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Monterotondo (RM)

Monterotondo è una città di circa 41.000 abitanti della Città metropolitana di Roma, a 165 metri di quota, su un colle che guarda la valle del Tevere e la Sabina, una trentina di chilometri a nord-est del centro di Roma. In auto si arriva con la via Salaria (SS4) o con la via Nomentana, oppure con la diramazione Roma Nord dell'A1 uscendo a Castelnuovo di Porto o a Fiano Romano e attraversando il Tevere sul Ponte del Grillo: dal Grande Raccordo Anulare occorrono venticinque o trenta minuti senza traffico, quasi il doppio nelle ore di punta. In treno la soluzione è la linea regionale FL1 (Orte-Fiumicino Aeroporto): dalla stazione di Roma Tiburtina alla stazione di Monterotondo-Mentana ci vogliono circa 35-40 minuti, con corse ogni 15-30 minuti nei giorni feriali; la stazione è a Monterotondo Scalo, nella parte bassa della città, e il centro storico sul colle si raggiunge con le linee urbane che fermano davanti alla stazione o con una salita a piedi di un paio di chilometri. Il centro storico, le piazze, il Pincetto, Porta Garibaldi e le chiese si visitano gratuitamente; per il Museo Archeologico e Multimediale (ingresso dal Centro Culturale Paolo Angelani in via Giuseppe Serrecchia e seconda sede nelle sale affrescate di Palazzo Orsini, piazza Angelo Frammartino 4) e per il Museo Storico nella Torre Civica dello Scalo gli orari cambiano con le stagioni: prima di partire vanno controllati sul sito dei musei civici (mucim.it) o telefonando al 06 9061490 e al 06 90964221, dove si prenotano anche le visite guidate e l'accesso all'area archeologica della via Nomentum-Eretum a Tor Mancina. Per la sosta in auto conviene lasciare la macchina nei parcheggi a ridosso della Passeggiata di viale Bruno Buozzi o vicino al giardino del Cigno e proseguire a piedi, perché le vie del borgo antico sono strette e in gran parte a traffico limitato.

Tutte le altre mete dell'area a nord di Roma sono raccolte nella pagina delle attrazioni turistiche di EstateRomana; per la campagna che circonda la città il rimando obbligato è la Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco.

Monterotondo (RM), la porta della Sabina

Monterotondo è, per tradizione, la porta fra Roma e la Sabina, quella romana e quella reatina. La città nasce lungo il tracciato delle due consolari più antiche del Lazio settentrionale, la Salaria e la Nomentana, e a poca distanza da una terza, la Tiberina, che corre sull'altra sponda del fiume. La sua storia è sempre stata legata alla Capitale, che dista pochi chilometri e che da qui si raggiungeva in una giornata di cammino o di carro; oggi la si raggiunge in mezz'ora di treno e questo spiega perché Monterotondo sia uno dei pochi centri del Lazio la cui popolazione cresce senza interruzione dal dopoguerra. Con la vicinanza al Raccordo la città è diventata un luogo di sosta e di soggiorno comodo, con una rete di alberghi, agriturismi e servizi che non ci si aspetta da un centro di provincia.

La storia di Monterotondo è antica e la si legge nel Museo Archeologico, dove sono esposti reperti di età preromana, etrusca e romana. È anche una città che compare in molte pagine di storia nazionale: Giuseppe Garibaldi la prese d'assalto nell'ottobre del 1867 prima della sconfitta di Mentana; nel settembre del 1943 ospitava lo Stato Maggiore del Regio Esercito e per questo fu attaccata dai paracadutisti tedeschi; per la resistenza della popolazione in quei giorni il Comune ha ricevuto la Medaglia d'Argento al Valor Militare, conferita il 19 giugno 1979.

Attorno all'abitato si estende la campagna eretina, una fascia verde che avvolge la città: la Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco, la tenuta di Tor Mancina e la campagna di Valle Ricca, che per secoli è stata la fonte di sostentamento di una popolazione contadina. Il nome dell'aggettivo, eretino, viene da Eretum, la città sabina che gli storici antichi collocavano al diciottesimo miglio della Salaria: Monterotondo se ne considera erede, anche se il sito vero e proprio è in territorio di Montelibretti.

Il centro storico, con il suo asse centrale e il suo Pincetto, ricorda ai visitatori la Capitale in scala ridotta, e gli abitanti hanno sempre sentito di vivere in una piccola Roma di cui sono parte attiva. Il colle si chiama Monte Rotondo per la sua forma, e come accade in altri centri sabini (Poggio Mirteto, Collelungo, Collalto Sabino, Montelibretti, Montopoli) l'altura ha dato il nome all'abitato che vi è sorto nel Medioevo.

Il borgo antico di Monterotondo (RM): come è nato e come si legge

I primi abitanti si insediarono sull'altura prima dell'XI secolo, probabilmente in relazione a un complesso agricolo e difensivo già esistente: la villa di Campo Rotondo, presso Grotta Marozza, citata nei documenti medievali come possesso dei monaci di San Paolo fuori le mura. Seguirono le fasi dell'incastellamento, con il coinvolgimento delle grandi famiglie baronali di Roma: i Capocci, primi signori in enfiteusi intorno al 1100, e poi gli Orsini, che diedero forma al Castrum Montis Rotundi citato nell'atto di divisione dei beni di Matteo Rosso Orsini del 1286. Il toponimo passò da Campum Rotundum a Monte Ereto e Mons Teres, volgarizzato in Monte Ritondo, forma di uso comune dal Trecento.

Le case del nucleo medievale sono in gran parte in stile romanico rurale: in origine a due piani, con la scala esterna e il profferlo aggettante in facciata, secondo il modello che si ritrova in tutta la Sabina e nel Viterbese. In via Arcangelo Federici e in via Rossini si vedono ancora alcuni esempi di costruzione duecentesca di questo tipo, e sono i tratti del borgo che consiglio di percorrere con calma, perché lì il tessuto edilizio ha conservato la pianta originale.

La parte seicentesca del quartiere, chiamata semplicemente Borgo, è costituita dall'asse piazza Duomo-via Cavour-piazza del Popolo: è la zona più frequentata, dove si concentrano i negozi e dove si svolgono le manifestazioni commerciali e culturali, a cominciare dal mercatino dell'antiquariato. In questo quartiere sorgeva anticamente la chiesa di Sant'Ilario, distrutta dal terremoto della Marsica del 13 gennaio 1915, i cui ruderi sono riemersi nel 2006 durante i lavori. Il 5 gennaio 1959, per un dissesto del sottosuolo, un palazzo di via Oberdan crollò rovinosamente e al centro del vecchio borgo si aprì un ampio slargo che gli abitanti ribattezzarono Lo Sbracato: un nome che dice tutto sul rapporto ironico dei monterotondesi con la propria storia.

Palazzo Orsini Barberini - Monterotondo (RM)
Palazzo Orsini Barberini - Monterotondo (RM)

Palazzo Orsini-Barberini, la sede del potere a Monterotondo (RM)

Il palazzo baronale di piazza Angelo Frammartino è oggi la sede del Comune, di vari uffici comunali e del comando dei vigili urbani, e ospita anche la seconda sede del Museo Archeologico nelle sale affrescate. Nelle sale consiliari si conservano affreschi del palermitano Giacinto Calandrucci (1655-1707), allievo di Carlo Maratta, del fiammingo Paul Bril (1554-1626), il paesaggista che affrescò anche ambienti vaticani per Paolo V, e di Girolamo Siciolante da Sermoneta (1521-1575), che lavorò pure nel castello Caetani della sua città natale. La sequenza dice molto della storia del palazzo: Siciolante lavora per gli Orsini nel Cinquecento, Bril e i decoratori barocchi per i Barberini dopo il 1626, Calandrucci alla fine del Seicento, alla vigilia del passaggio ai Grillo.

Il palazzo fu infatti degli Orsini, poi dei Barberini, dei Grillo di Genova (la famiglia resa celebre dal film di Alberto Sordi, Il marchese del Grillo, anche se il marchese del film è un personaggio di fantasia) e infine dei Boncompagni-Ludovisi principi di Piombino. La torre che domina la valle del Tevere non è quella originale: fu ricostruita dopo il terremoto del 1915, che distrusse la precedente. Sulla torre sventola il tricolore, come su Porta Garibaldi.

Il 1 novembre 1867 il palazzo ospitò Giuseppe Garibaldi e il suo stato maggiore, trasferiti da casa Frosi, ospiti di Ignazio Boncompagni. Il principe di Venosa e senatore del Regno, secondo la tradizione locale, indossava ancora la camicia rossa portata in quei giorni del 1867. Nel cortile interno si trova una vera di cisterna in marmo di scuola romana del XVI secolo con lo stemma di papa Leone X, il Medici figlio di Lorenzo il Magnifico e di Clarice Orsini: un dettaglio araldico che non è un caso, perché Clarice era di questo ramo della famiglia. Nel cortile esterno si aprono il Giardino del Cigno e vari monumenti, fra cui quello ai caduti della Marina Militare e l'ara ossario per i caduti della Grande Guerra, con il Parco della Rimembranza risistemato di recente.

