Selva di Genazzano (RM)
In breve. La Selva di Genazzano è un Monumento Naturale della Regione Lazio, istituito con il D.P.G.R.L.
La Selva di Genazzano è un Monumento Naturale della Regione Lazio, istituito con il D.P.G.R.L. del 29 febbraio 2000, n. 132, pubblicato nel Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 10 aprile 2000, n. 10. Protegge venticinque ettari di bosco nel settore meridionale dei Monti Prenestini, nel territorio del comune di Genazzano, in città metropolitana di Roma Capitale, a una quarantina di chilometri in linea d'aria a est della capitale. L'ente gestore è il Comune di Genazzano, con sede in piazza Santa Maria 4, telefono 06 955791. Venticinque ettari sono pochi: è meno di un decimo di quanto misura il parco urbano di Villa Doria Pamphilj a Roma. Eppure questo fazzoletto di alberi è considerato dai botanici uno dei lembi più preziosi di bosco superstite dell'intero Lazio, perché conserva una formazione vegetale che nella pianura romana è stata cancellata quasi ovunque.
Il motivo per cui vale la pena arrivare fin qui, dunque, non è la dimensione. È la rarità. La Selva è quello che resta dell'antica foresta prenestina, il bosco a cerro e farnetto che copriva i terreni argillosi della fascia pianeggiante e basso collinare intorno a Roma prima che l'agricoltura, il pascolo e il fuoco lo riducessero a poche macchie isolate. Qui dentro si cammina fra alberi che nessuno taglia dal 1975, in un sottobosco dove l'alloro cresce spontaneo e dove nei ruscelli sopravvive il granchio di fiume, una specie che nel Lazio si trova sempre più di rado. Sopra il bosco, a poche centinaia di metri, il borgo di Genazzano con il suo castello dei Colonna, la basilica della Madonna del Buon Consiglio e il ninfeo cinquecentesco attribuito a Bramante compongono una giornata completa che unisce natura, architettura e storia.

Che cos'è il Monumento Naturale La Selva di Genazzano
Il Monumento Naturale è una delle categorie di area protetta previste dalla legge quadro sulle aree naturali protette e ripresa dalla normativa regionale del Lazio. Serve a tutelare elementi naturali singoli o piccoli complessi di rilevante valore, quando la superficie è troppo limitata per giustificare un parco o una riserva ma la qualità dell'oggetto da proteggere è alta. È esattamente il caso della Selva: venticinque ettari di bosco che, dal punto di vista della biodiversità, valgono molto più della loro estensione.
Il decreto di istituzione porta la data del 29 febbraio 2000, un giorno che esiste una volta ogni quattro anni, e arriva dopo un percorso lungo. Prima era stato imposto il vincolo idrogeologico, poi il vincolo paesistico, entrambi strumenti che limitano le trasformazioni ma che non creano un ente gestore né un programma di conservazione attiva. Il passaggio a Monumento Naturale è stato ottenuto grazie all'azione costante delle associazioni di cittadini del territorio, che per anni hanno insistito perché la Regione riconoscesse formalmente il valore del bosco. Nello stesso periodo la Regione Lazio istituiva anche il Monumento Naturale Valle delle Cannuccete, nel vicino comune di Castel San Pietro Romano: due tutele gemelle, nate dallo stesso clima di attenzione verso i residui naturali dei Prenestini.
I numeri dell'area protetta
Venticinque ettari di superficie, un solo comune interessato, un solo ente gestore. Il perimetro è tutto all'interno del territorio comunale di Genazzano, nella provincia di Roma. La quota si colloca nella fascia bassa del rilievo prenestino, in una zona di raccordo fra la collina e il fondovalle: siamo nel bacino imbrifero del fiume Sacco, e il bosco riceve l'acqua di una rete di piccoli affluenti che lo attraversano tutto l'anno. Non c'è una biglietteria, non c'è un centro visite con orari, non c'è un cancello. C'è un bosco comunale al quale si accede a piedi, e questo è un pregio e insieme il suo limite: chi arriva senza informazioni rischia di girarci intorno senza trovare l'ingresso giusto.
Perché il bosco si chiama Selva
Selva, dal latino silva, è il nome con cui nel Lazio si indicano da secoli i boschi d'alto fusto di proprietà collettiva o signorile, distinti dalla macchia e dal ceduo. Non è un toponimo poetico inventato dai cartelli turistici: è il nome d'uso con cui i genazzanesi hanno sempre chiamato questo bosco, molto prima che diventasse un'area protetta. La stessa parola ritorna in decine di località laziali, e quasi sempre segnala la stessa cosa, cioè un residuo di bosco maturo sopravvissuto dentro un paesaggio agrario.
Chi gestisce La Selva
La gestione è affidata al Comune di Genazzano. Non esiste un consorzio né un ente parco autonomo con personale dedicato, come accade invece per le aree protette maggiori del Lazio. Questo significa che le informazioni operative, i permessi, le eventuali visite guidate e il calendario delle iniziative passano dagli uffici comunali di piazza Santa Maria 4 e dal numero 06 955791. Conviene telefonare prima di organizzare una visita di gruppo o un'attività didattica: i piccoli monumenti naturali gestiti dai comuni hanno organici ridotti e programmano su richiesta più che su calendario fisso.
Dove si trova la Selva di Genazzano, nei Monti Prenestini
I Monti Prenestini sono un gruppo montuoso calcareo della città metropolitana di Roma Capitale, a sud est della capitale. Sono delimitati dai Monti Tiburtini a nord, dai Monti Ruffi a nord est, dalla Valle del Sacco a sud e dai Colli Albani a ovest. Appartengono al subappennino laziale e contano diverse cime sopra e sotto i mille metri. La vetta principale è il Monte Guadagnolo, 1218 metri, seguito dal Monte Cerella con 1202 metri e dalla Spina Santa con 1059 metri. Quattordici comuni si spartiscono il territorio prenestino, fra cui Palestrina, Capranica Prenestina, Castel San Pietro Romano, Cave e Genazzano.
La Selva occupa il settore più meridionale di questo comprensorio, dove il calcare degrada verso l'alta valle del Sacco. È una posizione di confine, e la cosa conta: il bosco vive in un punto in cui il clima di montagna incontra quello della pianura interna, con piogge abbondanti e temperature elevate. Questa combinazione bioclimatica, unita a un substrato argilloso che trattiene bene l'acqua, spiega perché qui si sia conservata una vegetazione che altrove è sparita.
I Monti Prenestini in breve
Chi arriva da Roma vede i Prenestini come una barriera azzurrina che chiude l'orizzonte a est, subito dopo la conca dei Colli Albani. Sono montagne basse, densamente abitate lungo i fianchi, con borghi arroccati a mezza costa che hanno tutti la stessa origine medievale: castelli di famiglie baronali romane, Colonna in testa, costruiti per controllare le strade verso il Regno di Napoli. Sulla vetta del Monte Guadagnolo sorge l'omonimo paese, unica frazione di Capranica Prenestina e uno degli abitati più alti del Lazio, mentre sul versante meridionale del rilievo si trova il celebre santuario rupestre della Mentorella.
La differenza rispetto ai vicini Monti Lucretili, separati dalla valle dell'Aniene, e ai Monti Simbruini, più alti e più selvaggi, è che i Prenestini sono un massiccio domestico: si attraversano in macchina in mezz'ora, hanno strade panoramiche asfaltate fino in cresta e conservano il bosco solo a chiazze. Proprio per questo i lembi superstiti come la Selva hanno un valore che un escursionista abituato agli Appennini fatica a cogliere a prima vista.
Il carsismo del comprensorio
Il comprensorio calcareo prenestino è ricco di manifestazioni carsiche: doline, uvala, pozzi, solchi e grotte. Il substrato è costituito da calcari di età cretacica, sui quali poggiano depositi marnosi e calcarei di età miocenica. Il carsismo non è un dettaglio da geologi: condiziona direttamente il paesaggio e la vita del bosco, perché determina dove l'acqua scompare nel sottosuolo e dove invece riemerge in superficie alimentando sorgenti e ruscelli. La Selva si trova in un punto in cui l'acqua riaffiora, ed è questa la ragione fisica della sua sopravvivenza.
Chi cammina sui Prenestini incontra spesso conche chiuse senza emissario, prati in quota che dopo un temporale diventano pozze e poi si svuotano in poche ore, e ingressi di cavità che i gruppi speleologici del Lazio esplorano da decenni. Il museo geopaleontologico allestito nella Rocca di Cave, poco distante, racconta proprio questa storia geologica: l'antica scogliera corallina fossile che oggi forma le creste calcaree dei Prenestini.
Il bacino del fiume Sacco
La Selva appartiene al bacino imbrifero del fiume Sacco, il corso d'acqua che nasce sui Monti Prenestini e scende verso sud est solcando la valle latina fino a confluire nel Liri. È una valle di passaggio da sempre: ci passavano la via Latina in età romana e il tracciato meridionale della via Francigena nel Medioevo, e ci passano oggi l'autostrada A1 e la ferrovia Roma Cassino Napoli. Il bosco della Selva è l'unico residuo significativo di vegetazione autoctona che si possa osservare nell'alta valle del Sacco, il che dice molto su quanto intensamente sia stato trasformato tutto il resto.
