Blera (VT)
Blera è un comune della provincia di Viterbo di circa 2.900 abitanti, a 260 metri di quota, adagiato su uno sperone di tufo lungo un chilometro e mezzo fra il torrente Biedano e il Rio Canale, 75 chilometri a nord-ovest di Roma e 25 a sud-ovest di Viterbo. In automobile da Roma si sceglie fra la via Cassia (SS2) fino a Vetralla e poi la provinciale SP41 Blerana, oppure la via Aurelia (SS1) e la SS1 bis fino a Monte Romano, quindi la SP42 Barbaranese; in entrambi i casi si arriva in un'ora e un quarto circa. Chi viene da Bracciano usa la ex SS493 Claudia Braccianese, che è l'erede moderna della via Clodia. Senza automobile: autobus Cotral da Viterbo (piazzale Gramsci) e da Vetralla, con corse anche da Tarquinia, Civitavecchia e Bracciano e collegamenti diretti con Roma (Saxa Rubra e Cornelia) in numero ridotto; gli orari cambiano con l'anno scolastico e si controllano sul sito Cotral prima di partire. La stazione ferroviaria di Blera, sulla linea Orte-Capranica-Civitavecchia, è chiusa dal 1961 e la linea è dismessa dal 2011: il treno più vicino è quello per Capranica-Sutri o per Viterbo, da cui si prosegue in autobus. Si parcheggia gratuitamente lungo la viabilità di accesso al centro storico e in piazza Papa Giovanni XXIII, da cui parte il sentiero per il Ponte del Diavolo. Il centro storico, i ponti romani, la Cava Buia, il colombario e tutte le necropoli rupestri (Pian del Vescovo, Casetta, Terrone, Cimiterio), così come le aree archeologiche di San Giovenale e Luni sul Mignone, sono a ingresso libero, senza biglietteria, senza custodi e senza illuminazione. L'unico luogo a pagamento è il Museo civico Gustavo VI Adolfo di Svezia, in via Umberto I 54 (telefono 0761 470093, ufficio cultura del Comune): orari e tariffa non sono pubblicati stabilmente in rete, quindi si telefona prima. La chiesa di Santa Maria Assunta e San Vivenzio, sulla piazza omonima, è aperta negli orari delle funzioni. Una giornata intera serve per paese, un ponte, una necropoli e un tratto di forra; due giorni per aggiungere Barbarano Romano e il Parco Marturanum. Le altre mete della Tuscia con cui costruire l'itinerario sono nella sezione delle attrazioni turistiche di questo sito.
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✦ Anche in cittàDegustazioni di vino
In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.
✦ Fuori portaCastelli Romani
Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.
✦ Patrimonio UNESCOTivoli: Villa d'Este e Villa Adriana
Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.
✦ Il classicoTour a piedi
Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.
✦ Va a rubaColosseo, Foro e Palatino
L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...
✦ Vai all'aperturaMusei Vaticani e Cappella Sistina
Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.
✦ Poco camminoTour in golf cart
Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.
✦ Vieni affamatoFood tour
Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.
✦ Dopo le 21Bar hopping e vita notturna
Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.
✦ Foto garantiteVespa e Ape Calessino
In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.
✦ Il più scenograficoTour in sidecar
Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.
✦ Si mangia alla fineCorsi di cucina
Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.
✦ Prenotazione obbligatoriaGalleria Borghese
Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.
✦ SottoterraCatacombe e Appia Antica
Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.
✦ Accesso limitatoColosseo: sotterranei e arena
Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.
✦ Giornata lungaPompei e Costiera Amalfitana
Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.
✦ Alta velocitàFirenze in giornata
Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.
✦ Terrazza panoramicaCastel Sant'Angelo
Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.
✦ Dopo il tramontoRoma di notte
Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.
✦ Libertà di scesaBus hop-on hop-off
Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.
✦ MareCapri e Costiera Amalfitana
Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.
✦ Centro storicoTrevi, Pantheon e piazze
Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.
✦ Con i bambiniScuola dei gladiatori
Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.
✦ Poco sforzoSegway e monopattino
Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.
✦ MercoledìUdienza papale
Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.
✦ Poco affollatoTerme di Caracalla
Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.
✦ A 30 minutiOstia Antica
La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.
✦ Alta velocitàNapoli e Pompei
Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.
✦ Prima dell'aperturaVaticano: ingresso anticipato
Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.
✦ Senza faticaTour in e-bike
Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

Come arrivare a Blera (VT) da Roma, da Viterbo e da Tarquinia
La prima cosa che dico a chi mi chiede di Blera è che questo paese non si trova per caso. Non ci si passa davanti andando da qualche altra parte, non lo si intercetta scendendo dalla superstrada per fare benzina, non compare sui cartelloni delle grandi mete della Tuscia. Blera si raggiunge perché si è deciso di raggiungerla, e questa è già metà della sua bellezza. Siamo nella provincia di Viterbo, in quella fascia di territorio che gli antichi chiamavano Etruria e che oggi chiamiamo Tuscia, a 75 chilometri da Roma e a una venticinquina da Viterbo. Sono numeri che sulla carta sembrano poca cosa e che nella realtà raccontano un piccolo viaggio dentro un paesaggio che cambia progressivamente, si increspa, si scava, e alla fine consegna un borgo appoggiato su uno sperone di tufo fra due forre.
La via Aurelia: il mare, i Monti della Tolfa, poi il tufo
Partiamo da Roma, che è il punto di partenza più frequente. Ci sono due strade principali e nessuna delle due è sbagliata: cambia il carattere del viaggio. La prima è la via Aurelia, la statale SS1, che si imbocca uscendo dalla capitale verso nord lungo la costa. Si procede in direzione di Civitavecchia, con il mare a sinistra e il profilo dei Monti della Tolfa a destra, e a un certo punto si abbandona il litorale per risalire verso l'interno. Da Civitavecchia si imbocca la SS1 bis verso Monte Romano e da lì la provinciale Barbaranese che entra a Blera da ovest, oppure si sale più a nord verso Tarquinia e poi si piega a est. In entrambi i casi il paesaggio si trasforma in modo netto: si lascia la luce marina, larga e un po' abbagliante, e si entra in un mondo di colline coltivate, pascoli, macchia mediterranea che via via diventa bosco. È il passaggio che preferisco, perché prepara a quello che si troverà. Blera non è un paese di mare, non è un paese di montagna: è un paese di tufo, e il tufo va avvicinato lentamente. Chi vuole allungare di mezz'ora può fermarsi al borgo di Tolfa, che sui suoi monti conserva un'altra Etruria, quella mineraria dell'allume e del ferro.
La via Cassia: Sutri, Capranica, Vetralla e la Blerana
La seconda strada è la via Cassia, la SS2, che si prende da Roma nord passando per La Storta, Campagnano, Monterosi e poi Sutri e Capranica. Da qui si prosegue in direzione di Vetralla, che è lo snodo naturale per chi arriva da questa parte, e da Vetralla si scende verso sud-ovest lungo la SP41 Blerana, dodici chilometri di altopiano vulcanico punteggiato di casali, querce isolate e muretti a secco. Questa via è più diretta se si parte dai quartieri settentrionali di Roma o se si viene da Viterbo, e permette una sosta all'anfiteatro di Sutri o a Capranica, due luoghi che meritano una deviazione anche di mezz'ora soltanto. Chi ha tempo può allungare fino a Ronciglione e al lago di Vico, ma a quel punto si sta già costruendo un itinerario di due giorni, il che non è affatto una cattiva idea: il lago di Vico è il cratere del vulcano che ha fabbricato il tufo di Blera, e vederli nello stesso fine settimana chiude il cerchio.
Da Viterbo, da Tarquinia, da Bracciano
Da Viterbo la faccenda è semplice: venticinque chilometri verso sud-ovest, con la possibilità di passare per Vetralla oppure di prendere le strade minori che scendono verso Barbarano e Blera. Sono venticinque chilometri che si percorrono in poco più di mezz'ora se non si ha fretta, e che non conviene affrontare di fretta perché la strada attraversa boschi di cerro e tratti di campagna che valgono da soli il tempo speso. Da Tarquinia si sale verso l'interno in una trentina di chilometri, e questa è la combinazione più intelligente per chi vuole capire davvero il mondo etrusco: prima le tombe dipinte di Tarquinia, poi le necropoli rupestri di Blera. Due facce della stessa civiltà, due modi diversi di trattare la morte e la roccia. Da Bracciano, infine, si sale per la ex statale 493 Claudia Braccianese passando per Manziana, Oriolo Romano e Vejano: è la strada che più fedelmente ricalca la via Clodia antica, e arrivare a Blera da sud, come facevano i Romani, ha una sua logica. Lungo il percorso la faggeta di Oriolo Romano merita una sosta, e il lago di Bracciano è il posto giusto per il bagno al ritorno, d'estate.
Autobus, treno e la ferrovia che non c'è più
Il mezzo con cui arrivare, diciamolo subito, è l'automobile. Non lo dico per pigrizia ma per onestà. I collegamenti Cotral uniscono Blera a Viterbo, Vetralla, Tarquinia, Civitavecchia e Bracciano, e qualche corsa arriva direttamente da Roma Saxa Rubra e da Roma Cornelia; sono perfettamente utilizzabili da chi ha tempo e flessibilità, ma la struttura del territorio, con le necropoli sparse nelle valli, i sentieri che partono da punti lontani dal centro abitato e i ponti romani che si raggiungono per strade secondarie, rende l'auto lo strumento naturale della visita. Chi arriva in treno scende a Viterbo (linea FL3 da Roma Ostiense e Roma San Pietro) o a Capranica-Sutri sulla stessa linea e prosegue con l'autobus, informandosi in anticipo sugli orari, che nei giorni festivi si diradano parecchio. C'è una nota malinconica da aggiungere: Blera aveva una stazione. La ferrovia Orte-Capranica-Civitavecchia, con quattro fermate nel territorio comunale (Blera, Civitella Cesi, Le Pozze e Monte Romano), ha chiuso il tratto fino a Civitavecchia nel 1961, ha tenuto Blera come capolinea per due anni e poi ha chiuso del tutto; la linea è formalmente dismessa dal 2011. Il vecchio fabbricato viaggiatori dà ancora il nome a una delle zone della necropoli meridionale, la Stazione, e chi cammina lungo il Biedano incontra i resti del sedime ferroviario che i cinghiali hanno adottato come pista. Chi viaggia in gruppo o vuole affidarsi a un accompagnatore trova nel servizio di accompagnamento turistico di TourLeaderPro il modo di strutturare una giornata in Tuscia senza perdere tempo negli spostamenti.
Parcheggio, scarpe e ciò che serve davvero a Blera (VT)
Il parcheggio a Blera non è un problema, e questa è una delle piccole grazie dei paesi che non hanno subito la pressione turistica. Ci sono spazi lungo le vie di accesso al centro storico, nelle aree pianeggianti ai margini dell'abitato e in piazza Papa Giovanni XXIII, che è anche il punto di partenza dell'anello escursionistico più frequentato. Il centro vero e proprio, quello raccolto sullo sperone, si gira a piedi e si gira in poco tempo: è piccolo, è compatto, è fatto di vicoli che si aprono improvvisamente su affacci verso il vuoto. Consiglio scarpe chiuse con suola scolpita, non tanto per il paese quanto per tutto il resto: le necropoli si raggiungono per sentieri, i ponti romani si osservano da posizioni che richiedono qualche passo su terra battuta, e il fondo delle forre dopo la pioggia diventa scivoloso. Una torcia frontale serve per il colombario e per le camere delle tombe, dove non c'è illuminazione artificiale. Una mappa scaricata prima è utile perché la copertura telefonica funziona in paese e diventa capricciosa dentro le forre.
Quando venire a Blera (VT)
Sul quando venire ho un'opinione precisa e la dico senza girarci intorno. La primavera e l'autunno sono le stagioni giuste. In primavera, fra aprile e la prima metà di giugno, le forre sono verdissime, l'acqua nei fossi scorre ancora con una certa energia, la vegetazione ha quella qualità luminosa che dura poche settimane e i prati si riempiono di fioriture spontanee. In autunno, da fine settembre a novembre, i boschi di cerro cambiano colore lentamente e la luce bassa del pomeriggio entra dentro le camere sepolcrali scavate nel tufo in un modo che d'estate non accade mai; la seconda domenica di settembre c'è la festa della Madonna della Selva, con l'immagine della Vergine portata in processione lungo il tracciato della via Clodia fino all'eremo, e a novembre, per San Martino, la festa delle cantine apre le grotte del centro storico. L'estate ha il suo fascino ma va gestita: le ore centrali sono calde e i sentieri esposti diventano faticosi, quindi meglio concentrare le camminate nella prima mattina o nel tardo pomeriggio, e usare le forre, dove la temperatura scende di parecchi gradi, per la parte centrale della giornata; in compenso luglio porta Cavalli in Piazza e agosto la sagra dello gnocco al castrato e delle fettuccine al tartufo. L'inverno regala silenzi assoluti e una nitidezza dell'aria che rende visibili crinali lontanissimi, ma bisogna mettere in conto giornate corte e fango; l'11 dicembre, per San Vivenzio, il paese si ritrova nella cripta del patrono.
Quanto tempo serve e in che ordine visitare Blera (VT)
Una giornata piena permette di vedere il centro storico, il Ponte del Diavolo, la necropoli di Pian del Vescovo e un tratto di forra. Due giorni permettono di fare le cose per bene e di aggiungere Barbarano Romano, che con Blera condivide il sistema delle forre del Biedano e che completa il quadro in modo quasi didattico. Chi ha tre giorni può costruire un itinerario etrusco completo scendendo verso Tuscania e risalendo poi verso Norchia, oppure spingendosi a Vulci e alle sue tombe principesche. Per chi arriva dall'estero e vuole inquadrare la civiltà etrusca prima di partire, la guida in inglese agli Etruschi di ItalyPlanner mette in fila i siti maggiori e spiega perché valga la pena cercare anche i minori.
