Museo Naturalistico del Parco Marturanum “Francesco Spallone”

Ci sono musei che ti spiegano un territorio e musei che ti costringono ad attraversarlo. Il Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone" appartiene alla seconda categoria, ed è per questo che vale il viaggio fino a Barbarano Romano, settanta chilometri scarsi a nord-ovest di Roma, in quella parte di Tuscia viterbese dove il tufo non è un materiale da costruzione ma il paesaggio stesso. Qui dentro, in poche sale al numero 46 di viale IV Novembre, trovi la riproduzione di una forra tufacea, una tomba etrusca ricostruita a grandezza naturale con il suo corredo, una quercia vera integrata nell'allestimento, un acquario d'acqua dolce, microscopi che funzionano davvero e, al piano superiore, gli attrezzi della civiltà contadina che per secoli ha lavorato questi valloni. Fuori, a poche centinaia di metri, ci sono milleduecentoquaranta ettari di parco regionale, oltre duemila tombe rupestri, le gole del Biedano e i cavalli maremmani che pascolano allo stato brado.

Confronta le esperienze a Roma

Ogni scheda apre una pagina di confronto qui su estateromana.com: le differenze tra le opzioni, le fasce di prezzo indicative e il link per prenotare sul sito del venditore. Puoi salvare quello che ti interessa in "Il mio viaggio".

Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Tour a piedi✦ Il classico

Tour a piedi

Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

Galleria Borghese

Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Tour in golf cart✦ Poco cammino

Tour in golf cart

Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Food tour✦ Vieni affamato

Food tour

Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

Bar hopping e vita notturna

Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

Vespa e Ape Calessino

In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Tour in sidecar✦ Il più scenografico

Tour in sidecar

Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

Corsi di cucina

Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Degustazioni di vino✦ Anche in città

Degustazioni di vino

In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Castelli Romani✦ Fuori porta

Castelli Romani

Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

Colosseo: sotterranei e arena

Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

Pompei e Costiera Amalfitana

Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Firenze in giornata✦ Alta velocità

Firenze in giornata

Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Roma di notte✦ Dopo il tramonto

Roma di notte

Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

Bus hop-on hop-off

Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

Capri e Costiera Amalfitana

Da Roma è lunga, ma in due giorni si fa con calma. In giornata solo se accetti di correre.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

Trevi, Pantheon e piazze

Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

Scuola dei gladiatori

Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Segway e monopattino✦ Poco sforzo

Segway e monopattino

Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Udienza papale✦ Mercoledì

Udienza papale

Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Terme di Caracalla✦ Poco affollato

Terme di Caracalla

Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Ostia Antica✦ A 30 minuti

Ostia Antica

La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Napoli e Pompei✦ Alta velocità

Napoli e Pompei

Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

Vaticano: ingresso anticipato

Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →
Tour in e-bike✦ Senza fatica

Tour in e-bike

Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

✓ Piu venditori a confrontoPrezzo finale sul sito del venditore
Confronta le opzioni →

Il mio consiglio, che ti anticipo subito perché è quello che cambia la giornata: non trattare questo museo come una tappa da spuntare prima dell'escursione. Trattalo come la legenda della mappa. Chi entra qui prima di scendere verso San Giuliano riconosce, sul sentiero, tutto quello che ha visto in vetrina. Chi salta il museo cammina in mezzo a un paesaggio bellissimo e muto.

Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone": che cos'è davvero

La definizione ufficiale parla di museo naturalistico e centro visita dell'area protetta. È corretta, ma è riduttiva. Nella pratica questo è un centro di interpretazione: un luogo costruito non per esporre oggetti rari, ma per insegnarti a leggere quello che troverai fuori. La differenza è sostanziale. In un museo tradizionale l'oggetto è il fine; qui l'oggetto è uno strumento ottico, una lente che ti viene prestata all'ingresso e che restituisci simbolicamente quando esci, ma che continui a usare per tutto il resto della visita al territorio.

Il museo è gestito nell'ambito del Parco Naturale Regionale Marturanum, l'area protetta istituita dalla Regione Lazio con la legge regionale numero 41 del 17 luglio 1984. Il parco si estende per circa 1.240 ettari interamente nel comune di Barbarano Romano, in provincia di Viterbo. Il museo aprì al pubblico pochi anni dopo l'istituzione dell'area protetta, e fin dall'inizio nacque con questa vocazione doppia: raccontare la natura e raccontare il rapporto millenario fra l'uomo e questa natura. Che poi, in Tuscia, è la stessa cosa: qui non esiste un metro quadro di bosco che non sia stato scavato, tagliato, coltivato o santificato da qualcuno negli ultimi tremila anni.

Un museo piccolo che pensa in grande

Ti avviso onestamente sulle dimensioni: non stiamo parlando di un complesso monumentale. Le sale sono poche e la visita, presa da sola, ti impegna quaranta minuti abbondanti se leggi tutti i pannelli, un'ora e mezza se ti fermi ai microscopi e fai domande a chi è di turno. Ma la densità di informazione per metro quadro è altissima, e la qualità dell'accoglienza è di quelle che nei musei grandi non trovi più: qui c'è ancora qualcuno che ha tempo per risponderti.

Il Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone" fa parte del sistema museale RESINA, la rete tematica dei musei naturalistici del Lazio, ed è inserito nell'Organizzazione Museale Regionale. Non è un dettaglio burocratico: significa che i contenuti scientifici sono validati, che gli allestimenti seguono standard di rete e che il personale partecipa a percorsi di aggiornamento comuni con gli altri musei naturalistici regionali. Tradotto per chi visita: quello che leggi sui pannelli è verificato.

Perché "Francesco Spallone"

L'intitolazione a Francesco Spallone lega il museo alla memoria locale del parco e delle persone che lo hanno costruito e difeso nei suoi primi decenni di vita. È una consuetudine bella e molto italiana, quella di dare a un piccolo museo il nome di chi ci ha messo dentro anni di lavoro: nelle grandi istituzioni i nomi sulle facciate sono quasi sempre di finanziatori, nei piccoli musei sono quasi sempre di operatori. Nel borgo, se chiedi, ti raccontano che il nome è sentito come una cosa di casa, non come una targa. E infatti la stessa dedica ricorre anche nella vita culturale del paese, legata al racconto della Tuscia rupestre.

Dove si trova e come si arriva al Museo Naturalistico del Parco Marturanum

L'indirizzo è viale IV Novembre 46-48, Barbarano Romano, provincia di Viterbo, CAP 01010. Il museo condivide la palazzina con gli uffici dell'area protetta, il che spiega perché in orario mattutino feriale il punto informativo funziona anche quando la sala espositiva sembra silenziosa: se trovi la porta del museo chiusa in tarda mattinata, prova la porta accanto.

Da Roma il modo più semplice è la Cassia bis fino a Monterosi, poi la Cassia verso Vetralla e la deviazione per Barbarano Romano; in alternativa si sale per la Braccianese passando per Oriolo e Vejano. In entrambi i casi conta un'ora e un quarto abbondante di guida dal Grande Raccordo Anulare, un po' di più se prendi la strada panoramica lungo il lago di Bracciano, che però ti fa vedere il cambio di paesaggio: prima le colline coltivate, poi i coni vulcanici, poi improvvisamente il tufo che spacca il terreno in valloni. Da Viterbo sono circa trenta chilometri verso sud-est, quaranta minuti di curve gradevoli.

Il parcheggio e i cento metri che contano

Il consiglio che ti do sulla logistica è banale ma fa risparmiare nervi: lascia l'auto fuori dalle mura del borgo, negli spazi lungo il viale, e non tentare l'ingresso nel centro storico. Barbarano Romano ha una struttura medievale a tre strade parallele racchiuse in una doppia cerchia muraria, e le carreggiate interne sono nate per i carri, non per i SUV. Dal parcheggio al museo si cammina pochissimo, e quel poco è già parte della visita: il viale corre lungo il margine dell'abitato, con la campagna che si apre a destra e il profilo del borgo a sinistra.

Chi arriva con i mezzi pubblici deve mettere in conto pazienza: i collegamenti su gomma dalla provincia esistono ma sono pensati per gli studenti e i pendolari, non per i turisti, con corse concentrate nelle prime ore del mattino e nel primo pomeriggio. Se non hai l'auto, la soluzione realistica è arrivare a Viterbo o a Bracciano e organizzare l'ultimo tratto in privato. Non è un posto che si improvvisa con l'orario in mano dieci minuti prima.

Accessibilità

Il museo è dichiarato accessibile: si entra con passeggini e carrozzine, l'ingresso è gratuito e gli spazi al piano terra sono percorribili senza gradini impegnativi. È una notizia che vale la pena sottolineare, perché nei borghi della Tuscia l'accessibilità è spesso una battaglia persa in partenza contro la topografia. Qui il museo funziona anche come punto di contatto per chi, per ragioni motorie, non può affrontare i sentieri della necropoli: dentro trovi ricostruito, in scala e a portata di mano, quello che fuori richiede scarponi e caviglie allenate.

Il Parco Regionale Marturanum: 1.240 ettari e una legge del 1984

Il parco nasce nel 1984, in una stagione in cui il Lazio istituì una serie di aree protette regionali per mettere in sicurezza pezzi di territorio che la speculazione e l'abbandono stavano erodendo dai due lati opposti. Marturanum fu uno di quei casi in cui la tutela naturalistica e la tutela archeologica coincidevano perfettamente: proteggere le forre significava proteggere le necropoli scavate nelle loro pareti, e viceversa.

Il nome viene da Marturanum, l'antico insediamento che dà identità a tutta l'area e che affonda le radici nella fase etrusca del territorio. È un toponimo che oggi indica un parco ma che, per gli abitanti, indica soprattutto una zona: quando a Barbarano ti dicono "andiamo al Marturanum" non intendono un ufficio o un confine amministrativo, intendono il bosco, le forre e le tombe.

Un parco piccolo per superficie, enorme per densità

Milleduecentoquaranta ettari sono, in termini assoluti, poca cosa: parliamo di dodici chilometri quadrati e poco più, un fazzoletto rispetto ai grandi parchi nazionali appenninici. Ma la densità di cose degne di nota per ettaro è probabilmente fra le più alte d'Italia. Dentro questi confini stanno oltre duemila tombe rupestri di età etrusca, tratti dell'antica via Clodia, vie cave scavate nel tufo, resti di mulini ad acqua, una chiesa medievale isolata, un villaggio abbandonato nell'XI secolo, sorgenti minerali ferruginose e una comunità faunistica che comprende rapaci rari e anfibi endemici.

Questa densità è anche la ragione per cui il museo esiste: senza una chiave di lettura, un visitatore che entra nel parco vede solo un bosco fitto con dei buchi nella roccia. Con la chiave di lettura giusta, quel bosco diventa un archivio a cielo aperto in cui ogni buco ha una data, una tipologia, una funzione e, spesso, un nome.

Chi lo gestisce

La gestione è in capo al sistema delle aree protette della Regione Lazio, con un ufficio operativo proprio a Barbarano Romano, negli spazi adiacenti al museo. Il presidio quotidiano è affidato al servizio di sorveglianza dell'area protetta: sono i guardiaparco a garantire, oltre al controllo del territorio, buona parte delle attività di accompagnamento e di educazione ambientale. È utile saperlo, perché il numero di cellulare del servizio è spesso il canale più rapido per informazioni aggiornate su percorsi, chiusure temporanee e condizioni dei sentieri dopo le piogge.