Il bosco a cerro e farnetto, il cuore della Selva di Genazzano
La formazione vegetale che caratterizza la Selva è il bosco misto a cerro e farnetto. Era la formazione prevalente nella fascia planiziale e basso collinare dell'attuale provincia di Roma, ed è oggi quasi completamente scomparsa a causa della pressione antropica. Il cerro, Quercus cerris, è una quercia caducifoglia robusta, capace di reggere i terreni pesanti e le estati calde. Il farnetto, Quercus frainetto, è la specie che rende la Selva scientificamente interessante: è un albero sud europeo, diffuso nei Balcani e nell'Italia meridionale, che nel Lazio tocca uno dei suoi limiti di areale verso nord.
Un bosco di questo tipo ha un aspetto preciso e riconoscibile. Le chiome sono ampie e si chiudono a formare una copertura continua; sotto, la luce arriva filtrata e verdastra; il suolo è profondo, ricco di lettiera, e in primavera si copre di fioriture erbacee prima che le foglie si aprano del tutto. Non è il bosco rado e spinoso della macchia mediterranea che si vede sulla costa laziale: è un bosco umido, fresco, più simile a quello che ci si aspetterebbe di trovare centinaia di chilometri più a nord.
Il farnetto e il suo limite settentrionale
Il farnetto si riconosce dalle foglie grandi, profondamente lobate, con lobi stretti e numerosi, e da una corteccia grigia finemente fessurata. È una quercia termofila, che ama i climi con estati calde e piogge abbondanti in primavera e autunno, e che predilige i suoli argillosi profondi. Nel Lazio forma boschi puri o misti solo in poche stazioni, quasi tutte nella fascia interna. Trovarlo qui, associato al cerro in un popolamento maturo, significa avere davanti una testimonianza vivente di come fosse rivestito il territorio a est di Roma prima delle grandi trasformazioni agrarie.
La presenza di queste specie è dovuta a una situazione bioclimatica particolare, con precipitazioni copiose ed elevate temperature. Il termine tecnico che i fitosociologi usano per questi boschi è querceto misto mesofilo: il punto è che la mesofilia, cioè la preferenza per condizioni intermedie di umidità, è proprio ciò che in questa parte del Lazio è diventato raro. Le colline intorno sono coltivate a vigneto, a oliveto e a seminativo; il bosco si è ritirato dove il terreno era troppo ripido o troppo umido per l'aratro.
Le altre specie arboree della Selva
Oltre a cerro e farnetto la Selva ospita un corteggio di latifoglie che completa il quadro: la farnia, quercia delle stazioni più fresche e umide, il tiglio, il carpino bianco, l'acero opalo e l'ontano nero. È un elenco che descrive un bosco ricco, articolato, ben lontano dalla monotonia di un ceduo di castagno o di una pineta di rimboschimento. L'ontano nero segnala in modo inequivocabile la presenza di acqua corrente: cresce lungo le rive dei ruscelli, con le radici a bagno, e forma piccole fasce lineari che attraversano il bosco seguendo l'andamento dell'idrografia.
Il tiglio, nel Lazio, è un albero che si incontra più spesso nei viali dei paesi che in bosco. La sua presenza spontanea dentro la Selva, insieme al carpino bianco, disegna un ambiente forestale di tipo continentale che nel paesaggio circostante non ha eguali. Per un botanico è un indizio prezioso di continuità: boschi con questa composizione non si formano in pochi decenni, hanno bisogno di suoli evoluti e di lunghi periodi senza disturbo.
Lo strato arbustivo e l'alloro spontaneo
Molto interessante è anche lo strato arbustivo. Sotto le querce crescono alloro spontaneo, pungitopo, rovo, nespolo, biancospino, melo selvatico e perastro. L'alloro merita una sottolineatura: siamo abituati a considerarlo una pianta da cucina e da siepe, e dimenticarne la natura di elemento forestale della laurisilva mediterranea. Un sottobosco di alloro spontaneo, alto e denso, è un segnale di elevata umidità atmosferica e di inverni miti, ed è una delle cose che rendono la passeggiata nella Selva diversa da qualsiasi altra dei dintorni: si cammina dentro un profumo che nessun altro bosco laziale restituisce con questa intensità.
Il pungitopo, Ruscus aculeatus, è una specie protetta dalla normativa europea sugli habitat, e nella Selva forma cuscini fitti al piede delle querce. Il nespolo comune e il melo selvatico sono due fruttiferi arcaici, sopravvissuti come relitti degli antichi usi contadini; il perastro, cioè il pero selvatico, è l'antenato spinoso delle nostre pere. Insieme, questi arbusti forniscono cibo alla fauna per gran parte dell'anno, e spiegano perché in un bosco di venticinque ettari la vita animale sia più intensa di quanto ci si aspetterebbe.
Le due carici rarissime dello strato erbaceo
Lo strato erbaceo riserva la sorpresa maggiore. Nella Selva sono state censite due specie di carice di grande rarità, fra cui una segnalata per il Lazio soltanto pochi anni prima che l'area venisse tutelata. Le carici sono piante della famiglia delle Cyperaceae, poco appariscenti, con foglie nastriformi e infiorescenze brune che un occhio non allenato scambia per erba qualsiasi: eppure sono fra gli indicatori ecologici più affidabili che esistano, perché ciascuna specie tollera un intervallo ristretto di umidità, acidità e ombreggiamento.
Il fatto che due carici rare vivano dentro la Selva significa che qui persistono microambienti umidi e ombrosi che nel resto della valle del Sacco sono stati eliminati. È anche il motivo per cui il bosco va calpestato con criterio: uscire dai percorsi e camminare nelle depressioni umide significa, molto concretamente, schiacciare popolazioni vegetali che contano poche decine di individui.
Perché il bosco planiziale è quasi scomparso
L'antica foresta prenestina copriva in passato una porzione enorme del territorio, e si è ridotta drasticamente nel corso dei secoli. Le ragioni sono quelle di tutta l'Italia centrale: disboscamento per fare campi, pascolo che impedisce la rinnovazione, taglio per legna da ardere e per carbone, e infine, nel Novecento, l'espansione edilizia lungo le valli. I boschi di pianura sono stati i primi a cadere, perché occupavano i suoli migliori e più facili da mettere a coltura. Quelli di montagna sono sopravvissuti proprio perché nessuno riusciva ad arare in pendenza.
La Selva si è salvata per una combinazione di fattori: il terreno era pesante e umido, la proprietà è rimasta unitaria e poi è passata al Comune, e infine il divieto di taglio dopo il 1975 ha permesso al bosco di invecchiare. Cinquant'anni senza motosega, in termini forestali, non fanno una foresta vetusta, ma bastano a far comparire alberi di grande diametro, legno morto a terra e cavità negli alberi, cioè esattamente gli elementi che nei boschi gestiti a ceduo mancano del tutto.
Gli alberi monumentali e i castagni intorno alla Selva di Genazzano
La Selva conserva al suo interno esemplari maestosi di cerro e molte altre essenze arboree di taglia notevole. Sono il risultato diretto della sospensione dei tagli: un cerro lasciato crescere per mezzo secolo dopo l'ultima ceduazione raggiunge dimensioni che nel Lazio si vedono ormai solo nei parchi delle ville storiche. Camminando si incontrano tronchi che due persone a braccia aperte non riescono ad abbracciare, e chiome che si aprono a ombrello venti metri sopra la testa.
Vale la pena spiegare la differenza fra un albero grande e un albero monumentale. L'elenco degli alberi monumentali d'Italia è un registro ufficiale tenuto dal ministero dell'agricoltura, che censisce singoli esemplari sulla base di criteri di età, dimensione, forma, rarità e valore storico o paesaggistico. L'iscrizione a quell'elenco comporta un regime di tutela specifico. Chi vuole sapere quali alberi del comune di Genazzano e dei comuni prenestini vicini siano formalmente iscritti deve consultare l'elenco ufficiale, che viene aggiornato periodicamente: è una verifica che va fatta caso per caso e non si presta a generalizzazioni.
Il castagneto prenestino
Intorno alla Selva, sui versanti più acidi e meglio drenati dei Prenestini, domina un'altra formazione, il castagneto. Il castagno nel Lazio è un albero coltivato oltre che spontaneo: per secoli ha fornito frutto, legname da opera, pali per le vigne e legna da ardere, e i castagneti da frutto delle montagne romane sono paesaggi costruiti dall'uomo quanto un vigneto. Il castagneto prenestino è il contesto in cui la Selva va inquadrata: quando si arriva a Genazzano attraversando le colline si passa prima fra i castagni e solo dopo si entra nel querceto.
La differenza fra i due ambienti si legge a colpo d'occhio. Il castagneto da frutto ha alberi distanziati, tronchi cavi e contorti, sottobosco pulito e prato alla base; il querceto della Selva ha copertura chiusa, alberi fitti, sottobosco denso di alloro e pungitopo. Chi vuole capire il paesaggio forestale dei Monti Prenestini dovrebbe vedere entrambi nella stessa giornata: sono due modi diversi in cui il bosco e le persone hanno convissuto in questa parte del Lazio.
La fauna della Selva di Genazzano
Le conoscenze faunistiche sulla Selva sono ancora parziali, e le fonti ufficiali lo dicono senza giri di parole: non esiste un censimento sistematico completo. Sono però documentate tre presenze di particolare significato, che da sole giustificano la tutela: il granchio di fiume, l'istrice e l'allocco. Il fatto che tre specie così diverse fra loro convivano in venticinque ettari è la prova che il bosco funziona come ecosistema e non solo come collezione di alberi.
