Necropoli dei Monterozzi di Tarquinia
La Necropoli dei Monterozzi è il posto in cui si vede la pittura antica più importante del Mediterraneo occidentale, e quasi nessuno a Roma ci va. Occupa il colle che corre parallelo alla costa alle spalle di Tarquinia, novanta chilometri a nord della capitale, e conserva più di seimila tombe scavate nella roccia, di cui circa duecento dipinte. Il settore aperto al pubblico permette oggi di scendere dentro ventidue camere decorate, una alla volta, cinque persone per volta, guardando attraverso una vetrata. Insieme alla Necropoli della Banditaccia di Cerveteri è iscritta nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO dal 2004. Questa pagina mette in fila che cosa si vede davvero, che cosa non si vede, quanto costa, come ci si arriva senza automobile e perché una parte delle tombe che trovate sui libri resta chiusa.
Dove si trova la Necropoli dei Monterozzi e che cosa è davvero
L’indirizzo è via Ripagretta, 01016 Tarquinia, in provincia di Viterbo. Il colle dei Monterozzi corre per circa sei chilometri parallelo alla costa tirrenica, fra il mare e il pianoro della Civita dove sorgeva la città etrusca. Il Parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia, l’ente statale che gestisce il sito, indica questa collocazione nella scheda ufficiale del sito e la conferma il Comune di Tarquinia nella propria pagina sui luoghi.

Il nome popolare viene dai tumuli. Ogni camera funeraria era coperta da un cumulo di terra, e un secolo fa se ne contavano più di seicento sul colle: i lavori agricoli li hanno spianati quasi tutti, tanto che oggi il terreno sembra un prato leggermente ondulato. Chi arriva aspettandosi un paesaggio di colline artificiali resta spiazzato. La necropoli dei Monterozzi si vede sottoterra, non in superficie.
La città dei vivi e la città dei morti
Tarquinia etrusca, Tarchuna, sorgeva sul pianoro della Civita, dall’altra parte della valle rispetto ai Monterozzi, e la sua area monumentale comprendeva il tempio detto Ara della Regina, quello da cui provengono i Cavalli Alati oggi al museo. Gli Etruschi seppellivano fuori dall’abitato, su un rilievo separato, ed è il motivo per cui oggi il sito archeologico e il paese moderno sono due cose distinte con due chilometri e mezzo di strada in mezzo.
I numeri, e da dove arrivano
I numeri circolano in versioni diverse e conviene sapere quale fonte dice cosa. La scheda del Parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia parla di più di seimila tombe conosciute e di circa duecento tombe dipinte. La scheda UNESCO del sito, consultabile sul portale del World Heritage Centre, indica seimila sepolture scavate nella roccia e circa duecento tombe dipinte, con le più antiche al VII secolo avanti Cristo. La Soprintendenza competente per Viterbo e l’Etruria meridionale precisa che le camere dipinte sono circa il tre per cento del totale e che molte di quelle note nell’Ottocento non hanno più una localizzazione certa, perché furono richiuse dopo la scoperta.
Le cifre da ripetere, quindi, sono tre e vanno tenute separate. Seimila tombe censite, circa duecento dipinte, ventidue visitabili nel percorso ordinario. La terza è quella che riguarda chi compra il biglietto, ed è l’unica che cambia da un anno all’altro. Il dato di ventidue ipogei è quello pubblicato dal Parco archeologico sulla propria scheda del sito e ripreso dal Comune di Tarquinia: è la fotografia della situazione alla data in cui scriviamo, non una costante.
L’iscrizione UNESCO del 2004 e che cosa comprende
L’iscrizione è del 2004 e riguarda un sito unico intitolato Necropoli etrusche di Cerveteri e Tarquinia. Non sono due siti gemelli iscritti separatamente: sono due componenti di una sola proprietà, e questo spiega perché le due necropoli vengano sempre nominate insieme anche da chi visita solo una delle due. I criteri riconosciuti sono il primo, il terzo e il quarto della Convenzione del patrimonio mondiale.
Il criterio primo, quello del capolavoro del genio creativo umano, si applica soprattutto alle pitture dei Monterozzi. Il criterio terzo riconosce la testimonianza unica di una civiltà scomparsa, l’unica civiltà di tipo urbano dell’Italia preromana. Il criterio quarto riguarda i tipi architettonici funerari conservati alla Banditaccia, che riproducono forme di abitazione altrove perdute. Le motivazioni sono pubblicate sul sito del World Heritage Centre e in italiano sul portale UNESCO del Ministero della Cultura.
Come si arriva alla Necropoli dei Monterozzi da Roma
La domanda vera non è come arrivare a Tarquinia, che è facile, ma come arrivare alla necropoli senza automobile, che è la parte in cui quasi tutte le guide sorvolano. Ci sono tre passaggi da risolvere e non uno solo: Roma, poi la stazione di Tarquinia, poi il centro storico, poi il sito archeologico. Tra l’ultimo treno utile e l’ultimo ingresso in necropoli ci sono margini stretti, soprattutto in inverno.
In treno fino a Tarquinia
La stazione di Tarquinia si trova sulla ferrovia Tirrenica, la linea che da Roma risale verso Civitavecchia, Grosseto e Pisa. Ci fermano i treni regionali e regionali veloci diretti verso nord, oltre ad alcuni treni a lunga percorrenza. I tempi di percorrenza da Roma Termini si collocano attorno a un’ora e venti per i regionali, con punte più basse sui collegamenti veloci. Non tutti i regionali che partono da Roma proseguono oltre Civitavecchia: controllate la destinazione finale prima di salire, perché la linea suburbana verso Civitavecchia e la Tirrenica lunga condividono i binari ma non il capolinea.
Dalla stazione al centro storico
Qui sta il punto che il committente tipico sottovaluta. La stazione di Tarquinia non è in paese: dista circa tre chilometri dall’abitato storico e circa altrettanti dalla frazione balneare del Lido. La Pro Loco di Tarquinia scrive esplicitamente che la stazione dista circa tre chilometri dal centro abitato ed è collegata da autobus urbani. Il servizio urbano esiste, è gestito da un operatore locale e ha orari invernali ed estivi diversi, tarati sul calendario scolastico: chi arriva di domenica o in agosto deve verificare le corse il giorno stesso, perché la frequenza cala.
