggiato le carte che riguardavano queste terre. Chiunque oggi studi la storia di questi luoghi lo fa camminando dietro di lui.

I pittori: Jacopo da Roccantica e Vincenzo Manenti

Due artisti hanno lavorato qui in modo documentato o attribuito. Jacopo da Roccantica, nato intorno al 1410 e allievo di Pietro Coleberti, cui si riferisce la Natività di San Bernardino; e Vincenzo Manenti da Orvinio, che fra il 1650 e il 1656 dipinse per San Lorenzo, Santa Maria Nova e gli oratori francescani, e che di Toffia è, di fatto, il pittore ufficiale. Un artista che si ferma sei anni in un paese di queste dimensioni non ci viene per caso: ci viene perché le confraternite, i baroni e il seminario pagano, e questo dice quanto Toffia contasse nel Seicento sabino.

I pellegrini e i camminatori di oggi

Poi ci sono i pellegrini. La Sabina è attraversata da direttrici antichissime: la Salaria, una delle strade più vecchie d'Italia, che deve il suo nome al commercio del sale fra il Tirreno e l'Adriatico, e i percorsi che dal centro Italia scendevano verso Roma. Chi andava verso la città dei papi passava di qui, e i borghi lungo i crinali offrivano riparo, acqua e cibo. Non erano turisti: erano gente che camminava per settimane, spesso in condizioni durissime. L'ospitalità verso il viandante era un dovere religioso codificato, e le comunità monastiche e francescane ne facevano una missione. I pellegrini non sono finiti: Toffia è oggi uno dei comuni attraversati dal Cammino di San Francesco nel tratto laziale fra la Valle Santa di Rieti e Roma, e in primavera e in autunno si incontrano nei vicoli camminatori con lo zaino e la conchiglia, diretti a Farfa e poi verso la capitale. Chi vuole percorrerne un tratto trova nel paese un punto di sosta naturale, con acqua e ombra, e sui sentieri intorno la segnaletica del Cammino.

I pastori, i contadini, gli emigranti

La categoria più numerosa e più invisibile: i pastori della transumanza. Per secoli le greggi hanno percorso i tratturi che collegavano gli Appennini alle pianure, e la Sabina era terra di passaggio e di pascolo invernale. I pastori arrivavano in autunno, restavano, ripartivano in primavera. Portavano lana, formaggio, notizie e parole: molte espressioni del dialetto sabino e molte tecniche casearie hanno viaggiato su quelle rotte. Poi i contadini e gli olivicoltori, la categoria che ha inciso di più sulla forma fisica del borgo: generazioni intere di famiglie nate, cresciute, sposate e morte entro questo perimetro ellittico, coltivando le stesse terrazze, potando gli stessi alberi, riparando le stesse case. Sono loro che hanno costruito gli archi, consumato i gradini, murato gli anelli di ferro, scavato le cantine. La storia dell'architettura popolare non ha firme: è la somma anonima di migliaia di decisioni pratiche prese da persone che non pensavano di fare architettura. Eppure il risultato è quello che oggi fa attraversare mezza regione per vederlo.

E gli emigranti, la categoria dolorosa. Fra fine Ottocento e Novecento, come tutto l'Appennino centrale, la Sabina ha visto partire moltissima gente. Prima verso le Americhe, poi verso l'Europa del nord, poi verso Roma. Le case chiuse per decenni nel centro storico sono il monumento più eloquente a quell'emorragia. È una storia che non fa folclore ma che spiega perché il paese si è svuotato, perché tanti edifici sono arrivati fino a noi non ristrutturati, e paradossalmente perché oggi sono così autentici: la povertà è stata, suo malgrado, il miglior vincolo paesaggistico.