Il granchio di fiume
Il granchio d'acqua dolce, Potamon fluviatile, popola le acque dei numerosi ruscelli che attraversano la Selva. È un crostaceo notturno, di colore bruno violaceo, che scava tane nelle sponde e si sposta anche fuori dall'acqua nelle notti umide. Nel Lazio la specie era diffusissima fino a pochi decenni fa ed è oggi in netta regressione, perché non tollera l'inquinamento organico, la cementificazione degli alvei e il prelievo idrico che asciuga i ruscelli d'estate. Dove c'è ancora il granchio di fiume, l'acqua è buona: è un bioindicatore preciso quanto un'analisi di laboratorio, e molto più economico.
Vederlo non è semplice, perché di giorno resta nascosto sotto le pietre e nelle tane. Chi ha pazienza e cammina lungo i ruscelli in una sera d'estate ne incontra qualcuno in movimento. La regola, ovvia ma spesso disattesa, è non raccoglierli e non spostare le pietre dei corsi d'acqua: il microhabitat sotto un sasso nel letto di un ruscello ospita, oltre ai granchi, tutta la comunità di invertebrati da cui dipende la catena alimentare del bosco.
L'istrice
Dell'istrice, Hystrix cristata, nella Selva si segnalano diversi sistemi di tane scavate nei pendii più acclivi. È il roditore più grande d'Europa, arriva ai dieci chili e supera i sessanta centimetri di lunghezza, ed è protetto dalla legge italiana sulla fauna selvatica. Ha abitudini rigorosamente notturne e una dieta vegetariana fatta di radici, bulbi, tuberi e frutti caduti. Le tane sono gallerie profonde, con più ingressi, scavate in terreni sciolti e ben drenati: quelle della Selva si aprono sui versanti più ripidi, dove l'acqua non ristagna.
Chi cammina di giorno non vedrà mai un istrice, ma ne troverà facilmente le tracce: gli aculei caduti, che l'animale perde in continuazione e che restano impigliati fra i rovi, e le rosure sulle radici affioranti. Trovare un aculeo bianco e nero a terra è una delle piccole soddisfazioni che questo bosco regala ai bambini, e vale la pena spiegare loro che raccoglierlo è consentito, disturbare la tana no.
L'allocco
L'allocco, Strix aluco, è un rapace notturno di media taglia, il cui richiamo si può facilmente udire anche durante il giorno. È la specie che dà al bosco la sua colonna sonora: il maschio emette un canto lungo e modulato, la femmina un verso più secco e stridulo. L'allocco nidifica nelle cavità dei tronchi, e questo lo lega direttamente alla presenza di alberi vecchi: in un ceduo giovane non troverebbe un buco abbastanza grande. È un altro degli indicatori che segnalano la maturità della Selva.
Cacciando di notte, l'allocco si nutre di topi, arvicole, giovani ratti, insetti grandi e piccoli uccelli. La sua presenza stabile implica una densità di micromammiferi sufficiente, e quindi un bosco produttivo. Se arrivate al tramonto d'autunno, fermatevi in silenzio dieci minuti al margine del bosco: la probabilità di sentirlo è alta, e il suono che fa nella Selva, con l'eco delle chiome chiuse, è qualcosa che non si dimentica.
Quello che ancora non è stato censito
Un bosco maturo con acqua corrente, in Italia centrale, ospita normalmente anfibi come la salamandrina e il tritone, rettili, chirotteri, picchi e una comunità di invertebrati saproxilici legata al legno morto. Per la Selva questi gruppi non risultano oggetto di indagini pubblicate, e quindi non vanno dati per scontati né elencati come presenze certe. È anzi uno degli aspetti che rendono interessante l'area protetta dal punto di vista della ricerca: venticinque ettari sono una superficie ideale per uno studio esaustivo, e il materiale per una tesi di laurea in scienze naturali qui non manca.
La storia della Selva di Genazzano, dal cardinale Del Drago all'uso civico
La storia recente del bosco è documentata e vale la pena raccontarla per intero, perché spiega meglio di qualsiasi descrizione botanica perché la Selva abbia l'aspetto che ha oggi. Il bosco apparteneva al cardinale Del Drago, esponente di una famiglia dell'aristocrazia pontificia romana, e alla fine del XIX secolo venne da lui donato al Comune di Genazzano.
La donazione al Comune e l'uso civico
Il Comune, ricevuto il bosco, vi autorizzò l'uso civico, cioè il diritto collettivo degli abitanti a raccogliere il legnatico. Gli usi civici sono un istituto giuridico antichissimo, di origine medievale, che riconosce a una comunità il diritto di trarre da un fondo determinate utilità: legna, pascolo, funghi, ghiande per i maiali. Nel Lazio sono ancora vigenti su estensioni notevoli, e spesso sono stati proprio gli usi civici a impedire la lottizzazione dei boschi comunali nel secondo dopoguerra.
La donazione ottocentesca ha quindi avuto un doppio effetto: da un lato ha sottoposto il bosco a un prelievo continuo di legna, dall'altro ha impedito che venisse frazionato, venduto e disboscato per far posto a coltivazioni. È una storia che si ripete in molti comuni appenninici, e che spiega perché i boschi migliori d'Italia si trovino spesso su terreni di proprietà collettiva.
Le carbonaie e le piazzole nel bosco
Come in buona parte dei boschi appenninici di media e bassa quota, fino agli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento nella Selva si è prodotto carbone. Delle antiche pratiche di preparazione restano ancora oggi le piazzole dove venivano allestite le carbonaie: spiazzi circolari pianeggianti, ricavati sul pendio, dove il carbonaio accatastava la legna a cupola, la copriva di terra e frasche e la lasciava bruciare lentamente per giorni, sorvegliandola senza interruzione.
Riconoscerle è un esercizio che cambia il modo di guardare un bosco. Le piazzole sono terrazzamenti bassi, larghi qualche metro, con il terreno più scuro degli altri per via del carbone rimasto nel suolo, e spesso una vegetazione leggermente diversa. La Selva ne conserva parecchie. Sono l'unica architettura che questo bosco possiede, e raccontano un mestiere durissimo che nel Lazio si è estinto nel giro di una generazione, travolto dal gas e dal petrolio.
Gli ultimi tagli del 1975
Gli ultimi tagli della Selva sono stati effettuati nel 1975, e da quel momento sono vietati. È la data che spiega tutto: mezzo secolo di evoluzione naturale, senza prelievi, in un bosco che per secoli era stato governato a ceduo. Una sospensione di questa durata produce effetti visibili. I polloni cresciuti dalle ceppaie del 1975 hanno raggiunto dimensioni da fustaia; gli alberi cominciano a differenziarsi per età e diametro; il legno morto si accumula a terra e in piedi, e con esso arrivano i funghi lignicoli, gli insetti xilofagi e i vertebrati che ne dipendono.
Dal punto di vista forestale la Selva è un caso di studio di conversione naturale del ceduo verso l'alto fusto, un processo che la selvicoltura italiana insegue da decenni con interventi attivi e che qui è avvenuto per semplice abbandono programmato. Vale la pena ricordarlo quando si discute di gestione forestale: a volte la scelta migliore è non fare niente, ma bisogna avere la costanza di non farlo per cinquant'anni.
L'istituzione del Monumento Naturale nel 2000
Il passaggio finale è del 2000. Dopo l'apposizione dei vincoli idrogeologico e paesistico, e grazie alla tenace azione di associazioni di cittadini, la Regione Lazio ha istituito il Monumento Naturale con il decreto del 29 febbraio 2000, n. 132, insieme a quello della non lontana Valle delle Cannuccete. Il bosco era stato anche segnalato come luogo da tutelare nelle campagne del Fondo per l'Ambiente Italiano, il che testimonia quanta mobilitazione dal basso ci sia voluta per arrivare al riconoscimento formale.
Chi cerca il testo esatto della norma lo trova nella sezione documenti e normative del portale regionale delle aree protette. È una lettura arida ma utile: il decreto definisce il perimetro, le attività vietate e quelle consentite, e chiarisce che cosa si può e non si può fare dentro un Monumento Naturale del Lazio.
La Selva di Genazzano e la memoria della Resistenza
C'è un capitolo della storia di questo bosco che nessun cartello botanico racconta. La Selva di Genazzano è legata anche alla Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, e nel paese si tramandano di generazione in generazione racconti su quel periodo. Il fronte passò da queste parti nella primavera del 1944, e le montagne prenestine, con i loro boschi e le loro grotte carsiche, offrirono riparo a chi si sottraeva ai rastrellamenti e a chi si organizzava contro l'occupazione tedesca.
La memoria orale non ha lo stesso statuto di un documento d'archivio, e va raccontata per quello che è: testimonianza tramandata, preziosa e fragile. Chi visita il bosco con questa consapevolezza lo guarda in modo diverso. Un bosco fitto, con acqua corrente e vie di fuga verso i crinali, non è soltanto un habitat per l'istrice: è stato anche, per qualche mese, un rifugio per persone. Vale la pena chiedere in paese, agli anziani e alle associazioni locali: è lì che quelle storie si conservano.
