Boville Ernica (FR)

Boville Ernica è un comune della provincia di Frosinone di circa 8.300 abitanti (poche centinaia dentro le mura), a 487 metri di quota su un colle isolato che domina la media valle del Sacco e guarda verso il Liri, 15 chilometri a est di Frosinone e circa 90 da Roma. In automobile: autostrada A1 Roma-Napoli fino all'uscita Frosinone, poi la superstrada in direzione Sora e la SS214 Maria e Isola Casamari con le indicazioni per Monte San Giovanni Campano e Boville Ernica; da Roma poco più di un'ora e un quarto senza traffico, da Frosinone venti-venticinque minuti. Senza automobile: treno regionale della linea Roma-Cassino da Termini o Tiburtina fino a Frosinone (un'ora e dieci, un'ora e mezza a seconda del convoglio), poi autobus Cotral dall'autostazione di Frosinone fino al capolinea di Boville Ernica in via Cesare Battisti, sul belvedere a nord del centro storico; le corse sono pensate per pendolari e studenti, si diradano nel pomeriggio e nei festivi, e vanno controllate sul sito Cotral prima di partire. L'auto si lascia nei parcheggi lungo la viabilità esterna alle mura, perché dentro il borgo le vie sono strette, in parte pedonali e in parte riservate ai residenti; da qualunque porta al centro sono pochi minuti a piedi. Passeggiare nel borgo, percorrere il giro delle mura e affacciarsi dai belvedere non costa nulla. La chiesa di San Pietro Ispano, in piazza San Pietro 9, con l'angelo musivo di Giotto, il sarcofago paleocristiano e la cappella Simoncelli, è un luogo di culto senza biglietto e senza orario museale continuato: si trova aperta con maggiore probabilità la mattina e negli orari delle celebrazioni, e per i gruppi conviene concordare la visita in anticipo con la parrocchia o con l'associazione di guide locali. Il Comune ha sede in corso Umberto I 3 (tel. 0775 379004). Per la visita completa servono tre ore; per una giornata intera con la campagna e un paese vicino, il tempo è ben speso.

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Castelli Romani✦ Fuori porta

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Frascati, Castel Gandolfo, il lago di Albano. Un'ora da Roma e sembra un'altra regione.

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Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana✦ Patrimonio UNESCO

Tivoli: Villa d'Este e Villa Adriana

Due ville, due epoche, un solo biglietto mentale: le fontane di Villa d'Este e le rovine imperiali di Adriano.

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Degustazioni di vino✦ Anche in città

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In enoteca in centro o tra le vigne dei Castelli. Due cose diverse: una dura un'ora, l'altra una giornata.

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Tour a piedi✦ Il classico

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Roma si capisce camminando. La differenza la fa la guida, non l'itinerario: sono quasi tutti uguali sulla carta.

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Colosseo, Foro e Palatino✦ Va a ruba

Colosseo, Foro e Palatino

L'ingresso a orario sparisce con giorni di anticipo in alta stagione. La versione con i sotterranei è quella che vale il s...

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Musei Vaticani e Cappella Sistina✦ Vai all'apertura

Musei Vaticani e Cappella Sistina

Il primo slot della giornata o il tardo pomeriggio. A metà mattina è un nastro trasportatore, e non lo diciamo solo noi.

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Tour in golf cart✦ Poco cammino

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Il centro storico in un paio d'ore senza distruggerti i piedi, e passi dove i pullman non entrano.

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Food tour✦ Vieni affamato

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Non è un pranzo: sono sei-otto tappe piccole. Il valore è nei posti in cui non saresti mai entrato da solo.

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Bar hopping e vita notturna✦ Dopo le 21

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Tre o quattro locali con qualcuno che sa quali sono aperti quella sera. Funziona meglio da soli che in coppia.

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Vespa e Ape Calessino✦ Foto garantite

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In Ape ti portano loro, in Vespa guidi tu (serve la patente). Due esperienze molto diverse sotto lo stesso nome.

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Tour in sidecar✦ Il più scenografico

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Il sidecar vintage con conducente: costa più della Vespa, ma è il giro che finisce in tutte le foto.

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Corsi di cucina✦ Si mangia alla fine

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Pasta a mano e poi ci si siede a tavola. La domanda giusta è quante persone ci sono per postazione.

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Galleria Borghese✦ Prenotazione obbligatoria

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Bernini e Caravaggio in due ore contate. Senza prenotazione non si entra, punto.

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Catacombe e Appia Antica✦ Sottoterra

Catacombe e Appia Antica

Chilometri di gallerie sotto la via Appia. Fresche d'estate, e sorprendentemente poco affollate.

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Colosseo: sotterranei e arena✦ Accesso limitato

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Il piano dove aspettavano gladiatori e belve, e il pavimento dell'arena. Posti contati ogni giorno.

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Pompei e Costiera Amalfitana✦ Giornata lunga

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Da Roma si fa in giornata, ma è una giornata vera: sveglia presto e rientro a sera.

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Firenze in giornata✦ Alta velocità

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Un'ora e mezza di treno e sei sotto il Duomo. Si fa, se accetti di vedere tre cose e non dieci.

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Castel Sant'Angelo✦ Terrazza panoramica

Castel Sant'Angelo

Mausoleo, fortezza, prigione e rifugio dei papi. E la terrazza con la vista migliore su San Pietro.

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Roma di notte✦ Dopo il tramonto

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Le stesse piazze, senza la folla e con le luci giuste. La città cambia completamente.

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Bus hop-on hop-off✦ Libertà di scesa

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Sali e scendi dove vuoi per 24 o 48 ore. Utile il primo giorno, per orientarsi.

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Capri e Costiera Amalfitana✦ Mare

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Trevi, Pantheon e piazze✦ Centro storico

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Il cuore barocco a piedi, più il biglietto del Pantheon che ora serve davvero.

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Scuola dei gladiatori✦ Con i bambini

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Due ore con la spada di legno in mano, sulla via Appia. Con i ragazzini funziona sempre.

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Segway e monopattino✦ Poco sforzo

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Copri il doppio del centro senza camminare. Dieci minuti di pratica e ci stai sopra.

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Ogni mercoledì, quando il Papa è a Roma. Il biglietto è gratuito ma va ritirato.

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Terme di Caracalla✦ Poco affollato

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Muri alti trenta metri e quasi nessuno intorno. Uno dei posti più sottovalutati di Roma.

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La Pompei di Roma, raggiungibile col treno urbano. Strade, taverne e mosaici, senza folla.

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Un'ora e dieci di treno. Il centro storico, il museo archeologico e la pizza vera.

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Vaticano: ingresso anticipato✦ Prima dell'apertura

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Dentro i Musei prima del pubblico. La Sistina quasi vuota è un'altra cosa.

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Tour in e-bike✦ Senza fatica

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Le sette colline con l'assistenza al pedale. L'Appia Antica e il Gianicolo diventano facili.

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Boville Ernica è una delle tappe più solide di un giro fra i centri fortificati della Ciociaria, insieme ad Alatri, Ferentino, Anagni e Veroli; il quadro delle mete fuori Roma è nell'indice delle attrazioni turistiche di EstateRomana, e il versante opposto della valle è raccontato nella pagina sui Monti Lepini.

Boville Ernica (FR)
Boville Ernica (FR)

Come arrivare a Boville Ernica (FR) da Roma e da Frosinone

La prima cosa che dico a chi mi chiede indicazioni per Boville Ernica è di non fidarsi della sensazione di distanza. Novanta chilometri da Roma sono, per un abitante di una grande città, «poco più di un'ora», e in condizioni normali di traffico è proprio così. Nella geografia mentale di moltissimi romani, però, la Ciociaria resta un altrove indefinito, una regione interna di cui si conosce il nome e non la carta, e Boville Ernica è uno di quei paesi che quasi tutti hanno sentito nominare senza saper dire dove sia. È in provincia di Frosinone, su un colle che i geografi descrivono come solitario, in una posizione insieme di crinale e di confine, sospesa fra la pianura agricola del Sacco e le due catene che chiudono l'orizzonte: gli Ernici a nord-est, i Lepini a sud-ovest.

In automobile: l'autostrada A1 e la Casilina

Il modo più semplice è l'autostrada A1 Milano-Napoli, che si percorre da Roma verso sud fino all'uscita di Frosinone. Dal casello si seguono le indicazioni per la superstrada e poi per la SS214 Maria e Isola Casamari, l'asse storico di questa parte della valle, e da lì le provinciali che risalgono verso il colle. La segnaletica per Boville Ernica compare già nei pressi di Monte San Giovanni Campano e non è difficile da seguire. L'ultimo tratto è una salita a tornanti larghi, ben asfaltata, che guadagna quota in fretta: chi arriva in un pomeriggio di fine estate con il sole basso alle spalle si ritrova quasi senza accorgersene a guardare la valle dall'alto, e a quel punto il viaggio è già cominciato.

Chi arriva dal nord del Lazio, o da Roma senza voler pagare il pedaggio, può usare la via Casilina, la vecchia SS6, che ricalca in buona parte il tracciato della romana via Latina e attraversa uno dopo l'altro i paesi della valle. È una strada molto più lenta, con semafori, rotatorie e attraversamenti urbani, e non la consiglio a chi ha fretta. La consiglio con convinzione a chi vuole capire il territorio, perché la Casilina è la spina dorsale antropologica della Ciociaria e percorrendola si legge una stratificazione di duemila anni: i campi, i capannoni, le chiese romaniche, i borghi arroccati sui fianchi, le insegne dei frantoi. Da Frosinone, in ogni caso, la percorrenza è breve: una quindicina di chilometri che si coprono in venti minuti abbondanti, di più nelle ore di punta lungo la Casilina e le sue diramazioni, dove il traffico locale è più intenso di quanto ci si aspetti.

In treno e in autobus fino a Boville Ernica

Chi viaggia in treno ha come riferimento la stazione di Frosinone, sulla linea Roma-Cassino-Napoli, servita dai regionali in partenza da Roma Termini e da Roma Tiburtina. La stazione è nella parte bassa della città, allo Scalo, e da lì per Boville Ernica serve un autobus di linea extraurbano Cotral oppure un taxi. Non è impossibile, molti lo fanno: il capolinea delle corse è in via Cesare Battisti, sul belvedere settentrionale del paese, e l'autobus al ritorno gira attorno alle mura invece di fare inversione. Ma le corse sono cadenzate sui pendolari, con frequenze rade nel pomeriggio e nei giorni festivi: l'ultima corsa utile per rientrare può essere molto prima di quanto si immagini. Il mio consiglio, se si vuole vedere anche i paesi vicini, è di arrivare in treno a Frosinone e noleggiare un mezzo, oppure partire in auto: la Ciociaria si gode con la libertà di fermarsi dove capita.

Dagli aeroporti di Roma a Boville Ernica

Chi atterra a Roma trova in Fiumicino e in Ciampino due punti di partenza ragionevoli. Da Ciampino la strada è più diretta, perché si è già a sud-est della capitale e si imbocca il Grande Raccordo Anulare per pochi chilometri prima di prendere la A1. Da Fiumicino conviene mettere in conto una mezz'ora in più. Chi viaggia dall'estero e vuole costruire un itinerario che tenga insieme Roma e l'entroterra laziale trova la guida in inglese del paese su ItalyPlanner, alla pagina dedicata a Boville Ernica, utile per inquadrare le distanze reali e non quelle immaginate. È un errore comune sottovalutare quanto il Lazio sia vario: dalla costa tirrenica ai duemila metri degli Appennini ci sono meno di cento chilometri in linea d'aria, e in mezzo si succedono paesaggi che sembrano appartenere a regioni diverse.

Dove parcheggiare a Boville Ernica

Il parcheggio, nei borghi arroccati, è sempre il punto dolente. Boville Ernica ha un centro storico interamente racchiuso dentro la cinta muraria, e le sue vie interne sono strette, in parte pedonali, in parte a traffico limitato per i soli residenti. La regola è lasciare l'auto negli spazi individuati appena fuori dalle mura, nella zona dei parcheggi che serve il paese alto, e proseguire a piedi. Non è un sacrificio: il perimetro del borgo si percorre comodamente in una passeggiata, e l'ingresso a piedi da Porta San Nicola è esattamente il modo giusto di entrare. Chi prova a infilarsi dentro il centro con l'auto rischia solo una manovra complicata fra due muri di pietra e un cattivo inizio di visita.

