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Santuario di Santa Maria della Quercia

Il Santuario di Santa Maria della Quercia si trova in piazza del Santuario, con recapito postale in via del Santuario 59, nella frazione La Quercia, circa due chilometri fuori dal centro di Viterbo sulla strada per Bagnaia. L’ingresso è gratuito, non si prenota niente, e la chiesa apre tutti i giorni dalle 7 alle 12 e dalle 15.30 alle 19.30. L’edificio è affidato alla Direzione regionale Musei nazionali Lazio, la vita religiosa alla parrocchia della diocesi di Viterbo.

Il motivo per venire fin qui è una tegola. Nel 1417, secondo la tradizione, un artigiano viterbese fece dipingere su una tegola piana la Vergine con il Bambino e la appese a una quercia lungo la strada. Cinquant’anni dopo, durante la peste del 1467, quella immagine diventò il centro di una devozione di massa, e intorno alla tegola i domenicani costruirono una delle basiliche rinascimentali più compiute del Lazio.

Le informazioni pratiche riportate qui risultano dalle fonti ufficiali alla data del 28 settembre 2026: la pagina del Ministero della Cultura dedicata al santuario, le schede della diocesi di Viterbo e i materiali pubblicati dal gestore del trasporto urbano. Gli orari di chiesa e museo cambiano con le celebrazioni e con le feste di settembre, quindi prima di partire da Roma fate una telefonata al numero indicato più avanti e fatevi confermare tutto.

Esterno del santuario di Santa Maria della Quercia a Viterbo
Il santuario di Santa Maria della Quercia, alle porte di Viterbo. Foto di Sailko, licenza CC BY 3.0, via Wikimedia Commons.

Dove si trova e che cosa si vede davvero

La Quercia è una frazione a nord est di Viterbo, cresciuta lungo la vecchia strada che porta a Bagnaia e a Villa Lante. Il santuario occupa il lato di fondo di una piazza larga, con la facciata rivolta verso la piazza. Davanti c’è un parcheggio libero che il Ministero indica come gratuito, e questo nella Tuscia è un dettaglio che fa la differenza fra una sosta di venti minuti e una mattinata persa a girare.

La facciata è sobria, quasi severa, e la prima cosa che attira l’occhio sono le tre lunette in terracotta invetriata sopra i portali. Sono di Andrea della Robbia, datate fra il 1504 e il 1508, e le schede descrittive vi riconoscono la Madonna della Quercia, san Pietro e san Tommaso d’Aquino. Bianco e azzurro fiorentini sulla pietra della Tuscia: il contrasto dice da solo chi pagava e chi lavorava.

Dentro, la chiesa è a tre navate. Sopra la navata centrale corre il soffitto a lacunari progettato da Antonio da Sangallo il Giovane ed eseguito, secondo la scheda ministeriale, da Giovanni Pazera. Le fonti riferiscono che Paolo III Farnese donò sessanta chili d’oro per rivestirlo. Fra i cassettoni si riconoscono i simboli della Vergine, il leone di Viterbo, lo stemma del papa e i gigli Farnese. È il pezzo che tutti fotografano con il naso all’insù.

In fondo alla navata centrale, nel punto in cui secondo la tradizione cresceva la quercia, si trova il tempietto marmoreo di Andrea Bregno, del 1490, che custodisce la tegola dipinta. Il coro alle spalle dell’altare maggiore conserva gli stalli intarsiati che la scheda del Ministero assegna a Francesco di Domenico del Tasso, legnaiolo fiorentino, e collaboratori. Il campanile, visibile dalla piazza, è opera di Ambrogio da Milano fra il 1481 e il 1505.

Dal fianco della chiesa si passa ai chiostri, che sono due. Il primo, detto della Cisterna, ha il piano inferiore ancora di impianto gotico e quello superiore rinascimentale, con un ciclo di lunette affrescate che raccontano i miracoli attribuiti alla Madonna. Il secondo, detto Grande o della Fontana, è più ampio e ha al centro una fontana del Seicento. Il museo degli ex voto occupa gli ambienti dell’antico chiostro delle donne.

Che cosa non si vede: gli ambienti conventuali non aperti al pubblico e le sale che di volta in volta sono chiuse per lavori. In questo momento è aperta una raccolta fondi pubblica per restaurare gli affreschi della sacrestia e quelli delle lunette del chiostro, quindi non stupitevi di trovare ponteggi o teli. La visita della sola chiesa, secondo il Ministero, richiede trenta o quaranta minuti. Con chiostri e museo, contate il doppio.

Una curiosità sul Santuario di Santa Maria della Quercia

All’ingresso della sacrestia è appeso un pezzo di stoffa che con la Tuscia non c’entra niente. È il pennone di una nave turca catturata alla battaglia di Lepanto, nel 1571, e secondo le fonti del santuario fu donato da papa Pio V. Il collegamento non è casuale. Pio V era un domenicano, i domenicani reggevano la Quercia, e la vittoria sulla flotta ottomana fu attribuita dalla Chiesa all’intercessione della Vergine del Rosario.

