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Falerii Novi

In breve. Falerii Novi è una città romana rimasta sotto un campo, con il suo giro di mura ancora in piedi e una chiesa abbaziale medievale piantata dentro.

Falerii Novi è una città romana rimasta sotto un campo, con il suo giro di mura ancora in piedi e una chiesa abbaziale medievale piantata dentro. Si trova nel comune di Fabrica di Roma, in provincia di Viterbo, a una cinquantina di chilometri da Roma. Si entra liberamente, non c’è biglietteria, non c’è custode nell’area aperta. Il motivo per venire è uno: camminare lungo un circuito murario romano quasi completo senza che nessuno ti chieda niente.

La città fu fondata nel 241 a.C., dopo che Roma rase al suolo Falerii Veteres, la capitale dei Falisci che stava dove oggi c’è Civita Castellana. I superstiti furono spostati in pianura, in un posto più comodo da controllare e più scomodo da difendere. Il risultato è una pianta regolare, quasi triangolare, con la via Amerina che la attraversa da nord a sud.

Oggi dentro le mura ci sono seminativi, qualche filare, una strada asfaltata che taglia il sito e l’abbazia di Santa Maria di Falleri. Il resto è sepolto. Nel 2020 una squadra di Cambridge e Gand ne ha mappato l’intera superficie interna con il georadar, senza toccare la terra. Quella mappa è la ragione per cui il nome di questo posto è finito sui giornali di mezzo mondo, e anche il motivo per cui molti arrivano qui aspettandosi qualcosa che sopra il livello del suolo non c’è.

Porta di Giove a Falerii Novi
La Porta di Giove nelle mura di Falerii Novi. Foto di Mongolo1984, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e come ci si arriva

L’indirizzo pubblicato per l’area archeologica è via Falerii Novi, 01034 Fabrica di Roma (VT), e il numero civico non esiste: il riferimento reale è la provinciale che collega Fabrica di Roma a Civita Castellana, circa quattro o cinque chilometri da entrambi i centri. Le fonti divergono sulla distanza esatta, fra i quattro chilometri indicati dal turismo locale e i cinque dichiarati dal portale regionale.

Serve l’auto, e lo dico senza giri di parole. La ferrovia regionale Roma Piazzale Flaminio, Civita Castellana, Viterbo ha una fermata a Civita Castellana e una a Fabrica di Roma, ma da entrambe le stazioni restano quattro o cinque chilometri di strada provinciale senza marciapiede e senza autobus urbano che arrivi al sito. A piedi si fa, in un’ora scarsa, ma si cammina in carreggiata.

La linea è di proprietà della Regione Lazio e dal primo luglio 2022 l’infrastruttura è affidata ad ASTRAL mentre il servizio ferroviario è gestito da Cotral. Il capolinea romano è a piazzale Flaminio, sotto piazza del Popolo, accanto alla stazione della metro A Flaminio. Chi vuole provarci in treno faccia i conti con le corse extraurbane, che sono molto meno frequenti di quelle del tratto urbano fino a Montebello.

In macchina da Roma si esce sulla Cassia bis Veientana e si prosegue verso Nepi e Civita Castellana, oppure si prende la A1 fino a Magliano Sabina e si scende verso Orte. Un’ora e un quarto di guida, salvo traffico sul Grande Raccordo Anulare. Si parcheggia negli slarghi sterrati lungo la strada, davanti alla chiesa: non c’è un parcheggio attrezzato e nelle giornate di apertura può riempirsi.

Una curiosità su Falerii Novi

Il circuito delle mura è ancora percorribile quasi per intero, ed è una cosa che a Roma non puoi fare. Le mura aureliane le vedi a tratti, tagliate da strade, inglobate in palazzi, chiuse dietro cancelli. Qui invece il giro si chiude. Parti da una porta, tieni la cortina alla tua sinistra e dopo poco più di due chilometri sei tornato al punto di partenza.

Sulla lunghezza esatta le fonti non vanno d’accordo. Il comune di Fabrica di Roma indica 2108 metri, il portale del territorio falisco parla di 2018 metri, la voce enciclopedica e alcune schede museali riportano circa 2400 metri. La differenza dipende quasi certamente da dove si misura, se sul filo esterno del paramento o sull’asse della cortina. In ogni caso siamo poco sopra i due chilometri.

Le torri erano una ottantina e ne restano in piedi una cinquantina. Non sono torri intere: sono monconi quadrangolari in tufo che sporgono dalla cortina a intervalli abbastanza regolari, alcuni alti quattro o cinque metri, altri ridotti a un dente di muratura. Contarle camminando è un esercizio che tiene occupati i ragazzini per tutto il giro, e funziona meglio di qualsiasi spiegazione.

