Necropoli della Banditaccia – Antica Caere – Necropoli etrusca di Cerveteri

Ci sono luoghi che si visitano e luoghi in cui si entra. La Banditaccia appartiene alla seconda categoria, e me ne accorgo ogni volta che varco il cancello e mi trovo davanti quella cosa che nessuna fotografia riesce a rendere: una città. Non le rovine di una città, non il ricordo archeologico di una città, ma una vera e propria città, con le sue strade, i suoi isolati, i suoi quartieri residenziali e i suoi quartieri popolari, le sue case allineate lungo le vie principali e le sue costruzioni monumentali disposte come le ville dei ricchi. Solo che qui non ha mai abitato nessuno di vivo. È la città che gli Etruschi di Caere costruirono per i loro morti, e la costruirono con una cura, una pazienza e una precisione urbanistica che nel Mediterraneo del VII secolo avanti Cristo non aveva paragoni.

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

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Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

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L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Siamo a Cerveteri, provincia di Roma, quaranta chilometri scarsi a nord-ovest della capitale, su un pianoro di tufo che guarda verso il mare e verso i Monti della Tolfa. L'area archeologica si estende su circa venti ettari, di cui una decina aperti al pubblico, e contiene qualcosa come ventimila tombe a camera scavate, costruite, decorate e riempite nell'arco di quasi mille anni. Ventimila. Il numero è talmente grande che smette di significare qualcosa, quindi provo a tradurlo: se vi fermaste un minuto davanti a ciascuna tomba, senza pause, senza mangiare e senza dormire, vi servirebbero quasi quattordici giorni consecutivi per finire il giro. Nessuno lo fa, ovviamente. Ma il fatto che si potrebbe teoricamente farlo dice tutto sulla scala del posto.

Vi accompagno dentro. Non con la fretta di chi elenca monumenti, ma con la calma di chi conosce le strade e sa dove vale la pena fermarsi, dove conviene guardare in alto, dove il tufo racconta una storia che nei libri non è scritta. La Banditaccia premia chi rallenta. È l'unica raccomandazione seria che mi sento di fare prima ancora di cominciare.

Necropoli della Banditaccia - Antica Caere – Necropoli etrusca di Cerveteri: perché questo posto è unico al mondo

Comincio dalla cosa che sorprende chiunque, anche chi arriva già preparato. Degli Etruschi noi non abbiamo praticamente nulla di architettura domestica. Le loro città erano costruite in materiali deperibili — legno, mattoni crudi, argilla, tetti di paglia e poi di terracotta — e sono state sistematicamente cancellate: dai Romani che ci hanno costruito sopra, dal medioevo che ci ha costruito sopra ancora, dall'agricoltura che ha spianato tutto il resto. Delle case etrusche, nella pratica, restano fondazioni, buche di palo, frammenti di rivestimento fittile. Un puzzle con il novanta per cento dei pezzi mancanti.

E allora come facciamo a sapere com'era fatta una casa etrusca del VII secolo avanti Cristo? Lo sappiamo perché gli Etruschi di Caere hanno scavato nel tufo, per i loro morti, delle riproduzioni fedeli delle proprie abitazioni. Non simboliche, non allusive: fedeli. Con il tetto a doppio spiovente riprodotto nella roccia, con la trave di colmo scolpita anche se non regge niente, con i travicelli laterali intagliati uno per uno, con gli architravi delle porte, con i letti a piedi torniti, con i cuscini, con le sedie, con le finestre finte. Hanno copiato nella pietra ciò che nella vita costruivano in legno. Il risultato è che la Banditaccia è, letteralmente, il documento più completo che possediamo sull'architettura domestica etrusca. Per capire come vivevano, bisogna guardare dove morivano.

Questo è il motivo tecnico per cui l'UNESCO, nel 2004, ha iscritto la necropoli nella Lista del Patrimonio Mondiale insieme alla necropoli dei Monterozzi di Tarquinia, sotto la denominazione congiunta di Necropoli etrusche di Cerveteri e Tarquinia. I due siti sono complementari e la commissione lo scrisse con chiarezza: Tarquinia conserva la pittura, con circa duecento tombe dipinte che costituiscono la principale testimonianza superstite di pittura figurativa del Mediterraneo preromano; Cerveteri conserva l'architettura, e in particolare la struttura urbanistica di una necropoli concepita come città. Insieme coprono nove secoli di civiltà, dal IX al I secolo avanti Cristo. Insieme raccontano un popolo che i Romani hanno assorbito, sostituito e in buona parte dimenticato.

Dove si trova, come ci si arriva e cosa aspettarsi all'ingresso

La necropoli si trova in via della Necropoli Etrusca, a poco più di due chilometri dal centro storico di Cerveteri, in una zona di campagna che ha conservato un suo silenzio. Chi viene da Roma in automobile prende l'Aurelia oppure l'autostrada A12 in direzione Civitavecchia, esce a Cerveteri-Ladispoli e sale verso il paese: dalla costa al pianoro sono una decina di chilometri di strada che passa in mezzo agli orti, ai vigneti e a qualche fabbricato senza grazia, e poi improvvisamente si apre sul borgo medievale arroccato. La necropoli è indicata, il parcheggio è ampio e sterrato, e già dal parcheggio si intuisce qualcosa: quei rilievi coperti d'erba che si vedono al di là della recinzione non sono colline naturali.

Chi arriva con i mezzi pubblici

Chi non ha l'automobile può usare il treno della linea regionale che collega Roma a Civitavecchia e scendere a Marina di Cerveteri o a Ladispoli-Cerveteri, per poi proseguire con l'autobus locale che sale al paese; in alternativa esistono collegamenti su gomma diretti da Roma. Vi avviso onestamente: l'ultimo tratto, dal centro di Cerveteri alla necropoli, non è servito con la frequenza che meriterebbe, e più di una volta ho visto visitatori percorrerlo a piedi. Sono venticinque minuti di camminata in leggera salita, gradevoli in primavera e in autunno, decisamente meno gradevoli a luglio alle due del pomeriggio. Verificate sempre gli orari aggiornati sul sito ufficiale del Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia prima di partire, perché stagionalità e giorni di chiusura cambiano.

Quanto tempo serve davvero

La domanda che mi fanno tutti. La risposta breve è: due ore per il giro principale, tre ore per farlo con calma, mezza giornata se volete aggiungere il Museo Nazionale Cerite in paese, una giornata intera se volete anche il borgo e magari una deviazione a Ceri o al mare di Santa Severa. La risposta lunga è che la Banditaccia non è un museo con un percorso obbligato: si cammina liberamente lungo le vie sepolcrali, si entra nelle tombe aperte, si torna indietro, ci si perde un po'. Il tempo si dilata. Ho visto persone entrare convinte di cavarsela in un'ora e uscire dopo tre, con l'aria di chi non ha ancora finito. Prendetela come un avvertimento affettuoso.

Caere prima della necropoli: come nasce una metropoli etrusca

Per capire la Banditaccia bisogna capire chi l'ha costruita, e chi l'ha costruita era una delle città più ricche e potenti del Mediterraneo occidentale. Si chiamava Kaisra o Chaisrie in etrusco, Agylla per i Greci, Caere per i Romani, e da Caere Vetus — la vecchia Caere, dopo che gli abitanti si erano trasferiti altrove nel medioevo — deriva per corruzione il nome attuale di Cerveteri. La città sorgeva su un pianoro tufaceo di circa centocinquanta ettari, difeso naturalmente dai valloni dei torrenti Manganello e Mola, in una posizione che univa due vantaggi decisivi: il controllo di un tratto di costa tirrenica con più approdi, e la prossimità ai giacimenti metalliferi dei Monti della Tolfa.

Il metallo è la chiave di tutto. Nel Mediterraneo dell'età del ferro il rame e il ferro erano ciò che il petrolio è stato per il Novecento, e l'Etruria meridionale ne era piena. Caere si trovava esattamente nel punto giusto per estrarlo, lavorarlo e venderlo, e per farlo aveva bisogno di porti. Ne ebbe tre: Pyrgi, l'attuale Santa Severa, il più importante; Alsium, oggi Palo Laziale presso Ladispoli; e Punicum, corrispondente a Santa Marinella. Tre scali su una ventina di chilometri di costa, collegati alla città da strade che tagliavano il tufo. Non conosco molte altre città antiche che si siano permesse un lusso simile.

Dal villaggio villanoviano alla città

Il processo comincia nel IX secolo avanti Cristo, in piena cultura villanoviana, quando sul pianoro e sulle alture circostanti si insediano gruppi di capanne sparse. Le sepolture di questa fase sono semplici: pozzetti scavati nel tufo, dentro i quali si depone un'urna biconica di impasto contenente le ceneri del defunto, coperta talvolta da un elmo o da una scodella rovesciata. Corredi minimi: fibule, rasoi, fusaiole, qualche vaghetto di pasta vitrea. Una società ancora orizzontale, o che almeno non sente il bisogno di dichiarare le proprie differenze nella morte.

Poi, fra la fine dell'VIII e l'inizio del VII secolo, succede qualcosa di enorme. I villaggi si fondono in un unico organismo urbano, arrivano navi greche e fenicie, arriva la scrittura, arrivano l'oro e l'avorio e le tecniche di oreficeria a granulazione, e arriva soprattutto un'aristocrazia che vuole essere vista. È il periodo che gli archeologi chiamano Orientalizzante, ed è il momento in cui la Banditaccia diventa quello che vediamo oggi: perché è allora che nascono i tumuli.

Il tufo, materia prima di tutto

C'è un elemento che spiega la Banditaccia più di qualunque considerazione storica, ed è geologico. Il pianoro di Cerveteri è formato da tufo, la roccia vulcanica prodotta dagli apparati eruttivi dei Sabatini e dei Vicani, e il tufo ha una proprietà meravigliosa per chi debba scavare: appena estratto è tenero, si lavora con attrezzi di ferro come si lavorerebbe un legno duro, e una volta esposto all'aria indurisce progressivamente. In pratica gli Etruschi avevano a disposizione un materiale che si lasciava intagliare come burro e poi si comportava come pietra.

Provate a tenerlo presente mentre camminate. Ogni camera funeraria che vedete è stata cavata a mano, a colpi di scalpello, da uomini che dovevano portare fuori il materiale di risulta secchio dopo secchio. Una tomba a camera di medie dimensioni comporta l'asportazione di parecchi metri cubi di roccia; un grande tumulo del VII secolo ne comporta decine. Moltiplicate per ventimila e avrete un'idea del lavoro accumulato in questi venti ettari. È il tipo di calcolo che gli archeologi chiamano stima dell'energia costruttiva, e alla Banditaccia dà risultati impressionanti.

Perché il tufo condiziona anche la conservazione

Il rovescio della medaglia è che il tufo è poroso, assorbe acqua e, quando l'acqua evapora, lascia sali che cristallizzano e sfaldano la superficie. Questo spiega perché alcune tombe siano chiuse da cancelli o vetrate, perché altre siano visitabili solo in occasioni particolari, perché il Parco Archeologico gestisca gli accessi con criteri conservativi che a volte deludono il visitatore desideroso di entrare ovunque. Non è burocrazia: è che l'umidità del respiro di trenta persone in una camera di venti metri quadrati fa danni misurabili. Se trovate una tomba chiusa, prendetela come il prezzo che paghiamo perché ci sia ancora qualcosa da vedere fra cinquant'anni.

