Pyrgi e il santuario di Leucotea
Pyrgi è l’area archeologica che si estende accanto al castello di Santa Severa, sulla costa di Santa Marinella, e corrisponde al porto della città etrusca di Caere e al suo grande santuario marittimo. Di questo luogo arrivano tre lamine d’oro iscritte in etrusco e in fenicio, trovate nel 1964, fra i documenti più importanti che il Mediterraneo antico ci abbia lasciato. Gli originali si trovano a Roma, a Villa Giulia.
Chi arriva qui in giornata deve sapere subito una cosa: l’area sacra non ha un’apertura ordinaria come il castello. Si entra nelle aperture straordinarie e nelle visite guidate, in gran parte gratuite, che la Soprintendenza organizza con gli archeologi della Sapienza. Il resto dell’anno la si guarda da fuori, dal perimetro, con il mare a pochi metri. Dati presi il 28 settembre 2026.

Dove si trova e che cosa era Pyrgi
L’indirizzo è SS1 via Aurelia km 52,600, 00058 Santa Marinella, provincia di Roma. Santa Severa è una frazione di Santa Marinella, circa cinquanta chilometri a nord della capitale, sulla stessa direttrice che porta a Civitavecchia e poi in Maremma. L’area archeologica occupa la fascia di terra fra la via Aurelia e la spiaggia, immediatamente a sud del borgo fortificato.
Caere, l’odierna Cerveteri, sorge una dozzina di chilometri nell’entroterra. Pyrgi era il suo sbocco sul mare, collegato alla città da una strada monumentale che gli archeologi della Sapienza paragonano al rapporto fra Atene e il Pireo. Non un approdo qualsiasi, quindi, ma un terminale ufficiale: chi sbarcava qui trattava con il potere di una delle città più ricche dell’Etruria meridionale.
Il nome greco Pyrgoi significa torri. Gli antichi lo riferivano alle fortificazioni del posto, e il toponimo passò poi al castrum romano e infine, per traslato, alla zona. Le fonti greche e latine parlano di questo luogo soprattutto per il santuario e per le sue ricchezze, non per il porto in sé, il che dice quanto contasse la dimensione religiosa dell’approdo.
Due santuari, non uno
Gli scavi hanno riconosciuto due aree sacre distinte e contemporanee. La prima è il santuario monumentale, quello dei due grandi templi, di carattere pubblico e politico, voluto dal governo di Caere. La seconda, più a sud, è il cosiddetto santuario meridionale: tanti piccoli altari, strutture modeste, offerte in ceramica attica di qualità notevole, culti legati a Demetra e a divinità femminili della fertilità.
La differenza fra le due aree conta più di quanto sembri. Il santuario monumentale parla la lingua della diplomazia fra Stati, con dediche regali e iscrizioni bilingui. Il santuario meridionale parla la lingua dei marinai, dei mercanti stranieri e delle donne che chiedevano un parto felice. Due pubblici diversi, due economie del sacro diverse, nello stesso chilometro di costa.
Le misure aiutano a capire la scala. La documentazione della Sapienza parla di oltre quattordicimila metri quadri per le aree sacre, mentre le schede della Soprintendenza descrivono un comprensorio archeologico di una decina di ettari, scavi, abitato e fortificazioni compresi. Le due cifre non si contraddicono: misurano cose diverse, il recinto sacro l’una e il sito nel suo insieme l’altra.
Una curiosità su Pyrgi e il santuario di Leucotea
La dea di Pyrgi cambia nome a seconda di chi scrive. Strabone, geografo greco di età augustea, parla di un santuario di Leucotea. Altre fonti antiche, fra cui la tradizione che passa per Pseudo Aristotele ed Eliano, la chiamano Eileithyia. Le lamine d’oro, che sono il documento locale e diretto, dicono Uni in etrusco e Astarte in fenicio. Quattro nomi per lo stesso spazio sacro.
La moltiplicazione dei nomi divini non è confusione degli antichi. Un santuario di porto funzionava proprio così: ogni comunità che sbarcava riconosceva nella divinità del posto la propria, e la chiamava con il proprio nome. I Greci vedevano Leucotea, la dea bianca del mare che salva i naufraghi. I Fenici e i Cartaginesi vedevano Astarte. Gli Etruschi restavano su Uni, la grande dea poliade.
Il meccanismo ha un nome tecnico, interpretatio, e Pyrgi ne è uno dei casi meglio documentati che esistano. Vale anche in senso inverso: quando Dionisio di Siracusa decise di saccheggiare il santuario, sapeva benissimo di colpire un luogo riconosciuto da mezzo Mediterraneo. Il sacrilegio, per lui, era parte del messaggio politico.
La domanda giusta è: come si chiamava davvero la dea? La risposta è che non esiste un nome vero. Esiste un luogo sacro che parlava quattro lingue perché quattro flotte diverse ci attraccavano. È una lezione sul Mediterraneo antico che vale più di dieci pannelli didattici.
