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Abbazia di Casamari

L’Abbazia di Casamari si trova in via Maria 25, nella frazione Casamari di Veroli, in provincia di Frosinone. L’ingresso è gratuito, l’orario di visita è 9-12 e 15-18, non serve prenotare se venite da soli, mentre i gruppi fanno bene a chiamare lo 0775 282371. È un monumento nazionale di proprietà dello Stato, affidato alla Direzione regionale Musei nazionali Lazio, e dentro ci vive e prega una comunità di monaci cistercensi.

Questo doppio binario spiega tutto quello che troverete. Da una parte un complesso gotico del Duecento che il Ministero tutela come bene pubblico, dall’altra un monastero vero, con le campane che scandiscono le ore, la messa conventuale, la foresteria e il negozio dove i monaci vendono liquori, miele e preparati d’erbe. Casamari non è un museo con i monaci come comparse. È una casa abitata che apre la porta.

Le informazioni pratiche sono state controllate il 28 settembre 2026 sul sito dell’abbazia, sulla pagina della Direzione regionale Musei nazionali Lazio e sulle altre fonti istituzionali richiamate più avanti. Gli orari delle visite possono cambiare per le celebrazioni, le festività e le esigenze della comunità, e il museo apre su richiesta: prima di mettervi in viaggio da Roma, una telefonata al numero dell’abbazia vi toglie ogni dubbio.

Abbazia di Casamari
L'Abbazia di Casamari presso Veroli. Foto di Mattis, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e che cosa si vede davvero

Casamari si trova in aperta campagna ciociara, lungo la strada che da Frosinone scende verso Sora, a circa trecento metri di quota. Il Comune di Veroli la colloca a una decina di chilometri dal centro storico, e in effetti il paese resta lassù sulla collina, invisibile dall’abbazia. Intorno ci sono il borgo della frazione, qualche casa, il parcheggio libero e la fermata dell’autobus proprio davanti all’ingresso.

Si entra passando sotto il palazzo abbaziale, attraverso un grande arco a tutto sesto, e ci si ritrova in un cortile acciottolato in leggera pendenza. Sopra l’arco corre una loggia con bifore accoppiate. Sul piano stradale gli archi di passaggio sono due, di misura diversa: uno per i carri e uno per chi andava a piedi. È il primo segnale che qui tutto è stato progettato per funzionare, non per stupire.

Dal cortile una lunga scalinata sale alla facciata della chiesa, preceduta da un nartece a tre arcate, quella centrale a tutto sesto e le laterali a sesto acuto. Dentro, la basilica è a croce latina, con tre navate su pilastri a fascio e volte a crociera costolonate. Il presbiterio chiude con un’abside piatta illuminata da un rosone a sei lobi e da cinque monofore. Niente affreschi alle pareti, niente oro.

Dal fianco della chiesa si passa al chiostro quadrato, con le gallerie su colonnine binate, lisce o tortili, e i capitelli scolpiti. Sul lato orientale si apre la sala capitolare, a tre navate con quattro pilastri a fascio. Più avanti c’è il refettorio, a due navate su colonne cilindriche massicce, e dalla galleria meridionale del chiostro si accede al museo, ricavato nei vecchi ambienti di lavoro dei monaci e nel calefactorium.

Che cosa non si vede: la clausura, il dormitorio dei monaci, la foresteria, gli spazi della biblioteca statale, se non su appuntamento, e i locali di produzione della farmacia. Il percorso libero copre chiesa, chiostro, sala capitolare e refettorio. La Direzione regionale indica circa un’ora di visita. Chi ha l’occhio allenato per l’architettura ne passa il doppio, chi cerca solo la foto se la sbriga in quaranta minuti.

Una curiosità sull’Abbazia di Casamari

Il nome non ha niente a che fare con il mare. Casamari viene dal latino Casa Marii, la casa di Mario, e il Mario in questione è Gaio Mario, il generale che fu console sette volte e che si scontrò con Silla nella guerra civile dell’88 avanti Cristo. Le fonti ministeriali ricordano che l’abbazia sorge sui resti di un centro romano chiamato Cereatae Marianae, e quel secondo nome porta di nuovo a lui.

Conviene separare i livelli. Quello che dicono i documenti: il centro romano di Cereatae esisteva, e il museo dell’abbazia conserva reperti di età romana, epigrafi e monete. Quello che dice la tradizione: Mario sarebbe nato qui, e il nome del luogo ne conserverebbe la memoria. Quello che è leggenda: il monastero sarebbe stato costruito sopra un tempio di Marte, notizia che circola molto ma che nessuno scavo pubblicato ha dimostrato.

Il nome Cereatae, secondo la lettura corrente, rimanda a Cerere, la dea delle messi. Una dea agricola sotto un monastero che per otto secoli ha vissuto di campi, oliveti e vigne è una coincidenza che piace molto ai visitatori, da raccontare senza caricarla di significati. La continuità vera si trova nel suolo fertile della valle, non in un passaggio di consegne fra divinità.

La questione dei natali di Mario, peraltro, ha un rivale vicino. Arpino rivendica il generale come figlio illustre insieme a Cicerone, e le due tradizioni si possono conciliare: Plutarco lo fa nascere in un villaggio del territorio di Arpino, e Cereatae con ogni probabilità rientrava in quell’area. Arpino tiene il nome grande, Casamari tiene il toponimo. Nessuno dei due paesi ha motivo di litigare, e infatti non litigano.