Il giro delle mura, passo per passo

Il giro completo richiede fra un’ora e un’ora e mezza, con le soste. Il terreno è sterrato e erboso, in alcuni punti è un sentiero battuto dai trattori, in altri è prato alto. Dopo la pioggia diventa fango pesante di tufo, quello che si attacca alle suole e raddoppia il peso delle scarpe. Scarpe chiuse, sempre. Sandali e ballerine qui sono una pessima idea.

Porta di Giove

Porta di Giove è l’ingresso più fotografato e il punto da cui conviene partire. È un fornice a tutto sesto in blocchi di tufo squadrati, con una testa barbuta scolpita sulla chiave di volta. La scheda del turismo falisco sostiene che quella visibile oggi sia una copia e che l’originale stia al museo di Civita Castellana: il museo non lo dichiara sulla propria pagina, quindi prendilo come dato da confermare in loco.

L’arco è uno degli esempi più antichi e meglio conservati di questa tecnica nell’Etruria meridionale. Guarda la ghiera dall’interno, dal lato campagna: si vedono i giunti fra i conci senza malta, tagliati per combaciare. È il tipo di dettaglio che in una città viva non riesci mai a osservare da vicino, perché ci passa il traffico o ci hanno costruito addosso.

Porta del Bove

Porta del Bove si apre sul lato sud est ed è la seconda che si è conservata bene. Deve il nome a una testa bovina scolpita, e anche qui l’attribuzione è locale più che epigrafica. Il confronto fra le due porte dice molto: stessa tecnica, stessa pietra, esiti conservativi diversi a seconda di quanto la vegetazione e le arature hanno lavorato ai fianchi della cortina.

Sul numero complessivo delle porte le fonti divergono di brutto. Il comune e la voce enciclopedica parlano di otto porte, il portale regionale del Lazio ne conta nove, la scheda del territorio falisco sei. Non è una sottigliezza da eruditi: vuol dire che l’identificazione di alcuni varchi nella cortina è discussa, e che un paio di aperture potrebbero essere postumi o passaggi rurali.

Il lato nord e l’anfiteatro

Fuori dalle mura, a nord, c’è l’anfiteatro. Fu scavato nell’Ottocento e l’arena misurava 55 metri per 33. Oggi non aspettarti gradinate: quello che si legge sul terreno è un avvallamento ellittico e poco altro, perché dopo lo scavo l’area è tornata a essere campagna. Chi arriva pensando a un piccolo Colosseo torna indietro deluso, e la delusione è evitabile leggendo prima.

Anche il teatro e il foro furono messi in luce nell’Ottocento, dentro le mura. Di quegli scavi resta pochissimo a vista. Una parte dei materiali recuperati nel centro urbano e nelle necropoli intorno è finita al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, che per il mondo falisco resta la raccolta di riferimento insieme a quella di Civita Castellana.

Come si legge il sito sul posto

La difficoltà di Falerii Novi è che il monumento principale è un vuoto. Chi arriva abituato a siti dove le strutture emergono, come Ferento o l’antica Sutri, resta spiazzato. Serve cambiare metodo: invece di cercare edifici, si guardano il perimetro, le quote del terreno e la direzione delle capezzagne, che spesso ricalcano assi antichi.

Parti dal muro e lavora verso l’interno. Dalla cortina si capisce la forma della città, che è un triangolo smussato con i lati adattati alla pendenza verso il fosso. Da lì si intuisce dove correva la via Amerina, perché le due porte maggiori si fronteggiano sull’asse nord sud e la strada moderna ne ripete grosso modo la direzione.

Poi guarda il colore della terra arata. Dove sotto ci sono muri, il suolo lavorato si schiarisce e si riempie di scaglie di tufo e frammenti di laterizio, mentre sulle aree libere resta scuro e compatto. È la stessa logica su cui si basano le fotografie aeree usate in archeologia, e a occhio nudo funziona nelle settimane subito dopo l’aratura.

Ultimo esercizio, che funziona sempre. Mettiti sotto Porta di Giove guardando verso l’interno e prova a stimare quanta città hai davanti: trenta ettari e mezzo, circa quarantatré campi da calcio. Poi pensa che tutto quello spazio fu costruito, abitato per più di un millennio e poi svuotato. Il silenzio che senti è il dato storico più onesto del posto.

Quando è chiuso e cosa non si vede

La chiesa abbaziale è chiusa per la maggior parte della settimana, e nei mesi freddi alcune fonti indicano apertura sospesa del tutto. Il convento annesso non è visitabile: quello che resta sono ruderi inglobati nel prato e in parte recintati. Anche le fasi di cantiere di restauro possono chiudere l’interno senza avviso pubblicato online.