Il cortile del palazzo è la cosa architettonicamente più riuscita di Monterotondo, e si vede gratuitamente negli orari degli uffici. Le sale affrescate si visitano invece con il percorso museale, ed è per quelle che vale la pena prenotare.

Porta Garibaldi e le mura di Monterotondo (RM)

Presso la chiesa di San Rocco si apre Porta Garibaldi, restaurata negli ultimi anni. Progettata dall'architetto romano Frontoni nel 1722, fu completata nel 1751 e faceva parte della cinta muraria che chiudeva gran parte della città. È l'ultima delle quattro porte di accesso al centro storico rimasta in piedi e sostituisce la Porta Romana Vecchia, che si trovava nei pressi dell'odierna piazza del Popolo. La porta, Monumento Nazionale, si chiamava Porta Romana prima del 1870 e prende il nome attuale dalla conquista della città da parte di Garibaldi il 26 ottobre 1867: per entrare in città dalla valle del Tevere i garibaldini dovettero bruciare il portone che chiudeva l'accesso, e a preparare il carretto con lo zolfo e le altre materie incendiarie fu Pasquale Baiocchi, nativo di Città Sant'Angelo e titolare con il padre di una fabbrica di fuochi artificiali. Il catenaccio della porta, autenticato in ogni parte dal sigillo di piombo del Comune, è oggi esposto nel Museo Garibaldino di Mentana.

In stile romanico rurale, la porta consiste in un accesso pedonale ad arco a tutto sesto; il transito è consentito dal lato sinistro, guardando la porta dal piazzale antistante. Sulla sommità sventolano il tricolore e la bandiera europea. Poco più avanti due targhe marmoree ricordano la presenza di Garibaldi e del suo stato maggiore in una locanda attigua alla Fontana dei Leoni. Garibaldi soggiornò anche alcuni giorni nel castello Orsini prima di avviarsi verso Tivoli, dove sciolse la legione dopo Mentana. Una targa apposta in epoca fascista, scalpellata in parte negli anni Quaranta, ricordava la Campagna dell'Agro Romano per la liberazione di Roma e la battaglia di Mentana-Monterotondo del 1867 con accenni alla marcia su Roma: un palinsesto di memorie sovrapposte che racconta da solo un secolo di storia italiana.

Le mura seicentesche dei Barberini avevano tre porte: la Romana, ancora in piedi nel rione San Rocco, la Canonica a lato del Duomo e la Ducale nei pressi del Giardino del Cigno. Porta Ducale e Porta Canonica sono scomparse. Da notare che già nel 1503 papa Alessandro VI Borgia aveva imposto la distruzione delle mura della cittadina per punire gli Orsini: quelle che vediamo oggi sono quindi il risultato di una ricostruzione più tarda.

Porta Garibaldi - Monterotondo (RM)
Porta Garibaldi - Monterotondo (RM)

Il teatro Francesco Ramarini

Il teatro comunale, intitolato a Francesco Ramarini, fu eretto nel 1920 e ha alle spalle una storia sfortunata: alla fine degli anni Ottanta un incendio, appiccato da ladri maldestri, ne distrusse il solaio, e ci sono voluti anni per il restauro completo. Oggi ospita la stagione di prosa e gli eventi del Festival delle Cerase, il piccolo festival cinematografico che la città organizza ogni anno.

Le piazze di Monterotondo (RM): Leoni, Duomo, Orologio

Piazza dei Leoni e la Fontana dei Leoni

La piazza, oggi piazza del Popolo, rientra nella sistemazione urbanistica voluta dai Barberini nel Seicento. Al centro sorge la Fontana dei Leoni, che ha origine da una precedente collocazione, del 1845, di una colonna di ordine ionico su leoni di terracotta. Nel 1927 i leoni di terracotta furono sostituiti da quattro leoni di travertino scolpiti da Romeo Liberati, scultore eretino. La piazza e la fontana sono il soggetto preferito di pittori e fotografi locali: fra i dipinti è interessante l'acquerello che ritrae un garibaldino in camicia rossa sulla piazza, opera di Erika Garibaldi, vedova di Ezio, nipote del Generale; una copia dell'acquerello è nel Museo di Mentana. La targa sulla locanda accanto alla fontana ricorda che Garibaldi si fermò proprio qui.

Il Pincetto di Monterotondo (RM)

Il Pincetto è su piazza Duomo, alla destra della basilica, ed è una vera terrazza panoramica: fa da raccordo fra il livello più basso della piazza e quello più alto della parte vecchia del paese. È opera del 1903 dell'ingegner Luca Betti ed è un elemento architettonico che riprende il motivo dell'antica cinta muraria, con al centro una fontana che ha alla base una statua raffigurante i tre monti su cui è costruita la città, lo stesso emblema dello stemma comunale. Sulla parete due lapidi marmoree: la prima, dedicata ai caduti di Libia, fu dettata da Raffaello Giovagnoli il 20 settembre 1913; la seconda, inaugurata il 20 settembre 1909, è dedicata alla memoria del fratello Fabio Giovagnoli, caduto a Monterotondo nella campagna del 1867. I cimeli di Fabio (la sciabola, la fascia azzurra di ufficiale e altro) sono conservati nel Museo nazionale della Campagna dell'Agro Romano per la liberazione di Roma, a Mentana. Il nome Pincetto è un omaggio dichiarato al Pincio romano: la piccola Roma di cui parlavo si vede qui in modo letterale.

Lu Pincetto di Monterotondo (RM)
Lu Pincetto di Monterotondo (RM)

Piazza dell'Orologio e il Palazzo del Priore

Piazza dell'Orologio, oggi piazza della Repubblica, conserva l'antico Palazzo dell'Orologio, con il grande quadrante sulla parete esterna: è il vecchio municipio della città, chiamato anche Palazzo del Priore, perché vi sedevano i quattro Priori eletti ogni sei mesi secondo lo statuto orsiniano del 1579. Il palazzo è in stile romanico-barocco; il pavimento della piazza disegna una sorta di meridiana e gli altri palazzi che vi si affacciano sono in stile rurale. È una piazza che i visitatori attraversano senza fermarsi: sbagliano, perché è qui che per tre secoli si è amministrata la comunità.

La Passeggiata e viale Mazzini

La Passeggiata è un lungo viale pedonale, tratto di via Bruno Buozzi, ritrovo quotidiano dei ragazzi di Monterotondo e dei paesi vicini. Nel parco della Passeggiata si trova il cippo-ossario garibaldino con i resti dei caduti nella battaglia dell'ottobre 1867, trasferiti nel 1937 nell'Ara-Ossario di Mentana; accanto, una colonna marmorea ricorda i militari caduti nella battaglia contro i tedeschi del settembre 1943, e un cippo dedicato ai caduti militari fu eretto sessant'anni dopo quei fatti. C'è anche il busto del patriota Raffaello Giovagnoli, fratello di Fabio, ricordato con una targa in piazza Giordano Bruno, oggi piazza Giovanni Paolo II, davanti al Duomo. In città varie targhe ricordano la presenza di Garibaldi e dei suoi volontari dal 27 ottobre al 3 novembre 1867. Garibaldi e Anita, in fuga da Roma dopo la caduta della Repubblica Romana, erano già passati da Monterotondo il 4 luglio 1849: un frammento del pino sotto cui si ripararono in piazza Santa Maria è conservato nel Museo Nazionale di Mentana. Alla fine della Passeggiata sorge l'arco trionfale eretto alla memoria di Fausto Cecconi, il pilota monterotondese della trasvolata atlantica, al quale sono intitolati anche una scuola e lo stadio comunale. Viale Mazzini, con i suoi alberi, è l'altra passeggiata cittadina, quella del pomeriggio e della sera.

Passeggiata Viale Mazzini - Monterotondo (RM)
Passeggiata Viale Mazzini - Monterotondo (RM)

I musei civici di Monterotondo (RM)

Il Museo Archeologico e Multimediale di Monterotondo

Il Museo Archeologico Territoriale fu fondato nel maggio 2003 e comprende materiale recuperato da carabinieri, polizia e guardia di finanza da scavi clandestini nel territorio circostante, oltre ai reperti emersi durante i lavori della Società Autostrade per la bretella Fiano-San Cesareo, in seguito a denunce documentate dalla locale associazione della stampa. Il percorso originario si divideva in quattro sale e comprendeva ceramiche di Crustumerium, buccheri di stile etrusco di varia provenienza, teste in marmo e travertino da Eretum e da Nomentum, tre ricostruzioni di tombe con scheletri o frammenti di scheletri rinvenuti a Nomentum e un plastico di una capanna preromana di Fidenae.