Una cosa che non ti dice nessuno sull’Abbazia di Casamari

La prima dedicazione della chiesa non era alla Vergine. La comunità benedettina che si insediò qui nell’undicesimo secolo intitolò la sua chiesa ai santi Giovanni e Paolo, i due martiri romani che a Roma hanno la basilica sul Celio, la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo. Quando arrivarono i cistercensi la chiesa passò a Santa Maria Assunta, come in tutte le fondazioni dell’Ordine, e i due martiri scivolarono in secondo piano.

La seconda cosa che si tace riguarda le date di fondazione. Il sito dell’abbazia parla genericamente degli albori del secondo millennio, alcune schede turistiche scrivono 1005, il Comune e il Touring indicano 1035, il portale delle biblioteche monastiche del Ministero dice intorno al 1036. Le fonti non concordano, e la divergenza nasce dal fatto che una comunità di preti e una fondazione monastica stabile sono due momenti diversi, raccontati come uno solo.

Lo stesso vale per l’arrivo dei cistercensi. Si legge 1140, si legge 1152, si legge fra il 1143 e il 1152. Alcuni testi attribuiscono il passaggio a papa Innocenzo II, altri a Eugenio III, che però fu eletto solo nel 1145, e quindi la combinazione 1140 con Eugenio III non regge. La lettura più prudente è quella ministeriale: una riforma avviata negli anni Quaranta del secolo e chiusa sotto Eugenio III.

Terzo punto, il più delicato. Sul portale detto dei conversi e su alcuni capitelli ci sono simboli, come l’albero della vita, croci a forma di tau, un serpente che si morde la coda, che una letteratura recente legge in chiave templare, alchemica o massonica. I documenti non sostengono niente di tutto questo. Sono motivi diffusi nella scultura romanica e gotica, e la lettura esoterica è leggenda moderna, divertente da ascoltare ma senza appigli d’archivio.

Orari, ingresso e messe

L’orario di visita pubblicato dall’abbazia e dalla Direzione regionale è 9-12 e 15-18. L’ingresso è gratuito e non esiste una biglietteria. Per i singoli non serve prenotazione, per i gruppi è consigliata. Il museo, secondo la Direzione regionale, è aperto su richiesta in loco: arrivati in portineria chiedete che ve lo aprano, e tenete conto che l’apertura dipende dalla disponibilità del personale in quel momento.

Non si compra niente per entrare, quindi non esiste un canale di prevendita da cercare. I riferimenti ufficiali sono due: il sito dell’Abbazia di Casamari, gestito dalla comunità, con orari, liturgia e negozio, e la pagina della Direzione regionale Musei nazionali Lazio, con indirizzo di posta drm-laz.casamari@cultura.gov.it. Chi vi vende un biglietto per Casamari vi sta vendendo altro, di solito il trasporto.

Le messe festive sono alle 7, 8.30, 10, 11.30 e alla sera alle 17 con l’ora solare, alle 18 con l’ora legale. Nei giorni feriali si celebra alle 7.30 e alle 12. Durante le celebrazioni la chiesa è un luogo di culto in uso, e chi entra con la macchina fotografica al collo deve aspettare la fine o sedersi e partecipare. La domenica mattina, con quattro messe in fila, la visita della chiesa diventa complicata.

La preghiera dei monaci è pubblica e segue un orario preciso. Nei giorni feriali l’Ufficio delle Letture e le Lodi sono alle 5.15, l’ora Terza alle 7.15, Sesta e Nona alle 12.45, la Lectio Divina e i Vespri alle 18.45, Compieta alle 21. Nei festivi le Lodi sono alle 8 e i Vespri alle 16 con l’ora solare, alle 17 con l’ora legale. I Vespri cantati sono il momento migliore della giornata.

Per i gruppi il telefono dell’abbazia è 0775 282371, lo stesso indicato dalla Direzione regionale, e la posta generale è info@abbaziadicasamari.it. Il gestore non indica un servizio di visite guidate a pagamento né una tariffa per i gruppi. Per le comitive la regola è semplice: telefonare con qualche giorno di anticipo, dire quante persone e a che ora, lasciare un’offerta. Nessuno ve la chiederà, ma è la cosa giusta.

La farmacia e la liquoreria dei monaci

La farmacia dell’abbazia ha una storia documentata. Il vecchio sito della comunità racconta che fu aperta nel 1760 dal padre priore Gioacchino Castiati, come piccola bottega al servizio dell’infermeria del monastero e dei paesi intorno. L’abate Romualdo Pirelli, in carica dal 1790 al 1822, ne costruì una più grande e più accessibile al pubblico, con una sala per la vendita di liquori e medicinali e una per la preparazione dei farmaci.

Il riconoscimento ufficiale arrivò nel 1821, quando il fratello Giacobbe Margiore ottenne a Roma la patente di speziale. Oggi la farmacia si trova presso l’ingresso dell’abbazia, è diretta da un monaco e occupa tre ambienti: una sala vendita di circa sette metri per sette rivestita di scaffali toscani in legno e vetro, un laboratorio moderno e un magazzino. Vende medicinali e, con le parole della comunità, qualche delizioso liquore.