Quanto tempo serve e in quale stagione

Sui tempi mi permetto di essere diretto. Boville Ernica non è un paese da mezz'ora e non è un paese da tre giorni. È un paese da mezza giornata piena, o da una giornata intera se si vuole rallentare, pranzare, uscire dalle mura per il giro esterno lungo la cinta e salire al belvedere con la luce del tardo pomeriggio. Chi ha soltanto un paio d'ore vedrà comunque l'essenziale, perché il patrimonio è concentrato: San Pietro Ispano con l'angelo di Giotto e il sarcofago, la collegiata di San Michele con la tomba del cardinale Filonardi, il circuito delle diciotto torri, le piazze. Ma qui il tempo è un ingrediente, non un costo.

Sulle stagioni la mia preferenza va all'autunno e alla tarda primavera. L'autunno perché la campagna produce cose serie: è il tempo della raccolta delle olive e della molitura, i frantoi della valle lavorano e l'aria del pomeriggio, se il vento sale dal basso, porta un odore vegetale e amaro che è uno dei ricordi più netti che ho di questo territorio. La tarda primavera perché la luce è lunga, gli Ernici conservano chiazze di neve sulle cime più alte e il verde della valle è al suo meglio. L'estate è calda, a volte molto calda in pianura, ma in quota la sera rinfresca e il calendario delle feste si infittisce, con BovillEtnica nella prima decade di agosto. L'inverno è la stagione dei pochi, bellissima per chi ama i borghi vuoti e la nebbia bassa che riempie la valle lasciando emergere i colli come isole.

Servizi, accessibilità e la luce giusta

Boville Ernica è un comune vivo, con negozi di alimentari, bar, ristoranti, farmacia, uffici pubblici. Non è un borgo abbandonato e restaurato per il turismo: è un paese abitato, e questo si sente. Trovare da mangiare non è un problema; trovare da dormire richiede un minimo di programmazione, perché la ricettività è fatta di piccole strutture, bed and breakfast, agriturismi nella campagna e qualche affittacamere nel centro storico, mentre gli alberghi di dimensioni maggiori sono a Frosinone o lungo l'asse della valle. Tariffe e recapiti cambiano: si chiedono al Comune e direttamente alle strutture.

Il centro storico è in salita, con pavimentazioni in pietra, gradini, dislivelli. Chi ha difficoltà motorie deve saperlo prima. Detto questo, la parte alta è raggiungibile in auto per chi ha necessità e permessi, e alcune delle vedute più belle, a cominciare dal belvedere di via Cesare Battisti, si godono da punti facilmente accessibili. La soluzione non è rinunciare ma organizzarsi: chiedere in Comune, farsi indicare i punti di sosta più vicini, calibrare il giro. Chi organizza spostamenti di gruppo in questa parte del Lazio trova su TourLeaderPro, alla pagina sull'organizzazione dei viaggi di gruppo in Italia, un approccio che ragiona in termini di logistica reale e non di elenchi astratti di monumenti.

Chiudo la parte pratica con un suggerimento che vale più di molte indicazioni stradali: se potete, arrivate a Boville Ernica nel tardo pomeriggio e non a mezzogiorno. La ragione è la luce. Il paese guarda verso la valle e verso le montagne, e quando il sole scende il colore della pietra cambia, i blocchi poligonali prendono rilievo, le torri proiettano ombre lunghe sui vicoli e il panorama verso i Lepini si stratifica in piani di azzurro sempre più chiaro. Non è un dettaglio da fotografi: è il momento in cui si capisce perché un insediamento sia nato proprio lì e non trecento metri più in basso.

Bovillae, Bauco, Boville Ernica: la storia di un colle fra gli Ernici e il Sacco

Per capire Boville Ernica bisogna partire da tre nomi. Il primo è Bovillae, il nome che la tradizione locale assegna all'insediamento italico originario e che i bovillensi collegano al culto di un dio Bove, simbolo di fertilità: è una tradizione erudita, non un dato archeologico, e va tenuta distinta dalla Bovillae romana della via Appia, che è un'altra città. Il secondo è Bauco, il nome documentato per tutto il Medioevo e l'età moderna, che gli storici locali fanno derivare da una «buca», dalle grotte del colle, o dal sambuco; è il nome che ancora si sente pronunciare dagli anziani e che si legge nelle carte fino al Novecento. Il terzo è Boville Ernica, adottato con la delibera del 1907 (effettiva nel 1908) per legare il paese agli Ernici, il popolo italico che occupava questa fascia dell'Appennino prima che Roma diventasse Roma, e ai monti che portano il loro nome.

Gli Ernici e le mura poligonali di Boville Ernica

Gli Ernici erano gente di montagna, stanziata fra la valle del Sacco e i rilievi che ancora oggi si chiamano Monti Ernici, e la loro storia è quella classica dei popoli italici: alleanze e guerre con Roma, una lega confederata con Anagni, Ferentino, Alatri e Veroli come città principali, una progressiva sottomissione e infine l'assorbimento nel mondo romano. Di questa civiltà restano soprattutto le opere di difesa, e sono opere che parlano più di qualunque documento scritto. Le mura poligonali sono la loro firma sul paesaggio: cinte costruite con blocchi calcarei di grandi dimensioni, sbozzati e incastrati senza malta, con facce irregolari che combaciano con precisione sorprendente. Chi le vede per la prima volta rimane colpito da due cose: la scala dei blocchi, che in certi punti esclude qualunque trasporto su lunga distanza, e la qualità del contatto fra le pietre, ancora al loro posto dopo oltre due millenni.

A Boville Ernica il tratto più antico non è nel paese alto ma sul Monte di Fico, il rilievo dove gli archeologi hanno raccolto terrecotte votive e dove affiorano le mura megalitiche preromane; le tombe con vasi e statuette fittili rinvenute nel territorio rimandano all'VIII-VII secolo avanti Cristo. Nel borgo la muratura a grandi blocchi si conserva in tratti, inglobata nelle cinte medievali, e questo è forse l'aspetto più affascinante del sito. Non ci si trova davanti a un monumento isolato e recintato ma davanti a una stratificazione, dove il basamento italico regge una struttura medievale a sua volta rimaneggiata nei secoli successivi. Camminando lungo il perimetro esterno si riconoscono i passaggi: in basso i blocchi a incastro, sopra la muratura più regolare e minuta dell'età comunale, più in alto gli interventi tardi. È una lezione di archeologia dell'architettura a cielo aperto, di quelle che valgono dieci libri. Chi ha visto le acropoli di Alatri e di Ferentino sa di cosa parlo: il confronto fra i tre siti è uno degli esercizi più istruttivi che si possano fare in Ciociaria.

Il 939, il Sasso e la nascita del castrum di Bauco

In età romana la valle sottostante era percorsa dalla via Latina, e l'abitato principale non era sul colle ma in basso, nella contrada del Sasso, dove nel 1941 riaffiorerà il sarcofago paleocristiano di cui parlerò a lungo. Con la fine del mondo antico e l'insicurezza dei secoli altomedievali l'insediamento si sposta in quota. La data che le fonti locali tramandano è il 939, quando le scorrerie dei Saraceni e degli Ungari distrussero il villaggio del Sasso e la popolazione si rifugiò sul colle, a Babucus, che è la forma latina di Bauco. È il fenomeno dell'incastellamento che ridisegna tutta l'Italia centrale fra il IX e l'XI secolo: le ville e i vici di pianura si svuotano, la gente si raccoglie su alture difendibili attorno a un castello, a una chiesa, a una torre. In quegli stessi decenni, secondo la tradizione, un pellegrino spagnolo di nome Pietro sceglie una grotta del colle per vivere da penitente: sarà San Pietro Ispano, il patrono, e sulla sua grotta sorgerà la chiesa che oggi custodisce i tesori del paese.

Il 1204 e la repubblica delle dodici famiglie di Bauco

Il Medioevo di Boville Ernica è un Medioevo di confine. Questa terra è stata a lungo la frontiera fra lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli, e la vicinanza della linea ha condizionato tutto: fortificazioni, commerci, contrabbandi, alleanze delle famiglie. Fra XI e XII secolo il castrum si cinge di mura, e le mura servono: Bauco viene saccheggiata dalle truppe del Barbarossa nel 1170, da quelle di Enrico VI nel 1186 e di nuovo da soldati germanici nel 1194. Nel 1204 i cittadini respingono un attacco proveniente dal Regno, e papa Innocenzo III premia la resistenza con un'autonomia amministrativa che durerà quasi quattro secoli. Il governo passa a un'oligarchia di dodici famiglie, i cui nomi la tradizione conserva: Vittori-Roberti, Crescenzi, De Angelis, De Oliva, Arduini, Pollastrelli, Tarquini, Tomasi, Morsi, Gavilla, Filonardi. Ad Anagni, a pochi chilometri, si scriveva la storia della cristianità con i papi Conti e Caetani; a Bauco quella storia si viveva dal punto di vista di un centro minore ma non marginale, con mura, uomini d'arme e rendite agricole solide, dentro la provincia pontificia di Campagna e Marittima.

Il Cinquecento dei Filonardi: Boville Ernica diventa una piccola corte

Fra le dodici famiglie una emerge sopra tutte. Ennio Filonardi nasce a Bauco nel 1466, è vescovo di Veroli dal 1503 al 1538, nunzio apostolico in Svizzera per tre mandati fra il 1513 e il 1533, governatore di Marche, Fermo, Imola e Bologna, prefetto di Castel Sant'Angelo dal 1534 e cardinale dal 1536 per volontà di Paolo III Farnese, di cui è amico intimo. Nel 1501 aveva negoziato il matrimonio fra Lucrezia Borgia e il duca di Ferrara. Un uomo così trasforma il paese natale: nella prima metà del secolo fa costruire il grande palazzo dedicato a Paolo III, con portale attribuito al Vignola, lo collega con una scala interna all'abbazia di San Pietro Ispano, che restaura, e fa di Bauco una residenza estiva gradita alla corte pontificia. Il fratello Flaminio è vescovo di Aquino, il nipote Filippo gli succede e riceve la porpora da Paolo V nel 1611, il nipote Silvio interviene ancora sulla chiesa nel 1580. Ennio muore a Roma il 19 dicembre 1549, poco dopo essersi ritirato malato dal conclave, ed è sepolto nella cappella di famiglia in San Michele Arcangelo, dove il monumento funebre si vede ancora.

Dal 1583 al 1907: Stato Pontificio, briganti e un nome nuovo

Nel 1583 Gregorio XIII revoca l'autonomia concessa da Innocenzo III e Bauco torna sotto l'amministrazione diretta della Chiesa. Nel Seicento entra in scena l'altra famiglia decisiva, i Simoncelli: monsignor Giovanni Battista Simoncelli, cameriere segreto e segretario di Paolo V, porta a Bauco i frammenti salvati dalla demolizione della vecchia basilica vaticana e fa costruire il palazzo con la cappella del Battista, oggi sede del Comune. Segue il lungo Settecento pontificio, con la ricostruzione della collegiata di San Michele su disegno di Giuseppe Subleyras, l'occupazione napoleonica, la Restaurazione. Poi il 28 gennaio 1861: a pochi mesi dall'annessione del Regno di Napoli, mentre Bauco è ancora terra pontificia, un contingente di irregolari borbonici guidato dal conte alsaziano Théodule de Christen e dal brigante Luigi Alonzi detto Chiavone si scontra alle porte del paese con una colonna piemontese del generale De Sonnaz e la respinge. È l'ultima vittoria della guerriglia legittimista, e Boville Ernica la ricorda con un monumento del 1900 e con una rievocazione in costume. Nel 1870 il paese entra nel Regno d'Italia; nel 1907 il consiglio comunale chiede di cambiare nome, e Bauco diventa Boville Ernica.

Il Novecento di Boville Ernica: la guerra, la partenza, il ritorno

Il Novecento porta il trauma più profondo. Fra l'autunno del 1943 e la primavera del 1944 la Ciociaria è retrovia e poi campo di battaglia: la Linea Gustav passa a Cassino, una quarantina di chilometri più a sud, e dopo lo sfondamento di maggio l'avanzata alleata risale la valle del Liri e quella del Sacco proprio sotto questo colle. Bombardamenti, sfollamenti, requisizioni, e i mesi terribili del passaggio del fronte: molti paesi della Ciociaria portano ancora nella struttura urbana i segni di quella stagione. Boville è stata relativamente fortunata rispetto ad altri centri, e questa fortuna è una delle ragioni per cui il suo tessuto medievale è arrivato fino a noi così leggibile. In quei mesi il paese ospita anche uno sfollato illustre, Cesare Zavattini, che dalla Ciociaria scrive lettere rimaste in archivio. Il secondo dopoguerra porta l'emigrazione, massiccia come in tutto il Mezzogiorno interno: nord Italia, Belgio, Germania, Svizzera, Canada, Argentina, Stati Uniti, Australia. Ancora oggi le comunità di origine bovillense all'estero tornano d'estate, e chi visita il borgo in agosto lo percepisce senza bisogno di spiegazioni: nelle conversazioni, negli accenti, nelle targhe. La demografia dei borghi resta la questione aperta di questo territorio, molto più delle mura.