I viaggiatori, gli studiosi, i nuovi abitanti di Toffia

I viaggiatori del Grand Tour, o meglio quelli che sconfinavano dai percorsi canonici: l'itinerario classico dei viaggiatori nordeuropei fra Sette e Ottocento puntava a Roma, Napoli e la Sicilia, ma una minoranza di pittori di paesaggio, archeologi dilettanti ed ecclesiastici eruditi risaliva la valle del Tevere e la Sabina in cerca di rovine, di antichità e di quel paesaggio di colline, olivi e borghi arroccati che era diventato un genere pittorico a sé. Gli studiosi: la Sabina farfense è oggetto di ricerca storica e archeologica continua da oltre un secolo, e fra i nomi che hanno legato la propria opera a questo territorio va ricordato il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, che prima di diventare arcivescovo di Milano fu monaco benedettino e dedicò a Farfa una monografia storica, L'imperiale abbazia di Farfa, rimasta fondamentale. Un'artista, Maria Petrucci, ha scelto Toffia per le sue sculture di legno e le ha lasciate in Casa Raniero, dove oggi il museo porta il suo nome. E infine i nuovi arrivati: negli ultimi decenni i borghi della bassa Sabina hanno attirato romani in cerca di una seconda casa, stranieri, soprattutto nordeuropei e anglosassoni, che hanno comprato e restaurato immobili, artisti e artigiani che hanno trovato qui spazi e affitti impensabili in città, famiglie che hanno scelto di vivere fuori dalla metropoli restandole collegate grazie alla ferrovia. È un fenomeno ambivalente: ha portato risorse, restauri e vitalità, ma pone il problema dell'equilibrio fra residenti storici e nuovi proprietari, fra case abitate e case usate poche settimane l'anno. Chi vuole confrontare questa stratificazione umana con quella di altri borghi vicini guardi Casperia e Roccantica: tre paesi vicinissimi, con la stessa storia generale e tre esiti urbanistici e sociali molto diversi. Per la cornice più ampia della regione, la pagina di ItalyPlanner dedicata al Lazio raccoglie in inglese guide, borghi e gite di un giorno da Roma.

Toffia (RI)
Toffia (RI)

Toffia con i bambini, accessibilità e costi

Con i bambini Toffia funziona meglio di quanto si pensi, a patto di trasformare la visita in un gioco: la caccia ai frammenti romani (il marmo ovale, il leone, le scacchiere sulla facciata di San Lorenzo), il conteggio degli archi, la ricerca dei fori del ponte levatoio a Porta Maggiore, la salita a spirale con la regola del prendere sempre la strada che sale. I vicoli senza traffico sono sicuri; i gradini consumati e i parapetti bassi dei belvedere richiedono attenzione con i più piccoli. Non ci sono parchi giochi nel centro storico; la campagna intorno e le gole del Farfa sono la valvola di sfogo per un pomeriggio.

L'accessibilità va detta con chiarezza, perché nascondere questo dato non aiuta nessuno. Un borgo medievale in pendenza con selciato in pietra, gradini e vicoli stretti è oggettivamente difficile per chi ha problemi di mobilità, per le carrozzine e per i passeggini. Alcune parti sono percorribili, altre no. Via Porta Maggiore e Palazzo Orsini si raggiungono con una pendenza moderata; la salita a piazza Lauretana e a Santa Maria Nova è impegnativa. Chi viaggia con qualcuno che ha difficoltà motorie punti alla fascia perimetrale e ai punti panoramici raggiungibili senza affrontare le salite più dure, e valuti per la giornata un abbinamento con luoghi più agevoli come Poggio Mirteto o l'area dell'Abbazia di Farfa, che è in piano.

I costi sono il punto di forza: l'ingresso al borgo è libero, le chiese sono gratuite, il parcheggio lungo la strada esterna non è a pagamento, il museo si visita su richiesta. La spesa vera della giornata è il pranzo e, in stagione, l'olio da portare a casa. Una giornata Toffia più Farfa per una famiglia di quattro persone, con il pranzo in trattoria, costa meno di una mattinata in un museo romano.

Cosa c'è intorno a Toffia (RI) nel raggio di dieci minuti

La logica geografica è chiarissima, e Toffia da sola vale una mattinata ma la Sabina vale un fine settimana. A sei chilometri c'è l'Abbazia di Farfa, il centro gravitazionale storico di tutto il territorio, con la basilica, il chiostro, la biblioteca e il piccolo borgo monastico di Farfa che le si è formato attorno. Poco più in là c'è Fara in Sabina, con il suo belvedere, il museo civico archeologico e l'olivone di Canneto. Verso valle si scende a Poggio Mirteto, il centro di servizi della zona, con la stazione e una piazza settecentesca notevole. Sull'altro lato del Farfa, Castelnuovo di Farfa ospita il museo dell'olio. Salendo verso nord si arriva a Casperia, altro borgo a pianta concentrica interamente pedonale, e a Roccantica, arroccata sotto i Monti Sabini con gli affreschi di Santa Caterina. Chi ha una giornata intera e ama camminare inserisca le gole del Farfa, dove il torrente che dà il nome all'abbazia scava un canyon vegetale che d'estate è una benedizione. Lungo il Tevere, la riserva di Nazzano Tevere-Farfa è il posto giusto per gli uccelli acquatici e per una passeggiata in piano. Verso est, Orvinio, il paese di Manenti, e Collalto Sabino chiudono l'arco dei Monti Sabini.