Il negozio dei monaci è la liquoreria. Il catalogo pubblicato sul sito elenca le Gocce Imperiali, l’Elixir di San Bernardo, la Genziana, il Nocino, la Liquirizia e la Sambuca di Casamari, una grappa di monovitigno, rosoli ed elisir d’erbe. Accanto ci sono olio extravergine, miele e prodotti dell’alveare, confetture, caramelle, preparati erboristici, cosmetici e libri di spiritualità cistercense. Il negozio spedisce anche a domicilio, attraverso il sito.

Gli orari del negozio e della farmacia non sono pubblicati. Il contatto indicato dalla comunità per il negozio è negozio@abbaziadicasamari.it, con lo stesso telefono generale 0775 282371. Non date per scontato che il negozio segua esattamente l’orario del percorso di visita, perché nessuna fonte ufficiale lo scrive. Se il vostro obiettivo principale è rifornirvi di liquori, una telefonata prima vi risparmia un viaggio a vuoto.

Una nota da chi ne ha portati a casa parecchi. I liquori d’erbe dei monasteri laziali sono un genere preciso: amari, alcolici, pensati per la digestione e non per il cocktail. Chi conosce l’eucalipto dei trappisti dell’Abbazia delle Tre Fontane a Roma ritrova qui la stessa logica di bottega. Assaggiate la Genziana prima di comprare la bottiglia grande, perché divide nettamente i palati.

Il consiglio che ti do per visitare l’Abbazia di Casamari

Arrivate verso le 17.30 di un giorno feriale, visitate chiostro e sala capitolare con la luce bassa e poi entrate in chiesa per i Vespri delle 18.45. Il canto dei monaci in una chiesa cistercense del Duecento è la ragione per cui questi edifici sono stati costruiti così nudi: la pietra serve a portare la voce. Attenzione però, la visita chiude alle 18, quindi il chiostro va visto prima.

Se non potete restare fino a sera, scegliete la mattina presto. Alle 9 il cortile è vuoto, le comitive in pullman arrivano più tardi e la luce da est entra dal rosone dell’abside direttamente nella navata. Evitate la domenica fra le 10 e mezzogiorno: messe in sequenza, parcheggio pieno, famiglie che escono e gruppi parrocchiali che entrano. La chiesa resta bellissima, ma la visita diventa uno slalom.

Cominciate dal chiostro, non dalla chiesa. È l’ordine giusto per capire il monastero: il chiostro è il centro della vita comune, la chiesa è uno dei suoi lati. Girate le gallerie lentamente, guardate i capitelli uno per uno, poi entrate nella sala capitolare e restateci almeno cinque minuti in silenzio. Solo alla fine salite in chiesa, e vi accorgerete che le proporzioni ripetono quelle che avete appena visto.

Mettete Casamari nella stessa giornata della Certosa di Trisulti, sui monti sopra Collepardo. Sono due modi opposti di intendere il monachesimo: i cistercensi in fondovalle, vicino alle strade e ai campi, i certosini in quota, nel bosco, isolati. Vederli uno dopo l’altro vale più di qualunque spiegazione. Serve l’auto, e serve partire presto da Roma, perché le due visite chiedono tempo.

Ultimo consiglio, pratico. Vestitevi da chiesa, non da spiaggia: spalle coperte e pantaloni sotto il ginocchio, anche ad agosto, perché è una chiesa in uso dentro un monastero abitato. Portate qualche moneta per l’offerta. E non chiedete ai monaci di fare da guida se non vi hanno detto loro di sì: la loro giornata comincia alle 5.15 ed è organizzata al quarto d’ora.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Casamari non è solo un’abbazia, è la casa madre di una congregazione. Nel 1929 fu eretta in Congregazione monastica autonoma aggregata all’Ordine cistercense, e da allora dipendono da lei altri monasteri in Italia e fuori. Le fonti citano l’Abbazia di San Domenico a Sora, incorporata nel 1833, la Certosa di Pavia, l’abbazia di Piona, Chiaravalle della Colomba e diverse comunità in Eritrea. Sui numeri complessivi di monaci e case le fonti non concordano.

Tra le case legate a Casamari c’è l’Abbazia di Valvisciolo, ai piedi di Sermoneta, affidata alla sua giurisdizione nel 1864. Chi è stato a Valvisciolo e poi viene a Casamari riconosce lo stesso modo di vivere il monastero, con la stessa liturgia e la stessa sobrietà. È una rete che dalla Ciociaria arriva ai Monti Lepini, e poi molto più lontano, fino al Corno d’Africa.

La presenza in Eritrea è la parte meno conosciuta di questa storia. Le comunità di Asmara, Keren e Halay nascono dall’espansione del Novecento, e oggi una parte dei monaci della congregazione viene da lì. È un legame che dalla Ciociaria attraversa il Mediterraneo e che pochi visitatori conoscono. Per un monastero ciociaro fondato nell’undicesimo secolo, è un’apertura al mondo che pochi si aspettano.

Il secondo fatto poco citato è la biblioteca. Dal 1907 è sotto la competenza dello Stato, e la voce enciclopedica la indica fra le biblioteche pubbliche statali italiane. Il patrimonio è stimato in circa settantamila volumi dal sito della comunità, ottantamila da altre fonti. Nell’inventario del 1873 i libri erano soltanto 1692: la crescita è tutta successiva alla soppressione, cioè è il frutto del lavoro dei monaci rientrati.

