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Pian Sant’Angelo di Corchiano (VT) – Oasi WWF

Ci sono posti del Lazio che si capiscono solo entrandoci a piedi, con qualcuno davanti che conosce la strada. Pian Sant’Angelo è uno di questi. Non è un parco urbano con il cancello girevole, non è un’area di sosta panoramica lungo una provinciale, non è nemmeno un sito archeologico recintato con il biglietto e il bookshop. È una proprietà agricola di 262 ettari, tra i comuni di Corchiano e Gallese in provincia di Viterbo, che la Regione Lazio ha dichiarato Monumento Naturale e che il WWF Italia gestisce come Oasi. Dentro ci sono campi coltivati, querce isolate in mezzo al grano, uliveti, boschi che non vengono più tagliati da decenni e, soprattutto, forre: quei canyon stretti scavati nel tufo che rendono l’Agro Falisco un pezzo di mondo diverso da tutto quello che gli cresce intorno.

La prima cosa da mettere in chiaro, perché è la ragione per cui molte persone arrivano qui e restano fuori dal cancello, riguarda l’accesso. L’Oasi risulta aperta tutto l’anno, ma solo con visite guidate e con prenotazione obbligatoria. L’accesso autonomo non è consentito. Lo dichiara il WWF sulla propria scheda dell’Oasi e lo conferma la pagina dell’area protetta sul portale regionale. Chi arriva di domenica mattina convinto di trovare un’area protetta pubblica con un parcheggio e un sentiero libero trova invece una strada di campagna, un ingresso su una proprietà privata e nessuno che lo accompagni. La prenotazione qui non è un dettaglio burocratico: è il modo in cui il posto funziona.

La seconda cosa da mettere in chiaro riguarda le aspettative. Chi cerca la forra spettacolare, quella profonda cinquanta metri con la cascata in fondo e il torrente da guadare, deve sapere che a poche centinaia di metri in linea d’aria si trovano le Forre di Corchiano, che quello spettacolo lo danno in modo più immediato e con accesso libero. Pian Sant’Angelo lavora su un registro diverso: è un mosaico, un pezzo di campagna che ha conservato la struttura che tutta questa zona aveva prima delle grandi monocolture, con dentro un patrimonio archeologico falisco e romano che altrove è stato spianato dai trattori o inghiottito dai rovi. Il valore non si misura sul singolo colpo d’occhio, si misura sulla quantità di cose diverse che convivono in due chilometri quadrati scarsi.

Pian Sant'Angelo di Corchiano, Oasi WWF
L’Oasi WWF di Pian Sant’Angelo, nei comuni di Corchiano e Gallese: il mosaico di campi coltivati, siepi, querce isolate e forre boscose che vale la dichiarazione di Monumento Naturale

Dove si trova Pian Sant’Angelo e come ci si arriva davvero

L’area protetta occupa una fascia di campagna a cavallo del confine fra i territori comunali di Corchiano e di Gallese, nella provincia di Viterbo, a una quota media compresa fra i centocinquanta e i duecento metri sul livello del mare. Siamo nel cuore di quello che gli archeologi chiamano Ager Faliscus, l’Agro Falisco: la porzione di Lazio settentrionale compresa grosso modo fra il Tevere a est, i monti Cimini a ovest e la valle del Treja a sud, abitata in età preromana da un popolo, i Falisci, imparentato linguisticamente con i Latini ma culturalmente orbitante intorno al mondo etrusco.

L’ingresso dell’Oasi si apre lungo la Strada Provinciale San Luca, primo tronco, all’altezza del chilometro 6,500, in territorio di Corchiano. È un indirizzo che conviene copiare per intero, perché il navigatore impostato sul solo nome dell’area protetta tende a portare al centro geometrico dei 262 ettari, che è una forra boscosa senza strade, oppure al centro di Corchiano paese, che si trova a qualche chilometro di distanza.

Chi parte da Roma ha due strade, e non sono equivalenti. La prima, indicata dallo stesso WWF, prevede di imboccare la Cassia bis in direzione nord, seguire le indicazioni per Nepi, poi per Fabrica di Roma e infine per Corchiano. È il percorso più continuo, tutto su strade di media percorrenza, e attraversa un pezzo di Tuscia che vale il viaggio anche da solo, fra Nepi, Fabrica di Roma e i loro dintorni. La seconda prevede l’autostrada A1 fino all’uscita di Magliano Sabina, poi le indicazioni per Civita Castellana, quindi per Gallese e infine per Corchiano: si guadagna tempo sul tratto autostradale e lo si perde nell’ultimo pezzo di strade provinciali, per cui il vantaggio reale dipende molto dal traffico sul Grande Raccordo Anulare nel momento della partenza.

Chi parte da Viterbo ha un percorso più semplice: direzione Vignanello, poi Fabrica di Roma, e alla seconda rotonda le indicazioni per Corchiano. L’incrocio per l’Oasi si incontra prima di entrare in paese, cosa che vale la pena ricordare: chi arriva fino alla piazza di Corchiano lo ha superato.

Sul treno conviene essere onesti. La stazione utile della linea Roma-Firenze via Orte è quella di Orte, che è un nodo ferroviario importante, ma dalla stazione all’ingresso dell’Oasi restano diversi chilometri di strade extraurbane senza marciapiede e senza un servizio di trasporto pubblico pensato per i visitatori. Per un gruppo il pullman risolve tutto; per due persone il treno è una complicazione, non una scorciatoia.

Che cosa è davvero Pian Sant’Angelo: un Monumento Naturale che è anche un’azienda agricola

Qui sta la chiave per capire tutto il resto. Pian Sant’Angelo è stato istituito come Monumento Naturale con il Decreto del Presidente della Regione Lazio del 29 febbraio 2000, numero 133, pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 10 aprile 2000, numero 10. L’estensione riconosciuta è di 262 ettari, i comuni interessati sono Corchiano e Gallese, l’ente di gestione indicato dal portale regionale delle aree protette è il WWF Italia, che opera attraverso la propria Fondazione. Sono i dati formali, e sono quelli che spiegano perché il posto si visita così e non in altro modo.

