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Santuario della Mentorella

Il Santuario della Mentorella si trova in via della Mentorella 1, a Capranica Prenestina, sul fianco del Monte Guadagnolo, ed è retto dai padri della Congregazione della Risurrezione, i religiosi polacchi che la gente del posto chiama semplicemente resurrezionisti. L’ingresso è libero, non si prenota niente per una visita individuale, e le informazioni si chiedono al telefono 06 95471899 oppure alla posta elettronica mentorella@tiscali.it indicata dalla scheda della Conferenza episcopale.

Il richiamo che porta quassù la maggior parte delle persone è Karol Wojtyła. Il 29 ottobre 1978, due settimane dopo l’elezione, il nuovo papa uscì da Roma per la prima volta e venne qui, a pregare davanti a una Madonna di legno scolpita intorno al dodicesimo secolo. Il secondo richiamo, più antico, è la rupe dove la tradizione colloca la conversione di Sant’Eustachio, il generale romano del cervo con la croce fra le corna.

Orari, messe, contatti e indicazioni stradali riportati qui risultano dalla verifica del 28 settembre 2026 sul sito del santuario, sul portale della diocesi di Tivoli e di Palestrina e sulle altre fonti istituzionali citate più avanti nel testo. In montagna gli orari cambiano con la stagione e con la neve, e i trasporti pubblici sono ridotti all’osso: prima di partire telefonate al santuario e controllate le corse sul motore di ricerca di Cotral.

Santuario della Mentorella
Il Santuario della Mentorella sul Monte Guadagnolo. Foto di Laky 1970, licenza CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e che cosa si vede davvero

Il santuario occupa uno sperone di roccia dei Monti Prenestini, fra Tivoli e Palestrina, e guarda quasi a strapiombo la valle del Giovenzano. Amministrativamente appartiene a Capranica Prenestina, ma il centro abitato di riferimento è Guadagnolo, l’unica frazione del comune, a circa due chilometri di strada. Il capoluogo comunale dista da Guadagnolo quasi dieci chilometri di tornanti.

Sulla quota le fonti non concordano. La scheda della Conferenza episcopale e l’enciclopedia libera danno 1.018 metri, Vatican News nel 2025 ha scritto 1.218, il portale turistico regionale parla di 1.200 metri e un’altra guida di 1.050. La differenza dipende da dove si misura, la chiesa o la vetta vicina. Il dato pratico è questo: siete sopra i mille metri, e la temperatura ve lo ricorda anche ad agosto.

Il complesso non è un edificio unico. Il portale regionale lo descrive come cinque piccoli blocchi di fabbrica ammassati su picchi rocciosi contigui, ed è la definizione più onesta. C’è la chiesa a tre navate con la facciata a rosone, il convento dei religiosi con la foresteria, la Scala Santa seicentesca che sale alla cappella di Sant’Eustachio, costruita sulla roccia, e sotto la cappella la grotta naturale che porta il nome di San Benedetto.

Dentro la chiesa si vede la statua lignea della Madonna con il Bambino, seduta in trono, in legno di rovere, che le fonti del santuario datano fra l’undicesimo e il dodicesimo secolo. Sopra l’altare c’è un ciborio del 1305 arricchito nell’Ottocento con decorazioni in stile cosmatesco. Sotto l’altare si conserva un frammento di pavimento medievale della stessa scuola, e alle pareti corrono affreschi che vanno dal Quattrocento all’Ottocento.

Davanti all’ingresso della chiesa c’è una scultura in bronzo di Giovanni Paolo II, ed è il punto dove si fermano quasi tutti i gruppi. Tutto intorno la montagna è pascolo, bosco e roccia calcarea. Non ci sono negozi, non c’è un paese attaccato al santuario, e chi arriva aspettandosi un piazzale di bancarelle come in certi santuari di pianura trova invece vento, silenzio e qualche mucca al pascolo lungo la strada.

Una curiosità sul Santuario della Mentorella

Il nome non ha niente a che fare con un mentore. Le carte medievali chiamano il posto Vultuilla, Bulturella, Vulturella, e la spiegazione più diffusa lo collega al latino mons vulturum, il monte degli avvoltoi o dei rapaci. Per corruzione di pronuncia Vulturella sarebbe diventata Mentorella. Il comune di Capranica riporta anche altre due ipotesi, una torre altomedievale oppure un goto di nome Wult convertito al cristianesimo.

La seconda curiosità si legge sul campanile della cappella di Sant’Eustachio, un piccolo campanile con tre campane suonate a corda. Sopra c’è un’iscrizione che vale il viaggio da sola: non far da campanaro se il cuor tuo non batte da cristiano. È un avvertimento rivolto a chi tira la corda, e in un posto dove il suono delle campane si sente per tutta la valle ha un suo senso molto concreto.

La terza riguarda i cuori. Sotto l’altare maggiore, per sua espressa volontà, è stato deposto il cuore del gesuita Athanasius Kircher, l’uomo che nel Seicento rimise in piedi il santuario. In una teca di marmo sulla colonna destra dell’altare si conserva invece il cuore di papa Innocenzo XIII, Michelangelo Conti, morto nel 1724. Nella chiesa riposano anche le spoglie del cardinale Bernardo Maria Conti.