La chiesa, il chiostro e la sala capitolare, pezzo per pezzo

La chiesa fu cominciata nel 1203, con la prima pietra benedetta da Innocenzo III, e consacrata il 15 settembre 1217 da Onorio III. Le fonti indicano come progettista un monaco, Guglielmo da Milano. Quattordici anni di cantiere per una chiesa di queste dimensioni sono pochi, e spiegano l’unità dell’insieme: non ci sono ripensamenti, non ci sono fasi stilistiche sovrapposte. È un progetto solo, costruito da una squadra che sapeva esattamente che cosa voleva.

Le navate contano sette campate, sostenute da pilastri a fascio da cui partono le semicolonne pensili che reggono le costolonature delle volte. Il transetto ha cappelle quadrate sul lato orientale, secondo lo schema dell’Ordine. La luce è diffusa e uniforme, perché le finestre sono piccole e i vetri sono lastre di alabastro, non vetrate colorate. San Bernardo non voleva immagini che distraessero dalla preghiera, e qui la regola è stata presa alla lettera.

L’eccezione salta all’occhio: il ciborio sopra l’altare maggiore, in marmi e stucchi policromi, donato da Clemente XI nel 1711. È un oggetto barocco dentro una chiesa gotica cistercense e, a nostro giudizio, un errore di gusto, rispettabile come dono papale ma fuori posto in quell’abside. Dietro, il coro ligneo è del 1940, con l’organo Mascioni coevo, e in una tarsia del coro è raffigurato un cigno.

Il chiostro è quadrato, con le gallerie coperte e le arcate su colonnine binate. Alcune colonnine sono lisce, altre tortili, e i capitelli cambiano da una coppia all’altra: foglie, motivi vegetali stilizzati, qualche figura. Sul lato sud c’è il capitello più discusso, quello con i volti che la tradizione identifica in Federico II di Svevia e nel suo ministro Pier delle Vigne. Accanto, secondo alcuni, il volto dell’abate del tempo.

La sala capitolare è la stanza più bella di tutto il complesso, e una delle più belle del Lazio medievale. Pianta quadrata, tre navate, quattro pilastri a fascio che reggono volte a costoloni. Verso est tre monofore, verso il chiostro due bifore. Qui la comunità si riuniva ogni giorno per leggere un capitolo della Regola e per le decisioni comuni, e lo spazio ha una proporzione che si sente addosso appena entrati.

Il refettorio attuale, secondo le schede architettoniche, nacque come dispensa nel Duecento. È un ambiente rettangolare a due navate su sette campate, con colonne cilindriche massicce e capitelli ottagonali smussati. Il dormitorio dei monaci, invece, è un grande vano unico come prescriveva la Regola di San Benedetto, con muri spessi e finestre rare e strette per difendersi dal freddo. Non è visitabile, ma dal transetto destro se ne intuisce l’accesso.

Il campanile si trova sul fianco destro della chiesa ed è basso rispetto alla massa dell’edificio. Non è quello originale: la cuspide antica fu colpita da un fulmine nel 1683 e la torre fu ricostruita nel Seicento, con grandi bifore su gruppi di tre colonnine. Chi guarda la chiesa dal cortile ha l’impressione di una facciata senza torre. È un effetto voluto dalla regola cistercense, che vietava i campanili monumentali.

La foto giusta da fare all’Abbazia di Casamari

La foto è una e la fate nel chiostro, dall’angolo sud-ovest, con la galleria in primo piano e le bifore in fuga verso l’angolo opposto. Abbassatevi all’altezza delle colonnine binate e lasciate che la sequenza degli archi guidi l’occhio. Nella parte alta del fotogramma entrano il fianco della chiesa e il cielo. Funziona a metà mattina, quando il sole illumina il giardino e lascia in ombra le gallerie.

La seconda inquadratura è la facciata dal fondo del cortile. Mettetevi all’inizio della scalinata, un po’ spostati di lato, e riprendete in verticale: nartece, rosone e timpano stanno dentro un formato alto e perdono forza in orizzontale. Il pomeriggio tardi è il momento giusto, perché la facciata guarda a ovest e prende la luce radente che scalda la pietra. Al mattino è controluce e il nartece diventa una macchia scura.

Dentro la chiesa la foto che rende è quella lungo l’asse della navata centrale, dal fondo verso l’abside, con il rosone a sei lobi al centro. Scattate senza flash, appoggiandovi a un pilastro per tenere ferma la macchina. La Direzione regionale indica che le fotografie sono consentite. Durante le messe e la preghiera dei monaci, però, la macchina resta nella borsa: è una questione di buon senso prima ancora che di regolamento.

Un dettaglio che quasi nessuno fotografa bene è la sala capitolare. La luce entra dalle monofore di levante e dalle bifore sul chiostro, e disegna i costoloni delle volte. Mettetevi in un angolo, riprendete la diagonale che attraversa i quattro pilastri e lasciate l’esposizione sulle alte luci. Il risultato è una foto quasi in bianco e nero anche a colori, che restituisce la pietra per quello che è.

Evitate la foto frontale del palazzo abbaziale dalla strada con le auto parcheggiate davanti. È la più facile e la più brutta. Se volete l’ingresso, entrate nel cortile e riprendete l’arco dall’interno verso l’esterno, con la loggia sopra e la luce della strada in fondo. È un’inquadratura che racconta il passaggio dal mondo al monastero, cioè esattamente la funzione per cui quell’arco è stato costruito.