Le lamine d’oro di Pyrgi
Il 8 luglio 1964, durante gli scavi della Sapienza, uscirono dal terreno fra i due templi tre lamine d’oro sottili, arrotolate, con i chiodi che servivano a fissarle a una porta o a uno stipite di legno. Due portano un testo in etrusco, la terza un testo in fenicio. La datazione comunemente accettata è la fine del VI secolo avanti Cristo, attorno al 510 o al 500.
Il contenuto è una dedica. Thefarie Velianas, che governava Caere, dedica alla dea un luogo sacro, identificato con il tempio B. Nel testo etrusco la dea è Uni, in quello fenicio è Astarte. Compare anche il riferimento a un ciclo di anni e a una ricorrenza rituale, e il nome di Thefarie porta un titolo che gli studiosi hanno discusso per decenni senza arrivare a una traduzione unica.
Un punto va detto con precisione, perché in giro si legge il contrario. Il testo fenicio non è la traduzione parola per parola di quello etrusco. È un testo parallelo, una sintesi, con contenuti che in parte coincidono e in parte no. Chiamarla stele di Rosetta dell’etrusco è comodo e sbagliato: le lamine hanno confermato letture già ipotizzate, non hanno decifrato una lingua.
Perché contano tanto
La portata storica del documento è politica prima che linguistica. Un signore etrusco dedica un tempio a una dea chiamata con il nome che usano i Fenici, in una fase in cui Cartagine e le città etrusche sono alleate contro la pressione greca nel Tirreno. Le lamine sono la prova materiale di quell’asse, scritta in oro e appesa a una porta.
Il secondo motivo è la lunghezza. I testi etruschi lunghi si contano sulle dita di due mani, e quasi tutti sono epigrafi funerarie brevi o iscrizioni di proprietà. Avere un testo articolato, datato, con un nome di sovrano e una formula rituale, in un contesto archeologico noto al centimetro, è una condizione rarissima negli studi etruscologici.
Le lamine originali si vedono al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, in piazzale di Villa Giulia 9 a Roma, esposte nella sala dedicata a Pyrgi. Il museo apre da martedì a domenica 8.30 alle 19.30, chiude il lunedì, biglietto intero 13,00 euro e ridotto 2,00, ingresso gratuito la prima domenica del mese. Telefono 06 3226571.
Nell’Antiquarium di Pyrgi, a Santa Severa, si vede una copia. Detto senza giri di parole: la copia serve a capire il contesto, l’emozione la danno gli originali. Chi ha una sola giornata e vuole le lamine deve andare a Villa Giulia, non a Santa Severa. Chi vuole il luogo dove sono state trovate deve fare il contrario.
Una cosa che non ti dice nessuno su Pyrgi e il santuario di Leucotea
La quasi totalità delle pagine che promuovono Santa Severa mette Pyrgi nell’elenco delle cose da vedere come se fosse un sito a ingresso libero con il cartello e la biglietteria. Non è così. L’area sacra non ha un orario ordinario di apertura al pubblico, e chi arriva un martedì qualunque di febbraio trova una recinzione, dei cartelli e un prato.
Il modo reale di entrarci sono le aperture straordinarie e le visite guidate. La Soprintendenza per l’Etruria meridionale le annuncia sul proprio sito, spesso in occasione delle Giornate europee del patrimonio a settembre, e durante la campagna di scavo estiva organizza la formula dello scavo aperto, con archeologi della Sapienza che accompagnano i gruppi. Ingresso gratuito, prenotazione non necessaria ma consigliata, telefono 0766 570194.
Il punto di ritrovo di queste visite, quando vengono annunciate, è l’ingresso del castello di Santa Severa, dieci minuti prima dell’orario indicato. Gli orari tipici della formula scavo aperto in passato sono stati martedì e giovedì alle 11.00 e alle 15.00 e il sabato alle 10.00, nei mesi della campagna. Le date cambiano ogni anno e vanno controllate prima di partire.
C’è anche una via di mezzo che pochi conoscono. Durante le campagne di scavo il cantiere è stato ripreso da webcam consultabili online, il che permette di vedere il lavoro in corso senza essere sul posto. Come sostituto della visita vale poco, come strumento per capire se in quel periodo si sta scavando vale parecchio.
Cosa si vede davvero oggi
Le strutture in elevato a Pyrgi sono poche e basse. I due templi sono leggibili come fondazioni e basamenti, non come alzati: il legno e la terracotta che li rendevano edifici colorati e vistosi sono spariti da millenni, e le decorazioni superstiti sono in museo. Chi si aspetta colonne in piedi resta a bocca asciutta, e conviene saperlo prima.
Restano però cose che si leggono bene a occhio. La pianta dei due templi affiancati, l’area aperta fra l’uno e l’altro dove furono trovate le lamine, i resti delle mura in blocchi che difendevano il castrum romano, i lacerti del quartiere abitativo scavato negli ultimi quindici anni. Con una guida che spiega, l’insieme diventa comprensibile in quaranta minuti.