La geologia raccontata dentro il museo: il vulcano di Vico e il tufo rosso a scorie nere

Tutto quello che vedi in questo territorio comincia con un'eruzione. L'apparato vulcanico Vicano, il complesso che oggi custodisce il lago di Vico dentro la sua caldera, ha modellato l'intera Tuscia centrale con una serie di fasi esplosive di enorme portata. Circa centocinquantacinquemila anni fa una di queste fasi depositò su questo settore il cosiddetto tufo rosso a scorie nere, una delle formazioni più riconoscibili del vulcanismo laziale, che si posò sopra formazioni precedenti di flysch, cioè su rocce sedimentarie stratificate di origine marina molto più antiche.

Il tufo rosso a scorie nere è una roccia con una personalità precisa: abbastanza compatta da reggere una parete verticale, abbastanza tenera da essere scavata con attrezzi di ferro. Questa doppia proprietà è la ragione, geologica prima ancora che culturale, per cui gli Etruschi di questa area svilupparono un'architettura funeraria rupestre che altrove non esiste. Dove la roccia è granito non scavi tombe a dado; dove la roccia è argilla non reggono le pareti. Qui la natura aveva già predisposto il materiale ideale, e una civiltà se ne accorse.

Il colore e il nome

Il nome descrive esattamente quello che vedi: una matrice rossastra, dal mattone al vinaccia a seconda dell'alterazione, punteggiata da scorie nere, cioè da frammenti di magma raffreddato rapidamente e inglobati nel deposito. Quando cammini nelle vie cave e ti trovi le pareti a venti centimetri dal naso, quelle inclusioni scure diventano evidenti come le uvette in un panettone. Passaci sopra le dita: sono vetrose, più dure della matrice, e in molti punti sporgono perché l'erosione ha consumato più in fretta il materiale attorno.

Il museo dedica spazio a questa lettura geologica perché senza di essa il resto non sta in piedi. La forra, la tomba, il mulino, la via cava e persino la vegetazione delle pareti umide sono conseguenze diverse della stessa roccia. È uno di quei casi in cui la geologia non è il capitolo noioso all'inizio della guida, ma la chiave che apre tutte le porte successive.

Le sorgenti ferruginose

Nel territorio del parco emergono sorgenti mineralizzate ricche di ferro, testimonianza del persistente calore residuo e della circolazione idrotermale legata all'apparato vulcanico. Le riconosci dai depositi ocracei sulle rocce e dal sapore metallico che l'acqua lascia in bocca. Sono un elemento che collega Marturanum a tutta la fascia termale della Tuscia, quella che a poche decine di chilometri ha reso celebri le acque solfuree del viterbese. Qui il fenomeno è discreto, quasi domestico, ma c'è.

Le forre del Biedano e del Vesca: il paesaggio che il museo ti insegna a leggere

Due corsi d'acqua principali attraversano il parco: il Biedano e il Vesca. Non sono fiumi imponenti, e chi arriva aspettandosi masse d'acqua rimane spiazzato. La loro grandezza non sta nella portata ma nel lavoro compiuto: incidendo il banco tufaceo per millenni hanno scavato valloni profondi, stretti, con pareti verticali e fondo umido. In Tuscia queste incisioni si chiamano forre, e sono l'elemento paesaggistico distintivo dell'intera regione fra Blera, Barbarano, Norchia e San Giovenale.

La forra è un mondo a sé. In pochi metri di dislivello passi da un altopiano assolato, con radure e pascoli, a un fondovalle ombroso, fresco anche ad agosto, dove l'aria è satura di umidità e il suono dell'acqua rimbalza fra le pareti. È un'inversione ecologica netta: specie che normalmente troveresti a quote ben più alte, o in latitudini più settentrionali, qui trovano rifugio in fondo a un canyon a duecento metri sul livello del mare.

Il microclima della forra

Il fondo delle forre funziona come una trappola di aria fredda e umida. Le pareti verticali limitano l'irraggiamento diretto a poche ore al giorno, l'acqua mantiene alta l'umidità relativa, la vegetazione arborea chiude la volta. Il risultato è un microclima stabile che ospita felci in abbondanza, muschi, epatiche, e che permette la sopravvivenza di anfibi esigenti. Se ci entri a luglio con trentaquattro gradi sull'altopiano, sotto ne trovi otto o dieci di meno. È un condizionatore geologico.

Il consiglio che ti do è di dedicare almeno cinque minuti, una volta sceso, a stare fermo e zitto. Le forre hanno un'acustica particolare: il verso del martin pescatore, lo scivolamento di una biscia d'acqua, il tonfo di una rana. Se cammini parlando non senti niente e non vedi niente. Se ti fermi, in cinque minuti il vallone ricomincia a vivere attorno a te.

Le mole e il Ponte del Diavolo

Lungo il Biedano si incontrano i resti di antiche mole, cioè di mulini ad acqua che sfruttavano il salto del torrente per macinare cereali. Erano l'infrastruttura energetica del borgo prima dell'elettricità, e la loro presenza spiega perché un paese arroccato investisse tanto lavoro nel mantenere praticabili sentieri così scoscesi: giù non si andava per diporto, si andava a macinare. Nella stessa area si trova il passaggio noto come Ponte del Diavolo, e cavità naturali che la tradizione popolare ha battezzato con nomi evocativi, fra cui il Grottone del Mostro. Sono toponimi che raccontano la paura antica del fondovalle, luogo di lavoro necessario ma anche di ombra e di rischio.

Dentro il Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone": la forra ricostruita

Arriviamo al cuore dell'allestimento. Il pezzo forte del museo è la riproduzione, in scala ridotta ma con un livello di dettaglio notevole, di una forra tufacea del parco. Non è un plastico da vetrina: è una struttura in cui si entra visivamente, con le pareti che riproducono la stratigrafia del tufo, la vegetazione che colonizza le fessure, il fondo umido, e la fauna che quell'ambiente ospita, restituita attraverso esemplari preparati e riproduzioni in vetroresina.

La scelta di ricostruire proprio la forra non è casuale. È l'ambiente più difficile da raggiungere per un visitatore medio e, contemporaneamente, il più caratterizzante del parco. Chi ha problemi di mobilità, chi viaggia con bambini piccoli, chi arriva con un'ora sola a disposizione, qui vede comunque la forra. E chi poi ci scende davvero riconosce, sul posto, quello che ha già visto: la stessa felce, la stessa stratificazione, lo stesso rapporto fra la luce e l'acqua.

Le riproduzioni in vetroresina

Una parte degli animali esposti è costituita da riproduzioni in vetroresina, affiancate a esemplari naturalizzati provenienti da rinvenimenti e da recuperi. È una scelta museografica moderna e, aggiungo, eticamente corretta: nessun animale viene prelevato per essere esposto. Le riproduzioni consentono inoltre di rappresentare specie protette e rare che sarebbe impensabile mostrare altrimenti, e reggono meglio nel tempo l'esposizione alla luce e all'umidità.

Il livello di realismo è buono, e c'è un dettaglio che noto sempre e che ai bambini piace moltissimo: le posture. Gli animali non sono messi in fila come francobolli, ma collocati in atteggiamenti coerenti con l'ambiente ricostruito, uno in caccia, uno in appostamento, uno in transito. Questo trasforma la vetrina in una scena e la scena in una storia, che è esattamente il lavoro che un museo naturalistico deve fare.

Le ricostruzioni ambientali e i pannelli

Attorno alla forra si sviluppano le altre ricostruzioni ambientali dedicate agli habitat caratteristici della Tuscia viterbese: il bosco, l'ambiente ripariale, le zone aperte con pascolo. I pannelli informativi accompagnano ogni sezione con dati su flora e fauna e con i riferimenti geologici e storico-archeologici. Il registro dei testi è divulgativo ma non banalizzante, il che è una virtù rara: troppi musei naturalistici oscillano fra il gergo scientifico impenetrabile e la semplificazione da libro per l'infanzia.

La tomba etrusca ricostruita a grandezza naturale

Il secondo colpo di teatro dell'allestimento è la ricostruzione a grandezza naturale di una tomba rupestre etrusca, completa di arredo funerario e di oggetti votivi. È un'idea intelligentissima, perché risolve un problema pratico che chiunque abbia visitato la necropoli di San Giuliano conosce bene: le tombe sono lì, sono migliaia, sono spettacolari, ma sono vuote da secoli e in buona parte inaccessibili all'interno.

Qui invece entri, o quantomeno ti affacci, in un ambiente sepolcrale come doveva presentarsi al momento della chiusura: il letto funebre ricavato nella roccia, il vasellame disposto secondo la logica del banchetto rituale, gli oggetti personali, gli ex voto. La comprensione che ne ricavi è immediata e fisica. Poi esci, cammini per quaranta minuti nel bosco, ti affacci in una camera reale scavata nel tufo e finalmente sai cosa stai guardando: non un buco, ma una stanza arredata a cui manca l'arredamento.

Perché la tomba sta in un museo naturalistico

Qualcuno storcerà il naso: che c'entra una tomba etrusca con un museo di scienze naturali? C'entra tutto, e questa è la tesi culturale forte dell'istituzione. In questo territorio la separazione fra natura e cultura è artificiosa. La roccia che ospita la salamandrina è la stessa che ospita la camera sepolcrale. La forra è insieme un habitat e un cimitero monumentale. Il bosco cresce su terrazzamenti che qualcuno ha costruito. Separare le due letture significa mutilarle entrambe.

Il museo lo dichiara apertamente: il suo tema è il rapporto millenario fra l'uomo e l'ambiente in questo angolo di Tuscia rupestre. Non la natura incontaminata, che qui non esiste e non è mai esistita negli ultimi tre millenni, ma la natura abitata, scavata, usata e infine riconquistata dal bosco quando gli uomini se ne sono andati.

Il corredo e cosa racconta

Gli oggetti che compongono l'arredo ricostruito raccontano un sistema di credenze preciso. Il defunto etrusco veniva accompagnato con ciò che gli serviva nella dimensione ultraterrena, e quel corredo era anche una dichiarazione sociale: il vasellame fine per il vino segnalava l'appartenenza a un'élite capace di praticare il banchetto aristocratico, le armi indicavano il ruolo guerriero, gli ornamenti personali la ricchezza della famiglia. Guardare un corredo significa leggere una carta d'identità sociale scritta in oggetti.

La quercia dentro il museo, l'acquario e i microscopi

Il terzo elemento che rende questo allestimento memorabile è la presenza di un albero vero, una quercia integrata nell'esposizione e utilizzata come diorama tridimensionale. Non è un modello: è un tronco autentico attorno al quale si sviluppa il racconto dell'ecosistema forestale, con gli abitanti dei diversi piani vegetazionali collocati alle rispettive altezze.

Il valore didattico è enorme, e te lo spiego con un esempio. Se dici a un ragazzino che il bosco è stratificato, lui annuisce e dimentica. Se lo porti davanti a una quercia dove alla base c'è l'istrice, a mezza altezza il picchio, in cima il rapace, e gli fai notare che ogni specie occupa un piano preciso perché lì trova il cibo e il riparo che le servono, quella nozione gli resta. La verticalità è l'unica cosa che i libri non riescono a comunicare, perché la pagina è piatta.

La quercia in Tuscia non è un albero qualunque

Vale la pena di ricordare che la quercia, in questo territorio, è la specie simbolo. I querceti a roverella e cerro coprono ampie porzioni dell'altopiano, e le grandi querce isolate nei pascoli sono un elemento paesaggistico caratteristico dell'agricoltura tradizionale maremmano-laziale: lasciate in piedi per fare ombra al bestiame, per fornire ghiande, per segnare confini. Mettere una quercia al centro del museo significa mettere al centro l'albero attorno a cui questa economia rurale ha ruotato per secoli.