Del teatro romano dentro le mura, scavato nell’Ottocento, oggi in superficie si distingue pochissimo. L’anfiteatro fuori le mura è un avvallamento nel terreno. Le terme, il macellum e il tempio individuati dal georadar non sono visibili in alcun modo. Chi cerca strutture romane in elevato, oltre alle mura e alle porte, in questo sito non le trova.

Manca anche tutto il corredo di servizio che un’area archeologica visitabile normalmente ha: biglietteria, centro visite, pannellistica aggiornata, percorsi segnalati, bagni. Il rovescio della medaglia è che non c’è tornello, non c’è orario e non c’è fila. Per certe visite, e per certi gruppi, questo scambio conviene parecchio.

Una cosa che non ti dice nessuno su Falerii Novi

Dentro le mura si coltiva ancora. Non è un’area recintata e musealizzata: è terreno agricolo con vincolo archeologico, attraversato da una strada asfaltata e da capezzagne. Quando arrivi in primavera trovi il grano alto fino alla vita sopra gli isolati della città romana, e in autunno trovi le zolle girate dall’aratro. La stagione cambia completamente quello che vedi e quanto riesci a camminare.

Questa convivenza fra aratro e archeologia è la ragione tecnica per cui il sito è diventato un laboratorio internazionale. Un suolo lavorato ma mai costruito sopra è la condizione che serve alle prospezioni geofisiche: niente cemento armato, niente sottoservizi moderni, niente cantine. A Roma non esiste nulla di simile, e nemmeno a Pompei, dove sopra lo strato antico non c’è campagna ma scavo già aperto.

La conseguenza pratica per il visitatore è che parte del sito, nei mesi di lavorazione, è di fatto inaccessibile senza calpestare un seminativo altrui. Il perimetro murario resta sempre percorribile lungo il bordo, ma tagliare dentro no. Rispettare i campi qui non è buona educazione generica: è la condizione per cui il posto rimane aperto e gratuito.

La città sotto il campo: cosa ha davvero mostrato il georadar

Nel giugno 2020 la rivista Antiquity pubblicò lo studio che ha reso famoso questo posto. Gli autori sono Lieven Verdonck, Alessandro Launaro, Frank Vermeulen e Martin Millett, fra Università di Cambridge e Università di Gand. L’articolo uscì il 9 giugno 2020 nel volume 94, fascicolo 375. La raccolta dei dati sul campo era cominciata nel 2015. La consultazione dell’articolo è possibile sul portale di Cambridge Core.

Il metodo è meno esoterico di come lo raccontano. Un array di antenne georadar trainato da un quad ha percorso tutti i 30,5 ettari compresi dentro le mura, raccogliendo circa 71,7 milioni di letture e qualcosa come 4,5 gigabyte di dati grezzi per ogni ettaro. Il risultato sono mappe orizzontali a profondità successive, non fotografie: si leggono come piante, con l’occhio allenato.

Le strutture individuate sono un complesso termale con una vasca scoperta, un edificio commerciale interpretato come macellum, un tempio e un monumento pubblico vicino alla porta nord, formato da due corpi gemelli dentro un portico doppio, che gli autori dichiarano senza confronti noti. Emergeva anche una rete di condotte idriche che corre sotto gli isolati e non solo sotto le strade, il che cambia l’idea di come la città fu progettata.

Adesso la parte che di solito viene tagliata. Falerii Novi non era un foglio bianco: gli scavi ottocenteschi e una campagna di magnetometria degli anni Novanta avevano già dato una pianta parziale. Gli stessi autori scrivono che nessuno dei due metodi, georadar o magnetometria, produce da solo un quadro completo. Titoli come la città svelata senza scavare sono giornalismo, non la conclusione dell’articolo.

Seconda precisazione doverosa. Falerii Novi è poco meno della metà di Pompei per estensione, quindi il paragone regge sulla scala ma non sul tipo di informazione: il georadar restituisce piante, non pavimenti, non affreschi, non oggetti, non stratigrafia. Dice dove stanno i muri sepolti e con quale orientamento, non in che anno furono costruiti né cosa ci successe dentro.

Dal 2021 sul sito lavora anche una campagna di scavo vera, il Falerii Novi Project, in concessione dalla Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale. Vi partecipano la British School at Rome con le università di Harvard, Toronto, Londra, Firenze e Gand. Il sito del progetto è faleriinoviproject.org. Una delle aree indagate è un tempio repubblicano monumentale.

