Mentana
Mentana è il paese dove il Risorgimento italiano si è fermato per tre anni. Il 3 novembre 1867 i volontari di Garibaldi vengono battuti qui, a ventidue chilometri dal centro di Roma, da una forza mista di pontifici e francesi. Roma diventerà italiana solo il 20 settembre 1870, a Porta Pia. In mezzo ci sono Mentana, un ossario e un museo che quasi nessuno visita.
Il paese oggi conta poco più di ventiduemila abitanti e vive come vivono i comuni della cintura nord est: pendolari, palazzine, una Nomentana intasata la mattina. Ma sulla collina della Rocca, sopra il centro storico, ci sono due edifici che valgono il viaggio: l’ara ossario del 1877 e il museo garibaldino del 1905. Chiusi cinque giorni su sette. Questo è il punto dolente e ne parliamo subito.

Dove si trova Mentana e come ci si arriva
Mentana si trova sulla direttrice della Nomentana, in provincia di Roma, fra Fonte Nuova e Monterotondo. In macchina dal Grande Raccordo Anulare si esce alla Nomentana e si sale: senza traffico si fanno trenta, trentacinque minuti dal centro di Roma. Con il traffico della mattina si raddoppia tranquillamente. La Nomentana fra Colleverde e Fonte Nuova è una delle strade più congestionate del quadrante nord est.
Con i mezzi pubblici la situazione richiede qualche parola in più, perché in giro si leggono indicazioni contraddittorie. Cotral serve Mentana, questo è certo. Il capolinea urbano da cui partono storicamente le corse per la direttrice nomentana è quello della metro B a Ponte Mammolo, ma il numero preciso della linea non risulta pubblicato in un elenco consultabile sul sito ufficiale di Cotral, che espone solo un motore di ricerca fermata per fermata. Chi vuole il dato esatto lo cerca su cotralspa.it/ricerca-orari impostando partenza e arrivo, oppure telefona al numero verde 800 174 471.
L’alternativa su ferro esiste ed è più affidabile negli orari. La stazione di Monterotondo Mentana si trova sulla linea Roma Firenze ed è servita dai regionali FL1, quelli che collegano Orte, Roma e Fiumicino Aeroporto, con una quota di corse anche sulla FL3. La stazione però non è a Mentana: ricade nel territorio di Monterotondo, e dal piazzale Aldo Moro davanti al sottopassaggio partono bus urbani e Cotral che completano il tragitto. Mettete in conto il cambio.
Il consiglio operativo è netto: a Mentana ci si va in macchina. Non per snobismo verso il trasporto pubblico, ma perché il museo apre sabato pomeriggio e domenica mattina, cioè esattamente nelle fasce in cui le corse extraurbane si diradano. Un ritardo di quaranta minuti su una finestra di apertura di quattro ore ti fa saltare la visita. Chi non guida valuti il treno fino a Monterotondo e il taxi per gli ultimi chilometri.
Per il quadro generale dei mezzi romani, biglietti, validità e app, c’è la pagina dedicata a come muoversi a Roma, che copre metro, bus e tram in città. Fuori dal Comune di Roma valgono tariffe diverse, zonali, e il biglietto urbano non basta.
Che cosa è successo il 3 novembre 1867
La battaglia di Mentana chiude la campagna dell’Agro Romano per la liberazione di Roma, l’ultimo tentativo garibaldino di prendere la città con una spedizione di volontari. Garibaldi era partito da Caprera in violazione degli arresti, aveva raccolto colonne di volontari nel Lazio settentrionale e in Sabina, aveva vinto a Monterotondo il 25 e 26 ottobre. Poi il quadro politico gli è franato addosso.
Il 27 ottobre il proclama del re dissociava il governo italiano dall’impresa. Fu un colpo pesante: molti volontari, sperando in un appoggio regolare che non arrivò, lasciarono le file. Le fonti indicano una emorragia di uomini nei giorni immediatamente precedenti allo scontro. Garibaldi arriva a Mentana con una forza già logorata, priva quasi del tutto di artiglieria e di cavalleria, con armamento individuale disomogeneo e munizioni contate.
Dall’altra parte c’era l’esercito pontificio del generale Hermann Kanzler, truppa di mestiere, e un corpo di spedizione francese sbarcato a Civitavecchia. Napoleone III aveva rimandato i soldati in Italia dopo il ritiro seguito alla convenzione di settembre. I francesi erano riposati, inquadrati e armati con il fucile nuovo di ordinanza. Su questo torniamo fra poco perché è il nodo tecnico della giornata.
Lo scontro si combatte fra le colline a nord ovest del paese, sul Monte Guarnieri e intorno al borgo, nel pomeriggio del 3 novembre. I garibaldini tengono per alcune ore, poi cedono davanti al contrattacco. Una parte si asserraglia nel castello, una parte ripiega verso il confine del Regno d’Italia. Garibaldi passa il confine e viene arrestato a Figline Valdarno. La spedizione finisce lì.