Osserva anche la corteccia. Le screpolature profonde delle querce mature sono ecosistemi in miniatura: ospitano insetti, ragni, licheni, e sono la dispensa dei picchi e dei rampichini. Nel museo puoi guardarle da vicino con calma, cosa che nel bosco non fai mai perché sei impegnato a guardare dove metti i piedi.

L'acquario d'acqua dolce

Un acquario dedicato alla fauna ittica d'acqua dolce completa il quadro degli ambienti acquatici. È la sezione che più spesso viene sottovalutata dai visitatori adulti e che invece racconta una storia importante: i torrenti della Tuscia ospitano comunità ittiche specializzate, adattate ad acque fresche, ossigenate e a portata variabile, e sono fra gli ambienti più vulnerabili alle alterazioni della qualità dell'acqua e ai prelievi idrici.

Il parco dedica specifica attenzione agli habitat acquatici, tanto da costruirci sopra attività di divulgazione ed escursioni tematiche: l'acqua è l'elemento che rende possibile la vita nelle forre e la varietà di specie che ospitano è sorprendente per chi si aspetta solo un rigagnolo fra le rocce.

I microscopi: la parte che nessuno si aspetta

Nell'allestimento sono disponibili microscopi moderni per l'osservazione del mondo microscopico. È un dettaglio che alza di parecchio il livello: significa che il museo non si limita a mostrare, ma mette il visitatore in condizione di guardare in prima persona. Una goccia d'acqua del torrente sotto l'obiettivo è più eloquente di dieci pannelli sulla biodiversità acquatica.

Il consiglio che ti do se viaggi con ragazzi in età scolare: chiedi esplicitamente di poter usare i microscopi. Non sempre sono attivi per il visitatore occasionale, ma se lo chiedi con garbo e c'è personale disponibile, quella diventa la mezz'ora che tuo figlio ricorderà del viaggio, molto più della tomba, molto più del panorama.

Il piano superiore: gli strumenti della civiltà contadina

Salendo di piano il registro cambia. Qui l'allestimento raccoglie strumenti e attrezzi della tradizione locale, la collezione di attrezzatura agricola tradizionale che documenta come si lavorava questo territorio prima della meccanizzazione. Aratri, gioghi, falci, attrezzi per la vendemmia, utensili per la lavorazione del latte, contenitori, strumenti da bosco.

Questa sezione risponde a una domanda che il visitatore attento si pone inevitabilmente: se qui c'è tanto bosco, chi lo teneva aperto? La risposta è che per secoli questo paesaggio è stato un mosaico di coltivi, pascoli, boschi cedui e castagneti gestiti con una precisione che oggi facciamo fatica a immaginare. Il bosco chiuso e continuo che attraversiamo oggi non è la natura originaria: è il risultato dell'abbandono agricolo del Novecento, che ha lasciato che la vegetazione riprendesse i terrazzamenti.

Gli oggetti come documenti

Ogni attrezzo esposto è un documento tecnologico. La forma di una zappa racconta la consistenza del terreno su cui lavorava; la dimensione di un giogo racconta la taglia degli animali disponibili; la presenza di attrezzi specializzati per una singola operazione racconta un'economia in cui il tempo di lavoro costava meno del ferro. Guardati con attenzione, questi oggetti sono precisi come un catasto.

C'è poi il tema della memoria familiare. Molti degli oggetti nelle collezioni etnografiche dei piccoli musei arrivano da donazioni di famiglie del paese: sono attrezzi che qualcuno ha usato davvero, spesso il nonno o il bisnonno di qualcuno che oggi abita a duecento metri dal museo. Questo dà alla sezione un peso emotivo che nei musei metropolitani non trovi.

Il filo che unisce i due piani

Il passaggio dal piano naturalistico a quello etnografico è la sintesi dell'intero progetto. Sotto, la roccia, l'acqua, gli animali e la tomba etrusca; sopra, gli attrezzi con cui gli uomini hanno lavorato quella stessa roccia e quella stessa acqua per tremila anni. Tra i due piani non c'è cesura, c'è continuità: gli Etruschi scavavano il tufo con attrezzi di ferro, i contadini del Novecento scavavano il tufo con attrezzi di ferro, e in mezzo ci sono ventisei secoli di persone che hanno fatto sostanzialmente la stessa cosa con la stessa materia.

La fauna del Parco Marturanum: i mammiferi

La comunità di mammiferi del parco è quella tipica della Tuscia boschiva, ricca e in buono stato di conservazione. Tra le specie presenti si contano la volpe, il cinghiale, il tasso, l'istrice, il gatto selvatico, la puzzola europea e la nutria, quest'ultima specie alloctona ormai diffusa in tutti i corsi d'acqua dell'Italia centrale.

Il gatto selvatico è la presenza più preziosa dell'elenco. È un felide elusivo, notturno, difficilissimo da osservare, e la sua presenza indica una struttura forestale matura con buona disponibilità di rifugi e prede. Confonderlo con un gatto domestico inselvatichito è facile a occhio nudo e sbagliato: il gatto selvatico ha corporatura più massiccia, coda tozza ad anelli netti e punta nera arrotondata, mantello grigio-bruno con disegno tigrato poco contrastato. Le probabilità che tu ne veda uno passeggiando di giorno sono vicine allo zero, ma sapere che è lì cambia il modo in cui guardi il bosco.

L'istrice, il vicino rumoroso

L'istrice è invece il mammifero che con più probabilità lascerà tracce del suo passaggio sotto i tuoi occhi. Non lo vedrai quasi mai, perché è rigorosamente notturno, ma troverai i suoi aculei caduti lungo i sentieri, bianchi e neri, spesso vicino alle tane scavate nel tufo. È il roditore più grande d'Europa e in Italia centrale è protetto. Un aculeo raccolto da terra è il souvenir preferito di ogni bambino che passa di qui, ed è anche un ottimo pretesto per spiegare che gli aculei non vengono lanciati, come vuole la leggenda, ma si staccano quando l'animale li conficca nell'aggressore arretrando.

Il cinghiale e la gestione del bosco

Il cinghiale è abbondante, come in tutto il Lazio, e la sua presenza è evidentissima: terreno rivoltato ai margini dei sentieri, pozze di fango ai piedi degli alberi, tronchi con la corteccia lucidata dallo sfregamento. Se cammini all'alba o al tramonto è la specie che hai maggiori probabilità di incrociare. Nessun allarmismo: un cinghiale che ti sente arrivare scappa. Il consiglio che ti do è di fare rumore quando attraversi macchie fitte con visibilità ridotta e di non mettersi mai fra una femmina e i suoi piccoli, che è l'unica situazione realmente da evitare.

Il tasso e la puzzola

Il tasso è un ingegnere del sottosuolo: le sue tane, complesse e riutilizzate per generazioni, sono facilmente riconoscibili per l'ampio ingresso ovale e il cono di terra smossa davanti. La puzzola europea, mustelide legato agli ambienti umidi e ai corsi d'acqua, è un buon indicatore della qualità delle sponde. Entrambe sono specie che tradiscono la loro presenza più con le tracce che con l'avvistamento diretto, ed è per questo che nei musei naturalistici come questo la sezione dedicata alle impronte e ai segni di presenza vale quanto quella dedicata agli animali.

Gli uccelli: rapaci, cicogna nera e il popolo delle forre

L'avifauna è probabilmente il capitolo più impressionante della biodiversità di Marturanum, e il museo lo tratta con l'attenzione che merita. Le pareti verticali delle forre offrono siti di nidificazione inaccessibili ai predatori terrestri, e questo attira specie rupicole di grande valore conservazionistico.

Fra i rapaci segnalati nell'area del parco figurano il lanario, il biancone, il nibbio reale, il gheppio e il falco pellegrino. È un elenco che farebbe felice qualunque birdwatcher europeo. Il lanario in particolare è uno dei falconi più rari d'Italia, legato agli ambienti rupestri e alle aree aperte per la caccia: la combinazione di pareti tufacee e altopiani a pascolo che caratterizza questo territorio è per lui l'habitat ideale.

Il biancone, l'aquila dei serpenti

Il biancone merita un paragrafo a parte perché è lo spettacolo più accessibile. È un rapace grande, con apertura alare che supera abbondantemente il metro e mezzo, di colorazione chiarissima nelle parti inferiori, e ha un'abitudine di caccia inconfondibile: lo spirito santo, cioè il volo stazionario a battute lente con la testa puntata verso il basso, che tiene anche per lunghi secondi mentre scruta il terreno. Si nutre quasi esclusivamente di rettili, serpenti soprattutto. Vederlo fermo in aria sopra un pascolo assolato di maggio è una di quelle immagini che valgono da sole la salita.

È un migratore: arriva in primavera dall'Africa subsahariana e riparte alla fine dell'estate. Questo definisce anche la finestra migliore per l'osservazione, che va grosso modo da fine marzo a settembre, con il picco di attività nelle ore centrali della giornata quando le termiche sono robuste.

La cicogna nera

Fra le presenze segnalate nel comprensorio c'è la cicogna nera, specie rarissima in Italia e di grande valore. A differenza della cugina bianca, che ama i campanili e la vicinanza dell'uomo, la cicogna nera è schiva, forestale, legata a corsi d'acqua tranquilli in ambienti indisturbati. La sua presenza nel comprensorio della Tuscia rupestre è uno degli indicatori più eloquenti della qualità ambientale di queste forre. Se ne avvisti una, considerati fortunato e mantieni le distanze: è specie estremamente sensibile al disturbo.

Il martin pescatore e i piccoli passeriformi

Sul fondovalle il protagonista è il martin pescatore, che lungo il Biedano si annuncia con un fischio acuto e con un lampo turchese che attraversa il vallone a mezzo metro dall'acqua. Nidifica in gallerie scavate nelle sponde di terra, e la sua presenza richiede acqua limpida e popolata di pesciolini: è un revisore dei conti ecologico molto severo.

Nel sottobosco e nella vegetazione ripariale trovi l'usignolo di fiume, dal canto esplosivo e sproporzionato rispetto alle dimensioni, e il luì piccolo, minuscolo e instancabile. Nelle aree più aperte, con vecchi alberi e pareti, compare la ghiandaia marina, uno degli uccelli più spettacolari d'Europa per colorazione, con quel turchese elettrico che sembra fuori posto in un paesaggio mediterraneo. Il museo aiuta molto in questa identificazione, perché avere davanti l'esemplare fermo e a distanza ravvicinata è l'unico modo per fissare i caratteri diagnostici che sul campo cogli per due secondi.

Anfibi e rettili: la salamandrina dagli occhiali

Fra gli anfibi presenti nel parco spicca la salamandrina dagli occhiali, un endemismo italiano di grandissimo valore. È una salamandra piccola, nera sul dorso, con una macchia chiara a forma di occhiali fra gli occhi che le vale il nome, e con il ventre e la parte inferiore della coda di un rosso vivo che mostra come segnale di allarme inarcandosi quando si sente minacciata.

La salamandrina è esigentissima: richiede acque limpide, fresche, ben ossigenate, in ambienti forestali ombrosi e indisturbati. È esattamente il profilo delle forre di Marturanum. La sua presenza qui non è un dettaglio da appassionati: è un certificato di qualità ambientale rilasciato dalla natura stessa. Le specie di questo tipo sono i primi indicatori a scomparire quando un torrente viene captato, inquinato o privato della copertura arborea.

Come comportarsi se ne incontri una

Il consiglio che ti do è netto e non negoziabile: guardala e basta. Non prenderla in mano, non spostarla, non metterla in una bottiglia per fotografarla meglio. La pelle degli anfibi è un organo respiratorio permeabile, e il contatto con le mani, con creme solari o con repellenti per insetti è per loro tossico. Vale per tutti gli anfibi, ma per una specie protetta e con areale ristretto vale doppio.