Blera è un paese piccolo, con un tessuto di servizi dimensionato sui residenti. Bar, alimentari, qualche trattoria: c'è quello che serve, non c'è l'abbondanza delle località turistiche. Conviene partire con acqua a sufficienza se si prevede di camminare, e conviene non dare per scontato che tutto sia aperto in orario continuato. È un dettaglio che ai romani abituati alle domeniche fuori porta può sfuggire e che invece fa la differenza fra una giornata riuscita e una giornata passata a cercare un panino. Sull'ordine della visita: se arrivate al mattino, iniziate dal basso, scendete verso il Ponte del Diavolo e la valle del Biedano quando l'aria è ancora fresca e la luce entra di taglio nelle forre. Salite in paese verso mezzogiorno, quando il sole è alto e i vicoli offrono ombra, e visitate la chiesa e il museo. Riservate il tardo pomeriggio a Pian del Vescovo e ai punti panoramici, perché è lì che la luce radente restituisce il rilievo del tufo e disegna le facciate delle tombe rupestri come nessun'altra ora del giorno sa fare. È una sequenza che ho collaudato molte volte e che trasforma una gita ordinaria in una giornata di cui ci si ricorda.

Blera (VT) prima di Blera: il tufo, gli Etruschi, la via Clodia
Un paesaggio fabbricato da un vulcano e scavato dall'acqua
Per capire Blera bisogna partire dalla geologia, non dalla storia. Sembra un'affermazione da manuale, e invece è la chiave di tutto. Questo angolo di Tuscia è nato dalle eruzioni dell'apparato vulcanico vicano, quello il cui cratere è oggi occupato dal lago di Vico, e dei complessi vulsini e sabatini, che nel corso di centinaia di migliaia di anni hanno riversato sul territorio strati e strati di materiale piroclastico. Circa 155.000 anni fa una colata ignimbritica ha depositato il cosiddetto tufo rosso a scorie nere, la roccia calda e screziata che si vede nelle case del paese e nelle pareti delle forre. Quel materiale, compattandosi, è diventato una pietra tenera, lavorabile con attrezzi semplici, capace di reggere il peso di un abitato e allo stesso tempo di lasciarsi scavare. Poi sono arrivate le acque. Il Biedano, il Rio Canale, il Martarello hanno inciso l'altopiano con pazienza, creando quelle gole strette e profonde che qui si chiamano forre. Il risultato è un paesaggio a scacchiera verticale: pianori larghi e ariosi separati da tagli improvvisi, profondi decine di metri, dentro i quali corre l'acqua e cresce una vegetazione fittissima.
Blera sorge esattamente lì, su un promontorio stretto e sinuoso lungo circa 1.500 metri, delimitato dal Biedano e dal Rio Canale e intervallato da tre fossati trasversali. Non è una posizione scelta per il panorama, anche se il panorama c'è: è una posizione scelta per la difesa. Un abitato con due lati protetti da precipizi naturali e un solo fronte da presidiare è, in termini militari antichi, un affare eccellente. Gli Etruschi lo capirono presto, e su questo sperone nacque la città che Plinio il Vecchio elenca fra i centri minori dell'Etruria e che Strabone e Tolomeo ricordano con il nome di Blera. Sul nome etrusco non abbiamo certezze: le proposte degli studiosi oscillano fra una forma Phlera e un Plaise-ra, città di Plaise, dedotto da testimonianze epigrafiche; un'altra ipotesi, più fantasiosa, tira in ballo il greco blerai, una specie di ortica. Il latino Blera si è trasformato nel medievale Bieda, che è rimasto il nome ufficiale del comune fino al 1952, quando l'amministrazione ha ripreso la forma antica. Questo passaggio del nome, dal latino al volgare e ritorno, racconta una continuità di insediamento che pochissimi centri possono vantare con altrettanta chiarezza: Blera e Tuscania sono, nella provincia di Viterbo, i soli abitati etruschi che non hanno mai cambiato sito.
Blera etrusca: una città di mezzo
Blera non fu una metropoli. Non ebbe la potenza di Tarquinia né la ricchezza di Vulci, non coniò una storia politica che i cronisti antichi si sentissero in dovere di registrare. Fu qualcosa di diverso e, per certi versi, di più interessante: un centro di media grandezza, saldamente inserito nella rete dei traffici fra la costa tirrenica e l'entroterra, prima nell'orbita di Cerveteri in età arcaica e poi, dal V secolo, in quella di Tarquinia, con una comunità stabile e prospera che per secoli scavò le proprie tombe nelle pareti di tufo delle valli circostanti. È in queste tombe che leggiamo la sua storia, perché la città dei vivi è stata continuamente riedificata sopra se stessa, mentre la città dei morti è rimasta dov'era. Chi visita la Tuscia con un occhio anche solo minimamente allenato impara presto questa regola: nelle necropoli si conserva ciò che negli abitati si cancella.
L'orizzonte cronologico è ampio. Le prime attestazioni significative risalgono all'età del ferro, con l'insediamento che si struttura fra l'VIII e il VII secolo avanti Cristo, mentre a pochi chilometri, a San Giovenale e a Luni sul Mignone, gli scavi svedesi hanno documentato villaggi dell'età del bronzo già nel XVI secolo avanti Cristo. È fra il VII e il VI secolo che la comunità raggiunge una prima maturità, testimoniata dai tumuli circolari sul pianoro di Pian del Vescovo, dalle tombe a casa con tetto displuviato e poi dalle tombe scavate nella parete rocciosa. Nel corso del VI e del V secolo la produzione funeraria si fa più articolata, con l'affermarsi di quella tipologia straordinaria che è la tomba a dado: un blocco cubico ricavato per sottrazione dalla parete di tufo, con la facciata liscia rivolta verso la valle, spesso decorata da cornici e modanature che imitano l'architettura delle case dei vivi. È architettura funeraria, ma è prima di tutto architettura: qualcuno ha progettato quei volumi, ha calcolato le proporzioni, ha deciso dove far cadere l'ombra. Fra il IV e il II secolo, in età ellenistica, le tombe si semplificano in camere ipogee con dromos, e compaiono le iscrizioni: da Pian del Vescovo viene una tomba con il nome Fel Usuie, dal settore di Pariano il sarcofago di Marce Spurina, oggi al Museo Nazionale di Tarquinia.
La via Clodia: la strada dimenticata che ha fatto Blera (VT)
Poi arriva Roma, e arriva in un modo che a Blera si legge ancora oggi nel terreno. Nel corso del IV e del III secolo avanti Cristo l'espansione romana verso nord assorbe progressivamente i centri etruschi dell'entroterra. Blera non viene distrutta: viene inglobata, romanizzata, riorganizzata. Mantiene la sua funzione di nodo territoriale e acquista un ruolo nuovo grazie a una strada. Quella strada è la via Clodia, e per Blera è tutto. La via Clodia è una delle grandi dimenticate della viabilità romana. Tutti conoscono l'Appia, l'Aurelia, la Cassia, la Flaminia; quasi nessuno sa dire con precisione dove passasse la Clodia. Eppure fu un'arteria fondamentale: si staccava dalla Cassia poco fuori Roma, costeggiava il lago di Bracciano, risaliva l'interno della Tuscia toccando Blera, Norchia, Tuscania e proseguiva verso nord fino a Cosa e alla Maremma toscana. Non era una strada costiera né una strada di crinale montano: era una strada di mezzo, che serviva l'entroterra agricolo e minerario dell'Etruria. Passava per Blera perché Blera era un punto obbligato, e passando per Blera ha lasciato al paese l'eredità più spettacolare che possieda: i ponti.
Il Ponte del Diavolo e il Ponte della Rocca sono due opere di ingegneria stradale romana che scavalcano le forre e che, incredibilmente, sono ancora in piedi. Non sono ruderi da immaginare: sono strutture leggibili, con arcate che poggiano direttamente sulla roccia viva e paramenti in blocchi di peperino, la pietra vulcanica più dura che i costruttori hanno preferito al tufo per le parti portanti. Il Ponte del Diavolo, datato al I secolo avanti Cristo, scavalca il Biedano con tre arcate, una centrale alta 7,80 metri e due laterali minori, e colpisce per la sproporzione fra la modestia del corso d'acqua e la monumentalità dell'opera. Ma quella sproporzione è solo apparente: chi costruiva una strada consolare non pensava al torrente in secca d'agosto, pensava alla piena di febbraio e pensava a far passare carri pesanti in qualunque stagione, e infatti la carreggiata misurava oltre quattro metri. Il Ponte della Rocca, di poco più antico (II secolo avanti Cristo), sul tracciato della Clodia verso Pian del Vescovo, fu costruito con blocchi cavati dalla necropoli stessa, e completa il sistema: permette di capire come l'abitato fosse collegato in entrambe le direzioni.
Il nome popolare del primo, Ponte del Diavolo, appartiene a una famiglia di toponimi diffusissima in tutta Europa. Ogni volta che una comunità medievale si trovava di fronte a un'opera antica troppo ardita per essere spiegata con i mezzi del proprio tempo, la attribuiva al demonio. È un riflesso culturale che dice moltissimo: significa che nel Medioevo quei ponti erano già percepiti come enigmi, come manufatti di un mondo perduto. Camminare oggi sotto quelle arcate significa mettersi in fila con generazioni di persone che le hanno guardate con lo stesso stupore, cambiando soltanto la spiegazione.
Bieda: la diocesi, i Longobardi, i papi e i baroni
Con la fine dell'impero e le turbolenze dell'alto Medioevo, Blera segue il destino di gran parte della Tuscia interna, ma con una particolarità che la distingue: è sede vescovile antichissima. La diocesi di Blera ebbe propri vescovi dal 457 al 1093, e il primo, Vivenzio, è ancora oggi il patrono, sepolto nella cripta della chiesa maggiore; nel 1093 la sede fu unita a Toscanella, l'odierna Tuscania, e nel 1192 a Viterbo. Nel 739 il paese fu occupato dai Longobardi di re Liutprando, nel 772 fu distrutto da re Desiderio, nel 1247 fu messo a ferro e fuoco dall'esercito di Federico II. Fra il XIII e il XV secolo appartenne ai Prefetti di Vico, la famiglia che dominava la Tuscia dal castello di Vico e che a San Giovenale costruì una rocca sopra le mura etrusche. Nel 1400 papa Bonifacio IX concesse il feudo ai conti Francesco e Nicola Anguillara; nel 1465, dopo i dissidi fra gli Anguillara e Paolo II, Bieda tornò alla Santa Sede, nel 1516 Leone X la affidò a Lorenzo Anguillara di Ceri e dal 1572 rimase sotto il governo diretto della Camera Apostolica fino al 1870. Il palazzo che i blerani chiamano ancora Palazzaccio è quello degli Anguillara. È il tipo di storia che non produce grandi monumenti ma che struttura la vita di una comunità: qualche passaggio di mano, qualche fortificazione, qualche epidemia, molta agricoltura.
Il Novecento: il nome, la provincia, il parco, il museo
Il Novecento porta quattro fatti importanti. Nel 1927 Bieda passa dalla provincia di Roma a quella appena istituita di Viterbo. Nel 1952 il comune riprende il nome antico di Blera, riallacciandosi alla radice etrusca e latina. Nel 1984, con la legge regionale numero 41, nasce il Parco naturale regionale Marturanum, 1.240 ettari interamente nel comune di Barbarano Romano, che mette sotto tutela il tratto di forre del Biedano immediatamente a monte di Blera con la necropoli di San Giuliano: un passaggio decisivo, perché trasforma un patrimonio diffuso e vulnerabile in un sistema gestito, con sentieri segnati dal CAI di Viterbo e una logica di fruizione che ha contagiato anche il versante blerano. Nel 1994, infine, nasce il Museo civico, intitolato al re archeologo Gustavo VI Adolfo di Svezia, che negli anni Cinquanta e Sessanta aveva scavato di persona a San Giovenale e a Luni sul Mignone, e negli anni Novanta prende forma il progetto del museo all'aperto, un museo diffuso sui percorsi suburbani costruiti sulle orme degli Etruschi. Chi vuole approfondire il quadro complessivo dell'Etruria meridionale e capire come i singoli siti si incastrino fra loro parte dal Museo etrusco di Villa Giulia a Roma, dove è conservata gran parte di ciò che è stato scavato in Tuscia.
Il paesaggio che ne risulta oggi è, a mio giudizio, uno dei più intatti del Lazio. Dai pianori si vedono campi coltivati, filari, macchie di bosco e il profilo lontano dei Monti Cimini; dai bordi delle forre si guarda giù dentro un mondo diverso, umido e ombroso, dove il cerro e il carpino formano una volta continua e dove l'acqua si sente prima di vedersi. In mezzo, dappertutto, il tufo: nelle pareti tagliate, nelle facciate delle case del paese, nei muretti dei campi, nelle tombe. È una monocromia calda, rossastra, che d'estate si sbianca e d'inverno si scurisce di umidità. Chi arriva qui cercando le cartoline dei borghi laziali resterà spiazzato, perché Blera non è un borgo da cartolina. È un luogo da leggere.
