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Castel d’Asso

Castel d’Asso è la necropoli rupestre etrusca più facile da raggiungere di tutta la Tuscia: nove chilometri da Viterbo, strada asfaltata fino a un piazzale sterrato, ingresso gratuito, nessun cancello e nessun orario. Le facciate a dado scavate nel tufo si vedono dal ciglio del piazzale, senza camminare. Chi ha mezza giornata e una macchina arriva, guarda, scende nella forra e torna su in due ore.

Il confronto con le altre necropoli rupestri della zona è impietoso dal punto di vista pratico. A Norchia si cammina parecchio prima di vedere qualcosa. A San Giuliano e a Blera i sentieri chiedono gambe e senso dell’orientamento. Qui il costone con le tombe parte a pochi passi dal parcheggio e la topografia si legge a colpo d’occhio: pianoro dei vivi da una parte, rupe dei morti dall’altra, il fosso in mezzo.

Il pianoro davanti alle tombe conserva le rovine di un castello medievale e, sotto, i resti della città etrusco romana che quasi tutti chiamano Axia. Su quel nome bisogna intendersi, e più avanti in questa pagina si spiega perché. Intanto vale la regola del posto: si arriva in auto, si guarda dove si mettono i piedi e si porta l’acqua, perché sulla rupe non c’è niente.

Tombe rupestri della necropoli di Castel d'Asso
Le tombe rupestri della necropoli di Castel d'Asso. Foto di Adri08, licenza CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e come si arriva a Castel d’Asso

L’area archeologica si raggiunge da via del Procoio, sul territorio del comune di Viterbo, in direzione sud ovest rispetto al centro storico. La scheda dei luoghi del Ministero della cultura indica l’accesso dalla strada provinciale Tuscanese con il codice postale 01010. Da piazza del Plebiscito si conta una ventina di minuti di guida, quasi tutti fuori dall’abitato, con gli ultimi due chilometri su una strada stretta a doppio senso e senza banchina.

Il riferimento più comodo per chi guida con il navigatore è la zona delle Terme dei Papi, sulla strada dei Bagni. Da lì si prosegue per strada Montarone e via del Procoio. Esiste anche la via della provinciale 15, detta strada Ponte del Diavolo. Entrambe funzionano, entrambe finiscono su un piazzale sterrato dove le auto si mettono in ordine sparso. Nessuna striscia, nessun posto numerato: uno spiazzo e basta.

Da Roma: treno, pullman e il pezzo che manca

Da Roma si arriva a Viterbo in due modi pubblici. Il regionale della linea FL3 parte da Roma Ostiense, Trastevere, San Pietro e Valle Aurelia e arriva a Viterbo Porta Fiorentina in circa due ore, con cambio a volte necessario. La ferrovia Roma Nord, gestita da Cotral, parte da piazzale Flaminio e arriva a Viterbo Porta Romana con tempi analoghi e un servizio meno frequente nei festivi.

Il problema comincia dopo. Da Viterbo alla necropoli non risulta pubblicata nessuna linea di trasporto pubblico, urbana o extraurbana, che porti al piazzale o a una distanza camminabile. Le nove chilometri di campagna vanno coperte in auto, in taxi o in bicicletta. Va detto senza girarci intorno: per Castel d’Asso serve l’auto, propria o a noleggio, oppure un passaggio.

Chi arriva in treno e non vuole noleggiare ha due strade oneste. Una è il taxi dalla stazione, andata e ritorno concordati in anticipo, perché lassù non passa niente e il telefono prende male in alcuni punti della forra. L’altra è unire la necropoli a un giro in auto della provincia, mettendola fra due tappe: funziona bene incastrata fra Villa Lante a Bagnaia e Tuscania.

In bici, a piedi e con i gruppi

La bicicletta è una soluzione reale per chi ha gambe allenate. Da Viterbo sono nove chilometri con dislivello modesto ma costante, su asfalto con traffico basso fuori dalle ore di punta. Il tratto finale ha curve cieche: serve luce accesa anche di giorno. In estate il percorso è scoperto quasi per intero e a mezzogiorno diventa una prova di resistenza, non una gita.

Con i gruppi il vincolo vero è il pullman. Il piazzale e la strada di accesso non sono dimensionati per un mezzo da cinquanta posti: la manovra di inversione è complicata e in certe condizioni impossibile. I gruppi grandi conviene portarli qui solo con minibus, avvisando l’autista prima di partire. Chi organizza deve verificare il mezzo, non darlo per scontato.

Una curiosità su Castel d’Asso

Le facciate che si vedono dal fondo del fosso non sono ingressi. Sono false porte: un riquadro modanato scavato nel tufo, sormontato dalla cornice, che imita il fronte di una casa e non conduce da nessuna parte. La camera funeraria vera si trova sotto, scavata più in basso, e ci si entrava da un corridoio laterale o da una scala ricavata nella roccia, quasi sempre invisibile da lontano.

Il gioco architettonico è deliberato. L’Etrusco che passava sul fondo del fosso vedeva una fila di case di pietra allineate sulla parete, con la porta chiusa, e sopra la cornice il nome del proprietario. La tomba diventava un indirizzo. Sull’architrave della falsa porta si leggono ancora, in alcuni casi a distanza di venticinque secoli, i nomi delle famiglie che avevano fatto scavare.

La conseguenza pratica per chi visita è immediata: cercare la porta dove si vede la porta è un errore. Le aperture reali sono i buchi bassi, spesso ingombri di terra e rovi, sul fianco del blocco o alla base. In molte tombe sono interrati o chiusi da frane, e questo spiega perché una visita onesta a Castel d’Asso sia quasi tutta esterna, non ipogea.