Vale anche la regola di non spostare pietre e tronchi nel greto e, se lo fai per curiosità, di rimetterli esattamente come stavano. Sotto ogni sasso del fondovalle c'è un microhabitat che qualcuno sta usando come casa.

Rospi, rane e rettili

Gli ambienti acquatici del parco ospitano una comunità di anfibi più ampia, con anuri legati alle pozze e alle acque lente, e la loro attività riproduttiva primaverile trasforma alcuni tratti del fondovalle in un concerto notturno notevole. Tra i rettili, oltre alle bisce d'acqua che frequentano il torrente, il territorio ospita le comuni lucertole e ramarri delle aree aperte e, come tutta la Tuscia, la vipera comune negli ambienti pietrosi e assolati. Il museo dedica spazio alla corretta identificazione, che è il modo migliore per smontare la paura: la stragrande maggioranza dei serpenti che incontrerai qui è assolutamente innocua, e imparare a distinguere una pupilla rotonda da una verticale è più utile di qualunque bastone.

La flora del parco: dal bosco ripariale al querceto

La vegetazione di Marturanum si organizza in fasce che seguono l'altitudine e, soprattutto, l'umidità. Sul fondo umido della forra si sviluppa un bosco ripariale di grande interesse, con ontano nero, olmo, pioppo bianco e pioppo nero, e diverse specie di salice. È la formazione che tiene insieme le sponde, che ombreggia l'acqua mantenendola fresca e che fornisce il detrito organico su cui si basa l'intera catena alimentare del torrente.

Sotto la copertura arborea, il sottobosco umido è dominato dalle felci, che qui raggiungono densità e dimensioni notevoli. Sono piante antichissime, prive di fiori e di semi, che si riproducono per spore e che richiedono umidità costante: la loro abbondanza è il modo più immediato per capire, a colpo d'occhio, che sei entrato in un microclima particolare.

Le elofite del greto

Lungo l'acqua e nelle zone di sponda inondata crescono le elofite, cioè piante che affondano le radici nel substrato sommerso e sviluppano fusto e foglie all'aria. Nel parco sono segnalate la canapa d'acqua, il sedano d'acqua e la veronica. Sono piante che il visitatore distratto calpesta senza notare e che invece svolgono un lavoro enorme: filtrano, ossigenano, offrono riparo agli stadi larvali degli insetti acquatici e stabilizzano le sponde.

Il querceto dell'altopiano

Risalendo verso i pianori, la vegetazione cambia completamente. Il bosco diventa un querceto misto mediterraneo con roverella e cerro, accompagnati da carpino, acero, orniello e da un corteggio arbustivo di biancospino, prugnolo, corniolo, rosa canina. È il bosco della raccolta e del pascolo, quello che per secoli ha fornito legna, ghiande per i maiali, frutti selvatici e funghi.

Nelle radure e sui margini si aprono i pascoli, che in primavera esplodono in fioriture di orchidee spontanee: la Tuscia è terra di orchidee, con specie del genere Ophrys e Orchis che compaiono fra aprile e maggio e che meritano una passeggiata dedicata con gli occhi bassi. Anche qui: si guardano, si fotografano, non si raccolgono.

Le vacche e i cavalli maremmani allo stato brado

C'è un elemento che sorprende quasi tutti i visitatori: nel parco pascolano allo stato brado vacche maremmane e cavalli maremmani. Non è un'attrazione allestita per i turisti, è l'ultimo tratto vivente di un sistema di allevamento estensivo che ha caratterizzato per secoli tutta la fascia tirrenica dell'Italia centrale, dalla Maremma toscana all'Agro romano.

La vacca maremmana la riconosci al primo sguardo: mantello grigio, corna lunghissime a lira nelle femmine e a mezzaluna nei maschi, struttura possente, temperamento rustico. È una razza selezionata per sopravvivere all'aperto tutto l'anno, per camminare molto e per digerire foraggi poveri. Il cavallo maremmano, altrettanto rustico, è l'animale dei butteri, i cavallanti dell'Italia centrale.

Come comportarsi con gli animali al pascolo

Qui il consiglio che ti do è serio, perché riguarda la sicurezza. Questi animali non sono addomesticati nel senso in cui lo è un cavallo da maneggio: vivono all'aperto, hanno un rapporto sporadico con l'uomo e mantengono istinti difensivi molto vivi, in particolare le femmine con i vitelli o i puledri. Mantieni sempre una distanza generosa, non tentare mai di accarezzarli o di dar loro cibo, non passare mai in mezzo a un gruppo tagliandolo in due, e se hai il cane tienilo rigorosamente al guinzaglio: un bovino carica il cane, non te, ma il cane spaventato corre verso il padrone e il problema diventa tuo.

Detto questo, incontrarli è bellissimo. Una mandria di maremmane grigie che pascola su un altopiano tufaceo, con il bosco sullo sfondo e le tombe etrusche nascoste appena sotto il ciglio, è una delle immagini più autenticamente laziali che ti possano capitare.

Il ruolo ecologico del pascolo

Il pascolo estensivo non è solo folklore: è una funzione ecologica. Sono i grandi erbivori a mantenere aperte le radure, a impedire che l'arbusteto chiuda i prati, a creare quel mosaico di ambienti diversi che permette la coesistenza di specie con esigenze opposte. Molti dei rapaci di cui abbiamo parlato cacciano proprio sulle aree aperte mantenute dal bestiame. Un parco senza pascolo, in questo contesto, sarebbe un parco più povero.

La necropoli di San Giuliano: oltre duemila tombe a mezz'ora di cammino

Se il museo è la legenda, San Giuliano è la mappa. La necropoli rupestre che occupa i pianori e le pareti del comprensorio è uno dei complessi funerari etruschi più estesi e meglio conservati dell'Etruria meridionale interna, con un numero di sepolture che nell'insieme del parco supera le duemila unità. Il pianoro di San Giuliano, difeso naturalmente dalle forre del Biedano e del Vesca, ospitava l'abitato; le pareti e i ripiani attorno ospitavano i morti.

La cronologia è impressionante per ampiezza. Si parte dall'età del Bronzo, si attraversa la fase villanoviana fra il IX e l'VIII secolo avanti Cristo, si arriva all'orientalizzante fra VIII e VII secolo con i grandi tumuli, poi alla fase arcaica fra VI e V secolo con le tombe a dado e a semidado, infine all'ellenismo fra IV e II secolo. E non finisce lì: ci sono testimonianze di età romana lungo la via Clodia, e l'abitato di San Giuliano resta occupato fino all'XI secolo, quando la popolazione si sposta e il sito viene abbandonato.

Il campo di Sant'Antonio e le origini

Nell'area denominata campo Sant'Antonio si concentrano le sepolture più antiche, riferibili a un arco compreso fra il X e l'VIII secolo avanti Cristo: si tratta di urne cinerarie deposte in tombe a pozzetto, secondo il rituale incineratorio tipico della cultura villanoviana. Sono sepolture umili all'apparenza, ma decisive: documentano che questo pianoro era abitato stabilmente già molto prima della grande stagione monumentale.

Il passaggio dall'incinerazione in pozzetto all'inumazione in camera è uno dei grandi cambiamenti culturali dell'Etruria, e a San Giuliano lo puoi leggere in sequenza, camminando da una zona all'altra della necropoli. È il tipo di cosa che un archeologo chiama stratigrafia orizzontale e che un visitatore, con la spiegazione giusta, chiama semplicemente "capire".

Le tombe che devi assolutamente vedere

Non tutte le duemila tombe sono raggiungibili né interessanti allo stesso modo. Ce ne sono alcune che valgono la deviazione, e te le elenco con quello che le rende speciali.

La Tomba Cima

È il monumento più imponente della necropoli. Si tratta di un tumulo scavato fra il 675 e il 650 avanti Cristo, con un diametro che raggiunge i 36 metri. Trentasei metri significa una circonferenza di oltre centodieci: parliamo di un'opera che richiese un investimento di lavoro enorme, e che era pensata per essere vista da lontano, un segnale di potere piantato nel paesaggio. All'interno le camere conservavano pitture parietali, di cui oggi restano solo tracce frammentarie. È una delle pochissime testimonianze di pittura funeraria in quest'area, e la sua perdita quasi totale è una delle ferite aperte dell'archeologia locale.

Il tumulo della Cuccumella del Caiolo

Sul pianoro del Caiolo si trova un altro tumulo monumentale che supera i trenta metri di diametro, notevole per la qualità della lavorazione dei blocchi di tufo del tamburo, tagliati e messi in opera con una precisione che ancora oggi salta all'occhio. Il termine cuccumella è tipicamente etrusco-laziale e indica proprio i grandi tumuli: lo ritrovi identico a Vulci, per il celebre tumulo omonimo. È una parola che i contadini hanno tramandato per secoli senza sapere che stavano usando un lessico archeologico.

Le Palazzine

Il nome è popolare e perfetto. Si tratta di due grandi tombe a semidado, cioè ricavate parzialmente nella parete rocciosa, disposte in modo tale che gli ingressi delle camere si allineino su un piano orizzontale. Il risultato, visto da sotto, è la sagoma di un edificio a più aperture, un palazzo. Chi ha dato loro questo nome non aveva letto un manuale di archeologia: aveva semplicemente guardato la roccia e visto una casa. È l'esempio migliore di come l'architettura funeraria etrusca imitasse deliberatamente l'architettura dei vivi.

La Tomba del Cervo

Databile fra il IV e il III secolo avanti Cristo, deve il nome a un graffito inciso sulla parete della scalinata di accesso: raffigura un lupo che azzanna un cervo. È un dettaglio minuscolo, largo pochi centimetri, e per questo si perde quasi sempre. Ma è uno di quei segni che accorciano ventitré secoli in un istante: qualcuno, con la punta di un attrezzo, ha inciso una scena di caccia sul muro di una tomba, e quella mano è ancora lì.

Il consiglio che ti do: prima di andare a cercarla, guarda bene la documentazione al museo o chiedi al personale. Un graffito così si trova solo se sai esattamente dove guardare e con quale luce radente; a mezzogiorno con il sole a picco è praticamente invisibile.

La Tomba della Regina e la Tomba Rosi

Fra i monumenti più citati del comprensorio figurano anche la cosiddetta Tomba della Regina e la Tomba Rosi, che con le precedenti compongono il nucleo classico dell'itinerario. I nomi, come spesso accade nella toponomastica archeologica di questi luoghi, mescolano suggestione popolare e cognomi di proprietari o scopritori ottocenteschi: un piccolo archivio della storia degli studi, incastonato nella lingua locale.

Le tombe a portico

Una tipologia particolarmente elegante è quella delle tombe a portico, diffuse fra il VI e il IV secolo avanti Cristo: presentano una sala aperta con copertura a doppio spiovente sostenuta da colonne ricavate direttamente nella roccia. Non è un edificio costruito, è un edificio sottratto, ottenuto togliendo materia invece di aggiungerla. Questa inversione concettuale è, a mio parere, la cosa più affascinante di tutta l'architettura rupestre etrusca: scolpire una casa dentro una montagna.

Le tipologie: dado, semidado, tumulo, e cosa significano

Vale la pena di fissare il vocabolario, perché senza di esso le tombe si assomigliano tutte e con esso diventano leggibili in tre secondi.

Il tumulo è la forma più antica fra quelle monumentali: un tamburo circolare in blocchi di tufo sormontato da una calotta di terra, con una o più camere scavate sotto. È tipico della fase orientalizzante, fra VIII e VII secolo, e riflette una società aristocratica in cui poche famiglie concentravano la ricchezza. Costruire un tumulo di trenta metri significa avere il controllo su un numero considerevole di braccia.