Sulla forma architettonica dei due edifici i repertori non concordano. La voce dell’Enciclopedia Italiana e quella dell’Enciclopedia dell’Arte Antica, entrambe Treccani, descrivono in modo opposto quale dei due templi abbia pianta tuscanica a tre celle e quale pianta di tipo greco. Su questo punto la scheda si ferma: la cronologia è solida, la descrizione della pianta nelle fonti divulgative no.
Le cronologie che reggono
Il tempio B è il più antico dei due, costruito attorno al 510 avanti Cristo nel periodo di Thefarie Velianas. Il tempio A è più recente, databile attorno al 470 o 460, e appartiene a una fase politica diversa, successiva alla stagione dei signori personali. Fra i due edifici corre mezzo secolo e un cambio di regime a Caere.
Dal tempio A viene l’altorilievo in terracotta con il mito dei Sette contro Tebe, prima metà del V secolo, oggi a Villa Giulia. La scena include Tideo che azzanna il cranio di Melanippo e Capaneo colpito dal fulmine di Zeus. Il restauro del 1996 ha rimesso insieme oltre duemila frammenti, e solo dopo quel lavoro l’iconografia è diventata leggibile per intero.
Gli scavi non sono finiti e non sono un fatto del passato. Nel settembre 2026 la campagna della Sapienza ha restituito un frammento di antefissa con il volto della dea Uni, pertinente al tempio B. Notizie di questo tipo escono quasi ogni estate, il che rende il posto più interessante di tanti siti dove non si scava da quarant’anni.
Il consiglio che ti do per visitare Pyrgi e il santuario di Leucotea
Costruisci la giornata al contrario di come la costruiscono tutti. Prima Villa Giulia a Roma, con calma, lamine e altorilievo dei Sette. Poi, un altro giorno, il treno per Santa Severa. Arrivare sul posto avendo già visto in vetrina l’oro e la terracotta cambia completamente la percezione di quel prato recintato: smette di essere vuoto.
Telefona prima. Il numero 0766 570194 risponde per il castello e per le iniziative sull’area archeologica, e serve a sapere se in quella settimana ci sono visite guidate e se l’Antiquarium ha riaperto. Dieci minuti di telefonata risparmiano un viaggio di andata e ritorno di tre ore fatto per trovare tutto chiuso.
Scegli il lunedì mai. Il castello chiude il lunedì tutto l’anno, e senza castello la gita perde metà del contenuto perché la Sala Pyrgi, compresa nel biglietto del museo, è l’unico spazio espositivo sicuro sul tema mentre l’Antiquarium resta chiuso per lavori. In estate, poi, il castello apre solo dal pomeriggio: dalle 17.00 a mezzanotte dal 26 giugno al 30 agosto.
Come incastrare orari e stagioni
Gli orari del castello cambiano quattro volte l’anno. Dal primo novembre al 31 marzo apre da martedì a venerdì 9.00 alle 16.00 e sabato, domenica e festivi 10.00 alle 17.00. Dal primo aprile al 25 giugno e dal primo settembre al 31 ottobre da martedì a venerdì 9.00 alle 18.00 e nei fine settimana 10.00 alle 19.00. Dal 26 giugno al 30 agosto solo la sera, dalle 17.00 a mezzanotte.
La stagione migliore per questa gita va da metà settembre a fine ottobre. Il mare è ancora godibile, la luce del pomeriggio sul mare è bassa e giusta, la campagna di scavo è spesso in corso o appena chiusa, e le Giornate europee del patrimonio cadono a settembre con aperture gratuite. Luglio e agosto li lascerei ai bagnanti.
Metti in conto tre ore sul posto se il castello è aperto, un’ora e mezza se ti limiti all’esterno e al perimetro archeologico. Aggiungi il tempo della spiaggia se la stagione lo permette: la spiaggia sotto il castello è larga, di sabbia scura, e permette di fare il bagno con le mura alle spalle.
Orari, biglietti e costi
L’area archeologica non ha un biglietto proprio, perché non ha un’apertura ordinaria. Le visite guidate annunciate dalla Soprintendenza sono state finora a ingresso libero e gratuito. Chiunque prometta un ticket per Pyrgi come sito autonomo sta vendendo qualcosa che gli enti pubblici non hanno messo in vendita. Controllo del 28 settembre 2026.
Il Museo del Castello costa 4,00 euro intero e 3,00 ridotto. Il biglietto comprende Piazza della Rocca, la chiesa paleocristiana, la Sala del Nostromo e la Sala Pyrgi. La Torre Saracena costa 2,00 euro a parte, oppure 4,00 in abbinamento al museo. Esiste un pacchetto famiglia in cui un adulto paga l’intero e i minori di diciotto anni entrano gratis.
Le riduzioni riguardano minori fra sei e diciotto anni, over 65, gruppi dai dodici in su, insegnanti, dipendenti pubblici e ospiti dell’ostello interno. Entrano gratis i minori di sei anni, gli insegnanti accompagnatori, i residenti di Santa Marinella, le persone con disabilità, le guide turistiche, gli studenti di archeologia e storia dell’arte e i giornalisti. Le aree esterne, cortili e spianata, restano a ingresso libero.