La diocesi di Viterbo registra il dono fra gli elementi notevoli della basilica, e la scheda del museo parla anche di uno stendardo di nave turca fra i materiali conservati. Se si tratti dello stesso oggetto spostato nel tempo o di due reperti diversi, le fonti consultabili non lo chiariscono in modo univoco. Chiedetelo in sacrestia: la risposta locale vale più di qualunque pannello, e di solito arriva accompagnata da un aneddoto.

Per chi ragiona da storico conta la geografia del dono. Una bandiera presa nel golfo di Patrasso finisce in una frazione della Tuscia perché qui c’era una comunità domenicana legata a un papa domenicano. È lo stesso meccanismo che porta a Roma, nella grande chiesa domenicana del centro, Santa Maria sopra Minerva, una concentrazione di memorie domenicane che in qualunque altra chiesa romana sarebbe sproporzionata.

Il museo custodisce anche, secondo il portale turistico della Tuscia, un piviale attribuito a papa Gregorio XIII, lo stesso della riforma del calendario. Anche qui il meccanismo è quello del dono di prestigio a un santuario di grande richiamo. La Quercia nel Cinquecento non era una chiesa di campagna. Era una meta di pellegrinaggio su cui i papi investivano soldi, stoffe e nomi, e la ricchezza del soffitto è la prova più visibile di questa attenzione.

La tegola e la quercia: documenti, tradizione, leggenda

Conviene separare subito i tre livelli, perché le guide li mescolano. Quello che dicono i documenti: nel 1467 una grave pestilenza colpì Viterbo e l’Alto Lazio, e la cronaca cittadina di Niccolò della Tuccia registra folle enormi radunate intorno all’immagine della quercia. Nello stesso anno papa Paolo II autorizzò la costruzione di una cappella. Queste sono le basi documentarie che reggono tutto il resto.

Quello che dice la tradizione: nel 1417 un artigiano viterbese fece dipingere su una tegola la Vergine con il Bambino e la appese ai rami di una quercia, in un suo terreno lungo la strada. Il nome del committente arriva in grafie diverse, Battista Luzzante, Ruzzante o Magnano Juzzante, e il pittore viene chiamato Monetto, in qualche testo mastro Martello detto il Monetto. Le fonti non concordano sui nomi, concordano sulla data e sul gesto.

Quello che è leggenda: il cavaliere. Si racconta che intorno al 1467 un uomo a cavallo, inseguito dai nemici, si gettò ai piedi della quercia pregando la Madonna e diventò invisibile agli inseguitori, che passarono oltre. Il racconto è raffigurato fra i miracoli dipinti nel chiostro e viene ripetuto in ogni visita. Non ha riscontro documentario, e non ne ha bisogno: funziona come racconto fondativo, non come cronaca.

La peste invece è cronaca. Le ricostruzioni pubblicate riprendono dalla cronaca quattrocentesca la cifra di trentamila persone raccolte in un solo giorno a Campo Graziano per invocare la fine del contagio, e di quarantamila tornate a ringraziare. La scheda della diocesi usa lo stesso trentamila per i morti della peste. Le fonti non concordano nemmeno sul senso del numero, ma raccontano una mobilitazione reale di tutta la campagna viterbese intorno a quell’albero.

Il dato materiale più interessante è il supporto. Una tegola piana, cioè un pezzo di copertura edilizia, non una tavola preparata da bottega. Vuol dire un’immagine povera, pensata per stare all’aperto, sulla strada, fra i campi. Tutta la magnificenza che vedete intorno, i Sangallo, il Bregno, l’oro dei Farnese, è stata costruita per proteggere e onorare un oggetto che all’origine costava pochissimo. È il contrasto che rende la visita sensata.

Il gesto di appendere un’immagine sacra a un albero lungo la strada non è un’invenzione viterbese. Nell’Italia centrale le Madonne dipinte o scolpite fissate ai tronchi, ai crocicchi e ai confini dei campi erano diffuse, e parecchie hanno generato santuari con nomi simili, dalla Toscana alle Marche. Il caso della Quercia è diverso per la scala: da un’immagine di campagna è nata una basilica su cui hanno lavorato i migliori architetti del Rinascimento romano e fiorentino.

Una cosa che non ti dice nessuno sul Santuario di Santa Maria della Quercia

Il soffitto d’oro è la cosa meno interessante della chiesa. Lo dico sapendo che è il motivo per cui la maggior parte dei gruppi entra, fotografa e riparte. È un lavoro di altissimo livello, ma è un soffitto a lacunari farnesiano come se ne vedono altri, e a Roma chi ha visto Santa Maria Maggiore ha già in testa il modello. Qui la parte unica è un’altra.

La parte unica sono le tavolette votive. Più di duecento pitture su legno, dal tardo Quattrocento all’Ottocento, in cui persone comuni hanno fatto dipingere il momento in cui hanno rischiato di morire: cadute da cavallo, crolli, naufragi, febbri, aggressioni sulla strada. Sono documenti di storia sociale che non trovate in nessun archivio, perché raccontano la paura quotidiana di contadini, artigiani, mulattieri e madri. Il soffitto racconta un papa, le tavolette raccontano Viterbo.

Il secondo punto che nessuno dice riguarda le lunette del chiostro della Cisterna. Sono un ciclo di ventisei scene dipinte nella prima metà del Seicento, secondo la scheda dei beni ecclesiastici, e fanno la stessa cosa delle tavolette votive, cioè raccontano i miracoli, ma in versione ufficiale, con il linguaggio della pittura di committenza. Confrontarle con gli ex voto è il modo migliore di capire come la Chiesa organizzava la devozione popolare.