Un sistema di paesi, non un'isola

Chiudo con una considerazione di metodo. Boville Ernica appartiene a un sistema. Insieme a Veroli, Alatri, Ferentino, Anagni e agli altri centri fortificati della valle costituisce una rete di insediamenti che si guardano l'un l'altro dall'alto, che hanno condiviso strade, conflitti, santi e commerci. Visitarne uno solo è come leggere un capitolo staccato da un libro. Il modo giusto di affrontare questa parte della Ciociaria è pensarla come un unico organismo geografico, percorrendo le strade di crinale che collegano i paesi e osservando come cambiano l'esposizione, le colture, la pietra. È un viaggio da due giorni, ed è fra le cose più sottovalutate del turismo laziale.

Antiche mura di Boville Ernica (FR)
Antiche mura di Boville Ernica (FR)

Boville Ernica luogo per luogo: la visita dentro le mura

Il percorso che descrivo è quello che faccio con i gruppi: si entra da Porta San Nicola, si sale lungo corso Umberto I fino a piazza Sant'Angelo, si scende a San Pietro Ispano, si tocca Santo Stefano e San Francesco, si esce da Porta San Francesco o dalla Posterula e si completa il giro dall'esterno delle mura. Tre ore a passo lento, con salite. Ogni tappa ha una ragione, e cerco di darla.

Porta San Nicola, le tre cinte e le diciotto torri di Boville Ernica

Il borgo si presenta con quattro accessi storici: Porta San Nicola, Porta Santa Maria, Porta San Francesco e la Posterula, la piccola porta di servizio che in ogni castrum medievale serviva per uscire senza aprire i battenti maggiori. Le fonti locali parlano di tre cinte murarie successive, e la più esterna, quella medievale, è sostenuta da diciotto torri, a pianta quadrata e circolare alternate, tutte ancora in piedi. È un numero raro. Le torri non erano tutte contemporanee né avevano la stessa funzione: alcune erano vere torri di difesa, altre di avvistamento, altre torri gentilizie legate al prestigio di una famiglia, e alcune sono oggi inglobate nelle abitazioni. La loro sopravvivenza in numero così alto è la ragione principale per cui Boville Ernica viene citata fra i borghi meglio conservati della provincia e figura nell'elenco dei Borghi più belli d'Italia. Il perimetro restituisce un'idea concreta di come funzionasse un abitato fortificato: le porte come punti di controllo, i camminamenti, i tratti in cui la roccia naturale fa da fondamenta. La mia opinione: fermatevi sotto Porta San Nicola e guardate in alto prima di entrare. Le porte sono il punto in cui le tre cinte si leggono meglio, e chi le attraversa distratto perde metà del monumento.

Torre, Boville Ernica (FR)
Torre, Boville Ernica (FR)

Corso Umberto I: palazzo Simoncelli, palazzo De Angelis, palazzo Liberati

La via principale sale con bifore e trifore che decorano i palazzetti patrizi, segno di un Quattrocento e Cinquecento prosperi. Il primo edificio da riconoscere è palazzo Simoncelli, eretto nel Seicento dalla famiglia di monsignor Giovanni Battista Simoncelli: sul portale campeggiano l'aquila e il drago dei Borghese, lo stemma di Paolo V, con il motto «Sub umbra alarum tuarum», sotto l'ombra delle tue ali, che è insieme un versetto dei Salmi e una dichiarazione di appartenenza politica. Il palazzo fu poi monastero di monache benedettine fino al 1905 e dal 1905 è la sede del Comune: entrare in municipio significa entrare in un palazzo barocco. Più avanti palazzo De Angelis, appartenuto al letterato e poeta Desiderio De Angelis, e in via Roma palazzo Liberati. Nessuno di questi edifici si visita come un museo, ma i portali, gli stemmi consumati e le cornici delle finestre si leggono dalla strada, e a Boville Ernica leggere le facciate è metà del piacere.

La chiesa del Battista e il Battesimo del Domenichino

Annessa al palazzo Simoncelli, sul corso, la chiesa di San Giovanni Battista fu aperta al culto nel 1633 ed è oggi sconsacrata. Conserva un affresco con il Battesimo di Cristo che la tradizione locale attribuisce al Domenichino, Domenico Zampieri, il bolognese che negli stessi anni lavorava a Roma e a Frascati per la corte pontificia. Attribuzione da prendere con cautela, perché resta tradizione locale e la fortuna del nome in provincia è enorme; ma il legame fra i Simoncelli e l'ambiente di Paolo V rende plausibile una commissione a un pittore di quel giro. Si vede quando è aperta per mostre ed eventi.

Piazza Sant'Angelo e la collegiata di San Michele Arcangelo

Piazza Sant'Angelo è il vertice sociale e monumentale di Boville Ernica: da un lato la collegiata, dall'altro i palazzi di Emilio e Velio Filonardi, quattrocenteschi, e il grande palazzo del cardinale. La collegiata di San Michele Arcangelo, la chiesa di Sant'Angelo del linguaggio locale, ha origini medievali (le fonti locali la datano intorno al 1125) e fu ricostruita nel Settecento su disegno di Giuseppe Subleyras, figlio del più celebre Pierre. Dentro, tre cose da vedere con calma. Il monumento funebre del cardinale Ennio Filonardi nella cappella di famiglia dedicata a San Sebastiano, con il sarcofago e l'iscrizione di un uomo che aveva governato Bologna e Castel Sant'Angelo e volle tornare a Bauco da morto. Il San Sebastiano del Cavalier d'Arpino, Giuseppe Cesari, nato ad Arpino a pochi chilometri da qui, il pittore che dirigeva il cantiere di San Pietro quando i mosaici della vecchia basilica venivano smontati: una coincidenza che nessuno ha organizzato e che rende la sua presenza in questa chiesa più eloquente di quanto sembri. E l'Addolorata settecentesca di Antonio Cavallucci, allievo di Sebastiano Conca. È una chiesa che i visitatori saltano per correre da Giotto, e sbagliano: qui si capisce chi comandava a Boville Ernica e perché.

Boville Ernica (FR) Chiesa di San Michele
Boville Ernica (FR) Chiesa di San Michele

Il palazzo Filonardi e il portale del Vignola

Il palazzo Filonardi è il maggiore complesso architettonico del borgo. Il cardinale Ennio lo fece erigere nella prima metà del Cinquecento per la villeggiatura della corte pontificia e lo dedicò a Paolo III nel 1532; le fonti locali attribuiscono il progetto, o almeno il portale e la sistemazione, a Jacopo Barozzi da Vignola, che negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo lavorava per i Farnese a Roma e a Caprarola. Restano portali, trifore, pavimentazioni e scaloni, e una scala interna che collega il palazzo alla chiesa abbaziale di San Pietro Ispano, così che il cardinale potesse scendere in chiesa senza uscire in strada. Dico subito una cosa sull'attribuzione: il nome del Vignola è tradizione consolidata e coerente con la cronologia farnesiana, ma non un documento firmato. Il palazzo non ha orari di visita regolari e si vede dall'esterno, salvo aperture straordinarie.

La chiesa di San Pietro Ispano: la grotta, l'abbazia, la cripta

Si scende a piazza San Pietro, e qui comincia la parte della visita per cui vale la coda, se mai ci fosse una coda. La chiesa è costruita sulla grotta dove nel X secolo il penitente spagnolo Pietro scelse di vivere; è menzionata in una bolla di Onorio II del 1125, nel 1450 ottiene il titolo di abbazia con primo abate Domenico Pignatelli di Bauco (1459), e nel 1489 il secondo abate è un giovane Ennio Filonardi, che da cardinale la restaurerà e otterrà da Innocenzo VIII diritti particolari per la famiglia. Nel 1580 interviene il nipote Silvio, e la facciata e l'aspetto attuale sono di fine Cinquecento, con aggiunte successive. Sotto il transetto, nella cripta, la grotta del santo conserva le forme originali: è il punto più antico e più commovente del paese, un buco nella roccia in cui un uomo scelse di stare, e attorno a cui è cresciuto tutto il resto. Le reliquie del patrono, il cranio e l'avambraccio, sono custodite in un busto reliquiario d'argento che la tradizione attribuisce a Benvenuto Cellini su commissione di Ennio Filonardi: attribuzione affascinante, non documentata, che riferisco come tale. La tradizione descrive il corpo del santo con i piedi deformati dal lungo camminare, il dettaglio di un pellegrino vero.

La cappella Simoncelli: l'angelo, la Madonna, i santi Pietro e Paolo, la croce di porfido

La prima cappella a sinistra dell'ingresso è la cappella Simoncelli, ed è una delle stanze più dense di storia dell'arte di tutto il Lazio meridionale. Vi arrivò, nei primi anni del Seicento, ciò che monsignor Giovanni Battista Simoncelli riuscì a salvare dalla demolizione della basilica costantiniana di San Pietro, allora in corso sotto Paolo V. Il pezzo maggiore è l'angelo musivo di Giotto, un tondo di circa 65-70 centimetri di diametro con un angelo a mezzo busto, proveniente dalla Navicella: ne parlo per esteso nel capitolo delle curiosità. Accanto, un bassorilievo in marmo con la Madonna e il Bambino proveniente dal sepolcro del cardinale Ardicino della Porta, morto nel 1493, che le fonti locali attribuiscono al Sansovino e altre alla bottega di Andrea Bregno (il San Giuseppe è un'aggiunta successiva); ai lati della cappella le statue di San Pietro e San Paolo attribuite ad Andrea Bregno, lo scultore lombardo che nella Roma di Sisto IV aveva la bottega più richiesta; sull'arco due angeli della stessa mano. Poi la croce di porfido: la tradizione la dice esposta nell'atrio vaticano e baciata da papi, re e imperatori, e la collega al Giubileo del 1300 di Bonifacio VIII, il papa di Anagni. Gli affreschi della cappella, seicenteschi e anonimi, completano il programma: Santa Lucia e San Francesco nella lunetta destra, Santa Francesca Romana e San Carlo Borromeo in quella sinistra, i quattro Evangelisti nella volta, la Nascita della Vergine e l'Incoronazione della Vergine sulle pareti, una Visitazione sul pilastro d'ingresso. San Carlo Borromeo, canonizzato nel 1610, e Francesca Romana, canonizzata nel 1608, datano da soli la decorazione al pontificato di Paolo V, che li aveva elevati agli altari: il committente firmava con i santi del suo papa.

Il sarcofago paleocristiano di Boville Ernica e il presepe più antico

Nella stessa chiesa è conservato il sarcofago paleocristiano rinvenuto nel 1941 (una fonte dice 1943) durante lavori agricoli in contrada Sasso, nella parte bassa del territorio verso Monte San Giovanni Campano. Si data fra il 330 e il 350 dopo Cristo, in piena età costantiniana, a pochi decenni dall'editto del 313. La fronte scolpita racconta due episodi: a sinistra i tre fanciulli ebrei nella fornace di Nabucodonosor, dal libro di Daniele, un'immagine di fede che resiste al potere; a destra la Natività con l'Epifania, il Bambino in una cesta di vimini, la Madre seduta, il bue e l'asino, la stalla, la stella, i tre Magi con i doni. È una delle più antiche raffigurazioni del presepe che si conoscano in Europa, e l'unica in cui compaiono insieme, così presto, tutti gli elementi che la tradizione consoliderà solo secoli dopo. Alcuni studiosi leggono nei piccoli rilievi emisferici forati che costellano la scena una rappresentazione del cielo della Natività; altri propongono che la figura accanto a Maria non sia Giuseppe ma il committente. Il ritrovamento pone una domanda archeologica ancora aperta: chi era il cristiano di Ciociaria che nel IV secolo poteva permettersi un sarcofago da bottega romana, e dove era la sua villa? Nessuno scavo sistematico ha ancora cercato la necropoli del Sasso. La mia opinione: il sarcofago vale l'angelo, e nessuno ve lo dirà perché non ha un nome famoso attaccato.

Santo Stefano, palazzo Bulgarini e le tele bolognesi

In piazza Santo Stefano la chiesa omonima conserva una raccolta di tele settecentesche di scuola bolognese, arrivate qui per canali che la storia della famiglia Simoncelli e dei loro rapporti romani spiega meglio di qualunque ipotesi; accanto sorge palazzo Bulgarini. È una chiesa che apre di rado, e quando apre regala una lezione di pittura emiliana in un paese ciociaro: un cortocircuito tipico dell'Italia minore, che a me piace moltissimo.