L’Antiquarium di Pyrgi, che si trova nell’area davanti al castello, espone materiali dagli scavi, frammenti di terrecotte architettoniche e la copia delle lamine. L’orario dichiarato sul sito ufficiale del castello è sabato e domenica 10.00 alle 17.00 con ultimo ingresso alle 16.30, ma alla data di questo controllo risulta chiuso per ristrutturazione. Prima di contare su quella visita, chiama.
Il parcheggio davanti all’ingresso è a pagamento: 4,00 euro per l’intera giornata fra le 8 e le 20, 2,00 per la fascia serale fra le 20 e le 8, oppure 0,50 euro all’ora con i primi trenta minuti gratuiti. Chi compra il biglietto del museo ottiene tre ore di sosta gratuita. In alta stagione si riempie presto.
Come arrivare in treno da Roma
La linea è la ferrovia tirrenica fra Roma e Civitavecchia, la stessa che serve Ladispoli e Santa Marinella. La fermata da usare è Santa Severa Nord: le informazioni ufficiali del castello indicano circa quindici minuti a piedi da lì all’ingresso. Santa Severa è a una cinquantina di chilometri da Roma e il viaggio in regionale si aggira sull’ora.
Attenzione a due dettagli che fanno saltare le gite. Non tutti i regionali fermano nelle stazioni minori, quindi la corsa va scelta guardando l’orario e non l’app generica di turno. E la stazione si chiama Santa Severa Nord, distinta dalla fermata Santa Severa: chi imposta il nome sbagliato scende nel posto sbagliato e si fa un chilometro in più.
La camminata dalla stazione al castello si fa su strada asfaltata, in piano, senza ombra per lunghi tratti. In luglio e agosto quei quindici minuti alle due del pomeriggio si sentono tutti. Cappello, acqua, scarpe chiuse se poi si entra nell’area di scavo, dove il terreno è irregolare e le erbacce alte nascondono i dislivelli.
Le alternative su gomma
Il Cotral da Roma parte dalla stazione Cornelia e arriva a Santa Marinella, da cui si prosegue con i mezzi locali. Da Civitavecchia c’è la linea Cotral da Porta Tarquinia fino alla stazione di Santa Severa, poi circa dieci minuti a piedi verso ovest su via della Stazione. In auto si esce dall’Aurelia al chilometro 52,600, con il parcheggio a pagamento davanti all’ingresso.
Un consiglio pratico per chi viene da Roma senza auto: questa gita si combina bene con una seconda tappa sulla stessa linea, per esempio la palude di Torre Flavia o il castello di Palo a Ladispoli. Il biglietto regionale costa poco e la linea corre parallela alla costa per tutta la lunghezza.
Un altro fatto risaputo, eppure poco spesso citato
Nel 384 avanti Cristo Dionisio il Vecchio, tiranno di Siracusa, arrivò qui con sessanta triremi e saccheggiò il santuario. La motivazione ufficiale era la lotta ai pirati del Tirreno. Il risultato fu il trasferimento a Siracusa di un bottino che le fonti antiche quantificano in oltre mille talenti presi al tempio, più cinquecento raccolti nel resto dell’Etruria.
Quel denaro finanziò la guerra contro Cartagine. Diodoro Siculo e Strabone raccontano l’episodio, ed è uno dei pochi casi in cui una cifra antica sulla ricchezza di un santuario tirrenico arriva fino a noi in modo circostanziato. Mille talenti erano una somma enorme, paragonabile al bilancio annuale di una potenza militare del tempo.
Il fatto è risaputo fra gli addetti ai lavori e quasi assente dalle pagine turistiche. Eppure spiega meglio di ogni altra cosa che cosa fosse Pyrgi: un luogo dove si accumulavano offerte in metallo prezioso per generazioni, sotto la protezione di una dea riconosciuta da greci, fenici ed etruschi. Un santuario di porto era anche una banca.
La cronologia dopo il saccheggio è una discesa lenta. Attorno al 264 avanti Cristo Roma vi dedusse una colonia marittima, con il castrum quadrangolare le cui mura si leggono ancora sul terreno. Il declino arrivò con la fondazione di Centumcellae, l’odierna Civitavecchia, che assorbì le funzioni portuali. Pyrgi continuò a fornire pesce a Roma e poco altro.
La posizione controcorrente
Dico una cosa che non piacerà agli uffici turistici della zona: Pyrgi, come visita archeologica in sé, oggi non regge il confronto con quello che promette la sua fama. La roccaforte medievale accanto è più gratificante per il visitatore medio, l’Antiquarium è chiuso, l’area sacra è accessibile a singhiozzo e gli oggetti che la rendono celebre si trovano a Roma.
Chi vuole vedere le lamine d’oro deve andare a Villa Giulia e basta. Chi vuole capire il Mediterraneo arcaico deve venire a Santa Severa, perché il luogo fisico, il mare a cinquanta metri, la sabbia scura e il profilo della costa spiegano cose che una vetrina non spiega. Sono due gite diverse.