Terzo punto, meno poetico: la conservazione. Il progetto di restauro degli affreschi della sacrestia e delle lunette del chiostro è pubblicato sulla piattaforma ministeriale Art Bonus con un costo previsto di ottantamila euro, e le erogazioni registrate erano ferme a cinquemilacinquecento. Il degrado delle lunette si vede a occhio nudo. Una basilica con questo peso storico non dovrebbe dipendere dalle donazioni dei singoli per salvare il suo ciclo pittorico più leggibile.

Orari, ingresso e chi gestisce

La basilica è aperta tutti i giorni dalle 7 alle 12 e dalle 15.30 alle 19.30, secondo la scheda della Direzione regionale Musei nazionali Lazio, che elenca il santuario fra i propri luoghi. L’ingresso è gratuito. Durante le funzioni religiose le visite sono sospese, e questo vale soprattutto la domenica mattina e nei giorni di festa. Il numero pubblicato dalla stessa scheda ministeriale è 0761 303430, ed è quello da chiamare per ogni dubbio.

Non esiste biglietto, non esiste prevendita, non esiste una visita guidata a pagamento gestita dal santuario con un canale ufficiale pubblicato. Chi vi propone un ingresso prioritario alla Quercia vi sta vendendo una cosa che non serve. Per i gruppi organizzati il canale resta la parrocchia, la Parrocchia Basilica Santuario Santa Maria della Quercia, da contattare al numero pubblicato dal Ministero. Le visite guidate strutturate si organizzano con guide abilitate della provincia, non con il santuario.

Per i gruppi c’è una regola di cortesia che vale più di qualunque prenotazione. Avvisate la parrocchia qualche giorno prima indicando giorno, ora e numero di persone, così da non arrivare in coincidenza con un funerale o un matrimonio. Parlate a voce bassa in navata, perché la chiesa è frequentata tutto il giorno da fedeli del quartiere. E tenete il gruppo compatto nei chiostri, dove gli spazi sono stretti e le lunette si rovinano con il contatto.

La vita religiosa è della parrocchia, eretta nel 1920 e avviata nel 1923 secondo la scheda dei beni ecclesiastici, dentro la diocesi di Viterbo. Come rettore parroco è indicato don Massimiliano Balsi, che interviene alla presentazione delle feste di settembre. I domenicani, che hanno retto il santuario per secoli, restano nella memoria del luogo più che nella gestione quotidiana, e il complesso monumentale resta affidato al Ministero.

Il museo degli ex voto ha orari più brevi della chiesa. Le schede turistiche della città indicano apertura dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 18.30, con chiusura durante le celebrazioni. Il gestore non indica una tariffa pubblicata per il museo, quindi prima di andare telefonate allo 0761 303430 e chiedete se la sala è aperta quel giorno e se c’è un’offerta richiesta. Con i gruppi serve sempre avvisare prima.

Sull’accessibilità la scheda ministeriale è netta: il percorso di visita della chiesa è indicato come interamente accessibile. Chiostri e museo si trovano allo stesso livello della chiesa, ma per il museo non trovate una dichiarazione separata. Chi si muove in carrozzina fa bene a chiedere al telefono se gli ambienti del museo sono raggiungibili quel giorno, soprattutto se ci sono lavori in corso nel chiostro.

Il consiglio che ti do per visitare il Santuario di Santa Maria della Quercia

Entrate prima dal chiostro, non dalla chiesa. Fatevi il giro delle lunette della Cisterna, leggete due o tre miracoli dipinti, poi passate al museo degli ex voto, e solo alla fine entrate nella basilica e andate dritti al tempietto del Bregno. In questo ordine arrivate davanti alla tegola sapendo che cosa ha significato per chi pregava qui. Nell’ordine inverso vedete un bel soffitto e un altare di marmo.

Scegliete un giorno feriale e la fascia fra le 9.30 e le 11.30. La chiesa apre alle 7, ma prima delle 9 il museo è chiuso, e dopo le 11.30 cominciano a entrare i gruppi che fanno il giro della Tuscia in pullman. Il pomeriggio va bene solo in inverno, quando i gruppi sono pochi, perché il museo chiude alle 18.30 e il chiostro con la luce bassa diventa difficile da leggere.

Evitate la domenica mattina se volete vedere l’arte e non partecipare alla liturgia. Con le messe in corso le visite sono sospese, e ogni celebrazione blocca la navata per un’ora. Se invece volete capire il santuario come luogo vivo, venite proprio la domenica di settembre del Patto d’amore, che è la festa della città, e rinunciate alla visita storica: tornerete un altro giorno per quella.

Portate un binocolo piccolo o usate lo zoom del telefono. Il soffitto è alto e i dettagli dei lacunari, con gli stemmi e i gigli, a occhio nudo si confondono. Lo stesso vale per le lunette robbiane della facciata, che dal piano della piazza si leggono solo come masse di colore. Il dettaglio dei volti e dei festoni di frutta si coglie solo ingrandendo, ed è lì che si riconosce la mano fiorentina.