I tumuli: quando l'aristocrazia inventò il monumento

Il tumulo è la forma che rende la Banditaccia riconoscibile a colpo d'occhio: un enorme tamburo circolare di tufo, spesso rivestito da un basamento modanato, sormontato da una calotta di terra oggi coperta d'erba e di alberi. Dentro, una o più tombe a camera con corridoio d'accesso. Fuori, la dichiarazione politica più chiara che una famiglia potesse fare nel VII secolo avanti Cristo: noi siamo qui, noi contiamo, e vogliamo che si veda da lontano.

I diametri variano moltissimo. Ci sono tumuli modesti di sette o otto metri e ci sono giganti che superano i quaranta metri, con il Tumulo del Colonnello e il Tumulo Mengarelli fra i più imponenti dell'area visitabile. Alcuni raggiungono e superano i cinquanta metri di diametro nei settori non aperti al pubblico. Immaginate questa distesa senza l'erba e senza gli alberi, con il tufo appena tagliato che è di un giallo-ocra chiaro, quasi luminoso: una selva di dischi bianchissimi che si vedeva dal mare. Perché è questo il punto: i tumuli erano segnali. Chi arrivava a Caere dalla costa vedeva prima la città dei morti e poi quella dei vivi.

Come è fatto un tumulo per dentro

La struttura tipica prevede un tamburo circolare ricavato in parte scavando il banco di tufo e in parte costruendo con blocchi squadrati, un dromos cioè un corridoio d'accesso a cielo aperto o coperto che scende dolcemente verso l'interno, e poi una o più camere. Nelle versioni più antiche la camera è una sola, con soffitto a doppio spiovente e banchine laterali per la deposizione. Nelle versioni evolute si arriva a veri appartamenti: un vestibolo, due celle laterali, una camera di fondo, esattamente come nelle case a pianta mediana della stessa epoca.

Un dettaglio che segnalo sempre e che quasi nessuno nota da solo: molti tumuli non contengono una sola tomba, ma più tombe scavate in momenti diversi lungo il perimetro. Il tumulo era un investimento fondiario familiare, e le generazioni successive ci si aggiungevano scavandosi il proprio ingresso. Quando guardate la base di un grande tumulo e vedete due, tre, quattro porte distinte affacciate su lati diversi, state guardando l'albero genealogico di una famiglia caeretana scritto nel tufo, e potete quasi datare i rami dalla forma degli architravi.

Il basamento modanato e il gusto per il dettaglio

I tumuli più curati hanno alla base una modanatura continua, una specie di cornice sagomata che gira per tutta la circonferenza. Non serve strutturalmente a niente. Serve a dire che quel tumulo è stato pagato bene. È esattamente lo stesso principio per cui oggi un palazzo di pregio ha il basamento in travertino e uno anonimo ha l'intonaco: gli Etruschi ci arrivarono con ventisette secoli d'anticipo, e con un gusto migliore.

La Tomba della Capanna, ovvero la casa etrusca fossilizzata

Se dovessi scegliere una sola tomba per spiegare a qualcuno perché la Banditaccia è importante, sceglierei questa, che pure non è la più bella né la più ricca. La Tomba della Capanna è una delle più antiche tombe a camera del sito, ricavata all'interno di un tumulo, e riproduce nel tufo la struttura di una capanna dell'età del ferro: le pareti basse leggermente inclinate, il tetto a due spioventi con il colmo scolpito, e sulla superficie della roccia l'imitazione dell'orditura del tetto, i pali, i travicelli, perfino la resa della copertura vegetale.

È un documento di valore inestimabile. Le capanne villanoviane noi le conosciamo dalle urne a capanna, cioè da piccoli contenitori di terracotta a forma di casa usati per le ceneri, e dalle tracce nel terreno: buche di palo, canaline di gronda, battuti di argilla. Sono indizi. Qui invece c'è la cosa, riprodotta a grandezza naturale da qualcuno che quelle capanne le vedeva tutti i giorni. È come se di un'automobile degli anni Cinquanta ci fossero rimaste soltanto le tracce dei pneumatici, e improvvisamente qualcuno trovasse un calco integrale della carrozzeria.

Mi fermo sempre qualche minuto in più in questa camera, di solito in silenzio, perché il pensiero che mi viene è banale ma non riesco a scacciarlo: l'artigiano che intagliò questo soffitto stava riproducendo la casa in cui era nato. Non un'idea di casa. La sua. Alzava gli occhi al soffitto della propria capanna e poi li abbassava sul tufo e copiava. Ventisette secoli dopo io guardo il suo lavoro e vedo dove dormivano i suoi genitori.

Le tombe a dado e la rivoluzione urbanistica del VI secolo

Verso la fine del VII secolo qualcosa cambia. I tumuli monumentali costano moltissimo, occupano una quantità enorme di terreno, e a un certo punto la necropoli semplicemente non ha più spazio per continuare così. Ma non è solo una questione di metri quadrati: cambia la società. L'aristocrazia orientalizzante, quella dei principi con i carri e i troni d'avorio, lascia il posto a una classe più ampia di famiglie benestanti, mercanti, artigiani ricchi, proprietari medi. E questa classe si costruisce un tipo di tomba nuovo.

Nasce così la tomba a dado: un parallelepipedo di tufo, con la facciata piatta rivolta sulla strada, la porta al centro, la camera interna semplice con due o tre banchine. Le tombe a dado non si disperdono nel paesaggio come i tumuli: si allineano, si affiancano, condividono i muri come le case a schiera, e formano isolati regolari lungo strade rettilinee. Il risultato, nei settori del VI secolo, è un tessuto urbano ortogonale che chiunque abbia mai visto una pianta di città antica riconosce immediatamente.

Via dei Monti Ceriti e Via dei Monti della Tolfa

Sono i due assi principali di questo quartiere, e i loro nomi moderni derivano dai rilievi verso cui sono orientati. Camminarci dentro è l'esperienza più straniante della visita: si procede lungo una strada incassata nel tufo, con i fronti delle tombe a destra e a sinistra, gli ingressi regolarmente distanziati, le facciate allineate, e a un certo punto vi accorgete che state camminando in una via cittadina del VI secolo avanti Cristo. Con i numeri civici, praticamente. Nessun altro luogo etrusco restituisce questa sensazione con altrettanta forza.

Gli archeologi hanno discusso a lungo se questa regolarità della necropoli rifletta una regolarità corrispondente nella città dei vivi. L'ipotesi è affascinante e in parte confermata dagli scavi sul pianoro urbano, che hanno individuato assi stradali e isolati organizzati. Se è vero, allora Caere praticava una forma di pianificazione urbana ortogonale prima che il modello ippodameo si diffondesse nel mondo greco, il che rimescolerebbe non poco le carte di una storia che siamo abituati a raccontare a senso unico, dalla Grecia all'Italia.

Il paradosso della democratizzazione funeraria

C'è un aspetto sociale che trovo istruttivo. Il passaggio dal tumulo alla tomba a dado assomiglia moltissimo al passaggio dalla villa isolata al condominio. Meno superficie per famiglia, più famiglie sepolte, standardizzazione dei moduli, riduzione dei costi. Alcuni studiosi ci hanno letto un allargamento del ceto capace di permettersi una sepoltura dignitosa, cioè un fenomeno di mobilità sociale. Altri, più prudenti, ci vedono soprattutto una razionalizzazione delle risorse. Probabilmente hanno ragione entrambi. Quello che è certo è che nel VI secolo a Caere molte più persone di prima potevano permettersi una camera di pietra con il proprio nome inciso sull'architrave.

La Via degli Inferi, la strada con il nome più bello dell'archeologia italiana

Fuori dal recinto principale, in un vallone che scende verso il torrente Manganello, corre una strada scavata nel tufo che l'archeologo Raniero Mengarelli individuò nel 1927 e battezzò Via degli Inferi. Il nome è suggestivo e in parte moderno, ma coglie perfettamente la funzione: era l'arteria che collegava la città dei vivi, sul pianoro di Caere, alla città dei morti della Banditaccia. Il percorso che facevano i cortei funebri.

È un tratto di strada straordinario, largo a tratti diversi metri, con le pareti di tufo che salgono per parecchi metri su entrambi i lati fino a formare una vera trincea, e con i solchi dei carri ancora visibili nel piano stradale in alcuni punti. Solchi di carri etruschi e poi romani, perché la via continuò a essere usata per secoli. Nelle pareti si aprono nicchie, tombe rupestri, canalette per il deflusso dell'acqua, e in più punti si vedono i tagli regolari delle cave: perché il tufo estratto per fare le tombe usciva da qui, e la strada e la cava erano la stessa cosa.

Camminarci dentro

La Via degli Inferi ha un microclima suo. Anche in piena estate, dentro quel canyon artificiale, la temperatura scende di parecchi gradi, l'aria è umida, cresce il capelvenere, le pareti sono verdi di muschio e nei punti più ombrosi l'edera scende a cascata. Si sente il rumore dell'acqua. È il tratto della visita in cui perfino i gruppi più chiassosi abbassano la voce, e non credo sia un caso: gli Etruschi che progettarono questo passaggio sapevano benissimo quale effetto produce su un essere umano scendere in una gola stretta con il cielo ridotto a una striscia sopra la testa.

L'accesso a questo settore può variare nel tempo e non sempre coincide con l'ingresso principale della necropoli: conviene informarsi al momento della visita presso il personale o sul sito del Parco Archeologico, perché la percorribilità dipende anche dalle condizioni del fondo e dalla manutenzione della vegetazione. Quando è aperta, non perdetevela per nessun motivo.

La Tomba dei Rilievi: il capolavoro assoluto

E ora arriviamo al pezzo forte, quello per cui vale la pena attraversare mezzo Lazio. La Tomba dei Rilievi fu scoperta nel 1847 e appartenne alla famiglia Matunas, una delle grandi casate caeretane della fase ellenistica. L'iscrizione dipinta ricorda che fu Vel Matunas, figlio di Laris, a farla costruire. La datazione oscilla fra la metà e la fine del IV secolo avanti Cristo, un momento in cui Caere aveva già perso la sua egemonia mediterranea ma conservava una ricchezza e una raffinatezza notevoli.

Si scende per un dromos ripido e si arriva a una camera rettangolare di circa sette metri e settanta per sei metri e mezzo, alta due metri e sessanta, con il soffitto a doppio spiovente sostenuto da due pilastri centrali. Lungo le pareti, tredici nicchie con letti funebri e trentadue posti complessivi di deposizione. Fin qui, una grande tomba di famiglia come ce ne sono altre. Poi si alzano gli occhi, e comincia la meraviglia.

Un inventario domestico scolpito in stucco

Ogni superficie disponibile — i pilastri, gli architravi, le fasce sopra le nicchie, i fianchi dei letti — è coperta da rilievi in stucco dipinto che riproducono oggetti reali a grandezza naturale, appesi come sarebbero stati appesi alle pareti di una casa. Non decorazioni astratte: oggetti. Ne elenco alcuni, perché l'elenco è il modo migliore per far capire di cosa parliamo.

Ci sono elmi, schinieri, corazze, scudi rotondi, spade nei foderi, coltellacci. Ci sono corni potori e brocche e mestoli e colini per il vino, cioè l'attrezzatura completa del banchetto. Ci sono un bastone da passeggio, una borsa, una cassetta, delle corde arrotolate, delle ciotole. C'è un tavoliere da gioco con i pezzi. Ci sono sedie pieghevoli, sgabelli, ventagli. Ci sono utensili da cucina: la padella, il mattarello, i ganci da macellaio, il coltello. Ci sono animali domestici: un cane accucciato sotto un letto, un'oca, un gatto. Ci sono corde e catenacci e chiavi.