La tomba a dado è la forma arcaica per eccellenza, fra VI e V secolo: un blocco cubico isolato dalla parete su tutti i lati mediante tagli verticali, con la camera scavata alla base o sotto. Vista da fuori sembra un enorme cubo di pietra appoggiato sul ripiano. La tomba a semidado è la variante economica e più diffusa: il blocco resta attaccato alla parete su un lato, e viene isolato solo sugli altri tre. Il passaggio dal dado al semidado, e la loro proliferazione, raccontano l'allargamento del diritto alla sepoltura monumentale a fasce sociali più ampie.

La facciata come dichiarazione

Molte tombe presentano facciate architettoniche articolate con modanature, cornici, false porte. Sono elementi che non hanno alcuna funzione strutturale: servono a dire qualcosa. La falsa porta, in particolare, è un simbolo diffuso in tutto il Mediterraneo antico e indica il passaggio fra il mondo dei vivi e quello dei morti, una soglia che si può rappresentare ma non attraversare.

Guardando una parete della necropoli con questi strumenti in mano, quello che prima era un muro bucherellato diventa un quartiere: le case grandi delle famiglie importanti, quelle piccole di chi poteva permettersi meno, gli ampliamenti successivi, i riusi. La necropoli etrusca è una città, e le città si leggono.

Gli scavi di oggi: il San Giuliano Archaeological Research Project

C'è una cosa che rende Barbarano Romano diverso da tanti siti archeologici del Lazio: qui non si scava soltanto nel passato degli studi, si scava adesso. Dal 2016 opera sul sito il San Giuliano Archaeological Research Project, un progetto di ricerca transdisciplinare e field school internazionale guidato da Davide Zori della Baylor University, insieme a Colleen Zori e Jamie Aprile come co-direttori. Il progetto lavora in piena collaborazione con il Comune di Barbarano Romano e sotto l'autorizzazione del Ministero della Cultura.

Il gruppo di ricerca comprende specialisti di discipline diverse: la direzione di laboratorio è affidata a Jerolyn E. Morrison, l'analisi zooarcheologica a Deirdre Fulton, gli aspetti geologici a James Fulton. Ogni estate decine di studenti arrivano sul pianoro per lavorare sul campo, e il paese li ospita. È un modello di archeologia pubblica che funziona: la ricerca scientifica di alto livello si innesta su una comunità piccola e la rende parte del progetto invece che spettatrice.

La tomba intatta del 2025

Nel 2025 il progetto ha annunciato una scoperta di quelle che capitano poche volte in una carriera: una tomba a camera etrusca intatta, mai violata dai tombaroli in oltre duemilaseicento anni. Risale al VII secolo avanti Cristo e conteneva i resti di quattro individui deposti su letti funebri ricavati nella pietra, circondati da oltre cento oggetti di corredo in eccezionale stato di conservazione: settantaquattro vasi ceramici pressoché integri, armi in ferro, ornamenti in bronzo e delicate spirali per capelli in argento.

Per capire la portata della cosa bisogna sapere che in Etruria meridionale la percentuale di tombe intatte è irrisoria. Il saccheggio delle necropoli è cominciato nell'antichità e si è intensificato dal Settecento in poi, con una stagione di depredazione industriale nel Novecento. Trovare un contesto sigillato significa poter leggere le associazioni fra gli oggetti, cioè l'unica informazione che il tombarolo distrugge per sempre quando svuota una camera: non conta solo che cosa c'era, conta che cosa stava accanto a che cosa.

La seconda tomba intatta, nel 2026

Nel luglio del 2026 il team ha annunciato una seconda tomba a camera intatta, questa volta sul pianoro del Caiolo, datata alla fine del VII secolo avanti Cristo. All'interno sono stati documentati tredici vasi ceramici, fra cui giare per la conservazione degli alimenti, recipienti da vino di livello elitario e un vasetto da profumo, insieme ai resti scheletrici eccezionalmente conservati di almeno due o tre individui, una punta di lancia in ferro e una fibula in ferro con frammenti tessili straordinariamente preservati.

Quei frammenti di tessuto sono, per uno storico della cultura materiale, oro puro. I tessuti antichi si conservano quasi mai, e quando succede è quasi sempre grazie ai sali metallici della corrosione del ferro o del bronzo che li mineralizzano. Da un frammento del genere si ricavano informazioni su fibre, filatura, armatura di tessitura, e dunque su un intero comparto produttivo di cui altrimenti non sapremmo praticamente nulla.

L'architettura di transizione

La tomba del Caiolo presenta caratteri architettonici di transizione: un tetto scavato nella roccia a imitazione di una copertura a capanna e un unico letto funebre ricavato sul lato nord della camera, il tutto all'interno di un tumulo. È esattamente il tipo di documento che permette di datare finemente il passaggio da una fase all'altra e di capire come le forme architettoniche funerarie si siano evolute in questa specifica area, che non sempre segue i tempi delle grandi città costiere.

Il consiglio che ti do se visiti in estate: informati sulle iniziative divulgative legate alla campagna di scavo. Nei periodi di attività di ricerca capita che vengano organizzati momenti di apertura al pubblico e presentazioni, ed è un'occasione rara di vedere archeologi al lavoro invece che vetrine.

La via Clodia e le vie cave: come ci si muoveva qui

Attraverso questo territorio passa uno degli assi viari più affascinanti dell'Italia centrale: la via Clodia, la strada romana che da Roma risaliva verso l'Etruria interna toccando Blera, Tuscania e proseguendo verso nord. Non era una consolare di primo rango come l'Aurelia o la Cassia, ed è proprio questa relativa marginalità ad averla salvata: dove le grandi strade sono state ricoperte da statali e autostrade, la Clodia ha conservato tratti di basolato originale nel bosco.

Nel parco si trovano testimonianze del suo tracciato, e uno degli itinerari escursionistici classici segue proprio la Clodia in direzione del monte Regolano e del Mandrione. Camminare su un basolato romano nel silenzio di un querceto è un'esperienza che consiglio a chiunque abbia mai avuto la sensazione che la storia sia una cosa da libri.

Le vie cave, l'invenzione etrusca

Prima dei Romani, però, c'erano gli Etruschi, e la loro soluzione al problema della viabilità è una delle cose più straordinarie che il Mediterraneo antico abbia prodotto: le vie cave, o tagliate. Sono corridoi scavati verticalmente nel banco tufaceo, larghi a volte poco più di due metri e profondi anche dieci o venti, che permettevano di superare i dislivelli con pendenze dolci e carri carichi.

Nel comprensorio di Barbarano si percorrono, fra le altre, la Cava del Castelluzzo e la Via Cava delle Quercete. Entrarci è un'esperienza fisica e quasi acustica: la luce si riduce a una striscia in alto, la temperatura scende, il suono dei passi rimbomba, le pareti trasudano umidità e sono coperte di muschi e capelvenere. Molti visitatori le descrivono come cattedrali senza tetto, ed è un'immagine giusta.

Perché le scavarono così profonde

Le ipotesi sono molteplici e non mutuamente esclusive. La spiegazione tecnica è la più solida: scavando in profondità si otteneva una pendenza costante e si evitavano i ripidi salti del terreno tufaceo, e il materiale asportato veniva riutilizzato. C'è poi il fattore drenaggio: le vie cave incanalano l'acqua piovana e la allontanano dai pianori coltivati. Alcuni studiosi hanno proposto anche una funzione difensiva e una dimensione rituale, legata al collegamento fra abitati e necropoli. Il fatto che le vie cave si approfondiscano nei secoli per erosione e per manutenzione continua rende difficile stabilire la profondità originale.

Quello che è certo è l'effetto sul viaggiatore di oggi: nessun'altra civiltà europea antica ha lasciato un'infrastruttura viaria così intimamente scolpita nel paesaggio. Le vie cave non attraversano il territorio, lo abitano.

San Giuliano: la chiesa e il villaggio scomparso

Sul pianoro sopravvive un edificio che è il punto di riferimento visivo di tutta l'escursione: la chiesa di San Giuliano, testimonianza dell'insediamento medievale che occupò il sito fino all'XI secolo. È una presenza spiazzante: cammini fra tombe etrusche del VII secolo avanti Cristo e improvvisamente ti trovi davanti un edificio di culto cristiano, in mezzo al nulla, senza un paese attorno.

La spiegazione è che il paese c'era. Il pianoro difeso dalle forre, che era stato buona posizione per gli Etruschi, restò buona posizione anche per l'alto Medioevo, quando l'insicurezza spingeva le popolazioni verso siti naturalmente difesi. Poi, nell'XI secolo, la comunità si spostò e nacque o si consolidò l'abitato che oggi conosciamo come Barbarano Romano. Il vecchio sito fu abbandonato, il bosco lo riprese, e restò la chiesa.

L'incastellamento, spiegato da un paesaggio

Quello che vedi qui è il fenomeno che gli storici chiamano incastellamento: fra X e XII secolo le popolazioni sparse dell'Italia centrale si concentrano in abitati fortificati, spesso su speroni tufacei, sotto il controllo di signori laici o ecclesiastici. Marturanum e San Giuliano sono un caso da manuale, perché lo spostamento è documentato dal paesaggio stesso: da una parte il sito abbandonato con la sua chiesa, dall'altra il borgo murato ancora vivo a poca distanza.

Il consiglio che ti do è di sederti sul prato davanti alla chiesa e guardarti attorno per qualche minuto prima di ripartire. Da lì si legge tutto: la forra che difende, i pianori che nutrono, le pareti che seppelliscono, e il paese nuovo che si intravede oltre la valle. Tremila anni di scelte insediative in un colpo d'occhio.

I sentieri CAI: come si cammina nel Parco Marturanum

La rete escursionistica del parco è stata tracciata e viene mantenuta dalla sezione di Viterbo del Club Alpino Italiano, con segnavia bianco-rossi e numerazione ufficiale. Sono tre le direttrici principali, e conoscerle serve a scegliere consapevolmente invece di seguire il primo cartello.

Il sentiero 103B collega direttamente il centro storico di Barbarano Romano alla necropoli di San Giuliano. È l'itinerario più frequentato e il più logico per chi parte dal museo: si esce dal borgo, si scende, si attraversa e si risale sul pianoro delle tombe. I sentieri 138A e 105 portano da San Giuliano lungo il Biedano in direzione di Blera, seguendo il fondovalle e le sue forre. I sentieri 103A, 138B e 105 permettono invece di percorrere il tracciato della via Clodia verso il monte Regolano e il Mandrione.

Il Sentiero dei Valloni

L'itinerario che unisce il borgo alle gole del Biedano e alla necropoli è noto localmente come Sentiero dei Valloni, e si imbocca da Porta Canale, una delle aperture nella cinta muraria del paese. È classificato per escursionisti esperti, e la classificazione non è un vezzo: ci sono passaggi su roccia umida, tratti esposti, punti in cui il fondo tufaceo diventa scivoloso come sapone dopo la pioggia.

Il consiglio che ti do è netto: scarponi alti che tengano la caviglia, bastoncini, pantaloni lunghi, acqua a sufficienza e una traccia GPS. Non è un percorso da sandali e nemmeno da scarpe da ginnastica. E se ha piovuto nelle ventiquattro ore precedenti, chiedi al museo o al servizio di sorveglianza prima di partire: la differenza fra un fondovalle asciutto e uno bagnato, qui, è la differenza fra una bella passeggiata e un problema.