Ultimo consiglio: un’offerta alla cassetta del santuario non è obbligatoria ma è il modo più diretto di contribuire alla manutenzione di un luogo che, come avete letto, cerca fondi per i restauri. Il santuario vive di questo. Chi porta un gruppo di quaranta persone e non lascia niente usa un servizio gratuito senza restituire nulla, e i custodi se ne ricordano.

Il museo degli ex voto

Il museo è stato inaugurato il 22 dicembre 1978, secondo le schede turistiche cittadine, e occupa gli ambienti dell’antico chiostro delle donne. Raccoglie le offerte votive che per secoli erano appese alle pareti della basilica, e che a un certo punto sono state tolte, come è successo in quasi tutti i grandi santuari italiani quando il gusto liturgico è cambiato. Qui, a differenza di altrove, non sono finite in un magazzino.

Il nucleo sono le tavolette dipinte su legno. Il periodico Credere, in un servizio del 2017 sul santuario, ne conta 206: quindici del tardo Quattrocento, la maggior parte fra Cinque e Seicento, ventuno del Settecento, quattro della prima metà dell’Ottocento. Le più antiche mostrano abiti, attrezzi, carri e case della Tuscia di cinque secoli fa, con un’ingenuità di disegno che è parte del loro valore.

Accanto alle tavolette ci sono gli ex voto d’argento, fra cui un cuore, secondo la stessa fonte sopravvissuti in buon numero. Le schede turistiche elencano poi dipinti su tela, fra cui una Madonna della Quercia con santi del Cinquecento e un Battesimo di Cristo attribuito alla scuola di Sebastiano del Piombo, libri corali miniati del Cinquecento, frammenti architettonici recuperati dalla basilica e lavori in ferro battuto novecenteschi.

La sezione che colpisce di più i visitatori stranieri è quella del Novecento. Fotografie di soldati in divisa, portate come ringraziamento per un ritorno, e perfino frammenti di bombe d’aereo della seconda guerra mondiale, che la memoria locale lega ai bombardamenti su Viterbo. È il punto in cui la devozione di cinque secoli fa incontra la memoria dei nonni, e in cui la visita smette di essere storia dell’arte.

Un’avvertenza pratica. Non risultano audioguide pubblicate per il museo, e le didascalie vanno lette con calma. Per leggere le tavolette serve un po’ di pazienza: guardate prima la scena in basso, cioè il pericolo, poi la Madonna in alto, in un angolo, infine la sigla VFGA o una formula simile, che significa voto fatto, grazia ricevuta. Dopo cinque tavolette avete capito il codice.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

La Quercia è stata per secoli uno dei grandi santuari mariani del centro Italia, alla pari di quelli che oggi fanno numeri molto più alti. La scheda ministeriale la definisce il luogo di culto mariano più importante della provincia di Viterbo. Nel 1867 Pio IX la elevò a basilica minore, e nel 1873 fu riconosciuta monumento nazionale, il primo della provincia secondo il periodico Credere.

Il dato poco citato è quello della data di basilica. Il repertorio internazionale delle chiese cattoliche indica il titolo di basilica minore con decorrenza 20 agosto 1867, sei anni dopo l’unità d’Italia e tre anni prima della presa di Roma. Pio IX, che stava perdendo il potere temporale, dava titoli ai santuari del suo territorio residuo. È un gesto politico oltre che religioso, e raramente viene letto così.

Poco citato anche il ruolo della città nel Patto d’amore. Non è solo una processione di fedeli: il sindaco di Viterbo, a nome della popolazione, rinnova ogni anno un impegno formale con la Madonna. In un paese che separa Stato e Chiesa da un secolo e mezzo, un’amministrazione comunale che firma ogni anno un patto con un’immagine sacra è un caso raro, e i viterbesi lo difendono con una certa fierezza.

Infine, secondo la scheda dei beni ecclesiastici, la tegola lasciò il santuario per la prima volta dopo cinque secoli soltanto con la Peregrinatio Mariae del 1948 e 1949, quando l’immagine fu portata in giro per la diocesi nel clima del dopoguerra. Il fatto che per cinquecento anni nessuno l’avesse spostata dice quanto il legame fra immagine e luogo fosse considerato inseparabile. La quercia era parte del miracolo.

Il Patto d’amore fra Viterbo e la Madonna

La prima processione del Patto d’amore, secondo la ricostruzione pubblicata dall’Ordine Costantiniano per il suo pellegrinaggio al santuario, si svolse il 20 settembre 1467, alla fine della pestilenza, e da allora è stata rinnovata lungo i secoli. Il periodico Credere parla di un settembre 1467 e di un impegno reciproco: la Madonna protegge la città, la città si lega a lei per sempre. Sulla data esatta del primo patto le fonti non concordano.

Oggi la festa cade la seconda domenica di settembre, secondo il portale turistico della Regione Lazio. Una lunga processione di fedeli parte dalla città e raggiunge il santuario, e lì il sindaco rinnova il Patto a nome di tutti i viterbesi. In caso di pioggia la processione salta e il rinnovo si svolge dentro la basilica. Nei giorni intorno ci sono stand gastronomici curati dalla Pro loco e concerti in piazza.