Perché si chiamano tombe a dado

Il termine descrive la forma: un parallelepipedo di tufo isolato su tre lati dal taglio della roccia, che resta attaccato alla parete solo sul retro. Visto di fronte è un cubo, un dado appunto, con la falsa porta incisa sulla faccia principale e una cornice aggettante in alto. Il tipo è caratteristico dell’Etruria rupestre interna e non compare sulla costa.

Accanto al dado pieno esiste il semidado, dove il blocco emerge solo per metà, e il tipo a vestibolo, dove davanti alla facciata si apre un piccolo spazio scavato. La differenza non è solo estetica: cambia la quantità di roccia rimossa, quindi il costo. Una necropoli come questa si legge anche come una classifica di spesa scolpita nel tufo, e i conti tornano quasi sempre.

Che cosa si vede davvero sulla rupe

Il conteggio più citato parla di una sessantina di tombe rupestri monumentali distribuite su tre settori del costone. La ripartizione tipologica riportata dall’Enciclopedia dell’Arte Antica della Treccani distingue ventuno tombe a dado, ventotto a dado con sottofacciata e dieci a vestibolo o con la sola sottofacciata. Non tutte sono leggibili allo stesso modo: alcune sono crollate, altre sono coperte dalla vegetazione per gran parte dell’anno.

La cronologia accettata colloca la fase monumentale fra il quarto e il secondo secolo avanti Cristo, con un’occupazione del sito che risale almeno al sesto e riutilizzi sporadici delle camere fino alla metà del primo secolo dopo Cristo. Significa che il paesaggio che si guarda dal fondo del fosso si è formato in circa duecento anni, non in un momento solo, e che le tombe più antiche convivono con quelle più recenti.

La Tomba Grande

La Tomba Grande occupa il terzo settore ed è il pezzo che tutti fotografano. Le fonti locali la datano al terzo secolo avanti Cristo e descrivono un ambiente interno tripartito che avrebbe accolto almeno quaranta sarcofagi. Vista da fuori è un blocco largo con una doppia cornice e due false porte affiancate, che dà l’idea di una facciata di palazzo più che di una casa singola.

Il giudizio sulla Tomba Grande, qui, è meno entusiasta di quello che si legge in giro. È imponente, sì, ma la parte veramente istruttiva della necropoli sono le tombe medie del primo settore, dove la cornice, l’iscrizione e la scala di accesso si leggono tutte insieme in pochi metri quadri. La Grande impressiona e spiega poco. Una foto e via.

La Tomba Orioli e le tombe con il nome

La Tomba Orioli si trova nel primo settore e porta il nome dello studioso viterbese che rilevò la necropoli nell’Ottocento. Le descrizioni disponibili parlano di una camera lunga circa diciassette metri con un numero molto alto di deposizioni, sopra la sessantina. Un dato del genere racconta una tomba usata a lungo, da un gruppo familiare ampio, non un sepolcro individuale.

Sugli architravi di altre tombe si leggono nomi gentilizi etruschi: i Ceise, con una sepoltura attribuita a un Arnth Ceise, i Tetnie, famiglia nota anche a Vulci, e gli Urinate Salvie. Non sempre l’iscrizione è visibile senza luce radente: alcune sono ridotte a tracce e chi arriva a mezzogiorno con il sole alto rischia di passarci davanti senza accorgersene.

Il pianoro e il castello

Sul pianoro di fronte alla rupe, dove sorgeva l’abitato antico, restano le rovine di un castello medievale: tratti di cinta, la base di una torre e il corpo del mastio. Sulla datazione le fonti divergono. Alcune schede locali parlano di un impianto del dodicesimo secolo occupato dalle truppe viterbesi nel 1187, altre di una fabbrica quattrocentesca costruita sopra le rovine dell’insediamento etrusco romano.

Quando due fonti divergono e nessuna delle due è un rapporto di scavo, la cosa onesta è dire che divergono. Il castello è probabilmente il risultato di fasi diverse sovrapposte, come quasi tutti i castelli della Tuscia, e senza una pubblicazione archeologica alla mano non si sceglie. Chi cerca un impianto medievale leggibile e conservato lo trova meglio a Vitorchiano.

Una cosa che non ti dice nessuno su Castel d’Asso

La segnaletica sul posto è scarsa e in alcuni punti assente. Non esiste un percorso obbligato, non esistono pannelli a ogni tomba, non c’è una biglietteria dove chiedere una piantina. Chi arriva senza avere letto niente vede un fosso pieno di rovi con dei blocchi squadrati dentro, si fa cinque minuti di foto e riparte convinto che sia poca cosa. Succede spesso.

La seconda cosa che nessuno scrive è che la vegetazione detta i tempi. L’area è curata da volontari, non da una squadra stipendiata: fra una pulizia e l’altra il rovo e la canna riprendono il costone in fretta, soprattutto sul versante esposto a nord. In tarda primavera e in estate alcune facciate sono materialmente nascoste da un muro verde alto due metri.

La terza riguarda le camere. Entrare negli ipogei non è vietato da un cartello, ma non è una buona idea: i dromoi sono stretti, il tufo si sfalda, il pavimento in più punti è coperto da terra di riporto che nasconde gradini e fosse. Senza una torcia vera e senza qualcuno che sappia dove si mette i piedi, la visita interna si fa da fuori.

Il telefono e l’acqua

Sul fondo del fosso la copertura telefonica cala e in alcuni tratti sparisce. Chi va da solo lo deve sapere prima, non dopo. Sul piazzale non ci sono fontanelle, bagni, bar, distributori, cestini. L’acqua si porta da Viterbo e la spazzatura si riporta indietro. Sembra ovvio e invece il piazzale dopo i fine settimana di bel tempo racconta un’altra storia.