Il Monumento Naturale, nell’ordinamento regionale laziale, è la categoria di tutela pensata per elementi puntuali o per porzioni limitate di territorio dotate di un valore naturalistico o paesaggistico particolare. A differenza di un parco regionale, che nasce con un ente pubblico dedicato, un consiglio, un direttore e un bilancio, un Monumento Naturale può essere affidato in gestione a un soggetto diverso. Qui è successo esattamente questo: i terreni sono privati, appartengono a un’azienda agricola a conduzione familiare, e la tutela convive con la coltivazione.

Dentro il perimetro si producono, con i metodi dell’agricoltura biologica, nocciole, vino e grano. Sono presenti circa milleduecento piante di ulivo e alcuni casali agricoli. Oltre il quaranta per cento della superficie, però, risulta libera da coltivazioni e ospita boschi e forre. L’ordine di grandezza che circola da anni nelle descrizioni dell’Oasi parla di circa centosessanta ettari di superficie agricola e di un centinaio di ettari fra forre profonde e boschi di latifoglie: le due formulazioni raccontano la stessa cosa con due contabilità leggermente diverse, e il messaggio non cambia. Due terzi scarsi di campagna lavorata, un terzo abbondante di natura che si è ripresa i suoi spazi.

Questa convivenza produce l’elemento più interessante dell’intera area protetta, quello che un occhio distratto non registra perché sembra semplicemente campagna: il paesaggio agrario tradizionale conservato intatto. Siepi ai bordi dei coltivi, grandi roverelle lasciate isolate in mezzo ai campi, appezzamenti di dimensione contenuta, filari, fossi non tombati. È la struttura che tutta l’Italia centrale aveva prima che la meccanizzazione degli anni Sessanta e Settanta imponesse campi larghi, siepi abbattute e alberi rimossi perché intralciavano le manovre del trattore. In termini di biodiversità quella struttura vale quanto un bosco: le siepi sono corridoi ecologici, le querce isolate sono posatoi e dispense per decine di specie, i margini sono la fascia dove si concentra la maggior parte della vita.

Negli ultimi anni la gestione ha aggiunto interventi mirati ad aumentare ulteriormente la biodiversità: la realizzazione di uno specchio d’acqua a bassa profondità destinato soprattutto agli anfibi e l’impianto di nuove siepi ai margini dei coltivi. Sono operazioni poco vistose e molto efficaci, il contrario esatto delle grandi opere di valorizzazione che riempiono i comunicati e svuotano i luoghi.

Le forre di tufo e il paesaggio: che cosa si vede dentro i 262 ettari

La geologia di questo angolo di Tuscia è la conseguenza di due eventi lontanissimi nel tempo che si sono incontrati. Il primo è vulcanico: il complesso cimino e vicano, cioè l’apparato che ha costruito i monti Cimini e la conca che oggi ospita il lago di Vico, ha coperto per decine di chilometri il territorio circostante con materiale eruttivo, depositando strati di tufo di spessore notevole e creando terrazzi pianeggianti. Il secondo è fluviale: una volta raffreddato quel materiale, i corsi d’acqua hanno cominciato a inciderlo, e il tufo, che è tenero verticalmente e coerente lateralmente, si lascia tagliare in solchi a pareti quasi verticali invece di aprirsi in valli a V come farebbe una roccia normale.

Il risultato è la forra: una gola stretta, profonda, con pareti di tufo che salgono a piombo e un fondo umido e ombroso dove scorre un fosso. In Europa un sistema di forre esteso come quello dell’Agro Falisco è una rarità autentica, e questa è la ragione tecnica per cui l’area merita la tutela. La rete idrografica di Pian Sant’Angelo appartiene per la maggior parte al bacino del rio Miccino, affluente di destra del Tevere, e in misura minore a quello del fosso Chiare Fontane, tributario del fosso di Rustica che a sua volta raggiunge il Tevere.

Chi cammina qui attraversa tre ambienti nel giro di pochi minuti, e la transizione è il vero spettacolo. In alto, sul pianoro, si trova il campo coltivato con la sua luce piena, il grano o il noccioleto, la roverella isolata che fa ombra a un pezzo di terra grande quanto una stanza. Poi il terreno si interrompe e comincia la discesa: il bordo della forra, dove la macchia si infittisce e la temperatura cala di qualche grado nel giro di venti passi. In fondo si arriva al fosso, con l’acqua bassa che scorre fra i massi, le pareti che tolgono il cielo e un’umidità che a luglio è la cosa più preziosa dell’intera provincia.

Dentro le forre si osserva un fenomeno che gli studiosi chiamano inversione della successione vegetazionale, e che è la stranezza botanica più notevole del posto. Normalmente, salendo di quota, si passa da specie mediterranee a specie di clima fresco. Qui accade il contrario: le specie legate ai climi freschi si trovano in basso, sul fondo dei valloni, dove l’umidità elevata e la mancanza di sole diretto ricreano condizioni microclimatiche da quota molto superiore, mentre in alto e sui versanti esposti a mezzogiorno resistono leccio e macchia mediterranea. Il risultato è che in quaranta metri di dislivello si attraversano due mondi vegetali che normalmente distano centinaia di metri di quota.

Sul fondo dei valloni crescono cerro, orniello, frassino, nocciolo, sorbo ciavardello, sorbo domestico e carpino. Lungo i corsi d’acqua si forma la foresta igrofila a galleria, con ontano, pioppo tremulo e pioppo bianco che chiudono il cielo sopra il fosso. Il sottobosco alterna rosa selvatica, corniolo, biancospino e ligustro. Sui versanti meridionali, più assolati, subentrano estensioni di macchia mediterranea con erica, corbezzolo e fillirea, mentre lecci e roverelle colonizzano i fianchi esposti a sud delle forre.

C’è un dettaglio della gestione che vale più di molte descrizioni: i boschi dell’Oasi non vengono più tagliati a fini commerciali da diversi decenni. Chiunque conosca i boschi dell’Italia centrale sa quanto questo sia raro. La quasi totalità delle superfici boscate del Lazio è ceduo, cioè bosco tagliato a turno ogni quindici o venticinque anni, fatto di polloni sottili tutti della stessa età. Qui invece la formazione sta evolvendo verso il bosco d’alto fusto, disetaneo, con alberi di età diverse, piante rampicanti e, soprattutto, legno morto e marcescente in piedi e a terra. Il legno morto è l’elemento che manca quasi ovunque e che fa la differenza per insetti xilofagi, picchi, pipistrelli e per l’intera catena che ne dipende. Un bosco pulito è un bosco povero, e questa è una delle poche verità di ecologia forestale che non ammette sfumature.