Come si arriva da Roma

In auto si prende l’autostrada A1 in direzione Napoli e si esce a Frosinone, che dista da Roma circa 90 chilometri. Dal casello si segue la superstrada per Sora e si esce allo svincolo indicato Sora, Monte San Giovanni Campano, Boville Ernica. Da Frosinone all’abbazia ci sono circa quindici chilometri. Il parcheggio libero è vicino all’ingresso. Senza traffico il viaggio dal Raccordo richiede poco più di un’ora.

Con i mezzi pubblici la soluzione più semplice è l’autobus Cotral. La Direzione regionale indica una fermata a richiesta chiamata Veroli Abbazia di Casamari, proprio davanti all’ingresso, con la fermata del ritorno sul lato opposto della strada. Dal terminal di Anagnina, capolinea della metro A, partono le corse della linea per Sora che passano da Casamari: nei feriali il viaggio dura intorno all’ora e mezza. Ricordatevi di prenotare la fermata all’autista.

Nei festivi le corse da Anagnina esistono ma sono meno frequenti e più lente, perché escono dall’autostrada ad Anagni invece che a Frosinone. Verificate sempre l’orario del giorno sul motore di ricerca ufficiale Cotral ricerca orari, impostando come arrivo la fermata dell’abbazia. Non fidatevi degli orari trovati su siti terzi o su foglietti vecchi: le linee della provincia cambiano con il calendario scolastico e con le stagioni.

L’alternativa è il treno. Da Roma Termini la linea regionale FL6 per Cassino ferma a Frosinone, con corse circa ogni ora, e i regionali impiegano da poco meno di un’ora a oltre un’ora e mezza a seconda della corsa. Da Frosinone si prosegue con l’autobus Cotral della linea Frosinone-Sora, che serve la fermata di Casamari nei giorni feriali e con meno corse il sabato. La domenica questa soluzione, di fatto, non funziona.

In taxi da Frosinone si fa presto, ma trovarlo in stazione nei festivi non è scontato e il ritorno va organizzato prima. Chi viaggia in gruppo fa meglio a noleggiare un pullmino: la combinazione con Alatri, Veroli e Trisulti in una sola giornata è possibile solo con un mezzo proprio. Con i mezzi pubblici Casamari si visita bene da sola, oppure abbinata a una sosta a Sora o a Isola del Liri, sulla stessa linea.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

La comunità nasce nella prima metà dell’undicesimo secolo, quando alcuni religiosi di Veroli decidono di vivere insieme secondo la regola benedettina sulle rovine di Cereatae. Il portale ministeriale delle biblioteche monastiche li lega alla figura di Domenico da Foligno, che aveva organizzato comunità nella zona di Sora. È il mondo benedettino che aveva già il suo centro a Montecassino e le sue radici a Subiaco.

Fra il 1140 e il 1152 il monastero passa ai cistercensi, i monaci della riforma di Bernardo di Chiaravalle, e in pochi decenni lo ricostruiscono da capo. Nel 1203 si posa la prima pietra della chiesa attuale, nel 1217 la consacra Onorio III. Sono gli anni in cui Casamari diventa un centro di diffusione delle forme gotiche di origine borgognona nell’Italia centro-meridionale, con fondazioni in Toscana, Calabria, Basilicata e Sicilia.

Nel 1430 papa Martino V affida il monastero in commenda al cardinale Prospero Colonna. È l’inizio del declino: il commendatario incassa le rendite, i monaci diminuiscono, gli edifici invecchiano. Nel 1623, secondo la voce enciclopedica, i monaci erano ridotti a otto. Nel 1717 Clemente XI affida l’abbazia ai cistercensi riformati, i trappisti, venuti dalla badia toscana di Buonsollazzo, che riportano vita spirituale, studio e lavoro.

Il 13 maggio 1799 un reparto di soldati francesi in ritirata da Napoli entra nell’abbazia e la saccheggia. Sei monaci restano a difendere il tabernacolo e vengono uccisi. Il martirio è stato riconosciuto con decreto del 27 maggio 2020, la beatificazione è del 17 aprile 2021. Pochi anni dopo, fra il 1811 e il 1814, il governo napoleonico sopprime la comunità, che rientra con la Restaurazione.

Nel corso dell’Ottocento gli scontri fra borbonici e piemontesi portano incendi e danni. Nel 1873 le leggi di soppressione spogliano l’abbazia dei suoi beni, e l’anno successivo lo Stato la dichiara monumento nazionale. Nel 1929 nasce la Congregazione di Casamari, nel giugno 1957 Pio XII eleva la chiesa abbaziale a basilica minore. Il museo apre al pubblico il 10 luglio 2003.

Chi è passato dall’Abbazia di Casamari

Gioacchino da Fiore, l’abate calabrese dell’età dello Spirito, che Dante colloca nel cielo del Sole del Paradiso accanto ai grandi dottori. Intorno al 1182-1184 fu ospite dell’abate Giraldo a Casamari, e qui lavorò ai suoi commenti. È il personaggio più importante passato da queste mura, e il meno raccontato da chi le visita. Un peccato, per un pensatore le cui idee sulla storia hanno pesato sui movimenti religiosi europei per secoli.

Federico II di Svevia, l’imperatore che protesse l’abbazia e ne favorì i beni. La tradizione locale data al 1221 una sua visita, e il capitello del chiostro con il volto attribuito a lui è il ricordo più citato di quel rapporto. Accanto c’è il suo ministro Pier delle Vigne, il giurista di Capua che Dante incontra nella selva dei suicidi. Il legame fra l’imperatore e i cistercensi fu stretto, anche in anni di conflitto con il papato.