Documenti, tradizione e leggenda: tre cose diverse

Parto dalla leggenda, perché è quella che si racconta sempre per prima. Placido, generale romano all’epoca di Traiano, durante una caccia su questa montagna insegue un cervo e vede fra le sue corna il volto di Cristo, o una croce luminosa secondo le versioni. Si converte, prende il nome di Eustachio, e più tardi sotto Adriano viene martirizzato con la moglie e i figli dentro un toro di bronzo arroventato.

La stessa storia viene raccontata in altri luoghi d’Europa, e il cervo con la croce fra le corna è lo stesso che accompagna Sant’Uberto nei paesi del nord. Chi vuole vedere il simbolo a Roma lo trova in cima alla facciata della Basilica di Sant’Eustachio, vicino al Pantheon, con la testa di cervo e la croce. La Mentorella rivendica il luogo della visione, non l’esclusiva del racconto.

Poi c’è la tradizione, che è un gradino sopra la leggenda perché si appoggia su una devozione continua. Secondo la tradizione, l’imperatore Costantino fece costruire la prima cappella sul luogo della visione e papa Silvestro I la consacrò. Sempre secondo la tradizione, il giovane Benedetto da Norcia visse due anni nella grotta sotto la rupe prima di spostarsi a Subiaco, e intorno al sesto secolo la Vergine sarebbe apparsa ad alcuni contadini della zona.

Infine i documenti, che sono pochi ma solidi. Il Regesto Sublacense, il registro dell’abbazia di Subiaco, riporta una donazione del monte ai monaci attribuita a Gregorio Magno nel 594. Nel 984 una nobile romana di nome Rosa lascia per testamento il monte al monastero di San Gregorio al Clivo Scauro. Nel 1005 una bolla di papa Giovanni XVIII conferma Vultuilla fra i beni dell’abbazia di Subiaco. Qui la storia comincia a camminare sulle carte.

Da quel momento le notizie diventano più precise. Fra il 1219 e il 1248 il vescovo Claro di Tivoli lamenta le cattive condizioni del santuario. Nel 1390 chiesa e convento risultano abbandonati, e il degrado dura quasi due secoli. Il resto, cioè il restauro di Kircher e l’arrivo dei religiosi polacchi, è documentato in dettaglio. Tenere separati i tre livelli non toglie niente alla devozione, aiuta solo a capire che cosa si sta guardando.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Santuario della Mentorella

Lo slogan che trovate su quasi ogni guida è che la Mentorella sarebbe il santuario mariano più antico d’Italia. Lo dico con rispetto per chi ci crede: è una frase di richiamo, non un dato storico. Si regge sulla tradizione costantiniana, che nessun documento conferma, e oltretutto la cappella attribuita a Costantino era dedicata a Sant’Eustachio, non alla Vergine. Il culto mariano documentato arriva dopo.

Questo non rende il posto meno serio, anzi. La cosa notevole è che un santuario su una rupe isolata, abbandonato nel 1390, lasciato in rovina per quasi due secoli, incamerato dallo Stato dopo il 1870 e messo all’asta nel 1880, sia ancora aperto tutti i giorni con messe regolari. Questa continuità, che si può documentare anno per anno, è un argomento più forte di qualunque primato di anzianità.

La seconda cosa che non si dice è che la statua della Madonna è stata rubata. Nel 1972 qualcuno la portò via dalla chiesa, e i Carabinieri la ritrovarono dopo circa un anno. La Madonna che vedete oggi sul trono è dunque l’originale recuperato, e nel trono è stata collocata anche la rosa d’argento che Benedetto XVI inviò nel 2007 per i centocinquant’anni della presenza dei resurrezionisti.

La terza riguarda un’opera che quasi tutti guardano distrattamente, un rilievo medievale del dodicesimo secolo che le schede descrivono in modo diverso. Una lo presenta come opera di Guglielmo da Chieti con la consacrazione di un altare da parte di un papa, un’altra come una tavola di quercia con l’apparizione del cervo a Eustachio. Le fonti non concordano sul soggetto: chiedete ai padri di mostrarvelo e guardatelo con i vostri occhi.

Il consiglio che ti do per visitare il Santuario della Mentorella

Venite in un giorno feriale, la mattina. Il sito del santuario indica l’apertura dalle 8 alle 19 tutti i giorni, e nei feriali l’unica messa è alle 16. Questo significa che fra le 9 e mezzogiorno di un martedì avete la chiesa, la Scala Santa e la grotta quasi per voi. La domenica, con quattro messe fra le 10 e le 17, il parcheggio si riempie di pullman e il posto cambia natura.

Portate una giacca anche in piena estate e scarpe con la suola vera. La Scala Santa ha gradini consumati, il percorso verso la cappella di Sant’Eustachio e la grotta passa sulla roccia, e sopra i mille metri il vento può essere tagliente. Il portale turistico regionale segnala espressamente di fare attenzione ai periodi di innevamento, e in inverno la strada da Guadagnolo può diventare un problema serio.

Fate la salita in silenzio almeno per un tratto. La Mentorella è un luogo dove le persone vengono a pregare, non un museo con un custode che vi sorveglia. Nelle ore delle messe e delle confessioni evitate di girare per la chiesa, rispettate i cartelli nelle zone del convento e chiedete ai religiosi prima di entrare negli ambienti riservati.