Chi conosce Viterbo sa che settembre è il mese delle due feste. La sera del 3 settembre la città porta in giro la Macchina di Santa Rosa, pochi giorni dopo si mette in cammino verso la Quercia. Di recente i due mondi si sono toccati, con i facchini di Santa Rosa chiamati a portare l’effigie in processione. Per un viterbese sono due facce dello stesso patto civico con il sacro.

Se volete assistere, andate a piedi con la processione almeno per l’ultimo tratto. La distanza dal centro è di un paio di chilometri su strada, e il senso della festa sta proprio nell’arrivo della folla sulla piazza, con la facciata dei Della Robbia davanti. Prendere la macchina quel giorno è una cattiva idea: la piazza è occupata, le strade di accesso sono chiuse, e il parcheggio gratuito diventa un ricordo.

La foto giusta da fare al Santuario di Santa Maria della Quercia

La foto giusta è nel chiostro della Cisterna, dal loggiato superiore se è accessibile, altrimenti da un angolo del piano terra. Inquadrate in diagonale l’arcata gotica sotto e quella rinascimentale sopra, con il centro del cortile in basso. In un solo scatto raccontate due secoli di cantiere. Luce migliore a metà mattina, quando il sole entra da un lato e lascia l’altro in ombra morbida.

La seconda è la facciata, ma non frontale. Spostatevi di lato sulla piazza, a una trentina di metri, fino al punto in cui entra nell’inquadratura il campanile, e usate il campanile di Ambrogio da Milano come quinta verticale. Le lunette robbiane, riprese di fronte, si perdono nel grigio del peperino. Di scorcio, con il sole del pomeriggio che batte sulla terracotta, il bianco e l’azzurro si staccano dalla pietra e la foto prende profondità.

Dentro la chiesa, la ripresa del soffitto funziona solo se vi mettete al centro della navata, vicino all’ingresso, e alzate il telefono in verticale puntando dritto in alto. In diagonale i lacunari si deformano. Non usate il flash: oltre a essere inutile a quella distanza, disturba chi prega e in un santuario attivo è una mancanza di rispetto che i custodi vi faranno notare, giustamente.

Nel museo fotografate i dettagli, non le vetrine intere. Una tavoletta con un carro rovesciato, un naufragio, un bambino caduto nel pozzo, ripresa da vicino e con la luce che non riflette sul vetro, dice più di qualunque inquadratura d’insieme. Chiedete prima se è permesso fotografare, perché le regole dei musei ecclesiastici cambiano. Se vi dicono di no, prendete appunti: vi serviranno.

Come si arriva da Roma

In treno la linea da usare è la FL3 della rete regionale del Lazio. I treni per Viterbo partono da Roma Tiburtina e passano da Roma Ostiense e Roma San Pietro, e arrivano a Viterbo Porta Romana e poi Viterbo Porta Fiorentina. Il prospetto orario pubblicato da RFI per le modifiche del 2025 riporta percorrenze intorno alle due ore fra Tiburtina e Viterbo. Il servizio è cadenzato ma rado, all’incirca una corsa l’ora.

Scendete a Viterbo Porta Romana. Da lì si prende la linea urbana 6 della società Francigena, che gestisce il trasporto pubblico di Viterbo, in direzione Bagnaia. La scheda ministeriale indica la fermata sulla piazza del santuario. I passaggi sono distanziati e il servizio festivo è diverso da quello feriale, con una linea domenicale dedicata: controllate orari e percorso sul sito di Francigena prima di partire.

L’alternativa è un autobus extraurbano Cotral. La scheda del Ministero indica la linea Viterbo Vitorchiano, che passa dalla Quercia. Consultate gli orari sul sito Cotral la sera prima, perché nei festivi la frequenza cala di molto, e chiedete all’autista la fermata del santuario. A piedi dal centro sono circa due chilometri su strada trafficata, fattibili ma poco piacevoli.

In auto da Roma si prende la Cassia bis in direzione Viterbo, oppure l’autostrada A1 fino a Orte e poi la superstrada per Viterbo. Da lì si seguono le indicazioni per Bagnaia e La Quercia, e si parcheggia sulla piazza del santuario, dove la sosta è libera. Senza traffico da Roma nord servono un’ora e un quarto, un’ora e mezza. È la soluzione più comoda se volete abbinare Villa Lante.

Un consiglio pratico sui treni: il biglietto regionale da Roma a Viterbo si compra sul sito di Trenitalia o in stazione, e non comprende l’autobus urbano, che è un titolo separato. Chiedete in stazione a Viterbo dove si compra prima di uscire. Chi viene la domenica deve verificare la linea festiva, contare sul Cotral o sul taxi, oppure mettere in conto la camminata. Capita che gruppi di pellegrini aspettino invano alla fermata sbagliata.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

Il 1417 è la data di partenza secondo la tradizione: la tegola dipinta e appesa alla quercia. Cinquant’anni dopo, nel 1467, la peste e la devozione di massa. Papa Paolo II autorizza la costruzione di una cappella, e fra il 1467 e il 1469 sorge il primo edificio. La gestione passa presto ai frati dell’ordine dei Predicatori, che sostituiscono i Gesuati: la data indicata è il 1469, ma alcune schede la spostano al 1497.