Come visitare la Selva di Genazzano: accessi e sentieri
Qui bisogna essere onesti sulle informazioni disponibili. Il portale regionale delle aree protette non pubblica itinerari ufficiali per la Selva: la sezione dedicata agli itinerari risulta vuota. Questo non significa che il bosco non si possa percorrere, significa che non esiste una rete segnata e descritta da un ente, come accade invece nei parchi regionali maggiori. Il riferimento per conoscere percorsi, condizioni di accesso e iniziative resta il Comune di Genazzano, ente gestore dell'area.
Come si entra nel bosco
Il bosco si trova nelle immediate vicinanze dell'abitato di Genazzano, sul versante che scende verso il fondovalle. Chi arriva in paese può chiedere indicazioni all'ufficio comunale o alle associazioni ambientaliste locali, che organizzano periodicamente passeggiate e iniziative di educazione ambientale. La visita è a piedi, e la percorrenza è alla portata di chiunque cammini abitualmente: venticinque ettari si attraversano in poco più di un'ora a passo tranquillo, anche fermandosi spesso.
Il consiglio operativo è telefonare al Comune prima di partire, soprattutto fuori stagione o dopo periodi di maltempo. I boschi di questo tipo, con suolo argilloso e ruscelli, diventano impraticabili dopo giorni di pioggia, e la manutenzione dei percorsi in un'area gestita da un piccolo comune non è continua.
Che scarpe, che stagione, che attrezzatura
Scarpe da trekking con suola scolpita, non scarpe da ginnastica: il suolo è argilloso e nelle discese, quando è bagnato, diventa una saponetta. Pantaloni lunghi, per via di rovi e pungitopo, che è un arbusto con foglie appuntite tutt'altro che ospitali. Da aprile a ottobre repellente antizanzare e controllo delle zecche al rientro, perché un bosco umido con fauna selvatica è il loro ambiente ideale. Acqua al seguito: i ruscelli della Selva non sono fonti potabili.
Binocolo e, se ce l'avete, una piccola guida agli alberi. In un bosco così piccolo il piacere della visita dipende dalla capacità di leggere i dettagli: la differenza fra la foglia del cerro e quella del farnetto, la corteccia dell'ontano lungo il ruscello, la piazzola della carbonaia riconosciuta sotto le foglie secche. Senza questo sguardo la Selva rischia di sembrare soltanto un bosco come tanti, e sarebbe un peccato.
Le regole di comportamento
Dentro un Monumento Naturale valgono le prescrizioni del provvedimento istitutivo e le ordinanze dell'ente gestore. Le regole generali sono quelle di qualunque area protetta e si riassumono in poche righe: non si raccolgono piante, non si disturbano gli animali, non si accendono fuochi, non si lasciano rifiuti, non si esce dai percorsi esistenti, i cani vanno tenuti al guinzaglio. Per la raccolta di funghi e di altri prodotti del sottobosco valgono le norme regionali e comunali, che vanno verificate presso il Comune prima di raccogliere qualsiasi cosa.
Aggiungo una regola non scritta che vale in particolare qui: niente altoparlanti. In venticinque ettari di bosco chiuso il suono viaggia ovunque, e la fauna che rende preziosa la Selva è quasi tutta schiva. Un gruppo silenzioso vede dieci volte di più di un gruppo rumoroso, ed è una regola che funziona in tutti i boschi del mondo.
Come arrivare alla Selva di Genazzano da Roma
Genazzano si trova a circa 45 chilometri a est di Roma, al confine fra la città metropolitana di Roma Capitale e la provincia di Frosinone. Il centro storico sorge a 375 metri sul livello del mare; il territorio comunale va da circa 280 metri nel fondovalle fino a 600 metri sulle pendici dei Prenestini.
In auto
Dalla capitale il percorso più semplice è la via Casilina, la strada statale 6, che segue grosso modo il tracciato dell'antica via Latina lungo la valle del Sacco. In alternativa si prende l'autostrada A1 verso Napoli e si esce a Valmontone o a Colleferro, risalendo poi verso nord est. La terza via è la via Prenestina, più lenta ma più bella, che attraversa Gallicano, Zagarolo, Palestrina e Cave prima di arrivare a Genazzano: è l'itinerario da scegliere se avete tempo e volete capire la geografia dei Prenestini invece di limitarvi ad attraversarla.
Il tempo di percorrenza da Roma varia molto con il traffico: fuori dalle ore di punta si fa in un'ora abbondante, nelle ore di punta la Casilina in uscita dalla città può raddoppiare i tempi. Partire presto è la scelta giusta anche per questo, non solo per la luce nel bosco.
In treno e in autobus
Il trasporto pubblico extraurbano del Lazio è gestito da Cotral, che dai capolinea romani di Anagnina, Ponte Mammolo e Tiburtina serve con le sue linee tutta la zona prenestina e la valle del Sacco. Orari e fermate si consultano sul sito dell'azienda, che mette a disposizione un motore di ricerca delle corse e le previsioni di arrivo in tempo reale per le sue fermate. La rete ferroviaria regionale serve invece i centri di fondovalle sulla linea per Cassino: da lì si prosegue in autobus.
Va detto con chiarezza: raggiungere la Selva senza automobile è possibile ma richiede pianificazione, perché le corse extraurbane nel fine settimana si diradano e il ritorno serale va verificato prima di partire. Per un gruppo la soluzione più efficiente resta il mezzo privato o il noleggio di un minibus con conducente.
Dove lasciare la macchina
Genazzano è un borgo medievale su sperone, con vicoli stretti e parcheggi limitati nel centro storico. La logica che funziona nei paesi dei Castelli e dei Prenestini vale anche qui: si lascia l'auto nelle aree di sosta lungo la circonvallazione o nei parcheggi ai margini dell'abitato e si sale a piedi. Nei giorni delle feste patronali e dell'Infiorata il centro è chiuso al traffico e le aree di sosta si riempiono presto.
Genazzano, il borgo sopra la Selva
Il paese conta poco più di cinquemilasettecento abitanti ed è conosciuto fin dall'epoca romana come luogo di villeggiatura; il borgo nella forma attuale si costituisce nell'XI secolo e diventa feudo dei Colonna, la famiglia baronale che da qui controllava i passaggi fra Roma e il Regno di Napoli. È una posizione strategica evidente sulla carta: Genazzano sorge esattamente dove la via che sale dai Prenestini incontra la valle del Sacco, e chi teneva questo punto teneva una porta.
Il risultato è un borgo compatto, arroccato, con il castello a chiudere lo sperone e la basilica mariana subito sotto. Le chiese storiche sono numerose, dalla Santa Croce a San Paolo, da San Nicola a San Giovanni, e nel territorio si trova anche il convento di San Pio. Per chi arriva per il bosco, il paese non è un contorno: è la seconda metà della giornata.
Il Castello Colonna
Il Castello Colonna fu costruito nel Duecento dai Colonna per garantire la difesa del feudo, sul luogo di una fortificazione più antica. Ha pianta quadrangolare e un aspetto massiccio, determinato dai possenti muri a scarpa che lo rivestono su ogni lato, pensati per assorbire i colpi dell'artiglieria. Vi si accede da due ingressi al termine di due ponti; quello settentrionale fu demolito durante l'ultimo conflitto mondiale e rifatto a campata unica in cemento armato, un intervento che ancora oggi stona con il resto.
Al centro della struttura si apre un bel cortile con fontana ottagonale, dominato sul fondo da un doppio loggiato che collega le due ali a carattere residenziale. È il punto in cui il castello smette di essere una macchina da guerra e diventa una residenza rinascimentale: chi entra da fuori, dopo aver visto le scarpate murarie, resta spiazzato dalla leggerezza del cortile.
Martino V, il papa nato a Genazzano
Nel 1368 nel castello nacque Oddone Colonna, eletto papa nel 1417 con il nome di Martino V e rimasto sul soglio fino al 1431. Non è un dettaglio locale: Martino V è il pontefice che chiude il grande scisma d'Occidente, riporta la sede papale a Roma dopo l'esilio avignonese e avvia la ricostruzione di una città ridotta a poche decine di migliaia di abitanti, con le basiliche in rovina e le famiglie baronali in guerra fra loro. Il Rinascimento romano comincia, materialmente, con lui.
Durante il suo pontificato l'ala occidentale del castello venne ristrutturata. Quella orientale fu invece ampliata dai Borgia verso il 1500, quando il feudo passò brevemente sotto il loro controllo nel quadro delle guerre di Alessandro VI contro i baroni romani. Ulteriori restauri e aggiunte vennero eseguiti in epoca barocca. Il castello, insomma, è un palinsesto: ogni famiglia che lo ha tenuto ci ha lasciato un pezzo.
Il castello oggi: arte contemporanea a Genazzano
L'edificio è stato acquistato nel 1979 dal Comune di Genazzano, che ha avviato lavori di ristrutturazione dopo un lungo periodo di abbandono. I suoi spazi sono oggi utilizzati come centro per l'arte contemporanea: esposizione della collezione permanente, laboratori per artisti e sale multimediali. È una delle destinazioni d'uso più intelligenti che si potessero immaginare per un castello baronale in un borgo di cinquemila abitanti, e va detto che funziona.
Orari di apertura, mostre in corso e modalità di visita variano nel tempo e vanno verificati presso il Comune prima di programmare la giornata: un castello comunale con funzione espositiva non ha la continuità di apertura di un museo statale. Se la data coincide con una mostra, l'abbinamento bosco al mattino e arte contemporanea nel pomeriggio è uno dei programmi più originali che si possano costruire nel Lazio.