Dal centro storico alla necropoli
Dalla porta principale del centro storico all’ingresso della necropoli su via Ripagretta ci sono poco più di due chilometri, che a piedi valgono venticinque o trenta minuti su strada asfaltata, in parte senza ombra. Il percorso è semplice e segnalato, ma d’estate, con il sole delle undici, diventa faticoso. Il regolamento del Parco archeologico raccomanda esplicitamente scarpe comode e cappello nella stagione calda, e non è una formula di stile.
In automobile
Da Roma si prende l’autostrada A12 in direzione Civitavecchia. Il tratto Civitavecchia Tarquinia è stato aperto nel marzo 2016 e ha accorciato sensibilmente il viaggio, che prima finiva sull’Aurelia a traffico misto. La distanza complessiva è di circa novanta chilometri e il tempo reale, fuori dalle ore di punta, sta attorno all’ora e un quarto. Nei fine settimana estivi il nodo di uscita da Roma verso il litorale si congestiona e il conto sale.
Chi arriva da Viterbo usa la superstrada Orte Civitavecchia con uscita a Monte Romano est e poi l’Aurelia bis, per circa quarantacinque chilometri, oppure passa per Tuscania su strade provinciali più lente e più belle. Chi sbarca a Civitavecchia dal traghetto o da una nave da crociera ha circa un quarto d’ora di strada. Chi atterra a Fiumicino ne ha circa un’ora: per il quadro completo dei collegamenti aeroportuali abbiamo una pagina dedicata agli aeroporti di Roma.
Orari, biglietti e stagionalità
Il giorno di chiusura è il lunedì, per tutti e quattro i siti del Parco archeologico. Su questo non ci sono ambiguità e vale sia per le necropoli sia per i due musei. Chi programma una gita del lunedì trova i cancelli sbarrati a Tarquinia come a Cerveteri.
Gli orari della necropoli cambiano tre volte l’anno
Il Parco archeologico pubblica un calendario stagionale a tre fasce per le necropoli. Nella stagione lunga, dal 29 marzo al 12 ottobre 2026, l’apertura è dalle 9 alle 19.30 con ultimo ingresso alle 18.30. Dal 13 al 24 ottobre 2026 si passa a 9 18.30 con ultimo ingresso alle 17.30. Dal 25 ottobre 2026 al 27 marzo 2027 vale l’orario invernale, 9 17 con ultimo ingresso alle 16. I dati sono pubblicati sulla pagina orari e tariffe del Parco archeologico e vanno ricontrollati prima di partire.
I musei hanno un orario diverso e più lungo, 9 19.30 tutto l’anno con ultimo ingresso alle 18.30. La differenza conta per chi arriva nel pomeriggio d’inverno: in dicembre la necropoli chiude gli ingressi alle 16, il museo alle 18.30. Una visita invernale che parte da Roma dopo pranzo riesce a vedere il museo e non riesce a vedere le tombe.
Il biglietto è unico, e non si compra separato
Questa è la domanda che ci arriva più spesso e la risposta ufficiale è netta. Il Parco archeologico non vende un biglietto per la sola necropoli né uno per il solo museo: vende un biglietto cumulativo di sito, che comprende museo e necropoli della stessa città, al costo di 13 euro, valido fino a trenta giorni dalla data di emissione. Chi vuole vedere solo le tombe paga comunque 13 euro e si porta a casa un ingresso al museo che può spendere anche in un’altra giornata entro il mese.
Esiste poi il biglietto Circuito PACT a 21 euro, valido quattro mesi, che copre tutti e quattro i siti del Parco: necropoli e museo di Tarquinia più necropoli e museo di Cerveteri. Con quattro mesi di validità è la soluzione sensata per chi vuole distribuire le due visite su due weekend diversi, che è quello che consigliamo. Ci sono anche un abbonamento annuale a 30 euro e uno per residenti dei due comuni a 20 euro.
Gratuità, riduzioni e supplementi
I minori di diciotto anni entrano gratis. I cittadini dell’Unione Europea fra i diciotto e i venticinque anni pagano 2 euro. Le altre gratuità seguono le disposizioni generali del Ministero della Cultura. Ogni prima domenica del mese l’ingresso è gratuito nei musei e nei parchi archeologici statali, e il Parco di Cerveteri e Tarquinia rientra nell’iniziativa: la nostra pagina sulle domeniche gratuite nei musei statali spiega come funziona e quali giorni valgono, e quella sui musei statali inquadra il sistema.
Allerta meteo
Il Parco avvisa che nelle giornate di allerta meteo le aree archeologiche possono restare chiuse in via precauzionale: sono siti all’aperto, con alberi e percorsi su terreno naturale, e la chiusura per vento o pioggia forte succede davvero. Il numero della necropoli dei Monterozzi, pubblicato dal Parco, è 0766 856308.
Una curiosità sulla Necropoli dei Monterozzi
Buona parte delle tombe dipinte dei Monterozzi non è stata trovata scavando, ma guardando dentro il terreno senza aprirlo. Fra gli anni Cinquanta e Settanta la Fondazione Lerici, nata nel 1946 per iniziativa dell’ingegnere Carlo Maurilio Lerici e legata al Politecnico di Milano, applicò all’archeologia i metodi della prospezione geofisica che si usavano per cercare giacimenti minerari. Magnetometria, resistività elettrica, sismica: strumenti pensati per l’industria, portati su un colle etrusco.
La sonda che fotografava al buio
Il passaggio decisivo fu una sonda fotografica brevettata dal laboratorio, che si calava in un foro di pochi centimetri praticato nella volta di una camera sepolta e scattava fotografie a trecentosessanta gradi dell’interno. Il sistema permetteva di sapere se una tomba era dipinta prima di scavarla, e quindi di decidere dove investire uno scavo vero. La Fondazione registrò i propri strumenti fra le sonde fotografiche e televisive per l’esplorazione non invasiva di cavità sepolte, e il metodo fu poi copiato in mezzo mondo.