Il risultato è che entrando nella Tomba dei Rilievi non si entra in un sepolcro: si entra in una casa arredata. Con la dispensa, con la sala del banchetto, con l'armeria di famiglia appesa al muro, con il gatto. Nessun altro monumento etrusco ci restituisce con questa precisione l'inventario materiale di una casa aristocratica del IV secolo, e nessun altro monumento ci dice altrettanto sull'idea etrusca dell'aldilà: un luogo dove si continua a vivere come si è vissuto, circondati dalle stesse cose.

Cerbero e i demoni

Poi, sotto la nicchia centrale — quella riservata alla coppia principale, marito e moglie affiancati — la scena cambia registro. Compaiono due figure in rilievo: un mostro a tre teste, che è Cerbero, e un demone infernale con caratteri serpentiformi, di identificazione discussa. Ai lati della nicchia si conservano tracce di busti fortemente danneggiati, che gli studiosi tendono a riferire ad Aita e Phersipnai, cioè le versioni etrusche di Ade e Persefone, i sovrani del mondo dei morti.

È un contrasto potentissimo. Sopra, la vita domestica nei suoi dettagli più concreti e affettuosi, fino al cane e alla padella. Sotto, il guardiano dell'oltretomba e i suoi signori. La Tomba dei Rilievi mette insieme le due cose senza cercare di conciliarle, e in questo credo che sia più onesta di molte teologie: si continua a vivere, e insieme si scende negli inferi. Gli Etruschi tenevano insieme entrambe le idee senza sentire il bisogno di risolverne la contraddizione.

Perché spesso la si vede attraverso un vetro

Gli stucchi conservano ancora tracce consistenti della policromia originale, e lo stucco dipinto è tra i materiali più fragili che l'archeologia conosca: teme l'umidità, teme gli sbalzi termici, teme il contatto. Per questo la tomba è normalmente protetta e si osserva da una vetrata, con aperture straordinarie in occasioni particolari organizzate dal Parco Archeologico. Capisco la delusione di chi vorrebbe entrare. Ma vi assicuro che anche dal vetro l'effetto resta enorme, e soprattutto vi garantisco che ha molto più senso vederla dietro un vetro oggi che non vederla affatto fra vent'anni.

La tomba che entrò in letteratura

Aggiungo un dettaglio che mi diverte raccontare. La Tomba dei Rilievi ha lasciato un'impronta anche fuori dall'archeologia, perché la necropoli di Cerveteri compare all'inizio del romanzo di Giorgio Bassani Il giardino dei Finzi-Contini, dove una gita alle tombe etrusche apre il libro e mette in moto la memoria del narratore. Una bambina, davanti alle tombe, dice che le fanno meno tristezza dei cimiteri moderni perché lì i morti sono morti da così tanto tempo che è come se non fossero mai vissuti. È una delle cose più giuste che siano state scritte su questo posto, ed è stata scritta da un romanziere, non da un archeologo.

La Tomba dei Capitelli e l'architettura del legno

Datata intorno al 570 avanti Cristo, la Tomba dei Capitelli è interamente ricavata nel tufo all'interno di un piccolo tumulo, e deve il nome a due pilastri centrali sormontati da capitelli di tipo eolico, con le volute che si aprono lateralmente come due corna. Sono i capitelli che nel mondo greco-orientale precedono e affiancano lo ionico, e trovarli qui, nell'Etruria del VI secolo, è una delle prove più eleganti di quanto Caere fosse dentro le correnti artistiche del Mediterraneo.

Ma la cosa notevole della Tomba dei Capitelli non sono i capitelli: è il soffitto. La camera riproduce con precisione ostinata la struttura lignea di un tetto reale. C'è la trave di colmo, ci sono i puntoni, ci sono i travicelli, c'è la resa dell'incastro fra gli elementi. Tutto scolpito in un blocco unico di roccia che non ha alcun bisogno di essere sostenuto, perché è roccia. È architettura mimetica allo stato puro: la pietra finge di essere legno, e finge così bene che oggi gli studiosi ricostruiscono le carpenterie etrusche partendo da qui.

Il vestibolo con le celle

La pianta merita attenzione. Si entra in un vestibolo ampio, e da questo si accede a celle laterali e a camere di fondo. È lo schema della casa a pianta mediana, con l'atrio centrale e gli ambienti disposti attorno, cioè lo schema che i Romani erediteranno e svilupperanno nella domus. Guardando questa tomba si capisce con chiarezza che l'atrio della casa romana non nasce dal nulla: ha una preistoria etrusca, e la si legge meglio nelle tombe di Cerveteri che in qualunque scavo urbano.

La Tomba delle Cinque Sedie e il culto degli antenati

Scoperta nel 1865 all'interno di un tumulo di oltre venti metri di diametro, la Tomba delle Cinque Sedie risale al VII secolo avanti Cristo e ha una struttura in apparenza ordinaria: un dromos breve, due ambienti laterali, una camera di fondo. Nella cella di sinistra, però, sono scolpite nella parete cinque sedie in fila, con davanti un tavolino e due troni. Non simboli di sedie: sedie, ricavate nel tufo.

Su quelle sedie stavano cinque statuette di terracotta a grandezza ridotta, raffiguranti personaggi seduti in atteggiamento composto. Erano gli antenati. Il complesso doveva funzionare come una sorta di cappella domestica dedicata al culto dei progenitori, davanti alla quale i vivi deponevano offerte, e la presenza del tavolino e dei troni suggerisce un rituale periodico, ripetuto, quasi un banchetto condiviso tra generazioni. Tre delle statuette si sono conservate in condizioni sufficienti a essere esposte: due si trovano al British Museum di Londra, una ai Musei Capitolini di Roma.

Questa dispersione, che oggi ci fa storcere il naso, racconta bene come funzionava il mercato antiquario dell'Ottocento. E racconta anche perché una visita alla Banditaccia è per forza una visita incompleta: il contenitore è qui, il contenuto è sparso fra Roma, Londra, Parigi, il Vaticano e una dozzina di altri musei del mondo. Ne parlo più avanti, perché è una storia che merita spazio.

Cosa ci dicono davvero quelle cinque figure

Mi soffermo su un punto che di solito viene liquidato in fretta. Il culto degli antenati implica una concezione della famiglia come entità continua nel tempo, in cui i morti restano membri attivi del gruppo e vanno nutriti, onorati, consultati. Gli Etruschi lo praticavano intensamente, e la Banditaccia nel suo insieme è la traduzione monumentale di questa idea: le tombe familiari riaperte per generazioni, le vie percorse dai cortei, i banchetti celebrati sul posto. Non era un cimitero da visitare una volta l'anno. Era un quartiere frequentato.

La Tomba Regolini-Galassi e il tesoro che cambiò l'etruscologia

Bisogna uscire dalla Banditaccia per raccontare questa storia, perché la tomba si trova nella necropoli del Sorbo, sul versante opposto del pianoro di Caere, ma è impossibile parlare di Cerveteri senza parlarne. Nel 1836 l'arciprete di Cerveteri, Alessandro Regolini, e il generale Vincenzo Galassi aprirono un tumulo del Sorbo e trovarono qualcosa che nessuno si aspettava: una tomba a camera intatta, non violata, con il corredo ancora al suo posto.

Dentro c'erano ori. Ori in quantità e in qualità tali da riscrivere quello che si sapeva dell'oreficeria antica: una fibula d'oro enorme, lunga oltre trenta centimetri, decorata a granulazione con file di leoncini e anatrelle in rilievo; un pettorale d'oro sbalzato con centinaia di figurine; bracciali, spille, coppe, un carro, un trono, un letto funebre di bronzo, calderoni con protomi di grifo di gusto orientale, vasi d'argento dorato, avori. Il tutto databile intorno alla metà del VII secolo avanti Cristo, in piena fase orientalizzante.

Il corredo entrò nelle collezioni pontificie e costituisce ancora oggi il nucleo della Sala II del Museo Gregoriano Etrusco, nei Musei Vaticani. Se andate a vederlo, e vi consiglio caldamente di farlo, tenete presente che state guardando il contenuto di una tomba distante pochi chilometri da quelle che avete visitato alla Banditaccia, appartenente alla stessa città e alla stessa aristocrazia. La granulazione di quelle fibule — migliaia di sferette d'oro del diametro di frazioni di millimetro saldate una a una — è una tecnica che gli orafi moderni hanno impiegato decenni a riprodurre in modo convincente.

La tomba della donna con il nome

Nella cella di fondo fu deposta una donna, e su alcuni oggetti del corredo compare un'iscrizione con un nome che si legge come Larthia. È uno dei primi nomi di persona che leggiamo dall'Etruria, e appartiene a una donna sepolta con un tesoro che vale il bilancio di un piccolo stato. Vale la pena soffermarsi: nel VII secolo avanti Cristo, in Etruria, una donna poteva essere sepolta con onori regali e con il proprio nome inciso sugli oggetti. Nella Grecia contemporanea sarebbe stato impensabile. Nella Roma dei secoli successivi le donne non avrebbero avuto nemmeno un prenome individuale.

Il Sarcofago degli Sposi: l'immagine che tutti conoscono

Esiste un oggetto etrusco che chiunque ha visto almeno una volta, magari senza sapere da dove venisse: due figure sdraiate su un letto da banchetto, un uomo e una donna, lui con la barba a punta e il braccio attorno alle spalle di lei, lei con la lunga treccia e il berretto morbido, entrambi con quel sorriso arcaico obliquo e vagamente ironico. Quel sarcofago in terracotta, alto circa un metro e quaranta e lungo circa due metri e venti, datato all'ultimo quarto del VI secolo avanti Cristo, viene da qui. Dalla Banditaccia. Fu recuperato negli scavi del 1881 in centinaia di frammenti — le fonti parlano di quattrocento pezzi — e pazientemente ricomposto.

Oggi si trova al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, ed è giustamente il pezzo più celebre di quella collezione. Un esemplare gemello, proveniente anch'esso dall'area di Caere e passato per la collezione del marchese Giampietro Campana, è al Louvre di Parigi. Due sarcofagi quasi identici, prodotti nella stessa bottega caeretana, oggi separati da mille chilometri.

Perché è un'immagine rivoluzionaria

Il punto non è tecnico, è antropologico. Nel banchetto greco arcaico e classico le donne di rango non partecipavano: al simposio c'erano gli uomini e, con funzioni ben diverse, le etere e le suonatrici. Nel banchetto etrusco, invece, la moglie sta sdraiata accanto al marito, sullo stesso letto, allo stesso livello, e i due sono rappresentati come una coppia paritaria che condivide un gesto conviviale. Gli storici greci trovavano la cosa scandalosa e ne scrissero con un misto di fascinazione e disprezzo: Teopompo lasciò sulle donne etrusche pagine di una malignità così accanita da risultare, oggi, la prova migliore che quelle donne godevano di una libertà che ai Greci risultava incomprensibile.

Guardando il Sarcofago degli Sposi si capisce che gli Etruschi avevano una società diversa. Le donne partecipavano ai banchetti, avevano un nome proprio, comparivano nelle iscrizioni funerarie con la loro discendenza materna, possedevano beni. Non era una società paritaria nel senso moderno, ma era chiaramente più aperta di quelle che la circondavano, e questa apertura la vediamo scolpita in una terracotta uscita dal tufo di Cerveteri.

Pyrgi, il porto di Caere, e le tre lamine d'oro

A una quindicina di chilometri dalla necropoli, sulla costa, si trova Santa Severa, e sotto il borgo e il castello si nasconde Pyrgi, il porto principale di Caere e uno dei maggiori scali commerciali del Tirreno fra il VI e il IV secolo avanti Cristo. Qui sorgeva un santuario internazionale, con due templi che gli archeologi chiamano convenzionalmente Tempio A e Tempio B, frequentato da mercanti greci, fenici, punici, oltre naturalmente agli Etruschi.