Una curiosità su Pian Sant’Angelo di Corchiano (VT) – Oasi WWF

La curiosità riguarda un ponte che non porta persone e non porta carri: porta acqua. Dentro il perimetro dell’area protetta si conserva una costruzione nota localmente come Ponte del Ponte, che è un’opera di acquedotto realizzata in opera quadrata di tufo per scavalcare il fosso di Pian Sant’Angelo. La datazione indicata dalle fonti dell’area protetta la colloca fra il terzo e il quarto secolo avanti Cristo.

Vale la pena fermarsi un attimo su che cosa significhi. Stiamo parlando di un’opera idraulica monumentale costruita in un’epoca in cui Roma, a cinquanta chilometri di distanza, aveva appena cominciato a dotarsi dei propri acquedotti: l’Aqua Appia risale al 312 avanti Cristo. Qui, in un territorio che i manuali scolastici liquidano in due righe come periferia dell’Etruria meridionale, esisteva una comunità in grado di progettare un attraversamento in muratura per portare acqua da una parte all’altra di una forra, tagliando e squadrando blocchi di tufo e montandoli a secco con la precisione che l’opera quadrata richiede.

L’opera quadrata, per chi non avesse familiarità con il termine, è la tecnica costruttiva che impiega blocchi parallelepipedi squadrati, disposti in filari regolari, senza malta. Tiene grazie al peso e alla precisione del taglio. In un materiale come il tufo, tenero da lavorare ma fragile agli urti, richiede cave vicine, maestranze specializzate e una organizzazione del cantiere che presuppone una committenza forte. La presenza di una struttura del genere in mezzo ai campi racconta molto più di qualsiasi vetrina di museo sulla capacità tecnica dei Falisci e dei loro vicini.

La seconda faccia della curiosità è che il ponte è sopravvissuto proprio perché il posto non è diventato niente. Nessuna città si è espansa sopra, nessuna strada moderna lo ha tagliato, nessuna cava lo ha eroso. È rimasto lì, in fondo a una proprietà agricola, protetto dall’irrilevanza economica del luogo, fino al momento in cui l’irrilevanza economica è diventata un valore da difendere. Molte delle cose che si conservano in Italia si conservano per questa ragione, e raramente qualcuno lo dice ad alta voce.

L’archeologia dell’Oasi: via Amerina, tombe rupestri e il mondo dei Falisci

Il Monumento Naturale tutela una porzione dell’antico Ager Faliscus, e la definizione non è retorica. Nel primo millennio avanti Cristo l’espansione demografica dei centri falisci principali, a partire da Falerii Veteres, l’odierna Civita Castellana, portò alla nascita di numerosi centri rurali secondari. Fra questi, nell’ottavo secolo avanti Cristo, nacquero Corchiano e Vignanello. Il territorio compreso oggi nell’Oasi si trovava dunque nel mezzo di una campagna densamente abitata, coltivata, attraversata da strade e punteggiata di necropoli scavate nelle pareti di tufo.

L’elemento infrastrutturale più importante è la via Amerina, realizzata nel quarto secolo avanti Cristo come asse di collegamento fra Nepi e Veio, con un tracciato parallelo a quello della Cassia. Localmente risulta pavimentata con basoli in leucite, una roccia vulcanica scura e durissima, e all’interno dell’area protetta se ne conservano tratti del basolato. Camminare su una strada del quarto secolo avanti Cristo non è un’esperienza frequente in Italia: normalmente le antiche consolari stanno sotto le statali moderne, che ne hanno ricalcato il percorso proprio perché era il percorso giusto. Qui invece la via Amerina ha perso importanza abbastanza presto da restare dove era, e questo la rende leggibile.

La storia successiva della via Amerina merita una riga, perché spiega la fortuna medievale di tutta questa fascia di territorio. Dopo la caduta dell’Impero d’Occidente e durante la lunga guerra fra Bizantini e Longobardi, il corridoio che collegava Roma a Ravenna passando per l’Agro Falisco e l’Umbria meridionale rimase per decenni l’unica via sicura in mano bizantina. Quel corridoio, in buona parte, coincideva proprio con la via Amerina. Le necropoli, le pievi e i borghi arroccati che si incontrano fra Corchiano, Gallese, Orte e la valle del Tevere raccontano la stessa vicenda da punti di osservazione diversi.

Fra le testimonianze funerarie conservate dentro l’area protetta spiccano due tombe rupestri a camera di notevole pregio architettonico, di età etrusco-falisca. La prima è la cosiddetta Tomba del Capo, databile fra il terzo e il secondo secolo avanti Cristo: una tomba a portico con camera sepolcrale sottostante, che conserva ancora la traccia scolpita della finta porta, il columen sul soffitto, cioè la finta trave ricavata nel tufo a imitazione delle architetture domestiche in legno, e una colonna in facciata. È architettura scavata anziché costruita, e riproduce nella roccia gli elementi di una casa: la porta che non si apre, la trave che non regge nulla, la colonna che non sorregge alcun architrave. Il mondo dei morti come copia scavata del mondo dei vivi.

La seconda è la Tomba del Pipistrello, riportata alla luce soltanto nel 2015 e riferibile allo stesso periodo. Il fatto che una tomba a camera di questo tipo sia emersa così di recente, dentro un’area già protetta e già studiata, dice quanto ancora resti sotto la vegetazione delle forre in tutto l’Agro Falisco. Chi conosce la zona sa che ogni inverno, quando le piogge muovono la terra sui versanti, salta fuori qualcosa.

Le frequentazioni umane, in questa porzione di territorio, risalgono comunque a un’epoca molto più remota. Forre e ripari sotto roccia risultano frequentati fin dal Paleolitico, come attestano numerosi ritrovamenti provenienti da scavi effettuati nei primi decenni del Novecento. Il motivo è evidente appena si scende in una forra: acqua permanente, riparo dal vento, pareti tenere da scavare, e sopra il pianoro la selvaggina e più tardi il terreno da coltivare. Nessun essere umano con un minimo di buon senso avrebbe ignorato un posto simile.