Il Santuario della Madonna del Buon Consiglio
È la chiesa più importante di Genazzano e ha il rango di basilica minore. Sorge nel cuore del borgo, poco sotto il castello, e richiama pellegrini da tutto il mondo per un'immagine mariana che la tradizione vuole apparsa il 25 aprile 1467. Per chi visita il paese partendo dal bosco, la basilica è l'altro polo della giornata: il contrasto fra il silenzio della Selva e la densità devozionale del santuario è una delle cose che rendono Genazzano diversa dai borghi vicini.
Petruccia di Ienco e il cantiere incompiuto
La vicenda comincia con una donna. Nel 1467 Petruccia di Ienco, vedova e terziaria agostiniana, spese i propri beni per ristrutturare la primitiva chiesa del 1356 dedicata alla Madonna del Buon Consiglio. I soldi finirono prima dei lavori, e il cantiere restò fermo a poche file di muratura. Alla derisione dei compaesani, la tradizione fa rispondere a Petruccia che la Vergine e sant'Agostino avrebbero completato l'opera prima della sua morte.
La forza del racconto sta tutta qui, e non a caso è arrivato fino a noi: è una storia di ostinazione femminile in un contesto che non la prevedeva. Al di là della lettura devozionale, il dato storico è che la basilica esiste, che il cantiere quattrocentesco riprese e che la chiesa attuale, costruita fra il 1621 e il 1629, ingloba la struttura precedente del 1356.
L'immagine del 25 aprile 1467
Secondo la tradizione, il 25 aprile 1467 un'immagine della Madonna con il Bambino si staccò da un muro a Scutari, in Albania, durante l'assedio ottomano, e giunse a Genazzano trasportata dagli angeli, alla presenza di due devoti, Giorgi e De Sclavis, che l'avrebbero seguita. L'affresco, di piccole dimensioni e di sottigliezza straordinaria, è tuttora conservato nella cappella a lui dedicata e costituisce il centro del culto.
Il contesto storico rende il racconto interessante anche per chi non lo legge in chiave religiosa. Nel 1467 l'Albania era il fronte caldo dell'espansione ottomana nel Mediterraneo, Scutari cadrà nel 1479 e in quegli anni migliaia di albanesi attraversarono l'Adriatico stabilendosi nell'Italia centrale e meridionale. La leggenda dell'immagine che vola da Scutari a Genazzano è, letta con occhio laico, anche il racconto di una migrazione.
Basilica minore dal 1903
Papa Leone XIII elevò il santuario alla dignità di basilica minore il 17 marzo 1903. Le pareti della cappella conservano affreschi che ricordano le visite di diversi pontefici, fra cui Urbano VIII, Pio IX e Giovanni XXIII. La devozione alla Madonna del Buon Consiglio si è diffusa ben oltre il Lazio: l'immagine di Genazzano è replicata in chiese di tutto il mondo, e il titolo compare nelle litanie lauretane.
Il beato Stefano Bellesini
Fra il 1826 e il 1840 fu parroco a Genazzano Stefano Bellesini, agostiniano, poi proclamato beato. Morì assistendo i malati durante un'epidemia, e la sua figura resta legata alla storia del santuario. La basilica conserva inoltre un affresco quattrocentesco con un crocifisso al quale la tradizione locale attribuisce un episodio prodigioso avvenuto verso la metà del Cinquecento.
Il Ninfeo del Bramante a Genazzano
Fuori dall'abitato, in una valletta alimentata dalle acque legate al sistema dell'antico acquedotto Claudio, si trovano i resti di una costruzione che la storiografia dell'architettura conosce come Ninfeo del Bramante. È una struttura rinascimentale in laterizio, con grandi arcate e absidi, pensata come luogo di delizia e di ristoro legato all'acqua, secondo un modello che il Cinquecento riprende direttamente dall'architettura romana antica.
L'attribuzione a Donato Bramante è tradizionale e discussa: come spesso accade per le architetture prive di documentazione contrattuale, gli studiosi si dividono fra chi riconosce nella struttura la mano del maestro urbinate e chi la assegna alla sua cerchia. Quello che non è in discussione è la qualità dell'invenzione spaziale e il ruolo che l'edificio ha avuto nella storia degli studi sull'architettura del primo Cinquecento.
Oggi il ninfeo è un rudere immerso nella vegetazione, e proprio per questo produce sul visitatore un effetto che i monumenti restaurati non riescono più a ottenere. Chi ha in programma la Selva al mattino può inserirlo nel pomeriggio, tenendo però presente che le condizioni di accesso e di visita vanno verificate in loco presso il Comune, trattandosi di un bene archeologico in area aperta.
Le feste di Genazzano
Il calendario del borgo ha tre appuntamenti che spostano davvero le persone, e conoscerli serve sia a chi li vuole vedere sia a chi preferisce evitare la folla.
L'Infiorata
L'Infiorata di Genazzano si tiene la prima domenica di luglio e nel 2012 è entrata nel Guinness dei primati. È una di quelle manifestazioni in cui un intero paese passa la notte in ginocchio a comporre tappeti di petali sull'asfalto, e la mattina dopo li vede distruggere dalla processione. Chi arriva in paese in quel fine settimana trovi il centro chiuso al traffico e i parcheggi pieni: è il giorno peggiore per una visita tranquilla al bosco e il migliore per capire che cosa significhi una festa comunitaria nel Lazio.
Il Palio di Brancaleone
A maggio si corre il Palio di Brancaleone, rievocazione storica con sfide fra i rioni del paese, cortei in costume e giochi. Il nome rimanda al medioevo comunale romano, e la manifestazione si inserisce in quella famiglia di palii e tornei che nel Lazio costituiscono oggi una delle forme più vive di identità locale.
La festa della Madre del Buon Consiglio
A settembre si celebra la festa della Madre del Buon Consiglio, momento centrale della devozione genazzanese, mentre il 25 aprile ricorre l'anniversario della tradizione dell'immagine. Sono le date in cui il santuario è più frequentato e in cui il borgo mostra la sua vocazione di meta di pellegrinaggio.
Che cosa vedere intorno alla Selva di Genazzano
Uno dei pregi di questa destinazione è la densità di cose notevoli nel raggio di venti chilometri. Si può costruire un fine settimana completo senza mai percorrere più di mezz'ora di strada, e senza ripetersi.
Palestrina e il santuario della Fortuna Primigenia
Palestrina è a pochi chilometri e ospita uno dei complessi architettonici più imponenti dell'Italia antica: il santuario della Fortuna Primigenia, grandiosa realizzazione databile verso la fine del II secolo a.C., costruita a terrazze artificiali sul pendio roccioso, di ispirazione ellenistica ma realizzata con le tecniche del calcestruzzo romano. Il centro storico di Palestrina è letteralmente costruito dentro il santuario: le vie del paese ne seguono i livelli.
In cima al complesso, dentro Palazzo Colonna Barberini, ha sede dal 1956 il Museo Archeologico Nazionale Prenestino, il cui pezzo più celebre è il mosaico nilotico, databile intorno all'80 a.C., che misura 5,85 per 4,31 metri ed è uno dei pochi esempi conservati di mosaico di epoca repubblicana. Il museo conserva anche il gruppo della Triade Capitolina e un ricco corredo di materiali funerari. Se avete una sola mezza giornata oltre al bosco, questa è la destinazione che rende di più.
Olevano Romano e la pittura di paesaggio
Olevano Romano sorge sul Monte Celeste, al margine dei rilievi, e nell'Ottocento fu una delle mete predilette dei pittori europei di paesaggio. Ci passarono Jean Baptiste Camille Corot, il tirolese Joseph Anton Koch, Friedrich von Olivier e decine di altri, attratti dalla luce e dalla forma dei rilievi. Il museo civico d'arte conserva disegni, stampe e opere degli artisti che hanno lavorato qui fra Ottocento e Novecento.
Olevano è anche terra di vino: il Cesanese di Olevano Romano è una denominazione di origine controllata che si produce dal vitigno autoctono cesanese, in versioni ferme, spumanti, dolci e riserva. Abbinare la visita al bosco con una degustazione in cantina, nella stessa giornata, è uno dei pochi modi civili di concludere un'escursione nei Prenestini.
Cave, Castel San Pietro Romano e la Rocca di Cave
Castel San Pietro Romano occupa la cima della montagna sopra Palestrina, con la rocca dei Colonna e un panorama che nelle giornate limpide arriva al mare. È il comune che ospita l'altro monumento naturale istituito insieme alla Selva, la Valle delle Cannuccete. Poco distante, il museo geopaleontologico della Rocca di Cave racconta la storia della scogliera corallina fossile che forma i Prenestini, con fossili raccolti sul posto e un osservatorio astronomico.
È il genere di piccolo museo che funziona benissimo con i ragazzi e che dà un senso al paesaggio attraversato in macchina: dopo averlo visitato, le pareti calcaree che si vedono lungo la strada smettono di essere rocce qualsiasi e diventano un fondale marino sollevato.
Verso la valle del Sacco: Anagni, Fiuggi, Paliano
Scendendo verso sud est si entra in Ciociaria. Anagni, la città dei papi, con la cattedrale romanica e la cripta di San Magno affrescata, è a mezz'ora di strada ed è una delle mete storiche più importanti del Lazio meridionale. Fiuggi, poco oltre, unisce le terme e il borgo medievale in quota. A metà strada, il bosco di Paliano offre un altro lembo di vegetazione della valle latina, utile per un confronto diretto con la Selva.