L'8 luglio 1964, durante le campagne di scavo dirette da Massimo Pallottino, dal terreno di Pyrgi emersero tre lamine d'oro arrotolate, sottilissime, incise con testi. Due erano in etrusco, una in fenicio. Il contenuto documenta la dedica del Tempio B alla dea Uni, identificata nel testo fenicio con Astarte, da parte di Thefarie Velianas, magistrato supremo di Caere. Il testo punico e quello etrusco non sono una traduzione letterale l'uno dell'altro, ma sono sostanzialmente paralleli, e questo li rende uno degli strumenti più preziosi che possediamo per avvicinarci alla lingua etrusca.

Non è la stele di Rosetta, ma è la cosa che più le somiglia

Bisogna essere onesti: le lamine di Pyrgi non hanno decifrato l'etrusco, e chi lo scrive esagera. La lingua etrusca la sappiamo leggere — l'alfabeto deriva da quello greco occidentale e la pronuncia non è un mistero — ma non la sappiamo tradurre bene, perché non appartiene alla famiglia indoeuropea e non ha parenti stretti superstiti. Quello che le lamine hanno fornito è un contesto bilingue che ha confermato o corretto il significato di un certo numero di termini e di formule. Un passo avanti reale, non una rivoluzione.

Ma le lamine dicono un'altra cosa, storicamente ancora più densa. Dicono che nel VI secolo avanti Cristo il capo di Caere dedicava un tempio a una divinità con nome fenicio, in una lingua fenicia, su lamine d'oro, in un santuario del suo porto. Cioè dicono che Caere e Cartagine erano alleate, che l'ambiente era realmente multiculturale, e che il Tirreno era un mare conteso in cui Etruschi e Punici facevano fronte comune contro l'espansione greca. Le tre lamine sono conservate al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Alalia, ovvero come Caere diventò una potenza navale

Intorno al 540 avanti Cristo, al largo della Corsica, si combatté una battaglia navale che Erodoto racconta e che è passata alla storia come battaglia del Mare Sardo o battaglia di Alalia. Da una parte i Focei, coloni greci insediati ad Alalia in Corsica, che praticavano la pirateria ai danni del traffico tirrenico. Dall'altra una flotta alleata di Etruschi — e i Caeretani vi ebbero parte principale — e di Cartaginesi.

L'esito, nel racconto erodoteo, fu una vittoria greca cosiddetta cadmea: i Focei vinsero sul campo ma persero gran parte delle navi e furono costretti ad abbandonare la Corsica. Il risultato strategico premiò gli alleati etrusco-punici, che si spartirono le aree di influenza. Ai Caeretani toccarono i prigionieri, che furono lapidati. Erodoto aggiunge un particolare che è, secondo me, il più interessante di tutta la vicenda: dopo il massacro, chiunque passasse vicino al luogo dell'esecuzione veniva colpito da paralisi e deformazione, uomini, bestie e greggi. I Caeretani, spaventati, mandarono a consultare l'oracolo di Delfi, e Delfi prescrisse loro di istituire giochi funebri e sacrifici in onore delle vittime.

Perché quella storia conta per noi

Perché mostra Caere dentro il sistema religioso e diplomatico greco. Una città etrusca che manda a interrogare l'oracolo di Delfi, e che a Delfi possiede un proprio thesauros, cioè un edificio-tesoro per le offerte, è una città che i Greci consideravano un interlocutore. Non barbari ai margini: partner commerciali, avversari militari, e nel caso di Caere anche titolari di credenziali religiose panelleniche. Fra le città etrusche, Caere è quella con il profilo internazionale più marcato, e la sua necropoli lo riflette in ogni dettaglio, dalle importazioni greche nei corredi ai capitelli eolici delle camere.

Caere e Roma: un'alleanza che finì male

I rapporti fra Caere e Roma cominciano bene. La tradizione, riportata da Livio, racconta che nel 390 avanti Cristo, quando i Galli Senoni di Brenno presero Roma, le Vestali e gli oggetti sacri furono messi in salvo proprio a Caere, che li accolse e li protesse. Da quell'episodio, secondo una spiegazione etimologica antica, deriverebbe il termine caerimoniae, le cerimonie: i riti custoditi a Caere. È una di quelle etimologie che i linguisti moderni guardano con sospetto, ma il fatto che i Romani ci credessero dice quanto il legame fosse sentito.

Caere fu la prima comunità a ricevere l'hospitium publicum, l'ospitalità pubblica, riconoscimento formale di amicizia fra i due stati. Poi le cose si guastarono. Nel IV secolo Caere fu coinvolta in ostilità contro Roma, e nel 353 avanti Cristo, dopo la sconfitta, ottenne una tregua che portò a una condizione giuridica particolare: la civitas sine suffragio, la cittadinanza romana senza diritto di voto. I Caeretani divennero cittadini romani a metà, iscritti nelle tabulae Caeritum, che diventarono nel linguaggio romano il registro dei cittadini declassati.

Da lì in poi la parabola è discendente. Caere perde i porti, perde l'autonomia, perde i traffici. Diventa un municipio romano di media importanza, poi un centro agricolo, poi poco più di un nome. Nel medioevo la popolazione, decimata dalla malaria e dalle incursioni saracene, abbandona il pianoro e si trasferisce a Ceri, l'abitato fortificato su una rupe pochi chilometri più in là. Il vecchio sito diventa Caere Vetus, la vecchia Caere, e da questa espressione, attraverso secoli di uso popolare, nasce il nome moderno di Cerveteri.

La beffa del nome Banditaccia

E qui c'è il dettaglio che amo di più. Il nome del sito archeologico più straordinario dell'Etruria meridionale non ha nulla di aulico. Banditaccia deriva da bandita, termine che nel lessico agrario indicava un terreno soggetto a bando, cioè interdetto all'uso comune e riservato al proprietario. La terminazione peggiorativa in -accia è il commento dei contadini locali: la bandita brutta, quella scomoda, quella dove il terreno è pieno di buche e non si può arare come si deve. Il patrimonio dell'umanità, per chi ci lavorava sopra nell'Ottocento, era essenzialmente un campo rovinato.

Gli scavi dell'Ottocento: fra scienza, avventura e saccheggio

La riscoperta della Banditaccia appartiene a quella stagione irripetibile e ambigua che fu l'archeologia ottocentesca, in cui la curiosità scientifica, la passione collezionistica e l'interesse commerciale erano spesso la stessa persona. A Cerveteri arrivarono aristocratici, antiquari, banchieri, viaggiatori del Grand Tour, e tutti scavarono.

Il marchese Campana e le lastre dipinte

Fra il 1845 e il 1846 il marchese Giampietro Campana, direttore del Monte di Pietà di Roma e collezionista di dimensioni titaniche, condusse scavi a Cerveteri e ne trasse fra le altre cose un gruppo di lastre di terracotta dipinte, note come lastre Campana, che costituiscono uno dei documenti più preziosi della pittura etrusca arcaica. Campana accumulò una collezione sterminata e finanziò tutto attingendo alle casse dell'istituto che dirigeva. Quando la cosa venne alla luce, fu processato, condannato, e la collezione fu venduta all'incanto. Le lastre e il sarcofago gemello di quello degli Sposi finirono al Louvre, altri pezzi si dispersero fra Russia, Inghilterra e mezza Europa.

È una storia esemplare del periodo, e la racconto senza indignazione retroattiva. Campana era un ladro, ma era anche uno dei pochi che capissero l'importanza di ciò che stava dissotterrando, e alcuni oggetti che oggi ammiriamo esistono ancora perché lui li raccolse invece di lasciarli distruggere dall'aratro. La storia della conservazione è quasi sempre così: sporca, contraddittoria, e comunque preferibile all'alternativa.

Il fascino dell'apertura

Sopravvive nelle memorie dei viaggiatori una descrizione ricorrente e straordinaria, quella dell'apertura di una tomba intatta. Si sfondava il tamponamento, si affacciava una lanterna, e per qualche secondo si vedevano le pitture con i colori vivi, gli oggetti al loro posto, le stoffe, i corpi disposti sui letti. Poi l'aria entrava, e nel giro di pochi minuti i colori impallidivano, i tessuti si polverizzavano, i corpi si afflosciavano in mucchietti di ossa. Chi assisteva raccontava di aver visto per un istante un mondo intero e di averlo visto sparire mentre lo guardava. Oggi, con le tecniche di scavo moderne, quel disastro si evita. Allora era la norma, e ogni tomba aperta era un documento distrutto nell'atto stesso di essere letto.

Raniero Mengarelli e la nascita della Banditaccia moderna

La necropoli come la vediamo oggi, con le sue vie percorribili e i suoi tumuli liberati dalla vegetazione, è in larghissima misura opera di un uomo: Raniero Mengarelli, che diresse gli scavi di Cerveteri dal 1909 fino agli anni Trenta. Mengarelli non fu il primo a scavare qui, ma fu il primo a farlo con un progetto complessivo, che non consisteva nel cercare oggetti ma nel comprendere e rendere leggibile la struttura del sito.

A lui si deve l'individuazione della trama viaria della necropoli, il riconoscimento nel 1927 della Via degli Inferi, il restauro e il consolidamento di decine di tumuli, la sistemazione dei percorsi, l'idea stessa che la Banditaccia potesse essere aperta e capita dal pubblico. Uno dei grandi tumuli dell'area porta il suo nome, ed è giusto così. Mengarelli lavorò anche in condizioni difficili, con mezzi limitati e in un contesto in cui gli scavi clandestini erano un'attività diffusa e in parte tollerata.

L'interruzione e i danni

Dopo la fine della direzione Mengarelli, verso la metà degli anni Trenta, il sito conobbe un periodo di abbandono, con la ripresa degli scavi non autorizzati. Il 1944 aggiunse danni ulteriori: il passaggio del fronte, i mezzi militari pesanti sui tumuli, le trincee. Alcune strutture furono compromesse irreversibilmente. È un capitolo poco raccontato della storia della necropoli, ma spiega perché in certi settori la lettura archeologica sia più difficile che in altri.

La ripresa: Moretti, Cristofani e la scuola italiana

La ripartenza sistematica si deve a Mario Moretti, che dal 1957 riprese le campagne di scavo con un approccio già pienamente moderno, e negli anni Ottanta a Mauro Cristofani, uno dei maggiori etruscologi del Novecento, che portò a Cerveteri metodi stratigrafici aggiornati e un'attenzione nuova ai contesti insediativi oltre che a quelli funerari. Le indagini non si sono mai fermate: negli ultimi decenni prospezioni geofisiche, fotografie aeree, rilievi laser e modellazioni tridimensionali hanno individuato migliaia di strutture sepolte senza rimuovere un grammo di terra.

Vale la pena sottolineare questo passaggio. L'archeologia del XXI secolo scava sempre meno, perché ha imparato che il terreno intatto è una risorsa non rinnovabile e che ogni scavo è una distruzione controllata. Alla Banditaccia si stima che la porzione indagata sia una frazione del totale, e questo non è un fallimento: è una scelta. Le tombe non scavate sono lasciate ai colleghi del futuro, che avranno strumenti che noi non immaginiamo.

Il Museo Nazionale Archeologico Cerite, tappa obbligatoria

Nel centro storico di Cerveteri, affacciato su piazza Santa Maria, si trova Palazzo Ruspoli, la vecchia Rocca, che ospita il Museo Nazionale Archeologico Cerite. Vi dico subito che considero un errore visitare la necropoli e saltare il museo: sono due metà della stessa cosa. Alla Banditaccia si vedono i contenitori vuoti, qui si vede una parte del contenuto, e il senso complessivo si forma soltanto tenendo insieme le due esperienze.