Con la conquista romana il quadro cambia. Dopo la sconfitta dei Falisci nel 241 avanti Cristo, Falerii Veteres venne abbandonata e la popolazione trasferita nella nuova Falerii Novi, in pianura, più facile da controllare. Numerosi insediamenti del territorio falisco, Corchiano compresa, furono abbandonati nello stesso quadro. È una delle rare occasioni in cui si può datare con precisione la fine di un paesaggio insediativo, e i suoi effetti sul territorio dell’attuale Oasi sono ancora leggibili: tombe e strade restano, gli abitati no.

Pian Sant'Angelo di Corchiano, Oasi WWF
Le forre boscose dell’Oasi WWF di Pian Sant’Angelo: il tufo del complesso vulcanico cimino e vicano inciso dai fossi del bacino del rio Miccino, con il bosco di latifoglie che non viene più tagliato da decenni

Una cosa che non ti dice nessuno su Pian Sant’Angelo di Corchiano (VT) – Oasi WWF

La cosa che quasi nessuno dice è che il valore naturalistico più alto di questi 262 ettari non si trova nelle forre, che sono la parte fotogenica, ma nei campi. È un’affermazione che suona controintuitiva e che invece regge benissimo alla prova dei fatti.

Le forre dell’Agro Falisco, in fondo, si sono difese da sole. Sono ripide, ombrose, difficili da raggiungere e impossibili da coltivare: nessuno le ha toccate perché non conveniva a nessuno toccarle. La natura ci è rimasta per inerzia, non per merito. I campi invece sono l’esatto contrario: sono la parte redditizia, quella su cui ogni scelta di gestione ha un costo immediato. Lasciare in piedi una roverella isolata in mezzo a un seminativo significa perdere superficie produttiva, girarci intorno con la macchina operatrice, raccogliere meno. Mantenere una siepe invece di abbatterla significa rinunciare a una fascia di terreno e accettare la concorrenza delle radici. Coltivare in biologico nocciole, vino e grano, in un territorio dove il nocciolo è stato per decenni sinonimo di trattamenti intensivi, significa rese inferiori e rischi maggiori.

Il paesaggio agrario tradizionale che si vede qui non è un residuo casuale: è una scelta economica ripetuta ogni anno, da un’azienda familiare, per decenni. E il risultato ecologico è enorme, perché le specie che stanno scomparendo in Italia non sono quelle dei boschi profondi, che anzi in molti casi aumentano, ma quelle degli ambienti agricoli tradizionali: l’avifauna dei coltivi, gli anfibi delle pozze temporanee, gli insetti impollinatori dei margini erbosi, i piccoli mammiferi delle siepi. Il fatto che a Pian Sant’Angelo risultino segnalate ben novantatré specie di uccelli, di cui almeno settantadue nidificanti e trentacinque di interesse conservazionistico, non dipende dalla forra. Dipende dal mosaico.

La seconda parte del discorso è meno lusinghiera ed è altrettanto vera: un modello di questo tipo è fragile. Regge finché una famiglia decide di farlo reggere. Un cambio generazionale, un’annata storta, una riforma dei sostegni agricoli che penalizzi le aziende piccole, e il mosaico si semplifica nel giro di due stagioni. Le siepi si tolgono in una settimana; ricostruirle richiede vent’anni. Chi prenota una visita qui non compra solo una passeggiata: contribuisce in piccola parte a rendere sostenibile un modo di tenere la terra che il mercato, da solo, non premia.

Terza e ultima osservazione. La formula del Monumento Naturale affidato a un soggetto privato per la gestione ha un altro effetto pratico poco raccontato: non esiste un ufficio pubblico con orari e sportello a cui rivolgersi. Le informazioni operative passano dal telefono, dalla casella di posta e dalla pagina social dell’Oasi. Chi si aspetta il sito istituzionale rinfrescato ogni giorno, con calendario delle visite in tempo reale e prenotazione automatica, rimane deluso. Chi invece telefona e parla con una persona ottiene di solito risposte precise e la possibilità di costruire la visita su misura, che è esattamente il contrario di quello che offre una biglietteria online.

Il consiglio che ti do per visitare Pian Sant’Angelo di Corchiano (VT) – Oasi WWF

Il consiglio principale è uno solo e va detto per primo: telefonare prima, e telefonare con anticipo vero. Il numero dell’Oasi è 345 7576224 e la casella di posta è piansantangelo@wwf.it. Le visite guidate richiedono prenotazione obbligatoria e l’accesso autonomo non è consentito. Scolaresche e gruppi, con un minimo indicato di quindici persone, possono accedere tutti i giorni su prenotazione. Per fotografi e birdwatcher risulta possibile concordare accessi in orari particolari, con modalità specifiche da definire direttamente con la direzione. Questa ultima possibilità è preziosa e poco sfruttata: chi fotografa sa che le due ore intorno all’alba valgono più dell’intera giornata, e qui esiste un canale per ottenerle invece di doverci rinunciare.

Il secondo consiglio riguarda il modo in cui si imposta la richiesta. Una telefonata che dice soltanto «vorrei visitare l’Oasi» ottiene la proposta standard. Una telefonata che dice che cosa interessa davvero ottiene molto di più. Se l’interesse è archeologico, conviene dirlo subito e chiedere esplicitamente se il percorso previsto quel giorno tocca il Ponte del Ponte, i tratti basolati della via Amerina e le tombe rupestri. Se l’interesse è botanico e il periodo è quello delle fioriture, conviene dirlo: le orchidee spontanee sono segnalate come elemento di rilievo, ma sono puntiformi, durano poche settimane e chi le conosce sa dove cercarle. Se l’interesse è ornitologico, conviene dirlo e chiedere gli orari giusti. La guida che accompagna sa dove sono le cose; il visitatore che non dichiara che cosa cerca riceve inevitabilmente il giro generico.

Terzo consiglio, sulle scarpe e sull’abbigliamento. Il percorso registrato nella rete regionale dei sentieri come CAI 136A, che porta il nome di Pian Sant’Angelo, misura 4,1 chilometri con difficoltà classificata E, cioè escursionistica, con una ventina di metri di dislivello in salita e una decina in discesa. Numeri che sembrano innocui e che vanno letti nel contesto: il dislivello complessivo è minimo perché si cammina prevalentemente sul pianoro, ma il fondo su terreno agricolo e ai bordi delle forre è irregolare, con solchi, zolle e tratti fangosi dopo le piogge. Scarpe da trekking con suola scolpita, non sneakers da città. Pantaloni lunghi, sempre: i margini dei coltivi sono pieni di rovi e, nella stagione calda, di zecche. Un controllo accurato al ritorno fa parte del gioco quando si cammina in ambienti agricoli e boschivi dell’Italia centrale, e nessuno lo racconta mai.