San Francesco, gli affreschi trecenteschi e il museo civico

La chiesa di San Francesco, in piazza San Francesco, con il monastero annesso, è stata restaurata e ha restituito affreschi tre-quattrocenteschi e frammenti di gusto bizantino; un ciclo trecentesco è attribuito dalla tradizione locale a un allievo di Giotto, il che a Boville Ernica suona quasi come una rima. Il complesso ospita il Museo civico San Francesco, sede di mostre temporanee, pinacoteca ed eventi, con aperture legate al calendario culturale del Comune: in agosto e settembre, con la rassegna Boville Città Museo, è il momento più facile per trovarlo aperto.

Piazza Santa Maria, la torre Cometti e il palazzo Vizzardelli

Verso Porta Santa Maria, la piazza omonima raccoglie la chiesa di Santa Maria, la torre Cometti, una delle torri gentilizie che nel Medioevo segnavano il rango di una famiglia, e il palazzo Vizzardelli, settecentesco. È l'angolo meno visitato del borgo e uno dei più fotogenici, perché la torre, la chiesa e il palazzo compongono tre secoli in un solo sguardo.

Il belvedere di via Cesare Battisti, il lavatoio e il giro esterno delle mura

Il belvedere di via Cesare Battisti, dove arriva l'autobus, guarda a nord verso gli Ernici; le fonti locali, con una certa enfasi, parlano di panorama a 360 gradi, e non esagerano di molto se si sommano i vari affacci. Lungo il giro si incontra l'antico lavatoio con la tettoia, luogo di sosta e di chiacchiere che racconta la vita quotidiana del paese prima dell'acqua in casa, e il monumento ai caduti. Il perimetro murario va poi percorso anche dall'esterno: è il modo migliore per apprezzare l'altezza delle cortine, la sequenza delle torri, il rapporto fra costruito e roccia. In alcuni tratti la vegetazione ha preso possesso delle strutture, in altri il restauro ha messo in evidenza la muratura. Il giro non è lungo e regala inquadrature impossibili dall'interno. Al tramonto è quasi obbligatorio.

I dettagli minori del centro storico di Boville Ernica

Una volta usciti dalle chiese, il centro storico offre un percorso che vale per sé. Le vie interne sono strette, spesso in salita, pavimentate in pietra, e si aprono all'improvviso su slarghi da cui si vede la valle. Le case sono addossate secondo la logica del risparmio di spazio dentro le mura, con archi di scarico, contrafforti, scale esterne, terrazzini, e la pietra locale che compare ovunque, a vista o sotto intonaci ottocenteschi. Cercate le iscrizioni murate, i frammenti antichi riutilizzati come soglie o architravi, gli stemmi delle famiglie, i tabernacoli votivi agli incroci. Il reimpiego è una costante di questi borghi e racconta una continuità materiale: la pietra italica diventa muro medievale, il muro medievale diventa casa moderna. In certi punti si riconoscono blocchi calcarei chiaramente più antichi del contesto in cui sono inseriti, e ogni volta è una piccola scoperta. Boville Ernica è abbastanza grande da avere servizi e vita propria, e abbastanza piccola da essere percorsa a piedi in una giornata: una proporzione rara, che nessuna guida mette in evidenza abbastanza.

Una curiosità su Boville Ernica (FR)

Se dovessi indicare una sola ragione per cui un viaggiatore attento dovrebbe deviare dall'autostrada e salire fin quassù, non parlerei di mura, non parlerei di torri e nemmeno del panorama. Parlerei di un angelo. Nella cappella Simoncelli della chiesa di San Pietro Ispano si conserva un tondo musivo con il busto di un angelo, di circa 65-70 centimetri di diametro, che la critica attribuisce al disegno di Giotto e che proviene dalla Navicella, il grande mosaico del quadriportico della vecchia basilica di San Pietro in Vaticano, quella costantiniana, demolita fra Cinque e Seicento per far posto all'edificio attuale. È un frammento, e come tutti i frammenti racconta due storie: quella dell'opera intera e quella del suo viaggio.

Angelo di Giotto a Boville Ernica (FR)
Angelo di Giotto a Boville Ernica (FR)

La Navicella di Giotto e il destino dei frammenti

La Navicella misurava circa 740 per 900 centimetri e decorava il lato interno del quadriportico, sopra l'ingresso, così che i pellegrini la vedessero uscendo dalla basilica. Raffigurava l'episodio evangelico della barca degli apostoli sorpresa dalla tempesta sul lago di Tiberiade, con Cristo che cammina sulle acque e Pietro che, per un attimo di dubbio, affonda: la barca era la Chiesa, la tempesta le tribolazioni della storia, una dichiarazione teologica collocata nel punto in cui i pellegrini di tutta Europa lasciavano il santuario più importante della cristianità occidentale. Il committente fu con ogni probabilità il cardinale Jacopo Stefaneschi, che a Giotto commissionò anche il polittico per l'altare maggiore; la datazione oscilla fra il 1298 delle fonti locali, che la legano al primo Giubileo, e il 1305-1313 della critica più recente. Sui lati della composizione, entro tondi, comparivano busti di angeli.

Quando la vecchia basilica fu smantellata, il mosaico subì un destino tormentato: smontato, spostato più volte, restaurato e in larghissima parte rifatto, tanto che la Navicella oggi visibile nel portico della basilica vaticana, ricomposta in una lunetta nel 1674 con ampi reintegri, è considerata un rifacimento seicentesco più che un'opera medievale. In questo processo alcuni frammenti originali presero strade proprie. Sopravvivono due tondi con busti di angeli, considerati gli unici brani originali della Navicella: uno è nel Museo del Tesoro di San Pietro, in Vaticano; l'altro è a Boville Ernica. Per questo le fonti locali lo chiamano l'unico mosaico di Giotto giunto integro fino a noi: la formula è generosa, perché il gemello vaticano esiste, ma il senso è giusto. Il modo migliore per capire la portata della cosa è ricomporre mentalmente la scena: un mosaico monumentale in alto sopra un portico, gli angeli nelle zone laterali con volti leggibili da lontano; e poi quello stesso volto, staccato dal contesto, alla parete di una cappella in un paese della Ciociaria, a distanza ravvicinata, dove potete guardarlo negli occhi. Il cambio di scala è quasi violento, e questa violenza è parte dell'esperienza.

Monsignor Simoncelli, ovvero perché l'angelo è a Boville Ernica

La domanda che tutti fanno è come un pezzo del genere sia finito in un paese a novanta chilometri da Roma. La risposta ha un nome e un cognome: Giovanni Battista Simoncelli, nato a Bauco, cameriere segreto di Paolo V Borghese, addetto alla conservazione delle vesti del papa, e suo segretario. Durante la demolizione dell'atrio della vecchia basilica, nei primi anni del pontificato borghesiano, Simoncelli ottenne o si prese alcuni frammenti e li portò nella terra d'origine, dove li sistemò nella cappella di famiglia in San Pietro Ispano; il tondo reca un'iscrizione seicentesca che ne ricorda la provenienza. Non è una leggenda: è documentato dalla letteratura sulla Navicella, e la data cade nella prima decade del Seicento. Le relazioni fra le famiglie del Lazio meridionale e la corte pontificia erano fittissime: Bauco, come tutti i centri di Campagna e Marittima, forniva alla curia chierici, funzionari, amministratori, e attraverso di loro passavano donazioni, lasciti, oggetti sacri. Quando la basilica venne demolita, una quantità enorme di materiale, dai sarcofagi alle colonne, dalle lastre marmoree ai frammenti musivi, venne redistribuita: alcuni pezzi finirono nelle Grotte Vaticane, altri in collezioni, altri in chiese legate al Vaticano da vincoli di servizio o di parentela. Boville non è un caso isolato nel Lazio, pieno di opere in luoghi sproporzionati rispetto al loro valore; la differenza è che l'angelo ha una piccola fama, perché il nome di Giotto funziona come un magnete, e questa fama ha almeno il merito di portare qualcuno fin quassù.

Il valore di un'attribuzione discussa

Metto le mani avanti, perché la correttezza in questi casi è più interessante dell'entusiasmo. Sull'attribuzione a Giotto in persona la critica ha discusso a lungo: il disegno, i cartoni, sono di Giotto per consenso quasi generale; l'esecuzione delle tessere è invece collegata da molti studiosi alla bottega romana di Pietro Cavallini, il maestro dei mosaici di Santa Maria in Trastevere, che nel cantiere vaticano portava una tecnica che i fiorentini non possedevano. Questo dibattito non toglie nulla al valore del pezzo, anzi lo colloca dove merita: dentro uno dei cantieri più importanti dell'arte italiana a cavallo fra Duecento e Trecento. Un mosaico medievale non è il prodotto di un individuo: è il prodotto di un cantiere, con un ideatore, dei cartoni preparatori, dei maestri musivari che traducevano il disegno in tessere, dei fornitori di materiali. Chi arriva a Boville Ernica e si aspetta la certezza assoluta di una firma resterà deluso; chi arriva pronto a guardare un'opera che ha attraversato sette secoli e due edifici sacri diversi non lo sarà. L'angelo fu pulito intorno al 1911, prestato a Firenze nel 1937 per la grande mostra giottesca (27 aprile-30 novembre) e trattenuto poi per circa un decennio prima di tornare, con una polemica che il paese ricorda ancora, ed è stato restaurato alla fine del 2023: oggi si vede nelle condizioni migliori da un secolo.

Come guardare l'angelo di Giotto a Boville Ernica

Guardate le tessere, se la luce lo permette. Guardate come cambiano direzione per seguire il volume del volto, come le ali sono sfumate tono su tono, come i materiali dorati sono inclinati per catturare la luce. La tecnica musiva medievale non cerca l'uniformità: cerca la vibrazione, il riflesso, la vita che nasce dall'irregolarità delle superfici. È una tecnologia visiva pensata per ambienti poco illuminati, dove il mosaico doveva accendersi al passaggio di una candela o di un raggio obliquo; vista con luce moderna e frontale gran parte di questa magia si perde, ma se ci si sposta di lato e si osserva di sbieco qualcosa torna. Poi c'è lo sguardo. L'angelo ha occhi grandi, fissi, costruiti con quella frontalità che il linguaggio bizantino aveva codificato e che Giotto e la sua generazione stavano incrinando in direzione di una maggiore naturalezza. È il momento di passaggio fra due mondi visivi, e in questo tondo lo si vede in atto: basta confrontare mentalmente questo volto con una Madonna duecentesca e con un personaggio della cappella degli Scrovegni. È in mezzo, e l'essere in mezzo è la sua qualità più preziosa. Sul piano pratico: la chiesa segue i ritmi della parrocchia, la mattina e gli orari delle celebrazioni sono i momenti più sicuri, e per i gruppi si concorda in anticipo con la parrocchia o con le guide locali. Voce bassa, telefoni silenziosi, niente flash: la chiesa è frequentata da fedeli che non sono lì per il turismo, e a Boville Ernica la gente saluta e risponde volentieri alle domande. Vale la pena meritarselo.

Una cosa che non ti dice nessuno su Boville Ernica (FR)

Arrivo alla parte che le guide di solito non scrivono, non per malafede ma perché richiede di dire cose scomode o poco spendibili in chiave promozionale. Ci sono almeno quattro verità su Boville Ernica e sulla Ciociaria che chi arriva farebbe bene a conoscere in anticipo, perché cambiano il modo in cui si vive la visita. Le affronto una per una, senza addolcirle: un viaggiatore informato è un viaggiatore più soddisfatto.

Il patrimonio esiste, ma l'accesso non è garantito

La prima cosa che nessuno dice è che nei borghi dell'Italia interna il rapporto fra patrimonio e fruibilità non è automatico. A Boville Ernica c'è un frammento musivo di rilevanza europea, c'è un sarcofago del IV secolo, ci sono chiese con tele del Cavalier d'Arpino e di scuola bolognese, ci sono strutture murarie di età italica. Ma non c'è, e non ci può essere, l'organizzazione di un sito museale a orario continuato con personale dedicato. Un comune di ottomila abitanti, di cui poche centinaia nel centro storico, non ha le risorse per tenere aperto tutto tutti i giorni, e quello che funziona lo fa grazie alla parrocchia, alle associazioni locali, a un'associazione di guide, alla buona volontà di singoli. La conseguenza pratica è che bisogna informarsi prima, sempre. Chi parte da Roma di domenica pomeriggio senza aver telefonato a nessuno e conta di trovare tutto aperto rischia una delusione. Non è un difetto di questo paese: è la condizione strutturale di quasi tutto il patrimonio diffuso italiano.