L'allestimento si sviluppa su due livelli e presenta materiali dalle diverse necropoli del territorio ceretano, coprendo l'arco che va dalla fase villanoviana all'età ellenistica: ceramiche di impasto, buccheri di quella nerissima ceramica lucida che è la firma stilistica dell'Etruria arcaica, anfore, vasi da trasporto, corredi ricomposti, coperchi di sarcofago con figure di defunti sdraiate, materiali votivi. La gestione è ministeriale e il museo fa parte del sistema del Parco Archeologico di Cerveteri e Tarquinia insieme alla necropoli.

Il cratere di Eufronio, storia di un ritorno

Il pezzo che vale da solo la salita in paese è un cratere attico a figure rosse firmato da Euphronios come ceramista, capolavoro assoluto della ceramica greca a cavallo fra VI e V secolo avanti Cristo. Questo vaso ha una biografia degna di un romanzo. Uscì illegalmente dal territorio di Cerveteri, finì sul mercato internazionale, fu acquistato dal Metropolitan Museum di New York, dove per decenni fu uno dei pezzi più celebrati. Le indagini condotte in Italia sul traffico di antichità ne dimostrarono la provenienza illecita, e dopo lunghe trattative il vaso rientrò in Italia. Dal 2015, insieme a una kylix dello stesso Eufronio già al Getty Museum di Malibu, è esposto qui, a Cerveteri, a pochi chilometri dal punto in cui fu tirato fuori dalla terra.

Trovo che sia una delle storie più istruttive dell'archeologia contemporanea. Ci ricorda che i tombaroli non sono figure folcloristiche di un passato remoto: hanno operato intensamente in questo territorio fino a pochi decenni fa, hanno alimentato un mercato globale, e hanno strappato migliaia di oggetti dal loro contesto. Un vaso senza contesto perde gran parte del suo valore documentario: non sappiamo in quale tomba fosse, con che cosa fosse associato, chi ne fosse il proprietario. Il cratere di Eufronio è tornato bellissimo e mutilato, perché il suo contesto è perduto per sempre.

Villa Giulia, l'altra metà del racconto

Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, occupa la villa cinquecentesca costruita per papa Giulio III su progetti che coinvolsero Vignola, Ammannati e Vasari, ed è dal 1889 il grande contenitore delle antichità etrusche dell'Etruria meridionale. Per chi visita Cerveteri è la terza tappa naturale, dopo la necropoli e il museo locale.

Qui si trova il Sarcofago degli Sposi. Qui si trovano le lamine d'oro di Pyrgi. Qui si trovano corredi interi provenienti dalle necropoli ceretane, ceramiche attiche importate a Caere in quantità industriali, buccheri, bronzi, terrecotte architettoniche. Se dovessi consigliare un ordine, direi: prima la Banditaccia, per capire lo spazio; poi il Cerite, per il territorio; poi Villa Giulia, per la sintesi. Ma qualunque ordine funziona, purché non ci si fermi al primo.

Un consiglio da chi accompagna gruppi

Non provate a fare Cerveteri e Villa Giulia nello stesso giorno. Sulla carta è possibile, nella pratica è una tortura: arriverete al museo romano stanchi, con le gambe pesanti e la testa satura, e passerete davanti al Sarcofago degli Sposi pensando alla cena. Sono due giornate, e sono due giornate ben spese. La Banditaccia richiede scarpe comode e cammino; Villa Giulia richiede occhi riposati e lentezza. Sono fatiche diverse e non si sommano bene.

L'iscrizione UNESCO del 2004 e cosa comporta davvero

Nel 2004 il Comitato del Patrimonio Mondiale iscrisse nella Lista il sito seriale denominato Necropoli etrusche di Cerveteri e Tarquinia, comprendente la Banditaccia e la necropoli dei Monterozzi. L'iscrizione avvenne sulla base di tre criteri: il primo, che riconosce un capolavoro del genio creativo umano; il terzo, che riconosce una testimonianza unica o eccezionale di una civiltà scomparsa; il quarto, che riconosce un esempio eminente di un tipo di complesso architettonico o paesaggistico illustrativo di una fase significativa della storia umana.

La proprietà iscritta copre complessivamente poco più di trecentoventi ettari, con una zona cuscinetto di quasi cinquemila ettari. Sono numeri che spiegano una cosa importante: la tutela non riguarda solo le tombe, ma il paesaggio attorno, i coni visivi, la campagna. Perché la Banditaccia senza i suoi pini, senza i suoi cipressi, senza la vista sui Monti della Tolfa non sarebbe la stessa cosa, e questo l'UNESCO l'ha messo nero su bianco.

Cerveteri e Tarquinia: perché insieme

La logica dell'iscrizione congiunta è complementare e la trovo intelligente. Tarquinia ha le tombe dipinte: circa duecento camere affrescate su un totale di circa seimila sepolture, con una sequenza pittorica che va dal VII al II secolo avanti Cristo ed è la principale testimonianza superstite di pittura di grandi dimensioni del mondo mediterraneo preromano. Cerveteri ha l'architettura e l'urbanistica: la struttura di una città funeraria pianificata, con le sue strade e i suoi isolati, e la riproduzione fedele dell'architettura domestica.

Prese separatamente sarebbero due siti eccezionali. Prese insieme raccontano la civiltà etrusca in due dimensioni che nessun altro contesto restituisce: come costruivano e come dipingevano, come organizzavano lo spazio e come immaginavano l'aldilà. Chi ha tempo dovrebbe vederle entrambe, magari in due giorni consecutivi con una notte in zona. Sono a poco più di quaranta chilometri l'una dall'altra lungo la costa.

Come immaginare un funerale a Caere

Provo a ricostruire la scena, restando su ciò che archeologia e fonti permettono di affermare, perché camminare nella necropoli sapendo cosa vi accadeva cambia radicalmente l'esperienza.

Il corteo parte dalla città, sul pianoro. Il defunto viene trasportato su un letto, accompagnato da familiari, da suonatori di flauto e di tromba, da danzatori, da prefiche cioè donne pagate per il lamento funebre. Il corteo scende lungo la strada tagliata nel tufo, quella che oggi chiamiamo Via degli Inferi, con le pareti alte ai lati e i suoni che rimbalzano. Arriva alla necropoli, imbocca la via sepolcrale, raggiunge il tumulo di famiglia.

Il tamponamento della porta viene rimosso — perché la tomba di famiglia si riapre, non è sigillata una volta per sempre — e il corpo viene deposto sul letto di pietra o dentro un sarcofago, con il corredo: vasellame per il banchetto, oggetti personali, armi se il defunto è un uomo di rango, gioielli e strumenti di filatura se è una donna. Fuori, davanti al tumulo, si celebra un banchetto funebre a cui partecipano i vivi. Si mangia, si beve, si versano libagioni. Talvolta si tengono giochi: corse, lotta, spettacoli che nel mondo etrusco avevano forte valenza rituale e che Roma erediterà trasformandoli in qualcosa di molto diverso e molto più sanguinoso.

La tomba come casa e il pasto condiviso

Poi la porta viene richiusa, e la famiglia torna in città. Ma tornerà. Tornerà per il funerale successivo, tornerà per le ricorrenze, tornerà per portare offerte. La necropoli era un luogo frequentato, percorso, curato, e le vie sepolcrali erano vie vere, con manutenzione, drenaggi, canalette per l'acqua piovana. C'è una continuità fra la casa dei vivi e la casa dei morti che i nostri cimiteri hanno perso e che qui si tocca con mano: stessa architettura, stessi arredi, stessi oggetti, stesso concetto di famiglia estesa nel tempo.

Cosa vedere in un percorso di due ore: il mio itinerario

Vi propongo un ordine che funziona, costruito su molte visite e su qualche errore commesso lungo la strada. Tenete presente che l'accessibilità delle singole tombe varia nel tempo per ragioni conservative e di manutenzione, quindi verificate sul posto quali siano aperte il giorno della vostra visita.

Prima mezz'ora: prendere le misure

Dall'ingresso, non correte verso la prima tomba aperta. Salite invece su uno dei punti panoramici e guardate l'insieme. Contate i tumuli che riuscite a vedere. Provate a immaginarli senza vegetazione, con il tufo nudo. Questo esercizio di cinque minuti vale più di mezz'ora di didascalie, perché fissa nella testa l'unica cosa che le fotografie non trasmettono: la scala.

Seconda mezz'ora: i grandi tumuli

Poi scendete verso il settore dei grandi tumuli orientalizzanti e visitate quelli accessibili, dedicando attenzione alla Tomba della Capanna e alle camere con soffitti che riproducono le strutture lignee. Cercate, in ciascuna, tre elementi: il colmo del tetto, i letti con i piedi lavorati, l'eventuale finestra o porta finta. Trovarli diventa un gioco, e il gioco insegna a leggere l'architettura molto meglio di qualunque spiegazione.

Terza mezz'ora: il quartiere a schiera

Spostatevi sulle vie del VI secolo, la Via dei Monti Ceriti e la Via dei Monti della Tolfa, e camminate lungo le facciate delle tombe a dado. Qui la cosa da fare è semplicemente percorrere la strada da un capo all'altro senza fermarsi, e poi tornare indietro fermandosi. Nella prima passata prendete il ritmo urbano; nella seconda guardate i dettagli, le differenze fra una facciata e l'altra, le tracce di iscrizioni sugli architravi.

Ultima mezz'ora: la Tomba dei Rilievi e il congedo

Chiudete con la Tomba dei Rilievi, perché è il punto più alto e va lasciato per ultimo: qualunque cosa vediate dopo, vi sembrerà meno. Dedicatele almeno un quarto d'ora, e usatelo per identificare il maggior numero possibile di oggetti in stucco. È un esercizio che appassiona anche i bambini, che di solito trovano il cane e il gatto prima degli adulti. Poi uscite dal settore e prendetevi cinque minuti su una panchina all'ombra, senza parlare. La Banditaccia ha bisogno di un momento di decantazione, altrimenti si esce con la testa piena e il ricordo confuso.

Il paesaggio della necropoli: pini, cipressi e un silenzio particolare

Un aspetto che non compare quasi mai nelle descrizioni e che è invece decisivo nell'esperienza: la Banditaccia è un luogo bellissimo indipendentemente dall'archeologia. I tumuli sono coperti di erba e di macchia, i viali sono ombreggiati da pini domestici e da cipressi, la vegetazione mediterranea occupa i valloni con il leccio, il corbezzolo, il lentisco, il rosmarino selvatico. In primavera il terreno fra le tombe si copre di margherite, di papaveri, di finocchietto, e l'aria profuma in modo intenso.

Gli animali ci sono e si vedono: ghiandaie e ghiri, upupe con quella cresta improbabile, poiane che girano alte sopra il pianoro, lucertole e ramarri in quantità industriale sulle pietre calde. In alcune camere abitano colonie di pipistrelli, protetti e utilissimi. Ho visto istrici scavare accanto ai tumuli e ho sentito, all'imbrunire, gli assioli. Chi arriva pensando a un sito archeologico polveroso resta sorpreso: è più simile a un parco naturale che contiene una città.

Stagioni e orari migliori

Aprile, maggio, la prima metà di giugno, e poi tutto ottobre: sono i periodi in cui la Banditaccia dà il meglio, con la luce bassa che modella i tumuli e la temperatura che permette di camminare per ore. Luglio e agosto sono impegnativi: l'ombra c'è ma non è continua, e la riverberazione del tufo aumenta il calore percepito. In quel caso puntate sulla prima ora di apertura o sul tardo pomeriggio. L'inverno ha un fascino severo, con la nebbia che si impiglia fra i tumuli, ma il fondo può essere fangoso e scivoloso: valutate le scarpe.