Quarto consiglio, sull’acqua e sul cibo. Qui non si trovano chioschi, distributori automatici o bar. La borraccia piena si porta da casa, e in estate se ne porta più di una. Il pranzo, se la visita occupa metà giornata, si risolve al ritorno a Corchiano o nei centri vicini, dove la cucina della Tuscia meridionale lavora su basi solide: l’olio locale, le nocciole dell’Agro Falisco che hanno un mercato serio, i vini dei Cimini. Una raccomandazione ovvia e che vale la pena ripetere: qualunque cosa si porti dentro, esce insieme a chi la ha portata. In un’azienda agricola biologica ogni rifiuto abbandonato è un problema concreto, non una questione estetica.

Quinto consiglio, quello che riguarda il tempo mentale. Pian Sant’Angelo va visitato con lentezza. Chi arriva con l’idea di spuntare una casella e passare al sito successivo non capisce dove si trova, perché la ricchezza è distribuita e non concentrata: sta nei dieci metri di siepe dove si muovono sei specie diverse, nella roverella con il tronco cavo, nel fosso dove il gambero di fiume sopravvive perché l’acqua è ancora pulita, nella parete di tufo dove si intravede il taglio di una camera sepolcrale. Due ore camminate piano valgono più di quattro camminate veloci.

La fauna e la flora: chi vive dentro i 262 ettari

L’elenco faunistico di Pian Sant’Angelo è di quelli che fanno alzare il sopracciglio a chi conosce la situazione della fauna nell’Italia centrale, perché contiene quasi tutte le specie che un tempo frequentavano le nostre campagne e che altrove sono sparite per effetto delle trasformazioni del territorio, dell’inquinamento di acque e suoli, dell’uso dei pesticidi e dell’urbanizzazione crescente.

Fra i mammiferi risultano presenti, direttamente o attraverso le loro tracce, l’istrice, il tasso, la donnola, il cinghiale, la martora, la puzzola, la volpe e l’elusivo gatto selvatico. Quest’ultimo merita una parentesi: il gatto selvatico europeo è una specie che quasi nessuno vede mai, notturna, diffidente, difficile da distinguere a distanza da un gatto domestico tigrato, e la sua presenza stabile è considerata un indicatore di continuità forestale e di scarso disturbo. Nella stessa lista compaiono il ghiro e la lepre, quest’ultima facilmente osservabile nei campi coltivati.

Fra i rettili sono segnalati la testuggine comune, cioè la testuggine di Hermann, e il cervone, il serpente più grande d’Italia e uno dei più innocui, tradizionalmente tollerato dai contadini perché mangia i roditori. Fra gli anfibi compaiono la raganella e il rospo comune, e proprio per loro è stato realizzato lo specchio d’acqua a bassa profondità di cui si diceva prima: gli anfibi sono il gruppo che più ha sofferto la scomparsa delle pozze, degli abbeveratoi e dei fossi non cementificati.

Nei corsi d’acqua vive il gambero di fiume, e questa è forse l’informazione più significativa dell’intero elenco. Si tratta di una specie estremamente sensibile all’inquinamento, che scompare al primo scarico e al primo dilavamento di fitofarmaci dai campi a monte. La sua presenza certifica che l’acqua che scorre in fondo alle forre è ancora limpida davvero, e collega direttamente la scelta dell’agricoltura biologica sul pianoro alla vita che si osserva quaranta metri più in basso. Il gambero di fiume è, in pratica, il collaudo dell’intero modello di gestione.

L’avifauna è il capitolo più ricco. Novantatré specie segnalate, almeno settantadue nidificanti, trentacinque di interesse conservazionistico. Fra i rapaci notturni si trovano gufo comune, barbagianni, allocco, civetta e assiolo, cioè praticamente l’intera compagnia degli strigiformi dell’Italia centrale, il che presuppone cavità disponibili, casali con sottotetti accessibili e alberi vecchi. Fra i diurni compaiono poiana e gheppio, il falco pellegrino, il falco pecchiaiolo e lo sparviere. Il pellegrino ha bisogno di pareti verticali per nidificare e le forre di tufo gliele forniscono; il pecchiaiolo è un migratore specializzato nei nidi di imenotteri; lo sparviere caccia dentro il bosco con manovre che sembrano impossibili. Nei campi si osservano fagiani, quaglie e tutti i passeriformi tipici degli ambienti agricoli tradizionali, che è poi la categoria di uccelli in maggiore declino in tutta Europa.

Sul fronte vegetale, oltre alle formazioni già descritte, meritano una menzione le fioriture. Ciclamini e anemoni nel sottobosco, cisti sui versanti caldi e soprattutto orchidee spontanee, segnalate come elemento di particolare rilievo. Fra i generi documentati nell’area compaiono nomi che a un appassionato dicono molto: Dactylorhiza romana, Orchis purpurea, Serapias lingua, Spiranthes spiralis. Quest’ultima fiorisce in autunno, a stagione ormai chiusa, in spighe minuscole e avvitate che passano inosservate a chiunque non le stia cercando. Le orchidee spontanee non si raccolgono, non si trapiantano e non si calpestano: sono protette, dipendono da funghi simbionti del suolo e una pianta strappata non ricresce altrove.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Il fatto risaputo è che l’Agro Falisco possiede il sistema di forre più esteso d’Europa. Lo si legge dappertutto, lo ripetono le guide, compare nei materiali divulgativi. Quello che quasi mai si aggiunge è la conseguenza pratica di quel primato, che è di natura amministrativa più che geologica: quel sistema unico non ha un ente unico che lo tuteli, ed è frammentato in un mosaico di tutele diverse che si toccano e non si parlano.