Le cifre delle perdite, e perché non tornano
Le cifre della battaglia di Mentana divergono, e non di poco. Qui non si può scrivere un numero e tirare avanti, perché le fonti si contraddicono in modo evidente e chi vi racconta una cifra sola vi sta semplificando.
Una ricostruzione diffusa in ambito italiano indica per i garibaldini circa centocinquanta morti, duecentoventi feriti e circa millesettecento prigionieri, e per la parte franco pontificia una trentina di morti e centoquaranta feriti circa. Una ricostruzione in ambito anglosassone conta per i garibaldini circa millecento fra morti e feriti sommati insieme e fra ottocento e mille catturati, mentre distingue le perdite pontificie, centoquarantaquattro fra morti e feriti, da quelle francesi, due morti e trentasei feriti.
Come si legge questa divergenza
Le due serie non sono confrontabili così come stanno. La prima somma i franco pontifici in un blocco unico, la seconda li separa. La prima distingue morti e feriti garibaldini, la seconda li fonde. Sui prigionieri il divario è ampio, fra ottocento e millesettecento, e dipende da che cosa si conti: i catturati sul campo, quelli rastrellati nei giorni successivi, i volontari che si consegnarono passando il confine.
Anche le consistenze iniziali ballano. Per i garibaldini si leggono quattromila, ottomilacento e diecimila a seconda del momento in cui si fa il conto e della fonte. Per i franco pontifici si leggono cinquemila e cinquemilacinquecento, oppure una scomposizione in circa tremila pontifici e duemilacinquecento francesi. Perfino il nome del comandante francese cambia: alcune ricostruzioni indicano il generale de Failly, altre il generale de Polhès, e la spiegazione risiede in questo: de Failly comandava il corpo di spedizione mentre sul campo operava una brigata con un proprio comandante.
A nostro giudizio le cifre garibaldine basse sono le più prudenti e quelle alte risentono della propaganda successiva, in entrambe le direzioni. Il dato solido, quello che nessuno contesta, è la sproporzione: i vincitori persero un ordine di grandezza di uomini in meno. Questo dice tutto sulla natura dello scontro.
Chi vuole andare a fondo trova materiale strutturato all’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e al Museo Centrale del Risorgimento, entrambi a Roma dentro il complesso del Vittoriano. Lì la campagna del 1867 è documentata con carte e cronologie che a Mentana non trovate esposte.
Una curiosità su Mentana
Il toponimo antico è Nomentum, e da lì viene il nome della strada consolare, la Nomentana. Solo che Nomentum non era esattamente qui: l’abitato romano si trovava poco distante, nella zona dell’attuale Casali di Mentana, e il centro medievale si è formato più in alto per ragioni difensive. Il nome ha camminato insieme alla popolazione, come è successo a decine di paesi del Lazio.
La curiosità vera però è un’altra, e riguarda il rapporto fra il paese e la sua battaglia. Mentana è uno dei pochissimi comuni italiani il cui nome è stato usato all’estero come parola d’ordine politica. Nella pubblicistica repubblicana e anticlericale europea di fine Ottocento Mentana valeva quanto valeva Roma: indicava l’intervento francese a difesa del potere temporale. In Francia divenne un’accusa da agitare contro il Secondo Impero.
C’è anche un dettaglio di piazza. Il museo garibaldino conserva una delle raccolte più consistenti di camicie rosse originali, una quarantina, più una cravatta di Mazzini e autografi di Garibaldi e dei suoi familiari. Non è materiale ricostruito: sono cimeli arrivati per donazione dalle famiglie dei volontari. Per una sala di paese è un patrimonio fuori scala.
Gli chassepot e la frase che ha fatto più danni di una sconfitta
Il fucile Chassepot entra in servizio nell’esercito francese nel 1866. È un’arma a retrocarica con otturatore girevole scorrevole e guarnizione di gomma, cartuccia a percussione centrale con involucro combustibile, e una gittata utile molto superiore a quella dei fucili in dotazione ai volontari garibaldini. A Mentana viene impiegata per la prima volta in combattimento.
Il giorno dopo la battaglia il generale de Failly manda a Parigi un dispaccio con una frase destinata a diventare famosa: i Chassepot hanno fatto meraviglie. Sette parole che in Italia vennero lette come una provocazione e che alimentarono il sentimento antifrancese per una generazione. Nel 1870, quando la Francia crollò a Sedan, in Italia ci fu chi ricordò Mentana con una soddisfazione che i documenti dell’epoca non nascondono.
La contestazione tecnica
La frase non regge alla verifica militare, e a contestarla furono per primi i reduci garibaldini. Testimonianze di volontari presenti sul campo sostengono di non aver udito colpi di Chassepot in modo determinante e argomentano che su terreno frastagliato, fra vigne, muretti e avvallamenti, la lunga portata conta meno della precisione a distanza ravvicinata. L’argomento tecnico è solido: a Mentana si combatté corpo a corpo e a poche decine di metri per buona parte del pomeriggio.