I papi del Duecento che hanno fatto la chiesa. Innocenzo III, dei conti di Segni, benedisse la prima pietra nel 1203. Onorio III consacrò l’edificio nel 1217. Sono gli anni in cui la curia pontificia passava lunghi periodi ad Anagni, a poche decine di chilometri, e Casamari si trovava dentro il raggio d’azione diretto del papato, una posizione che spiega i finanziamenti e la velocità del cantiere.

Prospero Colonna, il cardinale commendatario del 1430, nipote di Martino V. Non fu un distruttore, ma il sistema della commenda che inaugurò svuotò il monastero per quasi tre secoli. Clemente XI, al secolo Giovanni Francesco Albani, lo rimise in piedi due volte: nel 1711 con il dono del ciborio, nel 1717 con l’arrivo dei trappisti. Nella storia di Casamari è il papa del rilancio, ed è giusto riconoscerglielo.

I sei monaci uccisi nel 1799 hanno nomi e cognomi che il sito dell’abbazia ricorda uno per uno: il priore Simeone Cardon, Domenico Zawrel, Maturino Pitri, Albertino Maisonade, Modesto Burgen e Zosimo Brambat. I cognomi tradiscono origini francesi e dell’Europa centrale, come quelle di molti trappisti del Settecento. Morirono per mano di soldati francesi. Oggi sono beati, e la comunità ne custodisce la memoria.

Dom Eugenio Romagnuolo, l’abate attuale indicato dal sito della comunità, guida sedici monaci secondo il sito dell’abbazia, venti secondo altre fonti. È l’ultimo di una serie che attraversa novecento anni. Chi arriva ai Vespri lo vede in coro con i confratelli. Non è una figura da cercare per una fotografia: è il superiore di una casa religiosa, e il rispetto dovuto è lo stesso di qualunque padrone di casa.

Casamari e Fossanova, la gemella che non è gemella

Tutte le guide scrivono che Casamari è la gemella dell’Abbazia di Fossanova, vicino a Priverno. Un giudizio controcorrente: l’etichetta è pigra e porta a scegliere male. È vero che sono le due grandi chiese gotiche cistercensi del Lazio meridionale, costruite a pochi anni di distanza con lo stesso linguaggio borgognone. Ma chi le visita entrambe si accorge che la somiglianza si ferma alla pianta.

I fatti sono questi. Fossanova passò ai cistercensi intorno al 1135 e la sua chiesa fu consacrata da Innocenzo III il 19 giugno 1208, nove anni prima di Casamari. Dal 1936 è affidata ai frati minori conventuali, cioè a francescani, non a cistercensi. A Casamari invece la comunità cistercense è ancora lì, con la sua liturgia, la sua farmacia, la sua congregazione. Una è un monumento abitato da altri, l’altra è un monastero vivo.

Fossanova ha dalla sua il nome più famoso: vi morì Tommaso d’Aquino nel marzo del 1274, mentre andava al concilio di Lione, e la stanza della morte richiama pellegrini e studiosi. È il motivo per cui la gente sceglie Fossanova quando deve scegliere. Chi ha seguito le tracce del santo fra Roccasecca e Aquino finisce naturalmente là. Ma per capire che cos’era un monastero cistercense, Casamari insegna di più.

Se dovete scegliere una sola delle due, scegliete Casamari e arrivate all’ora dei Vespri. Se avete due giornate, fatele entrambe, e magari aggiungete i Musei di Priverno per il contesto archeologico. Ma non andate a Casamari pensando di rivedere Fossanova in un’altra provincia: sono due esperienze diverse, e trattarle come doppioni significa perdere proprio quello che le distingue.

Il museo e la biblioteca

Il museo occupa gli antichi ambienti di lavoro dei monaci e il calefactorium, la stanza riscaldata del monastero, e si raggiunge dalla galleria meridionale del chiostro dopo il refettorio. La sezione archeologica va dalla preistoria all’età romana: cippi in marmo, are pagane, frammenti di pavimenti a mosaico, epigrafi, statue, terrecotte votive, lucerne, anfore e unguentari, monete greche e romane fino a Costantino. Il pezzo più curioso è una zanna di elefante preistorico trovata nel 1923.

La sezione di pittura conserva un’opera di Giovanni Serodine, copie da Annibale Carracci e da Simone Cantarini, pale di Onofrio Avellino e dipinti attribuiti a Bilivert e a Francesco da Castello. Il nucleo più importante, però, sono i resti di affreschi dei primi del Duecento con il martirio e la glorificazione di San Tommaso Becket, staccati dalla vicina chiesa di Reggimento. Un arcivescovo di Canterbury dipinto in Ciociaria pochi decenni dopo la morte.

Chi vuole un contesto archeologico più ampio della zona trova materiale al Museo Archeologico di Frosinone e al Teatro Romano di Ferentino. Il museo di Casamari è piccolo e non va confuso con un museo civico: è la raccolta di un monastero, con i criteri espositivi di un monastero. Chiedete in portineria e fatevelo aprire, perché gli affreschi di Becket da soli giustificano la richiesta.

La biblioteca è sistemata nell’antico refettorio dei fratelli conversi e in ambienti ricavati dal mulino e dal frantoio del monastero. Conserva manoscritti, incunaboli e libri rari, fra cui una copia della Regola di San Benedetto della fine del dodicesimo secolo. Molti codici antichi andarono dispersi durante la commenda. È una biblioteca di studio, non un luogo di visita: si consulta con appuntamento, chiedendo tramite il numero generale dell’abbazia.