Oggi il museo si chiama Museo Archeologico e Multimediale, fa parte del sistema dei Musei Civici di Monterotondo e ha due sedi: l'ingresso principale è nel Centro Culturale Paolo Angelani, in via Giuseppe Serrecchia, nel complesso dell'ex ospedale; la seconda sede sono le stanze affrescate di Palazzo Orsini, in piazza Frammartino 4. Il percorso racconta la storia del territorio e della città dall'età preromana al Seicento, con oltre quattromila reperti esposti e un apparato multimediale di ologrammi, realtà virtuale, plastici e ricostruzioni degli ambienti. Dal museo si prenotano le visite guidate e l'accesso all'area archeologica della via Nomentum-Eretum a Tor Mancina. Per un visitatore adulto è una visita da un'ora, da un'ora e mezza con la parte di Palazzo Orsini; con i bambini la sezione multimediale è quella che funziona meglio.

Il Museo Storico di Monterotondo nella Torre Civica

Il secondo museo, inaugurato il 5 luglio 2016, ha sede ai piani superiori della Torre Civica dello Scalo, a Piedicosta, e rappresenta la continuazione di quello archeologico: riprende il racconto della città dall'Unità d'Italia fino agli ultimi decenni del Novecento. La sezione Abitare la Memoria ripercorre le tappe di oltre un secolo di storia italiana viste da Monterotondo: la presa di Roma, la Grande Guerra, il fascismo, la Resistenza, l'urbanizzazione dello Scalo. La sezione Un mondo di argilla è dedicata alla storia delle fornaci di laterizi, l'attività che ha fatto crescere il quartiere della stazione. Gli spazi sono moderni e interattivi, con installazioni multimediali, ologrammi, plastici, cimeli, documenti e fotografie. Il museo conserva inoltre l'archivio storico cittadino (1862-1960), l'archivio di Raffaello Giovagnoli e quello dell'Istituto Disarmo italiano. È il museo giusto per capire perché lo Scalo, per un secolo, sia stato una città operaia distinta dal borgo sul colle.

Che cosa vedere a Monterotondo (RM): le architetture religiose

Se passate una giornata a Monterotondo entrate in un forno e comprate un sacchetto di ciambelle a zampa, le ciambelle salate all'anice che si trovano solo qui e nella vicina Mentana; poi partite per il giro delle chiese, che è la parte più ricca della visita e che merita almeno due ore.

Il Duomo di Monterotondo, basilica di Santa Maria Maddalena

Nel 1621 il Consiglio dei Quaranta approvò la decisione di costruire una nuova chiesa parrocchiale al posto di quella piccola consacrata circa cinque secoli prima, ormai insufficiente per la popolazione cresciuta. Poco dopo, con l'acquisto del feudo nel 1626, i Barberini si trovarono a dover onorare la decisione dei Quaranta. Dopo aver piantato simbolicamente una croce nel 1629 nel luogo dove sarebbe sorta la nuova chiesa, i lavori cominciarono ufficialmente nel 1630. Subentrarono difficoltà economiche perché, oltre alla chiesa, i Barberini dovettero ampliare la cinta muraria per includere il Duomo in costruzione e il Borgo di recente edificazione entro uno spazio difendibile. Di conseguenza la chiesa nacque con una facciata disadorna e un interno spoglio, e questa sobrietà si legge ancora oggi dalla piazza.

Nel 1641 papa Urbano VIII Barberini visitò il Duomo, al quale donò preziosi paramenti sacri e un campanone di undici quintali. Nel 1699 divennero signori di Monterotondo i Grillo di Genova, che ornarono la chiesa con nuovi stucchi e affreschi lasciando ai Boncompagni il compito di completare le decorazioni. Per l'interessamento del cardinale Luigi Lambruschini, vescovo di Sabina, la chiesa, restaurata e abbellita da don Antonio Boncompagni Ludovisi, fu consacrata solennemente nel 1845 e accolse il 6 ottobre dello stesso anno papa Gregorio XVI, che la elevò a basilica minore.

Il Duomo è concepito secondo lo schema planimetrico del Vignola, quello della chiesa del Gesù a Roma: non ci sono navate laterali ma un'unica navata rettangolare, un ampio transetto e l'abside. Per sostenere l'ampiezza della copertura i due lati lunghi furono muniti di cappelle ben articolate, ognuna con il proprio altare. Sopra i cornicioni che sovrastano le cappelle si aprono gli strombi di sei grandi finestre. Il grande affresco della volta è un inno a Maria Maddalena assunta in cielo, alla quale la chiesa è dedicata: un'opera equilibrata nonostante l'abbondanza barocca della concezione pittorica anche nei particolari minori, che la tradizione locale attribuisce a Domenico Pistrini; l'attribuzione resta tale, senza un documento che la confermi.

Nel Duomo ci sono altri affreschi, tele, statue, sarcofagi e lapidi. La tela che occupa la cappella detta delle Anime del Purgatorio è attribuita allo Zampa, pittore della scuola del Domenichino. Diverse reliquie di martiri e santi sono conservate nella basilica: dentro il sarcofago del II secolo d.C. che funge da altare maggiore riposano i corpi dei martiri Sisto e Bonifacio; nella cappella delle Reliquie, nell'urna sotto l'altare, quelle dei martiri Balbina, Teodora, Emilia e Placido. Nella cappella della Madonna troneggia una statua lignea della Vergine con il Bambino, di antica fattura, che alcuni considerano copia di un modello del Sansovino; era detta Maria Vergine della Purità. Sotto la statua, in un tabernacolo di legno, c'è il simulacro della vergine e martire santa Silvana con le sue reliquie. Il sarcofago romano riutilizzato come altare è il pezzo da guardare per primo: è la prova fisica che il territorio era abitato e ricco ben prima del castello medievale.

Molto bella e insolita è la sistemazione della cantoria, che occupa tutta la controfacciata subito dopo l'ingresso principale: un gioco di lunette affrescate, stucchi discreti e spazi movimentati fa da cornice alle canne dell'organo, restaurato grazie alla generosità dei monterotondesi dalla restauratrice Maria Pia Rubolino. Se trovate la chiesa aperta in un giorno feriale, la luce migliore per la volta è quella del tardo pomeriggio.

Duomo di Monterotondo - Basilica di Santa Maria Maddalena
Duomo di Monterotondo - Basilica di Santa Maria Maddalena

Il convento dei Frati Minori Cappuccini di Monterotondo

La chiesa dei Cappuccini, dedicata a San Francesco d'Assisi, si trova nella piazza omonima, nel rione dei Cappuccini. La facciata è in stile romanico-barocco; l'interno è a navata unica con cappelle laterali sul lato destro, che contengono statue di santi, e l'altare è in marmi policromi. Annessi alla chiesa sono il convento e il giardino dei Cappuccini, uno dei pochi polmoni verdi interni alla città, se si escludono il giardino davanti al palazzo comunale e quello della Passeggiata, dedicato ai caduti garibaldini e ai militari morti nella battaglia del 9 e 10 settembre 1943; il grande polmone, nelle campagne, resta la Macchia del Barco con la Gattaceca.

I frati Cappuccini erano stati approvati da papa Clemente VII Medici nel 1528 e compaiono nei documenti di Monterotondo il 27 novembre 1542, quando un certo Evangelista vende agli Orsini una vigna in contrada San Salvatore per uso dei cappuccini. Il convento primitivo fu una piccola abitazione, quasi di fronte al vecchio ospedale, presso il casale San Matteo. Nel 1605 fu approvata la costruzione del nuovo convento in contrada San Restituto; nel 1609 la Comunità comprò il terreno e avviò la costruzione, affidata al maestro milanese Antonio Del Grande. Il Comune e la popolazione hanno sempre seguito con partecipazione le vicende di questo luogo: ne hanno completato la costruzione, curato i restauri, favorito la permanenza dei frati anche durante le soppressioni degli ordini religiosi volute prima da Napoleone e poi dallo Stato italiano.

Qui visse e, secondo la tradizione, operò miracoli san Crispino da Viterbo dal 1703 al 1709; esiste ancora il pozzo di acqua sorgiva che serviva al frate per innaffiare l'orto, a nord del convento. Garibaldi fece del convento il suo punto di riferimento sia nel 1849 sia nel 1867: a quella data risale la scheggiatura del portale della chiesa, provocata da una cannonata sparata da palazzo Piombino dai pontifici contro i garibaldini accampati nel convento. Nell'antico refettorio si conserva la lapide posta in occasione del passaggio di Pio IX il 6 ottobre 1853: il papa si fermò a pranzo con i cappuccini, che in quella circostanza piantarono il grande pino abbattuto in anni recenti da un fulmine e sostituito con uno nuovo.