Perché la cosa cambia la lettura del sito
Il risultato pratico è che il catalogo delle tombe dipinte di Tarquinia si gonfiò rapidamente a partire dalla fine degli anni Cinquanta, tanto che gli studiosi dovettero riscrivere la cronologia della pittura etrusca. La Soprintendenza segnala che le prospezioni della Fondazione Lerici individuarono nel sottosuolo dei Monterozzi più di mille camere funerarie, e che su una cinquantina si riconobbero tracce di decorazione dipinta. Quel dato spiega perché il numero delle tombe dipinte conosciute sia più alto del numero di quelle visibili: molte furono aperte, documentate e richiuse.
Come si visita davvero: scale, vetrate, cinque persone alla volta
La visita ai Monterozzi non somiglia a quella di un museo. Si cammina su un prato attraversato da sentieri, si arriva davanti a una costruzione bassa di cemento e vetro che protegge l’imboccatura di una tomba, si scende una scala coperta, si guarda dentro da una vetrata. Poi si risale e si ricomincia. Ventidue volte, se le si fanno tutte.
Il dromos e la discesa
Le camere sono accessibili attraverso un lungo dromos, il corridoio inclinato che gli Etruschi scavavano per raggiungere la sepoltura. Oggi il dromos è attrezzato con una scala e in molti casi coperto da una struttura moderna. La discesa è di parecchi gradini, spesso ripidi, e va rifatta in salita all’uscita. Questo moltiplicato per venti tombe è la ragione per cui alla fine della visita si è stanchi molto più di quanto ci si aspetti da un prato pianeggiante.
Le porte a taglio termico
All’arrivo in fondo alla scala non si entra nella camera. Fra il visitatore e le pitture c’è una porta trasparente a taglio termico, cioè un serramento a doppia lastra con l’intercapedine isolante, che il Parco archeologico descrive come lo strumento che consente la visione dei dipinti mantenendo costanti i parametri termici e igrometrici dell’ipogeo. Tradotto: si guarda da dietro un vetro, sempre, e nessun visitatore ordinario mette piede dentro le camere dipinte.
La ragione è banale e definitiva. Ogni corpo umano che entra in un ambiente sotterraneo chiuso porta calore, vapore acqueo e anidride carbonica. In una camera scavata nella roccia calcarea, con pareti intonacate di calce e pitture antiche di due millenni e mezzo, la variazione di temperatura e di umidità relativa innesca cicli di condensa e di cristallizzazione dei sali che staccano il colore dal supporto. La vetrata separa due climi e li tiene separati.
Cinque alla volta
Il regolamento di ingresso al pubblico del Parco, pubblicato nel 2023 e valido per la Banditaccia e per i Monterozzi, fissa un limite esplicito: per la sicurezza dei luoghi e delle persone l’accesso alle singole tombe è consentito al massimo a cinque visitatori contemporaneamente. Il limite riguarda lo spazio in fondo alla scala, piccolo e senza vie di fuga alternative. Con un gruppo scolastico davanti, l’attesa può arrivare a dieci minuti.
Una cosa che non ti dice nessuno sulla Necropoli dei Monterozzi
Le tombe più famose di Tarquinia, quelle che stanno su tutti i manuali di storia dell’arte, in buona parte non fanno parte del percorso ordinario. La Tomba dei Tori, la più antica con decorazione figurata complessa, la Tomba degli Auguri, la Tomba del Barone, la Tomba dell’Orco con la sua Nekyia infernale, la Tomba degli Scudi: nessuna di queste compare nell’elenco delle ventidue camere aperte al pubblico pubblicato dal Parco archeologico.
Come si vedono, allora
Si vedono in occasione di aperture straordinarie con visita guidata e prenotazione obbligatoria, organizzate dal Parco in giornate specifiche. Nelle Giornate Europee del Patrimonio del 26 e 27 settembre 2026, per esempio, il Parco ha messo a calendario visite guidate a orari fissi alla Tomba degli Scudi il sabato e alla Tomba dell’Orco la domenica, più visite pomeridiane alle tombe dei Tori, del Barone e degli Auguri in entrambe le giornate. Il Parco specifica che i posti sono limitati, che la prenotazione va fatta via posta elettronica e che alcune di quelle tombe, fuori dal recinto principale, si raggiungono soltanto con mezzo proprio.
La conseguenza pratica
Chi arriva ai Monterozzi in un martedì qualunque con in testa le immagini della Tomba dell’Orco vedrà altro: tombe magnifiche, ma non quelle. Chi tiene a una camera precisa deve scrivere al Parco in anticipo e costruire la visita intorno a una data di apertura straordinaria, non il contrario.
Perché non le aprono tutte
Le ragioni sono tre. Conservazione: alcune camere hanno pitture troppo delicate per un flusso continuo. Logistica: diverse tombe sono sparse sul colle fuori dall’area recintata, in mezzo a terreni privati, senza un accesso sorvegliabile. Personale: ogni tomba aperta richiede vigilanza, e il Parco gestisce quattro siti su due comuni.
Le tombe che si vedono oggi
L’elenco pubblicato dal Parco archeologico sulla scheda ufficiale del sito comprende ventidue ipogei. Sono, in ordine alfabetico come li elenca il Parco: Baccanti, Bartoccini, Caccia al Cervo, Caccia e Pesca, Padiglione di Caccia, Cardarelli, Caronti, Claudio Bettini, Demoni Azzurri, Due Tetti, Fiore di Loto, Fiorellini, Fustigazione, Giocolieri, Gorgoneion, Guerriero, Leonesse, Leopardi, Mauro Cristofani, Massimo Pallottino, Mario Moretti, Pulcella.
Le tre che da sole giustificano il viaggio
La Tomba dei Leopardi, databile attorno al 470 460 avanti Cristo e scoperta nel 1875, ha sul frontone due leopardi affrontati e sotto una scena di banchetto con coppie sdraiate, servitori, suonatori di aulos e di lira. Il soffitto è a scacchiera di rossi, neri, gialli e azzurri. È la tomba che meglio spiega, in trenta secondi, come funzionava una camera dipinta tarquiniese: fregio figurato sulle pareti, motivo geometrico sul soffitto a doppio spiovente.