Il borgo di Cerveteri e i dintorni che vale la pena aggiungere

Dopo la necropoli, il centro storico di Cerveteri merita almeno un'ora. È un borgo medievale compatto, raccolto attorno a piazza Santa Maria, con il Palazzo Ruspoli che ospita il museo, la chiesa di Santa Maria Maggiore costruita su strutture antiche, i vicoli, le mura. Non è un borgo da cartolina ripulito per il turismo: è un paese vivo, con la sua quota di normalità quotidiana, e questo secondo me è un pregio.

Ceri

A pochi chilometri, su uno sperone di tufo circondato da strapiombi, si trova Ceri, il borgo dove si rifugiarono gli abitanti di Caere quando abbandonarono il pianoro antico. È minuscolo, ha una sola strada d'accesso, e conserva la chiesa dell'Immacolata Concezione con un ciclo di affreschi medievali di notevole interesse. Ci si arriva in dieci minuti dalla necropoli e si visita in mezz'ora. Vale la deviazione anche solo per capire fisicamente cosa significhi la parola arroccarsi.

Santa Severa e il castello sul mare

Verso la costa, il castello di Santa Severa sorge sopra e dentro l'area dell'antica Pyrgi, con il mare a pochi metri dalle mura. È uno dei luoghi più fotogenici del litorale laziale e permette di chiudere il cerchio della giornata: la città dei morti al mattino, il porto che rese possibile quella ricchezza al pomeriggio, con la spiaggia a disposizione se la stagione lo consente. Dei santuari di Pyrgi restano le fondazioni dei templi, visibili in area archeologica.

La tavola

Cerveteri è terra di vino: la denominazione locale produce bianchi e rossi di impostazione tradizionale, e la campagna attorno è punteggiata di aziende agricole. La cucina è quella dell'entroterra laziale con qualche apertura marina, quindi carciofi in stagione, pecorino, abbacchio, fettuccine, e pesce se ci si sposta verso Ladispoli, che dei carciofi ha fatto una sagra celebre. Mangiare bene qui non è difficile e non è caro, il che non si può dire di tutte le zone a quaranta chilometri da Roma.

Visitare con i bambini: funziona meglio di quanto pensiate

Ho accompagnato molte famiglie e posso dirlo con sicurezza: la Banditaccia è uno dei siti archeologici che meglio funzionano con i bambini, e il motivo è che si entra dentro le cose. Un tempio in rovina richiede uno sforzo di immaginazione che a otto anni pochi hanno voglia di fare. Qui invece si scendono gradini, si attraversano porte, ci si trova in una stanza con un tetto e dei letti, e l'idea di casa arriva immediata.

Qualche accorgimento pratico. Portate una torcia, perché le camere sono buie e illuminarle da soli è metà del divertimento. Fate il gioco degli oggetti alla Tomba dei Rilievi. Spiegate il tufo facendolo toccare. E soprattutto non trasformate la visita in una lezione: la necropoli si racconta da sola se le si lascia tempo. Attenzione ai gradini, spesso irregolari e scivolosi con l'umidità, e ai passeggini, che in molti tratti sono impraticabili: uno zaino porta-bambino funziona molto meglio.

Accessibilità

Il percorso principale è in parte su fondo sterrato e presenta dislivelli; l'accesso alle singole camere comporta quasi sempre gradini ripidi e passaggi bassi. Chi ha difficoltà motorie può comunque godere di buona parte del sito muovendosi lungo i viali principali e osservando dall'esterno i tumuli e le facciate, che sono già di per sé metà dell'esperienza. Per informazioni puntuali su percorsi agevolati e servizi conviene contattare direttamente il Parco Archeologico prima della visita.

Il bucchero, la ceramica nera che fece la fortuna di Caere

Se c'è un oggetto che rappresenta l'artigianato ceretano è il bucchero: una ceramica di colore nero uniforme, dalla superficie lucida quasi metallica, ottenuta con una cottura in atmosfera riducente che trasforma i composti del ferro presenti nell'argilla e annerisce il corpo del vaso in tutto il suo spessore, non solo in superficie. È una tecnica sofisticata, che richiede il controllo preciso della camera di cottura, e gli Etruschi la padroneggiavano già nel VII secolo avanti Cristo.

Il bucchero sottile, quello delle fasi migliori, ha pareti di pochi millimetri e un suono cristallino quando lo si percuote. Imitava il vasellame di bronzo, cioè il servizio da tavola dei ricchi, e permetteva a un ceto più ampio di apparecchiare una mensa che assomigliasse a quella aristocratica. Era, in sostanza, un prodotto di lusso accessibile, e come tale ebbe un successo commerciale enorme: buccheri etruschi sono stati trovati in Provenza, in Spagna, in Nordafrica, in Grecia, nel Levante. È il primo prodotto industriale italiano esportato in tutto il Mediterraneo, con circa duemilaseicento anni di anticipo su qualunque distretto manifatturiero moderno.

Le hydriai ceretane

Nella seconda metà del VI secolo, a Caere, opera una bottega che produce un gruppo di vasi dipinti a figure nere di qualità e stile talmente riconoscibili da aver ricevuto un nome proprio nella letteratura archeologica: le hydriai ceretane. Sono anfore da acqua con decorazioni vivaci, colorate, spesso ironiche, con scene mitologiche trattate con una libertà narrativa che i ceramisti attici non si sarebbero permessi. Gli studiosi ritengono che a realizzarle fossero artigiani di origine greco-orientale, probabilmente ionici emigrati, che lavoravano a Caere per una committenza etrusca.

È un dettaglio che dice molto sulla città. A Caere non arrivavano solo le merci: arrivavano gli artigiani, si stabilivano, aprivano botteghe, formavano allievi locali, e producevano oggetti che sono greci nella tecnica ed etruschi nel gusto. La necropoli conserva ancora, nei corredi recuperati, i risultati di questa ibridazione, e i musei della zona ne espongono esempi.

Le importazioni greche e il paradosso dei vasi attici

C'è un fatto che sorprende sempre chi lo sente per la prima volta: la maggior parte dei vasi attici a figure nere e a figure rosse che ammiriamo nei musei di tutto il mondo non è stata trovata in Grecia. È stata trovata in Etruria, dentro le tombe. Gli Etruschi compravano ceramica ateniese in quantità enormi, la usavano nei banchetti e poi la deponevano con i defunti, dove il tufo e l'assenza di aratri l'hanno conservata per venticinque secoli.

Caere fu uno dei mercati principali di questo traffico, e le sue necropoli hanno restituito pezzi firmati dai maggiori ceramisti e pittori ateniesi. Il cratere di Eufronio oggi al Museo Cerite è l'esempio più noto, ma tutt'altro che isolato. Questo significa che nella storia dell'arte greca c'è un debito enorme e poco dichiarato verso l'Etruria: senza le tombe etrusche, la ceramica attica ci sarebbe nota da frammenti e la nostra idea della pittura greca sarebbe infinitamente più povera.

Cosa comprava un ricco di Caere

Provo a fare l'elenco della spesa di una famiglia aristocratica ceretana del VI secolo, ricostruito dai corredi. Vasellame attico per il vino, di importazione. Bucchero locale per l'uso corrente. Bronzi: candelabri, bracieri, situle, specchi incisi. Oro lavorato a granulazione e a filigrana. Avorio, che viene dall'Africa attraverso i Fenici. Ambra, che viene dal Baltico attraverso rotte terrestri lunghissime. Uova di struzzo decorate, che vengono dal Nordafrica. Profumi in alabastri e aryballoi. Tessuti tinti.

Guardate quella lista e chiedetevi che tipo di rete commerciale serva per riempirla. Dal Baltico all'Africa subsahariana, dalla Grecia continentale al Levante fenicio. Nel VI secolo avanti Cristo, in una città sulla costa tirrenica. La Banditaccia è il monumento funerario di una borghesia mercantile globale, e i suoi tumuli sono, in un senso molto letterale, il rendiconto di quel commercio.

La lingua etrusca e le iscrizioni della necropoli

Camminando lungo le vie sepolcrali capita di vedere, incise sugli architravi o sulle facciate, iscrizioni brevi in alfabeto etrusco. Si leggono da destra a sinistra, l'alfabeto deriva da quello greco occidentale mediato attraverso Cuma, e i segni sono in gran parte familiari a chi conosca l'alfabeto greco o latino. Leggerle ad alta voce è possibile e, la prima volta, emozionante.

Il problema non è leggere: è capire. L'etrusco non appartiene alla famiglia indoeuropea, non ha parenti stretti superstiti — le uniche affinità riconosciute riguardano la stele di Lemno e forse il retico — e quindi non possiamo dedurre il significato delle parole confrontandole con lingue note. Conosciamo bene il lessico funerario, i numerali, i termini di parentela, le formule di dedica, i nomi di divinità e di magistrature, cioè esattamente ciò che ricorre nei testi che abbiamo. Ma i testi che abbiamo sono in stragrande maggioranza brevi epitaffi.

Cosa dicono di solito

Un'iscrizione funeraria etrusca tipica contiene il prenome, il gentilizio, il patronimico, spesso il matronimico, talvolta l'età di morte e la carica ricoperta. Ed è proprio la presenza sistematica del nome della madre accanto a quello del padre a costituire uno dei dati più interessanti che le necropoli etrusche ci consegnano. In un'iscrizione romana la madre non compare quasi mai. In una etrusca compare regolarmente, e questo ha alimentato un lungo dibattito storiografico sul ruolo della donna nella società etrusca.

Il testo etrusco più lungo che possediamo, per inciso, non viene dall'Italia: è il cosiddetto Liber Linteus, un libro rituale scritto su tela che fu tagliato in bende e usato per fasciare una mummia, e che oggi si conserva a Zagabria. Milleduecento parole circa, un manuale liturgico, e ancora oggi comprensibile solo in parte. Ogni nuova iscrizione, anche di tre parole, aggiunge un tassello.

La religione etrusca e il mondo dei morti

Gli antichi consideravano gli Etruschi il popolo più religioso di tutti, e Livio lo scrive esplicitamente. La cosiddetta disciplina etrusca era un corpus di dottrine tecniche sulla interpretazione della volontà divina: l'aruspicina, cioè la lettura delle viscere degli animali sacrificati, con particolare attenzione al fegato; la scienza dei fulmini, che classificava le folgori secondo la regione del cielo di provenienza e il dio che le inviava; i rituali sulla fondazione delle città, sulla delimitazione dei campi, sulla durata dei cicli storici.

I Romani presero da loro moltissimo: il rito di fondazione con l'aratro, il templum come spazio delimitato e orientato, la figura dell'aruspice che restò attiva a Roma per secoli, i libri rituali. Persino l'idea del saeculum, l'unità di tempo che scandisce la vita di un popolo, è di derivazione etrusca. Quando i Romani facevano le cose più solennemente romane, spesso stavano facendo cose etrusche.

Chi governa l'aldilà

Il pantheon infero etrusco comprende Aita e Phersipnai, corrispondenti ad Ade e Persefone, e una serie di figure demoniache che nell'arte funeraria diventano protagoniste soprattutto dal IV secolo: Charun, con il martello, il naso adunco e la carnagione livida, che non è il traghettatore greco ma piuttosto una figura che sovrintende al passaggio; Vanth, femminile, alata, con la torcia e il serpente, spesso presente come accompagnatrice; Tuchulcha, con becco e orecchie d'asino. E naturalmente Cerbero, che vediamo scolpito nella Tomba dei Rilievi.