Qui i cappuccini del Lazio aprirono nel 1884 il primo Seminario Serafico, riportato nel convento nel 1946; nel 1934 vi fu istituito il corso di filosofia e nel 1938 quello di teologia. Il 4 settembre 1940 Benito Mussolini venne a ispezionare lo stato maggiore e i soldati accampati nel bosco. Nel 1943 e nel 1944 arrivarono i paracadutisti e poi le truppe tedesche in ritirata, e con loro molti rifugiati politici dell'una e dell'altra parte, mescolati ai frati. In quei mesi i cappuccini si industriarono per salvare vite, procurare cibo e vestiario, e si improvvisarono falegnami per costruire bare e seppellire i morti raccolti fra le macerie di Monterotondo e di Mentana. Uno di loro, fra Bernardino da Castel di Tora, fu ucciso dai paracadutisti tedeschi mentre coltivava l'orto del convento, che venne saccheggiato e devastato. Nella ricostruzione i frati impiantarono cantieri di lavoro, colonie elioterapiche, pranzi per i poveri e centri ricreativi, e ancora oggi curano l'assistenza spirituale dei malati nell'ospedale cittadino e nelle famiglie; sono fiorenti l'Ordine francescano secolare e la Gioventù francescana.

La piccola chiesa è frequentatissima. Vi si conservano tele del XVII secolo (la pala dell'altare maggiore e quella del coro) e del XVI (Santa Lucia e Sant'Agata nel coro); il paliotto dell'altare è in mosaico con retro a graffito, e nella cappella centrale a sinistra si trova il logo del quarto centenario con San Francesco. Alle spalle della chiesa, nel giardino vicino al pergolato, una scultura di San Francesco in marmo statuario è opera del frate cappuccino scultore Remo Rapone. Il piccolo chiostro ha al centro la cisterna che, con l'acqua piovana raccolta dai tetti e filtrata, ha dissetato i frati e il paese nei tempi difficili. È tradizione del convento la vigna, tramandata da generazioni di frati viticoltori, che producono un vino bianco e uno rosso con tecniche custodite dalla comunità; il bosco è stato conservato con cura attraverso i secoli, e anche la popolazione è sempre stata gelosa custode di questa rara oasi di verde. Fra tutte le chiese di Monterotondo è quella dove consiglio di fermarsi più a lungo, per il chiostro e per la storia che le sue mura hanno visto.

Sant'Antonio Abate a Monterotondo (RM)
Sant'Antonio Abate a Monterotondo (RM)

La chiesa della Madonna delle Grazie e il monumento di Giordano Orsini

La chiesa della Madonna delle Grazie si trova nella piazza omonima del quartiere Santa Maria. Fra le chiese esistenti a Monterotondo è certamente la più antica, anche se non si conosce l'anno preciso di edificazione. Nel 1448, per commissione di Giacomo Orsini, le fu annesso il vicino monastero, abbattuto nel 1932 per far posto alla sede monterotondese dell'ONMI, l'Opera nazionale maternità e infanzia. L'impianto è a navata unica, coperta a volta, con quattro cappelle per lato, comunicanti fra loro e ben decorate. Sull'arco romanico dell'ultima cappella a sinistra c'è uno stemma degli Orsini che, a quanto sembra, per la prima volta sostituisce alla stella a sei punte la più nota rosa canina. La chiesa conserva alcune tele di buona fattura: una Sacra Famiglia del Savonanzi, una pala d'altare di gusto caravaggesco e un dipinto della Madonna con Bambino al quale si attribuisce la stessa età della chiesa. La facciata è romanica con rimaneggiamenti successivi.

Il pezzo più importante è uno dei monumenti funebri più interessanti del Quattrocento laziale: in un'edicola a parete, sopra un sarcofago, è collocato il rilievo equestre di Giordano Orsini, e nella lunetta che lo sovrasta una Madonna con Bambino e angeli oranti che ricorda vagamente i modi del Verrocchio. Un cavaliere scolpito a rilievo dentro una chiesa di paese è una rarità assoluta in questa parte del Lazio, e da solo giustifica la deviazione nel quartiere Santa Maria. Nei primi anni Duemila la chiesa è stata restaurata per i danni del terremoto umbro-marchigiano del 1997. Il 4 luglio 1849 Garibaldi e Anita si ripararono sotto un pino di questa piazza; il frammento del pino è a Mentana.

La chiesa di San Rocco e la Madonna del Diluvio

In origine fu una semplice cappella. Già dal Cinquecento vi si conservava un'immagine sacra della Vergine che, a detta degli antichi abitanti, collocata fuori dalle mura a breve distanza dalla porta principale, sembrava posta a custodia e baluardo del paese contro ogni infortunio pubblico e privato. Invocata dagli abitanti del Borgo, cominciò presto a far piovere su di loro un tale diluvio di grazie che tutti convennero di chiamarla Maria Santissima del Diluvio delle Grazie. Il luogo era angusto e non poteva ospitare i pellegrini che da ogni parte del Lazio venivano a visitare l'immagine: la cappella fu perciò ampliata con l'opera volontaria degli operai della cava La Fonte, e nacque la chiesa di San Rocco.

L'edificio in sé non presenta nulla di notevole: entrando si nota una certa freddezza, mitigata fino a scomparire dalla vista della tela sopra l'altare, dove troneggia l'immagine della Madonna del Diluvio. Non è un'opera di gran pregio, ma è ben eseguita e l'autore è ignoto. Le corone d'oro sul capo della Madonna e del Bambino furono trafugate da ladri mai identificati durante la campagna garibaldina del 1867, e furono gli stessi monterotondesi, con donazioni personali, a dotare l'immagine di nuove corone.

Monsignor Giovannetti narra un episodio del 1656, durante la grande epidemia di peste che a Roma fece più di 22.000 morti e nello Stato ecclesiastico oltre 160.000. Solo Monterotondo, fra tutti i paesi vicini, scampò al flagello, che infierì particolarmente nella vicinissima Mentana. Si racconta che padre Giuseppe Gessi da Borghetto, dei Frati Minori Conventuali, nel convento della Santissima Concezione ebbe una visione: un'ombra a cavallo veniva di gran carriera verso la città dalla parte di Mentana con un flagello in mano, e la Vergine con il Figlio, assistita da San Rocco, le proibiva l'ingresso al paese facendola tornare sui suoi passi. Gli abitanti del Borgo furono così salvi per intercessione della Madonna; storicamente, la salvezza si spiega meglio con il cordone sanitario e le mura, ma la leggenda è quella che il paese racconta ancora.

Le altre chiese di Monterotondo (RM)

La chiesa della Madonna di Loreto fu costruita nell'Ottocento, è di proprietà della Confraternita del Gonfalone ed è stata restaurata nel 2008. La chiesa di Gesù Operaio, nel rione Spineti, conserva all'interno una pietra del Gran Sasso ed è stata restaurata e ampliata nel 2010; la sua parrocchia organizza la festa di San Gabriele a metà settembre. La chiesa di Santa Maria del Carmine allo Scalo celebra San Michele intorno al 29 settembre. La chiesa di San Nicola, ora sconsacrata, fa parte del complesso dell'ex ospedale di piazza Don Minzoni, voluto e fatto costruire da Arcangelo Federici, ricco possidente e benefattore eretino al quale è dedicata la via adiacente: il palazzo fu sede dell'ospedale fino agli anni Trenta del Novecento e ora ospita la biblioteca comunale, il centro culturale Paolo Angelani e l'ingresso del Museo Archeologico. Una targa marmorea ricorda il ruolo del complesso nell'Ottocento. Nella chiesa di San Nicola furono ritrovati i resti mortali del fondatore Arcangelo Federici, che oggi riposano, dimenticati, in un loculo senza nome del vecchio cimitero: una delle poche ingiustizie della memoria cittadina che un Comune così attento ai suoi patrioti dovrebbe sanare.

Sant'Antonio Abate e la Torciata nel Borgo

La festa di Sant'Antonio Abate, organizzata dalla Pia Unione la domenica più vicina al 17 gennaio, è la più tradizionale festività eretina, con le celebrazioni religiose e, la sera, la Torciata nel Borgo, il corteo di fiaccole che attraversa il centro antico. È l'unico momento dell'anno in cui il centro storico si vede di notte come lo vedevano i suoi abitanti prima dell'illuminazione pubblica, e per un fotografo è la data da segnare.

Sant'Antonio Abate a Monterotondo (RM)
Sant'Antonio Abate a Monterotondo (RM)

Torciata nel Borgo per Sant'Antonio Abate - Monterotondo (RM)
Torciata nel Borgo per Sant'Antonio Abate - Monterotondo (RM)

Le aree naturali intorno a Monterotondo (RM)

La Macchia del Barco e la Macchia della Gattaceca

La Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco è una grande area protetta, istituita dalla Regione Lazio e gestita dalla Città metropolitana di Roma, fra i comuni di Monterotondo, Mentana e Sant'Angelo Romano. È il residuo dei boschi che coprivano la campagna romana a nord del Tevere: la flora comprende varie latifoglie, con olmi, ontani e molte specie di querce, e la fauna conta numerose specie di uccelli, scoiattoli, ghiri, volpi e istrici. In estate è il luogo delle manifestazioni naturalistiche organizzate dai comuni; nelle altre stagioni è una passeggiata di due o tre ore per chi vuole capire com'era il paesaggio prima delle bonifiche e delle lottizzazioni. La Gattaceca è la parte più selvaggia, il Barco quella che deve il nome alla riserva di caccia dei signori del castello.

Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco
Riserva naturale della Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco

Le Cave di Monterotondo Scalo e le altre riserve

Il Monumento Naturale Cave di Monterotondo Scalo consiste in alcuni laghetti nati dall'allagamento delle vecchie cave di argilla abbandonate dalle fabbriche di mattoni chiuse nei primi anni Settanta del Novecento: è il paesaggio industriale dello Scalo restituito alla natura, e si lega direttamente alla sezione Un mondo di argilla del Museo Storico. La Riserva naturale della Marcigliana, sul lato romano, si percorre lungo sentieri che arrivano fino al Grande Raccordo Anulare e da lì, a piedi, al quartiere di Montesacro: è il tracciato che la tradizione assegna a san Francesco nei suoi viaggi da Assisi a Roma lungo la Salaria. La Riserva naturale di Nomentum, verso Mentana, protegge quel che resta della città latina di Nomentum e dei boschi intorno.

L'area archeologica della via Nomentum-Eretum a Tor Mancina

È l'area archeologica della città, dove si vede distintamente il tracciato dell'antica via Nomentana fra Eretum e Nomentum, con i basoli e le tracce dei carri. Si visita nel corso dell'anno con le visite organizzate dai Musei Civici e dalla sede di Monterotondo-Mentana dell'Archeoclub d'Italia. A Tor Mancina, tenuta zootecnica sperimentale, si svolse anche una pagina della Resistenza non armata: Paolo Sabetta, responsabile della tenuta, salvò nel 1943 e nel 1944 decine di giovani dalla deportazione in Germania, e per questo nel 2008 il Comune gli ha conferito la cittadinanza onoraria; la stampa lo ha definito il Perlasca di Monterotondo e il Perlasca foggiano, e negli ultimi anni di vita aveva allestito un piccolo museo nella propria casa di Foggia.

I parchi pubblici di Monterotondo (RM)

Il Parco Cento Passi, dedicato a Peppino Impastato, è in viale Bruno Buozzi; il Parco Arcobaleno, detto ex ONMI, in via Kennedy; il Giardino del Cigno davanti al palazzo comunale, in piazza Angelo Frammartino; il Parco ZeroSei, in via Adige, è un parco inclusivo per bambini da zero a sei anni, progettato senza barriere architettoniche in modo che ogni bambino con disabilità possa giocare con gli altri. La Passeggiata di viale Mazzini chiude l'elenco. Per una famiglia che arriva in treno, il Parco ZeroSei e la Passeggiata sono le due soste che funzionano.

La storia di Monterotondo (RM), secolo per secolo

Origini ed età romana: Eretum

Secondo una corrente di studi sviluppatasi soprattutto nei secoli passati, e di cui una certa eco si sente ancora oggi, la città avrebbe raccolto l'eredità dell'antica città sabina di Eretum, i cui resti si trovano nel comune di Montelibretti, nella valle del Tevere poco più a nord, e la cui storia risale tanto indietro quanto quella di Roma. Di Eretum non resta alcuna rovina identificabile con certezza; gli storici antichi, da Strabone a Plinio a Tito Livio, concordano nel collocarla al XVIII miglio della via Salaria, dove l'antico tracciato della consolare incrociava quello della Nomentana. Citata nell'Eneide di Virgilio fra le città che presero le armi contro Enea, Eretum è ricordata soprattutto come teatro delle lotte fra Romani e Sabini in età monarchica: battaglie presso Eretum si combatterono, secondo Dionigi di Alicarnasso, sotto Tullo Ostilio e Tarquinio il Superbo e poi nella prima età repubblicana. Tito Livio racconta che nella sua marcia su Roma vi passò anche Annibale, ma dopo la sottomissione delle città sabine a Roma (290 a.C.) l'importanza del centro andò scemando. La distinzione va tenuta ferma: Eretum è documentata dalle fonti, la sua identificazione con Monterotondo è una tradizione erudita, non un dato archeologico.

Medioevo e Rinascimento: i Capocci, gli Orsini e Clarice

L'area dell'attuale città, che non insiste sul sito di Eretum, fu abitata in modo più massiccio a partire dai secoli X e XI, quando nacque l'abitato medievale. Per la posizione presso la Salaria Monterotondo fu a lungo un punto strategico e un baluardo per la difesa di Roma, anche se il centro abitato nacque piuttosto tardi rispetto ai paesi vicini: è citato per la prima volta in una bolla dell'XI secolo, che menziona un possesso dei monaci di San Paolo, il Campum Rotundum presso Grotta Marozza. Intorno al 1100 il monte fu dato in affitto ai Capocci e nel XII secolo passò agli Orsini, che mantennero il potere fino al XVII secolo. Durante la loro signoria il nome di Monterotondo ricorse spesso nelle vicende di Roma e d'Italia, e ne pagò il prezzo: nel 1432 fu conquistata per breve tempo da Niccolò Fortebraccio con l'aiuto dei Colonna, e fu teatro di gravi distruzioni durante la guerra fra papa Innocenzo VIII e il re di Napoli, con il quale gli Orsini si erano schierati (1484-1492). Quando salì al soglio Alessandro VI Borgia, questi, per annientare la potenza degli Orsini, fece imprigionare e avvelenare il cardinale Giovanni Battista Orsini, del ramo di Monterotondo, e nel 1503 impose la distruzione delle mura.

Il momento più glorioso per il ramo eretino della famiglia fu il matrimonio di Clarice Orsini con Lorenzo il Magnifico, celebrato a Firenze nel 1469 dopo il contratto stipulato nel 1468: da quel matrimonio nacquero Piero, Giuliano e Giovanni, il futuro papa Leone X, il cui stemma compare sulla cisterna del cortile di Palazzo Orsini. Importante è lo statuto comunale redatto da Francesco e Raimondo Orsini nel 1579, che prevedeva una notevole autonomia: la comunità faceva capo a quattro Priori eletti per sei mesi, il cui operato era controllato allo scadere del mandato da due revisori; per le decisioni più importanti si consultava un Pubblico Consiglio con un rappresentante per ogni famiglia, che a sua volta esprimeva un organo ristretto di quaranta membri, il Consiglio dei Quaranta, lo stesso che nel 1621 decise la costruzione del Duomo.

Le squisite Ciambelle a Zampa Monterotondo (RM)
Le squisite Ciambelle a Zampa Monterotondo (RM)

Il Seicento dei Barberini e il Settecento dei Grillo

Per motivi finanziari, nel 1626 gli Orsini cedettero il feudo ai Barberini, che cercarono di renderlo più attivo e prospero. L'acquisto fu solennizzato da una visita in gran pompa di Urbano VIII, accolto dai cittadini in festa, e dall'elevazione di Monterotondo a ducato, concessa dal papa nel 1627. Sotto la nuova signoria il palazzo fu ristrutturato e arricchito di affreschi e stucchi; nel 1639 il Duomo era in costruzione e l'abitato fu cinto di mura con tre porte. Nel 1699, con il passaggio formale nel 1701, divennero signori di Monterotondo i Grillo di Genova, che eseguirono nuovi restauri al palazzo, arricchirono il Duomo e costruirono il ponte sul Tevere che ancora oggi si chiama Ponte del Grillo. La città godette di un lungo periodo di tranquillità fino all'arrivo delle truppe francesi del generale Pierre Dominique Garnier, che nel 1799 la cinsero d'assedio; dopo pochi giorni dovettero rinunciare a Monterotondo e a Roma, respinte dall'esercito napoletano (30 settembre 1799). Nel 1815 il feudo passò dai Grillo ai Boncompagni Ludovisi principi di Piombino.

L'Ottocento: Gregorio XVI e il titolo di città

Nel 1815 la città fu più volte occupata dagli eserciti di Gioacchino Murat, che per la prima volta inalberava il vessillo dell'indipendenza italiana; nel marzo del 1821 subì il passaggio delle truppe austriache venute a ricacciare nel Regno l'esercito napoletano. Nel 1845 il cardinale Luigi Lambruschini, vescovo della diocesi suburbicaria di Sabina, venuto a consacrare la basilica collegiata di Santa Maria Maddalena, annunciò la visita di Gregorio XVI per il 6 ottobre. La visita fu festeggiata con grande pompa: il priore Nicola Fanucci, davanti alla porta del municipio, consegnò al papa le chiavi d'oro del Comune, i festeggiamenti durarono fino a tarda sera e Gregorio XVI rimase così colpito dall'affetto dei monterotondesi e dalle bellezze del territorio che il 22 novembre dello stesso anno conferì al comune il titolo di Città. Prima di lui anche Urbano VIII era stato accolto dai Barberini suoi consanguinei, ma non risulta che concedesse nulla di speciale. In quell'epoca Monterotondo era considerata una delle maggiori città della Sabina, e un libro del tempo la definì la Parigi della Sabina.