C'è però un rovescio positivo. Proprio perché non esiste una macchina turistica industriale, quando l'accesso si apre l'esperienza è di qualità altissima. Capita di trovarsi soli davanti all'angelo, senza folla, senza transenne, senza slot. Capita che qualcuno del posto si offra di aprire, di accompagnare, di raccontare. Sono esperienze impossibili nelle grandi mete, e chi le ha vissute sa che valgono da sole il viaggio. Il patto implicito è questo: rinunciare alla garanzia in cambio della possibilità di qualcosa di molto migliore. Aggiungo un'osservazione sull'intero sistema dei borghi laziali: la retorica del «borgo autentico» rischia di essere controproducente, perché promette un'esperienza confezionata dove c'è una realtà viva e disordinata. Boville Ernica non è un borgo-museo restaurato per il fine settimana: è un paese con il suo traffico, i suoi cantieri, le sue serrande abbassate, le sue antenne sui tetti. Chi cerca la perfezione scenografica troverà qualcosa che non corrisponde all'immagine; chi cerca un luogo reale troverà più di quanto si aspettava.

La Ciociaria ha un problema di narrazione, non di contenuti

La seconda verità riguarda l'intera provincia. La Ciociaria possiede un patrimonio archeologico, artistico e paesaggistico che in qualsiasi altra regione d'Europa sarebbe un motore turistico di prima grandezza: le mura poligonali sono un unicum continentale, le abbazie cistercensi di Casamari e Fossanova sono capolavori dell'architettura medievale, i borghi arroccati sono decine, il paesaggio è di quelli che si ricordano. Eppure il flusso turistico è una frazione di quello che attraversa Toscana o Umbria con dotazioni non superiori. Le ragioni vanno elencate con onestà. C'è un problema di immagine storica: la Ciociaria è stata a lungo associata, nell'immaginario nazionale, alla povertà rurale, all'emigrazione, alla marginalità, e l'associazione è dura a morire. C'è un problema di infrastrutture: i collegamenti pubblici fra i paesi sono deboli, il trasporto su gomma è pensato per i pendolari, e senza automobile muoversi è complicato. C'è un problema di ricettività: le strutture sono piccole e frammentate. C'è infine un problema di comunicazione, il più risolvibile: il territorio racconta se stesso in modo frammentario, ogni comune per conto proprio, senza una narrazione che spieghi al visitatore perché dedicare tre giorni a questa valle.

Il paradosso è che chi supera queste barriere trova un rapporto fra qualità ed esperienza fuori scala. Si mangia bene a prezzi che nelle regioni più battute sono impensabili, si dorme in strutture familiari dove il proprietario racconta il territorio, si visitano monumenti senza fila, si guida su strade panoramiche vuote. Chi ha viaggiato nell'Italia centrale negli ultimi vent'anni sa che questa combinazione sta scomparendo ovunque e che qui resiste. Non resisterà per sempre, il che è insieme una buona e una cattiva notizia. C'è anche una responsabilità del visitatore: un territorio a bassa intensità turistica è fragile, e bastano pochi anni di crescita disordinata per snaturarlo. Comprare dai produttori, dormire nelle strutture del posto, mangiare nei ristoranti di paese invece che nelle catene sulla superstrada, rispettare i luoghi di culto, non trattare i borghi come sfondi: sono comportamenti che decidono se questo territorio si svilupperà bene o male. Chi progetta itinerari professionali in quest'area trova su TourLeaderPro, alla pagina sull'accompagnamento turistico professionale, un metodo che tiene insieme gestione del gruppo e qualità dell'esperienza.

Le mura poligonali sono più misteriose di quanto vi diranno

La terza cosa riguarda il monumento più caratteristico del territorio. Le mura poligonali vengono presentate quasi sempre come opere ernice, volsche o latine di età preromana, con datazioni sicure e attribuzioni nette. La realtà scientifica è più incerta e più interessante. Datare una muratura a secco è tecnicamente difficilissimo: non c'è malta da analizzare, i blocchi provengono da cave locali usate per millenni, le stratigrafie associate sono spesso disturbate o assenti. Il dibattito archeologico dura da oltre un secolo e ha visto posizioni molto distanti: chi colloca le cinte in un orizzonte italico arcaico, fra VII e V secolo avanti Cristo, e chi le abbassa all'età della conquista romana e delle deduzioni coloniali, fra IV e II secolo. Alcuni studiosi hanno proposto che si tratti di una tecnica legata a maestranze specializzate itineranti piuttosto che all'identità etnica di un popolo; altri hanno lavorato sulla tipologia degli incastri per costruire cronologie relative, con risultati discussi. La verità è che non abbiamo una risposta definitiva, e ogni volta che qualcuno ve la presenta come risolta sta semplificando.

Questa incertezza è la cosa più affascinante del monumento. Significa che quando appoggiate la mano su un blocco della cinta di Boville Ernica toccate un manufatto la cui data di posa è materia di discussione fra specialisti. Significa che la storia non è chiusa. E significa, per il visitatore curioso, che vale la pena confrontare i tratti murari di paesi diversi, notare le differenze di taglio, di dimensione, di finitura: il confronto fra Boville, Alatri, Ferentino e Veroli è un esercizio da fine settimana che restituisce più comprensione di dieci pagine di manuale. C'è poi la questione delle «mura ciclopiche», espressione che ancora compare in molte descrizioni ed è un residuo ottocentesco: l'idea che opere simili fossero attribuibili ai Ciclopi nasce nel mondo greco, dalle mura di Micene e Tirinto, e viene applicata per analogia all'Italia centrale. È una definizione fuorviante, perché mette insieme fenomeni costruttivi diversi e alimenta l'idea di un mistero irrisolvibile dove c'è un problema tecnico affrontabile: cave vicine, piani inclinati, leve, rulli, molta manodopera e una conoscenza empirica dei materiali affinata nei secoli. Le letture fantasiose su civiltà perdute tolgono dignità al lavoro reale di comunità che, con strumenti semplici e grande organizzazione, hanno costruito qualcosa che dura da duemilacinquecento anni.

L'olio, il vino e la campagna che i turisti si perdono sempre

La quarta osservazione riguarda ciò che più spesso resta fuori dalle visite. Chi sale a Boville Ernica vede il borgo, le mura, la chiesa, il panorama, e riparte. Quasi nessuno scende nella campagna, quasi nessuno visita un frantoio o una cantina. È un errore grave, perché il paesaggio agrario della valle del Sacco e dei versanti ernici non è un contorno: è la ragione economica per cui questi paesi esistono ancora. Boville Ernica aderisce all'Associazione nazionale Città dell'Olio, e l'olio extravergine di queste colline appartiene alla grande tradizione dell'Italia centrale: verde intenso quando è nuovo, profumo erbaceo, amaro deciso in bocca e piccante in gola. Chi è abituato agli oli industriali trova questo profilo aggressivo e lo giudica un difetto; è l'esatto contrario, perché amaro e piccante sono la firma dei polifenoli, cioè della qualità e della freschezza. Assaggiare un olio nuovo al frantoio, nel periodo della molitura fra ottobre e dicembre, riorganizza il palato in modo permanente.

Il vino ha una storia più tormentata. La viticoltura del Lazio meridionale ha subito nel dopoguerra la deriva quantitativa di gran parte del Mezzogiorno, con l'abbandono delle varietà autoctone e la perdita delle pratiche tradizionali; negli ultimi due decenni un gruppo di produttori ha riportato l'attenzione sui vitigni locali, a cominciare dal Cesanese dei paesi verso Piglio e Anagni, lavorando su vigneti di piccole dimensioni in posizioni collinari, con risultati interessanti e in qualche caso eccellenti. A questo si aggiunge il resto della dispensa: i formaggi ovini e vaccini delle aziende di montagna, i legumi delle valli interne, le paste fresche, i salumi. La cucina ciociara è povera nel senso nobile del termine, costruita sulla trasformazione sapiente di pochi ingredienti. Il consiglio pratico: dedicate almeno mezza giornata alla campagna, scendete verso la valle, percorrete le strade fra gli oliveti, fermatevi a un'azienda agricola, comprate qualcosa. La differenza fra un turista che ha visto un borgo e un viaggiatore che ha capito un territorio passa da qui.

Il vero motivo per cui vale la pena salire a Boville Ernica

Chiudo con la cosa più difficile da spiegare. Il valore di Boville Ernica non è nella somma dei suoi monumenti, ma in una qualità dell'esperienza che ha a che fare con la scala e con il silenzio. In un paese di questa dimensione, chiuso dentro le sue mura, si percepisce ancora il rapporto fra l'uomo e lo spazio costruito che le città contemporanee hanno cancellato: si sentono i passi sulla pietra, le voci dalle finestre, si vede il confine fra il dentro e il fuori. È una forma di intelligibilità dello spazio che abbiamo perso e che il corpo riconosce subito quando la ritrova. C'è poi il tempo: un borgo come questo obbliga a rallentare per ragioni fisiche, si sale a piedi, ci si ferma perché la salita è ripida, si guarda fuori perché c'è da guardare, e in quella lentezza forzata si comincia a notare le crepe, le piante sui muri, la direzione del vento. Infine il paesaggio, e su questo sono di parte: la vista dagli Ernici ai Lepini attraverso la valle del Sacco è una delle grandi vedute del Lazio interno e resta quasi sconosciuta, perché non c'è il mare, non c'è un lago, non c'è un monumento simbolo. C'è la struttura fisica di un territorio: due catene, una valle, i paesi sui crinali, la luce che cambia. Chi sa leggere un paesaggio capisce in dieci minuti tutta la storia insediativa di questa parte d'Italia; chi non lo sa leggere impara, se ha la pazienza di restare fermo abbastanza a lungo.

Il consiglio che ti do per visitare Boville Ernica (FR)

Il consiglio principale è controintuitivo e lo dico subito: non venite a Boville Ernica per vedere il mosaico di Giotto. Venite per camminare dentro un borgo murato, e mettete in conto che dentro quel borgo c'è anche un angelo di Giotto, un sarcofago del IV secolo e la tomba di un cardinale. La differenza fra le due impostazioni è psicologica, ma cambia la qualità della giornata. Chi arriva con l'obiettivo unico dell'opera d'arte rischia di trovare la chiesa chiusa e tornare deluso, oppure di vedere il pezzo in dieci minuti e ripartire senza aver capito dove si trovava. Chi arriva per un paese ha già vinto, perché il paese c'è sempre.

Primo: costruite un itinerario, non una tappa

Boville Ernica funziona benissimo come elemento di un giro fra i centri della valle del Sacco e dei Monti Ernici. Un percorso di una giornata che ha senso: partenza da Roma la mattina presto, prima sosta ad Anagni per la cattedrale e il palazzo di Bonifacio VIII, discesa lungo la valle con tappa a Ferentino per le mura e il mercato romano, pranzo, e infine risalita verso Boville Ernica per il pomeriggio e il tramonto. Un'alternativa più lenta, che preferisco quando ho due giorni, mette insieme Boville con Alatri e Veroli: Alatri per l'acropoli, il monumento poligonale più impressionante del Lazio; Veroli per la stratificazione urbana, Santa Salome e la biblioteca Giovardiana; Boville per la misura raccolta del borgo murato. Tre paesi in una manciata di chilometri, tre modi diversi di occupare un colle. Chi ha ancora tempo può salire a Guarcino e Collepardo verso la Certosa di Trisulti, oppure scendere a Isola del Liri per la cascata in mezzo al paese, una delle cose più sorprendenti dell'intero Lazio. Chi arriva dall'estero e vuole inserire la Ciociaria in un viaggio più ampio trova le gite da Roma su ItalyPlanner, alla pagina dei day trip da Roma.

Secondo: camminate nel modo giusto

Nei borghi arroccati la tentazione è di puntare dritti al punto panoramico più alto, fare la foto e scendere. È un errore. Il modo giusto di visitare Boville Ernica è entrare da Porta San Nicola, salire lentamente lungo il corso e poi deviare sistematicamente nei vicoli laterali, anche quando sembrano non portare da nessuna parte. In un paese murato quasi tutti i vicoli portano da qualche parte: al muro di cinta, a un affaccio, a una scalinata, a uno slargo con una fontana. Sono questi passaggi minori a costruire il ricordo, non la piazza principale.