Il consiglio che ti do per visitare Falerii Novi

Vieni di sabato o di domenica mattina, presto, e mettiti d’accordo prima con l’ufficio cultura del comune. L’area archeologica è sempre accessibile e gratuita, ma la chiesa abbaziale apre solo in certe fasce e quelle fasce sono cambiate più volte. Una telefonata allo 0761 569001 risolve la giornata. Senza quella telefonata rischi di fare cento chilometri e trovare il portone chiuso.

Porta acqua. Non ci sono fontanelle dentro l’area, non c’è un bar, non c’è un bagno pubblico. Il servizio più vicino è nei centri abitati, cioè a Fabrica di Roma o a Civita Castellana. In estate il campo non ha ombra per quasi tutto il giro, tranne il tratto alberato lungo il fosso: dalle undici alle sedici di luglio è una camminata da evitare.

Metti in conto due ore e mezza abbondanti se vuoi fare il giro completo delle mura più la chiesa. Chi ha poco tempo faccia almeno il tratto fra Porta di Giove e Porta del Bove lungo il lato esterno, che è il più continuo e il più leggibile. Mezz’ora di cammino, e ti porti a casa la cosa migliore del posto.

Conviene accoppiare Falerii Novi con qualcos’altro nella stessa giornata, perché da solo non riempie una gita. Le combinazioni che funzionano meglio sono con l’antichissima città di Sutri e il suo anfiteatro scavato nel tufo, oppure con Calcata e il Parco Valle del Treja, a venti minuti di macchina.

L’abbazia di Santa Maria di Falleri

La chiesa abbaziale è l’unica struttura monumentale ancora in piedi dentro le mura, e non è romana: è medievale, costruita sopra e dentro le rovine della città antica. Fu edificata dai monaci bianchi, e già qui le fonti litigano. La tradizione documentaria indica il 1143 come anno di arrivo di una colonia monastica proveniente da Saint Sulpice, con presenza cistercense attestata nel 1179.

Il comune e la voce enciclopedica collocano invece la fabbrica alla fine del XII secolo e parlano di monaci savoiardi. Anche l’ordine fondatore è discusso, fra benedettini e cistercensi. Non provo a comporre la divergenza: la scheda te la riporta com’è, perché su questo punto non esiste una versione unica accreditata da tutte le fonti consultate.

Quello che si vede è chiarissimo. Facciata romanica con portale di ambito cosmatesco, tre navate senza affreschi e senza decorazione, e soprattutto la soluzione absidale: un’abside grande al centro e quattro più piccole, due per lato. Cinque absidi sono una rarità e sono il vero motivo architettonico per cui questa chiesa merita la deviazione, molto più della sua storia contesa.

Dentro, le colonne e diversi elementi lapidei sono materiale di reimpiego preso dalla città romana lì intorno. Una scheda specialistica sulle abbazie laziali segnala fra questi un altare marmoreo collegato a Cornelia Salonina, moglie dell’imperatore Gallieno. Guardando le basi e i rocchi si riconoscono tagli e modanature di età diversa messi in fila senza troppi complimenti, che è esattamente come si costruiva nel XII secolo.

Il complesso ebbe un convento annesso, oggi ridotto in gran parte a ruderi. La chiesa restò quasi del tutto abbandonata per secoli e i restauri sono ripartiti intorno al 1990. Chi si aspetta un’abbazia funzionante con comunità monastica, come Fossanova o Farfa, qui non la trova: è un monumento aperto dal comune, non un luogo di culto attivo con officiatura regolare.

Circola una storia locale sul solstizio d’estate, secondo cui all’alba la luce disegnerebbe sull’abside una figura di colomba, con gente che si presenta alle cinque del mattino. La riporto come tradizione locale documentata dal turismo della Tuscia, non come fenomeno verificato: manca una fonte tecnica che ne misuri l’orientamento astronomico.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

La via Amerina passava di qui, e non era una strada qualsiasi. Si staccava dalla Cassia, toccava Nepi e Falerii Novi e proseguiva verso Ameria, l’attuale Amelia, in Umbria. Nell’alto medioevo il suo tracciato divenne il corridoio bizantino che teneva collegata Roma a Ravenna aggirando i territori longobardi, e questo spiega perché tanti insediamenti lungo la linea sopravvissero.

Sul terreno la via Amerina si legge ancora bene in più punti dell’agro falisco, con tagliate nel tufo alte parecchi metri e basolati residui. I tratti migliori corrono verso Corchiano e nell’oasi di Pian Sant’Angelo, dove il percorso corre dentro le forre. Chi vuole capire la logistica romana la capisce meglio lì che dentro le mura di Falerii Novi.

La seconda strada urbana era la via Cimina, sull’asse est ovest, verso i monti Cimini e il lago di Vico. L’incrocio delle due determina l’impianto della città, che è ortogonale ma non perfettamente regolare, perché i progettisti dovettero tenere conto della pendenza verso il fosso e della direzione preesistente dei percorsi falisci.