Luogo per luogo: la visita di Blera (VT) dal paese alle necropoli
Blera si visita su tre livelli: il paese sullo sperone, i ponti e la Cava Buia sul fondo del Biedano, le necropoli a mezza costa sulle pareti opposte. Qui li percorro nell'ordine in cui li affronterei con un gruppo, partendo dall'alto.
Il centro storico di Blera (VT): via Roma, Porta Marina, i profferli
L'abitato si è sviluppato nel Medioevo lungo un asse unico, via Roma, che percorre lo sperone nel senso della lunghezza, con i vicoli trasversali che scendono verso i bordi e si chiudono in affacci sul vuoto. In origine vi si entrava da due porte, Porta Romana e Porta Marina; la seconda è quella rimasta in piedi e aiuta a capire come funzionasse la difesa di un paese che sui lati lunghi non aveva bisogno di mura, perché le forre facevano il lavoro. Le case sono di tufo rosso, spesso intonacate in parte e in parte lasciate a vista, e conservano in gran numero i profferli, le scale esterne in pietra che portano al piano abitato lasciando il piano terra alle cantine e alle stalle: è la tipologia edilizia più caratteristica della Tuscia, e a Blera se ne contano molte più che in centri più celebri. Guardate le soglie consumate, i portali riusati, i blocchi antichi inglobati nelle murature. In un paese con venticinque secoli di continuità insediativa, il materiale da costruzione è quasi sempre materiale di recupero, e ogni muro contiene frammenti di edifici scomparsi. Le cantine scavate sotto le case, che per San Martino si aprono per la festa, sono la prosecuzione domestica dello stesso gesto con cui gli Etruschi scavavano le tombe.
La chiesa di Santa Maria Assunta e San Vivenzio: l'ex cattedrale di Blera (VT)
Sulla piazza Santa Maria sorge la chiesa maggiore, che per oltre sei secoli fu cattedrale della diocesi di Blera e che oggi è la parrocchiale. Della costruzione romanica originaria restano la cripta dell'XI-XII secolo e poco altro, perché la facciata e gran parte dell'edificio furono rifatti nella seconda metà del Settecento; il portale marmoreo è del 1507. L'interno è a tre navate, divise da pilastri che rivestono le colonne primitive, con cappelle laterali e un presbiterio sopraelevato in modo vistoso sopra la cripta. Il pezzo da guardare è l'altare maggiore, che poggia su un sarcofago romano di marmo di età imperiale ornato su tre lati da un bassorilievo con la caccia di Adone al cinghiale: un oggetto pagano che da secoli sostiene la mensa cristiana, con la naturalezza con cui in Tuscia si riusa tutto. Fra le tele, l'Assunzione di Maria di Vincenzo Milione (1789), una Vergine assunta di Antonio da Bassano della fine del Cinquecento, una Madonna delle Lacrime di autore ignoto e una Flagellazione cinquecentesca che i cataloghi accostano ai modi di Annibale Carracci. Nella cripta riposa il corpo di san Vivenzio, primo vescovo, con il cranio e un braccio in teche d'argento. La festa liturgica cade il 13 gennaio, ma i blerani lo festeggiano l'11 dicembre, e due volte l'anno, il lunedì di Pasqua e la seconda domenica di maggio, partono a piedi verso Norchia, 28 chilometri fra andata e ritorno, per raggiungere la grotta dove secondo la tradizione il santo visse da eremita.
I palazzi di Blera (VT): Lattanzi, Pretoriale, Tornaforte, Palazzaccio
Il patrimonio civile è discreto ma va cercato. Palazzo Lattanzi, detto anche Tornaforte, domina piazza della Rocca e conserva affreschi neoclassici; è la casa più elegante del paese. Il Palazzo Pretoriale, cinquecentesco, in via Giorgina, ospitò i magistrati civici fino ai primi del Novecento e oggi custodisce un deposito di beni culturali e parte dell'archivio comunale: i reperti degli scavi ottocenteschi e novecenteschi non esposti al museo si trovano qui, e si vedono solo con autorizzazione ministeriale. Palazzo Chiodi è dal 2015 la sede del Comune. La Palazzina del Governatore ricorda i secoli in cui Bieda era governata direttamente dalla Camera Apostolica. Il Palazzo del Barone, che tutti chiamano Palazzaccio, è la residenza degli Anguillara, i feudatari del Quattrocento e del primo Cinquecento: l'appellativo dispregiativo la dice lunga su come i blerani ricordassero i loro signori. Nessuno di questi edifici si visita all'interno con orari regolari; si guardano da fuori, ed è sufficiente.
Il Museo civico Gustavo VI Adolfo di Svezia: il cavallo e l'uomo
In via Umberto I 54, in un edificio riadattato, il Museo civico di Blera è nato nel 1994 ed è stato aperto nella sua prima sezione nel 2002 con un titolo che spiazza chi si aspetta le solite vetrine di buccheri: Il cavallo e l'uomo. È il frutto del lavoro congiunto di archeologi e antropologi culturali e documenta il rapporto storico fra gli uomini e i cavalli nella Maremma laziale. La sezione preistorica e protostorica parte dagli antenati degli equidi nel Plio-Pleistocene, attraversa le culture paleolitiche e arriva alla domesticazione del cavallo e al suo uso come animale da trasporto; la sezione etnoantropologica, al piano inferiore, racconta il territorio, il lavoro dei butteri e il cavallo nelle feste popolari, con circa seicento oggetti della vita contadina. Diorami, audiovisivi e suoni d'ambiente lo rendono un museo che funziona con i bambini molto meglio di tanti musei archeologici. La dedica a Gustavo VI Adolfo non è un omaggio di cortesia: il re di Svezia, archeologo di formazione, scavò di persona a San Giovenale e a Luni sul Mignone fra la fine degli anni Cinquanta e il 1963 con l'Istituto svedese di studi classici di Roma. Telefono 0761 470093; orari e biglietto si chiedono al Comune perché non sono pubblicati stabilmente.
Il Ponte del Diavolo: tre arcate sul Biedano
Dal centro si scende per via Umberto I verso la valle del Biedano e in un quarto d'ora si è sotto il Ponte del Diavolo. È un'opera del I secolo avanti Cristo che portava la via Clodia sul torrente: tre arcate in blocchi di peperino, quella centrale alta 7,80 metri, le due laterali circa 2,85, per una larghezza originaria di 4,70 metri e una carreggiata di 4,10, sufficiente al passaggio di due carri. Fu restaurato nel 1916 e da allora è oggetto di studio più che di uso, perché la strada moderna passa altrove: il ponte carrabile del 1937 lo scavalca dall'alto, e la vista dal fondo, con l'arco antico in basso e la campata novecentesca sopra, è una lezione di storia dell'ingegneria in un solo colpo d'occhio. Il dettaglio tecnico che invito a osservare riguarda gli appoggi: le arcate non poggiano su piloni costruiti nel greto, poggiano direttamente sul tufo, che i costruttori hanno sagomato per ricevere il peso. È una soluzione che riduce il materiale necessario e che sfrutta la geologia invece di combatterla. Guardate il punto di raccordo fra muratura e parete naturale: in alcuni tratti è difficile capire dove finisce l'opera dell'uomo e dove comincia la montagna.
La Cava Buia e il colombario romano
Oltre il ponte la Clodia proseguiva dentro una tagliata etrusca, la Cava Buia: un corridoio scavato nel tufo per circa quattrocento metri, con pareti alte e una volta di vegetazione che giustifica il nome. È una via cava come quelle più celebri di Pitigliano e Sovana, e come quelle ha un'origine discussa: strada, cava di pietra, opera di drenaggio, probabilmente tutte e tre le cose in tempi diversi. In alcuni periodi è stata chiusa per frane, quindi va verificata prima; se è aperta, va percorsa con torcia e scarpe adatte. Nella stessa zona un colombario romano, scavato nella parete e raggiungibile con una scala metallica, conserva le file di nicchie che ospitavano le urne cinerarie: l'interno è completamente buio e senza torcia non si vede nulla. È il tipo di monumento che spiega meglio di qualunque libro il cambio di mentalità fra la tomba etrusca, che è una casa, e la tomba romana di età imperiale, che è un archivio.
Il Ponte della Rocca e le tombe a dado
Il secondo ponte romano, il Ponte della Rocca, del II secolo avanti Cristo, accompagna l'accesso alla zona archeologica di Pian del Vescovo. Fu costruito, dicono le schede del museo diffuso, con la pietra cavata dalla necropoli vicina: i blocchi che oggi lo sorreggono erano, letteralmente, un pezzo della città dei morti. Intorno alle sue spalle si concentrano alcune delle tombe a dado meglio leggibili del territorio, ed è il posto giusto per capire la tipologia prima di salire alla necropoli vera e propria. Il Ponte della Rocca è rimasto per secoli l'accesso pratico all'abitato da una delle due direzioni, ed è stato attraversato da carri, muli, contadini, pellegrini in una catena quasi ininterrotta che parte dal II secolo avanti Cristo e arriva alla memoria dei viventi. Non ci sono molti manufatti al mondo che possano dire altrettanto.
La necropoli di Pian del Vescovo e la Tomba della Sfinge
Pian del Vescovo, a circa due chilometri dal paese sulla riva destra del Biedano, è il settore nord-occidentale della grande area sepolcrale di Blera ed è quello con la maggiore concentrazione di tombe: una delle più estese necropoli rupestri d'Etruria. Sul pianoro si vedono i tumuli circolari orientalizzanti del VII secolo; sul versante occidentale i monumenti rupestri sono disposti in ordini paralleli sovrapposti, come i piani di un condominio, collegati da gradinate scavate; c'è una notevole tomba arcaica a casa con tetto displuviato, ci sono le tombe a dado presso il ponte, c'è la tomba ellenistica con l'iscrizione Fel Usuie. La sepoltura più celebre è la Tomba della Sfinge, a doppia camera, che ha restituito la scultura da cui prende il nome, oggi al Museo archeologico nazionale di Viterbo alla Rocca Albornoz insieme a tre leoni di peperino provenienti dalla stessa area. Nel 1915 gli archeologi dell'Istituto germanico di Roma documentarono l'intera necropoli con rilievi e fotografie che restano la base di ogni studio successivo. Una zona chiamata Campane di Roma conserva loculi scavati nel tufo. Qui non c'è biglietteria, non c'è recinzione, non c'è un custode: si cammina, si cerca, si alza lo sguardo.
Casetta e Grotta Penta: le camere dipinte di Blera (VT)
Sul lato opposto, su una piattaforma a mezza costa della rupe, la necropoli della Casetta ripete la disposizione a ordini paralleli collegati da gradinate, ma aggiunge un dettaglio che a Pian del Vescovo manca: camere intonacate e dipinte. La più nota è la Grotta Penta, una tomba a camera con un pilastro centrale che finisce in una sorta di capitello e con tracce di pittura ancora visibili sulle pareti. Non è Tarquinia, sia chiaro: i colori sono ombre di colori, e chi arriva aspettandosi banchetti e danzatori resterà deluso. Ma è una delle poche testimonianze di pittura funeraria rupestre dell'entroterra, e vederla nella penombra, con la torcia che fa emergere le campiture, è un'esperienza che vale la camminata. Le necropoli occidentali del Terrone e di Ponton Graziolo sono più difficili da raggiungere e in gran parte invase dalla vegetazione: le lascerei a chi torna una seconda volta con un accompagnatore locale.
Il Cimiterio, il Borsello, la Stazione: la necropoli meridionale
Alle pendici meridionali dell'abitato il settore chiamato Cimiterio raccoglie le zone del Borsello, della Molella, del Fornicello, del Pontone del Paino, della Cava Buia e della Stazione. Qui convivono tombe a dado arcaiche del VI-V secolo e sepolcri a camera semplice del periodo tardo-etrusco, fra il IV e il II secolo, quando la ricchezza si era spostata altrove e le famiglie blerane si accontentavano di ambienti sobri. È la parte più vicina al paese e più facile da inserire in una passeggiata breve, e per questo la consiglio a chi ha poco tempo o bambini piccoli. A monte, verso Barbarano, i nuclei della Madonna della Selva e di Santa Barbara hanno tombe dall'VIII al IV secolo; Pariano e Petrolo, con i loro dadi del VI-V secolo, e La Lega e Palombara, con le tombe del IV-II secolo e un'area sacra scoperta di recente, completano un anello di città dei morti che circonda letteralmente la città dei vivi.

San Giovenale: il villaggio etrusco scavato da un re
Lungo la strada comunale Blera-Civitella Cesi, su un pianoro isolato, San Giovenale è uno degli insediamenti abbandonati più importanti dell'Etruria interna. Gli scavi dell'Istituto svedese di studi classici di Roma, condotti fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta con la presenza attiva di re Gustavo VI Adolfo, hanno documentato una continuità insediativa lungo tutta l'età del bronzo, dal XVI secolo avanti Cristo, e poi un abitato etrusco di età arcaica, VII-VI secolo, con case costruite in blocchi di tufo e coperte con tegole di terracotta: una delle rarissime occasioni in cui, in Etruria, si vede la casa dei vivi e non solo quella dei morti. Due settori dello scavo sono protetti da coperture. Sopra le mura etrusche, nel XIII secolo, i Prefetti di Vico costruirono un castello, e a ovest si vedono i ruderi della chiesa di San Giovenale, dedicata al vescovo di Narni, edificata nel IX secolo e ristrutturata nel XIII. La necropoli intorno va dall'VIII al II secolo avanti Cristo. È ingresso libero, senza servizi: l'auto si lascia lungo la strada e si prosegue a piedi.