Se volete capire il posto, telefonate prima e chiedete se qualcuno dei padri può accompagnarvi per qualche minuto. La scheda della Conferenza episcopale indica fra i servizi le visite guidate al santuario, oltre ai ritiri spirituali e alla direzione spirituale. Non esiste una tariffa pubblicata né un calendario fisso, quindi dipende dalla disponibilità della comunità. Un’offerta libera è il gesto normale, nessuno ve la chiederà.

Mettete in conto il tempo giusto. La chiesa si vede in mezz’ora, ma la Scala Santa, la cappella sulla rupe, la grotta e il belvedere portano la visita a un’ora abbondante. Se aggiungete la salita a piedi fino alla croce di vetta o un tratto di sentiero, la mezza giornata se ne va. Chi arriva da Roma e riparte dopo quaranta minuti ha visto il parcheggio e la statua in bronzo, poco altro.

Orari, messe e come si entra

Il santuario, secondo il sito gestito dalla comunità, è aperto tutti i giorni dalle 8 alle 19, feriali e festivi. Le messe sono alle 16 dal lunedì al sabato, e la domenica e nei giorni festivi alle 10, alle 11, alle 12.30 e alle 17. Il primo sabato del mese alle 17 c’è la messa dei malati. Il rosario si recita mezz’ora prima di ogni messa. Altre fonti indicano la chiusura alle 20: vale l’orario del gestore.

L’ingresso è libero e gratuito, non esiste biglietteria e non esiste un canale di vendita, né ufficiale né di terzi, per entrare in chiesa. Chi vi propone un biglietto per la Mentorella vi sta vendendo un trasporto o un accompagnamento, non l’accesso. Il riferimento per ogni informazione è il sito del santuario, con il telefono 06 95471899 pubblicato anche dalla diocesi.

Il portale della diocesi di Tivoli e di Palestrina aggiunge altri appuntamenti fissi: le lodi alle 8.30, i vespri alle 16, il rosario serale alle 18, l’adorazione eucaristica il giovedì alle 16.30, e le confessioni fra le 10 e le 12 e fra le 15.30 e le 19. Gli orari delle due fonti non coincidono in ogni dettaglio, per esempio sul rosario, e conviene farseli confermare al telefono.

Le feste principali indicate dalla scheda della Conferenza episcopale sono quattro: Maria Madre delle Grazie l’ultima domenica di agosto, che nel 2026 è caduta il 30 agosto, Sant’Eustachio il 20 settembre, San Benedetto l’11 luglio e San Giovanni Paolo II il 22 ottobre. Nei giorni di festa le messe si moltiplicano, arrivano pellegrinaggi organizzati e il parcheggio si satura presto. Chi cerca raccoglimento sceglie altre date.

Per i gruppi c’è una possibilità che pochi conoscono. Il convento ha una foresteria con venticinque posti letto per gruppi organizzati e otto camere doppie per sacerdoti, religiosi e gruppi di laici, in particolare scout. Si viene per ritiri ed esercizi spirituali, non per una vacanza. Le condizioni economiche non sono pubblicate e vanno chieste direttamente alla comunità, al telefono o per posta elettronica.

Dentro la chiesa: affreschi, stemmi e altare

La chiesa è a tre navate, e le fonti la datano nella forma attuale al dodicesimo secolo, con molti rimaneggiamenti successivi. L’altare maggiore conserva due colonnine di pietra che la tradizione del santuario attribuisce al quarto secolo e alla prima chiesa di Sant’Eustachio. Sopra si alza il ciborio del 1305, e in cima all’altare c’è una croce di legno ottocentesca. La statua della Madonna sta al centro di tutto.

Gli affreschi vanno letti per strati. Al Quattrocento appartengono una Madonna con il Bambino, San Domenico, San Michele Arcangelo e Sant’Antonio Abate. Al Seicento, cioè alla stagione di Kircher, il battesimo dell’imperatore Costantino, la consacrazione della chiesa di Sant’Eustachio da parte di papa Silvestro, Sant’Atanasio, il sogno di San Giuseppe, Sant’Ignazio di Loyola e San Francesco Saverio. I due santi gesuiti sono la firma di chi ha diretto i lavori.

Poi ci sono i santi legati al luogo e alla montagna: San Benedetto, Santa Scolastica, Santa Maria Maddalena, Santa Lucia, Sant’Agapito, che è il patrono di Palestrina. All’Ottocento appartiene San Casimiro, patrono della Polonia e della Lituania, il segno dei nuovi padroni di casa. Sopra gli archi della navata centrale si vedono gli stemmi di Innocenzo XIII, Gregorio XVI, Pio IX e Leone XIII, e vanno cercati alzando la testa.

Il consiglio pratico è di fare il giro delle pareti prima di sedervi, con la luce del mattino che entra dalle finestre. Gli affreschi più antichi sono frammentari e non tutti leggibili, e nelle giornate di nebbia la chiesa è buia. Nessun pannello vi dirà chi è chi, per cui tenete a portata di mano l’elenco dei soggetti. Se c’è un padre libero, chiedetegli di indicarvi Kircher nell’iconografia della cappella di San Silvestro.