Orari, accesso e contatti: la situazione reale

L’area archeologica risulta sempre accessibile e a ingresso libero, senza biglietteria e senza orario pubblicato. È uno spazio aperto attraversato da una strada, quindi nella pratica ci si entra a qualsiasi ora del giorno. Di notte non ha senso, non c’è illuminazione e il terreno è accidentato. Dati raccolti da fonti istituzionali e locali con controllo del 28 settembre 2026.

Sulla chiesa abbaziale la faccenda è più complicata e le fonti divergono in modo netto. La pagina turistica del comune, in un avviso datato aprile 2024, indicava apertura da maggio a ottobre il sabato dalle 16.30 alle 19.30 e la domenica dalle 10.00 alle 13.00. Una scheda specialistica riporta invece sabato e domenica dalle 9.00 alle 13.00, con ingresso gratuito.

Una cronaca locale del 2018 dava sabato e domenica dalle 10.00 alle 13.00 con assistenza qualificata sul posto. Tre fonti, tre orari. Il punto fermo è un altro: la chiesa è gestita dal Comune di Fabrica di Roma in convenzione con l’allora Soprintendenza archeologica per l’Etruria meridionale, e apertura e manutenzione sono svolte con personale comunale, non da volontari e non da una parrocchia.

Il riferimento da chiamare è l’ufficio cultura del Comune di Fabrica di Roma, in via Alberto Cencelli 20, telefono 0761 569001. Le visite guidate e gli accessi infrasettimanali vanno concordati con quell’ufficio. Il portale comunale è comune.fabricadiroma.vt.it. Un canale di prenotazione online non risulta pubblicato: se qualcuno te ne offre uno a pagamento, stai comprando un servizio, non un biglietto.

Tariffe per l’area e per la chiesa non risultano pubblicate perché l’ingresso è gratuito in entrambi i casi. Nessuna delle fonti consultate indica un prezzo, e nessuna indica un servizio di visita compreso. L’assistenza in chiesa, quando c’è, dipende dalla presenza del personale comunale in quel turno.

Accessibilità

Il terreno è erboso, sconnesso e in parte in pendenza, senza percorsi pavimentati né corrimano. Chi si muove in carrozzina può avvicinarsi in auto alla chiesa, che ha accesso dal piano di campagna, mentre il giro delle mura è fuori discussione. Non risultano servizi igienici accessibili nell’area. Chiedi all’ufficio cultura quali ambienti del complesso siano raggiungibili, perché la risposta cambia con i cantieri di restauro.

La foto giusta da fare a Falerii Novi

La foto che funziona è Porta di Giove ripresa da fuori le mura, dal basso, con la cortina in tufo che fugge verso destra e il campo in primo piano. Serve la luce radente: prima mattina in estate, tardo pomeriggio in inverno. A mezzogiorno il tufo diventa piatto e grigio e l’arco perde completamente il volume dei conci.

La seconda inquadratura da portare a casa è la fila delle torri sul lato lungo, ripresa in diagonale con un teleobiettivo modesto, sui novanta o cento millimetri equivalenti. La compressione prospettica allinea i monconi uno dietro l’altro e restituisce l’idea di quante ne restano. Con il grandangolo lo stesso soggetto si smarrisce e sembra un muretto di campagna qualunque.

Dentro la chiesa la sfida è il contrasto. Le cinque absidi si leggono solo dalla navata centrale arretrando fino alla controfacciata, e senza cavalletto serve tenere gli ISO alti e accettare un po’ di rumore. Il flash peggiora tutto: appiattisce la muratura nuda, che è esattamente la cosa che rende interessante quell’interno cistercense.

Ultimo consiglio, controintuitivo. La foto migliore dell’abbazia non è la facciata ma il retro, con il fianco absidale che spunta dal prato e le mura romane sullo sfondo. In un solo fotogramma metti tredici secoli. È l’unica immagine che racconta davvero cosa sia questo posto, e quasi nessuno la scatta.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

241 a.C., la deportazione

La città nasce da una sconfitta. Nel 241 a.C. i Falisci si ribellarono a Roma e furono schiacciati in pochi giorni. Falerii Veteres fu distrutta e la popolazione trasferita a valle, in un sito privo di difese naturali. Fondare una città in pianura, sotto gli occhi di Roma, era una misura di sicurezza: una comunità in pianura non si difende e non si ribella due volte.