Dal 1470 prende avvio la grande basilica, che le fonti descrittive attribuiscono al progetto di Giuliano da Sangallo. Il cantiere dura decenni: il campanile di Ambrogio da Milano fra il 1481 e il 1505, il tempietto del Bregno nel 1490, le lunette robbiane fra il 1504 e il 1508. Il soffitto di Antonio da Sangallo il Giovane arriva sotto Paolo III. Alcune ricostruzioni datano al 1577 la consacrazione, per mano del cardinale Gambara.

Nel 1571 la vittoria di Lepanto porta alla Quercia il pennone turco donato da Pio V. Fra il 1602 e il 1650 viene dipinto il ciclo delle lunette nel chiostro della Cisterna. Nel 1698 Giovan Ventura Borghesi dipinge le Nozze mistiche di santa Caterina. Sono i secoli d’oro del santuario, con i pellegrinaggi, la bottega della cera per gli ex voto attiva dal 1468 e la città che rinnova il patto ogni anno.

In quegli stessi decenni lavorano alla Quercia anche pittori meno noti, che le schede dei beni ecclesiastici ricordano con precisione. Carolino da Viterbo dipinge alla fine del Quattrocento una Madonna in trono con il Bambino, Cesare Nebbia dipinge i dodici apostoli nelle vele della navata, e il ciclo delle lunette del chiostro coinvolge più mani. Una chiesa di cantiere lungo, dove ogni generazione ha aggiunto qualcosa senza cancellare la precedente.

Poi arriva il periodo francese. Secondo la scheda dei beni ecclesiastici il convento viene chiuso nel 1810, durante le soppressioni napoleoniche, e riacquistato dai domenicani nel 1816. Nel 1867 la basilica minore, nel 1873 il riconoscimento di monumento nazionale, e nello stesso anno la comunità risulta ridotta a sette frati. Oggi il complesso figura fra i luoghi della Direzione regionale Musei nazionali Lazio.

Nel 1920 la chiesa viene eretta in parrocchia e nel 1923 la parrocchia entra in funzione. Durante la seconda guerra mondiale Viterbo subisce pesanti bombardamenti, e il museo conserva frammenti di ordigni legati a quella memoria. Nel 1948 e 1949 la tegola esce per la Peregrinatio Mariae. Nel 1978 apre il museo degli ex voto. Nel 1984 arriva Giovanni Paolo II, nel 2009 Benedetto XVI.

Chi è passato dal Santuario di Santa Maria della Quercia

Paolo II, il veneziano Pietro Barbo, papa dal 1464 al 1471, fu il primo pontefice a occuparsi della Quercia, autorizzando la cappella nel 1467. Dietro la sua decisione c’è la logica di un papa che vedeva nascere un culto popolare enorme a poche miglia da Roma e sceglieva di inquadrarlo invece di ignorarlo. Il santuario nasce istituzionale fin dal primo giorno, affidato a un ordine religioso.

Paolo III, Alessandro Farnese, il papa del concilio di Trento, legò il nome della famiglia al soffitto d’oro. I Farnese erano di casa nella Tuscia: il loro sistema di feudi e residenze va da Caprarola, con il Palazzo Farnese, a Farnese, il borgo che dà il nome alla famiglia, fino al palazzo romano di piazza Farnese. I gigli sul soffitto sono una firma, non una decorazione.

Pio V, Michele Ghislieri, domenicano, papa dal 1566 al 1572. Il suo passaggio alla Quercia è fatto di un oggetto, il pennone di Lepanto, più che di una presenza fisica documentata. Gregorio XIII, suo successore, ha lasciato secondo le schede del museo un piviale. Sono i papi della Controriforma, e il santuario in quegli anni è uno strumento della loro politica devozionale, come lo sono le grandi basiliche mariane romane.

Il cardinale Gianfrancesco Gambara, vescovo di Viterbo, compare in alcune ricostruzioni come consacratore della basilica nel 1577. È lo stesso nome legato alla palazzina e ai giardini di Villa Lante a Bagnaia, a pochi minuti di strada. Il fatto che la stessa figura consacri il santuario e costruisca la villa dice molto su come, nella Tuscia del Cinquecento, fede e rappresentanza camminassero insieme.

Gli artisti, in blocco: Giuliano e Antonio da Sangallo, Andrea Bregno, Andrea della Robbia, Ambrogio da Milano, Michele Tosini, della cerchia dei Ghirlandaio, con affreschi datati 1570, Cesare Nebbia con i dodici apostoli nelle vele della navata. Chi vuole vedere il Bregno a Roma lo trova in Santa Maria del Popolo, chi vuole i domenicani romani va a Santa Sabina all’Aventino.

E poi i pellegrini, che sono i veri protagonisti. Contadini, soldati, madri, marinai, facchini, che hanno lasciato il segno nelle tavolette. Nel Novecento due papi: Giovanni Paolo II il 27 maggio 1984, Benedetto XVI nel 2009. Ogni settembre un sindaco. Chi viene alla Quercia oggi entra in una fila lunga sei secoli, e se lo tiene a mente la visita cambia tono.

Quando è chiuso e che cosa non aspettarsi

La chiesa non ha giorni di chiusura settimanale pubblicati, ma ogni giorno chiude a pranzo, dalle 12 alle 15.30, e durante le funzioni le visite sono sospese. I matrimoni del sabato, i funerali e le celebrazioni delle feste mariane sono le cause più frequenti di stop. Chi arriva alle 11.50 con l’idea di fare il giro completo esce dopo dieci minuti. Organizzatevi per arrivare almeno un’ora e mezza prima della chiusura.