Guadagnolo e il monumento al Redentore

Guadagnolo, secondo l’enciclopedia libera, è il centro abitato non comunale più alto del Lazio, costruito su una montagna calcarea sopra il santuario. È un paese piccolo, con la piazza dove si ferma l’autobus e poche case in pietra. Chi arriva in auto ci passa comunque, perché la strada per la Mentorella si stacca poco prima dell’abitato. Vale la pena salire fino al paese anche solo per vedere il panorama dall’altro versante.

Sulla montagna c’è anche il monumento al Redentore, che Vatican News ricorda eretto nel 1889 per volontà di Leone XIII, lo stesso papa il cui stemma compare nella navata della Mentorella. Il sito del santuario non dà indicazioni sul percorso per raggiungerlo, quindi chiedete in paese o ai religiosi prima di incamminarvi. È una meta naturale per chi aggiunge una breve camminata alla visita del santuario e ha ancora gambe dopo la Scala Santa.

Chi gestisce il santuario oggi

La Congregazione della Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo nasce a Parigi il 17 febbraio 1836, fondata da Bogdan Jański con Piotr Semenenko e Hieronim Kajsiewicz, per assistere gli esuli polacchi fuggiti dopo l’insurrezione fallita del 1830 e 1831. I primi religiosi pronunciarono i voti a Roma nelle catacombe di San Sebastiano durante la Pasqua del 1842. Le fonti danno date diverse, 27 marzo o 3 aprile.

Nel 1857 Pio IX affidò loro il santuario, e secondo la diocesi nel 1864 lo stesso papa concesse la proprietà in perpetuo. Poi arrivò l’Italia unita: dopo il 1870 lo Stato incamerò i beni, nel 1880 mise all’asta il complesso, e nel 1883 i padri ricomprarono chiesa e convento per 8.500 lire, con padre Luigi Oldoini primo rettore. Pagare per riavere una casa che era già stata tua è una storia molto italiana.

Oggi il santuario è la sede principale dei resurrezionisti in Italia e il centro spirituale della congregazione, che lavora anche a Roma, Pescara, Montecelio e Sant’Angelo Romano. Il rettore che ha accolto Leone XIV nell’agosto 2025, secondo Vatican News, è padre Adam Dźwigoń. Il sito della comunità ha versioni in polacco, inglese e spagnolo, e questo dice molto su chi sale quassù: pellegrini italiani dei paesi vicini, gruppi polacchi, visitatori stranieri.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno che Kircher restaurò la Mentorella, pochi si chiedono che cosa ci facesse quassù uno dei cervelli più famosi dell’Europa barocca. Athanasius Kircher, gesuita tedesco nato nel 1602 e morto nel 1680, insegnava al Collegio Romano e si occupava di tutto: geroglifici, vulcani, magnetismo, musica, lingue orientali, macchine. Il suo museo al Collegio Romano era una delle tappe obbligate dei viaggiatori colti del Seicento.

Secondo la diocesi e il comune, Kircher avviò i lavori nel 1660, con un finanziamento dell’imperatore Leopoldo I d’Asburgo, altre fonti indicano il 1661. Nel 1664 fu stabilita la festa annuale del 29 settembre, e nel 1665 Kircher pubblicò la Historia Eustachio-Mariana, il libro che raccoglieva documenti e tradizioni sulle origini del santuario. Ricostruire l’edificio e scriverne la storia nello stesso momento significava anche dare forma alla tradizione.

Kircher restaurò chiesa e convento, costruì la cappella di Sant’Eustachio sulla rupe della visione e la Scala Santa che ci sale, e decorò la cappella di San Silvestro. Chi vuole vedere il mondo da cui veniva guardi la Chiesa di Sant’Ignazio, costruita accanto al Collegio Romano. Parte delle collezioni del suo museo è finita nelle raccolte statali, fra cui il Museo Pigorini al Museo delle Civiltà.

La foto giusta da fare al Santuario della Mentorella

La foto è quella dalla cappella di Sant’Eustachio verso il basso. Salite la Scala Santa, mettetevi accanto al piccolo campanile e inquadrate in verticale il salto della rupe con la valle del Giovenzano sotto. Il campanile con le tre corde in primo piano dà la scala, il vuoto sotto fa il resto. È l’immagine che spiega perché qualcuno ha scelto di costruire proprio qui.

La seconda inquadratura si fa dalla strada di accesso, qualche centinaio di metri prima del parcheggio, quando il complesso compare sulla rupe con i suoi blocchi ammassati. Funziona meglio di mattina, con il sole che arriva da est e illumina la pietra. Nel pomeriggio il santuario va in controluce e diventa una sagoma scura. Fermatevi solo dove c’è spazio per accostare, perché la carreggiata è stretta.

Dentro la chiesa la foto giusta è la Madonna sotto il ciborio, ma chiedete prima se si può fotografare, e mai durante le celebrazioni. Evitate il flash, che appiattisce il legno e disturba chi prega. All’esterno, la statua in bronzo di Giovanni Paolo II davanti all’ingresso è lo scatto che fanno tutti: se proprio la volete, prendetela di tre quarti con la facciata a rosone dietro, non di fronte.