Le iscrizioni ECA SUTHI e la questione di Axia

Le iscrizioni sono la ragione per cui Castel d’Asso conta nella letteratura etruscologica, non solo nel turismo locale. Secondo il quadro riportato dalla Treccani, circa un quinto delle tombe reca un’iscrizione con il nome del fondatore oppure la formula funeraria, o entrambe le cose. Un quarto delle tombe porta inoltre cifre numerali, con valori compresi in una forbice fra tredici e quarantuno.

La formula che compare è eca suthi, spesso seguita da un terzo termine che le edizioni scrivono nesl. Sul primo pezzo c’è accordo largo: suthi in etrusco indica la tomba, il sepolcro, e eca è un dimostrativo. La traduzione corrente della coppia è dunque qualcosa come questa tomba, questo sepolcro. Fin qui il terreno è solido e le grammatiche concordano.

Sul terzo termine la situazione cambia. La voce della Treccani lo interpreta con prudenza esplicita, proponendo un significato vicino a ereditario e segnalando che si tratta di una lettura probabile, non di un dato acquisito. Altre letture sono state avanzate nella bibliografia etruscologica. Chi accompagna un gruppo qui dovrebbe dirlo così: la formula significa quasi certamente questa è la tomba, il resto è discusso.

Perché le cifre sui sepolcri

I numerali incisi accanto alle formule hanno ricevuto spiegazioni diverse. La più discussa li collega alla capienza o al numero dei posti previsti nella camera, altre li leggono come indicazioni di misura o di quota del taglio nella roccia. Nessuna di queste ipotesi è dimostrata in modo definitivo, e una scheda divulgativa che ne scegliesse una presentandola come acquisita farebbe un torto al lettore.

Axia: che cosa si può dire e che cosa no

Cicerone, nell’orazione Pro Caecina del 69 o 68 avanti Cristo, cita un castellum chiamato Axia in territorio tarquiniese, legato agli interessi fondiari della famiglia dei Cesennii di Tarquinia. L’identificazione di quel castellum con l’abitato sul pianoro di Castel d’Asso è largamente accolta dalla letteratura e la scheda del Ministero della cultura la presenta come acquisita.

Il punto delicato è come ci si è arrivati. Il nome Axia fu applicato a questo sito dal domenicano Annio da Viterbo, vissuto fra il 1432 e il 1502, autore di una serie di falsificazioni epigrafiche e storiche che hanno inquinato per secoli l’antichistica della Tuscia. Che una proposta venga da Annio non la rende falsa in automatico, ma impone di controllare su quali basi indipendenti si regge.

Le basi indipendenti esistono e sono di tipo topografico e onomastico: la posizione compatibile con l’agro tarquiniese, la presenza di un abitato fortificato di rango adeguato, la continuità del toponimo nella forma medievale. Quello che finora non risulta è un’iscrizione rinvenuta sul posto che scriva il nome della città. Senza quella, l’identificazione resta molto probabile e non certificata.

Chi scrive o racconta questo sito ha quindi due opzioni corrette e una sbagliata. Corrette: dire che il sito è identificato con l’Axia ciceroniana secondo un’ipotesi accolta dalla gran parte degli studi, oppure dire che si chiama Castel d’Asso e che l’antico nome è quasi sicuramente Axia. Sbagliata: dire che gli Etruschi di qui si chiamavano così, punto.

Il consiglio che ti do per visitare Castel d’Asso

Arrivare presto la mattina, fra le otto e le dieci, da ottobre ad aprile. La luce radente del mattino entra nel fosso da est e stacca le cornici e le iscrizioni sul tufo, che a mezzogiorno si appiattiscono e spariscono. Fra maggio e settembre la stessa fascia oraria serve a un altro scopo: evitare il caldo su una rupe senza ombra e senza acqua.

Mettere in conto due ore e non quaranta minuti. La necropoli si sviluppa in poche centinaia di metri lineari, ma i tre settori si raggiungono con saliscendi su terra battuta e la parte utile della visita è la lettura ravvicinata delle facciate. Chi corre vede sei blocchi di tufo. Chi si ferma vede una gerarchia sociale scolpita, con le tombe grandi in alto e le piccole a scalare.

L’ordine giusto delle tappe

Partire dal piazzale, scendere subito nel fosso e percorrerlo verso monte tenendo la rupe a destra. Salire al pianoro e al castello solo alla fine, quando si è già capito che cosa guardavano dall’alto gli abitanti dell’abitato. Fatto al contrario, il giro perde il senso: il castello diventa una rovina qualunque e le tombe una fila di sassi.

Chi ha una giornata intera fa bene ad abbinare. La combinazione che funziona meglio, per distanze e per contrasto, è necropoli al mattino e terme libere nel pomeriggio. In alternativa si può salire a San Martino al Cimino per il borgo seicentesco, oppure puntare verso il lago di Vico per il tardo pomeriggio.

Che cosa portarsi

Scarpe chiuse con suola scolpita, sempre. Una torcia a mano o frontale anche se non si entra da nessuna parte, perché serve a illuminare di taglio le iscrizioni sotto le cornici. Acqua, almeno un litro a testa in estate. Pantaloni lunghi da aprile in poi, per i rovi e per le zecche, che in questa campagna esistono davvero e non sono un dettaglio da manuale.