Basta guardare la carta. Le forre del Rio Fratta a Corchiano sono un monumento naturale a sé; Pian Sant’Angelo è un altro monumento naturale, gestito dal WWF; il Parco Valle del Treja è un parco regionale con un proprio ente, un proprio direttore e un proprio piano; la Riserva naturale di Nazzano Tevere Farfa presidia la confluenza sul lato tiberino; più a ovest la Riserva naturale del Lago di Vico copre l’origine vulcanica del sistema; il Parco dell’Antichissima Città di Sutri tutela un altro pezzo della stessa storia di tufo e tagliate. Tutte queste aree raccontano il medesimo fenomeno geologico e la medesima civiltà, e ciascuna ha regole, orari, budget e comunicazione propri.

Il risultato è che il visitatore non trova mai una porta d’ingresso unica. Non esiste un biglietto integrato, non esiste una segnaletica coordinata, non esiste una mappa d’insieme delle forre dell’Agro Falisco appesa in ogni comune. Chi vuole capire il sistema deve costruirselo da solo, visita dopo visita, e quasi sempre lo fa per caso, arrivando a Pian Sant’Angelo per la natura e scoprendo l’archeologia, oppure arrivando alle forre per l’archeologia e scoprendo la botanica.

C’è un secondo aspetto poco citato, e riguarda il turismo. Quest’area si trova a meno di un’ora e mezza da Roma, in una regione che riceve decine di milioni di visitatori l’anno, e resta sostanzialmente sconosciuta. La ragione non è la distanza, che è ridicola, e non è la qualità, che è alta. È l’assenza di un’immagine sintetica. La Toscana ha i cipressi, l’Umbria ha Assisi, la costiera ha il mare. L’Agro Falisco ha un paesaggio che va spiegato prima di essere apprezzato, perché la forra non si vede finché non ci si affaccia: dal finestrino dell’automobile sembra campagna qualunque, e il taglio nel tufo si apre solo quando si è già sopra. Un territorio che non si vede in cartolina fatica a diventare destinazione, e questa è insieme la sua condanna commerciale e la sua fortuna ambientale.

La foto giusta da fare a Pian Sant’Angelo di Corchiano (VT) – Oasi WWF

La fotografia che racconta questo posto meglio di tutte è quella che mette nella stessa inquadratura le due cose che qui convivono e che altrove sono separate: il campo coltivato in alto e il taglio scuro della forra che si apre subito sotto. È una foto che richiede di trovare il punto giusto sul bordo del pianoro e di aspettare la luce radente, perché a mezzogiorno il contrasto fra il campo illuminato e la forra in ombra è impossibile da tenere insieme in uno scatto solo. La prima ora dopo l’alba e l’ultima prima del tramonto risolvono il problema: la luce bassa entra di taglio, illumina la parete di tufo invece di lasciarla nera e disegna la trama del campo.

La seconda fotografia, più semplice e più efficace di quanto sembri, è il ritratto di una roverella isolata in mezzo al seminativo. È il simbolo visivo del paesaggio agrario tradizionale e funziona in tutte le stagioni: con il grano verde in primavera, con le stoppie dorate di luglio, con la terra arata e scura in autunno, con la nebbia bassa nelle mattine di gennaio. Conviene abbassarsi, tenere l’orizzonte basso e lasciare che l’albero occupi il cielo, perché il soggetto vero è l’isolamento.

Nota pratica sul comportamento: la fotografia naturalistica dentro un’area protetta gestita ha regole precise, e qui esiste la possibilità di concordare accessi in orari particolari proprio per fotografi e birdwatcher, con modalità specifiche stabilite dalla direzione. Chi ha bisogno della luce dell’alba chiede quel canale in fase di prenotazione. Nessun richiamo acustico per attirare gli uccelli, nessuna deviazione dal percorso per avvicinare un nido, nessun drone senza autorizzazione esplicita. Sono regole ovvie e infatti vengono violate regolarmente.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La cronologia di questo pezzo di territorio si legge come un riassunto della storia dell’Italia centrale, e conviene percorrerla per tappe.

La prima tappa è preistorica. Le forre e i ripari sotto roccia dell’area risultano frequentati fin dal Paleolitico, e lo attestano numerosi ritrovamenti provenienti da scavi effettuati nei primi decenni del Novecento. Non si tratta di un insediamento stabile nel senso moderno, ma della presenza ricorrente di gruppi umani che trovavano in questi solchi acqua, riparo e materia prima.

La seconda tappa è l’ottavo secolo avanti Cristo. L’espansione demografica dei centri falisci principali, a partire da Falerii Veteres, porta alla nascita di numerosi centri rurali secondari, fra i quali Corchiano e Vignanello. La campagna che oggi è l’Oasi entra allora nella sua fase di massima organizzazione agricola preromana: terreni lavorati, strade, necropoli scavate nelle pareti di tufo, luoghi di culto.

La terza tappa è il quarto secolo avanti Cristo, con la realizzazione della via Amerina, asse di collegamento fra Nepi e Veio, con tracciato parallelo alla Cassia e pavimentazione locale in basoli di leucite. È il momento in cui questo territorio passa dall’essere una campagna ben popolata all’essere un corridoio di transito, con tutto quello che ne consegue in termini di scambi, ricchezza e, inevitabilmente, esposizione militare. Alla stessa fase, fra quarto e terzo secolo avanti Cristo, si datano le opere idrauliche monumentali come il Ponte del Ponte.

La quarta tappa è la conquista romana. Nel 241 avanti Cristo la sconfitta dei Falisci chiude l’autonomia di questo popolo: Falerii Veteres viene abbandonata e numerosi insediamenti del territorio falisco, Corchiano compresa, seguono la stessa sorte. Le tombe a camera continuano a essere scavate ancora per qualche generazione, fra terzo e secondo secolo avanti Cristo, come dimostrano la Tomba del Capo e la Tomba del Pipistrello, ma il baricentro si sposta altrove, in pianura e lungo gli assi controllati da Roma.

La quinta tappa è altomedievale. Nella lunga guerra fra Bizantini e Longobardi il corridoio che collegava Roma all’Esarcato di Ravenna attraversava proprio questa fascia di territorio ricalcando in buona parte la via Amerina. Per decenni fu l’unico collegamento sicuro fra le due capitali, e la sua importanza strategica spiega la fitta rete di castelli, pievi e borghi fortificati che ancora oggi punteggia la zona fra Corchiano, Gallese, Orte e Civita Castellana.