Verso ovest si torna invece verso la campagna romana: Artena con il suo borgo senza automobili, Segni con le mura poligonali ciclopiche e la Porta Saracena, e poi la conca dei Castelli Romani, che dai Prenestini si vede come un anfiteatro verde all'orizzonte.
Tivoli, le ville e i monti a nord
A nord, oltre la valle dell'Aniene, c'è Tivoli con Villa Adriana e Villa d'Este, e ci sono i Monti Lucretili. Più a est i Monti Simbruini e Subiaco con i monasteri benedettini; a sud i Monti Lepini. La Selva di Genazzano funziona bene come tassello di un itinerario di più giorni dedicato al Lazio interno, quello che i visitatori stranieri non vedono quasi mai e che i romani riscoprono di solito quando qualcuno glielo racconta.
Un'altra combinazione che merita, per chi si muove in auto, è la villa attribuita ad Adriano a Palestrina, che completa il quadro della presenza imperiale in questo settore dei Prenestini.
La via Francigena del sud e i cammini
Da queste parti passava un tempo la via Francigena del sud, che proseguiva in direzione di Anagni. Il ramo meridionale del grande itinerario europeo, quello che da Roma scende verso la Puglia e i porti d'imbarco per la Terra Santa, segue la valle latina usando in larga parte il tracciato della via Latina antica. I pellegrini medievali percorrevano queste colline dirette a sud, e i borghi arroccati che oggi ammiriamo per il panorama nacquero anche in funzione di quel transito.
Negli ultimi anni il cammino è stato riorganizzato e segnalato, e la percorrenza a piedi del tratto laziale è tornata praticabile. Chi si muove su questa direttrice può inserire Genazzano come deviazione: il bosco, il santuario e il castello formano una tappa culturale coerente con lo spirito del cammino. Per chi cerca itinerari a lunga percorrenza nel Lazio interno, il sentiero dei briganti è l'altro grande tracciato da conoscere.
Quando andare alla Selva di Genazzano
La primavera è la stagione migliore. Fra aprile e maggio il bosco mette le foglie, lo strato erbaceo fiorisce prima che le chiome si chiudano, i ruscelli hanno portata piena e le temperature sono ideali per camminare. È anche il periodo in cui l'alloro profuma di più e in cui la differenza fra le varie specie arboree si legge meglio, perché le foglie giovani hanno sfumature diverse.
L'autunno è la seconda scelta, e per certi versi la prima se cercate la fotografia: fra fine ottobre e metà novembre cerro e farnetto virano al bronzo e il sottobosco di alloro resta verde, con un contrasto cromatico che nei boschi sempreverdi non esiste e nei boschi caducifogli puri neppure. L'estate è praticabile solo la mattina presto, perché l'umidità del bosco rende il caldo pesante e le zanzare sono numerose. L'inverno offre la migliore leggibilità della struttura del bosco, ma il fango rende scivolosi i sentieri.
La Selva di Genazzano con i bambini
Funziona molto bene, a patto di impostare la visita come una caccia al dettaglio e non come una camminata. Le distanze sono brevi, il dislivello è modesto, e ci sono elementi che catturano subito l'attenzione: il ruscello con i granchi, gli aculei d'istrice fra i rovi, le piazzole delle carbonaie da riconoscere sotto le foglie, le foglie diverse da confrontare fra cerro e farnetto.
Il consiglio pratico è portare un sacchetto di carta per la raccolta di foglie e ghiande da classificare a casa, una lente d'ingrandimento e un taccuino. Il pomeriggio in paese completa la giornata, fra il cortile del castello e i vicoli. Le associazioni locali organizzano periodicamente attività di educazione ambientale e passeggiate: chiedere al Comune è sempre il modo più rapido per sapere se c'è qualcosa in programma nelle date che vi interessano.
Accessibilità della Selva di Genazzano
Va detto con franchezza: un bosco di collina con suolo argilloso, ruscelli e percorsi non attrezzati non è accessibile in autonomia a chi si muove in carrozzina. Non esistono passerelle né percorsi a fondo stabilizzato. Chi ha esigenze specifiche di accessibilità trova condizioni migliori nel borgo, dove il santuario e la piazza del castello sono raggiungibili in auto, pur con le pendenze tipiche di un abitato medievale su sperone.
Per gruppi con persone con disabilità motorie o sensoriali conviene contattare preventivamente il Comune, che come ente gestore può indicare i tratti effettivamente percorribili e le eventuali modalità di visita assistita.
Quanto costa visitare la Selva di Genazzano
Il bosco non ha biglietteria e la visita non comporta un costo d'ingresso. Le voci di spesa di una giornata sono quindi il trasporto, il pranzo in paese e gli eventuali ingressi agli spazi espositivi del castello o ai musei dei dintorni, che hanno tariffe proprie stabilite dai rispettivi gestori. Per un gruppo che desideri una visita guidata con accompagnatore o guida abilitata, il costo dipende dal professionista incaricato.
È una destinazione economica, e questo è un argomento che vale la pena mettere sul tavolo quando si organizza una gita scolastica o un'uscita associativa: l'accesso libero a un'area protetta di questo valore, a un'ora da Roma, non è una circostanza frequente.
Una curiosità su Selva di Genazzano (RM)
Il decreto che ha istituito il Monumento Naturale porta la data del 29 febbraio 2000. È un giorno che esiste solo negli anni bisestili, e il 2000 fu per di più un caso particolare: gli anni secolari non sono bisestili, salvo quelli divisibili per quattrocento, e il 2000 lo era. In pratica il bosco di Genazzano è stato tutelato in una data che si ripresenta identica una volta ogni quattro secoli. Il precedente 29 febbraio di un anno secolare era stato quello del 1600; il prossimo sarà nel 2400.
C'è di più: il decreto fu pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio soltanto il 10 aprile successivo, quaranta giorni dopo. È il genere di dettaglio burocratico che di solito nessuno racconta, ma che qui vale la pena conoscere, perché spiega perché nelle diverse fonti si trovino talvolta date leggermente differenti per la nascita dell'area protetta: alcuni citano la firma, altri la pubblicazione.
Una cosa che non ti dice nessuno su Selva di Genazzano (RM)
Il portale ufficiale delle aree protette del Lazio, alla voce itinerari della Selva, restituisce zero risultati. Non un percorso descritto, non una traccia, non una mappa scaricabile. È un'informazione che nessuna guida turistica riporta, perché ammettere che un'area protetta non ha itinerari pubblicati non fa titolo, e invece è la cosa più utile da sapere prima di partire: qui non arrivate trovando una bacheca con le tabelle dei sentieri e i tempi di percorrenza, come nei parchi regionali maggiori.
La conseguenza pratica è che questa visita va preparata telefonando. Il numero è quello del Comune di Genazzano, 06 955791, e la sede è in piazza Santa Maria 4. Le associazioni ambientaliste del territorio, che sono state le vere artefici dell'istituzione del monumento nel 2000, restano il canale più efficace per entrare nel bosco con qualcuno che lo conosce. Chi si presenta senza avere fatto questa telefonata rischia di girare intorno al perimetro senza capire da dove si entra, e di tornare a casa convinto che non ci fosse molto da vedere.
La seconda cosa che nessuno dice riguarda le dimensioni. Venticinque ettari sono un quadrato di cinquecento metri di lato. Chi parte da Roma immaginando una foresta in cui perdersi resterà deluso; chi parte sapendo di andare a vedere un frammento raro, con la stessa disposizione d'animo con cui si va a vedere un quadro piccolo in un museo, tornerà entusiasta. L'aspettativa, qui, determina il giudizio più del bosco stesso.
Domande frequenti su Selva di Genazzano (RM)
Quanto costa visitare la Selva di Genazzano?
La Selva di Genazzano non ha alcuna biglietteria e la visita al bosco non comporta un costo di ingresso. Le voci di spesa di una giornata sono quindi il trasporto, il pranzo in paese e gli eventuali ingressi agli spazi espositivi del castello o ai musei nei dintorni, che hanno tariffe proprie stabilite dai rispettivi gestori.
Dove si trova la Selva di Genazzano?
La Selva di Genazzano è un Monumento Naturale di venticinque ettari nei Monti Prenestini, un gruppo montuoso calcareo a sud est di Roma, nel territorio del comune di Genazzano. Il paese si trova a circa quarantacinque chilometri a est della capitale, al confine fra la città metropolitana di Roma Capitale e la provincia di Frosinone.
Ci sono sentieri segnati nella Selva di Genazzano?
No, il portale regionale delle aree protette del Lazio non pubblica itinerari ufficiali per la Selva di Genazzano: alla voce itinerari, la sezione dedicata risulta vuota. Questo non significa che il bosco non si possa percorrere, ma che non esiste una rete segnata e descritta da un ente, come accade nei parchi regionali maggiori.
La Selva di Genazzano è accessibile in sedia a rotelle?
No, la Selva di Genazzano è un bosco di collina con suolo argilloso, ruscelli e percorsi non attrezzati, senza passerelle né fondo stabilizzato, quindi non è accessibile in autonomia a chi si muove in carrozzina. Chi ha esigenze specifiche trova condizioni migliori nel borgo di Genazzano, dove santuario e piazza del castello sono raggiungibili in auto.