Quando è chiusa e che cosa non aspettarsi

Fuori dalle fasce 9-12 e 15-18 il complesso è chiuso alla visita, anche se la chiesa resta aperta per le messe e per la preghiera dei monaci. Fra mezzogiorno e le tre non si entra nel chiostro, e chi arriva all’una trova il portone del percorso chiuso e deve aspettare. Il gestore non indica giorni di chiusura settimanale, ma le grandi solennità liturgiche possono cambiare l’organizzazione della giornata.

Non aspettatevi i servizi di un museo. Non ci sono audioguide, non c’è una caffetteria interna, i pannelli sono pochi e le visite guidate non hanno un calendario pubblico. Tutto quello che capirete dipende da quello che sapete prima di arrivare o dalla guida che vi portate. Per questo consiglio di leggere la storia a casa: il monastero parla molto, ma solo a chi sa dove guardare.

Sull’accessibilità una dichiarazione completa del percorso non risulta pubblicata sui canali ufficiali. Il cortile è in pendenza, la chiesa si raggiunge dalla scalinata, il chiostro e gli ambienti intorno hanno dislivelli. Chi si muove in carrozzina o ha difficoltà a salire le scale deve telefonare all’abbazia prima di partire e chiedere quali ambienti sono raggiungibili e con quali accorgimenti.

Non aspettatevi neppure di dormire in foresteria come in un albergo. L’abbazia ospita sacerdoti, religiosi, uomini soli che vogliono condividere qualche giorno di vita monastica, pellegrini del Cammino di San Benedetto e della Via Francigena del Sud, gruppi parrocchiali, scuole e scout. Per i gruppi c’è la Grangia di Antera, a circa sei chilometri, con settanta posti letto e cucina in autogestione. Il sito non pubblica tariffe: si chiede direttamente.

Mangiare in zona

Intorno all’abbazia la ristorazione vive di due pubblici: i gruppi in pullman nei giorni feriali e le famiglie della domenica, spesso dopo una messa, un battesimo o una prima comunione. È un mondo diverso dai centri turistici di Roma, ma alcune trappole si ripetono identiche, e vale la pena riconoscerle prima di sedersi. I segnali sono sempre gli stessi, in Ciociaria come a piazza Navona.

Primo segnale: il menù con le fotografie dei piatti. Un locale che deve mostrarvi l’immagine delle fettuccine sta parlando a qualcuno che non sa che cosa siano, e non siete voi. Secondo segnale: la signora che tira la sfoglia in vetrina, sotto gli occhi di chi passa. È una scena studiata per fermarvi, non una garanzia. La pasta fresca fatta bene si prepara in cucina al mattino, lontano dalla strada.

Terzo segnale: qualcuno sulla porta che vi invita a entrare. Chi deve procurarsi i clienti sul marciapiede non ha clienti abituali, e i clienti abituali sono l’unica garanzia che esista. Quarto: la cucina sempre aperta, senza pausa fra pranzo e cena. Una cucina vera ha una brigata che si ferma e prepara. Quinto: le voci senza prezzo, il pesce del giorno a peso non dichiarato, i menù diversi fra dentro e fuori.

Poi ci sono i posti piazzati davanti ai monumenti, che adattano il conto al cliente: più avete l’aria di chi passa una volta sola, più il prezzo sale. Chiedete sempre il costo prima di ordinare, soprattutto per i piatti del giorno raccontati a voce. I romani non vanno in questi posti non per snobismo, ma perché sanno che si mangia peggio e si paga di più, ed è un’informazione pratica, non un giudizio morale.

Il criterio in provincia è guardare chi è seduto. Operai, impiegati del Comune e famiglie del posto che parlano ciociaro a pranzo in un giorno feriale sono il segnale giusto. Nei festivi prenotate, perché le sale buone si riempiono di pranzi di famiglia. Per orientarvi senza tentativi c’è la nostra lista dei posti dove mangiamo noi.

Che cosa abbinare in giornata

L’abbinamento naturale è con Veroli e Alatri. Veroli ha un centro storico in salita e una vita quotidiana che non si è piegata al turismo, Alatri ha l’acropoli con le mura in opera poligonale che da sole valgono il viaggio. Da Casamari si sale verso tutte e due con l’auto in poco tempo. Fatele al mattino e tenete Casamari per il pomeriggio, in modo da chiudere la giornata con i Vespri.

Chi vuole restare sul tema medievale va ad Anagni, con il Museo della Cattedrale e la cripta affrescata, e con il Palazzo di Bonifacio VIII. Ferentino e Fumone sono a poca distanza sulla stessa direttrice. È la Ciociaria dei papi e dei castelli, lo stesso mondo che nel Duecento finanziava il cantiere di Casamari, e ha senso vederla nella stessa giornata.

Verso est la strada porta a Sora, alle cascate di Isola del Liri e al Lago di Posta Fibreno, con le sue acque limpide e l’isola galleggiante. Verso sud ci sono Castro dei Volsci e le Grotte di Falvaterra. E a pochi minuti di strada dall’abbazia si trova Boville Ernica, un borgo murato poco frequentato.

Per un itinerario dei monasteri del Lazio, Casamari fa coppia con il Sacro Speco e il Monastero di Santa Scolastica, con l’Abbazia di Farfa in Sabina e con i santuari di montagna, dalla Mentorella alla Santissima Trinità di Vallepietra, nel massiccio dei Monti Simbruini, lo stesso di Trevi nel Lazio.