La Tomba della Caccia e Pesca, scoperta nel 1873 e datata fra il 530 e il 500 avanti Cristo con oscillazioni fra gli studiosi, è la più importante delle ventidue e probabilmente la più importante di tutta la pittura preromana. Sulle pareti della camera interna il paesaggio prende il sopravvento sulle figure: mare, scogli, uccelli, delfini, barche, un tuffatore in volo verso l’acqua. La riduzione della figura umana a elemento piccolo dentro un ambiente naturale grande non ha precedenti noti né in Grecia né in Etruria, ed è la ragione per cui questa camera compare in ogni storia della pittura antica.
La Tomba dei Demoni Azzurri fu scoperta nel 1985 e appartiene alla seconda metà del quinto secolo avanti Cristo. Il soggetto segna una frattura: compaiono demoni dell’oltretomba dalla pelle azzurra e nera, con serpi, in un immaginario funerario che fino a quel momento a Tarquinia non c’era. È la tomba che mostra il momento in cui l’aldilà etrusco smette di essere un banchetto e diventa un luogo di paura.
Le chiusure temporanee sono la norma
Fra il giugno 2025 e il marzo 2026 il Parco ha tenuto aperto il sito con limitazioni al percorso, per lavori del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza su accessibilità ed efficienza energetica. Una tredicina di tombe è rimasta chiusa a rotazione, fra cui i Leopardi e il Letto Funebre, e il 19 marzo 2026 il Parco ha annunciato la riapertura della maggior parte degli ipogei del settore Calvario. Funziona così di norma: un cantiere alla volta. Controllate gli avvisi prima di partire.
La tecnica delle pitture e perché sono così fragili
La roccia dei Monterozzi è un calcare tenero, il macco, che si scava con attrezzi semplici e che ha una superficie porosa e irregolare. Le prime tombe dipinte, nel settimo e nel sesto secolo avanti Cristo, ricevono il colore quasi direttamente sulla pietra, con una preparazione minima. Solo più tardi arriva l’intonaco vero.
Lo strato di intonaco
Con l’arrivo di maestranze di formazione greco orientale, attorno alla metà del sesto secolo, compare uno strato sottile di preparazione, spesso da uno a tre millimetri, steso sulla parete per ricevere il colore. Sopra si dà uno scialbo di calce, sul quale si incide il disegno preparatorio e si stendono i pigmenti quando la calce è ancora fresca. Nel quarto secolo la stratigrafia si articola in tre strati, con una base di tufo pozzolanico, uno strato di sabbia e calce e una finitura di calce carbonatata.
Che cosa le rovina
Il nemico principale è l’acqua, in tutte le sue forme. L’acqua di infiltrazione che scende dal terreno agricolo sopra le camere porta con sé sali disciolti; quando evapora sulla superficie dipinta i sali cristallizzano e sollevano lo strato pittorico. La condensa che si forma quando aria calda e umida entra in un ambiente freddo fa lo stesso lavoro, più in fretta. Le muffe e i batteri colonizzano gli intonaci umidi. La luce, nel lungo periodo, altera i pigmenti organici.
La combinazione di vetrata isolante, illuminazione temporizzata e ingresso contingentato a cinque persone risponde a questo elenco di problemi uno per uno. Non è una precauzione simbolica: è la ragione per cui esistono ancora camere dipinte aperte al pubblico, mentre altre necropoli hanno dovuto chiudere del tutto o sostituire gli originali con copie.
Il consiglio che ti do per visitare la Necropoli dei Monterozzi
Non fate necropoli e museo nella stessa manciata di ore. Il biglietto cumulativo di sito vale trenta giorni e quello circuito quattro mesi: sono validità lunghe apposta, e chi le usa vede il doppio. La necropoli chiede due ore piene di scale e di attese davanti alle vetrate, il museo ne chiede altre due e richiede attenzione fresca. Sommate in una giornata sola, la seconda metà si trasforma in una sfilata davanti a vetrine senza guardarle.
L’ordine giusto
Se dovete comprimere tutto in un giorno, cominciate dalla necropoli la mattina presto, quando la luce è bassa e i gruppi non sono ancora arrivati, e tenete il museo per il pomeriggio, che ha orario più lungo tutto l’anno. L’ordine inverso funziona male: uscire dal museo alle quattro del pomeriggio in dicembre significa trovare la biglietteria della necropoli già chiusa.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Le tombe dipinte sono circa il tre per cento del totale. Su seimila sepolture censite, duecento hanno decorazione pittorica. Questo dato, che la Soprintendenza mette in evidenza, dice una cosa precisa sulla società etrusca di Tarquinia: la pittura funeraria non era un uso diffuso, era un privilegio di un numero ristretto di famiglie aristocratiche, e quello che vediamo non è la vita degli Etruschi ma la rappresentazione che di sé dava un ceto dirigente.
Perché la differenza conta
Ogni volta che si legge che le tombe di Tarquinia raccontano la vita quotidiana degli Etruschi si prende una scorciatoia. Raccontano i banchetti, le cacce, le gare e i funerali di poche decine di famiglie ricche lungo cinque secoli. Il resto della popolazione tarquiniese, la gran maggioranza, sta nelle altre cinquemila e ottocento tombe, quelle senza colore, e di quelle vite sappiamo pochissimo.
La durata del fenomeno
L’altro dato poco citato è la durata. Il Parco archeologico segnala che a Tarquinia l’uso di dipingere i sepolcri è documentato dal settimo al secondo secolo avanti Cristo, cioè per quasi tutta la vita della città. In altri centri etruschi la pittura funeraria compare a sprazzi. Qui è una tradizione continua di cinquecento anni, e proprio questa continuità permette di seguire l’evoluzione dello stile e delle idee sull’aldilà come in nessun altro luogo del Mediterraneo.
Cerveteri e Tarquinia: perché le due necropoli non sono la stessa cosa
Le due componenti del sito UNESCO vengono sempre nominate insieme e questo genera l’idea che siano intercambiabili. Non lo sono affatto, e chi ne visita una sola sceglie fra due esperienze molto diverse. La distinzione più semplice è questa: a Cerveteri si guarda l’architettura, a Tarquinia si guarda la pittura.