Il 1867: Garibaldi a Monterotondo

Nel 1867 la città fu teatro della Campagna dell'Agro Romano per la liberazione di Roma. Nella notte fra il 25 e il 26 ottobre circa cinquemila volontari attaccarono il presidio pontificio, forte di poco più di trecento uomini asserragliati nel castello; gli assalti iniziali furono condotti da Eugenio Valzania, Caldesi e Antonio Mosto, con l'intervento successivo di Menotti Garibaldi, e la mattina del 26 Garibaldi entrò in città bruciando Porta Romana, oggi Porta Garibaldi. I garibaldini persero una quarantina di uomini e ne ebbero 140 feriti, i pontifici 2 morti e 20 feriti. Fra i giovani al seguito dell'Eroe dei Due Mondi c'erano i fratelli Cairoli, Jessie White Mario, la contessa Blavatsky (secondo una tradizione ripresa dalla stessa Helena Blavatsky, che raccontò di essere stata ferita a Mentana), Giuseppe Pollini, sedicenne di Rovereto, e i fratelli Fabio, Mario, Ettore, Alessandro e Raffaello Giovagnoli, chiamati da Garibaldi i Cairoli del Lazio, originari proprio di Monterotondo. Oggetti e documenti loro appartenuti sono nel Museo nazionale della Campagna dell'Agro Romano a Mentana, dove si trova anche l'Ara-Ossario dei volontari caduti nel 1867. La vittoria di Monterotondo fu l'ultima della campagna: il 3 novembre a Mentana i francesi con i fucili Chassepot chiusero la partita.

Il Novecento: Matteotti, il 1943, la Resistenza

Il 20 agosto 1924, quattro giorni dopo il ritrovamento del corpo nel bosco della Quartarella presso Riano, partì dalla stazione di Monterotondo il vagone che avrebbe riportato a Fratta Polesine la bara di Giacomo Matteotti, assassinato dagli squadristi il 10 giugno. Migliaia di lavoratori, operai e contadini dello Scalo, assiepati ai margini della ferrovia, resero omaggio in silenzio al deputato socialista: fu una delle ultime manifestazioni pubbliche di opposizione prima delle leggi fascistissime.

Nel 1943 Palazzo Orsini-Barberini fu per alcuni mesi la sede di campagna dello Stato Maggiore del Regio Esercito, il cosiddetto Centro Marte. Il 9 settembre 1943, il giorno dopo l'annuncio dell'armistizio, i tedeschi tentarono di catturarlo con un lancio di paracadutisti del II battaglione del 6 reggimento, decollati dalla Puglia sotto il comando del maggiore Walter Gericke: le fonti oscillano fra 650 e 800 uomini. Il comando era stato evacuato la sera precedente dal generale Roatta, ma il palazzo e il paese furono difesi strenuamente dai reparti dell'esercito (fra cui unità delle divisioni Piave e Re), dai carabinieri, dalla Polizia dell'Africa Italiana e da cittadini armati. La tradizione locale conta ai tedeschi la perdita di circa 300 paracadutisti, di cui 48 caduti, e agli italiani 125 caduti e 145 feriti, fra i quali 14 carabinieri; una tregua fu stipulata la sera del 9 con i tedeschi asserragliati nel castello, e il 10 la resistenza cessò. Furono decorati Vittorio Premoli del 57 reggimento fanteria Piave (Medaglia d'Oro al Valor Militare), il carabiniere Giuseppe Cannata, ucciso dopo la strenua difesa di un posto di blocco (Medaglia d'Argento), Dario Ortenzi detto Garibaldi, che combatté a sedici anni (Medaglia d'Argento), il tenente dei carabinieri Raffaele Vessichelli, comandante del gruppo mobilitato per la sicurezza del palazzo (Medaglia di Bronzo), e il carabiniere Cesare Tassetto (distintivo d'onore di ferito in guerra). Episodi di lotta partigiana seguirono nel 1944 con il sacrificio di Edmondo Riva, Medaglia d'Oro al Valor Militare. Il Comune è decorato di Medaglia d'Argento al Valor Militare dal 1979.

Eventi e folclore a Monterotondo (RM)

Il calendario delle feste è fitto e segue l'anno agricolo. Sant'Antonio Abate, la domenica più vicina al 17 gennaio, con la Torciata nel Borgo. I Santi Filippo e Giacomo, la prima domenica di maggio, con le celebrazioni della parrocchia di Santa Maria Maddalena e le manifestazioni di piazza organizzate con la Pro Loco. La sagra della fava e pecorino, nel fine settimana intorno al 10 maggio, nel rione Borgonovo, con musica e balli. Il Festival delle Cerase, nato negli anni Ottanta, che si definisce il più piccolo festival del cinema italiano e premia attori e film con le ciliegie d'oro, un omaggio alla coltura che ha reso celebre la campagna eretina. Sant'Antonio da Padova, la terza domenica di giugno, con la processione della statua su baldacchino dalla parrocchia di Santa Maria delle Grazie. La Ciummacata di San Giovanni, il sabato più vicino al 24 giugno: tavolate comunitarie all'aperto con le lumache cucinate in bianco e in umido, la sagra più antica e più sentita. La sagra della panzanella nella prima metà di luglio in piazza Togliatti, con degustazione gratuita. L'Estate Eretina, la rassegna di danza, cinema, musica e teatro nata negli anni Ottanta, riempie il mese di luglio con spettacoli e concerti di piazza ed è dal primo anno un appuntamento fisso per Monterotondo e i paesi vicini. In autunno San Gabriele a metà settembre dalla parrocchia di Gesù Operaio, San Michele intorno al 29 settembre a Santa Maria del Carmine allo Scalo, San Francesco intorno al 4 ottobre dai Cappuccini con la Gioventù francescana.

Cosa mangiare a Monterotondo (RM)

La cucina è quella della Sabina romana, povera e precisa. Le ciambelle a zampa, ciambelle salate all'anice dalla forma che ricorda una zampa: si comprano nei forni del centro e sono il souvenir giusto, molto più di qualunque oggetto. Le fave con il pecorino di maggio, la panzanella di luglio, le lumache di San Giovanni cucinate in bianco o in umido con il pomodoro e la mentuccia. Le ciliegie della campagna eretina, che hanno dato il nome al festival del cinema. L'olio della Sabina, che qui è a un passo dalla zona della DOP. Il vino dei Cappuccini, bianco e rosso, che i frati producono dalla vigna del convento e che si trova solo in occasione delle feste francescane. Sui ristoranti non faccio nomi: la regola in un centro di quarantamila abitanti è scegliere le trattorie del borgo alto, dove la clientela è locale, e lasciare i locali dello Scalo a chi va di fretta.

Una curiosità su Monterotondo (RM)

La curiosità riguarda uno stemma su una cisterna. Nel cortile di Palazzo Orsini la vera di pozzo cinquecentesca porta lo stemma di papa Leone X, Giovanni de' Medici, e chi passa lo prende per un omaggio generico al papato. È invece un albero genealogico in pietra. Leone X era figlio di Lorenzo il Magnifico e di Clarice Orsini, la ragazza di questo ramo della famiglia che nel 1468 fu promessa a Firenze e sposata l'anno dopo con una festa che costò ai Medici una fortuna. Clarice non fu una principessa felice: la corte fiorentina la considerava una provinciale romana e il suo contrasto con il Poliziano, precettore dei figli, è uno degli episodi più noti della vita di casa Medici. Eppure fu lei a portare nella famiglia più potente d'Italia il sangue degli Orsini, e fu suo figlio a diventare papa nel 1513, il primo Medici sul trono di Pietro. Quando i monterotondesi scolpirono le palle medicee e le chiavi papali sulla cisterna del castello, stavano dicendo ai visitatori che il papa era, per metà, uno di loro. Un secolo dopo i Barberini comprarono il feudo e fecero affrescare le sale con le api del loro stemma, e la città si trovò per la seconda volta legata a un papa regnante, Urbano VIII, che venne di persona a visitarla nel 1641. Poche cittadine di quaranta mila abitanti possono vantare due papi in famiglia, e Monterotondo non lo scrive da nessuna parte: lo si scopre solo guardando le pietre del cortile.