Terzo: parlate con la gente di Boville Ernica

Nei paesi della Ciociaria questa è ancora una possibilità concreta, non un esercizio folkloristico. Chiedete al barista dov'è la chiesa, chiedete al signore sulla panchina come si chiamava il paese una volta (vi risponderà Bauco), chiedete al fruttivendolo qual è il frantoio dove va a molire. Le risposte valgono più di qualunque pannello e vi porteranno in posti che nessuna guida segnala. Il rischio, semmai, è opposto: che una conversazione di due minuti diventi mezz'ora. Consideratelo un guadagno.

Quarto: mangiate sul posto e mangiate locale

La cucina di questa parte del Lazio è una cucina di terra, robusta, costruita su paste fresche fatte in casa, legumi, carni, verdure di stagione e formaggi, con l'olio come condimento centrale e non come accessorio. A Boville Ernica il piatto della tradizione è il timballo alla baucana, che porta ancora il nome vecchio del paese; a Pasqua l'abbacchio al forno con le patate; d'inverno la polenta con verdure o con salsicce e fagioli. Nei ristoranti di paese si mangia in modo generoso e a prezzi ragionevoli, ma le porzioni sono quelle che sono: se avete in programma tre tappe, calibrate il pranzo.

Quinto: abbandonate l'idea che il Lazio sia Roma più qualche gita

È l'equivoco più diffuso e più dannoso. Il Lazio è una regione con cinque province, tre catene montuose, due grandi laghi vulcanici, oltre trecento chilometri di costa e un entroterra che è fra i meno frequentati e più interessanti d'Italia. La Ciociaria è rimasta fuori dai grandi flussi per ragioni storiche, di immagine e di infrastrutture, e questa marginalità è oggi il suo vantaggio competitivo: si visita senza code, senza prenotazioni obbligate, senza la sensazione di essere in fila per un'esperienza.

Sesto: scegliete la stagione con criterio

Se il vostro interesse è il paesaggio e la fotografia, l'autunno è imbattibile per la qualità dell'aria e per i colori degli oliveti e dei boschi in quota. Se il vostro interesse è la vita del paese, puntate sull'11 marzo, festa di San Pietro Ispano con la grande fiera, sulla gara del cacio di Carnevale, sulla Passione del Venerdì Santo in costume, o su BovillEtnica in agosto: è in quei giorni che un borgo mostra la sua struttura sociale reale. Se cercate silenzio assoluto e non temete il freddo, andateci in gennaio: la valle sotto la nebbia vista dall'alto è un'immagine che non si dimentica.

Settimo: portate scarpe adeguate e acqua

Sembra ovvio, ma vedo troppa gente arrivare nei borghi con calzature da città e poi arrancare su pavimentazioni in pietra levigata dall'uso, che con l'umidità diventano scivolose. Servono suole con presa e bisogna mettere in conto dislivelli continui. Portate acqua, soprattutto d'estate: le fontane pubbliche ci sono ma non a ogni angolo, e la salita si fa sentire.

Ottavo: date al paese il tempo di un secondo giro

Se potete restare fino a sera, rifate lo stesso percorso. Cambia tutto: le ombre si spostano, le finestre si accendono, le voci cambiano, la temperatura scende, i vicoli che al pomeriggio erano attraversati dal sole diventano corridoi bui con una lampada in fondo. È un esercizio che consiglio in tutti i borghi ma che a Boville Ernica funziona particolarmente bene per il rapporto fra la struttura murata e l'orientamento verso la valle.

Nono: comprate qualcosa

Non per spirito consumistico, ma perché il turismo nei borghi ha senso solo se lascia qualcosa sul territorio. Una bottiglia di olio del frantoio, un formaggio, del vino di una piccola cantina, un prodotto da forno, un ricamo: l'arte del ricamo, diffusa dalle suore benedettine che avevano il monastero nel palazzo Simoncelli, sopravvive ancora nei corredi e negli indumenti per neonati. Sono acquisti che costano poco e hanno un impatto reale sull'economia di un paese. E l'olio della valle del Sacco usato d'inverno è il modo migliore per ricordarsi di essere stati qui.

Decimo: non cercate di vedere tutto

È il consiglio che do sempre e che nessuno segue. La Ciociaria ha decine di paesi che meritano una visita, dalle abbazie cistercensi ai centri del Liri, da Ceccano a Sora, da Arpino a Fumone, e la tentazione di accumulare tappe è forte. Resistete. Tre paesi in una giornata sono già molti, quattro sono troppi, cinque significano non aver visto niente. Meglio tornare che accumulare. Chi vuole un'esperienza costruita su misura, con un accompagnatore che apra le porte giuste, trova su TourLeaderPro, alla pagina delle esperienze personalizzate per piccoli gruppi, il tipo di servizio che in un territorio come questo fa la differenza fra vedere e capire.

Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato

Tutti sanno, a Boville Ernica, che nella chiesa di San Pietro Ispano c'è «il presepe più antico». Lo si dice nei bar, lo si legge nei pieghevoli, lo si ripete ai bambini. Ma quasi nessuno spiega che cosa significhi davvero, e la spiegazione è più interessante dello slogan. Il presepe di cui si parla è la scena scolpita sulla fronte del sarcofago paleocristiano trovato in contrada Sasso nel 1941 e datato fra il 330 e il 350 dopo Cristo. Per capire la portata bisogna ricordare che il Natale come festa liturgica distinta compare a Roma solo attorno alla metà del IV secolo, e che le prime raffigurazioni della Natività, sui sarcofagi romani, sono contemporanee o di poco posteriori: il sarcofago di Boville Ernica appartiene alla primissima generazione di immagini cristiane della nascita di Cristo, quando l'iconografia non era ancora fissata. Qui compaiono già tutti gli elementi: il Bambino nella cesta, la madre, il bue e l'asino, la stalla, la stella, i Magi. Il bue e l'asino, in particolare, non sono nei Vangeli canonici: arrivano dalla tradizione apocrifa e dalla lettura profetica di Isaia, e vederli scolpiti così presto racconta quanto fosse già radicata, nel IV secolo, la devozione popolare che secoli dopo San Francesco a Greccio avrebbe reso il presepe che conosciamo.

Poi c'è l'altra metà della fronte, che il pubblico dimentica perché non è natalizia: i tre giovani ebrei nella fornace di Babilonia, che rifiutano di adorare la statua di Nabucodonosor e ne escono illesi. Nell'arte funeraria cristiana del IV secolo è uno dei temi più frequenti, perché è un'immagine di salvezza attraverso la fede e, per i cristiani appena usciti dalle persecuzioni, un'allusione trasparente al rifiuto del culto imperiale. Accostare la fornace e la Natività su uno stesso sarcofago significa mettere in sequenza la fede provata e la fede incarnata: un programma teologico, non una decorazione. Chi ha commissionato un pezzo simile a una bottega romana e lo ha fatto portare fin quaggiù era un possidente cristiano della valle, con una villa che non è ancora stata scavata. Il fatto che il sarcofago sia riemerso da un campo, che sia stato conservato invece che venduto, e che oggi si veda in una chiesa parrocchiale e non in un museo di capitale, è una piccola lezione sul patrimonio italiano. Sopravvive perché una comunità decide che è suo. La mia opinione è netta: fra l'angelo di Giotto e il sarcofago, se avete tempo per un solo oggetto, guardate il sarcofago più a lungo. L'angelo lo conoscete già da mille riproduzioni; il presepe del IV secolo no.

La foto giusta da fare a Boville Ernica (FR)

Chiunque salga a Boville Ernica con una macchina fotografica o con un telefono si trova davanti a una scelta che sembra banale e non lo è: fotografare il paese o fotografare dal paese. Sono due esercizi diversi, con luci, posizioni e persino un atteggiamento mentale diversi. Vanno fatti entrambi, in ordine preciso, e l'ordine dipende dall'ora.

borgo di Boville Ernica (FR)
borgo di Boville Ernica (FR)

La foto giusta: mura, torre e valle in un solo fotogramma

La foto che considero giusta, quella da portare a casa se doveste sceglierne una sola, è un tratto di mura con i grandi blocchi in primo piano, una delle diciotto torri che sale dietro e la valle del Sacco che si apre sullo sfondo. Contiene in un unico fotogramma i tre livelli di questo luogo: la preistoria italica della pietra a incastro, il Medioevo della fortificazione, e la geografia che spiega perché tutto sia stato costruito lì. Non è una cartolina, non è spettacolare nel senso banale del termine, ma è vera. Per farla bene servono tre accorgimenti. La luce radente: le mura diventano leggibili solo quando il sole le colpisce di lato, perché è l'ombra fra un blocco e l'altro a disegnare il reticolo degli incastri; con il sole a picco la parete diventa una superficie piatta. Le due finestre buone sono la prima ora dopo l'alba e le ultime due prima del tramonto, con netta preferenza per la seconda, perché la luce serale in questa valle ha una qualità calda che valorizza il calcare. La distanza: da vicino si perde il rapporto di scala e non si capisce quanto siano grandi i blocchi; serve un elemento di confronto, e la soluzione migliore è una figura umana appoggiata al muro, il vecchio trucco degli archeologi con la stadia. L'angolo: mettetevi di tre quarti, così che la cortina fugga in diagonale verso il fondo e la torre si stagli contro il cielo; la diagonale dà profondità, la torre un ancoraggio verticale, il cielo respiro.

I panorami dai belvedere di Boville Ernica

Boville Ernica guarda su un anfiteatro amplissimo e il problema, paradossalmente, è che c'è troppo. I panorami larghi tendono a diventare fotografie in cui non succede niente: una striscia di terra, una di monti, una di cielo. Servono un primo piano, un ramo di olivo, un parapetto, un merlo, e la stratificazione atmosferica, il fenomeno per cui le catene successive appaiono in azzurri sempre più chiari; si produce con un po' di foschia, non con l'aria cristallina, ed è per questo che i panorami migliori non si ottengono nelle giornate più limpide ma in quelle leggermente velate. La direzione conta: verso nord-est gli Ernici, che al mattino sono controluce e nel pomeriggio si accendono; verso sud-ovest i Lepini, che al tramonto diventano sagome scure contro un cielo arancione. L'ora migliore per i Lepini è quella subito dopo il tramonto, l'ora blu, quando le luci dei paesi sui versanti opposti si accendono una dopo l'altra. Il belvedere di via Cesare Battisti è il punto più comodo per gli Ernici; per i Lepini si cerca un affaccio sul lato opposto delle mura.

I dettagli, l'angelo e la tecnica

C'è una terza categoria di fotografie che consiglio e che quasi nessuno fa: i dettagli. Un architrave con una data incisa, lo stemma dei Borghese sul portale del municipio, una maniglia consumata, un gatto sul davanzale, l'intonaco scrostato che lascia intravedere la pietra, un tabernacolo con i fiori di plastica. Non finiranno su una copertina, ma sono le immagini che a distanza di anni riportano l'atmosfera reale di una giornata. Quanto al mosaico: fotografare l'angelo è possibile solo se le regole del luogo lo consentono, e in ogni caso senza flash, perché il flash frontale appiattisce la superficie e cancella la vibrazione delle tessere; se la luce è scarsa, appoggiatevi a un pilastro, alzate la sensibilità e accettate un po' di rumore. Ma il consiglio più sincero è guardarlo prima con gli occhi, a lungo, e fotografarlo dopo. Sul piano tecnico la focale più utile in un borgo come questo è un grandangolo moderato, ventiquattro-trentacinque millimetri equivalenti, che gestisce i vicoli senza deformare; un piccolo teleobiettivo serve per i panorami compressi, in cui le catene montuose sembrano accostarsi. Chi usa solo il telefono ottiene ottimi risultati a due condizioni: pulire l'obiettivo e non usare lo zoom digitale spinto. E un'ultima cosa sull'etica: Boville Ernica non è un set, è un posto dove la gente vive. Chiedere costa dieci secondi, e quasi sempre la risposta è sì, accompagnata da un racconto che vale più della fotografia.