Che cosa si vede alla Banditaccia
La Necropoli della Banditaccia di Cerveteri è una città dei morti costruita con strade, incroci, isolati e case. I grandi tumuli di terra su tamburo di tufo sono in piedi e si percorrono; dentro, le camere riproducono gli interni delle abitazioni etrusche, con letti scavati nella roccia, travi finte sul soffitto, sedie, colonne e, nella celebre Tomba dei Rilievi, gli utensili domestici modellati in stucco sulle pareti. La UNESCO riconosce a Cerveteri il criterio dei tipi architettonici funerari che altrove non esistono più.
Che cosa si vede ai Monterozzi
Ai Monterozzi i tumuli sono stati spianati e le camere sono per la maggior parte a pianta semplice, una stanza rettangolare con il tetto a doppio spiovente pensata per una coppia. L’architettura non è il punto. Il punto sono le pareti dipinte, e per vederle si scende e si guarda da dietro un vetro senza entrare. L’area è vasta, centotrenta ettari, e il percorso è una serie di discese separate da tratti di prato.
Chi vuole capire che cosa gli Etruschi pensavano della morte, come si vestivano, come banchettavano, che musica suonavano e quando cominciarono ad avere paura dell’aldilà va a Tarquinia. Massimo Pallottino, il maggiore etruscologo italiano del Novecento, definì queste pitture il primo capitolo della storia della pittura italiana, e il Parco archeologico riprende la frase sulla propria scheda del sito.
Se dovete sceglierne una
Con i bambini piccoli scegliete Cerveteri: si cammina all’aperto, si entra nelle tombe, si tocca, non c’è la disciplina delle vetrate e delle code. Con un interesse per la storia dell’arte scegliete Tarquinia, che non ha confronti. Con un’automobile e un weekend intero fatele entrambe con il biglietto Circuito da 21 euro, che dura quattro mesi: le due cittadine distano circa quaranta chilometri sull’Aurelia e si incatenano bene, magari con una sosta alle cascatelle di Cerveteri o al castello di Palo a Ladispoli.
Il terzo termine di paragone
Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, conserva i materiali che rendono leggibili le due necropoli. Chi passa da Villa Giulia prima di partire arriva sul posto con le categorie giuste. Per gli oggetti minori c’è anche il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche della Sapienza.
Il Museo Archeologico Nazionale Tarquiniense e i Cavalli Alati
Il museo occupa Palazzo Vitelleschi, in piazza Cavour, dentro le mura del centro storico. L’edificio fu costruito fra il 1436 e il 1439 per volere del cardinale Giovanni Vitelleschi ed è uno dei monumenti più importanti del primo Rinascimento nel Lazio. L’istituzione museale nasce nel 1916 e il museo apre al pubblico nella primavera del 1924, il che significa che nel 2024 ha compiuto cento anni.
Che cosa contiene
Il percorso raccoglie due collezioni ottocentesche, la Raccolta Comunale e quella privata dei conti Bruschi Falgari, più i materiali degli scavi nell’abitato antico e nelle necropoli. Copre dall’età del Ferro all’epoca romana. Al pianterreno c’è il sarcofago del Sacerdote, marmo pario di fabbrica greca con la cassa dipinta da un artista locale, che conteneva le spoglie di Laris, capostipite della famiglia dei Partunu.
I Cavalli Alati
I Cavalli Alati sono una lastra fittile decorata ad altorilievo con una coppia di cavalli alati che scalpitano nell’atto di spiccare il volo. Erano collocati in corrispondenza della testata di una delle grandi travi del frontone del tempio dell’Ara della Regina, sul pianoro della Civita, nella fase del quarto secolo avanti Cristo. Sono il simbolo della città e il capolavoro assoluto della coroplastica etrusca, cioè della scultura in terracotta.
Chi ha visto molte terrecotte architettoniche etrusche a Villa Giulia riconosce subito la differenza: qui il modellato ha una tensione muscolare e una resa del movimento che non hanno confronti. La lastra è esposta in una sala dedicata e merita una sosta lunga, non il passaggio di due minuti che riceve di solito. Va guardata pensando che era montata in alto, controluce contro il cielo, sul frontone di un tempio.
Le tombe dipinte dentro il museo
Le sale ospitano la ricostruzione di alcuni contesti funerari, fra cui la tomba a camera dei Versna e quattro tombe dipinte staccate dalle pareti negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento e rimontate nel museo. Fra queste c’è la Tomba del Triclinio, decorata all’inizio del quinto secolo avanti Cristo da un artista greco attivo a Tarquinia, che è una delle camere più celebri del sito e che in necropoli non si vede perché le sue pitture stanno qui.
Questo spiega un’assenza che altrimenti sembra inspiegabile. Chi cerca il Triclinio nell’elenco delle ventidue tombe aperte non lo trova, e la ragione non è una chiusura temporanea: le pareti sono state strappate settant’anni fa e portate al coperto. Lo stacco era all’epoca la risposta tecnica al degrado; oggi si preferisce conservare in loco, ed è per questo che nessuno stacca più nulla.
La mostra in corso
Dal 10 luglio al 15 novembre 2026 Palazzo Vitelleschi ospita la mostra In viaggio nel Regno delle Ombre, dedicata ai capolavori della pittura etrusca fra Tarquinia e Orvieto, con le pitture staccate delle tombe delle Bighe, del Triclinio, del Letto Funebre, delle Olimpiadi, della Nave, della Scrofa Nera e della Tomba Bruschi, più le due tombe Golini da Orvieto. Chi va a Tarquinia in questa finestra paga due euro di supplemento e vede riunito materiale che di norma è disperso. Il calendario delle mostre cambia: verificate sul sito del Parco.
La foto giusta da fare alla Necropoli dei Monterozzi
La foto che tutti provano a fare, e che quasi sempre viene male, è quella della parete dipinta attraverso la vetrata. Il vetro riflette, la luce interna è calda e temporizzata, lo spazio davanti è stretto. Il risultato è un’immagine con il vostro riflesso sopra i danzatori. Si risolve avvicinando l’obiettivo al vetro senza toccarlo e schermando con il corpo la sorgente di riflesso alle spalle.