Cosa incontri lungo il fondovalle

Sul percorso delle gole si incontrano i resti di quattro antiche mole, la cavità nota come Grottone del Mostro, il passaggio del Ponte del Diavolo, e le tagliate etrusche della Cava del Castelluzzo e della Via Cava delle Quercete. È una concentrazione notevole di elementi di interesse in pochi chilometri, e proprio per questo il tempo di percorrenza reale è sempre superiore a quello teorico: si cammina poco e ci si ferma molto.

Regole di comportamento nell'area protetta

Siamo in un parco regionale, e valgono le regole di ogni area protetta: non si raccolgono piante né fiori, non si asportano reperti, non si accendono fuochi, non si abbandonano rifiuti, i cani vanno tenuti al guinzaglio, non si esce dai sentieri segnati. Aggiungo una raccomandazione che riguarda specificamente questo sito: non arrampicarti sulle facciate delle tombe e non entrare in camere sepolcrali instabili. Il tufo si sfarina, molte strutture hanno duemilaseicento anni di erosione alle spalle, e il danno che puoi fare a un monumento con una scarpata maldestra è irreversibile. Vale anche il contrario: il danno che il monumento può fare a te crollando è altrettanto irreversibile.

Il centro visita: cosa chiedere prima di partire

La funzione di centro visita è forse la più preziosa, e quella che i visitatori sfruttano meno. Qui trovi pubblicazioni sull'area protetta, depliant sulla fauna e sulla flora, materiali informativi su Barbarano Romano e sulle sue necropoli etrusche, e soprattutto mappe dei percorsi turistici ed escursionistici.

Quella cartina vale l'intero viaggio. Le tracce disponibili online sono spesso approssimative o obsolete, e le indicazioni sul terreno nei tratti boschivi possono essere meno frequenti di quanto vorresti. Una mappa aggiornata, con il commento di chi conosce le condizioni attuali dei sentieri, è la differenza fra un'escursione e un'avventura non richiesta.

Le domande giuste da fare al banco

Ti suggerisco tre domande precise, che ho imparato a fare sempre nei centri visita delle aree protette. Prima: quali tratti sono attualmente percorribili senza problemi e quali hanno criticità. Seconda: dove si trovano esattamente i monumenti che voglio vedere, con riferimenti fisici sul terreno e non solo con un pallino sulla mappa. Terza: c'è qualcosa che in questo momento vale la pena vedere e che non è sulla mappa? La terza è quella che regala le sorprese: una fioritura in atto, un nido occupato, un cantiere di scavo aperto.

Un dettaglio pratico: al Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone" è presente un bookshop, dove trovi pubblicazioni sul territorio che difficilmente reperiresti altrove. La letteratura locale sulla Tuscia rupestre è ricchissima e in gran parte prodotta da editori piccoli e associazioni: comprare qui è anche il modo più diretto per sostenere chi questo lavoro lo fa.

Aperture su prenotazione

Il museo prevede la possibilità di aperture fuori orario su richiesta, da concordare via email. È un'opportunità concreta per gruppi, scolaresche e associazioni, ma anche per il visitatore singolo che arriva da lontano e ha una finestra oraria rigida. Il consiglio che ti do è banale e funziona: scrivi con qualche giorno di anticipo, spiega chi sei, quanti siete e cosa ti interessa. Nei piccoli musei la cortesia produce risultati che nessun sistema di prenotazione online riesce a produrre.

Didattica, laboratori e l'Ecomuseo della Tuscia Rupestre

La vocazione educativa è dichiarata e strutturata. Il museo ospita spazi dedicati ai laboratori di educazione ambientale e alle conferenze, e propone alle scuole percorsi didattici su prenotazione. Il ventaglio delle attività comprende visite guidate, laboratori per bambini, escursioni geo-archeologiche e incontri tematici.

La formula delle escursioni geo-archeologiche è particolarmente riuscita, e ti spiego perché. Un'escursione naturalistica pura, qui, ignorerebbe la metà del paesaggio; una visita archeologica pura ignorerebbe l'altra metà. Tenere insieme le due letture, con qualcuno che sappia raccontare sia la stratigrafia del tufo sia la tipologia delle tombe, è l'unico modo onesto di guidare qualcuno in questo territorio.

Le attività stagionali

Durante l'anno il museo organizza attività stagionali, laboratori didattici, giochi popolari e manifestazioni culturali, spesso in collaborazione con l'Ecomuseo della Tuscia Rupestre, la rete che mette in relazione i vari attori culturali del comprensorio. Non è un dettaglio secondario: gli ecomusei nascono con l'idea che il patrimonio non sia solo negli edifici ma nella comunità che li abita, e in un contesto come questo, dove il paesaggio è a tutti gli effetti un manufatto collettivo, l'impostazione ha senso.

Perché portarci i bambini

Questo è uno dei musei che consiglio senza esitazione a chi viaggia con figli fra i sei e i quattordici anni, e non per il motivo che immagini. Non perché sia "adatto ai bambini" nel senso rassicurante e un po' insipido del termine, ma perché è concreto. C'è un albero vero. C'è una tomba in cui affacciarsi. C'è un acquario. Ci sono microscopi. E fuori c'è un bosco pieno di grotte scavate dagli Etruschi. Un bambino che passa una giornata così torna a casa convinto che l'archeologia e la naturalistica siano attività da fare, non materie da studiare. È una conversione che dura decenni.

Barbarano Romano: il borgo attorno al museo

Sarebbe un peccato venire fin qui e non dedicare almeno un'ora al paese. Barbarano Romano è un borgo medievale murato di grande carattere, costruito su uno sperone tufaceo e organizzato su tre strade parallele racchiuse da una tripla cinta muraria, con due cerchie concentriche di cui la più antica in gran parte degradata.

L'elemento più riconoscibile è il Torrione di Porta Romana, la torre di accesso al borgo, alla quale nel 1863 fu aggiunto l'orologio. È il tipo di dettaglio che amo segnalare: una struttura difensiva medievale che nell'Ottocento viene riconvertita a funzione civile, perché il tempo da difendere non è più quello dagli assalti ma quello delle campane e degli orari di lavoro.

La storia in breve

Il territorio ospitò probabilmente un insediamento già nell'età del Bronzo, poi la presenza etrusca legata a Marturanum. Notizie certe dell'abitato attuale si hanno a partire dal Medioevo, quando il borgo fu conteso fra Roma e Viterbo, le due potenze che si disputavano la Tuscia. Nel Trecento divenne feudo degli Anguillara, passò poi agli Orsini e nel Quattrocento ai Borgia. Sono tre nomi che da soli raccontano tre stagioni diverse del potere nell'Italia centrale: la signoria locale, la grande baronia romana, la famiglia papale spagnola.

Le chiese da vedere

La chiesa del Crocifisso risale al XII-XIII secolo, con prima attestazione documentaria nel 1573, e conserva un notevole crocifisso ligneo cinquecentesco. Il complesso di Sant'Angelo, di fine XIII secolo, ospita oggi il museo archeologico. Santa Maria del Piano è una costruzione duecentesca in cui sono stati recuperati affreschi. La parrocchiale di Santa Maria Assunta è documentata dalla fine dell'XI secolo e custodisce un'opera trecentesca con la Madonna che allatta Gesù fra i santi Giovanni e Antonio abate.

Il Museo Archeologico delle Necropoli Rupestri

In via di Sant'Angelo, nel cuore del borgo, ha sede dal 1987 il Museo Archeologico delle Necropoli Rupestri, ospitato negli spazi dell'ex chiesa di Sant'Angelo. Qui sono conservati i materiali provenienti dagli scavi del territorio: un lapidario con sarcofagi, cippi e sculture, fra cui il sarcofago detto della sacerdotessa e un cippo monumentale a obelisco; ceramiche villanoviane, buccheri, vasi corinzi, etruschi e falisci; terrecotte votive anatomiche, oggetti in osso e in pasta vitrea. I materiali sono ordinati per contesto topografico e cronologico.

Il consiglio che ti do è di considerare i due musei come un'unica visita in due tappe: il naturalistico ti dà il paesaggio e l'ambiente, l'archeologico ti dà gli oggetti che da quel paesaggio sono usciti. Fatti insieme, nella stessa mattinata, si completano perfettamente. Fatti separatamente, si ripetono.

Quando venire: le quattro stagioni del Marturanum

Questo è un territorio che cambia radicalmente con le stagioni, e la scelta del periodo incide sull'esperienza più di qualunque altra variabile.

La primavera è la stagione regina, con una finestra ottimale che va da metà aprile a fine maggio. Il bosco è ancora trasparente, le fioriture sono al massimo, le orchidee spontanee compaiono nei pascoli, gli uccelli cantano per marcare i territori e i migratori sono tornati. Il fondovalle ha portata d'acqua sufficiente a essere spettacolare ma non tale da rendere problematici i guadi. È anche il momento in cui la salamandrina è più attiva.

L'estate è la stagione della forra. Sull'altopiano fa caldo e la luce è dura, ma in fondo ai valloni si sta benissimo: è l'unico posto della Tuscia dove ad agosto puoi camminare a mezzogiorno senza soffrire. Il rovescio della medaglia è la vegetazione fitta, che riduce la visibilità sui monumenti e rende alcuni sentieri più faticosi. È però la stagione delle campagne di scavo e delle attività serali del museo.

Autunno e inverno

L'autunno, da metà ottobre a fine novembre, è la mia stagione preferita per fotografare. I querceti virano su tutta la gamma dell'ocra e del bronzo, la luce si abbassa e diventa radente, le nebbie mattutine risalgono dai valloni creando scene che sembrano dipinte. È anche il momento dei funghi, con l'avvertenza che nelle aree protette la raccolta è regolamentata e va verificata prima.

L'inverno è la stagione degli archeologi. Senza foglie, il bosco si apre e le facciate delle tombe diventano visibili anche a distanza: monumenti che in estate scopri solo inciampandoci sopra, a gennaio li vedi dal sentiero opposto della valle. Le giornate sono corte e il fondo può essere fangoso, ma la leggibilità del sito archeologico è massima. Se il tuo interesse principale sono le tombe e non le orchidee, vieni d'inverno.

La regola dell'acqua

Una regola generale che vale tutto l'anno: dopo piogge intense, il Biedano ingrossa e i tratti di fondovalle diventano insidiosi. Il tufo bagnato ha un coefficiente di attrito prossimo allo zero. Non è una questione di prudenza eccessiva, è fisica. In quei giorni conviene ripiegare sui percorsi di altopiano, che restano bellissimi e assai più sicuri, e riservare la forra a condizioni migliori.

Informazioni pratiche: orari, ingresso, contatti

L'ingresso è gratuito. È una notizia che vale la pena ribadire, perché in un panorama in cui tutto ha un biglietto, un museo pubblico che apre le porte senza chiedere nulla è una scelta politica precisa: significa considerare la conoscenza del territorio un servizio, non un prodotto.

Gli orari indicati prevedono apertura dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13, con il punto informativo garantito presso gli uffici adiacenti dell'area protetta, e apertura anche il sabato e la domenica dalle 9 alle 13. Nei periodi con orario ampliato è previsto anche il pomeriggio nel fine settimana. Gli orari possono variare stagionalmente e sono previste chiusure nel giorno di riposo settimanale e in alcune festività: verifica sempre prima di partire.

Contatti

Il telefono di riferimento è lo 0761 414507. Esiste inoltre un contatto mobile del servizio di sorveglianza, il 324 8679585, particolarmente utile per informazioni sul territorio e sulle condizioni dei sentieri. L'indirizzo email è parcomarturanum@regione.lazio.it, ed è il canale corretto per richiedere aperture straordinarie, prenotare visite didattiche o organizzare gruppi.