Un binocolo leggero cambia la visita più di quanto sembri. Molte facciate si guardano dal basso a venti o trenta metri di distanza e le modanature, i listelli, le tracce di lettere si perdono a occhio nudo. Un binocolo passato di mano in mano tiene sveglia la gente meglio di dieci minuti di spiegazione.

Orari, ingresso, gestione: come funziona l’accesso

L’ingresso all’area archeologica è gratuito e non esiste biglietteria. Il sito è aperto, privo di recinzione perimetrale continua e accessibile in qualunque momento, con il limite ovvio delle ore di luce. Le fonti locali e il portale turistico comunale lo dichiarano apertamente: la visita è libera. Nessun portale di prenotazione istituzionale gestisce questo luogo, e non bisogna inventarne uno.

La cura dell’area è affidata dal dicembre 2011 all’associazione Archeotuscia, organizzazione di volontariato con sede a Viterbo nell’ex chiesa degli Almadiani, a piazza dei Caduti. I volontari si occupano della manutenzione, della pulizia della vegetazione e delle visite su appuntamento, e lo stesso gruppo segue l’area di Ferento. I recapiti pubblicati sul sito dell’associazione sono i numeri 339 2716872 e 328 7750233 e la casella archeotuscia@gmail.com.

La tutela archeologica compete alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale. Sul portale ministeriale dei luoghi della cultura la scheda del sito riporta l’indirizzo di accesso dalla provinciale Tuscanese e non pubblica un orario di apertura, coerentemente con il fatto che un orario non esiste.

Che cosa significa gratis, qui

Gratis significa che nessuno vende un biglietto, non che il posto si mantenga da solo. La differenza fra una visita decente e un’escursione nei rovi dipende da quando è passata l’ultima squadra di volontari con i decespugliatori. Chi tiene alla necropoli e ci va spesso può iscriversi all’associazione o partecipare alle giornate di pulizia, che vengono annunciate di volta in volta.

Per una visita accompagnata la strada è una sola: contattare in anticipo l’associazione che cura l’area, oppure una guida turistica abilitata per la provincia. Non esiste un servizio di accoglienza sul posto, non esiste un ufficio dove presentarsi la mattina stessa. Chi si aspetta il modello di un parco archeologico recintato con bookshop sbaglia posto, e la delusione è garantita.

Accessibilità

L’area non è accessibile a chi si muove in carrozzina e non lo è nemmeno per chi cammina con difficoltà. Il piazzale è sterrato, la discesa nel fosso avviene su terra e roccia con gradini naturali irregolari, i percorsi non hanno corrimano né fondo stabilizzato. Le fonti istituzionali non dichiarano alcun percorso accessibile e sul posto non risulta alcuna attrezzatura dedicata.

Una parte della necropoli, però, si guarda dall’alto. Dal margine del piazzale e dal ciglio del pianoro si vedono diverse facciate del settore centrale senza scendere, e con un binocolo la visione è dignitosa. Per chi non può affrontare il fosso questa è una soluzione parziale onesta, che conviene dire prima e non scoprire arrivando.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Che gli oggetti trovati nelle tombe non siano più qui lo sanno tutti. Meno noto è dove siano finiti. Gli scavi condotti nella necropoli negli anni Sessanta del Novecento, accompagnati da ricognizioni di superficie, produssero materiali che si dispersero su più strade, e una raccolta di reperti provenienti da questo sito arrivò fino al Royal Ontario Museum di Toronto.

La dispersione non nasce negli anni Sessanta. Nasce nell’Ottocento, quando le necropoli della Tuscia furono aperte con criteri antiquari e i corredi presero la via del mercato e delle collezioni private europee. È la stessa vicenda che riguarda gran parte dell’Etruria interna, e chi vuole vedere il contesto ricomposto lo trova al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

La conseguenza sulla visita è strutturale. A Castel d’Asso si vede l’architettura e non il corredo: nessun sarcofago in posto, nessuna urna, nessun vaso. Chi vuole chiudere il cerchio deve aggiungere una tappa al museo, in città o a Roma. Il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche della Sapienza è l’alternativa romana meno frequentata.

Il rapporto con Norchia e con le altre necropoli rupestri

Castel d’Asso appartiene a un gruppo compatto di necropoli rupestri dell’Etruria interna che comprende Norchia, San Giuliano nel territorio di Barbarano Romano, le tombe di Blera e i complessi del Parco Marturanum. Il linguaggio architettonico è comune, le differenze sono di scala, di stato di conservazione e soprattutto di fatica per arrivarci.

La classifica, a nostro giudizio, è questa. Per monumentalità pura vince Norchia. Per leggibilità e comodità vince Castel d’Asso, senza discussione. Per paesaggio e per silenzio vince San Giuliano. Chi ha un solo giorno e non è abituato a camminare su terreno sconnesso deve venire qui, e non farsi convincere del contrario da chi minimizza.

Il Bagnaccio e le terme libere a pochi minuti

L’abbinata che rende la giornata è quella con le acque termali che sgorgano nella campagna a nord di Viterbo. Il Bagnaccio si trova lungo il tracciato della via Francigena, su una proprietà privata, ed è gestito dall’associazione di promozione sociale che porta lo stesso nome del luogo. Dalla necropoli si attraversa la città o la si aggira: sono una ventina di minuti di auto.

Le informazioni pubblicate dall’associazione sul proprio sito indicano cinque vasche alimentate da acqua sulfurea, con la sorgente intorno ai sessanta gradi e le vasche a temperature decrescenti. Una vasca è di acqua fredda. L’accesso ad alcune vasche è riservato ai maggiori di quattordici anni, con una sola vasca aperta anche ai più piccoli, e la regola è affissa sul posto.