C'è un cambiamento di tono che si legge cronologicamente. Nelle tombe arcaiche prevale l'immagine del banchetto, della danza, della gioia: l'aldilà come prosecuzione festosa della vita. Dal IV secolo in poi si fanno strada i demoni, il viaggio, l'inquietudine. Molti studiosi hanno collegato questo mutamento alla crisi politica dell'Etruria di fronte all'espansione romana: quando un popolo perde il controllo del proprio futuro, la sua immaginazione dell'oltretomba si fa più cupa. Non è una spiegazione dimostrabile, ma è difficile guardare le due fasi una accanto all'altra e non pensarci.

Quello che ancora non sappiamo

Mi piace chiudere le visite ricordando che la Banditaccia è un cantiere aperto, non un capitolo chiuso. Le stime concordano nel dire che una porzione consistente del sepolcreto non è mai stata indagata, e le prospezioni geofisiche continuano a individuare strutture sepolte: camere, dromoi, recinti, tratti di strada. Ci sono, sotto quell'erba, tombe mai aperte.

Le tecnologie hanno cambiato il modo di cercarle. Il georadar restituisce sezioni del sottosuolo senza toccarlo, la magnetometria individua anomalie legate a vuoti e a strutture, i rilievi laser da terra e da drone producono modelli tridimensionali millimetrici, la fotogrammetria permette di documentare uno stucco fragile senza sfiorarlo. Progetti di ricostruzione virtuale hanno ricomposto digitalmente contesti dispersi, rimettendo insieme una tomba di Cerveteri con il suo corredo conservato in un museo lontano.

Perché non si scava tutto

Perché scavare è distruggere. Ogni strato asportato non torna, e ogni oggetto rimosso dal suo contesto perde una parte delle informazioni che porta con sé. L'archeologia contemporanea scava per rispondere a domande precise, oppure per salvare ciò che sarebbe comunque distrutto da lavori pubblici o da erosione. Lasciare intatta la maggioranza della necropoli non è pigrizia: è la scelta più responsabile che si potesse fare, e significa che fra cinquant'anni qualcuno con strumenti migliori dei nostri troverà ancora qualcosa da leggere.

Errori comuni: cosa non aspettarsi dalla Banditaccia

Faccio l'elenco delle delusioni evitabili, perché arrivare con le aspettative giuste è metà della riuscita di una visita.

Non aspettatevi le pitture di Tarquinia. Le tombe di Cerveteri sono architettura, non pittura: qualche traccia di colore c'è, ma chi viene qui cercando affreschi ha sbagliato necropoli e farà bene a mettere in programma anche Monterozzi. Non aspettatevi di trovare oggetti nelle tombe: sono vuote, e il loro contenuto è nei musei, quando non è disperso. Non aspettatevi di entrare in tutte le camere: molte sono chiuse per ragioni conservative, e l'elenco delle aperte varia. Non aspettatevi didascalie esaustive davanti a ogni monumento: la Banditaccia premia chi arriva preparato o accompagnato.

E soprattutto non aspettatevi un'attrazione confezionata. Questo è un sito grande, verde, in parte selvatico, dove si cammina molto e dove il rapporto che si stabilisce con il luogo dipende in buona misura da voi. Chi arriva con la mentalità del consumatore di monumenti se ne va perplesso. Chi arriva con la disposizione dell'esploratore se ne va con una delle esperienze più forti che l'archeologia italiana possa offrire.

Una curiosità su Necropoli della Banditaccia - Antica Caere – Necropoli etrusca di Cerveteri

La curiosità che racconto sempre riguarda i letti. Nelle camere funerarie di Cerveteri le deposizioni avvengono su banchine scolpite nel tufo, e queste banchine non sono semplici mensole: sono letti, riprodotti con i piedi torniti, con la testata rialzata, con i cuscini resi in rilievo, talvolta con le coperte a pieghe. Fin qui, nulla di sorprendente per chi conosca l'idea etrusca della tomba come casa. Il punto è un altro: in molte camere i letti sono di due tipi diversi, e la differenza è sistematica.

Ci sono letti con una testata a doppio spiovente, che assomiglia a un piccolo tetto o a un frontone, e ci sono letti piatti con un semplice cuscino. Gli studiosi hanno confrontato questa distinzione con i dati antropologici disponibili e con la disposizione dei corredi, e ne hanno tratto una lettura convincente: la testata sagomata corrisponde alle deposizioni femminili, il letto piatto a quelle maschili. In pratica, in una camera etrusca di Caere si può stabilire il sesso dei defunti guardando la forma del mobile, anche in assenza di ossa e di iscrizioni.

Trovo questo dettaglio istruttivo per due motivi. Il primo è metodologico: mostra come l'archeologia ricavi informazioni sociali da elementi che a un occhio distratto sembrano puramente decorativi, e come la forma di un cuscino di pietra possa dire qualcosa sull'organizzazione di una famiglia. Il secondo è più semplicemente umano. Quelle persone si sono preoccupate che i loro morti avessero un letto adatto, distinto, personale. Non un loculo, non uno scaffale: un letto, con il cuscino giusto. È un gesto di cura domestica compiuto verso qualcuno che non sarebbe tornato, e a distanza di ventisette secoli continua a essere leggibile nel tufo.

Aggiungo una nota che completa il quadro. Nelle camere più grandi, la nicchia centrale è spesso concepita per due deposizioni affiancate, marito e moglie insieme. La Tomba dei Rilievi ne è l'esempio più celebre. Considerato che il Sarcofago degli Sposi, uscito da questa stessa necropoli, mostra una coppia sdraiata sullo stesso letto da banchetto, ne emerge una coerenza notevole: nella cultura funeraria di Caere la coppia coniugale è un'unità che resta unita anche dopo, e lo dichiara nello spazio, nell'arredo e nell'immagine.

Una cosa che non ti dice nessuno su Necropoli della Banditaccia - Antica Caere – Necropoli etrusca di Cerveteri

Quello che nessuno dice, perché rovina un po' l'atmosfera romantica, è che questa necropoli è stata svuotata con metodo. Non parlo solo dei tombaroli del Novecento, che pure hanno fatto danni enormi: parlo del fatto che l'intera storia del sito, dall'Ottocento in poi, è la storia di una sistematica separazione fra i contenitori e il loro contenuto. I contenitori sono rimasti qui, perché erano scavati nella roccia e nessuno poteva portarseli via. Tutto il resto se n'è andato.

Fate mentalmente questo esercizio mentre camminate. Le statuette della Tomba delle Cinque Sedie: due al British Museum di Londra, una ai Musei Capitolini. Il corredo della Regolini-Galassi: Musei Vaticani. Il Sarcofago degli Sposi: Villa Giulia a Roma. Il suo gemello e le lastre dipinte di Campana: Louvre, Parigi. Le lamine di Pyrgi: Villa Giulia. Il cratere di Eufronio: per decenni a New York, oggi finalmente al Museo Cerite di Cerveteri. E poi migliaia di vasi, bronzi, gioielli sparsi in decine di collezioni europee e americane, molti dei quali senza indicazione precisa della tomba di provenienza.

Questo significa che la visita alla Banditaccia è, strutturalmente, la visita a un archivio smembrato. Vediamo gli scaffali e non i libri. Ed è per questo che insisto tanto perché al sito si affianchino il Museo Nazionale Archeologico Cerite in paese e, quando possibile, Villa Giulia a Roma: non sono complementi facoltativi, sono i pezzi mancanti dello stesso oggetto. Chi vede solo la necropoli ha visto metà della cosa e non lo sa.

C'è però una notizia buona dentro questa storia, ed è il rientro del cratere di Eufronio. Un vaso capolavoro esce illegalmente, attraversa l'oceano, diventa il pezzo forte di uno dei musei più importanti del mondo, e poi, dopo indagini pazienti e trattative lunghissime, torna. Non a Roma, non in una capitale: torna a Cerveteri, a pochi chilometri da dove fu trovato. È un precedente che ha cambiato il modo in cui i grandi musei internazionali trattano le antichità di provenienza incerta, e che ha restituito a una comunità locale un pezzo della propria storia. Vale la pena tenerlo a mente quando si sale al museo in piazza Santa Maria: quel vaso ha viaggiato più di quasi tutti noi.

Il consiglio che ti do per visitare Necropoli della Banditaccia - Antica Caere – Necropoli etrusca di Cerveteri

Il consiglio è uno solo e lo formulo senza giri di parole: entrate nelle tombe e restateci. Non un'occhiata dalla soglia, non la fotografia veloce dall'ingresso. Scendete i gradini, entrate del tutto, arrivate al fondo della camera, giratevi verso la porta e guardate la luce che entra. Poi fermatevi in silenzio per un minuto buono, il che è molto più lungo di quanto sembri.

Il motivo è tecnico prima ancora che poetico. La differenza fra la Banditaccia e qualunque altro sito etrusco è che qui l'architettura si esperisce dall'interno: il soffitto a doppio spiovente con la trave di colmo scolpita, i travicelli, le porte finte, le finestre cieche, i letti con i piedi lavorati, le proporzioni della stanza. Nessuno di questi elementi si percepisce dall'esterno. Fotografati, si appiattiscono. Bisogna stare dentro, alzare gli occhi, e lasciare che il cervello registri che si trova in una stanza fatta come le stanze in cui viviamo noi.

Porto sempre una piccola torcia e consiglio a tutti di fare altrettanto, perché l'illuminazione radente cambia completamente la leggibilità del tufo: i segni degli scalpelli, le modanature, le tracce di colore emergono con una luce laterale e scompaiono con una luce frontale. Un telefono va bene, ma una torcia vera va molto meglio, costa poco e pesa niente. Aggiungete scarpe chiuse con suola scolpita, perché i gradini sono spesso irregolari e l'umidità del tufo li rende insidiosi, e acqua, perché fontanelle lungo il percorso non ce ne sono in abbondanza.

Ultima raccomandazione, la più importante di tutte: andate presto, appena aprono, o nell'ultima ora. Nelle ore centrali la luce è verticale e piatta, il caldo si accumula e i gruppi si concentrano. Nella prima ora del mattino la Banditaccia è quasi deserta, la luce entra obliqua nelle camere, l'umidità notturna fa risaltare i colori del tufo e gli uccelli sono l'unico rumore. È un luogo diverso. Se dovete scegliere fra fare tutto il percorso in orario scomodo o farne metà nell'ora giusta, fate metà nell'ora giusta.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto è questo: la Banditaccia era colorata. Lo sanno tutti gli specialisti, si trova scritto in qualunque manuale, e ciononostante l'immagine mentale che quasi tutti abbiamo di questo luogo è quella di una distesa di tufo grigio-giallastro coperto di verde. Non era così. Era un posto vistoso.

Partiamo dal tufo appena tagliato, che ha un colore chiaro, caldo, luminoso, molto diverso dalla patina scura che l'esposizione ai licheni e alle piogge gli ha dato in venticinque secoli. Aggiungete che numerose superfici erano intonacate e dipinte: gli stucchi della Tomba dei Rilievi conservano ancora tracce di policromia, e sappiamo da altri contesti ceretani che rossi, bianchi, neri e ocra erano largamente impiegati nelle decorazioni funerarie. Aggiungete i tamponamenti delle porte, gli elementi lignei, i segnacoli sopra le tombe, le stele, i cippi che indicavano il sesso del defunto. Aggiungete infine i corredi, che al momento della chiusura erano dentro: bronzi lucidi, vasi dipinti, tessuti.