La posizione impopolare vera è questa: finché l’Antiquarium resta chiuso e l’area non ha un’apertura regolare, consigliare Pyrgi come meta archeologica di giornata a chi viene da fuori regione significa fargli perdere tempo. Consigliarla come tappa dentro una giornata di costa etrusca, con castello e spiaggia, è invece onesto e funziona benissimo.
Se il ministero e la Regione trovassero il modo di aprire l’area con un orario stabile, anche solo nei fine settimana, il giudizio cambierebbe in un pomeriggio. Il materiale c’è, la ricerca è viva, gli archeologi che accompagnano nelle aperture straordinarie sono bravissimi. Manca la continuità, che è un problema di gestione e non di patrimonio.
La foto giusta da fare a Pyrgi e il santuario di Leucotea
La foto che funziona non è quella del prato con i resti, che in fotografia diventa illeggibile. È quella presa dalla spiaggia, a sud del castello, tenendo il profilo delle mura sulla sinistra e la linea della costa che si allunga verso la Maremma. Il campo tiene insieme mare, borgo e area archeologica, che è esattamente il senso del posto.
L’ora giusta è il tardo pomeriggio. La costa qui guarda a ovest e a sud ovest, quindi il sole cala sul mare e a settembre e ottobre la luce radente arriva addosso alle mura e alla sabbia scura con una qualità che a mezzogiorno non esiste. In estate il castello apre fino a mezzanotte, il che permette anche il crepuscolo.
Dentro l’area di scavo, quando si entra con la visita guidata, la fotografia utile è dall’alto e in verticale, sui basamenti dei templi. Serve a rendere leggibile la pianta, che a livello dell’occhio si perde. Chi ha un telefono con grandangolo lo usi da un punto rialzato, chiedendo prima alla guida dove ci si può mettere.
Evita una cosa: la foto ravvicinata alla copia delle lamine con il vetro davanti. Il riflesso rovina tutto e il risultato non rende l’oggetto. Se vuoi la fotografia delle lamine, falla a Villa Giulia, dove l’illuminazione della vetrina è studiata e il pezzo è l’originale. Qui conviene concentrarsi sul paesaggio, che è la vera risorsa.
Alcuni avvenimenti importanti avvenuti qui nella storia
Attorno al 510 avanti Cristo Thefarie Velianas, signore di Caere, fa costruire e dedicare il tempio B, e fa apporre alle sue porte le tre lamine d’oro. È il gesto fondativo del santuario monumentale e il momento in cui il rapporto fra Caere e il mondo punico viene messo per iscritto in due lingue, in un metallo che non si corrode.
Attorno al 470 avanti Cristo viene costruito il tempio A, con il grande altorilievo frontonale dei Sette contro Tebe. Il soggetto scelto, violento e cupo, racconta la rovina di chi sfida gli dèi, e molti studiosi lo leggono come un messaggio politico contro la stagione dei governi personali di cui Thefarie era stato l’esempio locale.
Nel 384 avanti Cristo avviene il saccheggio siracusano. Il santuario perde gran parte dei tesori accumulati, e da quel momento non torna più ai livelli precedenti, pur restando frequentato. È una data che segna una cesura netta nella storia economica della costa etrusca meridionale, e le fonti greche ne parlano come di un fatto clamoroso.
Attorno al 264 avanti Cristo Roma deduce a Pyrgi una colonia marittima. Il castrum romano occupa una parte dell’area, e le sue mura in blocchi restano l’elemento più vistoso in elevato. Il santuario continua a funzionare in forme ridotte, e il porto perde progressivamente peso mentre Ostia e poi Centumcellae crescono.
Nel 1957 la Sapienza avvia gli scavi sistematici, che proseguono senza interruzioni fino a oggi e hanno formato generazioni di archeologi italiani e stranieri. Nel 1964 escono le lamine. Nel 1996 il restauro dell’altorilievo del tempio A rimette insieme oltre duemila frammenti. Nel 2017 nasce il monumento naturale che tutela l’area, oltre sessantasette ettari affidati alla Regione Lazio.
Chi è passato da Pyrgi e il santuario di Leucotea
Thefarie Velianas resta il nome proprio più importante, perché è scritto nel documento stesso. Del personaggio si sa quel che dicono le lamine e poco altro: governava Caere alla fine del VI secolo, con un titolo che gli studiosi traducono in modi diversi, e aveva rapporti stretti con il mondo fenicio punico. Un signore locale con una politica estera.
Dionisio il Vecchio di Siracusa passò di qui nel 384 avanti Cristo con la flotta, e ci passò da predone. È il personaggio storico di primo piano più sicuramente legato al sito, e il suo nome compare in tutti i manuali a proposito di Pyrgi. Non ci lasciò monumenti, ci portò via il tesoro.
Strabone, Diodoro Siculo, Eliano e la tradizione pseudo aristotelica sono passati da Pyrgi con la penna. Le loro righe sono la ragione per cui, prima ancora degli scavi, si sapeva che da qualche parte sulla costa laziale c’era stato un santuario ricchissimo. Gli archeologi del Novecento sono partiti da quei passi per cercare il posto giusto.