Toffia (RI)
Toffia (RI)

Cosa mangiare a Toffia e nella bassa Sabina

La cucina di qui è quella della Sabina contadina, e ha tre pilastri. L'olio Sabina DOP, già citato, che si mangia a crudo sulla bruschetta e su tutto il resto. I frascarelli, un piatto rustico di farina lavorata in piccoli grumi irregolari con l'acqua, cotti come una polenta grossolana e conditi con olio, verdure o formaggio, che è il piatto povero per eccellenza di questi paesi e che pochi ristoranti fuori dalla Sabina conoscono. E la pizza fritta, la pasta di pane fritta nell'olio, dolce con lo zucchero o salata, che compare in tutte le feste di paese. Intorno, la cucina appenninica classica: legumi e zuppe, agnello e abbacchio, pecorino, salumi di produzione familiare, le paste all'uovo fatte in casa. Il vino è di importazione dai vicini colli, e non è il punto forte: qui si beve olio, per così dire. Nel borgo e nei paesi intorno le trattorie sono poche e la domenica si riempiono: prenotare è indispensabile, e i prezzi vanno chiesti al telefono perché cambiano.

Domande veloci su Toffia (RI)

Dove si trova Toffia e in quale provincia?

Toffia è in provincia di Rieti, nel Lazio, nella bassa Sabina, a 262 metri di quota sull'ultimo sperone dei Monti Sabini, affacciata sulla valle del Farfa. Confina con Castelnuovo di Farfa, Fara in Sabina, Nerola e Poggio Nativo.

Quanto dista Toffia da Roma?

Circa 55 chilometri di strada per l'A1 con uscita a Fiano Romano, la Salaria e la provinciale Farense; un'ora, un'ora e un quarto di viaggio. In linea d'aria sono una quarantina di chilometri.

Come si arriva a Toffia senza auto?

Con il treno regionale FL1 da Roma Tiburtina, Ostiense o Trastevere fino a Poggio Mirteto Scalo o a Fara in Sabina-Montelibretti, poi con un autobus Cotral verso i borghi collinari o con un taxi. Gli orari dei bus vanno controllati sul sito di Cotral il giorno prima, e la domenica le corse sono pochissime.

Quanto costa visitare Toffia?

Niente: il borgo è liberamente accessibile, le chiese sono gratuite quando sono aperte, il parcheggio lungo la strada esterna non è a pagamento. Il Museo Maria Petrucci si visita su richiesta.

Quanto tempo serve per visitare Toffia?

Due o tre ore per il giro esterno, la salita a spirale fino a Santa Maria Nova, la discesa e San Lorenzo fuori dalle mura. Con l'Abbazia di Farfa e un pranzo si riempie una giornata intera.

Dove si parcheggia a Toffia?

Negli spazi lungo la strada che gira intorno al perimetro murato, fuori del borgo. Dentro il centro storico non si entra in auto: i vicoli non lo permettono e il navigatore, se lasciato fare, porta dritti sotto un arco.

Le chiese di Toffia sono aperte?

Non con orario continuativo. San Lorenzo, Santa Maria Nova e la Madonna di Loreto aprono per le funzioni e in occasioni particolari. Per una visita interna conviene telefonare al Comune (0765 326032) o alla parrocchia qualche giorno prima.

Che cosa vedere assolutamente a Toffia?

Porta Maggiore con i fori del ponte levatoio, Palazzo Orsini con le finestre guelfe, gli archi sui vicoli, piazza Lauretana con il Marmo di Piazza e la chiesa della Madonna di Loreto, Santa Maria Nova con il campanile ricavato dal maschio del castello dei Colonna, e la facciata di San Lorenzo con le scacchiere romane murate.

Perché Toffia ha la pianta ellittica?

Perché il castello farfense fu costruito seguendo le curve di livello di un colle allungato, con le case esterne costruite in aderenza a formare la cortina difensiva. È il borgo-recinto medievale, arrivato qui integro fino a oggi.

Chi erano gli Orsini e i Colonna a Toffia?