L’età imperiale

Falerii Novi funzionò a lungo come centro municipale lungo la via Amerina, con foro, teatro, terme e anfiteatro fuori le mura. Il complesso termale e l’edificio commerciale che il georadar ha individuato indicano una città attrezzata come ci si aspetta da un municipio di media taglia, con investimenti pubblici e un sistema idrico progettato in modo ambizioso fin dall’impianto.

Lo svuotamento medievale

Intorno al 1033 la popolazione era già tornata sul sito originario, quello alto e difendibile di Civita Castellana, e l’ultima menzione letteraria della città si daterebbe al 1064. È il percorso opposto a quello del 241 a.C.: quando lo Stato non garantisce più la sicurezza, si torna sulla rupe. Queste date provengono dalla voce enciclopedica e non risultano confermate da una fonte istituzionale.

Il XII secolo monastico

Con la città ormai vuota, i monaci bianchi si insediano dentro le mura e costruiscono la chiesa e il convento. Scelsero quel luogo per la stessa ragione per cui la gente se n’era andata: isolamento, silenzio, terra da lavorare e pietra da riusare già squadrata. È un modello che si ripete in tutto il Lazio, dalle Tre Fontane a Fossanova.

Ottocento, i primi scavi

Nel XIX secolo furono scavati il foro, il teatro e l’anfiteatro, con l’arena di 55 metri per 33. Gran parte dei materiali confluì nelle raccolte pubbliche, a Roma e a Civita Castellana. Dopo lo scavo le aree furono in buona parte ricoperte e restituite all’agricoltura, che è la ragione per cui oggi in superficie non si vede quasi nulla di quelle campagne.

2020, la mappa integrale

La pubblicazione su Antiquity del giugno 2020 mise Falerii Novi sulle prime pagine internazionali. Fu la prima volta che l’intera superficie di una città romana veniva coperta con georadar ad alta risoluzione. L’effetto sul posto, va detto, fu quasi nullo: nessun nuovo servizio, nessun centro visite, nessun cartello aggiornato. La fama è arrivata nelle riviste, non sulla strada provinciale.

Chi è passato da Falerii Novi

Martin Millett e Alessandro Launaro, dell’Università di Cambridge, hanno guidato il lavoro che ha reso il sito un caso di studio internazionale, insieme a Lieven Verdonck e Frank Vermeulen dell’Università di Gand. Millett lavora sull’urbanistica romana da decenni e ha dichiarato che il livello di dettaglio ottenuto qui potrebbe cambiare il modo in cui si indagano i siti urbani.

Dal 2021 il cantiere di scavo porta sul posto ricercatori della British School at Rome insieme a Harvard, Toronto, Londra, Firenze e Gand. Nel giugno 2024 i risultati della campagna furono presentati pubblicamente dentro l’abbazia, con interventi di Stephen Kay per la British School at Rome, Seth Bernard per Toronto e altri studiosi delle università coinvolte.

Prima di loro, il sito era territorio degli antiquari e dei topografi ottocenteschi, quelli che aprirono il foro e l’anfiteatro e che mandarono i reperti nelle collezioni statali. Le raccolte del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche alla Sapienza e di Villa Giulia conservano materiali che vengono da questo comparto dell’agro falisco.

Quanto ai monaci, arrivarono da lontano: le fonti parlano di una colonia proveniente da Saint Sulpice e, in altra versione, di monaci savoiardi. Si portarono dietro un modello architettonico che a Roma e nel Lazio meridionale si riconosce a colpo d’occhio, fatto di pareti nude, luce misurata e niente decorazione figurata dentro la chiesa.

La posizione che probabilmente non ti piacerà

Il georadar, a nostro giudizio, ha fatto più danno che bene alla visita di Falerii Novi. Da cinque anni le persone arrivano qui con in testa le ricostruzioni pubblicate dai giornali e cercano sul terreno qualcosa che corrisponda. Non c’è niente da cercare: quelle piante restano due o tre metri sotto le suole delle scarpe e resteranno lì, perché nessuno ha intenzione di scavare 30 ettari.

Il risultato è che il patrimonio vero di questo posto, il circuito murario del III secolo a.C. quasi integro, passa per contorno. C'è chi fa cinquanta minuti di auto da Roma, resta venti minuti davanti alla chiesa, guarda il campo, chiede dove siano le terme e riparte. Le mura le avevano appena costeggiate senza accorgersene.

Aggiungo una cosa che dispiacerà anche a chi promuove il territorio. Falerii Novi non regge da solo una giornata, e raccontarlo come meta a sé stante crea aspettative che il posto non può soddisfare. È un ottimo primo tempo, con Sutri, Castel Sant’Elia o Civita Castellana a seguire. Da protagonista assoluto, no.