Quello che decise la giornata fu l’addestramento, la disponibilità di munizioni e il fatto che i garibaldini fossero dimezzati dalle diserzioni. Il Chassepot ci mise del suo, ma la frase di de Failly è marketing bellico, non analisi. Lo dico perché sulle guide si legge ancora che i garibaldini furono falciati dalla superiorità tecnologica: è una lettura comoda e parziale.
Al museo il confronto si vede fisicamente. In vetrina ci sono fucili Remington e almeno un Chassepot insieme a pistole e armi bianche. Chiedete al custode di indicarveli: la differenza di concezione fra le due armi si coglie a occhio, anche senza essere armieri.
L’ara ossario sulla Rocca
L’ara ossario si trova in cima alla collina della Rocca, nello stesso recinto del museo, in via della Rocca. È un monumento in forma di ara, costruito per sottoscrizione nazionale e inaugurato nel novembre 1877, dieci anni dopo la battaglia, su progetto dell’ingegnere Augusto Fallani. Il discorso inaugurale lo tenne Benedetto Cairoli, che a Villa Glori nel 1867 aveva perso il fratello Giovanni.
Dentro sono raccolti i resti di circa trecento volontari caduti negli scontri della campagna dell’Agro Romano del 1867, non solo quelli di Mentana. Sui lati del monumento furono incisi i nomi dei caduti. Non tutti: molti volontari non furono identificati, e questo è uno dei motivi per cui le cifre dei morti restano incerte.
Che cosa si prova stando lì
L’effetto dipende da quanto sapete prima di salire. Senza contesto è un monumento ottocentesco severo in mezzo a un prato, e in dieci minuti avete finito. Con il contesto diventa il posto in cui un’idea di Italia ha pagato il conto. Conviene conoscere la storia della battaglia in basso, al parcheggio, e salire solo dopo. Funziona meglio.
Sulla datazione dell’ara le fonti non concordano del tutto. Il polo culturale del Comune indica l’inaugurazione nel novembre 1877 e l’attribuzione a Fallani. Altre schede in rete riportano il 1867 come anno di realizzazione, che è impossibile trattandosi dell’anno della battaglia, e altre ancora confondono l’ara con l’edificio del museo, che è del 1905. Tenete buona la prima versione, che è quella dell’ente che il monumento lo gestisce.
Un confronto interessante si fa con il Mausoleo Ossario Gianicolense, che raccoglie i caduti delle guerre risorgimentali in una struttura degli anni Trenta molto più monumentale, e con il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina a Porta San Pancrazio, che racconta il 1849. Mentana chiude il cerchio che quei due luoghi aprono.
Il museo garibaldino: orari, biglietto, che cosa si vede davvero
Il museo si chiama ufficialmente Museo nazionale della campagna dell’Agro Romano per la liberazione di Roma e localmente MuGa. L’indirizzo è via della Rocca 2, 00013 Mentana. Fu fondato nel 1905 dalla Società Reduci Patrie Battaglie, che raccolse cimeli e donazioni dalle famiglie dei garibaldini. L’edificio è su progetto di Giulio De Angelis, con decorazioni dello scultore Scardovi.
Orari e giorni di apertura
Le aperture al pubblico sono due alla settimana: sabato dalle 15 alle 19 e domenica dalle 9 alle 13. In estate l’orario del sabato slitta al pomeriggio inoltrato, dalle 17 alle 20, mentre la domenica resta 9 alle 13. È prevista la chiusura estiva dal primo al 30 agosto. Dati rilevati sul sito del polo culturale comunale e sulla scheda del Comune il 28 settembre 2026.
Biglietti
L’ingresso costa 3 euro. Le scolaresche non residenti pagano 2 euro. Esiste un biglietto integrato per i due musei comunali a 5 euro, che diventa 4 euro per le scuole. Il secondo museo è il MuCaM, il civico archeologico di piazza Giuseppe Garibaldi, ospitato nell’edificio storico chiamato Galleria Borghese, con gli stessi orari del sabato e della domenica.
Serve prenotare
Per la visita individuale la prenotazione non risulta richiesta sui canali ufficiali. Per i gruppi e per le scolaresche il discorso cambia e conviene telefonare prima, perché la custodia è affidata a personale comunale e nelle fasce di apertura può esserci una sola persona in servizio. I recapiti pubblicati sono il numero del museo 06 90969431, il numero dell’ufficio cultura 06 90969407 e l’indirizzo cultura@comune.mentana.rm.it. Il centralino del Comune è 06 909691.
Questo è il canale reale, e insisto sul punto perché è la differenza fra una gita riuscita e un viaggio a vuoto. Non fidatevi degli orari riportati dagli aggregatori di viaggi: per i musei comunali del Lazio sono sbagliati con una frequenza imbarazzante. Chiamate l’ufficio cultura nei giorni feriali, che risponde, e fatevi confermare l’apertura del fine settimana che vi interessa.
Sull’accessibilità la scheda comunale dichiara assenza di barriere architettoniche per il museo. Il piazzale e il percorso esterno verso l’ara ossario sono in salita e in parte su fondo non regolare: chi si muove in carrozzina chieda in fase di contatto fin dove si arriva senza aiuto.