Che cosa dice il regolamento
Le riprese fotografiche e video sono consentite per uso privato. È vietato introdurre attrezzature ottiche e audio di tipo professionale, quindi niente cavalletti, niente microfoni, niente telecamere da lavoro, e per qualunque ripresa a scopo professionale o commerciale serve un’autorizzazione formale da chiedere all’amministrazione del Parco. I droni sono vietati senza autorizzazione. Il cavalletto, che sarebbe la soluzione tecnica ovvia in ambiente buio, non si può usare.
La foto che funziona meglio
La fotografia che rende davvero, e che quasi nessuno scatta, è quella in superficie: il prato dei Monterozzi con le piccole costruzioni basse che coprono gli accessi alle tombe, allineate sul verde, con il colle che digrada verso il mare. Raccontano il sito meglio di un dettaglio di affresco sfocato. Fatela in controluce nel tardo pomeriggio d’estate, quando il sole cala verso il Tirreno e le strutture si stagliano.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
La necropoli non ha una storia di eventi nel senso in cui ce l’ha una piazza. Ha una storia di scoperte, e le scoperte hanno cambiato più volte quello che sappiamo sugli Etruschi. Vale la pena metterle in fila perché ciascuna corrisponde a una svolta negli studi.
L’Ottocento degli scavi
Nel corso dell’Ottocento le grandi tombe entrano nel catalogo una dopo l’altra. La Tomba del Barone viene trovata nel 1827; la Tomba della Caccia e Pesca nel 1873; la Tomba dei Leopardi nel 1875. Sono gli anni in cui la pittura etrusca diventa un capitolo della storia dell’arte europea e in cui i nomi descrittivi che usiamo ancora oggi vengono assegnati sul campo, in base a quello che si vedeva sulla parete appena scoperta.
La rivoluzione geofisica
Dal 1958 in poi le prospezioni della Fondazione Lerici producono una messe di nuove tombe dipinte tale da imporre una revisione della cronologia e delle interpretazioni. È il momento in cui l’archeologia italiana passa dalla ricerca a campione alla ricognizione sistematica del sottosuolo. Negli anni Settanta la stessa Fondazione individua sul Calvario le tracce di un abitato villanoviano, con almeno venticinque capanne: il colle, prima di essere una necropoli, era stato un luogo di vita.
Il 2004 e il 2024
Nel 2004 arriva l’iscrizione nella lista UNESCO insieme a Cerveteri. Nel 2024 il museo di Palazzo Vitelleschi compie cento anni dall’apertura al pubblico, ricorrenza celebrata anche con un francobollo di posta ordinaria della Repubblica Italiana. Fra il 2025 e il 2026 il Parco archeologico ha condotto sui due siti un cantiere finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per accessibilità ed efficienza energetica, con chiusure parziali a rotazione.
Chi è passato dalla Necropoli dei Monterozzi
L’elenco delle persone legate a questo colle è fatto quasi solo di studiosi, e questo dice già molto sul tipo di luogo. Qui non sono passati sovrani in visita. Qui si è formata una disciplina.
Massimo Pallottino
Il maggiore etruscologo italiano del Novecento è la figura che più ha legato il proprio nome a Tarquinia. Sua è la definizione della pittura tarquiniese come primo capitolo della storia della pittura italiana, che il Parco archeologico riporta sulla scheda ufficiale del sito. Una delle ventidue tombe visitabili porta il suo nome, come accade per le camere scoperte in anni recenti e dedicate a chi le ha studiate.
Carlo Maurilio Lerici
L’ingegnere milanese che portò la geofisica industriale dentro l’archeologia è l’altro nome decisivo. La Fondazione che istituì nel 1946 e che operò per decenni fra Politecnico di Milano e sede romana cambiò il modo di cercare le tombe, e il colle dei Monterozzi fu il suo campo di prova principale. Senza quelle sonde, metà delle tombe dipinte che conosciamo sarebbe ancora sottoterra.
Giovanni Vitelleschi
Il cardinale che fece costruire fra il 1436 e il 1439 il palazzo che oggi ospita il museo è l’unico personaggio non archeologico di questa lista, ed è l’uomo che ha messo a disposizione, cinque secoli prima, il contenitore giusto. Palazzo Vitelleschi è un edificio del primo Rinascimento laziale di qualità alta, e il fatto che i Cavalli Alati siano esposti lì dentro invece che in un capannone moderno è parte del piacere della visita.
Quando andare, e come si incastra con il mare
Le stagioni intermedie sono le migliori: aprile, maggio, fine settembre e ottobre danno temperature sopportabili sul prato scoperto e meno gruppi organizzati. D’inverno il sito è quasi vuoto e la luce radente di gennaio sul colle è la più bella dell’anno, ma l’ultimo ingresso alle 16 obbliga a costruire la gita sul treno del mattino. Il lunedì è chiuso sempre, e le prime domeniche del mese sono gratuite e quindi affollate.
D’estate conviene entrare all’apertura, alle nove, e uscire per l’una. Il pomeriggio è lungo, l’orario arriva alle 19.30 e l’ultima ora è la migliore per la luce in superficie, ma il caldo accumulato sul calcare rende sgradevoli le salite dalle scale. Chi combina la necropoli con il mare trova a pochi chilometri il Lido di Tarquinia, le saline di Tarquinia con la loro oasi naturale e i bagni di Sant’Agostino. Verso sud, sulla stessa costa, ci sono Santa Marinella e il castello di Santa Severa.
Accessibilità: che cosa si riesce a fare e che cosa no
Il percorso in superficie è su prato e sentieri, con dislivelli contenuti ma fondo naturale. Le tombe, tutte quante, si raggiungono scendendo una scala dentro il dromos. Non esistono camere dipinte raggiungibili senza gradini. Questo è il dato di partenza e va detto senza giri di parole a chi si muove in carrozzina o ha una mobilità ridotta.