Il consiglio che ti do, e lo ripeto perché è quello che più spesso salva la giornata a chi viene da lontano: telefona il giorno prima. I piccoli musei gestiti da personale ridotto possono avere variazioni di orario legate a esigenze di servizio, e cinque minuti di telefonata valgono più di qualunque pagina web.

Servizi e accessibilità

Il museo è accessibile con passeggini e carrozzine e dispone di bookshop. Sono disponibili spazi per laboratori e conferenze. Nel borgo si trovano una foresteria e un ostello, il che rende Barbarano Romano una base logistica realistica per chi voglia dedicare al comprensorio più di una giornata, magari abbinando le visite a Blera, Norchia, San Giovenale e Tuscania, che compongono insieme il grande sistema della Tuscia rupestre.

Un itinerario di una giornata, dal museo alla necropoli

Ti propongo la giornata come la organizzerei io, tenendo conto della luce, della fatica e della fame.

Ore 9.00. Arrivo a Barbarano Romano, parcheggio fuori dalle mura, colazione al bar del paese. Non saltarla: qui i bar sono ancora luoghi in cui si conversa, ed è il modo più rapido per capire il posto in cui sei arrivato.

Ore 9.30. Ingresso al Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone". Un'ora di visita, con attenzione particolare alla forra ricostruita e alla tomba a grandezza naturale. Al banco, mappa dei sentieri e le tre domande giuste.

Ore 10.45. Passeggiata nel borgo: Porta Romana e il torrione con l'orologio, le tre strade parallele, la parrocchiale, e mezz'ora al Museo Archeologico delle Necropoli Rupestri per vedere gli oggetti usciti dalle tombe che stai per andare a visitare.

Il pomeriggio

Ore 12.00. Partenza da Porta Canale lungo il sentiero verso i valloni e la necropoli di San Giuliano. Metti in conto un tempo generoso: non è un percorso lungo in chilometri, ma è un percorso in cui ci si ferma continuamente.

Ore 13.30. Pausa pranzo al sacco sul pianoro di San Giuliano, davanti alla chiesa. Porta tutto da casa o compra in paese: sul percorso non c'è nulla, e nemmeno acqua potabile garantita.

Ore 14.30-16.30. Visita alla necropoli: Tomba Cima, le Palazzine, la Tomba del Cervo, i tumuli del Caiolo. Nel primo pomeriggio d'inverno e nel tardo pomeriggio d'estate la luce radente esalta le facciate scolpite.

Ore 17.00. Rientro. Se hai ancora energie e la stagione lo consente, il tratto di fondovalle con le mole e le vie cave chiude il cerchio in bellezza.

Cosa mettere nello zaino

Scarponi alti, bastoncini, acqua abbondante, pranzo al sacco, una felpa anche in estate perché in fondo alla forra la temperatura crolla, un binocolo leggero, la traccia GPS scaricata offline e la batteria del telefono carica. Aggiungerei una torcia frontale, non perché tu debba camminare al buio ma perché serve per illuminare l'interno delle camere sepolcrali accessibili: senza, non vedi nulla e la fotografia con il flash appiattisce tutto.

Dove mangiare e cosa assaggiare in zona

Non aspettarti una scena gastronomica da guida internazionale: Barbarano Romano è un paese piccolo, con poche osterie e trattorie a conduzione familiare. Ma la cucina della Tuscia viterbese è una delle più solide e meno turistiche del Lazio, e vale la pena arrivarci con appetito.

I capisaldi sono i piatti della civiltà contadina: le zuppe di legumi, l'acquacotta con la cipolla e il pane raffermo, la pasta fatta in casa con le forme locali, le carni alla brace, le frattaglie, i funghi e i tartufi nella stagione giusta. Il pane della Tuscia, spesso sciapo come in tutta l'Italia centrale, è pensato per accompagnare salumi e formaggi saporiti, e in zona si producono pecorini di ottimo livello.

Il vino e l'olio

Siamo in un territorio vulcanico, e i suoli tufacei danno vini bianchi minerali e vini rossi di media struttura con quella nota quasi salina che nel viterbese si riconosce. L'olio extravergine della Tuscia è una denominazione di origine protetta e merita l'acquisto diretto dai frantoi: è un olio dalla nota erbacea e piccante, ottimo su una fetta di pane con appena un pizzico di sale.

Il consiglio che ti do sul pranzo è pratico: se prevedi di essere sul pianoro all'ora di pranzo, mangia al sacco e riserva la trattoria alla cena, oppure inverti la giornata facendo l'escursione al mattino presto e il pranzo in paese verso le due. Interrompere un'escursione a metà per tornare in paese a mangiare è la ricetta perfetta per non ripartire più.

Le feste e i prodotti

Come tutti i borghi della Tuscia, anche Barbarano ha il suo calendario di feste patronali e sagre, momenti in cui il paese si apre e i piatti tradizionali escono dalle cucine di casa. Se capiti in una di quelle date, la giornata cambia di segno: la parte migliore di questi luoghi non è ciò che espongono, è ciò che fanno.

Una curiosità su Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone"

La curiosità che sorprende quasi tutti riguarda la quercia. Dentro il museo c'è un albero vero, autentico, integrato nell'allestimento e usato come struttura portante del racconto ecologico. Non è una scultura, non è una riproduzione: è legno che ha davvero fatto foglie in questo territorio. La cosa curiosa è che quasi nessuno se ne accorge subito. I visitatori entrano, guardano la forra ricostruita, si affacciano alla tomba, e solo dopo qualche minuto qualcuno alza gli occhi e chiede: ma quello è un albero vero?

Il motivo per cui non ce ne accorgiamo è interessante, e dice molto su come funziona la nostra percezione. Siamo abituati a considerare gli alberi come sfondo. Nel bosco un albero è ovunque, quindi è invisibile; in un museo lo classifichiamo automaticamente come scenografia. Ci vuole uno scarto mentale per riconoscere che quel tronco è un individuo che è vissuto, ha prodotto ghiande, ha ospitato insetti e uccelli, e ora sta lì a fare da indice di un ecosistema intero. Nel Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone" questo scarto avviene, di solito, a metà visita, ed è il momento in cui il museo comincia davvero a funzionare.

C'è poi una seconda curiosità, più sottile, che riguarda la coesistenza di una tomba etrusca e di un acquario nello stesso edificio. Detta così sembra un accostamento bizzarro, quasi surreale. In realtà è la dichiarazione programmatica di un museo che rifiuta di separare la storia naturale dalla storia umana, e che nel farlo si allinea a un modo di pensare il patrimonio molto più moderno di quanto le sue dimensioni modeste lascino sospettare. Musei enormi, con budget dieci volte superiori, continuano a tenere i due racconti in edifici diversi. Qui stanno in due stanze contigue, e chi visita capisce in venti minuti quello che altrove non capirebbe in due giorni.

Una cosa che non ti dice nessuno su Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone"

La cosa che non ti dice nessuno è che questo museo è, in pratica, il tuo unico presidio di sicurezza per l'escursione. Nelle recensioni si parla di allestimenti, di bambini contenti, di ingresso gratuito. Non si parla mai del fatto che chi sta al banco è anche la persona che sa se il fondovalle è praticabile oggi, se un tratto è franato, se il livello del Biedano è troppo alto, se un sentiero è temporaneamente interrotto.

Il Sentiero dei Valloni è classificato per escursionisti esperti. Il tufo bagnato è scivolosissimo. Il segnale telefonico in fondo alle forre è inaffidabile. Nessuna di queste informazioni compare sui cartelli all'imbocco del percorso in modo abbastanza vistoso da fermare chi parte con le scarpe da tennis alle due del pomeriggio di una domenica di novembre. Il museo sì. E il fatto che non costi nulla non deve trarre in inganno sul suo valore: entrare qui prima di partire è, statisticamente, la scelta più utile della tua giornata.

La seconda cosa che nessuno racconta riguarda la lettura del sito archeologico. Molti arrivano a San Giuliano con l'idea di vedere tombe etrusche e tornano indietro un po' delusi, perché le camere sono vuote, l'erba è alta, e senza una guida un ipogeo somiglia molto a un altro ipogeo. Il museo risolve esattamente questo problema con la ricostruzione a grandezza naturale, che ti mette negli occhi l'immagine di una tomba arredata prima che tu vada a guardarne una spoglia. È un lavoro di preparazione dello sguardo, e chi lo salta si condanna a vedere buchi.

Aggiungo una terza cosa, che vale come regola generale per i piccoli musei italiani: qui il servizio migliore non è nelle vetrine, è nelle persone. Se entri, saluti e fai domande vere, esci con informazioni che non troverai in nessuna guida stampata. Se entri, giri in silenzio e te ne vai in dieci minuti, hai visto un museo piccolo. La differenza fra le due esperienze la decidi tu.

Il consiglio che ti do per visitare Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone"

Il consiglio che ti do è di ribaltare l'ordine mentale con cui la maggior parte dei visitatori affronta la giornata. Quasi tutti considerano il museo un'appendice: prima vado a camminare, poi se avanza tempo entro. Fai il contrario. Entra per primo, dedica un'ora piena, chiedi la mappa, fatti spiegare le tipologie tombali e i segnali che distinguono il tufo rosso a scorie nere, guarda con calma la forra ricostruita e la tomba a grandezza naturale. Poi esci e vai a camminare. La differenza di qualità dell'escursione è enorme, e non è una questione di erudizione: è una questione di riconoscimento. Vedi solo quello che sei preparato a vedere.

Secondo consiglio, altrettanto concreto: telefona prima. Il numero è lo 0761 414507 e per il territorio funziona benissimo anche il contatto del servizio di sorveglianza. Un museo di questo tipo, con personale ridotto e funzioni multiple, può avere variazioni di orario. E in più, telefonando, ottieni una cosa che vale oro: sapere se in quel momento c'è qualcuno disponibile ad accompagnarti o a spiegarti, e se sono in programma attività, laboratori o escursioni guidate. Le aperture straordinarie su richiesta esistono, ma nessuno te le offre se non le chiedi.

Terzo consiglio, sulla gestione della giornata: non provare a fare tutto. Museo naturalistico, borgo, museo archeologico, necropoli, forre, vie cave e via Clodia sono troppo per una giornata sola se vuoi goderteli. Se hai un giorno, scegli fra la coppia museo più necropoli e la coppia museo più forre. Se hai due giorni, usa la foresteria del paese e dormi qui: la Tuscia rupestre di sera, quando i pullman non ci sono mai stati e le luci del borgo si accendono sopra il vallone, è un'altra cosa rispetto alla Tuscia di passaggio.

Quarto e ultimo: porta scarpe serie. Lo ripeto perché è il consiglio che viene ignorato più spesso e che produce il maggior numero di giornate rovinate. Il tufo umido non perdona, i sentieri sono veri sentieri di montagna in miniatura, e la caviglia che ti sloghi in fondo a una forra è un problema logistico non banale da risolvere.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

È risaputo che questo territorio sia etrusco. Lo dicono tutte le brochure, lo dice il nome stesso della Tuscia, lo dicono le duemila tombe. Quello che si cita molto meno spesso è che l'insediamento di San Giuliano non finisce con gli Etruschi: continua in età romana lungo la via Clodia e resta abitato fino all'XI secolo, quando la comunità si sposta e il sito viene abbandonato. Parliamo dunque di una continuità insediativa che dall'età del Bronzo arriva al pieno Medioevo: quasi due millenni e mezzo di occupazione dello stesso pianoro.