Giovanni Colonna, etruscologo della Sapienza, ha diretto per decenni la ricerca su Pyrgi e ne ha firmato gli studi di riferimento, dalle origini mitostoriche agli altorilievi frontonali. Insieme a Massimo Pallottino, che avviò l’impresa nel 1957, è il nome che ricorre in ogni bibliografia seria sul sito. Gli scavi di oggi proseguono quella scuola.
Poi ci sono passati marinai, mercanti punici, donne che chiedevano protezione per il parto, coloni romani, pescatori, soldati saraceni che nel Medioevo spinsero la popolazione dentro le mura del borgo. La stratigrafia di Santa Severa contiene tutti questi passaggi, ed è il motivo per cui il castello di Santa Severa e l’area antica vanno letti insieme.
Il castello, il museo e la Sala Pyrgi
Il castello sorge esattamente sopra il settore settentrionale dell’antica Pyrgi, e questo spiega perché i due temi siano inseparabili. Dentro il complesso funzionano il Museo del Castello, il Museo del Mare e della Navigazione Antica, il Museo del Territorio e l’Antiquarium. Il borgo è aperto tutto l’anno dal 2017 e ospita anche un ostello.
La Sala Pyrgi, compresa nel biglietto del museo, è oggi la soluzione più affidabile per vedere qualcosa di attinente al santuario senza dipendere dalle aperture straordinarie. Non sostituisce l’Antiquarium, ma con quattro euro di biglietto e una visita che comprende anche la chiesa paleocristiana e la Piazza della Rocca il rapporto fra spesa e contenuto resta buono.
Il Museo del Mare e della Navigazione Antica merita una sosta anche da parte di chi è venuto solo per gli Etruschi. Ricostruisce il funzionamento delle rotte e dei carichi tirrenici, che è esattamente la cornice economica in cui Pyrgi ha senso. Senza le navi e i traffici, il santuario resta una pianta di edificio su un prato.
Il contesto naturale attorno all’area
Nel 2017 la Regione Lazio ha istituito il monumento naturale che tutela l’area di Pyrgi, poco più di sessantasette ettari fra la via Aurelia e il mare. Il vincolo protegge insieme il deposito archeologico e la fascia costiera, e ha il merito di aver bloccato l’edificazione in una zona che altrimenti sarebbe finita sotto le seconde case.
Subito a nord comincia la riserva naturale di Macchiatonda, con i sentieri del boschetto e dei capanni per il birdwatching. È una delle poche zone umide costiere rimaste in questo tratto di litorale, e in primavera e autunno il passaggio degli uccelli migratori è consistente. Chi ha una mattina in più la abbina volentieri alla visita archeologica.
Sulla stessa costa si trova anche il tratto di arenile delle Sabbie Nere, che deve il nome ai minerali vulcanici della sabbia. La colorazione scura di queste spiagge non è sporcizia ma origine geologica, cosa che ogni estate qualcuno scambia per inquinamento e segnala ai giornali locali.
Cosa vedere nei dintorni in giornata
La tappa naturale per chi si appassiona agli Etruschi dopo Pyrgi è la necropoli della Banditaccia, a Cerveteri, patrimonio dell’umanità e a una dozzina di chilometri nell’entroterra. Le tombe a tumulo raccontano la stessa società che finanziava il santuario di Pyrgi, vista però dal lato della morte e della famiglia anziché da quello del commercio.
Più a nord, sempre sulla ferrovia tirrenica, ci sono Tarquinia con le tombe dipinte e Tuscania con le sue chiese romaniche. Chi vuole restare sulla costa trova le saline di Tarquinia e i bagni termali di Sant’Agostino, dove l’acqua calda esce libera a pochi metri dal mare.
Verso l’interno la giornata si allunga volentieri su Allumiere e il suo faggeto, un bosco di faggi a quota bassa che è una stranezza botanica del Lazio. Chi preferisce i laghi ha il lago di Bracciano con il castello Odescalchi e il paese di Bracciano, tutti raggiungibili in meno di un’ora di auto.
Restando in tema archeologico, nel raggio di poche decine di chilometri ci sono il parco dell’antichissima città di Sutri con l’anfiteatro scavato nel tufo, il borgo di Sutri, il parco di Veio e Monterano, il borgo abbandonato con le rovine settecentesche. Per il litorale più vicino a Roma restano Fregene, Maccarese e l’oasi di Castel di Guido.
Chi ha ancora energia e ama l’acqua dolce può chiudere la giornata alle cascatelle del fosso del Norcino, nel territorio di Cerveteri, oppure al lago di Martignano, che resta il più tranquillo dello specchio d’acqua sabatino. Sono soste corte, da un’ora, che servono a smaltire il caldo prima del rientro.