Una cosa che non ti dice nessuno su Mentana
Il museo è aperto otto ore alla settimana. Otto. Un museo nazionale per denominazione, con una delle collezioni garibaldine più importanti d’Italia, apre quanto un circolo ricreativo. Nessuno ve lo dice perché non fa piacere dirlo, ma è il dato che determina tutto il resto: chi organizza una visita a Mentana lavora dentro una finestra di quattro ore il sabato e quattro la domenica, e in agosto nemmeno quelle.
La seconda cosa che non si dice riguarda la segnaletica. Arrivando dalla Nomentana le indicazioni per il museo e per l’ossario esistono ma sono discrete, e la salita alla Rocca dal centro storico non è immediata da individuare se non si ha il navigatore acceso. Il parcheggio in alto è limitato. Chi arriva con un pullman deve valutare la manovra prima, non davanti al cancello.
Terza cosa. Il campo di battaglia non è musealizzato. Non ci sono pannelli sul terreno, percorsi segnati, punti di osservazione attrezzati. Le colline dove si combatté sono oggi campi, vigne e, in parte, edificato residenziale. Chi si aspetta un parco storico alla maniera anglosassone resta a bocca asciutta. Si vede il paesaggio, e basta quello se avete letto prima.
Il castello Orsini Borghese
Il castello domina il centro storico e ha una storia lunga. Nel secondo Trecento il complesso era degli Orsini, famiglia che teneva mezzo Lazio settentrionale. Nel 1655 passò al principe Marcantonio Borghese, che di Mentana divenne marchese. Da qui la doppia intitolazione con cui il monumento viene nominato sulle guide e sui cartelli.
La domanda che tutti fanno è se si visita. La risposta onesta è che il castello non figura fra i luoghi con apertura al pubblico regolare dell’elenco comunale, dove sotto la voce museo compaiono soltanto il MuGa e il MuCaM. Palazzo Borghese compare invece fra i luoghi del Comune. Non risultano pubblicati orari di visita né tariffe per il castello come sito museale autonomo.
Che cosa si riesce a vedere comunque
Dall’esterno si vede parecchio, ed è visita gratuita. Il volume della struttura, le murature, l’innesto sul tessuto del borgo si leggono benissimo dalla piazza e dai vicoli attorno. Chi vuole capire come funzionava un castrum baronale del Lazio guardi il rapporto fra il castello, la chiesa e la porta: è lo schema che si ripete da Nerola a Genazzano.
Durante la battaglia il castello ebbe un ruolo. Un gruppo di garibaldini vi si asserragliò e la resa avvenne il giorno successivo. Questo dettaglio, che sulle schede turistiche compare di rado, spiega perché il paese abbia conservato memoria fisica dello scontro anche nel tessuto costruito e non solo sulla collina dell’ossario.
Se il castello vi interessa come tipologia, in zona ci sono alternative aperte e attrezzate. Il Castello Odescalchi a Bracciano è visitabile con biglietto e percorso, e a Collalto Sabino il maniero domina un borgo intatto. Mentana su questo fronte è più povera: il suo pezzo forte è la memoria risorgimentale, non l’architettura castellana.
Il consiglio che ti do per visitare Mentana
Andateci la domenica mattina, presto, e non il sabato pomeriggio. Le ragioni sono tre e sono pratiche. La luce del mattino sulla Rocca è migliore e il paesaggio verso i Lucretili si legge. Il traffico sulla Nomentana la domenica alle nove è inesistente. E la fascia 9 alle 13 vi lascia il tempo di fare museo, ossario, centro storico e pranzo senza correre, mentre il sabato dalle 15 alle 19 vi schiaccia tutto in un pomeriggio che finisce col buio da ottobre a marzo.
Come costruire la giornata
Arrivo alle 9, museo per un’ora abbondante, poi l’ara ossario. Da lì scendete a piedi nel centro storico, che è piccolo e si gira in quaranta minuti, con il castello e la parrocchiale. Alle 12 siete liberi. A quel punto si sceglie: rientro a Roma per pranzo, oppure si prosegue verso i Monti Lucretili o verso la Sabina, che è a mezz’ora.
Chi viaggia con ragazzi delle superiori faccia una cosa che a me funziona sempre: leggere ad alta voce il dispaccio di de Failly davanti all’ossario, dopo aver raccontato la battaglia. Sette parole. L’effetto sul gruppo è immediato e apre la discussione su come si scrive la storia dalla parte di chi vince. Meglio di qualunque pannello.
Ultimo consiglio, banale e ignorato da tutti: telefonate. Il numero dell’ufficio cultura è 06 90969407 nei giorni feriali. In un comune di ventiduemila abitanti la persona che risponde sa se sabato il museo apre davvero, se c’è una commemorazione, se il piazzale è occupato. Cinque minuti di telefonata valgono più di mezz’ora di ricerche in rete.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che a Mentana ci fu la battaglia. Pochi collegano Mentana a Monterotondo, che è il paese accanto e che fu preso dai garibaldini una settimana prima, il 25 e 26 ottobre 1867, dopo un assalto notturno. Mentana senza Monterotondo non si capisce: la campagna dell’Agro Romano fu una sequenza, non un episodio isolato.