La Selva di Genazzano è adatta ai bambini?
Sì, la Selva di Genazzano funziona bene con i bambini se la visita si imposta come una caccia al dettaglio, con le distanze brevi e il dislivello modesto. Il ruscello con i granchi di fiume, gli aculei d'istrice fra i rovi e le foglie diverse da confrontare fra cerro e farnetto sono gli elementi che catturano subito l'attenzione.
Quando andare alla Selva di Genazzano?
La primavera è la stagione migliore per visitare la Selva di Genazzano: fra aprile e maggio il bosco mette le foglie, lo strato erbaceo fiorisce prima che le chiome si chiudano e i ruscelli hanno portata piena. L'autunno è la seconda scelta.
Cosa vedere vicino alla Selva di Genazzano?
Vicino alla Selva di Genazzano si trova il Santuario della Madonna del Buon Consiglio, basilica minore nel cuore del borgo, e il Ninfeo del Bramante, struttura rinascimentale in una valletta fuori dall'abitato. A pochi chilometri sorge inoltre Palestrina, con il grandioso santuario della Fortuna Primigenia.
Quando è stata istituita la Selva di Genazzano?
La Selva di Genazzano è stata istituita come Monumento Naturale della Regione Lazio con un decreto datato 29 febbraio 2000, una data che ricorre soltanto negli anni bisestili. Il bosco tutela un residuo significativo di vegetazione a cerro e farnetto nell'alta valle del fiume Sacco.
Il consiglio che ti do per visitare Selva di Genazzano (RM)
Invertite l'ordine che verrebbe naturale. Quasi tutti arrivano a Genazzano per il borgo, vedono il castello e il santuario, e poi, se avanza tempo, chiedono del bosco nel pomeriggio, quando la luce è già dura e la fatica si fa sentire. Fate il contrario: bosco al mattino presto, paese dopo pranzo. Nella Selva la prima ora dopo l'alba è la parte buona della giornata, perché l'umidità notturna tiene basso il profumo dell'alloro, il canto dell'allocco si sente ancora e la luce entra di taglio fra i tronchi. Il castello e la basilica, invece, si visitano benissimo con qualsiasi luce.
Secondo consiglio, che vale per chiunque accompagni un gruppo qui: date alle persone un compito. In un bosco piccolo l'attenzione cala in fretta se ci si limita a camminare. Fate cercare le piazzole delle carbonaie, fate confrontare le foglie del cerro e del farnetto, fate ascoltare in silenzio per cinque minuti. La Selva ripaga chi la guarda da vicino e delude chi la attraversa. Nel Lazio interno ci sono poche differenze così nette fra una visita riuscita e una visita sprecata.
Terzo: mettete in programma anche il Ninfeo del Bramante, verificandone prima le condizioni di accesso. È il pezzo che collega le due metà della giornata, perché è insieme architettura colta e rudere immerso nel verde, e chiude il cerchio fra il bosco e il borgo meglio di qualsiasi altra tappa. Per organizzare tutto questo con un accompagnatore professionista, la rete di accompagnamento turistico di TourLeaderPro copre Roma e tutto il Lazio interno.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Tutti sanno che a Genazzano è nato un papa. Quasi nessuno collega quel papa alla storia che rende Genazzano una tappa importante e non un borgo qualsiasi. Oddone Colonna, nato nel castello nel 1368, eletto nel 1417 con il nome di Martino V, è il pontefice che chiude il grande scisma d'Occidente, il quarantennio in cui la cristianità ebbe due e poi tre papi contemporaneamente. Il concilio di Costanza lo elegge come soluzione di compromesso, e lui riporta la sede papale a Roma.
Quello che si cita meno è lo stato in cui trovò la città. Roma nel 1420 era una rovina abitata da poche decine di migliaia di persone, con le basiliche pericolanti, le strade invase dalle macerie, i pascoli dentro le mura e le famiglie baronali in guerra permanente. Martino V avvia il restauro delle basiliche, rimette in funzione i servizi urbani, riorganizza l'amministrazione dello Stato della Chiesa e getta le basi materiali di quella che sarà la Roma del Rinascimento. La storia dell'arte romana del Quattrocento comincia con lui, ed essendo un Colonna portò naturalmente cariche e risorse alla propria famiglia, il che spiega perché a Genazzano il castello si trasformi da fortezza in residenza proprio nel suo pontificato.
C'è un secondo fatto risaputo che merita di essere riletto: la Selva è stata donata al Comune dal cardinale Del Drago alla fine dell'Ottocento. Lo si ripete ovunque come una curiosità erudita. In realtà è la ragione per cui il bosco esiste ancora: se fosse rimasto proprietà privata frazionabile, avrebbe seguito il destino di tutti gli altri boschi della valle del Sacco, cioè la vendita, il taglio e la messa a coltura. La proprietà pubblica con uso civico è stata, di fatto, la prima forma di tutela di questo bosco, settant'anni prima che qualcuno pensasse di chiamarlo Monumento Naturale.
La foto giusta da fare a Selva di Genazzano (RM)
La fotografia che descrive questo posto meglio di ogni altra è la stratificazione verticale del bosco: in basso il verde lucido e scuro dell'alloro spontaneo con il pungitopo, a metà i tronchi grigi delle querce che salgono dritti, in alto la volta delle chiome. Serve un obiettivo grandangolare, la macchina tenuta bassa, e una giornata di cielo coperto: il sole diretto in un bosco chiuso produce un contrasto che nessun sensore regge, con chiazze bruciate e ombre nere. Con la luce diffusa di una giornata nuvolosa, invece, i verdi vengono fuori tutti.
La seconda foto è il ruscello. Cercate un tratto con le radici dell'ontano nero che scendono in acqua, appoggiate la macchina su una pietra o portate un treppiede leggero, chiudete il diaframma e allungate il tempo di posa fino a un secondo o due: l'acqua diventa un nastro e le foglie ferme restano nitide. È la foto in cui si legge la ragione di tutto, cioè che questo bosco esiste perché qui l'acqua c'è tutto l'anno.
La terza non è nel bosco. È il castello Colonna visto dal basso, dal fondo della salita, con i muri a scarpa che partono dalla roccia: fotografato di prima mattina o nel tardo pomeriggio, quando la luce radente scolpisce la muratura, restituisce la sensazione di massa e di minaccia per cui quelle scarpate furono costruite. Chi vuole la variante interna entri nel cortile e inquadri il doppio loggiato dal lato opposto alla fontana ottagonale.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
1368: nel castello dei Colonna a Genazzano nasce Oddone Colonna. 1417: viene eletto papa con il nome di Martino V, chiudendo il grande scisma d'Occidente; il suo pontificato, che dura fino al 1431, coincide con la ristrutturazione dell'ala occidentale del castello.
1356: viene edificata la primitiva chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio. 1467: Petruccia di Ienco impiega i propri beni per ristrutturarla e i lavori si fermano per mancanza di fondi; il 25 aprile dello stesso anno la tradizione colloca l'arrivo dell'immagine mariana da Scutari. Fra il 1621 e il 1629 viene costruito il santuario nella forma attuale, che ingloba la chiesa trecentesca.
Intorno al 1500: i Borgia ampliano l'ala orientale del castello, nel quadro della politica di Alessandro VI contro i baroni romani. Epoca barocca: ulteriori restauri e aggiunte all'edificio. Fine del XIX secolo: il cardinale Del Drago dona la Selva al Comune di Genazzano, che vi autorizza l'uso civico del legnatico.
1903: il 17 marzo papa Leone XIII eleva il santuario alla dignità di basilica minore. 1944: il fronte della Seconda Guerra Mondiale attraversa i Monti Prenestini e il ponte settentrionale del castello viene demolito; alla Selva restano legati racconti sulla Resistenza tramandati in paese.
Anni Cinquanta e Sessanta: cessa la produzione del carbone nel bosco, di cui restano le piazzole delle carbonaie. 1975: vengono effettuati gli ultimi tagli, dopo i quali il prelievo è vietato. 1979: il Comune di Genazzano acquista il castello e avvia i restauri. 29 febbraio 2000: la Regione Lazio istituisce il Monumento Naturale La Selva con il decreto n. 132, pubblicato il 10 aprile 2000. 2012: l'Infiorata di Genazzano entra nel Guinness dei primati.
Chi è passato da Selva di Genazzano (RM)
La famiglia Colonna, prima di tutti: dal Duecento in avanti Genazzano è uno dei feudi cardine del loro dominio nel Lazio meridionale, e il castello è la macchina con cui lo amministrano. Da quella casata esce Oddone, il futuro Martino V. Intorno al 1500 arrivano i Borgia, che mettono mano all'ala orientale dell'edificio nel breve periodo in cui strappano il feudo ai Colonna. Nel Cinquecento passa di qui, secondo la tradizione critica prevalente, l'architettura di Donato Bramante, con il ninfeo che porta il suo nome.
Nel Quattrocento la figura che più segna il paese è una donna senza titoli nobiliari: Petruccia di Ienco, vedova e terziaria agostiniana, che spende tutto quello che ha per un cantiere che non riesce a finire. Fra il 1826 e il 1840 è parroco a Genazzano l'agostiniano Stefano Bellesini, poi proclamato beato. Le pareti della cappella del santuario ricordano il passaggio di diversi pontefici, fra cui Urbano VIII, Pio IX e Giovanni XXIII.