Luni sul Mignone: l'età del bronzo sulla riva del Mignone
Ancora più isolato, sul pianoro alla confluenza dei torrenti Vesca e Canino nel Mignone, a un centinaio di metri di quota, Luni sul Mignone è il sito preistorico più importante del Lazio settentrionale. Le campagne svedesi del 1960-1963, sempre con il re, hanno portato alla luce le case appenniniche dell'età del bronzo medio (XVI-XV secolo avanti Cristo), lunghi edifici seminterrati scavati nel tufo, una capanna protovillanoviana dell'età del bronzo finale (XI-X secolo), una tomba a grotticella, poi la fase etrusca del VII-VI e del IV secolo con una casa seminterrata e mura di fortificazione, una chiesa rupestre altomedievale con cimitero annesso (VII-VIII secolo) e resti di edifici dell'XI-XII secolo, prima dello spopolamento definitivo nel XIV. Per l'archeologia italiana Luni è stata una pietra miliare, perché ha fissato la cronologia delle culture del bronzo dell'Italia centrale. Per il visitatore è una camminata in un paesaggio quasi disabitato, dove ciò che si vede sono tagli nel tufo, fondi di capanna, tratti di muro; ciò che conta è sapere cosa si guarda. Vale la pena leggere prima, oppure andarci con qualcuno che sappia spiegare.
Civitella Cesi e il castello Torlonia
La frazione di Civitella Cesi, collegata a Blera dal trasporto pubblico locale, è un borgo minuscolo raccolto attorno al castello che oggi porta il nome dei Torlonia, fondato nella prima metà dell'XI secolo sui resti di una fortificazione etrusca. Poco distante, il Centro di archeologia sperimentale Antiquitates ha ricostruito un villaggio preistorico a grandezza naturale e propone laboratori: è la tappa giusta per le famiglie con bambini, che a San Giovenale e Luni faticherebbero a immaginare ciò che le tracce nel tufo raccontano.
La Madonna della Selva e la strada per Norchia
Lungo il tracciato della via Clodia verso nord, in mezzo al bosco, la chiesa della Madonna della Selva è la meta della processione della seconda domenica di settembre, quando l'effigie della Vergine viene portata dal paese all'eremo lungo la strada romana. Più oltre, a 14 chilometri, la Clodia arriva a Norchia, che appartiene al comune di Vetralla e dove l'architettura funeraria etrusca raggiunge una monumentalità che a Blera è solo accennata: facciate a dado alte più di dieci metri, tombe a tempio con frontoni scolpiti. Vedere prima Blera e poi Norchia significa capire un crescendo. Il tratto Blera-Norchia della Clodia è anche il percorso dei due pellegrinaggi annuali a san Vivenzio, e si cammina in una giornata.

Una curiosità su Blera (VT)
Le curiosità di Blera non sono aneddoti da guida turistica. Sono cose che si vedono, e che nessuno racconta perché il paese non ha mai avuto qualcuno che si prendesse la briga di raccontarle a voce alta. Ne ho raccolte diverse negli anni, e le ho ordinate qui sotto per chi vuole arrivare preparato e guardare le cose giuste. Alcune riguardano la pietra, altre i nomi, altre ancora il modo in cui gli abitanti hanno continuato a usare per duemilacinquecento anni le stesse cavità scavate dai loro antenati. Sono tutte, in un modo o nell'altro, curiosità sul tufo.
Il nome che è tornato indietro nel tempo
Quasi tutti i paesi italiani hanno cambiato nome nel corso dei secoli, ma quasi sempre nella direzione della modernità: da una forma antica a una forma volgare, poi a una forma standardizzata. Blera ha fatto il percorso inverso, e questa è una rarità che vale la pena notare. Il latino Blera, quello di Plinio, Strabone e Tolomeo, si trasforma nel medievale Bieda, e Bieda resta il nome ufficiale del comune fino al 1952, quando l'amministrazione decide di riprendere la forma antica. Un ritorno consapevole alle origini, maturato nel decennio in cui gli scavi svedesi a San Giovenale e Luni sul Mignone stavano per riportare il territorio al centro dell'archeologia europea. Non è una faccenda soltanto burocratica. Cambiare nome significa cambiare identità narrativa, e Blera ha scelto di dichiarare chi fosse: non un borgo qualsiasi del Patrimonio di San Pietro, ma un centro con duemilaseicento anni di continuità. Chi passeggia oggi per il centro storico trova ancora, nelle memorie degli anziani e nel Vocabolario del dialetto di Blera pubblicato nel 2010, il vecchio Bieda. È un doppio nome che convive, come convivono le due anime del paese.
C'è di più. Sull'etimologia gli studiosi non sono d'accordo. Una proposta lega il nome al greco blerai, una specie di ortica, il che farebbe di Blera il paese delle ortiche; un'altra, più solida perché appoggiata a testimonianze epigrafiche, ricostruisce un etrusco Plaise-ra, città di Plaise, un nome gentilizio. Le forme Bleras o Phlera che circolano in certe guide sono ricostruzioni moderne, non attestazioni. Non ci sono certezze definitive, perché l'etrusco resta una lingua di cui comprendiamo la grammatica meglio del lessico. Mi piace pensare che il paese porti nel nome un uomo di cui non sappiamo nulla, e che le ortiche, che infatti crescono fittissime lungo il Biedano, siano il contributo dei filologi ottocenteschi alla fantasia locale.
Ponti romani che nessuno ha mai smesso di usare
La curiosità più sottovalutata di Blera è che i suoi ponti romani non sono monumenti in senso stretto. Sono infrastrutture che hanno continuato a funzionare. Il Ponte della Rocca, in particolare, è rimasto per secoli l'accesso pratico all'abitato da una delle due direzioni, ed è stato attraversato da carri, muli, contadini, pellegrini in una catena che parte dal II secolo avanti Cristo e arriva alla memoria dei viventi. Il Ponte del Diavolo ha smesso di portare traffico solo quando, nel 1937, gli hanno costruito sopra il ponte moderno, e nel 1916 lo Stato lo aveva restaurato non come reperto ma come opera ancora utile. Questo cambia radicalmente il modo in cui bisogna guardarli. Un tempio in rovina è un oggetto morto che noi rianimiamo con l'immaginazione. Un ponte ancora percorribile è un oggetto vivo: la sua funzione originaria coincide con la sua funzione attuale, e il gesto che compiamo attraversandolo è identico a quello di un mercante etrusco romanizzato del I secolo. È un cortocircuito temporale che non si trova quasi mai nei siti archeologici tradizionali, dove tutto è recintato e osservato da lontano. Qui si cammina dentro la storia, letteralmente.
Aggiungo una nota sull'appellativo diabolico. In Italia esistono decine di Ponti del Diavolo, da Bobbio a Borgo a Mozzano, e la leggenda ricorrente racconta di un patto: il demonio costruisce il ponte in una notte e in cambio pretende l'anima del primo che lo attraversa; gli abitanti lo raggirano facendo passare un animale. La versione blerana è meno codificata, e chi la riferisce si limita a dire che l'opera parve impossibile ai medievali che la ereditarono. Ma la struttura mentale è la stessa. Ci si trova di fronte a un'opera che sembra impossibile, e si attribuisce l'impossibile a chi di mestiere fa l'impossibile. È folklore, certo, ma è anche una forma di critica architettonica popolare: il ponte è stato giudicato straordinario da chi ci viveva accanto.
Le tombe a dado, ovvero case per i morti
La tipologia funeraria che rende Blera e il suo territorio unici nel panorama etrusco è la tomba rupestre a dado. Il principio è semplice e geniale: invece di costruire un monumento accatastando pietre, si ricava il monumento sottraendo materia alla parete. Si isola su tre lati un blocco di tufo, si liscia la facciata, la si decora con cornici e modanature, si scava sotto o dietro la camera sepolcrale e il risultato è un cubo che sporge dalla roccia come se ci fosse stato appoggiato. Da lontano, lungo le pareti delle forre, sembrano case: ed è esattamente ciò che dovevano sembrare. Gli Etruschi concepivano la tomba come abitazione dell'oltretomba, e questa concezione è visibile in tutta l'Etruria: a Cerveteri, nella necropoli della Banditaccia, le tombe a tumulo riproducono all'interno stanze, letti, travi del soffitto; a Tarquinia gli affreschi popolano le camere di banchetti e danze. A Blera e nelle necropoli rupestri vicine, dove la roccia affiora verticalmente lungo le forre, la stessa idea prende una forma esteriore: non si arreda l'interno, si costruisce la facciata. Le tombe diventano un fronte urbano scavato nella parete, un quartiere dei morti affacciato sulla valle, ordinato per file e livelli come un abitato vero, e a Pian del Vescovo e alla Casetta le file sono collegate da scale scavate come le rampe di un palazzo.
Chi si avvicina per la prima volta a una di queste necropoli fa quasi sempre lo stesso errore percettivo: cerca l'ingresso monumentale, la disposizione da museo, il percorso attrezzato. Non c'è. Le tombe sono dov'erano, spesso invase dalla vegetazione, a volte segnate da secoli di riuso come ricoveri per animali o depositi agricoli. È una condizione che a qualcuno dispiace e che a me piace moltissimo, perché conserva l'unico rapporto onesto possibile fra noi e quei manufatti: li incontriamo camminando, come li incontrava chiunque passasse di lì duemila anni fa. Un dettaglio da cercare, per chi ha pazienza: le tracce degli attrezzi. Sul tufo, in molte facciate, si leggono ancora i segni paralleli lasciati dalla subbia o dallo scalpello. Sono solchi larghi pochi millimetri, orientati in diagonale, che raccontano il gesto di una mano. Nella luce radente del tardo pomeriggio diventano evidentissimi, e in quel momento la tomba smette di essere un reperto e torna a essere un cantiere.
Un parco regionale nato per proteggere il vuoto
Il Parco naturale regionale Marturanum ha una particolarità che lo distingue dalla maggior parte delle aree protette italiane: non è nato per tutelare una specie, un bosco o una vetta, ma per tutelare un sistema misto in cui l'elemento archeologico e l'elemento naturale sono inseparabili. Le necropoli sono dentro le forre, le forre sono habitat, gli habitat proteggono le necropoli dall'aggressione agricola ed edilizia. Non si può salvare l'uno senza l'altro, e chi ha scritto la legge regionale 41 del 17 luglio 1984 lo ha capito con una lucidità che allora non era affatto scontata. Il nome deriva dalla località Marturanum, uno di quei toponimi rurali antichissimi che sopravvivono nelle carte catastali molto più a lungo di qualunque monumento. Il parco copre 1.240 ettari nel solo comune di Barbarano Romano, con sede in viale IV Novembre 44 (telefono 0761 414507), ed è gestito dal Comune; il territorio di Blera ne resta fuori, ma il Biedano che attraversa la necropoli di San Giuliano è lo stesso che scorre sotto il Ponte del Diavolo, e i sentieri CAI 103 e 138 collegano i due versanti senza soluzione di continuità. Al suo interno convivono ambienti che, a poche centinaia di metri di distanza, sono completamente diversi: praterie aride sui pianori, boschi di cerro sui versanti, ontani, olmi, pioppi e salici sul fondo delle forre, pareti verticali con felci e vegetazione rupicola, perfino sorgenti minerali ricche di ferro.
Questa varietà si traduce in una fauna sorprendente per un territorio a settanta chilometri da Roma. Nelle forre nidificano il lanario, il biancone, il nibbio reale, il gheppio e il falco pellegrino; lungo l'acqua il martin pescatore e, di passo, la cicogna nera; si muovono istrici, tassi, puzzole, gatti selvatici, e il cinghiale è ormai una presenza dominante come in tutto il Lazio interno. Ma la vera ricchezza è quella meno vistosa: la salamandrina dagli occhiali, un anfibio che esiste solo in Italia, gli invertebrati degli ambienti umidi, licheni e muschi sulle pareti dove non arriva mai il sole diretto. Sono ecosistemi fragili che dipendono da un microclima specifico, e che le forre proteggono naturalmente perché la loro conformazione mantiene umidità e temperatura relativamente costanti. C'è poi un aspetto che trovo affascinante e che raramente viene messo in evidenza. Le pareti scavate dagli Etruschi hanno moltiplicato le nicchie ecologiche disponibili. Camere sepolcrali, corridoi, cavità di riuso agricolo sono diventati rifugi per pipistrelli e per altre specie che cercano ambienti bui e stabili. In altre parole: un'attività umana di venticinque secoli fa ha prodotto, per puro effetto collaterale, un incremento di biodiversità che oggi la tutela protegge. È un cortocircuito fra archeologia ed ecologia di cui il territorio di Blera è un caso da manuale.
Il riuso infinito delle cavità
L'ultima curiosità è forse la più umana. Le tombe etrusche del territorio blerano non sono state abbandonate dopo l'antichità: sono state riusate praticamente senza interruzione. Nel Medioevo e in età moderna quelle camere asciutte, fresche d'estate e tiepide d'inverno, sono diventate stalle, fienili, cantine, ricoveri per pastori, depositi di attrezzi. Alcune conservano ancora mangiatoie ricavate nella roccia, anelli per legare gli animali, muretti di chiusura costruiti a secco davanti all'ingresso. A Luni sul Mignone il riuso ha preso la forma di una chiesa rupestre altomedievale con il suo cimitero, ricavata dove mille anni prima c'erano capanne dell'età del bronzo. Per l'archeologo purista è un disastro, perché il riuso ha cancellato stratigrafie e contesti. Per chi guarda il paesaggio come un documento è invece una fortuna, perché racconta una storia di continuità che nessun museo può restituire. Quelle cavità sono state utili per venticinque secoli, cambiando funzione ogni volta che cambiava il mondo attorno. Il tufo, che è tenero e generoso, ha permesso a ogni generazione di adattarle senza distruggerle.