Il paesaggio di Boville Ernica: la valle del Sacco fra Ernici e Lepini

Il paesaggio è la seconda metà del racconto. Boville Ernica occupa un colle che si affaccia sulla valle del Sacco, il corridoio naturale che collega Roma alla Campania e che da sempre è stato via di eserciti, merci e pellegrini, e con lo sguardo raggiunge anche le valli del Cosa e del Liri. Da qui si vedono, in condizioni di buona visibilità, i Monti Ernici a nord-est, con profili severi che superano i duemila metri sul crinale che segna il confine con l'Abruzzo, e i Monti Lepini a sud-ovest, più bassi ma altrettanto scoscesi, tagliati da vallate profonde. In mezzo la piana coltivata, i paesi arroccati sui fianchi, i campanili che spuntano dagli oliveti. È un panorama che spiega la geografia meglio di una carta: si capisce perché la valle sia stata percorsa, perché i paesi siano in alto, perché le montagne siano state per secoli un limite e non una meta. L'economia storica si legge nel paesaggio agrario. L'olivo domina i versanti, a terrazze o a filari irregolari secondo la pendenza; la vite occupa le posizioni migliori; poi i cereali della piana, gli orti, gli allevamenti, la pastorizia che un tempo praticava la transumanza verso i pascoli alti degli Ernici. Nel Novecento Boville Ernica è entrata anche nel distretto tessile della valle del Liri, e la sua economia oggi è fatta di poche centinaia di imprese fra agricoltura, artigianato e servizi: un paese che lavora, non un paese che aspetta i turisti. Il torrente Amaseno, ventotto chilometri di corso fino al Liri, nasce da queste parti e dà il nome alla valle che scende verso Monte San Giovanni Campano.

Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia

939: il Sasso brucia e nasce Bauco

La tradizione locale fissa al 939 la distruzione dell'abitato di pianura del Sasso a opera dei Saraceni e degli Ungari, le due scorrerie che negli stessi anni tormentavano tutta l'Italia centrale, e la fuga della popolazione sul colle di Babucus. È la data di fondazione di Bauco, e quindi di Boville Ernica, nel senso in cui un paese arroccato ha una data di fondazione: quella in cui la gente decide che la pianura non è più sicura. Nella stessa età, secondo la tradizione, arriva dalla Spagna il pellegrino Pietro, che si sistema in una grotta del colle: un soldato che aveva combattuto i Mori, dice l'agiografia, e che scelse la penitenza. La chiesa che gli è dedicata compare nei documenti nel 1125, in una bolla di Onorio II.

1170, 1186, 1194, 1204: i saccheggi e il privilegio di Innocenzo III

Bauco paga il prezzo di essere sulla strada fra Roma e il Regno. Le truppe del Barbarossa la saccheggiano nel 1170, quelle di Enrico VI nel 1186, altri soldati germanici nel 1194, durante la lotta fra l'Impero e il papato per il Regno di Sicilia. Nel 1204, sotto Innocenzo III, i cittadini respingono un attacco proveniente dal Regno di Napoli; il papa, che era un Conti di Anagni e conosceva queste valli casa per casa, premia la fedeltà con l'autonomia amministrativa. Per quasi quattro secoli Bauco si governerà da sola, attraverso il consiglio delle dodici famiglie: una piccola repubblica oligarchica dentro lo Stato della Chiesa, con propri statuti e proprie rendite.

1532 e 1536: Paolo III, il palazzo e la porpora di Ennio Filonardi

Nel 1532 Ennio Filonardi dedica a Paolo III il palazzo che ha fatto costruire nel paese natale; nel 1536 lo stesso papa lo crea cardinale. Sono gli anni in cui Bauco vive la sua stagione di corte: la villeggiatura pontificia, il portale del Vignola, l'abbazia restaurata, i Farnese che scendono in Ciociaria. Nel 1549, alla morte di Paolo III, il vecchio cardinale partecipa al conclave, se ne ritira malato il 14 dicembre e muore il 19 a Castel Sant'Angelo, di cui era prefetto. Il corpo torna a Bauco, nella cappella di San Sebastiano in San Michele Arcangelo.

1583: Gregorio XIII revoca l'autonomia

Nel 1583 Gregorio XIII Boncompagni, il papa del calendario, pone fine al regime delle dodici famiglie e riporta Bauco sotto l'amministrazione diretta dello Stato Pontificio. È la fine di una storia comunale durata dal 1204, e l'inizio di quella provincia pontificia sonnolenta che durerà fino al 1870.

I primi anni del Seicento: l'angelo di Giotto arriva a Bauco

Durante la demolizione dell'atrio della vecchia basilica di San Pietro, sotto Paolo V Borghese, monsignor Giovanni Battista Simoncelli porta a Bauco il tondo con l'angelo della Navicella, insieme al bassorilievo della Madonna dal sepolcro del cardinale Ardicino della Porta, alle statue di Pietro e Paolo, alla croce di porfido. Li sistema nella cappella di famiglia in San Pietro Ispano, decorata con i santi appena canonizzati dal suo papa. Nel 1633 la famiglia apre al culto anche la chiesa del Battista accanto al palazzo. È il momento in cui Boville Ernica entra nella storia dell'arte europea dalla porta di servizio.

28 gennaio 1861: la battaglia di Bauco

A tre mesi dal plebiscito che aveva annesso il Regno delle Due Sicilie e a poche settimane dalla caduta di Gaeta, la Ciociaria pontificia era la retrovia della guerriglia legittimista: da qui le bande borboniche entravano nel Regno e qui tornavano a rifugiarsi. Il 28 gennaio 1861 una colonna piemontese del generale Maurizio Gerbaix de Sonnaz, entrata in territorio pontificio all'inseguimento delle bande, si scontra alle porte di Bauco con gli uomini del conte Émile-Théodule de Christen, un ufficiale alsaziano di ventisei anni al servizio di Francesco II, e del brigante Luigi Alonzi detto Chiavone, di Sora. Le fonti di parte borbonica parlano di quattrocento uomini contro tremilacinquecento e di centinaia di perdite piemontesi fra morti, feriti e prigionieri; le cifre vanno prese con la cautela che meritano i bollettini di una guerra civile, ma l'esito non è discusso: i piemontesi si ritirarono. De Christen fu arrestato a Napoli nel settembre del 1861, condannato a dieci anni di lavori forzati e liberato nel dicembre 1863 dopo pressioni internazionali. Boville Ernica ricorda il fatto con un monumento del 1900 e con una rievocazione storica in costume; nell'ottobre 2025 un discendente del conte ha deposto una corona sul monumento.

1907: da Bauco a Boville Ernica

Nel 1907 il consiglio comunale chiede di cambiare nome, e dal 1908 Bauco diventa Boville Ernica: Boville per la Bovillae della tradizione erudita, Ernica per il popolo e i monti. È un gesto tipico dell'Italia post-unitaria, che in quegli anni ribattezzava decine di comuni con toponimi classicheggianti per darsi un'antichità certificata. Il nome vecchio è sopravvissuto nel timballo alla baucana e nella memoria degli anziani.

1937 e 1941: l'angelo a Firenze, il sarcofago dal campo

Nel 1937 l'angelo di Giotto viene prestato alla grande mostra giottesca di Firenze, aperta dal 27 aprile al 30 novembre, e non torna per circa dieci anni: una vicenda che a Boville Ernica si racconta ancora come un sequestro, e che si chiude con il ritorno del tondo nella cappella Simoncelli. Nel 1941 (una fonte dice 1943), durante lavori agricoli in contrada Sasso, i contadini riportano alla luce il sarcofago paleocristiano con il presepe: un ritrovamento fortuito, in piena guerra, che riscrive la storia antica della valle.

1943-1944: il fronte, gli sfollati e Zavattini

Fra l'autunno del 1943 e il giugno del 1944 la Ciociaria è retrovia tedesca, poi terra di passaggio dell'avanzata alleata dopo lo sfondamento di Cassino: divisioni americane, britanniche, polacche, neozelandesi, indiane, francesi e delle colonie francesi risalgono la valle del Liri e quella del Sacco. Boville Ernica esce dalla guerra meno devastata di altri centri, e in quei mesi ospita fra gli sfollati Cesare Zavattini, lo sceneggiatore di Vittorio De Sica, che dalla Ciociaria scrive lettere conservate nel suo archivio e che, secondo il racconto locale, abitava a pochi passi dalla piazza e disegnava dal balcone. Nel 2010 il paese gli ha dedicato un seminario sul neorealismo.

2023: il restauro dell'angelo

Alla fine del 2023 l'angelo di Giotto torna dal restauro, il primo intervento vero dopo la pulitura del 1911. È la ragione per cui oggi, davanti al tondo, le tessere si leggono con una nitidezza che le generazioni precedenti non hanno avuto.

Chi è passato da Boville Ernica (FR)

Ci sono paesi che costruiscono la propria identità su un nome illustre, magari con qualche forzatura, e paesi che hanno passaggi reali e non li raccontano. Boville Ernica appartiene alla seconda categoria. Tengo separati, come sempre, i passaggi documentati dalle tradizioni.

San Pietro Ispano, il pellegrino della grotta

Il nome che il paese lega più strettamente a sé è quello del patrono. La tradizione lo dice giovane soldato spagnolo, combattente contro i Mori, poi pellegrino e infine eremita in una grotta del colle nel X secolo; il suo culto è registrato nel Martirologio del Baronio, il grande oratoriano che alla fine del Cinquecento mise ordine nel calendario dei santi. Le reliquie, il cranio e l'avambraccio, sono nel busto d'argento di San Pietro Ispano, e il corpo, dice la tradizione, mostra i piedi deformati dal cammino. Che le sue vicende siano ricostruibili nei dettagli è un'altra questione; ma la sua presenza nella vita del paese è un fatto sociale reale, che si tocca con mano l'11 marzo, quando Boville Ernica si riunisce attorno al suo santo con una partecipazione che non ha nulla di turistico.

Innocenzo III e i papi di Anagni

Il Medioevo porta i papi. Innocenzo III, che nel 1204 concede l'autonomia a Bauco, era Lotario dei Conti di Segni, nato ad Anagni; Gregorio IX, Alessandro IV e Bonifacio VIII vengono dallo stesso territorio. La corte pontificia si spostava di continuo fra Anagni, Ferentino, Alatri e Veroli, fuggendo la malaria estiva di Roma o i tumulti cittadini, e con essa cardinali, notai, ambasciatori, artisti. Non serve immaginare che ogni papa abbia dormito a Bauco per capire che il paese era dentro il mondo in cui quelle carovane si muovevano, e che i suoi uomini di Chiesa erano in quel circuito.

Ennio Filonardi, il cardinale che tornò a casa

Il bovillense più importante della storia. Nato a Bauco nel 1466, mediatore nel 1501 delle nozze fra Lucrezia Borgia e Alfonso d'Este, vescovo di Veroli, tre volte nunzio in Svizzera negli anni della Riforma, governatore di Bologna, prefetto di Castel Sant'Angelo, cardinale nel 1536 per mano di Paolo III, che era suo amico. Nel 1513 l'imperatore Massimiliano I gli concesse il privilegio di conferire lauree e di legittimare figli naturali. Tornò a Bauco da vivo, con il palazzo e la corte, e da morto, nella cappella di San Sebastiano. Il suo monumento in San Michele Arcangelo è il pezzo di scultura cinquecentesca più importante del paese.

Il Vignola, Andrea Bregno, il Sansovino: gli artisti arrivati per via di famiglia

Nessuno di questi tre è mai salito a Bauco, con ogni probabilità; le loro opere sì. Il portale del palazzo Filonardi è attribuito dalla tradizione a Jacopo Barozzi da Vignola, l'architetto dei Farnese; le statue di Pietro e Paolo e gli angeli della cappella Simoncelli ad Andrea Bregno, lo scultore lombardo che nella Roma di fine Quattrocento firmava le tombe dei cardinali; la Madonna dal sepolcro di Ardicino della Porta al Sansovino o alla bottega dello stesso Bregno. Sono passaggi per interposta opera, e per un paese della Ciociaria valgono più di una visita.

Giovanni Battista Simoncelli e il Cavalier d'Arpino

Il cameriere segreto di Paolo V è l'uomo che ha dato a Boville Ernica la sua fama: senza di lui l'angelo della Navicella sarebbe finito nelle Grotte Vaticane o perduto. Negli stessi anni Giuseppe Cesari, il Cavalier d'Arpino, nato a pochi chilometri da qui, dirigeva la decorazione della cupola di San Pietro e vedeva smontare i mosaici della vecchia basilica: il suo San Sebastiano nella collegiata di San Michele lega Boville Ernica a quel cantiere per una seconda via. Nel Settecento arrivano Giuseppe Subleyras, per la ricostruzione della collegiata, e Antonio Cavallucci con l'Addolorata; alla chiesa del Battista è legato il nome del Domenichino.

De Christen e Chiavone, gli ultimi legittimisti

Il 28 gennaio 1861 il conte alsaziano Émile-Théodule de Christen, ventisei anni, e Luigi Alonzi detto Chiavone, il brigante di Sora che teneva in scacco l'esercito regio fra il Liri e il confine, combattono alle porte di Bauco la loro battaglia più fortunata. Chiavone sarà fucilato dai suoi stessi compagni nel 1862; De Christen, liberato nel 1863, tornerà in Francia. Il loro passaggio è ricordato da un monumento e da una rievocazione in costume.