Orari e contributi

L’orario estivo, dal primo aprile al trentuno ottobre, è dalle dieci alle ventidue tutti i giorni. L’orario invernale, dal primo novembre al trentuno marzo, è dalle dieci alle venti dal lunedì al giovedì e dalle dieci alle ventuno dal venerdì alla domenica. Il sito dell’associazione è bagnaccio.it e pubblica gli aggiornamenti stagionali.

Sull’ingresso la formula è particolare e va capita. Per il visitatore occasionale l’accesso è gratuito, con un contributo volontario lasciato a discrezione. Chi frequenta abitualmente sottoscrive una tessera annuale, indicata a quarantacinque euro dai sei anni in su, con esenzione dichiarata per le persone con disabilità al cento per cento munite di documentazione. L’area sosta per i camper richiede prenotazione.

L’alternativa a costo zero

Chi non vuole nessuna tessera e nessun contributo ha l’altra opzione storica della zona, le Piscine Carletti, libere e senza gestione associativa. Il confronto è netto: al Bagnaccio si trovano ordine, pulizia quotidiana dichiarata e regole, alle Carletti si trova la libertà assoluta con tutto quello che comporta, compresi gli orari notturni e una frequentazione molto varia.

Il suggerimento operativo, se si viene da Roma in giornata, è terme dopo e non prima. Dopo due ore fra i rovi e il tufo, l’acqua calda ha un senso. Prima, scioglie le gambe e toglie voglia di camminare. Portarsi un asciugamano vecchio e delle ciabatte: l’acqua sulfurea macchia i tessuti chiari in modo permanente e l’odore resta addosso per ore.

La foto giusta da fare a Castel d’Asso

La fotografia che racconta questo posto non è il primo piano della facciata. È l’inquadratura dal fondo del fosso, con l’obiettivo puntato verso l’alto lungo il costone, che tiene dentro tre o quattro tombe allineate e sopra il ciglio del pianoro. Serve a mostrare la cosa che conta: una parete di roccia trasformata in una strada di case.

L’ora giusta è la prima del mattino d’inverno, quando il sole basso entra di taglio nel fosso. La luce laterale scolpisce le cornici, fa emergere le modanature e rende leggibili le lettere sugli architravi, che con il sole allo zenit diventano invisibili. In estate la stessa condizione si trova solo nell’ultima mezz’ora prima del tramonto, con il problema di dover risalire al buio.

Le due inquadrature che sbagliano quasi tutti

La prima è il grandangolo dal piazzale che tiene dentro tutto. Non funziona: la rupe si schiaccia, le tombe diventano macchie e il risultato somiglia a una cava abbandonata. Meglio un obiettivo normale o un corto tele, avvicinandosi e scegliendo tre soggetti invece di venti. Il tufo rende bene solo quando si vede la grana della pietra.

La seconda è la foto della falsa porta frontale, centrata e simmetrica. Restituisce una superficie piatta e toglie l’informazione architettonica, cioè il fatto che il blocco è staccato dalla parete su tre lati. Spostandosi di quaranta gradi si vede lo spigolo, il fianco tagliato e la profondità: la stessa tomba diventa comprensibile a chiunque guardi la foto dopo.

Il dettaglio da non mancare

Il dettaglio che vale il viaggio fotografico è l’iscrizione sull’architrave, ripresa con la luce radente e senza flash. Il flash frontale appiattisce le incisioni e le cancella. Con una torcia tenuta di lato da un compagno, anche un telefono recente restituisce lettere leggibili. È il modo più economico per portarsi a casa qualcosa che non si trova nelle cartoline.

Chi cerca il paesaggio largo lo trova risalendo sul pianoro verso il castello, guardando indietro verso la rupe con la campagna viterbese sullo sfondo. Nelle giornate limpide di gennaio si vedono i rilievi dei Cimini. Lo stesso esercizio funziona su altre alture della provincia, dal cono di Soriano nel Cimino ai crinali sopra Ronciglione.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento documentabile non è un episodio ma un processo: la costruzione della necropoli monumentale fra il quarto e il secondo secolo avanti Cristo. In quel periodo le famiglie dell’abitato sul pianoro decisero di spendere in architettura funeraria scavata, con un linguaggio comune a tutta l’Etruria rupestre interna, e il fosso prese la forma che si vede oggi.

Il secondo è la citazione ciceroniana. Nel processo in difesa di Aulo Cecina, tenuto a Roma sul finire degli anni Sessanta del primo secolo avanti Cristo, compare il castellum di Axia in territorio tarquiniese, legato ai beni fondiari della famiglia dei Cesennii. È il momento in cui questo lembo di campagna entra in un’orazione giudiziaria romana, come sfondo di una lite su una proprietà.

Il Medioevo e la contesa viterbese

Sul pianoro sorse in età medievale un castello, oggi ridotto a rovine. Le fonti locali collegano il sito alle vicende militari del territorio viterbese e riferiscono un’occupazione da parte delle truppe della città nel 1187. Sulla datazione dell’impianto, come si è detto, le schede disponibili non concordano, e in mancanza di un rapporto di scavo pubblicato conviene registrare l’incertezza.

La vicenda non è isolata. Fra il dodicesimo e il quattordicesimo secolo Viterbo estese il controllo sui castelli del contado con una serie di sottomissioni e distruzioni che hanno lasciato borghi svuotati in tutta la provincia. Chi vuole vedere che cosa resta di un abitato abbandonato per davvero può andare a Celleno o a Chia.