La sesta tappa è moderna e riguarda l’agricoltura. Il ventesimo secolo porta nella Tuscia meridionale la meccanizzazione, l’accorpamento dei fondi, l’abbattimento delle siepi e, dagli anni Sessanta in poi, l’espansione del noccioleto specializzato, che nella provincia di Viterbo ha raggiunto dimensioni enormi. Il paesaggio agrario precedente sparisce quasi ovunque. La proprietà di Pian Sant’Angelo segue una strada diversa e conserva la struttura tradizionale: è questa scelta, ripetuta per decenni, che rende possibile tutto quello che verrà dopo.

La settima tappa è il 29 febbraio 2000, con il Decreto del Presidente della Regione Lazio numero 133, pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 10 aprile 2000 numero 10, che istituisce il Monumento Naturale di Pian Sant’Angelo su 262 ettari nei comuni di Corchiano e Gallese. La gestione viene affidata al WWF Italia, che opera attraverso la propria Fondazione, e l’area entra a far parte del sistema regionale delle aree protette del Lazio.

L’ottava tappa è recentissima: il 2015, anno in cui la Tomba del Pipistrello viene riportata alla luce. Una scoperta archeologica dentro un’area protetta istituita quindici anni prima è il modo più chiaro per dire che questo territorio non ha ancora finito di raccontarsi.

Chi è passato da Pian Sant’Angelo di Corchiano (VT) – Oasi WWF

Le persone che hanno attraversato questa campagna non hanno lasciato firme sui muri, ma hanno lasciato tracce più solide di una firma.

Ci sono passati i cacciatori e raccoglitori del Paleolitico, quelli che i ritrovamenti degli scavi novecenteschi documentano nei ripari delle forre. Ci sono passati i Falisci, che qui hanno costruito la loro campagna: hanno scavato le camere sepolcrali nel tufo imitando le loro case, hanno tracciato le strade, hanno sollevato l’acquedotto sopra il fosso. Ci sono passati i Romani, che hanno pavimentato la via Amerina con i basoli di leucite e hanno poi svuotato i centri falisci dopo il 241 avanti Cristo.

Ci sono passati, nei secoli altomedievali, i messi, i soldati e i pellegrini che percorrevano il corridoio fra Roma e Ravenna, in un’epoca in cui scegliere la strada sbagliata significava finire in territorio nemico. Ci sono passati i monaci e i costruttori delle pievi che segnano ancora oggi la campagna intorno, e i contadini che per una ventina di generazioni hanno coltivato gli stessi campi con gli stessi strumenti, aprendo e mantenendo il paesaggio che oggi viene tutelato per legge.

Ci sono passati gli archeologi e i paleontologi dei primi decenni del Novecento, quelli i cui scavi nelle forre hanno prodotto i ritrovamenti che ancora oggi datano la frequentazione più antica dell’area. Ci sono passati, più di recente, gli studiosi che nel 2015 hanno individuato e riportato alla luce la Tomba del Pipistrello, restituendo un monumento che nessuno si aspettava più.

Ci sono passati i volontari e gli operatori del WWF, che dal 2000 gestiscono l’area per conto dell’associazione e che hanno costruito il programma di visite guidate, le attività con le scuole e gli interventi di incremento della biodiversità, fra cui lo specchio d’acqua per gli anfibi e i nuovi impianti di siepi. Ci sono passati i soci del Club Alpino Italiano che hanno rilevato e inserito nella rete regionale dei sentieri il percorso numerato 136A, il cui tracciato di 4,1 chilometri compare oggi nella cartografia ufficiale delle aree protette del Lazio.

E ci passa, ogni anno, una famiglia che continua a coltivare in biologico nocciole, vino e grano dentro un’area protetta, a mantenere milleduecento ulivi e a decidere di non abbattere le querce isolate in mezzo ai campi. Senza quel passaggio quotidiano, silenzioso e privo di targhe commemorative, non ci sarebbe niente da visitare.

Pian Sant'Angelo di Corchiano, Oasi WWF
Il paesaggio agrario tradizionale dell’Oasi WWF di Pian Sant’Angelo, con siepi, querce isolate e coltivazioni biologiche di nocciole, vino e grano: la parte meno fotografata e più importante dei 262 ettari tutelati

Quando andare e quando conviene rimandare

La primavera è la stagione migliore, senza discussione. Fra marzo e maggio il bosco di forra è al massimo dell’attività, le fioriture del sottobosco si susseguono, le orchidee spontanee compaiono, gli uccelli nidificanti cantano e il grano sul pianoro è verde. Le temperature permettono di camminare comodamente e il fondo, salvo dopo giorni di pioggia, tiene bene.

L’autunno è la seconda scelta e per certi versi la più sottovalutata. Ottobre e novembre portano i colori delle latifoglie nelle forre, l’aria pulita che rende nitido il tufo e una fioritura tardiva come quella della Spiranthes spiralis. È anche il periodo in cui i funghi e il legno morto danno il meglio dal punto di vista fotografico. Contro: le giornate si accorciano e il fondo diventa scivoloso nei tratti ombreggiati.

L’estate richiede una strategia. A luglio e agosto il pianoro coltivato, senza ombra, è duro da affrontare nelle ore centrali, mentre il fondo della forra resta fresco e umido. Chi visita in questi mesi imposta la giornata sulle prime ore del mattino, che qui sono anche le migliori per la fauna. Da concordare in fase di prenotazione, perché gli orari particolari vanno accordati con la direzione.

L’inverno è la stagione della struttura: senza foglie si leggono le pareti di tufo, i tagli delle camere sepolcrali e l’andamento dei fossi come in nessun altro momento dell’anno. Chi viene per l’archeologia dovrebbe venire a gennaio. Chi viene per i fiori dovrebbe evitarlo.

Cosa si trova intorno all’Oasi di Pian Sant’Angelo

La combinazione più naturale è con le Forre di Corchiano, a pochi minuti, che mostrano lo stesso fenomeno geologico con accesso diverso e un impatto visivo immediato. A breve distanza si trovano Civita Castellana, cioè l’antica Falerii Veteres, con il suo duomo e il forte sangallesco, e Vignanello con il giardino del castello Ruspoli, uno dei giardini all’italiana meglio conservati del Lazio.