Il fatto poco citato è che quella campagna aveva una gamba dentro Roma. Il 22 ottobre a Roma ci fu il tentativo insurrezionale, l’azione a Villa Glori dei fratelli Cairoli e lo scoppio della caserma Serristori. L’insurrezione urbana fallì, e questo lasciò Garibaldi senza il secondo fronte su cui aveva contato. Mentana è la conseguenza di un piano che aveva perso il suo pezzo principale.
Terzo elemento, ancora meno citato: la Francia non doveva essere lì. La convenzione di settembre del 1864 prevedeva il ritiro francese da Roma in cambio dello spostamento della capitale italiana a Firenze. Il ritiro era avvenuto nel 1866. Il rientro del corpo di spedizione nell’autunno 1867 fu una rottura di fatto di quell’accordo, e l’Italia protestò senza ottenere nulla.
Chi vuole ricostruire la catena degli eventi trova le tappe romane raccontate al Museo Centrale del Risorgimento sotto il Vittoriano, e il quadro monumentale nell’Ala Brasini del Complesso del Vittoriano e sull’Altare della Patria. Sono tre luoghi diversi dello stesso complesso e vale la pena distinguerli.
Quando è chiuso e che cosa non si vede
Il museo è chiuso dal lunedì al venerdì. Chiuso tutto agosto, dal primo al 30. Chiuso, prevedibilmente, nelle principali festività, anche se un calendario dettagliato delle chiusure straordinarie non risulta pubblicato online: motivo in più per telefonare. Chi arriva in settimana trova il cancello sbarrato e non ha alternative, perché l’ossario è nello stesso recinto.
Che cosa non si vede a Mentana, in ordine di delusione. Non si vede il campo di battaglia attrezzato: niente percorsi, niente cartelli sul terreno, niente ricostruzioni. Non si visita il castello, almeno non come sito museale con orari pubblicati. Non si trova un centro visite, un bookshop degno di questo nome o un servizio di visite guidate in lingua straniera. Non c’è un deposito bagagli né un bar dentro il perimetro.
Non si vede neanche, e questo dispiace, un allestimento aggiornato. Le vetrine ottocentesche hanno un loro fascino documentario e vanno benissimo per chi sa già, ma un visitatore digiuno di Risorgimento fatica a costruirsi il quadro da solo. Preparatevi prima. Mezz’ora di lettura la sera precedente cambia completamente la visita.
La foto giusta da fare a Mentana
La foto giusta non è l’ara ossario frontale. Quella la fanno tutti, viene sempre uguale, e un monumento simmetrico fotografato in asse è una cartolina senza informazione. La foto che racconta qualcosa la fate salendo di qualche metro sul prato alle spalle del monumento e includendo nell’inquadratura l’ara in primo piano a sinistra e la campagna verso nord ovest sullo sfondo, cioè il terreno dove si combatté.
La luce buona è quella della domenica mattina fra le 9 e le 10, con il sole basso da est che taglia le colline e fa lavorare i rilievi del terreno. Nel pomeriggio del sabato la stessa vista è controluce e piatta. Da novembre a febbraio la foschia sulla valle del Tevere può aiutare: gli strati di collina si separano e il fondo si legge meglio.
Dentro il museo
Chiedete prima se si può fotografare, perché la regola varia e in un museo con una sola persona in servizio la cortesia conta. Se vi dicono di sì, la cosa da fotografare non è la vetrina intera ma il dettaglio: il tessuto di una camicia rossa rammendata, l’otturatore di un Chassepot, una firma su un autografo. È lì che il materiale smette di essere generico.
Evitate il flash, sempre, su tessuti e carte. Se la sala è buia alzate la sensibilità e appoggiatevi a uno stipite, che il treppiede nei musei piccoli non è quasi mai ammesso.
In paese
La terza foto è il castello visto dal basso dai vicoli del centro storico, in tardo pomeriggio, quando la pietra prende colore. Non cercate l’inquadratura pulita perché non c’è: ci sono cavi, antenne e auto parcheggiate, come in ogni borgo laziale vivo. Accettateli dentro l’immagine invece di combatterli, e la foto risulta più onesta.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Nomentum romano. Il centro antico da cui prende nome la via Nomentana era un municipio di origine latina e poi sabina, con un territorio agricolo produttivo verso il Tevere. Le tracce archeologiche del comprensorio sono oggi in parte confluite nel museo civico locale, e il tema si lega al quadro più ampio dei municipi laziali che si vede bene al Museo Archeologico Nazionale di Palestrina.
Il periodo baronale. Dal Medioevo il castello passa fra le grandi famiglie romane, gli Orsini in primo luogo. È la stagione in cui il Lazio si copre di rocche e in cui i baroni contano quanto il papa, a volte di più. Il passaggio ai Borghese nel 1655 chiude la fase turbolenta e apre quella della grande proprietà agraria, che dura fino al Novecento.