Mangiare in zona
Santa Severa in estate è una macchina da turismo balneare, e questo cambia il modo in cui si mangia. Il rischio qui non è il ristorante travestito da trattoria romana del centro storico, è il chiosco sul lungomare che d’estate serve trecento coperti al giorno a gente che ha fame e fretta. La qualità media scende con il numero dei coperti.
Il primo segnale da leggere è il menu con le fotografie dei piatti. Un locale che deve mostrarti l’immagine di un piatto di spaghetti presume che tu non sappia cosa stai ordinando, il che significa che il suo cliente tipo è di passaggio e non tornerà. Dove i clienti tornano, il menu è scritto e basta, spesso su una lavagna.
Il secondo segnale è la persona all’ingresso che ti invita a sedere. Un locale che deve andare a prendersi i clienti sul marciapiede ha un problema di riempimento, e quel problema lo scarica sulla materia prima. Vale anche per la variante marittima, quella del cartello con il menu fisso esposto sulla strada davanti all’ingresso.
Il terzo segnale è lo spettacolo davanti alla vetrina: la signora che tira la pasta fresca in bella vista, la griglia accesa sul marciapiede. È scenografia, un richiamo studiato per chi passa, e non dice nulla sulla qualità della cucina. Nei posti dove si mangia bene la lavorazione avviene in cucina, alle sette di mattina, senza pubblico.
Quarto segnale, la cucina sempre aperta. Un locale che serve pasti ininterrottamente dalle dieci di mattina all’una di notte non ha un turno di cucina, ha un banco di rigenerazione. In una località di mare questo si traduce quasi sempre in fritto riscaldato e pesce che non è arrivato quella mattina dal peschereccio.
Quinto segnale, i prezzi non scritti. Il pesce a peso senza la quotazione al chilo esposta, le voci senza prezzo, il listino della terrazza diverso da quello della sala interna: sono le tecniche classiche con cui davanti a un luogo famoso si adegua il conto alla faccia del cliente. Chiedere il prezzo prima di ordinare non è maleducazione, è normale.
Le catene a insegna ripetuta che si vedono nel centro di Roma e nelle località turistiche del litorale funzionano come attrazioni in sé, con il loro marchio riconoscibile e il prodotto identico ovunque. Non sono una truffa e non c’è niente di male ad andarci. Semplicemente i romani, quando scendono al mare, non ci mettono piede: sanno che pagano il marchio.
Il criterio è uno solo, e funziona anche qui. Guarda chi è seduto ai tavoli e in che lingua ordina. Se alle due del pomeriggio di un giovedì di ottobre il locale è pieno di gente della zona che parla italiano con l’accento del posto, quel locale ti servirà bene.
Una regola stagionale specifica per questo tratto di costa: fuori stagione molte cucine chiudono del tutto o aprono solo nel fine settimana. Chi viene a novembre o a febbraio faccia il conto di tornare verso Roma per cena, oppure verifichi prima. In alternativa, i mercati locali e i forni del paese risolvono un pranzo veloce meglio di qualunque menu turistico.
La nostra lista di indirizzi a Roma e dintorni, aggiornata man mano, è su Google Maps. Per un quadro più ampio su dove si compra e si mangia in città, la pagina sui mercati di Roma raccoglie i rionali e gli storici.
Pyrgi e i musei di Roma
Per chi vuole costruire un percorso etrusco in città, Villa Giulia resta la tappa principale, ma non l’unica. Il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche della Sapienza, in città universitaria, espone materiali di studio e calchi, e ha il pregio di raccontare il mestiere dell’archeologo oltre che gli oggetti.
Chi allarga il campo all’antichità romana trova la sequenza classica del Museo Nazionale Romano: Palazzo Massimo alle Terme per le pitture e i ritratti, le Terme di Diocleziano per le epigrafi, la Crypta Balbi per la stratigrafia urbana. Tre sedi che si visitano con lo stesso biglietto integrato.
Restano poi i Musei Capitolini, con la loro sezione di antichità che comprende materiali di età arcaica dal Lazio, e la Centrale Montemartini, dove le sculture antiche convivono con le macchine della vecchia centrale elettrica. Per i monumenti all’aperto ci sono il Foro Romano, il Colosseo e il parco dell’Appia Antica.
Chi vuole vedere come si presentava un porto romano funzionante ha il borgo di Ostia Antica accanto agli scavi. Il confronto fra Ostia e Pyrgi è istruttivo: la prima conservata in alzato e leggibile a chiunque, la seconda ridotta a fondazioni. Stesso mare, due destini archeologici opposti, e una lezione su quanto conti la sorte nella conservazione.
Accessibilità e consigli pratici
Il terreno dell’area archeologica è irregolare, con erba, sassi e dislivelli non protetti. Nelle visite guidate i gruppi si muovono a piedi su percorsi non pavimentati, quindi le carrozzine e i passeggini leggeri hanno vita difficile. Il castello e il borgo, invece, hanno superfici più gestibili, e le persone con disabilità entrano gratuitamente al museo.