Verso ovest la Tuscia si apre su Fabrica di Roma, Vallerano, Caprarola con il Palazzo Farnese, il lago di Vico e Viterbo con Villa Lante a Bagnaia e San Martino al Cimino. Verso sud si incontrano Nepi, Castel Sant’Elia, Faleria, Calcata e il Parco Valle del Treja, oltre a Sutri e al suo parco archeologico.

Verso est, lungo il Tevere, si arriva a Orte, Bassano in Teverina, Vasanello e Civitella San Paolo, con la Riserva naturale di Nazzano Tevere Farfa e il Monte Soratte a chiudere l’orizzonte. Chi ha una passione per i luoghi abbandonati può salire verso Soriano nel Cimino e raggiungere Chia, il borgo dove Pier Paolo Pasolini acquistò la torre che divenne il suo rifugio, oppure spingersi fino al Parco dei Mostri di Bomarzo.

Per dormire, la soluzione più comoda resta Corchiano stessa o i centri vicini di Civita Castellana, Orte e Vignanello, dove agriturismi e strutture piccole sono la norma e la prenotazione diretta funziona meglio di qualunque intermediazione.

Domande veloci

Si può entrare liberamente nell’Oasi?

No. L’area risulta aperta tutto l’anno ma esclusivamente con visite guidate su prenotazione obbligatoria; l’accesso autonomo non è consentito.

Quanto è grande e in quali comuni ricade?

262 ettari, nei comuni di Corchiano e Gallese, in provincia di Viterbo.

Chi la gestisce e con quale atto è stata istituita?

La gestione è del WWF Italia attraverso la Fondazione WWF. Il Monumento Naturale è stato istituito con il Decreto del Presidente della Regione Lazio del 29 febbraio 2000 numero 133, pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 10 aprile 2000 numero 10.

Come si prenota?

Al numero 345 7576224 oppure scrivendo a piansantangelo@wwf.it. Gruppi e scolaresche, con un minimo di quindici persone, tutti i giorni su prenotazione; per fotografi e birdwatcher risulta possibile concordare accessi in orari particolari.

È adatta ai bambini?

Sì, il percorso registrato nella rete regionale misura 4,1 chilometri con dislivelli minimi. Il fondo però è agricolo e irregolare: servono scarpe chiuse e attenzione ai bordi delle forre.

Il giudizio è che Pian Sant’Angelo sia il posto giusto per chi ha capito che un paesaggio si legge e non si consuma. Chi cerca il colpo d’occhio da cartolina farà meglio ad andare altrove; chi vuole capire come funziona davvero un pezzo di Italia centrale, dal tufo alla roverella al gambero di fiume alla tomba scavata nella parete, qui trova tutto insieme e spiegato da chi ci lavora ogni giorno.

Domande frequenti su Pian Sant’Angelo di Corchiano (VT), Oasi WWF

Che cos’è Pian Sant’Angelo di Corchiano?

Pian Sant’Angelo di Corchiano è un Monumento Naturale della Regione Lazio gestito dal WWF Italia, esteso su 262 ettari fra i comuni di Corchiano e Gallese, in provincia di Viterbo. È stato istituito con il Decreto del Presidente della Regione Lazio del 29 febbraio 2000, numero 133. L’area unisce forre di tufo e campi coltivati, dentro il territorio che gli archeologi chiamano Ager Faliscus.

Dove si trova esattamente Pian Sant’Angelo?

Pian Sant’Angelo si trova a cavallo del confine fra i territori comunali di Corchiano e di Gallese, in provincia di Viterbo, a una quota media compresa fra i centocinquanta e i duecento metri sul livello del mare. L’area ricade nel cuore dell’Agro Falisco, la porzione di Lazio settentrionale compresa fra il Tevere e i rilievi vulcanici cimini.

Si può entrare liberamente nell’Oasi?

No, a Pian Sant’Angelo di Corchiano l’accesso autonomo non è consentito. L’area risulta aperta tutto l’anno ma esclusivamente con visite guidate su prenotazione obbligatoria. Le scolaresche e i gruppi, con un minimo indicato di quindici persone, possono accedere tutti i giorni su prenotazione, mentre i visitatori singoli devono comunque passare dalla prenotazione con l’ente gestore.

Come si prenota una visita a Pian Sant’Angelo?

Per visitare Pian Sant’Angelo di Corchiano occorre telefonare con anticipo al numero 345 7576224 oppure scrivere all’indirizzo piansantangelo@wwf.it. Le visite guidate richiedono prenotazione obbligatoria e l’accesso autonomo non è consentito in nessun caso, né per i singoli né per i gruppi.

Che cosa si vede dentro l’Oasi di Pian Sant’Angelo?

Dentro Pian Sant’Angelo di Corchiano si vedono le forre di tufo scavate dal fosso omonimo, i campi coltivati sul pianoro soprastante e il Ponte del Ponte, un’opera di acquedotto in opera quadrata di tufo databile fra il terzo e il quarto secolo, che scavalca il fosso. L’area conserva anche tracce dell’antico popolamento falisco, fra tombe rupestri e resti legati alla via Amerina.

Quando conviene andare a Pian Sant’Angelo di Corchiano?

La primavera è la stagione migliore per visitare Pian Sant’Angelo di Corchiano, senza discussione. Fra marzo e maggio il bosco di forra è al massimo dell’attività, le fioriture del sottobosco si susseguono, compaiono le orchidee spontanee e gli uccelli nidificanti sono attivi, mentre il grano sul pianoro è ancora verde. L’autunno è la seconda scelta consigliata.

Che cosa c’è vicino all’Oasi di Pian Sant’Angelo?

Vicino a Pian Sant’Angelo si trovano le Forre di Corchiano, che mostrano lo stesso fenomeno geologico con un accesso diverso, e Civita Castellana, l’antica Falerii Veteres, con il suo duomo e il forte sangallesco. A breve distanza si trova anche Vignanello, con il giardino del castello Ruspoli, uno dei giardini all’italiana meglio conservati del Lazio.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P. Per una giornata organizzata nella Tuscia falisca, con accompagnatore turistico abilitato, si parte dalla pagina contatti di TourLeaderPro; i tour operator che costruiscono itinerari fra le forre dell’Agro Falisco trovano il servizio di consulenza nella sezione dedicata ai tour operator.

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RiassuntoL'Oasi di Pian Sant'Angelo - monumento naturale - si trova nel Comune di Corchiano e Gallese (Viterbo).
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