Mangiare in zona

Qui non si mangia. Dentro e attorno all’area archeologica non ci sono esercizi, nemmeno un chiosco stagionale, quindi il pranzo si organizza prima: o sacco da consumare sul prato fuori dalle mura, o spostamento nei centri abitati di Fabrica di Roma e Civita Castellana, quattro o cinque chilometri per parte. Chi arriva all’una senza un piano rientra in macchina affamato.

I segnali di allarme in Tuscia sono gli stessi che a Roma, solo meno frequenti. Menu con le fotografie dei piatti stampate in grande e tradotte in quattro lingue: cattivo segno ovunque. La signora che tira la sfoglia dietro la vetrina o direttamente sul marciapiede è un richiamo scenico, non un indizio sulla cucina che esce dal passo. La persona che ti intercetta sulla soglia e ti invita a sederti fa un lavoro di cattura, non di ospitalità.

Altro campanello: la cucina aperta senza interruzione dalla mattina a notte fonda. Una cucina che non chiude mai è una cucina che riscalda, non che cuoce. E poi la questione dei prezzi davanti alle attrattive: nei posti piazzati sotto il monumento fotografato capita che alcune voci non siano prezzate, che il pesce sia a etto senza peso dichiarato, e che il listino esposto fuori non coincida con quello che ti portano al tavolo. Chiedere il conto dettagliato è un diritto, non una scortesia.

Nei centri storici turistici del Lazio si sono moltiplicate le insegne che si ripetono identiche di città in città, con la stessa vetrina e lo stesso prodotto porzionato. Funzionano come attrazione turistica, con la fila che fa da pubblicità. Non c’è niente di scandaloso, semplicemente i residenti non ci vanno quasi mai e chi vuole capire come si mangia in zona deve cercare altrove. Nessun giudizio morale, solo un’informazione pratica.

Il criterio è uno solo e si applica dalla soglia: guarda chi è seduto dentro e in che lingua ordina. Se alle tredici e mezza di un mercoledì i tavoli sono occupati da gente del posto che parla con chi serve, sei nel posto giusto. Se sono tutti stranieri con lo zaino, cambia strada. Vale a Fabrica di Roma come a Viterbo.

La zona è terra di pecorino, di castagne verso i Cimini, di nocciole nell’area di Caprarola e Ronciglione, e di vini bianchi dei colli. Chi cerca indirizzi dove mangiare trova la lista aggiornata su Google Maps. È una lista, non una classifica, e le insegne le trovi lì dentro, non qui.

Cosa c’è intorno, per costruire la giornata

Civita Castellana è la tappa naturale, a pochi chilometri: rupe, forre, cattedrale con il portico cosmatesco e soprattutto il Museo archeologico nazionale dell’Agro Falisco dentro Forte Sangallo, in via del Forte. Apre da martedì a domenica dalle 8.30 alle 19.00, ultimo ingresso alle 18.00, chiuso il lunedì, il primo gennaio e il 25 dicembre. Biglietto 5,00 euro intero e 2,00 ridotto, telefono 0761 513735.

Chi va verso nord trova Vasanello, Vignanello e Soriano nel Cimino, e più su la città romana di Ferento con il suo teatro, che per chi ha appena visto un sito interamente sepolto funziona da contraltare: lì le strutture si vedono, qui no.

Verso i Cimini ci sono Capranica, San Martino al Cimino con la sua abbaziale gotica, il Palazzo Farnese di Caprarola e i giardini di Villa Lante a Bagnaia. Sono visite lunghe, quindi o Falerii Novi la mattina presto o una di queste, non entrambe con calma nello stesso pomeriggio.

Per chi insegue gli Etruschi il comparto giusto è un altro: Tarquinia con la necropoli dei Monterozzi, Cerveteri con la Banditaccia, Vulci e Tuscania. I Falisci sono un popolo distinto, parlavano una lingua italica imparentata con il latino, e confonderli con gli Etruschi è l’errore più comune da queste parti.

Se la giornata è calda e il campo non invoglia, a mezz’ora ci sono acqua e ombra: la cascata del Picchio vicino a Nepi, la solfatara di Nepi per chi regge l’odore di zolfo, e più a nord Bomarzo, Vitorchiano e Civita di Bagnoregio. Verso sud ovest restano Faleria, Blera e Barbarano Romano.

Per chi torna a Roma con la voglia di continuare il discorso sulle mura, i due riferimenti in città restano il Museo delle Mura a Porta San Sebastiano, dove si cammina dentro il camminamento di ronda, e il Parco degli Acquedotti per il tema delle infrastrutture idriche, che a Falerii Novi il georadar ha trovato sotto gli isolati.

Domande frequenti

Si paga per entrare a Falerii Novi?