Non aspettatevi servizi turistici strutturati. Non c’è una biglietteria, non risultano bookshop né audioguide pubblicate, e la parte informativa passa quasi tutta dalle persone che trovate in sacrestia. Il santuario è una parrocchia che conserva un complesso monumentale statale, non un museo con un piano di valorizzazione, e questo si sente. Per chi cerca silenzio è un pregio, per chi cerca spiegazioni è un limite.

Non aspettatevi una quercia monumentale da ammirare in piazza. La tradizione colloca l’albero originario dove oggi si trova il tempietto del Bregno, cioè dentro la chiesa. Chi arriva con i bambini promettendo l’albero miracoloso rischia una delusione. Meglio raccontare prima la storia della tegola appesa a un ramo, e poi mostrare l’immagine dentro il marmo come il punto esatto dove stava.

Non aspettatevi neppure che il museo sia sempre aperto negli orari indicati. La gestione dipende dal personale e dai volontari disponibili, e nei mesi di bassa stagione può capitare di trovarlo chiuso anche in orario. È il motivo per cui insisto sulla telefonata. Un viaggio da Roma per trovare una porta chiusa è la cosa più frustrante, e si evita con due minuti al telefono.

Mangiare in zona

La Quercia è una frazione residenziale e non ha il problema dei centri storici invasi dal turismo. Il rischio vero è a Viterbo, nelle vie che portano al Palazzo dei Papi e nelle piazze del quartiere di San Pellegrino, dove passano i gruppi. Lì i segnali delle trappole sono gli stessi di Roma, e conviene conoscerli prima di sedersi con la fame di mezzogiorno.

Primo segnale: il menu con le foto dei piatti, plastificato e tradotto in cinque lingue. Un locale che deve mostrarvi l’immagine delle fettuccine sta parlando a chi non sa che cosa siano, e prepara la cucina per quel pubblico. Secondo segnale: la persona sulla porta che vi ferma e vi invita a entrare. Un posto con clienti abituali non ha bisogno di procurarsene per strada.

Terzo segnale: la signora che tira la sfoglia in vetrina o sul marciapiede. È una scena studiata per fermare il passante, non un indizio di qualità. La pasta fresca fatta bene si prepara in cucina, al mattino. Quarto: i locali aperti senza interruzione dalla mattina alla notte, perché una cucina vera ha una pausa. Quinto: le voci senza prezzo, il pesce a peso non dichiarato, il menu diverso fra dentro e fuori.

I viterbesi non ci vanno per un motivo semplice, non per snobismo: sanno che a pochi metri c’è l’osteria dove mangiano il pranzo di tutti i giorni, con un menu scritto a mano che cambia con la stagione e un conto che non dipende da chi siete. Guardate chi è seduto e in che lingua ordina. Operai, impiegati, famiglie del posto alle due del pomeriggio sono l’unica recensione affidabile.

La cucina della Tuscia ha piatti che a Roma si trovano poco: l’acquacotta, i lombrichelli, la zuppa di ceci e castagne in autunno, le carni alla brace dei Cimini. Chiedete sempre il piatto del giorno e il vino della zona. Per orientarvi senza tentativi, trovate la nostra lista dei posti dove mangiamo noi, non sponsorizzata e aggiornata quando i posti cambiano.

Che cosa abbinare in giornata

L’abbinamento naturale è Villa Lante a Bagnaia, tre chilometri più avanti sulla stessa strada e sulla stessa linea 6. La mattina al santuario e il primo pomeriggio nei giardini all’italiana: in mezzo c’è il tempo per pranzare a Bagnaia. Chi ha l’auto può poi salire al Lago di Vico e alla Riserva naturale che lo circonda, oppure fermarsi a San Martino al Cimino.

Chi resta su Viterbo ha il centro medievale, il quartiere di San Pellegrino e il Palazzo dei Papi, tutti raggiungibili con un breve tratto di autobus. Per la sera, le Piscine Carletti offrono acqua termale all’aperto a ingresso libero, a pochi chilometri dal centro. A nord della città si trovano i resti di Ferento con il teatro romano, a ovest la necropoli rupestre di Castel d’Asso.

Chi ha due giorni può spingersi più lontano. A ovest Tuscania con le sue basiliche romaniche e la necropoli di Norchia, a nord Montefiascone e il Lago di Bolsena con Bolsena, più a nord Civita di Bagnoregio e il borgo abbandonato di Celleno. Sono mete che chiedono mezza giornata ciascuna.

Verso est la strada per Bagnaia prosegue su Vitorchiano, arroccato sul peperino, sul Parco dei Mostri di Bomarzo e su Soriano nel Cimino, con il borgo di Chia poco oltre. Per le famiglie c’è Sant’Angelo di Roccalvecce, il paese dei murales delle fiabe. Senza auto questa parte richiede orari Cotral alla mano.

Chi fa un percorso sui santuari del Lazio trova nella Quercia il capitolo rinascimentale. Il capitolo medievale e monastico è a sud, con l’Abbazia di Casamari, la Certosa di Trisulti e l’Abbazia di Valvisciolo. Il capitolo di montagna è al Santuario della Mentorella e al Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra.