Questo dato cambia completamente il senso di ciò che guardiamo. Non stiamo visitando un sito etrusco che poi è stato abbandonato e dimenticato per venticinque secoli: stiamo visitando un luogo in cui generazioni successive hanno convissuto con le tombe dei loro predecessori, le hanno riutilizzate come ricoveri, stalle, magazzini, e in alcuni casi le hanno inglobate in strutture nuove. La chiesa medievale sul pianoro, in mezzo alle sepolture etrusche, è il monumento più eloquente di questa stratificazione.

C'è un secondo fatto risaputo eppure sottovalutato: la maggior parte delle necropoli etrusche che oggi ammiriamo è stata saccheggiata. Nel comprensorio la ricerca archeologica documentata comincia nell'Ottocento, con una carta archeologica formalizzata nel 1882, ma la depredazione era già in corso da tempo. È per questo che le due tombe intatte individuate dal progetto di ricerca internazionale nel 2025 e nel 2026 hanno avuto una tale eco: non perché contenessero tesori, ma perché contenevano contesto. Il tombarolo porta via gli oggetti e distrugge l'informazione; l'archeologo lascia gli oggetti al loro posto finché non ha registrato ogni relazione spaziale fra di essi.

Il terzo fatto poco citato riguarda il museo stesso: essere gratuito non è un ripiego. Molte istituzioni gratuite vengono percepite come minori proprio perché non chiedono un biglietto, e questo è un errore di valutazione tipicamente nostro. Il Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone" è gratuito perché è un servizio dell'area protetta al territorio e ai suoi visitatori, esattamente come lo sono la manutenzione dei sentieri e la sorveglianza. Il valore non si misura sul prezzo.

La foto giusta da fare a Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone"

Dentro il museo la foto giusta non è la panoramica della sala. È il dettaglio della forra ricostruita inquadrata dal basso, con la parete tufacea che sale fuori campo e la vegetazione che colonizza le fessure. Se ti abbassi fino all'altezza del fondo del vallone e usi un'ottica moderatamente grandangolare, ottieni esattamente la prospettiva che avrai poche ore dopo, in fondo al Biedano, guardando in su. È una foto che funziona come promessa: quello che vedi in vetrina, lo vedrai davvero.

Il secondo scatto obbligato è la tomba etrusca ricostruita a grandezza naturale, fotografata dall'ingresso verso l'interno, includendo la soglia. La soglia è tutto: è il taglio fra il mondo dei vivi e quello dei morti che gli Etruschi rappresentavano ossessivamente nelle facciate. Includerla nell'inquadratura trasforma una foto di oggetti in una foto di significato. Evita il flash diretto, che appiattisce; se puoi, appoggia il telefono o la macchina su una superficie stabile e usa un tempo lungo.

Fuori, la foto migliore della giornata è un'altra e te la indico con precisione: le Palazzine viste dal basso con luce radente, cioè nella prima ora del mattino o nell'ultima del pomeriggio. Con il sole alto le facciate si spengono e sembrano un muro; con la luce radente ogni modanatura, ogni cornice, ogni taglio verticale produce ombra, e improvvisamente il "palazzo" appare. È lo stesso principio per cui le foto degli scavi archeologici si fanno all'alba.

Aggiungo una quarta immagine, che è quella che consiglio a chi vuole portarsi via il senso del posto invece che l'elenco dei monumenti: una mandria di vacche maremmane grigie che pascola sul pianoro, con il bosco alle spalle e la linea del vallone che taglia il paesaggio. Corna a lira, erba secca, tufo. In quel fotogramma ci sono insieme la geologia, l'ecologia e tremila anni di economia rurale. Nessun primo piano di tomba dice altrettanto.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo grande avvenimento è geologico e precede di gran lunga l'uomo: circa centocinquantacinquemila anni fa l'apparato vulcanico Vicano depositò su questo settore il tufo rosso a scorie nere, sopra formazioni di flysch. Senza quell'eruzione non ci sarebbero né le forre né le tombe: è l'evento fondativo dell'intero paesaggio, e tutto quello che è successo dopo è, in un certo senso, una conseguenza.

Il secondo avvenimento è l'insediamento stabile. Fra il X e l'VIII secolo avanti Cristo, nell'area del campo di Sant'Antonio, si depongono urne cinerarie in tombe a pozzetto: è la fase villanoviana, l'alba della civiltà etrusca. Fra il VII secolo e la fine dell'orientalizzante il sito conosce la sua stagione monumentale: fra il 675 e il 650 avanti Cristo viene realizzata la Tomba Cima, con i suoi trentasei metri di diametro, e sul Caiolo sorgono altri tumuli di scala comparabile. È il momento in cui una società aristocratica decide di scrivere il proprio potere nella roccia.

Dal mondo antico al Medioevo

Segue la fase arcaica, fra VI e V secolo, con la proliferazione delle tombe a dado e a semidado e delle tombe a portico, e poi quella ellenistica, fra IV e II secolo, cui appartiene la Tomba del Cervo con il suo graffito del lupo che azzanna la preda. L'età romana porta la via Clodia e la riorganizzazione del territorio secondo le logiche di Roma. Poi, nell'XI secolo, l'abbandono di San Giuliano e lo spostamento della comunità: un evento che chiude duemilacinquecento anni di storia in un punto e ne apre altrettanti in un altro, a poca distanza.

Nel Medioevo Barbarano è conteso fra Roma e Viterbo, nel Trecento diventa feudo degli Anguillara, passa poi agli Orsini e nel Quattrocento ai Borgia. Nel 1863 il torrione di Porta Romana riceve l'orologio, piccolo evento locale che segna l'ingresso del paese nel tempo misurato della modernità. Nel 1882 viene formalizzata una carta archeologica del comprensorio, atto di nascita dello studio scientifico delle necropoli.

La storia recente

Il 17 luglio 1984 la legge regionale numero 41 istituisce il Parco Naturale Regionale Marturanum: è la data che salva questo territorio, mettendo sotto tutela insieme le forre e le tombe. Pochi anni dopo apre al pubblico il museo naturalistico. Nel 1987 il complesso dell'ex chiesa di Sant'Angelo, nel borgo, accoglie il Museo Archeologico delle Necropoli Rupestri. Dal 2016 il progetto di ricerca internazionale porta sul pianoro campagne di scavo annuali, con le scoperte delle due tombe intatte nel 2025 e nel 2026. Per un territorio che qualcuno considera periferico, è un ritmo di eventi notevole.

Chi è passato da Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone"

Da qui passano, ogni anno, generazioni di studenti. È forse il pubblico più numeroso e più importante: le scolaresche della provincia di Viterbo e del Lazio che arrivano per i percorsi didattici, i laboratori di educazione ambientale e le escursioni geo-archeologiche. Per molti di loro questa è la prima volta in cui il tufo smette di essere una parola sul libro di geografia e diventa una roccia che si può toccare, e la prima volta in cui una tomba etrusca smette di essere una fotografia e diventa una stanza in cui affacciarsi.

Passano gli escursionisti del Club Alpino Italiano, che di questa rete di sentieri sono i costruttori e i manutentori: la sezione di Viterbo ha tracciato e segnato i percorsi che collegano il borgo, la necropoli, il Biedano e la via Clodia. Passano i birdwatcher, richiamati da un elenco di specie che comprende lanario, biancone, nibbio reale, falco pellegrino e cicogna nera. Passano i naturalisti e gli erpetologi attirati dalla salamandrina dagli occhiali, endemismo italiano che qui trova uno dei suoi ambienti d'elezione.

Ricercatori e studiosi

Passa, ogni estate, la comunità internazionale di ricerca del San Giuliano Archaeological Research Project: il progetto guidato da Davide Zori della Baylor University con Colleen Zori e Jamie Aprile, e con specialisti come Jerolyn E. Morrison per il laboratorio, Deirdre Fulton per la zooarcheologia, James Fulton per la geologia e Veronica Ikeshoji-Orlati. Con loro arrivano decine di studenti da diversi paesi, che per settimane vivono nel borgo, scavano sul pianoro e trasformano un paese di poche centinaia di abitanti in un campus.

Passano gli operatori del sistema museale RESINA e dell'Organizzazione Museale Regionale, le reti che tengono insieme i musei naturalistici del Lazio, e passano quelli dell'Ecomuseo della Tuscia Rupestre. Passano i guardiaparco, che di questo museo sono la voce quotidiana e il presidio sul territorio.

E poi passi tu

Ma la categoria di visitatori che mi interessa di più è un'altra: quelli che entrano per caso. Quelli che avevano in programma una camminata, hanno visto la porta aperta, sono entrati per chiedere la mappa e sono usciti quaranta minuti dopo avendo capito perché quel bosco è fatto così. Sono la prova che questo tipo di museo funziona, e che la sua gratuità non è una rinuncia ma una strategia: la porta aperta cattura chi non sapeva di volere entrare.

Il Museo Naturalistico del Parco Marturanum "Francesco Spallone" non è una tappa da collezionare. È uno strumento. Chi lo usa come tale porta a casa una giornata che vale il doppio, e soprattutto porta a casa la capacità di leggere un paesaggio che, senza istruzioni, resterebbe semplicemente un bel bosco pieno di buchi nella roccia. In un paese che ha più patrimonio di quanto riesca a raccontare, un piccolo museo che insegna a guardare vale quanto una grande galleria che espone.

Museo Nazionale Etrusco - Villa Giulia e Villa Poniatowski - compra qui il ticket online

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

Prepari un viaggio a Roma? Le guide in inglese per visitare la città sono su ItalyPlanner.com.

RiassuntoMuseo Naturalistico del Parco Marturanum Francesco Spallone - Viale IV Novembre, 46/48, 01010 Barbarano Romano VT, Italia
TagsFrancesco SpalloneMuseoMuseo Naturalisticonecropoli di San GiulianoParco Marturanum

Contact Information

IndirizzoViale IV Novembre, 46/48, 01010 Barbarano Romano VT, Italia 1010
CategorieMostreMusei
🎫✦ Più attrazioni

Roma Tourist Card: più attrazioni in un biglietto

Se in questi giorni vedi Colosseo, Vaticano e altro, il pacchetto unico conviene rispetto ai biglietti sciolti.

★★★★★✓ Conferma immediataBiglietto sul telefono
🚌✦ Sali e scendi

Bus hop-on hop-off: giro di Roma

Sali e scendi dove vuoi. Con questo caldo, spostarsi seduti tra una tappa e l'altra cambia la giornata.

★★★★★✓ Conferma immediataBiglietto sul telefono
🛏️✦ Hotel

Dove dormire a Roma: confronta gli hotel

Scegli la zona giusta e confronta i prezzi: su molte strutture la cancellazione è flessibile.

★★★★★✓ Tante strutture con cancellazione flessibilePrezzi al checkout
Cerca hotel a Roma →
🚐✦ Transfer

Transfer dall aeroporto al centro

Un autista ti aspetta a Fiumicino o Ciampino: prezzo concordato prima e nessuna coda ai taxi.

★★★★★✓ Prezzo concordato in anticipoAutista che ti aspetta in aeroporto
🚗✦ Auto

Noleggio auto a Roma e dintorni

Serve se vuoi uscire dalla città: Castelli Romani, Tivoli, il mare di Ostia e Sperlonga.

★★★★★✓ Confronto tra più fornitoriRitiro in aeroporto o in città
Confronta i noleggi →
✈️✦ Voli

Voli per Roma: cerca le tariffe

Compagnia low cost con voli diretti su Fiumicino: guarda date e tariffe.

★★★★★✓ Voli diretti low costAndata e ritorno o solo andata
Cerca voli per Roma →
🔎✦ Voli

Confronta tutte le compagnie per Roma

Comparatore su piu compagnie: sposta le date di un giorno e spesso il prezzo cambia parecchio.

★★★★★✓ Confronto tra piu compagnieDate flessibili
Confronta i voli →