Le due famiglie baronali romane che si divisero il paese dal basso medioevo: gli Orsini nella parte bassa, con il palazzo quattrocentesco oggi sede del Comune, i Colonna nella parte alta, con il castello sulla sommità dove nel Seicento sorse Santa Maria Nova.

Toffia è stata una sede vescovile?

Sì: dopo la distruzione saracena di Forum Novum, l'odierna Vescovio, la chiesa di San Lorenzo fu elevata a cattedrale, seconda sede della diocesi di Sabina. È la ragione della sproporzione fra un paese così piccolo e una chiesa così importante.

Chi era Vincenzo Manenti e cosa ha dipinto a Toffia?

Un pittore nato a Orvinio nel 1600, formato a Roma con il Cavalier d'Arpino e il Domenichino, attivo in tutta la Sabina. A Toffia, fra il 1650 e il 1656, dipinse il martirio di San Lorenzo sull'altare maggiore della chiesa del patrono, la cappella della Madonna del Carmelo in Santa Maria Nova e gli affreschi francescani dell'Oratorio delle Stimmate.

Che cos'è il Marmo di Piazza di Toffia?

Una grande pietra ovale romana, con una scacchiera incisa, conservata in piazza Lauretana. Secondo la tradizione serviva da banco per concludere gli affari e per saggiare le monete dal suono.

Toffia è sul Cammino di San Francesco?

Sì, è uno dei comuni attraversati dal tratto laziale del Cammino di San Francesco, fra la Valle Santa di Rieti e Roma, e la tradizione locale ricorda un passaggio del santo nel Duecento.

Quando è la festa di Toffia?

Il 10 agosto per il patrono San Lorenzo e a Ferragosto per la festa di strada con teatranti, musicisti e artigiani nei vicoli. Le date e i programmi dell'anno vanno controllati sul sito del Comune e sui canali della Pro Loco.

Toffia è adatta ai bambini?

Sì, con la visita trasformata in gioco: la caccia ai frammenti romani, il conteggio degli archi, la regola della strada che sale. Attenzione ai gradini consumati e ai parapetti dei belvedere. Non ci sono parchi giochi nel centro storico.

Toffia è accessibile in sedia a rotelle?

Solo in parte. Via Porta Maggiore e Palazzo Orsini si raggiungono con pendenza moderata; la salita a piazza Lauretana e a Santa Maria Nova è impegnativa, con gradini e selciato in pietra. L'area dell'Abbazia di Farfa, in piano, è più agevole.

Qual è la differenza fra Toffia e Casperia?

Sono entrambi borghi farfensi a pianta concentrica e pedonali. Casperia è più grande, più alto e più noto, con le mura complete e le torri; Toffia è più piccolo, meno visitato e conserva i palazzi baronali di Orsini e Colonna e le opere di Manenti. Chi ha un giorno può vederli entrambi.

Che cosa si mangia a Toffia?

Bruschetta con olio Sabina DOP, frascarelli, pizza fritta, zuppe di legumi, agnello, pecorino e paste fatte in casa. Le trattorie sono poche e la domenica si riempiono: prenotare.

Quando conviene visitare Toffia?

In primavera per le fioriture e a novembre per la raccolta delle olive e l'olio nuovo. In estate al mattino presto o prima del tramonto; a Ferragosto per la festa. Da evitare le ore centrali dei pomeriggi estivi, quando il paese è chiuso.

C'è un ufficio turistico a Toffia?

Non un ufficio presidiato tutti i giorni. I riferimenti sono il Comune, in via Porta Maggiore 9 (0765 326032), e la Pro Loco. Per una visita guidata in gruppo conviene rivolgersi a un accompagnatore professionista.

Perché torno a Toffia

Fra i borghi del Lazio, Toffia è quello ideale per spiegare che cos'è un castello farfense a chi non lo ha mai visto: l'ellisse intatta, la porta con il ponte levatoio, i due baroni che si dividono un colle di trecento metri, la cattedrale fuori dalle mura costruita con i sepolcri dei Romani. In un'ora si capisce un meccanismo che a Roma richiede una biblioteca. Il consiglio è di non venirci per vedere qualcosa, ma per capire qualcosa; di venirci due volte, la seconda a novembre con l'olio nuovo; e di cominciare da qui il giro della Sabina, perché è il posto in cui il borgo sabino si legge nel modo più chiaro e più intatto. Poi Farfa, poi Casperia, poi Roccantica. Ma prima Toffia.

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