Come si arriva da Roma in auto

Il sito del santuario indica circa 53 chilometri dal centro di Roma e un’ora e un quarto di viaggio. La strada consigliata passa per l’autostrada A1: si esce a San Cesareo, si va verso Palestrina, poi verso Castel San Pietro Romano e Capranica Prenestina. In piazza a Capranica si prende la provinciale 58a, via di Guadagnolo, e prima di arrivare a Guadagnolo si gira a sinistra seguendo le indicazioni per il santuario.

Chi arriva dalla A24, la Roma L’Aquila, esce a Castel Madama, prende la provinciale 33 verso San Vito Romano, supera il Passo della Fortuna, continua sulla provinciale 50a e dopo Pisoniano prende la 59a fino a Capranica Prenestina. Da lì le indicazioni sono le stesse. Questo percorso è più lungo ma attraversa la valle più bella, e si abbina bene a una sosta a Tivoli all’andata.

L’ultimo tratto è una strada di montagna. Il collegamento di circa due chilometri fra Guadagnolo e il santuario fu completato nel 1961 e asfaltato e inaugurato il 22 ottobre 1967. Prima di allora si saliva a piedi o a dorso di mulo. Oggi è percorribile senza problemi con un’auto normale, ma con curve strette, bestiame sulla carreggiata e nebbia frequente in autunno. Di notte e con la neve è un’altra cosa.

Il parcheggio c’è ed è grande. La scheda giubilare della Città metropolitana lo descrive come ampio e con accesso per autobus, e infatti i pellegrinaggi arrivano in pullman fino in cima. Non risulta una tariffa di sosta pubblicata. Nei giorni feriali trovate posto senza difficoltà, la domenica mattina e nelle feste di fine agosto conviene arrivare prima delle dieci, quando cominciano le messe festive.

Con i mezzi pubblici: si può, ma è una spedizione

Nessun autobus arriva al santuario. Esiste una linea extraurbana Cotral che collega Palestrina con Castel San Pietro Romano, Capranica Prenestina e Guadagnolo, ma le corse sono pochissime, pensate per studenti e residenti, e risultano soltanto nei giorni feriali. A Guadagnolo il capolinea è in piazza Dante Alighieri. Da lì al santuario restano circa 2,3 chilometri di strada asfaltata, in discesa all’andata e in salita al ritorno.

Per arrivare a Palestrina da Roma si prendono le corse Cotral che partono dal capolinea di Anagnina, sulla metro A, o da Ponte Mammolo, sulla metro B, dirette verso Genazzano, San Vito Romano oppure Olevano Romano. A Palestrina si cambia, e alla fermata conviene chiedere all’autista dove passa la corsa per la montagna. Gli orari si cercano con il motore di ricerca orari di Cotral, inserendo partenza e arrivo.

Il giudizio è netto: con i mezzi pubblici si arriva, ma si rischia di restare in cima. Con così poche corse al giorno, sbagliare di dieci minuti significa perdere l’ultima occasione utile per scendere a Palestrina, e nei fine settimana il servizio non c’è. Chi non guida farà meglio a organizzarsi in gruppo, prendere un taxi da Palestrina o affidarsi a un pellegrinaggio parrocchiale.

A piedi: i sentieri che salgono al santuario

Chi cammina ha molte più opzioni di chi aspetta l’autobus. Le fonti sul santuario elencano diversi sentieri: quello dei Pellegrini dal Passo della Fortuna, a Ciciliano, in circa tre ore e mezza, quello di Karol Wojtyła da Pisoniano in due ore e mezza, il sentiero delle Creste da Capranica Prenestina passando per Monte Calo e Guadagnolo in quattro ore, e quello di papa Gregorio Magno da San Gregorio da Sassola.

Il sentiero dedicato a Wojtyła, segnato dal Club alpino, parte da Pisoniano, il paese del Museo della Canapa. C’è poi un sentiero attrezzato intitolato a Kircher, breve, circa mezz’ora, ma riservato a escursionisti esperti. Esiste anche un anello naturalistico di circa tre ore che parte e torna al parcheggio, adatto a chi arriva in auto e vuole camminare senza organizzare il rientro.

Un’associazione locale che organizza la salita da Ciciliano indica circa quattordici chilometri fra andata e ritorno, cinquecento metri di dislivello e quattro ore per salire. Non sono passeggiate da scarpe da città. Serve acqua a sufficienza, serve una giacca, e serve partire presto. D’estate il sole sui prati di cresta picchia forte, in autunno la nebbia sale in pochi minuti.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il primo avvenimento documentato è la serie di atti che legano il monte ai benedettini. La donazione attribuita a Gregorio Magno nel 594, il testamento della nobile Rosa del 984 a favore del monastero di San Gregorio al Celio, la bolla di Giovanni XVIII del 1005 che conferma il possesso di Subiaco. Per quasi mille anni la Mentorella dipende dalla grande abbazia della valle dell’Aniene, fino al passaggio ai gesuiti nel tardo Cinquecento.

Il secondo è il restauro seicentesco. Dopo l’abbandono del 1390 e due secoli di rovina, Kircher avvia i lavori nel 1660, nel 1664 papa Alessandro VII proclama una celebrazione straordinaria e viene fissata la festa del 29 settembre, e nel 1665 esce la Historia Eustachio-Mariana. Da questo momento il santuario riprende a funzionare come meta di pellegrinaggio, con le cappelle, la Scala Santa e gli affreschi seicenteschi che si vedono ancora.