Più a nord, nella Tuscia, il Santuario di Santa Maria della Quercia completa il quadro con un’architettura rinascimentale che è l’opposto della sobrietà cistercense. Metterli in fila in un itinerario di più giorni aiuta a capire quanto sia vario il paesaggio religioso del Lazio. Chi ha solo un giorno e parte da Roma resta in Ciociaria, e si prende anche mezz’ora per le terme di Fiuggi sulla via del ritorno.

Una variante per le famiglie: Casamari al mattino, pranzo al sacco sui prati vicino al Lago di Posta Fibreno, pomeriggio a Isola del Liri con la cascata nel centro del paese. I ragazzi non reggono più di un’ora di chiostri e capitelli, ma reggono benissimo l’acqua. È un giro che richiede l’auto, perché il lago non si trova sulla linea che serve l’abbazia, ma le distanze sono brevi.

Domande frequenti

Quanto costa entrare all’Abbazia di Casamari?

L’ingresso all’Abbazia di Casamari è gratuito. Non esiste biglietteria e non serve prenotazione per le visite individuali, mentre per i gruppi l’abbazia consiglia di telefonare allo 0775 282371. L’offerta è libera e non viene richiesta. Il complesso è un monumento nazionale di proprietà dello Stato, gestito dalla Direzione regionale Musei nazionali Lazio, e abitato dalla comunità cistercense.

Quali sono gli orari di visita?

Gli orari pubblicati dall’abbazia e dalla Direzione regionale sono dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18. Il museo è aperto su richiesta in loco, quindi va chiesto in portineria. La chiesa resta aperta anche per le messe e la preghiera dei monaci, ma durante le celebrazioni la visita turistica si sospende. Prima di partire conviene sempre una telefonata di conferma.

A che ora sono le messe?

Nei giorni festivi le messe sono alle 7, 8.30, 10, 11.30 e alla sera alle 17 con l’ora solare, alle 18 con l’ora legale. Nei giorni feriali si celebra alle 7.30 e alle 12. I Vespri dei monaci sono alle 18.45 nei feriali, mentre nei festivi alle 16 con l’ora solare e alle 17 con l’ora legale.

Che cosa si compra alla liquoreria dei monaci?

Il negozio dell’abbazia vende liquori prodotti dalla comunità, come le Gocce Imperiali, l’Elixir di San Bernardo, la Genziana, il Nocino, la Liquirizia e la Sambuca di Casamari, oltre a una grappa, olio extravergine, miele, confetture, caramelle, preparati d’erbe, cosmetici e libri. Gli orari non sono pubblicati. Il contatto indicato è negozio@abbaziadicasamari.it, e si può ordinare anche con spedizione.

Come si arriva da Roma senza auto?

Il collegamento più diretto è l’autobus Cotral dal terminal di Anagnina, capolinea della metro A, sulla linea per Sora, con la fermata a richiesta Veroli Abbazia di Casamari davanti all’ingresso, in circa un’ora e mezza nei feriali. In alternativa si prende il treno regionale fino a Frosinone e poi il Cotral per Sora. Gli orari vanno controllati sul sito Cotral il giorno prima.

Quanto tempo serve per la visita?

La Direzione regionale indica circa un’ora per il percorso di chiesa, chiostro, sala capitolare e refettorio. Con il museo e una sosta al negozio dei monaci si arriva facilmente a un’ora e mezza. Chi vuole assistere ai Vespri deve calcolare anche l’attesa fra la chiusura della visita, alle 18, e l’inizio della preghiera serale, alle 18.45 nei feriali.

Si può dormire all’abbazia?

L’abbazia offre ospitalità in foresteria a sacerdoti, religiosi e uomini soli che vogliono condividere qualche giorno di vita monastica, e accoglie pellegrini del Cammino di San Benedetto e della Via Francigena del Sud. Per i gruppi parrocchiali, le scuole e gli scout c’è la Grangia di Antera, con settanta posti letto e cucina. Le condizioni non sono pubblicate e vanno richieste all’abbazia.

Casamari e Fossanova sono la stessa cosa?

No. Sono le due grandi abbazie gotiche cistercensi del Lazio meridionale, simili per pianta e linguaggio architettonico, ma Fossanova fu consacrata nel 1208 ed è affidata dal 1936 ai frati minori conventuali, mentre Casamari fu consacrata nel 1217 ed è ancora abitata da monaci cistercensi. A Fossanova morì Tommaso d’Aquino, a Casamari fu ospite Gioacchino da Fiore.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Orari, contatti e modalità di accesso riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura. Trattandosi di un monastero abitato, con una vita liturgica che ha le sue priorità, ricontrollateli prima di partire e segnalateci quello che trovate cambiato.

Mettere in fila una giornata in Ciociaria significa incastrare gli orari dei monasteri con le pause di mezzogiorno, autobus provinciali che la domenica si diradano, strade di collina che sulla mappa sembrano brevi e borghi che meritano più tempo di quanto si pensi, per sé o per un gruppo di quaranta persone. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.

Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, noleggi, aeroporti, spostamenti fra una provincia e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dalla Ciociaria ai laghi vulcanici del nord fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.

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IndirizzoVia Maria 25, Casamari Veroli Veroli (FR), Borghi e paesini, Vicino Roma 03029

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