Una cosa che non ti dice nessuno su Monterotondo (RM)

Nessuno racconta che il vagone merci più famoso della storia italiana partì da qui. Il 16 agosto 1924 il corpo di Giacomo Matteotti fu ritrovato per caso nel bosco della Quartarella, nel comune di Riano, a una quindicina di chilometri da Monterotondo. Il regime aveva un problema: riportare la salma a Fratta Polesine senza che il viaggio si trasformasse in una manifestazione antifascista lungo tutta la penisola. La soluzione fu scegliere la stazione di Monterotondo, e non Roma, per l'imbarco della bara su un vagone merci, il 20 agosto, nella speranza che passasse inosservato. Non fu così: gli operai delle fornaci dello Scalo, i contadini e i ferrovieri si radunarono lungo i binari e salutarono in silenzio, e quel silenzio è rimasto nella memoria del quartiere come l'inizio della sua identità politica. Il Museo Storico nella Torre Civica lo racconta nella sezione Abitare la Memoria, e lo racconta insieme alle fornaci: le stesse fabbriche di laterizi che avevano fatto nascere lo Scalo come città operaia, distinta e a tratti rivale del borgo dei possidenti sul colle. Chi arriva in treno scende esattamente nel punto di quella storia e di solito non lo sa. È uno dei casi in cui il luogo meno pittoresco di una città è quello che ha più cose da dire.

Il consiglio che ti do per visitare Monterotondo (RM)

Il consiglio è di non trattare Monterotondo come una gita a sé stante ma come la prima tappa di una giornata sabina, e di farlo con il treno. Si parte da Roma Tiburtina con la FL1 di metà mattina, si scende a Monterotondo-Mentana e si sale al borgo con il bus urbano; il centro storico si visita in due ore e mezza seguendo quest'ordine: Porta Garibaldi e la chiesa di San Rocco, la salita per via Cavour fino a piazza del Popolo e alla Fontana dei Leoni, il Duomo e il Pincetto, Palazzo Orsini con il cortile e, se prenotato, le sale affrescate del museo, poi la discesa verso il quartiere Santa Maria per la Madonna delle Grazie e il rilievo di Giordano Orsini, e infine i Cappuccini per il chiostro. Il pranzo si fa nel borgo alto con le ciambelle a zampa comprate al forno come antipasto. Nel pomeriggio si torna al treno e in venti minuti si è a Fara Sabina-Montelibretti, da dove con il bus si sale a Fara in Sabina e all'abbazia di Farfa: in un solo giorno si vede la porta della Sabina e il suo monastero più importante. Il giorno giusto è il sabato, quando il borgo è vivo e i musei civici sono di norma aperti; la domenica mattina il centro è silenzioso e le chiese sono aperte per le messe, il che aiuta chi vuole vederne gli interni. Da evitare il lunedì, quando musei e molti negozi sono chiusi, e le prime ore del pomeriggio d'estate, quando il Pincetto è un forno. Chi vuole una guida per l'intera giornata, con l'auto e l'estensione a Mentana e a Farfa, può rivolgersi ai servizi di accompagnamento turistico di TourLeaderPro; per i visitatori stranieri la guida in inglese è su ItalyPlanner.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che a Monterotondo si combatté il 9 settembre 1943; pochi ricordano che l'operazione era, in senso stretto, un fallimento annunciato. Il piano tedesco puntava a catturare in un colpo solo lo Stato Maggiore del Regio Esercito, che aveva la sede di campagna a Palazzo Orsini, e con esso i generali che avevano firmato l'armistizio. I paracadutisti del maggiore Gericke, decollati dalla Puglia su una cinquantina di Junkers Ju 52, si lanciarono all'alba sul paese; ma la sera dell'8 settembre il generale Roatta aveva già fatto evacuare il comando verso Roma, e nel palazzo rimasero alcune decine di ufficiali e soldati. I tedeschi conquistarono un castello vuoto, al prezzo di una giornata di combattimenti casa per casa contro i fanti della Piave, i carabinieri, gli agenti della Polizia dell'Africa Italiana con le loro autoblindo e i civili che avevano preso le armi. A sera fu stipulata una tregua; il giorno dopo, con Roma ormai in trattativa, la resistenza cessò e migliaia di militari italiani della zona furono catturati. Nel Museo Storico e nelle lapidi della Passeggiata la battaglia è raccontata come l'atto fondativo della Monterotondo repubblicana, e a ragione: fu una delle poche volte, in quei giorni, in cui un paese italiano si difese invece di aspettare. Il fatto risaputo che nessuno cita è l'altro: il bersaglio di quell'operazione, lo Stato Maggiore, era già partito, e chi morì a Monterotondo morì per difendere un simbolo.

La foto giusta da fare a Monterotondo (RM)

La foto giusta si fa dal Pincetto, ma non dal parapetto centrale dove si mettono tutti: dall'angolo destro della terrazza, guardando verso la valle del Tevere, con la fontana dei tre monti in primo piano a sinistra e la campagna eretina che si apre fino ai Monti Lucretili e, nelle giornate limpide, fino al Terminillo. La luce è quella dell'ultima ora del pomeriggio, quando il sole viene da dietro le spalle e accende i tetti del borgo e la torre del palazzo. La seconda foto è la Fontana dei Leoni con il Duomo di sfondo, dalla parte bassa di piazza del Popolo, con un grandangolo moderato per tenere dentro i quattro leoni di Liberati e la facciata; la si fa la mattina presto, prima che la piazza si riempia di tavolini. La terza è Porta Garibaldi dal piazzale esterno, con le bandiere sulla sommità e il tricolore sulla torre del palazzo che si vede alle spalle in asse: è la foto che racconta il 1867 senza didascalia. Per chi vuole la foto rara, la Torciata di Sant'Antonio, la domenica più vicina al 17 gennaio: le fiaccole nelle vie del borgo e i volti degli abitanti sono l'unica immagine di Monterotondo che non si trova nelle cartoline. Un consiglio: il cortile di Palazzo Orsini con la cisterna medicea è quasi sempre in ombra, e la foto viene solo a mezzogiorno d'estate; negli altri mesi rinunciate e guardatela con gli occhi.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 1286 è l'anno in cui il Castrum Montis Rotundi entra nei documenti, con la divisione dei beni di Matteo Rosso Orsini: da allora per tre secoli e mezzo la storia della città coincide con quella della famiglia. Nel 1432 Niccolò Fortebraccio la prende con l'aiuto dei Colonna; nel 1503 Alessandro VI Borgia ne fa abbattere le mura dopo aver fatto avvelenare il cardinale Orsini. Nel 1469 il matrimonio di Clarice Orsini con Lorenzo de' Medici lega Monterotondo a Firenze. Nel 1579 gli Orsini concedono lo statuto con i quattro Priori e il Consiglio dei Quaranta. Nel 1626 i Barberini comprano il feudo, nel 1627 Urbano VIII lo eleva a ducato, nel 1630 si posa la prima pietra del Duomo e nel 1641 il papa viene a visitarlo. Nel 1656 la peste risparmia la città e nasce il culto della Madonna del Diluvio. Nel 1799 i francesi di Garnier assediano la città e vengono respinti dai napoletani. Il 6 ottobre 1845 Gregorio XVI riceve le chiavi d'oro dal priore Fanucci e il 22 novembre concede il titolo di Città. Il 4 luglio 1849 Garibaldi e Anita in fuga si riparano sotto il pino di piazza Santa Maria. Il 26 ottobre 1867 Garibaldi brucia Porta Romana e prende il paese, per perdere a Mentana otto giorni dopo. Il 13 gennaio 1915 il terremoto della Marsica abbatte la torre del palazzo e la chiesa di Sant'Ilario. Il 20 agosto 1924 la bara di Matteotti parte dalla stazione dello Scalo. Il 4 settembre 1940 Mussolini ispeziona le truppe accampate nel bosco dei Cappuccini. Il 9 settembre 1943 i paracadutisti tedeschi attaccano il palazzo che ospitava lo Stato Maggiore. Il 5 gennaio 1959 crolla il palazzo di via Oberdan e nasce Lo Sbracato. Il 19 giugno 1979 il Comune riceve la Medaglia d'Argento al Valor Militare. Il 5 luglio 2016 apre il Museo Storico nella Torre Civica. Sono venti date in sette secoli, e quasi tutte hanno a che fare con Roma: è questo il destino di una città che si trova sulla strada di chiunque voglia entrare o uscire dalla capitale da nord.