Il terzo è l’arrivo dei polacchi. Nel 1857 Pio IX affida il santuario alla Congregazione della Risurrezione, dopo il 1870 lo Stato incamera i beni, nel 1880 li mette all’asta, nel 1883 i padri li ricomprano. Il 29 settembre 1901 il Capitolo Vaticano incorona solennemente la statua della Madonna. Nel 1947 si rinnova la Scala Santa, fra il 1961 e il 1967 si completa e si asfalta la strada da Guadagnolo.

Il quarto è la stagione dei papi. Il 29 ottobre 1978 Giovanni Paolo II sceglie la Mentorella per la sua prima uscita da Roma dopo l’elezione. Le fonti elencano altre sette visite ufficiali fino al 2000, oltre a numerose salite in forma privata. Benedetto XVI viene in forma riservata il 29 ottobre 2005. Il 19 agosto 2025 Leone XIV sale da Castel Gandolfo, prega, visita la grotta e pranza con i religiosi.

In mezzo ci sono gli avvenimenti meno celebrati ma decisivi per chi visita oggi. Nel 1972 il furto della statua e il recupero dei Carabinieri circa un anno dopo. Nel 2000 la ristrutturazione completa del complesso per il Grande Giubileo. Nel 2007 il centocinquantesimo anniversario della presenza dei resurrezionisti, celebrato il 26 agosto con il cardinale Zenon Grocholewski e la rosa d’argento inviata da Benedetto XVI.

Chi è passato dal Santuario della Mentorella

Sant’Eustachio, se si segue la tradizione, è il primo della lista, anche se della sua storia i documenti non dicono nulla. Il suo nome resta legato a una rupe, a una cappella e a una festa, il 20 settembre. Più solido è il legame con San Benedetto, che la tradizione vuole in preghiera nella grotta per due anni prima di Subiaco, dove poi sorgeranno il Sacro Speco e il monastero di Santa Scolastica.

Athanasius Kircher è passato di qui più di chiunque altro nel Seicento, al punto da volerci lasciare il cuore. Il gesuita che trattava con principi e imperatori e riceveva nel suo museo romano i viaggiatori di mezza Europa si è fatto seppellire, almeno in parte, in una chiesa di montagna. È un dettaglio che dice molto più di tante biografie sul rapporto fra quest’uomo e il posto che aveva ricostruito.

Innocenzo XIII, Michelangelo Conti, papa dal 1721 al 1724, apparteneva alla famiglia dei conti di Poli, il cui feudo era poco sotto questi monti. Vatican News ricorda la sua visita al santuario, e qui è conservato il suo cuore. Il suo stemma compare sopra gli archi della navata centrale insieme a quelli di Gregorio XVI, Pio IX e Leone XIII, i papi che hanno protetto il santuario fra Settecento e Ottocento.

I resurrezionisti polacchi sono qui da quasi centosettant’anni, e hanno portato con sé una parte della loro storia nazionale. Fra gli affreschi ottocenteschi compare San Casimiro, principe e patrono di Polonia e Lituania. I nomi dei rettori degli ultimi decenni sono quasi tutti polacchi. Questa presenza continua spiega perché, quando un cardinale di Cracovia veniva a Roma, questa montagna gli sembrasse un pezzo di casa.

Karol Wojtyła è il nome che porta quassù le folle. Nel discorso del 29 ottobre 1978, pubblicato dalla Santa Sede, il papa ricordò di aver visitato spesso il santuario durante i suoi soggiorni romani da vescovo e cardinale, e spiegò di essere tornato per pregare. Dopo di lui sono saliti Benedetto XVI, in forma riservata, e Leone XIV, che nel 2025 ha visitato la cosiddetta stanza del Papa, dove si conserva una poltrona usata dai suoi predecessori.

Giovanni Paolo II e la Mentorella: che cosa è documentato

Il documento principale è il discorso pronunciato qui il 29 ottobre 1978, che si legge sul sito della Santa Sede. Il papa spiega di essere salito sulla montagna seguendo l’esempio di Maria che va a trovare Elisabetta, e dice che la preghiera è il primo compito del suo servizio. È un testo breve, e vale la pena leggerlo prima di salire.

Poi ci sono le visite successive, elencate dall’enciclopedia libera sulla base delle notizie del santuario: 31 marzo 1979, 28 dicembre 1987, 17 aprile 1990, 27 dicembre 1991, 30 dicembre 1996, 28 ottobre 1997 e 3 febbraio 2000. Colpisce la frequenza delle date fra Natale e Capodanno, quando il calendario ufficiale del papa si allentava. Accanto a queste ci sono le salite in incognito, che restano nella memoria locale ma non nei registri pubblici.

Qui passa la linea sottile fra documento e racconto. Che Wojtyła amasse questo posto è certo, lo ha detto lui. Le salite in incognito, invece, le riportano l’enciclopedia libera e le fonti del santuario come visite rimaste nella memoria locale, senza date. Ogni dettaglio aggiunto a quelle salite, chi c’era, che cosa ha detto, dove si è fermato, appartiene al racconto orale. Può essere vero, ma non ha una data né una fonte scritta, e va ascoltato come tale.