Cesare Zavattini, sfollato a Boville Ernica

Fra il 1943 e il 1944 Cesare Zavattini, che con Vittorio De Sica avrebbe scritto Sciuscià, Ladri di biciclette, Umberto D. e La ciociara, vive da sfollato in Ciociaria, a Boville Ernica secondo il racconto del paese, a pochi passi dalla piazza, scrivendo e disegnando dal balcone. Le lettere di quei mesi sono nel suo archivio. Che La ciociara di Moravia, portata sullo schermo proprio da De Sica e Zavattini nel 1960, racconti lo sfollamento in queste montagne è una coincidenza che a Boville Ernica nessuno considera tale.

Vincenzo Paglia, un arcivescovo nato a Boville Ernica

Nel 1945, a guerra appena finita, nasce a Boville Ernica Vincenzo Paglia, poi vescovo di Terni, arcivescovo, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e fra i fondatori della Comunità di Sant'Egidio. È il bovillense vivente più conosciuto nel mondo, e il suo nome ricorda che la vocazione ecclesiastica del paese, cominciata con Filonardi, non si è interrotta.

Gli studiosi, i viaggiatori dell'Ottocento, gli emigrati, i visitatori di oggi

Attorno all'angelo si è mosso per oltre un secolo un flusso costante di storici dell'arte: dalla fine dell'Ottocento il frammento è stato studiato, riprodotto, discusso, e chi consulta la bibliografia sulla Navicella trova il nome di questo paese ripetuto con una frequenza che, per un comune di queste dimensioni, è quasi commovente. Prima ancora, l'Ottocento fu il secolo dei viaggiatori stranieri nel Lazio meridionale: pittori, disegnatori e incisori inglesi, tedeschi e francesi percorrevano queste montagne alla ricerca del pittoresco, dei costumi, dei briganti, e le donne ciociare con le loro calzature finirono nei quadri di mezza Europa. Non tutti passarono da Bauco, ma tutti percorsero questa valle. Poi il flusso inverso, l'emigrazione del dopoguerra verso Belgio, Germania, Svizzera, Canada, Argentina, Stati Uniti, Australia, e il ritorno periodico di agosto, con accenti che mescolano il dialetto a un'altra lingua. E infine il presente: viaggiatori italiani in cerca di borghi meno frequentati, appassionati di archeologia italica sulla rotta delle mura poligonali, gruppi organizzati, stranieri in numero crescente che scoprono che il Lazio non finisce al Grande Raccordo Anulare. Un flusso ancora contenuto, e chi arriva ha la fortuna di trovare un paese che non ha ancora modificato se stesso in funzione del turismo.

Cosa mangiare a Boville Ernica e nella valle del Sacco

La cucina di Boville Ernica è quella ciociara dell'interno, con un piatto che porta il nome antico del paese: il timballo alla baucana, una pasta al forno ricca che qui si prepara nei giorni di festa. A Pasqua l'abbacchio al forno con le patate, d'inverno la polenta con le verdure o con salsicce e fagioli. L'olio extravergine locale, di un paese che aderisce alle Città dell'Olio, condisce tutto; i formaggi pecorini arrivano dalle aziende della montagna, e a Carnevale il pecorino diventa gioco con la gara del cacio, in cui le forme rotolano lungo le strade del paese secondo una tradizione che si ritrova in mezza Ciociaria. Il vino è quello della valle, con il Cesanese dei paesi verso Piglio e Anagni come riferimento rosso. Non faccio nomi di locali perché cambiano; chiedete in paese, e chiedete dove va a mangiare chi ve lo dice.

Boville Ernica con i bambini e per chi ha difficoltà motorie

Con i bambini Boville Ernica funziona se camminano volentieri: le guide locali indicano un giro di due ore e mezza, tre, con salite, e il borgo offre torri, porte, una grotta sotto una chiesa, un sarcofago con un presepe scolpito, un angelo d'oro e mura costruite «dai giganti», che è tutto ciò che serve a un bambino di sette anni per restare attento. Il passeggino soffre sulle pietre e sui gradini; un marsupio è meglio. Per chi ha difficoltà motorie il centro storico è impegnativo, ma il belvedere di via Cesare Battisti e i tratti esterni delle mura sono raggiungibili in auto, e la chiesa di San Pietro Ispano si trova in una piazza. Conviene chiedere in Comune i punti di sosta più vicini e i permessi per la parte alta.

Quando andare a Boville Ernica: feste e stagioni

Il calendario di Boville Ernica ha alcune date fisse. L'11 marzo è la festa del patrono San Pietro Ispano, con la grande fiera, ed è il giorno in cui il paese si mostra intero; San Rocco è il secondo patrono. A Carnevale la gara del cacio. Nella Settimana Santa la Passione, la rappresentazione del Venerdì Santo in costume storico. Nella prima decade di agosto BovillEtnica, rassegna di musica e danza etnica, e dalla prima decade di agosto alla seconda di settembre Boville Città Museo, la rassegna di arte contemporanea che apre gli spazi del San Francesco e del centro storico. In autunno la rievocazione della battaglia di Bauco. Date e programmi si controllano sul sito del Comune, perché cambiano di anno in anno. Per il resto vale ciò che ho detto: autunno per l'olio e l'aria, tarda primavera per la luce, agosto per la gente, gennaio per la nebbia nella valle.

Cosa c'è intorno a Boville Ernica: dieci minuti e un'ora

Nel raggio di dieci minuti d'auto: Monte San Giovanni Campano con il castello dove fu tenuto prigioniero Tommaso d'Aquino, e la contrada Sasso del sarcofago. A un quarto d'ora Veroli con Santa Salome, e l'abbazia cistercense di Casamari nel suo territorio. A venti minuti Frosinone con il Museo archeologico, utile per chi vuole vedere i materiali italici della valle. A mezz'ora Alatri, Ferentino con il teatro romano, Fumone con il castello dove morì Celestino V, Isola del Liri con la cascata e Arpino, patria di Cicerone e del Cavalier d'Arpino. A quaranta minuti Anagni, Sora, Collepardo con la Certosa di Trisulti, Fiuggi. A un'ora Cassino e l'abbazia di Montecassino, per chiudere il cerchio della storia del 1944. Chi vuole capire come i borghi minori del Lazio si inseriscono in un viaggio italiano trova un quadro sui piccoli centri del Lazio raccontati da ItalyPlanner.

Domande veloci su Boville Ernica (FR)

Quanto dista Boville Ernica da Roma?

Circa 90 chilometri per autostrada A1 fino all'uscita Frosinone, poi 15 chilometri di superstrada e provinciali: un'ora e un quarto senza traffico. Per la Casilina si impiega molto di più.

Come si arriva a Boville Ernica senza auto?

Treno regionale Roma-Cassino fino a Frosinone, poi autobus Cotral fino al capolinea di via Cesare Battisti. Le corse sono rade nel pomeriggio e nei festivi: orari sul sito Cotral.

Quanto costa visitare Boville Ernica?

Il borgo, le mura e i belvedere sono liberi. La chiesa di San Pietro Ispano con l'angelo e il sarcofago non ha biglietto; per le visite guidate si concorda con la parrocchia o con le guide locali.

Quando è aperta la chiesa con l'angelo di Giotto?

Segue gli orari della parrocchia: la mattina e gli orari delle messe sono i momenti più sicuri. Per i gruppi meglio prenotare in anticipo. Non esiste un orario museale continuato.

L'angelo di Boville Ernica è davvero di Giotto?

Il disegno è attribuito a Giotto per consenso quasi generale; l'esecuzione in tessere è collegata da molti alla bottega di Pietro Cavallini. È uno dei due soli frammenti originali della Navicella, con quello del Museo del Tesoro di San Pietro.

Quanto è grande il mosaico?

Un tondo di circa 65-70 centimetri di diametro con il busto di un angelo. Restaurato alla fine del 2023.

Che cos'è il sarcofago di Boville Ernica?

Un sarcofago paleocristiano del 330-350 dopo Cristo trovato nel 1941 in contrada Sasso, con i tre fanciulli nella fornace e una delle più antiche Natività con bue, asino e Magi. È in San Pietro Ispano.

Quante torri ha Boville Ernica?

Diciotto, a pianta quadrata e circolare alternate, lungo la cinta medievale, tutte ancora in piedi. Le porte sono San Nicola, Santa Maria, San Francesco e la Posterula.

Le mura di Boville Ernica sono romane?

Le mura del borgo sono medievali con basamenti a grandi blocchi; le mura megalitiche preromane si vedono sul Monte di Fico. La datazione delle murature poligonali è ancora discussa fra gli studiosi.

Quanto tempo serve per visitare Boville Ernica?

Tre ore per il giro completo del centro storico con le chiese; mezza giornata con il giro esterno delle mura; una giornata con la campagna e un paese vicino.

Dove si parcheggia a Boville Ernica?

Nei parcheggi lungo la viabilità esterna alle mura. Dentro il borgo le vie sono strette e riservate ai residenti.

Boville Ernica è adatta ai bambini?

Sì, se camminano: torri, porte, la grotta del santo e il presepe scolpito li tengono attenti. Il passeggino soffre sulle pietre.

Boville Ernica è accessibile in sedia a rotelle?

Il centro storico è in salita con gradini. Il belvedere di via Cesare Battisti e i tratti esterni delle mura sono raggiungibili in auto; per la parte alta si chiedono in Comune permessi e punti di sosta.

Perché si chiamava Bauco?

Bauco è il nome documentato dal Medioevo al 1907, forse da «buca» o dal sambuco. Nel 1907 il Comune scelse Boville Ernica per richiamare la Bovillae della tradizione e gli Ernici.

Chi era San Pietro Ispano?

Un pellegrino spagnolo che nel X secolo visse da eremita in una grotta del colle; la chiesa è costruita sulla grotta e conserva le sue reliquie in un busto d'argento. Festa l'11 marzo.

Chi era il cardinale Filonardi?

Ennio Filonardi (1466-1549), nato a Bauco, vescovo di Veroli, nunzio in Svizzera, cardinale di Paolo III. Costruì il palazzo Filonardi ed è sepolto in San Michele Arcangelo.

Che cosa fu la battaglia di Bauco?

Lo scontro del 28 gennaio 1861 fra irregolari borbonici guidati da De Christen e Chiavone e una colonna piemontese, vinto dai primi. Un monumento del 1900 lo ricorda.

Quali sono le feste di Boville Ernica?

San Pietro Ispano l'11 marzo, la gara del cacio a Carnevale, la Passione del Venerdì Santo, BovillEtnica e Boville Città Museo fra agosto e settembre, la rievocazione della battaglia di Bauco.

Cosa si mangia a Boville Ernica?

Timballo alla baucana, abbacchio al forno con patate, polenta con verdure o salsicce e fagioli, pecorino, olio extravergine locale.

Qual è la differenza fra Boville Ernica e Alatri?

Alatri ha l'acropoli poligonale più grande e spettacolare del Lazio; Boville Ernica ha un borgo murato più raccolto, diciotto torri e due oggetti unici, l'angelo di Giotto e il sarcofago del IV secolo. Si visitano bene insieme.

Boville Ernica è fra i Borghi più belli d'Italia?

Sì, è inserita nell'elenco dell'associazione, con circa seicento abitanti nel centro storico su oltre ottomila del comune.

Conviene abbinare Boville Ernica a Casamari?

Sì: l'abbazia cistercense di Casamari, nel territorio di Veroli, è a un quarto d'ora ed è il complemento naturale, dal borgo murato al monastero gotico.

Un'ultima cosa, da chi porta gruppi in Ciociaria da molti anni. Il momento giusto per Boville Ernica è un pomeriggio di fine ottobre, quando i frantoi lavorano e la luce entra di taglio nelle mura: arrivate alle tre, entrate da Porta San Nicola, salite piano fino a Sant'Angelo, scendete a San Pietro Ispano prima che chiuda, e tenete l'ultima ora per il giro esterno delle torri con il sole che cala dietro i Lepini. Se la chiesa è chiusa non arrabbiatevi: tornate la mattina dopo, e nel frattempo avrete capito il paese meglio di chi ha visto solo l'angelo.

Articolo scritto dalla redazione di TourLeaderPro, contattali per Tour ed Esperienze Private/Aziendali/V.I.P.

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IndirizzoPiazza S. Pietro, 9, 03022 Boville Ernica FR Boville Ernica (FR), Borghi e paesini, Vicino Roma
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