Il risultato è che questa necropoli, nel VI secolo avanti Cristo, doveva assomigliare più a un quartiere abitato in giornata di festa che al parco malinconico che percorriamo oggi. È lo stesso equivoco che abbiamo commesso per secoli con i templi greci e con le statue antiche, immaginandoli candidi mentre erano dipinti a colori pieni. Il bianco e il grigio dell'antichità sono un'invenzione moderna, prodotta dal tempo e ratificata dal gusto neoclassico.

Questo cambia il modo di guardare il sito, e vi invito a fare la prova. Mettetevi davanti a un grande tumulo e provate a togliere mentalmente l'erba, gli arbusti e gli alberi, restituendo alla superficie il tufo nudo e chiaro. Poi fatelo per tutti i tumuli che vedete. Quello che vi apparirà è una distesa di enormi dischi luminosi, allineati lungo strade, visibili dal mare e dalla campagna per chilometri: la carta d'identità monumentale di una città che voleva essere vista. E allora capirete perché gli Etruschi investivano tanto nelle tombe: non lo facevano solo per i morti, lo facevano per i vivi che guardavano.

La foto giusta da fare a Necropoli della Banditaccia - Antica Caere – Necropoli etrusca di Cerveteri

La fotografia che tutti fanno è il tumulo di tre quarti, con l'erba sopra e il basamento in evidenza. È una bella immagine e va fatta, ma non è la fotografia giusta, perché non restituisce nulla di ciò che rende questo posto irripetibile. Il tumulo isolato sembra una collinetta con un muro attorno, e chiunque guardi la foto senza esserci stato penserà a un tumulo qualsiasi.

La foto giusta è un'altra e si fa lungo le vie sepolcrali del VI secolo, la Via dei Monti Ceriti o la Via dei Monti della Tolfa. Vi mettete al centro della strada, alla sua imboccatura, abbassate il punto di ripresa fino all'altezza del petto o poco meno, e inquadrate in profondità lungo l'asse della via, tenendo le facciate delle tombe a dado allineate a destra e a sinistra. Quello che ottenete è una prospettiva urbana: una strada con le case ai lati, che fugge verso il fondo. Chi guarda quella fotografia capisce in un istante il concetto di città dei morti, che dieci righe di spiegazione non riescono a trasmettere.

La luce e l'ora

Il momento migliore è la prima ora dopo l'apertura o l'ultima prima della chiusura, quando il sole basso entra radente lungo l'asse delle strade e disegna le ombre delle porte e delle modanature sulle facciate. A mezzogiorno la luce verticale appiattisce tutto e le facciate diventano superfici uniformi senza rilievo. Se avete un giorno di cielo velato, approfittatene: la luce diffusa è perfetta per gli interni delle camere e riduce il contrasto violento fra le porte scure e il tufo illuminato.

La seconda foto, quella che nessuno pensa a fare

Ve ne suggerisco una supplementare, ed è forse la mia preferita. Entrate in una camera, andate in fondo, giratevi e fotografate la porta d'ingresso dall'interno, con la luce che entra e taglia il buio. Se c'è una persona sulla soglia, meglio: la sagoma controluce dà la scala e trasforma l'immagine. È la fotografia che racconta il punto di vista del defunto, e ha una potenza che nessuna inquadratura esterna raggiunge.

Due avvertenze pratiche. Niente flash diretto sugli stucchi e sulle superfici dipinte: oltre a essere spesso vietato, restituisce immagini pessime e piatte. E se fotografate dentro le camere, appoggiate la fotocamera o il telefono su una banchina invece di alzare la sensibilità: i tempi lunghi con un appoggio stabile danno risultati incomparabilmente migliori del rumore digitale, e non serve alcun treppiede.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Provo a mettere in fila i momenti che hanno determinato ciò che oggi vediamo, perché la storia di un sito archeologico non è soltanto la storia di chi lo costruì: è anche quella di chi lo ritrovò, lo studiò, lo saccheggiò e lo salvò.

La stagione della costruzione

Il primo grande avvenimento è la nascita stessa della necropoli monumentale, fra la fine dell'VIII e il pieno VII secolo avanti Cristo, quando le comunità villanoviane del pianoro si organizzano in città e l'aristocrazia comincia a costruire tumuli. È il momento in cui l'Etruria entra nel Mediterraneo delle grandi rotte, e la Banditaccia lo registra con la comparsa dell'oro, dell'avorio, dell'ambra e delle importazioni orientali nei corredi. Il secondo momento decisivo è la riorganizzazione urbanistica del VI secolo, con la comparsa delle tombe a dado e delle vie sepolcrali regolari: cambia la società, cambia il modello di sepoltura, e la necropoli assume l'impianto che ancora oggi percorriamo.

Le date della riscoperta

Poi c'è la stagione ottocentesca. Nel 1836 Alessandro Regolini e Vincenzo Galassi aprono nella necropoli del Sorbo la tomba intatta che porta i loro nomi e che rivela all'Europa la ricchezza dell'oreficeria etrusca. Fra il 1845 e il 1846 il marchese Giampietro Campana conduce scavi a Cerveteri e recupera fra l'altro le lastre dipinte che oggi portano il suo nome. Nel 1847 viene scoperta la Tomba dei Rilievi. Nel 1865 viene aperta la Tomba delle Cinque Sedie. Nel 1881 gli scavi alla Banditaccia restituiscono, in centinaia di frammenti, il Sarcofago degli Sposi.

Il Novecento

Dal 1909 Raniero Mengarelli assume la direzione degli scavi e trasforma la necropoli da giacimento di oggetti a monumento leggibile: consolida i tumuli, libera le vie, e nel 1927 individua e riconosce la Via degli Inferi. Verso la metà degli anni Trenta la direzione si interrompe e il sito conosce un periodo di abbandono, con la ripresa degli scavi clandestini; nel 1944 il passaggio del fronte bellico aggiunge danni alle strutture. Dal 1957 Mario Moretti riavvia le campagne sistematiche, e negli anni Ottanta Mauro Cristofani porta a Cerveteri l'archeologia stratigrafica moderna.

Le date recenti

L'8 luglio 1964, a Pyrgi, gli scavi diretti da Massimo Pallottino restituiscono le tre lamine d'oro con l'iscrizione bilingue etrusco-fenicia: è il documento che lega definitivamente Caere al mondo punico e che offre all'etruscologia uno dei suoi appigli linguistici più solidi. Nel luglio del 2004 l'UNESCO iscrive nella Lista del Patrimonio Mondiale le Necropoli etrusche di Cerveteri e Tarquinia, con i criteri primo, terzo e quarto. Dal 2015 il cratere di Eufronio, rientrato in Italia dopo la vicenda giudiziaria che ne accertò la provenienza illecita, è esposto insieme a una kylix dello stesso maestro al Museo Nazionale Archeologico Cerite di Cerveteri. Sono, in ordine, la consacrazione scientifica, quella internazionale e quella morale di questo territorio.

Chi è passato da Necropoli della Banditaccia - Antica Caere – Necropoli etrusca di Cerveteri

Comincio da chi ci è passato per lavoro, perché sono i nomi che hanno lasciato le tracce più profonde. Raniero Mengarelli, che dal 1909 dedicò a questa necropoli buona parte della sua vita professionale e che le diede la forma leggibile che oggi diamo per scontata: senza di lui staremmo camminando in un campo pieno di dossi. Mario Moretti, che dal 1957 riportò qui il metodo e la continuità dopo gli anni difficili. Mauro Cristofani, fra i maggiori etruscologi del Novecento, che negli anni Ottanta impose a Cerveteri gli standard della ricerca contemporanea. Massimo Pallottino, il fondatore dell'etruscologia moderna come disciplina autonoma, che a Pyrgi, il porto di questa stessa città, tirò fuori dal terreno le lamine d'oro.

Ci sono poi passati i protagonisti ambigui dell'Ottocento. Alessandro Regolini, arciprete di Cerveteri, e il generale Vincenzo Galassi, che nel 1836 aprirono la tomba intatta del Sorbo e trovarono un tesoro che oggi è ai Musei Vaticani. Giampietro Campana, marchese, collezionista formidabile e amministratore infedele, che scavò qui fra il 1845 e il 1846 e la cui collezione, venduta all'asta dopo la sua condanna, portò pezzi ceretani al Louvre e in mezza Europa. Sono figure che oggi giudicheremmo con severità, e a ragione, ma che hanno strappato all'oblio materiali che altrimenti sarebbero andati perduti nel silenzio.

Viaggiatori, scrittori, artisti

Fra Settecento e Ottocento l'Etruria entrò stabilmente negli itinerari colti del Grand Tour, e le necropoli dell'Etruria meridionale attirarono viaggiatori, disegnatori e antiquari da tutta Europa, affascinati da una civiltà che sembrava contraddire il racconto classicista dominante. Nell'Ottocento le grandi opere illustrate sull'Etruria diffusero in Inghilterra, Francia e Germania immagini di questi tumuli, e contribuirono a costruire l'idea romantica di un popolo enigmatico e gioioso, mangiatore, ballerino e misterioso.

Nel Novecento il testimone passa alla letteratura. David Herbert Lawrence dedicò all'Etruria un libro di viaggio, Etruscan Places, nato da un itinerario del 1927 fra i siti etruschi del Lazio e della Toscana, in cui contrappone la vitalità sensuale degli Etruschi alla rigidità romana e alla meccanizzazione moderna: una lettura discutibile sul piano storico e magnifica sul piano della prosa. Giorgio Bassani aprì Il giardino dei Finzi-Contini con una gita alle tombe etrusche di Cerveteri, e da quella visita fece scaturire l'intera meditazione sulla memoria e sulla morte che sostiene il romanzo. Sono due modi diversissimi di guardare la stessa cosa, e nessuno dei due è archeologia: sono la prova che questo posto agisce sull'immaginazione di chiunque lo attraversi.

E poi tutti gli altri

Ma la risposta più onesta alla domanda su chi sia passato da qui è un'altra, e riguarda i mille anni in cui la necropoli fu in funzione. Ci sono passate decine di migliaia di persone di Caere: i portatori dei letti funebri, i suonatori di flauto, le donne del lamento, i cavatori che tagliavano il tufo, gli scalpellini che intagliavano i soffitti, gli stuccatori, i pittori, i sacerdoti che leggevano i fegati, i bambini portati in braccio al funerale del nonno. Ci sono passati mercanti greci e artigiani ionici trapiantati, e ci sono passati i romani che ne fecero un municipio, e i contadini medievali che chiamarono bandita quel campo pieno di buche, e i pastori che si riparavano dalla pioggia dentro le camere aperte.

Nessuno di loro ha lasciato il proprio nome su una targa, ma hanno lasciato qualcosa di meglio: il segno degli scalpelli sulle pareti, i solchi dei carri nella Via degli Inferi, le impronte del lavoro nel tufo. Quando camminate lungo la Via dei Monti Ceriti state percorrendo una strada consumata da migliaia di piedi in molti secoli. Non è un modo di dire: è esattamente ciò che è successo, e il tufo lo registra. Di tutte le cose che si possono guardare alla Banditaccia, quella che mi commuove di più resta il gradino consumato al centro e intatto ai bordi, perché è la firma collettiva di tutti quelli che sono passati prima di noi.

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RiassuntoLa “Necropoli della Banditaccia” a Cerveteri  è la principale area di sepolture dell'antica città etrusca di Caere (400 ettari) e una delle più suggestive e grandiose dell’Etruria e di tutto il Mediterraneo.
TagsAntica CaereAntica Caere – Necropoli etrusca di CerveteriNecropoli della BanditacciaNecropoli etruscaNecropoli etrusca di Cerveteri

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IndirizzoVia della Necropoli, 43/45, 00052 Cerveteri RM
CategorieMostreMusei
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