Per i bambini la formula che funziona è mare più castello, con l’area archeologica come contorno breve. Un bambino sotto i dieci anni davanti a una fondazione di tempio si annoia in tre minuti, mentre la Torre Saracena e il museo del mare tengono l’attenzione. Il biglietto famiglia, con i minori gratis, rende la cosa economica.
D’estate serve ombra e qui l’ombra scarseggia. La fascia fra le 12 e le 16 nei mesi caldi è da evitare sull’area di scavo, e non a caso le visite guidate della campagna estiva vengono programmate alle 10 o alle 11 di mattina. Acqua, cappello e scarpe chiuse restano la dotazione minima, anche per una visita breve.
Ultima cosa pratica, il tempo. Le visite guidate all’area vengono annullate in caso di maltempo, e in inverno la costa qui prende vento forte da libeccio. Chi programma la gita a gennaio o febbraio metta in conto la possibilità che l’uscita salti, e tenga pronta l’alternativa al coperto dentro il castello.
Domande frequenti
Si può visitare liberamente l’area archeologica di Pyrgi?
No. L’area archeologica di Pyrgi non ha un’apertura ordinaria al pubblico. L’accesso avviene attraverso aperture straordinarie e visite guidate organizzate dalla Soprintendenza per l’Etruria meridionale, spesso con archeologi della Sapienza, in occasione delle Giornate europee del patrimonio o durante le campagne di scavo. Il numero da chiamare per informazioni è 0766 570194.
Quanto costa visitare Pyrgi?
Le visite guidate all’area archeologica annunciate dalla Soprintendenza sono state finora gratuite. Il Museo del Castello di Santa Severa, che comprende la Sala Pyrgi, costa 4,00 euro intero e 3,00 ridotto, con la Torre Saracena a 2,00 euro oppure a 4,00 in abbinamento. Le aree esterne del borgo hanno ingresso libero.
Dove si trovano le lamine d’oro di Pyrgi?
Gli originali delle tre lamine si trovano al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, in piazzale di Villa Giulia 9 a Roma, esposti nella sala dedicata a Pyrgi. Nell’Antiquarium di Santa Severa è esposta una copia. Villa Giulia apre da martedì a domenica 8.30 alle 19.30 e chiude il lunedì, biglietto intero 13,00 euro.
Che cosa dicono le lamine d’oro?
Le due lamine etrusche e quella fenicia registrano la dedica di un luogo sacro, identificato con il tempio B, da parte di Thefarie Velianas, che governava Caere alla fine del VI secolo avanti Cristo. La divinità è Uni nel testo etrusco e Astarte in quello fenicio. Il testo fenicio non è una traduzione letterale ma una versione parallela.
L’Antiquarium di Pyrgi è aperto?
Alla data del controllo, 28 settembre 2026, l’Antiquarium di Pyrgi risulta chiuso per ristrutturazione. L’orario dichiarato quando è in funzione è sabato e domenica dalle 10.00 alle 17.00, con ultimo ingresso alle 16.30. Conviene telefonare al castello prima di partire, perché le riaperture non vengono sempre annunciate con anticipo sui canali generalisti.
Come si arriva a Pyrgi in treno da Roma?
Si prende un regionale della linea tirrenica in direzione Civitavecchia e si scende a Santa Severa Nord, da cui l’informazione ufficiale del castello indica circa quindici minuti a piedi. Non tutti i regionali fermano nelle stazioni minori, quindi la corsa va scelta sull’orario. La distanza da Roma è di una cinquantina di chilometri.
Pyrgi e il castello di Santa Severa sono la stessa cosa?
No, ma stanno nello stesso luogo. Il castello medievale sorge sopra il settore settentrionale dell’antica Pyrgi, e l’area sacra etrusca con i due templi si estende accanto, verso sud. Il castello ha orari e biglietteria regolari, l’area archeologica no. Chi visita solo il castello non vede il santuario, e viceversa.
Quanto tempo serve per la visita?
Per l’area archeologica con guida bastano quaranta minuti. Aggiungendo il castello, il museo e la Sala Pyrgi si arriva a due ore e mezza o tre. Con la spiaggia e il pranzo la giornata si riempie senza fatica. Chi arriva in treno da Roma metta in conto circa un’ora di viaggio in ciascuna direzione.
Conviene andare a Pyrgi o a Villa Giulia?
Dipende da cosa cerchi. Per vedere le lamine d’oro, l’altorilievo dei Sette contro Tebe e le terrecotte dei templi, la risposta è Villa Giulia, senza dubbi. Per capire il luogo, la posizione sul mare e il rapporto con il porto di Caere, la risposta è Santa Severa. Fatte nell’ordine giusto, museo prima e sito dopo, si rafforzano a vicenda.
Chi ha scritto questa pagina
La pagina è curata dalla redazione di Tour Leader Pro, la struttura romana che progetta e coordina visite, itinerari ed eventi culturali fra Roma e il Lazio. Orari, tariffe e condizioni di accesso riportati qui provengono dalle fonti ufficiali citate nel testo e valgono alla data indicata: prima di mettersi in viaggio conviene ricontrollarli, perché in questo settore cambiano spesso.
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