Camminando lungo le forre si incontrano cavità di ogni tipo, e distinguere una tomba etrusca da una cantina ottocentesca ricavata nella stessa parete richiede un occhio allenato. Alcuni indizi aiutano: la regolarità geometrica della camera, la presenza di banchine laterali per la deposizione, le cornici sulla facciata, il rapporto fra la quota dell'ingresso e il piano di calpestio attuale. Ma spesso i due strati si sovrappongono, e la risposta onesta è che quella cavità è entrambe le cose. Chi visita il territorio con un accompagnatore esperto legge queste sovrapposizioni con molta più facilità; per i gruppi che vogliono un itinerario costruito su misura fra Blera, Barbarano e Norchia, il servizio di organizzazione di viaggi di gruppo di TourLeaderPro è il punto da cui partire. Il riuso, del resto, non è finito. Ancora oggi qualche cavità serve da ricovero per attrezzi agricoli, qualche altra ospita legna accatastata, e per San Martino le cantine del paese si aprono per la festa. Non c'è nulla di scandaloso: c'è la naturale prosecuzione di un rapporto fra comunità e roccia che a Blera non si è mai interrotto. Ed è proprio questo, alla fine, che rende il paese diverso da un sito archeologico. Qui non si visita un passato conservato sotto vetro: si attraversa un presente che il passato non ha mai smesso di abitare.

Una cosa che non ti dice nessuno su Blera (VT)
Arrivo alla parte che mi interessa di più, quella in cui provo a dire le cose che le guide non dicono. Non perché le nascondano, ma perché una guida deve essere rassicurante e certe verità sui luoghi non lo sono. Blera è un paese magnifico e sottovalutato, e proprio per questo va raccontato senza retorica. Ci sono cinque cose che chi ci arriva scopre solo sul posto, quasi sempre troppo tardi per potersi organizzare diversamente. Le metto qui, in ordine di importanza.
Il patrimonio più importante non è visitabile come ci si aspetta
La cosa che davvero non ti dice nessuno è che le necropoli rupestri del territorio blerano non sono siti archeologici nel senso comune del termine. Non c'è una biglietteria, non c'è un percorso museale, non c'è un custode che ti spiega cosa stai guardando, non c'è illuminazione. Ci sono pareti di tufo dentro valli boscose, raggiungibili per sentieri di varia difficoltà, alcune ottimamente leggibili e altre in gran parte coperte dalla vegetazione; la segnaletica in alcuni tratti è impeccabile e in altri sparisce, e la Cava Buia può essere chiusa per frane. Chi arriva con l'aspettativa di Cerveteri o di Tarquinia, dove il sito è recintato, attrezzato e narrato, resta spiazzato e a volte deluso. Bisogna rovesciare l'aspettativa, e allora tutto cambia. Qui non si visita un sito: si esplora un territorio. La differenza non è semantica. Visitare un sito significa seguire un percorso predisposto da qualcun altro, che ha già deciso cosa è importante. Esplorare un territorio significa camminare, cercare, sbagliare direzione, alzare gli occhi e accorgersi che quella che sembrava una parete di roccia è in realtà una fila di facciate scavate. La seconda esperienza è infinitamente più intensa della prima, ma richiede una disponibilità mentale che va preparata.
C'è una conseguenza pratica di cui tenere conto. Alcune tombe si trovano su terreni privati, o in punti dove l'accesso è reso difficile da frane, vegetazione o dissesti. Non tutto ciò che compare sulle mappe archeologiche è effettivamente raggiungibile, e insistere può essere sia scorretto sia pericoloso. La regola che seguo io è semplice: se un accesso non è segnalato e non c'è un sentiero evidente, non ci vado. Il territorio è abbastanza ricco da offrire moltissimo restando su percorsi legittimi, e la fretta di vedere quella particolare tomba non vale né un piede rotto né una discussione con un proprietario. Aggiungo una considerazione che riguarda la tutela. La fragilità di questi luoghi è reale. Il tufo si sfalda, le facciate si degradano per dilavamento, il calpestio ripetuto in punti sensibili accelera l'erosione. Camminare sopra una tomba, arrampicarsi su una facciata per fotografarla meglio, spostare pietre per vedere cosa c'è sotto sono gesti che sembrano innocui e che moltiplicati per migliaia di visitatori diventano distruttivi. In un territorio senza sorveglianza costante, la conservazione dipende quasi interamente dal comportamento di chi ci va. È una responsabilità che chi arriva qui dovrebbe sentire, e che quasi nessuno gli spiega.
Il turismo che manca è una fortuna e un problema insieme
La seconda cosa che nessuno dice riguarda il rovescio della medaglia dell'autenticità. A tutti piace scoprire il paese non turistico, quello vero, quello dove non ci sono comitive. Blera è esattamente questo, e chi ci va lo apprezza. Ma un paese senza turismo è anche un paese senza infrastruttura turistica, e le due cose sono la stessa cosa vista da due lati. Concretamente significa: pochi posti letto, orari di apertura che seguono le esigenze dei residenti e non quelle dei visitatori, un museo civico che non pubblica un orario stabile, informazione sul territorio frammentaria e affidata all'iniziativa di singoli. Significa che se arrivi di lunedì fuori stagione può capitare di trovare poco aperto. Significa che un accompagnatore esperto del territorio non si trova all'ultimo momento in piazza, ma va cercato in anticipo. Non è un difetto del paese: è la conseguenza matematica di una domanda turistica bassa, in un comune che nel 2015 contava 179 imprese attive con meno di due addetti ciascuna.
Chi viene preparato trasforma questo limite in un vantaggio enorme. Prenotare in anticipo, informarsi prima, arrivare con un piano e con provviste significa avere per sé un patrimonio archeologico di prima grandezza in una condizione di silenzio che a Tarquinia o a Cerveteri è semplicemente impensabile. Ho passato pomeriggi interi in queste valli senza incontrare nessuno. Nessuno. In una regione che riceve decine di milioni di visitatori l'anno, questa è una condizione di lusso che non si compra. C'è però un discorso più ampio che vale la pena fare, perché riguarda il futuro. I paesi dell'entroterra viterbese vivono da decenni una dinamica di spopolamento lento. I giovani si spostano verso Viterbo, verso Roma, verso la costa. Il patrimonio resta, ma la comunità che lo custodisce si assottiglia. Un turismo intelligente, dimensionato, rispettoso, non è un rischio per luoghi come Blera: è probabilmente l'unica strada per mantenere in vita i servizi, i sentieri, le attività. La retorica del luogo incontaminato da non far scoprire a nessuno è una retorica comoda per chi visita e disastrosa per chi ci abita. Il modo giusto di visitare, allora, è anche il modo giusto di contribuire: fermarsi a mangiare, comprare un prodotto locale, dormire una notte invece di fare avanti e indietro in giornata, rivolgersi a chi accompagna sul territorio.
Le forre cambiano tutto, anche il clima
La terza cosa che nessuno dice è che a Blera esistono due climi diversi nello stesso comune, separati da poche decine di metri di dislivello. Sul pianoro il clima è quello continentale della Tuscia interna: estati calde e secche, inverni freddi con gelate notturne frequenti, escursioni termiche marcate. Sul fondo delle forre il clima è un altro: umidità costante, temperature più basse d'estate e più miti d'inverno, ventilazione ridotta, luce filtrata. È un microclima di inversione, che permette a specie tipicamente montane o settentrionali di sopravvivere a quote basse e a latitudini mediterranee: le felci del fondovalle e l'ontano nero lungo il Biedano sono lì per questo. Questo ha conseguenze pratiche immediate sulla visita. In estate, scendere in una forra significa guadagnare diversi gradi e trovare un'ombra continua: è la strategia giusta per le ore centrali. In inverno significa entrare in un ambiente umido dove il fondo resta bagnato per giorni dopo la pioggia e dove il freddo si sente più di quanto dica il termometro. In mezza stagione significa passare, nel giro di venti minuti di cammino, da una prateria assolata a un sottobosco quasi crepuscolare. Vestirsi a strati non è un consiglio generico: qui è una necessità operativa.
Ha conseguenze anche sulla percezione del paesaggio, e sono quelle che mi interessano di più. Le forre non sono soltanto valli: sono corridoi ecologici che attraversano il territorio collegando ambienti diversi. La fauna li usa come vie di spostamento, i semi vi si diffondono, l'acqua vi si concentra. Dentro una forra si cammina in un mondo che funziona secondo regole proprie, e la sensazione di essere entrati altrove è un fatto ambientale misurabile. Il salto di temperatura si sente sulla pelle, l'acustica cambia, il suono si smorza contro le pareti umide e la vegetazione. Chi ci scende per la prima volta lo nota sempre, e quasi sempre abbassa la voce senza rendersene conto. C'è poi il tema dell'acqua, che nella narrazione turistica di Blera è quasi assente e che invece è centrale. Il Biedano non è un fiume imponente, ma è l'agente che ha costruito tutto questo paesaggio. Scavando per decine di migliaia di anni ha creato le pareti verticali che gli Etruschi hanno poi usato come supporto per le loro tombe. Senza quell'erosione non ci sarebbero facciate rupestri, e senza facciate rupestri Blera sarebbe un paese come tanti. La civiltà rupestre della Tuscia è, in ultima analisi, il prodotto di un incontro fra una roccia lavorabile e un'acqua paziente.
Il paese in alto vale quanto le rovine in basso
La quarta cosa che nessuno dice, e che è forse la più ingiusta, è che il centro storico di Blera viene sistematicamente trascurato. Tutti scendono verso i ponti e le necropoli, e il paese resta un parcheggio da cui partire e a cui tornare. È un errore, perché l'abitato conserva una struttura urbanistica di grande interesse e una qualità materiale che si legge in ogni muro. Il centro storico occupa lo sperone con un impianto allungato, condizionato dalla forma del rilievo: via Roma corre nel senso della lunghezza e i vicoli trasversali scendono verso i bordi, chiudendosi spesso in affacci sul vuoto. È una struttura a spina di pesce che si ritrova in molti abitati rupestri della Tuscia e che nasce da un'unica logica: sfruttare tutto lo spazio disponibile su una superficie limitata e difendibile. Camminandoci si capisce fisicamente cosa significhi costruire dentro un vincolo geografico rigido. Le case sono di tufo rosso, con i profferli, le arcate e le scale esterne che raccontano rimaneggiamenti stratificati nei secoli. Non è architettura monumentale, è architettura minore, ed è per questo che vale: perché è il documento più diretto di come si è vissuto qui.
Poi ci sono gli affacci, che sono la vera sorpresa. In diversi punti del bordo, spesso al termine di un vicolo che sembra cieco, si apre improvvisamente la vista sulla forra: sotto c'è il verde, di fronte c'è la parete di tufo, e in certi punti si scorgono le facciate delle tombe. È un affaccio che mette in relazione diretta la città dei vivi e la città dei morti, esattamente come doveva essere nell'antichità. Nessun museo può ricostruire questa relazione. Basta un vicolo di paese. Consiglio infine di dedicare mezz'ora alla chiesa di Santa Maria Assunta e alla sua cripta, e uno sguardo alle chiese minori: San Nicola di Bari, sconsacrata, la Madonna del Suffragio, la cappella di San Senzia, la Madonna delle Lacrime al cimitero. Non aspettatevi capolavori celebri: aspettatevi la stratificazione. Impianti antichi rimaneggiati, campanili innestati su strutture precedenti, un sarcofago romano sotto l'altare. È lo stesso principio dei muri delle case, applicato alla scala dell'architettura pubblica. Chi ha già visto le grandi chiese romaniche di Tuscania troverà qui una versione minore e domestica dello stesso linguaggio, e il confronto è istruttivo proprio per la differenza di scala.
La verità sul tempo necessario per Blera (VT)
Chiudo con la cosa che, a conti fatti, nessuno dice mai in modo esplicito: Blera richiede più tempo di quanto chiunque preventivi. Le guide indicano mezza giornata, i siti di viaggio la infilano come tappa fra due mete maggiori, e il risultato è che il novanta per cento dei visitatori se ne va convinto di aver visto e non avendo visto quasi nulla. Il calcolo realistico è questo. Per il centro storico, con calma e con gli affacci, serve un'ora e mezza. Per il Ponte del Diavolo, la Cava Buia e il colombario, considerando l'avvicinamento a piedi e il tempo necessario a scendere nella forra, serve almeno un'ora e mezza. Per Pian del Vescovo, contando il sentiero di accesso e il tempo di osservazione che serve perché le facciate emergano dal verde, serve un'altra ora e mezza abbondante; l'anello completo che li unisce misura nove chilometri con duecento metri di dislivello e si percorre in tre ore buone. Per San Giovenale o Luni sul Mignone servono due ore ciascuno, spostamenti compresi. Siamo già oltre le sei ore senza contare la sosta per mangiare e il tempo che inevitabilmente si perde a cercare un accesso.
Da qui la mia conclusione, che è anche il mio invito. Blera non è una tappa: è una giornata piena, e se avete la possibilità è una giornata e mezza con una notte in zona. Chi può permettersi due giorni faccia due giorni, aggiungendo Barbarano Romano e magari una puntata verso Viterbo o Capranica per bilanciare il rupestre con il medievale. Chi ha soltanto mezza giornata scelga una cosa sola e la faccia bene: un ponte e una necropoli, oppure il paese e un sentiero. Meglio due esperienze complete che sei sguardi frettolosi. E poi c'è una cosa che il tempo non si compra: la disponibilità a stare fermi. Il paesaggio rupestre della Tuscia non si consegna a chi corre. Ha una lentezza propria, fatta di luce che si sposta, di dettagli che emergono, di silenzi che si stratificano. Chi si siede su un masso al bordo di una forra e resta lì venti minuti senza fare niente porta a casa Blera. Chi passa, fotografa e riparte porta a casa un file.