Che cosa chiedere prima
Il Parco archeologico ha una sezione dedicata al piano di eliminazione delle barriere architettoniche e i lavori del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza condotti fra 2025 e 2026 avevano fra gli obiettivi dichiarati proprio il miglioramento dell’accessibilità. La situazione può quindi essere cambiata rispetto a quanto descritto qui: conviene telefonare al numero della necropoli, 0766 856308, e chiedere in modo specifico quali strutture siano oggi raggiungibili. Per il quadro generale sulla città abbiamo una pagina su Roma accessibile.
Con i bambini
I Monterozzi funzionano con i ragazzi delle medie e delle superiori, che hanno gli strumenti per capire che cosa stanno guardando, e funzionano meno bene sotto gli otto anni. Il meccanismo della visita, scendere venti scale per guardare attraverso un vetro senza poter entrare, mette alla prova la pazienza dei piccoli, e il limite dei cinque per camera obbliga a turni di attesa.
L’alternativa a misura
Con bambini piccoli, la Banditaccia di Cerveteri è una scelta molto migliore: si entra davvero dentro le tombe, si cammina in un’area ombreggiata da pini, e l’idea della città dei morti con le sue strade è immediata da spiegare. Il biglietto Circuito da 21 euro copre entrambe, quindi non è una rinuncia. Altre idee sono nella nostra pagina su Roma con i bambini.
Che cosa vedere intorno, fra Tarquinia e l’alta Tuscia
La necropoli occupa mezza giornata. Il resto della giornata si costruisce facilmente, perché questo angolo di Lazio settentrionale ha una densità di cose alta e una densità di visitatori bassa.
Il paese
Il centro storico di Tarquinia, che fino al 1922 si chiamava Corneto, è un borgo medievale murato con torri gentilizie, chiese romaniche e una vista lunga sul mare dalla passeggiata panoramica. Santa Maria di Castello, fuori dal giro turistico, è una delle chiese romaniche più importanti del Lazio. Il paese si gira a piedi in un paio d’ore e ha ancora una vita propria, negozi normali e piazze usate dagli abitanti.
Il resto dell’Etruria meridionale
A nord, sull’Aurelia, c’è Montalto di Castro e poco oltre il parco archeologico di Vulci, con il ponte del Diavolo e il castello dell’Abbadia, che è la terza grande città etrusca della costa. Nell’entroterra Tuscania conserva due basiliche romaniche fra le più belle d’Italia e una necropoli propria, con intorno la riserva naturale di Tuscania. Più dentro ancora ci sono Blera con le sue vie cave e i ponti romani, e la Selva del Lamone verso il confine toscano.
Verso Viterbo e i laghi
Da Tarquinia si sale facilmente a Viterbo, che con il quartiere di San Pellegrino ha il tessuto medievale più intatto del Lazio e che a settembre mette in strada la Macchina di Santa Rosa. Più a nord si arriva al lago di Bolsena, a est c’è il lago di Vico e più giù la zona di Sutri con il suo anfiteatro scavato nel tufo e di Calcata. Chi ama i paesi abbandonati ha Celleno e Monterano, e chi cerca acqua calda gratuita trova il parco della Mola di Oriolo Romano.
Verso Roma
Sulla via del ritorno si incontrano Tolfa sui monti alle spalle della costa, Civitavecchia con il porto e il forte Michelangelo, e Cerveteri con la Banditaccia. Chi vuole chiudere il cerchio sull’archeologia del Lazio ha poi Ostia Antica alla foce del Tevere e, dentro Roma, il Parco dell’Appia Antica con la Villa dei Quintili. Tarquinia è anche vicina al tracciato della via Francigena nel Lazio, che scende da Proceno verso Roma e che molti percorrono a piedi in primavera.
Come incastrarla in un viaggio a Roma
Una gita a Tarquinia occupa una giornata intera e ha senso solo a partire dal terzo o quarto giorno di permanenza, quando il centro di Roma è già stato visto. Chi ha ventiquattro ore in città non ci pensi nemmeno e segua piuttosto il nostro itinerario di Roma in un giorno; chi ne ha tre può valutarla come alternativa al terzo giorno seguendo tre giorni a Roma; chi ha una settimana la inserisca senza esitazioni, come suggeriamo nella pagina su una settimana a Roma. D’estate, quando in città c’è il calendario dell’Estate Romana, la gita fuori porta si fa di giorno e si rientra per la sera. Per le feste di paese della zona c’è la nostra pagina sulle sagre e feste del Lazio.
Mangiare a Tarquinia: l’avvertenza onesta
Attorno alla necropoli non si mangia. Via Ripagretta è una strada di campagna alle porte del paese e il recinto archeologico ha un’offerta minima, pensata per una bottiglia d’acqua e non per un pranzo. Il regolamento del Parco vieta inoltre di consumare cibi e bevande fuori dalle aree destinate a questo scopo, quindi nemmeno il panino sul prato fra i tumuli è una soluzione praticabile. Chi arriva affamato deve rientrare in paese o scendere al mare.
Le tre zone, e come si comportano
Tarquinia ha tre aree di ristorazione con logiche diverse. Il borgo medievale dentro le mura, dove l’offerta è più radicata e dove ai tavoli si siedono anche i residenti, soprattutto a pranzo nei giorni feriali. Il lungomare del Lido, che lavora sulla stagione balneare e che in luglio e agosto cambia natura, alzando prezzi e volumi. La fascia lungo l’Aurelia e vicino agli svincoli, che intercetta il transito e che va valutata con lo stesso occhio con cui si valuta un’area di servizio.
I segnali che conviene riconoscere
Valgono qui gli stessi indizi che valgono nel centro di Roma, con un paio di varianti locali. Il menu con le fotografie dei piatti resta il primo campanello. La persona all’ingresso che invita a sedersi e che intercetta chi passa è il secondo. La signora che tira la pasta fresca in vetrina o sul marciapiede è un richiamo scenico e non un indizio di cucina, e nei borghi medievali questa messa in scena è diventata comune quanto in città. Il locale aperto senza interruzione dalla mattina alla notte, senza pausa fra i servizi, non ha una brigata che lavora su turni definiti.