Il 1817 e la riscoperta

Nel 1817 lo studioso viterbese Francesco Orioli rilevò e descrisse la necropoli, dando avvio alla conoscenza moderna del sito. Lo stesso Orioli è legato alla riscoperta di Norchia. Il suo nome resta attaccato alla tomba del primo settore, e quella data segna il passaggio del luogo dalla condizione di campagna con sassi squadrati a quella di monumento riconosciuto dagli studi.

Da lì parte l’Ottocento degli scavi antiquari, con i corredi che prendono la via delle collezioni. Nel Novecento arrivano le campagne sistematiche: negli anni Sessanta ricognizioni di superficie e scavi ampi nella necropoli, e nel 1970 la monografia di Emiliozzi Colonna Di Paolo e Giovanni Colonna, seguita nel 1978 dal secondo volume, che resta il riferimento su questo sito.

Gli studi successivi

La bibliografia citata dalla voce enciclopedica della Treccani comprende, oltre ai due volumi di Colonna Di Paolo e Colonna, il lavoro di Stephan Steingräber del 1981 sull’architettura funeraria rupestre e lo studio di John Peter Oleson del 1982 sull’architettura sepolcrale etrusca. Sono titoli di consultazione, non libri da spiaggia, ma chi vuole controllare le affermazioni di questa pagina sa dove guardare.

Chi è passato da Castel d’Asso

Il visitatore illustre più citato è George Dennis, l’inglese che percorse l’Etruria a metà Ottocento e ne scrisse il resoconto che ancora oggi si legge. Davanti a queste facciate usò un paragone che è rimasto: le piramidi egizie. È un’iperbole vittoriana, e chi arriva aspettandosi Giza resta perplesso, ma dice quanto il sito impressionasse un occhio abituato alle antichità classiche.

Prima di lui era passato Annio da Viterbo, il domenicano vissuto nel Quattrocento che a questo territorio diede nomi antichi con una generosità che gli studi successivi hanno dovuto smontare pezzo per pezzo. Il nome Axia applicato a questo luogo passa da lui. La sua ombra sulla storiografia della Tuscia è lunga e arriva fino alle didascalie dei siti turistici di oggi.

Gli archeologi

Francesco Orioli nel 1817 è il primo rilevatore moderno. Luigi Canina, architetto e topografo attivo nella prima metà dell’Ottocento, inserì le necropoli rupestri dell’Etruria interna nel proprio lavoro di documentazione. Nel Novecento i nomi che contano sono quelli di Emiliozzi Colonna Di Paolo e Giovanni Colonna, autori della monografia in due volumi che resta la base di ogni discorso serio su questa necropoli.

Poi ci sono quelli senza nome sulle copertine. I volontari che dal 2011 tengono aperto e percorribile questo posto sono l’unica ragione per cui un visitatore di oggi può camminare nel fosso invece di guardarlo da lontano. Nelle schede turistiche non compaiono quasi mai. In una pagina che pretende di essere utile, invece, meritano una riga.

I passanti di oggi

Sul tracciato della via Francigena, che scende verso Viterbo e prosegue verso Roma, transitano ogni anno migliaia di camminatori. La necropoli resta fuori dal tracciato ufficiale di qualche chilometro e quasi nessuno devia. Chi sta percorrendo le tappe laziali della Francigena e ha una giornata di riposo a Viterbo ha qui la deviazione migliore possibile.

Stagione, calzature e sicurezza

La stagione buona va da ottobre ad aprile. Le ragioni sono tre: la vegetazione bassa che lascia vedere le facciate, la luce radente che dura tutto il giorno, l’assenza di caldo su una rupe senza ombra. I mesi migliori in assoluto sono novembre, febbraio e marzo, con la riserva delle giornate di pioggia, quando il fondo del fosso diventa fango scivoloso e il tufo bagnato è infido.

L’estate è la stagione peggiore e non per un dettaglio. Fra giugno e settembre il rovo e la canna coprono parte del costone, il sole picchia dalle dieci alle diciotto senza un albero utile, e le vipere nella campagna viterbese non sono una leggenda. Chi ci va in agosto a mezzogiorno vede meno, suda di più e rischia inutilmente.

Le calzature

Scarpe da trekking basse o alte, con suola scolpita. Non scarpe da ginnastica lisce, non sandali, non scarpe da città con il fondo cuoio. Il terreno alterna terra battuta, roccia affiorante levigata dal passaggio, radici e gradini naturali di altezza irregolare. Il tufo asciutto tiene bene, il tufo umido è come sapone e le cadute avvengono quasi sempre in discesa.

Chi arriva con le scarpe sbagliate ha un’unica strategia sensata: restare in alto, sul piazzale e sul ciglio del pianoro, e guardare le tombe dal margine con il binocolo. È una visita dimezzata ma sicura. Tentare la discesa con il fondo liscio in una forra senza copertura telefonica piena è il modo classico di trasformare una gita in una serata al pronto soccorso.

Sicurezza vera, non burocratica

Non ci sono parapetti sul ciglio del pianoro e in alcuni punti il salto è di diversi metri. Con i bambini serve mano tenuta, senza discussione. Le camere ipogee, dove aperte, hanno soffitti instabili e pavimenti coperti da terra che nasconde fosse e gradini: la regola è che nessuno entra, e la spiegazione si fa da fuori.

Ultimo punto, l’auto. Il piazzale è isolato e non sorvegliato. Borse, zaini e attrezzatura fotografica lasciati in vista sono un invito. Si portano dietro o si mettono nel bagagliaio prima di arrivare, non davanti al posto. Vale qui come in tutte le aree archeologiche aperte del Lazio, da Cerveteri a Sutri.