Per completare la mappa mariana, a Roma c’è il Santuario del Divino Amore, che ha una storia sorprendentemente simile: un’immagine dipinta all’aperto, un miracolo di salvezza, una devozione popolare cresciuta attorno. Nella Sabina il Santuario di Greccio offre il versante francescano, a Subiaco il Sacro Speco quello benedettino. Tre ordini, tre modi di custodire un luogo.

Domande frequenti

Quanto costa entrare nel Santuario di Santa Maria della Quercia?

L’ingresso alla basilica è gratuito, secondo la scheda della Direzione regionale Musei nazionali Lazio che gestisce il complesso. Non serve prenotare per la visita individuale. Per il museo degli ex voto il gestore non indica una tariffa pubblicata, quindi conviene chiedere al numero 0761 303430 se è prevista un’offerta. Un contributo alla cassetta del santuario è sempre gradito, visti i restauri in corso.

Quali sono gli orari di apertura?

La basilica è aperta tutti i giorni dalle 7 alle 12 e dalle 15.30 alle 19.30, con visite sospese durante le funzioni religiose. Il museo degli ex voto, secondo le schede turistiche cittadine, apre dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 18.30, con chiusura durante le celebrazioni. Gli orari possono cambiare in occasione delle feste di settembre, quindi è bene telefonare prima.

Chi ha dipinto la Madonna della Quercia?

Secondo la tradizione l’immagine fu dipinta su una tegola nel 1417 da un pittore chiamato Monetto, su incarico di un artigiano viterbese il cui nome arriva in grafie diverse, Battista Luzzante nella versione più diffusa. Le fonti non concordano sui nomi. L’immagine raffigura la Vergine con il Bambino in braccio ed è oggi custodita nel tempietto marmoreo di Andrea Bregno.

Che cos’è il Patto d’amore?

È l’impegno reciproco fra la città di Viterbo e la Madonna della Quercia, nato alla fine della peste del 1467. Ogni anno, la seconda domenica di settembre, una processione parte dalla città e raggiunge il santuario, dove il sindaco rinnova il patto a nome della popolazione. In caso di pioggia la processione non si svolge e il rinnovo avviene all’interno della basilica.

Come si arriva da Roma senza auto?

Si prende il treno regionale FL3 da Roma Tiburtina, Ostiense o San Pietro fino a Viterbo Porta Romana, circa due ore di viaggio. Da lì si prosegue con la linea urbana 6 della società Francigena, che ferma sulla piazza del santuario, oppure con le corse Cotral della linea Viterbo Vitorchiano. Nei festivi il servizio urbano cambia, quindi controllate gli orari sul sito del gestore.

Chi gestisce oggi il santuario?

L’edificio è un bene statale affidato alla Direzione regionale Musei nazionali Lazio. La vita religiosa è della Parrocchia Basilica Santuario Santa Maria della Quercia, della diocesi di Viterbo, con don Massimiliano Balsi indicato come rettore parroco. I domenicani, che hanno retto il complesso per secoli dal Quattrocento in poi, ne restano la memoria storica principale.

Quanto tempo serve per la visita?

Il Ministero indica trenta o quaranta minuti per la sola chiesa. Con i due chiostri e il museo degli ex voto servono almeno un’ora e mezza, di più se si vogliono leggere con attenzione le lunette dei miracoli e le tavolette votive. Chi abbina Villa Lante a Bagnaia nella stessa giornata dovrebbe dedicare al santuario la mattina e ai giardini il pomeriggio.

Il santuario è accessibile a chi si muove in carrozzina?

La scheda ministeriale indica il percorso di visita della chiesa come interamente accessibile, e il parcheggio sulla piazza è gratuito e vicino all’ingresso. Per i chiostri e il museo degli ex voto non esiste una dichiarazione separata, e la situazione può cambiare in presenza di lavori di restauro. Conviene telefonare prima e chiedere quali ambienti siano raggiungibili quel giorno.

Chi ha scritto questa pagina

Questa pagina esce dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta itinerari, visite ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Orari, ingresso e collegamenti riportati qui risultano dalle fonti ufficiali richiamate nel testo alla data indicata in apertura. Essendo un santuario attivo, con celebrazioni e feste che cambiano il calendario, ricontrollateli prima di partire e segnalateci quello che trovate cambiato.

Mettere in fila una giornata nella Tuscia significa incastrare treni regionali che passano una volta l’ora, autobus urbani che la domenica non circolano, musei parrocchiali con orari legati ai volontari e giardini con orari stagionali, per sé o per un gruppo di quaranta persone. Chi si trova davanti a questo tipo di puzzle trova su Tour Leader Pro materiali di lavoro pensati per chi accompagna e per chi organizza da solo.

Per il quadro largo, cioè treni regionali e orari stagionali, noleggi, aeroporti, spostamenti fra una provincia e l’altra e mete del Lazio fuori dal centro di Roma, dalla Tuscia ai laghi vulcanici fino alla costa tirrenica e ai borghi dell’entroterra, una risorsa utile per montare un itinerario di più giorni è Italy Planner.

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Contact Information

IndirizzoPiazza del Santuario, La Quercia Viterbo Viterbo (VT), Borghi e paesini, Vicino Roma 01100

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