Il 25 e 26 ottobre 1867. La presa di Monterotondo da parte dei garibaldini è l’unico successo militare rilevante della campagna. Dura otto giorni.
Il 3 novembre 1867. La battaglia. Il pomeriggio che chiude la stagione delle spedizioni volontarie e consegna la questione romana alla diplomazia e poi, tre anni dopo, all’artiglieria dell’esercito regolare a Porta Pia.
Novembre 1877. Inaugurazione dell’ara ossario, per sottoscrizione nazionale, con il discorso di Benedetto Cairoli. Il decennale della battaglia diventa un atto politico della sinistra risorgimentale, in un’Italia che aveva appena cambiato maggioranza.
1905. Apertura del museo, voluto dalla Società Reduci Patrie Battaglie con il concorso di Menotti Garibaldi, figlio di Giuseppe, che nella zona aveva interessi e proprietà. I cimeli arrivano dalle famiglie dei volontari ancora vive.
Il Novecento. Mentana diventa comune della cintura romana e cresce con l’espansione edilizia degli anni Sessanta e Settanta, come tutta la direttrice nomentana. La memoria risorgimentale resta, ma smette di essere l’identità principale del paese.
Chi è passato da Mentana
Giuseppe Garibaldi, ovviamente, e non in un giorno qualsiasi della sua vita. A Mentana perde l’ultima battaglia comandata in Italia da capo di volontari, e viene arrestato subito dopo. Aveva sessant’anni. La sua figura torna in mezza Roma, dal monumento sul Gianicolo al Ponte Garibaldi, fino al Museo delle Culture di Villa Garibaldi.
Menotti Garibaldi, il figlio maggiore, che comandò reparti nella campagna del 1867 e che restò legato al territorio, contribuendo poi alla nascita del museo. La sua presenza in zona è la ragione per cui a Mentana il filo garibaldino non si è mai spezzato del tutto.
Benedetto Cairoli, che nel 1877 tenne il discorso inaugurale dell’ossario. Dei fratelli Cairoli, Giovanni morì per le ferite riportate a Villa Glori nell’ottobre 1867 ed Enrico cadde sul posto. Benedetto sarebbe diventato presidente del Consiglio.
Hermann Kanzler, generale in capo delle truppe pontificie, tedesco di Baden al servizio del papa, che a Mentana ottenne il suo unico successo militare significativo e che nel 1870 firmò la resa di Roma.
Il generale de Failly, comandante del corpo di spedizione francese, autore del dispaccio sui Chassepot. La sua carriera si chiuse male tre anni dopo nella guerra franco prussiana, e in Italia la cosa non dispiacque a nessuno.
Le migliaia di volontari senza nome, che è poi la ragione per cui esiste l’ossario. Studenti, artigiani, operai, reduci delle campagne precedenti, molti giovanissimi. Di circa trecento di loro restano le ossa dentro l’ara. Di parecchi altri non resta neanche il nome inciso.
La posizione che probabilmente non ti piacerà
Mentana non merita un viaggio da sola. Il museo si visita in un’ora, l’ossario in venti minuti, il centro storico in quaranta. Fanno due ore scarse. Costruirci sopra una giornata significa allungare il brodo, e chi vi racconta che Mentana vale una gita intera vi sta vendendo un’emozione che il posto non eroga.
La posizione impopolare vera però è un’altra. Il valore di Mentana è didattico prima che turistico, e va trattata come tale. Portateci una classe, un gruppo di appassionati, qualcuno che stia leggendo il Risorgimento. Non portateci una comitiva generalista che si aspetta un borgo da cartolina con la vista: Mentana non è quello, e fingere il contrario produce visitatori delusi e recensioni ingiuste verso un museo che fa il possibile con le risorse di un comune.
Terza cosa che non vi piacerà. La retorica risorgimentale su Mentana è stata usata per un secolo in modo strumentale, da destra e da sinistra, per dire cose che con il 3 novembre 1867 avevano poco a che fare. Una visita onesta a Mentana dovrebbe smontare quella retorica, non alimentarla: mostrare una sconfitta militare prevedibile, un piano politico sbagliato e duemila ragazzi mandati allo sbaraglio. È più interessante dell’agiografia, e molto più utile.
Mangiare in zona
Mangiare a Mentana e dintorni è un’altra cosa rispetto a mangiare nel centro di Roma, e la differenza gioca a vostro favore. Qui la clientela è locale per forza di cose: nessun tour bus scarica sessanta persone in piazza. Restano però i segnali da conoscere, perché lungo la Nomentana e sulle direttrici di uscita da Roma qualche trappola esiste anche fuori città.
Il primo segnale è il menu con le fotografie dei piatti. Una tagliata fotografata su un cartello plastificato fuori dalla porta è un messaggio rivolto a chi non sa leggere la lingua, quindi a chi passa una volta sola. Il secondo è la signora che tira la sfoglia in vetrina o direttamente sul marciapiede. È teatro, non indizio di cucina: la pasta buona si fa in cucina alle sei del mattino, non davanti ai passanti alle undici.