La posizione controcorrente: lasciatela così

Ogni volta che si parla di Castel d’Asso parte il ritornello della valorizzazione: recinzione, biglietteria, pannelli, percorso attrezzato, magari una passerella. La posizione qui è contraria, anche se in minoranza fra chi lavora nel turismo. Questo posto vale esattamente per quello che è, e cioè un sito archeologico aperto dove si entra a proprio rischio e si guarda senza mediazioni.

Il modello del parco recintato funziona dove i numeri lo giustificano e dove c’è materiale da proteggere sul posto. Qui il corredo non c’è più da centocinquant’anni, le facciate sono roccia viva che si conserva meglio ventilata che ingabbiata, e i visitatori in un giorno feriale d’inverno si contano sulle dita. Una biglietteria costerebbe più di quanto incasserebbe.

C’è poi una ragione di esperienza. Camminare da soli nel fondo di un fosso, con le facciate che compaiono fra i rovi e nessuno intorno, è l’unica cosa che questo sito offre e che la Banditaccia o i Monterozzi non possono più offrire. Metterci tornelli e un percorso obbligato significa spegnere l’unica cosa che funziona.

Quello che serve invece è manutenzione regolare e finanziata: decespugliamento tre volte l’anno, consolidamento dei tratti di parete a rischio, una segnaletica minima all’imbocco della strada e una mappa scaricabile fatta bene. Costa una frazione di un parco attrezzato e risolve il novanta per cento dei problemi reali. Chi chiede il recinto di solito non è mai sceso nel fosso.

La seconda opinione impopolare

Castel d’Asso non è una tappa per tutti e non bisogna venderla come tale. Chi viaggia con bambini piccoli, chi ha problemi di deambulazione, chi cerca l’esperienza confezionata con audioguida e caffè all’uscita qui non trova niente e fa bene ad andare altrove: Palazzo Farnese a Caprarola o il Parco dei Mostri di Bomarzo danno molta più soddisfazione a quel pubblico.

Che cosa mettere intorno alla necropoli

Una giornata costruita bene mette Castel d’Asso al mattino e una seconda cosa consistente al pomeriggio. La scelta dipende dalla stagione e dal gruppo. In inverno conviene chiudere al coperto, quindi centro storico di Viterbo con il quartiere medievale di San Pellegrino. In estate conviene chiudere in acqua, quindi terme libere oppure una spiaggia del lago di Bolsena.

Chi ha due giorni ha la provincia intera a disposizione. Sull’asse del lago funzionano Bolsena per la basilica e il castello, Montefiascone per la rocca e il panorama, Marta per il porto e Capodimonte per il promontorio. Sono distanze brevi, mezz’ora di auto fra un punto e l’altro.

Verso ovest il tema resta archeologico e cambia paesaggio. La riserva naturale di Tuscania e le chiese romaniche della città sono una mezza giornata piena. Chi vuole continuare sul filo etrusco scende a Bagni di Sant’Agostino, dove le terme libere si affiancano a un contesto archeologico, con acqua meno organizzata di quella viterbese.

Verso nord la provincia diventa più aspra. Farnese e Valentano aprono sulla Selva del Lamone e sull’alta Tuscia, con strade lente e pochi servizi. Civita di Bagnoregio è l’esatto opposto di Castel d’Asso per affollamento e per biglietto, e serve saperlo prima di metterla nello stesso giorno.

Verso Roma il rientro può diventare tappa. Sulla direttrice della Cassia si incontrano Sutri con l’anfiteatro scavato nel tufo e Nepi con le forre. Sulla direttrice della Flaminia si passa da Civita Castellana, da Calcata e, più a nord, da Orte.

Una nota sul calendario. Il primo weekend di settembre Viterbo è un’altra città per via del trasporto della Macchina di Santa Rosa: alberghi pieni, strade chiuse, traffico impossibile. Per una gita tranquilla alla necropoli quel fine settimana va evitato, oppure va accettato che la giornata ruoti intorno alla festa e non intorno agli Etruschi.

Mangiare in zona

Sulla strada della necropoli non si mangia. Non ci sono locali, chioschi, distributori né fontane: si torna verso Viterbo oppure ci si porta il pranzo da casa e lo si consuma sul pianoro, riportandosi indietro i rifiuti. Il panino preso in città prima di partire resta la soluzione più sensata per chi visita la mattina presto.

Tornando in città vale la pena sapere come si riconoscono i posti che campano sul passaggio. Il primo segnale è il menu con le fotografie dei piatti esposto sul marciapiede, spesso tradotto in cinque lingue: nessuna cucina che si rispetti ha bisogno di mostrare l’immagine di una carbonara per venderla. Il secondo segnale è la persona sulla porta che invita a sedersi.

Il terzo segnale è la signora che tira la sfoglia dietro il vetro o sul marciapiede. È scenografia, non garanzia: in molti casi la pasta esposta e la pasta servita non hanno alcun rapporto, e l’esposizione serve a fermare chi passa. Il quarto è la cucina aperta dalla mattina a notte senza pausa, che è il modo più semplice per dire che i piatti non si cucinano al momento.

Il quinto riguarda il prezzo e lo si trova soprattutto davanti ai monumenti e nelle piazze più battute, a Viterbo come altrove. Voci senza prezzo sul menu, quantità decise a occhio, listini diversi fra il tavolo esterno e la sala: sono i meccanismi con cui il conto si adegua a chi sta pagando. Il coperto e il servizio vanno letti prima di sedersi, non dopo.

Sulle insegne ripetute che si trovano nei centri storici il discorso è diverso e senza snobismo. Quelle catene funzionano come attrazioni: si entra perché si conosce il nome, si paga una cifra prevedibile, si mangia una cosa prevedibile. Non c’è niente di scandaloso. Semplicemente i residenti non ci vanno, e chi viaggia per mangiare bene ha poco da guadagnarci.