Su questo punto vale la pena andare controcorrente. La Mentorella viene venduta quasi solo come il santuario di Wojtyła, e questo fa torto al posto. Chi sale soltanto per la statua in bronzo e per la stanza del papa si perde la rupe di Sant’Eustachio, la grotta, gli affreschi di Kircher e mille anni di carte benedettine. Il papa polacco è l’ultimo capitolo di una storia lunghissima, non il primo.

È un'indicazione pratica. Si scende dal pullman, si fa la foto davanti al bronzo, si entra in chiesa per cinque minuti e si riparte verso il ristorante. Al ritorno nessuno sa dire che cosa ci fosse sotto la cappella o chi ha dipinto San Casimiro. Dedicate al papa il tempo che merita, ma date alla montagna almeno un’ora, perché è lei il vero motivo del viaggio.

Quando è chiuso e che cosa non aspettarsi

Secondo il gestore, il santuario è aperto tutto l’anno, tutti i giorni. Non ci sono giorni di chiusura pubblicati. Il problema reale non è l’orario ma la strada: con la neve e il ghiaccio, fra dicembre e marzo, la salita da Capranica e il tratto da Guadagnolo possono diventare impraticabili senza catene o gomme invernali. In quei mesi telefonate la mattina stessa per sapere com’è la situazione in cima.

Non aspettatevi servizi turistici. Non c’è un bookshop, non c’è un bar interno aperto al pubblico, non ci sono audioguide né pannelli esplicativi nelle lingue straniere. La scheda di un’associazione che organizza visite indica la presenza di servizi igienici. Tutto il resto, cioè acqua, cibo e benzina, va organizzato prima di salire, perché Guadagnolo è un paese piccolo e il santuario è un luogo di preghiera, non un’area attrezzata.

Sull’accessibilità la situazione è difficile per natura. La chiesa si raggiunge dal parcheggio, ma la Scala Santa, la cappella di Sant’Eustachio e la grotta di San Benedetto sono percorsi su roccia e gradini storici. Una dichiarazione di accessibilità del complesso non risulta pubblicata. Chi si muove in carrozzina o con difficoltà motorie deve chiedere al telefono quali ambienti sono raggiungibili prima di mettersi in viaggio.

Mangiare in zona

Quassù non ci sono le trappole del centro di Roma, e questo va detto subito. Il rischio vero è a valle, nei punti dove i pullman scaricano i gruppi e sui piazzali panoramici più frequentati, come succede in qualunque meta di gita organizzata. Lì compaiono i segnali che conosco bene, e che valgono anche per qualunque meta affollata del Lazio.

Il primo sono i menù con le fotografie dei piatti, plastificati e tradotti in cinque lingue. Il secondo è la persona sulla porta che vi ferma e vi invita a entrare: un posto che deve cercarsi i clienti per strada non ha clienti abituali. Il terzo è la signora che tira la sfoglia in vetrina, che è teatro per il passante, non una garanzia. La pasta fresca seria si fa in cucina, al mattino.

Poi ci sono i locali aperti di continuo dalla mattina a notte senza pausa della cucina, le voci del menù senza prezzo, e il listino diverso fra i tavoli fuori e la sala dentro. I romani non ci vanno, e non per snobismo: sanno che quei posti vivono di clienti che non torneranno. Nei paesi dei Monti Prenestini la cucina buona esiste, ma apre a orari stretti e spesso solo nel fine settimana.

Il criterio è semplice: guardare chi è seduto. Se a pranzo in un giorno feriale ci sono operai, impiegati del comune e famiglie del paese, il posto funziona. Per non andare a tentativi potete partire da la nostra lista dei posti dove mangiamo noi, che non è sponsorizzata e cambia quando cambiano i locali. In montagna telefonate sempre prima di salire.

Che cosa abbinare in giornata

L’abbinamento più naturale è Palestrina. Scendendo verso l’autostrada si passa sotto il Santuario della Fortuna Primigenia, uno dei grandi complessi terrazzati del Lazio antico, e il Museo Archeologico Nazionale con il mosaico nilotico. Più in basso, fuori dal centro storico, restano i ruderi della villa di Adriano a Palestrina. Due santuari a mille anni di distanza, sulla stessa montagna.

Chi arriva dalla A24 può fare la giornata al contrario, partendo da Tivoli la mattina con Villa d’Este o Villa Adriana e salendo alla Mentorella nel pomeriggio. Il Parco di Villa Gregoriana è l’alternativa per chi preferisce camminare. Tutte e tre richiedono almeno due ore, quindi non si combinano insieme alla Mentorella nella stessa giornata.

Per chi ama i paesi, Castel San Pietro Romano si trova sulla strada e ha una vista enorme sulla pianura. Poco più a sud ci sono Genazzano, con la sua Selva, e Olevano Romano. A Rocca di Cave c’è la scogliera corallina fossile con il museo geopaleontologico, una sorpresa per chi viaggia con ragazzi.