Terzo segnale, la persona all’ingresso che vi invita a entrare e vi accompagna al tavolo prima ancora che abbiate guardato il menu. Un posto che lavora con i suoi clienti non ha bisogno di reclutarli sulla strada. Quarto, la cucina aperta dalla mattina alla notte senza mai una pausa: significa che si scalda, non che si cucina. Un locale serio chiude fra le tre e le sette e riapre per la cena.
Quinto, e vale soprattutto quando rientrate verso Roma: i posti piazzati davanti a un monumento famoso adeguano il prezzo al cliente. Voci senza prezzo sul menu, pesce a peso non dichiarato, listini diversi fra la sala interna e i tavoli fuori. Chiedete il prezzo prima di ordinare qualunque cosa non sia prezzata, e se la risposta è vaga alzatevi.
Le catene del centro
Nel centro di Roma ci sono insegne ripetute, la stessa identica facciata in cinque o sei punti diversi fra la stazione e il Pantheon. Funzionano come attrazioni turistiche: sono comode, prevedibili, hanno il bagno pulito e il personale che parla inglese. Non c’è niente di scandaloso. Semplicemente i romani non ci vanno, e non per snobismo: ci vanno i loro clienti, che sono altri.
Il criterio unico, quello che non sbaglia mai, è guardare chi è seduto ai tavoli e in che lingua ordina. In un locale di Mentana alle 13 di domenica dovete sentire parlare italiano con accento romanesco e vedere famiglie con i nonni. Se sentite solo lingue straniere in un paese dell’hinterland, qualcosa non quadra ed è meglio camminare ancora cento metri.
Per il resto, in zona il piatto che ha senso cercare è quello della cucina laziale di collina: agnello, carciofi in stagione, paste all’uovo. Meno romano de Roma, più sabino. Gli indirizzi consigliati sono in una lista pubblica su Google Maps: i posti dove mangio a Roma e nel Lazio.
Cosa c’è intorno, per costruire la giornata
Mentana funziona dentro un itinerario, non da sola. La combinazione più logica è con Monterotondo, che è a pochi chilometri e che completa la campagna del 1867 sul piano storico. Due paesi, una mattinata, una storia sola.
Verso est si apre la Sabina, e qui la giornata cambia registro. L’Abbazia di Farfa è a mezz’ora e vale il doppio del tempo che le si dedica di solito, con il borgo abbaziale intorno. Nelle vicinanze ci sono Fara in Sabina, Poggio Mirteto e la Riserva naturale di Nazzano Tevere Farfa, che è la scelta giusta se avete bambini e volete chiudere la giornata camminando.
Verso sud est ci sono i Lucretili e Tivoli, con Villa Adriana e Villa d’Este. Onestamente, Tivoli è troppo per lo stesso giorno di Mentana: sono due mezze giornate piene e ne uscite cotti. Meglio tenere Tivoli per un’altra volta e semmai spingersi al Parco dei Monti Lucretili per una passeggiata breve.
Chi ha la giornata lunga e vuole restare sul tema monastico può arrivare a Subiaco e al Sacro Speco, ma sono altri quaranta minuti e un’altra direzione. Verso i Castelli, cioè dall’altra parte di Roma, ci sono Frascati e il Parco dei Castelli Romani, che non si combinano con Mentana nello stesso giorno: attraversare Roma per andare da nord est a sud est è un errore che si paga in ore.
Il seguito romano del discorso
Se Mentana vi ha preso, il percorso continua in città. A Porta Pia si vede dove finì la questione romana tre anni dopo. Al Mausoleo Ossario Gianicolense e al Museo della Repubblica Romana si torna al 1849. Al Museo Storico della Fanteria e all’Istituto per la Storia del Risorgimento si approfondisce.
Per chi vuole tenere il filo della memoria dei caduti, romana e non risorgimentale, ci sono il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, il Museo Storico della Liberazione di via Tasso e il Cimitero del Verano, dove la scultura funeraria ottocentesca racconta la stessa Italia con altri mezzi.
Sulla Nomentana, rientrando verso Roma, si incontrano in sequenza la Basilica di Sant’Agnese fuori le Mura con il Mausoleo di Santa Costanza, le Catacombe di Priscilla e il complesso di Villa Torlonia con la Casina delle Civette, il Casino Nobile, il Casino dei Principi e gli obelischi. È la stessa strada: se avete la macchina, una sosta si incastra senza deviazioni.
Poco più in là, sempre sul quadrante nord, Villa Ada chiude bene una giornata con i bambini. E chi arriva da ovest e vuole restare sul tema garibaldino salga a San Pietro in Montorio e poi sul Gianicolo, che del 1849 è il campo di battaglia vero e ancora leggibile, a differenza di Mentana. Il Campidoglio resta il punto da cui si capisce la geografia di tutta la vicenda.