Il criterio è uno solo e non richiede applicazioni né recensioni. Si guarda chi è seduto e in che lingua ordina. Se alle due del pomeriggio dentro ci sono persone del posto che parlano fra loro in italiano e ordinano senza guardare il menu, si entra. Se ci sono solo tavoli di passaggio, si cammina altri duecento metri.

Per chi vuole un punto di partenza già filtrato, la selezione di indirizzi che tengo aggiornata è consultabile qui: la lista su Google Maps. Resta un punto di partenza, non un oracolo: le gestioni cambiano, i cuochi si spostano e un posto buono tre anni fa oggi può essere diventato una trappola.

Domande frequenti

Si paga il biglietto per entrare a Castel d’Asso?

No. L’ingresso all’area archeologica è gratuito e non esiste una biglietteria. Il sito non è recintato in modo continuo e si accede liberamente dal piazzale sterrato alla fine di via del Procoio. Nessun portale di prenotazione istituzionale gestisce questo luogo, quindi chi trova online un biglietto in vendita sta comprando un servizio di accompagnamento, non l’accesso.

Quali sono gli orari di apertura?

Non esistono orari pubblicati, perché non esiste un’apertura e una chiusura. La scheda del portale ministeriale dei luoghi della cultura non riporta alcun orario. Il limite reale è la luce del giorno: nel fosso il buio arriva prima che sul pianoro, e d’inverno dalle sedici in poi la visita diventa inutile perché le facciate non si leggono più.

Serve per forza l’auto?

Sì, o un mezzo equivalente. Da Viterbo alla necropoli non risulta pubblicata alcuna linea di trasporto pubblico utile, e i nove chilometri di campagna vanno coperti in auto, in taxi o in bicicletta. Chi arriva in treno a Viterbo Porta Fiorentina o a Porta Romana deve organizzare l’ultimo tratto in anticipo, perché sul posto non passa nulla.

Chi gestisce l’area e a chi ci si rivolge per una visita guidata?

La cura dell’area è affidata dal dicembre 2011 all’associazione di volontariato Archeotuscia, con sede a Viterbo nell’ex chiesa degli Almadiani a piazza dei Caduti, che si occupa anche di Ferento. I recapiti pubblicati sul sito dell’associazione sono i numeri 339 2716872 e 328 7750233 e la casella archeotuscia@gmail.com. La tutela compete alla Soprintendenza per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale.

Si può entrare dentro le tombe?

Fisicamente in alcuni casi sì, ma è sconsigliato. I corridoi di accesso sono stretti e in parte interrati, il tufo si sfalda, il pavimento delle camere è coperto da terra di riporto che nasconde gradini e fosse. Con i gruppi la regola è che nessuno entra. Chi va da solo deve considerare che nel fosso il telefono in più punti non prende.

Quanto tempo serve per la visita?

Due ore per una visita reale, che comprenda la discesa nel fosso, il percorso lungo i tre settori del costone, la risalita al pianoro e il giro delle rovine del castello. In quaranta minuti si vedono quattro facciate e si riparte senza avere capito la topografia del sito, che è la cosa che rende questo posto istruttivo.

Le iscrizioni si vedono davvero?

Alcune sì, altre sono ridotte a tracce. La differenza la fa la luce: con il sole radente del primo mattino o del tardo pomeriggio le lettere incise sugli architravi emergono, con il sole alto spariscono. Una torcia tenuta di lato aiuta molto. Nomi come Ceise e Tetnie sono fra quelli riportati dalle descrizioni del sito.

È adatto ai bambini?

Dipende dall’età e da chi accompagna. Non ci sono parapetti sul ciglio del pianoro e i salti sono di diversi metri, quindi con i piccoli serve mano tenuta costante. Per i ragazzi dai dieci anni in su, con la spiegazione giusta sulle false porte e sulle iscrizioni, funziona meglio di molti musei, perché si cammina e si scopre.

Conviene abbinare le terme del Bagnaccio?

Sì, ed è l’abbinamento che consiglio più spesso. Il Bagnaccio si trova nella campagna a nord di Viterbo, su proprietà privata, curato dall’associazione omonima, con orario estivo dalle dieci alle ventidue dal primo aprile al trentuno ottobre e orario invernale ridotto. Per il visitatore occasionale l’accesso è gratuito con contributo volontario, mentre chi va spesso sottoscrive la tessera annuale.

Chi ha scritto questa pagina

Le informazioni pubblicate qui provengono dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, contributi e condizioni di accesso riportati in questa pagina risultano controllati il 28 settembre 2026 sulle fonti istituzionali e associative citate nel testo. Prima di partire conviene ricontrollarli, perché in provincia cambiano senza preavviso.

Costruire una giornata fuori Roma significa far quadrare cose che non stanno naturalmente insieme: treni regionali con frequenze basse, siti archeologici senza personale, associazioni di volontari che rispondono al telefono a orari variabili, strade di campagna che i navigatori sottovalutano e distanze che sulla carta sembrano brevi. Chi pianifica per sé o per un gruppo trova strumenti e materiali di lavoro su Tour Leader Pro.

Per il quadro generale su collegamenti ferroviari e stradali, noleggi auto, aeroporti e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dalla Tuscia ai laghi fino alla costa tirrenica, una risorsa utile in fase di pianificazione è Italy Planner, che tratta l’Italia dal punto di vista di chi deve muoversi e non solo di chi deve leggere.

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IndirizzoNecropoli rupestre di Castel d'Asso Viterbo Viterbo 01100

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