Chi fa un itinerario sui santuari del Lazio ha una rete completa. Verso l’alta valle dell’Aniene ci sono i Monti Simbruini e il Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra. In Ciociaria si scende verso la Certosa di Trisulti e l’Abbazia di Casamari, verso i Lepini c’è l’Abbazia di Valvisciolo, verso Viterbo il Santuario di Santa Maria della Quercia.

Chi invece vuole restare sul tema mariano e romano può chiudere il cerchio in città con il Santuario del Divino Amore e con Santa Maria Maggiore, la più antica basilica mariana di Roma. Per il tema benedettino, oltre a Subiaco, c’è l’Abbazia di Farfa in Sabina. Per il tema Wojtyła, la Basilica di San Pietro, dove è sepolto.

Domande frequenti

Si paga per entrare al Santuario della Mentorella?

No, l’ingresso è libero e gratuito. Il santuario è una chiesa retta dai padri della Congregazione della Risurrezione e non ha biglietteria. Anche il parcheggio, descritto come ampio e con accesso per autobus, non ha una tariffa pubblicata. Per informazioni si chiama il numero 06 95471899 oppure si scrive a mentorella@tiscali.it. Un’offerta libera in chiesa è gradita ma nessuno la chiede.

Quali sono gli orari delle messe?

Secondo il sito del santuario la messa feriale è alle 16, dal lunedì al sabato, mentre la domenica e nei festivi le messe sono alle 10, alle 11, alle 12.30 e alle 17. Il primo sabato del mese alle 17 si celebra la messa dei malati, e il rosario precede ogni messa di mezz’ora. Il santuario resta aperto dalle 8 alle 19 tutti i giorni dell’anno.

Si può arrivare con i mezzi pubblici?

Solo in parte. Nessun autobus arriva al santuario. Una linea Cotral collega Palestrina a Capranica Prenestina e Guadagnolo, con pochissime corse e soltanto nei giorni feriali, e dal capolinea di Guadagnolo restano circa 2,3 chilometri a piedi. A Palestrina si arriva con le corse Cotral da Anagnina o Ponte Mammolo. Gli orari vanno controllati sul motore di ricerca di Cotral prima di partire.

Quanto dura la strada da Roma in auto?

Il santuario indica circa 53 chilometri dal centro e un’ora e un quarto di viaggio. Si esce dalla A1 a San Cesareo e si sale per Palestrina, Castel San Pietro Romano e Capranica Prenestina, poi si prende la via di Guadagnolo e si gira a sinistra per il santuario. In alternativa si esce dalla A24 a Castel Madama e si passa per San Vito Romano e Pisoniano.

Perché Giovanni Paolo II era così legato a questo santuario?

Nel discorso del 29 ottobre 1978, pubblicato dalla Santa Sede, il papa racconta di aver visitato spesso il santuario durante i suoi soggiorni a Roma, prima dell’elezione, quando era arcivescovo di Cracovia e cardinale, in un santuario retto da religiosi suoi connazionali. Fu la sua prima uscita da Roma dopo l’elezione, e le fonti elencano altre sette visite ufficiali fino al 2000, oltre a diverse salite private.

È vero che Sant’Eustachio si convertì qui?

Lo dice la tradizione, non un documento. Secondo la leggenda il generale romano Placido vide su questa montagna un cervo con il volto di Cristo fra le corna, si convertì e prese il nome di Eustachio. Secondo la tradizione Costantino fece costruire la prima cappella e papa Silvestro la consacrò. I documenti sul monte cominciano con il registro dell’abbazia di Subiaco, alla fine del sesto secolo.

Si può dormire al santuario?

Il convento dispone di una foresteria con venticinque posti letto per gruppi organizzati e di otto camere doppie per sacerdoti, religiosi e gruppi di laici, in particolare scout, secondo la scheda della Conferenza episcopale italiana. È un’ospitalità pensata per ritiri ed esercizi spirituali. Le tariffe non sono pubblicate e la disponibilità si chiede direttamente alla comunità, per telefono o per posta elettronica.

Il santuario è aperto anche d’inverno?

Sì, il gestore indica l’apertura tutto l’anno, dalle 8 alle 19. Il problema invernale è la strada: sopra i mille metri la neve e il ghiaccio possono rendere difficili gli ultimi chilometri da Capranica e da Guadagnolo, e il portale turistico regionale invita espressamente a fare attenzione ai periodi di innevamento. Nei mesi freddi conviene telefonare la mattina stessa e viaggiare con attrezzatura invernale.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Orari, messe, contatti e collegamenti riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura: in un santuario di montagna cambiano con la stagione, quindi ricontrollateli prima di partire. Segnalateci quello che trovate cambiato.

Salire alla Mentorella con un gruppo significa incastrare le messe domenicali, i pullman sui tornanti, le corse Cotral che nel fine settimana spariscono, la neve d’inverno e i pranzi da prenotare nei paesi che aprono a orari stretti, per sé o per quaranta pellegrini. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.

Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, noleggi, aeroporti, spostamenti fra una provincia e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dai Monti Prenestini alla valle dell’Aniene fino ai laghi vulcanici del nord e alla costa tirrenica, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.

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IndirizzoVia della Mentorella 1, Guadagnolo Capranica Prenestina Capranica Prenestina (RM), Borghi e paesini, Vicino Roma 00030

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