Domande frequenti
Quanto dista Mentana da Roma e quanto ci si mette
Mentana si trova a circa ventidue chilometri dal centro di Roma lungo la direttrice della Nomentana. In macchina, senza traffico, si arriva in trenta o trentacinque minuti dal Grande Raccordo Anulare compreso. Negli orari di punta dei giorni feriali il tempo raddoppia facilmente, perché la Nomentana fra Colleverde e Fonte Nuova è satura. La domenica mattina presto è la fascia migliore in assoluto.
Quali sono gli orari del Museo Garibaldino di Mentana
Le aperture sono sabato dalle 15 alle 19 e domenica dalle 9 alle 13, con orario estivo che sposta il sabato dalle 17 alle 20 e chiusura estiva dal primo al 30 agosto. Dal lunedì al venerdì il museo resta chiuso. Dati rilevati sui canali del polo culturale comunale e sulla scheda del Comune di Mentana alla data del 28 settembre 2026, da riconfermare telefonicamente prima di partire.
Quanto costa il biglietto
Il biglietto di ingresso costa 3 euro, ridotto a 2 euro per le scolaresche non residenti. Esiste un biglietto integrato per i due musei comunali, il garibaldino e il civico archeologico, al costo di 5 euro, che scende a 4 euro per le scuole. Non risultano pubblicate gratuità generalizzate. Per riduzioni particolari conviene chiedere direttamente all’ufficio cultura del Comune.
Serve prenotare la visita
Per i visitatori singoli la prenotazione non risulta richiesta sui canali ufficiali del museo. Per gruppi e scolaresche invece è opportuno concordare prima, telefonando al numero del museo 06 90969431 oppure all’ufficio cultura 06 90969407, o scrivendo a cultura@comune.mentana.rm.it. Questi sono i canali reali gestiti dal Comune: gli orari riportati dagli aggregatori turistici non sempre coincidono con quelli effettivi.
Si può visitare l’ossario
L’ara ossario si trova nello stesso recinto del museo, in via della Rocca, e si vede negli stessi orari di apertura del museo. Non ha una biglietteria autonoma né orari propri pubblicati. Fuori dalle fasce di apertura il recinto è chiuso, quindi chi arriva in settimana non riesce ad avvicinarsi. Dentro sono raccolti i resti di circa trecento volontari della campagna del 1867.
Il castello Orsini Borghese si visita
Il castello non compare fra i luoghi con apertura regolare al pubblico nell’elenco comunale, dove sotto la categoria museo figurano soltanto il MuGa in via della Rocca e il MuCaM in piazza Giuseppe Garibaldi. Non risultano pubblicati orari o tariffe per la visita del castello come sito museale autonomo. Dall’esterno la struttura si legge bene dalla piazza e dai vicoli del centro storico.
Quanti morti ci furono nella battaglia di Mentana
Le fonti divergono in modo sostanziale e va detto chiaramente. Una ricostruzione indica per i garibaldini circa centocinquanta morti, duecentoventi feriti e millesettecento prigionieri, con una trentina di morti sul fronte franco pontificio. Un’altra conta circa millecento garibaldini fra morti e feriti sommati, ottocento o mille prigionieri, centoquarantaquattro perdite pontificie e due morti francesi. Il dato condiviso è la fortissima sproporzione a favore dei vincitori.
Che cosa erano gli chassepot
Il Chassepot era il fucile a retrocarica adottato dall’esercito francese nel 1866, con otturatore girevole scorrevole e gittata utile superiore alle armi in mano ai volontari. A Mentana esordì in combattimento e il generale de Failly scrisse a Parigi che i Chassepot avevano fatto meraviglie. Reduci garibaldini contestarono quella lettura, osservando che su terreno accidentato la lunga portata conta meno della precisione ravvicinata.
Come ci si arriva con i mezzi pubblici
Cotral collega Mentana a Roma sulla direttrice nomentana, con partenze dal nodo della metro B a Ponte Mammolo; il numero della linea non risulta pubblicato in un elenco consultabile sul sito ufficiale, che espone un motore di ricerca per fermate, quindi va cercato lì o chiesto al numero verde 800 174 471. In alternativa il treno regionale FL1 ferma a Monterotondo Mentana, da cui servono bus urbani o taxi.
Chi ha scritto questa pagina
Questa pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali a Roma e nel Lazio. Orari, tariffe e recapiti riportati qui risultano dai canali ufficiali indicati nel testo alla data di pubblicazione: per i musei comunali del Lazio cambiano spesso e senza preavviso, quindi una telefonata prima di partire resta la mossa più sensata. Segnalazioni di dati non più corrispondenti sono benvenute.
Chi mette insieme una giornata fuori Roma deve far quadrare finestre di apertura strettissime, personale comunale ridotto, corse extraurbane rade nei fine settimana e distanze che sulla carta sembrano nulla e in collina diventano tempo vero. Materiali di pianificazione pensati per chi accompagna gruppi e per chi organizza in proprio si trovano su Tour Leader Pro, dove la logistica viene prima della descrizione.
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