No. L’area archeologica risulta a ingresso libero e senza biglietteria, e anche la chiesa abbaziale è indicata come gratuita da tutte le fonti consultate. Nessuna tariffa è pubblicata da fonte istituzionale. Se qualcuno vende un ticket di ingresso, sta vendendo un servizio di accompagnamento o un trasporto, non un titolo di accesso al sito.

Serve davvero l’auto?

Sì, nei fatti serve. La stazione più vicina è quella di Fabrica di Roma sulla ferrovia regionale gestita da Cotral, ma restano quattro o cinque chilometri di provinciale senza collegamento pubblico fino al sito. Il taxi in zona non si trova per strada e va chiamato in anticipo. Con una bicicletta si fa bene, con i bambini piccoli e i passeggini no.

L’abbazia è sempre aperta?

No, e gli orari pubblicati divergono fra le fonti. Una versione indica sabato e domenica dalle 10.00 alle 13.00, un’altra sabato e domenica dalle 9.00 alle 13.00, un avviso comunale del 2024 riportava da maggio a ottobre il sabato dalle 16.30 alle 19.30 e la domenica dalle 10.00 alle 13.00. Telefona allo 0761 569001 prima di partire.

Quanto tempo serve per il giro delle mura?

Fra un’ora e un’ora e mezza per il circuito completo di poco più di due chilometri, camminando su terreno sterrato ed erboso. Con soste fotografiche, lettura dei pannelli e visita alla chiesa si arriva tranquillamente a due ore e mezza. Chi ha fretta faccia solo il tratto fra le due porte conservate, mezz’ora scarsa.

Si vede qualcosa di quello che ha trovato il georadar?

No, niente. Le terme, il mercato, il tempio e il monumento presso la porta nord sono strutture sepolte, individuate per via strumentale e mai portate in luce. In superficie ci sono campi coltivati. Le mappe pubblicate nell’articolo scientifico del 2020 sono l’unico modo per vederle, e conviene guardarle prima di arrivare.

Falerii Novi è etrusca?

No. È una fondazione romana del 241 a.C., costruita dopo la distruzione della città falisca di Falerii Veteres. I Falisci erano un popolo con lingua italica propria, vicina al latino, insediato fra il Tevere e i monti Cimini, in contatto strettissimo con gli Etruschi ma distinto da loro. Il museo di Civita Castellana chiarisce bene la differenza.

Ci sono servizi igienici, bar o punti acqua?

No, nessuno dei tre dentro l’area. Il servizio più vicino è nei centri abitati di Fabrica di Roma e Civita Castellana. Porta acqua da casa, soprattutto da maggio a settembre, quando il giro delle mura si fa quasi tutto sotto il sole. Anche i cestini mancano, quindi i rifiuti si riportano indietro.

Si può andare con il cane?

Nell’area aperta sì, con guinzaglio, tenendo presente che si attraversano terreni agricoli privati e che nei campi coltivati non si entra. Per l’interno della chiesa la regola dipende da chi apre quel giorno e non è pubblicata: chiedi all’ufficio cultura del comune quando telefoni per gli orari, così eviti discussioni sulla soglia.

Quando è il periodo migliore per venire?

Aprile, maggio, ottobre. In primavera il campo è verde e la luce bassa lavora bene sul tufo, in autunno il terreno è arato e si cammina meglio lungo il perimetro. Luglio e agosto sono duri, senza ombra e con l’erba secca. In inverno dopo la pioggia il fango di tufo rende scomodo il giro completo delle mura.

Chi ha scritto questa pagina

La pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, il project office romano che progetta e coordina itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Orari, contatti e condizioni riportati qui sono stati controllati sulle fonti citate nel testo alla data di pubblicazione: prima di mettersi in macchina conviene ricontrollarli al telefono, perché nei piccoli comuni cambiano senza preavviso. Le segnalazioni di dati superati sono benvenute.

Chi mette insieme una giornata fuori Roma deve far quadrare aperture a discrezione, monumenti gestiti da uffici comunali e non da enti turistici, distanze che sulla carta sembrano brevi e su strada provinciale non lo sono, e gruppi che vanno portati in bagno e a pranzo in posti dove non c’è né l’uno né l’altro. Gli strumenti di pianificazione per chi accompagna e per chi organizza da solo sono raccolti su Tour Leader Pro.

Per il quadro d’insieme su treni regionali, noleggi auto, aeroporti e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dalla Tuscia ai laghi fino alla costa, la risorsa da consultare è Italy Planner, che ragiona per giornate intere e per spostamenti reali invece che per elenchi di monumenti.

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IndirizzoArea archeologica di Falerii Novi Fabrica di Roma Fabrica di Roma 01034

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