Alla fine dell'Ottocento entra in scena il cardinale Del Drago, che dona il bosco al Comune. Nel Novecento i protagonisti cambiano natura: sono i carbonai che fino agli anni Sessanta accendono le cataste nelle piazzole della Selva, i partigiani di cui si tramanda il ricordo, e infine i cittadini organizzati in associazioni che fra gli anni Ottanta e Novanta conducono la battaglia per la tutela e ottengono, nel 2000, l'istituzione del Monumento Naturale. In un'area protetta senza personale e senza cancelli, quelle persone sono tuttora la vera struttura di gestione.
Sui Monti Prenestini, allargando lo sguardo, sono passati anche i pittori europei dell'Ottocento che si fermavano a Olevano Romano per dipingere il paesaggio, da Corot a Koch, e i pellegrini della via Francigena del sud diretti verso Anagni e i porti pugliesi. Chi visita la Selva oggi si inserisce in una fila lunga.
Domande veloci su Selva di Genazzano (RM)
Che cos'è la Selva di Genazzano?
Un Monumento Naturale della Regione Lazio di venticinque ettari, nel comune di Genazzano, che tutela un bosco a cerro e farnetto nel settore meridionale dei Monti Prenestini. È l'unico residuo significativo di vegetazione autoctona dell'alta valle del fiume Sacco.
Quando è stata istituita la Selva di Genazzano?
Con il decreto del presidente della Giunta regionale del Lazio del 29 febbraio 2000, n. 132, pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Lazio del 10 aprile 2000, n. 10.
Quanto è grande la Selva di Genazzano?
Venticinque ettari, tutti nel territorio comunale di Genazzano. È una delle aree protette più piccole del Lazio.
Chi gestisce il Monumento Naturale La Selva?
Il Comune di Genazzano, con sede in piazza Santa Maria 4, telefono 06 955791.
Si paga un biglietto per entrare nella Selva di Genazzano?
No. Non esiste biglietteria: è un bosco comunale tutelato, al quale si accede a piedi.
Ci sono sentieri segnalati nella Selva di Genazzano?
Il portale regionale delle aree protette non pubblica itinerari per quest'area. Per conoscere percorsi e condizioni di accesso il riferimento è il Comune di Genazzano, ente gestore.
Quali alberi si trovano nella Selva di Genazzano?
Il bosco è caratterizzato dall'associazione di cerro e farnetto, con farnia, tiglio, carpino bianco, acero opalo e ontano nero. Nello strato arbustivo alloro spontaneo, pungitopo, rovo, nespolo, biancospino, melo selvatico e perastro.
Che cos'è il farnetto?
Una quercia caducifoglia sud europea, Quercus frainetto, che ama i suoli argillosi profondi e i climi con estati calde e piogge abbondanti. Nel Lazio raggiunge uno dei suoi limiti settentrionali di areale, e questo rende la Selva scientificamente interessante.
Quali animali vivono nella Selva di Genazzano?
Fra le presenze documentate ci sono il granchio di fiume nei ruscelli, l'istrice, di cui si segnalano sistemi di tane sui pendii più ripidi, e l'allocco, rapace notturno il cui richiamo si sente anche di giorno. Le conoscenze faunistiche restano parziali.
Perché il granchio di fiume è importante?
Perché non tollera l'inquinamento e la cementificazione degli alvei: la sua presenza indica che l'acqua dei ruscelli è di buona qualità. Nel Lazio la specie è in regressione.
Quando sono stati fatti gli ultimi tagli nella Selva?
Nel 1975. Da allora il taglio è vietato, e il bosco si è evoluto liberamente per mezzo secolo.
Che cosa sono le piazzole delle carbonaie?
Spiazzi circolari pianeggianti ricavati sul pendio, dove fino agli anni Cinquanta e Sessanta si allestivano le cataste per produrre carbone di legna. Nella Selva se ne conservano diverse e si riconoscono dal terreno più scuro.
Chi ha donato la Selva al Comune di Genazzano?
Il cardinale Del Drago, alla fine del XIX secolo. Il Comune vi autorizzò l'uso civico per la raccolta del legnatico.
Qual è il periodo migliore per visitare la Selva di Genazzano?
La primavera, fra aprile e maggio, per le fioriture e la portata dei ruscelli. L'autunno, fra fine ottobre e metà novembre, per i colori. L'estate solo di prima mattina.
Quanto tempo serve per visitare la Selva di Genazzano?
Poco più di un'ora a passo tranquillo per attraversare l'area, ma una visita fatta bene, con soste e osservazione, occupa comodamente una mattinata.
Come si arriva alla Selva di Genazzano da Roma?
In auto lungo la via Casilina, oppure con l'autostrada A1 uscendo a Valmontone o Colleferro, oppure per la via Prenestina passando da Palestrina e Cave. Con il trasporto pubblico si usano le linee Cotral dai capolinea di Anagnina, Ponte Mammolo e Tiburtina, verificando gli orari sul sito dell'azienda.
Quanto dista Genazzano da Roma?
Circa 45 chilometri verso est. Il paese sorge a 375 metri di quota, al confine fra la città metropolitana di Roma Capitale e la provincia di Frosinone.
Si possono portare i cani nella Selva di Genazzano?
In un'area protetta valgono le prescrizioni dell'ente gestore: la regola prudente è guinzaglio sempre e verifica preventiva presso il Comune, perché la fauna presente comprende specie che nidificano e scavano a terra.
Si possono raccogliere funghi nella Selva di Genazzano?
La raccolta dei prodotti del sottobosco dentro un Monumento Naturale è disciplinata dalle norme regionali e dalle disposizioni dell'ente gestore, e va verificata presso il Comune prima di raccogliere qualsiasi cosa.
La Selva di Genazzano è adatta ai bambini?
Molto. Distanze brevi, dislivelli modesti e molti dettagli da cercare: il ruscello, gli aculei d'istrice, le piazzole delle carbonaie, le foglie da confrontare.
La Selva di Genazzano è accessibile in carrozzina?
No in autonomia: il fondo è argilloso, i percorsi non sono attrezzati e ci sono attraversamenti di ruscelli. Per esigenze specifiche conviene contattare il Comune.
Che cosa vedere a Genazzano oltre al bosco?
Il Castello Colonna, oggi sede di un centro per l'arte contemporanea, il Santuario della Madonna del Buon Consiglio, basilica minore dal 1903, e il Ninfeo del Bramante fuori dall'abitato.
Perché il Castello Colonna è importante?
Perché fu costruito nel Duecento dai Colonna sul luogo di una fortificazione più antica, perché vi nacque nel 1368 il futuro papa Martino V e perché conserva stratificazioni quattrocentesche, borgiane e barocche. Dal 1979 appartiene al Comune.
Che cos'è il Santuario della Madonna del Buon Consiglio?
La chiesa principale di Genazzano, con rango di basilica minore, legata alla tradizione dell'immagine mariana giunta il 25 aprile 1467 da Scutari. L'edificio attuale risale al periodo fra il 1621 e il 1629 e ingloba la chiesa del 1356.
Chi era Petruccia di Ienco?
Una vedova, terziaria agostiniana, che nel 1467 spese i propri beni per ristrutturare la chiesa di Genazzano. Alla sua vicenda è legata l'origine del santuario.
Il Ninfeo del Bramante è davvero di Bramante?
L'attribuzione è tradizionale e discussa fra gli studiosi, come accade spesso per le architetture prive di documenti contrattuali. Resta comunque un'opera di grande qualità del primo Cinquecento romano.
Quando si tiene l'Infiorata di Genazzano?
La prima domenica di luglio. Nel 2012 la manifestazione è entrata nel Guinness dei primati.
Che cos'è il Palio di Brancaleone?
Una rievocazione storica che si tiene a maggio a Genazzano, con sfide fra i rioni, cortei in costume e giochi.
Che cosa sono i Monti Prenestini?
Un gruppo montuoso calcareo a sud est di Roma, delimitato dai Monti Tiburtini, dai Monti Ruffi, dalla valle del Sacco e dai Colli Albani. La vetta principale è il Monte Guadagnolo, 1218 metri, seguito dal Monte Cerella con 1202 metri.
Che cosa si può abbinare a una visita alla Selva di Genazzano?
Palestrina con il santuario della Fortuna Primigenia e il museo archeologico nazionale, Olevano Romano con il museo d'arte e le cantine del Cesanese, Castel San Pietro Romano, la Rocca di Cave con il museo geopaleontologico, e più a sud Anagni e Fiuggi.
Quale altro monumento naturale è stato istituito insieme alla Selva?
La Valle delle Cannuccete, nel comune di Castel San Pietro Romano, tutelata dalla Regione Lazio nello stesso contesto.
Se dovessi ridurre tutto a una frase, direi questa: la Selva di Genazzano non si visita, si legge. Venticinque ettari non impressionano nessuno per estensione, ma contengono un bosco che nel resto della provincia di Roma è stato cancellato, un'acqua abbastanza pulita da tenere in vita i granchi di fiume, cinquant'anni di alberi lasciati crescere e le tracce di un mestiere scomparso. Andateci la mattina presto, camminate piano, e poi salite in paese a vedere che cosa ha costruito la famiglia che questo bosco lo possedeva. È una delle giornate meglio spese che il Lazio interno sappia offrire, e costa quanto il carburante.
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Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.
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