Chi è passato da Monterotondo (RM)

La lista dei passaggi documentati è lunga per un centro di queste dimensioni. Clarice Orsini apparteneva al ramo di Monterotondo della famiglia e vi è legata per nascita e per feudo prima di partire per Firenze nel 1469, e suo figlio Leone X è ricordato dallo stemma nel cortile del castello. Girolamo Siciolante da Sermoneta, Paul Bril e Giacinto Calandrucci vi lavorarono come pittori nelle sale del palazzo, fra Cinquecento e fine Seicento. Urbano VIII Barberini vi venne nel 1641, quindici anni dopo l'acquisto del feudo da parte della sua famiglia, e lasciò al Duomo il campanone di undici quintali. San Crispino da Viterbo, il cappuccino canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1982, visse nel convento dal 1703 al 1709 e vi lasciò il pozzo dell'orto. Gregorio XVI vi entrò il 6 ottobre 1845 e Pio IX pranzò con i cappuccini il 6 ottobre 1853, otto anni esatti dopo. Giuseppe Garibaldi vi passò due volte, il 4 luglio 1849 in fuga con Anita e dal 26 ottobre al 3 novembre 1867 da vincitore, e con lui i fratelli Cairoli, Jessie White Mario e i cinque fratelli Giovagnoli, uno dei quali, Raffaello, sarebbe diventato lo scrittore di Spartaco, il romanzo storico più letto dell'Italia umbertina, che Garibaldi stesso lodò in una lettera all'autore. Fausto Cecconi vi nacque il 13 settembre 1904: con Umberto Maddalena stabilì il 2 giugno 1930 il primato mondiale di durata e distanza in circuito chiuso, 67 ore e 13 minuti per 8.188 chilometri su un Savoia-Marchetti S.64, e nel dicembre dello stesso anno partecipò alla crociera atlantica Italia-Brasile guidata da Italo Balbo; morì a Tirrenia il 19 marzo 1931 per l'esplosione in volo dell'S.64 bis, e la città gli ha dedicato l'arco della Passeggiata, lo stadio e una scuola. Benito Mussolini ispezionò i reparti accampati nel bosco dei Cappuccini il 4 settembre 1940. Il maggiore Walter Gericke, futuro generale della Bundeswehr, guidò l'attacco del 9 settembre 1943. Paolo Sabetta, il Perlasca di Monterotondo, salvò decine di giovani a Tor Mancina. Fra chi passò senza fermarsi, il corpo di Giacomo Matteotti, il 20 agosto 1924. Chi vuole seguire queste tracce anche fuori città trova a Mentana il museo garibaldino e, più a nord, Nazzano e la riserva Tevere-Farfa, dove la valle del fiume è rimasta com'era.

Monterotondo (RM) con i bambini e in sedia a rotelle

Con i bambini Monterotondo funziona meglio di quanto ci si aspetti: il Museo Archeologico e Multimediale, con gli ologrammi e le ricostruzioni, tiene l'attenzione di un bambino delle elementari per un'ora buona; la Fontana dei Leoni e le ciambelle a zampa fanno il resto; il Parco ZeroSei di via Adige è pensato per i più piccoli e per i bambini con disabilità. In sedia a rotelle il borgo alto è impegnativo: le vie sono in salita e in parte acciottolate, il Pincetto si raggiunge dalla piazza con una rampa e le chiese hanno gradini all'ingresso; il Duomo e Palazzo Orsini sono accessibili dal piano della piazza, e la Passeggiata di viale Buozzi e viale Mazzini sono piane e comode. Per le sale del museo e per la Torre Civica conviene chiedere in anticipo ai numeri dei Musei Civici quali sezioni siano servite da ascensore.

Cosa c'è intorno a Monterotondo (RM)

A dieci minuti di auto c'è Mentana, con il museo garibaldino e l'Ara-Ossario, e la Riserva di Nomentum. A venti minuti, oltre il Tevere, Fara in Sabina e l'abbazia di Farfa, con le Gole del Farfa per chi cammina. A mezz'ora Poggio Mirteto e i borghi della Sabina, oppure, verso sud-est, i Monti Lucretili e Tivoli con le sue ville. Chi ha una seconda giornata può spingersi fino a Rieti. Un programma per piccoli gruppi, con auto e guida, si costruisce con le esperienze personalizzate di TourLeaderPro; per le aziende esistono i format di team building fuori Roma. Le guide in inglese dei dintorni sono su ItalyPlanner: Mentana e Farfa Abbey.

Domande veloci su Monterotondo (RM)

Quanto dista Monterotondo da Roma?

Circa 30 chilometri dal centro di Roma e una decina dal Grande Raccordo Anulare, lungo la Salaria o la Nomentana. In treno, con la FL1 da Roma Tiburtina, 35-40 minuti.

Come si arriva a Monterotondo in treno?

Con la linea regionale FL1 (Orte-Fiumicino Aeroporto) fino alla stazione di Monterotondo-Mentana, servita anche da alcuni treni della FL3; corse ogni 15-30 minuti nei giorni feriali. Dalla stazione al centro storico si sale con le linee urbane o a piedi in venti-trenta minuti.

Quanto costa visitare Monterotondo?

Il centro storico, le piazze, il Pincetto, Porta Garibaldi e le chiese sono gratuiti. Per i Musei Civici (archeologico e storico) le condizioni di ingresso e gli orari vanno controllati sul sito mucim.it o ai numeri 06 9061490 e 06 90964221.

Quanto dura la visita di Monterotondo?

Due ore e mezza per il centro storico e le chiese, un'ora in più per il Museo Archeologico e Multimediale, mezza giornata se si aggiunge il Museo Storico allo Scalo o la Macchia di Gattaceca.

Bisogna prenotare per visitare Monterotondo?

Per il borgo e le chiese no. Per le visite guidate dei Musei Civici, per le sale affrescate di Palazzo Orsini e per l'area archeologica di Tor Mancina sì, ai contatti dei musei.

Che cosa vedere a Monterotondo in poche ore?

Porta Garibaldi, la Fontana dei Leoni, il Duomo con il Pincetto, il cortile di Palazzo Orsini e il chiostro dei Cappuccini. Se resta tempo, la Madonna delle Grazie per il rilievo di Giordano Orsini.

Che cosa sono le ciambelle a zampa di Monterotondo?

Ciambelle salate all'anice tipiche di Monterotondo e Mentana. Si comprano nei forni del centro.

Si può visitare Palazzo Orsini-Barberini?

Il cortile con la cisterna medicea è accessibile negli orari degli uffici comunali; le sale affrescate si visitano con il percorso del Museo Archeologico e Multimediale.

Perché Porta Garibaldi si chiama così?

Era la Porta Romana; il 26 ottobre 1867 Garibaldi la fece bruciare per entrare in città e dopo il 1870 la porta prese il suo nome. È Monumento Nazionale.

Che cosa successe a Monterotondo il 9 settembre 1943?

I paracadutisti tedeschi del maggiore Gericke attaccarono Palazzo Orsini, sede di campagna dello Stato Maggiore del Regio Esercito; militari e civili resistettero per due giorni. Il Comune ha la Medaglia d'Argento al Valor Militare.

Monterotondo è adatta ai bambini?

Sì: museo multimediale, Fontana dei Leoni, Parco ZeroSei e le ciambelle. Il borgo alto ha salite e scale, il passeggino va bene sulla Passeggiata e in piazza.

Monterotondo si visita in sedia a rotelle?

Le piazze principali, il Duomo, il cortile del palazzo e le passeggiate sono raggiungibili; le vie del borgo medievale e alcune chiese hanno gradini e acciottolato. Per i musei conviene informarsi prima sull'ascensore.

Dove si parcheggia a Monterotondo?

Nei parcheggi lungo viale Bruno Buozzi e nei pressi del Giardino del Cigno, poi a piedi. Il borgo antico è in gran parte a traffico limitato.

Si possono fare foto nelle chiese di Monterotondo?

Di norma sì senza flash e fuori dalle funzioni; nel Duomo e dai Cappuccini vale la regola del buon senso e la richiesta al sacrestano.

Qual è la differenza fra Monterotondo e Mentana?

Sono confinanti e condividono il 1867: Monterotondo è la città che Garibaldi prese, Mentana quella dove fu sconfitto una settimana dopo. Monterotondo ha il borgo, il Duomo e il palazzo; Mentana il museo garibaldino e l'Ara-Ossario.

Quando conviene visitare Monterotondo?

In primavera e in autunno, il sabato. A gennaio per la Torciata di Sant'Antonio, a giugno per la Ciummacata, a luglio per l'Estate Eretina. Da evitare il lunedì e le prime ore del pomeriggio di agosto.

Monterotondo e la Sabina: si possono abbinare?

Sì, con la stessa linea FL1: da Monterotondo-Mentana a Fara Sabina-Montelibretti sono venti minuti, e da lì si sale a Fara in Sabina e all'abbazia di Farfa.

Che cosa si vede dal Pincetto di Monterotondo?

La valle del Tevere, la campagna eretina, i Monti Lucretili e, nelle giornate limpide, il Terminillo.

Esiste un museo di Monterotondo sul Novecento?

Sì, il Museo Storico nella Torre Civica di Piedicosta, allo Scalo, aperto nel 2016: sezioni Abitare la Memoria e Un mondo di argilla, con l'archivio storico comunale.

Monterotondo è collegata alla via Francigena o alla via di Francesco?

La città è una tappa della Via di Francesco nel Lazio, che segue la tradizione dei viaggi del santo lungo la Salaria; i sentieri della Marcigliana la collegano a piedi a Roma.

Chi viene a Monterotondo in una vacanza romana finisce spesso per ricordare più il cortile con la cisterna di Leone X che molte sale dei musei capitolini. Non è una città che chiede di essere ammirata: chiede di essere letta, pietra per pietra, e restituisce esattamente il tempo che le si dedica. Andateci con il treno, con un pomeriggio libero e con l'idea che la Sabina cominci qui.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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