Il consiglio che ti do per visitare Blera (VT)
Il consiglio principale è uno e lo dico subito, senza preamboli: non trattare Blera come una tappa. Trattala come una destinazione. Sembra un'ovvietà, ma è esattamente l'errore che vedo commettere più spesso da chi arriva qui. La Tuscia è generosa di paesi belli e la tentazione di infilarne quattro o cinque in una domenica è forte. Il risultato, però, è che di Blera si vede la piazza, si fotografa un vicolo, si dice che è carina e si riparte. E si è perso tutto, perché tutto quello che conta a Blera è fuori dal centro abitato, in basso, dentro le valli, lungo i sentieri.
Primo: tre livelli, sei ore
La mia proposta operativa è questa: dedicate a Blera almeno sei ore piene, e organizzatele su tre livelli altimetrici. Il livello alto è il paese, con il suo impianto medievale sullo sperone, le case di tufo, la chiesa con la cripta, il museo, gli affacci sulle forre. Il livello intermedio è la fascia dei bordi, dove corrono le strade e i sentieri panoramici da cui si osservano dall'alto le pareti scavate. Il livello basso è il fondovalle, dove si trovano i ponti romani, la Cava Buia, il colombario, il corso del Biedano e le necropoli più accessibili. Chi fa solo il primo livello ha visto un paese. Chi li fa tutti e tre ha capito un territorio.
Secondo: la luce radente
Partite presto. Non per fare più cose, ma per fare le cose con la luce giusta. Il tufo è una roccia che ha bisogno di luce radente per rivelarsi. A mezzogiorno, con il sole a picco, le facciate delle tombe si appiattiscono, le modanature scompaiono, i segni degli attrezzi si annullano e tutto diventa una parete indistinta. La mattina presto e il tardo pomeriggio sono le due finestre in cui il rilievo torna a esistere. Se dovete scegliere, scegliete il pomeriggio tardo per il versante occidentale di Pian del Vescovo, che guarda a ovest, e la mattina per le pareti esposte a est: sembra un dettaglio da fotografi, ed è invece un dettaglio da chiunque voglia vedere qualcosa.
Terzo: scarpe e torcia
Lo ripeto perché è la causa numero uno delle visite fallite. Il fondo dei sentieri nelle forre è composto da tufo levigato dall'acqua, foglie in decomposizione e tratti di roccia esposta. Con una suola liscia si scivola, e scivolare qui significa quasi sempre farsi male, perché i pendii sono ripidi e le pareti vicine. Servono scarponcini o quantomeno scarpe da trekking leggere con battistrada scolpito, e pantaloni lunghi per i rovi. Nulla di tecnico, nulla di costoso: basta che non siano sneaker urbane. Se ha piovuto nei due giorni precedenti, mettete in conto fango vero, quello che si attacca e non se ne va. E portate una torcia: il colombario e la Grotta Penta senza luce sono due buchi neri.
Quarto: la mappa offline
Portatevi una mappa scaricata prima di partire, o la traccia dell'anello dei nove chilometri. Nelle forre il segnale telefonico cade regolarmente, e i sentieri, pur segnalati, si intrecciano in modo che sulla carta sembra ovvio e sul posto non lo è per niente. Non c'è alcun pericolo di perdersi in senso drammatico, il territorio è piccolo e circondato da strade, ma si può facilmente perdere un'ora a rifare un tratto già percorso. Un'ora, in una giornata di visita, è tanto.
Quinto: una necropoli sola, quaranta minuti
Qui divento più personale. Non cercate di vedere tutte le necropoli. Ce ne sono almeno otto nel comprensorio, alcune spettacolari, altre più modeste, e la tentazione collezionistica porta a correre da una all'altra accumulando fotografie e non ricordi. Sceglietene una, Pian del Vescovo per la prima volta, raggiungetela con calma, e restateci almeno quaranta minuti. Sedetevi. Guardate la parete di fronte finché non cominciate a distinguere le singole facciate, gli allineamenti, i livelli. Il paesaggio rupestre non si consegna al primo sguardo: ha bisogno di tempo per emergere dal verde. È la stessa dinamica del guardare un cielo stellato dopo essere usciti da una stanza illuminata. All'inizio non si vede quasi nulla, dopo venti minuti si vede tutto.
Sesto: Blera (VT) più un solo altro luogo
Abbinate Blera a un solo altro luogo, non a tre. Le combinazioni che funzionano meglio, secondo la mia esperienza, sono due. La prima è Barbarano Romano con la necropoli di San Giuliano, dentro il Parco Marturanum, che permette di completare la lettura del sistema rupestre con una giornata coerente, senza spostamenti lunghi. La seconda è Norchia, dove l'architettura funeraria etrusca raggiunge una monumentalità che a Blera è solo accennata: vedere prima Blera e poi Norchia significa capire un crescendo. Se invece si vuole un contrasto forte, funziona benissimo l'accostamento con Tuscania, dove al mondo etrusco si somma la grande architettura romanica di San Pietro e Santa Maria Maggiore. Chi organizza un itinerario per un gruppo aziendale o per ospiti esigenti, e vuole che qualcuno pensi ai trasferimenti, alle soste e a un pranzo che non sia un panino, trova nelle esperienze private di TourLeaderPro per piccoli gruppi la formula che uso anch'io quando accompagno chi non ha tempo da perdere.
Settimo: il pranzo al sacco
Blera ha qualche indirizzo dove si mangia bene, di cucina viterbese onesta, ma è un paese piccolo e nei giorni feriali fuori stagione non è detto che tutto sia aperto. Se avete in programma una camminata lunga, portatevi qualcosa da mangiare. Un pranzo al sacco consumato su un pianoro affacciato sulla forra, con il rumore dell'acqua sotto e il bosco intorno, vale francamente più di qualunque tavolo. E poi c'è una ragione di ritmo: sedersi al ristorante a mezzogiorno significa perdere il momento migliore per riprendere il cammino nel primo pomeriggio. La cena, invece, prenotatela: gnocchi al castrato e fettuccine al tartufo si meritano una sedia.
Ottavo: informarsi sui percorsi
Le forre sono ambienti dinamici. Una piena può spostare massi, un albero caduto può interrompere un sentiero, la Cava Buia può essere chiusa per frane, un tratto può essere temporaneamente interdetto per lavori di messa in sicurezza. Non è una situazione da spedizione, ma è la normalità di un territorio non addomesticato. Una telefonata all'ufficio cultura del Comune o alla sede del Parco Marturanum a Barbarano evita sorprese, e le pagine sul Parco Marturanum e su Barbarano Romano di questo sito aiutano a costruire il secondo giorno.
Nono: parlare con la gente di Blera (VT)
L'ultimo consiglio è più un invito. Parlate con la gente. Blera è un paese dove le persone rispondono, raccontano, indicano. Chiedete al bar dove passa la vecchia strada, chiedete a chi lavora la terra dove sono le cavità che i visitatori non trovano, chiedete a un anziano cosa si diceva del Ponte del Diavolo quando era ragazzo e come si chiamava il paese quando lui è nato. Otterrete informazioni che non compaiono su nessuna guida, e otterrete soprattutto la cosa che rende diverso viaggiare dall'andare in giro: un rapporto. In un paese di meno di tremila abitanti che riceve pochi visitatori, arrivare con curiosità sincera è una chiave che apre praticamente tutto.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Chiunque abbia letto una riga su Blera sa che fu sede vescovile. Quasi nessuno si ferma a fare i conti: la diocesi di Blera ebbe vescovi propri dal 457 al 1093, cioè per seicentotrentasei anni, un arco di tempo più lungo di quello che separa noi dalla scoperta dell'America. Per sei secoli un paese che oggi conta meno di tremila abitanti fu una capitale ecclesiastica con una cattedrale, un capitolo, un territorio da amministrare, e il suo vescovo sedeva nei concili romani accanto a quelli di città molto più grandi. La soppressione del 1093, con l'unione a Toscanella, e poi il passaggio a Viterbo nel 1192, non furono una punizione: furono la conseguenza dello spostamento dei pesi in Tuscia, con Viterbo che cresceva e i centri della Clodia che si contraevano. Ma il fatto resta, e spiega perché la chiesa di Santa Maria Assunta sia sproporzionata rispetto al paese, con le sue tre navate e il presbiterio sopraelevato: è una cattedrale che ha perso il titolo, non una parrocchiale cresciuta troppo.
Il secondo fatto risaputo e poco citato è che da Blera viene un papa. Il Liber Pontificalis dice che Sabiniano, eletto nel 604 alla morte di Gregorio Magno e morto nel 606, era toscano, nato nella città di Blera. Fu un pontificato breve e impopolare: la tradizione lo ricorda per aver venduto il grano durante una carestia invece di distribuirlo come aveva fatto il predecessore, e per una leggenda secondo cui Gregorio gli apparve in sogno per rimproverarlo. È un ritratto ingeneroso, costruito da chi voleva esaltare Gregorio, ma è il ritratto che i blerani hanno ereditato: un papa di cui il paese non si vanta quasi mai, e che invece meriterebbe almeno una targa. Aggiungo il terzo fatto: il museo civico porta il nome di un re straniero, Gustavo VI Adolfo di Svezia, perché quel re, archeologo di formazione e presidente dell'Istituto svedese di studi classici di Roma, venne a scavare di persona a San Giovenale e a Luni sul Mignone fra la fine degli anni Cinquanta e il 1963. Un monarca regnante che scava in un campo della Tuscia: è un'immagine che il paese ha giustamente ricambiato con la dedica del museo.
La foto giusta da fare a Blera (VT)
Se dovessi indicare una sola inquadratura, quella che porta a casa Blera e la spiega senza bisogno di didascalie, non avrei dubbi: il Ponte del Diavolo ripreso dal basso, dal fondo della forra, con le tre arcate che scavalcano il vuoto, la campata del ponte moderno che passa sopra e la vegetazione che chiude i lati dell'immagine. È la foto giusta per una ragione precisa: contiene tutti gli elementi del racconto. C'è il tufo, c'è l'acqua che ha scavato la valle, c'è l'ingegneria romana, c'è quella novecentesca, c'è il bosco che ha ripreso possesso di tutto. Cinque strati di storia in un solo fotogramma.
L'ora, il punto di ripresa, la figura umana
Per farla bene servono alcune accortezze. La prima riguarda l'ora. Il fondo della forra riceve luce diretta per una finestra temporale limitata, e nelle ore centrali il contrasto fra la parte alta illuminata e la parte bassa in ombra è talmente violento che nessun sensore lo regge senza sacrificare qualcosa. Il momento migliore è la mattina relativamente presto, quando la luce entra di taglio e illumina l'intradosso dell'arcata con un riflesso indiretto, oppure una giornata di cielo velato, che appiattisce il contrasto e restituisce tutti i dettagli dei blocchi di peperino. Il sole a picco è il nemico: da evitare. La seconda accortezza riguarda il punto di ripresa. La tentazione è di mettersi frontalmente sotto l'arco centrale, ma quell'inquadratura, pur simmetrica e rassicurante, appiattisce la profondità. Molto meglio spostarsi lateralmente di qualche metro e riprendere il ponte di tre quarti, in modo che si legga lo spessore della struttura e il rapporto con la parete di roccia su cui appoggia. Inserire nell'angolo in basso un elemento di primo piano, un masso, un tronco, un tratto di corso d'acqua, dà la scala e impedisce all'immagine di diventare piatta. La terza accortezza riguarda la figura umana. Un ponte fotografato senza riferimenti dimensionali può essere alto sei metri o venticinque, e chi guarda non ha modo di saperlo. Una persona alla base, anche piccola nell'inquadratura, moltiplica per dieci la forza dell'immagine: l'arco centrale è alto 7,80 metri, e una figura umana lo dice meglio di qualunque numero.
Le altre tre foto di Blera (VT) che valgono il viaggio
Detto questo, la foto del Ponte del Diavolo non è l'unica che vale il viaggio. La prima alternativa è la parete di Pian del Vescovo ripresa da distanza media, dal lato opposto del Biedano, con la luce radente del tardo pomeriggio, in modo che le facciate delle tombe a dado emergano dal verde come un fronte di case a più piani. È una foto che richiede pazienza e che riesce solo in certe condizioni, ma quando riesce racconta l'idea etrusca della città dei morti meglio di qualunque testo. Usate una focale medio-lunga per comprimere i piani. La seconda è il dettaglio: una porzione di facciata scavata, ripresa da vicino, con i segni degli attrezzi visibili sul tufo. Serve luce laterale, serve stare a un metro o due dalla superficie, e serve resistere alla tentazione di raddrizzare tutto: l'irregolarità della roccia è il soggetto. Queste macro archeologiche sono le fotografie che invecchiano meglio, perché non dipendono dalla stagione né dal cielo e restituiscono la dimensione tattile del luogo. La terza è il paesaggio d'insieme dai pianori, o dal belvedere al termine di uno dei vicoli del paese: aspettate il momento in cui il sole si abbassa e le forre si riempiono di ombra blu mentre i pianori restano dorati, e riprendete la successione dei piani fino ai Monti Cimini sullo sfondo. È l'immagine che spiega la geografia: il territorio non è una pianura né una montagna, è un altopiano tagliato. Per riuscirci serve un cielo pulito e serve arrivare sul posto con venti minuti di anticipo, perché la finestra buona dura poco.