La variante da paese turistico
Nei posti piazzati nel punto di maggior passaggio, davanti alle porte delle mura o affacciati sulla passeggiata panoramica, capita la vecchia storia del prezzo che si adatta al cliente: voci non prezzate sul listino, quantità decise a occhio, tariffe diverse fra la sala interna e i tavoli fuori. Chiedere il prezzo prima di ordinare una porzione non è scortese: è il modo normale di comportarsi, e chi lavora bene risponde senza irrigidirsi. Al Lido, d’estate, la stessa dinamica si sposta sui coperti e sul servizio in spiaggia.
Le catene a insegna ripetuta
Nelle località costiere del Lazio e nei centri storici più battuti si è diffusa una ristorazione a insegna ripetuta, con lo stesso menu identico in più punti e la fila gestita con il numerino. Funziona come attrazione turistica, non come cucina di territorio, e chi vive nel posto non ci va. Non è snobismo: quel modello vende un prodotto standardizzato e prevedibile, che è esattamente quello che cerca chi non conosce il luogo e quello che non cerca chi lo abita.
Il criterio, uno solo
Guardate chi è seduto e in che lingua ordina. Se ai tavoli ci sono persone che parlano italiano con accento locale e che ordinano senza aprire il menu, il posto regge. Se ci sono soltanto avventori con lo zaino e la macchina fotografica al collo, si passa oltre. Chi vuole un riferimento già filtrato può consultare la lista personale di Daniele Dezi su Google Maps, una raccolta curata e non sponsorizzata. Il ragionamento completo su come si sceglie un posto senza farsi fregare è nella nostra pagina su dove mangiare a Roma, e per le botteghe di lunga data c’è quella sui caffè e le botteghe storiche.
Domande frequenti sulla Necropoli dei Monterozzi
Quanto costa il biglietto per la Necropoli dei Monterozzi?
Il Parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia non vende un biglietto per la sola necropoli. Il titolo di ingresso è il cumulativo di sito da 13 euro, che comprende necropoli e Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia ed è valido trenta giorni dall’emissione. Esiste anche il biglietto Circuito da 21 euro, valido quattro mesi, che aggiunge la necropoli della Banditaccia e il museo di Cerveteri. I minori di diciotto anni entrano gratis.
Quali sono gli orari della Necropoli dei Monterozzi?
L’apertura è dal martedì alla domenica, con chiusura il lunedì. Il Parco archeologico pubblica tre fasce stagionali: dal 29 marzo al 12 ottobre 2026 dalle 9 alle 19.30 con ultimo ingresso alle 18.30; dal 13 al 24 ottobre 2026 dalle 9 alle 18.30 con ultimo ingresso alle 17.30; dal 25 ottobre 2026 al 27 marzo 2027 dalle 9 alle 17 con ultimo ingresso alle 16. I musei restano aperti 9 19.30 tutto l’anno.
Quante tombe si possono visitare a Tarquinia?
Il Parco archeologico indica ventidue ipogei decorati accessibili nel settore attualmente aperto al pubblico, su circa duecento tombe dipinte conosciute e più di seimila sepolture censite sul colle. Il numero delle camere aperte cambia nel tempo per lavori, restauri e chiusure temporanee, e fra il 2025 e il 2026 un cantiere del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ne ha chiuse diverse a rotazione. Verificate gli avvisi prima di partire.
Si entra dentro le tombe dipinte?
Nel percorso ordinario non si entra nelle camere. Si scende lungo il dromos attrezzato con scale e si guardano le pitture attraverso porte trasparenti a taglio termico, che mantengono costanti temperatura e umidità all’interno dell’ipogeo. Il regolamento del Parco consente l’accesso al massimo a cinque visitatori contemporaneamente per ogni singola tomba. La barriera di vetro è la ragione per cui queste pitture sono ancora leggibili.
La Tomba dell’Orco e la Tomba dei Tori sono visitabili?
Le tombe più celebri della bibliografia, fra cui Orco, Tori, Auguri, Barone e Scudi, non fanno parte dell’elenco delle ventidue camere aperte in via ordinaria. Si vedono in occasione di aperture straordinarie con visita guidata a orari fissi e prenotazione obbligatoria, come è accaduto per le Giornate Europee del Patrimonio del 26 e 27 settembre 2026. Alcune, essendo fuori dal recinto principale, si raggiungono soltanto con mezzo proprio.
Come si arriva alla necropoli di Tarquinia senza automobile?
Il treno arriva alla stazione di Tarquinia sulla linea Tirrenica, con circa un’ora e venti da Roma Termini sui regionali. La stazione dista però circa tre chilometri dal centro storico ed è collegata da autobus urbani con orari diversi fra inverno ed estate. Dal centro all’ingresso della necropoli su via Ripagretta ci sono altri due chilometri scarsi, venticinque o trenta minuti a piedi su strada aperta.
Che differenza c’è fra la necropoli di Tarquinia e quella di Cerveteri?
Cerveteri conserva l’architettura funeraria: tumuli in piedi, vie sepolcrali, camere che riproducono l’interno delle case etrusche, e vi si entra fisicamente. Tarquinia conserva la pittura funeraria: circa duecento camere dipinte, il nucleo più importante del Mediterraneo, viste da dietro una vetrata. Sono le due componenti dello stesso sito UNESCO iscritto nel 2004 e raccontano due aspetti diversi della stessa civiltà.
Chi ha scritto questa pagina
La redazione che cura questa pagina è quella di Tour Leader Pro, project office romano che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Tariffe, orari e condizioni di accesso riportati qui risultano verificati sulle fonti istituzionali citate nel testo alla data di pubblicazione. Cambiano spesso, soprattutto nei siti interessati da cantieri: ricontrollateli prima di partire e segnalateci quello che trovate diverso.
Mettere insieme una giornata fuori Roma con orari stagionali a tre fasce, un biglietto che non si compra separato, una stazione a tre chilometri dal paese e un sito archeologico a due chilometri ancora più in là richiede un lavoro di incastri che di solito nessuno racconta. Chi accompagna gruppi o chi organizza in proprio trova materiali di pianificazione pensati per questo tipo di problemi su Tour Leader Pro.
Per il quadro d’insieme su treni regionali, noleggi, aeroporti e destinazioni del Lazio oltre il raccordo, dalla costa etrusca ai laghi fino alla Tuscia interna, una risorsa utile è Italy Planner.
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