Treppiede, condensa, telefono
Aggiungo due note tecniche. La prima: qui il treppiede serve davvero. Nelle forre la luce è scarsa e gli ISO alti mangiano proprio quel dettaglio di superficie che si è venuti a cercare; nel colombario e nella Grotta Penta, poi, senza treppiede e senza torcia non si porta a casa nulla. La seconda: attenzione all'umidità. Passare da un pianoro caldo al fondo fresco di una forra fa condensare l'obiettivo, e ci vogliono alcuni minuti perché torni utilizzabile. Se scendete, tirate fuori l'attrezzatura appena arrivati e lasciatela acclimatare mentre vi guardate intorno. Un'ultima considerazione per chi fotografa con il telefono e non ha nessuna intenzione di portarsi dietro una borsa di lenti. I telefoni moderni gestiscono benissimo il contrasto delle forre grazie all'elaborazione automatica, e per l'inquadratura del ponte sono spesso più che sufficienti. Dove faticano è nel dettaglio ravvicinato del tufo e nella compressione dei piani per le pareti lontane. Il consiglio, in quel caso, è di rinunciare allo zoom digitale e avvicinarsi fisicamente. Camminare venti metri in più produce sempre una foto migliore di qualunque ingrandimento software. E, per favore, non arrampicatevi sulle facciate per l'inquadratura: il tufo cede, e la tomba pure.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Blera non ha una battaglia campale con il suo nome, e questo l'ha tenuta fuori dai manuali. Ha però una sequenza di date che, messe in fila, raccontano la Tuscia intera. Le riporto distinguendo ciò che è documentato da ciò che è tradizione.
457: il primo vescovo, Vivenzio
La tradizione fa cominciare la diocesi di Blera con Vivenzio, vescovo dal 457 al 484, morto il 13 gennaio di quell'anno. Di lui nessun documento coevo racconta la vita; la tradizione locale ne fa un eremita ritiratosi in una grotta presso Norchia, sulla quale fu poi costruita una chiesetta. Il suo corpo riposa nella cripta della chiesa maggiore, e la sua figura in abiti pontificali, con il pastorale nella destra e una chiesa nella sinistra, è lo stemma del Comune riconosciuto con decreti del 1958 e 1959. La diocesi resta autonoma fino al 1093: è il fatto più importante della storia medievale del paese, e non ha un solo giorno preciso.
604: un blerano sul trono di Pietro
Nel 604 viene consacrato papa Sabiniano, che il Liber Pontificalis dice nato a Blera. Regna fino al febbraio 606, in anni di carestia e di pressione longobarda su Roma, e la memoria che ne resta è quella, poco lusinghiera, del papa che vendette il grano. È comunque l'unico blerano che abbia guidato la Chiesa, e il paese lo cita meno di quanto dovrebbe.
739 e 772: Liutprando e Desiderio
Nel 739 il re longobardo Liutprando, in guerra con il ducato romano e con il papa, occupa Bieda insieme ad altri castelli della Tuscia; nel 772 il re Desiderio, nell'ultima offensiva longobarda prima della discesa di Carlo Magno, la distrugge. Sono i due episodi che spiegano perché il paese si sia ritirato sullo sperone più difendibile e perché l'abitato che vediamo sia medievale nell'impianto, anche se etrusco nel sito.
1247: l'esercito di Federico II
Nel 1247, durante la lunga guerra fra l'imperatore Federico II e il papato per il controllo del Patrimonio di San Pietro in Tuscia, l'esercito imperiale distrugge Bieda. È la seconda distruzione documentata, e coincide con gli anni in cui la Tuscia era il campo di battaglia fra le città guelfe e i vicari imperiali. La ricostruzione avviene sotto i Prefetti di Vico, che dominano il paese fra XIII e XV secolo e che a San Giovenale costruiscono la rocca sopra le mura etrusche.
1400, 1465, 1516, 1572: gli Anguillara e la Camera Apostolica
Nel 1400 Bonifacio IX infeuda Bieda ai conti Francesco e Nicola Anguillara. Nel 1465, dopo lo scontro fra la famiglia e Paolo II, che smantellò il dominio degli Anguillara nella Tuscia, il paese torna alla Santa Sede. Nel 1516 Leone X lo affida a Lorenzo Anguillara di Ceri, e nel 1572 Bieda torna definitivamente sotto la Camera Apostolica, che la governa fino al 1870 attraverso un governatore: la Palazzina del Governatore in paese e il Palazzaccio degli Anguillara sono i due testimoni di pietra di questa alternanza.
1915: l'Istituto germanico a Pian del Vescovo
Nel 1915, mentre l'Europa era in guerra, gli archeologi dell'Istituto archeologico germanico di Roma documentano la necropoli di Pian del Vescovo con rilievi, disegni e fotografie che restano la base di ogni studio successivo. Molte delle tombe rilevate allora sono oggi meno leggibili di quanto fossero in quelle immagini, e il confronto è insieme una lezione di metodo e un promemoria sulla fragilità del tufo.
1916 e 1937: due ponti sul Biedano
Nel 1916 il Ponte del Diavolo viene restaurato; nel 1937 la strada moderna scavalca la forra con un nuovo ponte, alto circa sessanta metri, che passa sopra l'opera romana. Da allora il ponte antico non porta più traffico ed è diventato ciò che è oggi: il monumento più fotografato di Blera.
1927 e 1952: la provincia e il nome
Nel 1927 Bieda passa dalla provincia di Roma alla neonata provincia di Viterbo. Nel 1952 il comune riprende il nome antico di Blera. Nel 1958 e 1959 arrivano i decreti che riconoscono stemma e gonfalone con l'immagine di san Vivenzio. In mezzo, due guerre mondiali costano al paese 36 militari e 44 civili, questi ultimi morti per rappresaglie e bombardamenti: un tributo pesante per un comune di poche migliaia di anime.
1956-1963: il re di Svezia scava a San Giovenale e Luni
Fra la fine degli anni Cinquanta e il 1963 l'Istituto svedese di studi classici di Roma, con la presenza attiva di re Gustavo VI Adolfo, scava San Giovenale e poi, dal 1960 al 1963, Luni sul Mignone. Sono le campagne che fissano la cronologia dell'età del bronzo nell'Italia centrale e che portano alla luce le case etrusche di San Giovenale, uno dei pochi abitati etruschi scavati in estensione. Nello stesso 1961 chiude la stazione di Blera sulla ferrovia Orte-Civitavecchia: il paese perde il treno nell'anno in cui guadagna un posto nella storia dell'archeologia.
1984 e 1994: il parco e il museo
Il 17 luglio 1984 la Regione Lazio istituisce con la legge 41 il parco suburbano Marturanum nel comune di Barbarano Romano, che protegge le forre del Biedano a monte di Blera. Nel 1994 nasce il Museo civico di Blera, intitolato a Gustavo VI Adolfo, e nel 2002 apre la sezione Il cavallo e l'uomo. Sono le due date della tutela, quelle che hanno trasformato un patrimonio diffuso in un sistema.
Chi è passato da Blera (VT)
La domanda su chi sia passato da Blera merita una risposta onesta, e la risposta onesta è che da Blera è passato quasi chiunque abbia attraversato l'Etruria interna per venticinque secoli, ma pochi si sono fermati a firmare il registro. Non è un paese di grandi nomi. È un paese di transiti, con qualche nome vero in mezzo. Ed è proprio nella qualità di questi transiti che si legge la sua storia.
Gli Etruschi senza nome, e i due con il nome
Il primo passaggio è collettivo e anonimo: le comunità etrusche che fra l'VIII e il VI secolo avanti Cristo strutturano l'abitato sullo sperone e cominciano a scavare le pareti delle forre. Non conosciamo quasi nessuno di loro per nome, e questa è la condizione normale del mondo etrusco fuori dalle grandi aristocrazie di Tarquinia, Vulci e Cerveteri. Conosciamo però il loro lavoro, e il lavoro dice moltissimo: dice di una società con competenze tecniche notevoli, con una committenza in grado di ordinare tombe monumentali, con un rapporto codificato fra architettura funeraria e status. Due nomi, però, li abbiamo, incisi nella pietra: Fel Usuie, sepolto in una tomba ellenistica di Pian del Vescovo, e Marce Spurina, il cui sarcofago con l'iscrizione ta muthna Marces Spurinas, questa è la tomba di Marce Spurina, viene dal settore di Pariano ed è al Museo nazionale di Tarquinia. Gli Spurinna erano una delle grandi famiglie tarquiniesi, e trovarne uno sepolto a Blera dice quanto il paese fosse legato alla città maggiore.
I Romani della via Clodia: Plinio, Strabone, Tolomeo
Il secondo passaggio è quello romano, e ha un nome che è insieme individuale e istituzionale: la via Clodia. Le strade romane prendevano il nome dal magistrato che ne aveva promosso la costruzione, e sull'identificazione precisa del Clodio in questione gli studiosi discutono senza essere arrivati a una conclusione unanime. Quello che è certo è che l'apertura di questa arteria trasformò Blera da centro etrusco periferico a stazione su una direttrice statale. Da quel momento, chi percorreva l'itinerario interno fra Roma e l'Etruria settentrionale passava di qui: magistrati, militari, mercanti, corrieri, funzionari fiscali, pellegrini in età tarda, un flusso continuo di gente che scavalcava le forre sui ponti che oggi fotografiamo. E Blera entra nei libri: Plinio il Vecchio la elenca fra le città minori dell'Etruria, Strabone e Tolomeo la registrano nelle loro geografie. Nessuno dei tre, con ogni probabilità, ci mise piede; ma la scrissero, e per un paese di tufo essere scritto da Plinio è già un modo di passare alla storia.
Vivenzio, Senzia, Sabiniano: i santi e il papa
Il terzo passaggio è ecclesiastico. Vivenzio, vescovo dal 457, eremita nella grotta di Norchia secondo la tradizione, è il primo nome cristiano di Blera e ne è ancora il patrono; Senzia, martire del IV-V secolo, è compatrono e ha una cappella in paese e una festa la seconda domenica di giugno; sant'Ermete è il terzo compatrono, festeggiato in agosto. Sabiniano, nato a Blera, fu papa dal 604 al 606. Per sei secoli, poi, vescovi, legati pontifici, esattori del Patrimonio di San Pietro hanno percorso queste strade, e la documentazione d'archivio conserva atti, controversie territoriali, conferme di possessi: il tipo di storia che non produce monumenti ma che struttura la vita di una comunità molto più profondamente di qualunque evento clamoroso.
Liutprando, Desiderio, Federico II, gli Anguillara
Il quarto passaggio è quello degli eserciti. Liutprando nel 739, Desiderio nel 772, le truppe di Federico II nel 1247: tre volte in cinque secoli Bieda è stata presa o distrutta da chi scendeva o saliva lungo la Clodia, perché una strada che porta i mercanti porta anche i soldati. Poi i Prefetti di Vico, signori della Tuscia dal loro castello e costruttori della rocca di San Giovenale, e gli Anguillara, feudatari dal 1400 e di nuovo dal 1516, il cui dominio nella Tuscia Paolo II smantellò nel 1465. Il Palazzaccio è la loro impronta, e il nome che il paese gli ha dato è il giudizio storico dei blerani sui loro baroni.
George Dennis e i viaggiatori dell'Ottocento
Il quinto passaggio è quello dei viaggiatori moderni, e qui il discorso diventa più interessante. Fra Settecento e Ottocento l'Europa colta scopre l'Etruria. Studiosi, disegnatori, antiquari britannici, tedeschi e francesi percorrono la Tuscia con taccuini e strumenti da rilievo, cercando tombe, iscrizioni, ceramiche. Il più celebre è George Dennis, il console inglese che nel 1848 pubblicò The Cities and Cemeteries of Etruria, il libro che ha fatto conoscere gli Etruschi al mondo anglosassone: Dennis venne a Bieda, descrisse i ponti e le necropoli, e le sue pagine sono ancora oggi la lettura più bella da portarsi dietro sul sentiero. È la stagione che porta alla riscoperta delle necropoli rupestri della valle del Biedano, di Norchia, di Castel d'Asso, e che produce quella straordinaria letteratura di viaggio in cui l'entusiasmo archeologico si mescola al gusto romantico per la rovina immersa nel bosco. Non tutti quei viaggiatori furono benefattori. La stagione delle scoperte fu anche la stagione degli scavi non documentati, delle collezioni private costruite senza criterio, delle esportazioni. Molti materiali provenienti dal territorio blerano hanno preso la via dei musei europei e delle raccolte private, perdendo per sempre il legame con il contesto di rinvenimento, e agli scavi ottocenteschi si è sommato nel Novecento il fenomeno degli scavi clandestini.
Gustavo VI Adolfo e gli archeologi del Novecento
Il sesto passaggio è quello degli archeologi del Novecento, e qui la storia diventa positiva. Nel 1915 l'Istituto germanico rileva Pian del Vescovo. Fra la fine degli anni Cinquanta e il 1963 l'Istituto svedese, con il re Gustavo VI Adolfo che scava di persona, riporta alla luce San Giovenale e Luni sul Mignone. Nel 1976 Stefania Quilici Gigli pubblica la topografia antica della città e del territorio, nel 2005 Ceci e Schiappelli il volume su Blera e le sue necropoli, nel 2014 Foddai lo studio sui cunicoli e gli impianti idraulici preromani. Il lavoro non è concluso e probabilmente non lo sarà mai, perché il territorio è vastissimo e la vegetazione nasconde ancora moltissimo. Ma chi cammina oggi lungo i sentieri lo fa grazie a decenni di ricognizioni pazienti condotte da persone che hanno battuto queste forre metro per metro. Per chi legge in inglese, la guida di ItalyPlanner ai piccoli paesi del Lazio è il modo di collocare Blera accanto a Viterbo, Bomarzo e Civita di Bagnoregio prima di scegliere dove dormire.
I pastori, i carbonai, i butteri
C'è poi un ultimo insieme di persone passate da Blera che non compare in nessuna cronaca e che considero il più importante: i pastori, i carbonai, i contadini, i butteri a cavallo che per secoli hanno lavorato queste valli e a cui il museo civico ha dedicato un piano intero. Sono loro che hanno riusato le tombe come stalle, che hanno tenuto aperti i sentieri, che hanno tramandato i nomi dei luoghi, Pian del Vescovo, il Borsello, la Molella, le Campane di Roma. Senza il loro passaggio quotidiano, ripetuto per generazioni, questo territorio sarebbe oggi un bosco impenetrabile in cui nessuna necropoli sarebbe più raggiungibile. La conservazione del paesaggio archeologico blerano, prima ancora che agli istituti di tutela, si deve a chi ci ha vissuto dentro.

Blera (VT) con i bambini e l'accessibilità
Con i bambini Blera funziona a condizione di scegliere bene. Il centro storico, piccolo e senza traffico, si gira con un passeggino solo in parte, perché i vicoli hanno gradini e i profferli sono fatti di scale; una fascia o uno zaino porta-bimbo risolvono. Il Museo civico, con i diorami sul cavallo, i suoni d'ambiente e gli audiovisivi, è pensato proprio per i più piccoli ed è la tappa da mettere a metà giornata, quando fuori fa caldo. Il Ponte del Diavolo si raggiunge da piazza Papa Giovanni XXIII con un quarto d'ora di discesa su sentiero: dai sei anni in su, con scarpe chiuse, è una piccola avventura che ricordano; il colombario con la scala metallica e la torcia è il momento che piace di più ai ragazzini fra gli otto e i dodici anni. Pian del Vescovo, con l'anello di nove chilometri, è per chi ha gambe da escursione. Il Centro Antiquitates a Civitella Cesi, con il villaggio preistorico ricostruito e i laboratori, è l'alternativa giusta per una famiglia che vuole capire San Giovenale senza camminare nel tufo. Quanto all'accessibilità in carrozzina: il paese ha tratti pianeggianti lungo via Roma e la chiesa è raggiungibile, mentre ponti, Cava Buia, colombario e necropoli sono sentieri di terra e roccia e restano fuori portata. Nessun sito archeologico del comune ha servizi igienici, acqua o illuminazione: si parte attrezzati dal paese.
Cosa mangiare a Blera (VT)
La cucina di Blera è quella della Maremma laziale interna, contadina e pastorale, e i due piatti che il paese rivendica sono gli gnocchi al castrato, con il sugo di carne di montone che qui si cucina lentamente e che ha una sagra ad agosto, e le fettuccine al tartufo, perché i boschi di cerro intorno alle forre danno tartufo nero. Il dolce è la rocciata, un rotolo di pasta ripieno di nocciole Tonda Gentile Romana, la varietà che ha fatto la fortuna dei Monti Cimini e che a Blera entra in tutto ciò che è dolce. Poi olio, formaggi pecorini, insaccati caserecci, vino dei colli. Non è una cucina di ristoranti stellati e non ha bisogno di esserlo: è una cucina di trattorie e di sagre, dove il piatto arriva com'è e costa il giusto. Il consiglio, già detto, è di prenotare la cena e di tenere il pranzo leggero, per non perdere il primo pomeriggio nelle forre. Se capitate a novembre, per San Martino, la festa delle cantine apre le grotte scavate sotto le case del centro: vino nuovo, castagne, e l'occasione rara di entrare in quelle cavità che sono il rovescio domestico delle tombe etrusche.
Cosa vedere intorno a Blera (VT)
Nel raggio di mezz'ora d'auto il territorio offre più di quanto un fine settimana possa contenere. A dieci minuti, Barbarano Romano e la necropoli di San Giuliano dentro il Parco Marturanum, con le tombe a dado e la Tomba della Regina. A un quarto d'ora, Vetralla e, nel suo comune, Norchia, la più monumentale delle necropoli rupestri. A venti minuti, Sutri con l'anfiteatro scavato nel tufo e il mitreo, e Capranica. A venticinque minuti, Viterbo con il quartiere medievale di San Pellegrino e il Museo archeologico nazionale alla Rocca Albornoz, dove è finita la sfinge di Pian del Vescovo. A mezz'ora, Tuscania, con San Pietro e Santa Maria Maggiore, e Tarquinia con le tombe dipinte e il museo di Palazzo Vitelleschi. Verso sud, il lago di Bracciano e la faggeta di Oriolo Romano, lungo la vecchia Clodia; verso est, il lago di Vico e Caprarola con Palazzo Farnese. Chi progetta il viaggio dall'estero e vuole un quadro delle gite possibili partendo da Roma trova nella guida in inglese di ItalyPlanner alle gite di un giorno da Roma le distanze e i tempi con cui misurare anche una giornata in Tuscia.
Domande veloci su Blera (VT)
Quanto costa visitare Blera (VT)?
Niente. Centro storico, chiesa, Ponte del Diavolo, Ponte della Rocca, Cava Buia, colombario, necropoli di Pian del Vescovo, Casetta, Terrone e Cimiterio, San Giovenale e Luni sul Mignone sono tutti a ingresso libero, senza biglietteria. L'unico costo possibile è il biglietto del Museo civico, che si chiede al Comune (0761 470093).
Quanto dista Blera da Roma e quanto ci vuole?
Circa 75 chilometri. In auto, per la Cassia e Vetralla o per l'Aurelia e Monte Romano, un'ora e un quarto senza traffico. Con i mezzi pubblici serve mezza giornata fra treno per Viterbo o Capranica e autobus Cotral, oppure una delle poche corse Cotral dirette da Saxa Rubra o Cornelia.
Si può arrivare a Blera (VT) in treno?
Non direttamente: la stazione di Blera è chiusa dal 1961 e la ferrovia Orte-Civitavecchia è dismessa. Il treno arriva a Viterbo o a Capranica-Sutri (linea FL3 da Roma), poi si prosegue in autobus Cotral.
Quanto tempo serve per visitare Blera (VT)?
Una giornata piena per paese, Ponte del Diavolo, Cava Buia, colombario e Pian del Vescovo. Mezza giornata basta solo scegliendo una cosa: il paese e un ponte, oppure una necropoli. Due giorni per aggiungere San Giovenale, Luni sul Mignone o Barbarano Romano.
Quanto è lungo l'anello escursionistico di Blera?
L'anello più frequentato parte da piazza Papa Giovanni XXIII, scende al Ponte del Diavolo, passa la Cava Buia e il colombario, sale a Pian del Vescovo e torna in paese: circa 9 chilometri, 200 metri di dislivello, tre ore, difficoltà escursionistica.
Le tombe etrusche di Blera (VT) sono recintate o custodite?
No. Sono all'aperto, dentro le forre, senza custodi, senza illuminazione e senza servizi. Si visitano camminando sui sentieri, con torcia per le camere. Alcune sono su terreni privati o in zone franose: si resta sui percorsi segnalati.
Cos'è una tomba a dado?
Una tomba etrusca ricavata per sottrazione dalla parete di tufo: un blocco cubico isolato su tre lati, con la facciata decorata da cornici che imita una casa, e la camera sepolcrale scavata sotto o dietro. A Blera se ne vedono a Pian del Vescovo, presso il Ponte della Rocca, a Petrolo e nel Cimiterio, datate al VI-V secolo avanti Cristo.
Dov'è la Tomba della Sfinge di Blera?
Nella necropoli di Pian del Vescovo, a circa due chilometri dal paese sulla riva destra del Biedano. È una tomba a doppia camera; la sfinge che le dà il nome è al Museo archeologico nazionale di Viterbo.
Quanto è antico il Ponte del Diavolo di Blera (VT)?
È romano, del I secolo avanti Cristo, costruito per far passare la via Clodia sul Biedano: tre arcate in peperino, la centrale alta 7,80 metri. Il Ponte della Rocca è di poco più antico, del II secolo avanti Cristo. Il ponte moderno che passa sopra il Ponte del Diavolo è del 1937.
Cos'era la via Clodia?
Una strada consolare romana che si staccava dalla Cassia fuori Roma, costeggiava il lago di Bracciano e attraversava la Tuscia interna toccando Blera, Norchia e Tuscania fino a Cosa, in Maremma. A Blera ne restano i due ponti e la tagliata della Cava Buia; il suo tracciato è ancora oggi il percorso della processione della Madonna della Selva e dei pellegrinaggi a Norchia.
Perché Blera si chiamava Bieda?
Bieda è la forma volgare medievale del latino Blera, il nome con cui Plinio, Strabone e Tolomeo citano la città. È rimasto il nome ufficiale del comune fino al 1952, quando si è tornati a Blera.
Cosa c'è nel Museo civico di Blera (VT)?
Una mostra permanente intitolata Il cavallo e l'uomo: una sezione preistorica sull'evoluzione degli equidi e la domesticazione, e una sezione etnoantropologica sui butteri, sul lavoro nei campi e sul cavallo nelle feste della Maremma laziale, con circa seicento oggetti, diorami e audiovisivi. È in via Umberto I 54.
Chi è san Vivenzio e quando si festeggia?
Il primo vescovo di Blera, dal 457 al 484, patrono del paese, sepolto nella cripta della chiesa di Santa Maria Assunta. La festa principale è l'11 dicembre; due pellegrinaggi a piedi verso la sua grotta di Norchia si tengono il lunedì di Pasqua e la seconda domenica di maggio.
Blera (VT) è adatta ai bambini?
Sì, dai sei anni, per il museo, la discesa al Ponte del Diavolo e il colombario con la torcia; il Centro Antiquitates a Civitella Cesi ha un villaggio preistorico ricostruito con laboratori. Le necropoli sono escursioni vere e richiedono gambe da camminata.
Blera è accessibile in sedia a rotelle?
Il paese in parte, lungo via Roma e fino alla chiesa. Ponti, Cava Buia, colombario e necropoli sono sentieri di terra e roccia con dislivelli e non sono accessibili.
Dove si parcheggia a Blera (VT)?
Gratuitamente lungo le vie di accesso al centro storico e in piazza Papa Giovanni XXIII, da cui parte il sentiero per il Ponte del Diavolo. Per San Giovenale e Luni sul Mignone l'auto si lascia lungo la strada comunale per Civitella Cesi.
Che differenza c'è fra Blera e Barbarano Romano?
Sono a dieci minuti l'una dall'altra sullo stesso Biedano. Barbarano ha la necropoli di San Giuliano dentro il Parco Marturanum, con sentieri più segnalati e una gestione da area protetta; Blera ha i due ponti romani, la Cava Buia, il colombario, più necropoli sparse e due siti preistorici, ma tutto fuori da un parco. Si completano: un giorno ciascuna.
Che differenza c'è fra Blera e Norchia?
Norchia, nel comune di Vetralla a 14 chilometri lungo la Clodia, ha le facciate rupestri più monumentali d'Etruria, con tombe a tempio. Blera ha necropoli più diffuse e meno scenografiche, ma ha i ponti, il paese vivo e il museo. Vedere prima Blera e poi Norchia è l'ordine giusto.
Quando conviene andare a Blera (VT)?
Primavera (aprile-giugno) e autunno (fine settembre-novembre) per le forre e la luce. Feste: seconda domenica di giugno San Senzia, luglio Cavalli in Piazza, agosto sagra e Sant'Ermete, seconda domenica di settembre Madonna della Selva, novembre festa delle cantine, 11 dicembre San Vivenzio.
Cosa si mangia a Blera?
Gnocchi al castrato, fettuccine al tartufo, la rocciata alle nocciole Tonda Gentile Romana, pecorino, insaccati, olio e vino locali.
Si possono fare foto nelle tombe e nella chiesa?
Nelle necropoli sì, senza limiti, ma senza arrampicarsi sulle facciate. In chiesa sì, fuori dalle funzioni e senza flash sulle tele. Nel museo si chiede al personale.
C'è un ufficio turistico a Blera (VT)?
Non un ufficio con orari da località turistica. Il riferimento è l'ufficio cultura del Comune al numero del museo, 0761 470093; per il versante del parco, la sede del Marturanum a Barbarano Romano, 0761 414507.
Perché Blera (VT) vale la deviazione
Ho accompagnato gruppi a Tarquinia e a Cerveteri per vent'anni, e continuerò a farlo, perché sono i luoghi dove gli Etruschi si capiscono in un pomeriggio. Ma quando qualcuno mi chiede dove andare per sentirli, invece che per capirli, rispondo Blera. Non per il paese, che è bello ma non più di altri; non per i ponti, che sono straordinari ma si vedono in un'ora. Per la condizione. A Pian del Vescovo, nel tardo pomeriggio di un giorno feriale di ottobre, con la luce che entra di taglio e le facciate che emergono dal verde una dopo l'altra, si è soli con una città dei morti che nessuno ha messo sotto vetro. È un'esperienza che nella Tuscia si va rarefacendo e che qui, per ora, resiste. Andateci prima che qualcuno decida di metterci una biglietteria; e quando ci sarete, sedetevi, e aspettate che il tufo parli.
Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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